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Notizie 16-31 dicembre 2024


Ennesimo attacco degli Houthi contro Israele

di Anna Balestrieri

GERUSALEMME - Nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 2024, i ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato un missile balistico diretto verso il centro di Israele. L’attacco ha attivato le sirene d’allarme in diverse città, inclusa Tel Aviv, costringendo i residenti a rifugiarsi nei bunker. Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno intercettato con successo il missile, grazie al sistema avanzato di difesa Iron Dome, evitando vittime o danni materiali significativi.

• Contesto del conflitto
   Questo attacco si inserisce in una serie di aggressioni simili condotte dagli Houthi contro Israele. I ribelli, sostenuti dall’Iran, hanno dichiarato di voler continuare gli attacchi finché Israele non accetterà un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. In risposta alle azioni precedenti, Israele ha già condotto raid aerei mirati nello Yemen, colpendo infrastrutture considerate cruciali per le operazioni militari degli Houthi.

• La risposta israeliana
   Durante una riunione urgente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ambasciatore israeliano ha avvertito che gli Houthi rischiano di subire lo stesso destino di Hamas e Hezbollah se continueranno le loro provocazioni. Israele ha sottolineato la sua politica di non tollerare attacchi contro i propri cittadini, riaffermando il diritto di difesa preventiva.

• Rischi di escalation
   Gli esperti avvertono che la situazione potrebbe degenerare rapidamente. L’Iran, principale sostenitore degli Houthi, potrebbe intensificare il suo coinvolgimento, portando a un’escalation che coinvolgerebbe l’intera regione. La comunità internazionale ha lanciato appelli alla moderazione, ma finora le prospettive di una soluzione diplomatica sembrano remote.
  L’attacco evidenzia ancora una volta la crescente complessità delle dinamiche di sicurezza in Medio Oriente e il ruolo delle alleanze regionali nel plasmare le tensioni.

(Bet Magazine Mosaico, 31 dicembre 2024)

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Il lungo anno della demonizzazione di Israele

di Niram Ferretti

Nel suo opus magnum, A Lethal obsession, Antisemitism from Antiquity to the Global Jihad, Robert Wistrich scriveva, “Contrariamente alla prognosi sionista, l’antisemitismo non si è dissolto o è significativamente diminuito, figuriamoci scomparso, dopo il venire in essere di Israele nel 1948. Al contrario, Israele è emerso gradualmente come la ‘nuova questione ebraica’”.
  Ciò che il grande storico inglese individuava con precisione ha, dopo il 7 ottobre 2023, raggiunto un apice mai sperimentato precedentemente. La reazione di Israele alla più grande tragedia collettiva dall’anno della sua fondazione, la guerra contro un gruppo jihadista tra i più brutali al mondo, reazione logica e totalmente giustificata, si è ben presto trasformata in una feroce, fanatica e parossistica demonizzazione.
  Con perversa e diabolica determinazione, la vittima è stata trasformata in colpevole e i colpevoli in vittime, la volontà genocida di Hamas, di cui il 7 ottobre ha rappresentato una anticipazione, è stata rimossa dalla scena per incolpare Israele stesso di genocidio, la reazione inevitabile di Israele alla micidiale e atroce aggressione subita è diventata vendetta, gli inevitabili morti civili, presenti in ogni guerra, sono diventati tutti omicidi intenzionali, e via di questo passo.
  Tutto ciò è avvenuto su un terreno a lungo arato, come sa chiunque abbia seguito da vicino le vicende di Israele dal 1967 ad oggi, anno della Guerra dei Sei Giorni che, nell’intenzione di Nasser, avrebbe dovuto essere guerra di sterminio e invece si rivelò una cocente disfatta araba. Da allora, e per quasi sessant’anni gli arabi, appoggiati dall’Unione Sovietica e poi, progressivamente, allargando il loro consenso nel campo della sinistra conquistata dalla propaganda russa che presentava Israele come un avamposto colonialista e i palestinesi arabi come un popolo espropriato e vittimizzato, hanno proseguito indefessamente l’opera di distruzione in effige dello Stato ebraico. Quest’opera, con l’aggiunta di un pericolo concreto di distruzione nucleare, ha trovato successivamente nell’Iran un solerte collaboratore.
  Ma non si tratta solo di questo, oggi, su Il Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, ha illustrato magistralmente come l”Occidente ormai stanco di se stesso, delle sue radici, del suo passato, sia anche, inevitabilmente stanco anche degli ebrei, di ciò che essi hanno rappresentato per secoli per la cultura occidentale, e ritenga di avere ormai saldato il conto con l’orrore della Shoah, spostando la sua attenzione su altre vittime, che oggi sarebbero diventati gli arabi palestinesi, vittime proprio di coloro che per generazioni sono stati le vittime per eccellenza.
  Questo contesto, crea cortocircuiti micidiali, ripulse e avversioni e gli ebrei di nuovo, attraverso Israele, vengono riconosciuti colpevoli, colpevoli del loro Stato, colpevoli di averne permesso la nascita, colpevoli di immaginari genocidi dopo essere stati accusati per duemila anni di avere ucciso Cristo, e forse, presto, di nuovo, colpevoli di esistere.
  La guerra più lunga di Israele, una guerra ancora in corso, ha dunque scaturito l’eruzione maggiore di odio nei suoi confronti e di riflesso di odio per gli ebrei, dalla fine della Seconda guerra mondiale ai nostri giorni. L’unica risposta a questo odio, la quale, paradossalmente, lo fomenta, è quella che Israele può permettersi di esercitare attraverso quell’uso della forza che sempre l’Occidente passivo e non reattivo, ha deciso di ripudiare, cullandosi nell’illusione che la guerra sia una cosa del passato, inconcepibile con l’idea delle magnifiche sorti e progressive che esso ritiene di incarnare.
  Israele, il demonio Israele, è dunque tutto quello che l’Occidente non vuole più essere, avendo scelto di alimentarsi con i bizantinismi crepuscolari del wokismo, della gender theory, del fluidismo, dell’ecologismo palingenetico, ecc., trastulli tipici di una civiltà tracollante, e per il quale, uno Stato fortemente nazionalista che mantiene salda la propria identità difendendosi dalla violenza del suprematismo islamico, è una aberrazione
  Alla fine dei discorsi, tuttavia, solo portando a casa la vittoria, che si ottiene come si è sempre ottenuta, con la supremazia della forza, e ridisegnando un Medio Oriente purgato da forze omicide e realmente programmaticamente genocide, Israele può fare fronte all’offensiva micidiale di chi sperava e spera nella sua capitolazione, combattendo anche per quell’Occidente che lo ha generato e che, con l’eccezione degli Stati Uniti, lo ripudia.

(L'informale, 31 dicembre 2024)

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Anche il Colosseo si illumina con la luce della chanukkià

di Ioel Roccas

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L’accensione delle candele di Chanukkà a Roma non è una semplice ricorrenza. È un evento che vede impegnate diverse realtà cittadine. Dalla Comunità Ebraica di Roma al Comune passando per il Movimento Chabad Lubavitch.
  Anche quest’anno un luogo simbolo della storia di Roma si è accesa la sesta candela della Chanukkià, il Colosseo. Il candelabro è stato posizionato a ridosso dell’Arco di Tito, uno dei luoghi di memoria storica e testimone dell’avvio della Diaspora ebraica. Questo monumento, già testimone di uno dei momenti più tristi della storia ebraica, ha sentito riecheggiare le berachot che anticipano l’accensione, alla presenza di quasi 200 persone.
  Sono intervenuti Rav Hazan, Alessandra Sermoneta, vice presidente I Municipio, Riccardo Pacifici, Presidente European Jewish Association. L’accensione è stata dedicata alla memoria di Giorgio Lazar, scomparso un anno fa.
  Lo svolgimento dell’evento è stato reso possibile grazie alla collaborazione del I Municipio, del Parco del Colosseo e della Questura.
  Terminato l’evento Rav Menachem Lazar, organizzatore dell’accensione per il movimento Chabad, ha dichiarato: “Per il quarto anno la Chanukkià ha illuminato il Colosseo proprio sulla Via Sacra, dove 2000 anni fa ci fu la marcia della vittoria dell’imperatore Tito dopo aver distrutto il Bet Hamikdash a Gerusalemme. Suo padre Vespasiano coniò la moneta Judea Capta, per celebrare la sconfitta degli ebrei, ma oggi quello che rimane dei Romani sono le pietre, mentre il popolo eterno è ancora qui a celebrare Chanukkà”.
  Nel corso dei secoli la cultura ebraica è diventata parte della cultura di Roma, come la sua comunità. Festeggiare insieme è necessario, oggi più che mai, accompagnati dalla consapevolezza che gli ebrei sono parte viva e integrante della città di Roma.

(Shalom, 31 dicembre 2024)

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Una nuova minaccia per Israele?

Ecco perché l’Egitto ha acquistato armi avanzate del valore di 5 miliardi di dollari

di David Zebuloni

A partire dal 7 ottobre, ovvero dal giorno in cui il governo di Abdel Fattah al-Sisi è diventato il mediatore ultimativo tra Israele e Hamas, pare che gli Stati Uniti e l’Egitto abbiano rafforzato le loro relazioni diplomatiche più di quanto abbiano mai fatto prima. Il Cairo è presto diventato un fedele alleato di Washington, nonostante in passato lo stesso governo americano abbia criticato duramente la politica egiziana circa alcune questioni umanitarie cruciali come quella dei diritti umani.
Questa settimana, la loro alleanza sembra aver raggiunto un nuovo livello. Gli Stati Uniti hanno infatti annunciato un importante accordo per la vendita di equipaggiamenti militari all’Egitto del valore di oltre 5 miliardi di dollari. Un accordo privo di precedenti che include delle armi avanzate destinate alla manutenzione e al potenziamento di 555 carri armati Abrams M1A1 per un valore di 4.69 miliardi di dollari, 2.138 missili Hellfire per un valore di 630 milioni di dollari e munizioni di precisione il cui valore è stimato in 30 milioni di dollari.
Una domanda sorge dunque spontanea e sembra preoccupare l’intero Medio Oriente: perché l’Egitto ha bisogno di così tante armi? A quale guerra si sta preparando? “Si tratta di un evento insolito, ma non nuovo”, spiega Yoel Guzansky, ricercatore senior e capo del programma del Golfo presso l’Istituto per la Ricerca sulla Sicurezza Nazionale (INSS) e fellow senior al Middle East Institute di Washington, in un’intervista a Makor Rishon.
“Il potenziamento delle forze armate egiziane dovrebbe assolutamente preoccupare Israele”, continua il ricercatore. “Negli ultimi anni lo Stato ebraico ha come distolto lo sguardo da questo insolito fatto e non gli ha dato, almeno pubblicamente, l’attenzione che merita. Tuttavia, come ha detto questa settimana l’ex ambasciatore al Cairo, David Govrin, non c’è dubbio che l’Egitto stia violando l’accordo militare del trattato di pace”.
In un’intervista pubblicata su Ynet questa settimana, l’ambasciatore uscente ha per l’appunto affermato che l’Egitto ha recentemente inviato un numero di forze armate nel Sinai maggiore rispetto a quanto concordato con Israele. E non è tutto. “L’Egitto si sta armando notevolmente e Israele deve assolutamente prendere in considerazione le sue nuove e notevoli capacità militari”, ha detto Govrin. “Come abbiamo imparato il 7 ottobre, non possiamo più fare affidamento alle intenzioni dei nostri vicini, poiché potrebbero cambiare da un momento all’altro”.
Guzansky conferma l’avvertimento dell’ormai ex ambasciatore. “Penso che Israele sbagli a non affrontare la questione”, aggiunge. “Ciò che l’Egitto sta facendo è una vera e propria violazione degli accordi del protocollo di sicurezza tra i due paesi”. Un fenomeno, come già detto, che suscita grande preoccupazione, nonostante Israele mantenga dei solidi rapporti di pace con l’Egitto da quattro decenni.
Infatti, dal 1979 ad oggi, l’accordo di pace firmato dal presidente egiziano Anwar Sadat, dal primo ministro israeliano Menachem Begin e dal presidente statunitense Jimmy Carter nei giardini della Casa Bianca, non ha mai mostrato segni di cedimento. “Il Medio Oriente è sempre più instabile e la pace con l’Egitto rappresenta per Israele una grande risorsa. Una risorsa che va protetta”, osserva il ricercatore.
“Israele non vuole ulteriori nemici”, sottolinea. “Le minacce che le arrivano da ogni fronte sono decisamente sufficienti, dunque decide di affidarsi alla pace garantita dagli Stati Uniti, il principale patrocinatore di questo accordo, ma con quale garanzia? Nessuna. Pertanto, io credo che l’attuale accordo tra Israele ed Egitto vada messo in discussione a favore di un nuovo accordo, meno ambiguo, che confermi il sodalizio tra i due Stati”.
L’immagine sembra schiarirsi, ma una domanda rimane irrisolta: perché l’esercito egiziano ha bisogno di tante armi? Contro chi deve (o vuole) combattere? “Non contro Israele, mi auguro”, risponde Guzansky. “Alcuni ricercatori esperti sostengono che queste armi siano in realtà destinate al rafforzamento dell’immagine dell’esercito egiziano, e nulla di più”. In altre parole, le armi in questione non sono necessariamente destinate a fronteggiare una minaccia militare specifica, ma a mantenere solamente la propria posizione di potere.
“Nonostante l’Egitto non abbia dei nemici dichiarati, vi sono comunque alcune minacce che il paese deve affrontare”, afferma Guzansky. “C’è instabilità in Libia, ci sono gli etiopi che si ribellano all’attuale gestione delle risorse idriche, c’è la Turchia che sta rafforzando la sua presenza nel Mediterraneo. Ecco, forse dal punto di vista israeliano è difficile capirlo, ma è possibile che secondo la percezione egiziana  le armi americane servano a mantenere il loro status nella regione e rispondere ad eventuali guerre future”.
Come dice il proverbio: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. In un Medio Oriente che cambia a vista d’occhio, è certamente il caso che Israele tenga d’occhio anche l’allarmante fenomeno che vede coinvolto un paese amico. Amico, almeno per ora.

(Bet Magazine Mosaico, 30 dicembre 2024)

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Diario minimo (di un conflitto). Demografia milionaria

di Luciano Assin

Sta avvenendo un po' in sordina, vista la difficile situazione che sta affrontando il paese, ma il dato in questione è sicuramente uno dei pochi punti di luce dal 7 ottobre in poi. Israele ha oltrepassato l’asticella dei 10 milioni di abitanti, attualmente lo Stato ebraico ha più abitanti della Svizzera, l’Austria, l’Ungheria e la Bielorussia, diventando così un paese di medie dimensioni rispetto alla media europea. I numeri sono impressionanti, soprattutto se parliamo di un paese con uno stile di vita occidentale: dagli 872mila abitanti che aveva il paese nel 1948, anno della sua fondazione, Israele è cresciuto di milione in milione mediamente ogni 9 anni, dal 2006 la media si è accorciata ed ogni 5-6 anni il paese aggiunge un’altra tacca.
E non è soltanto una questione legata al settore religioso, che tradizionalmente fa più figli, come si potrebbe pensare a prima vista. Anche a Tel Aviv, città laica ed edonista per eccellenza, gli israeliani ci danno dentro e sfornano in media più di 2 figli per donna. Un altro dato notevole è la drastica diminuzione di natalità nel settore arabo, 2,91 per donna, praticamente la metà rispetto a 50 anni fa.
Al di là dei numeri questi dati forniscono una fotografia abbastanza fedele di quello che Israele prima della guerra: un paese ottimista, pieno di voglia di vivere e di energie positive con rosee prospettive per il suo futuro.
La guerra in corso ha sicuramente rimescolato le carte cambiando le priorità politiche e quotidiane, ma non penso che possa influenzare in maniera drastica la voglia di vivere degli israeliani e di conseguenza lo sviluppo demografico del paese.
La grossa sfida riguardo allo sviluppo demografico riguarda invece la gestione del territorio: il 40 percento della popolazione è concentrata a Tel Aviv e dintorni. La “collina della primavera” ha una densità di 8.673 abitanti per kmq, mille in più di quanto ne abbia Milano tanto per intenderci, e questo dato trasforma tutto il centro nevralgico del paese in una zona con un traffico perennemente congestionato sempre sull’orlo del collasso.
Il sogno visionario di Ben Gurion di far rifiorire il deserto si è avverato solo in parte, ed il deserto del Negev, che corrisponde ad oltre del 50% del paese dovrà obbligatoriamente diventare la nuova frontiera dove indirizzare le energie economiche e le risorse umane necessarie.
Come ho scritto in apertura, la notizia in questione è in definitiva un piccolo barlume di luce, ma visto che siamo nel bel mezzo della festività ebraica di Hannukà il seguente brano di una delle più popolari canzoni della “festa delle luci” è più che mai appropriato: “ognuno di noi è una piccola fiammella, ma tutti insieme siamo una grande luce”.
Bringthemhomenow. Mentre scrivo queste righe 100 ostaggi sono ancora in mano ai nazi islamisti di Hamas. Secondo le fonti israeliane circa la metà sono già morti. Tutto questo senza che la Croce Rossa Internazionale abbia avuto la possibilità di controllarne la loro situazione di salute in barba a qualsiasi regola umanitaria. Né Ginevra né le varie ONG umanitarie hanno avuto il coraggio etico e morale di ammettere la loro negligenza. Anche il fallimentare governo israeliano è complice di questa situazione.Ogni giorno che passa senza la loro liberazione è un giorno di troppo e la loro crudele ed inutile prigionia dovrebbe pesare sulla coscienza di ognuno di noi. 

(Bet Magazine Mosaico, 30 dicembre 2024)

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Nemico giurato di Israele

di David Elber

Ieri si è spento alla veneranda età di 100 anni l’ex presidente americano Jimmy Carter. Indubbiamente la sua fama – che gli è valsa anche un premio Nobel per la pace – è legata al trattato di pace che mediò tra Israele e l’Egitto di Sadat. Questo fu il primo accordo tra uno Stato arabo e lo Stato ebraico.
  Un risultato senza dubbi epocale che aprì la porta al trattato di pace con la Giordania, agli accordi di Oslo e ai più recenti accordi di Abramo. Tuttavia, se si analizzano più da vicino questi “accordi di pace” ci si accorge che hanno un unico filo comune: Israele è sempre stato l’unico soggetto ad avere fatto delle concessioni alla controparte di turno per arrivare all’accordo, nonostante sia sempre stato aggredito e vincente sul campo di battaglia. Unico caso al mondo. Questa prassi politica venne inaugurata da Jimmy Carter.
  A Camp David, nel 1978, fin dalla prime battute degli incontri bilaterali e trilaterali tra il premier israeliano Begin, il presidente egiziano Sadat e il presidente americano Carter, fu evidente che la posizione di Israele risultava essere di debolezza e ogni sua richiesta veniva vista dal presidente americano come una posizione “intransigente”. Ogni punto di maggior attrito e difficoltà veniva gestito da Carter, non come mediatore super partes, ma assecondando le posizioni egiziane come se fosse stato Israele ad aggredire l’Egitto e ad avere perso la guerra. In pratica, Israele, il vincitore delle guerre nonché l’aggredito dovette fare tutta una serie di concessioni territoriali e politiche, cosa che normalmente è richiesto allo sconfitto, in cambio del suo mero riconoscimento e di una pace di fatto imposta. Gli egiziani avevano anche chiesto delle riparazioni per danni di guerra, per una guerra che loro stessi avevano causato. Almeno su questo punto gli americani si opposero, fu l’unico risultato tangibile ottenuto da Begin. Da allora questa politica è diventata una costante: ad Israele venne affibbiato il ruolo del soggetto che nelle diverse trattative doveva cedere qualcosa in cambio di nulla. Oltre a questo, l’Amministrazione Carter si mise in luce per essere stata quella che inventò il mito degli “insediamenti che violano il diritto internazionale”. Tale tesi fu confezionata per il presidente Carter dal giurista Herbert Hansell e applicata unicamente a Israele e a nessun altro Stato del mondo. https://www.linformale.eu/allorigine-del-mito-dei-territori-occupati/Va, inoltre, ricordato che Carter fu il primo presidente USA che utilizzò il Consiglio di Sicurezza come strumento politico per delegittimare Israele con una serie di risoluzioni di forte condanna dello Stato ebraico.
  Il vistoso successo politico ottenuto non consentì a Carter di essere rieletto nel 1980. La presa di potere in Iran, nel 1979, da parte di Khomeini e la susseguente cattura degli ostaggi americani e la debolissima risposta dell’amministrazione americana fu fatale per la sua rielezione.
  La politica conciliatoria di Carter inaugurò la stagione “dell’appeasement” nei confronti dei peggiori dittatori del Medio Oriente, ereditata poi soprattutto dalle amministrazioni democratiche. Nel solco di questa politica si è mosso Barack Obama prima e Joe Biden successivamente.
  L’acredine di Carter nei confronti di Israele non è cessata con il suo ritiro dalla politica attiva. Anzi, nel corso dei decenni è aumentata fino a diventare un’autentica ossessione. L’acme lo raggiunse con la pubblicazione del suo libro “Palestine: Peace not Apartheid”, un coacervo di falsità, errori grossolani e infamanti calunnie rivolte allo Stato ebraico. Un autentico libello del sangue che ha inaugurato, assieme alla Conferenza di Durban del 2001, una furibonda delegittimazione di Israele la quale ha lastricato la strada per tutto l’insieme di accuse che formano oggi la sua demonizzazione.

(L'informale, 30 dicembre 2024)
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A integrazione di questa presentazione di Jimmy Carter, ripresentiamo in altra forma grafica un articolo di "Notizie su Israele" del 16 dicembre 2003.

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Il giorno in cui Jimmy Carter fu messo a tacere

Il testo che segue è il commovente resoconto, fatto da un testimone oculare, di un incontro avvenuto nel 1977 alla Casa Bianca tra Menachem Begin e Jimmy Carter. L’autore, Yehuda Avner, è stato ambasciatore di Israele nel Regno Unito e consigliere di quattro primi ministri israeliani, tra cui Menachem Begin. L'articolo è apparso la prima volta nel settembre scorso [2003] sul "Jerusalem Post", e nella presentazione che abbiamo letto su un altro sito si dice: “Come tutti i ministri israeliani da Ben Gurion a Shamir, e contrariamente a quelli che sono venuti dopo, Menachem Begin aveva fede, visione strategica, spina dorsale di fronte alle pressioni, e una politica ispirata a principi di lungo respiro invece che una tattica guidata da immediate e gratificanti convenienze". NsI

di Yehuda Avner

Jimmy Carter, il coltivatore di noccioline, dirigeva in modo austero la Casa Bianca. Coerente con le sue radicate convinzioni calviniste, si era immedesimato nel ruolo di cittadino-presidente. Aveva abolito il Saluto al Presidente, ridotto nettamente il budget per i ricevimenti, venduto lo yacht presidenziale, sfoltito la flotta di limousine, e, in generale, teneva lontano dal suo palazzo ogni tipo di frivolezze e pretenziosità. Si portava sempre da solo la borsa.
    Così, quando nel luglio 1977 accolse alla Casa Bianca il Primo Ministro Menachem Begin con una vistosa, regale cerimonia, con 19 colpi a salve di saluto, una sfilata di tutte le forze armate e una coreografica parata di pifferi della “Army Old Guard Fife” e di tamburi dei “Drum Corps” nella livrea bianca dell’Esercito Rivoluzionario, i media si chiesero a ragione se questa gentilezza era oro puro o semplice adulazione. L’ambasciatore americano Samuel Lewis pensava che ci fosse un po’ di entrambe le cose: “Il presidente è convinto che da Begin si otterrà qualcosa di più con il miele che con l’aceto”, disse.
    I colloqui infatti ebbero un discreto avvio. I due leader e i loro consiglieri si scambiarono i punti di vista su questioni cruciali come la pace israelo-araba, l’illegittima azione sovietica nel Corno d’Africa, la minaccia dell’OLP nel sud del Libano.
    Poi ci fu la pausa. Il presidente e il premier sorseggiavano il caffè in silenzio, studiandosi a vicenda come per tacito consenso, in preparazione di quello che sarebbe avvenuto dopo.
    E quello che avvenne dopo fu una presentazione estremamente dettagliata del credo del Likud sui diritti inalienabili del popolo ebraico su Eretz Israel.
    Essendo quello il primo summit tra un premier del Likud e un presidente americano, Menachem Begin era deciso a far sì che Jimmy Carter ascoltasse con le sue orecchie la voce di quello che lui rappresentava. Il Segretario di Stato, Cyrus Vance, una persona di solito molto tranquilla, cominciò ad agitarsi un po’ quando sentì dire che Israele non avrebbe rinunciato né alla Giudea, né alla Samaria, né alla striscia di Gaza. Obiettò che questo avrebbe vanificato tutti i piani di pace per la conferenza di Ginevra. E anche il presidente pensava la stessa cosa.
    Carter indossò la maschera dell’educazione e rimase immobile ad osservare i suoi appunti scritti in ordinata calligrafia, vincolato alla sua responsabilità di inquilino della Casa Bianca. Ma dalle sue mascelle serrate si poteva capire che tratteneva l’irritazione. Nel suo acuto accento georgiano dopo poco disse: “Signor Primo Ministro, la mia impressione è che la sua insistenza sui vostri diritti in Cisgiordania e a Gaza potrebbe essere interpretata come un indizio di mala fede. Potrebbe essere un’evidente manifestazione della vostra volontà di rendere permanente l’occupazione militare di quelle aree. Questo farebbe cadere ogni speranza di trattative. Sarebbe incompatibile con le mie responsabilità di Presidente degli Stati Uniti se non glielo dicessi nel modo più chiaro e schietto possibile. Signor Begin,” gridò con un’esasperazione che accendeva i suoi azzurri occhi di ghiaccio, “non ci può essere nessuna occupazione militare permanente di quei territori conquistati con la forza.”
    Noi funzionari israeliani, seduti attorno alla tavola delle conferenze nella Sala del Consiglio dove si teneva la riunione, ci scambiavamo sguardi con la coda dell’occhio. Ma Begin si era ben preparato a quell’incontro con il Presidente del post-Watergate e del rinnovamento morale: Carter, il predicatore con tendenza all’autogiustizia.
    Si appoggiò allo schienale, e con occhi ingannevolmente miti alzò lo sguardo sopra il capo del Presidente, fissando l’antico lampadario di bronzo che pendeva sulla grande tavola di quercia. Non stava per perdere le staffe. Sapeva che lui e il Presidente si muovevano su traiettorie differenti, e che il confronto sull’insediamento nella biblica Terra Promessa era senza sbocchi. Carter era un osso duro, come lui. Non si sarebbe piegato.
    Tuttavia, doveva fare qualcosa per persuadere quell’uomo pronto a giudicare, che pensava di avere il compito di raddrizzare le cose, quell’energico decisionista con la mente empirica di un ingegnere. Doveva cercare di convincerlo che lui voleva veramente e onestamente la pace, e che i territori non erano soltanto una questione di diritti storici, ma anche di sicurezza vitale.
    Così, quando tornò a posare lo sguardo su Carter il suo atteggiamento era grave e deciso.
    “Signor Presidente,” disse, “voglio dirle qualcosa di personale, non su di me, ma sulla mia generazione. Quello che lei ha udito poco fa riguardo ai diritti del popolo ebraico sulla Terra di Israele, a lei può sembrare accademico, teorico, perfino discutibile. Ma non alla mia generazione. Per la mia generazione di Ebrei, questi legami eterni sono verità irrefutabili e incontrovertibili, antiche come il tempo che è trascorso. Essi toccano il cuore stesso della nostra identità nazionale, perché noi siamo un’antica nazione che torna a casa. La nostra è come una generazione biblica di sofferenze e coraggio. Siamo la generazione della Distruzione e della Redenzione. Siamo la generazione che si è risollevata dall’abisso senza fondo dell’inferno.”
    La sua voce era magnetica, il suo tono profondo e pensoso, come se attingesse a generazioni di ricordi. L’ardore di quel linguaggio provocò l’intensa attenzione di tutta la tavola.
    “Eravamo un popolo senza speranza, signor Presidente. Siamo stati dissanguati, non una o due volte, ma per secoli e secoli, sempre di nuovo. Abbiamo perso un terzo del nostro popolo in una generazione: la mia. Un milione e mezzo di loro erano bambini: i nostri. Nessuno è venuto in nostro soccorso. Abbiamo sofferto e siamo morti da soli. Non abbiamo potuto fare niente. Ma adesso possiamo. Adesso possiamo difendere noi stessi.”
    Improvvisamente si alzò in piedi, con la faccia dura come l’acciaio.
    “Ho una carta,” disse con decisione. Un assistente aprì bruscamente una carta di un metro per due tra i due uomini. “Non c’è niente di speciale da dire su questa carta,” continuò Begin. “E’ una normale carta del nostro paese, che mostra la vecchia linea di armistizio che esisteva fino alla Guerra dei Sei Giorni, la cosiddetta Linea Verde.” Fece correre il dito lungo la vecchia frontiera che arrivava serpeggiando fino al centro del paese. “Come vede, i nostri cartografi militari hanno semplicemente indicato l’infinitesima misura di profondità difensiva che abbiamo avuto in questa guerra.”
    Si appoggiò sulla tavola e indicò la zona montagnosa colorata in marrone scuro che copriva il settore nord della carta. “I Siriani occupavano la cima di questi monti, signor Presidente. E noi eravamo in basso.” Il suo dito indicò le alture del Golan e si fermò poi sulla stretta striscia verde di sotto. “Questa è la valle di Hula. E’ larga appena 10 miglia. Dalla cima di queste montagne loro cannoneggiavano le nostre città e i nostri villaggi, giorno e notte.”
    Carter osservava, con la mano sotto il mento. L’indice del Primo Ministro si mosse verso sud, in direzione di Haifa. “La linea dell’armistizio è distante appena 20 miglia dalla nostra più grande città portuale”, disse. Poi arrivò a Netanya: “Qui il nostro paese si riduce ad un'esigua cintura larga meno di 10 miglia.”
    Il Presidente annuì. “Capisco,” disse.
    Begin però non era sicuro che lui capisse. Il suo dito tremava e la sua voce rimbombava: “Nove miglia, signor Presidente. Inconcepibile! Indifendibile!”
    Carter non fece alcun commento.
    Il dito di Begin si posò poi su Tel Aviv e cominciò a martellare la carta: “Qui vivono milioni di Ebrei, 12 miglia da un’indifendibile linea di armistizio. E qui, tra Haifa al nord e Ashkelon al sud” - il suo indice andava su e giù lungo la pianura costiera - “vivono i due terzi di tutta la nostra popolazione. E questa pianura costiera è così stretta che un’incursione di una colonna di carri armati potrebbe dividere in due il paese in pochi minuti. Perché chi tiene queste montagne” - e il suo dito picchiava sulle colline di Giudea e Samaria - “tiene in pugno la vena giugulare di Israele.”
    I suoi occhi scuri e attenti percorsero le facce impietrite dei potenti uomini che sedevano davanti a lui, e con la convinzione di uno che aveva dovuto lottare per ogni cosa che aveva ottenuto, dichiarò seccamente: “Signori, da queste linee non si torna indietro. Con un vicinato così crudele e spietato come il nostro, nessuna nazione può rendersi così vulnerabile e sopravvivere.”
    Carter si piegò in avanti per ispezionare meglio la carta, ma continuò a non dire niente. I suoi occhi erano indecifrabili come l’acqua.
    “Signor Presidente,” continuò Begin in un tono che non ammetteva repliche, “questa è la carta della nostra sicurezza nazionale, e uso questo termine senza enfasi e nel senso più letterale. E’ la carta della nostra sopravvivenza. La differenza tra il passato e il presente sta proprio qui: sopravvivenza. Oggi gli uomini del nostro popolo possono difendere le loro donne e i loro bambini. Nel passato non hanno potuto. Infatti, hanno dovuto consegnarli ai loro carnefici nazisti. Siamo stati terziati, signor Presidente.”
    Jimmy Carter alzò la testa: “Che significa questa parola, signor Primo Ministro?”
    “Terziati, non decimati. L’origine della parola ‘decimazione’ è uno su dieci. Quando una legione romana si rendeva colpevole di insubordinazione, uno su dieci veniva passato a fil di spada. Nel nostro caso è stato uno su tre: terziati!”
    Poi, con occhi umidi e voce risoluta, ostinata, pesando ogni parola, dichiarò: “Signori, io faccio un giuramento davanti a voi nel nome del Popolo Ebraico: QUESTO NON SUCCEDERÀ MAI PIÙ!” E si lasciò cadere sulla sedia.
    Strinse le labbra che cominciavano a tremare. Fissò la carta, lottando per trattenere le lacrime. Serrò i pugni e li premette così forte contro la tavola che le sue nocche diventarono bianche. Rimase lì, a capo chino, col cuore rotto, dignitoso.
    Un silenzio di tomba si fece nella sala. Afferrato dalla sua personale memoria dell’infernale Shoà, Begin guardava oltre Jimmy Carter, con uno strano riserbo negli occhi. Era come se il suo sguardo penetrasse quel ‘nato di nuovo’, quel Presidente battista del sud, partendo dall’interno di sé stesso, da quel profondo, intimo luogo ebraico di infinito lamento e eterna fede: un luogo di lunga, lunga memoria. Lì si era rifugiato, in compagnia di Mosè e dei Maccabei.
    Il Presidente Carter abbassò la testa e rimase in un atteggiamento di rispettoso, gelido silenzio. Gli altri guardavano altrove. Improvvisamente si fece udire il ticchettio dell’antico orologio sulla mensola di marmo del cammino. Un’eternità sembrava che passasse tra un tic e l’altro. Il silenzio pesava. Come un colpo di fulmine era arrivata la notizia della determinazione nazionale a non tornare mai più indietro da quelle linee.
    Gradualmente, con movimenti lenti il Primo Ministro si drizzò in tutta la sua altezza e la stanza riprese vita. Delicatamente Carter suggerì di fare una pausa, ma Begin disse che non era necessario. Aveva fatto il suo dovere.

(Jerusalem Post, 12 settembre 2003, con autorizzazione - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Abbiamo bisogno di furfanti politici, non di pappemolli

Vorrei innanzitutto chiarire una cosa: non idolatro i leader politici! Per una semplice ragione: sono persone come voi e me.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Nemmeno nella Bibbia Dio fa la storia esclusivamente con i santi - usa persone normali che hanno lati buoni e cattivi. Dio fa la storia con un popolo santo, come è detto: “Tu (Israele) sei un popolo santo per il tuo Dio, e il Signore ti ha scelto per essere il suo popolo tra tutti i popoli che sono sulla terra” (Deuteronomio 14).
Questo popolo oggi vive e lotta per sopravvivere nella sua patria. I suoi leader non sono persone perfette. Il Dio di Israele è santo. Ci sta davanti un periodo emozionante, in cui ci si aspetta molto da due leader dominanti ma anche controversi: Benjamin Netanyahu e il rieletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Se avessimo potuto votare alle elezioni americane, io e i miei tre figli avremmo - non spaventatevi - votato per Donald Trump. Perché? Ci sono ragioni molto pragmatiche dal punto di vista israeliano. Ne abbiamo discusso molto a casa. E sì, siamo ben consapevoli dei suoi aspetti negativi; non per niente ha dovuto subire molte critiche da parte dei media. Eppure noi, come la maggioranza del Paese, voteremmo per Trump. Perché viviamo in un mondo folle, dove per fare la differenza servono furfanti politici, non politici fifoni.
Anche il re Davide era un imbroglione politico dal punto di vista umano, ma era anche un uomo di Dio. Ora possiamo chiederci se tutto questo combacia. E se si applica anche ai nostri tempi. E questo è sempre un punto in cui si può cadere in trappola. Da un lato, si vedono i propri idoli politici - Netanyahu o Trump - come “uomini di Dio” che l'Onnipotente ha nominato al momento giusto. Ma allo stesso tempo si fa fatica a giustificare il loro comportamento. Entrambi sono accusati di molte cose che non sono giuste agli occhi di Dio. Ci sono due modi per risolvere la questione: O le accuse sono semplicemente false calunnie degli avversari politici o si accettano i politici così come sono. Personalmente, posso convivere con i loro difetti caratteriali e allo stesso tempo supporre che entrambi siano usati da Dio in nostra presenza e svolgano un incarico.
Per alcuni, Bibi è l'“unto di Dio”, un moderno Messia o Re Davide, un eroe senza rivali tra il popolo. Questa percezione non è diffusa solo in Israele, ma anche all'estero. In particolare tra gli evangelici negli Stati Uniti, Netanyahu è celebrato come un messaggero divino in terra. È vero che Bibi ha fatto molto per lo Stato di Israele, il che è innegabile. Ma questa fervente adorazione provoca naturalmente fastidio tra i suoi oppositori, che non sopportano il fatto che Bibi sia idealizzato come un messia o un messaggero divino nonostante i suoi intrighi politici e le sue decisioni controverse. Lo stesso vale per Donald Trump, e per questo motivo i suoi oppositori cercano il marcio sotto ogni tappeto. E lo stanno trovando. In qualità di caporedattore, scrivo di questo e parlo anche del lato controverso. Bisogna guardare a entrambi i lati. Non si tratta di disprezzo, ma di normale critica. Le figure chiave della Bibbia non sono forse criticate allo stesso modo?
Nel mezzo del selvaggio Oriente, circondato da nazioni arabe, ci vuole un mix speciale di astuzia strategica e azione decisiva per salvare il popolo dalla sconfitta. Qui il vento soffia semplicemente in modo diverso! In questo contesto, anche termini come “truffatore” e “messia” si fondono nella figura di Netanyahu. Gli unti erano i salvatori politici del loro tempo e spesso anche abili tattici o addirittura “truffatori”: menti astute e intelligenti che spesso avevano difetti caratteriali. In questo senso, Netanyahu, ma anche Trump in un certo senso, è un'incarnazione moderna di questa miscela storica di salvatore e intrigante - da una prospettiva israeliana.

