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Notizie 1-15 febbraio 2025


Il destino nella catastrofe?

Anche le catastrofi della storia ebraica mostrano la nostra particolarità.

di Rabbi Yossy Goldman

Avete mai incontrato un professore di religione comparata? Mi sono spesso chiesto se questi accademici abbiano davvero studiato tutte le religioni e se credano in qualcuna di esse.
  Nella lettura della Torah di questa settimana, Jitro, ci viene presentato il primo professore di religione comparata del mondo. Si chiamava Jethro e aveva fatto ricerche su tutte le religioni dell'antichità fino a decidere per l'ebraismo. Non lo fece perché Mosè era suo genero, ma perché aveva studiato a fondo ogni fede e ne aveva tratto un giudizio qualificato.
  La lettura inizia con le parole: “E Jethro udì tutto ciò che Dio aveva fatto per Mosè e per il suo popolo Israele, facendo uscire Israele dall'Egitto”. Jethro era il sommo sacerdote di Madian e, dopo aver conosciuto tutte le religioni, i culti e le credenze del suo tempo, disse: “Ora so che Hashem è più grande di tutte le altre divinità”. Quando vide come gli israeliti erano stati miracolosamente liberati dalla schiavitù in Egitto, il Dio ebraico era di tutt'altro livello e così si unì al popolo ebraico.
  Lo studioso della Torah Rashi, citando il Talmud, aggiunge altri eventi che indussero Jethro a lasciare Madian e a incontrare gli Israeliti nel deserto. Quali sono questi eventi? “La separazione del mare e la guerra contro Amalek”.
  La separazione del mare è probabilmente il più grande miracolo della storia. Quando il Talmud descrive qualcosa di particolarmente difficile, usa l'espressione: “Difficile come la separazione del mare”. Anche il fatto che un popolo di schiavi non addestrato e mal equipaggiato abbia sconfitto in battaglia il feroce popolo guerriero degli Amalekiti è certamente una prova dell'intervento divino.
  Ma perché Rashi ha dovuto cercare altre ragioni? La Torah dice esplicitamente che Jethro sentì parlare dell'Esodo dall'Egitto. Non dice che abbia sentito parlare del mare o di Amalek.
  Forse Jethro non cercava solo un Dio in cui credere, ma anche un popolo a cui appartenere. Nella separazione del mare e nella guerra contro Amalek, Jethro trovò uno scopo speciale nel popolo ebraico e questo lo attrasse.
  La separazione del mare fu conosciuta in tutto il mondo. La mano guida di Dio che proteggeva gli ebrei che si trovavano tra il diavolo e il mare blu profondo fu un miracolo senza precedenti. Con i carri egiziani che li stavano inseguendo e nessun posto dove fuggire, solo l'Onnipotente poteva venire in loro aiuto. Per Jethro questo era un destino speciale, il destino della liberazione.
  Ma Jethro non sentì solo questo. Sentì anche parlare dell'attacco degli Amalekiti. Si trattava di un popolo che non aveva alcun motivo logico per sentirsi minacciato dagli Israeliti. Non stavano venendo nella loro direzione. Non stavano cercando di conquistare il loro territorio. L'attacco degli Amalekiti è stato una pura e semplice follia. Gli ebrei si stavano facendo gli affari loro. Perché Amalek avrebbe dovuto lanciare una guerra di aggressione non provocata?
  Jitro vide qualcosa di più di un semplice confronto militare. Non si trattava di un caso di paesi confinanti in lotta per la terra o di un despota imperialista che cercava di conquistare il continente. Era un caso di odio insensato. Si trattava di un'innaturale opposizione agli ebrei e a tutto ciò che il popolo di Israele rappresenta. Jitro riconobbe correttamente che non si trattava di una guerra tipica. L'attacco feroce, ingiustificato e sconsiderato di Amalek lo rendeva non solo un nemico, ma un arcinemico. In effetti, nel corso della storia abbiamo etichettato i nostri nemici più feroci come Amalekiti. Anche se non erano imparentati genealogicamente, i nazisti incarnavano Amalek. E lo stesso vale per Hamas e compagni.
  Quando Jitro vide che Israele era oggetto di un odio così ingiustificato, capì che il popolo ebraico è diverso da tutti gli altri popoli. Agli altri popoli non succede. La guerra è fin troppo comune. Ma la guerra insensata, l'ostilità irrazionale, non è affatto comune. È anzi unica. Se il popolo ebraico può ispirare un tale odio e ostilità in persone con cui non abbiamo nulla a che fare, allora siamo chiaramente un popolo con un destino e un fato che trascendono la logica. Anche Jitro ha visto il destino ebraico nella catastrofe.
  Anche noi abbiamo vissuto incredibili miracoli nella sopravvivenza del moderno Israele nel corso di sette decenni. Circondati da vicini il cui sogno predominante è quello di gettarci in mare, siamo ancora qui. Abbiamo visto con i nostri occhi come “il Guardiano di Israele non dorme né sonnecchia”. Abbiamo assistito alla miracolosa e fulminea vittoria nella Guerra dei Sei Giorni, a come ci ha portato “sulle ali delle aquile”, a come le “nuvole di gloria” ci hanno protetto dai micidiali missili Scud del dittatore iracheno Saddam Hussein durante la Guerra del Golfo Persico e dai massicci attacchi missilistici dell'Iran contro Israele lo scorso anno. Chi non vede e non sente il miracolo della sopravvivenza ebraica è cieco, sordo e muto. Abbiamo visto il nostro destino nella liberazione.
  Ma abbiamo anche sperimentato l'odio irrazionale di Amalek, che oggi è di nuovo evidente. Gaza avrebbe potuto essere un luogo pacifico e prospero di tranquillità e successo. Con le infrastrutture che Israele ha lasciato nel 2005 e i miliardi che l'Occidente ha riversato nella regione, i palestinesi avrebbero potuto costruire un'economia e una società forti e fiorenti. Invece, il loro odio li ha spinti a investire tutte le loro energie nei tunnel del terrore, mentre il loro popolo è rimasto impoverito. Il sanguinoso massacro nel sud di Israele del 7 ottobre 2023 ha consacrato Hamas come Amalek personificato, e temo che anche noi abbiamo visto il nostro destino nella catastrofe.
  L'Olocausto rimane unico nella storia. Non è stato solo un genocidio, ma un tentativo di soluzione finale che avrebbe spazzato via un intero popolo. Se Hamas non fosse stato fermato, sarebbe stato ben felice di completare l'opera iniziata da Adolf Hitler.
  Gli olocausti non accadono ad altre nazioni. Sì, ci sono stati terribili genocidi in vari Paesi, ma una soluzione finale? Mai. Vorrei che non potessimo rivendicare questo dubbio onore, ma è un fatto storico. Il numero di morti dell'Olocausto è così catastrofico - così inquietante e assurdo - che dimostra che non siamo un popolo come gli altri, non solo nelle nostre redenzioni, ma purtroppo anche nelle nostre tragedie. Sì, anche noi abbiamo sperimentato il nostro destino nelle disgrazie.
  Nella lettura della Torah di questa settimana, apprendiamo anche della grande rivelazione al Sinai e dei Dieci Comandamenti. Questa è la nostra speciale missione provvidenziale: essere un “regno di sacerdoti e una nazione santa”. Israele e il popolo ebraico sono chiamati a vivere secondo la Torah di Dio e le nostre antiche ma eterne tradizioni. Possiamo adempiere al nostro compito unico di messaggeri di Dio e vedere il nostro straordinario destino nella liberazione e nella redenzione dell'Onnipotente.

(Israel Heute, 14 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Gesù e Israele

LUCA 1
  1. Poiché molti hanno intrapreso ad ordinare una narrazione dei fatti che si sono compiuti tra noi,
  2. secondo che ce li hanno tramandati quelli che da principio ne furono testimoni oculari e che divennero ministri della Parola,
  3. è parso bene anche a me, dopo essermi accuratamente informato di ogni cosa dall'origine, di scrivertene per ordine, o eccellentissimo Teofilo,
  4. affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate.
  1. Al sesto mese l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea detta Nazaret
  2. ad una vergine fidanzata ad un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria.
  3. E l'angelo, entrato da lei, disse: Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te.
  4. Ed ella fu turbata a questa parola, e si domandava che cosa volesse dire un tal saluto.
  5. E l'angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.
  6. Ed ecco tu concepirai nel seno e partorirai un figliuolo e gli porrai nome Gesù.
  7. Questi sarà grande, e sarà chiamato Figliuol dell'Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre,
  8. ed egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine.
  9. E Maria disse all'angelo: Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?
  10. E l'angelo rispondendo, le disse: Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà, sarà chiamato Figliuolo di Dio.
  11. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia; e questo è il sesto mese per lei, ch'era chiamata sterile;
  12. poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace.
  13. E Maria disse: Ecco, io sono l'ancella del Signore; siami fatto secondo la tua parola. E l'angelo si partì da lei.
  14. In que' giorni Maria si levò e se ne andò in fretta nella regione montuosa, in una città di Giuda,
  15. ed entrò in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta.
  16. E avvenne che come Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le balzò nel seno; ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo,
  17. e a gran voce esclamò: Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno!
  18. E come mai m'è dato che la madre del mio Signore venga da me?
  19. Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto m'è giunta agli orecchi, il bambino m'è per giubilo balzato nel seno.
  20. E beata è colei che ha creduto, perché le cose dettele da parte del Signore avranno compimento.
  21. E Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore,
  22. e lo spirito mio esulta in Dio mio Salvatore,
  23. poich'egli ha riguardato alla bassezza della sua ancella. Perché ecco, d'ora innanzi tutte le età mi chiameranno beata,
  24. poiché il Potente mi ha fatto grandi cose. Santo è il suo nome;
  25. e la sua misericordia è d'età in età per quelli che lo temono.
  26. Egli ha operato potentemente col suo braccio; ha disperso quelli ch'eran superbi nei pensieri del cuor loro;
  27. ha tratto giù dai troni i potenti, ed ha innalzato gli umili;
  28. ha ricolmato di beni i famelici, e ha rimandato a vuoto i ricchi.
  29. Ha soccorso Israele, suo servitore, ricordandosi della misericordia
  30. di cui avea parlato ai nostri padri, verso Abramo e verso la sua progenie in perpetuo».
  31. E Maria rimase con Elisabetta circa tre mesi; poi se ne tornò a casa sua.
MATTEO 10
  1. Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potestà di cacciare gli spiriti immondi, e di sanare qualunque malattia e qualunque infermità.
  2. Or i nomi dei dodici apostoli sono questi: Il primo Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello;
  3. Filippo e Bartolomeo; Toma e Matteo il pubblicano; Giacomo d'Alfeo e Taddeo;
  4. Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.
  5. Questi dodici mandò Gesù, dando loro queste istruzioni: Non andate fra i Gentili, e non entrate in alcuna città dei Samaritani,
  6. ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele.
  7. E andando, predicate e dite: Il regno dei cieli è vicino.
  8. 8 Sanate gl'infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi, cacciate i demonî; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
ISAIA 49
  1. Isole, ascoltatemi! Popoli lontani, state attenti! L'Eterno m'ha chiamato fin dal seno materno, ha mentovato il mio nome fin dalle viscere di mia madre.
  2. Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente, m'ha nascosto nell'ombra della sua mano; ha fatto di me una freccia aguzza, m'ha riposto nel suo turcasso,
  3. e m'ha detto: 'Tu sei il mio servo, Israele, nel quale io manifesterò la mia gloria'.
  4. Ma io dicevo: 'Invano ho faticato, inutilmente, per nulla ho consumato la mia forza; ma certo, il mio diritto è presso l'Eterno, e la mia ricompensa è presso all'Iddio mio'.
  5. Ed ora parla l'Eterno che m'ha formato fin dal seno materno per essere suo servo, per ricondurgli Giacobbe, e per raccogliere intorno a lui Israele; ed io sono onorato agli occhi dell'Eterno, e il mio Dio è la mia forza.
  6. Egli dice: 'È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra'.
MATTEO 15
  1. E partitosi di là, Gesù si ritirò nelle parti di Tiro e di Sidone.
  2. Quand'ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: Abbi pietà di me, Signore, figlio di Davide; la mia figlia è gravemente tormentata da un demonio.
  3. Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli, accostatisi, lo pregavano dicendo: Licenziala, perché ci grida dietro.
  4. Ma egli rispose: Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele.
  5. Ella però venne e gli si prostrò dinanzi, dicendo: Signore, aiutami!
  6. Ma egli rispose: Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini.
  7. Ma ella disse: Dici bene, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano dei minuzzoli che cadono dalla tavola dei loro padroni.
  8. Allora Gesù le disse: O donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi. E da quell'ora la sua figlia fu guarita.
    PREDICAZIONE

Marcello Cicchese
ottobre 2019



 
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Hezbollah attacca la colonna di peacekeeper dell'UNIFIL in Libano

Il 14 febbraio 2025, il vice comandante della Forza interinale delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) è rimasto ferito in un attacco a un convoglio di forze di peacekeeping in rotta verso l'aeroporto di Beirut. L'incidente è avvenuto subito dopo il completamento della sua missione nella regione. Lo ha riferito la pagina ufficiale dell'UNIFIL sul social network X (ex Twitter). 
Secondo alcune fonti, il convoglio sarebbe stato bombardato dai militanti di Hezbollah. L'attacco è avvenuto in una delle regioni meridionali del Libano, dove l'attività dei gruppi armati rimane tradizionalmente elevata. La colonna delle forze di peacekeeping si stava muovendo lungo un percorso considerato relativamente sicuro, ma divenne bersaglio di un attacco a sorpresa. 
Il vice comandante della forza UNIFIL è rimasto ferito, ma le sue condizioni sono stabili. Il resto del convoglio non è rimasto ferito. La vittima è stata rapidamente trasportata in una struttura medica a Beirut, dove ha ricevuto l'assistenza necessaria. I funzionari dell'UNIFIL hanno confermato l'attacco e hanno affermato che stanno indagando sull'incidente insieme alle autorità libanesi. 
Un rappresentante stampa dell'UNIFIL ha dichiarato:
"Siamo profondamente preoccupati per questo attacco. La sicurezza delle forze di peacekeeping resta la nostra priorità e stiamo facendo tutto il possibile per garantire la loro protezione. Siamo in contatto con le autorità libanesi e i partner internazionali per stabilire tutte le circostanze dell'incidente". 
L'attacco al convoglio delle forze di peacekeeping è stato uno degli incidenti più gravi degli ultimi tempi. La Forza interinale delle Nazioni Unite in Libano è stata istituita nel 1978 per monitorare la situazione nel sud del Paese e garantire un cessate il fuoco tra Israele e Libano. Tuttavia, negli ultimi anni, la missione UNIFIL si è trovata ad affrontare sfide sempre più complesse legate all'ascesa dei gruppi armati nella regione. 
L'esperto del Medio Oriente David Hutchinson ritiene che l'attacco al convoglio di peacekeeping faccia parte di una strategia più ampia volta ad aumentare le tensioni nella regione.
“Hezbollah continua a rafforzare la sua posizione nel Libano meridionale e tali attacchi potrebbero essere un segnale alla comunità internazionale. Questo è un tentativo di dimostrare che nessuno può sentirsi al sicuro in questa regione", ", ha affermato Hutchinson. 
Non è la prima volta che le forze di peacekeeping dell'UNIFIL vengono attaccate. Nel dicembre 2022, i militanti di Hezbollah hanno attaccato una pattuglia dell'UNIFIL, uccidendo un peacekeeper e ferendone molti altri. All'epoca, l'ONU condannò l'attacco e invitò le autorità libanesi ad adottare misure più decise per garantire la sicurezza delle forze internazionali. 
La parte libanese non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito all'ultimo incidente, ma fonti delle forze dell'ordine confermano che l'indagine è condotta in collaborazione con l'UNIFIL. La polizia e l'esercito libanesi hanno intensificato i pattugliamenti nella zona dell'attacco per prevenire ulteriori incidenti.

(AVIA.pro, 15 febbraio 2025)


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Il presidente libanese promette di "punire" gli scagnozzi di Hezbollah che hanno attaccato le forze di peacekeeping a Beirut 

Il presidente libanese Joseph Aoun ha promesso sabato di "punire gli aggressori" che hanno attaccato venerdì a Beirut un convoglio della Forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL), ferendo il vice comandante delle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite.
Aoun, secondo una dichiarazione della Presidenza, “ha condannato l’attacco al convoglio del vice comandante dell’UNIFIL sulla strada dell’aeroporto (internazionale Rafic Hariri) e ha sottolineato che gli aggressori saranno puniti”.
Decine di manifestanti mascherati hanno preso parte alle proteste e alle rivolte di venerdì sera sulla strada dell'aeroporto, nel centro della capitale, e hanno bloccato altre strade nelle vicinanze, dove hanno bruciato pneumatici e dato alle fiamme diversi veicoli.
Hanno attaccato anche il convoglio UNIFIL diretto all'aeroporto e hanno incendiato uno dei suoi veicoli, su cui viaggiava il vice comandante uscente dei Caschi Blu.
Nessun gruppo politico ha rivendicato la responsabilità dell'attacco, anche se diversi media locali e arabi hanno diffuso immagini di decine di teppisti che sventolavano bandiere gialle del gruppo terroristico sciita libanese filo-iraniano Hezbollah.
"Il Presidente ha monitorato attentamente gli sviluppi relativi a posti di blocco, incendi dolosi e rivolte, e ha impartito direttive alle forze militari e di sicurezza per fermare queste pratiche e aprire tutte le strade", si legge nella dichiarazione.
"Ha anche sottolineato la necessità di perseguire e arrestare coloro che disturbano la sicurezza e di assicurarli alla giustizia", ​​ha aggiunto.
Secondo una dichiarazione del suo dipartimento, il ministro degli Interni, colonnello Ahmed al-Hajar, ha convocato sabato una riunione urgente del Consiglio centrale di sicurezza del Libano per "analizzare quanto accaduto" e "ha dato istruzioni alle forze di sicurezza di identificare gli aggressori, arrestarli e assicurarli alla giustizia".
L'UNIFIL ha condannato l'attacco, affermando che ha causato l'incendio di uno dei suoi veicoli e il ferimento del vice comandante uscente, che stava tornando a casa dopo aver completato la sua missione in Libano.
Tuttavia, i media ufficiali libanesi hanno riferito che almeno due caschi blu sono rimasti feriti quando tre veicoli appartenenti al loro convoglio sono stati dati alle fiamme, senza fornire dettagli sull'identità degli aggressori o sulla causa dei disordini.
Secondo quanto riportato dai media indipendenti libanesi, le rivolte sono state motivate dal rifiuto delle autorità libanesi di consentire l'atterraggio di un aereo iraniano all'aeroporto di Beirut.
Questi media, e altri arabi, hanno riferito sabato che le autorità dell'aviazione civile libanese hanno impedito l'atterraggio di un aereo iraniano che trasportava cittadini sciiti libanesi dall'Iran giovedì scorso, "in seguito alle accuse israeliane secondo cui l'aereo trasportava fondi per Hezbollah".
L'organizzazione terroristica sciita filo-iraniana non ha ancora commentato le affermazioni, sebbene il suo alleato tradizionale, il gruppo Amal, guidato dal presidente del parlamento Nabih Berri, abbia definito i disordini "inaccettabili".
Il portavoce di Hezbollah, Al Manar, ha trasmesso diverse immagini dei disordini di venerdì, attribuendoli a "interventi stranieri nella sovranità del Libano", un'allusione velata a Israele.
Il gruppo terroristico sciita Hezbollah è pesantemente armato e finanziato dall'Iran, e i suoi oppositori nel Paese del cedro sostengono che funge da cavallo di Troia, direttamente nell'interesse di Teheran.

(Aurora Israel, 15 febbraio 2025)

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Un mito che si rinnova: la persistenza della teoria cazara nel XXI secolo

Il mito della discendenza cazara degli ebrei ashkenaziti, benché screditato dalla storiografia e dalla genetica, continua a proliferare nell'era digitale. La sua resilienza non dipende dalla solidità delle prove, bensì dalla capacità di adattarsi ai nuovi mezzi di comunicazione e alle trasformazioni culturali della società contemporanea. In un'epoca in cui la post-verità domina il dibattito pubblico, le vecchie mistificazioni trovano nuovo ossigeno in rete, dove il confine tra realtà e finzione si fa sempre più labile.
Internet ha rivoluzionato il modo in cui le informazioni vengono create, distribuite e assimilate. L'avvento dei social media ha reso possibile la diffusione virale di narrazioni distorte, rendendo le teorie del complotto più accessibili e attraenti per un pubblico globale. La teoria cazara, con il suo mix di elementi storici reinterpretati e narrazioni pseudo-scientifiche, si inserisce perfettamente in questo nuovo panorama della disinformazione.
Piattaforme come YouTube, Facebook, X (ex Twitter) e TikTok sono diventate terreno fertile per la propagazione di idee complottiste. Algoritmi progettati per massimizzare l'engagement privilegiano contenuti sensazionalistici rispetto a quelli basati su un'analisi rigorosa. In questo contesto, l'idea che gli ebrei ashkenaziti non siano "veri ebrei" continua a circolare in gruppi neonazisti, ambienti anti-sionisti radicali e persino in frange dell'attivismo di estrema destra e sinistra.
Un fenomeno significativo è l'uso delle "bolle informative", ovvero ecosistemi digitali chiusi in cui gli utenti ricevono solo informazioni che confermano le proprie convinzioni preesistenti. Il risultato è un rafforzamento della teoria cazara attraverso continui rimandi interni, senza mai confrontarsi con fonti accademiche o verificabili.
Nel 2016, l'Oxford Dictionary ha proclamato "post-truth" (post-verità) parola dell'anno, definendola come una condizione in cui "i fatti oggettivi sono meno influenti nella formazione dell'opinione pubblica rispetto alle emozioni e alle convinzioni personali". La teoria cazara è un esempio perfetto di questo fenomeno: non importa quanto siano schiaccianti le prove contro di essa, il suo pubblico di riferimento continuerà a credervi perché essa si allinea alle loro premesse ideologiche.
In questo scenario, l'autorevolezza delle fonti diventa secondaria rispetto alla capacità di suscitare reazioni emotive. La narrativa cazara fornisce un'interpretazione semplicistica della storia, trasformando gli ebrei ashkenaziti in un "inganno millenario" orchestrato per scopi di dominio globale. Questa lettura consente di consolidare vecchi pregiudizi in un formato apparentemente scientifico e di adattarlo alle nuove esigenze di propaganda politica e sociale.
Il negazionismo, inteso come distorsione intenzionale della storia per scopi ideologici, è una costante delle teorie del complotto. La teoria cazara si inserisce in una più ampia strategia di delegittimazione dell'ebraismo e della sua storia, venendo spesso affiancata a tesi negazioniste sulla Shoah o a narrazioni che minimizzano l'importanza dell'antisemitismo nella storia occidentale.
Alcuni ambienti, soprattutto tra i sostenitori di una revisione estrema della storia contemporanea, hanno cercato di usare la teoria cazara per svuotare di significato la narrazione dell'Olocausto, insinuando che la persecuzione degli ebrei ashkenaziti non fosse una questione etnica o religiosa, ma una lotta di potere tra gruppi rivali. Questa strategia rientra in un più ampio tentativo di riscrivere il passato per adattarlo a una visione politica e ideologica distorta.
Mentre il vecchio antisemitismo si basava su stereotipi economici e religiosi, il nuovo antisemitismo si presenta sotto forme più subdole, sfruttando il linguaggio della critica politica e del revisionismo storico. La teoria cazara fornisce un pretesto per negare la legittimità storica dello Stato di Israele e per giustificare posizioni radicali che altrimenti sarebbero difficili da sostenere.
Movimenti anti-israeliani, in particolare quelli legati a frange estremiste, hanno adottato la teoria cazara per sostenere che gli ebrei non abbiano alcun diritto storico sulla terra di Israele, poiché non sarebbero i veri discendenti delle tribù di Israele. Questo tipo di argomentazione, sebbene basato su una falsità storica, trova un ampio seguito in alcuni ambienti accademici e mediatici, specialmente laddove l’ostilità verso Israele si intreccia con posizioni ideologiche più generali.
La lotta contro la disinformazione e il complottismo richiede uno sforzo collettivo da parte di storici, giornalisti, educatori e istituzioni culturali. Smontare il mito della teoria cazara non significa solo confutare una falsità storica, ma anche contrastare una delle tante forme con cui l'odio e la propaganda si diffondono nel mondo contemporaneo.
In un'epoca in cui le fake news viaggiano più velocemente delle verità documentate, è essenziale educare alla lettura critica delle fonti e promuovere la consapevolezza storica. La teoria cazara, come ogni teoria del complotto, prospera laddove il pensiero critico viene sostituito dall’emozione e dalla suggestione. Per contrastarla, occorre riaffermare il valore dell’indagine storica, della verifica delle fonti e del dibattito razionale.

(Alghero Notizie, 15 febbraio 2025)

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Israele svela documenti riservati sulla collaborazione tra Hamas e Al Jazeera

di Luca Spizzichino

Un recente rapporto del Centro Meir Amit per l’Intelligence e il Terrorismo ha portato alla luce una serie di documenti riservati che dimostrano il legame tra Hamas e la rete televisiva Al Jazeera. Secondo le informazioni emerse, i documenti sequestrati dall’IDF, dallo Shin Bet e dalla Direzione dell’Intelligence Militare rivelano comunicazioni dirette tra alti funzionari di Hamas a Gaza e produttori del network qatariota. L’obiettivo di questi scambi sarebbe stato quello di manipolare il racconto mediatico sugli eventi del 7 ottobre 2023, ridimensionando la portata delle atrocità commesse dai terroristi di Hamas. Secondo il rapporto, la trasmissione di un recente programma investigativo di Al Jazeera mirava a rafforzare la narrazione di Hamas sulla presunta “vittoria” dopo il cessate il fuoco e a legittimare l’attacco come una “operazione militare giustificata”.
  Il 24 gennaio 2025, Al Jazeera ha trasmesso una puntata speciale del suo programma investigativo What Is Hidden Is Greater (Ma Khafi A’tham), interamente dedicata all’attacco del 7 ottobre. Il reportage ha incluso testimonianze di comandanti di Hamas, immagini inedite della pianificazione dell’attacco e filmati di Mohammed Deif in una sala operativa. Inoltre, il programma ha mostrato il leader Yahya Sinwar mentre si muoveva in una zona di guerra a Rafah poco prima della sua presunta uccisione nel settembre 2024. Il documentario ha cercato di diffondere la versione di Hamas, secondo cui l’operazione avrebbe avuto come unico bersaglio obiettivi militari israeliani, negando qualsiasi intenzione di colpire i civili. Tuttavia, il rapporto del Centro Meir Amit sottolinea come questa narrazione sia una palese distorsione della realtà, dato che le evidenze confermano l’uccisione deliberata di uomini, donne e bambini durante l’assalto.
  Il report sottolinea inoltre come Al Jazeera abbia avuto un accesso privilegiato a materiali esclusivi, come video di prigionieri israeliani e registrazioni di Sinwar e Deif. Inoltre, viene ricordato che in passato alcuni giornalisti della rete sono stati identificati come membri dell’ala militare di Hamas. La trasmissione ha dipinto l’attacco del 7 ottobre come un successo strategico e una “umiliazione” per Israele, evidenziando divisioni interne nelle istituzioni di sicurezza israeliane e l’impatto della guerra sull’opinione pubblica. Hamas avrebbe utilizzato la trasmissione per ribadire che, nonostante l’offensiva israeliana su Gaza, la resistenza palestinese non è stata sconfitta.
  Le rivelazioni fatte dal think tank israeliano confermano dunque che Hamas ha cercato di riscrivere la storia del massacro del 7 ottobre con l’aiuto di Al Jazeera, trasformando un attacco terroristico contro civili in una narrazione di “lotta e resistenza”. La collaborazione tra il network e l’organizzazione terroristica pone interrogativi sulla linea editoriale di Al Jazeera e sul suo ruolo nella diffusione della propaganda jihadista.

(Shalom, 14 febbraio 2025)

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Il 56% degli ebrei americani ha cambiato comportamento dopo il 7 ottobre

Secondo un nuovo sondaggio commissionato dall’American Jewish Committee e pubblicato mercoledì 12 febbraio, la maggior parte degli ebrei americani adulti sta modificando il proprio comportamento a causa dei timori di antisemitismo. Lo riporta il sito JTA.
Alla fine del 2024, circa il 56% degli intervistati ha dichiarato di aver modificato il proprio comportamento nei 12 mesi precedenti, rispetto al 46% del 2023 e al 38% del 2022.
Questa cifra comprende gli intervistati che hanno dichiarato di aver evitato di indossare abiti o di esporre oggetti che potrebbero identificarli come ebrei, come le stelle di David; di aver scelto di non pubblicare sui social media contenuti che potrebbero rivelare la loro identità ebraica o il loro punto di vista su questioni ebraiche; o di essere rimasti lontani da certi luoghi a causa di preoccupazioni per la loro sicurezza o per il loro comfort in quanto persone ebree.
L’AJC ha dichiarato che l’indagine è stata progettata per capire come gli ebrei americani hanno vissuto l’antisemitismo nell’anno successivo allo scoppio della guerra a Gaza. I risultati sono in gran parte allineati con quelli di altre indagini, che documentano ulteriormente l’aumento dell’antisemitismo.
L’indagine è stata condotta nei mesi di ottobre e novembre tramite un questionario telefonico e online con 1.732 partecipanti che dovrebbero essere rappresentativi di tutti gli ebrei americani adulti, con un margine di errore del 3,3%.
Gran parte dell’indagine si concentra sulla percezione e sulle preoccupazioni del pubblico riguardo all’antisemitismo.
Quasi otto intervistati su 10 hanno dichiarato di sentirsi almeno in parte meno sicuri negli Stati Uniti dopo l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, rispetto al passato. Sette su 10 hanno dichiarato che gli ebrei sono meno sicuri rispetto a un anno fa e più del 90% ritiene che l’antisemitismo sia aumentato negli ultimi cinque anni.
“L’antisemitismo ha raggiunto un punto di svolta in America, minacciando le libertà degli ebrei americani e gettando un’ombra inquietante sulla nostra società”, ha dichiarato il direttore generale dell’AJC Ted Deutch in un comunicato. “Questo è un momento in cui i leader di tutti gli Stati Uniti devono agire ora per proteggere gli ebrei – e l’America – dall’aumento dell’antisemitismo”.
Circa un terzo degli intervistati ha dichiarato di essere stato bersaglio dell’antisemitismo nei 12 mesi precedenti. Questo include persone che hanno riferito di essere state aggredite fisicamente in un attacco antisemita (2%); prese di mira con commenti verbali (23%) o post sui social media (17%); vittime di vandalismo o di messaggi lasciati sulla proprietà personale (6%); o soggette ad altre forme di antisemitismo non specificamente richieste nel sondaggio (10%).
Il 78% delle persone prese di mira ha dichiarato di non aver denunciato l’accaduto.

(Bet Magazine Mosaico, 14 febbraio 2025)

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Sedici “giovani leader” partiti per Tel Aviv

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Non sono mai stati in Israele prima di oggi. Anche se di Israele si occupano da tempo, lavorando alla decostruzione di pregiudizi nei loro ambienti di riferimento. Sono i 16 “young leaders” tra i 20 e i 33 anni partiti venerdì mattina alla volta di Tel Aviv, vincitori di un bando lanciato dalla Federazione Associazioni Italia-Israele con il sostegno dell’associazione Camis De Fonseca. «Il bando prevedeva la selezione di 12 giovani. Abbiamo deciso di estendere il loro numero a 16 per via dell’alta qualità delle candidature», racconta Bruno Gazzo, il presidente nazionale di Italia-Israele. Prima di partire i giovani hanno incontrato a Roma l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled
L'ambasciatore israeliano in Italia Jonathan Peled

e il responsabile degli affari pubblici dell’ambasciata Ophir Eden, confrontandosi su alcuni temi d’attualità. «Per il viaggio è stato allestito un programma vario, rappresentativo della complessità del paese», sottolinea Gazzo. Venerdì sera i partecipanti trascorreranno la cena di Shabbat insieme ad alcune famiglie di origine italiana residenti a Gerusalemme. Nei prossimi giorni incontreranno soldati reduci dalla guerra di Gaza e contro Hezbollah, rappresentanti delle istituzioni e del mondo accademico, operatori del settore sanitario, giornalisti ed esperti di geopolitica. Una delle tappe del viaggio sarà all’ospedale Soroka di Be’er Sheba, dove medici e chirurghi illustreranno loro «le esperienze di un centro sanitario di massimo livello, rimasto sempre in prima linea durante la guerra a Gaza». a.s.

(moked, 14 febbraio 2025)

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I librai di Gerusalemme arrestati per "disturbo dell’ordine pubblico": vendevano libri 'scomodi' per Netanyahu

Due librai di Gerusalemme arrestati per “disturbo dell’ordine pubblico” denunciano un attacco alla cultura palestinese

Due librai di Gerusalemme, arrestati questa settimana con l’accusa che i loro libri causassero “disturbo dell’ordine pubblico”, hanno dichiarato che l’episodio riflette una crescente campagna del governo israeliano contro la cultura palestinese e la libertà di espressione.
  Mahmoud Muna e suo nipote Ahmed, la cui famiglia possiede la Educational Bookshop da oltre 40 anni, hanno trascorso due giorni in detenzione e rimarranno agli arresti domiciliari fino a domenica, nonostante l’assenza di prove a sostegno delle vaghe accuse mosse contro di loro.
  Domenica scorsa, intorno alle 15:00, agenti di polizia in borghese hanno fatto irruzione in due sedi della libreria situate in Salah Eddin Street, nella Gerusalemme Est: una specializzata in libri in arabo e l’altra in testi in inglese e altre lingue straniere.
  “Hanno iniziato a esaminare i libri e, se non li ritenevano interessanti, li gettavano semplicemente sul pavimento,” ha raccontato Ahmed Muna, 33 anni.
  I raid hanno suscitato indignazione a livello internazionale. Nel corso degli anni, la Educational Bookshop è diventata un’istituzione rispettata, vendendo opere accademiche, storiche e politiche, oltre a romanzi, e offrendo caffè espresso e tè a studenti, turisti, giornalisti e diplomatici stranieri. Dopo l’incursione, si sono svolte proteste di piazza e almeno nove diplomatici provenienti dal Regno Unito e da altri paesi europei hanno assistito all’udienza in tribunale dei Muna.
  Alcuni analisti hanno suggerito che il raid contro la libreria sia un segnale della crescente radicalizzazione del governo di coalizione israeliano, che include partiti dell’estrema destra.
  La giornalista israeliana Noa Simone ha definito l’irruzione un “atto fascista”, aggiungendo che “richiama alla mente associazioni storiche spaventose, ben note a ogni ebreo”.
  I Muna hanno anche sottolineato gli elementi di grottesca ironia all’interno della vicenda. Durante il blitz, la polizia non aveva con sé alcun agente che parlasse arabo, quindi gli ufficiali hanno dovuto affidarsi a Google Translate sui loro telefoni per cercare prove di incitamento nei libri sequestrati.
  “Non è stato molto efficace, perché a volte i titoli sono scritti con caratteri particolari o in una calligrafia che non può essere tradotta automaticamente,” ha spiegato Ahmed. “Così la valutazione si è basata sulle copertine: il design, i colori usati, la presenza di una bandiera o l’immagine di un prigioniero.”

(Globalist, 14 febbraio 2025)
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Dopo questo articolo di usuale odio giornalistico anti-israeliano, riportiamo di seguito le amare riflessioni di qualcuno che vive sul posto.


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La piccola libreria palestinese

In ogni occasione si trova  qualcosa per attaccare Israele nei media.

di Aviel Schneider

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Libreria didattica, Gerusalemme.

GERUSALEMME - Conosco una piccola libreria palestinese non lontana dalla Porta di Erode, nella Città Vecchia di Gerusalemme, e ci ho preso spesso un caffè. Un piccolo e tranquillo caffè con un'atmosfera e una narrativa palestinese. Perché vado lì? Vado lì per ascoltare l'altra parte. Le discussioni sono inutili, ma lì, come in altri luoghi della Gerusalemme araba, mi rendo conto che noi israeliani non abbiamo alcuna chance. I palestinesi di Gerusalemme - con poche eccezioni - simpatizzeranno sempre con la lotta di liberazione palestinese, indipendentemente da chi la porta avanti: Fatah o Hamas.
Mi ha sempre stupito l'offerta di libri in arabo e in inglese in quella libreria. I libri hanno lo scopo di educare a riconoscere il diritto dei palestinesi su questa terra, che è anche il nome della sala - “Educational”. Una pura narrazione palestinese. Nel cuore della capitale ebraica di Israele. Libertà di parola. Nulla da obiettare. All'estero la gente la dà per scontata, noi compresi. Ma nel Paese, dopo il 7 ottobre, tutto è diventato ancora più delicato. Gran parte della popolazione israeliana, compreso l'attuale governo, vede il collettivo palestinese come una minaccia esistenziale e un nemico dello Stato di Israele.
Israele a volte intraprende azioni inevitabilmente molto controverse, come l'irruzione in una libreria - forse per ottime ragioni. Ma in assenza di una spiegazione chiara, si apre il campo di gioco a coloro che vogliono mettere lo Stato ebraico nella peggiore luce possibile. Ci possono essere ottime ragioni per queste misure, compreso l'arresto dei librai, ma se non vengono spiegate fin dall'inizio, soltanto coloro che condannano queste misure come repressive e autoritarie potranno dire la loro. Le loro voci sono amplificate da una stampa internazionale che tende a mettere in mostra il peggio di Israele.
Così ha riportato la CNN: “La polizia israeliana ha preso d'assalto due librerie palestinesi nella Gerusalemme Est occupata, confiscando libri e arrestando uno dei proprietari e suo nipote. I loro libri, compresi quelli per bambini, sono stati accusati di “disturbo dell'ordine pubblico”.
“I palestinesi che criticano la politica di occupazione di Israele o la guerra di Gaza vivono pericolosamente in Israele e nella Cisgiordania occupata”, ha dichiarato la CNN.
Il quotidiano israeliano di sinistra Haaretz ha osservato che “la guerra di Israele sta ora prendendo di mira la cultura palestinese oltre che il popolo palestinese”.
Il Guardian ha citato “gruppi per i diritti umani e intellettuali di spicco” che hanno affermato che gli arresti sono stati “progettati per creare una cultura della paura tra i palestinesi”.
Secondo SRF, “i palestinesi vivono pericolosamente in Israele e in Cisgiordania. Cos'altro possono dire gli intellettuali palestinesi senza essere considerati terroristi in Israele?”. Per SRF, il caso di Gerusalemme è stato un immediato innesco per un altro caso a Ramallah, in cui una studentessa palestinese è stata arrestata per un podcast - la studentessa di giornalismo Amal Shajaya dell'Università Birzeit di Ramallah. Ha realizzato due podcast sulla Striscia di Gaza e sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane - terroristi palestinesi, terroristi di Hamas.
SRF scrive: “Amal è stata arrestata il 6 giugno, nel cuore della notte, nella casa dei suoi genitori. 'Amal, sei in arresto', mi hanno detto, mi hanno ammanettata, bendata e trascinata in un veicolo”, racconta. È stata poi portata in tre diverse prigioni e interrogata da soldati armati; ogni giorno doveva spogliarsi per essere perquisita.
E’ chiaro che adessioai media stranieri si può raccontare ogni tipo di storia: come è stata torturata o abusata sessualmente o altro. Nessun giornale straniero avrà qualche smentita dalle autorità israeliane, perché in fondo è la parola di Israele contro quella dei palestinesi.
Non nego che in questo periodo le autorità di sicurezza israeliane, compresa la polizia, stiano dando un giro di vite maggiore del solito contro l’incitamento sui social network e sui media arabi. Chiunque si agiti contro Israele, in questo periodo viene arrestato. Si adatta tutto questo all'immagine idealizzata delle menti occidentali, che si entusiasmano per la libertà di parola? No. Ma persino l'Autorità palestinese di Ramallah ha chiuso l'emittente televisiva qatariota Al-Jazeera. Perché? Perché si agitava costantemente contro l'Autorità palestinese e nei suoi programmi si rivolgeva solo a Hamas. Libertà di parola? Qual è la differenza tra l'incursione a Ramallah e quella a Gerusalemme Est?
L'ambasciatore tedesco in Israele, Steffen Seibert, ha scritto su X/Twitter: “Come molti diplomatici, mi piace sfogliare la Libreria didattica. Conosco i suoi proprietari, la famiglia Muna, come amanti della pace, orgogliosi palestinesi di Gerusalemme, aperti alla discussione e allo scambio intellettuale. Sono preoccupato per l'irruzione e la loro detenzione”.
Altri rappresentanti diplomatici di Paesi Bassi, Regno Unito, Belgio, Brasile, Francia, Svizzera, Irlanda, Svezia e Unione Europea si sono recati lunedì al tribunale di Gerusalemme per mostrare la loro solidarietà ai proprietari della libreria in vista dell'udienza.
Voglio essere molto chiaro: la polizia israeliana potrebbe aver esagerato in questo caso, proprio come fa in altri casi contro cittadini ebrei. Non ho problemi ad ammetterlo. E con ciò?
Cito quello che è accaduto ieri sera in uno dei quartieri di Gerusalemme. "Mandate qualcuno, presto! Mi uccideranno!”. Arabi attaccano il veicolo di un ebreo che si è perso nel quartiere Issawiya di Gerusalemme.
Viviamo in un'epoca e in un quartiere molto complessi, in cui ebrei e palestinesi hanno perso ancora di più la fiducia reciproca, che comunque era quasi inesistente. Gli arabi cacciano gli ebrei dal loro quartiere nella capitale di Israele con pietre e terrore, e altri lo fanno in modo elegante e intellettuale cercando di educare la gente contro Israele. Israele non ha una legge ereditaria biblica, né una legge internazionale, né una legge umana, né una legge palestinese - niente, niente, niente.
L'intera situazione è esplosiva e quindi non ci si deve sorprendere quando si verificano incidenti come quello che ha coinvolto la piccola libreria di Ahmed nel quartiere arabo di Gerusalemme. La cosa ovviamente ha fatto notizia in tutto il mondo perché sono ebrei quelli che hanno fatto irruzione in una libreria palestinese. Chi si lamenta dovrebbe chiedersi come mai nei territori palestinesi non esiste una piccola libreria che tratti della promessa biblica del terzo tempio ebraico a Gerusalemme. Basta con continue retrospezioni! I palestinesi non sono ancora pronti ad accettare altre opinioni. Non lo saranno mai. Questo è il problema.