(Israel Heute, 30 dicembre 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Se l’autore voleva dimostrare che nella Bibbia Dio usa anche personaggi moralmente discutibili al fine di tirar fuori il suo popolo dai guai in cui così facilmente si caccia, poteva ricorrere a un esempio insuperabile: Sansone. E’ un personaggio a cui si dà poca attenzione, eppure la Bibbia vi dedica ben quattro capitoli (Giudici 14-17). Che sia stato uno strumento di Dio, è fuor di dubbio, ma molto di più: è stato prescelto da Dio prima ancora della sua nascita.  Non si conosce il nome di sua madre, si sa soltanto che era la moglie di un certo Manoha della tribù di Dan, ed era sterile, come le matriarche Sara, Rebecca e Rachele. Anche a questa anonima donna di Dan fu annunciata una nascita prodigiosa: L’angelo dell'Eterno apparve a questa donna, e le disse: “Ecco, tu sei sterile e non hai figli; ma concepirai e partorirai un figlio … e sarà lui che comincerà a liberare Israele dalle mani dei Filistei” (Giudici 14:3,5). Quest’uomo prodigiosamente venuto al mondo, di cui la Bibbia dice che fu “giudice d’Israele” per venti anni, fu tutt’altro che un uomo moralmente irreprensibile. Pur facendo parte del santo popolo di Dio, andò a cercarsi un’impura prostituta a Gaza, provocando una tale quantità di guai da far sì che alla fine “l’Eterno si ritirò da lui”. Fu di sicuro un furfante, e purtroppo non un fine politico. Ma tuttavia Dio lo usò per “cominciare a liberare Israele” dalle mani dei suoi nemici. M.C.

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Bova Marina – Luce nell’antica sinagoga

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I resti della sinagoga di Bova Marina (RC), risalente al quarto secolo, ricordano l’antica storia e retaggio dell’ebraismo calabrese. La luce di Chanukkah è arrivata ieri anche in questi spazi, grazie a una iniziativa organizzata dal referente di sezione Roque Pugliese con il patrocinio tra gli altri di Ucei e Comunità ebraica di Napoli. Numerose le autorità istituzionali e religiose presenti. «L’Unione delle Comunità Ebraiche italiane è presente in Calabria con la Sezione di Palmi della Comunità ebraica di Napoli e grazie allo sforzo e alla passione di pochi fa rivivere una tradizione antica che non si è mai persa, ma è stata sradicata secoli or sono», ha dichiarato in un messaggio il vicepresidente Ucei Giulio Disegni, parlando della sinagoga di Bova Marina come di «un esempio di continuità e di consapevolezza di una diversità che è ricchezza e parte integrante di una società civile degna di questo nome». Secondo Disegni, inoltre, «il calore delle fiammelle unito al ricordo di quanto successo ai tempi dei Maccabei è un invito a stare insieme, a dialogare e a confrontarci, specie in un momento in cui sono stravolti certi valori e in cui è dilagante in tutto il mondo un’ondata di antisemitismo e di odio cui da tempo non si assisteva».

• L’accensione a Manduria
   La luce di Chanukkah è passata anche dalla cittadina di Manduria, in provincia di Taranto, dove varie persone si sono raccolte attorno a un candelabro in un’abitazione privata. Israeliani, francesi, uno svedese. Per Disegni, «è matura l’idea di dar vita a una sezione in Puglia, nell’area Taranto-Manduria».

(moked, 30 dicembre 2024)

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I sopravvissuti alla Shoah accendono la chanukkià davanti al Muro del Pianto

di Michelle Zarfati

Cento sopravvissuti alla Shoah hanno partecipato ad una toccante cerimonia di accensione delle candele di Chanukkà davanti al Muro Occidentale, a Gerusalemme. Lo ha condiviso la Claims Conference.
  Organizzato in collaborazione con la Western Hall Heritage Foundation, l’evento simboleggia speranza e resilienza durante un periodo di crescente antisemitismo globale.
  Tra i partecipanti presenti Greg Schneider, vicepresidente esecutivo della Claims Conference, il rabbino Shmuel Rabinovitch, il ministro dei Trasporti israeliano Miri Regev, il sindaco di Gerusalemme Moshe Leon e Ziona Koenig-Yair, vicepresidente dell’ufficio israeliano della Claims Conference. La cerimonia di quest’anno si è concentrata su “l’unione e la speranza”, riflettendo le conseguenze dell’attacco terroristico del 7 ottobre da parte di Hamas.
  Durante l’evento la sopravvissuta alla Shoah Miriam Greiber ha sottolineato la necessità di un’educazione continua alla Shoah e di una vigilanza sempre più urgente contro l’odio antiebraico. “L’antisemitismo persiste in diverse forme, a volte prendendo di mira gli ebrei e a volte gli israeliani. Il nostro dovere come sopravvissuti è condividere le nostre storie e educare le generazioni future, assicurando che le lezioni del passato non siano mai dimenticate”.
  “Accendere le candele di Chanukkà in questo luogo sacro con voi, sopravvissuti alla Shoah, ci ricorda a tutti la resilienza duratura del popolo ebraico. La vostra presenza qui è una testimonianza del trionfo della luce sull’oscurità e un’ispirazione per le generazioni a venire” ha detto Koenig-Yair.
  “I sopravvissuti alla Shoah sono una luce per il mondo, che brillano di speranza. Questi eroi, che hanno sopportato il peggio che il mondo poteva imporre loro, non solo sono sopravvissuti, ma hanno continuato a ricostruire le loro vite e a mostrare all’umanità il significato di forza e coraggio” ha detto Greg Schneider. “Il loro lavoro e il loro impegno per l’umanità ci ispirano e ci ricordano che la speranza è la luce che ci porta tutti fuori dall’oscurità. Per questo, li onoriamo oggi con questa celebrazione speciale e ogni giorno con la nostra gratitudine e adorazione”.
  La cerimonia fa parte della International Holocaust Survivors Night, un evento globale che ogni anno unisce sopravvissuti alla Shoah in 12 paesi. Nel programma sono stati presentati messaggi di personaggi importanti come Barbra Streisand, Arnold Schwarzenegger, Debra Messing e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Una registrazione dell’evento sarà disponibile sul sito web della Claims Conference.
  La Claims Conference lavora per garantire un risarcimento materiale per i sopravvissuti alla Shoah in tutto il mondo. Dal suo inizio nel 1952, ha negoziato oltre 90 miliardi di dollari di indennità da parte del governo tedesco. Nel 2024, l’organizzazione ha distribuito più di 535 milioni di dollari in compensazione diretta a oltre 200.000 sopravvissuti e ha assegnato 888 milioni di dollari in sovvenzioni alle agenzie di servizi sociali che forniscono cure essenziali ai sopravvissuti che he hanno bisogno.

(Shalom, 29 dicembre 2024)

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La funzione della Torah

di Marcello Cicchese

DEUTERONOMIO, cap. 31
  1. L'Eterno disse a Mosè: “Ecco, il giorno della tua morte si avvicina; chiama Giosuè, e presentatevi nella tenda di convegno perché io gli dia i miei ordini”. Mosè e Giosuè dunque andarono e si presentarono nella tenda di convegno.
  2. L'Eterno apparve, nella tenda, in una colonna di nuvola; e la colonna di nuvola si fermò all'ingresso della tenda.
  3. E l'Eterno disse a Mosè: “Ecco, tu stai per addormentarti con i tuoi padri; e questo popolo si alzerà e si prostituirà, andando dietro agli dèi stranieri del paese nel quale va a stare; e mi abbandonerà e violerà il mio patto che io ho stabilito con lui.
  4. In quel giorno, l'ira mia si infiammerà contro di lui; e io li abbandonerò, nasconderò loro la mia faccia e saranno divorati, e cadranno loro addosso molti mali e molte angosce; perciò in quel giorno diranno: 'Questi mali non ci sono forse caduti addosso perché il nostro Dio non è in mezzo a noi?'.
  5. E io, in quel giorno, nasconderò del tutto la mia faccia a causa di tutto il male che avranno fatto, rivolgendosi ad altri dèi.
  6. Scrivetevi dunque questo cantico, e insegnatelo ai figli d'Israele; mettetelo loro in bocca, affinché questo cantico mi serva di testimonianza contro i figli d'Israele.
  7. Quando li avrò introdotti nel paese che promisi ai loro padri con giuramento, paese dove scorre il latte e il miele, ed essi avranno mangiato, si saranno saziati e ingrassati, e si saranno rivolti ad altri dèi per servirli, e avranno disprezzato me e violato il mio patto,
  8. e quando molti mali e molte angosce gli saranno piombati addosso, allora questo cantico alzerà la sua voce contro di loro, come una testimonianza; poiché esso non sarà dimenticato, e rimarrà sulle labbra dei loro posteri; poiché io conosco quali siano i pensieri che essi concepiscono, anche ora, prima che io li abbia introdotti nel paese che giurai di dare loro”.
  9. Così Mosè scrisse quel giorno questo cantico e lo insegnò ai figli d'Israele.
  10. Poi l'Eterno diede i suoi ordini a Giosuè, figlio di Nun, e gli disse: “Sii forte e coraggioso, poiché tu sei colui che introdurrà i figli d'Israele nel paese che giurai di dare loro; e io sarò con te”.
  11. E quando Mosè ebbe finito di scrivere in un libro tutte quante le parole di questa legge,
  12. diede quest'ordine ai Leviti che portavano l'arca del patto dell'Eterno:
  13. “Prendete questo libro della legge e mettetelo accanto all'arca del patto dell'Eterno, che è il vostro Dio; e là rimanga come testimonianza contro di te;
  14. perché io conosco il tuo spirito ribelle e la durezza del tuo collo. Ecco, oggi, mentre sono ancora vivente tra voi, siete stati ribelli contro l'Eterno; quanto più lo sarete dopo la mia morte!
  15. Radunate presso di me tutti gli anziani delle vostre tribù e i vostri ufficiali; io farò udire loro queste parole e prenderò come testimoni contro di loro il cielo e la terra.
  16. Poiché io so che, dopo la mia morte, voi certamente vi corromperete e lascerete la via che vi ho prescritto; e nei giorni che verranno la sventura vi colpirà, perché avrete fatto ciò che è male agli occhi dell'Eterno, provocandolo a indignazione con l'opera delle vostre mani”.
  17. Mosè dunque pronunciò dal principio alla fine le parole di un cantico, in presenza di tutta la comunità d'Israele.
Mosè sta per lasciare questo mondo e si preoccupa di portare a termine il compito affidatogli da Dio. Parla al popolo e a Giosuè, riuniti davanti a lui, invitandoli a non temere, perché Dio cammina davanti a loro e "non li lascerà e non li abbandonerà" (Deuteronomio 31:8). Essi quindi entreranno nel paese e ne prenderanno possesso. Fin qui non c'è alcun dubbio.
Poi scrive il libro della legge e lo consegna ai leviti e agli anziani d'Israele con l'ordine di leggerlo al popolo ogni sette anni, durante la festa delle capanne.
Dopo di che l'Eterno si rivolge direttamente a Mosè e gli dice di presentarsi a lui nella tenda di convegno, insieme a Giosuè. I due vanno e "l'Eterno apparve nella tenda, in una colonna di nuvola"; e "la colonna di nuvola si fermò all'ingresso della tenda", come per impedire che altri si avvicinassero.
Mosè, che aveva incoraggiato il popolo con le sue parole, in quella tenda ode parole che per lui non sono davvero incoraggianti: "Questo popolo ... si prostituirà ... e mi abbandonerà... e io li abbandonerò, nasconderò loro la mia faccia", comunica il Signore. E continua dicendo che a loro cadranno addosso tanti di quei mali che li spingeranno a chiedersi:
    "Questi mali non ci sono forse caduti addosso perché il nostro Dio non è in mezzo a noi?" (Deuteronomio 31:17).
Ed è proprio così. Non si tratta di inadempienza di severe regole di comportamento, ma di un rapporto d'amore che si è infranto. "Questo popolo mi abbandonerà... io li abbandonerò..." e la gravità della situazione è espressa da una sola frase: "il nostro Dio non è in mezzo a noi".
Nell'originario patto stabilito al Sinai, il Signore aveva un meraviglioso progetto d'amore con il suo popolo:
    "... all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, io v'incontrerò.... E dimorerò in mezzo ai figli d'Israele e sarò loro Dio" (Esodo 29:42,45).
Dopo il fattaccio del vitello d'oro, il Signore aveva deciso di rompere tutto e sterminare il popolo, ma Mosè riuscì a farlo desistere. Tuttavia, il Signore, non essendo più vincolato da un patto ormai violato, aveva deciso di non mantenere più la promessa di "dimorare in mezzo ai figli di Israele"; e così, attraverso Mosè fece sapere al popolo: "... io non salirò in mezzo a te, perché sei un popolo di collo duro" (Esodo 33:3). Ancora una volta Mosè riuscì ad evitare che questo avvenisse e il Signore acconsentì a dimorare in mezzo al popolo nel santuario che in seguito sarebbe stato costruito.
Adesso però Mosè viene a sapere che un giorno la presenza di Dio in mezzo al popolo si interromperà. E questo si è avverato letteralmente nella storia d'Israele.
Nei capitoli 10 e 11 del libro del profeta Ezechiele si vede la "gloria dell'Eterno", quella che in seguito sarà chiamata la Shekhinah, abbandonare la "casa dell'Eterno" poco prima che il Tempio fosse distrutto dai Babilonesi. Lasciò il Tempio lentamente, in tre tappe, come se esitasse, come se fosse in attesa di un ravvedimento del popolo:
    "La gloria dell'Eterno s'alzò di sui cherubini, movendo verso la soglia della casa" (Ezechiele 10:4);
    "E la gloria dell'Eterno si partì di sulla soglia della casa, e si fermò sui cherubini. E i cherubini... si fermarono all'ingresso della porta orientale della casa dell'Eterno" (Ezechiele 10:18-19);
    "E la gloria dell'Eterno s'innalzò di mezzo alla città, e si fermò sul monte che è ad oriente della città" (Ezechiele 11:23).
Su quel monte, che è il monte degli ulivi, secondo una tradizione rabbinica la Shekhinah rimase tre anni e mezzo, poi sparì. In ogni caso, è certo che non tornò più, neanche dopo la ricostruzione del secondo Tempio.
Il suo ritorno però è già preannunciato, sempre nel libro di Ezechiele,:
    "Ed ecco, la gloria del Dio d'Israele veniva dal lato d'oriente.... E la gloria dell'Eterno entrò nella casa per la via della porta che guardava a oriente" (Ezechiele 43:2,5).
Adesso dunque a Mosè sono annunciati i guai che colpiranno il popolo perché l'Eterno cesserà di essere "in mezzo a loro". Il popolo perderà la presenza di Dio, perderà la terra, ma comunque, è vero, gli resterà la Torah. A che scopo? con quale funzione?
Mosè, che ai Leviti aveva ordinato di leggere periodicamente al popolo il libro della legge, adesso, dopo le tremende parole contro Israele udite nella tenda, aggiunge un ordine per i Leviti:
    "Prendete questo libro della legge e mettetelo accanto all'arca del patto dell'Eterno, vostro Dio; e lì rimanga come testimonio contro di te" (Deuteronomio 31:26).
Ecco dunque spiegata la funzione della Torah d'emergenza dopo la rottura del patto d'amore: essere testimone contro il popolo infedele e nello stesso tempo mantenerlo legato al suo Dio fino al compimento del predisposto progetto di redenzione. E' in questo senso che si può capire la frase di Gesù:
    "Non pensate ch'io sia venuto per abolire la legge; io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento." (Matteo 5:17).
Ma non c'è solo la legge ad essere indicata come testimone. Sulla bocca di Mosè il Signore mette un cantico, riportato nel capitolo successivo, accompagnandolo con una istruzione:
    "Scrivetevi dunque questo cantico, e insegnatelo ai figli d'Israele; mettetelo loro in bocca, affinché questo cantico mi serva di testimonio contro i figli d'Israele" (Deuteronomio 31:19).
E dopo tutte queste cose, alla fine della cerimonia di commiato, in un crescendo di indignazione Mosè chiama a testimoni anche il cielo e la terra, e conclude così quello che in altri ambienti sarebbe stato un solenne discorso di autocelebrazione del popolo che si appresta a compiere una gloriosa azione di conquista:
    "Radunate presso di me tutti gli anziani delle vostre tribù e i vostri ufficiali; io farò loro udire queste parole, e prenderò a testimoni contro di loro il cielo e la terra. Poiché io so che dopo la mia morte voi certamente vi corromperete e lascerete la via che vi ho prescritta; e la sventura v'incoglierà nei giorni a venire, perché avrete fatto ciò che è male agli occhi dell'Eterno, provocandolo a sdegno con l'opera delle vostre mani" (Deuteronomio 31:28-29).
Come si vede, dire che Israele è il popolo eletto non significa dire che è moralmente esemplare. Ma Dio lo sapeva fin dall'inizio, fin da quando decise di eleggerlo come suo popolo per i suoi scopi particolari. Qualcuno ha qualcosa da dire? Ne parli a Dio.

(da "Sta scritto")



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La guerra in Libano tra Israele e Hezbollah continua sottotraccia

di Sarah G. Frankl

Non se ne parla perché in questo periodo a fare notizia è la guerra contro gli Houthi e la situazione in Siria, ma la guerra in Libano tra Israele e Hezbollah continua, anche se sottotraccia. Ecco un breve riassunto delle ultime ore.
La 226a Brigata Paracadutisti delle IDF (146a Divisione) ha distrutto le infrastrutture e le armi di Hezbollah a Naqoura, nel Libano suD'occidentale, il 27 dicembre.
Le IDF hanno identificato e distrutto decine di depositi di armi contenenti razzi, IED, mortai e missili situati in edifici civili a Naqoura.
Hezbollah ha utilizzato questi siti per effettuare attacchi contro Israele. Le forze israeliane hanno anche localizzato e distrutto un numero imprecisato di lanciarazzi diretti verso il territorio israeliano durante un raid separato nella zona.
Le IDF hanno condotto diversi attacchi aerei il 27 dicembre prendendo di mira le infrastrutture di Hezbollah in diversi valichi di frontiera che consentono a Hezbollah di trasferire armi dalla Siria al Libano.
Il comandante dell’aeronautica militare delle IDF, il maggiore generale Tomer Bar, ha dichiarato che le IDF hanno colpito sette valichi di frontiera sul confine tra Libano e Siria che Hezbollah aveva precedentemente utilizzato per trasportare armi.
Bar ha affermato che Hezbollah sta “ancora una volta” cercando di stabilire rotte di contrabbando di armi attraverso questi valichi di frontiera. Le IDF hanno riferito di aver colpito le infrastrutture al valico di frontiera di Janta, che Hezbollah ha utilizzato per spostare armi e combattenti.
Le immagini geolocalizzate pubblicate su X (Twitter) hanno mostrato il risultato di due attacchi aerei israeliani vicino al villaggio di Qusayya, nel Libano orientale, il 27 dicembre.
Hezbollah sta affrontando molteplici priorità, tra cui la ricostruzione in Libano e la ricostituzione dell’organizzazione di Hezbollah, che potrebbe diminuire il sostegno al gruppo in alcuni ambienti.
I media con sede nel Regno Unito hanno riferito il 24 dicembre che il ritardo nel risarcimento di guerra ai non membri di Hezbollah e ai feriti nelle operazioni di Israele in Libano ha causato una crescente agitazione tra la base di sostegno di Hezbollah.
Hezbollah, che ha rapidamente ricostruito il Libano e fornito una rete di sicurezza sociale per i libanesi dopo la guerra del 2006, sta ora affrontando compiti di ricostruzione molto più difficili rispetto ad allora.
La guerra del 2006 è durata 34 giorni e ha distrutto solo aree relativamente limitate del Libano. Hezbollah ha anche subito solo 500 vittime nel 2006. La guerra del 7 ottobre in Libano è durata quasi 14 mesi, ha distrutto molti villaggi nel Libano meridionale e ha ucciso migliaia di combattenti di Hezbollah, danneggiando gravemente la struttura di comando e controllo militare del gruppo terrorista.
Un ingegnere affiliato alla società di costruzioni di Hezbollah Jihad al Bina ha dichiarato ai media di Hezbollah il 24 dicembre che il gruppo terrorista sta continuando il “restauro e la ricostruzione” degli edifici distrutti dalle operazioni di Israele in Libano. Questo processo di costruzione richiederà molto tempo e Jihad al Bina dovrà competere con le altre priorità di Hezbollah, tra cui l’acquisizione di nuove armi, la formazione di nuovi leader e la riorganizzazione dell’ala militare per finanziamenti e personale.
Un politico libanese sostenuto da Hezbollah ha affermato il 25 dicembre che Hezbollah ha ricostruito la sua leadership, le sue strutture militari e di sicurezza, ma anche se ciò fosse vero, i nuovi comandanti avranno presumibilmente bisogno di addestramento prima di poter operare allo stesso livello dei loro predecessori. Questi comandanti dovranno anche acquisire nuove armi per sostituire quelle catturate e distrutte dagli israeliani, mettendo ulteriormente a dura prova le risorse di Hezbollah.

(Rights Reporter, 28 dicembre 2024)

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Soldato ucciso a Gaza, sale a 823 il bilancio di guerra dell'IDF

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Il Maggiore Hod Shriebman, 27 anni, è stato ucciso in azione nella Striscia di Gaza, 27 dicembre 2024

Un soldato delle Forze di Difesa Israeliane è stato ucciso venerdì mentre combatteva contro i terroristi palestinesi nel nord della Striscia di Gaza, ha annunciato l'esercito.
Il nome dell'uomo ucciso è Maj. Hod Shriebman, 27 anni, dell'unità d'élite Multidomain, di Moshav Tzofit, vicino a Kfar Saba.
Mercoledì, un riservista dell'IDF è stato ucciso in un combattimento nella Striscia di Gaza centrale. È stato identificato come il capitano (res.) Amit Levi, 35 anni, di Shomria, un kibbutz religioso nel Negev settentrionale.
Due giorni prima, tre soldati israeliani sono stati uccisi in azione contro i terroristi di Hamas nel nord di Gaza. Si tratta del capitano Ilay Gavriel Atedgi, 22 anni, di Kiryat Motzkin, del sergente maggiore Netanel Pessach, 21 anni, di Elazar, e del sergente di prima classe (res.) Hillel Diener, 21 anni, di Talmon. Tutti e tre gli uomini prestavano servizio nel 92° battaglione di fanteria “Shimshon” della Brigata Kfir.
Il bilancio delle vittime tra le truppe israeliane dall'inizio dell'incursione di terra a Gaza, il 27 ottobre 2023, è di 391, e di 823 su tutti i fronti dal massacro guidato da Hamas il 7 ottobre 2023.
Inoltre, l'ispettore Arnon Zamora, membro dell'unità nazionale antiterrorismo Yamam della Polizia di frontiera israeliana, è stato ferito a morte durante una missione di salvataggio di ostaggi a Gaza a giugno, mentre l'appaltatore civile della difesa Liron Yitzhak è stato ferito a morte a maggio.

(JNS, 28 dicembre 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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La Siria nelle mani della Fratellanza Musulmana

Il Qatar diventa un fattore influente sulla scena siriana insieme alla Turchia, con la quale guida l’asse dei “Fratelli Musulmani”, che si appresta a conquistare la Siria.

di Maurizia De Groot Vos

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I vertici della Fratellanza Musulmana l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani con Erdogan

Il Qatar ha svolto un ruolo importante nella guerra civile in Siria iniziata nel 2011 e ha costantemente sostenuto le organizzazioni di opposizione sunnite che hanno cercato di rovesciare il regime del presidente Bashar Assad, fino alla sua caduta definitiva l’8 dicembre di quest’anno.
Il ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed Al Thani, è stato il primo a visitare Damasco il 23 dicembre dopo la caduta del regime di Assad e ha incontrato il leader ribelle Ahmad al-Shara’, noto anche come Abu Mohammed al Jolani.
Durante l’incontro è stata concordata una cooperazione strategica tra i due paesi e Al Tani ha espresso la sua disponibilità ad investimenti senza precedenti in Siria nei settori dell’energia, dei porti marittimi e degli aeroporti, e ha promesso di stare al fianco della nuova Siria.
Anche il Qatar ha riaperto la sua ambasciata a Damasco, per la prima volta in 13 anni. È stato il secondo paese a fare questo passo dopo la Turchia.
A differenza di altri paesi arabi, il Qatar si è opposto negli ultimi 13 anni al rinnovo delle relazioni diplomatiche con la Siria o agli incontri con i suoi rappresentanti e alla legittimazione di Assad. Ha fornito aiuti umanitari ai rifugiati in Siria e all’estero, ha riconosciuto le organizzazioni dell’opposizione siriana e le ha difese nell’arena delle Nazioni Unite.
Il Qatar è uno dei leader dell’asse globale dei “Fratelli Musulmani” insieme alla Turchia, quindi la sua nuova posizione nella Siria islamica non sorprende affatto. Uno dei compiti di questo asse è proteggere le masse sunnite nei paesi arabi dalla tirannia dei governanti arabi.
Funzionari del Qatar affermano che l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, avrà un ruolo importante e strategico nella riabilitazione della nuova Siria e nell’influenzare la sua politica. Presto visiterà Damasco e incontrerà al-Shara’.
Il Qatar ha permesso alle organizzazioni ribelli siriane di presidiare l’edificio dell’ambasciata siriana nella sua capitale, Doha, e di issare lì la loro bandiera. Funzionari della sicurezza in Israele affermano che fornirà assistenza tecnica alla Siria, aiuterà finanziariamente a ricostruire le istituzioni statali e investirà anche nei giacimenti di petrolio e gas naturale.
La Siria si trova in una situazione economica difficile e ha bisogno del sostegno economico del Qatar e della Turchia. Con le sue ingenti somme di denaro, il Qatar acquista la sua influenza politica in Medio Oriente.
Il Qatar ora vuole raccogliere i frutti della resistenza di 13 anni contro Assad e riscuotere il prezzo dalla Siria. Il prezzo che richiede è quello di acquisire una maggiore influenza sul territorio siriano e di influenzare direttamente e potentemente il sistema decisionale del nuovo sovrano Ahmad al-Shara’.

(Rights Reporter, 28 dicembre 2024)

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Donna uccisa da un terrorista palestinese a Herzliya

di Michelle Zarfati

Una donna anziana è stata uccisa durante un attacco terroristico a Herzliya questa mattina. Le guardie di sicurezza hanno neutralizzato l’aggressore prima di arrestarlo. Nel frattempo, la donna è stata portata d’urgenza all’ospedale Ichilov di Tel Aviv. Tuttavia, nonostante gli sforzi, la donna è stata dichiarata morta all’arrivo.
  La polizia israeliana ha poi confermato che l’incidente è stato un attacco terroristico contro civili, dopo che gli agenti delle forze di sicurezza, insieme ai paramedici MDA (Maghen David Adom), sono arrivati sulla scena. Idan Shina e Elon Boaron, entrambi paramedici del MDA sono stati i primi ad arrivare per soccorrere la donna. Entrambi hanno rivelato alla stampa locale che quando le squadre sono arrivate sul luogo del delitto hanno trovato la donna sdraiata priva di sensi con importanti ferite da taglio. I paramedici hanno fermato l’emorragia, rianimando la donna. Secondo quanto riferito, l’incidente è avvenuto in via Kdoshei Hashoah di Herzliya
  “Il nostro team sul posto, ha curato con tutte le forze la signora che già era in condizioni critiche – ha detto il portavoce della MDA Zachi Heller – oltre a lei non ci sono state altre vittime. Il personale di sicurezza della zona ha notato subito quanto stava accadendo riuscendo a neutralizzare l’aggressore. Un’indagine iniziale ha già rivelato che il terrorista era un residente palestinese della città di Tulkarm, in Cisgiordania, che aveva precedentemente scontato una pena detentiva in Israele.
  Secondo i media israeliani, l’indagine, condotta insieme allo Shin Bet (Agenzia per la sicurezza israeliana), sta lavorando per comprendere come l’uomo sia riuscito ad entrare in Israele. Il comandante della polizia distrettuale di Tel Aviv, il sovrintendente Haim Sargaroff, ha detto che le guardie di sicurezza sulla scena sono entrate in azione dopo aver sentito il terrorista gridare “Allahu Akbar”.

(Shalom, 27 dicembre 2024)

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Chanukkà, nel Nord d’Israele un candelabro realizzato con i resti dei razzi di Hezbollah

di Michael Soncin

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Un progetto del reparto artificieri della polizia israeliana ha portato alla creazione di una chanukkiah simbolica, nata dai resti delle schegge dei razzi e missili che hanno ucciso gli israeliani durante la guerra con Hezbollah.
Ogni sera all’accensione dei lumi, come riporta il Jerusalem Post, saranno presenti, oltre ai rappresentanti pubblici, i cittadini che hanno prestato il servizio durante la guerra e i famigliari delle vittime.
Il candelabro ad otto braccia, meglio conosciuto con il nome di chanukkiah, viaggerà durante la festività in tutto il nord di Israele, visitando le alture del Golan, Kiryat Shmona, Shfaram e un hotel a Rosh Pina che ospita gli sfollati del nord.
L’ultima tappa sarà sul monte Meron in occasione di un evento annuale, Zot Hanukkah, che richiama migliaia di visitatori.
Il progetto della polizia, chiamato Lighting the North, contiene i frammenti dei missili che hanno ucciso 12 ragazzini sul campo da calcio a Majdal Shams a luglio. Frammenti che hanno anche ucciso un insegnante a Shfaram e una coppia a Kiryat Shmona.
Durante la caduta dei razzi, gli esperti di bonifica delle bombe hanno lavorato instancabilmente assieme al resto della polizia per salvare vite. I resti sono stati raccolti dopo ogni incidente, radunando tutti i pezzi presso la Galilee Bomb Disposal Unit.

(Bet Magazine Mosaico, 27 dicembre 2024)

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Il nuovo governatore di Damasco vuole stabilire relazioni pacifiche con Israele

Il governatore ha anche invitato gli Stati Uniti a sostenere la Siria nello sviluppo di migliori relazioni con lo Stato ebraico

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Maher Marwan, nuovo governatore di Damasco,

Il nuovo governatore di Damasco, Maher Marwan, nominato dal leader dei ribelli Al-Jolani, ha espresso venerdì il desiderio di stabilire relazioni pacifiche con Israele. “Vogliamo la pace, non vogliamo essere avversari di Israele o di chiunque altro”, ha dichiarato in un'intervista alla radio pubblica statunitense NPR.
  Nell'intervista, Marwan ha adottato un tono conciliante nei confronti dello Stato ebraico, cercando di allentare le tensioni regionali. “È possibile che Israele abbia provato paura e quindi sia avanzato leggermente (nella zona cuscinetto) e abbia bombardato un po'. È una paura naturale. Non abbiamo paura di Israele e non abbiamo alcun problema con loro”, ha sottolineato, aggiungendo: ”Non abbiamo intenzione di intervenire in modo da minacciare la sicurezza di Israele. Qui ci sono persone che vogliono vivere in coesistenza e che vogliono la pace”.
  Il governatore ha anche invitato gli Stati Uniti a sostenere la Siria nello sviluppo di migliori relazioni con Israele. Secondo il rapporto, durante l'intervista non ha menzionato la questione palestinese o la guerra a Gaza.
  Queste dichiarazioni fanno eco a quelle rilasciate quindici giorni fa da Abu Mohammad Al-Jolani, leader del gruppo ribelle “Hayat Tahrir al-Sham”. Egli aveva suggerito che la nuova leadership siriana non intendeva entrare in conflitto con Israele nel prossimo futuro. “La situazione in Siria, stremata da anni di combattimenti, non consente l'ingresso in nuovi conflitti”, ha affermato, sottolineando che ‘la ricostruzione e la stabilità sono la priorità, piuttosto che impegnarsi in nuovi conflitti che porterebbero a maggiore distruzione’.
  Tuttavia, Al-Jolani ha chiesto un intervento diplomatico per fermare le violazioni della sovranità siriana, accusando Israele di fare affermazioni infondate sulle minacce ai confini.

(i24, 27 dicembre 2024)

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Israele sta pensando di aprire le porte dell'inferno per riportare a casa gli ostaggi

Sembra che Trump si stia concentrando sugli ostaggi e su una vittoria decisiva per porre fine alla guerra. Il modo in cui ciò avverrà non sembra preoccuparlo.

di Ariel Kahana

Dal 20 gennaio 2025, “sarà possibile adottare misure aggiuntive a Gaza”, affermano alti funzionari israeliani.
L'impressione prevalente in Israele è che al presidente eletto Donald Trump non interessi particolarmente quali misure Israele prenda nella Striscia di Gaza. Ha due obiettivi chiari: il rilascio degli ostaggi e una vittoria israeliana che ponga fine alla guerra. I metodi utilizzati per raggiungere questi obiettivi gli sembrano irrilevanti.
A Gerusalemme, così come nel quartier generale militare di Kirya a Tel Aviv, i preparativi per l'era Trump si svolgono in stretta segretezza. Quando arriverà quel momento e non sarà stato raggiunto alcun accordo, ci si aspetta che Israele ridefinisca le regole di ingaggio contro Hamas.
Molti degli strumenti limitati dall'amministrazione statunitense di Biden, così come le richieste specifiche a Israele, non saranno più applicabili.
Un alto funzionario israeliano ha espresso la speranza che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Maggiore Generale (in pensione) Nitzan Alon - capo della Divisione Soldati Scomparsi e Catturati della Direzione dell'Intelligence Militare - colgano l'opportunità di agire “in modo completamente anticonvenzionale”.
L'ufficiale ha sottolineato la necessità di rompere con l'attuale schema che vede l'organizzazione terroristica finanziarsi attraverso gli ostaggi o utilizzare i terroristi rilasciati da Israele per rimpinguare i propri ranghi.
Quali misure potrebbe adottare Israele che al momento sono fuori discussione?
Secondo la fonte, gli aiuti umanitari, che l'amministrazione statunitense guidata da Biden ha insistito a fornire a Gaza, non saranno più un problema per Trump. Una riduzione di questi aiuti o un controllo completo su ciò che arriva a Gaza potrebbe peggiorare la situazione per Hamas e aumentare la pressione sull'organizzazione per il rilascio degli ostaggi.
Un altro aspetto critico è quello degli armamenti. Trump ha promesso di rilasciare tutte le spedizioni di armi, attualmente ritardate da Biden, nel suo primo giorno in carica. Una volta che le bombe e le granate in ritardo arriveranno, le forze israeliane avranno i mezzi per espandere significativamente le loro operazioni.
Inoltre, il funzionario ha osservato che è improbabile che l'amministrazione statunitense sotto Trump si opponga ai trasferimenti di popolazione se ritenuti necessari da Israele per schiacciare Hamas o liberare gli ostaggi. I funzionari israeliani presumono che la nuova amministrazione statunitense non chiederà responsabilità, sulla falsariga di: “Fate quello che dovete fare. Non saremo noi a dirvi cosa fare”.
Dal 20 gennaio, Netanyahu non dovrà più legittimare misure come la consegna di carburante e di materiali a doppio uso a Gaza su pressione degli Stati Uniti. Al contrario, avrà il sostegno di Trump per interrompere completamente queste forniture. Potrebbero essere reintrodotte le misure drastiche dei primi giorni di guerra, come la limitazione delle forniture di elettricità e acqua.
Se nelle prossime settimane non si raggiungerà un accordo sugli ostaggi, Israele potrebbe intensificare approcci alternativi come incentivi finanziari o accordi di esilio. Mentre le Forze di Difesa israeliane e lo Shin Bet hanno finora perseguito con cautela questa strategia, sono stati distribuiti manifesti in tutta la Striscia di Gaza e i messaggi dettati da Hamas nei video della presa degli ostaggi indicano che l'offerta è arrivata a loro.
Tuttavia, sono possibili ulteriori e più sofisticati sforzi in questa direzione.
I funzionari israeliani ritengono che Hamas sia consapevole di ciò che potrebbe accadere il 20 gennaio e questa consapevolezza ha influenzato la sua recente disponibilità a negoziare. Tuttavia, la ricorrente intransigenza dell'organizzazione potrebbe non lasciare a Gerusalemme altra scelta se non quella di soddisfare le aspettative di Trump e dare ad Hamas l'inferno per riportare a casa gli ostaggi.

(Israel Heute, 27 dicembre 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele supera i 10 milioni: un dinamismo demografico unico in Occidente

Un tasso di natalità in aumento e un'immigrazione sostenuta stanno spingendo il piccolo Stato ebraico nella schiera delle nazioni con una forte crescita demografica.

Israele ha appena superato la soglia simbolica dei 10 milioni di abitanti, confermando il suo status di eccezione demografica tra i Paesi sviluppati. Con un tasso di crescita annuale dell'1,9%, il Paese vanta una dinamica unica, trainata da un tasso di fertilità di 2,89 figli per donna - una cifra significativamente superiore a quella di altre nazioni occidentali. “Oggi non c'è Paese sviluppato al mondo che abbia anche solo due figli per donna, mentre qui sono quasi tre”, sottolinea il professor Sergio Della Pergola, esperto di demografia ebraica. Questa specificità si riscontra anche nelle aree più urbanizzate: “Tel-Aviv, città moderna e liberale a maggioranza laica, mantiene un tasso di due figli per donna. È più di qualsiasi altro Paese europeo”.
Questa crescita eccezionale si spiega anche con l'immigrazione: dal 1948, 3,46 milioni di persone si sono stabilite in Israele, il 47% delle quali dopo il 1990. I maggiori picchi di immigrazione sono stati registrati nel 1949 (240.000 persone) e nel 1990 (200.000).
La distribuzione geografica rimane squilibrata: la metropoli di Tel Aviv concentra il 40% della popolazione nazionale, con un tasso di crescita annuale dell'1,8%. Questa concentrazione pone grandi sfide in termini di infrastrutture e servizi pubblici.
Le proiezioni dell'Ufficio centrale di statistica prevedono una popolazione di 16 milioni di abitanti entro il 2050. Questa crescita sostenuta distingue Israele da altri Paesi occidentali che devono affrontare l'invecchiamento demografico. Secondo Della Pergola, questo dinamismo si basa su “cultura e nostalgia, ma anche su due fattori critici: risorse materiali e ottimismo”. Secondo Della Pergola, “con una popolazione di 10 milioni di abitanti, Israele sta uscendo definitivamente dalla categoria dei ‘piccoli Paesi’, avendo superato Austria, Svizzera, Ungheria e Bielorussia, e si sta avvicinando a Svezia, Portogallo, Repubblica Ceca e Belgio”.

(i24, 27 dicembre 2024)

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La leadership di Netanyahu e la sopravvivenza di Israele

Di fronte minacce esistenziali, il primo ministro israeliano ha mantenuto un fronte unito, nonostante le sfide personali e politiche.

di Fiamma Nirenstein

Nel corso della sua storia millenaria, il popolo ebraico ha sopportato persecuzioni incessanti, una realtà che ha forgiato una tradizione di resilienza e leadership. Da figure bibliche come Mosè - liberatore degli israeliti e legislatore la cui influenza ha plasmato la civiltà moderna - a eroi più moderni come Giuda Maccabeo, Tuvia Bielski, Mordecai Anielewicz e Hannah Senesh, la storia ebraica è segnata da individui che hanno guidato il loro popolo attraverso le avversità.
A questo elenco, la storia contemporanea aggiunge ora Benjamin Netanyahu, la cui leadership in un momento di crisi senza precedenti ha ripristinato la posizione di forza e di responsabilità di Israele sulla scena mondiale dopo gli attacchi terroristici guidati da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023.
Gli attacchi di quel giorno - segnati da 1.200 brutali omicidi, dal ferimento di migliaia di persone e dal rapimento di 251 uomini, donne e bambini in una palese dimostrazione di odio genocida - hanno spinto Netanyahu a dichiarare una guerra che continua a ridisegnare la regione. Sfidando le richieste di un cessate il fuoco che avrebbe permesso a gruppi come Hamas a Gaza e Hezbollah in Libano di riorganizzarsi, Netanyahu ha dimostrato una determinazione inflessibile nello smantellare l'infrastruttura islamista dell'odio e nel contrastare le ambizioni regionali iraniane. La sua leadership non solo ha preservato l'esistenza di Israele, ma ha anche inferto un colpo alle aspirazioni egemoniche dell'Iran, che minacciavano la stabilità globale.
Di fronte alle pressioni internazionali, comprese le critiche delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea e dell'amministrazione Biden, Netanyahu ha mantenuto un fronte israeliano unito, nonostante le sfide personali e politiche. Ha sopportato accuse di crimini di guerra, un incessante assalto dei media e procedimenti giudiziari in corso che richiedono la sua presenza per ore ogni settimana.
In tutto questo, il Primo Ministro si è concentrato sulla sua missione: assicurare il futuro di uno Stato ebraico libero.
Lo sforzo bellico gli ha richiesto decisioni controverse, come l'apertura di un fronte settentrionale contro Hezbollah e l'ordine di attacchi che hanno neutralizzato avversari di alto profilo come il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e il leader di Hamas Yahya Sinwar. Queste azioni, sebbene abbiano incontrato la resistenza sia dei critici interni che degli alleati internazionali, hanno spostato in modo decisivo l'equilibrio di potere nella regione.
Con il sostegno di Stati Uniti, Regno Unito e Arabia Saudita, Israele ha ridotto le spedizioni di armi iraniane attraverso la Siria, costringendo il suo dittatore di lunga data, Bashar Assad, a ritirarsi, interrompendo il flusso di armi verso Hezbollah.
La strategia di Netanyahu si estende anche ad affrontare minacce esistenziali come le ambizioni nucleari dell'Iran. I colloqui con l'ex presidente Donald Trump e altri alleati sottolineano la disponibilità di Israele ad agire con decisione contro questo pericolo incombente. La sua recente visita alle alture del Golan, dove una volta ha prestato servizio in un'unità militare d'élite, simboleggia il suo impegno duraturo per la sicurezza di Israele.
A 75 anni, il volto pallido e gli occhi stanchi di Netanyahu riflettono il peso delle sue responsabilità. Tuttavia, la sua determinazione evoca paragoni con Winston Churchill, un altro leader che, contro le probabilità schiaccianti, ha radunato la sua nazione in difesa della libertà.
Come l'inno nazionale di Israele, “Hatikvah” (“La speranza”), la leadership di Netanyahu incarna l'aspirazione duratura del popolo ebraico: vivere liberamente nella sua patria ancestrale.

(JNS, 26 dicembre 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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In calce il giornale aggiunge: “Le opinioni e i fatti presentati in questo articolo sono dell'autore e né JNS né i suoi partner se ne assumono la responsabilità.”

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Realizzata una gigantesca chanukkià di palloncini nell’ospedale israeliano Schneider

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Sono venticinquemila i palloncini che compongono la più grande chanukkià del mondo. Questo enorme candelabro a 9 bracci di Chanukkà si trova nell’ospedale Schneider Children’s Medical Center di Petach Tikva ed è stato assemblato da 100 volontari e una squadra di operatori su corde. Il progetto è stato promosso dall’organizzazione Tikva Umarpe.
È il decimo anno consecutivo che lo Schneider ospita la chanukkià. Tuttavia, quest’anno, è stato aggiunto il “nastro giallo” per ricordare i 100 ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas. “In attesa del miracolo di Chanukkà”, ha scritto l’ospedale in un post su LinkedIn, esprimendo la speranza per il ritorno a casa dei rapiti.
La chanukkià brilla come un faro di resilienza e unità durante gli otto giorni della Festa ebraica delle Luci.

(Shalom, 27 dicembre 2024)

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Parashat Mikketz. Noi e Dio siamo coautori della storia umana

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò

Fu il primo vero tentativo di Josef di prendere in mano il proprio destino, e fallì. O almeno così sembrava. Consideriamo la storia fino a quel momento, come illustrata nella parashà della scorsa settimana. Quasi tutto ciò che accade nella vita di Giuseppe rientra in due categorie.
La prima categoria è quella delle cose che gli vengono fatte. Suo padre lo ama più degli altri figli. Gli regala una tunica riccamente ricamata. I suoi fratelli sono invidiosi e provano odio nei suoi confronti. Il padre lo manda a vedere come se la passano i fratelli che si occupano delle greggi lontane. Non li trova e deve affidarsi a uno sconosciuto che gli indichi la direzione giusta. I fratelli complottano per ucciderlo, gettarlo in una fossa e poi venderlo come schiavo. Viene portato in Egitto. Viene acquistato come schiavo da Potifar. Sua moglie lo trova attraente, tenta di sedurlo e, fallito il suo tentativo di seduzione, lo accusa ingiustamente di stupro e per questo viene imprigionato.
È straordinario. Giuseppe è ogni volta al centro dell’attenzione, e tuttavia è continuamente l’oggetto delle attività degli altri in modo passivo piuttosto che attivo.
Nella seconda categoria comincia ad agire. Gestisce la casa di Potifar in modo esemplare. Organizza una prigione. Interpreta il sogno del coppiere e del panettiere. In una sequenza unica di descrizioni, la Torà attribuisce le sue azioni e il loro successo a Dio.
Ecco Giuseppe in casa di Potifar: Dio era con Giuseppe e lui divenne un uomo che riusciva in ogni cosa. Presto lavorò nella casa del suo padrone. Il suo padrone si rese conto che Dio era con [Giuseppe] e che Lui gli concedeva il successo in tutto ciò che faceva. (Genesi 39:2-3)
Non appena [il padrone] lo mise a capo della sua casa e dei suoi beni, Dio benedisse l’Egiziano a causa di Giuseppe. La benedizione di Dio era in tutto ciò che [l’egiziano] aveva, sia in casa che in campagna. (Genesi 39:5)
Quando Giuseppe era in prigione, leggiamo:
Dio era con Giuseppe e gli mostrò benevolenza, facendogli incontrare il favore del direttore della prigione. Ben presto il guardiano mise tutti i prigionieri della prigione sotto la responsabilità di Giuseppe. [Giuseppe si occupò di tutto ciò che doveva essere fatto. Il direttore non dovette occuparsi di nulla di ciò che era sotto la cura di [Giuseppe]. Dio era con [Giuseppe], e Dio gli concesse il successo in tutto ciò che fece. (Genesi 39:21-23)
Ed ecco Giuseppe che interpreta i sogni: “Le interpretazioni non appartengono forse a Dio?”, rispose Giuseppe. “Se volete, raccontatemi [i vostri sogni]”. (Genesi 40:8)
Di nessun’altra figura nel Tanach si parla in modo così chiaro, coerente e ripetuto. Giuseppe sembra deciso, organizzato e vincente, e così appare agli altri. Ma, dice la Torà, non è lui ma è Dio il responsabile di ciò che ha fatto e del suo successo. Anche quando resiste alle avances della moglie di Potifar, esplicita che è Dio a rendere moralmente impossibile ciò che lei vuole: “Come potrei commettere un atto così immorale e peccare nei confronti del Signore?”. (Genesi 39:9)
L’unico atto chiaramente attribuito a lui si verifica proprio all’inizio della storia, quando porta un “cattivo rapporto” sui suoi fratelli, i figli delle ancelle Bilah e Zilpah anche loro mogli di suo padre. A parte questo, ogni svolta del suo destino in continuo cambiamento è il risultato dell’azione di qualcun altro, un altro essere umano, o di Dio.
È per questo motivo che non si può fare a meno di notare quando, alla fine della parashà precedente, Giuseppe prende in mano il suo destino. Dopo aver detto al coppiere che entro tre giorni sarebbe stato graziato dal Faraone e reintegrato nella sua posizione precedente, e non avendo alcun dubbio che ciò sarebbe accaduto, gli chiese di perorare la sua causa presso il Faraone e di assicurargli la libertà:  “Quando le cose ti andranno bene, ricordati che io ero con te. Fammi questo favore e parla di me al Faraone. Forse riuscirai a farmi uscire da questo posto”. (Genesi 40:14)
Che cosa accadde? “Il coppiere non si ricordò di Giuseppe. Si dimenticò di lui. (Genesi 40:23)”. Il raddoppio del verbo è potente. Non si ricordò. Si dimenticò. L’unica volta che Giuseppe cerca di essere l’autore della propria storia, fallisce. Il fallimento è decisivo.
La tradizione aggiunge un ultimo tocco al dramma. Conclude la parashà Vayeshev con queste parole, lasciandoci proprio nel momento in cui le sue speranze si infrangono. Riuscirà a diventare grande? I suoi sogni si realizzeranno? La domanda “Cosa succederà dopo?” è intensa e dobbiamo aspettare una settimana per scoprirlo.
Il tempo passa e, con la massima improbabilità (anche il Faraone fa dei sogni e nessuno dei suoi maghi o saggi è in grado di interpretarli – cosa strana, visto che l’interpretazione dei sogni era una specialità degli antichi egizi), apprendiamo la risposta. “Passarono due anni interi”.
Le parole con cui inizia la nostra parashà, Mikketz, sono la frase chiave. Ciò che Giuseppe voleva che accadesse, accadde. Lasciò la prigione. Fu liberato. Ma non prima che fossero trascorsi due anni interi.
Tra il tentativo e il risultato è intervenuto qualcosa. Questo è il significato del lasso di tempo. Giuseppe pianificò la sua liberazione e fu liberato, ma non perché l’avesse pianificato. Il suo stesso tentativo si è concluso con un fallimento. Il coppiere si dimenticò di lui. Ma Dio no. Non si è dimenticò di Giuseppe. È stato Dio, non Giuseppe, a determinare la sequenza di eventi – in particolare i sogni del Faraone – che hanno portato alla sua liberazione.
Ciò che vogliamo che accada, accade, ma non sempre quando ce lo aspettiamo, o nel modo in cui ce lo immaginiamo, o semplicemente come volevamo che accadesse. Dio è il co-autore del copione della nostra vita, e a volte – come in questo caso – ce lo ricorda facendoci aspettare e cogliendoci di sorpresa.
Questo è il paradosso della condizione umana così come viene intesa dall’ebraismo. Da un lato siamo liberi. Nessuna religione ha mai insistito con tanta enfasi sulla libertà e sulla responsabilità umana. Adamo ed Eva erano liberi di non peccare. Caino era libero di non uccidere Abele.
Ci scusiamo per i nostri fallimenti: non sono stato io, è stata colpa di qualcun altro, non potevo farci niente. Ma queste sono solo scuse. Non è così. Siamo liberi e abbiamo la nostra responsabilità.
Eppure, come disse Amleto: “C’è una divinità che modella i nostri fini e che li rovina come vogliamo”. Dio è intimamente coinvolto nella nostra vita.
Guardando indietro, alla mezza età o in quella avanzata, spesso possiamo scorgere, attraverso la nebbia del passato, che una storia stava prendendo forma, un destino che stava lentamente emergendo, guidato in parte da eventi al di fuori del nostro controllo. Non avremmo potuto prevedere che quell’incidente, quella malattia, quel fallimento, quell’incontro apparentemente casuale, anni fa, ci avrebbero portato in questa direzione. Eppure ora, con il senno di poi, può sembrare che fossimo una pedina degli scacchi mossa da una mano invisibile che sapeva esattamente dove voleva che fossimo.
Secondo Giuseppe, fu questa visione a distinguere i Farisei (gli artefici del cosiddetto giudaismo rabbinico) dai Sadducei e dagli Esseni. I Sadducei negavano il destino. Dicevano che Dio non interviene nella nostra vita. Gli Esseni attribuivano tutto al destino. Credevano che tutto ciò che facciamo fosse predestinato da Dio. I Farisei credevano sia nel destino che nel libero arbitrio. “Era bene che Dio si fondesse [tra la provvidenza divina e la scelta umana] e che la volontà dell’uomo, con le sue virtù e i suoi vizi, fosse ammessa nella sala del consiglio del destino” (Antichità, XVIII, 1, 3).
In nessun momento questo è più chiaro più che nella vita di Giuseppe raccontata in Bereshit, e in nessun altro luogo è più evidente che nella sequenza di eventi raccontati alla fine della parashà della scorsa settimana e all’inizio di questa. Senza le azioni di Giuseppe – la sua interpretazione del sogno del coppiere e la sua richiesta di libertà – egli non avrebbe lasciato la prigione. Ma senza l’intervento divino sotto forma di sogni del Faraone, non sarebbe nemmeno successo.
Questo è il paradossale gioco del destino e del libero arbitrio. Come disse Rabbi Akiva: “Tutto è previsto, ma la libertà di scelta è data” (Avot 3:15). Isaac Bashevis Singer (1904-1991 scrittore polacco) ha detto in modo arguto: “Dobbiamo credere nel libero arbitrio: non abbiamo scelta”. Noi e Dio siamo coautori della storia umana. Senza i nostri sforzi non possiamo ottenere nulla. Ma anche senza l’aiuto di Dio non possiamo ottenere nulla. L’ebraismo ha trovato un modo semplice per risolvere il paradosso. Per il male che facciamo, ci assumiamo la responsabilità. Per il bene che otteniamo, ringraziamo Dio. Giuseppe è il nostro mentore. Quando è costretto ad agire con durezza, piange. Ma quando racconta ai fratelli il suo successo, lo attribuisce a Dio. Anche noi dovremmo vivere così.
Redazione Rabbi Jonathan Sacks zzl

(Bet Magazine Mosaico, 27 dicembre 2024)
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Parashà della settimana: Mikets (Alla fine)

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Diario minimo (di un conflitto). Natale a Gerusalemme

di Luciano Assin

Non è la prima volta che giro all’interno della città vecchia della capitale israeliana durante periodi di tensione. Mi è successo nelle due Intifade, il giorno stesso della dichiarazione di Trump dove annunciò il trasferimento dell’ambasciata americana nella città santa, e in innumerevoli situazioni a ridosso di attentati vari. Ogni volta le sensazioni sono contrastanti: da un lato il fascino che la città emana sembra rimanere intatto nonostante tutte le traversie che la hanno accompagnata da millenni, dall’altro ti accorgi immediatamente dei piccoli cambiamenti che più di tante altre cose raccontano il quotidiano degli abitanti.
  Il negozio di souvenir tanto carino all’interno del quartiere musulmano è diventato un parrucchiere per uomini, il pittoresco negozio di spezie si è riciclato come minimarket, il ristorante trappola per turisti è chiuso in attesa di tempi migliori. Le strade sono vuote e gli abitanti fissi si riprendono pian piano i loro spazi. Quest’anno il Natale coincide con la festività ebraica di Hannukà, ma anche nel quartiere ebraico della città vecchia non si vede la solita animazione che dovrebbe regnare in questo periodo.
  Il Santo Sepolcro, forse il luogo più sacro della Cristianità, appare sotto una luce diversa. La chiesa è diventato un immenso cantiere in seguito ad una serie di nuovi scavi che dureranno almeno un paio di anni. Questo brulicare di operai, macchinari e addetti ai lavori stride in modo impressionante con l’assoluta mancanza di pellegrini. Le code sul Golgota o lungo l’edicola che sovrasta il Sepolcro sono inesistenti, ed i pochi fortunati presenti hanno il privilegio di potersi godere in piena solitudine i momenti di contemplazione e devozione che un simile luogo merita.
  L’Ospizio Austriaco, da sempre un angolo di Mitteleuropa avulso dal caos che lo circonda, continua placidamente a guardare dalla sua spettacolare terrazza i movimenti degli umani che si muovono indaffarati alla ricerca di risposte ai loro problemi quotidiani. Seduto all’interno del caffè Trieste, hai la fugace impressione di trovarti in un altro continente ed un’altra dimensione, ma dura soltanto il tempo di un caffè, una volta fuori ti ritrovi nuovamente avvolto dalle eterne contraddizioni di questa poliedrica e fantastica città. Parlando coi commercianti e con le persone che incontri per strada ti accorgi che i loro problemi sono in definitiva anche i tuoi, una convivenza è possibile, ma la sottile tensione che ti accompagna durante il tuo vagabondare nei vicoli della città ti ricorda quale sia il prezzo da pagare.
  Musulmani, ebrei, copti, armeni, francescani, greci ortodossi, etiopi e siriaci compongono lo sfondo sul quale sviluppare le tue meditazioni, con la sensazione di trovarsi in un limbo ovattato dove non potrai mai afferrare la realtà.

(Bet Magazine Mosaico, 25 dicembre 2024)


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Cosa vogliono gli Houthi da noi?

 Per molti nel Paese, gli Houthi sono una seccatura che sveglia Israele dal suo sonno con allarmi notturni.

di Aviel Schneider

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Tribù armate durante una manifestazione contro gli Stati Uniti e Israele, alla periferia di Sana'a, Yemen, 24 dicembre 2024

GERUSALEMME - “Gli Houthi si stanno preparando per un attacco israeliano straordinario”, riporta oggi il quotidiano saudita Al-Sharq Al-Awsat. “Dopo il lancio di razzi su Israele, gli Houthi hanno alzato il livello di allerta al massimo e hanno dispiegato le truppe per paura di un attacco. Gli Houthi hanno anche ordinato di evacuare i campi nel porto di Hodeidah in preparazione di un attacco israeliano”. Come parte della preparazione alla difesa, l'intelligence Houthi ha ordinato ai residenti di non fare telefonate o comunicare via social media su luoghi che sono stati colpiti da attacchi israeliani e americani. Inoltre, fonti locali hanno riferito al giornale saudita che gli Houthi sono anche preparati alla possibilità di una rivolta popolare contro di loro. Gli Houthi rappresentano solo il 30% dello Yemen e sono un problema non solo per Israele, ma anche per la loro stessa popolazione e per l'Arabia Saudita e gli Emirati.
Gli Houthi sono una milizia Zaidi il cui legame con gli eventi attuali è in realtà molto debole. Si tratta di un gruppo ai margini orientali della penisola arabica che si fa chiamare Ansar Allah”, che si traduce come Aiutanti di Dio”. Un'altra persona che vuole aiutare Dio. Non capisco questo nome, se devo aiutare Dio, allora posso fare a meno di questo Dio. Non ha senso, vero? Dall'inizio degli anni Duemila, gli Houthi hanno rafforzato la loro alleanza militare e ideologica con la Repubblica islamica dell'Iran e sono diventati un attore terroristico centrale nell'asse di resistenza iraniano, in quel momento ancora più forte contro l'Arabia Saudita. Israele è il nemico principale, seguito dai governi arabi che mantengono alleanze con l'Occidente, come Egitto e Arabia Saudita. Il crescente sostegno ha reso gli Houthi una minaccia per il governo yemenita. Il gruppo ha adottato uno slogan che chiede la distruzione degli Stati Uniti e di Israele: “Allah è grande! Morte agli Stati Uniti! Morte a Israele! Al diavolo gli ebrei! Vittoria all'Islam!” Da dove vengono? Gli Houthi sono una tribù araba Zaidi dello Yemen settentrionale, un gruppo sciita fedele all'imam Zaid ibn Ali, un nipote del nipote del Profeta, Husain, che si sollevò contro il dominio omayyade a Kufa nel 740 e morì nel corso del processo. Riconoscono i primi quattro imam, a differenza della maggior parte degli sciiti, ad esempio in Iran, che riconoscono tutti e dodici gli imam. Tuttavia, ritengono che un imam possa essere nominato in ogni generazione. Gli Zaiditi hanno governato per secoli la regione tra lo Yemen settentrionale e l'Arabia Saudita sudorientale, fino a quando hanno perso il loro dominio nel 1962. Nello stesso anno, l'ultimo re e imam dello Yemen settentrionale, Muhammad al-Badr, fu rovesciato da un colpo di Stato militare che mirava a stabilire una repubblica araba.
Il colpo di Stato era sostenuto da ufficiali egiziani e faceva parte di un più ampio movimento nazionalista arabo nella regione. Questo spiega, tra l'altro, gli attacchi alle navi nel Mar Rosso, che hanno colpito duramente l'Egitto dal punto di vista finanziario. L'obiettivo degli attacchi degli Houthi è una delle più importanti rotte commerciali mondiali, che collega l'Asia all'Europa attraverso il Canale di Suez egiziano. Dall'inizio della crisi, 2.000 navi hanno dovuto essere deviate intorno al Capo di Buona Speranza.
La rivolta degli Houthi in Yemen è iniziata nel 2004, principalmente come reazione all'emarginazione politica, economica e religiosa della loro comunità da parte del governo yemenita. Le tensioni tra gli Houthi e il governo yemenita si sono intensificate sotto il presidente Ali Abdullah Saleh, le cui politiche gli Houthi hanno percepito come discriminatorie. Il conflitto si è inasprito con le accuse al governo di voler sopprimere la fede Zaidi a favore dell'Islam sunnita. Gli Houthi si sentivano minacciati anche dalla crescente presenza di ideologie salafite saudite, diffuse dalle scuole religiose della regione.
La situazione è degenerata in una ribellione armata quando le forze governative hanno tentato di arrestare il leader Houthi Hussein Badreddin al-Houthi nel 2004, provocandone la morte. Questo fu l'inizio di una serie di conflitti in Yemen. La guerra è proseguita in più fasi e oggi il fratello Abdulmalik al-Houthi è a capo del movimento. Egli stesso è considerato una strana figura con la quale nessun politico internazionale si è mai incontrato di persona.
L'arsenale militare degli Houthi comprende droni con una portata fino a 1.300 chilometri, missili da crociera e missili a lungo raggio che possono volare fino a 3.000 chilometri. Queste armi dimostrano la loro notevole forza militare. Secondo le stime, gli Houthi hanno circa 300.000 combattenti, di cui circa 20.000 sono considerati combattenti addestrati. Sebbene gli Houthi controllino solo una parte dello Yemen, circa il 70% della popolazione del Paese si trova nella loro sfera di influenza. In quest'area si trovano anche porti strategicamente importanti, che danno agli Houthi accesso a gran parte della regione costiera del Mar Rosso.
Gli Zaidi, che includono gli Houthi, rappresentano circa il 35-45% della popolazione yemenita. Tuttavia, il numero esatto di Houthi all'interno di questo gruppo è difficile da determinare, poiché comprende sia combattenti militari che sostenitori civili. La loro presenza politica e militare si concentra principalmente nel norD'ovest dello Yemen, compresa la capitale Sanaa, che controllano dal 2014.
Cosa li lega all'Iran? Oltre alla vicinanza religiosa, in questo periodo gli Houthi hanno ricevuto sostegno finanziario, armi e munizioni da Teheran e hanno adottato lo slogan “Morte all'America, morte a Israele, maledizione agli ebrei, vittoria all'Islam”, simile agli slogan della Rivoluzione islamica in Iran. Questo slogan è solo una delle espressioni dell'antisemitismo della milizia, che ha portato molti degli ebrei rimasti in Yemen a lasciare il Paese. Nel marzo 2021, è stato riferito che le famiglie ebraiche rimaste sono state espulse dal Paese.
Perché odiano Israele e gli ebrei? Si può dire che tutto è iniziato con il ritorno del leader Hussein Badreddin al-Houthi all'inizio degli anni 2000 dall'Iran, dove era stato educato nelle istituzioni educative sciite del regime rivoluzionario. Le sue istanze chiaramente antisemite hanno avuto una grande influenza sulla tribù. Sebbene sia stato ucciso nel 2004, la sua influenza si fa sentire ancora oggi. All'epoca Hussein dichiarò di aver incluso gli ebrei nello slogan della milizia perché “sono loro a muovere questo mondo e a diffondere la corruzione”. Ha anche affermato che gli attacchi dell'11 settembre non erano un'iniziativa di Al-Qaeda, ma una “cospirazione ebraica”. In un'altra occasione, ha invitato i suoi seguaci a uccidere in massa gli ebrei. Questo antisemitismo è andato di pari passo con l'appello alla distruzione di Israele. Nei suoi sermoni e discorsi, gli ebrei vengono incolpati allo stesso tempo di capitalismo e comunismo e accusati della “falsificazione della cultura e della conoscenza”. A queste affermazioni unisce estratti di versetti coranici che mettono in guardia dagli ebrei.
Sono questi gli Houthi che in questi giorni ci svegliano spesso nel cuore della notte e lanciano qualche missile contro Israele. Ma è solo questione di tempo prima che anche gli zaiditi dello Yemen sentano il lungo braccio di Israele. E se gli Houthi invocano Allah e si considerano “aiutanti di Allah”, allora noi, Israele, non siamo “aiutanti di Dio” - ma Dio è “aiutante di Israele”.

(Israel Heute, 26 dicembre 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


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Israele: “stessa fine di Hamas ed Hezbollah”

Netanyahu vuole azzerare anche gli Houthi

«Gli Houthi nello Yemen subiranno la stessa sorte degli altri nemici di Israele nella regione». È stato un segnale netto quello lanciato dal primo ministro Benjamin Netanyahu durante l’accensione di una candela di Hanukkah per i dipendenti del suo ufficio a Gerusalemme. «Anche gli Houthi impareranno ciò che hanno imparato Hamas, Hezbollah, il regime di Assad e altri, e anche se ci vorrà del tempo, questa lezione verrà appresa in tutto il Medio Oriente», ha promesso Netanyahu. Le sue parole giungono poche ore dopo che almeno un drone lanciato dai ribelli Houthi dello Yemen - sostenuti dall’Iran - è caduto in un’area aperta della città meridionale di Askhelon e che un missile balistico è stato intercettato prima di entrare in territorio israeliano, secondo l’Idf. «Oggi accendiamo la prima candela di Hanukkah per commemorare la vittoria dei Maccabei di allora e la vittoria dei Maccabei di oggi», ha ricordato Netanyahu. «Come abbiamo fatto allora, colpiamo gli oppressori e coloro che pensavano di tagliare il filo della nostra vita qui, e questo varrà per tutti», ha avvertito. Alla cerimonia ufficiale Netanyahu è stato affiancato da Ronen e Orna Neutra, genitori dell’ostaggio israeliano-americano ucciso, Omer Neutra.
  Nel frattempo un articolo del quotidiano Haaretz afferma che il capo del Mossad, David Barnea, ha fatto pressione sui leader del paese per far attaccare direttamente l’Iran per arginare gli attacchi degli Houthi dallo Yemen. Una linea più dura quella di Barnea, in contrasto con quella finora attuata dal premier Netanyahu e dal ministro della Difesa Israel Katz, che preferiscono continuare a colpire lo Yemen. L’articolo di Haaretz cita una fonte anonima a conoscenza di discussioni presumibilmente tenute per valutare la mancanza di risultati dei tre round di attacchi sullo Yemen, ma al momento non ci sono conferme indipendenti. Secondo il quotidiano, mentre Netanyahu e Katz sostengono i continui attacchi diretti contro gli Houthi da parte di Israele e dei suoi alleati, Barnea ritiene che sarebbe più efficace attaccare l’Iran, che finanzia e arma gli Houthi, un gruppo sciita che da tempo gode del sostegno di Teheran. Netanyahu, Katz e i leader militari hanno indicato che Israele è pronto a espandere i suoi attacchi contro gli Houthi, prendendo di mira anche i loro leader, che saranno colpiti come quelli di Hamas e Hezbollah.

(Il Tempo, 26 dicembre 2024)

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Itamar Ben Gvir visita la Spianata delle Moschee a Gerusalemme

Il ministro israeliano Ben Gvir visita il sito conteso di Gerusalemme, scatenando proteste da parte dell'Autorità Palestinese.

Il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir ha fatto visita questa mattina alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, suscitando numerose proteste, in particolare da parte dell'Autorità Nazionale Palestinese, che ha definito l'iniziativa 'una provocazione'.
"Stamattina sono salito sul luogo del nostro santuario per pregare per la sicurezza dei nostri soldati, per il rapido ritorno di tutti gli ostaggi a Gaza e per una vittoria totale, con l'aiuto di Dio", ha postato il ministro della Sicurezza Nazionale israeliana su X, pubblicando una sua foto sulla Spianata.
Da quando è entrato a far parte del governo alla fine del 2022, Itamar Ben Gvir ha visitato più volte questo sito conteso, situato nel settore della Città Santa occupato e annesso da Israele. Terzo luogo sacro dell'Islam, la Spianata delle Moschee è costruita sulle rovine del secondo tempio ebraico, distrutto nell'anno 70 dai Romani. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il luogo più sacro dell'ebraismo. Il luogo è al centro del conflitto israelo-palestinese ed è oggetto di tensioni ricorrenti.
In base allo status quo decretato dopo la conquista di Gerusalemme Est da parte di Israele nel 1967, i non musulmani possono visitare la spianata in orari specifici, senza fermarsi a pregare.
Il ministero degli Esteri dell'Autorità Nazionale Palestinese ha "condannato" la visita del ministro israeliano, definendo i suoi "rituali talmudici" presso la moschea di Al-Aqsa una "provocazione senza precedenti contro milioni di palestinesi e musulmani".
Anche la Giordania, alla quale è affidata l'amministrazione del sito, ha denunciato, attraverso il suo ministero degli Affari Esteri, "una visita provocatoria e inaccettabile" nonché una "violazione dello status quo storico e giuridico" della spianata delle Moschee. "Lo status quo del Monte del Tempio non è cambiato", ha affermato da parte sua l'ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una dichiarazione.

(ANSA, 26 dicembre 2024)

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La metastoria del miracolo di Chanukkà

di Rav Ariel Di Porto

In una lezione su Chanukkà rav Ezrà Bick nota un fatto interessante: nella nostra storia e nelle nostre festività abbiamo tanti elementi miracolosi, ma questi non rappresentano mai il centro delle nostre celebrazioni. Durante l’uscita degli ebrei dall’Egitto sono avvenuti molti miracoli, ma ciò che intendiamo ricordare è la liberazione dalla schiavitù, e non il miracolo stesso, e così per le altre festività. L’unica eccezione è rappresentata da Chanukkà, che sembra voler celebrare un miracolo, anche se per certi versi il miracolo non sarebbe stato necessario. I Maccabei infatti avrebbero potuto aspettare di produrre dell’olio puro o utilizzare dell’olio impuro per accendere la menorà, il candelabro del Santuario. Inoltre non ci sarebbe motivo di celebrare un miracolo del quale ormai, distrutto il Santuario, non vediamo più gli effetti. Rav Bick suggerisce che il miracolo dei lumi è il filtro attraverso il quale dovremmo comprendere gli eventi di Chanukkà. Tutte le feste intendono ricordare degli eventi storici pur comprendendo degli elementi miracolosi, ma Chanukkà presenta un aspetto unico. Ai tempi del secondo Tempio c’erano diversi eventi storici da ricordare, che erano custoditi in un antico testo, la Meghillat Ta’anit. Di tutte le date riportate in tale testo l’unica ad essere rimasta è Chanukkà. Ciò ci permette di comprendere che Chanukkà ha un significato metastorico, quello del rinnovamento. All’epoca la vita spirituale del popolo ebraico rischiava di scomparire del tutto. C’era un potere che stava mettendo fuori legge l’ebraismo in nome di una cultura universale che stava trasformando il mondo. Qualsiasi analisi razionale avrebbe condotto ad un’unica conclusione: non c’erano abbastanza risorse spirituali per continuare, per invertire il corso della storia. Una volta che una cosa è morta non è possibile rianimarla, se una fiamma è spenta non può essere riaccesa. Ma questo non fu quanto avvenne. Venne trovata una piccola ampolla, che non era sufficiente a proiettare il passato nel futuro. La filosofia greca insegna che l’effetto non può superare la causa, un giorno non basta per dedicare una casa a D. Ma l’olio dura fino a quando gli ebrei non riescono a individuare le risorse naturali. Cosa impariamo da qui? Che non siamo vincolati dalle circostanze attuali, possiamo superarle, creando quasi dal nulla. Basta che ci sia una scintilla di vita per ottenere una fiamma potente. Questa non è storia, è metastoria nel suo senso più profondo.

(Shalom, 25 dicembre 2024)


Equivalenza metapolitica
Il mondo sta a Israele      
come Israele sta al Messia


La storia della nascita di Gesù

La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo. Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. Ma, mentre aveva queste cose nell'animo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua moglie, perché ciò che in lei è generato è dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati”. Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
“Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele”, che, interpretato, vuol dire: “Dio con noi”.
E Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato; prese con sé sua moglie e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio, al quale pose nome Gesù.

(Vangelo di Matteo 1:18-25, 25 dicembre 2024)

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Israele alza il budget per la Difesa e vara la manovra formato guerra

La Knesset dice sì al disegno di legge che aumenta il disavanzo di 9 miliardi per permettere il finanziamento della spesa militare. Ora la manovra per il 2025 tocca quota 150 miliardi.

di Rino Moretti

Come previsto, il parlamento israeliano (Knesset) ha approvato l’estensione dello stato d’emergenza del Paese fino al 16 dicembre 2025, in conformità con le raccomandazioni del gabinetto di sicurezza. Lo stato d’emergenza consente al gabinetto di emanare regolamenti che scavalcano la legislazione della stessa Knesset. Il parlamento israeliano ha votato anche l’approvazione definitiva di un disegno di legge che aumenta il tetto del deficit del Paese al 7,7% del Pil (dal 6,6%) e amplia di 9 miliardi il bilancio 2024 per coprire le spese per la difesa.

Lo scorso 1 novembre, il governo israeliano aveva redatto un bilancio per il 2025 dedicato in gran parte a “sostenere le guerre che Israele sta conducendo su diversi fronti” e a “salvaguardare la tenuta dell’economia”, come aveva dichiararlo il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich. Il bilancio, era così stato portato a 607,4 miliardi di shekel (pari a 150 miliardi di euro) e comprende un pacchetto di 9 miliardi di shekel (2,2 miliardi di euro) per aiutare le migliaia di riservisti richiamati dall’esercito dall’inizio della guerra contro Hamas, nella Striscia di Gaza, il 7 ottobre 2023.

Non è finita. Nel 2024 gli Stati Uniti hanno fornito inoltre 8,7 miliardi di dollari di aiuti militari in aggiunta agli stanziamenti annuali che Washington trasferisce a Israele sotto forma di prodotti statunitensi per la Difesa per un valore di 3,8 miliardi di dollari (importo stabilito dall’amministrazione Obama fino al 2028). Altre fonti riferiscono che dall’inizio del conflitto con l’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023 gli Stati Uniti hanno trasferito oltre 167 miliardi di aiuti militari a Israele.

Tornando al bilancio dello Stato ebraico, esso prevede aumenti di tasse e tagli di spesa per cercare di controllare un deficit di bilancio oggi pari all’8,5% del Pil. Tuttavia, la spesa totale è stata fissata a 744 miliardi di shekel (182 miliardi di euro), di cui 161 miliardi (circa 40 miliardi di euro) saranno spesi per il servizio del debito.