(Israel Heute, 14 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Israele non ha una legge ereditaria biblica, né una legge internazionale…». Non è vero. Chi conosce la Bibbia sa che “Israele ha una legge ereditaria biblica”; e chi conosce la storia sa che “Israele ha una legge internazionale”. M.C.

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Il New York Times minimizza sistematicamente le violenze di Hamas

L’analisi di un docente della Yale

di Michael Soncin

Notizie che non fanno altro che influenzare erratamente l’opinione pubblica su larga scala, soprattutto quando a diffonderle è uno dei quotidiani più letti al mondo: il New York Times. A fronte di 1561 articoli analizzati, tra il 7 ottobre 2023 e il 7 giugno 2024, è emersa prevalentemente una narrazione a senso unico dove Israele viene descritto come l’aggressore principale e i palestinesi il popolo che soffre.
  Questa è la copertura dominante, portata avanti dal noto media statunitense, venuta alla luce grazie allo studio di Edieal Pinker professore e vicepreside della Yale School of Management. «Il risultato netto di questi e altri squilibri è quello di costruire una rappresentazione degli eventi che è sbilanciata creando simpatia per la parte palestinese», ha detto Pinker. Un racconto delle due parti che «spesso è in contrasto con gli eventi reali e non riesce a dare ai lettori una comprensione di come gli israeliani stanno vivendo la guerra».

Le vittime del 7 ottobre e gli ostaggi a Gaza
  Nel complesso si è assistito ad una minimizzazione riguardo le violenze perpetrate dai palestinesi e a sua volta a un ridimensionamento verso gli israeliani uccisi. Una narrazione dominante che coinvolge il 70% degli articoli. In più la metà di questi non ha menzionato gli ostaggi israeliani detenuti a Gaza e come se non bastasse, il 41% non riportava le violenze del 7 ottobre 2023 quando da Gaza, Hamas ha invaso Israele, diventando l’autore del più grande crimine contro gli ebrei in un giorno solo, dai tempi della Shoah.
  Il New York Times ha invece pubblicato storie personali di sofferenze di palestinesi e libanesi ogni due giorni, mentre ci sono stati lunghi periodi in cui le vittime israeliane non venivano affatto menzionate. Il 7 ottobre 2023, in Israele, i terroristi palestinesi guidati da Hamas hanno assassinato 1200 persone e rapito 251 ostaggi.  Dei 1561 articoli, Pinker ha scoperto che 1423 non facevano menzione di queste vittime. In sostanza, come già detto in altri modi, la copertura mediatica sembrava sistematicamente minimizzare il ruolo di Hamas come responsabile nel prolungamento della guerra.

Una distorsione come fatto per la Seconda intifada
  «I risultati dello studio della Yale mostrano che il New York Times sta inquadrando il conflitto attuale seguendo un modello simile a quello adoperato per il conflitto Israele-Palestina durante la  Seconda Intifada», a spiegarlo a The Algemeiner è Ashley Rindsberg che nel libro The Gray Lady Winked ha confermato i risultati emersi dallo studio di Pinker.
  «È stato durante l’Intifada che il New York Times ha creato per la prima volta questa narrazione in base alla quale Israele è quasi sempre l’unico aggressore e i palestinesi sono vittime eterne. Molto raramente il giornale tenta di rompere questa narrazione e persino sopprime fatti o dati che dissentono da essa», ha aggiunto Rindsberg. All’apice della piramide ci sarebbe la famiglia Sulzberger, che come riferito, controlla il giornale da oltre un secolo e sarebbe la responsabile di questa copertura mediatica, quasi a senso unico.
  Pinker, cittadino americano e israeliano, esperto di analisi dei dati, tende a precisare che la sua ricerca non vuole dimostrare eventuali pregiudizi del New York Times, perché in quel caso l’analisi andrebbe fatta in modo differente, ma vedere se gli squilibri della copertura del quotidiano potessero influenzare concretamente l’opinione pubblica e quindi la percezione dei fatti.
  E risaputo, a differenza di Hamas che generalmente Israele permette ai giornalisti di operare liberamente. Nello studio, ci sono poi altri fattori che potrebbero influenzare la percezione dei fatti che non sono stati esaminati: la selezione delle foto, il taglio dei titoli e il tono utilizzato dagli opinionisti.
  In risposta allo studio, fortunatamente il New York Times non ha tardato nel fornire una risposta. In una dichiarazione un portavoce ha affermato che: Il New York Times ha trattato questa guerra con più rigore di qualsiasi altra organizzazione di informazione statunitense, raccontando il conflitto da tutte le angolazioni». Hanno affermato di essere aperti alle opinioni contrastanti, come quelle contenute nello studio di Pinker, ma non intenzionati a cambiare le politiche di copertura delle notizie, visto che il quotidiano sembrerebbe non riconoscersi nella tesi portata avanti da Pinker
  A gennaio l’ex Segretario di Stato americano Antony Blinken  ha definito “sbalorditiva” la mancata copertura del ruolo di Hamas nella guerra con Israele: “Perché non c’è stato un coro unanime in tutto il mondo affinché Hamas deponesse le armi, consegnasse gli ostaggi e si arrendesse?“.
   

(Bet Magazine Mosaico, 14 febbraio 2025)

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La normalizzazione nell'ombra tra sauditi e israeliani: fatti, progetti e il futuro di Gaza

Come si muove dal 7 ottobre il processo di avvicinamento tra Israele e Arabia Saudita, tra libri di scuola, spazio aereo, commercio, tecnologia e giornali. La regola principale: lavorare nell’ombra, anche sul futuro della Striscia

di Sharon Nizza

GERUSALEMME -  Per lunghi mesi, dall’inizio della guerra in corso tra Israele e Hamas, il desolato tabellone delle partenze all’aeroporto Ben Gurion ci ha raccontato una storia: a fronte delle innumerevoli cancellazioni di voli da parte di compagnie internazionali, una delle poche destinazioni sempre presenti sono gli Emirati Arabi Uniti, che attraverso la low cost flydubai ed Etihad che vola su Abu Dhabi, hanno sostituito  Istanbul come principale hub per i viaggiatori che partono da Israele. A oggi – mentre le compagnie globali iniziano a riprogrammare i propri voli  – ci sono quindici voli quotidiani Israele-Emirati. Tutti, comprese le tre compagnie aeree israeliane che percorrono questa tratta, sorvolano l’Arabia Saudita, una concessione che riduce drasticamente la durata del volo, che è stata fatta già nel settembre 2020, con la firma degli Accordi di Abramo e da allora mai revocata. La propensione verso la tanto discussa normalizzazione tra Gerusalemme e Riad si misura anche attraverso il cielo mediorientale, che ha assistito a cooperazioni ben più drammatiche avvenute nell’ambito della più ampia guerra dell’“asse della resistenza” guidato dall’Iran contro lo stato ebraico e formato allora da Gaza, Iraq, Yemen, Siria e Libano – oggi, per l’effetto domino senza precedenti innescatosi dopo l’attacco del 7 ottobre, Siria e Libano stanno tentando di ricollocarsi nella sfera di influenza sunnita di Riad, quanto a Gaza: è il fulcro dei negoziati in corso. Per contrastare l’attacco di missili e droni iraniani della notte del 13 aprile dello scorso anno, anche la Giordania e l’Arabia Saudita hanno fatto  la loro parte, garantendo libertà di manovra sul proprio spazio aereo agli alleati. Prima ancora, Riad, che non si è formalmente unita alla coalizione per la difesa della tratta marittima sul Mar Rosso contro gli houthi, ha invece intercettato sul proprio territorio missili lanciati dallo Yemen contro Israele. Ogni tanto viene fatto anche trapelare qualche incontro strategico ai massimi livelli:  a giugno, quando il giornalista Barak Ravid ha rivelato che il capo di stato maggiore dell’Idf (l’esercito israeliano)  ha incontrato segretamente in Bahrein, sotto l’egida Centcom, figure di spicco dell’esercito saudita.
   Diversi indicatori raccontano che il flirt tra israeliani e sauditi va avanti, nonostante le immagini di devastazione che arrivano da Gaza e le pubbliche dichiarazioni dei leader arabi.  “Il fatto che la normalizzazione silenziosa continui durante la guerra è un segno importante degli interessi forti che stanno dietro a questa alleanza”, dice al Foglio il prof. Elie Podeh del dipartimento di Studi mediorientali dell’Università ebraica di Gerusalemme, e autore di un volume illuminante, Da amante a coppia di fatto: le relazioni segrete di Israele con i Paesi del medio oriente e le  sue minoranze, 1948-2020, che mappa la complessa dinamica che ha portato Israele, dalla sua fondazione, a instaurare relazioni con i suoi vicini. “La normalizzazione ha molti volti. Un modello è caratterizzato da relazioni bilaterali, principalmente segrete, senza l’instaurazione di relazioni diplomatiche. Questa è la situazione in cui Israele si è trovato ripetutamente nell’immediato della sua dichiarazione d’indipendenza, fino agli accordi di pace con Egitto, Giordania, gli Accordi di Oslo e infine agli Accordi di Abramo”.
   “La pace è un processo che si cucina lentamente, a fuoco basso, per anni”, aggiunge Ohad Merlin, corrispondente per il medio oriente del Jerusalem Post. “Nel caso di Israele e Giordania, anche durante i periodi di guerra, il re Hussein e la leadership israeliana collaboravano sottobanco  ben prima della firma ufficiale del 1994. In anni più recenti, abbiamo potuto vedere delegazioni israeliane a incontri di business, eventi sportivi o di organizzazioni internazionali sul suolo di diversi paesi del Golfo prima della firma  di relazioni ufficiali. Ciò ha permesso di creare rapporti di fiducia e persino di amicizie tra i partecipanti. Tuttavia, nonostante le prospettive positive, per una pace prospera e duratura, è necessario sottolineare l’importanza dell’educazione alla tolleranza sia nei media sia nel sistema educativo: la normalizzazione dell’esistenza stessa degli ebrei, degli israeliani e dello stato ebraico nella regione è direttamente correlata a processi di deradicalizzazione, apertura e tolleranza”. E così, mentre lo scorso dicembre la comunità ebraica dei Chabad accendeva per la prima volta un candelabro nel cuore di Riad per la festività di Channukkà – da anni distribuisce cibo kasher nel Regno saudita alla folta comunità di expat ebrei – anche nel settore dell’educazione è possibile notare alcuni cambiamenti indicativi. Nel maggio scorso, una ricerca ha rivelato che il ministero dell’Istruzione saudita ha apportato modifiche significative all’attuale curriculum scolastico, rimuovendo molti contenuti anti israeliani (e antisemiti) dai libri di testo. Il rapporto di 267 pagine stilato da IMPACT-se, una ong di stanza a Londra e Tel Aviv che analizza i contenuti dei libri di testo in tutto il mondo per incoraggiare pace e tolleranza secondo gli standard Unesco, riporta molti esempi e conclude: “Le rappresentazioni di Israele e del sionismo hanno fatto ulteriori progressi. Gli studenti non apprendono più contenuti che definivano il sionismo come un movimento europeo ‘razzista’ che mira a espellere i palestinesi, o che ‘l’obiettivo fondamentale’ del sionismo è espandere i suoi confini e impossessarsi delle terre arabe, dei pozzi petroliferi e dei luoghi santi islamici e cristiani a Gerusalemme”. Israele non è ancora riconosciuto sulle mappe, ma, fatto curioso, in molte cartine il nome Palestina, che prima indicava tutta l’area dal “fiume al mare”, è stato rimosso e l’area rimane innominata. Lo stesso processo di deradicalizzazione dei testi scolastici era stato monitorato dalla ong a partire dal 2014 negli Emirati, che dal 2023 sono diventati il primo paese arabo a inserire ufficialmente nel curriculum scolastico alcuni elementi di studio della Shoah.
   Abdalaziz Alkhamis, giornalista saudita di stanza a Dubai e volto noto di Sky News in arabo, conferma al Foglio che “la normalizzazione ha subìto un rallentamento strategico piuttosto che un freno. Sebbene Riad abbia condannato pubblicamente le azioni militari di Israele e sospeso i colloqui formali di normalizzazione, i canali diplomatici indiretti sono rimasti aperti. Anche sul fronte degli scambi economici sottobanco, sebbene le collaborazioni visibili siano diminuite, non sono completamente cessate”. Chi ne sa qualcosa di scambi commerciali con i Sauditi è la dottoressa Nirit Ofir, ricercatrice israeliana specializzata nei paesi del Golfo, che ha organizzato innumerevoli delegazioni in Arabia Saudita con partecipanti identificati apertamente come israeliani, partendo nel 2021 con il rally Dakar, fino alla delegazione di 12 aziende del settore cyber (con tanto di bandierina allo stand israeliano) a Dammam, un mese prima dell’attacco del 7 ottobre. “Dopo il 7 ottobre va tutto  a rilento, ma non è possibile fermare il percorso avviato”, dice al Foglio Ofir, che non ha mai smesso di visitare l’Arabia Saudita nemmeno in questi mesi. Interessante in questo senso anche il lavoro di MENA2050, un’organizzazione che riunisce dal 2021 centinaia di attivisti ed esperti di tutta l’area mediorientale (israeliani e palestinesi inclusi) per collaborare nell’offrire soluzioni tangibili rispetto alle sfide principali dell’area, in primis cambiamenti climatici e sicurezza idrica e alimentare, settori in cui l’expertise israeliano è altamente valutato e richiesto. Eli Bar-On, direttore e cofondatore (insieme al saudita Alkhamis), conferma al Foglio che “in Arabia Saudita c’è già tecnologia israeliana. I sauditi la vogliono acquistare perché è considerata di alta qualità. Bin Salman stesso ha affermato che la sua ‘Vision 2030’ include Israele come alleato, ma solo sei mesi fa ha anche detto che teme di fare la fine di Sadat per questo”.
   La piazza ha il suo peso, ma Alkhamis evidenzia che, dall’inizio della guerra a Gaza, “mentre la percezione del pubblico è diventata più dura contro la normalizzazione, le élite mantengono un interesse strategico a lungo termine nel tenere aperta questa possibilità, anche se con nuove condizioni e aspettative”. Alkhamis sottolinea che i media sauditi sono rimasti moderati su Israele, il problema lo si rileva invece sui social: più apertamente ostili.
   Sull’aspetto mediatico, nell’ultimo anno è apparso un altro segnale che pure richiede una certa misura di decifrazione: una serie di editoriali e interviste pubblicate sulla stampa israeliana del ricercatore Aziz Alghashian, esperto saudita di normalizzazione con Israele, vicino alla casa reale (suo padre è stato ambasciatore negli Stati Uniti). Il chiaro messaggio che manda è che la normalizzazione deve prevedere “misure forti, credibili e concrete che si inquadrino nella soluzione ‘due popoli, due stati’, perché i sauditi hanno bisogno di legittimità interna”, spiegava Alghashian al popolo d’Israele dalle colonne di Israel Hayom solo dieci giorni fa. Un evidente esempio di soft power diplomacy: le sue parole stampate a firma aperta su carta israeliana (dalla sinistra di Haaretz al mainstream di Israel Hayom) costituiscono di per sé un precedente, un atto di riconoscimento dell’interlocutore, in genere “innominato” (come per le mappe nei libri scolastici). Alghashian dice anche che “gli obiettivi primari dell’Arabia Saudita in qualsiasi accordo si concentreranno sui propri interessi economici e di sicurezza” e che questi sono determinati dal livello di “concessioni” che Riad deve ricevere “sia dagli Stati Uniti sia da Israele”. Abdelaziz AlKhamis spiega al Foglio che Mohammed bin Salman potrebbe contribuire nell’assetto post bellico di Gaza su diversi fronti: “Aiuti finanziari per la ricostruzione, sebbene probabilmente attraverso quadri internazionali piuttosto che iniziative unilaterali; influenza sulla nuova leadership palestinese che riduca il potere di Hamas; sforzi di deradicalizzazione, in linea con la promozione di un Islam più moderato in Arabia Saudita stessa, parte integrante della Vision 2030”. In che modalità pratiche tutto ciò avverrà, è esattamente la risposta che la Casa Bianca ora attende dai suoi alleati arabi in medio oriente, dopo aver lanciato al rialzo la trattativa con l’enigmatica proposta di Trump sulla “Riviera di Gaza”. 

Il Foglio, 14 febbraio 2025)

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Yitrò. La differenza tra “immorale” e “proibito”

di Ishai Richetti

Prima che il contenuto del Decalogo venga svelato c’è un versetto, che potremmo considerare forse un’introduzione: E l’Onnipotente pronunciò tutte queste cose, dicendo… (Shemot 20:1). C’è, in questo versetto, una parola in particolare che cattura la nostra attenzione. L’ultima parola nel versetto, leemor (“dicendo”), sembra una ripetizione inutile e quindi incomprensibile. Perché è necessario “dire” qui, quando D‐o stesso sta parlando direttamente a tutto il popolo?
   I Chachamim offrono diverse interpretazioni: lo Sfat Emet, ad esempio, indica l’uso di questa parola come un’indicazione della coesistenza della Torà orale con la Torà scritta che sta per essere trasmessa. In questa visione, vengono evidenziati i due aspetti distinti della Torà orale, poiché siamo obbligati ad insegnare la Torà orale per due motivi: Questa svolge un ruolo funzionale molto critico, consentendoci di applicare i principi della Torà scritta nelle generazioni successive. Inoltre, l’apprendimento continuo della Torà orale è visto come una sorta di rivelazione continua. Man mano che la Torà viene appresa e applicata a nuove situazioni, la Parola di D‐o viene continuamente portata nell’esperienza umana. Questo conferma l’idea che sul Monte Sinai fu rivelata la totalità della Torà, incluso ciò che sarebbe stato rivelato alle generazioni future.
   Il Maor vaShemesh collega la parola leemor al versetto successivo, quello che contiene la prima parola del Decalogo, “Anochì” ‐ “Io sono il Signore
D‐o…” Secondo questo approccio, il Comandamento più importante è il primo: “Anochi”, la conoscenza o il riconoscimento di D‐o, che trascende tutti gli altri Comandamenti ed è la ragion d’essere di tutti i Comandamenti. Se manca la fede in D‐o, gli altri Comandamenti perdono, per così dire, di senso. In effetti, la parola stessa “comandamento” diventa un ossimoro senza D‐o. Quindi tutta la Torà è incapsulata in Anochì, perché se una persona accetta questo primo precetto, allora necessariamente rispetterà la Torà nel suo insieme; una profonda fede porterà a una profonda osservanza. È però vero anche il contrario: Attraverso l’esecuzione delle mitzvot arriveremo a conoscere D‐o. “La parola leemor è quindi collegata ad Anochi e il versetto va letto come “Leemor (dicendo) Anochi’. Visto che questo porterà all’esecuzione di tutti gli altri Comandamenti, quando adempirai i Comandamenti, scoprirai Anochi ‐ D‐o”. Il nostro versetto, quindi, dovrebbe essere reso così: ‘D‐o pronunciò tutte queste cose per portare gli ebrei a dire (o comprendere) “Anochì”.
   Lo Shem Mishmuel spiega la parola apparentemente superflua, “leemor” nel nostro versetto da una diversa angolazione. Altrove nel suo commento, Rashi cita una tradizione secondo cui tutti i Dieci Comandamenti furono trasmessi simultaneamente ‐ “in un’unica espressione”. Con la loro limitata capacità sensoriale umana, gli ebrei erano però incapaci di afferrare questo tipo di discorso. Affinché comprendessero il contenuto della comunicazione di D‐o, dice lo Shem Mishmuel, era necessario che Moshe parlasse, per trasmettere la Parola di D‐o in una forma più umana. Nonostante questa tradizione, Rashi stesso offre una spiegazione diversa attraverso un commento un po’ enigmatico secondo cui gli ebrei, in risposta ai Comandamenti positivi, risposero “sì”, in risposta ai comandamenti negativi (un divieto) risposero “no” (Rashi, Shemot 20:1). Tuttavia, questo approccio presenta dei problemi. Analizzando la fonte di Rashi, troviamo una differenza di opinione nella Mechilta; Rashi cita la visione attribuita a Rabbì Yishmael. Gli ebrei rispondevano “Sì” ai Comandamenti positivi e “No” a quelli negativi.
   Rabbì Akiva (non è d’accordo e) dice che ai Comandamenti positivi gli ebrei rispondevano “Sì” e ai Comandamenti negativi rispondevano “Sì”. Queste due opinioni e l’opinione riportata da Rashi ci pongono di fronte a due questioni distinte. Innanzitutto, qual è esattamente il disaccordo tra le due autorità talmudiche? In secondo luogo, perché Rashi cita l’opinione di Rabbì Yishmael, dato il principio talmudico secondo cui quella di Rabbì Akiva è l’opinione decisiva e accettata in tutti i casi di disaccordo con i suoi contemporanei?
   Il Maharal e, in seguito, Rav Soloveitchik spiegano entrambi l’argomento: Rabbì Akiva e Rabbì Yishmael concordano sul fatto che per quanto riguarda i comandamenti positivi il popolo ebraico rispose “sì, lo faremo” ‐ ad esempio, quando D‐o comanda “Ricordatevi del giorno di sabato per santificarlo”, il popolo rispose “sì, lo faremo”. La differenza di opinione riguarda i comandamenti negativi. Rabbì Yishmael insegna che al comandamento “non uccidere” fu risposto con “no (non uccideremo)”, mentre Rabbi Akiva insegna che la risposta fu “sì, (non uccideremo). C’è una profonda questione filosofica al centro di questa apparente banale differenza di opinioni, riassunta da Rav Soloveitchik come segue: l’adempimento ad una mitzvà dovrebbe derivare da una norma estranea imposta all’uomo finito dall’infinita, imperscrutabile volontà di D‐ o, o questo adempimento dovrebbe derivare da un impulso interiore la cui realizzazione migliora la vita ed esalta la personalità? Questa dicotomia [è spesso espressa come la questione centrale] del concetto di “metzuvè veosè”, cioè se la ricompensa è maggiore per chi adempie una mitzvà come risultato di un imperativo o per chi la cui osservanza deriva dall’iniziativa personale. L’opinione di Rabbi Akiva esprime un approccio molto distinto a questa questione. Sostenere che la risposta era sì ad ogni comandamento, compresi quelli negativi, equivale a dire che l’intento era: “ci arrendiamo alla Tua volontà, accettiamo la norma, ci conformeremo ad essa”. Anche se i precetti negativi sono accettabili e sanzionati da qualsiasi società civile, richiedono comunque impegno e sottomissione a D‐o. Rabbì Akiba sostiene che la moralità non deve basarsi esclusivamente sulle capacità cognitive dell’uomo, poiché certi domini sono inaccessibili all’esplorazione e all’illuminazione morale umana. Tuttavia l’intera struttura della moralità crollerebbe se la società ne consentisse effettivamente la violazione. La visione di Rabbi Yishmael è diversa. Quando il popolo risponde “no” ai divieti, come “No, non uccideremo”, riconoscono che l’omicidio è sbagliato. In effetti, secondo Rabbi Yishmael, le persone già credono che l’omicidio sia sbagliato.
   La Parola di D‐o conferma ciò che già sanno. Esiste, secondo questa opinione, una “legge morale naturale”, e anche questa fa parte della Rivelazione. L’interpretazione di Rabbi Akiva dell’accettazione della Torà è molto più ardua ed esigente: l’uomo va contro la sua natura, perché non è necessariamente d’accordo con la dichiarazione di valore o il giudizio, eppure accetta la Parola di D‐o, la Sua autorità. La risposta del Popolo, “Sì” sia ai Comandamenti positivi che a quelli negativi, rimuove l’osservanza dalla sfera della moralità umana e la colloca esclusivamente nel regno dell’obbedienza, dell’acquiescenza al comando di D‐o. Quando spiega la ripetizione nel nostro versetto, Rashi tiene conto della realtà di quel particolare momento sul Monte Sinai. Lì, il Popolo ebraico “sperimenta” D‐o in prima persona. Nel contesto di un’esperienza così travolgente, la visione di Rabbi Yishmael è, per Rashi, quella più adatta: quando D‐o parla direttamente agli ebrei, come individui e come società, l’applicazione della logica e della moralità di ogni singolo Comandamento, positivo e negativo, è inevitabile. Tutto è illuminato, cristallino. In quel particolare, unico momento della storia, accettazione e obbedienza, pratica e teoria sono indivisibili, rispondere “no” o “sì” ai divieti non faceva differenza. D’altro canto, la spiegazione di Rabbi Akiva è più adatta alle generazioni successive, per le quali l’accettazione della Parola di D‐o e il rifiuto del relativismo morale sono il nucleo stesso della vera osservanza. Quando le parole non sono accompagnate da tuoni e fulmini, accettiamo la Legge anche quando la sua logica ci sfugge.
   Il dono dei Dieci Comandamenti rappresenta un’esperienza unica ed un novità nel mondo antico che è così moderna da essere sempre attuale, tanto che il Decalogo è ancora oggi studiato, applicato e alla base di molte delle società che definiamo moderne. Quello che cambia nei secoli, è quello che è considerato accettabile dalla società. Il tipo di risposta che diamo alle mitzvot è fondante per la nostra vita., perché se applichiamo solamente la morale accettabile in un dato periodo storico non arriveremo mai ad aderire e a conoscere Anochì, D‐o stesso, e a comprendere l’importanza delle mitzvot, dei comportamenti corretti da assumere e del vero chesed che ci permettono di diventare persone migliori.

(Morashà, 14 febbraio 2025)
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Parashà della settimana: Itrò (Ietro)

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Israele potrebbe attaccare a breve le centrali iraniane (se Trump vuole)

di Sarah G. Frankl

Secondo l’intelligence statunitense Israele probabilmente lancerà un attacco preventivo contro il programma nucleare iraniano entro la metà dell’anno, come riporta il Washington Post, citando molteplici rapporti di intelligence.
Il rapporto del Washington Post arriva poche ore dopo che il Wall Street Journal ha riportato risultati simili.
Un attacco di questo tipo ritarderebbe il programma nucleare iraniano di settimane o mesi, aumentando al contempo la tensione nella regione e rischiando un conflitto più ampio, secondo quanto riportato da diversi rapporti di intelligence risalenti alla fine dell’amministrazione Biden e all’inizio dell’amministrazione Trump.
La Casa Bianca ha rifiutato di commentare. Il Post afferma che il governo israeliano, la CIA, la Defense Intelligence Agency e l’Office of the Director of National Intelligence hanno rifiutato di commentare.
Brian Hughes, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha dichiarato al Post che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump “non permetterà all’Iran di ottenere un’arma nucleare”.
“Sebbene preferisca negoziare pacificamente una soluzione alle annose questioni americane con il regime iraniano, non aspetterà all’infinito se l’Iran non è disposto a trattare, e presto”, ha dichiarato Hughes al Post.
Il più completo dei rapporti di intelligence è stato redatto all’inizio di gennaio dalla direzione dell’intelligence dei capi di stato maggiore congiunti e dalla Defense Intelligence Agency.
Il rapporto avverte che è probabile che Israele tenti un attacco agli impianti nucleari iraniani di Fordow e Natanz.
Funzionari statunitensi attuali ed ex hanno affermato che Israele ha determinato che il bombardamento dell’Iran in ottobre, come rappresaglia per un attacco con missili balistici, ha degradato le difese aeree iraniane e ha lasciato il Paese esposto a un ulteriore attacco, secondo il Post, che non ha fatto i nomi dei funzionari.

(Rights Reporter, 13 febbraio 2025)

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L’ex ostaggio Daniella Gilboa costretta da Hamas a inscenare la propria morte durante la prigionia

di Michelle Zarfati

Daniella Gilboa, ex ostaggio rilasciato da Hamas, ha raccontato di essere stata costretta dai terroristi a registrare un video in cui simulava la sua morte mentre era in prigionia, una clip di propaganda che aveva effettivamente fatto vociferare in Israele circa la sua morte, come rivelato da sua madre mercoledì. Orly Gilboa, la madre di Daniella, ha detto a Channel 12 news che “uno dei rapitori è semplicemente andato da lei con una telecamera e le ha detto: ‘Oggi ti filmiamo morta’ “. “Daniella ha implorato i suoi rapitori di risparmiarla”, ha detto sua madre, descrivendo come l’abbiano ricoperta di polvere da sparo e detriti per far sembrare che fosse stata colpita da un attacco aereo israeliano.
  “Quando ha visto me e mio marito per la prima volta, si è scusata per come ci ha fatto sentire per tutto questo tempo, per averci fatto preoccupare”, ha aggiunto la madre. A novembre, un portavoce dell’ala militare di Hamas aveva affermato che “una delle prigioniere del nemico è stata uccisa in un’area che è sotto l’aggressione sionista nel nord della Striscia di Gaza”. Accanto alla dichiarazione, Hamas aveva pubblicato un’immagine sfocata di un corpo che sosteneva appartenesse all’ostaggio ucciso. Sebbene non identificasse la soldatessa, l’immagine ha rapidamente portato a speculare sul fatto che potesse trattarsi di Daniella Gilboa poiché presentava un tatuaggio identico a quello che la ragazza ha sul corpo. Hamas ha spesso diffuso video di propaganda di ostaggi, in quella che Israele ha definito una deplorevole guerra psicologica. Gilboa era una delle sette donne soldato rapite dall’unità di sorveglianza dell’IDF presso la base militare di Nahal Oz durante il massacro guidato da Hamas il 7 ottobre 2023.
  Uno dei soldati di sorveglianza, rapiti assieme a lei, Ori Megidish, è stato poi salvato vivo, e il corpo di un secondo, Noa Marciano, è stato recuperato dopo che la soldatessa è stata uccisa da Hamas in prigionia. Gilboa e le altre quattro soldatesse prigioniere rimaste – Liri Albag, Naama Levy, Agam Berger e Karina Ariev – sono state liberate a gennaio durante l’attuale accordo di cessate il fuoco.

(Shalom, 13 febbraio 2025)
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Continua il pogrom assistibile in diretta. L'unica gioia giustificata è quella di chi ha potuto riavere tra le braccia qualcuno con cui si hanno personali legami affettivi. Ed è una gioia che per pudore e rispetto degli altri non dovrebbe essere diffusa in immagini. Ogni altra pubblica manifestazione di rallegramento è connivenza. M.C.

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Un parente della vittima critica l'accordo sugli ostaggi

C'è grande gioia per il ritorno degli ostaggi. Ma alcune voci mettono in guardia dai pericoli posti dai terroristi liberati.

GERUSALEMME - Più di 760 terroristi sono già stati liberati nell'ambito dell'accordo sugli ostaggi con Hamas, e altri ne seguiranno. Tuttavia, una delle vittime, Jonathan Karten, mette in guardia dai rilasci, poiché i terroristi potrebbero compiere nuovamente attacchi in futuro, come è già successo in passato.

Un rapimento perfido
   Sharon Edri, zio di Karten, è stato vittima di un attacco terroristico nel 1996: Il 9 settembre 1996, il sottufficiale stava facendo l'autostop da un ospedale militare alla sua città natale di Sanoach, a ovest di Gerusalemme. Il ventenne salì in auto con dei terroristi travestiti da ebrei devoti.
  Quando i terroristi si sono accorti che il loro “passeggero” aveva dei sospetti, gli hanno sparato in macchina e hanno seppellito il corpo nel loro villaggio natale di Zurif, vicino a Hebron. Le forze di sicurezza israeliane trovarono il corpo solo nell'aprile del 1997, dopo mesi di ricerche estenuanti.

Libertà per gli assassini
   Nel 1998, un tribunale israeliano ha condannato a diversi ergastoli uno degli assassini, Jmal al-Hor, responsabile anche di altri attacchi mortali. Ora compare nella lista dei candidati al rilascio nell'ambito dell'accordo sugli ostaggi, come la famiglia di Edri ha appreso dai media palestinesi.
  Karten ritiene che tali rilasci siano pericolosi, come ha spiegato al “Jerusalem Post”. Ha sottolineato che un altro terrorista coinvolto nell'omicidio di Edri è stato rilasciato nel 2011 nell'ambito dell'accordo per la liberazione di Gilad Schalit.
  Tra i rilasciati c'era anche Adbel a-Rahman Ghaniman, che gestiva un “ufficio della Cisgiordania” di Hamas nella Striscia di Gaza. Tre anni dopo, pianificò il rapimento e l'omicidio di tre adolescenti, Gilad Sha'ar, Naftali Frenkel e Ejal Jifrach. L'incidente è stato un fattore che ha portato all'operazione militare “Strong Rock” nell'estate del 2014.

Paura che la storia si ripeta
  “Se ci fosse stata giustizia nel caso di mio zio, le famiglie di Gilad, Naftali e Ejal non sarebbero in questa situazione”, ha sottolineato Karten. “Tra dieci anni potremmo trovarci nella stessa situazione. Daremo loro il prossimo Sinwar”, ha detto Karten, alludendo a Yahya Sinwar. Anche l'ex leader di Hamas è stato rilasciato nell'accordo del 2011 ed è considerato il pianificatore del massacro terroristico del 7 ottobre. L'esercito lo ha ucciso nella Striscia di Gaza in ottobre.
  Karten ha sottolineato di essere felice per tutte le famiglie che riavranno i loro cari. Ma il rilascio è solo una soluzione fittizia, ha detto. “Stiamo solo ripetendo la storia e non so quale famiglia sarà la prossima vittima”.

(Israelnetz, 13 febbraio 2025)

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Memoria – Dalla parte giusta: i poliziotti che salvarono gli ebrei

Presentata a Montecitorio la ricerca di Raffaele Camposano

di Daniel Reichel

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«Se io oggi sono qui è perché due famiglie e due poliziotti coraggiosi, ai tempi della persecuzione e della caccia agli ebrei del secolo scorso, salvarono la mia famiglia», ha ricordato Ermanno Smulevich nella sala della Regina di Palazzo Montecitorio, a Roma. I commissari Giovanni Palatucci a Fiume e di Mariano De Vita in Toscana andarono controcorrente e aiutarono la famiglia Smulevich a salvarsi dalla persecuzione nazifascista. Due uomini dello stato capaci di scegliere la disobbedienza agli ordini e non consegnare agli aguzzini uomini, donne e bambini perseguitati per il solo fatto di essere ebrei. Le loro storie, come quelle di altre decine di agenti della polizia italiana, sono raccontate nel progetto Fecero la scelta giusta, a cura di Raffaele Camposano, presentato oggi a Montecitorio alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un lavoro editoriale in due volumi, portato avanti dall’Ufficio storico della polizia per ricostruire nomi e biografie di servitori dello stato impegnati nella Resistenza o nel fornire aiuto agli ebrei in fuga. «Un indelebile esempio da trasmettere e donare alle attuali e future generazioni delle donne e degli uomini delle forze dell’ordine», ha affermato il capo della polizia, Vittorio Pisani, in apertura dell’evento.
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La presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, ha definito «evocativo» il titolo della ricerca, Fecero la scelta giusta, perché racchiude due dimensioni fondamentali: quella di chi aveva la possibilità di scegliere e quella di chi, invece, non poteva farlo, essendo vittima di un destino imposto da poteri superiori. Di Segni ha sottolineato il valore della scelta, che orienta le azioni rispetto alla fede, alla morale, alle leggi e ai doveri di chi opera in un contesto gerarchico, come la polizia di stato. Ha poi ricordato il principio cardine dell’ebraismo: “E sceglierai la vita” (Deuteronomio 30, 15-20).
  Durante il regime fascista e l’occupazione nazista furono in pochi a fare la scelta giusta, ha evidenziato il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Furono degli agenti di polizia italiana, ad esempio, a perquisire su ordine dei nazisti la casa della sua famiglia nel settembre 1943. «Perché racconto questa storia oggi, qui? Perché in molti della nostra comunità è rimasto il ricordo della persecuzione e di come, purtroppo, l’apparato dello Stato di allora vi partecipò, obbedendo a ordini iniqui». Allo stesso tempo, ha proseguito il rav, non bisogna dimenticare il coraggio individuale di chi, all’interno della gerarchia statale «oppose resistenza alle disposizioni, ignorando gli ordini, rallentando l’esecuzione, preavvisando gli interessati, facilitando i movimenti, chiudendo cento occhi e anche esponendosi personalmente al rischio della vita con il rifiuto di obbedire». Un esempio è il citato De Vita, commissario a Pisa. «Mio nonno, Sigismondo Smulevich, stabilì con lui un rapporto di confidenza e reciproco rispetto», ha ricordato il nipote Ermanno, che ha ricostruito la storia famigliare attraverso i diari del padre Alessandro, raccolti nel volume Matti e Angeli. Una famiglia ebraica nel cuore della Linea Gotica. Diario 1943-1944 (Pendragon). E così quando il 30 novembre 1943 il fascismo ordinò l’arresto degli ebrei, «De Vita mandò subito un suo fratello poliziotto in incognito a Firenzuola ad avvertire i miei parenti di nascondersi meglio».

Chi aiutava rischiava
   Gesti simili, hanno spiegato il giornalista Aldo Cazzullo e Mario Toscano, potevano costare la vita a chi li compiva. Aiutare gli ebrei o i partigiani si traduceva, quando scoperti, in una condanna a morte. È il caso del commissario di pubblica sicurezza Antonino D’Angelo in servizio alla questura di Udine. D’Angelo, ritenuto elemento ostile ai nazifascisti, come si legge nel suo verbale d’arresto, fu deportato nei lager nazisti, prima a Dachau e poi a Mauthausen, dove morì il 16 aprile 1945. 

Nel segno del nonno
   A ricordarne la storia è stata la nipote, Gioia D’Angelo, leggendo l’ultima lettera del nonno alla moglie, scritta a bordo del treno che lo avrebbe condotto alla morte. «Ti penserò ogni sera insieme ai bimbi, alle 20 precise; fai altrettanto e i nostri pensieri si incontreranno», prometteva il commissario. «Mia nonna lo ha aspettato per tutta la vita», ha raccontato Gioia, sperando nel suo ritorno e dedicando ogni sforzo a crescere i figli nel suo ricordo. «Se l’amore è testimonianza, lei è stata testimone delle tue volontà, ha portato avanti il compito, la missione di cui l’avevi investita», ha affermato la nipote rivolgendosi idealmente al nonno. «Tu sei presente, sempre, nelle nostre decisioni, nelle nostre azioni, nei nostri pensieri, nelle nostre parole, nel nostro cognome. Tu sei una luce che guida la mia strada».
  Come luce nell’ombra della persecuzione furono i poliziotti celebrati in Fecero la scelta giusta. «Il loro ricordo», ha concluso il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, «ci insegna che la scelta giusta non è mai la scelta più semplice, ma è quella che definisce chi siamo, come individui e come comunità.

(moked, 13 febbraio 2025)

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Tutti i colori di Tu Bishvat, il Capodanno degli alberi: ecco il ”seder”

di Michelle Zarfati

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Il calendario ebraico è ricco di festività che si muovono a loro volta, con le stagioni e l’agricoltura. Tu Bishvat, anche noto come il Capodanno degli alberi, è tra queste. Un momento in cui nell’ebraismo, di nuovo, le festività abbracciano la natura, celebrandola in tutte le sue forme. La festa cade il 15 del mese ebraico di Shèvat, da cui appunto l’evento prende il nome (Tu ovvero 15; Bshvat ovvero di Shèvat).
Il motivo fondamentale per il quale si festeggia il Capodanno degli alberi risiede nel fatto che molti precetti nell’ebraismo sono strettamente legati all’agricoltura, e più in particolare agli alberi. Alla luce di tutto ciò, sembra dunque essere necessario festeggiare l’apertura e la chiusura dell’anno degli alberi” così da poterne anche stabilire le regole halachiche.
Durante Tu Bishvat si usa fare un seder (ordine) in cui si mangiano le specie con le quali è stata benedetta la terra d’Israele. Inoltre, durante il seder, si bevono quattro bicchieri di vino che simboleggiano le quattro stagioni dell’anno. Ognuno di questi bicchieri porta con sé un significato: il bianco rappresenta la natura che dorme dunque l’inverno, il rosso il risveglio della natura dunque l’estate. Mentre il miscuglio dei due colori assieme, rappresenta la primavera e l’autunno e dunque le stagioni che si trasformano.
Spesso ci si chiede come mai “il capodanno degli alberi” cada proprio in pieno inverno, in un periodo in cui spesso piove molto e le temperature raggiungono anche lo zero. Dunque, sembrerebbe che parte della stagione delle piogge in Israele finisca intorno al 15 di Shevàt, questa data venne considerata perfetta per celebrare “Rosh a Shanà Lailanot” (Capodanno degli alberi). Uno dei grandi maestri dell’ebraismo, Rashì, spiega che nulla è casuale nella scelta di questa data. Anzi considerando che in questo punto dell’anno il terreno è impregnato d’acqua, con le piogge del nuovo anno, ciò permetterebbe alla linfa di iniziare a salire negli alberi, così che la frutta e i fiori possano finalmente essere pronti a sbocciare. Una festa che segna dunque un nuovo inizio, l’avvicinarsi ad una speranzosa primavera.
Il Seder di Tu Bishvat è entrato ormai a far parte delle tradizioni delle case ebraiche di tutto il mondo. Un momento simbolico, attraverso cui, gli ebrei della diaspora e non solo, affermano il loro legame con la terra d’Israele, attraverso i suoi frutti simbolici. Infatti, durante la serata di TuBishvat si mangiano 12 specie di frutti, tuttavia c’è chi ne usa mangiare solo sette, o chi persino 30.
Di seguito le specie del Seder e i suoi significati:
Il Grano: il simbolo della purezza, poiché privo di contenuto.
Le Olive: Simboleggiano la bellezza, la luce e soprattutto la vitalità. Così come l’olio non si mescola con gli altri liquidi così Israele ha dimostrato, e dimostra ogni giorno di non assimilarsi a nulla.
I datteri: simboleggiano armonia
L’uva: così come l’uva contiene in sé liquido e cibo, così Israele è composto da una moltitudine di persone che non solo conoscono la Torah, ma la rispettano.
Il Fico: spesso paragonato alla Torà, le cui radici sono morbide, ma al contempo sono capaci di infiltrarsi nella roccia più dura.
Il Melograno: un famoso simbolo del popolo ebraico, rappresentato spesso, è simbolo di ricchezza, di saggezza.
Il Cedro: da sempre anch’esso rappresentato simbolicamente per identificare il cuore dell’uomo e il sinedrio.
La Mela: la sua dolcezza rappresenta la dolcezza della Torah.
La Noce: con tutti i suoi strati e il suo duro involucro rappresenta il Santuario di Gerusalemme, simbolo della presenza divina in mezzo al popolo.
Le Mandorle: Il mandorlo è proprio tra i primi alberi a fiorire in questo periodo, dando ufficialmente vita alla primavera. Rappresenta la giustizia di D.
Le Carrube: simboleggiano la continuità e l’attaccamento alla Terra d’ Israele. La carruba è infatti è un albero che non ha mai smesso di crescere in Israele; le carrube simboleggiano il bianco la natura che dorme (inverno) e il rosso il risveglio della natura (estate). Il colore del vino che da bianco diventa rosso rappresenta la progressiva liberazione della natura dal rigore invernale.
Anche i bicchieri di vino hanno un significato particolare nel seder: Il primo bicchiere è infatti composto dal vino bianco, rappresenta la neve sul Monte Hermon e la fredda stagione invernale. Il secondo bicchiere è ⅓ rosso e ⅔ bianco, e sta a simboleggiare l’inizio della primavera. Il terzo è un bicchiere che si crea unendo vino metà bianco e metà rosso, a simboleggiare la primavera con mezze giornate di pioggia e mezze giornate di sole. Il quarto è totalmente rosso, e rappresenta l’estate, le giornate torride e afose, ma specialmente la fine della stagione agricola.

(Shalom, 12 febbraio 2025)

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Accordo a rischio: gli ultimatum di Hamas e di Trump

di Sofia Tranchina

Lunedì 10 febbraio Hamas ha annunciato che il rilascio dei tre ostaggi previsto per sabato 15 verrà posticipato “fino a nuovo avviso”, accusando Israele di aver violato gli accordi per il cessate il fuoco e Trump di aver mosso proposte di pulizia etnica della striscia di Gaza.
In realtà, Hamas non ha nessun impegno da rispettare da qui a sabato, e ha fatto sapere di aver dato l’annuncio in anticipo per dare modo alle parti di “rettificare” in tempo la situazione e permettere all’accordo di procedere fluidamente. Basem Naim, del bureau politico di Hamas, ha dichiarato martedì ad Al Jazeera: «Abbiamo ancora cinque giorni in cui i mediatori, gli Stati Uniti, la comunità internazionale e la società israeliana possono fare pressione su Netanyahu affinché rispetti l’accordo e adempia ai suoi obblighi».
Quello che l’associazione afferma di volere è l’ingresso nella Striscia di più macchinari pesanti per la rimozione delle macerie, e di generatori per l’elettricità. Si tratta insomma di un ultimatum: o ci date tutto quello che abbiamo chiesto, o salta tutto. La posta in gioco è la vita degli ostaggi, che, come evidenziato dalle condizioni degli ultimi tre rilasciati, è in grave pericolo.
Trump ha risposto con un contro-ultimatum: «alla fine la decisione spetta a Israele, ma, per quanto mi riguarda, io direi che se tutti gli ostaggi non saranno restituiti entro sabato a mezzogiorno – e non a piccoli gruppi, non due e uno e tre e quattro e due – salterà l’accordo e si scatenerà l’inferno (e capiranno che cosa intendo)».
Insomma, mentre le famiglie degli ostaggi supplicano di negoziare, Trump cambia la strategia: vuole dire a tutti “il coltello dalla parte del manico ce l’ho io”.
Ma secondo il presidente americano Hamas non rilascerà gli ostaggi, non a causa delle accuse di violazione del cessate il fuoco, ma perché la maggior parte degli ostaggi sarebbero morti, mentre gli altri sarebbero in condizioni tanto emaciate da far fare “brutta figura” al gruppo terroristico: «gli ultimi ostaggi sembrava che fossero tornati da campi di concentramento, e penso che quelli di Hamas si siano resi conto di come il mondo li ha guardati con occhio negativo e stiano cercando una scusa per non mandarne altri. Quelli che abbiamo visto probabilmente sono quelli messi meglio: hanno mandato i più sani. Basandomi su ciò che ho visto negli ultimi due giorni, gli ostaggi là non vivranno ancora a lungo». Si è infatti saputo che alcuni degli ostaggi sono tenuti da 495 giorni in catene, senza cure, senza esposizione alla luce del sole e con un quarto di pita al giorno come unico cibo.
«Siamo impegnati nell’accordo», dichiara Hamas, e accusa Israele di limitare gli aiuti umanitari, di sparare ai palestinesi e di rallentare i colloqui per la seconda fase dell’accordo mandando al tavolo delle trattative una delegazione di basso profilo che non ha il diritto di prendere decisioni.
«I militanti potrebbero anche stare avendo difficoltà a trovare ostaggi vivi da restituire, e aver trovato un escamotage per non ammetterlo», afferma Trump, accusando Hamas di auto-rapinarsi: gli aiuti entrano, ma Hamas saccheggia i camion per venderne i contenuti a prezzi gonfiati.
Smentendo il gruppo terroristico, martedì, il portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA), Jens Laerke, ha dichiarato in una conferenza stampa a Ginevra: «abbiamo potuto ampliare in modo significativo le operazioni umanitarie con forniture di cibo, medicine, rifugi e altri aiuti durante il periodo di cessate il fuoco.»
Un reportage di Al Jazeera afferma che solo 53.000 tende sarebbero arrivate a Gaza, mentre COGAT, l’agenzia militare israeliana legata al del Ministero della Difesa che supervisiona le consegne di aiuti a Gaza, ha dichiarato in un comunicato inviato a Reuters che, durante il cessate il fuoco, più di 100.000 tende sarebbero entrate nell’enclave costiera.
Inoltre, Hamas lamenta che sarebbero arrivati solo quattro bulldozer per rimuovere le macerie, mentre gliene servirebbero 500, e che la centrale elettrica della Striscia non sia ancora operativa a causa della necessità di riparazioni e attrezzature. Tra le accuse di violazioni dell’accordo da parte di Israele anche un ritardo nel permettere il ritorno dei palestinesi a nord. Infatti, dopo il primo scambio di ostaggi, durante il quale centinaia se non migliaia di militanti mascherati e armati si accalcavano violentemente intorno agli ostaggi che cercavano di raggiungere i veicoli della Mezzaluna Rossa, Israele ha rallentato il ritiro dal corridoio di Netzarim: una questione presto risolta, permettendo ai gazawi di tornare a nord.
Israele è anche accusata di non aver rispettato il cessate il fuoco, sparando e uccidendo fino a un centinaio di persone nella Striscia durante la cosiddetta tregua. In realtà, l’accordo prevedeva il ritiro delle forze israeliane verso est dalle aree densamente popolate lungo i confini della Striscia di Gaza, e il loro dispiego in un perimetro di 700 metri, con un’eccezione in 5 punti localizzati, in cui possono estendersi per altri 400 metri aggiuntivi, determinati dalla parte israeliana a sud e a ovest del confine, in base alle mappe concordate, e i soldati affermano di aver aperto il fuoco soltanto quando qualcuno si avvicinava a loro in violazione dell’accordo. Al momento, non ci sono indagini indipendenti per verificare le affermazioni delle due parti.
Israele ribatte che è Hamas a violare continuamente gli accordi, non comunicando le condizioni degli ostaggi – lasciando così le famiglie a lottare contro l’incertezza –, ritardando la pubblicazione dei nomi degli ostaggi da rilasciare, ritardando i rilasci stessi, e cambiando gli accordi (i rilasci erano previsti per le domeniche, ma Hamas li ha spostato ai sabati per umiliare ulteriormente Israele e la fede ebraica che prevede di non fare spostamenti durante shabbat).
Husam Zomlot, capo della Missione Palestinese nel Regno Unito, ha cercato di tamponare i danni: «Rompere l’accordo di cessate il fuoco non è un’opzione, dobbiamo continuare su questa strada, e dobbiamo convincere Hamas a implementare l’accordo. Dall’altro lato, Netanyahu è fuori controllo, è ovvio che vuole tornare alla sua coalizione e poter dire di non aver rispettato l’accordo».
Dall’inizio del cessate il fuoco, firmato il 15 gennaio e attuato dal 19 gennaio, sono stati effettuati cinque scambi, che hanno portato al rilascio di 16 ostaggi israeliani (oltre a cinque ostaggi thailandesi liberati in un accordo separato) e centinaia di prigionieri palestinesi. 76 ostaggi restano a Gaza, di cui 14 dovrebbero essere rilasciati nella prima fase.

(Bet Magazine Mosaico, 12 febbraio 2025)

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I nazisti di Hamas e i lager sotto Gaza

di Giovanni Giacalone

Le immagini agghiaccianti di Ohad Ben Ami, Or Levy e Ely Sharabi, i tre ostaggi rilasciati da Hamas la scorsa settimana dopo quasi un anno e mezzo di prigionia hanno ricordato scene drammaticamente già viste alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ridotti pelle e ossa, con lo sguardo di chi ha vissuto il terrore, le torture e ha visto la morte in faccia. Sembrano usciti da un lager nazista e di fatto è proprio da lì che sono emersi, perché Hamas non è altro che l’odierna forma del nazismo, le nuove SS e non è certo un caso se condividono la medesima base ideologica, seppur con “colori” differenti. 
“From the river to the sea” (dal fiume al mare), il noto slogan di Hamas molto amato e invocato anche da pro-Pal e compagni affini nelle piazze occidentali, non è altro che il richiamo a una nuova “soluzione finale” che prevede la scomparsa dello Stato ebraico. 
I pro-Pal lamentavano che Gaza fosse “un lager a cielo aperto”, ma i veri lager sono sotto la Striscia e sono gestiti da Hamas e della Jihad Islamica. Le immagini parlano chiaro, così come è terribilmente eloquente lo show messo in piedi dai terroristi palestinesi durante il rilascio degli ostaggi, un modo per umiliare ulteriormente chi è già passato per le camere di tortura sotterranee. 
L’esercito israeliano, durante le operazioni militari a Gaza, ha rinvenuto diverso materiale propagandistico nazista e antisemita tra cui copie del “Mein Kampf” in arabo, con tanto di note e appunti, ma anche altri testi come ad esempio “Nihayat al-Yahud” o “La Fine degli Ebrei”, titolo più che eloquente, scritto dal co-fondatore di Hamas, Mahmoud al-Zahar, per diffondere in tutta Gaza gli ideali del gruppo terroristico fondati sullo sterminio degli ebrei.  
Il libro, la cui copertina raffigura un pugnale che trafigge la Stella di David, glorifica la storica violenza contro gli ebrei in Europa, elogiando in particolare l’Olocausto e la Germania nazista, invitando altri Paesi a seguirne le stesse orme genocide, come già illustrato dal Presidente israeliano Isaac Herzog durante la Munich Security Conference del febbraio 2024 in Germania.
Tra i vari capitoli, ve ne sono alcuni intitolati: “La corruzione generale degli ebrei”, “L’odio ardente del mondo per gli ebrei” e “Motivi per espellere gli ebrei”. Il libro sostiene inoltre che gli ebrei “usavano il sangue dei bambini cristiani per celebrare i rituali”. 

I fondamenti nazisti di Hamas 
   L’odio “scientifico” pseudo-darwiniano dei nazisti nei confronti degli ebrei e quello di stampo teologico-dottrinario presente nell’estremismo islamista della Fratellanza Musulmana (di cui Hamas è il ramo palestinese) sono due facce della stessa medaglia e non è certo un segreto che nazisti e islamisti hanno anche operato congiuntamente nella prima metà del 20° secolo. Entrambi condividevano infatti la visione dell’ebraismo mondiale come un nemico che cospira per sottomettere e infine distruggere i non ebrei, o meglio, gli ariani e i musulmani, come illustrato dallo studioso Joseph S. Spoerl nel suo “Parallels between Nazi and Islamist Anti-Semitism”. 
La guerra scatenata da Hitler nei confronti degli ebrei non prevedeva alcuna neutralità ed aveva soltanto due possibili esiti: o la vittoria ariana e l’annientamento degli ebrei o viceversa.  
Lo stesso concetto con il quale, curiosamente, termina il comunicato dei Giovani Palestinesi d’Italia di pochi giorni fa: 
“Non c’è neutralità possibile: o si sta dalla parte della Palestina e della sua resistenza, o si è complici del massacro. Non ci fermeremo. Non faremo passi indietro. La Palestina sarà libera, dal fiume al mare”. 
Se i nazisti accusavano gli ebrei di cospirare con lo scopo di annientare il popolo ariano tedesco (aspetto centrale della propaganda nazista), ecco che sia il “palestinismo islamico” di Hamas che l’estremismo islamista accusano gli ebrei (spesso indicati come “sionisti” per aggirare problematiche legali) di voler distruggere i palestinesi e l’Islam, arrivando addirittura ad affermare che Israele vorrebbe conquistare Mecca e Medina. Un’accusa priva di qualsiasi logica visto che sono luoghi sacri dell’Islam e di nessun interesse per gli ebrei ma che serve però a diffondere la paura e la paranoia tra i musulmani, quindi la propaganda. 
Facendo un passo indietro nella storia, è bene ricordare che Hajj Amin al-Husseini, Gran Mufti di Gerusalemme tra il 1921 e il 1937, non si limitò a stringere legami con i nazisti, ma dal 1941 al 1945, al-Husseini visse in Germania, dove servì lo sforzo bellico nazista in molti modi, tra cui la trasmissione della propaganda nazista al mondo arabo. Nelle sue trasmissioni radiofoniche e nei suoi volantini, al-Husseini diffuse ampiamente la sua accusa secondo cui “gli ebrei” desideravano “spazzare via gli arabi e l’Islam”. Nel 1943 al-Husseini incontrò il gerarca nazista Heinrich Himmler e discussero anche della questione ebraica. In seguito, al-Husseini informò il proprio pubblico che i tedeschi avevano “deciso di trovare una soluzione definitiva al pericolo ebraico” e sollecitò tutti gli arabi e i musulmani a unirsi ai tedeschi in questa “battaglia comune contro il pericolo ebraico”, incitando di fatto al genocidio, come illustrato da uno dei massimi esperti di antisemitismo, Matthias Kuntzel, il quale spiega anche che la Germania nazista inondò quotidianamente il mondo arabo con la propaganda radiofonica antisemita tra il 1939 e il 1945.
(Leggi qui l’intervista a Kuntzel de L’Informale). 
Non c’è dubbio sul fatto che Husseini fosse fortemente antisemita e utilizzasse argomenti basati su passaggi biblici, talmudici e coranici, affermando che gli ebrei erano nemici di Dio, coinvolti in una cospirazione globale e praticavano l’uso rituale del sangue cristiano (accusa non a caso presente anche nel già citato testo “La Fine degli Ebrei” di Mahmoud al-Zahar). 
Negli anni ’50, Husseini diffuse la propria propaganda antisemita anche sulla “questione palestinese” per il giornale egiziano “al-Misri” e legato proprio ai Fratelli Musulmani. Del resto, fu proprio uno dei massimi ideologi della Fratellanza, Sayyid Qutb, nella sua opera “La nostra lotta contro gli ebrei” a diffondere la propaganda antisemita mostrando una sorprendente continuità con la narrativa nazista, ma con la fondamentale differenza che si fondava su Corano, Hadith e commentari islamici. 
Per quanto riguarda Hamas, il già citato Kuntzel lo indica come “il vero erede ideologico di Hajj Amin al-Husseini nella comunità palestinese”. Nello statuto dell’organizzazione terrorista palestinese del 1988 si fa chiaro riferimento agli ebrei come burattinai di tutta una serie di complotti contro l’umanità e l’Islam oltre che il voler frammentare le società, minarne i valori, distruggere l’onore delle persone e diffondere degenerazione morale. 
In poche parole, la narrativa paranoica hitleriana di una cospirazione ebraica per distruggere il popolo tedesco trasformata in “salsa” islamico-palestinese. 
L’obiettivo di Hamas è dunque l’annientamento dello Stato ebraico e dei suoi abitanti. Non c’è nessun piano per “due popoli e due stati”. Per l’ideologia nazi-islamista di Hamas la creazione di uno Stato palestinese a Gaza e in Cisgiordania è soltanto un primo passo verso la “liberazione” (la cancellazione di Israele), o forse bisognerebbe dire “la soluzione finale”. 
Non c’è soltanto la narrativa di Hamas, eredità di quella nazista, ma ci sono anche i fatti. Il 7 ottobre 2023 Hamas ha messo in atto il più grande pogrom contro gli ebrei dai tempi della Shoah. La scorsa settimana sono emerse in maniera più che evidente le condizioni dei tre ostaggi rilasciati, riemersi dai lager sotterranei di Gaza, con immagini che ricordano quelle dei campi di Auschwitz e Birkenau, al punto che lo stesso presidente statunitense, Donald Trump, ha subito detto che tutti gli ostaggi devono essere immediatamente rilasciati da Hamas, perché non dureranno a lungo in quelle condizioni.  
Continuare a rilasciarne tre alla volta non ha alcun senso, così come non ne ha rilasciare migliaia di terroristi palestinesi dalle carceri israeliane. Hamas va sradicata, senza se e senza ma. 

(L'informale, 12 febbraio 2025)

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Gli Houthi dello Yemen tornano a minacciare Israele se riprendono i combattimenti a Gaza

Tornano le minacce dei terroristi yemeniti sostenuti dall'Iran mentre a Gaza Hamas vieta l'uso dei cellulari ai suoi leader per paura di essere rintracciati e uccisi.

di Sarah G. Frankl

Gli Houthi yemeniti sostenuti dall’Iran, che controllano la maggior parte dello Yemen occidentale, compresa la capitale, sono pronti ad attaccare Israele se quest’ultimo riprenderà l’assalto a Gaza e non si impegnerà a rispettare l’accordo per il cessate il fuoco. Lo ha dichiarato martedì (11 febbraio) il leader del gruppo Abdulmalik al-Houthi.
Gli Houthi hanno attaccato navi israeliane e di altri Paesi nel Mar Rosso, disturbando le rotte marittime mondiali, in quello che hanno detto essere un atto di solidarietà con i palestinesi di Gaza durante la guerra di Israele contro Hamas.
“Le nostre mani sono sul grilletto e siamo pronti a un’escalation immediata contro il nemico israeliano se tornerà combattere nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato al-Houthi in un discorso televisivo.
Il già fragile accordo per il cessate il fuoco a Gaza sembra ancora più fragile dopo che Hamas ha detto che smetterà di rilasciare ostaggi israeliani per quelle che il gruppo terrorista palestinese ha definito violazioni israeliane dell’accordo.
In risposta, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dato istruzioni alle forze armate di essere al massimo livello di preparazione a Gaza e per la difesa interna.
Gli Houthi, parte dell’alleanza regionale iraniana anti-israeliana e anti-occidentale nota come Asse della Resistenza, hanno lanciato missili e droni verso Israele.
Intanto Hamas avrebbe ordinato ai vertici del gruppo terroristico di smettere di usare i telefoni cellulari, in quanto teme che il fragile cessate il fuoco con Israele possa rompersi, portando con sé una ripresa dell’offensiva militare israeliana.
Fonti di Hamas hanno riferito martedì al quotidiano londinese Asharq Al-Awsat che l’ala militare e i vertici del gruppo hanno ordinato a tutte le principali personalità politiche e militari di smettere di usare i loro telefoni, poiché molti avevano ripreso a utilizzarli dopo l’inizio del cessate il fuoco il mese scorso.
Secondo le fonti, diversi alti funzionari hanno già smesso di usare i loro telefoni per timore di tentativi da parte delle IDF di rintracciarli tramite i dispositivi e assassinarli.

(Rights Reporter, 12 febbraio 2025)

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Gli ostaggi e la nostra indifferenza

Chi mai accetterebbe infatti di avere come vicino uno Stato governato da Hamas?

di Ernesto Galli della Loggia

Mi piacerebbe essere sicuro che l’Italia che da anni continua a indignarsi per l’assassinio di Giulio Regeni, seviziato fino alla morte dagli sgherri dei «Servizi» egiziani, che l’Italia che si è appena indignata perché il nostro governo, sotto la pressione di un gravissimo ricatto ha dovuto consentire a liberare Almasri, il ceffo della polizia libica gravemente indiziato di sottoporre abitualmente a torture i suoi prigionieri, mi piacerebbe essere sicuro che quell’Italia che si è egualmente indignata alla vista di Ilaria Salis trascinata in catene in un’aula del tribunale di Budapest, quell’Italia che pretende sacrosante punizioni esemplari per tutti i nostri agenti che trattano in modo violento chi per qualsiasi ragione è sottoposto alla loro custodia, mi piacerebbe essere sicuro, dicevo, che quella stessa Italia gridi la sua protesta contro il trattamento che Hamas ha inflitto agli ostaggi israeliani di cui si è impadronita durante il pogrom del 7 ottobre e che verosimilmente sta tuttora infliggendo a coloro che sono ancora nelle sue mani.
Riassumo dall’illuminante corrispondenza di Greta Privitera sulle colonne del Corriere: incatenati, rinchiusi nei tunnel nell’oscurità e al freddo, in certi casi senza neppure poter stare in piedi, privati dell’acqua per bere o lavarsi, costantemente tenuti alla fame, picchiati, talvolta appesi a testa in giù per ore. Così hanno vissuto per interminabili giorni, ignari di tutto, della sorte che li attendeva come di quella occorsa ai loro compagni, i prigionieri di Hamas.
Ho scritto: mi piacerebbe essere sicuro con quel che segue. Ma era solo una formula retorica perché in realtà sono sicuro esattamente del contrario. E cioè che in Italia per le torture inflitte da Hamas agli ostaggi israeliani non ci sarà nessuna, ma propria nessuna, ondata di proteste. «In fondo se la sono voluta» sarà il pensiero taciuto (e vigliacco) di grandissima parte dell’Italia indignata di cui sopra, seguito dal silenzio generale. Ma non solo qui da noi, scommetto: sicuramente in Europa sarà quasi dappertutto lo stesso voltarsi dall’altra parte, sarà lo stesso silenzio.
È il silenzio di una sostanziale indifferenza da parte del mondo, soprattutto di questa parte del mondo, di noi europei, per la sorte dello Stato ebraico. Un’indifferenza che è venuta crescendo pian piano da decenni, sempre meno nascosta, sempre più vicina all’insofferenza, e dalla quale, a me pare di capire, il popolo di quel lembo di terra si sente avvolto e come soffocato. È un’indifferenza che sembra destinarlo a una paurosa solitudine: la medesima che esso ha sperimentato per secoli.
Diciamo la verità: se non fosse perché da decenni la politica del governo di Gerusalemme, anche con le sue reazioni di tipo militare, con le sue decisioni e non da ultimo anche con i suoi errori, scatena periodicamente il caos nella polveriera mediorientale, acuendo al massimo ogni tensione, accendendo focolai di guerra in due o tre Paesi contemporaneamente, dando ogni volta l’impressione che si possa scatenare quasi una sorta di Armageddon generale, se non fosse per tutto questo a chi mai gliene importerebbe davvero di quel che può capitare ad Israele?
Da anni ed anni, a chi mai gliene è importato veramente, infatti, che un giorno sì e l’altro pure, cinque o sei Paesi, ma forse di più, dichiarassero come loro principale scopo quello di cancellare dalla faccia della terra l’«entità sionista»? Quasi si trattasse di qualcosa di assolutamente ovvio. Chi da anni ha mai pensato che si dovesse fare qualcosa per impedire che sulle città e sui cittadini di Israele piovesse regolarmente, come un inevitabile fenomeno meteorologico, come la cosa più normale di questo mondo, una micidiale pioggia di missili? Chi ha mai considerato scandaloso e denunciato apertamente come tale il fatto che per decenni l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvasse a getto continuo centinaia di mozioni di condanna nei confronti di Israele (praticamente per ogni cosa), e ben poche, pochissime, invece, nei confronti dei suoi tanti nemici? E che anzi molti dei quali, dediti istituzionalmente al terrorismo, addirittura l’Onu, come oggi è sempre più chiaro, li finanziasse e li impiegasse nelle sue stesse strutture?
Da lungo tempo le cose vanno così, in un silenzio che è l’altra faccia dell’ipocrisia. L’ipocrisia ad esempio, dietro cui si nasconde, ci nascondiamo noi opinione pubblica occidentale, insistendo da sempre sulla virtuosa formula di «due popoli due stati». Non avendo mai l’onestà, tuttavia, di dire qualcosa (almeno qualcosa!) circa gli enormi problemi che una simile soluzione presenta. Ad esempio la necessità del radicale, oggi pressoché inimmaginabile, cambiamento dello spirito pubblico che domina le masse palestinesi e le sue organizzazioni politiche: chi mai accetterebbe infatti di avere come vicino uno Stato governato da Hamas? Ma naturalmente ad una simile domanda nessuno di noi ha mai pensato o pensa di dover rispondere. Non sono affari nostri, se ne occupino gli israeliani: e se non ci riescono, tanto peggio per loro.

(Corriere della Sera, 11 febbraio 2025)

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Raduno  a Bologna di Evangelici d’Italia per Israele

Sono aperte le  iscrizioni al 21° Raduno  Edipi

              I Tempi della Fine

Il raduno si terrà nei giorni 14-15-16 marzo 2025
presso la Chiesa Cristiana Evangelica Gospel Forum
Via Giuseppe Brini, 47, 40128 Bologna BO
Per partecipare all’evento è NECESSARIA l’iscrizione
che verrà gestita dalla segreteria EDIPI.
Inviare email a:
annalisaedipi@gmail.com
Indicando Nome, Cognome e numero di telefono.
C’è la possibilità di prenotare i pasti alla segreteria Edipi,
al costo di € 18 entro il 11 marzo 2025
Locandina

(EDIPI, 12 febbraio 2025)

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Israele, Salvini incontra Netanyahu: ribadita amicizia

Dalla Corte Penale Internazionale “decisioni indecenti”

Proseguono in Israele gli incontri politici per il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini. Ieri, a Gerusalemme, ha incontrato il premier Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar, e il ministro degli Affari della Diaspora e dell’Antisemitismo, Amichai Chikli. Previsti anche colloqui con la ministra dei Trasporti, Miri Regev, e il presidente della Knesset (il Parlamento israeliano), Amir Ohana.
  Durante l’incontro con Netanyahu, durato circa mezz’ora, si è discusso sulla situazione mediorientale, dopo la visita del premier israeliano a Washington. Salvini ha ribadito i rapporti di amicizia tra Italia e Israele e il sostegno a ogni iniziativa “utile per portare pace, stabilità e prosperità in Medio Oriente, eliminando una volta per sempre terrore e violenza islamica da ogni territorio, nell’interesse dello stesso popolo palestinese”, come si legge in un post pubblicato dal vicepremier.
  Salvini ha inoltre espresso “perplessità rispetto alle recenti e indecenti decisioni della Corte Penale Internazionale, organismo la cui esistenza e utilità dovranno essere rimessi in discussione”, riferendosi ai mandati di arresto emessi dalla Cpi nei confronti di Netanyahu, e per il suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, accusandoli di aver commesso crimini di guerra nella Striscia di Gaza.
  Il ministro degli Esteri Sa’ar, dopo l’incontro con il vicepremier ha scritto su X: “E’ uno dei più grandi amici di Israele in Italia e in Europa. Sono stato felice di ospitarlo stasera al ministero degli Esteri a Gerusalemme”. “Abbiamo discusso della grave ingiustizia commessa nei confronti di Israele dall’organismo denominato Corte penale internazionale dell’Aia. Salvini ha promesso di adottare le misure di sua competenza per rafforzare le relazioni tra i due Paesi”.

(Shalom, 11 febbraio 2025)

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Tu Bischvat – L’ambientalismo ebraico

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Negli ultimi decenni sono emersi diversi gruppi e organizzazioni che, ispirandosi ai principi ebraici, promuovono sostenibilità ambientale, tutela della natura e sensibilità ecologica. Fra i movimenti ecologisti ebraici negli Usa spicca Hazon, promotore della sostenibilità attraverso programmi educativi; nel Regno Unito la piattaforma ecojudaism.org.uk si definisce «la risposta della comunità ebraica britannica alla crisi climatica», le cui battaglie si collocano all’incrocio tra attivismo contemporaneo, etica ambientale e una tradizione religiosa dalle radici profonde. I passaggi della Torah e del Talmud che sottolineano l’importanza del rispetto dell’ambiente sono numerosi: per esempio il concetto di Bal Tashchit, “non distruggere”, deriva dalla proibizione di abbattere gli alberi da frutto durante l’assedio di una città (Deut. 20:19-20) ed è stato esteso nel corso dei secoli sino a diventare un più ampio divieto contro lo spreco e la distruzione inutile. Un principio che ora spinge all’uso responsabile delle risorse e si riflette sul rispetto per la biodiversità e per i cicli della natura. E anche quando viene contestato il passaggio in cui agli uomini viene dato il dominio sugli animali e sulla terra (Genesi 1:26-28) va ricordato che l’essere umano viene posto nell’Eden «per coltivarlo e custodirlo». Così nell’ottica ecologista prevale il senso di responsabilità, l’idea che l’essere umano non sia padrone assoluto bensì custode, con il compito di bilanciare sviluppo e conservazione. Uno dei principi più citati è di fatto una trasposizione dell’idea dello Shabbat in un’ottica ambientalista: e da giorno di riposo settimanale diventa un’opportunità per riconsiderare il rapporto tra esseri umani e natura. Viene poi proprio dal Talmud Bavli (Shabbat 67b), il brano in cui si parla del rischio di קלקול הארץ (kilkul ha’aretz), ossia del «deterioramento della terra» causato da comportamenti irresponsabili: il benessere della terra viene collegato al comportamento etico degli esseri umani, e la cattiva gestione delle risorse è considerata non solo un errore pratico, ma anche una trasgressione morale. Ne emerge una discussione più ampia sui comportamenti umani che potrebbero danneggiare il mondo fisico o alterarne l’equilibrio e, nonostante non sia un trattato esplicitamente ambientalista, il Talmud spesso considera il mondo naturale non solo come risorsa, ma come un’entità da rispettare in cui terra, piante e animali hanno un ruolo divino: il loro deterioramento è una violazione dell’ordine creato. a.t.

(moked, 11 febbraio 2025)

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Non dovremmo più sorprenderci: quello all’opera è il nazi-islamismo di Hamas

Le strazianti immagini degli ostaggi usciti da mesi di prigionia a Gaza sono il risultato diretto dell’ideologia antisemita dei terroristi palestinesi: non possiamo più permetterci di ignorarla.

di Ben-Dror Yemini

Qualcuno si è davvero sorpreso nel vedere che gli ostaggi rilasciati da Hamas, sabato scorso, assomigliano ai sopravvissuti ai campi di concentramento?
Semmai doveva sorprenderci che le cinque soldatesse rilasciate poco prima sembrassero tutto sommato in condizioni decenti: impressione ingannevole, giacché solo pochi giorni dopo il loro rilascio dalla prigionia abbiamo iniziato a sapere degli abusi e maltrattamenti che avevano subito.
In realtà non dovrebbe esserci nessuna sorpresa. E non c’entra la carenza di cibo (i loro aguzzini appaiono in perfetta forma). C’entra l’ideologia.
Hamas nasce come una branca della Mujama al-Islamiya, un’organizzazione islamica fondata nel 1973 dallo sceicco Ahmad Yassin come filiazione a Gaza della Fratellanza Musulmana.
“Migliaia di persone sono scese in piazza [a Gaza] e hanno bruciato gli uffici del giornale al Quds, un cinema e una sala da biliardo” recitavano i titoli. Avveniva nel 1980. Erano i seguaci di Yassin. All’epoca, i soldati israeliani si tennero in disparte: in fondo, si trattava di scontri interni fra palestinesi. Ma quella fu la prima azione violenta del gruppo a Gaza.
Le loro idee erano tratte dall’ideologia di Sayyid Qutb, l’ideologo della Fratellanza che scrisse uno dei testi più importanti del gruppo, La nostra guerra contro gli ebrei. Qutb non parlava di una guerra della Fratellanza contro il sionismo, ma contro l’ebraismo mondiale. Scrisse un opuscolo antisemita basato sui (falsi) Protocolli dei Savi di Sion.
Yusuf al-Qaradawi, che in passato era stato a capo della Fratellanza Musulmana, disse che i musulmani devono completare l’opera di Hitler, e nelle trasmissioni televisive di Hamas gli opinionisti affermavano che ciò significa che Hamas deve distruggere tutti gli ebrei e i cristiani.
Il nazismo è stato un fenomeno unico nella storia umana e non va equiparato alle altre ideologie nazionaliste o razziste. Con un’eccezione: il nazismo islamico, i cui capi religiosi e politici promuovono, uno dopo l’altro, la distruzione degli ebrei.
In questo senso, Hamas supera persino altri movimenti jihadisti come Al-Qaida e ISIS.
Muhsan Abu Ita, un membro di Hamas, ha dichiarato sul canale del gruppo che distruggere gli ebrei è una “meravigliosa benedizione”.
Ahmad Bahar, che è stato presidente del parlamento palestinese, ha affermato che gli ebrei “sono un cancro, e loro e gli americani devono essere distrutti”.
Yunes al Astel, membro del parlamento palestinese e preside di Diritto Islamico presso l’Università Islamica, ha detto che la distruzione degli ebrei è una questione che riguarda questo tempo e non il futuro.
Non si tratta di semplici chiacchiere. Nel 2018, durante le manifestazioni lungo il confine di Gaza con Israele gli attivisti hanno issato bandiere con svastiche. Nei programmi per bambini della tv di Hamas un pupazzo che assomiglia a Topolino insegna ai bambini che la visione di Hamas è l’eliminazione di tutti gli ebrei.
Palestinesi cresciuti con questo genere di trasmissioni hanno compiuto il massacro del 7 ottobre. Ma quella violenza era già arrivata molto prima, con il massacro degli ebrei di Hebron nel 1929, con il pogrom Farhud in Iraq del 1941, a Aden nello Yemen nel 1947.
C’è sempre stato un odio per gli ebrei nell’islam, ma è peggiorato con l’avvento dell’islam politico, come la Fratellanza Musulmana e la sua influenza nazista. Ma spesso è stato ignorato.
La palude nazista a Gaza è ancora lì, nonostante la batosta militare che ha subito.
Dobbiamo smettere di illuderci. Abbiamo voluto credere che una maggiore prosperità economica e un’economia in sviluppo avrebbero allontanato il pericolo. Il nostro errore è ignorare l’ideologia, ed è costato carissimo.
Hamas ha preso la batosta, non l’ideologia. Che deve essere riconosciuta per l’ideologia nazista che è.
Per favore, non paragonate gli orrori della prigionia a Gaza con la Shoah, chiedono le famiglie degli ostaggi. Hanno ragione. A differenza di allora, Israele ora ha uno stato e un esercito. Contrattacca e combatte.
Il paragone deve essere tra Hamas e i nazisti. Abbiamo sbagliato a ignorarlo e a lasciare che le arrivassero fondi. Ora è finita.
Ora Hamas deve essere distrutta. Ma dopo che tutti gli ostaggi saranno stati restituiti.
Abbiamo appreso di recente che le Forze di Difesa israeliane riceveranno dagli Stati Uniti la bomba anti-bunker MOAB (Massive Ordnance Air Blast). Ha un’enorme potenza. Ci siamo tragicamente sbagliati su Hamas, non dobbiamo ripetere l’errore riguardo al regime al potere in Iran. Non è solo un interesse nazionale, è anche un obbligo morale.
(Da: YnetNews, 9.2.25)

(israele.net, 10 febbraio 2025)

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Israele trova un documento segreto di Hamas: svelata la “diplomazia degli ostaggi” dell’Iran

di Paolo Cagnoni Esteri

Un documento top secret di Hamas, scoperto in un tunnel di Khan Yunis dall’Idf (l’esercito israeliano), rivelerebbe il ruolo dell’Iran nella cosiddetta diplomazia degli ostaggi”, una pratica negata ufficialmente da Teheran ma che, secondo il documento, sarebbe usata come strumento per ricattare governi stranieri.

Il documento e il legame con Teheran
   Il dossier, composto da sette pagine, ha l’intestazione dell’intelligence militare delle brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas. Sarebbe stato recuperato dall’esercito israeliano insieme ad altre carte ritenute di “rilevante importanza investigativa”. Secondo l’Idf, il documento è autentico e rappresenta il resoconto della visita di un delegato di Hamas in Iran tra il 26 maggio e il 4 giugno 2023, quattro mesi prima dell’attacco del 7 ottobre.
L’incontro, organizzato da Hamas, sarebbe avvenuto con alti ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione iraniana e avrebbe riguardato questioni strategiche dell’Asse della Resistenza, il blocco formato da Iran, Siria, Hamas, Hezbollah, Houthi e milizie sciite irachene. Tra i temi trattati, spicca la liberazione di Asadollah Asadi, un diplomatico iraniano condannato a 20 anni in Belgio per un fallito attentato contro un meeting di dissidenti iraniani a Villepinte, vicino a Parigi.

Il caso Vandecasteele e il ruolo degli ostaggi
   Il documento descrive in dettaglio lo scambio che ha portato alla liberazione di Asadi. Il resoconto delle brigate al-Qassam riporta infatti le parole dei pasdaran: Avevamo arrestato un uomo belga con il pretesto che stesse filmando siti sensibili, ma non stava filmando niente, stava usando il suo telefono normalmente. Lo abbiamo arrestato solo per ottenere la liberazione di Asadi, e ci siamo riusciti”.
L’uomo in questione sarebbe Olivier Vandecasteele, operatore umanitario belga detenuto in Iran per 456 giorni prima di essere liberato in uno scambio di prigionieri che coinvolse anche altri tre cittadini europei. Amnesty International e le Nazioni Unite hanno definito il suo arresto una grave violazione delle leggi internazionali.

Un metodo consolidato?
   Il caso Vandecasteele non sarebbe isolato. Anche la giornalista italiana Cecilia Sala sarebbe stata trattenuta in Iran per tre settimane e liberata solo dopo che i pasdaran avrebbero ricevuto garanzie dal governo italiano sul rilascio di Mohammad Abedini, un ingegnere coinvolto nella produzione di chip per droni kamikaze.
Sebbene l’autenticità del documento non possa essere verificata da fonti indipendenti, il suo contenuto appare plausibile e rafforza il sospetto che Teheran utilizzi sistematicamente la “diplomazia degli ostaggi” per ottenere concessioni politiche.

(theSocialPost.it, 11 febbraio 2025)

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Da dove viene l'antisemitismo?

Un documentario fornisce risposte
 

Il regista e rabbino canadese-israeliano Raphael Shore e l'attivista siro-libanese Rawan Osman discutono la domanda “Perché la gente odia gli ebrei?”. Il viaggio dei due diversi protagonisti verso la risposta a questa domanda è incorniciato da analisi approfondite della storia ebraica e da dichiarazioni di esperti. Alla fine, giungono alla consapevolezza che gli antisemiti odiano gli ebrei non per i loro lati negativi, ma per i loro lati positivi.

Raphael Shore
  Raphael Shore si è occupato della questione del perché fin dai tempi in cui era studente, 40 anni fa. Prima del 7 ottobre, ha iniziato a lavorare al suo libro “Who's Afraid of the Big Bad Jew?”. Si tratta dello stesso argomento. Shore ha pubblicato il libro il 7 ottobre 2024, esattamente un anno dopo il massacro. Dal documentario “Tragic Awakening: A New Look at the Oldest Hate”, per ora è disponibile solo il trailer.
  Nel suo film, Shore lascia che antisemiti come Adolf Hitler dicano la loro e spieghino il loro odio per gli ebrei. È convinto: “Se capiamo perché ci odiano, impareremo ad amare noi stessi”.

Rawan Osman
  Rawan Osman è nata in Siria ed è cresciuta in Libano. In seguito ha vissuto per un periodo in Arabia Saudita e in Qatar. Per sua stessa ammissione, odiava gli ebrei. “Nei media, nei telegiornali, nei giornali, trasmettevano lo stesso messaggio: gli ebrei sono nostri nemici. Mi dicevano che l'Olocausto era una bugia”, riferisce Osman all'inizio del documentario.
  Da giovane adulta, Osman si è trasferita in Francia. Lì incontrò gli ebrei per la prima volta nella sua vita. Il panico iniziale si è trasformato in un interesse tale da spingerla a studiare l'ebraismo: “Leggere questa storia mi ha fatto cambiare idea e mi ha fatto arrabbiare. Perché l'ebreo non è mio nemico”. Osman si è subito prefissata l'obiettivo di trasmettere la sua nuova conoscenza e il suo amore per il popolo ebraico agli altri, soprattutto agli arabi.
  A tal fine, ha fondato il forum “ArabsAsk”. Il forum è collegato all'Università di Studi Ebraici di Heidelberg, dove Osman studia attualmente. “Vivere in Europa, soprattutto nel decennio che ho trascorso in Germania, mi ha reso uno dei più accesi sostenitori dello Stato ebraico. Chi l'avrebbe mai detto?”.

Il disprezzo di Hitler per i valori ebraici
  Il nuovo approccio di “Tragic Awakening” è quello di far luce sulle ragioni dell'antisemitismo in modo da consentire una valutazione positiva. “Hitler credeva che le idee di umanità, amore, uguaglianza e democrazia avrebbero significato la fine dell'umanità se avessero prevalso”, dice Shore nel film. Gli ebrei, con la loro etica e i loro ideali di vita, rappresentavano quindi una minaccia diretta al darwinismo sociale di Hitler.
  Hitler vedeva gli ebrei come una minaccia spirituale che impiantava nelle persone “modi di pensare pericolosi”, dice Shore. “La rivoluzione nazista fu una ribellione contro quelle che erano state accettate come le fondamenta etiche della civiltà occidentale, e al suo centro c'erano le idee ebraiche”.