(Formiche.net, 24 dicembre 2024)

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L’operazione israeliana che ha neutralizzato la Marina siriana

di Luca Spizzichino

La missione condotta dall’INS Herev, una nave missilistica classe Sa’ar 4.5, ha segnato un capitolo storico per la Marina israeliana. “L’operazione è stata straordinaria, e l’attacco resterà nella storia,” ha dichiarato il tenente colonnello Tomer, comandante della nave, ripercorrendo i momenti salienti dell’azione che ha distrutto il cuore della flotta siriana.
  Quando l’INS Herev ha lasciato il porto di Haifa, i soldati erano convinti di partecipare a un’esercitazione. “La segretezza è stata tale che nemmeno i membri dell’equipaggio sapevano quale fosse la missione,” ha raccontato Tomer. Una volta in mare aperto, ha svelato loro l’obiettivo: addentrarsi nelle acque siriane per distruggere la flotta di motovedette missilistiche della Marina siriana. “All’inizio erano increduli, ma si sono subito messi all’opera con determinazione”.
  Il piano è stato comunicato al comandante Tomer tramite una linea riservata mentre era in viaggio verso la base. “Quando ho ricevuto le istruzioni, sono rimasto sorpreso. Non pensavo che una missione del genere sarebbe avvenuta durante il nostro turno,” ha ammesso. L’ordine era chiaro: partire immediatamente. Entro la sera, la nave era pronta e in rotta verso nord, lungo la costa libanese, con destinazione Latakia, sede principale della Marina siriana.
  La missione non è stata priva di difficoltà. “Abbiamo dovuto gestire operazioni difensive e offensive contemporaneamente”, ha raccontato il comandante. “Mentre ci preparavamo per un attacco, poteva sopraggiungere un UAV nemico, e dovevamo intercettarlo senza interrompere le altre attività. È stata una prova di professionalità e coordinazione impeccabili da parte dell’equipaggio”. Dopo aver completato l’eliminazione delle batterie antiaeree, la nave si è ritirata momentaneamente in acque internazionali. L’attacco a Latakia, inizialmente previsto per la notte, è stato posticipato di 24 ore per massimizzare l’efficacia dell’operazione.
  Quando è arrivato il momento, l’INS Herev ha colpito con precisione chirurgica 15 motovedette missilistiche siriane, che costituivano la spina dorsale della Marina nemica. “Ogni bersaglio è stato distrutto in pochi minuti. Le imbarcazioni sono affondate e sono state rese inutilizzabili” ha confermato Tomer. “La missione si è conclusa davvero solo al nostro rientro a Haifa, dove siamo stati accolti dal comandante della Marina, il viceammiraglio David Saar Salama, che ha ringraziato personalmente ogni membro dell’equipaggio”.

(Shalom, 24 dicembre 2024)

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Israele rivendica per la prima volta la responsabilità della morte di Haniyeh in Iran

Il ministro della Difesa Israel Katz ha riconosciuto per la prima volta che dietro la morte di Ismail Haniyeh, capo dell'ufficio politico dell'organizzazione terroristica islamica palestinese Hamas, morto il 31 luglio in un attentato a Teheran, c'è il governo di Gerusalemme.
“Paralizzeremo gravemente gli Houthi, danneggeremo le loro infrastrutture strategiche e abbatteremo i loro leader, proprio come abbiamo fatto con Haniyeh, (Yahya) Sinwar e (Hassan) Nasrallah, a Teheran,  Gaza e Libano, lo faremo a Hodeidah e Sana (Yemen)” ha detto il ministro della Difesa.
L'eliminazione di Haniyeh è stata attribuita fin dal primo momento a Israele dal gruppo terroristico Hamas e dal regime iraniano.
Tuttavia, le autorità israeliane, compreso il primo ministro Benjamin Netanyahu, avevano evitato di confermare o negare il loro coinvolgimento nell’attacco che ha provocato la morte di qualcuno considerato uno dei principali autori dei massicci attacchi di Hamas contro Israele il 7 settembre 2023.
Haniyeh, il defunto leader del gruppo terroristico islamico palestinese, si era recato occasionalmente a Teheran per partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Masud Pezeshkian quando fu eliminato.
Nel frattempo, Nasrallah e il generale di brigata del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche iraniane, Abbas Nilforushan, sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani a Beirut il 27 settembre.
L’Iran ha risposto a queste due morti lanciando circa 200 missili balistici contro Israele il 1° ottobre.
Dal canto suo, Sinwar, citato anche da Katz - durante un incontro con le Forze di difesa israeliane (IDF) - e considerato da Gerusalemme la mente dei massacri del 7 ottobre 2023, è stato ucciso il 17 ottobre di quest'anno in un attentato nella Striscia di Gaza.
I terroristi Houthi dello Yemen, da parte loro, hanno attaccato il commercio marittimo nel Mar Rosso e nel Mar Arabico nell'ultimo anno in "solidarietà" con le organizzazioni estremiste islamiche nella Striscia di Gaza nel contesto della guerra con lo Stato ebraico.
Inoltre, hanno lanciato continuamente missili e droni contro il territorio israeliano, al quale il Paese ebraico ha risposto con attacchi a porti e impianti energetici.
Gli scontri tra Israele e i terroristi Houthi dello Yemen si sono intensificati nell'ultima settimana e il governo di Gerusalemme ha ribadito in più occasioni che risponderà “con la forza” a questi attacchi.

(Autora Israel, 24 dicembre 2024)

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In Australia, l’odio per gli ebrei e Israele raggiunge nuove vette

di Nathan Greppi

Quando, il 16 aprile 2024, sei persone sono state uccise a coltellate a Sydney, sui social si è diffusa una bufala secondo la quale l’aggressore fosse uno studente ebreo di nome Benjamin Cohen, ripresa anche dall’emittente televisiva australiana 7News. In breve tempo però è emerso che il vero assalitore era un quarantenne di nome Joel Cauchi, ma nel frattempo l’accusa contro Cohen è stata rimbalzata su decine di migliaia di post e sdoganata anche da una grossa emittente, la quale in seguito si è scusata pubblicamente per la disinformazione veicolata. L’autore della bufala, Simeon Boikov, era un individuo che da circa un anno viveva presso il consolato russo a Sydney, e che ha chiesto asilo politico in Russia per evitare un mandato di arresto per aggressione.
  Questo è solo uno dei tanti esempi che si possono fare della crescente intolleranza nei confronti degli ebrei e degli israeliani in Australia, aumentata esponenzialmente dopo il 7 ottobre e il successivo scoppio della guerra tra Israele e Hamas. Un odio che talvolta ha visto gli ebrei australiani, la cui popolazione nel 2023 ammontava a circa 117.000 persone, venire accusati per crimini che non hanno mai commesso: è successo nel novembre 2023 a Caulfield, un sobborgo di Melbourne, dove un locale di hamburger gestito da un palestinese è stato vittima di un incendio doloso. Siccome il locale si trova a breve distanza dalla zona ebraica di Melbourne, in un primo momento in molti hanno incolpato gli ebrei per l’accaduto; ciò ha portato ad una manifestazione violenta di attivisti filopalestinesi nel quartiere ebraico. Fino a che nel gennaio 2024, le autorità hanno arrestato i veri colpevoli, due giovani che non sono ebrei e non c’entrano nulla con la comunità ebraica.

Violenza e discriminazione
  Questo non è stato l’unico episodio di antisemitismo avvenuto a Melbourne nell’ultimo anno: nel novembre 2023, dei manifestanti filopalestinesi hanno protestato davanti ad un albergo per impedire l’accesso ai familiari delle vittime del 7 ottobre e degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, di ritorno da un evento di sensibilizzazione organizzato dalla comunità ebraica locale. Mentre il 6 dicembre 2024, un incendio doloso ha colpito la sinagoga Adass Israel di Melbourne.
  Espressioni d’odio e di ostilità si sono verificate anche in altre città australiane: il 9 ottobre 2023, appena due giorni dopo i massacri compiuti da Hamas in Israele, manifestanti pro-Palestina si sono radunati presso l’Opera House di Sydney e hanno intonato cori antisemiti come “gas the Jews”. Nella stessa città, nell’ottobre 2024 una panetteria ebraica è stata vandalizzata con dei graffiti, proprio durante Yom Kippur. E a Lakemba, un sobborgo nella zona ovest di Sydney, l’8 ottobre 2023, il giorno dopo i massacri, lo sceicco Ibrahim Daoud ha guidato una manifestazione per celebrare le violenze del 7 ottobre, da lui definito “un giorno di coraggio, resistenza, orgoglio e vittoria”.
  In altri casi, a subire dei torti sono stati dei singoli individui: lo sa bene Jay Lazarus, parrucchiere ebreo residente a Perth, che prima del 7 ottobre si è messo d’accordo con una coppia lesbica della regione del Queensland per donare il proprio sperma affinché potessero avere un figlio; proprio nel settembre 2023, le due parti avevano raggiunto un accordo. Ma dopo l’inizio della guerra, come ha raccontato il parrucchiere nel gennaio successivo sul suo profilo Instagram, Lazarus ha ricevuto un messaggio dalle due donne che gli hanno spiegato di essere rimaste scosse da quello che stava succedendo in Medio Oriente, e che “non siamo in grado di gestire parti della tua identità in questo rapporto di donazione”, nel senso che non potevano accettare lo sperma di un donatore ebreo.

L’odio nelle università
  Come nel resto del mondo, anche in Australia le università sono diventate il fulcro dell’ostilità contro Israele e gli ebrei: l’ha sperimentato in prima persona Milette Shamir, vicepresidente dell’Università di Tel Aviv, la quale è giunta in Australia nel marzo 2024 per un evento accademico all’Università di Sydney, dove tuttavia è stata accolta da una folla di manifestanti filopalestinesi che hanno cercato di cacciarla via, e che sono rimasti barricati a lungo nella stessa stanza assieme a lei e al suo staff.
  Spesso, dietro queste proteste si nascondono realtà ambigue: nel giugno 2024, il giornale The Australian Jewish News ha rivelato che dietro l’organizzazione degli accampamenti e delle proteste filopalestinesi all’Università di Sydney vi erano membri di Hizb ut-Tahrir, un movimento islamista radicale classificato come organizzazione terroristica da numerosi paesi, e che si pone come obiettivo l’imposizione della Sharia e la restaurazione di un califfato islamico.
  In alcuni casi, ci sono stati studenti che hanno fatto saluti nazisti apposta per provocare i loro compagni di corso ebrei: è successo durante il raduno annuale tenutosi online dell’ANUSA (Australian National University Students Association), quando gli studenti ebrei hanno chiesto conto all’associazione per un accampamento propal nel campus di Canberra del quale sarebbero stati tra gli organizzatori. In tale occasione, uno studente avrebbe fatto saluti nazisti e si sarebbe messo un dito sotto il naso per imitare i baffi di Hitler.
  In generale, si sono notati degli avanzamenti del BDS nel paese: a metà luglio, la National Tertiary Education Union (NTEU), sindacato australiano che rappresenta i lavoratori nel settore dell’istruzione terziaria, ha tenuto un incontro per prendere in considerazione l’adesione al boicottaggio accademico e culturale d’Israele. Pur condannando gli attacchi compiuti da Hamas il 7 ottobre, hanno criticato pesantemente la risposta militare israeliana, e hanno anche chiesto al governo australiano di interrompere gli scambi commerciali e militari con Israele e di riconoscere lo Stato di Palestina.
  Già da prima del 7 ottobre, non mancavano gli episodi preoccupanti negli atenei australiani: nel settembre 2022 Habibah Jaghoori, studente dell’Università di Adelaide, è stato espulso dall’associazione studentesca YouX in seguito alle proteste dell’AUJS (Australasian Union of Jewish Students), associazione giovanile che rappresenta gli studenti ebrei in Australia e Nuova Zelanda. Il motivo è dovuto al fatto che dopo aver scritto un articolo sul giornale studentesco On Dit in cui diceva “Morte a Israele” e “Gloria all’Intifada”, Jaghoori ha iniziato a minacciare pubblicamente gli studenti ebrei ad Adelaide. Un mese prima, il consiglio studentesco dell’Università di Melbourne ha votato a favore dell’adesione al BDS contro Israele.

Dati e statistiche
  Secondo un documento pubblicato dall’ Executive Council of Australian Jewry (ECAJ), principale istituzione ebraica del paese, tra l’ottobre 2023 e il settembre 2024 gli episodi di odio antiebraico in Australia sono aumentati del 316%. Tra i principali perpetratori, sono stati indicati estremisti sia di destra che di sinistra, oltre ad una considerevole componente di cittadini arabi e musulmani.
  Julie Nathan, autrice della ricerca sull’antisemitismo in Australia per conto dell’ECAJ, ha dichiarato: “Se si pensava che il razzismo antiebraico appartenesse al passato e fosse stato sconfitto, gli ultimi 12 mesi hanno dimostrato che è stato cinicamente riattivato e alimentato per scopi politici”. Ha aggiunto che gli “attacchi fisici, verbali e di altro tipo nei confronti di individui, famiglie e comunità ebraiche continueranno a peggiorare, a meno che i governi, la polizia e altre istituzioni non mostrino un po’ di spina dorsale e intraprendano azioni decise per fermare la crescente marea di atti d’odio contro la comunità ebraica, costringendo i responsabili a rispondere delle loro azioni”.

(Bet Magazine Mosaico, 24 dicembre 2024)

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Israele attende Trump per sconfiggere gli Houthi

Hamas sta trattando, Hezbollah è impegnato nella tregua, il nuovo regime di Damasco non vuole scontri, le milizie filo-iraniane in Iraq si accordano con il governo locale per cessare gli attacchi contro Israele. Tra i diversi nemici dello stato ebraico, solo il gruppo ribelle Houthi non vuole arretrare. I suoi attacchi sull’area di Tel Aviv si sono intensificati. In meno di una settimana i missili Houthi hanno prima distrutto una scuola, senza causare vittime, e poi colpito un parco, provocando 16 feriti e costringendo, nel cuore della notte, centinaia di migliaia di persone a correre ai rifugi.
  «Come abbiamo agito con forza contro i terroristi dell’asse del male sostenuto dall’Iran, così agiremo contro gli Houthi: con forza, determinazione e precisione», ha promesso il premier Benjamin Netanyahu. Il gruppo ribelle yemenita è «ora al centro della nostra attenzione», ha confermato una fonte militare al quotidiano Maariv. Secondo altri media israeliani, nel mirino di Gerusalemme non ci sono gli Houthi, ma chi li sostiene: il regime di Teheran.
  Per Ron Ben-Yishai, storica firma di Yedioth Ahronot, muovere contro l’Iran non fermerà gli attacchi dallo Yemen. Il regime «si limita a supportare i ribelli, fornendo missili e droni contrabbandati via mare», spiega Ben-Yishai, decano dei corrispondenti di guerra israeliani. Attaccare l’Iran, dunque, non fermerà il gruppo yemenita, che agisce principalmente per consolidare il proprio status nel paese e nel mondo arabo, sostenendo con i missili la causa palestinese. Gli Houthi hanno anche dimostrato la loro capacità di influenzare la navigazione commerciale nel Mar Rosso e nel Canale di Suez, rafforzando la propria posizione di attore in grado di destabilizzare l’economia globale.
  Per fermarli, sostiene Ben-Yishai, Israele dovrà seguire la strategia già applicata contro Hezbollah: colpire la leadership del gruppo e distruggerne i missili balistici, i droni, le basi di lancio e gli impianti di produzione di armi. Tuttavia, a causa della distanza geografica e delle difficoltà di intelligence, lo stato ebraico non può pensare di agire da solo. «Tsahal necessita della piena collaborazione degli Stati Uniti, che operano nel Mar Arabico e nel Mar Rosso, per condurre un’operazione efficace e duratura». L’amministrazione del presidente Joe Biden ha colpito ripetutamente in Yemen, ma ha evitato operazioni massicce. A gennaio, con la presidenza di Donald Trump le strategie potrebbero cambiare. «Dopo l’ingresso di Trump alla Casa Bianca, Stati Uniti e Israele», scrive Ben-Yishai, potrebbero avviare «un’azione congiunta che riporti gli Houthi alle loro precedenti dimensioni» di piccolo gruppo di ribelli «e impedisca loro di diventare un fattore di disturbo dell’ordine globale e dell’economia internazionale».

(moked, 23 dicembre 2024)

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“Se non li rilasciate, scatenerò l’inferno”: qual è la vera strategia di Donald Trump per liberare gli ostaggi israeliani?

di David Zebuloni

Il neoeletto presidente americano Donald Trump ha toccato i cuori del popolo israeliano all’inizio di questo mese quando ha pubblicato un post sulla rete sociale da lui fondata “TRUTH”, in cui ha scritto: “Tutti parlano degli ostaggi israeliani detenuti in modo violento e disumano, ma nessuno agisce. Se gli ostaggi non verranno rilasciati prima del 20 gennaio 2025, la data in cui assumerò con orgoglio il mio incarico di Presidente degli Stati Uniti, ci sarà un vero e proprio inferno in Medio Oriente, anche per quelli che sono responsabili di queste atrocità contro l’umanità”. Questa settimana, in seguito a una lunga conversazione telefonica tenuta con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il neo presidente americano ha ribadito il medesimo concetto dichiarando questa volta che “Se gli ostaggi israeliani non verranno liberati, Hamas farà una brutta fine”.
Ecco, dopo un anno di lotta politica, sociale e militare per riportare alle loro famiglie i cento ostaggi israeliani ancora tenuti in cattività nei tunnel del terrore a Gaza, Donald Trump ha riportato in primo piano una questione dolorosa e urgente che non ha mai davvero ricevuto le giuste attenzioni mediatiche sul piano globale. Tuttavia, in molti si domandano cosa si nasconda dietro alla minaccia del neo eletto. Le dichiarazioni di Trump sono sostenute da un’effettiva e concreta strategia diplomatica e militare o la loro unica strategia è quella di creare un effetto deterrente con la sola forza della parola?
“Nel caso di Trump, tutto inizia con un tweet e poi si sviluppa la strategia,” spiega Rotem Oreg, esperto di politica americana e direttore dell’associazione LIBRAEL, in un’intervista a Makor Rishon. “È chiaro a tutti che gli americani non attaccheranno nella Striscia di Gaza per conto di Israele. Se qualcuno ha una qualche fantasia che ciò possa accadere, è meglio che si ricreda subito. Tuttavia, il governo americano può senza dubbio creare una pressione tale da favorire i negoziati a favore del rilascio degli ostaggi”. Per quanto riguarda i diversi scenari possibili, Oreg afferma che “Trump potrebbe dare a Israele più libertà d’azione o il pieno supporto per un’azione israeliana mirata a colpire Hamas come non è stato fatto fino ad ora”.
Non è la prima volta che il presidente eletto solleva pubblicamente la questione degli ostaggi israeliani nell’ultimo anno. Anche durante la sua campagna elettorale, Trump ha chiesto ripetutamente il loro rilascio immediato. Tuttavia, le sue ultime dichiarazioni sembrano essere molto più incisive delle precedenti. “Esiste un processo che mira a far capire a Trump che ha l’opportunità di fare la storia,” spiega Oreg. “Quando ho incontrato i consiglieri dei principali membri del nuovo governo, mi è stato detto che l’obiettivo del neo presidente è quello di riuscire lì dove Biden ha fallito. Trump non agisce per ideali, ma per il semplice desiderio di passare alla Storia. Di vincere i suoi predecessori e riuscire a fare ciò che loro non hanno fatto. Pertanto, più gli verrà detto che il suo operato per il rilascio degli ostaggi è nobile e importante, e più lui si sentirà gratificato e continuerà nella sua missione”.
Minacce da una parte, realtà dall’altra: come influirà davvero il tweet del neo presidente americano sull’organizzazione terroristica a Gaza? “Penso che Hamas non si faccia molto influenzare dalle minacce americane, poiché ha già incassato abbastanza colpi,” risponde Rotem Oreg. “Più una persona è debole e meno ha da perdere. Questo vale anche per un’organizzazione terroristica come Hamas. I grandi regimi come quello iraniano, per esempio, sono generalmente più sensibili alle minacce americane perché hanno molto più da perdere”.
Una notizia non incoraggiante per chi credeva che le parole del presidente americano potessero cambiare il destino del Medio Oriente. “Hamas sta perdendo la sua legittimità anche nei paesi arabi che l’hanno supportata finora, e questo gioca molto più a nostro favore rispetto al tweet di Trump,” conclude l’esperto, nuovamente speranzoso. “Non a caso nell’ultimo mese sono stati pubblicati molti più video degli ostaggi di quando sia stato fatto fino ad ora. Hamas vuole fare pressione su Israele per tornare a negoziare. Hamas è esausto e probabilmente vuole finire questa guerra”.

(Bet Magazine Mosaico, 23 dicembre 2024)

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"Pager Plot": il piano del Mossad contro Hezbollah svelato a '60 Minutes'

di Luca Spizzichino

Due ex agenti del Mossad hanno rivelato i dettagli dietro una delle più audaci operazioni israeliane, il “Pager Plot”, durante un’intervista trasmessa domenica sera su 60 Minutes. L’operazione, eseguita il 17 settembre 2024, ha visto la vendita a Hezbollah di migliaia di cercapersone manomessi e successivamente fatti esplodere dal Mossad, causando caos e gravi perdite per l’organizzazione terroristica.
  L’operazione affonda le sue radici oltre dieci anni fa, quando il Mossad iniziò a introdurre dispositivi manipolati tra le fila di Hezbollah. Come raccontato da “Michael”, un ex ufficiale operativo del Mossad, inizialmente vennero utilizzati walkie-talkie. “Un walkie-talkie era un’arma, al pari di un proiettile o di un missile,” ha dichiarato Michael. All’interno della batteria era nascosto un ordigno esplosivo fabbricato in Israele. “La tecnologia era così sofisticata che il dispositivo sembrava completamente normale agli occhi degli acquirenti”.
  Negli anni successivi, il Mossad creò un sistema complesso di società di copertura per infiltrarsi nel mercato e vendere questi dispositivi senza destare sospetti. “Abbiamo creato un mondo fittizio” – ha spiegato Michael. “Siamo registi, produttori e attori principali; il mondo è il nostro palcoscenico”. Con il tempo, il Mossad si accorse che Hezbollah utilizzava ancora largamente cercapersone per comunicazioni critiche, poiché considerati dispositivi semplici e difficili da intercettare. Nel 2022, l’organizzazione si concentrò quindi su questi apparecchi, modificandoli per includere esplosivi e garantendo che rimanessero completamente funzionali. Abbiamo testato ogni dispositivo con attenzione, assicurandoci che l’esplosione colpisse solo il portatore, evitando danni collaterali” ha spiegato “Gabriel”, un altro ex agente coinvolto nell’operazione.
  Per rendere i cercapersone più appetibili, il Mossad lanciò una campagna di marketing con video pubblicitari falsi su YouTube che promuovevano i dispositivi come “robusti, resistenti alla polvere e impermeabili”. Nonostante lo scetticismo iniziale dei superiori, che ritenevano il design troppo ingombrante, gli agenti riuscirono a convincerli dell’efficacia del piano.
  Il 17 settembre 2024, alle 15:30, il Mossad ha attivato da remoto i cercapersone esplosivi distribuiti in Libano. Le vittime hanno ricevuto un messaggio criptato che le invitava a premere due pulsanti per attivare una presunta funzionalità del dispositivo, innescando invece l’esplosione. Tuttavia, come spiegato da Gabriel, anche senza premere i pulsanti i dispositivi sarebbero esplosi. “Il giorno dopo, la gente aveva paura persino di accendere i condizionatori d’aria, temendo che potessero esplodere” ha ricordato Michael. Il Mossad ha poi riattivato i walkie-talkie manipolati, dormienti da oltre un decennio. Alcuni di questi sono esplosi durante i funerali delle vittime dei cercapersone, amplificando l’impatto psicologico dell’operazione. Complessivamente, l’azione ha ferito circa 3.000 membri di Hezbollah, ne ha uccisi 30 e ha lasciato l’organizzazione nel caos.
  Nonostante il successo strategico, l’operazione ha sollevato domande sull’etica di queste azioni. Alla domanda della giornalista Lesley Stahl su come questa operazione influenzasse la reputazione morale di Israele, Gabriel ha risposto: “Prima difendi il tuo popolo, poi pensi alla reputazione”. Tuttavia, per molti l’operazione è stata definita un capolavoro di guerra psicologica. “Non possiamo usare di nuovo i cercapersone, ma ora Hezbollah dovrà continuare a indovinare quale sarà la nostra prossima mossa” ha concluso Michael. “Abbiamo dimostrato che possiamo colpire ovunque e in qualsiasi momento” ha dichiarato Gabriel. “E ora, il nemico vive nella paura di ciò che potrebbe accadere domani”.

(Shalom, 23 dicembre 2024)

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In Occidente nessuno chiederà scusa agli ucraini

di Maurizio Belpietro

Chiederanno scusa agli ucraini? Ammetteranno di averli illusi, di averli mandati a morire, di averli trascinati in una guerra che li ha resi orfani, invalidi, poveri, precipitandoli in un orrore che non avrà fine neppure quando cesserà il tuono dei cannoni? Riconosceranno di aver raccontato loro un'infinità di menzogne? Se lo chiedeva ieri, su La Stampa, Domenico Quirico, uno dei pochi inviati che le guerre le ha viste davvero e dunque non fa il tifo per l'odore del sangue e della polvere da sparo. «L'impossibilità di vincere in Ucraina riporta l'Occidente alla realtà dei fatti» era il titolo del suo articolo. «La Nato non può sopperire alla carenza di uomini di Kiev. Dobbiamo scusarci con gli ucraini caduti» era il succo del discorso. Già, dopo tre anni di guerra, centinaia di migliaia di morti, forse un milione di feriti, la guerra ci riporta impietosamente alla realtà. Kiev ha esaurito il materiale umano. Non i missili, non i carri armati e nemmeno i droni, che abbiamo generosamente donato: semplicemente non ci sono più soldati da mandare in trincea a morire per l'Occidente. Decine di migliaia di giovani in età da divisa si sono dati alla macchia, preferendo l'onta della diserzione al freddo della bara. Nessuno sa esattamente quanti siano i morti, quanti gli invalidi e i fuggiaschi, però da mesi un fatto è certo: le trincee sono rimaste sguarnite e delle truppe mandate in tutta fretta e con gran entusiasmo nel Kursk per dare scacco a Putin nessuno conosce il destino. Dimenticati, come dimenticati sono stati tutti gli altri. E le promesse? Tutte quelle belle parole per assicurare che l'Ucraina non sarebbe mai stata lasciata sola? Perse nel vento. Ora è tempo di realismo. Per di più, fra meno di un mese, alla Casa Bianca arriverà Trump e ci penserà lui. Della ritirata si potrà sempre incolpare lui. La scusa per l'abbandono di Zelensky e dei suoi martiri è già pronta e assolve tutti i guerrafondai di casa nostra. I quali hanno indossato l'elmetto e imbracciato il moschetto rimanendo nel salotto di casa loro, gonfiando il petto negli studi televisivi.
  Era già tutto scritto. Lo so, ha poco senso di fronte alla tragedia di centinaia di migliaia di morti rivendicare di aver avuto ragione. Ma gran parte delle argomentazioni che oggi spingono governanti e commentatori a sostenere che non si può continuare così, che serve una pace o quantomeno una tregua, erano note fin dall'inizio. Mentre qualche ragionierino alla Fubini raccontava che mancava poco e poi, grazie alle sanzioni, la Russia sarebbe stata costretta a capitolare, noi spiegavamo che i numeri purtroppo erano dalla parte di Putin. Non quelli delle banche e delle industrie, ma i numeri dei soldati. La guerra non è una battaglia navale che si gioca a tavolino. Servono gli uomini e a meno di non schierare truppe occidentali i numeri erano impietosamente a favore della Russia. Si sono illusi di spazzare via Putin con un colpo di Stato, poi con una malattia, ma a tre anni di distanza il potere dello zar del Cremlino appare intatto. Anzi, paradossalmente lo abbiamo rafforzato, perché anche se con la sua operazione speciale non ha ricondotto l'Ucraina sotto di sé, ha resistito a quella che Quirico considera la più grande alleanza militare ed economica dell'Occidente, tenendo la Crimea, conquistando tutto il Donbass e dando a Kiev un colpo da cui non si riprenderà per anni. Altro che piegare la Russia. Da questa guerra esce in ginocchio l'Europa. Politicamente ed economicamente. La Germania è avvitata in una crisi spaventosa che rischia di trascinare nel vortice anche l'Italia. La Francia non sta meglio. A tre anni dall'invasione russa e dopo decine di bellicose dichiarazioni si torna al punto di domanda di Quirico. Chiederanno mai scusa agli ucraini i governanti che giuravano di essere pronti a difendere la libertà? Ammetteranno di aver scritto stupidaggini i soldatini dalla penna facile? Domanderanno perdono agli ucraini, ma anche agli europei, per averli trascinati alla sconfitta?

(La Verità, 23 dicembre 2024)
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«Ammetteranno di aver scritto stupidaggini i soldatini dalla penna facile?» No, non lo faranno mai. Come nel caso del covid. Stupidaggini. Pure e semplici stupidaggini allineate una dopo l’altra, che nel tentativo di sorreggersi a vicenda aumentavano sempre di volume e diventavano via via più imbarazzanti. Fino allo schianto definitivo. Definitivo? No, forse no, perché anche la stupidità sembra avere la capacita di risollevarsi sempre dalle ceneri e ripresentarsi in nuova veste più consona all'ambiente. Varrà la pena allora di seguire attentamente gli articoli che si presenteranno in questi giorni e sulle grandi testate e su quelle pensose (alcune anche favorevoli a Israele) per “spiegare” quello che oggi sta avvenendo intorno all’Ucraina. Sarà la rivincita dei “putiniani”? No, sarà il ridicolo che ricadrà su coloro che hanno inventato questo nome per una inesistente categoria di esseri umani. E come riflessione sull'Occidente in versione American Way of Life riproponiamo un articolo scritto all'inizio di questa storia, insieme al relativo commento. M.C.


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Il suicidio dell’Europa, le armi e il suo silenzio 

di Donatella Di Cesare

La parola Occidente, in questi giorni così spesso evocata, ha un significato articolato nelle diverse epoche. Non indica un sistema di valori, una forma politica, un modo di vivere. Occidente è l'orizzonte a cui guardavano i greci: la costa italiana, il continente europeo, una futura epoca nella storia del mondo. Nel periodo tra le due guerre mondiali i filosofi hanno pensato il destino dell'Occidente non come un tramonto, bensì come un passaggio: nel buio della notte europea non c'era solo morte e distruzione, ma anche la possibilità di salvezza. L'Occidente era l'Europa, l'Europa era l'Occidente. In questa prospettiva, che oggi - con un giusto accento critico - si direbbe eurocentrica, ciò che era oltre l'Atlantico, Inghilterra compresa, non era occidentale. 
   Dopo il 1945, il baricentro della Storia passa dal continente europeo a quello americano. Anche la parola "Occidente" cambia significato designando l'American Way of Life, lo stile di vita americano e tutto ciò che, tra valori e disvalori, porta con sé. L'Europa si uniforma, più o meno a malincuore. Se non altro per non perdere il nesso con l'Occidente di cui è stata sempre il cardine. 
   Quel che avviene in questi gravissimi giorni, dietro il millantato nuovo scontro di civiltà, è un'autocancellazione dell'Europa, che rinuncia a se stessa, alla propria memoria, ai propri compiti. Il 2022 segna l'ulteriore, definitivo spostamento, l'apertura di una faglia nella storia del Vecchio continente. L'Europa tace, sovrastata dai tamburi di guerra dell'Occidente atlantico, a cui sembra del tutto abdicare. L'algida figura di Ursula von der Leyen, questa singolare, inquietante comparsa, che spunta di tanto in tanto per annunciare "nuove sanzioni alla Russia", compendia bene in sé un'Europa cerea e spenta, incapace di far fronte a una crisi annunciata. Possibile che dal 2014 non si sia operato per evitare il peggio? Possibile che tra dicembre e febbraio non esistesse un margine per impedire l'invasione? Possibile vietarsi l'autorità di mediare per la pace? Si tratta di una vera e propria catena di errori politici imperdonabili, di cui i cittadini europei dovranno nel futuro prossimo chiedere conto a chi ora ha ruoli decisionali. Come se non bastasse, il silenzio fatale dell'Europa è squarciato dalle sguaiate provocazioni di Boris Johnson, il promotore della Brexit, e dalle temerarie parole di Joe Biden, forse uno dei peggiori presidenti americani. 
   Il suicidio dell'Europa è sotto gli occhi di tutti. Ed è ciò che ci angoscia e ci preoccupa. Perché riguarda il futuro nostro e quello delle nuove generazioni. D'un tratto non si parla più di Next Generation Eu - nessun cenno a educazione, cultura, ricerca. All'ordine del giorno sono solo le armi. C'è chi applaude a questo, inneggiando a una fantomatica "compattezza" dell'Europa. Quale compattezza? Quella di un'Europa bellicistica, armi in pugno? Per di più ogni Paese per sé, con la Germania in testa? Non è questa certo l'Europa a cui aspiravamo. In molti abbiamo confidato nelle capacità dell'Unione, che aveva resistito alle spinte delle destre sovraniste e che sembrava uscire dalla pandemia più consapevole e soprattutto più solidale. Mai avremmo immaginato questa deriva. La faglia che si è aperta nel vecchio continente, in cui rischia di precipitare il sogno degli europeisti, è anche la rottura del legame che i due Paesi storicamente più significativi, la Germania e Italia, hanno intessuto con la Russia. Chi si accontenta di ripetere il refrain "c'è un aggressore e un aggredito", ciò che tutti riconosciamo, non si interroga sulle cause e non guarda agli effetti di questa guerra. C'è una Russia europea oltre che europeista. Nella sua storia la Russia è stata sempre combattuta tra la tentazione di avvicinarsi al modello occidentale e il desiderio di volgersi invece a Est con una ostinata slavofilia, testimoniata, peraltro, nell'opera di Dostoevskij. Durante la Rivoluzione bolscevica prevalse l'apertura per via dell'internazionalismo. Se Stalin cambiò rotta, la fine dell'impero sovietico segnò il vero punto di svolta. In quella situazione caotica andò emergendo la corrente nazionalistica che aveva covato sotto la cenere. Putin è il portato sia di questo nazionalismo, fomentato anche dal pensatore dei sovranisti Aleksandr Gel'evi Dugin, sia di una frustrata occidentalizzazione. Ma a chi gioverà una Russia isolata, ripiegata su di sé, rinviata a orizzonti asiatici? 
   In un'immagine suggestiva che ricorre in Nietzsche, in Valéry, in Derrida, l'Europa appare un piccolo promontorio, un capo, una penisola del continente asiatico. Nessuno ha mai potuto stabilire dove sia il suo confine a Est. Ma certo ha sempre avuto il ruolo di testa, di cervello di un grande corpo. È stata il lume, la perla preziosa. Ci chiediamo dove sia finita. 

(il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2022)
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“Mai avremmo immaginato questa deriva”, dice l’autrice che, come molti altri, non aveva capito che l’ardore antisovranista non andava a favore di un’immaginaria Europa, ma serviva a colpire residui di sovranità nazionale a favore di un globalismo finanziario internazionale mercificato, corrotto e disgregatore non solo delle unità nazionali, ma di ogni aggregazione sociale, storica, familiare che abbia radici culturali e quindi sia di ostacolo all’espansione di questo nuovo flagello mondiale che, come Attila, “dove passa lui non cresce più neanche un filo d’erba”. Il nostro mediocre capo di governo è una semplice pedina di questo gioco; il suo grado di autonomia decisionale è pari a quello dei commessi in un grande magazzino. Rinfocola la guerra invitando la nazione a parteciparvi e lo dice in mezzo all’applauso allucinante dei parlamentari. Se da Vicenza, per esempio, dovessero partire armi per combattere i russi, nessuno si sorprenda se poi per impedirlo Putin ci invia qualche missile a domicilio. La guerra è guerra. E noi siamo con gli ucraini senza se e senza ma, come dice il nostro capo-regia di governo, quindi se muoiono loro, gli ucraini, bisognerà pur far vedere in qualche modo che siamo pronti a morire anche noi. E i parlamentari lo faranno? Certamente, lo faranno al grido di “Viva la Nato!” M.C.

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Il tessuto lacerato

Le parole pronunciate oggi dal papa al termine dell’Angelus, riferite alla guerra a Gaza, per lui esempio di “crudeltà”, dove, oltre a essere il teatro del bombardamento di scuole e di ospedali, i bambini verrebbero mitragliati, allarga sempre di più il varco tra questo pontificato e il mondo ebraico, già apertosi dopo altre esternazioni analoghe.
  Qui il livello di gravità è ulteriore. Senza mai menzionarlo, l’esercito israeliano è accusato di uccidere intenzionalmente i bambini e di bombardare altrettanto intenzionalmente gli ospedali e le scuole, e di farlo con crudeltà, cioè con una volontà malvagia.
  Che gli ospedali e le scuole colpite vengano usate da Hamas come postazioni e rifugi, che sotto praticamente ogni abitazione della Striscia ci sia un tunnel che serve ai jihadisti per spostarsi, non interessa, ciò che deve essere esibito è la distruzione degli ospedali e delle scuole, a evidenziare una particolare spietatezza da parte di Israele. Ora siamo giunti ai bambini mitragliati.
  Dopo essersi riferito agli israeliani citando il “cattivo sangue” e alla loro tendenza dominatrice, dopo avere scritto che a Gaza occorre investigare se è in corso un genocidio, dopo averli definiti “aggressori” come i russi, si è fatto un altro passo.
  Non sappiamo quale sarà il prossimo. Tutto è possibile, quello che però sappiamo è che il papa con le sue affermazioni intrise di stereotipi antigiudaici e fragorosamente false sta lacerando, giorno dopo giorno, la lenta e faticosa tessitura del dialogo interreligioso ebraico-cristiano in corso da sessanta anni a questa parte.