Incoraggiare l'antisemitismo
  “Siamo stati educati a credere che le persone odiano gli ebrei per motivi religiosi, sociali o politici”, afferma il rabbino Shore. Di conseguenza, molti ebrei incolpano se stessi o lo Stato ebraico per l'antisemitismo. Un'altra spiegazione dell'antisemitismo è l'immagine del capro espiatorio: l'umanità scarica sugli ebrei la responsabilità dei propri fallimenti o persino dei disastri naturali.
  Ma c'è una terza ragione, “qualcosa degli ebrei che si odia veramente”. Si tratta della vocazione ebraica di portare valori, ordine e conoscenza di Dio nel mondo. “I valori che abbiamo da Dio, il valore della vita, della pace, dell'uguaglianza, della responsabilità sociale proattiva, dell'educazione universale, tutto questo viene dal popolo ebraico. Nel corso di 2.000 anni, il mondo ha adottato queste idee sotto l'influenza dell'ebraismo e dei valori giudaico-cristiani”, ricorda Shore.
  La sua visione intende incoraggiare gli ebrei: non sono odiati perché hanno fatto cose cattive, ma perché hanno fatto cose buone.

7 Ottobre e lo Stato ebraico
  Questo principio si applica anche allo Stato ebraico, nonostante le sue imperfezioni. Circondato da dittature e teocrazie, lo Stato democratico con la sua società libera rappresentava una minaccia per questi regimi. Per questo volevano distruggere Israele.
  Per Shore e Osman, 7 ottobre 2023 ha rappresentato un nuovo impulso per portare all'attenzione della gente le verità sugli ebrei e sull'antisemitismo. Hanno in mente sia il mondo ebraico che quello non ebraico. “Quando mi vedo sul grande schermo con il rabbino Shore”, dice Osman in un'intervista, ‘ho la sensazione che nella mia vita potrebbe esserci la pace tra Israele, Libano e Siria’.

Componente spirituale
  Non appariscente ma chiaro, il film ha anche una componente spirituale. Riconosce che l'antisemitismo non può essere spiegato senza questa componente. “Finché gli ebrei porteranno al mondo un messaggio spirituale profondo, ci sarà resistenza”, spiega Shore. “Questa resistenza è antisemitismo”.
  Il movimento Aseret, che pone al centro del suo lavoro il significato universale dei Dieci Comandamenti, è coinvolto in modo significativo nella produzione del film. Osman si è anche resa conto che anni di studio dell'ebraismo l'hanno avvicinata alle verità universali e a Dio. Sta pensando di convertirsi all'ebraismo.

(Israelnetz, 11 febbraio 2025)

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Legati a testa in giù e affamati: gli ostaggi israeliani liberati raccontano le torture di Hamas

di Fabio Tonacci

GERUSALEMME – Eliya Cohen è vivo, ma spezzato. Tenuto per quindici mesi in manette e legato dentro un tunnel, senza aria né luce, con le gambe ferite da colpi di arma da fuoco e non curate, sottoposto ad “abusi fisici e psicologici”. È la storia dell’orrore raccontata dai tre sopravvissuti liberati sabato scorso, Eli Sharabi, Or Levy e Ohad Ben Ami che stanno fornendo all’intelligence e alle famiglie degli ostaggi informazioni preziose sullo stato dei loro cari. E drammatiche.
Eliya ha 23 anni, solo uno in più di Alon Ohel, il pianista, anche lui prigioniero a Gaza dal 7 ottobre e anche lui in pessime condizioni: ha schegge nell'occhio, nella spalla e nel braccio, non è mai stato curato e come Eliya è legato in catene dall’inizio della prigionia. Tutti sono affamati, e non tanto a causa della guerra, ma per una scelta deliberata di Hamas che sulla pelle degli ostaggi sta giocando la sua vera guerra a Israele. Lo ha rivelato il fratello di Or Levy, Tal. Già a novembre aveva detto di temere che gli ostaggi sarebbero tornati come “scheletri ambulanti, ombre di quello che erano un tempo”, ma non si aspettava di trovarsi di fronte ciò che ha visto.
"Ho sentito tutti i falsi briefing del primo ministro Netanyahu, che sostenevano di non essere a conoscenza della fame deliberata a cui sono costretti. Non è vero. Lo sapevano", ha rivelato Tal. Qualche mese fa, i funzionari israeliani hanno avvisato le famiglie dei rapiti che l'ex capo di Hamas Sinwar "aveva ordinato di far morire di fame gli ostaggi maschi. Fino ad allora, ci avevano detto che stavano ricevendo cibo. Quindi se la mia famiglia e le fonti ufficiali lo sapevano, non è possibile che Netanyahu non lo sapesse. Dire ‘non lo sapevo’ è una vergogna".
Gli ostaggi liberati hanno confermato la circostanza. Sono stati deliberatamente lasciati senza cibo, ricevevano solo una pita marcia ogni pochi giorni, che dovevano condividere con altri ostaggi. Sono stati interrogati e torturati, legati a testa in giù e imbavagliati con un panno fino quasi al soffocamento. Sui loro corpi ci sono segni di bruciature. A volte, sono rimasti giorni senza acqua. Per le dure violenze subite, uno di loro un giorno si è accasciato e gli altri pensavano che fosse morto. “È stato il momento più difficile”, hanno raccontato.
Uno dei tre sopravvissuti, che è voluto rimanere anonimo, ha rivelato di essere stato anche lui tenuto legato per 15 mesi. "Ero ammanettato in un tunnel buio. Non potevo camminare o stare in piedi, e solo prima del mio rilascio i miei rapitori hanno rimosso le catene, costringendomi a imparare di nuovo a camminare", ha raccontato alla sua famiglia, che ha condiviso il suo racconto con Channel 12.
I sequestratori illudevano gli ostaggi con la possibilità del rilascio, solo per negarlo subito dopo, una forma di pressione psicologica come costringerli a scegliere chi avrebbe mangiato e chi no. Scalzi, senza potersi lavare: veniva concessa loro una doccia solo ogni paio di mesi. Levy ha raccontato anche che i tunnel erano così stretti e bassi che non potevano stare in piedi né camminare. Solo prima di essere liberati, dice Channel 13, hanno cominciato a ricevere più cibo: Hamas voleva rimetterli in piedi per poterli scambiare.
Il rilascio di sabato scorso ha cambiato la dinamica della tregua. In Israele, la pressione nella società civile è aumentata: non c'è più tempo per salvarli. Allo stesso tempo, si moltiplicano le indiscrezioni sulla presunta volontà del premier di boicottare la fase due dell'accordo che prevede il ritiro dell'Idf dalla Striscia. La delegazione inviata a Doha con un mandato solo tecnico è già di ritorno in Israele. La madre di Alon, Idit, ha lanciato un appello a Netanyahu: “Chiedo al primo ministro e al governo, ora, di fare di tutto per riportare a casa Alon e tutti gli altri” 76 ostaggi ancora a Gaza.

(la Repubblica, 10 febbraio 2025)

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La fame come arma di Hamas. Il fratello dell'ex ostaggio: "È un'idea di Sinwar" - Shalom

di Michelle Zarfati

Tal Levy, fratello di Or Levy, ex ostaggio di Hamas, ha descritto le dure condizioni e la fame che suo fratello ha dovuto subire durante i suoi 491 giorni di prigionia. “Affamare gli ostaggi era una politica intenzionale, un’idea di Yahya Sinwar “, ha detto. Secondo la testimonianza rilasciata ai media locali da Tal, il fratello non sarebbe sopravvissuto a lungo se fosse rimasto prigioniero per altre due o tre settimane. Anche l’altro fratello di Or, Michael, ha rilasciato una dichiarazione allo Sheba Medical Center: “Ieri, dopo 491 giorni di inferno, Or è tornato da noi – ha detto Michael – Era imprigionato nei tunnel di Hamas, tagliato fuori dal mondo, dalla sua vita, dalla sua famiglia. Per 491 giorni, ogni minuto è stata una battaglia per lui: fisica, mentale, emotiva”.
  Or è stato rapito il 7 ottobre del 2023 dal “rifugio della morte” dove era fuggito con la moglie Einav e molti altri durante l’attacco di Hamas al Nova Festival. La moglie è stata uccisa in quel rifugio, insieme ad altre 15 vittime. Ieri, Or è finalmente tornato a casa e si è riunito al figlio di 3 anni, Almog, ma ha anche ricevuto la devastante notizia della morte della moglie. “È stato tenuto in un tunnel senza saper nulla della moglie”, ha detto ieri sua madre, Geula.
  Michael ha continuato descrivendo lo stato fisico di Or: “Dopo un anno e quattro mesi, ho rivisto mio fratello. L’ho abbracciato, ma non era più lo stesso Or che aveva lasciato casa il 7 ottobre 2023. Or è tornato in deboli condizioni. Per 16 mesi è stato scalzo, affamato e nella costante paura che ogni giorno sarebbe stato l’ultimo” ha raccontato Michael. La sua più grande paura è stata confermata quando è stato liberato. Per 491 giorni ha aspettato per avere notizie di sua moglie, Einav. Tuttavia, ha saputo, solo quando è stato liberato, che era stata assassinata da Hamas. Ieri, ha finalmente incontrato Almog suo figlio, che gli ha chiesto: ‘Perché ci hai messo così tanto a tornare?’. Per 491 giorni, mio fratello e altri ostaggi hanno vissuto l’inferno lì, ma niente e nessuno li aveva preparati a ciò che avrebbero ritrovato qui, in Israele”.
  Michael ha sottolineato l’urgenza di continuare la lotta per riportare a casa altri ostaggi. “Ogni momento e ogni secondo lì è critico. La nostra lotta non è finita qui. Il ritorno di Or è un miracolo, ma tutto il popolo d’Israele merita questo tipo di miracoli. Mio fratello è qui, ma ci sono altri fratelli e sorelle nell’inferno di Gaza. Non dobbiamo dimenticarli o smettere di combattere”. Tal Levy ha condiviso anche con Keshet News notizie circa la graduale ripresa di Or. “Or si sta riprendendo lentamente – ha detto – Ieri è stata una giornata un po’ dura e confusa per lui, non ha dormito molto. Si è seduto con mia madre e mio fratello e ha condiviso le esperienze della prigionia. Si è addormentato solo alle 7 del mattino”. Tal ha spiegato come “le storie che racconta siano incredibilmente difficili da ascoltare. Non riesco nemmeno a descriverle. Se potessi condividere tutto quello che ci ha raccontato e se il pubblico sapesse cosa hanno passato e le scarse possibilità che avevano di sopravvivere in quelle condizioni. L’uomo che ho visto ieri non sarebbe sopravvissuto altre due o tre settimane, o un mese di prigionia”.
  Tal ha anche confermato che Or era a conoscenza della politica intenzionale di affamare gli ostaggi imposta da Yahya Sinwar. Secondo quanto condiviso, Sinwar ordinava di far morire di fame gli ostaggi uomini. Tal ha aggiunto che Or aveva inizialmente rifiutato di essere liberato e aveva suggerito che un altro ostaggio venisse rilasciato al suo posto. “Si sentiva molto in colpa per essere stato liberato mentre altri erano ancora prigionieri. Gli abbiamo detto che quanto importante fosse la sua presenza ora per Almog, suo figlio che aveva perso anche la mamma”.
  Tal ha anche descritto l’incontro emozionante tra Or e Almog. “Almog lo ha riconosciuto immediatamente. La paura di tutti era che il figlio non lo riconoscesse. Ma per mio fratello l’idea di riabbracciare suo figlio è stata l’unica cosa che l’ha fatto sopravvivere all’inferno della prigionia. Il ricongiungimento è stato incredibile, è stato come se non si fossero mai separati”. Appena tornato a casa, Or ha messo a letto Almog per la prima volta dopo tanto tempo. “Era il sogno che mio fratello faceva ogni notte durante la prigionia. Sognava di mettere a letto suo figlio Almog e ora finalmente l’ha fatto” ha concluso Tal Levy.

(Shalom, 10 febbraio 2025)
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A commento riportiamo di seguito un articolo pubblicato su questo sito cinque mesi fa.


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L’IDF mostra il tunnel “degli orrori” dove erano tenuti prigionieri i sei ostaggi assassinati di recente da Hamas

Martedì 10 settembre le Forze di Difesa israeliane hanno diffuso un filmato che mostra l’interno di un tunnel nel sud della Striscia di Gaza dove sei ostaggi israeliani sono stati uccisi da terroristi di Hamas alla fine del mese scorso e i loro corpi sono stati trovati e recuperati dalle truppe israeliane due giorni dopo.
  Il video mostra il portavoce dell’IDF, il contrammiraglio Daniel Hagari, mentre visita il claustrofobico passaggio sotterraneo nel quartiere Tel Sultan di Rafah. Il tunnel è stato visto disseminato di bottiglie di urina, vestiti da donna e grandi macchie di sangue sul terreno, dove sono stati uccisi gli ostaggi.
  Gli ostaggi Hersh Goldberg-Polin, Eden Yerushalmi, Ori Danino, Alex Lobanov, Carmel Gat e Almog Sarusi sono stati giustiziati nel tunnel dai loro rapitori il 29 agosto, prima di essere scoperti dalle truppe il 31 agosto.
  Oltre al filmato, l’IDF ha rilasciato nuovi dettagli sul tunnel e sull’operazione di ritrovamento dei corpi dei sei israeliani uccisi, tra cui il fatto che erano tenuti a soli 700 metri di distanza da dove un altro ostaggio era stato salvato vivo giorni prima.
  Il tunnel in cui sono stati ritrovati i corpi è uno stretto passaggio di 120 metri – non abbastanza alto da poterci stare in piedi senza piegarsi – che collegava parti di una vasta rete sotterranea nel quartiere di Tel Sultan, che secondo l’IDF apparteneva alla Brigata Rafah di Hamas. La rete di tunnel era uno dei più grandi complessi sotterranei trovati dall’esercito a Gaza fino ad oggi, hanno detto le fonti militari.
  All’interno del tunnel, situato a circa 20 metri di profondità, l’IDF ha trovato cibo e attrezzature che, secondo l’IDF, sono state utilizzate dai terroristi di Hamas e dagli ostaggi israeliani per sopravvivere sottoterra per lunghi periodi. Secondo fonti dell’IDF, le scorte erano sufficienti per sopravvivere nel tunnel per almeno diverse settimane.
  Tra gli oggetti trovati nel tunnel c’erano cibo secco, acqua, un secchio usato come gabinetto di fortuna, numerose bottiglie di urina, materassi e caricatori di fucili d’assalto.
  Il video è stato mostrato alle famiglie e ai membri del gabinetto israeliano.
  Il video pubblicato questa sera dall’IDF dimostra le condizioni inimmaginabili e disumane in cui sono stati tenuti per mesi i 6 ostaggi Alex, Hersh, Eden, Ori, Carmel e Almog. Le macchie di sangue secco non lasciano dubbi sulla crudeltà dei loro ultimi momenti – si legge in una nota del Forum delle Famiglie degli ostaggi -.  Il filmato di stasera dal “tunnel degli orrori” è scioccante. Rivela le orribili condizioni sopportate da Carmel Gat, Hersh Goldberg-Polin, Alex Lobanov, Almog Sarusi, Ori Danino e Eden Yerushalmi – per 11 mesi. Sono stati confinati in stretti tunnel alti 1,5 metri, in profondità, privati dell’aria e delle condizioni sanitarie e sottoposti a continui abusi mentali e fisici prima della loro brutale esecuzione. Carmel, Hersh, Alex, Almog, Ori ed Eden hanno sofferto fino all’ultimo respiro. Hanno implorato di essere rilasciati, hanno supplicato per la loro vita. Hanno lottato per la loro vita fino alla morte.”
  A gaza ci sono 101 ostaggi ancora detenuti (almeno 30 dei quali già dichiarati morti dall’IDF), che stanno sopportando sofferenze inimmaginabili.

(Bet Magazine Mosaico, 11 settembre 2024)
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Il pogrom del 7 ottobre non è, come la Shoah, un evento del passato: è un fatto del presente, è “in corso d’opera”. Non ci viene riportato con testimonianze orali, documenti o libri, ma trasmesso quasi in diretta con i più moderni strumenti video. E noi assistiamo al pogrom in corso con valutazioni e giudizi diversi sul contenuto dello spettacolo, senza accorgerci che siamo diventati noi stessi parte in causa del pogrom, partecipi diretti di un orrendo super-spettacolo di cui forse un giorno saremo chiamati a rispondere. M.C.
A questo commento dell’11 settembre 2024 aggiungiamo oggi che lo spettacolo del pogrom “in corso d’opera” adesso non è più offerto soltanto con “testimonianze orali, documenti o libri”, ma proprio “in diretta”, con la presentazione al pubblico di ciò che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti, con l’esposizione delle vittime in carne ed ossa, con la possibilità di toccare con mano il risultato delle lacerazioni fisiche e morali subite dai loro carnefici, con l’informazione ricevuta dagli stessi carnefici che loro intendono mantenere le vittime a loro totale disposizione fino a che lo riterranno opportuno. La restituzione di alcune di queste vittime in condizioni volutamente spaventose dà nuova forza e determinazione alla volontà dei carnefici di continuare ad andare avanti come hanno fatto fino ad ora. Va detto che se lo spettacolo del pogrom in corso d’opera adesso è live, gli ebrei di Israele oggi sono in pari tempo vittime e primi spettatori del pogrom dal vivo. Che faresti tu se fossi al loro posto? Qualcuno potrebbe chiedere. Domanda mal posta che non merita risposta. Le domande col “se” provocano risposte col “se” (se io fossi al loro posto…) quindi non hanno alcun valore. Ciascuno osserva, esamina e parla dal posto in cui si trova. E se ne assume la responsabilità. M.C.

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Hamas mantiene la parola, Israele no!

Il ritiro delle truppe israeliane dal corridoio di Netzarim rafforza Hamas e indebolisce Israele

di Aviel Schneider

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Terroristi di Hamas consegnano ostaggi israeliani alla Croce Rossa l'8 febbraio 2025
a Deir al-Balah, come parte dell'accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas      

GERUSALEMME - Tutti noi vediamo le immagini e i filmati di terroristi di Hamas in marcia e ben nutriti ogni volta che vengono rilasciati ostaggi israeliani nell'ambito dell'accordo sugli ostaggi e del cessate il fuoco. Un circo psicologico imposto a tutti noi - ne abbiamo scritto spesso. L'ultima volta è stato particolarmente sarcastico e cattivo quando si è visto il contrasto tra gli ostaggi israeliani affamati e i terroristi palestinesi sazi e quasi grassi. Molti lettori mi hanno scritto personalmente per dire che questo è impossibile e che Israele non deve giocare a questo gioco. È vero, e sarebbe bello, ma spesso non c'è altro modo. La situazione è complessa. Ciò che stabilizza Hamas ancor più del circo settimanale è il ritiro delle truppe israeliane dal corridoio di Netzarim, al centro della Striscia. Questo dimostra che Hamas sta mantenendo la parola data - e Israele no!
Per oltre un anno, l'intera comunità internazionale ha ballato al ritmo della propaganda sulla presunta carestia nella Striscia di Gaza. Ma le immagini non mentono: i terroristi di Hamas e gli abitanti di Gaza sembrano ben nutriti. I mercati di Gaza sono pieni di bancarelle di verdure colorate - tutto questo è visibile sui social network e sui canali Telegram. Gli ostaggi israeliani, invece, sembrano dei sopravvissuti all'Olocausto che hanno chiaramente sofferto di malnutrizione. L'Occidente viene continuamente preso per il naso dai palestinesi - e purtroppo anche da Israele. A causa delle pressioni internazionali, Israele ha dovuto più volte consentire l'afflusso di aiuti e cibo nella Striscia di Gaza - un grossolano errore tattico. Hamas ha prima rifornito se stesso e poi ha venduto il resto alla popolazione palestinese a prezzi esorbitanti.

Il corridoio di Netzarim
A mio avviso, lo spettacolo mediatico settimanale è rivolto principalmente alla popolazione palestinese della Striscia di Gaza. È il modo in cui Hamas segnala alla popolazione che l'organizzazione, il regime, non è stato sconfitto. Ogni volta che vedono terroristi mascherati e armati fino ai denti, con uniformi stirate. In questo modo, Hamas vuole instillare la paura nella sua stessa popolazione e dimostrare che è ancora al potere. Siamo onesti: i terroristi di Hamas non sono realmente preoccupati per il loro popolo. Lo vediamo in molti casi - ne abbiamo scritto più volte. Ieri questo è apparso ancora una volta chiaro: il blocco dell'autostrada nella Striscia di Gaza dopo il ritiro delle truppe israeliane dal corridoio di Netzarim. Perché non ci sono terroristi di Hamas a mantenere l'ordine sulla strada? Perché non ci sono telecamere. Hamas non si preoccupa del benessere della propria popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. Hamas è un male su questa terra che deve essere distrutto - prima di tutto per il bene del suo stesso popolo.
Ma ciò che simbolicamente rende Hamas ancora più forte nel quadro dell'accordo sugli ostaggi e del cessate il fuoco non è solo il teatro mediatico settimanale, ma soprattutto il ritiro completo delle truppe israeliane dal corridoio di Netzarim, strategicamente importante, che separa il nord e il sud della Striscia di Gaza. Hamas la sta pubblicizzando come una vittoria. Ancora una volta, i soldati israeliani hanno dovuto ritirarsi - e ogni ritiro israeliano rafforza la reputazione di Hamas tra la popolazione palestinese.
Perché la divisione della Striscia di Gaza in due metà era così importante per Israele? Il controllo del corridoio consente all'IDF di controllare meglio la Striscia di Gaza a sud e a nord dal punto di vista tattico. Questo limita la libertà di movimento di Hamas e rende più difficile il trasferimento di forze, rifornimenti e armi. Inoltre, il controllo del corridoio isola la città di Gaza - il più importante centro di potere di Hamas nel nord - dal centro e dal sud della Striscia. Israele perde tutto questo ritirandosi dal corridoio di Netzarim. Un errore strategico.
Questa è la conclusione dei numerosi post che vediamo sui social media dalla Striscia di Gaza. Con il recente ritiro delle truppe israeliane dal corridoio di Netzarim, la popolazione ha ricevuto un incoraggiamento significativo. Può sembrare banale, ma la questione cruciale rimane il controllo della terra e del territorio - e la questione di chi governa la terra. Il fatto che a Gaza siano morte 50.000, 80.000 o 150.000 persone è meno importante nella loro memoria collettiva. Alla fine, conta solo una domanda: chi controlla il terreno, la terra, il territorio? Se Israele si ritira da un'area in cui, da un anno a questa parte, ha dichiarato 24 ore su 24 che vi rimarrà, per Hamas si tratta di un notevole successo. Quante volte il governo di destra israeliano ha sottolineato nelle riunioni di gabinetto e di governo - o Benjamin Netanyahu nei suoi brillanti discorsi alla nazione - che Israele non si ritirerà mai più dal corridoio di Netzarim e dal corridoio di confine meridionale di Philadelphi? Innumerevoli volte! Questo dimostra ai palestinesi che Israele non mantiene le sue promesse e stabilizza l'immagine malconcia di Hamas.
Il recente ritiro delle truppe dà nuove speranze alla popolazione di Gaza e - come detto - rafforza la posizione di Hamas, soprattutto in considerazione della tempistica attuale: poco dopo la fantastica idea di Trump e i suoi piani per la Striscia di Gaza. L'inferno sarà trasformato in paradiso, ma prima i palestinesi devono essere reinsediati dalla Striscia di Gaza. Dal loro punto di vista, Trump sta annunciando grandi progetti, proprio come una volta aveva annunciato il suo “affare del secolo” in Israele - e alla fine ha fallito. Hamas ritiene quindi che alla fine riuscirà a riconquistare la terra nella Striscia di Gaza. Hamas lo ha sottolineato più volte e, allo stato attuale, sta ottenendo da Israele tutto ciò che aveva richiesto. Hamas sta mantenendo la parola data e questo lo rafforza. L'unico antidoto sarebbe una nuova riconquista israeliana di queste aree, dove Hamas vuole stabilizzarsi di nuovo.
Israel Katz, il ministro della Difesa israeliano, ha recentemente dichiarato che il sangue di qualsiasi palestinese che si avvicini alla barriera di confine ricadrà sulla sua testa. E allora? C'è dell'altro, ovvero i sentimenti della popolazione della Striscia di Gaza. Attualmente hanno la sensazione che Hamas si stia muovendo passo dopo passo verso uno scenario e una promessa che determineranno anche la prossima fase dei negoziati. L'assunto di base di Hamas è che ogni territorio che ritorna nel nord della Striscia di Gaza non può più essere riconquistato da Israele. Hamas è convinto che non ci saranno nuovi scontri nella situazione attuale.
Hamas sta attualmente affrontando due sfide importanti:

  1. Il piano di Trump per una Riviera americana a Gaza - Sta cercando di conquistare i leader arabi al suo piano e di mobilitare il sostegno internazionale.
  2. La creazione di fatti irreversibili sul terreno - Hamas vuole dimostrare: “È troppo tardi - qui non succederà nulla senza di noi”.

Questa è la vera battaglia. Dobbiamo presumere che Hamas trascinerà i negoziati, aumenterà il prezzo e perseguirà tattiche dilatorie, in modo che Israele alla fine ceda sempre di più e Hamas ottenga il successo. Questo consoliderà ulteriormente Hamas nella Striscia di Gaza. Le ultime immagini sono dolorose: annullano tutti i successi militari di Israele. Mentre 1.000 prigionieri palestinesi sono già stati rilasciati, i palestinesi si trovano di nuovo dall'altra parte della barriera di confine. È incredibile. Hamas sta mantenendo la parola data, Israele no. Israele ha bisogno di saggezza creativa e spirituale per destreggiarsi tra la distruzione di Hamas e il salvataggio degli ostaggi israeliani rimasti. Come ciò sia possibile non lo so, ma lo sa Dio. I ministri religiosi del governo lo capiscono - e io sono d'accordo.

(Israel Heute, 10 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il piano di Trump per la Striscia di Gaza continua ad essere rifiutato

WASHINGTON - Il piano del presidente americano Donald Trump per la Striscia di Gaza continua ad essere respinto. Durante il dibattito televisivo contro lo sfidante della CDU Friedrich Merz, domenica sera, il cancelliere tedesco Olaf Scholz (SPD) ha definito la proposta uno “scandalo”. “Il reinsediamento di persone è inaccettabile e contrario al diritto internazionale”.
  Merz si è detto d'accordo con Scholz. I due politici hanno quindi condiviso l'opinione della maggior parte dei capi di Stato. Solo domenica il presidente turco Reccep Tayyip Erdogan (AKP) ha criticato il progetto. Era certo che la proposta fosse nata “sotto la pressione della lobby israeliana”. Ha poi aggiunto: “Nessuno ha il potere di rimuovere la popolazione di Gaza dalla sua patria eterna, che esiste da migliaia di anni”.

“Cambiamento di proporzioni bibliche”
  Nel frattempo, il futuro ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha sottolineato che la Striscia di Gaza non dovrà mai più rappresentare una minaccia per Israele. In un'intervista rilasciata domenica al canale americano “Fox News”, ha chiesto che Hamas venga esautorato. Riguardo al piano per Gaza, ha affermato che Trump è caratterizzato da un “pensiero coraggioso e innovativo”. La Striscia di Gaza subirà cambiamenti di “proporzioni bibliche”.
  Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) è rimasto ancora una volta colpito dal piano. Domenica ha dichiarato che è “molto meglio per Israele” rispetto al ritorno dell'Autorità Palestinese, ad esempio. “Qui c'è un'opportunità di possibilità che non sognavamo nemmeno fino a pochi mesi fa”.
  Martedì scorso, Trump ha sorpreso gran parte della politica mondiale con la sua proposta: la Striscia di Gaza dovrebbe passare nelle mani degli Stati Uniti a lungo termine per poterla ricostruire. Ai palestinesi che vi risiedono deve essere data la possibilità di trasferirsi in Egitto o in Giordania attraverso un modello di incentivi. In futuro, persone provenienti da tutto il mondo dovranno vivere e lavorare nella Striscia di Gaza ricostruita.

Previsto un incontro di crisi
  Domenica Trump ha ribadito la sua intenzione: “Siamo determinati a possedere la Striscia di Gaza e ad assicurarci che Hamas non torni”. Anche altri Paesi potrebbero quindi partecipare alla ricostruzione sotto la supervisione degli Stati Uniti.
  Trump ha poi affermato di voler garantire che i palestinesi possano vivere in pace e armonia. Ha ribadito la sua teoria secondo cui essi rimangono nella Striscia di Gaza solo perché non ci sono alternative per loro. Ha invitato i Paesi della regione a contribuire alla creazione di un'alternativa.
  Tuttavia, gli Stati arabi hanno finora reagito negativamente. Domenica l'Egitto ha anche annunciato una riunione di crisi della Lega Araba il 27 febbraio per discutere il “nuovo e pericoloso piano”. 

(Israelnetz, 10 febbraio 2025)
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Il piano di Trump assomiglia sempre di più alla caramella che il nuovo Presidente americano ha offerto a Netanyahu per fargli ingoiare il rospo di un accordo tra Israele e Hamas, e quindi l’interruzione della guerra. Dopo di che la guerra non ripartirà più, almeno nella stessa forma. Sarà per Israele una guerra che segue una sconfitta. Del resto Trump l’aveva detto più volte, che lui vuol far finire le guerre. Tutte. Sia Ucraina-Russia, sia Israele-Gaza. E qui si raccoglie l’ultimo bel risultato di aver equiparato queste due guerre, come hanno fatto anche molti amici di Israele. M.C.

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Il difficile ritorno a casa di Or, Eli e Ohad

di Luca Spizzichino

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Dopo 491 giorni di prigionia, Or Levy, Eli Sharabi e Ohad Ben Ami sono finalmente tornati a casa. Il loro rilascio è avvenuto a Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, dove sono stati consegnati al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Tuttavia, le immagini trasmesse hanno mostrato i tre uomini in condizioni fisiche precarie, visibilmente indeboliti e costretti a parlare in pubblico mentre venivano sorretti da membri armati di Hamas prima della consegna alla Croce Rossa.
  Un primo esame medico presso il Tel Aviv Sourasky Medical Center e lo Sheba Medical Center ha confermato la gravità delle loro condizioni, evidenziando segni di malnutrizione e una perdita di circa il 30% del peso corporeo.
  La tragedia personale di Eli Sharabi ha assunto contorni ancora più strazianti. Rapito il 7 ottobre 2023 durante il massacro di Hamas nel sud di Israele, ignorava la sorte della sua famiglia fino al momento del rilascio. Secondo Channel 12, appena liberato, aveva espresso il desiderio di riabbracciare la moglie Leanne e le figlie Noya (16 anni) e Yahel (13 anni), ignaro che fossero state brutalmente assassinate nel Kibbutz Be’eri. Hamas, inoltre, lo ha costretto a parlare in pubblico rivelandogli in quel momento la morte del fratello Yossi, ucciso in prigionia, il cui corpo è ancora trattenuto a Gaza. “Eli torna da una realtà impossibile in cattività a una realtà altrettanto difficile in Israele”, ha dichiarato il Kibbutz Be’eri. “Una realtà in cui le persone a lui più care non sono più vive. Lo accoglieremo con affetto e gli daremo tutto il supporto possibile”.
  Le figlie di Ohad Ben Ami – Yulie, Ella e Natalie – lo hanno finalmente potuto vedere dopo il rilascio, all’ospedale Ichilov. “Nostro padre è uscito dall’orrore e il trauma è scritto sul suo volto”, hanno dichiarato. “Ma noi siamo forti per lui, proprio come lui lo è per noi. Presto potremo finalmente abbracciarlo. Abbiamo riavuto nostro padre. Ora dobbiamo riportare indietro ogni ostaggio rimasto”.
  Le condizioni in cui sono stati rilasciati hanno suscitato indignazione nella politica israeliana. Il presidente Isaac Herzog ha definito la grave denutrizione degli ostaggi “un crimine contro l’umanità”. L’ufficio del Primo Ministro ha accolto con soddisfazione il ritorno dei tre uomini, ribadendo l’impegno a riportare a casa tutti gli ostaggi ancora in mano a Hamas. “Le loro famiglie sono state informate che sono al sicuro con le nostre forze”, ha dichiarato il governo, promettendo “azioni adeguate” per rispondere alle atrocità subite.
  Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha inviato un messaggio forte alla comunità internazionale, evidenziando la drammatica differenza tra lo stato di salute degli ostaggi e quello dei civili gazawi: “Per oltre un anno, il mondo ha dato credito alla propaganda sulla ‘carestia’ a Gaza. Ma le immagini non mentono: i terroristi di Hamas e i civili gazawi appaiono in buona salute. Gli ostaggi israeliani, invece, sembrano sopravvissuti alla Shoah, gli unici nelle foto a mostrare segni evidenti di denutrizione. Hamas ha commesso crimini contro l’umanità su civili rapiti. L’orrore nazista di Hamas deve essere sradicato”.

(Shalom, 8 febbraio 2025)


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Rilascio degli ostaggi tra dure polemiche: emaciati e denutriti, sono l’ombra di loro stessi

di Anna Balestrieri

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Tre ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre 2023 sono stati rilasciati sabato da Hamas dopo 16 mesi di prigionia. Eli Sharabi, 52 anni, Or Levy, 34, e Ohad Ben Ami, 56, sono apparsi estremamente magri e debilitati mentre venivano consegnati alla Croce Rossa nella città di Deir al-Balah, a Gaza.

Chi sono gli ostaggi liberati?

  • Eli Sharabi, 52 anni, è stato rapito da Kibbutz Be’eri il 7 ottobre. Sua moglie e le due figlie sono state uccise durante l’attacco di Hamas, e anche suo fratello Yossi è stato sequestrato e successivamente ucciso. La sua famiglia ha descritto il suo ritorno come un sogno sia personale che nazionale.
  • Ohad Ben Ami, 56 anni, contabile e padre di tre figlie, è stato rapito dallo stesso kibbutz. La moglie, Raz, è stata liberata nel primo scambio di novembre 2023. Da ottobre non vi era alcuna prova di vita di Ohad, e la sua famiglia ha vissuto mesi di angoscia e incertezza.
  • Or Levy, 34 anni, è stato sequestrato al Nova Festival mentre tentava di fuggire con la moglie Einav, uccisa nell’attacco. La coppia ha un figlio piccolo, Almog, che da allora viene cresciuto dalla famiglia. I parenti hanno raccontato le difficoltà di spiegare al bambino l’assenza del padre.
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Un ritorno segnato dal dolore
   Israele ha celebrato il ritorno di tre ostaggi detenuti da Hamas: Eli Sharabi, Ohad Ben Ami e Or Levy. La loro liberazione è avvenuta sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri dopo 16 mesi di prigionia.
Magri e provati, Sharabi e Levy sono tornati in un incubo familiare: Sharabi ha scoperto solo al suo arrivo in Israele che la moglie e le due figlie adolescenti (foto in basso) erano state assassinate il 7 ottobre. Anche la moglie di Levy è stata uccisa durante l’attacco di Hamas. Le loro famiglie, con l’aiuto di professionisti, hanno dovuto affrontare il difficile compito di comunicare loro queste tragiche notizie.
Michal Cohen, madre di Ben Ami, ha dichiarato: “Mio figlio sembra un uomo distrutto. Ha 57 anni, ma ne dimostra dieci di più. È uno scheletro.”
Il fratello di Levy ha aggiunto: “È molto, molto magro. È difficile vederlo così, ma almeno è tornato e potrà riprendersi con il tempo.”

La reazione politica e le critiche a Netanyahu
  Un comunicato dell’ufficio del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha definito “inaccettabili” le condizioni in cui i tre ostaggi sono stati rilasciati, promettendo azioni in risposta. “Le immagini scioccanti che abbiamo visto oggi non passeranno senza conseguenze”, si legge nel comunicato. “Israele è impegnato a riportare tutti gli ostaggi a casa.”

Le reazioni dei familiari degli ostaggi
  Tuttavia, la gestione della situazione da parte di Netanyahu ha suscitato dure critiche. Yehuda Cohen, il padre di un ostaggio ancora detenuto, ha condannato il fatto che il premier sia rimasto a Washington nel fine settimana invece di concentrarsi sulla liberazione degli ostaggi: “Mentre cittadini israeliani vengono rilasciati dalla prigionia di Hamas in condizioni simili a quelle dei sopravvissuti dell’Olocausto, Netanyahu si trova in una suite di lusso a Washington, a spese dei contribuenti israeliani.”
Anche Einav Zangauker, madre di un ostaggio ancora a Gaza, ha espresso rabbia: “Non penso che ci sia una goccia di sangue nel mio corpo che non stia ribollendo di rabbia. Il mio ragazzo sta vivendo un Olocausto. Oggi i sopravvissuti sembravano usciti dai campi di concentramento. Il primo ministro deve porre fine alla guerra e riportare tutti gli ostaggi, oggi.”
Il Forum delle Famiglie degli Ostaggi e dei Dispersi ha accolto con favore la notizia, sottolineando che la lotta continuerà fino al ritorno di ogni ostaggio, vivo o deceduto, per garantire la riabilitazione dei sopravvissuti e la degna sepoltura dei caduti. Le famiglie degli ostaggi chiedono un’accelerazione della trattativa per la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi. Tuttavia, Netanyahu ha ritardato l’invio di una squadra negoziale, apparentemente violando i termini dell’accordo, suscitando ulteriore preoccupazione tra i parenti degli ostaggi ancora prigionieri.

Il contesto del rilascio
  Questa liberazione rientra nella prima fase del cessate il fuoco iniziato il 19 gennaio, che dovrebbe durare 42 giorni. Secondo l’accordo, Hamas ha il potere di decidere l’ordine dei rilasci, ma è tenuto a liberare prima gli ostaggi vivi.

(Bet Magazine Mosaico, 9 febbraio 2025)

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Che cosa ci insegna il nuovo terribile riscatto dei rapiti

di Ugo Volli

La scena della liberazione dei rapiti
   Tre uomini. Smunti, pallidi, magrissimi, con gli occhi vuoti. Fanno fatica a camminare, gli hanno messo addosso una grottesca maglietta cachi e pantaloni fuori misura. Li costringono a prendere in mano il solito assurdo diploma e li obbligano anche a dire quattro parole di “ringraziamento” ai loro torturatori. Se si sbagliano a recitarlo li correggono. Intorno si aggirano dei personaggi in tuta mimetica con una fotocamera in mano, non si capisce se di Al Jazeera o di Hamas (probabilmente di entrambe) che intrecciano un balletto di passettini avanti e indietro ai prigionieri, una recita per passare per professionisti delle riprese. Come se fosse il red carpet di un festival. Sullo sfondo altre decine di giovani anch’essi col volto coperto di passamontagna nero alla Fantomas e in tutta mimetica nuova e ben stirata, armati di mitra. Sono spuntati fuori di nuovo i pick-up bianchi, quelli del 7 ottobre (ma dove li tenevano? Nascondere uniformi non è difficile, perfino le armi e le telecamere possono stare in qualche ripostiglio. Ma le macchine?). Del pubblico si vede qualche bambino vestito a festa, una donna che prende da un cestino dei fiori o dei confetti e li butta addosso agli sgherri. Il solito palco con striscione scritto in arabo, inglese ed ebraico che dice cose senza senso (“siamo all’indomani del futuro”). Sul palco arrivano obbedienti e ossequienti i delegati della Croce Rossa, che in un anno e mezzo non hanno avuto il tempo di visitare i rapiti, ma ora firmano i documenti di consegna, come se fosse una spedizione di Amazon. I rapiti questa volta non hanno la vitalità resistente delle ragazze rilasciate la settimana scorsa, stanno in piedi a stento. Non sanno ancora che a uno di loro, Or Levy hanno ucciso la moglie; all’altro, Eli Sharabi, tutta la famiglia (moglie, fratello e due figlie); al terzo, Ohad Ben Ami, hanno “solo” rapito la moglie ma l’hanno rilasciata in uno scambio dell’anno scorso.

Nuda violenza
   A guardare questa scena non si è colpiti dalla grottesca coreografia militare, come nei rilasci precedenti dei rapiti, ma dalla nuda violenza, dalla ferocia sistematica, dalla distruzione dell’umanità. Siamo rimandati subito alle immagini del 7 ottobre e ancora più in là, a quelle della Shoah. Tutto il popolo ebraico soffre con questi uomini distrutti, si ritrova nel loro destino. Non ci può essere gioia nella liberazione, quando il dolore è tanto, solo immensa angoscia per loro e per gli altri rapiti, che siano sopravvissuti o siano stati assassinati e ne restino solo le salme, trattenute anch’esse da terroristi privi di ogni traccia di umanità. Quel che resta nel cuore è pietà per loro e ira per i loro aguzzini e per chi li ha fiancheggiati.

Dov’era la fame e il genocidio?
   Di fronte a queste immagini e a quelle correlative di gioia e festa per gli assassini che Israele ha dovuto rilasciare per liberarli, si squarcia la tela di menzogne propagandistiche che ha avvolto questa vicenda. A Gaza c’era sì la fame, c’era sì la violenza, c’era sì la volontà genocida di distruggere e di umiliare un popolo – ma era quella subita da queste persone rapite a casa loro, per strada o a una festa musicale. C’è stata all’inizio la violenza atroce dello stupro, della strage, dell’incendio, della distruzione di pacifici villaggi la cui colpa era solo di essere abitati da ebrei. Una violenza che si è poi prolungata per 411 giorni: la tortura quotidiana di persone trattenute senza ragione e senza diritto, ridotte alla fame, all’oscurità, alla schiavitù – sempre per la sola colpa di essere ebrei.

La complicità
   Non conosciamo ancora i dettagli delle sevizie subite da questi tre uomini, ma abbiamo sentito abbastanza di quelle dei rapiti riscattati in precedenza. Non vale la pena di ripeterle qui. Bisogna dire invece che queste violenze, questi crimini contro l’umanità sono stati resi possibili anche da complicità che si vogliono nascondere. Innanzitutto quella dei “civili innocenti”, che tutti dicono di voler difendere. Li abbiamo visti, questi civili, il 7 ottobre: invadere anche loro, rapinare anche loro, violentare, uccidere, picchiare i cadaveri delle vittime, esaltare la “vittoria delle resistenza” in cortei. Non se n’è presentato nessuno quando Israele ha offerto libertà e soldi a chi avesse dato informazioni sui rapiti, che almeno in parte erano detenuti in case private e installazioni dell’Onu. Li abbiamo visti di nuovo far festa e tentare linciaggi al momento del riscatto dei rapiti. Probabilmente questo non è vero di tutti, qualcuno davvero innocente della violenza terrorista ci sarà; ma è chiaro che mentre nella Germania nazista c’era una resistenza, c’erano emigrati, c’erano personalità che aiutarono i deportati o scelsero di testimoniare fino alla morte, questa opposizione a Gaza non esiste. La seconda complicità da denunciare in questo momento è quella del sistema internazionale, dell’Onu, dell’UNRWA, delle corti internazionali, della Croce Rossa, che hanno fatto molto per rendere possibile questo scempio. La terza è quella dei politici, dei giornalisti, degli intellettuali che hanno in sostanza giustificato Hamas amplificando la sua propaganda, ripetendo con compunzione le sue menzogne.

Non basta liberare i rapiti
   Di tutto questo bisogna ricordarsi pensando ai rapiti, alla parte di loro che è stata liberata e a quelli che ancora si trovano nella sofferenza della schiavitù. Il quadro che ha reso possibile l’assalto multifronte a Israele oggi è profondamente trasformato. Israele deve cercare di liberare i propri rapiti. Ma deve anche fare tutto quel che è possibile per non subire altri rapimenti, altre aggressioni, altri lutti, altre aggressioni. Per questo è necessario continuare la guerra fino alla distruzione totale dei movimenti terroristici e di chi li comanda (il regime iraniano).

(Shalom, 9 febbraio 2025)

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È tutto sbagliato e Israele rischia di perdere il vantaggio acquisito

Da Gaza all'Iran passando per la Siria, Israele rischia seriamente di perdere il vantaggio acquisito sul campo aspettando i progetti della Casa Bianca

di Franco Londei

So già per certo che con questo articolo mi farò un sacco di nemici tra gli Hooligans di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu, ma che buon amico di Israele sarei se mi astenessi dal criticare (spero) costruttivamente quello che a mio avviso è sbagliato?  Allora partiamo.  
La tregua con Hamas l’ha pretesa Trump, PRETESA, non chiesta, non consigliata. Ha preteso una tregua e la chiamerà “pace”. Quindi non crediate che tra un po’ Israele possa tornare a finire il lavoro con Hamas.  
La storia del progetto “Gaza come Montecarlo”, che prevede il trasferimento di 2,5 milioni di palestinesi, la consegna della Striscia di Gaza da Israele agli Stati Uniti e infine la costruzione di una realtà sul modello Emirati Arabi Uniti, è semplicemente inattuabile, forse addirittura demenziale. Prima di tutto perché i palestinesi da Gaza non se ne andranno se non costretti con la forza, e non credo che sia nelle corde di Israele la deportazione forzata di milioni di persone verso chissà dove, ricorderebbe troppo quanto subito dagli ebrei nel secolo scorso. Per non parlare del fatto che gli unici che si sono detti disponibili ad accogliere i profughi palestinesi sono Puntland e Somaliland. Da ridere per non piangere. Diciamolo: Trump l’ha buttata senza uno straccio di progetto (dove un progetto sarebbe indispensabile) solo per vedere cosa succedeva e perché, come detto sopra, ha preteso una tregua e la chiamerà pace. Troverà qualcuno a cui addossare la colpa quando immancabilmente tutti quelli che oggi fanno salti di gioia si accorgeranno che il piano non è attuabile. Tra parentesi, Netanyahu in una recente intervista ha criticato l’ex Ministro della difesa Gallant, ma non è che le condizioni di questa tregua siano così lontane da quello che proponeva proprio Gallant. La guerra di Gaza è molto probabilmente finita e Hamas è ancora lì. La potete mettere come volete ma questa è la verità. 
L’Iran è sparito dall’orizzonte degli obiettivi da colpire. Come mai? Trump ha promesso che sarà il Presidente che porterà pace ovunque quindi sull’Iran vuole “il massimo della pressione” affinché rinunci alla bomba atomica, ma niente raid sulle centrali atomiche. Niente azioni contro i pasdaran. Ma anche qui c’è un problema. Gli iraniani non hanno nessuna intenzione di rinunciare alla bomba, anzi, persa la deterrenza dei proxy l’arma atomica diventa indispensabile per gli Ayatollah. Gli iraniani hanno già materiale fissile altamente arricchito per due o tre bombe atomiche o, peggio come incubo, per svariate bombe sporche. Davvero Trump pensa di fermare gli iraniani con ulteriori sanzioni senza lasciare mano libera a Israele per colpire le centrali atomiche iraniane? E adesso gli hooligans di Trump diranno: «aspetta prima di giudicare, vedrai che Donald ha un piano in mente… ecc. ecc.». Come no, ha in mente un piano come per Gaza. Cioè nessun piano. Aspettiamo che gli Ayatollah si riprendano dalle sberle subite, che ripristino le difese e che, finalmente, raggiungano la bomba. E già che ci siamo diamo il tempo anche a Hezbollah di riprendersi, così possiamo ricominciare da capo tutta la tiritera di missili. Sempre perché è bello chiamare “pace” quella che dovrebbe essere una tregua.   
E della Siria ne vogliamo parlare? Donald Trump sembra intenzionato ad abbandonare di nuovo i curdi siriani. Lo fece nel 2018 e sembra intenzionato a rifarlo anche adesso. Il Presidente americano non ha mai nemmeno nominato la Siria, eppure è una vera e propria colonna portante del Medio Oriente. Non sarà che il semi-silenzio della Turchia sulla follia del “progetto Gaza” nasconda nuovi accordi tra Washington e Ankara? Non è che Israele si ritroverà i turchi al confine nord? Per non parlare di cosa succederà ai curdi siriani abbandonati a loro stessi. Lo so, sulla Turchia sono paranoico, ma cosa ci volete fare? 
Infine lasciatemi inimicare anche gli Hooligans di Elon Musk. Negli ultimi giorni ho visto sui social molti ebrei o sostenitori di Israele inneggiare a Elon Musk. Signori, l’uomo più ricco del mondo, il visionario che porterà l’uomo su Marte, è un nazista. Al 100% nazista che sostiene i nazisti. E non lo nasconde. Mi spiegate come fa un ebreo a inneggiare o a sostenere un nazista? E come fa un ebreo a non rabbrividire al pensiero che uno come Elon Musk siede alla destra del Presidente Trump dentro lo studio ovale?  

(Rights Reporter, 9 febbraio 2025)
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"La guerra di Gaza è molto probabilmente finita e Hamas è ancora lì" dice l'autore. Il che è come dire che Israele ha perso la guerra. Non è la prima volta, se per interpretare i fatti si volesse tornare alle origini, ai tempi biblici. Ma questo i governanti israeliani di oggi, fieri del loro laicismo doc, non lo farebbero mai. "Vittoria totale, assoluta: questo è l'obiettivo che Israele vuole raggiungere e su cui il Primo Ministro Benjamin Netanyahu insiste", ha scritto il direttore di Israel Heute su un articolo che abbiamo riportato pochi giorni fa. Bisogna dire allora che questo obiettivo non è stato raggiunto, né si otterrà per questa via. Israele beneficerà un giorno di una vittoria totale e assoluta sui suoi nemici, ma questo avverrà per la vittoria dell'Eterno sui suoi nemici (Salmo 83), quando Egli avrà fatto di loro lo sgabello del suo Unto (Salmo 110). I riferimenti biblici del direttore di Israel Heute dunque non sono appropriati, perché l'Israele politico di oggi non è interessato alla volontà dell'Altissimo, e questo rende del tutto appropriato il riferimento della sconfitta di oggi alle sconfitte di Israele in tempi biblici. Israele esiste per volontà di Dio. Voler continuare a procedere trascurando questa semplice verità è folle. E questa follia forse emerge oggi nella sorprendente facilità con cui sono state prese sul serio le proposte demenziali di Donald Trump. Molti non saranno d'accordo, ma con questa sconfitta di peso storico il sionismo asetticamente laico può dirsi definitivamente morto. M.C.

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Il pentimento di Israele e il Regno Messianico

di Erez Sofer

Circa un quarto della Bibbia è costituito da profezie. In Amos 3:7 si legge: “No, il Signore Dio non fa nulla senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti”. E in Proverbi 25:2 si legge: “È gloria di Dio nascondere una cosa, ma è gloria dei re investigarla.” - Dio ci ha dato un cervello e si aspetta che lo usiamo - per studiare la sua Parola con la nostra mente e i nostri sforzi spirituali. Un famoso rabbino del XII secolo disse una volta, studiando la Genesi: “Le azioni dei padri sono un segno per i figli”. Con questo intendeva dire che nella Bibbia Dio ci insegna qualcosa sul futuro attraverso la storia. Anche nella nostra vita vediamo che gli eventi del passato possono influenzarci nuovamente nel futuro.
  Oggi non viviamo al tempo del primo ritorno degli ebrei nella terra, ma durante il secondo. Possiamo imparare da questo come Dio ha operato durante il primo ritorno, quando ha preparato il popolo ebraico alla prima venuta di Gesù. Allo stesso modo, il secondo ritorno degli ebrei nella terra è una preparazione alla seconda venuta di Gesù.
  Zaccaria 12 ci mostra il pentimento nazionale di Israele e come la nazione verrà a Cristo. Questo è un evento futuro. Oggi solo un piccolo resto crede in Gesù, ma Paolo dichiara che verrà il tempo in cui tutto Israele tornerà a Cristo.
  Zaccaria era un giovane che proveniva da un'importante famiglia sacerdotale. Negli ultimi tre capitoli della sua profezia (Zaccaria 12-14), parla in particolare di Israele. Così leggiamo in Zaccaria 12,1: “Oracolo, parola dell’Eterno riguardo a Israele”. Non è sempre stato facile essere un profeta. Un profeta parlava della parola di Dio al popolo del suo tempo, e questo era spesso associato a grandi sfide. Era un fardello che doveva portare. Doveva trasmettere il messaggio di Dio, anche se non era facile da trasmettere.
  In un certo senso, anche noi portiamo un fardello - anche se non come Zaccaria - perché vogliamo avvicinare Cristo a un mondo che ne ha disperatamente bisogno. Negli ultimi tre capitoli Dio porta il profeta Zaccaria a parlare specificamente di Israele. In questo passo incontriamo spesso l'espressione “in quel giorno”. Questa espressione ricorre anche in molti altri libri profetici, ma qui troviamo la sua massima concentrazione. Dio non si riferisce a un giorno di 24 ore, ma a un periodo di tempo molto specifico. È il momento in cui il Messia tornerà sulla terra. Tutto Israele e tutte le nazioni lo vedranno come realmente è. Allora giudicherà le nazioni e governerà il mondo da Gerusalemme. Questo accadrà “in quel giorno”.
  Il nome di Dio più citato in questo passo è “il Signore degli eserciti”. Questa espressione è usata 17 volte. Descrive la potenza e l'autorità di Dio - un'espressione militare che si riferisce a Dio come giudice che verrà con potenza. Gerusalemme è menzionata 22 volte in questo passo. Se vi state chiedendo quale luogo abbia il maggior significato geografico, è Gerusalemme. Ma Dio non è un Dio etnocentrico. Anche se ha in mente Gerusalemme, parla di tutte le nazioni - 13 volte in questo brano.
  Zaccaria 12 descrive un periodo molto difficile per la nazione di Israele. È il periodo definito “tribolazione di Giacobbe” o “grande tribolazione”. Questo periodo di sette anni inizia con la nazione di Israele che stringe un'alleanza con l'Anticristo. All'inizio tutto sembra andare bene, ma poi le cose si mettono molto male per il popolo ebraico.
  Se guardiamo al mondo di oggi, pensiamo che le cose siano già molto brutte con l'antisemitismo globale. Ma è solo un'anticipazione: non è ancora la fine. Le cose andranno molto peggio. Alla fine di questo periodo, solo una minoranza del popolo ebraico sopravviverà. Alcuni dicono che sarà un terzo, sulla base di un versetto di Zaccaria 13. In ogni caso, rimarrà solo un piccolo resto.
  Tutte le nazioni si riuniranno e diranno: “Distruggeremo gli ebrei una volta per tutte”. Purtroppo non è difficile da immaginare. Stiamo parlando di una grande forza militare che si raduna intorno a Gerusalemme, ed è importante capire che l'intenzione di distruggere gli ebrei o Israele non riguarda in ultima analisi Israele stesso. Riguarda il Dio di Israele. Satana cerca di distruggere Israele perché pensa di poter dimostrare che Dio è un bugiardo.
  Zaccaria 12:9 dice:

    In quel giorno avrò cura di distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme”.
Sembrerà che non ci sia alcuna speranza per il popolo ebraico in questo momento: nessun esercito che lo difenda, nessuna forza aerea, niente. Saranno completamente allo stremo. Molte persone in Israele e gli ebrei di tutto il mondo si sentono molto umiliati e scoraggiati a causa di ciò che è accaduto negli ultimi anni. Ad esempio, oltre 50.000 persone in Israele non possono più vivere nelle loro case. Molti si sono arruolati nella riserva per dimostrare che “Possiamo ancora difenderci”. Il motto dell'esercito israeliano è: “Mai più”. L'Olocausto non deve ripetersi. Ci difenderemo. Ma “quel giorno” tutto sarà diverso. Non ci sarà più speranza. E come nazione, Israele arriverà all'amara constatazione: “Non abbiamo più un futuro, è finita”. È spesso simile nella nostra vita personale: quando siamo allo stremo e non possiamo più fare nulla, Dio può arrivare, operare e cambiare tutto.
  Come in molti altri passi profetici, anche qui si dice che Dio stesso interverrà. Il popolo d'Israele alzerà lo sguardo e si chiederà: “Chi combatterà per noi adesso?”. E questo ci porta a Zaccaria 12, versetto 10, un versetto molto speciale in cui Dio parla in prima persona: “Io effonderò lo spirito di grazia e di preghiera sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme”. Qui accade qualcosa di straordinario: Dio effonde lo Spirito di grazia e di preghiera su Gerusalemme. Questo ci ricorda gli Atti 2, quando la Chiesa iniziò a Gerusalemme per mezzo dello Spirito Santo. È simile, ma è un evento diverso.
  Poi continua dicendo: “E guarderanno a me che hanno trafitto”. È un'affermazione straordinaria, una chiara dichiarazione di ciò che è accaduto a Dio. Qualche anno fa ho avuto una conversazione con un ebreo ortodosso su questo passo. Mi chiese: “Come sei diventato un seguace di Cristo? Perché lo vedi in questo modo? Non l'avevo mai letto così”. Abbiamo letto insieme questo passo e lui è rimasto assolutamente scioccato. Non l'aveva capito.
  È stato scritto circa 450 anni prima di Gesù: “Volgeranno lo sguardo a me che hanno trafitto”. Ci sono diversi passaggi nella Bibbia che parlano di Dio che viene trafitto - per esempio nel Salmo 22:17. Ci sono diversi termini per “trafitto”, che hanno diversi significati nell'originale ebraico, a volte incluso “scavare”. Ma la parola usata qui significa proprio “trafiggere”. Dio dice: “Guarderanno a me che hanno trafitto”.
  In questo versetto accade qualcosa di speciale: si passa dalla prima alla terza persona. Prima Dio dice: “Effonderò lo Spirito di grazia”. Poi dice: “Mi hanno trafitto e faranno cordoglio per lui”. Chi è questo “lui”? È lo stesso Dio che hanno trafitto, ma ora piangono su di lui.
  E continua: “Come si piange per il Figlio unigenito, così piangeranno amaramente per lui, come si piange amaramente per il primogenito”. Questo è un po' misterioso. Apparentemente questo Figlio unigenito è Dio stesso, perché è stato descritto in prima persona come il trafitto. Ma c'è un'altra particolarità in questo versetto: L'espressione “il suo Figlio unigenito” è molto insolita in ebraico. In tutta la Bibbia ebraica, Dio è sempre descritto al plurale: un solo Dio, ma con un termine plurale. La stessa parola è usata anche per una nazione, per descrivere la sua unità. Ma qui è diverso. Il termine “Figlio unigenito” è usato al singolare, cosa unica in ebraico. Si riferisce al Figlio di Dio.
  Quando un ebreo sente parlare di “figlio unigenito”, pensa alla storia di Abramo e Isacco. Lì si dice: “Prendi il tuo unico figlio, il tuo solo figlio, e sacrificalo”. Questo è esattamente ciò che ci ricorda questo brano: il padre che sacrifica il figlio.
  Questa rivelazione arriverà nel momento più difficile per Israele di cui stiamo parlando. Il versetto 11 dice: “In quel giorno ci sarà un grande lamento a Gerusalemme, come il lamento di Hadad-Rimmon nella pianura di Megiddo. Tutto il paese sarà in lutto, ogni famiglia per sé, la famiglia della casa di Davide per sé e le loro mogli per sé”.
  Mi sono chiesto: se gli ebrei hanno appena riconosciuto Gesù Cristo come loro Messia, non dovrebbe esserci gioia? Perché invece si lamentano? La mia teoria è questa: Negli ultimi 2000 anni, gli ebrei hanno detto molto su Gesù, e molto di negativo, anche nel Talmud, che molti ebrei leggono. Si sosteneva che fosse uno stregone, che usasse il potere del diavolo. Sono state dette e scritte cose ancora peggiori. Quando gli ebrei accetteranno Cristo come Messia, si renderanno improvvisamente conto di ciò che hanno detto su di lui e di ciò che le generazioni passate pensavano di lui. Si renderanno conto delle loro trasgressioni e questo li scuoterà nel profondo.
  Isaia 53 è un capitolo significativo a questo proposito. Non solo è una delle più belle profezie messianiche dell'Antico Testamento, ma è anche la confessione di colpa del popolo ebraico quando un giorno riconoscerà il Messia. Alla fine di Isaia 52, Dio parla del suo servo. Questo servo è il tema principale di Isaia e qui Dio lo descrive in modo speciale. Dice: “Chi ha creduto al nostro annuncio? E a chi è stato rivelato il braccio del Signore?” Isaia 53 descrive poi un uomo dei dolori, che ha conosciuto la sofferenza, che è stato disprezzato e abbandonato. Eppure ha portato le nostre malattie, i nostri dolori, le nostre colpe. Questo capitolo descrive la profonda presa di coscienza di Israele su chi sia il Messia e su ciò che gli hanno fatto. Il lamento si trasformerà in vera gioia quando si renderanno conto di ciò che è accaduto. Lo stesso vale per la nostra vita: quando comprendiamo veramente chi è Cristo e riconosciamo come abbiamo peccato, questo ci porta al pentimento e quindi alla gioia.
  Il capitolo successivo, Zaccaria 13, inizia con le parole: “In quel giorno si aprirà una fonte per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme contro il peccato e l'impurità. In quel giorno, dice l'Eterno degli eserciti, io taglierò i nomi degli idoli dal paese e non saranno più menzionati; scaccerò anche i profeti e lo spirito di impurità dal paese”.
  In questo passo vediamo un quadro affascinante. In Ezechiele leggiamo che la topografia e la geografia cambieranno al ritorno di Cristo. Il Monte del Tempio sarà la montagna più alta della terra e Gerusalemme sarà molto più grande di oggi. Sul Monte del Tempio si aprirà una sorgente che scorrerà verso ovest e verso est. La menzione dell'acqua in questo contesto non è casuale.
  Per quanto riguarda la fine della tribolazione, leggiamo nell'Apocalisse che tutte le sorgenti e le acque si trasformeranno in sangue. L'acqua sarà una risorsa rara. Ma la sorgente che si aprirà sul Monte del Tempio purificherà le altre fonti d'acqua. Quando Cristo regnerà a Gerusalemme, ogni impurità sarà rimossa dalla terra.
  Cristo ha dato se stesso in sacrificio per tutti. Chiunque voglia può accettare la sua offerta di colpa e il suo perdono. Ma molti non vogliono seguire Dio e si rivolgono agli idoli. In quel giorno, le cose saranno diverse. Non ci saranno più idoli, ma un solo re, il cui nome è Yeshua - Gesù.
  Un'altra riflessione su questa fonte di purificazione: Sapete cosa serviva al popolo dell'alleanza mosaica per purificare i sacerdoti prima di poter entrare nel Monte del Tempio? Avevano bisogno delle ceneri di una giovenca rossa. Oggi molti ebrei investono tempo e denaro per cercare nel mondo una giovenca rossa. Ne hanno effettivamente trovata una, in Texas, negli Stati Uniti. Questa mucca è stata acquistata per milioni e portata in Israele. Molti evangelici hanno sostenuto finanziariamente questa impresa.
  Non sto dicendo che sia una cosa buona. Perché no? Come seguaci di Cristo, la nostra missione è condividere la buona novella, non affrettare il ritorno di Gesù. Alcuni dei miei amici americani che hanno investito in questo progetto hanno detto: “Vogliamo affrettare il ritorno di Gesù”. Sapete cosa ho risposto? “È già abbastanza forte, non ha bisogno di aiuto”. Il nostro compito è trasmettere la buona notizia di Gesù.
  Così le vacche rosse sono in Israele. Un professore che conosce la Bibbia ha pubblicato su Internet un intero trattato su come queste mucche dovrebbero essere sacrificate e le loro ceneri utilizzate. Le ceneri devono essere mescolate con l'acqua per purificare i sacerdoti in modo che possano entrare nel tempio. Ma in quel giorno, quando Cristo tornerà, non avremo più bisogno di vacche rosse. L'ombra sarà passata e sarà arrivata la realtà. A volte possiamo parlare con condiscendenza degli ebrei che lavorano e investono in queste cose. Ma io conosco alcuni di loro. Sono molto seri nella loro fede. Forse si deve arrivare a questo. Forse verrà costruito un altro tempio. Ma è sbagliato per i cristiani investire tempo e denaro in queste priorità.
  Eppure in quel giorno ci sarà una sorgente. Tutta l'idolatria che raggiunge il suo apice con l'Anticristo sarà eliminata. Il vero Re regnerà e tutto sarà purificato.
  Che cosa significa tutto questo per noi oggi? Come seguaci di Cristo, siamo chiamati soprattutto per la missione del Vangelo: parlarne a tutti sulla terra. “Io infatti non mi vergogno del vangelo di Cristo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e del Greco poi” (Romani 1:16).
  È importante capire che questo non significa che gli ebrei siano più intelligenti, più belli o più importanti. Si tratta piuttosto dell'ordine del regno di Dio. In Deuteronomio 7 vediamo che Dio, nella sua provvidenza, ha chiamato il popolo d'Israele in modo speciale. Ma come nazione ha mancato questa chiamata. Ma il compito di Israele non è ancora finito. Dio ha ancora un profondo peso per Israele e la sua parola si compirà.
  In Romani 11:14-15, Paolo dice: “... se in qualche modo posso provocare la gelosia dei miei connazionali e salvare alcuni di loro. Infatti, se il loro rifiuto [ha prodotto] la riconciliazione del mondo, che cosa produrrà la loro accettazione se non la vita dai morti?”.
  Alcuni chiedono: “Qual è il piano per Israele dopo il Rapimento?”. Altri dicono: “Voglio organizzare la mia volontà in modo che continui ad avere effetto dopo il Rapimento”. Ma cosa fare dopo il Rapimento? Devo dare istruzioni a un avvocato ebreo non credente e sperare che non diventi credente per poter attuare i miei piani? Non so cosa accadrà. Ma posso dirvi cosa significa per noi l'adempimento della profezia biblica: dovrebbe darci un senso di urgenza, spingendoci a diffondere la buona novella. Godiamo di una grande libertà. Nessuno ci perseguita, nessuno ci impedisce di farlo. In Israele è lo stesso: possiamo stare ovunque per strada e parlare di Cristo. Tutto ciò che facciamo è legale al 100%. Questo non significa che piaccia a tutti, ma è permesso.
  Il tempo è breve. Prego che Dio sia ancora paziente, che questo tempo di libertà duri in modo da poter raggiungere ancora molte persone con il Vangelo. Ci sono molti modi per benedire Israele, ma il modo migliore, quello che siamo chiamati a fare come cristiani, è benedire Israele con Gesù.

(Nachrichten aus Israele, gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


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Stati Uniti: approvati due nuovi pacchetti di armi a Israele

di Sarah G. Frankl

Venerdì il Dipartimento di Stato ha informato il Congresso di aver approvato la vendita a Israele di 6,75 miliardi di dollari in bombe, kit di guida e spolette, oltre a 660 milioni di dollari in missili Hellfire.
“Gli Stati Uniti sono impegnati per la sicurezza di Israele ed è fondamentale per gli interessi nazionali degli Stati Uniti assistere Israele…”, ha affermato in una nota la Defense Security Cooperation Agency (DSCA) degli Stati Uniti.
Questo pacchetto di armi è solo l’ultimo approvato dal presidente Donald Trump allo scopo di rafforzare le scorte di armi di Israele. Subito dopo il suo insediamento, ha revocato il blocco dell’invio di bombe da 2.000 libbre destinato allo Stato Ebraico.
Secondo il Dipartimento di Stato, venerdì sono state inviate al Congresso due vendite separate. Una è per 6,75 miliardi di dollari in una serie di munizioni, kit di guida e altre attrezzature correlate.
Include 166 bombe di piccolo diametro, 2.800 bombe da 500 libbre e migliaia di kit di guida, spolette e altri componenti di bombe e attrezzature di supporto. Tali consegne inizieranno quest’anno.
L’altro pacchetto di armi riguarda 3.000 missili Hellfire e relative attrezzature, per un costo stimato di 660 milioni di dollari.
La decisione è stata presa dopo la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti per incontrare Trump.
Sotto l’ex presidente Joe Biden, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele 17,9 miliardi di dollari in aiuti militari da ottobre 2023 fino a ottobre 2024. La cifra è circa sei volte il volume degli aiuti militari annuali di routine forniti da Washington a Gerusalemme.

(Rights Reporter, 8 febbraio 2025)

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Il palazzaccio di vetro

Ostaggi dell’Onu, il club dei dittatori. L’anno della gang “umanitaria” che vuole farla finita con Israele, da Guterres che giustifica Hamas fino a Volker Türk, l’alto commissario Onu per i diritti umani, che incriminò Israele di crimini di guerra e contro l'umanità solo un mese dopo il 7 ottobre.

di Giulio Meotti

Anneliese Dodds, ministro per lo Sviluppo del governo inglese, si è entusiasmata per il “ruolo vitale” che l’Unrwa svolge a Gaza e ha ordinato a Israele di lasciarla lavorare. Uno dei “ruoli” che l’agenzia dell’Onu ha svolto, consapevolmente o meno, è la fornitura a Hamas di strutture per privare un’ebrea britannica della sua libertà per quindici mesi. Emily Damari ha rivelato di essere stata tenuta prigioniera nelle strutture delle Nazioni Unite a Gaza in una telefonata al primo ministro britannico Keir Starmer. Damari gli ha raccontato di essere stata tenuta prigioniera nelle strutture dell’Onu dopo essere stata catturata negli attacchi del 7 ottobre, senza che le siano state fornite cure mediche, giusto una bottiglietta di disinfettante, nonostante fosse ferita alla gamba e avesse due dita in meno. Non sappiamo cosa Starmer abbia risposto, speriamo qualcosa del tipo: “Cosa? L’agenzia dell’Onu a cui ho appena dato milioni di sterline?”.
Prima un video del 7 ottobre che mostra un dipendente delle Nazioni Unite che mette il corpo di un israeliano, Jonathan Samerano, nel retro di un suv. Poi un’inchiesta del New York Times che rivela che un consulente scolastico dell’Unrwa a Khan Younis ha rapito una donna israeliana. Poi il corpo dell’ostaggio tedesco-israeliano Shani Louk che viene ritrovato (senza testa) in un edificio dell’Onu. La madre di Shani, Ricarda Louk, ha detto alla West tedesca: “Che un’organizzazione umanitaria fosse così coinvolta nel terrorismo è scioccante”. Poi Ditza Heiman, la nonna deportata a Gaza dal kibbutz Nir Oz, che ha rivelato di essere stata tenuta prigioniera da un insegnante dell’Onu: “Il terrorista che mi ha tenuto in ostaggio per 53 giorni lavorava come insegnante per l’Unrwa”. E quello che sappiamo non è ancora tutto, ma non è poco: il cadavere di Noa Marciano che è stato trovato vicino a un ospedale dell’Unrwa, Romi Gonen e Doron Steinbrecher che sono state trattenute in rifugi delle Nazioni Unite destinati ai civili, il quartier generale dell’Unrwa a Gaza che era sopra un centro di comando di Hamas, personale dell’Unrwa che è stato filmato mentre partecipava all’omicidio e al rapimento di israeliani il 7 ottobre e un membro che si è rivelato essere un comandante di Hamas. Non è ancora tutto, ma è più che sufficiente.
Appena un mese dopo il 7 ottobre, l’alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, diceva che Israele era già colpevole di “crimini di guerra e contro l’umanità”. Al suo ufficio ci è voluto un anno (novembre 2024) per citare Hamas. Inutile aspettare la Corte di giustizia dell’Onu, che indaga sulle accuse di “genocidio” a Israele e che ha dato la guida dell’organismo a un giudice libanese diventato poi premier del Libano, Nawaf Salam. La relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, ha detto a Emmanuel Macron che “le vittime (del 7 ottobre) non sono state uccise a causa del loro ebraismo, ma in risposta all’oppressione di Israele”. Il capo ad interim degli aiuti delle Nazioni Unite Joyce Msuya ci ha messo del suo: “L’intera popolazione palestinese nella Striscia di Gaza settentrionale è a rischio imminente di morire di malattie, carestia e violenza”. L’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), collegata all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, aveva previsto una carestia a Gaza tra marzo e luglio 2024. Una copertura stampa pazzesca ha seguito questa dichiarazione. Un secondo studio dello stesso Ipc, a giugno, non ha avuto alcuna copertura mediatica. Lo studio stavolta non interessava a nessuno. L’Ipc ha ammesso: “In questo contesto, le prove disponibili non indicano che sia in corso una carestia”.
Le Nazioni Unite hanno celebrato la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo con una mostra nell’atrio del loro edificio a New York, ma senza alcun riferimento alle vittime israeliane del terrorismo. D’altronde, “Hamas non è un gruppo terroristico per noi… è un movimento politico”, ha detto Martin Griffiths, sottosegretario generale per gli Affari umanitari e coordinatore degli aiuti delle Nazioni Unite. In un’intervista a Sky News, Griffiths ha anche detto che Gaza è “peggio degli orrori dei Khmer Rossi” (un terzo della popolazione cambogiana sterminata).
Poi ci si è messa la “Commissione indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati e Gerusalemme est”, istituita dal Consiglio per i diritti umani e presieduta da Navi Pillay, sudafricana che nel 2020 ha firmato una petizione che invoca sanzioni contro “l’Israele dell’apartheid”. Un collega di Pillay, Miloon Kothari, indiano, nel 2022 ha detto: “Siamo sconfortati dai social che sono controllati in gran parte dalla lobby ebraica”. Kothari si è anche detto contrario al fatto che Israele sia membro dell’Onu.
“Fuck him”: così Tlaleng Mofokeng, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto alla salute, qualche settimana fa si è rivolta a Benjamin Netanyahu. Per due mesi dopo il 7 ottobre, i rappresentanti dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile si sono rifiutati di incontrare le donne israeliane per sentire degli stupri di Hamas. Le Nazioni Unite decidono di celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: non una parola su Hamas. Alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, la giordana Reem Amsalem, ci sono voluti mesi per riconoscere che le donne israeliane erano obiettivi speciali dei terroristi. Amsalem ha però dichiarato che dal 7 ottobre “l’assalto alla dignità e ai diritti delle donne palestinesi ha assunto dimensioni nuove e terrificanti”. Per leggere due righe di Sima Bahous, anche lei giordana e direttrice di UN Women, ci sono volute le inchieste del New York Times, altrimenti era il silenzio.
Poi Pramila Patten, rappresentante delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, si è ritirata da una sessione in programma al Consiglio di sicurezza in cui avrebbe dovuto parlare degli ostaggi deportati a Gaza da Hamas. “Le proteste nei campus universitari sono state duramente represse”, ha affermato intanto la relatrice per la protezione del diritto alla libertà di opinione, Irene Khan, che da segretaria di Amnesty ebbe a definire Guantanamo “il Gulag del nostro tempo”. L’Onu è una gigantesca porta girevole.
Prendiamo l’ex funzionaria della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, Agnès Callamard, oggi segretaria di Amnesty International. O l’ex direttore dell’Unrwa, Pierre Krähenbühl, oggi direttore della Croce rossa internazionale (a novembre UN Watch ha pubblicato una sua foto a Beirut con alcuni capi delle organizzazioni terroristiche). O l’ex direttore dell’Unrwa, Filippo Grandi, oggi a capo dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati. Entrano ed escono dalle strutture dell’Onu per entrare in quelle delle ong che accusano Israele di “genocidio”.
Intanto il segretario generale dell’Onu, António Guterres, per il quale il 7 ottobre non era avvenuto “dal nulla”, ha incluso Israele nella lista nera dei paesi e delle organizzazioni che danneggiano i bambini nelle zone di conflitto. La lista, redatta da Virginia Gamba, comprende Isis, al Qaida, Boko Haram e l’unica democrazia del medio oriente. Intanto un altro rapporto delle Nazioni Unite dello scorso settembre dice che ci vorranno “350 anni” per riportare l’economia di Gaza al livello in cui si trovava nel 2022.
Chi dissente da questa campagna, è fuori. Lo scorso novembre, Guterres ha rifiutato di rinnovare il contratto della Consigliera speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio, la keniota Alice Wairimu Nderitu, perché si è rifiutata di definire “genocidio” la guerra di Israele a Gaza. Dopo aver partecipato all’80esimo anniversario della liberazione di Auschwitz, Nderitu ha deciso di raccontare la storia del suo controverso mandato all’Onu in un’intervista esclusiva alla Free Press. Nderitu aveva viaggiato nei campi profughi in Bangladesh e Iraq; in Serbia, Montenegro e Bosnia ed Erzegovina per valutare l’entità della negazione del genocidio; e in Ciad, per valutare il rischio per le varie popolazioni del Darfur in Sudan. Poi arrivò il 7 ottobre 2023. Nderitu condanna i crimini di Hamas. Quella notte, un funzionario dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite inviò a Nderitu un’email, inviata in copia a diversi alti funzionari, tra cui l’alto commissario delle per i diritti umani e il sottosegretario generale per gli affari umanitari (a febbraio 2023, quel sottosegretario avrebbe creato scalpore affermando, in un’intervista a Sky News, che “Hamas non è un gruppo terroristico per noi, è un movimento politico”). Il funzionario dell’Onu descrisse la dichiarazione di Nderitu come “unilaterale”, suggerendo che “potrebbe causare un rischio all’immagine delle Nazioni Unite come organismo indipendente, neutrale e imparziale”. Così avrebbero ottenuto la testa dell’unica relatrice dell’Onu che non si è bevuta la propaganda di Hamas.
Dal 7 ottobre, il Consiglio di sicurezza ha adottato non meno di quattordici risoluzioni sul medio oriente. Sette riguardano l’obbligo di combattere la minaccia che il terrorismo rappresenta per la sicurezza globale, escluso ovviamente il terrorismo palestinese. Nessuna di queste risoluzioni menziona il 7 ottobre, i terroristi palestinesi, Hezbollah o l’Iran. Le altre sette risoluzioni affrontano direttamente il “conflitto armato” fra i terroristi e Israele, ma non il fatto che i terroristi sono coloro che quel conflitto lo hanno iniziato. L’Assemblea generale ha approvato a larga maggioranza le risoluzioni del 27 ottobre e del 13 dicembre che chiedevano un cessate il fuoco immediato che avrebbe lasciato Hamas armato e al potere. Gli Stati Uniti hanno posto il veto a due risoluzioni del Consiglio di sicurezza che chiedevano anch’esse un cessate il fuoco immediato. Nessuna di queste risoluzioni ha condannato gli attacchi di Hamas, ha menzionato il gruppo terroristico per nome o affermato il diritto di Israele all’autodifesa.
Nel 2024, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato diciassette risoluzioni su Israele e solo sei sull’intero resto del mondo, tra cui la Corea del Nord, l’Iran, la Siria, il Myanmar, la Russia per l’occupazione della Crimea e gli Stati Uniti per l’embargo su Cuba. All’Onu, Israele è il male. Nel 2024, su un totale di 23 risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che criticano paesi, 17 di esse, ovvero tre quarti, erano incentrate su un singolo paese, l’unico stato ebraico del mondo.
Dal 2015, l’Assemblea generale ha approvato 141 risoluzioni contro Israele, che è più del doppio del numero di risoluzioni di condanna rivolte a tutti gli altri paesi messi insieme. E il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (da cui Israele si è ritirato questa settimana) ha approvato 104 risoluzioni contro Israele, rispetto alle 99 contro altri paesi.
Capitava intanto che l’Iran venisse eletto alla “Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione femminile e l’uguaglianza di genere”. Poi capitava che la Repubblica islamica fosse eletta alla presidenza del “Forum sociale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite”. Prima i membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno osservato un minuto di silenzio per il defunto presidente iraniano, Ebrahim Raisi. Poi l’ambasciatore del Mozambico, che deteneva la presidenza di turno del Consiglio, ha chiesto ai membri di alzarsi in piedi per onorare Raisi. Poi c’è stata la bandiera a mezz’asta dell’Onu. Poi, il segretario Guterres è andato nella sede della delegazione iraniana, si è seduto al tavolo con le foto di Raisi e ha firmato il libro di condoglianze. Poi è stata la volta della vicesegretaria dell’Onu, Amina Mohammed, che ha anche pregato. Infine, l’Assemblea generale ha tenuto un incontro per rendere omaggio a Raisi. “Le Nazioni Unite sono un enorme club per dittatori”, afferma Thor Halvorssen, fondatore della Human Rights Foundation.
Osservando l’ultimo anno al Palazzo di vetro, dittature e islamisti sono al settimo cielo e iniziano a sognare: se soltanto tutto il mondo fosse come l’Onu, i nostri piani andrebbero decisamente più velocemente del previsto.