(L'informale, 22 dicembre 2024)
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La replica d’Israele a papa Francesco

“Pizzaballa può entrare a Gaza, il papa nega la crudeltà di Hamas”.

di Michelle Zarfati

“Contrariamente alle false accuse pubblicate oggi sui media, la richiesta di entrare a Gaza del Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, è stata accolta, come già avvenuto in passato e secondo le sue preferenze”. Lo ha scritto in una nota l’ambasciata d’Israele presso la Santa Sede, smentendo quindi quanto detto da Papa Francesco ieri nel discorso annuale rivolto ai cardinali avuto luogo alla Curia, in cui il pontefice aveva sostenuto che al Patriarca era stato negato l’accesso a Gaza a causa dei bombardamenti israeliani. “Ieri il Patriarca non lo hanno lasciato entrare a Gaza e ieri sono stati bombardati bambini: questa è crudeltà, questa non è guerra, voglio dirlo perché tocca il cuore” aveva sostenuto ieri Papa Francesco, tornando nuovamente a muovere accuse contro Israele e la guerra in Medio Oriente contro Hamas.
  Dopo questa risposta, il governo israeliano ha accusato il pontefice di “non riconoscere la crudeltà di Hamas”. “La crudeltà è quando i terroristi si nascondono dietro i bambini mentre cercano di uccidere i bambini israeliani; la crudeltà è quando i terroristi prendono in ostaggio 100 persone per 442 giorni, tra cui un neonato e dei bambini, e abusano di loro”, afferma il Ministero degli Esteri israeliano in una dichiarazione. “Purtroppo il Papa ha scelto di ignorare tutto questo, così come il fatto che le azioni di Israele hanno preso di mira i terroristi che hanno usato i bambini come scudi umani”.
  “Le dichiarazioni del Papa sono particolarmente deludenti perché sono scollegate dal contesto reale e fattuale della lotta di Israele contro il terrorismo jihadista, una guerra su più fronti che gli è stata imposta a partire dal 7 ottobre – prosegue la nota – La morte di una persona innocente in una guerra è una tragedia. Israele compie sforzi straordinari per impedire danni agli innocenti, mentre Hamas compie sforzi straordinari per aumentare i danni ai civili palestinesi. La colpa dovrebbe essere rivolta solo ai terroristi, non alla democrazia che si difende da loro. Basta con i doppi standard e con l’isolamento dello Stato ebraico e del suo popolo” aggiunge il Ministero degli Esteri israeliano.

(Shalom, 22 dicembre 2024)

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Media – La guerra per immagini che la Jihad sta vincendo

Orli Peter, la neuropsicologa che ha fondato la Israel Healing Initiative – associazione dedita a curare i traumi con un approccio innovativo basato sulla neurostimolazione – è sbalordita di fronte al rebranding del leader jihadista siriano Mohamed al-Jolani, che, dopo aver conquistato Damasco all’inizio del mese, è stato descritto come “rivoluzionario in blazer” dalla CNN, e apprezzato su altre testate per i suoi valori di “tolleranza” e “pluralismo”, mentre il Council on American-Islamic Relations ha presentato la sua marcia su Damasco come una vittoria per la “giustizia e la libertà”.
  In un articolo pubblicato da The Jewish Chronicle, la neuropsicologa si chiede come sia possibile che i media non riescano a vedere ciò che hanno davanti agli occhi, anche se un recente report della Henry Jackson Society ha mostrato come i media abbiano abbracciato su larga scala i pregiudizi anti-Israele. Un portavoce della Jihad islamica palestinese, Tarek Abu Shaluf, ha spiegato come gli sia stato insegnato a creare false narrazioni sulla guerra di Gaza proprio per fare appello ai valori umanitari occidentali: «I media internazionali sono diversi da quelli arabi. Si concentrano su questioni umanitarie. Non parliamo loro con il linguaggio della violenza, della distruzione e della vendetta». In tutto il Medio Oriente vengono orchestrate operazioni ben studiate, che, spiega Peter, dimostrano eccezionali capacità di empatia cognitiva, usata per manipolare le nostre emozioni.
  L’empatia cognitiva è la capacità di comprendere e modellare accuratamente i pensieri, i sentimenti e i valori degli altri. In un certo senso, scrive, è come entrare nell’algoritmo di un’altra persona per capire come pensa e come si sente, e riuscire così a prevederne le reazioni. L’empatia cognitiva si costruisce, mentre l’empatia emotiva è involontaria. L’empatia cognitiva viene usata per manipolare l’empatia emotiva degli occidentali: i militanti hanno imparato a presentare la loro causa come allineata con i valori umanitari occidentali, curando attentamente una immagine di campioni di libertà e giustizia. Una dinamica radicata nelle relazioni di potere asimmetriche in cui i gruppi più deboli spesso sviluppano una comprensione di chi è più potente. Gli occidentali pertanto, si legge nell’articolo, non hanno che una comprensione vaga, incompleta e distorta del funzionamento dei militanti. Molti occidentali, in particolare quelli che vivono liberi da guerre o violenze, come pure molti degli studenti che protestano nei campus universitari negli Stati Uniti e non solo, simpatizzano con i militanti in quanto “vittime”. Quello stesso portavoce della Jihad islamica palestinese ha ammesso che quando un razzo ha colpito l’ospedale arabo di Al-Ahli a Gaza nell’ottobre 2023, i terroristi sapevano che si trattava di uno dei loro, ma hanno descritto le morti come un disastro umanitario causato “dall’occupazione”.
  Scrive Orli Peter: «Dopo il 7 ottobre ho visto come questa guerra psicologica jihadista ha un impatto sul recupero dal trauma (…) Questa propaganda è stata interiorizzata dagli ebrei, che provano “vergogna” per la posizione di “occupanti”, e i giovani sono particolarmente sensibili a questo e più propensi a simpatizzare con Hamas». L’empatia del dolore è una reazione emotiva viscerale alla sofferenza: il cervello umano è predisposto a rispondere all’immagine di un bambino sofferente, più che alle statistiche su milioni di persone, e sono immagini che influenzano il funzionamento del nostro cervello, spingendolo all’empatia emotiva. Hamas e i suoi simpatizzanti sono abilissimi a sfruttare questi meccanismi inondando i media con immagini reali o manipolate di bambini morti, presentati sempre come vittime palestinesi di Israele. I leader hanno dichiarato apertamente che un numero maggiore di morti va a vantaggio della loro causa. Aumentare le vittime civili istruendo i gazawi a ignorare gli avvisi di evacuazione israeliani o impedendo fisicamente le evacuazioni è una specifica strategia. Ai media occidentali vengono inviate immagini della sofferenza dei gazawi, mentre i video GoPro di torture e omicidi arrivano ai militanti, per dare loro energie nuove. La nostra empatia diventa uno strumento di manipolazione, l’unica possibilità che abbiamo, conclude Peter, è affinare le nostre competenze cognitive per resistere alla propaganda, ancorando le nostre risposte emotive a una comprensione più attenta e accurata dei fatti. Allo stesso modo, l’immagine dei rivoluzionari “in giacca e cravatta” favorevoli alla pace deve essere esaminata nel contesto più ampio della violenza e della manipolazione estremista. Con attenzione. Con consapevolezza.

(moked, 22 dicembre 2024)

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Per fede Abramo partì... senza sapere dove andava

di Marcello Cicchese

All'età di centoventisette anni, Sara muore. Il marito naturalmente per un certo tempo la piange, poi è costretto a porsi un'ovvia domanda: dove posso seppellirla? Il problema si pone, perché lui in quel paese non possiede nemmeno un centimetro quadrato di terra (Genesi 23:1-4). Deve richiederla, e per questo si rivolge a un certo Efron, a cui però dice che non vuole favori, non vuole niente in dono: chiede di poter comprare la terra necessaria. Dopo le solite cerimonie mediorientali, la terra gli viene venduta. E a caro prezzo.
In tutto questo però c'è una stranezza: ad Abramo, quando ancora si trovava tra Bethel e Ai, Dio aveva fatto una precisa promessa. Gli aveva detto:
    "Alza ora gli occhi e guarda, dal luogo dove sei, a settentrione, a meridione, a oriente, a occidente. Tutto il paese che vedi lo darò a te e alla tua discendenza, per sempre" (Genesi 13:14-15).
Dunque Abramo avrebbe dovuto essere il proprietario di tutta quella terra, e invece adesso si trova lì come "straniero e avventizio" (come un extracomunitario, diremmo noi oggi) ed è costretto a chiedere cortesemente agli abitanti della zona di cedergli un po' di terreno, non per viverci, ma almeno per poterci morire come proprietario. "Dio non mantiene le promesse", avrebbe potuto dire Abramo, come fanno oggi tanti cittadini quando parlano delle loro autorità (non senza qualche ragione). Qualcuno potrebbe spiegare la cosa con un discorso spirituale: Abramo è il vero proprietario perché è in comunione con Dio, che è proprietario di tutto. Altri potrebbero fare un discorso storico: la terra apparterrà un giorno al popolo che discende da Abramo, quindi in potenza appartiene già a lui. Certo, si potrebbero fare simili dotti discorsi, che però non sembrano consoni a quello stile ebraico di provenienza biblica che non gradisce le fumose astrazioni e predilige il linguaggio concreto delle cose.

Promessa non mantenuta?
  Parlando di quel concretissimo paese in cui Abramo si trovava, Dio gli dice: "lo lo darò a te e alla tua discendenza, per sempre"; quindi non solo alla discendenza, ma anche ad Abramo stesso, personalmente. Ma Abramo nella sua vita non vide compiersi tutto questo. Si deve spersonalizzare la cosa e cercare in essa un senso spirituale o storico-politico? Il Signore aveva detto ad Abramo: "Àlzati, percorri il paese quant'è lungo e quant'è largo, perché io lo darò a te" (Genesi 13:17). E' difficile spiritualizzare o storicizzare una frase secca, concreta e precisa come questa.
Abramo ubbidì all'ordine di Dio: si alzò, levò le tende e cominciò a percorrere in direzione sud la terra che gli era stata destinata. Finché arrivò "alle querce di Mamre, che sono a Hebron" (Genesi 13:18). Lì si fermò, "edificò un altare all'Eterno", e qualche anno dopo edificò una tomba per lui e sua moglie sull'unico pezzo di terra che era diventato di sua proprietà, dopo averlo pagato a peso d'oro. "Ma dov'è la promessa di Dio?" Avrebbe potuto chiedersi Abramo. E comprensibilmente avrebbe potuto piantare tutto e finire i suoi giorni arrabbiato con quel Dio che l'aveva deluso.
Sta scritto invece che "Abramo spirò in prospera vecchiaia, attempato e sazio di giorni, e fu riunito al suo popolo" (Genesi 25:8).

Importanza della terra
  Prima ancora di tentare una spiegazione, si deve osservare che in tutta la storia del patto di Dio con Abramo la terra gioca una parte fondamentale. La cosa viene ripetuta più volte:
    "In quel giorno l'Eterno fece un patto con Abramo, dicendo: 'Io do alla tua discendenza questo paese, dal fiume d'Egitto al gran fiume, il fiume Eufrate" (Genesi 15:18).
E più avanti, in modo ancora più solenne:
    "Stabilirò il mio patto fra me e te e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto perenne per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in possesso perenne; e sarò loro Dio" (Genesi 17:7-8).
Questo versetto è importantissimo, anzitutto perché collega per ben due volte la persona fisica di Abramo con la sua discendenza; in secondo luogo perché si parla di possesso perenne del paese, mettendolo in collegamento con il patto perenne tra Dio ed Abramo. Se cade il possesso perenne della terra da parte della discendenza etnica di Abramo, cade anche tutto il resto del patto di Dio con Abramo, compresa la parte che riguarda la giustizia per fede promessa alla discendenza spirituale, cioè a coloro che saranno giustificati per una fede simile alla sua.

Dio non è un Dio di morti
  La promessa apparentemente non mantenuta dal Signore e il tranquillo atteggiamento di Abramo possono trovare una spiegazione nel capitolo 15 della Genesi. Nell'oscurità profonda e spaventosa di quella notte, quando Abramo vide un fuoco divino passare in mezzo agli animali divisi e ricevette la notizia che i suoi i discendenti sarebbero vissuti per quattrocento anni come stranieri in un paese non loro; e dopo che il Signore l'ebbe personalmente rassicurato dicendogli che lui comunque avrebbe finito i suoi giorni in prospera vecchiaia, ebbe la certezza che il piano di Dio si sarebbe sicuramente compiuto, ma in un passaggio attraverso la morte che avrebbe portato alla risurrezione.
Si sa che la questione della risurrezione non è trattata in modo chiaro ed esaustivo nell'Antico Testamento, ma si sa anche che nell'ebraismo il tema non è mai stato abbandonato.
Nei Vangeli si vedono due gruppi in contrasto fra di loro su questo argomento: i farisei, che credevano nella risurrezione dai morti, contro i sadducei, che non vi credevano, perché secondo loro nella Torah propriamente detta, cioè nei cinque libri di Mosè, non vi sarebbe alcun riferimento in proposito. I sadducei sottoposero la questione anche a Gesù, pensando di metterlo in imbarazzo con una storiella ironica. In questo caso Gesù si schierò apertamente dalla parte dei farisei. E poiché i sadducei si attenevano soltanto all'autorità dei libri di Mosè, Gesù citò un passo contenuto proprio in un libro di Mosè:
    "Quanto poi ai morti e alla loro risurrezione, non avete letto nel libro di Mosè, nel passo del pruno, come Dio gli parlò dicendo: 'Io sono il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe'? Egli non è Dio di morti, ma di viventi. Voi errate grandemente" (Marco 12:26-27).
Se Abramo, Isacco e Giacobbe fossero morti per sempre, allora Dio, che vive per sempre, sarebbe per sempre un Dio di morti. Così risponde Gesù, e ragionando in questo modo conferma ancora una volta di essere un vero ebreo, anche nel modo di argomentare.

La speranza di Abramo
  La fede di Abramo si espresse dunque anche nella forma della speranza, perché credette che la morte, anche la sua morte personale, non avrebbe potuto impedire il compiersi delle promesse di Dio.
"Or la fede è certezza di cose che si sperano e dimostrazione di cose che non si vedono" (Ebrei 11:1), dice l'autore della lettera agli Ebrei. E continua facendo più volte riferimento a testimoni dell'Antico Testamento:
    "Per fede Abramo, quando fu chiamato, ubbidì, per andarsene in un luogo che egli doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in terra straniera, abitando in tende, come Isacco e Giacobbe, eredi con lui della stessa promessa, perché aspettava la città che ha le vere fondamenta e il cui architetto e costruttore è Dio" (Ebr. 11:8-10).
    "Per fede Abraamo, quando fu messo alla prova, offrì Isacco; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito. Eppure Dio gli aveva detto: 'È in Isacco che ti sarà data una discendenza'. Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione" (Ebr. 11:17-19).
(da "Sta scritto")



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Israele bombarda lo Yemen per mandare un messaggio a Iran e Arabia Saudita

di Andrea Muratore

Le bombe e i missili cadono su Sana’a, capitale dello Yemen, e sul porto di Hodeida ma i destinatari si chiamano Iran e Arabia Saudita: i raid di Israele sul Paese della penisola arabica nella notte tra il 18 e il 19 dicembre hanno rilanciato l’azione di Tel Aviv nel quadrante mediorientale e parlano sia a Teheran, rivale strategico numero uno dello Stato Ebraico, che a Riad, con cui il governo di Benjamin Netanyahu cerca un dialogo.

Perché Israele attacca lo Yemen
  I caccia F-16 hanno penetrato le linee dei ribelli yemeniti colpendo terminal energetici, batterie anti-aeree, depositi di armi, rilanciando il settimo fronte di guerra di Tel Aviv dal 7 ottobre 2023 a oggi: a Gaza, dove nonostante i colloqui la guerra non si ferma, e al Libano interessato da un precario cessate il fuoco, si aggiungono la Cisgiordania, in cui spingono i coloni sostenuti dal governo, la Siria, colpita dai caccia dopo la caduta di Bashar al-Assad e sostanzialmente demilitarizzata da Tel Aviv e i tre Paesi su cui Israele ha compiuto raid: Iraq, Iran e, appunto, Yemen.
  Qual è l’obiettivo di Israele? Enfatizzare la presenza della minaccia degli Houthi nel Mar Rosso contro il commercio globale come pivot attorno a cui costruire una nuova alleanza nel Medio Oriente, superando le contingenze negative imposte per la diplomazia dello Stato Ebraico dalle conseguenze della guerra di Gaza.
  Obiettivo di fondo: sperare che il riavvicinamento Tel Aviv-Riad possa emergere sulla scia della messa a terra di manovre anti-Houthi che spingano i sauditi a riconsiderare il loro impegno a ridurre il coinvolgimento nello scenario regionale e ripensare il riavvicinamento all’Iran. Una strategia che parla anche agli Stati Uniti, i quali da un anno bombardano gli Houthi e non hanno mancato di rafforzare la loro presenza in Medio Oriente dopo la fine del regime siriano, ufficialmente per contrastare possibili riprese dello Stato Islamico.

Obiettivo massima pressione?
  In prospettiva, l’obiettivo ideale di Tel Aviv sarebbe vedere se è possibile plasmare quell’asse Israele-Usa-Arabia Saudita per contenere la proiezione iraniana nella regione e spingere alle porte della Repubblica Islamica il contenimento. La via che Netanyahu vuole seguire passa per l’offensiva contro gli alleati di Teheran e l’attesa per nuove mosse contro il Paese degli ayatollah da parte dell’amministrazione Usa entrante di Donald Trump.
  L’idea che il Trump 2.0 possa avversare nettamente l’Iran è altamente plausibile, e Netanyahu spinge per colpire le forze legate alla Repubblica Islamica ovunque, magari per spingere Teheran a una reazione eccessiva, soprattutto sul programma nucleare, che dia il là a un attacco diretto. Ad oggi tiene solo l’apparente pace iraniano-saudita, mentre Netanyahu lavora per la distensione col Paese di Mohammad bin Salman ora che i colloqui sono ripresi a 14 mesi dal massacro del 7 ottobre. Trump riprenderà il filo degli Accordi di Abramo? Per vederli realizzati, va ricordato, serve un obiettivo comune. Nel 2019-2020 fu l’ostilità contro l’Iran. Ora, va capito se casa Saud sarà della partita prima di dare per ripreso il filo interrotto della politica americana e israeliana in Medio Oriente.
  Dacci ancora un minuto del tuo tempo!
  Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

(Inside Over, 21 dicembre 2024)

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Siria, Israele e Turchia nel dopo-Assad: rischio di uno scontro che non conviene a nessuno

Alleati degli Stati Uniti e principali beneficiari, a livello strategico, della fine dell'era Assad in Siria, Turchia e Israele sono in rotta di collisione. In Siria e non solo, scrive il Wall Street Journal dei due Paesi che hanno una storia di relazioni difficili e a dir poco tese. Gestire questa rivalità diventerà probabilmente, secondo il giornale, una delle priorità dell'Amministrazione Trump, che si insedierà tra un mese. "I funzionari turchi vogliono che la nuova Siria sia un successo in modo che la Turchia possa controllarla e pensano che gli israeliani potrebbero semplicemente rovinare tutto", è l'opinione di Gönül Tol, direttore del programma Turchia del Middle East Institute.
  Molti nella leadership israeliana non sono convinti delle garanzie offerte da Ahmed al-Sharaa (Abu Mohammed al Jawlani) e i funzionari israeliani si sono detti allarmati dal fatto che un nuovo asse di islamisti sunniti, guidato dalla Turchia, possa diventare nel tempo un pericolo grave quanto l'"asse della resistenza" sciita guidato dall'Iran, soprattutto alla luce del sostegno pubblico da parte del leader turco Recep Tayyip Erodgan a nemici giurati di Israele, come Hamas. Lo stesso Erdogan che non ha esitato a definire il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, il "macellaio di Gaza". Mentre negli ultimi giorni la Turchia ha più volte chiesto a Israele di ritirare le truppe dalle aree siriane nella zona delle Alture del Golan e ha accusato Israele di sabotare la transizione nel dopo-Assad.
  Mentre prende forma la Siria del dopo-Assad, osserva il Wsj, la Turchia emerge come potenza di gran lunga dominante a Damasco, portando Erdogan "più vicino che mai" al coronamento della sua ambizione di una sfera di influenza che si estende fino a Libia e Somalia. "Le relazioni con la Turchia sono sicuramente in un brutto momento, ma c'è sempre la possibilità di un ulteriore deterioramento – ha commentato Yuli Edelstein, presidente della Commissione Affari esteri e Difesa del Parlamento israeliano – In questa fase non si tratta di minacce a vicenda, ma la situazione potrebbe evolvere in scontri per quanto riguarda la Siria, scontri con proxy ispirati e armati dalla Turchia". La minaccia potenziale della Siria non è immediata, è convinto, ma nel medio periodo i gruppi islamisti nel sud della Siria potrebbero costituire un pericolo le comunità israeliane. "Ci sono ancora canali di comunicazione tra i due Paesi e la Turchia è sempre un alleato degli Stati Uniti, quindi le questioni possono essere appianate", ha invece osservato Eyal Zisser, docente di storia contemporanea del Medio Oriente dell'Università di Tel Aviv, certo che per Israele sia di gran lunga migliore la prospettiva di una Siria controllata dalla Turchia rispetto all'Iran. Anche ad Ömer Önhon, analista con un passato da ambasciatore turco a Damasco, sembra esagerato parlare di imminente scontro tra Turchia e Israele in Siria. "La Turchia è contraria alle politiche del governo Netanyahu – ha affermato – e se cambieranno le politiche le relazioni potranno tornare alla normalità".
  A parte il Qatar (alleato di Ankara), altri partner americani nella regione, come l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e la Giordania, avrebbero le loro remore sulla nuova influenza turca. Si teme una rinascita dell'Islam politico, a partire da Damasco. A lungo le politiche della Turchia hanno irritato le Amministrazioni americane. "La Turchia è stata per molto tempo uno stato canaglia all'interno dell'alleanza occidentale", ha commentato Jonathan Schanzer, alla guida della Foundation for the Defense of Democracies, think tank di Washington. Per Shalom Lipner, oggi all'Atlantic Council ma in passato consigliere di diversi premier israeliani, "Hts al posto di guida a Damasco, sotto la protezione turca, solleva la possibilità sconfortante per Israele di islamisti ostili lungo il confine nordorientale, una situazione che potrebbe diventare ancor più difficile se i curdi venissero respinti, lasciando posto alla rinascita dell'Is".
  Intanto in Siria continua l'offensiva dell'Esercito nazionale siriano, sostenuto da Ankara, contro i curdi siriani nelle regioni nel nordest del Paese arabo dove si trovano basi militari Usa. Tra i combattenti ci sono curdi del sudest della Turchia e Ankara considera il Pkk "organizzazione terroristica". "Quanto sta accadendo in questo momento è che un Paese Nato sostiene un'organizzazione terroristica che opera contro un altro Paese Nato", è l'accusa di Mehmet Șahin, deputato dell'Akp di Erdogan. Per Berdan Oztürk, del partito filocurdo Dem, Washington deve sostenere il curdi siriani in nome della battaglia comune degli anni passati contro l'Is. Così Ankara è saltata su tutte le furie quando il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa'ar, ha affermato che Israele dovrebbe considerare i curdi come "alleati naturali". Ma è irrealistico immaginare un sostegno materiale ai combattenti curdi siriani da parte di Israele, secondo l'ex diplomatico turco Aydın Selcen. "Significherebbe che Israele ha perso la testa se decidesse di andare alla ricerca di guai con la Turchia in Siria – ha commentato – Negli ultimi sviluppi Ankara è la vincitrice, Israele è il vincitore. E non vedo la possibilità di un conflitto aperto tra Israele e Turchia. Semplicemente, non ha senso".

(Adnkronos, 21 dicembre 2024)

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Due adolescenti condannate per attacchi antisemiti a Londra

di Michelle Zarfati

Due ragazze adolescenti di 14 e 15 anni sono state condannate per una serie di attacchi antisemiti a Londra. Ad aggravare la loro posizione l’ultimo dei loro attacchi, che, secondo quanto riportato dal The Guardian, avrebbe lasciato una donna senza conoscenza per qualche ora. Le adolescenti, che non possono essere nominate a causa della loro età, hanno preso di mira i membri della comunità ebraica di Stamford Hill in quattro incidenti separati, avvenuti nell’arco di mezz’ora, tutti nel dicembre 2023, come dichiarato dal Crown Prosecution Service (CPS).
  Il CPS ha rivelato che la coppia è apparsa mercoledì alla corte dei magistrati di Stratford, dove è stato imposto loro un ordine di riabilitazione giovanile per 18 mesi. Le due ragazze sono state inoltre poste sotto coprifuoco con un tag elettronico per tre mesi. Il CPS ha poi spiegato di aver chiesto con successo una sentenza più severa in quanto la maggior parte degli attacchi da parte delle due giovani sono stati “motivati dall’odio”. I pubblici ministeri hanno raccontato che, durante il primo incidente, le adolescenti avrebbero chiesto soldi a una donna su St Ann’s Road. Durante la richiesta una delle due ha cercato di colpire la vittima, che è poi riuscita a fuggire. Durante la stessa giornata, circa dieci minuti dopo la coppia ha chiesto soldi a una ragazzina di 12 anni vicino a Holmdale Terrace. Nel giro di cinque minuti, le due hanno iniziato a molestare un gruppo di quattro ragazze di 11 anni, gridando loro frasi antisemite e chiedendo ancora soldi. Secondo il CPS il gruppo è stato poi inseguito e una delle ragazzine è stata afferrata per un braccio violentemente.
  Nell’ultimo incidente, avvenuto mezz’ora dopo il primo, le adolescenti hanno aggredito una donna su Rostrevor Avenue. Le imputate si sono avvicinate alla vittima e le hanno chiesto se avesse dei soldi in tasca. Quando la donna ha cercato di allontanarsi da loro, è stata colpita alla schiena. Il CPS ha aggiunto che le due hanno afferrato il telefono della vittima prima di schiaffeggiarla, toglierle la parrucca, gettarla a terra per prenderla a calci. La donna ha perso brevemente conoscenza e ha riportato “lividi significativi”.
  Le ragazze sono state entrambe giudicate colpevoli di tentata rapina, molestie aggravate dalla religione e lesioni personali durante il processo. “Le prove in questo caso hanno dimostrato che le due adolescenti hanno preso di mira la maggior parte delle vittime solo perché ebree” ha spiegato Jagjeet Saund, del CPS. “Le testimonianze chiave hanno dimostrato che le imputate hanno schernito le vittime, usando un linguaggio antisemita, rendendo chiaramente ovvio che questi attacchi erano crimini d’odio. Evidenziando questo modello di reato, abbiamo chiesto con successo al tribunale di aumentare la pena emessa oggi contro gli imputati – si legge nella nota del CPS – All’udienza di oggi, abbiamo utilizzato una dichiarazione per dimostrare ulteriormente l’impatto che questa dimostrazione di odio può avere sulla comunità locale, causando traumi e paura in tutta la società. Non c’è posto per tale intolleranza e odio, e il Crown Prosecution Service continuerà a lavorare a stretto contatto con la polizia per garantire che coloro che diffondono odio, pregiudizio e ostilità siano perseguiti”.

(Bet Magazine Mosaico, 20 dicembre 2024)

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Il turpe can can anti-israeliano e i risultati sul terreno

La guerra a Gaza, iniziata con l’aggressione di Hamas nei confronti di Israele il 7 ottobre 2023, ci ha consegnato due fenomeni interconnessi e paralleli: la più feroce propaganda contro Israele di cui si abbia memoria e il più copioso rigurgito di antisemitismo dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi.
Era tutto, a guardare bene, ampiamente prevedibile, dopotutto la propaganda contro lo Stato ebraico è cominciata subito dopo la guerra dei Sei Giorni e ha avuto nell’ONU, fin da allora, una delle sue agenzie principali, quando propose la Risoluzione 242 che i russi e gli arabi cercarono di modificare per obbligare Israele a Israele ritirarsi da tutti i territori conquistati, ovvero anche da Gaza e dalla Cisgiordania che gli erano stati assegnati dal Mandato Britannico per la Palestina del 1922.
Da allora è stato un crescendo senza sosta, un macinare di risoluzioni avverse sotto regia sovietica con il concorso arabo e degli Stati nell’orbita sovietica, (la Russia è stata il grande laboratorio dove si è costruito tutto l’armamentario lessicale contro Israele in uso ancora oggi, Stato “razzista”, “nazista” “genocida”, dove si pratica l’apartheid), per continuare con lena piena anche dopo il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione del Moloch sovietico.
Per quanto concerne l’antisemitismo, va detto che non ha mai abbandonato la scena da duemila anni a questa parte, con alti e bassi, ed è sempre cresciuto tutte le volte che Israele ha dovuto entrare in guerra, perché ciò che proprio agli ebrei non si riesce a perdonare è che sappiano combattere e vincere le guerre, soprattutto nel mondo islamico, dove per secoli erano considerati succubi, dhimmi, e lì, in quel ruolo, dovevano restare per sempre, come fossili.
Acme del processo propagandistico e suo maggiore successo è stata l’invenzione della Palestina, regione popolata da un popolo antichissimo, quello palestinese appunto, anche quando la geografia era ripartita tra Giudea, Samaria e Galilea, regioni dove predicava Gesù, a cui, al posto del talit è stato poi fatta indossare la kefiah in quel processo di appropriazione culturale che ha espropriato gli ebrei anche del Muro Occidentale, rinominato dall’UNESCO in onore del Burak, il mitico quadrupede alato con cui Maometto sarebbe volato a Gerusalemme mai citata nel Corano. Dalla Palestina è disceso per filiazione uno Stato palestinese, senza confini, capitale e moneta, ma accolto all’ONU in virtù di osservatore e oggi riconosciuto virtualmente da Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia.
Si tratta di capolavori, a cui si è aggiunto il vertice odierno, l’accusa di genocidio che Israele avrebbe compiuto a Gaza dove secondo la rivista Lancet, già prodiga in passato di accuse a Israele, non sarebbero morti quarantaduemila civili (nessun miliziano jihadista) ma addirittura centosessantaseimila, in attesa di nuove cifre più cospicue che, a questo punto, presto supereranno i cinquecentomila morti della guerra siriana, anche se nessuno ha mai accusato Assad di genocidio o ha emesso nei suoi confronti mandati di arresto come è successo a Netanyahu.
Si potrebbe continuare ma ci fermeremo qui, lo spazio non basterebbe. Nonostante questo e altro, c’è da dire che Israele la guerra la sta vincendo, non l’ha ancora vinta ma è sulla buona strada, con Hamas a pezzi a Gaza, Hezbollah assai malconcio e privo della parte più consistente del suo quadro dirigente, Assad fuggito in Russia e l’Iran, grande sponsor che guarda affranto il crollo dell'”asse della resistenza” e il volatizzarsi in fumo dei miliardi di dollari spesi per sostenerlo.
C’è da aggiungere che a breve Donald Trump tornerà alla Casa Bianca e Netanyahu e il suo governo ne usciranno rafforzati. Malgrado il turpe cancan anti-israeliano, non sono buoni giorni per gli antisemiti e gli odiatori di Israele.

(L'informale, 20 dicembre 2024)

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7 ottobre – Engelmayer porta le sue cartoline a Torino

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Un uomo assorto cammina per Torino. Passeggia per le vie, sullo sfondo la Mole antonelliana, il Monte dei Cappuccini. Ma il suo pensiero è rivolto altrove: agli ostaggi da 441 giorni prigionieri di Hamas a Gaza. «Io sono a Torino, ma gli ostaggi sono ancora lì. E questo è sempre il mio primo pensiero. Da un anno disegno i loro volti, le loro storie. È una forma di attivismo che non mi abbandona mai, non importa la città in cui sono. Del resto non importa cosa facciamo noi nella nostra quotidianità, la costante è che loro sono ancora prigionieri», afferma a Pagine Ebraiche Zeev Engelmayer. I lettori di questo giornale lo conoscono: il numero di settembre portava in copertina una sua opera, assieme a una lunga intervista. Ora è in Italia per presentare di persona le sue cartoline quotidiane. L’appuntamento era al centro sociale della Comunità ebraica di Torino. «Ho presentato la mia storia di illustratore e di attivista con il personaggio umoristico di Shoshke (una donna sua alter ego), ma soprattutto il mio impegno dopo il 7 ottobre».
Dopo le stragi e i rapimenti di Hamas, Engelmayer ha iniziato a disegnare gli ostaggi. «Ha un tratto completamente diverso dagli altri. Attraverso l’uso di colori e un disegno apparentemente ingenuo riesce a dare un senso di ottimismo anche in questa situazione drammatica», sottolinea il gallerista Ermanno Tedeschi, promotore insieme all’Adei Wizo di Torino dell’incontro con Engelmayer. A portare l’illustratore in Italia per la terza volta è stata l’addetta culturale dell’ambasciata d’Israele, Maya Katzir. «In Israele tutti lo conoscono. Le sue cartoline per gli ostaggi sono ovunque: dalle fermate degli autobus alle manifestazioni dei famigliari dei rapiti».
Al pubblico torinese l’illustratore ha regalato alcune delle sue opere. «È stato un gesto spontaneo», racconta Engelmayer. «Non mi aspettavo di trovare anche qui dei legami così forti con Israele e con la situazione degli ostaggi. Per noi è la quotidianità, siamo immersi in queste storie e sappiamo chi sono Naama Levy, Liri Albag, Matan Zangauker. Ho trovato anche qui a Torino molta consapevolezza e solidarietà».
Nel corso della serata torinese sono state raccolte donazioni per la campagna “Ritorno a Sderot”, in favore della città del sud di Israele duramente colpita il 7 ottobre. d.r.

(moked, 20 dicembre 2024)

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Distrutti 7 km di tunnel a Gaza. Da Stoccolma stop all’Unrwa

A distanza di oltre un anno dall’inizio della guerra a Gaza, Tsahal è ancora impegnata nella distruzione dei tunnel di Hamas. Negli ultimi giorni l’unità Yahalom, corpo d’élite del genio militare israeliano, ha identificato e distrutto tre tunnel. Oltre sette chilometri di reticoli, in cui i soldati hanno trovato attrezzature delle Israel Defence Forces rubate dai terroristi durante l’assalto del 7 ottobre, oltre ad armi e mappe delle comunità israeliane a ridosso del confine con Gaza.
  Nell’enclave palestinese Tsahal continua dunque la sua operazione per smantellare l’infrastruttura di Hamas e degli altri gruppi terroristici. Nel mentre attende come tutto il paese aggiornamenti sulle trattative per una tregua. Dopo le parole di ottimismo del ministro della Difesa Israel Katz, il negoziato è nuovamente rallentato. La firma descritta giorni fa come imminente, ma ora alcuni media arabi parlano di settimane. Resta la speranza, a cui si affida anche il segretario di stato Usa Antony Blinken. Intervistato dall’americana MSNBC, Blinken ha ribadito l’impegno di Washington per arrivare a un cessate il fuoco in cambio del rilascio degli ostaggi. 100 persone, di cui almeno 34 non più in vita, prigioniere da quattordici mesi di Hamas. «Dobbiamo riportarle a casa», ha sottolineato Blinken. Secondo il capo della diplomazia Usa la fine della guerra a Gaza è nell’interesse di Israele, così come evitare un’occupazione prolungata dell’enclave palestinese. «Se finiscono per occupare Gaza, dovranno affrontare un’insurrezione per anni. Non è nel loro interesse». Il futuro di Gaza, ha aggiunto, non deve prevedere Hamas. «È necessario un piano coerente per il futuro».
  Intanto dalla Svezia arriva la notizia che il governo di Stoccolma smetterà di finanziare l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per l’assistenza ai rifugiati palestinesi, accusata da Israele e da altri Paesi di collusione con Hamas. Gli aiuti alla popolazione civile di Gaza verranno allo stesso tempo raddoppiati, ha dichiarato il ministro svedese per la cooperazione Benjamin Dousa. «I fondi andranno a diversi organi Onu che si occupano di distribuire medicine, cibo e altri generi di prima necessità».

(moked, 20 dicembre 2024)

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Erdogan sta per invadere il nord della Siria ma critica Israele per il Golan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha fatto capire che la Turchia potrebbe intervenire nel nord della Siria per eliminare quelle che, a suo dire, sono minacce alla sua sicurezza poste dai gruppi curdi siriani. Tuttavia, anche se medita un’invasione, Erdogan sostiene che gli Stati Uniti e le potenze occidentali hanno la “responsabilità di impedire a Israele” di operare in territorio siriano.
A differenza della Turchia, i cui proxy controllano ampie zone della Siria settentrionale, l’IDF è entrato in una zona cuscinetto tra la Siria e la parte delle Alture del Golan annessa a Israele solo questo mese, affermando di farlo temporaneamente, fino a quando non sarà istituito un nuovo regime che possa garantire il rispetto dell’accordo di disimpegno del 1974 che ha formato la zona demilitarizzata.
La dichiarazione di Erdogan a un gruppo di giornalisti arriva anche in mezzo a notizie di combattimenti tra combattenti sostenuti dalla Turchia e le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda sostenute dagli Stati Uniti nel nord della Siria, vicino alla città di confine di Kobani e alla diga di Tishrin sul fiume Eufrate.
“Dimostreremo che è giunto il momento di neutralizzare le organizzazioni terroristiche presenti in Siria”, ha dichiarato Erdogan, secondo una trascrizione delle sue osservazioni. “Lo faremo per prevenire qualsiasi ulteriore minaccia proveniente dal sud dei nostri confini”.
La Turchia considera l’SDF un’organizzazione terroristica perché la sua componente principale è un gruppo allineato con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, o PKK, che è vietato in Turchia. All’inizio della settimana, l’SDF ha dichiarato che gli sforzi di mediazione guidati dagli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere una tregua permanente nel nord della Siria.
“La fine della strada per le organizzazioni terroristiche è vicina”, ha dichiarato Erdogan. “Non c’è spazio per i terroristi nel futuro della regione. La vita dell’organizzazione terroristica del PKK e delle sue estensioni si è esaurita”.
Erdogan afferma che mettendo in sicurezza la zona di confine con la Siria, la Turchia impedirà al PKK di reclutare combattenti.
Il leader turco, nel frattempo, accoglie con favore il fatto che molti Paesi stiano stabilendo contatti con i nuovi leader siriani, affermando che si tratta di “un segno di fiducia” nella nuova amministrazione. Ha dichiarato che la Turchia assisterà il Paese nella creazione di nuove “strutture statali”.
Erdogan aggiunge che il Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan si recherà presto in Siria.

(Rights Reporter, 20 dicembre 2024)

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Il caso Le Monde: polemiche e accuse di schieramento ideologico tra filo-palestinismo e critica a Israele. Redazione spaccata

di Marina Gersony

Si respira un’aria pesante nella nuova sede avveniristica del quotidiano Le Monde, un edificio di vetro e acciaio nelle immediate vicinanze della stazione. Nonostante l’architettura trasparente e l’open-space, dove anche gli amministratori condividono le scrivanie con i giornalisti, il clima di collaborazione sembra un lontano miraggio. «La gente ha paura», confessa un redattore sotto anonimato, dando voce al malcontento che da mesi serpeggia tra le scrivanie di tra i giornali più importanti in Francia e non solo.
  Secondo una minuziosa inchiesta condotta da Le Figaro e riservata ai suoi abbonati, il disagio è palpabile e riguarda principalmente il trattamento editoriale del conflitto israelo-palestinese. Tra i temi caldi spiccano il controverso “muro di Gaza” e le polemiche attorno a Benjamin Barthe, vicecaporedattore della sezione internazionale, la cui vita privata e scelte professionali stanno alimentando divisioni profonde nella redazione. Barthe è sposato con Muzna Shihabi, un’attivista palestinese le cui posizioni politiche esplicite sollevano dubbi sull’imparzialità del giornale.

• IL “MURO DI GAZA” E LA QUESTIONE DELL’OMERTÀ
  Ma qual è il punto? All’interno degli spazi comuni della redazione di Le Monde, un angolo è stato ribattezzato “il muro di Gaza”. Qui campeggiano immagini di bambini palestinesi, articoli di denuncia e slogan come “Stop al genocidio” e “Non lasciate che vi dicano che tutto è iniziato il 7 ottobre 2023”. Secondo le testimonianze raccolte da Le Figaro, il muro sarebbe un simbolo della presa di posizione pro-palestinese di una parte della redazione. Un altro disegno, che rappresenta la Statua della Libertà con un drappo insanguinato, reca la scritta “Libertà di uccidere”. La narrazione offerta da questi materiali è giudicata da alcuni redattori come troppo unilaterale e ideologica.
  «Passare davanti a quel muro ogni giorno mi disturba profondamente», ammette turbata una giornalista, aggiungendo che la complessità del conflitto israelo-palestinese richiederebbe una rappresentazione più equilibrata. Tuttavia, il dibattito interno sembra soffocato: «C’è un clima di omertà; chi critica rischia di essere isolato», è il commento di chi denuncia il trattamento riservato a Israele sul quotidiano. Ma oltre al clima teso che sembra regnare all’interno della redazione, è tutta la linea editoriale ad aver suscitato reazioni sia all’interno che tra i lettori.

• LE ACCUSE CONTRO BARTHE E SUA MOGLIE
  Il caso di Benjamin Barthe rappresenta un altro nodo cruciale. Ex corrispondente in Medio Oriente, Barthe è stato accusato di aver adottato una linea editoriale favorevole ai palestinesi, influenzata, secondo alcuni, dall’attivismo della moglie. Muzna Shihabi non ha mai nascosto le sue opinioni: sui social media utilizza spesso hashtag come #FreePalestine e ha espresso solidarietà per figure controverse come Ismaïl Haniyeh, leader di Hamas. Una delle sue dichiarazioni più discusse recita: «Che Dio distrugga il regime sionista».
  Questi legami hanno alimentato un acceso dibattito sulla deontologia e sull’imparzialità di Barthe. Sebbene il comitato etico di Le Monde abbia descritto le critiche come una «campagna di intimidazione», il malcontento interno cresce. Alcuni redattori ritengono che la presenza di Barthe nella sezione internazionale comprometta la credibilità del giornale.
  Nel frattempo, sui social la questione suscita clamore. Come riporta Le Journal du Dimanche (chiamato anche Le JDD),  l’ex redattrice capo di i24News, Noémie Halioua, condanna un «muro in cui convivono odio anti-israeliano, antisemitismo e deliri complottisti». Il giurista Étienne Dujardin paragona a sua volta quel muro al «muro dei cretini» presente nella magistratura e afferma che «il giornale Le Monde è in totale deriva».

• LE MONDE, NESSUN PASSO INDIETRO
  «Deriva anti-israeliana: la risposta sconcertante di Le Monde dopo le rivelazioni di Le Figaro», titola Le JDD che ha ottenuto un comunicato dal CDR (Comitato di Redazione), dal quale non emerge alcuna autocritica o messa in discussione delle posizioni del giornale. Il CDR respinge con fermezza le rivelazioni del quotidiano concorrente, definendo l’inchiesta basata su «interpretazioni errate e fatti distorti». Rivolgendosi all’intera redazione, il Consiglio sottolinea che all’interno del giornale esistono «spazi di confronto e dialogo», nei quali vengono regolarmente discussi temi importanti, spesso con dibattiti accesi durante le riunioni editoriali. Il comunicato esprime inoltre disapprovazione per il fatto che alcuni membri della redazione abbiano scelto di manifestare il proprio dissenso pubblicamente, anziché discuterne nelle sedi interne appropriate. Viene anche condannata la diffusione di immagini degli uffici di una persona estranea al ruolo di giornalista, considerata una grave violazione durante questa vicenda.

• RADICI STORICHE DEL CONFLITTO INTERNO
  Per comprendere la crisi attuale, è utile guardare al passato di Le Monde. Fondato nel 1944 da Hubert Beuve-Méry, il giornale ha sempre cercato di mantenere una reputazione di rigore e imparzialità. Tuttavia, le sue posizioni editoriali hanno spesso rispecchiato un certo impegno politico, soprattutto durante momenti storici critici come la decolonizzazione e il conflitto in Algeria. Questa tradizione di attivismo si intreccia oggi con le dinamiche interne di una redazione che deve confrontarsi con il peso delle opinioni personali e delle pressioni esterne.
  La crescente polarizzazione sociale ha spinto molti giornalisti a rivendicare maggiore libertà espressiva, talvolta a scapito di un approccio neutrale. Questo è evidente non solo nel caso di Barthe, ma anche in altre figure di spicco della redazione, che utilizzano i social media per esprimere opinioni forti, spesso divergenti dalla linea ufficiale del giornale. Il rischio, secondo alcuni osservatori a commento della questione, è che questa frammentazione comprometta la coesione e l’autorevolezza della testata.

• UNA CRISI CHE RIFLETTE IL PANORAMA MEDIATICO
  Il caso di Le Monde non è isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio di polarizzazione del giornalismo francese e probabilmente non solo. Negli ultimi anni, molte testate hanno abbandonato la pretesa di neutralità per abbracciare narrative più esplicite, spesso in linea con la sensibilità del proprio pubblico. Tuttavia, quando un giornale come Le Monde, che ha costruito la sua reputazione su rigore e imparzialità, appare schierato, le reazioni sono inevitabilmente più forti.
  L’inchiesta di Le Figaro ha messo in luce una frattura profonda: da un lato, chi difende una linea editoriale più empatica verso i palestinesi, dall’altro, chi chiede un approccio più bilanciato. Nel mezzo, una redazione divisa e un pubblico sempre più critico. «Abbiamo ricevuto centinaia di disdette dopo le prime pagine del 7 e 8 ottobre», rivela una fonte interna, riferendosi alle edizioni pubblicate all’indomani degli attacchi di Hamas contro Israele.

• LE SFIDE DEL GIORNALISMO CONTEMPORANEO
  Il dibattito su Le Monde solleva interrogativi più ampi sul ruolo dei media in una società sempre più polarizzata. Possono i giornali mantenere una neutralità autentica o devono inevitabilmente prendere posizione? Qual è il confine tra legittima sensibilità personale e il rispetto dei principi deontologici?
  In questo contesto, la figura del giornalista si trova sotto pressione. Non è più sufficiente riportare i fatti; oggi, ai professionisti dell’informazione viene richiesto di decodificare una realtà complessa e, talvolta, di orientare il dibattito pubblico. Questa evoluzione ha portato a una tensione crescente tra l’esigenza di preservare la credibilità delle testate e la necessità di attirare un pubblico sempre più segmentato.
  In un mondo in cui le verità assolute sono sempre più rare, la sfida non è solo raccontare i fatti, ma farlo in modo che tutti possano sentirsi rappresentati. La posta in gioco non è solo la credibilità di un giornale, ma il futuro del giornalismo stesso.

(Bet Magazine Mosaico, 20 dicembre 2024)

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Amichai Chikli al Papa: “Chiarisca le sue dichiarazioni su Israele. Accuse di genocidio infondate e pericolose”

di Luca Spizzichino

In una lettera aperta indirizzata a Papa Francesco, il Ministro israeliano della Diaspora e contro l’antisemitismo, Amichai Chikli, ha espresso profonda preoccupazione per alcune recenti dichiarazioni e gesti del Pontefice. Chikli ha esortato il Papa a chiarire la sua posizione riguardo alle accuse di genocidio rivolte a Israele e a riflettere sulle implicazioni delle narrazioni che rischiano di distorcere la storia e il legame millenario tra il popolo ebraico e la Terra d’Israele.
  Chikli apre la sua lettera ricordando che Betlemme, città natale di Gesù, è un luogo profondamente legato alla storia ebraica. “Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode”, scrive, citando il Vangelo secondo Matteo. Il ministro sottolinea che Betlemme è anche il luogo in cui Rachele, una delle matriarche ebraiche, morì dando alla luce Beniamino. Rievocando il passato, Chikli menziona la rivolta di Bar Kochba (132-135 d.C.) contro l’Impero Romano, un momento cruciale nella storia del popolo ebraico. “Lo storico romano Dione Cassio descrive come 985 villaggi ebraici furono distrutti, e 580 mila uomini persero la vita in battaglia”, scrive Chikli, evidenziando come l’imperatore Adriano cercò di cancellare ogni traccia del legame tra gli ebrei e la loro terra, rinominando la Giudea in “Syria Palaestina” e Gerusalemme in “Aelia Capitolina”.
  Il cuore della lettera è però dedicato alle recenti dichiarazioni di Papa Francesco, che, secondo Chikli, rischiano di alimentare narrazioni pericolose. “Lei ha affermato che le accuse di genocidio a Gaza dovrebbero essere ‘esaminate attentamente’”, scrive il ministro, aggiungendo: “In quanto popolo che ha perso sei milioni di suoi figli nell’Olocausto, siamo particolarmente sensibili alla banalizzazione del termine ‘genocidio’, che si avvicina pericolosamente alla negazione dell’Olocausto”. Chikli denuncia anche il ruolo di organizzazioni come Amnesty International, che nel suo rapporto avrebbe falsamente affermato che Israele ha lanciato un attacco non provocato contro Gaza il 7 ottobre 2023. “In quella terribile giornata, Israele non ha attaccato Gaza. È stato invece oggetto di un’aggressione senza precedenti da parte di Hamas”, chiarisce il ministro, elencando le atrocità commesse durante l’attacco, tra cui massacri, stupri e rapimenti di civili innocenti.
  Rivolgendosi direttamente al Papa, Chikli ricorda l’importanza di combattere la disinformazione e di preservare la verità storica. “Il silenzio del Vaticano durante i giorni bui della Shoah è ancora assordante”, scrive, sottolineando che è necessario evitare che la storia si ripeta. Chikli conclude la sua lettera con un appello a Papa Francesco affinché chiarisca la sua posizione e rafforzi il dialogo tra il Vaticano e il popolo ebraico: “Sappiamo che lei è un caro amico del popolo ebraico. Apprezziamo i suoi sforzi e desideriamo approfondire il rapporto tra il Vaticano e lo Stato di Israele, così come tra il popolo cristiano e quello ebraico”.
  Il 2025 segnerà il 60° anniversario della Dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, un documento fondamentale che ha trasformato il rapporto tra cristiani ed ebrei. Chikli auspica che questo anniversario possa rappresentare un’occasione per rinnovare l’impegno verso la verità e il rispetto reciproco. “Verità e D'o sono una cosa sola”, conclude Chikli, affidando al Pontefice la responsabilità di utilizzare la sua influenza per promuovere giustizia e riconciliazione.

(Shalom, 20 dicembre 2024)

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Israele – Sondaggio rivela nuovo senso di appartenenza della minoranza araba

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L’ingresso della moschea El Jazzar ad Acri, città nel nord d’Israele

Un nuovo sondaggio dell’Università di Tel Aviv rivela un dato imprevisto: il 57,8% degli arabi israeliani – musulmani, drusi e cristiani inclusi – ritiene che la guerra in corso abbia contribuito a creare un «senso di condivisione del destino» con la comunità ebraica. Il risultato, parte di un’indagine del Centro Moshe Dayan, segna un importante cambiamento rispetto al passato. Nel giugno 2024, il 51,6% degli intervistati esprimeva un’opinione simile, mentre a novembre 2023, subito dopo gli attacchi del 7 ottobre, il 69,8% riteneva che la guerra avesse danneggiato la solidarietà tra le due comunità.
  La guerra a Gaza sembra aver stimolato una nuova riflessione sulla soluzione al conflitto israelo-palestinese. Quasi la metà degli arabi israeliani (49,7%) oggi considera la soluzione dei due Stati, basata sui confini del 1967, l’opzione più realistica, in netto aumento rispetto al 17,2% del 2023. Parallelamente, diminuisce il pessimismo: solo il 27,1% crede che non ci siano soluzioni politiche in vista, contro il 55,6% dello scorso anno.
  «Prima degli eventi di ottobre 2023, la maggioranza degli arabi israeliani riteneva che non ci fosse alcuna soluzione politica praticabile,» afferma il rapporto. «Oggi, la prospettiva dei due Stati è vista come l’alternativa più realistica».

• LA CRIMINALITÀ PRIMA PREOCCUPAZIONE
  Nonostante il rinnovato interesse per le questioni politiche, è la violenza criminale a dominare le preoccupazioni della comunità araba israeliana. Il 66,5% degli intervistati la identifica come la sfida più urgente, superando altre priorità come il conflitto israelo-palestinese (10,9%) o la povertà (4,9%). «La crescente violenza, alimentata da decenni di negligenza governativa e dal proliferare di gruppi criminali organizzati, ha lasciato molte comunità arabe in una situazione di insicurezza», denunciano gli autori dell’indagine. Il 65,8% degli intervistati dichiara di sentirsi poco sicuro nella propria vita quotidiana.

• SENTIRSI ISRAELIANI
  Sul piano identitario, l’appartenenza alla cittadinanza israeliana si consolida: il 33,9% degli arabi israeliani la indica come componente dominante della propria identità, seguita dall’affiliazione religiosa (29,2%) e dall’identità araba (26,9%). Solo il 9% considera l’identità palestinese il fulcro della propria appartenenza.
  L’inclusione di partiti arabi nel governo israeliano gode oggi di un ampio sostegno: il 71,8% degli intervistati è favorevole a questa opzione, e quasi la metà (47,8%) sostiene la partecipazione politica dei partiti arabi a prescindere dall’orientamento della coalizione. Il cambiamento è attribuito all’esperienza del partito Ra’am, che ha sostenuto la coalizione Bennett-Lapid del 2021, stabilendo un precedente per la politica araba israeliana.

• NO A HAMAS
  Sul piano regionale, oltre la metà degli arabi israeliani (53,4%) vede un accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita come un’opportunità positiva, anche senza una risoluzione preliminare del conflitto con i palestinesi. Solo una minoranza (6,7%) sostiene che Hamas debba continuare a governare Gaza, mentre altre opzioni – tra cui il coinvolgimento dell’Autorità Palestinese o di entità multinazionali – raccolgono molto consenso.
  Per Arik Rudnitzky, responsabile della ricerca, «gli arabi israeliani stanno inviando un messaggio chiaro alle autorità e alla maggioranza ebraica. Sono pronti a collaborare per ricostruire la società israeliana finita questa guerra». d.r.

(moked, 19 dicembre 2024)

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Houthi distruggono scuola, Tsahal colpisce Sana’a

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La scuola distrutta di Ramat Gan

Una scuola elementare di Ramat Gan, a est di Tel Aviv, non c’è più. È stata completamente distrutta dai frammenti di un missile sparato dallo Yemen e intercettato dal sistema di difesa a lungo raggio Arrow. È il secondo attacco degli Houthi in pochi giorni, il primo a creare gravi danni. Fortunatamente, dichiarano le autorità, non ci sono feriti. «L’incidente è avvenuto nel cuore della notte», spiega a Kan il sindaco di Ramat Gan Carmel Shama. La scuola era deserta e anche l’area vicina. L’edificio è completamente collassato, sarà demolito e ricostruito. «Il servizio di sostegno psicologico accompagnerà gli studenti e il personale educativo della scuola. Questa è un’esperienza difficile», ammette Shama. Alcuni studenti sono stati subito trasferiti in altri istituti, mentre per altri è stata attivata la didattica a distanza. «Troveremo per tutti una sistemazione», promette il ministro dell’Istruzione Yoav Kish. Secondo il ministro a distruggere la scuola è stata «la testata di un missile sparato dallo Yemen». Si tratterebbe quindi di un colpo diretto. Secondo altre ricostruzioni i danni sono stati causati dall’intercettazione del missile. Tsahal sta verificando la dinamica dell’incidente.
  Qualsiasi sia la causa del danno, Tsahal ha risposto nella notte all’attacco Houthi, colpendo la città portuale di Hodeida e, per la prima volta, la capitale Sana’a. L’obiettivo della missione, hanno spiegato fonti militari ai media locali, era paralizzare il sistema portuale controllato dai ribelli sostenuti dall’Iran. Dopo le stragi del 7 ottobre, gli Houthi hanno spalleggiato i terroristi di Hamas nella guerra con Israele. Oltre ai missili, in questi mesi hanno lanciato diversi droni kamikaze, uccidendo a Tel Aviv una persona. Israele ha reagito, colpendo per tre volte obiettivi strategici del gruppo in Yemen. «Avverto i leader dell’organizzazione terroristica Houthi: la lunga mano di Israele raggiungerà anche voi. Colpiremo duramente e non permetteremo attacchi e minacce contro il nostro stato», ha dichiarato il ministro della Difesa Israel Katz. Secondo il portavoce militare, il contrammiraglio Daniel Hagari, i caccia israeliani nella notte hanno anche «danneggiato il trasferimento di armi iraniane nella regione».
(moked, 19 dicembre 2024)

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Perché Israele attacca lo Yemen e allarga il fronte del conflitto

Dopo aver sconfitto Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e contribuito al crollo del regime siriano, Israele si occupa dei ribelli Houthi con un’operazione senza precedenti.

di Massimiliano Boccolini

L’offensiva israeliana iniziata con i massacri del 7 ottobre 2023 registra oggi una nuova fase che porta l’esercito israeliano a operare a migliaia di chilometri di distanza dal proprio Paese. Dopo aver annientato le forze di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano e consentito il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria è la volta dello Yemen. Nonostante questi successi militari del premier Benjamin Netanyahu infatti i ribelli Houthi, proxy yemenita del regime iraniano, hanno proseguito in queste settimane con il lancio di droni e missili, per lo più intercettati, contro lo Stato ebraico.
L’ultimo però, quello lanciato nella notte, è il primo che ha provocato ingenti danni ed ha dato il via ad un’operazione aerea israeliana senza precedenti in Yemen. I detriti frutto dell’intercettazione di un missile balistico Houthi lanciato dallo Yemen verso il centro di Israele questa mattina hanno causato ingenti danni a una scuola a Ramat Gan. Secondo l’esercito israeliano, il missile balistico è stato intercettato dal sistema di difesa aerea a lungo raggio Arrow e le sirene sono suonate nel centro di Israele a causa del timore di caduta di schegge. Un edificio in una scuola a Ramat Gan è crollato apparentemente a causa di un grosso pezzo di detriti che ha colpito la zona.
Non è la prima volta che l’aviazione israeliana conduce attacchi contro obiettivi Houthi. Si tratta infatti del terzo raid sul Paese arabo ma è il primo a prendere di mira le infrastrutture civili e militari del nord dello Yemen controllato dagli uomini di Teheran.
Secondo l’analista e attivista per i diritti umani yemenita, Tawfiq al Hamidi, “bombardando Tel Aviv, gli Houthi cercano di rafforzare il loro ruolo nel conflitto regionale e di presentarsi come una parte influente dell’asse della resistenza, soprattutto alla luce dei colpi ricevuti dagli alleati dell’Iran nella regione, Hezbollah e Assad in Siria”. I ribelli yemeniti vogliono inoltre, secondo quanto ha spiegato l’esperto a “Formiche“, “aiutare anche l’Iran rispetto alle trattative sul suo programma nucleare. Israele, da parte sua, cerca di scoraggiare e dimostrare il proprio potere prendendo di mira direttamente gli Houthi. L’obiettivo dei raid è quello di inviare un chiaro messaggio che qualsiasi minaccia alla sicurezza nazionale subirà una dura risposta, come i leader israeliani hanno annunciato più di una volta, e che rientra nella strategia di Israele di indebolire l’influenza iraniana nello Yemen, oltre a creare uno stato psicologico di ansia a livello popolare e tra il gruppo Houthi alla luce degli sviluppi nella regione, in particolare in Siria”.
In definitiva, secondo al Hamidi, questa escalation “minaccia di trascinare la regione in un confronto regionale più ampio, in cui gli interessi regionali e internazionali si intrecciano in un panorama complesso. È necessario intensificare gli sforzi diplomatici per contenere le violenze ed evitare che la situazione peggiori, ma i rischi sul terreno indicano la possibilità di un rapido deterioramento degli aspetti politici, militari e umanitari se la situazione non verrà messa sotto controllo al più presto possibile”.
Sono nove le persone che sono state uccise negli attacchi israeliani sullo Yemen avvenuti nella notte secondo i media yemeniti. “Al Masirah Tv”, il principale canale televisivo di informazione gestito dal movimento che controlla gran parte del paese, parla di sette persone uccise in un attacco al porto di Salif e il resto in due attacchi all’impianto petrolifero di Ras Issa, entrambi situati nella provincia occidentale di Hodeidah.
Gli attacchi hanno anche preso di mira due centrali elettriche centrali a sud e a nord della capitale, Sanaa, aggiunge. In una dichiarazione, l’esercito israeliano afferma di aver “condotto attacchi precisi su obiettivi militari Houthi nello Yemen, inclusi porti e infrastrutture energetiche a Sanaa. Gli attacchi aerei israeliani notturni nello Yemen erano mirati a paralizzare tutti e tre i porti utilizzati dagli Houthi sostenuti dall’Iran sulla costa del paese. Tutti i rimorchiatori utilizzati per portare le navi nei porti sono stati colpiti nell’attacco israeliano. Nel precedente attacco di Israele al porto di Hodeidah, le gru utilizzate per scaricare le spedizioni sono state colpite. Ora, Israele ritiene che tutte le attività nei porti controllati dagli Houthi siano paralizzate.
L’aeronautica militare israeliana si è preparata per diverse settimane agli attacchi notturni in Yemen. Secondo l’esercito, decine di aerei dell’aeronautica militare israeliana hanno partecipato agli attacchi in Yemen durante la notte, tra cui caccia da combattimento e aerei spia, a circa 2.000 chilometri da Israele. Gli “obiettivi militari” degli Houthi sono stati colpiti al porto di Hodeidah, che Israele ha già colpito due volte in precedenza, e per la prima volta, nella capitale Sanaa, afferma l’IDF.
Gli attacchi aerei dell’aeronautica militare israeliana contro obiettivi Houthi nello Yemen durante la notte sono stati effettuati in due ondate. Quattordici caccia da combattimento dell’IAF, insieme a rifornitori e aerei spia, sono stati coinvolti negli attacchi, che erano stati pianificati dall’esercito per diverse settimane in risposta agli attacchi del gruppo sostenuto dall’Iran contro Israele. I caccia da combattimento dell’IAF erano già in rotta verso lo Yemen quando gli Houthi hanno lanciato un missile balistico su Israele intorno alle 2:35 del mattino. L’attacco è stato programmato per la notte a causa di varie preoccupazioni operative e sforzi per migliorare l’intelligence sugli obiettivi. Alle 3:15 del mattino è stata effettuata la prima ondata di attacchi lungo la costa dello Yemen, colpendo i porti di Hodeidah Ras Isa e Salif. Otto rimorchiatori utilizzati per portare le navi nei porti sono stati distrutti negli attacchi. Una seconda ondata di attacchi aerei alle 4:30 del mattino ha colpito due centrali elettriche nella capitale Sanaa. In totale, decine di munizioni sono state sganciate dall’IAF sui cinque obiettivi. Gli Houthi hanno lanciato oltre 200 missili e 170 droni contro Israele nell’ultimo anno. Secondo l’IDF, la stragrande maggioranza non ha raggiunto Israele o è stata intercettata dall’esercito e dai suoi alleati nella regione.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha lanciato un avvertimento ai leader Houthi: “Il lungo braccio di Israele vi raggiungerà”, afferma in una dichiarazione. “Chiunque sollevi una mano, verrà mozzata. Chiunque colpisca [noi], verrà colpito più volte”. Nel frattempo, il portavoce capo dell’IDF Daniel Hagari ha affermato che tra gli obiettivi colpiti negli “attacchi precisi” c’erano “porti e infrastrutture energetiche” nella capitale Sanaa controllata dai ribelli che gli Houthi hanno sfruttato per “le loro azioni militari”. “Con i loro attacchi alle navi mercantili internazionali e alle rotte nel Mar Rosso e in altri luoghi, gli Houthi sono diventati una minaccia globale. Chi c’è dietro gli Houthi? L’Iran”, afferma in una dichiarazione video in lingua inglese, mentre giura che l’esercito “agirà contro chiunque in Medio Oriente” minacci Israele.
Da Teheran invece arriva la condanna come “flagrante violazione” agli attacchi israeliani. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha affermato che i raid sono stati “una flagrante violazione dei principi e delle norme del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”.
Dal canto loro, i ribelli yemeniti Houthi continueranno ad attaccare Israele fino a quando non ci sarà una tregua a Gaza. Il leader del gruppo yemenita Ansar Allah (Houthi), Muhammad Ali Al-Houthi, ha dichiarato: “Gli attacchi del nemico israelo-americano contro obiettivi civili sono crimini di guerra terroristici”. Commentando i raid aerei israeliani della notte al-Houthi ha aggiunto che i crimini “terroristici” di Israele e dell’America non dissuaderanno lo Yemen dall’adempiere al proprio dovere di sostenere Gaza. Il membro dell’Ufficio Politico del Movimento Ansar Allah (Houthi), Muhammad Al-Bukhaiti, ha affermato invece che il “bombardamento delle strutture civili nello Yemen rivela la verità dell’ipocrisia dell’Occidente”. Al-Bukhaiti ha aggiunto, in un tweet sul sito X, che le “nostre operazioni militari a sostegno di Gaza continueranno e che incontreremo un’escalation con un’escalation finché i crimini di genocidio a Gaza non saranno fermati e cibo, medicine e carburante non potranno entrare nel territorio della Striscia”.
Al momento non si registrano reazioni da parte del governo legittimo yemenita. Una fonte dell’esecutivo contatta ad Aden da “Formiche” ha spiegato però di ritenere sempre sbagliati questo tipo di azioni che colpisce anche i civili yemeniti. In particolare ci si chiede come mai “Israele applichi una tattica diversa in Yemen rispetto a quanto fatto con Hamas a Gaza o con Hezbollah in Libano e Siria. In Yemen invece di colpire con raid mirati i vertici degli Houthi, Israele colpisce le infrastrutture civili oltre che militari mettendo in ginocchio la già fragile situazione del Paese”.

(Formiche.net, 19 dicembre 2024)

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Arriva “Lasso”, il nuovo software dell’IDF

di Olga Flori

L’ultima invenzione tecnologica israeliana è un software militare creato dall’IDF, chiamato “Lasso”. Progettato per supportare l’esercito nel monitoraggio in tempo reale delle operazioni, questo programma consentirà all’IDF anche di analizzare le azioni sul campo e le tattiche nemiche, ottimizzando le strategie attraverso l’apprendimento dalle azioni militari precedenti. Il software è stato pensato soprattutto come uno strumento in più per aiutare i comandanti ad imparare dall’esperienza accumulata.
Lasso raccoglie i dati trasmessi dalle reti militari, monitorando in particolare i movimenti delle truppe e il rilevamento delle forze nemiche. Il software ha integrato piattaforme già esistenti e in uso presso l’IDF, come Digital Ground Army, che consente di localizzare le posizioni dei nemici e di tracciare in tempo reale, su una mappa, la dislocazione dei soldati israeliani.
Il Capitano Bar Donald, product manager della divisione tecnologica dell’IDF, ha dichiarato al Jerusalem Post che “gli sviluppatori non comprendono sempre le sfide operative. Raccogliamo feedback dai soldati per individuare i loro bisogni, perfezionare le funzionalità ed aggiornare il sistema”. Secondo Donald, l’obiettivo è garantire all’IDF di mantenere uno stato di apprendimento continuo: Lasso, analizzando le operazioni dell’IDF e le tattiche nemiche, potrà contribuire ad un costante miglioramento delle capacità operative dei militari dello Stato ebraico.

(Bet Magazine Mosaico, 19 dicembre 2024)

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La Svizzera vota per mettere al bando Hezbollah

di Ludovica Iacovacci

La Svizzera mette al bando Hezbollah. Martedì 17 dicembre il parlamento elvetico ha votato per vietare l’organizzazione terroristica libanese, segnando una rara mossa da parte di un Paese neutrale che tradizionalmente segue una politica di promozione del dialogo e della mediazione internazionale. Hezbollah è considerata una minaccia troppo pericolosa per lasciare indifferente perfino la Svizzera.
La misura è stata approvata dalla Camera bassa dopo aver ricevuto il consenso della Camera alta la scorsa settimana. I sostenitori del divieto hanno affermato che l’organizzazione terroristica libanese rappresenta una minaccia per la sicurezza internazionale e che la Svizzera deve proibirla per prendere posizione contro il terrorismo.
Il governo svizzero si è opposto al divieto dopo che il Consiglio federale ha dichiarato che il gruppo terroristico non poteva essere messo al bando poiché la legge vigente richiede sanzioni o un divieto da parte delle Nazioni Unite affinché tale misura possa essere applicata.
Il ministro della Giustizia Beat Jans, durante il dibattito parlamentare, ha affermato: “Se ora la Svizzera si muove per vietare tali organizzazioni con leggi speciali, dobbiamo chiederci dove e come vengono tracciati i confini” ma non ha convinto la maggioranza. La messa al bando è stata approvata dalla Camera bassa con 126 voti a favore, 20 contrari e 41 astensioni.
 Il comitato per la politica di sicurezza, che ha proposto la misura, ha sostenuto che il ruolo di mediazione della Svizzera rimarrà intatto grazie a una disposizione specifica sui colloqui di pace e sugli aiuti umanitari.
La scorsa settimana, il parlamento svizzero ha dichiarato fuorilegge Hamas a causa dell’attacco terroristico del gruppo terroristico palestinese del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, in cui sono state uccise circa 1.200 persone, per lo più civili, e 251 sono state prese in ostaggio. Il governo, che ha redatto il disegno di legge per mettere al bando Hamas, ha affermato di averlo fatto in linea con la pratica di proscrivere le organizzazioni caso per caso solo “per ragioni estremamente serie”.
Il giorno dopo il massacro del 7 ottobre perpetrato dai terroristi di Hamas, Hezbollah ha iniziato a lanciare attacchi transfrontalieri contro Israele dal Libano. L’organizzazione terroristica libanese ha scagliato razzi e droni contro comunità di confine e avamposti militari, costringendo circa 60.000 israeliani ad abbandonare le loro case nel nord del Paese.
In precedenza la Svizzera aveva messo al bando solo al-Qaeda e lo Stato islamico, che figurano nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dalle Nazioni Unite. Negli ultimi anni, anche altri Paesi del mondo hanno inserito Hezbollah nella lista nera. Nel marzo del 2019, il governo britannico ha designato Hezbollah come organizzazione terroristica. Nel novembre del 2020, la Slovenia si è unita alla lista degli Stati non indifferenti. Sempre quell’anno, la Germania ha emesso un ordine federale che metteva fuori legge Hezbollah nel Paese e ha anche adottato misure esecutive ai sensi delle disposizioni dell’ordine. Nel 2021, il Consiglio regionale della Liguria in Italia ha designato Hezbollah nella sua interezza come organizzazione terroristica.

(Bet Magazine Mosaico, 19 dicembre 2024)

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Il governo non riconosce lo Stato di Palestina, per Provenzano (Pd) è un “affronto” mentre Hamas nel futuro di Gaza non lo è…

di Iuri Maria Prado

È giusto che il governo italiano sia chiamato a rendere conto del proprio atteggiamento rispetto alla guerra di Gaza, vale a dire la guerra scatenata delle migliaia di miliziani e civili palestinesi che, il 7 ottobre dell’anno scorso, hanno sterminato 1200 israeliani e ne hanno rapiti altri duecentocinquanta, parte dei quali giustiziati un po’ alla volta e gli altri – non si sa quanti ancora in vita – tenuti per quattordici mesi nei tunnel costruiti con i soldi della cooperazione internazionale. Dunque anche i soldi dei cittadini italiani.
  Ma in politica internazionale la “faccia” dell’Italia non coincide esclusivamente con quella del governo: giusto come il profilo statunitense nel mondo non è solo quello di Joe Biden, secondo cui i responsabili di Hamas pagheranno per i loro crimini, ma anche quello del senatore Bernie Sanders che fa propria la propaganda palestinese sull’uso della fame come strumento di guerra; giusto come il Regno Unito non si mostra all’opinione pubblica internazionale solo con gli esercizi equilibristici del primo ministro Keir Starmer, ma anche con la retorica antisemita di Jeremy Corbyn che chiama “amici” i macellai di Hezbollah; giusto come la Francia non è solo i tira e molla dell’abile presidente Macron, ma anche la postura indecente di Jean-Luc Mélenchon, orgoglioso di condividere il palco dei comizi con la filo-terrorista Rima Hassan, quella degli israeliani che addestrano i cani allo stupro dei palestinesi. Insomma – e potremmo continuare con gli esempi – nelle questioni di politica estera è il Paese tutto, non il governo soltanto, a dover rendere conto di sé stesso in faccia al mondo.

• PROVENZANO E “L’AFFRONTO”
  Ora, l’opposizione del nostro Paese fa benissimo a incalzare il governo sui punti critici per cui si segnalerebbe l’azione esecutiva italiana, ma non si sa quanto essa sia consapevole di dover a propria volta rendere conto del proprio operato: che non è necessariamente buono solo perché opposto a un andazzo di maggioranza in ipotesi cattivo. L’altro giorno, alla Camera, in occasione delle comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del prossimo Consiglio europeo, l’Onorevole Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Partito Democratico, ha addebitato alla maggioranza di governo di essersi resa responsabile di un “affronto” nei confronti dell’Autorità Palestinese per non aver riconosciuto il cosiddetto Stato di Palestina. Ancora, Provenzano ha rinfacciato al governo non si sa bene quale irriguardoso atteggiamento nei confronti della Corte Penale Internazionale, sollecitata da un discusso prosecutor a emettere i noti ordini di arresto nei confronti di Bibi Netanyahu e dell’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant.
  Nei pressi di Montecitorio e nelle trattorie della stupenda campagna romana la cosa non risuona in nessun modo, ma altrove – cioè appunto dove queste faccende hanno un peso – una mozione come quella del Partito Democratico, che chiedeva il riconoscimento dello Stato di Palestina senza neppure un accenno all’esigenza prioritaria, e cioè al fatto che i macellai di Hamas non potessero neppure pensare di poter far parte di un qualsiasi futuro di Gaza, ecco, diciamo che presso alcuni una mozione come quella suonava assai male. Suonava anche peggio quando – assicurando “pieno sostegno al segretario generale dell’Onu a fronte di pericolosi tentativi di delegittimazione” – si lasciava andare al vellicamento delle trippe del signore, Antonio Guterres, capace di spiegare che il 7 ottobre non viene dal nulla e dotato del coraggio di chiamare “colleghi” gli assassini dell’Unrwa embedded in Hamas.
  Queste cose contano – these things matter – oltre i confini del Grande Raccordo Anulare. Così come conta porsi quale soggetto politico che in relazione neppure a una sentenza, ma a un ordine di arresto, pretende che l’Italia si esibisca nel girotondo all’Aia agitando le manette da applicare al duo genocida. Fa fatica di suo a essere una cosa seria, quel presunto processo: se diventa la Mani Pulite dal fiume al mare, coi parlamenti che chiedono ai giudici di farli sognare, non onoriamo il diritto ma ciò che ne è cupo e plebeo simulacro. Dio solo sa quanto l’Italia potrebbe fare meglio, sulla guerra di Gaza. C’è caso che sia istigata a fare peggio.