Il Foglio, 8 febbraio 2025)

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La sparata di Trump su Gaza e i riferimenti storici

Dalle migrazioni forzate in Europa dopo le guerre mondiali all’esilio di ebrei e palestinesi: un viaggio tra esodi, confini ridisegnati e popoli nell’altrove.

di Maurizio Stefanini

A fine 2015, secondo una stima dell’Ufficio centrale di statistica dello Stato di Palestina, nel mondo si contavano circa 12.370.000 palestinesi. Di questi, 6.220.000 vivevano ancora nei territori che facevano parte del mandato palestinese conferito all’Impero Britannico dopo la Seconda guerra mondiale, sebbene per lo più in sedi diverse da quelle dei loro antenati. Più precisamente, 4.750.000 abitavano in quello che l’Autorità nazionale palestinese considera lo Stato di Palestina, suddivisi in 2.900.000 in Cisgiordania e 1.850.000 nella Striscia di Gaza. Dieci anni dopo, quest’ultima cifra corrisponde alle circa due milioni di persone che Trump proponeva di trasferire altrove, al fine di trasformare il territorio in un resort. Inoltre, altri 1.470.000 palestinesi vivevano in Israele, dove godevano della cittadinanza, e 5.460.000 risiedevano in paesi arabi, soprattutto in Giordania, Siria e Libano. Infine, 685.000 palestinesi vivevano nel resto del mondo, tra cui, per esempio, il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, noto anche per la sua amicizia con Trump. E’ evidente, infatti, che mentre Bukele non è un rifugiato, la maggior parte di questa popolazione non possiede tale status. Al primo gennaio 2015, risultavano registrati dall’Unrwa 5.149.742 rifugiati palestinesi in Giordania, Siria, Libano, Cisgiordania e Striscia di Gaza, di cui molti risiedevano nei campi profughi.
E qui si presenta una prima particolarità. L’Agenzia dell’Onu per il Soccorso e l’Occupazione (Unrwa) fu istituita con una risoluzione l’8 dicembre 1949, in seguito all’emergenza della guerra arabo-israeliana del 1948. Successivamente, poiché nel mondo non esistevano soltanto i profughi palestinesi – e, per esempio, l’Italia stava ancora metabolizzando l’esodo di istriani, giuliani e dalmati – il 14 dicembre 1950 venne istituito anche l'Acnur (Alto commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati). Tuttavia, l’Unrwa non fu inglobata nell’Acnur, come sarebbe stato logico. Oltre a essere gestiti separatamente, i palestinesi godono di un ulteriore singolare privilegio: a differenza di altri rifugiati, il loro status si trasmette di padre in figlio.
Infatti, secondo le stime Onu, nel 1949 i rifugiati palestinesi ammontavano a 711.000, mentre quelli registrati dall’Unrwa nel 1950 erano 940.000. E’ una popolazione rilevante dal punto di vista numerico. Un primo confronto da fare è con gli ebrei che, dopo il 1948, furono espulsi dai paesi islamici: sorprendentemente, il loro numero si aggira attorno ai 900 mila. Per esempio, in Marocco la popolazione ebraica passò da 250-265.000 unità nel 1948 a 31.000 nel 1972 e a 2.100 nel 2019; in Algeria da 140 mila  a mille  e 50-200  nel 2021; in Libia da 35-38.000 a 50 e 0 nel 2014. Non tutte queste espulsioni derivarono da episodi di violenza: la Turchia, per esempio, rimase a lungo alleata di Israele, e in Marocco e Tunisia i governi cercarono di proteggere gli ebrei locali, seppure in un clima di ostilità nei confronti di Israele. Tuttavia, anche in tali contesti si osservò una generale pressione della società civile. Non tutti gli ebrei, infatti, si trasferirono in Israele: molti ebrei algerini preferirono la Francia. Complessivamente, 650.000 si trasferirono in Israele, 235.000 in Francia e il resto in altri paesi. Israele si impegnò così a reintegrare questi ebrei nella propria società, concedendo loro la piena cittadinanza.
I paesi arabi, invece, non integrarono i palestinesi nelle loro società, e persino dopo la sconcertante proposta di Trump, Egitto e Giordania si sono irrigiditi all’idea di accogliere i profughi della Striscia di Gaza. Per questo motivo, sebbene sia noto che dopo il 1948 vi furono 900.000 profughi palestinesi, per sapere che ci furono anche 900.000 profughi ebrei occorre essere specialisti in certi temi (o appartenere alla comunità ebraica).
Mentre l’espulsione degli ebrei dal mondo islamico seguì quella che i palestinesi definiscono la Nakba, precedette in una certa misura l’esilio dei giuliano-dalmati, commemorato il 10 febbraio come Giorno del Ricordo, che coinvolse tra 235 e 350 mila  persone. Tale dramma fu, in realtà, peggiore di quello subito dai palestinesi per due motivi: in primo luogo, i censimenti del 2001-2002 registrarono, per esempio, 2.259 italiani in Slovenia e 19.636 in Croazia, evidenziando una percentuale molto più elevata della popolazione interessata; in secondo luogo, mentre l’esodo istriano-dalmata fu un fenomeno unilaterale, la presenza di circa 900 mila palestinesi esuli da Israele e di altrettanti ebrei esuli dai paesi arabi rappresenta uno scambio di popolazione. In termini crudi, mentre nel primo caso è necessario reperire risorse per accogliere i fuggiaschi, nel secondo ciascuno potrebbe, in teoria, ospitare chi è stato cacciato dalle proprie case.
Poco più di un secolo fa, ciò fu formalizzato nella Convenzione riguardante lo Scambio delle popolazioni greca e turca, siglata a Losanna il 30 gennaio 1923 dai governi di Atene e Ankara. Tuttavia, lo scambio non fu paritario: furono trasferiti in Grecia 1.221.489 cristiani ortodossi provenienti dall’Asia minore, dalla Tracia Orientale, dal Ponto e dal Caucaso, mentre solo 355-400.000 musulmani furono inviati in Turchia dalla Grecia. Sebbene, in teoria, la Turchia di Kemal fosse una repubblica laica in cui si imponeva una laicizzazione forzata in stile occidentale, in pratica l’identificazione etnica avveniva in base alla religione, e non alla lingua. In Grecia furono così trasferiti anche i Karamanli – almeno 100.000 cristiani ortodossi della Cappadocia di lingua turca, che però scrivevano in caratteri greci – mentre in Turchia furono inviati i musulmani cretesi, di lingua greca. Naturalmente, i primi vennero grecizzati e i secondi turchizzati, ponendo fine a culture plurisecolari. Con ciò terminò anche quella presenza, durata oltre 2.500 anni, dei Greci in Asia minore e a Costantinopoli. In una Grecia che all’epoca contava circa sei milioni di abitanti, questo flusso di fuggiaschi, pari a un quarto della popolazione, ebbe un impatto che in parte perdura tuttora, contribuendo in particolare a dare origine a una sinistra massimalista rimasta radicata nel paese. A oggi, persino squadre di calcio come l’Aek di Atene o il Paok di Salonicco mantengono l’identità degli espulsi. 
Un altro scambio di popolazione avvenne nel 1947 tra India e Pakistan, dopo la partizione dei due paesi e della guerra che ne seguì per delimitare i confini. Circa 14,5 milioni di persone si spostarono da territori in cui sarebbero stati minoranza a quelli in cui sarebbero stati maggioranza. In particolare, il censimento pachistano del 1951 individuò 7.226.000 persone provenienti dall’India, mentre il censimento indiano registrò 7.295.980 persone provenienti dal Pakistan. Apparentemente si trattava di un impatto paritario, ma, in realtà, poiché l’India contava allora 330 milioni di abitanti e il Pakistan solo 60, il fenomeno ebbe un peso maggiore in quest’ultimo. Conosciuti come Muhajir – termine che richiama l’egira compiuta da Maometto – i profughi in Pakistan erano mediamente di ceto professionale e culturale più elevato. Ancora oggi, contraddistinti dall’uso della lingua urdu anziché da quella punjabi, sindhi, beluchi o pathan dei locali, costituiscono spesso un’élite dirigente, in netto contrasto con l’immagine proletarizzata dei Greci dell’Asia Minore.
Un modello ancora diverso fu quello della Polonia, che, dopo la Seconda guerra mondiale, perse territori a est a favore dell’Urss, guadagnandone invece a ovest a spese della Germania. In sostanza, lo “scambio” fu finalizzato a sistemare gli sfollati dall’Armata Rossa in case e città sgomberate dai tedeschi. Non solo: il 9 settembre 1944, il governo polacco filocomunista, istituito a Lublino dall'Armata Rossa in contrapposizione al governo filo-occidentale in esilio a Londra, firmò tre accordi con le Repubbliche sovietiche di Ucraina, Bielorussia e Lituania per scambiare, secondo i nuovi confini, circa un milione di ucraini e 160.000 bielorussi con 1,1 milioni di polacchi e ebrei dall’Ucraina, 150.000–250.000 dalla Bielorussia e 150.000-200.000 dalla Lituania. Questi 1,5-1,6 milioni di polacchi furono poi sistematicamente insediati nei cosiddetti “Territori Recuperati”, precedentemente appartenuti alla Germania, da cui erano stati espulsi i tedeschi. Nel 1947, con la cosiddetta Operazione Vistola, furono risistemati anche 141.000 ucraini considerati irrimediabilmente anti-sovietici.
Quanti tedeschi furono cacciati dai Territori Recuperati? Uno studio del 2005 dell’Accademia Polacca delle Scienze stima che, alla fine della guerra, 4-5 milioni di tedeschi fuggirono seguendo la Wehrmacht in ritirata; 4,5-4,6 milioni rimasero, ma entro il 1950 circa 3.155.000 furono espulsi in Germania. Inoltre, 1.043.550 divennero cittadini polacchi e altri 170.000 poterono restare in Polonia come cittadini tedeschi. Una stima ufficiale redatta in Germania occidentale nel 1953 indicava che, nel 1945, vi fossero 5.650.000 tedeschi all’interno dei nuovi confini polacchi, di cui 3.500.000 furono successivamente espulsi e 910.000 rimasero, oltre a due milioni di vittime civili; tuttavia, nel 1974 una nuova stima ufficiale della Brd ridusse quest’ultima cifra a 400.000.
Altri 4,5 milioni di tedeschi furono espulsi dalla Cecoslovacchia, dove rimasero in 250 mila, considerati essenziali per l’economia; 233.000 furono espulsi dall’Ungheria; in Romania la popolazione tedesca scese da 786.000 a 400.000 unità; mentre in Jugoslavia diminuì da 500.000 a 82.000. Complessivamente, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il numero totale di tedeschi espulsi si attesterebbe tra 13,5 e 16,5 milioni, con un bilancio di vittime che varia tra 500.000 e tre milioni.
Riguardando un numero minore di persone, ma con un peso relativo maggiore, va ricordata la pulizia etnica subita dagli ebrei durante la Shoà: su 9.689.500 ebrei presenti in Europa prima del conflitto, ne morirono 5.594.623. Nel 1945, nel territorio del Mandato di Palestina, vivevano 605.000 ebrei, mentre al momento dell’indipendenza nel 1948 il numero salì a 716.000. Il grande flusso di superstiti del genocidio ebbe inizio successivamente. Tuttavia, insieme agli ebrei, il nazismo sterminò anche un numero di zingari stimato tra 130.000 e un milione e mezzo. Durante la Seconda guerra mondiale, dai tedeschi furono uccisi anche tra 1,8 e 3 milioni di polacchi, mentre in Jugoslavia, tra il 1941 e il 1945, gli Ustascia croati uccisero tra i 248.000 e i 548.000 serbi ed ebrei, e i Cetnici serbi causarono la morte tra i 47.000 e i 68.000 bosniaci e croati. Questi conti in sospeso riaffiorarono mezzo secolo dopo, durante la guerra di secessione jugoslava, quando tra il 1992 e il 1995 i serbi uccisero tra i 31.000 e i 62.000 bosniaci.
Anche questa è una differenza importante, tra alcune identità nazionali che sembrano mantenere i conti in sospeso nel corso dei secoli, e altre che invece decidono di superare il passato. Nel caso di Germania e Italia ciò è dovuto soprattutto al senso di colpa percepito per le aggressioni commesse dai regimi nazista e fascista. Naturalmente, alcune recriminazioni persistono, ma mentre gli ebrei espulsi dai paesi arabi sono stati accolti in Israele, anche i profughi giuliani, istriani e dalmati sono stati reintegrati nella società italiana. Se, come i palestinesi, fossero stati trattenuti in campi profughi al confine per mantenere una rivendicazione, probabilmente anche a 80 anni di distanza potremmo assistere a una Organizzazione per la Liberazione dell’Istria che, da Trieste e Gorizia, sparasse missili contro Zagabria e Lubiana.
Ma il regime che probabilmente detiene il record storico di deportazioni è quello sovietico. Una lista praticamente ininterrotta che inizia nel 1920 con la deportazione di 45.000 cosacchi; poi, successivamente, i kulak, i finlandesi dell’Ingria, i tedeschi e polacchi in Ucraina, i coreani nell’Estremo oriente.  Dopo la guerra furono deportati  tedeschi, ungheresi, ucraini, polacchi e 400 mila fra giapponesi e coreani. E’ importante ricordare che, durante la deportazione dei ceceni, tra il 23,5 e il 50 per cento della popolazione fu sterminata, mentre quella dei tatari di Crimea subì una riduzione stimata tra il 18 e il 46 per cento. 
Sempre nell’Urss staliniana si verificò l’Holodomor, un genocidio per fame che, tra il 1932 e il 1933, provocò la morte di 3-5 milioni di persone, pari ad almeno il 10 per cento della popolazione ucraina. Purtroppo, la Russia ex sovietica non ha ricevuto il minimo riconoscimento per le responsabilità del proprio passato, a differenza di Germania o Italia. Il risultato è che questo passato ritorna in modo drammatico, come dimostra l’aggressione putiniana all’Ucraina, durante la quale sono stati uccisi tra i 10.000 e i 40.000 civili e 307.000 bambini ucraini sono stati illegalmente deportati in Russia.

Il Foglio, 8 febbraio 2025)

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Pensiero stupendo

di Niram Ferretti

Nessuno era preparato martedì scorso ad ascoltare alla Casa Bianca quello che Donald Trump ha detto in conferenza stampa alla presenza di Benjamin Netanyahu. Netanyahu ne aveva avuto sentore prima ma non aveva il quadro completo. Non ha importanza, ciò che conta è che gli ascoltatori non sapessero, che il mondo intero non sapesse.

Scossa tellurica
  Quello che ha detto Trump è noto, ed è stato dirompente. Ha detto che la popolazione di Gaza deve lasciarla, che il luogo non è più idoneo alla sua permanenza, che la cosa migliore per i circa due milioni di gazawi è di trovare accoglienza altrove. Gaza sarà ricostruita senza di loro, Gaza ha il potenziale di diventare un luogo ambito per il turismo. Perché questo accada bisognerà che essa sia ricostruita sotto tutela americana. A questo punto il fiato dei presenti era già corto.
  Le parole di Trump hanno suscitato immediato sdegno e fatto gridare ai benpensanti che si tratta di pulizia etnica, che i gazawi non possono e non devono essere sradicati dalla loro terra (che in realtà non gli appartiene affatto). Gli Stati arabi, l’Unione Europea, la Russia, la Cina, hanno trovato la proposta inaccettabile, e soprattutto, a trovarla inaccettabile è stato Hamas. E come potrebbe trovarla accettabile l’organizzazione terroristica integralista islamica artefice del 7 ottobre? Perché ciò che Trump ha dichiarato sottende che Hamas, a Gaza non ci sarà più, e insieme a Hamas non ci sarà più la popolazione che Hamas lo ha votato entusiasticamente nel 2005, e di cui esso è un prodotto, la popolazione innocente, impregnata di antisemitismo, di odio per Israele.
  No, ha inteso dire Trump spazzando via di un colpo solo il feticcio dello Stato palestinese di cui Gaza dovrebbe idealmente fare parte, non si può avere uno Stato palestinese con queste caratteristiche, e Gaza è stata, è, dal 2005, un mini modello di Stato palestinese. Occorre pensare a un’altra soluzione e occorre che questa diversa soluzione sia chiara anche agli arabi, soprattutto ai riluttanti Egitto e Giordania, che senza i miliardi di aiuti americani affonderebbero.
  Trump ha sbattuto in faccia all’ipocrisia araba che il problema “palestinese” che loro hanno alimentato e forgiato non può più trovare soluzione al vecchio modo, quello di ricattare Israele come ha fatto la Lega Araba dal 1952 quando consigliò i paesi arabi di posporre gli sforzi per riallocare i rifugiati palestinesi conseguiti alla guerra del 1948-49, demandando all’ONU di produrre risoluzioni su risoluzioni relative al loro ritorno. L’UNRWA li ha  quindi moltiplicati esponenzialmente.
  La verità è che gli arabi, i cosiddetti rifugiati palestinesi e i loro discendenti, li hanno sempre trattati come espatriati a vita, collocandoli permanentemente in campi, sottomettendoli a uno status di inferiorità in modo da poterli usare come accusa nei confronti di Israele. Non esistono rifugiati a seguito della Seconda guerra mondiale. I diciotto milioni di tedeschi che furono espulsi dall’Europa dell’Est non hanno trovato accoglienza in campi profughi e il loro status non è stato esteso alla loro discendenza. Il falso problema dei rifugiati palestinesi sarebbe già stato risolto da mezzo secolo se solo gli arabi se ne fossero preso carico, ma hanno preferito fare altro, usarli come ricatto contro Israele con il beneplacito di buona parte del mondo occidentale.

Enclave antisemita
   Gaza è una enclave di radicalismo islamico antisemita, governata da sedici anni da una formazione estremista che considera tutta la Palestina ex mandataria, una proprietà islamica.
  Quale altro Stato al mondo tollererebbe ai suoi confini una entità simile a Gaza, dove cova un odio totale nei suoi confronti e dove i bambini, fin dai primi anni, vengono istruiti a considerare gli abitanti di quello Stato demoni che vanno eliminati?
  La risposta è semplice. Nessuno.
  Dunque non c’è niente di sconcertante nell’idea di spostare altrove questa popolazione, che, attenzione, non si dice, non si trova su un territorio che le appartiene di diritto.
  Gaza, come la Cisgiordania non è “palestinese”, ovvero non appartiene agli arabi, ma, esattamente il contrario, venne assegnata agli ebrei dal Mandato Britannico per la Palestina del 1923. Solo a Israele, tra tutti gli Stati al mondo, viene imposto di accettare una situazione simile.
  Gli arabi hanno tentato di distruggere Israele dal 1948 in poi. Ce ne sono centinaia di migliaia che sono integrati e fanno parte del tessuto sociale e culturale del Paese e non desiderano distruggerlo, ma quelli che desiderano farlo perché dovrebbero restare?
  Trump non è mosso da queste considerazioni, ma da motivi sostanzialmente umanitari, dislocare altrove, in luoghi più abitabili chi non ha più una casa, chi si trova a dovere affrontare un luogo diventato inospitale e invivibile per molti.
  In realtà dovrebbe dire che Hamas è la sua popolazione, perché Hamas è un prodotto islamico esattamente come il nazismo fu un prodotto tedesco, vanno messi in condizione di non nuocere più al principale alleato americano in Medio Oriente.
  Uno Stato ebraico con una purulenza antisemita al proprio interno dovrebbe essere bonificato da quest’ultima.

Il futuro e gli ostacoli
   Ci vorranno dai dieci ai quindici anni per ricostruire Gaza, ha dichiarato Steven Witkof, l’inviato per il Medio Oriente che Trump ha scelto e che il quindici gennaio ha di fatto obbligato Netanyahu ad accettare un accordo con Hamas, quello stesso accordo che per quindici mesi, Netanyahu aveva respinto.
  Va detto con chiarezza, quell’accordo noi de L’Informale lo abbiamo trovato mefitico, perché ha consentito a Hamas di intestarsi la vittoria. Cedere ai terroristi è sempre una sconfitta anche quando si tratta di liberare degli ostaggi, significa dargli potere, forza. Sappiamo quale è la ragione che ha spinto Trump a chiederlo, per poterselo intestare. Questo accordo ci ha spiazzato e ora siamo di nuovo stati spiazzati, Trump ha giocato una nuova carta, inaspettata e più dirompente della prima. Questa carta ci piace assai di più, ma sappiamo anche che perché si possa trasformare in realtà bisogna superare molti ostacoli. Ciò nonostante non si può non apprezzare la sua portata rivoluzionaria. Ci si è forse già dimenticati di come fu rivoluzionaria la decisione di Trump, otto anni fa, di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele spostandovi l’ambasciata americana, o di decidere di tagliere i fondi all’UNRWA, o di esautorare l’Autorità Palestinese da ogni ruolo negoziale e quindi di persuadere gli Emirati ad accettare un accordo diplomatico con Israele? Sedicenti esperti predissero che a seguito della decisione di spostare da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata americana e di proclamare Gerusalemme la capitale di Israele, il Medio Oriente sarebbe andato in fiamme. Non ci fu neanche una fiammella.
  Qui il passo è ulteriore, e più ampio. Trump ha la forza politica di poterlo imporre se sarà determinato a farlo. Questo comporta, in primis, la fine di Hamas e dunque concedere a Israele di riuscirci, cosa che l’Amministrazione Biden gli ha impedito durante tutta la guerra, ma affinché questo accada è necessario che la guerra possa riprendere e che Hamas sia sconfitto. Trump dovrebbe dunque fare marcia indietro sul suo desiderio di avere tutti gli ostaggi liberati, a meno che di non lasciarsi andare a un eccesso di onirismo e pensare che prima Hamas li rilasci tutti e poi si faccia eliminare.
  L’altro aspetto del problema riguarda il mezzo con cui Trump obbligherà Egitto e Giordania e altri paesi arabi a farsi carico di una popolazione radicalizzata. La leva economica è quella fondamentale, senza sussidi americani e appoggio politico, Egitto e Giordania si troverebbero in grave difficoltà, ma basterà a convincerli?
  Lo sfollamento dei gazawi necessita la presenza capillare di Israele sul territorio, non il suo ritiro progressivo, come stabilisce l’accordo in corso, quindi, di fatto lo interrompe, e mette in mora il rilascio degli ostaggi rimanenti e le loro vite. Trump sarà disposto ad accettare questo rischio e a passare dal ruolo di chi ha voluto l’accordo a quello di chi lo ha interrotto?.
  Gli interrogativi restano inevasi. Di nuovo, per potere attuare ciò che Trump ha annunciato, il suo “pensiero stupendo”, la guerra deve riprendere, Hamas deve essere sconfitto e Israele deve potere avere il controllo del territorio, se no si resta prigionieri dello scenario magico.

(L'informale, 7 febbraio 2025)
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Il merito di Trump sta nel fatto di aver scartato con decisione l'obsoleta soluzione impossibile dei "Due stati l'uno accanto all'altro ecc." e di averne affiancata un'altra ancora più impossibile ma nuova, e profondamente diversa, anzi opposta. Ed è questo che la rende interessante, anche a chi forse avrebbe soltanto voglia di gridare a tutta voce che è un'enorme boiata, ma si trattiene perché... non si sa mai. Il pericolo della sparata trumpiana sta nel fatto che il politicamente corretto potrebbe riprendere a dire con maggior forza che se di questo tipo pazzoide sono le alternative, la proposta più "sensata" resta quella ereditata dalla recente tradizione: "Una terra per due popoli che vivano l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza. Amen". Dopo di che Israele resta nei guai, ma questo è normale.

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Moldavia: inaugurata l’ambasciata israeliana

“Un paese amico”, ha affermato il ministro Sa’ar

di Michael Soncin

“Questo è un momento storico che segna una pietra miliare nelle relazioni tra i paesi. La Moldavia è un paese amico di Israele. La nostra politica sarà quella di rafforzare le relazioni con i nostri amici. Stiamo potenziando le nostre relazioni oggi e lo stiamo facendo con grande gioia”. Parole del ministro israeliano degli esteri Gideon Sa’ar in occasione della cerimonia di apertura della nuova sede.
Presenti, oltre a Sa’ar, anche il vice primo ministro e ministro degli affari esteri della Moldavia Mihai Popșoi. È la prima ambasciata di Israele ad aprire in Moldavia. Prima di allora Israele aveva un ambasciatore non residente in Moldavia.
Già dal 1994 la Moldavia ha un’ambasciata in Israele. L’indipendenza della Moldavia è stata riconosciuta dallo Stato Ebraico nel 1991 e l’anno successivo si sono stabilite le relazioni diplomatiche tra i due paesi.
L’apertura della sede dell’ambasciata israeliana in Moldavia, nella sua capitale, Chisinau, coincide con la chiusura di quella presente in Irlanda, decisione che sarebbe avvenuta, secondo il ministro Israel Katz, in seguito alle “politiche estreme anti-Israele”.
Come si legge dal Times of Israel, Sa’ar durante l’evento ha anche incontrato, Maia Sandu, la presidente della Moldavia, invitandola a visitare Israele.

In Moldavia uccisi 200.000 ebrei durante la Shoah
  Il ministro israeliano Sa’ar ha ricordato il pogrom del 1903 avvenuto nella capitale moldava e i tragici episodi durante il nazifascismo. Gli esperti hanno constatato che durante la Shoah circa 200.000 ebrei che vivevano in Moldavia persero la vita. In seguito, Sa’ar ha ringraziato la Moldavia per avere riconosciuto “questo doloroso periodo della storia e per ciò che ha fatto per garantire che quegli eventi non venissero dimenticati”.

Chi è il nuovo ambasciatore
  Joel Lion, l’ambasciatore rappresenterà Israele, ha riferito che in Moldavia negozi e supermercati hanno già fatto scorta nei magazzini di prodotti israeliani. “Queste sono piccole cose che dimostrano che esiste un buon rapporto. Questo è un paese amichevole, la gente qui ci ama”.
Inoltre, ha detto che la Moldavia potrebbe diventare una meta turistica molto importante per i turisti israeliani. È di circa 70.000 il numero degli ebrei che dalla Moldavia sono immigrati in Israele. “C’è un potenziale enorme qui per relazioni straordinarie con un paese che si sta dirigendo verso l’Unione Europea”.

(Bet Magazine Mosaico, 7 febbraio 2025)

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L’antisemita felice

Henryk Broder: “Tredici attacchi al giorno in Germania, ormai non si nascondono più”. In Germania ci sono zone vietate agli ebrei, in quanto non sicure. Le autorità tedesche devono mettere un argine al dilagante antisemitismo, altrimenti si rischia una catastrofe!

di Giulio Meotti

ROMA - In Germania nel 2024 ci sono stati più di 5.100 reati antisemiti. Una media di tredici al giorno. Lo afferma il ministero federale dell’Interno in risposta a una inchiesta della deputata di sinistra Petra Pau. Il commissario federale contro l’antisemitismo, Felix Klein, ha messo in guardia sul Rheinische Post contro una “normalizzazione dell’antisemitismo” in Germania. “L’odio verso gli ebrei sta diventando più frequente, più veemente e più spudorato, e si verifica in tutti gli ambiti della società. La vita ebraica in questo paese è ora più a rischio che in qualsiasi altro momento dai tempi della Shoah”. “Per la prima volta nella storia tedesca, gli antisemiti non si nascondono più” dice al Foglio Henryk Broder, 78enne ebreo tedesco, autore di bestseller, uno dei giornalisti più celebrati di Germania che scrive una rubrica per la Welt.
  “La situazione attuale è il risultato delle politiche degli ultimi anni, ovvero l’accoglienza di tutti” continua Henryk Broder al Foglio. “Non c’è mai stato un tempo in Germania senza antisemiti, ma ora è socialmente accettabile essere antisemita. Karl Lagerfeld lo aveva detto con una semplicità geniale: ‘Non puoi uccidere sei milioni di ebrei e poi portare nel paese milioni dei loro peggiori nemici’. Non sono stato io a inventare il termine ‘antisemitismo importato’, ma l’ho reso popolare nel 2014 in un articolo sul quotidiano Bild. Naturalmente, a quel tempo si negava con veemenza che esistesse un simile antisemitismo. Ora le cose sembrano diverse. Abbiamo importato antisemiti che sono molto orgogliosi di essere antisemiti. Siamo all’happy hour antisemita e ogni weekend ci sono manifestazioni contro gli ebrei e Israele. Non si nascondono più sotto il tavolo, sono fieri. Importiamo energia che non produciamo più e importiamo antisemiti. Al governo sono serviti dieci anni per ammetterlo”.
  Berlino, Amburgo, Monaco, Stoccarda: nelle principali città tedesche ormai si parla apertamente di “zone vietate agli ebrei”, dove un ebreo non dovrebbe farsi riconoscere. “E’ pericoloso farsi vedere come ebreo in pubblico” dice Broder. “A Stoccarda, la comunità ebraica ha pubblicato una newsletter per i fedeli: ‘Non andate in certe aree della città’. Ci sono zone vietate. Milleduecento persone assassinate in Israele in un solo giorno e cosa succede dopo? Non orrore per l’antisemitismo, ma lo scoppio della più grande ondata di antisemitismo dalla fine della Seconda guerra mondiale”.
  Intanto proseguono le manifestazioni, quasi quotidiane, contro Israele. “Nelle manifestazioni devo dire che la percentuale di tedeschi nativi è relativamente bassa, ma Hamas è molto popolare. Gran parte dei manifestanti sono arabi e palestinesi che cercano di sfruttare il senso di colpa tedesco. Hanno manifestato anche davanti al nostro ministero degli Esteri gridando ‘liberate Gaza dal senso di colpa tedesco’. Capito? Non siate più in colpa per la Shoah e aiutateci a eliminare Israele. Stanno facendo un appello a un sentimento popolare per cui Hamas può finire il lavoro interrotto nel 1945. Stanno dicendo: ‘Finiremo il problema ebraico in medio oriente e in Europa’. Attualmente nel mondo ci sono quattordici milioni di ebrei. Nella sola Mumbai vivono oltre venti milioni di persone. Ma a quanto pare la gente è infastidita da quei quattordici milioni. Il mondo ha un problema con gli ebrei. Semplicemente perché esistono. Non so perché, ma a quanto pare il mondo ha un conto in sospeso con gli ebrei. Il lavoro abbandonato a metà del 1945 deve essere portato a termine. Questa volta in Palestina, ‘dal fiume al mare’. Laddove ai tempi del nonno e della nonna si gridava, ‘fuori gli ebrei, in Palestina!’, oggi si dice ‘fuori gli ebrei dalla Palestina!’”.
  Molti mettono in dubbio che in futuro ci sarà ancora una vita ebraica in Europa. Conclude Broder: “Ci sarà ancora una vita ebraica in Europa, ma gli ebrei saranno relegati in certe zone e ci saranno ancora comunque i religiosi che si sacrificheranno, mentre i laici lasceranno. La domanda è: per dove? In Francia? La situazione è persino peggiore. A Tel Aviv? Questa è la catastrofe del 7 ottobre: l’altra parte ha visto che Israele può essere sconfitto. Ecco perché sono estremamente preoccupato. Forse molti ebrei torneranno a est: Cracovia, Praga, Budapest, Breslavia. I luoghi della Shoah, dove oggi sono molto più al sicuro. L’ironia della storia?”.

Il Foglio, 7 febbraio 2025)

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Una guerra totale?

Tre giorni fa abbiamo riportato in traduzione un articolo molto interessante del direttore di “Israel Heute” dal titolo “Vittoria totale ed eternità”, ancora visibile su questa pagina. A commento abbiamo scritto: se ne riparlerà. Per mantenere la promessa ho segnalato l’articolo all'ebreo messianico Kirill Swiderski, di cui abbiamo riportato pochi giorni fa un articolo, chiedendogli se fosse disposto a commentarlo. Kirill, che conosco da anni e di cui sono stato il traduttore delle sue predicazioni in Italia, da buon amico mi ha inviato prontamente il suo commento e oggi ne riporto la traduzione. C’è da aspettarsi che farà crescere ancor di più il numero e il volume delle discussioni sullo scottante tema, in campo ebraico come in quello cristiano. Grazie Kirill. M.C.

di Kirill Swiderski

Per noi ebrei messianici è molto difficile discutere la situazione in Israele con i nostri fratelli e sorelle non ebrei. Da buoni cristiani ci si aspetta che non prendiamo le armi e trattiamo i cosiddetti palestinesi con comprensione e amabilità. Il problema è che noi ci associamo del tutto a Israele. Anche se non viviamo in Israele, ci consideriamo comunque israeliani e ci associamo completamente a questo Paese. E c'è un motivo per questo. Il motivo è l'antisemitismo. Lo abbiamo sperimentato fino in fondo. Soprattutto noi ebrei dell'ex Unione Sovietica. Sappiamo cosa significa vergognarsi di essere ebrei. Per questo Israele è il nostro orgoglio, la nostra unica casa su questa terra.
  Se un ladro entra in casa tua, caro non ebreo, che tu sia cristiano o no, quanto meno chiami la polizia. Da noi invece ci si aspetta che trattiamo il ladro con misericordia e che gli diamo tutto quello che ha cercato di rubare. No, noi difenderemo la nostra casa. Netanyahu è il leader ebreo eletto della nostra casa. Quando i non ebrei lo criticano, noi lo difendiamo. Questo non significa che noi stessi non possiamo criticarlo. Noi lo possiamo, ma voi è meglio che non lo facciate, altrimenti diventiamo vostri nemici.
  Non dimenticherò mai la donna ebrea che abbiamo incontrato in Israele nel 1996. Ci parlò con orgoglio di suo figlio, non perché fosse laureato in medicina o in legge, ma perché era morto per difendere la sua patria. E noi abbiamo capito il suo orgoglio. Mi fece venire le lacrime agli occhi il fatto che mentre io avevo prestato servizio per due anni nell'esercito sovietico, perdendo praticamente due anni della mia vita, suo figlio era morto per difendere il mio Israele.
  Israele è il compimento della promessa di Dio. Israele non è nato grazie a sionisti coraggiosi o perché Stalin ha deciso all'ultimo momento di sostenere la creazione di uno Stato ebraico alla sessione ONU del 1947. Israele è nato nonostante tutto questo. Israele è nato perché il nostro Dio è un Dio fedele. Non è che noi ebrei, compresi gli ebrei messianici, ce lo siamo meritato. Non si tratta di questo! Il Signore Dio fa del bene a Israele non a causa nostra, ma a causa sua: “Io, io sono colui che cancella i vostri crimini per amor mio e non ricorderò i vostri peccati.” (Isaia 43:25). Noi ebrei messianici crediamo che questo Stato sia l'ultimo nella storia di Israele. Yeshua verrà qui per governare il mondo da qui per 1000 anni.
  Noi trattiamo bene i non ebrei che sostengono Israele, che credano o no in Gesù. Se sono cristiani, probabilmente leggono la Bibbia e credono nella Parola di Dio. Se non sono cristiani, è un miracolo. Li apprezziamo, perché abbiamo pochi amici. Ecco perché Trump viene accolto con favore da noi, anche se pochi di noi credono che le sue incredibili idee possano essere realizzate; perché le norme internazionali non tengono mai conto degli interessi degli ebrei. Ma ci siamo abituati.
  Però ci è permesso di sognare, e a volte ne viene fuori qualcosa. I nostri lontani antenati sognavano di lasciare l'Egitto, ed è accaduto. I nostri nonni hanno sognato il loro Stato ebraico, ed è nato. Noi sogniamo che un giorno Israele sarà il luogo più sicuro del mondo. E lo sarà. Un giorno l’Ebreo verrà lì. Siederà sul trono ebraico del suo antenato, il re Davide, e governerà il mondo in modo molto ebraico. Di conseguenza, ci sarà la pace. Pace ebraica. I nemici di Israele saranno sconfitti da Lui con il “metodo della verga di ferro”. A confronto, la “vittoria totale di Netanyahu” o la trasformazione della Striscia di Gaza nella “spiaggia americana dopo Trump” sembreranno un gioco da ragazzi.

(Notizie su Israele, 7 febbraio 2025)

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Regno Unito: un’inchiesta svela l’odio verso gli studenti ebrei

di Nathan Greppi

Gli studenti ebrei nelle università del Regno Unito hanno affrontato numerose aggressioni, minacce di attentati e accuse di essere “assassini di bambini” a causa della crescente ostilità nel campus, secondo un’inchiesta condotta dal giornale Jewish Chronicle. Il 45% degli intervistati in un sondaggio informale su oltre 200 studenti ebrei nei campus di tutta la Gran Bretagna ha dichiarato di aver subito atti di antisemitismo. L’indagine, condotta tra dicembre 2023 e gennaio 2024 in collaborazione con la Union of Jewish Students (UJS), principale organizzazione in rappresentanza degli studenti ebrei nel Regno Unito e in Irlanda, ha portato alla luce un volume inquietante di incidenti gravi.

Episodi salienti
  Una studentessa di infermieristica del secondo anno all’Università di Liverpool ha detto di aver paura di camminare da sola nel campus dopo essere stata abusata da degli studenti mascherati per aver pranzato con il rabbino dell’università. La studentessa è stata chiamata “fottuta ebrea” e “assassina di bambini” dopo che le immagini del suo incontro con il rabbino sono state pubblicate online con l’etichetta “gli ebrei di Liverpool”. Ha denunciato questi fatti all’università, ma poiché le persone coinvolte si erano coperte il volto con la kefiah, le autorità le hanno detto che non potevano aiutarla.
Kit Boulton, uno studente della University of East Anglia, è stato chiamato “kike” (termine dispregiativo per indicare gli ebrei, ndr) mentre lavorava in un bar. Alla Royal Holloway dell’Università di Londra, uno studente che indossava la kippah è stato aggredito quando un uomo ha fermato la sua auto ai margini del campus e ha urlato: “Vai a farti fottere”. Lo studente ha smesso di indossare la kippah per sicurezza, “anche se questo riguarda tanto il modo in cui mi sentivo fuori dal campus con pregiudizi antisraeliani, quanto nel campus”, ha detto.
All’Università di Bristol, lo studente ebreo Rafael Mansoor è stato aggredito in una discoteca dagli studenti dell’accampamento universitario pro-Palestina. “Hanno iniziato a chiedermi delle mie opinioni (su Israele) e sono diventati sempre più aggressivi. Non ho dato alcuna risposta netta, e poi mi hanno gettato un drink in faccia e hanno iniziato a tirare pugni. Uno mi ha colpito intorno al lato della testa e al sopracciglio. Ho avuto una protuberanza rossa sul viso”, ha detto Mansoor.
In un altro incidente segnalato al Jewish Chronicle, uno studente di storia del secondo anno alla Royal Holloway ha deciso di smettere di frequentare il suo gruppo di amici del primo anno dopo essere stato etichettato come “ebreo sionista” e averli sentiti fare battute sull’Olocausto per provocarlo. Mentre una studentessa ebrea all’Università di Bristol è stata schernita dalla sua coinquilina per il suo “naso ebreo” e il suo “stupido cervello ebreo”, e un’altra studentessa della stessa università ha detto che la sua coinquilina faceva battute offensive su Anne Frank e la Shoah.
Sempre a Bristol, una studentessa di lingue moderne ha svolto il suo anno all’estero a Siviglia dal 2023 al 2024. Dopo il 7 ottobre, il suo professore ha chiesto se c’erano studenti ebrei nella sua classe: “Sentivo il peso dei miei antenati che mi dicevano di essere orgogliosa della mia eredità, così ho alzato la mano”. Dopodiché, il docente si è riferito a lei come alla “ragazza ebrea” o “la judía” e l’ha interrogata sulla sua famiglia in Israele”. Tornata a Bristol per il suo quarto anno, ha cercato aiuto, ma il suo tutor le ha detto che le loro diverse opinioni sul sionismo facevano sì che lui non potesse aiutarla. “Ho lasciato i servizi di sostegno sentendomi ancora più sola. […] La solitudine mi ha portato a un crollo nervoso e sono dovuto tornare a casa per un po’”.

Prima del 7 ottobre
  Sebbene la maggior parte degli incidenti segnalati si siano verificati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza, alcuni risalivano a molto tempo prima. Nel 2022 una studentessa dell’Università di Swansea, nel Galles, ha trovato della pancetta attaccata alla porta della sua stanza all’università. “L’ho presa subito e l’ho gettata nel cestino. Non volevo causare problemi. Alla gente di quell’appartamento, non piacevo  ero isolata”, ha detto.
Una studentessa dell’Anglia Ruskin University ha detto di essere stata affrontata da tre studenti per la sua collana con il Magen David. Uno di loro ha detto che “preferirebbero non essere circondati da persone come me”. Alla Queen Mary University di Londra, una commemorazione per il primo anniversario dell’attacco di Hamas del 7 ottobre è precipitata nel caos quando centinaia di studenti hanno assaltato il raduno. Portavano striscioni che inneggiavano alla “intifada studentesca globalizzata”. Uno studente ebreo ha ricordato: “Ci hanno circondato, cantando e gridando. La folla ha iniziato a gridare ‘Chiudili’. La situazione è diventata così grave e si è incitata così tanta violenza che la sicurezza ha dovuto scortarci via”.
Alcuni studenti israeliani hanno subito l’ostilità nei campus. Una studentessa dell’Università del Kent ha ricordato di aver detto a un coetaneo di essere israeliana, al che lui ha risposto che, secondo lui, Israele non esiste. “A volte, esito a dire alla gente da dove vengo”, ha detto la studentessa.
Uno studente del primo anno di scienze politiche all’Università di Nottingham è rimasto senza parole quando il suo seminario includeva un dibattito formale su Hamas. Alla fine della discussione, gli studenti hanno votato se “questa Camera (la nostra classe) abbraccia o condanna Hamas”. Lo studente ha detto: “Sono rimasto scioccato. Come studente ebreo, mi ero sentito relativamente al sicuro, ma questo è partito dai docenti. Sembrava che stessero minimizzando il 7 ottobre, riducendolo a un dibattito in classe. È stato sconvolgente”. Un altro studente, all’Università del Sussex, ha detto che il loro professore ha sollevato la guerra in una lezione e “ha ripetutamente detto che la cultura israeliana ed ebraica è omicida e malvagia”.
Alcuni studenti hanno detto che la “cartina di tornasole” per l’accettazione nel campus ora ruota attorno al sionismo, con il sostegno allo Stato ebraico sempre più equiparato al nazismo. Uno studente del Rose Bruford College di Bexley ha detto che i manifesti nel campus “definivano il sionismo razzista e velenoso”. Uno studente dello University College di Londra (UCL) ha riferito di essersi sentito dire che “gli ebrei stanno uccidendo palestinesi innocenti”, mentre a un altro è stato detto da un coetaneo che “odiava i sionisti e che Israele non dovrebbe esistere”.
Una studentessa della Nottingham Trent University ha dichiarato che durante una discussione della loro associazione studentesca su Israele nell’aprile 2024, è stata definita una “simpatizzante e ritardata nazista”. La studentessa ha aggiunto: “Sono stata presa di mira perché ero aperta sul fatto di essere ebrea. Mi sento isolata quando si presentano dibattiti, spesso mi viene chiesta la mia opinione perché sono ebrea”, ha detto.