(Il Riformista, 19 dicembre 2024)

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Al Jolani: no ad attacchi dal nostro territorio

La Siria «non verrà utilizzata» come base per attacchi contro Israele o qualsiasi altro stato. Lo ha promesso Abu Mohammad al Jolani, il capo della coalizione islamista che ha preso il potere a Damasco, in un’intervista al britannico Times. Allo stesso tempo il leader siriano ha sottolineato che Gerusalemme deve porre fine agli attacchi aerei in Siria e ritirarsi dal territorio occupato nel Golan siriano dopo la caduta di Bashar al-Assad. «La giustificazione di Israele era la presenza di Hezbollah e delle milizie iraniane, e quella giustificazione è venuta meno», ha sostenuto al Jolani.
  Nell’intervista il leader ha spiegato di non volere «conflitti con Israele o con altre nazioni» e ribadito il concetto che la Siria ora non ha bisogno di guerre, ma di pace».
  Guardando al futuro della Siria, il leader sunnita ha posto l’accento sulla necessità di ricostruire il paese: «La priorità ora deve essere la costruzione di uno stato forte e la creazione di istituzioni pubbliche al servizio di tutti i siriani». Ha inoltre rivelato che potrebbe candidarsi alla presidenza, a condizione di ricevere un sostegno sufficiente. Alla comunità internazionale al Jolani chiede intanto di rimuovere le sanzioni imposte alla Siria per colpire Bashar Assad, ormai fuggito in Russia. Per l’Ue risponde l’alto rappresentante agli Esteri, Kaja Kallas. Dobbiamo «iniziare a riflettere su una possibile revisione del nostro regime di sanzioni, al fine di sostenere il percorso della Siria verso la ripresa mantenendo al contempo la nostra influenza», ha affermato Kallas.
  Secondo l’esperta israeliana di Siria Carmit Valensi, anche Israele dovrebbe valutare possibili aiuti a Damasco e cercare di dialogare con attori ritenuti affidabili. L’esempio sono le forze ribelli dispiegate nell’area vicino al confine con lo stato ebraico. «Si tratta dell’Esercito siriano libero e delle forze druse, che hanno avuto un atteggiamento positivo nei confronti di Israele in passato e con cui ci sono già state collaborazioni», scrive l’analista sul sito dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv. Per Valensi Gerusalemme potrebbe dare l’ok a una missione simile a quella portata avanti tra il 2016 e il 2018, intitolata “Buon vicinato”. All’epoca furono forniti aiuti medici e cibo ai siriani durante la guerra civile. «I meccanismi necessari a mettere in piedi l’operazione e alcuni dei contatti chiave sono ancora disponibili, il che significa che Israele non dovrebbe partire da zero». Oltre a impegnarsi con i vari attori in Siria, Israele, ribadisce Valensi, «dovrebbe mantenere una presenza militare deterrente lungo il confine e continuare a impegnarsi per bloccare la presenza iraniana nell’area». Azioni già intraprese da Tsahal in queste settimane.

(moked, 18 dicembre 2024)

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Chi sarà il prossimo a cadere?

La rivoluzione in Siria si ripercuote sul Medio Oriente, in particolare sul Libano, sulla Giordania e sull'Autorità Palestinese nel cuore biblico della Giudea e della Samaria. Anche l'Egitto è preoccupato - un effetto domino che preoccupa Israele.

di Aviel Schneider

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Un combattente dell'opposizione calpesta la statua decapitata di Hafez al-Assad all'aeroporto militare di Damasco, il 12 dicembre 2024

GERUSALEMME - La caduta del regime siriano di Assad e la sconfitta dei suoi alleati sciiti, Hezbollah e Iran, rappresentano senza dubbio un successo significativo per Israele. Tuttavia, se questo dovesse portare a ulteriori rivoluzioni negli Stati arabi vicini, si tratterebbe di uno scenario deleterio per Israele. In Medio Oriente, tali circostanze vengono sfruttate rapidamente. Non esiste un vuoto di potere e non appena un regime cade nel mondo arabo, l'effetto si diffonde spesso ad altri governi. Uno sguardo al passato lo dimostra: La Primavera araba del 2011 è iniziata in Tunisia e si è diffusa in altri Stati arabi. Ha portato alla caduta di diversi governanti, tra cui il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali, il presidente egiziano Hosni Mubarak e il governatore libico Muammar Gheddafi. Come persona che segue molti canali sunniti e sciiti su Telegram, so che i gruppi terroristici in Medio Oriente stanno già sognando una nuova ondata di rivoluzione.
La più grande preoccupazione di Israele al momento è la stabilità della Giordania. Non è un caso che il capo del servizio di sicurezza israeliano Shin Bet, Ronen Bar, e il capo del servizio di intelligence militare Aman, il maggior generale Schlomi Binder, abbiano visitato la Giordania la scorsa settimana. La questione è stata discussa anche l'altro ieri in una riunione speciale del Gabinetto del Comando centrale. Secondo gli esperti di sicurezza israeliani, la Giordania osserva con grande preoccupazione gli sviluppi nel sud della Siria. L'esercito giordano ha aumentato il livello di allerta al confine con la Siria per timore che civili siriani o gruppi jihadisti possano tentare di infiltrarsi nel Paese. L'ampio smantellamento di Hezbollah ha innescato un drammatico effetto domino che sta ispirando gruppi terroristici armati anche nei territori biblici di Giudea e Samaria - uno sviluppo che ricorda le dinamiche della Primavera araba.
In risposta all'attacco dei ribelli sunniti di quindici giorni fa, la Giordania ha chiuso il valico di frontiera di Jaber. Questo confina con il valico siriano di Nassib, controllato dai ribelli jihadisti. Rapporti sui canali Telegram siriani e giordani descrivono condizioni caotiche al confine tra Siria e Giordania, soprattutto nei pressi della città di Daraa, epicentro delle proteste del 2011 che hanno dato inizio alla guerra civile siriana.

• DI COSA HANNO PAURA GIORDANIA E ISRAELE?
  Un nuovo regime jihadista sunnita in Siria potrebbe allearsi con i Fratelli Musulmani in Giordania e mettere in pericolo il regno hashemita di re Abdullah. Nonostante la relativa stabilità del regno, c'è qualcosa che ribolle sotto la superficie: la maggioranza palestinese e i gruppi islamisti ostili a Israele potrebbero vedere gli sviluppi in Siria come un modello e tentare di provocare un cambiamento di regime anche in Giordania. Un crollo della Giordania avrebbe un impatto diretto sui 300 chilometri di confine orientale di Israele, una sfida immensa per la sicurezza.
I gruppi terroristici sunniti sono profondamente coinvolti nel contrabbando di armi e della droga Captagon dalle regioni siriane di Daraa e As-Suwayda verso la Giordania. L'esercito giordano sta conducendo da anni una feroce battaglia contro questi contrabbandieri. Re Abdullah teme che i gruppi di contrabbandieri, insieme ai Fratelli Musulmani radicali, possano mettere la popolazione palestinese contro di lui.
“Il regime giordano è fondamentalmente diverso da quello siriano. È liberale e gode di legittimità nel Paese. In Giordania non ci sono prigioni segrete come la famigerata prigione di Sednaya in Siria”, spiega a Jediot Achronot il professor Ronen Yitzchak, responsabile degli studi sul Medio Oriente presso il Collegio accademico della Galilea occidentale. Il sistema giordano si basa piuttosto su una politica di inclusione.
Parallelamente alle tensioni sul confine giordano-siriano, la scorsa settimana l'Autorità palestinese (AP), in coordinamento con l'esercito israeliano e lo Shin Bet, ha lanciato un'operazione militare su larga scala contro i gruppi terroristici nei campi profughi della Samaria settentrionale. L'operazione, denominata “Difesa della Patria”, segna un cambiamento di strategia: per la prima volta, le forze di sicurezza palestinesi entrano nei campi profughi di Jenin e Tulkarem per arrestare i terroristi. Due terroristi armati sono stati uccisi durante un'operazione a Jenin, cosa che ha fatto infuriare parte della popolazione palestinese ma ha anche sottolineato la forza di Israele nella regione.
Il leader palestinese Mahmoud Abbas, che in precedenza aveva esitato ad agire in prima persona contro il terrorismo nei campi profughi, si trova sempre più sotto pressione. La sua posizione esitante ha favorito la creazione di nuove strutture terroristiche da parte di Hamas e della Jihad islamica, sostenute da risorse iraniane. Israele sta ora sollecitando Abbas a riprendere il controllo dei territori, anche per evitare un potenziale effetto domino come in Siria. Tuttavia, le autorità di sicurezza israeliane si stanno preparando a intervenire militarmente se il controllo dell'Autorità palestinese a Ramallah dovesse vacillare. Ambienti governativi di alto livello sottolineano che Israele non permetterà ad Hamas di prendere il controllo dei territori palestinesi, come è successo nella Striscia di Gaza nel 2007.
Anche l'Egitto potrebbe essere interessato dagli sviluppi: una vittoria dei jihadisti sunniti sul regime sciita di Assad potrebbe essere percepita come un trionfo ideologico e scatenare una nuova ondata di terrore. I Fratelli Musulmani in Egitto potrebbero trarne ispirazione per riprendere la loro lotta. Gruppi radicali come Wilayat Sinai potrebbero riprendere forza, mentre le tensioni sociali ed economiche potrebbero destabilizzare ulteriormente il regime di Al-Sisi.
Israele deve monitorare attentamente l'impatto del cambio di potere in Siria sull'intera regione. Se il successo dei jihadisti sunniti dovesse alimentare le loro ambizioni, potrebbero essere presi di mira la Giordania, l'Egitto e persino aree della Giudea e della Samaria. Israele ha il compito urgente di prepararsi a questi sviluppi.

(Israel Heute, 18 dicembre 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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“Il nostro è un luogo di ritrovo dove la gente si sente ispirata”

Cafe Otef, la catena di food store dei sopravvissuti al 7 ottobre, si espande in Israele

di Pietro Baragiola

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Fondata dall’imprenditore culinario Tamir Barelko, Cafe Otef è una catena di food store israeliani lanciata da e per i sopravvissuti del 7 ottobre.
Il nome “Otef” (“busta” in italiano) si riferisce alla regione di Israele al confine con Gaza che è stata colpita duramente dai terroristi di Hamas.
La catena è gestita interamente da sfollati provenienti dalle comunità del sud del Paese e offre un’ampia gamma di prodotti provenienti proprio da quelle aree: formaggi di Be’eri, miele del kibbutz Erez, marmellate, creme, muesli e torte, oltre a numerosi articoli di marca come magliette e grembiuli.
La prima filiale è stata aperta agli inizi del 2024 nel quartiere Sarona a Tel Aviv e il suo personale era composto da residenti di Netiv HaAsara.
Presto, però il locale ha avuto un così grande successo da permettere l’apertura di una seconda filiale, oggi situata nel quartiere di tendenza Florentin e gestita dall’israeliana Reut Karp.

• REUT E DVIR KARP

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Ritratto di Dvir, ucciso il 7 ottobre al kibbutz Re'im

FOTO 2
Il poster con i messaggi inviati il 7 ottobre dagli abitanti del sud

Jewish Telegraphic Agency, Reut ha raccontato che ‘quando tutti pensavano di morire per la pandemia’ aveva esortato il marito Dvir, chocolatier, a scrivere le sue ricette e, nonostante l’iniziale resistenza, alla fine lui ha acconsentito.
Durante la strage del 7 ottobre, Dvir è stato ucciso nel kibbutz Re’im davanti ai loro figli, all’epoca di 10 e 8 anni, e Reut ha sentito subito la profonda responsabilità di preservare il ricordo del marito in ogni modo possibile.
Oggi i cioccolatini preparati con le ricette di Dvir sono il pezzo forte della sua filiale del Cafe Otef e Reut è convinta che suo marito sarebbe fiero di lei.
“Probabilmente direbbe solo che ho esagerato” ha affermato la proprietaria del locale, spiegando di aver creato un nuovo logo per i cioccolatini ispirandosi al rinomato brand Cartier. “Negli ultimi sei mesi ho detto tante volte ‘grazie’ a Dio per questo locale che mi spinge ad alzarmi dal letto e a dare un senso alle mie giornate. È bello sapere che anche i miei collaboratori la pensano come me”.
Il locale è diventato presto un luogo di ritrovo per tutti coloro che sono stati direttamente colpiti dagli eventi del 7 ottobre: che siano sopravvissuti al Nova Music Festival, genitori in lutto o molti altri, Cafe Otef offre loro uno spazio per raccontare le proprie storie e affrontarle insieme.
“Vogliono sentire un senso di connessione” ha affermato Reut, la cui filiale è stata battezzata Cafe Otef-Re’im per rendere omaggio al proprio kibbutz dove 80 terroristi hanno ucciso sette residenti (tra cui Dvir) e ne hanno rapiti altri QUATTRO.

• IL CAFE OTEF-RE’IM
  Posizionato nell’area centrale di Tel Aviv, Cafe Otef-Re’im è diventato un punto d’incontro naturale per gli sfollati provenienti dal nord e sud di Israele, che hanno creato tra loro un senso di cameratismo all’interno del locale.
Reut nel corso della sua intervista ha raccontato di come una donna del kibbutz Manara, oggi ritenuto ‘una Chernobyl israeliana’ per la quantità di frammenti di razzi e detriti sparsi a terra, si sia recata nel suo store qualche settimana fa solo per abbracciarla.
“Quel contatto è stato come un caricatore umano per me” ha affermato Reut. “Ho capito che avevo fatto la scelta giusta nel prendere in gestione questo posto.”
L’anemone coronaria, il fiore nazionale israeliano onnipresente nella regione di Re’im, è ovunque anche nel locale di Reut: ricamato sulle uniformi del personale, stampato sulle tazze da asporto ed esposto sugli oggetti in ceramica in vendita.
Sulla parete principale è appeso un poster creato da Adi Drimer, un insegnante d’arte di Re’im che ha raccolto insieme i messaggi disperati inviati nel gruppo WhatsApp del kibbutz durante la strage del 7 ottobre.
Tra i frammenti di testo presenti c’è anche un messaggio di Reut in cui implorava gli altri membri del kibbutz di salvare i suoi figli: “Urgente! Urgente! Daria e Levi sono soli. Mio marito Dvir è stato ucciso.”
“È importante ricordare che non è nostra intenzione far sprofondare gli ospiti nel nostro dolore” ha spiegato Reut alla Jewish Telegraphic Agency. “Questo è innanzitutto un luogo di ritrovo, quando la gente ci vede andare avanti, si sente ispirata.”
Tra i dipendenti di Reut c’è anche il 20enne Ziv Hai, che si è trasferito a Tel Aviv dopo che ha dovuto abbandonare il suo kibbutz al confine con l’Egitto.
“Mi sento come se avessi lasciato un pezzo di me stesso a Sufa e qui a Tel Aviv sto cercando di ricostruirmi. Il locale mi dà un posto dove posso sentirmi a mio agio. Posso raccontare una barzelletta scurrile e tutti qui – perché anche loro vengono dal sud – la capiscono” ha raccontato Hai alla Jewish Telegraphic Agency.
Oggi circa 100 dei 450 residenti di Re’im sono tornati a casa, tra cui molti dipendenti di Reut, ma non tutti sono lieti di questa notizia.
“Molti nostri clienti hanno sentimenti contrastanti sulla nostra partenza. Da un lato sono felici che torniamo a casa, ma dall’altro vogliono che restiamo perché la nostra presenza qui ha dato un volto al 7 ottobre” ha spiegato la proprietaria del locale, fiera dell’impatto che sta portando con il suo lavoro.
Oggi il fondatore di Cafe Otef, Barelko, ha grandi progetti per espandere sempre più i suoi store in Israele e, già nelle prossime settimane, aprirà due nuove filiali: Cafe Otef-Sderot e Cafe Otef-Kiryat Shmona.
L’obiettivo è quello di introdurre l’utilizzo di food truck in varie località del Paese e coinvolgere il più possibile i numerosi soldati rimasti invalidi a causa del conflitto in Medio Oriente, per aiutarli a reintegrarsi nelle loro comunità.

(Bet Magazine Mosaico, 18 dicembre 2024)

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La Columbia University assegna un corso sul sionismo al professore che ha lodato il 7 ottobre

“La Columbia ha perso non solo la sua bussola morale, ma anche quella intellettuale”, dice un professore dimissionario

La Columbia University sta affrontando una nuova controversia dopo aver assegnato un corso sullo “sviluppo del sionismo” a Joseph Massad, un accademico giordano che il 7 ottobre ha approvato pubblicamente le azioni di Hamas. La decisione ha provocato scosse nella comunità accademica e non solo.
In un articolo pubblicato sul sito web “Electronic Intifada” il giorno successivo agli attacchi, Massad ha definito “straordinarie” le azioni di Hamas, descrivendo con ammirazione “i combattenti della resistenza palestinese che assaltano le barriere israeliane”. Ha anche descritto gli israeliani come “occupanti brutali”.
La polemica ha già avuto ripercussioni concrete. Il professor Lawrence Rosenblatt, specialista in relazioni internazionali, si è dimesso dal suo incarico per protesta. Nella sua lettera di dimissioni, ha dichiarato che “la Columbia ha perso non solo la sua bussola morale, ma anche la sua bussola intellettuale”, sottolineando l'incompatibilità tra la missione educativa dell'università e l’attribuzione di un corso a qualcuno “che sostiene lo sterminio di un popolo”.
Le critiche vanno oltre l'università. Il rappresentante democratico Richie Torres ha messo pubblicamente in dubbio la pertinenza dei finanziamenti pubblici per un insegnamento che, a suo dire, “glorifica l'uccisione, lo stupro e il rapimento di ebrei e israeliani”. Il movimento StopAntisemitism ha ironizzato sulla situazione chiedendo se “Kim Jong-un avrebbe tenuto un corso sulla democrazia”.
Questa polemica si inserisce in un contesto più ampio di tensione nei campus americani, dove la Columbia è già stata teatro di numerosi incidenti antisemiti dopo il 7 ottobre.

(i24, 18 dicembre 2024)

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Rinvenute prove di riti di culto risalenti a 35.000 anni fa

Una roccia con guscio di tartaruga nella Grotta di Manot testimonia le riunioni religiose. Probabilmente esistevano già nelle culture preistoriche.

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I numeri indicano grandi gruppi di stalagmiti nella grotta.

MANOT - I ricercatori hanno trovato prove di incontri religiosi risalenti a 35.000 anni fa in un sito archeologico nella Grotta di Manot, nella Galilea settentrionale di Israele. Si tratta del primo ritrovamento di questo tipo nel Levante e di uno dei primi a livello mondiale. Lo ha riferito la scorsa settimana la rivista scientifica PNAS nell'articolo “Early human collective practices and symbolism in the early Upper Palaeolithic of Southwest Asia”. Gli autori sono gli scienziati Omry Barsilai, Ofer Marder, José-Miguel Tejero e Israel Herschkovitz.
Una roccia con incisioni geometriche che ricordano il guscio di una tartaruga costituisce il fulcro del ritrovamento. È stata “deliberatamente collocata in una nicchia nella parte più profonda e buia della grotta”, ha spiegato Barsilai. “Il disegno del guscio di tartaruga indica che potrebbe trattarsi di un totem o di una figura mitologica o spirituale”.
L'archeologo ha aggiunto che la particolare posizione della roccia depone a favore di un oggetto di culto: è lontana dall'ingresso della grotta, dove si svolgeva la vita quotidiana.
Altri elementi nella grotta testimoniano attività come la preghiera, il canto e la danza: l'acustica naturale della grotta serviva alla comunità. Resti di cenere nell'area intorno alla roccia del guscio di tartaruga indicano l'uso del fuoco per l'illuminazione.

• UNA MIGLIORE COMPRENSIONE DELLE POPOLAZIONI PREISTORICHE
   La scoperta “arricchisce la nostra comprensione delle popolazioni preistoriche, del loro mondo simbolico e della natura dei rituali di culto che univano le antiche comunità”, afferma il quotidiano online “Times of Israel”. Si tratta di una “svolta nella nostra comprensione della società umana, che rivela il ruolo centrale dei rituali e dei simboli nella formazione dell'identità collettiva e nel rafforzamento dei legami sociali”.
I ricercatori dell'Autorità israeliana per le antichità e dell'Università Ben-Gurion di Be'er Sheva hanno scoperto la Grotta di Manot nel 2008, considerata una testimonianza di culture preistoriche.

(Israelnetz, 18 dicembre 2024)

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Le pressioni di Trump e i progressi nei negoziati per il rilascio degli ostaggi

Attesa una svolta per Chanukkah

di Luca Spizzichino 

Il Presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato lunedì di essere attivamente impegnato per garantire il rilascio degli ostaggi ancora detenuti da Hamas nella Striscia di Gaza. “Stiamo cercando di aiutare con grande impegno per riportare a casa gli ostaggi”, ha detto Trump durante una conferenza stampa al suo resort Mar-a-Lago a Palm Beach, Florida.
  Trump ha confermato inoltre di aver avuto una “chiamata di aggiornamento” con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante il fine settimana, senza però entrare nei dettagli. “Abbiamo avuto una conversazione molto positiva, abbiamo discusso di ciò che accadrà e sarò pienamente disponibile dal 20 gennaio. Vedremo” ha dichiarato. Il Presidente eletto ha aggiunto che, se gli ostaggi non saranno rilasciati entro il giorno del suo insediamento, “scoppierà l’inferno”.
  Secondo fonti israeliane e arabe citate dal Times of Israel, i negoziati mediati dal Qatar e dall’Egitto avrebbero registrato significativi progressi negli ultimi giorni, anche se restano ostacoli da superare. L’obiettivo è garantire il rilascio iniziale degli ostaggi più vulnerabili, tra cui donne, anziani e malati, in cambio di un cessate il fuoco di sei settimane.
  Netanyahu, in un comunicato ufficiale, ha ribadito il suo impegno a “massimizzare il numero di ostaggi vivi che verranno liberati in qualsiasi possibile quadro di accordo”. Il premier israeliano lunedì ha incontrato Adam Boehler, inviato speciale per gli affari legati agli ostaggi nominato da Trump, insieme ad alti funzionari israeliani. Il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che Israele è “più vicino a un accordo per il rilascio degli ostaggi rispetto all’ultima volta”. Durante una riunione della Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset, Katz ha sottolineato che Hamas ha mostrato una nuova flessibilità. “È una questione morale e la missione più importante che abbiamo davanti,” ha affermato.
  Il Segretario di Stato Antony Blinken ha chiesto alla Turchia di esercitare pressioni su Hamas per accettare un accordo. Il portavoce Matthew Miller ha sottolineato che le discussioni sono vicine a una conclusione, ma ha avvertito che negoziati simili in passato sono falliti all’ultimo momento. Trump ha inoltre inviato i suoi inviati Steve Witkoff e Massad Boulos nella regione per incontri con i leader di Arabia Saudita e Qatar. Parallelamente, una delegazione israeliana è attualmente a Doha per proseguire i negoziati.
  Il principale ostacolo resta la durata del cessate il fuoco. Israele insiste per avere il diritto di riprendere le operazioni militari dopo la prima fase dell’accordo, mentre Hamas richiede un ritiro definitivo delle forze israeliane. Secondo i negoziatori, l’accordo potrebbe essere concluso entro Chanukkah, ma l’attuazione richiederebbe un periodo più lungo. Le famiglie degli ostaggi hanno espresso speranza e preoccupazione durante una manifestazione presso il parlamento israeliano. Hadassah Lazar, sorella di Shlomo Mansour, prigioniero a Gaza, ha dichiarato: “Spero e credo che ci sarà un miracolo di Chanukkah. Esigiamo che tutti gli ostaggi tornino insieme in un unico accordo, senza lasciare nessuno indietro”.

(Shalom, 17 dicembre 2024)

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"Se vincessero i nemici il prossimo bersaglio sarebbe l’Occidente"

Intervista a Jonathan Peled, nuovo Ambasciatore di Israele in Italia

di Maurizio Caprara

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L'ambasciatore Jonathan Peled

«Sulle prospettive per il Medio Oriente sono prudentemente ottimista. Sulle relazioni tra Israele e Italia assolutamente ottimista», dice il nuovo ambasciatore dello Stato ebraico a Roma. Jonathan Peled, 63 anni, è stato mandato a rappresentare il Paese governato dal conservatore Benjamin Netanyahu dopo aver ricoperto, tra l’altro, la carica di consigliere politico aggiunto di Shimon Peres quando lo statista di formazione laburista era ministro degli Esteri. A differenza del candidato originario per la sede di Roma Benny Kashriel, al quale non è stato dato il gradimento perché molto legato agli insediamenti in Cisgiordania, Peled è un diplomatico di carriera. Già maggiore dell’Aeronautica, abitava in un kibbutz della Galilea a soli 36 chilometri dal Monte Hermon sul cui versante siriano, due domeniche fa, soldati israeliani hanno innalzato una bandiera con la stella di Davide. Peled ha presentato le credenziali al Quirinale il 5 dicembre e questa è la sua prima intervista nel nuovo incarico.

- Lei rappresenta uno Stato alle prese con una guerra a Gaza e una in Libano mentre in una nazione confinante, la Siria, è crollato un regime nemico e ci si interroga su come governeranno i ribelli islamici che ne hanno preso il posto. Per il 2025 cosa ha nella sua agenda uno che fa il suo lavoro?
  «Dobbiamo riportare le relazioni tra Israele e Italia a prima delle stragi compiute da Hamas il 7 ottobre 2023, mentre si era concentrati su nuove tecnologie, spazio, energia, acqua. Apprezziamo molto la posizione avuta dal governo italiano dal 7 ottobre e la forte amicizia tra i rispettivi popoli. Adesso c’è da riprendere un forte flusso di scambi accademici, commerciali, tecnologici, politici. Per fine ottobre 2023 era previsto un incontro da noi tra i due governi. Non fu possibile tenerlo. Speriamo si possa nel 2025».

- La Corte penale internazionale ha chiesto l’arresto di Netanyahu per crimini di guerra. Se il suo primo ministro venisse a Roma lei si aspetta che in Italia sarebbe catturato?
  «Al momento non ci sono inviti sul tavolo. È una domanda ipotetica che andrebbe posta alle autorità italiane».

- Israele il 7 ottobre 2023 è stato attaccato con ferocia, ma nella continuazione della guerra di Gaza la sua immagine è stata percepita negativamente in settori di larga parte dell’Occidente. Per invertire la tendenza suo avviso quali azioni servirebbero?
  «Innanzitutto si dovrebbe distinguere tra il diritto di Israele all’autodifesa, la guerra che il Paese combatte per l’Occidente e anche per l’Italia, e la sua leadership politica. Non è un segreto che la nostra è una democrazia molto autocritica. Parti di Israele criticano il governo, tuttavia nessuno mette in dubbio che Israele stia facendo ciò che deve fare a Gaza e su un totale di sette fronti, dagli attacchi degli Houthi dallo Yemen a quelli di milizie irachene. Questa guerra la stiamo vincendo, però se non la vincessimo il prossimo nemico di chi ci attacca sarebbe l’Occidente».

- Anche se i numeri di vittime forniti da Hamas sono difficili da verificare, a Gaza i palestinesi morti sono tanti.
  «Proviamo rimpianto per ogni morte di innocenti. La popolazione civile non viene colpita intenzionalmente. Facciamo il nostro massimo per ridurre al minimo le vittime civili anche quando questi sono usati come scudi umani. La guerra è tragica e in guerra viene uccisa gente, sebbene incolpevole. Poi ci sono disinformazione, incitamento all’odio. Noi stiamo combattendo una guerra asimmetrica. Nessuna altra democrazia viene aggredita ai suoi confini da soggetti non statali, come Hamas e Hezbollah, che possono nascondersi tra la popolazione, non rispettare nostri valori, norme, prigionieri e civili né obblighi di moderazione o della Convenzione di Ginevra».

- L’Italia ha un migliaio di militari nella Forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano, Unifil. Come potrebbe contribuire al consolidamento del cessate il fuoco o al mantenimento degli accordi di pace in Medio Oriente una volta raggiunti?
  «L’Italia sta ricoprendo un ruolo costruttivo, ne può avere ancora dal “giorno dopo”. Sia come parte di Unifil, sia come membro di un comitato di coordinamento, sia nello sviluppo delle forze armate libanesi».

- E Unifil, che negli ultimi anni ha potuto soltanto misurare l’espansione degli arsenali di Hezbollah, rimarrebbe com’è?
  «Più che la quantità di personale da impiegare, il problema è che cosa deve fare, e questo non spetta a Israele stabilirlo. Certo, dovrebbe cambiare le sue regole di ingaggio e avere compiti più efficaci».

- Ambasciatore, nei canali diplomatici quali spiegazioni ha dato dei colpi sugli italiani partiti da unità israeliane in Libano?
  «Abbiamo reso molto chiaro che si è trattato di incidenti, e non di atti intenzionali. Non dimentichiamo che Hezbollah si nascondeva dietro le postazioni di Unifil».

- Lei prevede che nel 2025 si occuperà di Iran?
  «Dobbiamo essere sicuri che non disponga di armi nucleari e agiremo affinché le sue “guardie rivoluzionarie” vengano sanzionate per gli attacchi all’estero. Unione Europea e Italia, per noi, su questo sono importanti».

(Corriere della Sera, 17 dicembre 2024)

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La Turchia sta per invadere il Kurdistan siriano

Tutto lascia pensare che la Turchia stia per dare il via ad una invasione su larga scala del Kurdistan siriano.

Fonti di alto livello statunitensi affermano che la Turchia e i miliziani suoi alleati stanno accumulando forze lungo il confine con la Siria, suscitando il sospetto che Ankara si stia preparando per un’incursione su larga scala nel territorio detenuto dai curdi siriani sostenuti dagli americani.
Le forze includono combattenti della milizia, commando in uniforme turca e artiglieria in gran numero che si concentrano vicino a Kobani, una città a maggioranza curda in Siria al confine settentrionale con la Turchia. Un’operazione transfrontaliera turca potrebbe essere imminente, ha detto uno dei funzionari statunitensi.
Il rafforzamento, iniziato dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad all’inizio di dicembre, sembra simile alle mosse militari turche in vista dell’invasione del 2019 del nord-est della Siria. “Siamo concentrati su questo aspetto e stiamo facendo pressione per la moderazione”, ha detto un altro funzionario statunitense.
Ilham Ahmed, un funzionario dell’amministrazione civile dei curdi siriani, lunedì ha detto al presidente eletto Donald Trump che un’operazione militare turca sembrava probabile, invitandolo a fare pressione sul presidente turco Recep Tayyip Erdogan affinché non invii truppe oltre il confine.
L’obiettivo della Turchia è quello di “stabilire un controllo de facto sulla nostra terra prima che lei entri in carica, costringendola a impegnarsi con loro come dominatori del nostro territorio”, ha scritto Ahmed a Trump in una lettera visionata dalla stampa. “Se la Turchia procederà con la sua invasione, le conseguenze saranno catastrofiche”.
La minaccia della Turchia ha lasciato le Forze Democratiche Siriane a guida curda, che si uniscono alle truppe statunitensi nel nord-est della Siria per cacciare i resti dello Stato Islamico, in una posizione vulnerabile settimane prima che l’amministrazione Biden lasci il suo incarico. Il Segretario di Stato Antony Blinken si è recato in Turchia la scorsa settimana per discutere del futuro della Siria con Erdogan e ottenere garanzie che Ankara avrebbe ridotto le operazioni contro i combattenti curdi.
Ma secondo un portavoce delle Forze Democratiche Siriane i colloqui per il cessate il fuoco tra i curdi siriani e i ribelli sostenuti dalla Turchia a Kobani, mediati dagli Stati Uniti, sono crollati lunedì senza un accordo. L’SDF sta ora assistendo a “significativi assembramenti militari” a est e a ovest della città, ha detto il portavoce.
“Dall’altra parte del confine, possiamo già vedere le forze turche che si stanno ammassando e i nostri civili vivono nel costante timore di morte e distruzione imminenti”, ha scritto Ahmed a Trump.
L’estromissione del leader siriano Assad da parte dei gruppi ribelli guidati da Hayat Tahrir al-Sham, precedentemente affiliato ad al-Qaeda, ha lasciato il futuro del Paese in uno stato di incertezza e ha dato il via a nuovi combattimenti tra i curdi siriani e i gruppi ribelli sostenuti dalla Turchia.
La caduta di Assad ha portato a un’intensificazione delle operazioni turche contro l’SDF, che Ankara considera un’estensione del vietato Partito dei Lavoratori del Kurdistan.
Lunedì Trump ha insinuato che la Turchia ha orchestrato la conquista della Siria da parte di Hayat Tahrir al-Sham, dicendo ai giornalisti nella sua residenza in Florida che “la Turchia ha fatto una presa di potere non amichevole senza perdere molte vite”.
Ahmed ha avvertito Trump che un’invasione turca provocherebbe lo sfollamento di oltre 200.000 civili curdi nella sola Kobani e di molte comunità cristiane.
Durante il suo primo mandato, Trump ha parzialmente ritirato le truppe statunitensi dal nord-est della Siria, aprendo la strada a un’invasione turca su larga scala che ha ucciso e sfollato centinaia di migliaia di siriani. L’amministrazione Trump ha infine contribuito a mediare un cessate il fuoco in cambio della cessione da parte dei curdi di chilometri di territorio di confine ai turchi.
Anche se Trump subentrerà al presidente Biden solo il 20 gennaio, Ahmed ha esortato il presidente eletto a usare il suo “approccio unico alla diplomazia” per convincere Erdogan a fermare qualsiasi operazione pianificata. Ha fatto riferimento a un precedente incontro con Trump, ricordando che l’allora presidente aveva promesso che “gli Stati Uniti non avrebbero abbandonato i curdi”.
“Crediamo che lei abbia il potere di impedire questa catastrofe. Il Presidente Erdogan l’ha già ascoltata in passato e confidiamo che ascolterà di nuovo il suo appello”, ha scritto Ahmed. “La sua leadership decisiva può fermare questa invasione e preservare la dignità e la sicurezza di coloro che sono stati solidi alleati nella lotta per la pace e la sicurezza”.