(Bet Magazine Mosaico, 7 febbraio 2025)

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L'epopea di un ebreo polacco nell'Europa sconvolta dall'odio

La storia di Kurt Rosenberg offre una sintesi della rete di fattori che scatenarono la persecuzione degli ebrei tra le due guerre mondiali. Una storia "piccola" che illumina la storia "grande", per cogliere le radici e la persistenza dell'antisemitismo.

di Eugenio Capozzi

Le rievocazioni della Shoah in occasione della Giornata della memoria tendono troppo spesso a ridursi a pure evocazioni sentimentali e retoriche, in cui lo sterminio degli ebrei europei da parte del nazismo appare quasi come un'esplosione di follia, un'assoluta quanto quasi disumana manifestazione del Male. Ma il Male, che alberga nella natura umana e irrompe nella storia, è pienamente comprensibile soltanto attraverso ricostruzioni storiche che portino alla luce la rete, spesso complessa, di fattori in cui esso prende forma. Nel caso della Shoah, soltanto la contestualizzazione di vicende concrete in uno scenario definito e documentato può favorire una consapevolezza piena delle radici dell'antisemitismo, e quindi anche della sua persistenza nel mondo attuale.
Un caso esemplare, in tal senso, ci è dato ora dalla pubblicazione di un avvincente racconto biograficoTutto iniziò da quel finestrino. La storia di Kurt Rosenberg, di Ugo Rosenberg (Edizioni Croce). In esso l'autore traduce, completa e arricchisce di preziose notizie il memoriale autobiografico del padre, ebreo polacco nato a Wadowice nel 1919, in cui si narra della sua avventurosa fuga dai tedeschi e dai sovietici attraverso l'Europa durante la seconda guerra mondiale: una fuga conclusasi in Italia, dove Kurt si arruola nella divisione polacca delle truppe alleate e combatte contro i tedeschi fino alla fine del conflitto, e dove rimarrà a vivere il resto della sua vita.
La vicenda privata di Kurt Rosenberg rappresenta una utilissima cartina di tornasole della situazione in cui si svilupparono la persecuzione e lo sterminio degli ebrei nell'Europa centro-orientale.
Prima della guerra la famiglia Rosenberg vive tra Wadowice e la vicina Bielsko: città in cui si trovano fianco a fianco polacchi, ebrei e tedeschi. La pressione del nazismo dalla vicina Germania aveva portato alla nascita di un movimento filo-nazista, al quale faceva da contraltare un partito nazionalista polacco, ad esso accomunato dall'antisemitismo. Quando, dopo il patto Ribbentrop-Molotov, la Germania invade la Polonia occidentale, i Rosenberg fuggono a Leopoli, allora polacca, ma popolata di una cospicua minoranza ucraina. Entro pochi giorni però la città, come tutta la parte orientale del Paese, viene invasa dalle truppe sovietiche. Kurt, nella sua memoria, nota come tra gli ucraini del luogo fossero diffusi sentimenti nazionalisti, e come essi sperassero di essere "liberati" invece dai tedeschi.
La situazione descritta nel volume evidenzia tre elementi fondamentali alla base dell'esplosione dell'antisemitismo in tutta l'area, che si vanno sommando tra loro. In primo luogo, l'antisemitismo cronico latente in tutto il mondo germanico e slavo, pronto a riacutizzarsi quando compare qualche nuovo fattore "irritante". In secondo luogo, la crescita dei nazionalismi e micro-nazionalismi etnici in regioni in cui la convivenza secolare è andata di pari passo con grandi linee di frattura nei conflitti internazionali tra potenze. Infine, la pressione delle ideologie e dei regimi totalitari – il comunismo sovietico e il nazismo in Germania – che enfatizzano e strumentalizzano fino a un punto di rottura insanabile tutti i conflitti già esistenti.
È in questo quadro che può essere adeguatamente compresa l'accelerazione drammatica degli eventi intorno alla famiglia Rosenberg.
Il padre di Kurt, ufficiale di riserva dell'esercito polacco, viene prelevato dalle truppe sovietiche, e se ne perdono le tracce. Molto tempo dopo, si saprà che è stato una delle decine di migliaia di vittime del massacro delle fosse di Katyn.
Per sfuggire alla deportazione in Urss Kurt si dà alla fuga. Nei mesi e anni successivi la sua vita si trasforma in un drammatico gioco dell'oca di "salti" da un angolo all'altro del continente; una partita a scacchi angosciosa in cui la posta in gioco è la sua vita, e in cui in ogni quadrato della scacchiera viene immediatamente messo sotto scacco, costringendo a ulteriori, concitate mosse che sembrano non aver mai fine.
Ogni Paese in cui il giovane cerca rifugio diventa ben presto pericoloso per l'espandersi del conflitto e dell'occupazione tedesca: dalla Romania alla Serbia, alla Croazia. In particolare poi la Serbia, che sembrava a Kurt e ad altri amici ebrei polacchi il possibile punto di partenza di un trasferimento verso la Palestina, si rivela un vicolo cieco, perché i britannici ostacolano in ogni modo l'emigrazione ebraica verso la regione dell'ex impero ottomano di cui sono amministratori mandatari per non inimicarsi gli arabi dell'area. Migliaia di ebrei che speravano di salvarsi in quel modo rimangono così prigionieri a Sabac, e saranno poi massacrati dai tedeschi. Questa storia nella storia fornisce illuminanti elementi di riflessione, dunque, anche sulle origini della questione mediorientale che esploderà nel dopoguerra.
La salvezza di Kurt e dei suoi amici, paradossalmente, arriva proprio da un Paese "nemico": l'Italia, in cui essi giungono attraverso la Slovenia: scelta come destinazione per disperazione perché, nonostante fossero in vigore le leggi antisemite del fascismo, almeno la persecuzione degli ebrei non si spingeva fino alla violenza e allo sterminio. Con l'ausilio, comunque, di documenti falsi, i polacchi in fuga vengono confinati nel 1941 in un paesino dell'Abruzzo. E quando, dopo l'8 settembre del 1943, le truppe tedesche invaderanno anche il nostro Paese, un'ultima rocambolesca fuga li porterà a passare il fronte, e a incontrare l'esercito alleato. Alla fine della guerra i giovani scopriranno che gran parte dei familiari e amici rimasti in Polonia sono morti nei campi di sterminio.
Una storia "piccola" che illumina la storia "grande", dicevamo sopra. Ogni vita individuale nel corso degli eventi conta, e rappresenta nella sua vicenda particolare una sintesi irripetibile delle grandi forze in gioco, del loro contrastarsi e comporsi. Il "lieto fine" della fuga di Kurt non cancella la grande tragedia della Shoa, ma segue ed evidenzia le tappe di quella vera "discesa agli inferi" che è stata la "guerra civile europea", come la definì Ernst Nolte: cioè la spirale mortale di politica cieca di potenza, odi etnici, parossismi ideologici, razzismi che ha segnato tra il primo e il secondo conflitto mondiale il collasso di quell'Europa la quale, solo pochi decenni prima, aveva potuto essere definita la heartland, il centro egemone del mondo intero. 

(La Nuova Bussola, 7 febbraio 2025)

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Lechaim! È made in Israel uno dei migliori vini del mondo

di Jacqueline Sermoneta

Tra i migliori vini del mondo ce n’è uno israeliano. A renderlo noto ‘Wine Spectator’, una prestigiosa rivista americana del settore, che ha inserito nella top 100 del 2024 White Label Judean Hills 2021, un vino prodotto dall’azienda israeliana Flam, situata sulle colline della Giudea, vicino a Gerusalemme.
  L’autorevole rivista, che posiziona White Label al 95esimo posto, lo elogia per il suo “nucleo pieno di sapori di ribes rosso, mora, fiori secchi e terra polverosa. Mostra una spina dorsale di grafite che concentra l’attenzione e conduce al palato rotondo e lussureggiante. – prosegue – Offre dettagli di liquirizia nera, legno di melo grigliato, anice e fumo che si manifestano nel finale, incorniciati da tannini a grana fine”.
  Nel 2023, il mercato del vino in Israele è stato valutato 1,6 milioni di dollari. Si prevede che raggiungerà un valore stimato di 2,5 milioni di dollari entro il 2093.
  “È emozionante vedere il nostro nome accanto ai grandi nomi delle aziende vinicole di tutto il mondo che ho sempre ammirato”, ha detto a Ynet Gilad Flam, uno dei proprietari dell’azienda vinicola. “Come appassionato di vino, sono abbonato a questa rivista e ora siamo nella lista dei migliori vini del mondo. Ero solito seguire queste liste e per tutta la mia vita ho sognato di assaggiare alcuni dei vini segnalati”, ha detto. “Ma la cosa davvero notevole è che queste liste includono sempre vini della Borgogna, del Piemonte e della Napa Valley, importanti regioni vinicole a cui il mondo intero guarda. … Non è scontato vedere un vino israeliano in questa lista”.
  “White Label 2021 – ha affermato l’azienda in un comunicato – incarna la filosofia di vinificazione dell’enologo Golan Flam, che enfatizza finezza e precisione, rendendo omaggio al frutto e al terroir. La sua etichetta pulita e minimalista consente al vino di parlare da solo, con la sua qualità ottenuta attraverso una dedizione senza compromessi all’eccellenza, in ogni fase del processo di creazione”.
  Flam Winery è un’azienda nata nel 1998, come tenuta di famiglia in stile italiano. E non a caso, proprio dall’Italia – in maggior parte dalla Toscana, ma anche da Marche e Sicilia – provengono venti vini presenti nella lista di Wine Spectator.

(Shalom, 6 febbraio 2025)

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Parashat Beshallach. La musica, il linguaggio dell'anima - Mosaico

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò

Per la prima volta dalla loro partenza dall’Egitto, gli israeliti fanno qualcosa insieme. Cantano.
“Allora Mosè e i figli d’Israele intonarono questo canto al Signore”. (Esodo 15:1)
Rashi, spiegando l’opinione di Rabbi Nehemiah nel Talmud, secondo cui cantarono spontaneamente il canto insieme, dice che lo Spirito Santo si posò su di loro e miracolosamente le stesse parole gli vennero contemporaneamente in mente. In ricordo di quel momento, la tradizione ha chiamato questa settimana Shabbat Shirà. Il sabato del canto.
Qual è il posto del canto nell’ebraismo?
Esiste una connessione interiore tra la musica e lo spirito. Quando il linguaggio aspira al trascendente e l’anima desidera liberarsi dall’attrazione gravitazionale della terra, si modula nel canto. La musica, diceva Arnold Bennett (1867-1931 drammaturgo inglese) è “un linguaggio che solo l’anima comprende, ma che l’anima non può mai tradurre”. Nelle parole di Richter (1932-… pittore tedesco) è “la poesia dell’aria”. Tolstoj l’ha definita “la stenografia delle emozioni”. Goethe disse: “Il culto religioso non può fare a meno della musica. È uno dei mezzi principali per operare sull’uomo con un effetto di meraviglia”.
Le parole sono il linguaggio della mente. La musica è il linguaggio dell’anima. Quindi, quando cerchiamo di esprimere o evocare un’emozione, ci rivolgiamo alla melodia. Deborah (la profetessa) cantò dopo la vittoria di Israele sulle forze di Sisera (Giudici 5). Hannah cantò quando ebbe un figlio (I Samuele. 2). Quando Saul era depresso, Davide suonava per lui e il suo spirito si rinfrancava (1 Samuele 16). Davide stesso era conosciuto come il “dolce cantore d’Israele” (II Samuele 23:1). Eliseo chiamò un arpista a suonare affinché lo spirito profetico potesse riposare su di lui (II Re 3:15).
I Leviti cantavano nel Tempio. Ogni giorno, nell’ebraismo, precediamo le nostre preghiere mattutine con i Pesukei de-Zimra, i “Versetti del canto” con il loro magnifico crescendo, il Salmo 150, in cui strumenti e voce umana si uniscono per cantare le lodi di Dio.
I mistici vanno oltre e parlano del canto dell’universo, quello che Pitagora chiamava “la musica delle sfere”. È questo il significato del Salmo, quando dice: I cieli dichiarano la gloria di Dio, i cieli proclamano l’opera delle sue mani…”. Non c’è discorso, non ci sono parole, dove non si senta la loro voce. La loro musica si diffonde su tutta la terra, le loro parole fino alla fine del mondo. (Salmo 19)
Sotto il silenzio, udibile solo dall’orecchio interno, la creazione canta al suo Creatore.
Così, quando preghiamo, non leggiamo: cantiamo. Quando ci confrontiamo con i testi sacri, non recitiamo: cantiamo. Ogni testo e ogni momento ha, nell’ebraismo, la sua melodia specifica. Ci sono melodie diverse per Shacharit, Mincha e Maariv, le preghiere del mattino, del pomeriggio e della sera. Ci sono melodie e atmosfere diverse per le preghiere dei giorni feriali, dello Shabbat, delle tre feste di pellegrinaggio, Pesach, Shavuot e Succot (che hanno molto in comune dal punto di vista musicale, ma anche melodie distinte per ciascuna di esse), e per i Yamim Noraim, Rosh Hashanà e Yom Kippur.
Ci sono melodie diverse per testi diversi. C’è un tipo di cantillazione per la Torà, un’altra per le Haftarot dei libri profetici e un’altra ancora per i Ketuvim, gli Scritti, in particolare le cinque Meghillot. Esiste un canto particolare per lo studio dei testi della Torà scritta, per lo studio della Mishnah e della Ghemarà. Così, solo dalla musica possiamo capire che tipo di giorno è, e che tipo di testo si sta usando. C’è una mappa delle parole sacre, ed è scritta in melodie e canti.
La musica ha il potere straordinario di evocare emozioni. La preghiera Kol Nidrei con cui inizia lo Yom Kippur non è affatto una preghiera. È un’arida formula legale per l’annullamento dei voti. Non c’è dubbio che sia la sua antica e struggente melodia ad averle conferito la sua presa sull’immaginario ebraico. È difficile ascoltare queste note e non sentirsi alla presenza di Dio nel Giorno del Giudizio, in compagnia di ebrei di tutti i luoghi e di tutti i tempi che implorano il cielo per ottenere il perdono. È il Santo dei Santi dell’anima ebraica. (Lehavdil, Beethoven vi si è avvicinato nelle note iniziali del sesto movimento del Quartetto in do diesis minore opera 131, la sua composizione più sublime e più ricca di significato, superba e spirituale).
Non si può stare seduti a Tisha b’Av leggendo Echà, il Libro delle Lamentazioni, con la sua cantilena unica, e non sentire le lacrime degli ebrei attraverso i secoli, mentre soffrivano per la loro fede e piangevano ricordando ciò che avevano perso, un dolore recente come il giorno in cui il Tempio fu distrutto. Le parole senza musica sono come un corpo senza anima.
Per molti anni ho avuto il privilegio di far parte di una missione canora (insieme al Coro Shabbaton e ai cantanti Rabbi Lionel Rosenfeld e i chazzanim Shimon Craimer e Jonny Turgel). Abbiamo viaggiato in Israele per cantare alle vittime del terrorismo, così come alle persone negli ospedali, nei centri comunitari e nelle cucine. Abbiamo cantato per – e con – i feriti, le persone in lutto, i malati e le persone con il cuore spezzato. Abbiamo ballato con persone in sedia a rotelle. Un ragazzo che era rimasto cieco e aveva perso metà della sua famiglia in un attentato suicida, ha cantato un duetto con il membro più giovane del coro, facendo piangere le infermiere e i suoi compagni di stanza. Questi momenti sono epifanie, che riscattano un frammento di umanità e di speranza dalla crudeltà casuale del destino.
Beethoven scrisse sul manoscritto del terzo movimento del suo Quartetto in La minore le parole Neue Kraft fühlend, “Sentire nuova forza”. Questo è ciò che si percepiva in quelle corsie d’ospedale. Capite cosa intendeva il re Davide quando cantava a Dio le parole: “Hai trasformato il mio dolore in danza; hai tolto il mio sacco e mi hai rivestito di gioia, perché il mio cuore canti a Te e non taccia”. Uniti nel canto, è possibile sentire la forza dello spirito umano che nessun terrore può distruggere.
Nel suo libro Musicophilia, il neurologo e scrittore Oliver Sacks (che non è un parente, ahimè) racconta la toccante storia di Clive Wearing, un eminente musicologo che fu colpito da una devastante infezione cerebrale. Il risultato fu un’amnesia acuta. Non era in grado di ricordare nulla per più di qualche secondo. Come disse sua moglie Deborah, “era come se ogni momento di veglia fosse il primo”.
Incapace di mettere insieme le esperienze, era intrappolato in un presente infinito che non aveva alcun legame con tutto ciò che era accaduto in precedenza. Un giorno sua moglie lo trovò che teneva un cioccolatino in una mano e lo copriva e scopriva ripetutamente con l’altra mano, dicendo ogni volta: “Guarda, è nuovo”. Lei disse: “È lo stesso cioccolato”. “No”, rispose lui, “Guarda. È cambiato”. Non riusciva più a trattenere i ricordi. Aveva perso il suo passato. In un momento di autocoscienza disse di sé: “Non ho sentito nulla, non ho visto nulla, non ho toccato nulla, non ho annusato nulla. È come essere morti”.
Due cose hanno fatto breccia nel suo isolamento. Una era l’amore per la moglie. L’altra era la musica. Poteva ancora cantare, suonare l’organo e dirigere un coro con tutta l’abilità e la verve di un tempo. Cosa c’era nella musica, si chiede Oliver Sacks (1933-2015), che gli permetteva, mentre suonava o dirigeva, di superare l’amnesia? Suggerì che quando “ricordiamo” una melodia, ricordiamo una nota alla volta, ma ogni nota si riferisce all’insieme. Cita il filosofo della musica Victor Zuckerkandl (1896-1965), che ha scritto: “Ascoltare una melodia significa sentire, aver sentito ed essere sul punto di sentire, tutto insieme. Ogni melodia ci dichiara che il passato può essere presente senza essere ricordato, il futuro senza essere previsto”. La musica è una forma di continuità percepita che a volte riesce a rompere le disconnessioni più forti nella nostra esperienza del tempo.
La fede è più simile alla musica che alla scienza. La scienza analizza, la musica integra. E come la musica collega nota a nota, così la fede collega episodio a episodio, vita a vita, età a età in una melodia senza tempo che irrompe nel tempo. Dio è il compositore e il librettista. Ognuno di noi è chiamato a essere voce nel coro, cantori del canto di Dio. La fede ci insegna a sentire la musica sotto il rumore.
La musica è quindi un segnale di trascendenza. Il filosofo e musicista Roger Scruton (1944-2020) scrive che è “un incontro con il soggetto puro, svincolato dal mondo degli oggetti, che si muove in obbedienza alle sole leggi della libertà”. Cita Rilke (scrittore austriaco 1875-1926): Le parole vanno ancora dolcemente verso l’indicibile e la musica, sempre nuova, da pietre palpitanti
costruisce nello spazio inutile la sua casa divina.
La storia dello spirito ebraico è scritta nelle sue canzoni. Le parole non cambiano, ma ogni generazione ha bisogno delle sue melodie.
La nostra generazione ha bisogno di nuovi canti, affinché anche noi possiamo cantare con gioia a Dio come fecero i nostri antenati nel momento della trasfigurazione, quando attraversarono il Mar Rosso ed emersero dall’altra parte, finalmente liberi. Quando l’anima canta, lo spirito si eleva.
Redazione Rabbi Jonathan Sacks zzl

(Bet Magazine Mosaico, 7 febbraio 2025)
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Parashà della settimana: Beshalach (Fece partire)

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Il piano Trump per Gaza per cambiare la storia

di Luca Spizzichino

Un incontro all’insegna della sintonia, quello tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, con quest’ultimo che ha donato un cercapersone dorato, simbolo dell’operazione effettuata contro Hezbollah avvenuta a metà settembre, che, secondo fonti israeliane, sarebbe stata lodata da Trump.
  Nella conferenza stampa congiunta, Trump ha annunciato il progetto per la Striscia di Gaza secondo cui gli Stati Uniti ne dovrebbero assumeranno il controllo. L’inattesa dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti ha scatenato una serie di reazioni nel panorama politico israeliano. Durante un incontro nello Studio Ovale con il premier israeliano, Trump ha esposto la sua idea di trasformare Gaza in una “prospera oasi mediorientale”, con opportunità economiche significative, e ha ipotizzato la possibilità di ricollocare i civili gazawi in Paesi limitrofi disposti ad accoglierli.
  Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha elogiato le “idee fuori dai parametri tradizionali” di Trump, affermando che potrebbero “cambiare la storia”. Ha lodato il Presidente americano per aver detto “quel che altri rifiutano di dire” e ha sottolineato che la cooperazione tra Israele e gli Stati Uniti è fondamentale per la sicurezza e la stabilità della regione.
  Anche il leader dell’Unione Nazionale, Benny Gantz, ha accolto positivamente l’annuncio, definendolo “un’ulteriore prova della profonda alleanza tra Stati Uniti e Israele”. Ha inoltre elogiato l’approccio “creativo e interessante” di Trump, sottolineando che le sue idee devono essere valutate in relazione agli obiettivi della guerra e al ritorno degli ostaggi.
  Il presidente di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, ha ringraziato Trump per il suo “impegno assoluto per la sicurezza di Israele” e per la sua determinazione nell’eradicare il regime di Hamas in cooperazione con l’Egitto. Ha anche elogiato la sua fermezza contro le minacce iraniane.
  Il ministro della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo, Amichai Chikli, ha definito le dichiarazioni di Trump un “terremoto geopolitico” che sovverte il paradigma degli accordi di Oslo e rimescola le carte sul futuro di Gaza e del conflitto israelo-palestinese. Chikli ha attribuito questa svolta politica alla leadership di Netanyahu, auspicandone la realizzazione. Anche la ministra dei Trasporti, Miri Regev, ha elogiato l’incontro tra Trump e Netanyahu, definendolo un momento storico che inaugura “un nuovo ordine mondiale”.
  Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha dichiarato che studierà attentamente il piano di Trump e ne discuterà con gli Stati Uniti durante il suo imminente viaggio a Washington. Ha sottolineato che il ruolo della leadership israeliana è quello di proporre piani, non solo di attendere quelli americani. Lapid ha anche insistito sull’importanza del completamento della seconda fase dell’accordo sugli ostaggi, criticando le dichiarazioni di Netanyahu sulla necessità di “schiacciare Hamas” dopo la fine dell’accordo.
  Anche il leader laburista Yair Golan ha enfatizzato che la priorità assoluta rimane la liberazione degli ostaggi, aggiungendo che la sicurezza di Israele e un’alleanza regionale forte devono essere il fulcro della strategia post-bellica.

(Shalom, 6 febbraio 2025)
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"Cambiare la storia" potrebbe, il progetto di Trump, dice Netanyahu. E giù lodi da ministri e politici israeliani di spicco. Approccio "creativo e interessante", osserva Benny Gantz; "terremoto geopolitico", aggiunge Amchai Chiklu; "un nuovo ordine mondiale" è stato inaugurato dall'incontro Trump-Netanyahu, sentenzia Miri Regev. E tutti a sottolineare la "profonda alleanza tra Stati Uniti e Israele" ancora una volta ribadita con le sue dichiarazioni dal Presidente americano, che Avigdor Liberman sentitamente ringrazia per il suo “impegno assoluto per la sicurezza di Israele”. Ma sono tutti impazziti? vien voglia di dire. Si intende: gli israeliani che si sono espressi. Osservazioni critiche sono state rivolte soltanto a Netanyahu, che secondo Yair Lapid avrebbe fatto male a ribadire la necessità di "schiacciare Hamas", mentre il leader laburista Yair Golan ha enfatizzato la "priorità assoluta" della liberazione degli ostaggi.
Il futuro più o meno prossimo che ci può aspettare guardando avanti è uno scivolamento più o meno rapido e rovinoso degli Stati Uniti dal loro posto di supremazia mondiale e il disonesto tentativo di rallentare questo declino trascinandovi dentro anche chi è presentato come il suo più prossimo alleato: Israele. M.C.

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Lo scenario magico

Il nuovo Medio Oriente prospettato da Trump ieri alla Casa Bianca in conferenza stampa davanti a un estasiato Netanyahu che ad ogni uscita del presidente lo guardava come un bambino goloso a cui vengano offerti dei dolciumi, è uno scenario che non sarebbe dispiaciuto al Mago di Oz.
Gaza, secondo Trump ormai un “demolition site” ha tutto il potenziale per trasformarsi in un magnifico resort, magari simile a Palm Beach.
Saranno gli Stati Uniti a gestirlo, magari, se necessario con l’assistenza di soldati americani. Perché questo avvenga sarà tuttavia necessario dislocare la popolazione, spingerla verso altri lidi, già individuati nell’Egitto e nella Giordania, o altrove, Stati che hanno già dichiarato la loro indisponibilità. Ma anche l’Arabia Saudita si è opposta al piano, sottolineando che l’unica opzione per un avvicinamento a Israele è uno Stato palestinese.
Steven Witkoff, da immobiliarista e inviato speciale di Trump in Medio Oriente, ha dichiarato che per ricostruire Gaza ci vorranno dai dieci ai quindici anni, quindi prima che possa attirare frotte di turisti nella sua veste rinnovata, l’Amministrazione Trump sarà già da tempo nel cestino della storia.
Al di là delle roboanti dichiarazioni di Trump, del suo scenario magico, nel quale Israele verrebbe liberato dalla minaccia islamica radicata a Sud, i problemi restano tutti sul tappeto. Alcuni appena evidenziati, ma il principale no, ovvero la presenza politica e militare di Hamas ancora persistente nella Striscia.
Netanyahu ha ribadito quello che dice da quindici mesi a questa parte, che gli obiettivi della guerra, la vittoria su Hamas e la liberazione degli ostaggi restano immutati, senza tuttavia spiegare come, soprattutto dopo che lo stesso Trump gli ha imposto un accordo con il gruppo jihadista.
C’è solo un modo per ottenere la vittoria, è lo stesso praticato dalle Termopili in avanti, ovvero quello di sconfiggere il nemico e di costringerlo alla resa, ma per ottenerlo occorre riprendere la guerra.
Eliminare Hamas, riavere gli ostaggi liberi, dislocare un milione e ottocentomila persone senza intoppi, e trasformare Gaza in un resort, assomiglia al canovaccio di una fiaba. Saranno le settimane a venire che ci diranno con certezza quale contorno assumeranno i fatti.

(L'informale, 6 febbraio 2025)

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Due terzi degli israeliani sono a favore della sovranità ebraica

GERUSALEMME - Due terzi degli israeliani sono favorevoli alla sovranità ebraica almeno in alcune parti della Giudea e della Samaria. Questo è il risultato di un recente sondaggio. Il 68% dei partecipanti si è detto favorevole alla sovranità in qualche forma. Di questi, il 25% vorrebbe il controllo israeliano sull'intera area. Un altro 20% si limita alla Valle del Giordano e alle comunità ebraiche circostanti. Il 10% ritiene corretta l'amministrazione ebraica dell'intera area con blocchi di insediamenti arabi. Un altro 10% ritiene che Israele debba essere sovrano solo nella Zona C.
  Per quanto riguarda i vantaggi della sovranità in Giudea e Samaria, la sicurezza e la stabilità regionale sono state citate più frequentemente: il 42% degli intervistati le considera decisive. Il punto dell'identità ebraica e del legame storico è stato condiviso dal 16% degli intervistati Un altro argomento è stato l'iniziativa del presidente statunitense Donald Trump (repubblicano) di incoraggiare l'emigrazione volontaria dei palestinesi dalla Striscia di Gaza. Questa iniziativa ha ricevuto il sostegno dell'80% degli israeliani intervistati. Il 10% è contrario o non ha espresso un'opinione.

Meno sostegno per uno Stato palestinese
  Ai partecipanti è stato chiesto anche di esprimere la propria opinione in merito alla creazione di uno Stato palestinese. L'approvazione è diminuita dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023. Complessivamente, il 71% degli intervistati si è detto contrario alla creazione di uno Stato. Il 59% di tutti gli intervistati aveva già questa opinione prima dell'attacco terroristico. Il 12%, invece, aveva precedentemente sostenuto la creazione di uno Stato palestinese.
  Allo stesso tempo, il 4% ha dichiarato di essere stato contrario prima del 7 ottobre e di aver cambiato opinione. Un altro 25% ha dichiarato di essere ancora favorevole alla creazione di uno Stato palestinese.
  Il 53% dei partecipanti rifiuta un accordo di pace con l'Arabia Saudita se la condizione è la creazione di uno Stato palestinese. In questo caso, il 39% sarebbe favorevole e l'8% non ha un'opinione.
  L'istituto “Direct Polls” ha condotto il sondaggio per conto delle organizzazioni “Movimento per la sovranità” e “Pulse of Israel”. I sondaggisti hanno intervistato 504 adulti il 29 gennaio. Il margine di errore è stato indicato nel 4,4%.

(Israelnetz, 6 febbraio 2025)

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Europarlamentari all’Onu: “UNRWA è da chiudere: ha contravvenuto a tutte le sue missioni”

di Ludovica Iacovacci

Un gruppo di 30 parlamentari europei provenienti da 14 Paesi, tra cui Francia, Spagna, Germania, Italia e Paesi Bassi, ha inviato una lettera al Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, chiedendo la rimozione dell’UNRWA come organismo ufficiale delle Nazioni Unite. 
La missiva esorta il Segretario generale delle Nazioni Unite a “porre fine alle operazioni dell’UNRWA, che contravvengono alla neutralità dell’Onu e arrecano grave danno al vostro lavoro essenziale e all’immagine dell’organizzazione che rappresentate”.
La lettera degli europarlamentari fa notare che l’agenzia delle Nazioni Unite “ha contravvenuto a tutte le sue missioni” consentendo al gruppo terroristico Hamas nella Striscia di Gaza “di nascondere ostaggi, il che è politicamente, moralmente e legalmente altamente riprovevole”.
I parlamentari europei propongono di trasferire le responsabilità sui rifugiati palestinesi all’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), ovvero l’agenzia che si occupa di tutti gli altri rifugiati a livello globale. Da decenni ormai gli analisti si domandano perché i palestinesi siano gli unici ad avere un’agenzia delle Nazioni Unite esclusivamente per loro, oltre ad interrogarsi sulla ratio della facile trasmissibilità dello status di “rifugiato” quando si tratta di un palestinese.
L’Unione Europea, attraverso i suoi 27 Stati membri, è il terzo maggiore donatore dell’UNRWA.
 L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha espresso sostegno alla richiesta dei parlamentari europei, affermando che “sostenere l’UNRWA significa sostenere Hamas” e criticando il Segretario Generale Guterres e il Commissario Generale Lazzarini per aver ignorato la situazione.
Le accuse di legami tra UNRWA e Hamas sono emerse da diverse fonti nel corso degli anni, con rapporti che suggeriscono una complicità attiva o passiva tra l’agenzia dell’ONU e il gruppo terroristico che governa Gaza. Israele ha più volte denunciato che scuole e strutture UNRWA sono state utilizzate da Hamas per immagazzinare armi e persino detenere ostaggi, come emerso nelle recenti testimonianze dei rapiti israeliani durante la loro prigionia a Gaza. Inoltre, indagini hanno rivelato che alcuni dipendenti dell’UNRWA sono stati direttamente coinvolti in attività terroristiche e hanno partecipato alla strage del 7 ottobre 2023.
L’ONU, pur negando un coinvolgimento istituzionale, ha avviato indagini interne, mentre Israele continua a chiedere la dismissione totale dell’UNRWA, ritenendola non più una semplice organizzazione umanitaria, ma uno strumento di Hamas per perpetuare il conflitto anziché risolvere la questione dei rifugiati palestinesi.
Chi sono i rifugiati palestinesi? Secondo l’Unrwa: “I rifugiati palestinesi sono definiti come “persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina durante il periodo dal 1 giugno 1946 al 15 maggio 1948, e che hanno perso sia la casa che i mezzi di sussistenza a seguito del conflitto del 1948”. È bene specificare che la definizione di rifugiato palestinese dell’UNRWA non copre solamente le persone che hanno bisogno di assistenza ma si estende perfino ai discendenti delle persone “il cui normale luogo di residenza era la Palestina nel 1948”, indipendentemente dalla loro residenza nei campi profughi. Infatti, secondo l’Unrwa: “Anche i discendenti dei maschi rifugiati palestinesi, compresi i bambini adottati, possono essere registrati”. È per questa eccezionale facilità nell’acquisire lo status di rifugiato, riconoscimento dato solo ai palestinesi, che l’Unrwa dalla sua fondazione ha più che sestuplicato i suoi numeri, infatti sul suo sito si legge: “Quando l’Agenzia iniziò le operazioni nel 1950, stava rispondendo alle esigenze di circa 750.000 rifugiati palestinesi. Oggi, circa 5,9 milioni di rifugiati palestinesi hanno diritto ai servizi dell’UNRWA”.
Lo status di rifugiato palestinese, eccezionale nel suo genere, è l’unico al mondo ad essere ereditario. 
 

(Bet Magazine Mosaico, 6 febbraio 2025)

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Trani – I nuovi progetti per valorizzare l’antica Giudecca

di Adam Smulevich

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La Giudecca di Trani

Annota nel suo diario di viaggio Beniamino da Tudela, il rabbino esploratore che fu a Trani nel 1165: «In due giorni di viaggio arrivai a Trani, situata in riva del mare; grazie alla comodità del suo porto, Trani è luogo di raccolta dei pellegrini diretti a Gerusalemme; è una città grande e bella, abitata da circa 200 ebrei con a capo rabbi Eliah, rabbi Nathan il commentatore e rabbi Yaaqov».
  Le violenze della storia e poi gli editti di espulsione cinquecenteschi avrebbero posto fine a tale idilliaco affresco. E solo in anni recenti la sinagoga medievale Scolanova, trasformata in chiesa, è tornata all’uso originario. Caso forse unico al mondo, all’esterno dell’edificio convivono una Stella di Davide e una campana. «Ci troviamo nella Giudecca, il cuore della vecchia Trani ebraica. Pochi però, passeggiando tra quelle strade, ne sono davvero al corrente», sottolinea Renzo Funaro, architetto e vicepresidente della Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia (Fbcei). È una consapevolezza da rafforzare e va in quella direzione l’evento “Progetto Trani ebraica” in programma la mattina di venerdì 7 febbraio nell’auditorium di un istituto tecnico cittadino, con la partecipazione tra gli altri dello stesso Funaro, del rabbino capo di Napoli Cesare Moscati, dello storico Giancarlo Lacerenza e dell’architetto Giorgio Gramegna, progettista della sezione ebraica del museo diocesano.
  Per il Comune sono previsti gli interventi tra gli altri del sindaco Amedeo Bottaro e della consigliera Irene Cornacchia. «Lo scopo è dare visibilità alla Giudecca, agendo attraverso un piano di segnaletica e cartellonista ad hoc. Vogliamo valorizzare il quartiere, la sua storia, i suoi luoghi sensibili. C’è tanto da conoscere e l’intenzione è di favorire la trasmissione di informazioni anche in digitale», spiega Funaro, che fa parte di un gruppo di lavoro istituito nel 2023 per far risaltare l’area «dal punto di vista culturale, turistico e architettonico».

La presentazione del logo
  Nel corso dell’evento sulla Trani ebraica sarà presentato il logo dell’iniziativa, «scelto da una commissione qualificata tra numerosi progetti». Il percorso, racconta Funaro, è stato condiviso «con le scuole e con le organizzazioni turistiche attive localmente», insieme ad altri soggetti interessati «a questa operazione di rilancio». Tutto, prosegue Funaro, è iniziato con la pubblicazione anni fa di un libro da parte di uno studioso tedesco: il professore di Storia del tardo medioevo e della prima modernità Benjamin Scheller. In Die Stadt der Neuchristen, «ha svolto una poderosa ricerca sulla presenza ebraica a Trani, individuando i luoghi di residenza e le collocazione delle varie attività commerciali; le sue mappe riportano nomi, mestieri e altre informazioni per ricomporre pezzi di quel mondo, attinte da uno studio negli archivi dell’arcivescovado».

(moked, 6 febbraio 2025)

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“Gli Stati Uniti assumeranno il controllo di Gaza”. Trump incontra Netanyahu e annuncia la svolta

di Ugo Volli

L’attesissimo incontro fra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è svolto ieri sera alla Casa Bianca di Washington in un’atmosfera particolarmente cordiale e si è concluso con una conferenza stampa comune. “Abbiamo avuto dei colloqui fantastici. Lei è il primo capo di stato straniero a visitare il Paese durante la nostra amministrazione”, ha esordito Trump, rivolgendosi direttamente a Netanyahu. Ha quindi parlato degli “Accordi di Abramo”, esprimendo la speranza di estenderli: “Credo davvero che molti paesi aderiranno presto a questa straordinaria occasione di pace e sviluppo economico. Penso che avremo molti che aderiranno molto rapidamente”.

Gaza
  “Nei nostri incontri di oggi, il Primo Ministro e io ci siamo concentrati sul futuro, discutendo su come possiamo lavorare insieme per garantire che Hamas venga eliminato e, in definitiva, riportare la pace in una regione molto travagliata”, ha detto Trump, che poi ha definito la Striscia di Gaza un simbolo di “morte e distruzione”, “un male” per le persone che gli stanno vicino, “e specialmente per coloro che ci vivono”. “È stato un posto sfortunato per molto tempo” che ” non dovrebbe passare attraverso un processo di ricostruzione e occupazione da parte delle stesse persone che hanno combattuto per essa, ci sono vissute, ci sono morte e hanno vissuto un’esistenza miserabile”. Trump ha ribadito il suo piano di trasferire i cittadini di Gaza in diversi luoghi dove saranno “in grado di vivere in comodità e pace”. “Non mi diranno di no. Voglio rimuovere tutti i residenti di Gaza. Succederà”. Trump ha dichiarato che altri paesi potrebbero accogliere i rifugiati di Gaza, ripetendo che i paesi musulmani “non rifiuteranno”. Ha aggiunto che ci sono “circa 1,8 milioni di persone a Gaza, e possono vivere tutte in un posto dove avranno una vita fantastica senza temere per la loro vita ogni giorno”. Ha aggiunto una novità importante, l’idea di un coinvolgimento diretto degli Usa nel governo della Striscia: “Gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Striscia di Gaza; li gestiremo, e saremo responsabili dello smantellamento di tutte le bombe pericolose e inesplose e di altre armi, e di sbarazzarci degli edifici distrutti, creando uno sviluppo economico che fornirà un numero illimitato di posti di lavoro e alloggi per la gente della zona”. Secondo Trump, tutti quelli con cui ha parlato “amano l’idea che gli Stati Uniti amministrino Gaza”.

Arabia e cessate il fuoco
  Un’altra novità dichiarata da Trump è che per quel che gli consta l’Arabia Saudita non pone più come precondizione alla normalizzazione la costituzione di uno stato palestinese. Rispondendo a una domanda su questo tema Trump ha aggiunto: “Vogliono la pace in Medio Oriente. È molto semplice. Vogliono la pace in Medio Oriente”. Sul cessate il fuoco e l’accordo sugli ostaggi, Trump ha detto: “Non posso dirvi se il cessate il fuoco reggerà o meno. Abbiamo liberato un bel po’ di ostaggi. Ne faremo uscire altri, ma abbiamo a che fare con persone molto complicate. Speriamo che l’accordo regga”. Trump ha anche detto che ha in programma di visitare Israele, Gaza, Arabia Saudita e “altri posti in tutto il Medio Oriente”, anche se non ha specificato quando.

Il discorso di Netanyahu
  Netanyahu ha risposto a Trump: “Sono onorato che lei mi abbia invitato a essere il primo leader straniero a visitare la Casa Bianca nel suo secondo mandato. Questa è una testimonianza della sua amicizia e del suo sostegno allo Stato ebraico e al popolo ebraico. L’ho già detto, lo ripeto: lei è il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca. La sua leadership ha aiutato a riportare a casa i nostri ostaggi, tra cui cittadini americani, ha reso disponibili munizioni che erano state tolte a Israele nel mezzo di una guerra condotta su sette fronti per la nostra esistenza. Ha posto fine alle sanzioni ingiuste contro i cittadini israeliani rispettosi della legge. Ha affrontato coraggiosamente il flagello dell’antisemitismo. Ha tolto il finanziamento a organizzazioni internazionali come l’UNRWA che sostengono i terroristi e oggi ha rinnovato la campagna di massima pressione contro l’Iran. Tutto questo in sole due settimane. Riusciamo a immaginare dove saremo tra quattro anni?” Netanyahu ha poi sottolineato i risultati di Israele dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e ha sostenuto che “dobbiamo finire il lavoro”. Ha aggiunto rivolgendosi al presidente Usa: “Credo che la sua volontà di rompere il pensiero convenzionale, di pensare fuori dagli schemi con idee nuove, ci aiuterà a raggiungere tutti questi obiettivi. Lei vede cose che gli altri si rifiutano di vedere. Dice cose che gli altri si rifiutano di dire”. “Israele porrà fine alla guerra vincendola. La vittoria di Israele sarà la vittoria dell’America. Con la sua leadership, signor Presidente, e la nostra partnership, credo che forgeremo un futuro brillante per la nostra regione e porteremo la nostra grande alleanza a vette ancora più alte”.

Le conseguenze dei colloqui
  È presto per vedere le conseguenze dei colloqui dei due leader. Ma è chiaro che le ipotesi di un atteggiamento più distaccato della seconda amministrazione Trump rispetto alla prima, con l’imposizione possibile di un arresto della guerra non sono confermate. Trump ha intenzione di risolvere radicalmente il problema di Hamas e di cambiare l’assetto della regione, in maniera tale da garantire la sicurezza di Israele. Bisognerà vedere che politiche si svilupperanno rispetto all’Iran e come si evolverà il processo negoziale sulla guerra: temi su cui i due leader non hanno voluto entrare nel concreto. Insomma, l’incontro di ieri è l’inizio di un percorso che potrà riservare ancora molte sorprese.

(Shalom, 5 febbraio 2025)
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La cosa più inquietante di questo colloquio non sono certo le sparate di Trump, che appartengono al suo stile di sparare 100 per vedere l’effetto che fa e poi contrattare il possibile, ma la reazione di Netanyahu: “Israele porrà fine alla guerra vincendola. La vittoria di Israele sarà la vittoria dell’America. Con la sua leadership, signor Presidente, e la nostra partnership, credo che forgeremo un futuro brillante per la nostra regione e porteremo la nostra grande alleanza a vette ancora più alte”. Ma ci crede davvero? M.C.

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Perché Hamas deve essere distrutto

di  Niram Ferretti

Il culto della morte e del martirio, abbinato a un antisemitismo radicale, è al centro dell’ideologia di Hamas, costola palestinese della Fratellanza Musulmana.
  “Le conclusioni di Hamas sul destino di Israele sono esplicitate inequivocabilmente nello Statuto. Secondo l’art. 6, Hamas, ‘innalzerà la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della Palestina. […] Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad'”, scrive Matthias Küntzel.
  Lo Statuto di Hamas del 1988, mai abrogato, è il manifesto programmatico dell’organizzazione jihadista, un miscuglio esiziale di fanatismo religioso, antisemitismo e volontà eliminazionista. Così come Adolf Hitler aveva espresso in modo eloquente le sue intenzioni nel Mein Kampf, poi messe in atto in modo puntuale, lo stesso ha fatto Hamas.
  Il 7 ottobre del 2023 è stato la logica conseguenza dello Statuto. Eppure, per sedici anni, dal 2007, (anno della presa assoluta del potere da parte di Hamas a Gaza), al 2023, Israele ha preferito ignorare la realtà dello Statuto considerando Hamas un attore politico che si poteva tenere a bada attraverso elargizioni economiche fornite dal Qatar, suo principale sponsor finanziario e ideologico. Tutto ciò ha portato a quattro conflitti, di cui, il più esteso è quello attuale interrotto attualmente da una tregua.
  Già nel 2005, quando Ariel Sharon prese la decisione di mettere fine agli insediamenti ebraici nella Striscia, dichiarando che essa aveva il potenziale di diventare la Singapore del Medio Oriente, sottovalutava come il politico, quando è innestato sul religioso, subordina tutto alle proprie convinzioni.
  Non c’è benessere economico, arricchimento personale, possibilità di migliorare le condizioni della vita collettiva che possa avere la meglio sulla convinzione ferocemente e religiosamente radicata che Israele deve essere cancellato dalla mappa del Medio Oriente. Il mero fatto che Hamas non possegga la capacità materiale di poterlo fare non modifica di nulla la sua pericolosità e il suo programma, come il 7 ottobre, vera e propria anticamera di un genocidio, ha ampiamente dimostrato.
  Lasciare sopravvivere Hamas a Gaza sarebbe come avere voluto fare sopravvivere Al Qaeda in Afghanistan o l’Isis in Iraq invece di avere deciso di porre fine alla loro radicamento.
  Non ci sono vie di mezzo, non possono esserci tregue che tengano, e duole dirlo, la vita degli ostaggi dovrebbe essere subordinata a questo obiettivo, la distruzione di Hamas e la bonifica di Gaza.
  Durante la Seconda guerra mondiale, gli Alleati non decisero di lasciare intatto in Germania un residuo attivo ma operante del Terzo Reich, così come a Mosul non si è optato per preservare l’Isis dalla sconfitta totale dopo nove mesi di assedio e la morte reale di quarantamila civili.
  L’evidenza di questa guerra che è durata quindici mesi e che ora si è  momentaneamente arrestata, è che più che avere come obiettivo la capitolazione di Hamas si sia optato per una massiccia operazione di deterrenza, esattamente come è accaduto nei conflitti precedenti, con il risultato che ciclicamente si è ripresentato lo stesso problema e si è infine giunti al maggiore eccidio di ebrei dal dopoguerra ai nostri giorni.
  Netanyahu ha sempre dichiarato di volere la vittoria, ma è il primo a sapere che questo esito è inconciliabile con la liberazione di tutti gli ostaggi, l’assicurazione sulla vita di Hamas. La capitolazione di Hamas prevede un prezzo alto da pagare, la salvezza di tutti gli ostaggi un prezzo altrettanto alto, ma più esorbitante.
  La realtà bruta è questo, il resto è solo ipocrisia e wishful thinking.