(Rights Reporter, 17 dicembre 2024)

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Uno sguardo all'interno dell'Unità 504

Potete immaginare l’interrogatorio di un terrorista?

di David Shishkoff 

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Sorveglianza in una prigione nel sud di Israele ai terroristi di Hamas catturati il 7 ottobre e durante l'operazione dell'IDF a Gaza

GERUSALEMME - Nell'ultima settimana di novembre 2024, il Corpo di Intelligence delle Forze di Difesa Israeliane ha fornito una panoramica su una delle sue unità.
L'Unità 504 del Corpo di Intelligence è responsabile della ricognizione "umana" (in contrapposizione alla ricognizione tecnologica). Uno dei loro compiti è l'interrogatorio dei prigionieri di guerra. Sono stati molto impegnati dal 7 ottobre. Quando le forze israeliane hanno posto fine al massacro, hanno catturato migliaia di terroristi di Gaza. Nei mesi seguenti l'Unità 504 ha interrogato più di 2.500 terroristi, ottenendo decine di migliaia di "informazioni" sulle posizioni nemiche e identificando migliaia di obiettivi per gli attacchi delle forze israeliane.
Molti di questi terroristi avevano informazioni che potevano fare la differenza tra la vita e la morte per i soldati israeliani che penetravano nella zona grigia di Gaza, fatta di tunnel nascosti e trappole esplosive. Le informazioni potevano essere, ad esempio, la posizione di un tunnel, una casa con una trappola esplosiva o il luogo in cui sono conservati i razzi.
Gli inquisitori dell'Unità 504 sono stati chiamati urgentemente in servizio attivo dopo il 7 ottobre per cercare di ottenere queste informazioni cruciali dai terroristi catturati. Gli inquisitori parlano tutti correntemente l'arabo. Molti di loro hanno superato l'età normale per il servizio di riserva nelle Forze di Difesa israeliane e tuttavia sono rimasti volentieri in servizio dopo il 7 ottobre. Gli interrogatori possono durare molte ore e continuare per giorni mentre l'inquisitore guarda il terrorista negli occhi. Gli esperti del 504 paragonano gli interrogatori a una partita di poker in cui nessuna delle due parti sa esattamente quali "carte" (conoscenze) ha in mano l'altra.
Uno degli inquisitori, il Capitano "A", è sposato e padre di sei figli. Dice: "Paragono un interrogatorio a una partita di poker. Due persone siedono lì, ognuna ha delle carte e ognuna cerca di scoprire cosa ha l'altra. Tutti cercano di imbrogliare, di bluffare - e il vostro compito di interrogane  è capire se la persona che avete di fronte sta mentendo o no. Se quello che sta dicendo è vero o no. Più informazioni portate in un interrogatorio, più forti sono le vostre carte e più probabilità avete di avere successo. Se riesco a far capire che il gioco è finito e che solo un idiota continuerebbe a giocare, ho vinto".
"I terroristi della Jihad islamica a Gaza sono stati sottoposti a interrogazione. Uno di loro ha insistito sul fatto di non essere collegato ad alcuna attività militare. A un certo punto gli ho detto: "Se ti dico il nome del tuo comandante diretto, dirai che la partita è finita?". Mi ha guardato e ha detto: "Sì". Gli ho detto il nome del suo comandante diretto, Abdullah. Mi chiese: "Qual è il suo [di Abdullah] cognome?". Gli ho detto il cognome del comandante. Dopo di che, era pronto a "parlare" perché aveva capito che uno degli altri prigionieri era crollato e ci aveva raccontato tutto".
Gli inquisitori delle Forze di Difesa israeliane iniziano a interrogare i terroristi islamici il prima possibile dopo la cattura, con il chiaro scopo di salvare la vita dei soldati che stanno per entrare in quartieri di Gaza minati o con trappole esplosive. A volte le informazioni appena ottenute da un terrorista catturato sono state immediatamente trasmesse alle truppe da combattimento, salvando vite umane e aiutandole a evitare l'ingresso in aree minate o con tunnel nascosti.
Gli esperti della 504 raccontano il fenomeno surreale di interrogare un prigioniero che solo poco tempo prima ha commesso i peggiori e immaginabili omicidi e stupri. Eppure, devono passare dubito alla prioritaria necessità di capire quali altre informazioni questo mostruoso individuo possa avere che domani potrebbero ancora diminuire il pericolo per un soldato delle Forze di Difesa israeliane. Gli esperti della 504 riferiscono che i terroristi ammettono apertamente tutti i crimini commessi, spesso con orgoglio e mai con vero rimorso. Il massimo che esprimono è che sono dispiaciuti che le loro azioni abbiano portato distruzione al loro stesso popolo e imprigionamento a loro stessi. Tuttavia, nessuno di loro si pente delle azioni commesse dicendo che sono moralmente sbagliate.
Alla domanda su come mantenere la distanza emotiva durante un interrogatorio, un inquisitore ha risposto: "Non hai scelta. Se qualcuno si siede con te durante un interrogatorio e dice: 'Ho messo tre ebrei contro il muro e gli ho sparato al cuore uno dopo l'altro', e subito, senza fermarsi, ti chiede: 'Posso avere un bicchiere d'acqua?", allora puoi rispondergli, se serve all'interrogatorio: "Come preferisci l'acqua, fredda o a temperatura ambiente?". Il mio obiettivo è ottenere le informazioni che conosce alla fine della giornata. Se mi lascio trasportare dalle emozioni, non posso raggiungere il mio obiettivo".
Anche durante i mesi necessari per interrogare i terroristi originali del 7 ottobre, nuovi terroristi sono stati catturati e/o si sono arresi.Spesso il tempo è fondamentale quando gli inquisitori cercano la "chiave" per aprire la bocca del prigioniero e ottenere informazioni. Diventa una gara di abilità contro abilità. Gli inquisitori devono essere in grado di distaccarsi dalle emozioni che provano quando sentono un terrorista raccontare con orgoglio le sue imprese omicide. L'investigatore deve pensare con freddezza e creare una sorta di "piattaforma" psicologica sulla quale il terrorista rivela le informazioni che conosce al suo nemico israeliano.
Il ruolo dei soldati combattenti come eroi negli scontri a fuoco diretti era già noto. Ora le Forze di Difesa israeliane hanno dato uno sguardo a un altro tipo di eroe e a un altro aspetto di questa lunga guerra. Gli uomini dell'Unità 504 stanno servendo Israele perché sono disposti a impegnarsi in una conversazione lunga e prolungata e in una lotta psicologica con un nemico vile. La loro disponibilità a esporsi alla cattiveria, settimana dopo settimana, come parte della guerra di intelligence, salva delle vite di soldati israeliani.
Alla domanda sulla differenza tra i terroristi di Hamas e i civili di Gaza, un inquisitore ha risposto che la resistenza violenta a Israele è una parte così radicata della vita a Gaza che si trova in quasi tutte le famiglie, i quartieri e i principali gruppi tribali.
"La si vede [a Gaza] da nord a sud. Tutti sono coinvolti, non se ne vergognano e fa parte della loro vita. Se non è lui, è suo fratello, e se non è suo fratello, è il cugino".
Ai bambini di Gaza viene chiesto di tenere il coltello e macellare la capra durante la festa musulmana del sacrificio. Nella cultura gazana, la morte e l'odio sono trattati in modo molto diverso dalla cultura israeliana.
Un inquisitore ha detto: "Credo che il nostro modo di pensare e il nostro desiderio di vita sia diverso dal loro. Sono cresciuti in modo diverso e allevano i loro figli in modo diverso. L'omicidio non è estraneo a loro, fa parte della loro vita. All'inizio siamo rimasti molto sorpresi dal numero di persone apparentemente "non coinvolte" che sono entrate in territorio israeliano il 7 ottobre. È comprensibile che un terrorista di Hamas, addestrato per anni, invada un Paese nemico. Ma ci sono stati anche civili che sono entrati in gran numero e hanno preso parte ad atti di omicidio e saccheggio. Questo fa pensare a qualcos'altro".
Altri inquisitori hanno espresso un parere leggermente diverso, sottolineando che alcuni civili di Gaza temono Hamas più delle forze israeliane. Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, dove siano tutti i civili innocenti di Gaza che ci si potrebbe aspettare che cambino schieramento se odiano così tanto Hamas.
Alcuni degli inquisitori conoscono molto bene il Corano e usano questa conoscenza per creare un'intesa con i terroristi che conoscono bene il libro sacro musulmano.
Onore all'Unità 504! un altro gruppo di coraggiosi soldati delle Forze di Difesa israeliane.

(Israel Heute, 17 dicembre 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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In Canada, l’antisemitismo ha raggiunto livelli record

Gli ebrei sono le vittime principali dei crimini d’odio nel paese nord-americano. Un esempio? Gli spari contro la vetrina del ristorante Falafel Yoni a Montréal, dopo che i filopalestinesi avevano chiesto di boicottarlo. Intervista a Ron East, direttore di TheJ.Ca.

di Nathan Greppi

All’inizio di dicembre, durante una conferenza stampa organizzata a Toronto dalla Jewish Medical Association of Ontario (JMAO), il dottor Sam Silver ha raccontato: “Lavoro con studenti di medicina brillanti, compassionevoli e che si impegnano per diventare il futuro del settore sanitario in Canada. Eppure, stanno navigando in un ambiente ostile in cui la loro identità ebraica li rende vittime di odio ed esclusione. Non si può andare avanti così”.
  Questa testimonianza è giunta dopo che un sondaggio commissionato dalla JMAO ha rivelato che in seguito ai massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023, l’80 per cento degli ebrei canadesi che lavorano in ambito medico ha dovuto affrontare l’antisemitismo sul luogo di lavoro. Prima del 7 ottobre, la percentuale di medici ebrei che aveva avuto esperienze di antisemitismo sul lavoro era solo dell’1 per cento.

• LE STATISTICHE
  Più in generale, il Canada ha visto crescere considerevolmente l’antisemitismo dall’inizio della guerra in corso: secondo l’ultimo rapporto annuale, uscito nel maggio 2024, dell’organizzazione ebraica B’nai Brith Canada, in tutto il 2023 si sono registrati 5.791 episodi di antisemitismo nel paese nordamericano, che ospita la quarta più grande comunità ebraica al mondo (398.000 persone nel 2023, dietro solo a Israele, Stati Uniti e Francia). Questi episodi erano più del doppio rispetto ai 2.769 del 2022 e ai 2.799 del 2021. In termini percentuali, l’aumento degli episodi di antisemitismo risultava essere all’incirca del 109 per cento.
  In tale occasione, il principale quotidiano canadese, The Globe and Mail, ha pubblicato un editoriale in cui ha denunciato ciò che stava accadendo dopo il 7 ottobre. Tra i crimini d’odio elencati nell’articolo, figuravano un attacco a un ristorante ebraico di Toronto, colpi di arma da fuoco sparati contro una scuola ebraica di Montréal, un atto di vandalismo contro una libreria Indigo, perché il fondatore della catena è ebreo, e la vandalizzazione di abitazioni private con immagini e scritte antisemite.
  Pur rappresentando appena l’1 per cento di tutta la popolazione canadese, gli ebrei subiscono molte più manifestazioni di ostilità rispetto ad altri gruppi: a Toronto, secondo i dati resi pubblici dalla polizia locale, dopo il 7 ottobre gli ebrei sono stati vittime del 57 per cento dei crimini d’odio. E nel corso di tutto il 2023, gli ebrei hanno subito il 78 per cento di tutti i crimini d’odio su base religiosa avvenuti nella stessa città.
  Le cose non vanno meglio nella regione francofona del Québec: secondo il settimanale francese Le Point, nelle settimane immediatamente successive ai massacri perpetrati da Hamas, 132 crimini d’odio hanno avuto come bersaglio la comunità ebraica di Montréal. Per fare degli esempi, ci sono stati degli spari contro la vetrina di un ristorante di cucina israeliana, il Falafel Yoni. Il ristorante era in un elenco di attività commerciali da boicottare pubblicato dai filopalestinesi.

• UN PAESE CAMBIATO
  «Prima del 7 ottobre, il Canada era un posto dove ebrei, israeliani e sionisti potevano camminare tranquillamente per strada, nei campus e in altri spazi pubblici senza temerne le ripercussioni -, racconta a Bet Magazine Mosaico il giornalista israelo-canadese Ron East, direttore del giornale TheJ.Ca. – Certo, c’erano già delle manifestazioni, ad esempio durante l’Al Quds Day, ma niente che potesse seriamente minacciare la sicurezza della comunità ebraica. Quando è avvenuto il 7 ottobre, sembrava che qualcuno avesse aperto i cancelli e fatto uscire allo scoperto tutti gli antisemiti. Da quel momento, un paese che fino ad allora era stato assai pacifico, dove gli ebrei sentivano di poter crescere i loro figli, è diventato un luogo dove temi per la tua sicurezza quasi ogni giorno».
  A dispetto di questi fatti, non sono mancati casi di ebrei di estrema sinistra filopalestinesi che si sono prestati a fare da “foglia di fico” agli odiatori: a dicembre, un gruppo di manifestanti è entrato nella sede del Parlamento canadese ad Ottawa per chiedere un embargo sulla vendita di armi ed equipaggiamenti militari a Israele. Tra le sigle che hanno preso parte alla manifestazione, figurava l’organizzazione antisraeliana Independent Jewish Voices Canada. Se gli attivisti propal possono arrivare ad entrare in Parlamento, per quelli filoisraeliani spesso le cose possono mettersi male quando si espongono pubblicamente: East racconta che «CJPME (Canadians for Justice and Peace in the Middle East), una lobby filopalestinese molto influente, ha contattato tutti i nostri sponsor e coloro con i quali TheJ.Ca ha accordi pubblicitari, e ha fatto molta pressione su di loro affinché interrompessero le loro pubblicità sul mio giornale. Hanno anche contattato i media che mi intervistavano per cercare di convincerli a smettere di offrirmi uno spazio».
  In taluni casi, dietro le manifestazioni si nascondono finanziamenti di dubbia provenienza: nel gennaio 2024, in seguito a una manifestazione filopalestinese nella città di Victoria, è emerso che una delle ONG che la organizzavano, Plenty Collective, pagava le persone per andare a manifestare, senza tuttavia specificare nel dettaglio da dove arrivassero quei soldi.
  Mondo accademico
  Come nel resto dell’Occidente, questa ondata non ha risparmiato le università, che al contrario si sono rivelate tra i principali incubatori dell’odio: per fare un esempio, a settembre gruppi pro-Palestina hanno fissato delle teste di maiale sui cancelli dell’Università della Columbia Britannica, assieme a uno striscione che recitava “maiali fuori dal campus”, in riferimento ad ebrei e filoisraeliani. E all’inizio di quest’anno, gli stessi collettivi proPal hanno condotto una campagna per espellere dal campus l’organizzazione ebraica Hillel.
  Episodi analoghi si sono verificati anche in altri atenei: a marzo, gli studenti ebrei che frequentavano la Concordia University di Montréal hanno raccontato alla rivista ebraica americana Algemeiner di essere stati costretti a cavarsela da soli quando i loro compagni di classe antisionisti li hanno aggrediti e molestati. Su tutti, spicca un episodio avvenuto il 12 marzo, quando degli studenti ebrei si sono ritrovati intrappolati nella sede Hillel dell’ateneo, mentre membri del gruppo Supporting Palestinian Human Rights (SPHR) sbattevano contro le finestre e le porte. Quando gli agenti di sicurezza del campus sono arrivati sulla scena, si sono rifiutati di punire i delinquenti e hanno accusato gli studenti ebrei di aver istigato l’incidente, solo perché avevano filmato ciò che era accaduto.
  Sempre a Montréal, a inizio dicembre il governo del Québec ha annunciato di aver avviato una indagine su due college dove sono stati denunciati degli episodi di molestie e di istigazione all’odio nei confronti degli studenti ebrei all’interno dei campus. Mentre all’Università del Manitoba, a Winnipeg, a maggio un laureando in medicina ha tenuto un discorso in cui accusava Israele di prendere di mira deliberatamente medici e ospedali a Gaza.
  La situazione che si è venuta a creare è stata denunciata dal medico Lior Bibas, co-fondatore dell’Association des médecins juifs du Québec (AMJQ), che a novembre ha twittato: “Sono un ebreo del Québec e canadese di prima generazione, e guardo la mia città natale, Montréal, precipitare nel caos, con la legge e l’ordine apparentemente abbandonati per placare gli odiosi codardi mascherati”.

(Bet Magazine Mosaico, 17 dicembre 2024)

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Gaza, anche Israele conferma che l’accordo sulla tregua è più vicino

Katz: “Sarà temporaneo, sanno che la guerra non è finita”

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Parlando al Comitato per gli Affari Esteri e la Difesa, il ministro Israel Katz ha confermato che l'intesa è sempre più vicina

Per la prima volta dall’inizio del conflitto a Gaza, tutte le parti sembrano guardare nella stessa direzione, quella di un cessate il fuoco di medio-lungo termine. Il primo passo pubblico è stato compiuto dagli Stati Uniti, con la scarcerazione anticipata di Mofid Abdul Qadir Meshaal, fratellastro del più noto ex leader politico di Hamas, Khaled Meshaal. Il giorno dopo era stata Hamas, tramite un suo funzionario, ad aprire a una tregua “entro il 2024”, sollevando però dubbi sulla disponibilità di Israele. E lunedì è arrivata anche la risposta di Tel Aviv per bocca di una delle figure più radicali del governo Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz. A porte chiuse, ad alcuni deputati della Knesset l’esponente dell’esecutivo ha assicurato che il governo è più vicino che mai a un accordo per la liberazione degli ostaggi a Gaza.
Quali siano, nello specifico, i termini dell’intesa che appare sempre più imminente non è ancora chiaro. Di sicuro questa prevederà un cessate il fuoco a medio-lungo termine, la liberazione degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas e la contestuale scarcerazione di centinaia di prigionieri palestinesi dai penitenziari israeliani. “Siamo più vicini che mai a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri”, sempre che il primo ministro israeliano “Netanyahu non ostacoli l’accordo”, ha ribadito un leader di Hamas in anonimato al giornale saudita Asharq News. La fonte ha spiegato che il partito armato palestinese ha presentato una proposta di accordo mostrando una “grande flessibilità” per arrivare a una “fine graduale della guerra e a un ritiro graduale delle forze israeliane in base a una tempistica condivisa e alle garanzie dei mediatori internazionali”.
Da Tel Aviv è arrivata poi la conferma, con le dichiarazioni di Katz, che le contrattazioni hanno imboccato la strada giusta. I commenti del ministro al Comitato per gli Affari Esteri e la Difesa della Knesset sono stati fatti a porte chiuse, ma le sue osservazioni sono state riprese dalla stampa ebraica. “Israele è più vicina che mai a un altro accordo sugli ostaggi”, ha dichiarato sottolineando che meno se ne parla e meglio è. Il ministro prevede che l’intesa sarà sostenuta dalla maggior parte della coalizione e non dovrebbe incontrare ostacoli interni. Katz sembra inoltre indicare che questo non includerà una sospensione a tempo indeterminato delle ostilità, come richiesto da Hamas: “C’è flessibilità dall’altra parte. Hanno capito che non metteremo fine alla guerra”.

(il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2024)

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Perché Israele vuole chiudere la sua ambasciata in Irlanda

Il governo irlandese è uno dei più filopalestinesi in Europa, a quello di Netanyahu questa cosa piace molto poco

Domenica il governo israeliano di destra guidato da Benjamin Netanyahu ha annunciato che intende chiudere l’ambasciata israeliana in Irlanda, a Dublino, per via di alcune posizioni che giudica “anti-israeliane” del governo irlandese, guidato da una coalizione che va dal centrodestra ai Verdi.
È una decisione che non ha precedenti nella storia contemporanea: finora Israele non aveva mai chiuso una propria ambasciata in un paese europeo. In un certo senso però era nell’aria. L’Irlanda è uno dei paesi più filo-palestinesi nell’Unione Europea, e i suoi governi – a prescindere dalla composizione – criticano da tempo le azioni del governo di Netanyahu, come l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania e più di recente l’invasione della Striscia di Gaza. La decisione di Israele peraltro è arrivata cinque giorni dopo che l’Irlanda aveva annunciato di volersi unire alla causa per genocidio avanzata dal Sudafrica contro Israele alla Corte internazionale di giustizia.
Per contro, il governo israeliano sta adottando una politica estera sempre più aggressiva nei confronti dei paesi che percepisce come alleati poco affidabili. Netanyahu critica sempre più duramente i leader stranieri che avanzano dubbi sulla condotta israeliana nell’invasione della Striscia di Gaza e del Libano. Finora però alle sue dichiarazioni non erano seguite implicazioni particolarmente concrete.
I rapporti fra Irlanda e Israele sono sempre stati piuttosto difficili. In Irlanda esiste una simpatia trasversale per la causa palestinese, considerata una campagna anti-coloniale simile a quella che gli irlandesi condussero per secoli contro l’Impero britannico. Nel 1980 l’Irlanda diventò il primo stato dell’allora Comunità Economica Europea (l’antenato dell’Unione Europea) a chiedere la nascita di uno stato indipendente palestinese. Negli anni più recenti la comunità di residenti di religione musulmana si è molto allargata, quasi raddoppiando dal 2011 a oggi.
In un sondaggio realizzato a febbraio è emerso che il 79 per cento degli irlandesi ritiene che Israele stia compiendo un genocidio nella Striscia di Gaza (in Italia, che pure ha percentuali superiori a vari paesi dell’Europa occidentale, lo crede il 49 per cento, secondo un sondaggio di aprile).
Dall’inizio dell’invasione della Striscia di Gaza peraltro il governo irlandese aveva intensificato le sue critiche, ma aveva anche preso alcuni provvedimenti ufficiali.
A maggio aveva formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina insieme a Norvegia e Spagna: in quel caso il governo di Netanyahu aveva richiamato brevemente l’ambasciatore israeliano in Irlanda. A ottobre aveva annunciato una norma per impedire l’importazione in Irlanda di merce prodotta nelle colonie israeliane in Cisgiordania. Pochi giorni fa, come detto, è arrivata la notizia che l’Irlanda si sarebbe unita alla causa per genocidio alla Corte internazionale di giustizia.
Più nello specifico l’Irlanda chiederà alla Corte di ampliare la sua interpretazione di ciò che rientra nella definizione di genocidio, su cui ormai da anni sono in corso dibattiti e discussioni accademiche che hanno ripreso forza dopo l’invasione della Striscia di Gaza.
Un funzionario israeliano ha detto all’Irish Times che al momento il governo non prevede di chiudere ulteriori ambasciate in altri paesi europei. Non è chiaro se le cose cambieranno in futuro, anche perché il ministro degli Esteri israeliano è cambiato da poco. A inizio novembre, nell’ambito di un rimpasto interno al governo, il politico conservatore Gideon Sa’ar aveva lasciato il proprio incarico di ministro dell’Interno ed era diventato ministro degli Esteri sostituendo Israel Katz, uno degli storici leader del partito di Netanyahu.

(il Post, 16 dicembre 2024)

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Israele: pilota ‘disegna’ in cielo un nastro per la liberazione degli ostaggi

di Luca Spizzichino

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Questa mattina, nei cieli di Israele, il simbolo della lotta per la liberazione degli ostaggi israeliani ha catturato l’attenzione e l’emozione di tutto il Paese. Un pilota, o forse più di uno, ha “disegnato” delle strisce che richiamano i nastri simbolici, visibili dal nord al sud dello Stato ebraico.
  Resta ancora incerto se si tratti di semplici scie di condensazione o di un sistema di fumogeni appositamente installato a bordo dell’aereo. Anche l’identità del pilota rimane sconosciuta, alimentando il mistero intorno a questo gesto. Tuttavia, il messaggio trasmesso è stato potente e capace di unire gli israeliani sotto un cielo che per qualche ora si è fatto voce delle loro speranze.
  Le immagini delle strisce luminose nel cielo hanno rapidamente invaso i social media, accompagnate da commenti carichi di emozione. Tra le fotografie più toccanti, spicca quella scattata al confine con Gaza, che ritrae il simbolo stagliarsi nel cielo sopra il memoriale dedicato alle osservatrici uccise il 7 ottobre.
  In molti hanno interpretato il gesto come un segno di speranza. “Anche il cielo vuole che gli ostaggi tornino a casa”, ha scritto un utente. “Che sia un segno che siamo vicini a una soluzione”, ha commentato un altro, riferendosi alle delicate trattative per il rilascio degli ostaggi, ancora avvolte dal massimo riserbo.
  Un gesto semplice, ma carico di significato, che ha unito per un attimo tutto il Paese sotto uno stesso cielo.

(Shalom, 16 dicembre 2024)

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Perché il successo dell'Università israeliana Technion ha radici tedesche

Il Technion di Haifa ha iniziato ad insegnare un secolo fa. La storia dell'università è molto tedesca all'inizio e allo stesso tempo ha un nucleo sionista. I suoi successi sono impressionanti.

di Sandro Serafin

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L'edificio del primo centro tecnico in Israele è stato progettato da un architetto prussiano

Quest'anno l'università tecnica israeliana può vantare cento anni di insegnamento: Il Technion di Haifa ha iniziato la sua attività alla fine del 1924. Da allora, ha prodotto innumerevoli scienziati che hanno contribuito a plasmare l'economia e le innovazioni israeliane, alcuni dei quali hanno vinto il Premio Nobel.
Le prime idee per un istituto di questo tipo sono emerse all'inizio del XX secolo. Nel 1902, Martin Buber, Chaim Weizmann e Berthold Feiwel pubblicarono un memorandum intitolato “Un'università ebraica”. La loro analisi: in molti Paesi gli ebrei erano discriminati ed esclusi dall'istruzione superiore, con conseguenze intellettuali, economiche e sociali nefaste che “non possono essere descritte o anche solo immaginate per il futuro”.
La soluzione è stata individuata nella fondazione di una “università ebraica”. Il modo migliore per farlo è in Palestina, poiché non c'è dubbio che l'esistenza di un'università palestinese “aumenterebbe e consoliderebbe notevolmente la fiducia nella possibilità di creare una patria”. I tre visionari presentarono la loro idea al Congresso sionista.

• SIONISTI E NON SIONISTI
   Tuttavia, inizialmente non furono i sionisti a portare avanti in pratica il progetto  con il sostegno finanziario di ebrei facoltosi, ma fu soprattutto l'“Hilfsverein der Deutschen Juden”, che si distanziava dal sionismo. Si occupava dello “sviluppo dei compagni di fede”, soprattutto nell'Europa orientale e in Palestina. Gestiva diverse scuole in quello che all'epoca era ancora territorio ottomano.
Anche Paul Nathan, uno dei fondatori, accolse l'idea di un'università tecnica. Egli vedeva un grande potenziale di sviluppo soprattutto in Oriente: questa regione poteva ancora essere “conquistata dalla tecnologia moderna quasi all'infinito”. Secondo l'Hilfsverein, ciò non avrebbe giovato solo agli ebrei stessi, ma anche alla “patria ottomana”. L'enfasi sulla “patria ottomana” non era una prospettiva molto sionista.
La sede migliore per il Technikum - questo era inizialmente il nome tedesco del Technion - era stata individuata da Paul Nathan in Haifa. Questa città mediterranea nel nord della Palestina era da preferire perché Haifa “ha un grande futuro grazie alla sua posizione sul mare e al suo collegamento ferroviario con Damasco”.

• UN PRUSSIANO PROGETTÒ L'EDIFICIO
   Alcuni abitanti di Gerusalemme si opposero senza successo a questa scelta: Nel 1908, la società acquistò un terreno sul versante inferiore del monte Carmelo. La prima pietra dell'edificio centrale fu posata nel 1912. L'architetto incaricato fu l'ebreo prussiano Alexander Baerwald, che aveva progettato anche la ristrutturazione della Staatsbibliothek Unter den Linden.
L’influenza tedesca nei primi anni del Technikum è stata immensa, come ha dimostrato in particolare Se'ev Sadmon in uno studio esaustivo. Secondo questo studio, le attrezzature per le officine e i laboratori furono inizialmente ordinate esclusivamente ad aziende tedesche. Dal 1909 due professori della Königliche Technische Hochschule di Berlino-Charlottenburg erano a capo di un comitato scientifico consultivo.
Quando fu aperto il centro tecnico, quattro dei sette docenti delle materie principali provenivano dalla Germania. A volte il progetto ha attirato l'attenzione del governo tedesco. James Simon, presidente dell'organizzazione di aiuti con buoni contatti nella politica tedesca, una volta spiegò che lui stesso aveva promesso volentieri al Kaiser di “trasformare il centro tecnico in un'istituzione tedesca”.

• BEN-JEHUDA MINACCIAVA SPARGIMENTI DI SANGUE
   Negli anni Dieci, il progetto si arenò a causa di due eventi imprevisti. Il primo aveva uno sfondo interno ebraico interno: nel 1913, le tensioni latenti tra sionisti e non sionisti sul Technikum scoppiarono apertamente. Il motivo fu una decisione del Consiglio di amministrazione, secondo la quale nessuna lingua ufficiale di insegnamento era considerata obbligatoria.
Per quanto riguarda l'ebraico moderno, una delle forme più alte di espressione del sionismo, si affermava soltanto che avrebbe dovuto ricevere “la cura più accurata”. Paul Nathan dell'Hilfsverein spiegò la scelta con considerazioni pratiche: Mancavano libri di testo, insegnanti e parole in ebraico.
La decisione suscitò indignazione non solo tra i sionisti in Palestina, ma in tutto il mondo: ed è passata alla storia come la “guerra delle lingue”. In Palestina furono organizzate manifestazioni di protesta e scioperi in molti luoghi. Elieser Ben-Jehuda, ideatore della nuova lingua ebraica, minacciò in una lettera a Nathan dicendo che l'apertura “non avrebbe avuto luogo senza lo spargimento di sangue ebraico”. Si sentivano “violati e derubati dell'unico santuario che speravano presto di possedere”.

• “L’EBRAICIZZAZIONE DEL TECHNIKUM
   Per i sionisti si trattava anche della loro emancipazione dalla diaspora: “Vogliamo tollerare che gli assimilazionisti dell'Europa occidentale agitino una scure sulle nostre tenere piantagioni?”, si indignava il giornale di Gerusalemme “HaCherut”. Il Consiglio di amministrazione fu infine costretto a rivedere la sua decisione e ad assegnare all'ebraico un ruolo maggiore. Il giornale sionista “Die Welt ‘ definì questa decisione ’l'ebraicizzazione del Technikum”.
Oltre alla “guerra delle lingue”, anche lo scoppio della Prima Guerra Mondiale causò dei ritardi. A volte, il centro tecnico servì come campo per i militari tedeschi, turchi e poi britannici. In questo periodo si è perso l'inventario. Infine, si sviluppò un lungo tira e molla che si concluse con l'acquisto dell'istituzione da parte dell'Organizzazione Sionista Mondiale nel 1920. Nell'inverno del 1924/25 iniziò finalmente l'attività didattica.
Un anno prima, Max Hecker, il primo presidente dell'università, aveva riassunto il nucleo del progetto da una prospettiva sionista: il Technikum porta con sé “una sana forza di contrasto contro il pericolo dell'intellettualismo unilaterale”e “svolge un ruolo essenziale nella creazione della nuova generazione ebraica verso la quale sono rivolte le nostre speranze”. In altre parole: d’ora in poi, il “nuovo ebreo” deve essere costruito qui, diverso dal vecchio “ebreo della diaspora”.

• 15 NUOVE AZIENDE OGNI ANNO
   Qualche anno dopo, i primi 17 studenti si laurearono in ingegneria e architettura. Uno di loro era una donna. Da allora, il Technion è cresciuto enormemente. Con il cambiare dei tempi, è cambiata anche l'università: sono state istituite, tra l'altro, le facoltà di ingegneria aerospaziale e di ingegneria elettrica. Negli anni '30 e '40, il Technion ha beneficiato dell'ammissione di molti ebrei europei che si sono rifugiati in Palestina per sfuggire al regime nazista.
Nel corso degli anni, l'università si è anche trasferita in una nuova sede su un versante del Carmelo. Secondo l'università, “Technion City” copre ora un'area di 1,2 chilometri quadrati. All'inizio di quest'anno, studiavano qui circa 15.000 studenti in 18 facoltà (da biologia e chimica a scienze informatiche, architettura e ingegneria). L'università conta oggi un totale di circa 100.000 ex-alunni.
“Ogni anno vengono fondate al Technion 15 nuove aziende ”, ha spiegato il presidente dell'università Uri Sivan al quotidiano ‘Israel Hajom’ a febbraio: ‘La maggior parte delle infrastrutture civili di oggi in tutto Israele - strade, ferrovie, acqua, desalinizzazione, agricoltura - è opera di laureati e membri del Technion’, ha aggiunto. Un esempio concreto: circa l'80% degli ingegneri che lavorano al sistema di difesa missilistica Iron Dome, oggi famoso a livello internazionale, sono laureati del Technion.

(Israelnetz, 16 dicembre 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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L’antisemitismo online è dilagante: come combatterlo

di Nathan Greppi

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Una conferenza del Foa
Già prima dei fatti del 7 ottobre, internet e i social erano diventati negli ultimi decenni i principali veicoli dell’antisemitismo. Ma dopo quel giorno, i livelli di odio e aggressività nei confronti degli ebrei e Israele hanno raggiunto dei livelli record, destando non poche preoccupazioni tra gli addetti ai lavori.
  Per capire come si sta evolvendo la situazione e come può essere affrontata, abbiamo parlato con Dina Maharshak, direttrice del Content Team del FOA (Fighting Online Antisemitism), tra le principali organizzazioni specializzate nel contrasto dei crimini d’odio antiebraici che si verificano nel mondo digitale.

- Su quali piattaforme social sono più diffusi i contenuti antisemiti e antisraeliani?
  Sono diffusi soprattutto sulle principali piattaforme come X (ex-Twitter), Facebook, Instagram, TikTok e YouTube, così come su spazi meno regolamentati come Telegram, VKontakte e Gab. Il FOA ha identificato X come l’hotspot principale per i contenuti antisemiti nel 2023, rappresentando il 40% di tutti i contenuti segnalati, seguito da Facebook (8,5%), Instagram (6,5%), TikTok (2%) e YouTube (2,5%). Queste piattaforme sono diventate dei focolai per la diffusione di narrazioni nocive, soprattutto dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, che ha triplicato l’antisemitismo online rispetto al 2022.

- Quali sono stati i cambiamenti più significativi avvenuti dopo il 7 ottobre e durante la guerra in corso?
  Dopo il 7 ottobre, il brutale attacco di Hamas e la successiva guerra, c’è stata un ’impennata di incidenti antisemiti a livello globale, con le comunità ebraiche della diaspora che hanno ricevuto sempre più minacce. Questa crisi ha rimarcato l ‘unità globale tra il popolo ebraico dentro e fuori da Israele, e l’impatto significativo che gli eventi in Israele esercitano sugli ebrei di tutto il mondo.
  Anche l’antisemitismo online si è intensificato. Le piattaforme dei social media si sono inondate di disinformazione, teorie del complotto e discorsi di odio contro il popolo ebraico e Israele, tra cui la negazione della Shoah e la glorificazione della violenza contro gli ebrei.

- Può farci qualche esempio?
  Tra i principali cambiamenti, spiccano: l ’amplificazione di hashtag e slogan antisemiti, come #FromTheRiverToTheSea, che molti ritengono essere un appello allo sradicamento di Israele; l’aumento delle molestie nei confronti degli utenti e delle comunità ebraiche su piattaforme come X, Instagram e TikTok, con episodi di trolling e minacce di morte coordinate; la glorificazione del terrorismo di Hamas da parte di alcuni utenti e influencer, assieme alla giustificazioni della violenza contro i civili; teorie del complotto antisemite, che ad esempio incolpano gli ebrei per la guerra; shadowbanning degli account pro-Israele, in cui gli utenti hanno segnalato che i loro post a sostegno di Israele o che condannavano l’antisemitismo venivano soppressi, mentre i contenuti antisemiti rimanevano visibili.
  Il monitoraggio da parte del FOA ha dimostrato come le lacune nella moderazione dei contenuti abbiano permesso a narrazioni dannose di prosperare incontrollate. Ad esempio, alcuni contenuti antisemiti sono stati mascherati da retorica “antisionista”, rendendone più difficile l’identificazione e la rimozione da parte degli algoritmi. Ciò è stato successivamente esaminato da Meta, che ha classificato alcuni casi dell’uso della parola “sionista” o delle sue abbreviazioni come incitamento all’odio.

- Che tipo di strategie mette in atto il FOA per combattere l’antisemitismo online?
    Il FOA impiega una strategia su più fronti per combattere l’antisemitismo online, combinando innovazione tecnologica, iniziative didattiche, il coinvolgimento della comunità e progetti di advocacy su scala globale. Questo approccio garantisce non solo l’individuazione e la rimozione di contenuti pericolosi, ma anche la responsabilizzazione degli individui e delle istituzioni per combattere attivamente l’odio online.
  Monitoriamo rigorosamente l’antisemitismo online utilizzando metodologie allineate con la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Il FOA aggrega i dati in report mensili e annuali suddivisi per piattaforma, tipo di contenuto e regione. Inoltre, è stato sviluppato un algoritmo basato sull’intelligenza artificiale per migliorare il rilevamento di contenuti antisemiti, che in questo modo vengono identificati e classificati automaticamente in base a parole chiave, immagini e modelli mirati.
  Lo status del FOA come “Trusted Flagger” sulle principali piattaforme come Facebook, X, TikTok e YouTube garantisce che i contenuti da esso segnalati abbiano la priorità per la revisione e la rimozione. Questo status, assieme alle partnership di FOA con giganti della tecnologia come Google e la sua appartenenza all’International Network Against Cyber Hate (INACH), nel 2023 ha portato ad un tasso medio di rimozione dei contenuti d’odio del 41% sui principali social.

- Svolgete anche attività educative rivolte ai giovani, per contrastare l’odio in rete?
  Il FOA riconosce che la lotta all’antisemitismo richiede non solo la rimozione di contenuti nocivi, ma anche l’educazione per cambiare gli atteggiamenti degli utenti. L’organizzazione offre, tra le altre cose, workshop e sessioni di formazione per attivisti, educatori e comunità ebraiche di tutto il mondo per aiutarli a identificare, segnalare e contrastare efficacemente i contenuti antisemiti.
  A ciò si aggiungono le partnership con università, scuole superiori e organizzazioni comunitarie per fornire ai giovani gli strumenti per riconoscere e opporsi all’antisemitismo. In Israele, il programma del FOA, accreditato dal Ministero dell’Istruzione, educa studenti di diverse origini religiose ed etniche su argomenti come la negazione della Shoah, l’antisemitismo sui social media e il razzismo. Inoltre, organizziamo iniziative su scala globale per coinvolgere i giovani, tra cui corsi online e opportunità di volontariato. I nostri volontari sono in grado di lavorare in otto lingue, e grazie a queste conoscenze monitorano gli spazi online alla ricerca di contenuti antisemiti, ne chiedono la rimozione e partecipano ad attività educative e di advocacy.

- Presentate mai i risultati del vostro lavoro alle istituzioni internazionali (ONU, UE, ecc.)?
    Oltre a collaborare con il governo israeliano, il FOA presenta i risultati del suo lavoro a istituzioni internazionali come l’INACH, l’IHRA, la Commissione europea e diverse ONG.

- Cosa possono fare le comunità ebraiche per combattere l’odio online?
    Le comunità ebraiche possono adottare diverse misure proattive per combattere l’antisemitismo online. Innanzitutto, occorre imparare a identificare l’antisemitismo, anche quando è mascherato da antisionismo, per poi condividere le conoscenze e fare rete per creare consapevolezza su come l’incitamento all’odio si diffonde online e sul suo impatto.
  Poi, occorre imparare ad utilizzare gli strumenti di segnalazione sulle piattaforme social per segnalare i contenuti antisemiti. Inoltre, bisogna saper costruire una resilienza digitale: rafforzare le misure di sicurezza online, proteggere gli account sui social media ed evitare la condivisione eccessiva di informazioni personali per prevenire il doxing, che consiste nell’esporre pubblicamente online le informazioni di qualcuno rendendolo un bersaglio.

(Bet Magazine Mosaico, 16 dicembre 2024)

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