(L'informale, 5 febbraio 2025)

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Studenti ebrei contestati alla Statale di Milano

I collettivi di sinistra hanno tentato di impedire un convegno organizzato dall'Ugei insieme ai giovani di Forza Italia e Lega

Contestazione a un convegno di studenti all'Università Statale di Milano, martedì 4 febbraio, organizzato dagli studenti ebrei (Ugei) e dai giovani di Forza Italia e Lega, dal titolo 'Vogliamo studiare. Contro le occupazioni violente e l'odio per Israele, raccontiamo il nostro viaggio'. Durante l'incontro, alcuni giovani dei collettivi di sinistra hanno tentato di entrare nell'aula, ma sono stati respinti dalla sicurezza dell'ateneo e dagli agenti della Digos. I contestatori si sono quindi fermati in corridoio scandendo slogan come "Palestina libera" e "fuori i sionisti dalle università", con le bandiere palestinesi.
"Questo evento non appartiene alla comunità studentesca. Abbiamo dimostrato, con mesi di lotta, che vogliamo non ci sia complicità sul genocidio", hanno detto gli studenti in corridoio. Secondo Ilan Boni, vice presidente della comunità ebraica di Milano, "è un peccato che durante una manifestazione pacifica i ragazzi che vogliono divulgare il loro messaggio vengano attaccati o qualcuno provi a farli tacere". E poi ha aggiunto che l'ateneo "sicuramente non è più tanto sicuro come lo era prima", ma ha sottolineato che i contestatori sono "una minoranza che fa molto rumore".

Le reazioni
  Inevitabili le reazioni politiche. "Le università potrebbero e dovrebbero fare molto, non attuando inutili boicottaggi né permettendo che gruppi di studenti neghino il diritto ad altri di esprimersi liberamente", il commento di Daniele Nahum, consigliere comunale di Azione: "I ragazzi stavano ricostruendo la loro esperienza nei luoghi colpiti il 7 ottobre e hanno espresso la loro contrarietà alle occupazioni e all'odio verso Israele". "Inaccettabile qualsiasi forma di intimidazione o violenza che limiti la libertà di espressione e il diritto al confronto democratico, principi fondamentali su cui si fonda il mondo accademico", fanno sapere Alessandro Verri e Andrea Poledrelli, rispettivamente capogruppo della Lega a Palazzo Marino e responsabile dei giovani della Lega a Milano.

(MilanoToday, 5 febbraio 2025)


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Studenti ebrei, l’appello: "Basta paura in università"

L’evento dell’Ugei con i gruppi di destra e la contestazione dei ProPal. I racconti del viaggio negli atenei israeliani. Sfuma l’idea di un confronto.

"Vogliamo studiare": il titolo dell’iniziativa, promossa ieri pomeriggio da Studenti per Israele, Studenti per la Libertà, Siamo Futuro e Unione Giovani ebrei d’Italia alla Statale di Milano. Ma è ancora muro contro muro. In aula i promotori, alcuni esponenti della comunità ebraica e un gruppetto di giovani, fuori dall’aula una trentina di studenti di Cambiare Rotta e Rete della conoscenza con lo striscione: "Anche i palestinesi vogliono studiare". In mezzo la Digos e il direttore generale dell’ateneo che spiega che è stata raggiunta la capienza massima dell’aula. "Ma se di solito facciamo lezioni a terra e nessuno parla di capienza?", protestano gli esclusi. "È il primo evento che organizziamo all’università – premette Pietro Balzano, autore del Manifesto nazionale per il diritto allo studio –. Per questo ateneo è stato un anno pieno di avvenimenti: occupazione, vandalismo e aggressioni, avvenute nello stesso corridoio dove siamo passati per venire qui. Ci siamo riuniti perché questa cosa non ci può andare bene, non solo come studenti, ma come cittadini. Deve essere garantito a tutti un dibattito pubblico, alla pari. Senza paura".
Filippo Leon di “Siamo Futuro“, gruppo vicino alla Lega, racconta del viaggio di una delegazione di studenti a Israele - dal 12 al 16 gennaio - mentre alle spalle scorrono le foto anche della Reichman University e di Ariel, finite al centro del dibattito sugli accordi internazionali: "Siamo andati per smentire le bugie, non c’è l’apartheid. Anche alla Sapir University, a ridosso della Striscia di Gaza, abbiamo incontrato studentesse beduine che almeno lì possono studiare". In corridoio, intanto, partono i cori: "Fuori i sionisti dall’università". "Sarebbe bello che potessero entrare qui a confrontarsi pacificamente", dicono da dentro. "Non ci fanno entrare, chiudono le porte": ribattono da fuori. "Da 15 mesi il pretesto della lotta in difesa della Palestina è stato sempre un modo per creare un clima ostile per gli studenti ebrei e israeliani, cercando di ostacolare chi ha un pensiero diverso dalla loro narrativa", commenta David Fiorentini dell’Unione dei giovani ebrei d’Italia. Una dipendente della Statale prende la parola: "Ho subìto direttamente il 7 ottobre perché persone troppo vicine a me erano lì: ho tremato di paura. Pochi giorni dopo ho tremato di rabbia per tutte le cose che ho visto e sentito qui. Ci vogliono eventi come questi, vi ringrazio. E, ironicamente, ringrazio anche gli studenti fuori per le loro urla: almeno ho trovato l’aula facilmente". "Per fortuna ci sono le forze dell’ordine che ci hanno permesso di svolgere questa manifestazione in maniera serena – ha ribadito il vicepresidente della Comunità ebraica di Milano, Ilan Boni –. Sicuramente l’ambiente delle università non è più tanto sicuro come lo era prima. Si tratta però di una minoranza che fa molto rumore, poi c’è una grande maggioranza che ha voglia di studiare e di dire le proprie opinioni liberamente". "La commissione comunale contro l’odio inizi il proprio lavoro dalla Statale – chiede Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica di Milano -. Se non c’è spazio per idee democratiche e liberali in università, la cultura intera è a rischio". La giornata si chiude con un timido tentativo di dialogo per organizzare un secondo dibattito, congiunto, che sfuma. Almeno per ora.

(Il Giorno, 5 febbraio 2025)

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“Carissimo, dica pure… a patto che accusi e rinneghi Israele”

A molti ebrei viene ormai inibito il diritto di parlare nelle Università, a meno che siano “ebrei buoni”, ossia anti-israeliani. Si accampano scuse e bugie per coprire la vigliaccheria degli Atenei. Ma come far valere le ragioni di Israele? Ne parliamo con Iuri Maria Prado, giurista e scrittore.

di Ester Moscati

Strattonata, abusata, fraintesa, falsificata: è la parola “censura”, di cui sembra si sia perso oggi il senso e il (dis)valore. Si grida alla censura se a un cantante misogino e violento si nega un palco. Ma se giornalisti e intellettuali vengono zittiti nelle università, nessuno si leva in loro difesa. Che cosa sta accadendo? Ne parliamo con Iuri Maria Prado, avvocato, giurista e giornalista, firma de Il Riformista, Il Foglio e Linkiesta.
«Il limite è, da un punto di vista normativo, sia che si tratti di musica, di scritti, di ogni manifestazione del pensiero, quello stabilito dalla legge. Fermo il principio costituzionale, non può trattarsi di propalazioni che istighino alla commissione di atti violenti o discriminatori. Questo in termini generalissimi. Poi c’è un’altra questione, paradossalmente ancora più vasta, e difficile da trattare: quella sul fronte culturale . Quando implica la cessione di spazi pubblici, dovrebbe esserci una sorta di monitoraggio, sorveglianza, autocontrollo. Questo per verificare che manifestazioni che magari non oltrepassano il limite della liceità però siano opportunamente contenute, non favorite né accreditate».
Un caso di censura/boicottaggio è stato il recente blitz del gruppo antagonista “Cambiare rotta” all’incontro pro-vita alla Statale, lo scorso 26 novembre: hanno interrotto con urla, schiamazzi e bestemmie un’iniziativa della lista studentesca “Obiettivo studenti”, vicina a Comunione e liberazione. La rettrice Brambilla lo ha definito “Una violazione dei valori fondamentali di una comunità accademica”. Mentre gli antagonisti hanno affermato di contestare “la vergognosa iniziativa di Obiettivo Studenti” e hanno rivendicato il diritto di censurare gli antiabortisti, di non lasciare loro il diritto di parola.
Quando la “censura” viene dal basso e non dal “potere”, è sempre “censura” o diventa bavaglio e altro ancora? «Dovrebbe esserci una pratica di segno assolutamente opposto – spiega Prado -. Se si tratta di manifestazioni di pensiero e di opinioni, a maggior ragione su temi delicati e sensibili, il limite invalicabile è quello del commettere atti di intimidazione o violenti. Se viene impedito lo svolgimento di un seminario, di una lezione, sulla base della pretesa che certe posizioni non possano essere discusse, si tratta di manifestazioni non tollerabili, verosimilmente confliggenti con la legge, ma comunque con i minimi criteri di rispetto e della pacifica convivenza».
A questi gruppi “antagonisti” sembra invece che tutto sia concesso. Il tappare la bocca altrui come qualcosa di normalizzato. Cioè non viene sanzionato né stigmatizzato, il fatto che sia “normale” che si impedisca l’espressione del libero pensiero altrui, come è accaduto lo scorso anno a David Parenzo alla Sapienza di Roma e a Maurizio Molinari alla Federico II di Napoli. Così come il convegno su Israele all’Università Statale di Milano, bloccato per presunti motivi di sicurezza: il titolo Israele: storia di una democrazia sotto attacco. Terrorismo, propaganda e antisemitismo 4.0. La sfida all’occidente, nel quale il pubblico avrebbe dovuto assistere anche alla proiezione del docufilm #NOVA sul massacro compiuto il 7 ottobre dai terroristi di Hamas al Nova Music Festival. A pochi giorni dall’evento, gli organizzatori hanno dovuto annullarlo, dopo una serie di minacce da parte dei collettivi. Così diventa “normale” impedire a qualcuno di parlare, per non assumersi l’onere di prevenire la violenza dei “censori/boicottatori”.
«Nel caso del convegno all’università di Milano è stato fatto di peggio. Me ne sono occupato professionalmente – dice Prado – e quello che è successo è che il Rettore, per impedire lo svolgimento del convegno su Israele, ha mentito, dichiarando di avere avuto una segnalazione di rischio sicurezza dalla Digos. La stessa Digos ha invece, dopo poche ore, smentito il Rettore. In quale, o autonomamente o su pressioni propalestinesi, aveva ritenuto di non far svolgere quel Convegno. Per quanto riguarda giornalisti e intellettuali ebrei ai quali è stato impedito di parlare, abbiamo avuto episodi plurimi e preoccupanti. È stato contestato il loro diritto di parlare, di fatto in quanto ebrei. Nel caso di Molinari alla Federico II di Napoli, ci fu addirittura un comunicato della Presidenza della Repubblica , che, sia pur meritevole, in realtà aggirava l’argomento, perché Mattarella scrisse ‘è intollerabile che in una Università venga impedito di parlare a chi la pensa diversamente’. Ma diversamente da cosa? A Maurizio Molinari non è stato impedito di parlare perché la pensava diversamente, da che cosa poi? Gli è stato impedito di parlare in quanto EBREO. Punto. Questa è la questione.
Oggi l’essere ebrei costituisce un problema, addirittura nell’esercizio delle libertà costituzionali, di espressione del proprio pensiero. Questi fatti sono stati gravissimi, in sé e soprattutto perché non sono stati destinatari della necessaria, pubblica esecrazione. Anzi. Oggi, nel 2024/2025, gli ebrei in Italia, sono non solo a rischio di incolumità se portano la kippà o la stella di David, ma gli viene impedito il diritto di esercitare le proprie facoltà costituzionali. Salvo in una occasione: se ripudiano Israele, se condannano la guerra a Gaza, se parlano di genocidio… Allora è un ‘ebreo meritevole’, un “ebreo buono” al quale viene concesso il diritto di parlare. È una situazione gravissima».
È accaduto di recente nella trasmissione di Marco Damilano Il cavallo e la Torre. Ha invitato Anna Foa a parlare del suo libro Il suicidio di Israele e a conclusione Damilano ha detto “Se queste cose le dice Anna Foa, allora non ci possono accusare di antisemitismo”. « Questo è l’atteggiamento più radicalmente e profondamente antisemita che si possa immaginare. Cioè il passo ulteriore dopo ‘ho tanti amici ebrei’. ‘Lo dice anche un ebreo’ è l’atteggiamento più antisemita che ci sia. Gli ebrei non sono una nebulosa, non esistono ‘gli ebrei’, esiste certo il popolo ebraico, ma non esiste una posizione degli ebrei in quanto tali. È l’atteggiamento del negriero che chiama a parlare il servo più fedele che dice ‘Sì, il padrone è buono’. È il comportamento più razzista che si possa immaginare, più radicale».
Che cosa si può fare per contenere questa deriva, per contrastare censure e boicottaggi? «Dal punto di vista giuridico – conclude Iuri Maria Prado – se si traducono in atteggiamenti violenti, sono sanzionabili. Ma il lavoro da fare non è tanto giuridico, quanto politico, civile e culturale, e non viene fatto, almeno non abbastanza. Questo lavoro manca. E la prima mancanza è il mancato riconoscimento di un problema. Ho citato volutamente il comunicato della Presidenza della Repubblica. ‘Gente che la pensa diversamente’… L’impedimento a parlare non deriva dalla diversità di opinione, ma dal fatto che si è ebrei.
I giovani poi sono sottoposti quotidianamente ad una inoculazione di tipo goebbelsiano contro gli ebrei e Israele Sionista è diventato un insulto. Se oggi nelle Leggi razziali del ’38 si sostituisse la parola ‘ebreo’ con la parola ‘sionista’, ci sarebbe una buona fetta della nostra classe politica disposta a sottoscriverle. È una cosa che i nostri ragazzi, dai giornali ai talk show, si sentono dire ogni giorno. Un esempio giornalistico? Usare ‘sparatoria’ invece di ‘attentato’. Dare le notizie in questo modo vuol dire sminuire il terrorismo. È un automatismo del pregiudizio, uno stillicidio costante. Contrastarlo è un lavoraccio, ma bisogna farlo nel piccolo angolo di cui disponiamo. Il fronte avverso è più vasto e più potente, ma questo non vuol dire che possiamo rinunciare a combattere. In Europa gli ebrei pensavano di essere a casa, ma non lo sono più». 

(Bet Magazine Mosaico, 5 febbraio 2025)

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Kippah Italia: caccia all’ebreo

Roma, Milano, Torino, Trieste, Livorno. Cronaca orrenda di un anno di aggressioni antisemite. Siamo diventati come gli altri paesi europei, dove è pericoloso essere “riconoscibili”.

di Giulio Meotti

ROMA - “A Roma non c’è motivo di non indossare la kippah”, titolava nel 2016 la Repubblica, dopo che il capo della comunità ebraica di Marsiglia, Zvi Ammar, aveva consigliato alla propria comunità di non metterla più in pubblico. Era anche l’anno in cui un giornalista israeliano, Zvika Klein, si mise una kippah e, munito di telecamera, andò in giro per le banlieue francesi. A malapena Klein ne è uscito vivo. Era anche l’anno in cui a Sarcelles, banlieue multiculturale di Parigi, un ragazzino di otto anni che indossava la kippah fu preso a calci e pugni. L’Italia sembrava diversa, al riparo dalla temperie multiculturale che scuote gli altri paesi. Ci abbiamo messo un po’, ma anche in Italia è finita che è pericoloso indossare la kippah in pubblico.
  Mentre stava passeggiando tenendo la mano della mamma in via Nazionale a Roma con in testa il tipico copricapo ebraico, un bambino di otto anni è stato aggredito e minacciato con una bottiglia di vetro da un egiziano che gli ha gridato: “Togliti la kippah”.
  Poteva finire male, malissimo, come è successo a Nathan Graff, israeliano con la kippah ferito a coltellate da un uomo incappucciato a Milano alla schiena, alla gola e al volto. E pensare che in Italia sui giornali si pubblicano vignette di primi ministri israeliani con la kippah e la didascalia “l’ebreo (ab)errante”.
  Una settimana fa, a Trieste, un ebreo con la kippah si è sentito dire per strada da due che impugnavano la bandiera palestinese: “Ebreo, ti sgozziamo”. L’estate scorsa era successo qualcosa di simile ad Ariel Haddad, rabbino capo della Slovenia e responsabile del Museo della comunità ebraica triestina. “Peccato che non siamo in anni precedenti altrimenti ti avremmo potuto bruciare”: queste le parole che un bambino ebreo di undici anni con la kippah si è sentito rivolgere da un coetaneo a Torino. “Ci nascondiamo, ci rendiamo irriconoscibili e la kippah la copriamo con il cappello”, ha confessato Cesare Moscati, rabbino capo della comunità ebraica di Napoli. A Venturina Terme, in provincia di Livorno, un ragazzo ebreo di dodici anni è stato preso a calci e sputi da due quindicenni. Di fronte alla residenza per anziani della comunità ebraica di Milano, un uomo ha pesantemente insultato due ebrei ortodossi, chiamandoli “assassini” e urlando “viva la Palestina”.
  A un raduno pro Pal a Milano un anziano ebreo con la kippah è stato gettato a terra e gli hanno strappato il copricapo al grido di “sporco ebreo”. E questo per restare agli ultimi mesi. Nel resto d’Europa, dove come scrive l’Economist “l’aumento dell’antisemitismo mette alla prova i valori liberali”, la kippah è scomparsa. Qualche settimana fa, il capo della polizia di Berlino ha detto agli ebrei e ai gay di non farsi “riconoscere” in certe zone della capitale tedesca. Gli ebrei di Bruxelles non la indossano più in pubblico da anni. “Bisogna togliere la kippah per preservare la santità della vita”, ha detto Prosper Abenaim, rabbino di La Courneuve, banlieue di Parigi. Lo stesso da Londra a Malmö. E mentre i numeri delle partenze per Israele e altrove sono aumentati dal 7 ottobre, in Francia è uscito per Flammarion un libro di Guillaume Erner, “Judéobsessions”, in cui l’autore scrive: “La popolazione ebraica europea è paragonabile a quella del Medioevo. Con la Shoah, l’antisemitismo raggiunse il suo obiettivo. Mentre nel 1939 la Polonia era popolata da tre milioni di ebrei, nell’Unione europea ne restano 750 mila. L’altro elemento vertiginoso, di cui nessuno parla, è la scomparsa degli ebrei nel mondo arabo. C’erano un milione di ebrei”. Oggi, nessuno.

Il Foglio, 5 febbraio 2025)

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Per il premier israeliano colloqui con dirigenti dell'amministrazione Usa, tra cui Musk

Seguirà un incontro con Trump. Inviati in Qatar gli emissari di Tel Aviv. L'indiscrezione del Nyt sui nuovi aiuti a Tel Aviv

FOTO
Netanyahu si trova negli Stati Uniti per una visita al presidente Donald Trump, con il quale terrà un colloquio ufficiale oggi. Ma un incontro c'è già stato a giudicare dalla fotografia che sta circolando sui social nella quale si vede il premier israeliano insieme al presidente Usa e a Elon Musk. Le recenti polemiche sul saluto nazista del miliardario sudafricano, braccio destro di Trump, non sembrano aver creato distanza tra i due tanto meno scalfito i rapporti tra i rispettivi Paesi. Nel corso della giornata si sono tenuti a Washington incontri tra Netanyahu e alti funzionari statunitensi che hanno portato frutti, si direbbe, visto che l'ufficio del primo ministro israeliano ha comunicato che Tel Aviv invierà una delegazione in Qatar "alla fine della settimana" per discutere un cessate il fuoco "esteso", come previsto dalla seconda fase dell'accordo con Hamas. A seguire il premier "convocherà il Gabinetto di Sicurezza per discutere le posizioni di Israele", si legge nel comunicato. 

1 miliardo di dollari in armi dagli Usa per Israele
  Intanto si parla di armi per Israele. L'amministrazione Trump ha chiesto ai leader del Congresso di approvare nuovi trasferimenti per circa 1 miliardo di dollari in bombe e altro materiale militare a Tel Aviv, secondo quanto scrive il Wall Street Journal, citando dirigenti statunitensi a conoscenza del dossier. Le vendite di armi pianificate includono 4.700 bombe da 1.000 libbre (450 kg), per un valore di oltre 700 milioni di dollari, nonché bulldozer blindati costruiti da Caterpillar, per un valore di oltre 300 milioni di dollari.

(TiscaliNews, 4 febbraio 2025)

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L’Iran cerca metodi veloci per dotarsi di una bomba nucleare

Nuove informazioni americane indicano che un gruppo segreto di scienziati iraniani sta esplorando modi per sviluppare rapidamente un’arma nucleare se la leadership del Paese decidesse di perseguirla. Lo ha detto il New York Times in un articolo di ieri.
Il rapporto afferma che le informazioni indicano che l’Iran sta cercando una scorciatoia per ottenere una bomba che gli consentirebbe di convertire le sue scorte di uranio in un’arma in pochi mesi piuttosto che in anni, se necessario, anche se la decisione di correre verso una bomba non è stata presa.
Il documento afferma che le informazioni sono state raccolte negli ultimi mesi dell’amministrazione Biden e condivise con la squadra di Donald Trump.
Il documento osserva che, con il potere regionale dell’Iran indebolito dai colpi inferti alle sue forze per procura nella regione e dall’incapacità di colpire in modo significativo Israele con i suoi bombardamenti missilistici, Teheran è ansiosa di trovare nuovi modi per scoraggiare un attacco da parte di Israele o degli Stati Uniti.

(Rights Reporter, 4 febbraio 2025)

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Dopo il 7 ottobre gli Usa non hanno preso le difese di Israele sotto attacco, ma le hanno fatto solo pressioni

Una strategia politica incomprensibile

di Paolo Salom

[Voci dal lontano occidente] Si è appena conclusa una stagione dettata da una visione del mondo secondo i principi dell’amministrazione democratica del presidente Usa Joe Biden, e siamo all’inizio di una nuova di cui, credo, vedremo presto gli effetti una volta che il repubblicano Donald Trump avrà avviato in pieno la nuova macchina del governo a sua immagine e somiglianza. Nel frattempo vorrei registrare i commenti finali del segretario di Stato uscente, Antony Blinken, diffusi con generosità dai media israeliani.
In sostanza, Blinken ha ammesso che il conflitto a Gaza si è protratto così a lungo, e gli ostaggi sono rimasti nelle mani dei terroristi per un periodo semplicemente inaccettabile, perché “Hamas faceva un passo indietro, quando la trattativa sembrava giunta al traguardo, ogni volta che osservava aumentare la pressione internazionale su Israele”. Blinken si è anche detto “stupefatto” della totale assenza di analoga pressione su Hamas: “Se gli ostaggi fossero stati liberati, la guerra sarebbe subito finita”.
Se permettete, io sono invece stupefatto dello stupore dell’ormai ex segretario di Stato. Mi sarei aspettato un briciolo di consapevolezza maggiore da parte di un uomo responsabile della politica estera della più grande Potenza mondiale dai tempi dell’antica Roma. Intanto, pronunciare queste parole quando la guerra crudele, voluta e scatenata da Hamas (con i burattinai iraniani a tenere i fili), è stata di fatto risolta dallo Stato ebraico – con un prezzo in vite umane e risorse spaventoso, certo – suona francamente fuori luogo.
Per un anno e mezzo gli americani hanno rappresentato la prima e maggiore fonte di pressione su Israele: perché non invadesse Gaza, perché non entrasse a Rafah, perché facesse entrare più aiuti umanitari ai civili, perché accettasse i termini proposti dagli aguzzini di Hamas, perché consentisse tregue e cessate il fuoco… aggiungete pure a questo elenco delle cose “da non fare o da fare” tutto quello che vi viene in mente, perché gli americani (e gli alleati europei, con poche eccezioni) lo hanno detto ripetutamente, mettendo sul banco degli accusati non i terroristi del 7 ottobre e i loro complici, quanto piuttosto (e sempre) lo Stato ebraico. Tutto questo non solo non ha aiutato, al contrario ha allungato la guerra e, quindi, il costo in vite umane che ogni conflitto comporta.
Come sapete io preferisco non entrare nella politica interna israeliana: ritengo che solo chi viva la realtà di quel Paese abbia un diritto naturale di giudizio. Una cosa, arrivati a questo punto, però è certa: se a guidare il governo dí Gerusalemme non ci fosse stato Benjamin Netanyahu, vincere su sette fronti, decapitare i vertici di organizzazioni terroristiche quali Hamas, Hezbollah, gli Houthi, assestare una lezione mai vista al regime degli ayatollah non sarebbe stato possibile. Comunque non con i risultati davvero stupefacenti ottenuti contro i pareri e la volontà di tutti, dentro e fuori Israele.
Il mio non è un giudizio politico ma una semplice osservazione della realtà. E, peraltro, avrete notato anche voi che, passate le elezioni presidenziali in America, le voci “contro” il premier e le sue scelte si sono fatte molto, molto più discrete (con la perniciosa eccezione, ahimè, di papa Francesco): segno che non erano così fuori dal mondo.
Resta per me sorprendente se non incomprensibile osservare a ritroso la politica della Casa Bianca di fronte a una guerra tanto atroce nata da una strage contro i civili ebrei mai vista dai tempi della Shoah. Un vero leader, e qui mi riferisco alla Casa Bianca tutta, sa prendere decisioni in nome degli interessi più alti della propria nazione e di quelle alleate. Non farlo significa perdere il proprio status morale, il proprio diritto implicito al primato. E questo, alla lunga, non porta alla pace. Al contrario stuzzica gli appetiti di chi si sente pronto a conquistare il posto d’onore nella guida del mondo. Prepariamoci a tempi difficili. Per fortuna per noi, Israele c’è.

(Shalom, 3 febbraio 2025)

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“Vittoria totale” ed eternità

Vittoria totale, assoluta: questo è l'obiettivo che Israele vuole raggiungere e su cui il Primo Ministro Benjamin Netanyahu insiste.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Un anno fa, Netanyahu ha detto ai diplomati di un corso per comandanti: “La mia richiesta principale è la vittoria assoluta. Niente di meno. Non c'è alcun sostituto della vittoria”. Continuo a sentire da commentatori ed esperti frasi come: “Non è possibile” o “Non è necessario”. Sì, è possibile, è necessario e non abbiamo altra scelta. Il termine ebraico “Nitzachon Muchlat” (ניצחון מוחלט), che letteralmente si traduce come “vittoria totale”, può avere una connotazione negativa se visto con occhi tedeschi. Qui in Israele, significa esattamente il contrario di ciò che i nazisti avevano in mente con la loro ricerca del dominio mondiale: la difesa del diritto all'esistenza dello Stato ebraico. Ricordate lo slogan degli islamisti: “Dal fiume al mare, la Palestina sarà liberata”. Non ci sarebbe spazio per uno Stato ebraico e questo sarebbe inaccettabile. Una vittoria totale su questa ideologia e sui suoi perfidi piani è assolutamente necessaria per evitare un nuovo Olocausto.
Israele non ha altra scelta e per questo Netanyahu ripete da mesi: “Marceremo verso Rafah e otterremo una vittoria totale. Abbiamo distrutto Haman e distruggeremo anche Sinwar”.

Vittoria ed eternità
  Vittoria ed eternità - “nitzachon” e “netzach” (ניצחון ונצח) - sono strettamente legate in ebraico, sia linguisticamente che concettualmente. Qui cercheremo di mostrare il legame tra questi due termini. Entrambe le parole hanno come radice נ.צ.ח. Queste tre lettere sono sinonimo di sopravvivenza, continuità ed eternità, oltre che di superamento degli ostacoli e di vittoria. Eternità (נצח) sta per tempo infinito, qualcosa che non passa - eterno e costante. La vittoria (ניצחון) indica il raggiungimento o la superiorità rispetto a una sfida o a un avversario, ma anche il raggiungimento di qualcosa che trascende il momento e ha un valore eterno.
Netanyahu ha fatto riferimento a questo obiettivo nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti nel luglio 2024 e nel suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2024. Nella sua giustificazione per il licenziamento del Ministro della Difesa Yoav Galant nel novembre 2024, Netanyahu ha anche sottolineato: “Il mio più alto obbligo come Primo Ministro di Israele è quello di garantire la sicurezza di Israele e condurci alla vittoria totale”.
All'interno della popolazione israeliana, tuttavia, l'obiettivo di Netanyahu della “vittoria totale” è molto controverso. Molti ritengono che le vittorie totali non siano più possibili al giorno d'oggi. Si presume che solo la diplomazia basata sul compromesso sia in grado di risolvere i conflitti. Un esame più attento dimostra che questa visione non è corretta.

Il cammino verso l'eternità
   In un contesto spirituale, la vittoria è il cammino verso l'eternità. Una vittoria in un contesto morale, idealistico o nazionale lascia sempre un'impressione duratura. Ad esempio, una vittoria in battaglia può garantire la sopravvivenza di una nazione. Può anche essere vista come il trionfo di un'idea attraverso le generazioni. L'eternità come significato della vittoria in un'interpretazione profonda è una vera vittoria. Non è temporanea, ma ha un significato a lungo termine, legato a valori o obiettivi elevati che durano oltre il tempo.
Questo è un obiettivo da sogno per Israele, perché una vittoria completa sui nemici sarebbe duratura. Garantirebbe sicurezza, tranquillità e pace. Siamo in un'epoca di guerra complessa e la domanda che molti si pongono è: è possibile sconfiggere questi folli terroristi e nemici? Per sconfiggere il nemico, dobbiamo capire il motivo della lotta. E da questo deriva il modo in cui possiamo vincerla. Bisogna sempre ripeterlo: La battaglia riguarda la Terra Santa.
È su questo che verte la guerra. È il punto centrale della contesa. Di conseguenza, è anche la chiave della vittoria. Il popolo di Israele deve decidere in modo chiaro e inequivocabile di accettare la volontà di Dio, ovvero che l'intera Terra di Israele ci appartiene. Non c'è posto per nessun'altra entità nella terra d'Israele e non c'è posto per chi non accetta il dominio di Israele su questa terra. Ciò richiede una decisione chiara e passi decisivi verso l'effettiva sovranità sulla Terra d'Israele.
Questa è l'idea spirituale che deve essere realizzata politicamente. E questo non è niente di strano nella folle regione in cui viviamo, e non è niente di nuovo. In Esodo 26, Dio ha mostrato al suo popolo come funziona: “Se camminerete nei miei statuti, osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica... allora darò pace nel paese, così che dormirete e nessuno vi farà paura. Scaccerò le bestie cattive dal vostro paese e nessuna spada si abbatterà sul vostro paese. Darete la caccia ai vostri nemici e cadranno di spada davanti a voi. I tuoi cinque daranno la caccia a cento, i tuoi cento daranno la caccia a diecimila, e i tuoi nemici cadranno di spada davanti a te”.

Gli statuti di Dio
   La domanda è: come interpretiamo questo fatto ai nostri giorni? Osservare gli statuti di Dio - cosa significa in termini concreti? Conformarsi al governo di destra di Netanyahu? Seguire le regole dei religiosi e degli ortodossi? Gli ebrei laici non osservano gli statuti biblici? E gli israeliani di sinistra hanno completamente torto?
Nei tempi biblici, tutti gli uomini religiosi servivano nell'esercito. Oggi non è più così. Come giudica Dio il comportamento degli ebrei ortodossi che non prestano servizio nell'esercito? Ha lo stesso peso del comportamento degli israeliani di sinistra? Oppure tutti gli ebrei devono prima credere in Gesù perché questo versetto abbia senso dal punto di vista biblico?
Molti cristiani sembrano essere di questa opinione. Suona più o meno così: “Poiché gli ebrei non riconoscono Gesù, il popolo è in guerra”. Ma ignorano il fatto che il popolo di Israele non ha celebrato Gesù come Messia nemmeno durante la fondazione dello Stato, eppure è avvenuto il miracolo della rinascita di Israele, un miracolo di portata biblica. Non si può schiacciare tutto in uno stampo in modo che si adatti alla propria concezione spirituale.

Concessioni e compromessi
   Siamo in conflitto con i nostri nemici dal 1948. Non abbiamo lasciato nulla di intentato per raggiungere la pace. Sono state esplorate tutte le strade possibili, sono state fatte molte concessioni. Abbiamo rinunciato a fiorenti insediamenti e li abbiamo lasciati intatti ai nostri nemici. Abbiamo dotato la loro polizia di armi affinché si amministrassero da soli. Ci siamo ripetutamente trattenuti nella speranza che i nemici riconoscessero che stiamo tendendo una mano di pace e di cooperazione. Abbiamo riconosciuto il loro diritto di vivere nel Paese. In cambio, abbiamo limitato non poco la nostra colonizzazione. Non si è ottenuto nulla. Al contrario, la situazione è solo peggiorata.
Tuttavia, non ci siamo impegnati abbastanza: Non abbiamo percepito e messo in pratica i comandamenti di Dio per la sua terra. “Dio ricorda la sua alleanza per sempre, la parola che ha comandato a mille generazioni, l'alleanza che ha fatto con Abramo, il giuramento che ha fatto a Isacco. L'ha stabilita per Giacobbe come uno statuto, per Israele come un'alleanza eterna, perché ha detto: “A te do la terra di Canaan come tua eredità”"[1].
Solo se ci atteniamo a Dio potremo vivere in sicurezza nella nostra terra.

L’eternità di Israele
   Qual è la strada giusta? Quella degli ebrei di destra, degli ebrei di sinistra, degli ebrei ortodossi, degli ebrei messianici? O una via di mezzo tra tutte? Forse anche questa domanda è un approccio sbagliato e tutto ciò di cui abbiamo bisogno è uno sguardo più attento alla Parola di Dio?
Nella Bibbia, il termine “eternità” (נצח) compare spesso in relazione a Dio, al mondo e all'infinito, mentre “vittoria” (ניצחון) è associato alle battaglie e al superamento dei nemici. Il legame tra le due cose sta nell'idea che Dio è un “Dio eterno” (אל נצח) che garantisce l'eternità di Israele e i valori su cui si basano le sue vittorie. Ad esempio, l'espressione “l'eternità di Israele non mente”[2] sottolinea l'idea dell'eternità come parte dell'identità nazionale e morale del popolo di Israele, con le vittorie che servono a preservare i valori eterni.
La vittoria può quindi essere interpretata non solo in termini di valore militare, ma anche come raggiungimento di una superiorità spirituale e intellettuale. In questo contesto, l'eternità è la capacità di lasciare un'impronta duratura sul mondo o di conservare un significato che trascende il tempo e il luogo.
La connessione tra l'eternità (נצח) e la vittoria (ניצחון) nell'interpretazione risiede nell'idea che le azioni umane - specialmente le vittorie - sono giudicate in base al loro effetto sull'eternità. Una vittoria temporanea senza significato a lungo termine è transitoria, mentre una vittoria che assicura l'eternità ideale o spirituale è strettamente legata al concetto di “eternità”.
La prima battaglia per la terra d'Israele fu una vittoria senza guerra. La determinazione di Giacobbe decise a suo favore la prima battaglia per la terra d'Israele senza bisogno di una battaglia. Quando il popolo d'Israele è deciso che questo è il suo posto e la sua terra, i suoi nemici cedono e cercano un altro posto dove vivere. Ma finché il popolo d'Israele esita e dubita che questa sia davvero la sua terra, i suoi nemici rialzano la testa.
Dio deve salvare il suo popolo da questa trappola politica e spirituale. Tutti devono rendersi conto, indipendentemente da come credono e da chi sono, che la nostra esistenza nella terra dipende dalla vittoria e dall'eternità. Ma questo è soggetto a regole che sono ancora valide per il popolo d'Israele 3000 anni dopo. Senza di esse, Dio non si ricorderà della terra, perché dice: “Mi ricorderò della mia alleanza con Giacobbe, della mia alleanza con Isacco e della mia alleanza con Abramo, e mi ricorderò della terra”[3].

Fede totale
   Pertanto, il concetto “vittoria totale” (piuttosto comune in ebraico), che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu usa di continuo politicamente dal 7 ottobre 2023, deve essere afferrato. Ma come? Per una vittoria incondizionata e completa, Israele ha bisogno di fede in Dio e nelle sue promesse bibliche in questo Paese. Questo include la consapevolezza che abbiamo il pieno diritto di vivere qui senza alcun dubbio. Solo così saremo forti. Solo così possiamo vincere la guerra, e vincere si chiama “Le'Natzeach” (לנצח) e deriva dalla stessa radice Netzach (נ.צ.ח.). Da qui deriva Nitzachon - vittoria, “vittoria totale”.
E questo collega Israele con un tempo infinito, con l'eternità e, d'altra parte, con la forza e la potenza di Dio. Il significato fondamentale della connessione tra vittoria ed eternità si basa su questa comprensione. Ciò si traduce in stabilità, forza e superamento. “L'eternità di Israele non mente": il popolo di Israele deve rendersene conto e sperimentarlo di nuovo per sconfiggere i nemici e vivere così nella terra per sempre, fino alla venuta del Messia.

 [1] Salmo 105
[2] Samuele 15:29
[3] Esodo 26

(Israel Heute, 4 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’articolo è di enorme interesse, perché tocca diversi punti oggetto di forti e contrastanti discussioni. E’ pieno di approssimazioni e imprecisioni nella resa di fatti biblici e storici, ma ha il pregio di porre la questione politica dello Stato di Israele in riferimento al Dio che ha fatto nascere Israele, alla Bibbia, alla figura del Messia. C’è da discutere per tutti. Lo lasciamo lì senza commenti, sapendo che sia la tesi nel suo insieme, sia diverse sintetiche dichiarazioni si prestano ad essere spunto per appassionate discussioni. Se ne riparlerà. M.C.

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Emily Damari a Kfar Aza: “Torno dove è iniziato l’incubo”

di Michelle Zarfati

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Il cartello: “Da questa casa Emily Tehila Damari è stata rapita”

È seduta su un divano l’ex ostaggio Emily Damari e alle sue spalle spunta il cartello con scritto “Da questa casa Emily Tehila Damari è stata rapita”. Così, Damari è tornata nel kibbutz di Kfar Aza per la prima volta, per ripercorrere le tappe da dove l’incubo ha avuto inizio. Ha postato subito dopo una foto su Instagram scrivendo semplicemente “sono tornata”. Ad accompagnarla nella visita c’era l’ostaggio liberato assieme a lei, Romi Gonen.
  “Oggi sono tornata a casa mia, al mio appartamento, all’ossigeno di cui avevo bisogno e che era quasi finito. Sono tornata nel luogo in cui sono iniziati tutti i miei incubi, 485 giorni fa, e ho chiuso solo una parte del cerchio che tanto desideravo chiudere”, ha scritto Damari, aggiungendo: “Come me, ci sono altri 79 ostaggi che hanno bisogno di completare il cerchio e stanno aspettando di riempire i pezzi mancanti. Non dobbiamo fermarci qui; dobbiamo riportare tutti a casa: la vita per i sopravvissuti e l’onore per i caduti. Arriverà davvero la vittoria quando ogni ostaggio tornerà a casa”.
  Tom, il fratello di Emily, ha deciso invece di pubblicare su Instagram una foto della sorella con l’immagine di Aviv Baram, un caro amico di Emily ucciso il 7 ottobre. “Emily è venuta oggi per chiudere un cerchio – per conquistare la sua vittoria personale e tornare nel luogo in cui è stata rapita dai mostri di Hamas. È tornata qui con la sua famiglia e accompagnata da qualcuno che si è unito alla nostra famiglia ed è diventato una parte inseparabile di essa, Romi Gonen. Romi ed Emily sono diventate una cosa sola, ed è così incredibile vedere tutto questo oggi”, ha scritto Tom.
  Emily, cittadina britannica, è stata liberata dalla prigionia di Hamas nella Striscia di Gaza durante la prima fase dell’attuale scambio insieme a Romi Gonen e Doron Steinbrecher. Subito dopo il suo rilascio, è diventata simbolo di coraggio, dopo aver spinto uno dei terroristi di Hamas fuori dal veicolo che l’ha portata al punto di raccolta della Croce Rossa – e durante una telefonata, ha condiviso una sorprendente immagine di vittoria con suo fratello mostrandogli le sue dita mozzate. Fino al suo rilascio, Emily era l’unica cittadina britannica detenuta a Gaza. La mattina del 7 ottobre, i terroristi di Hamas hanno preso d’assalto la sua casa nel Kibbutz Kfar Aza, hanno ucciso il suo cane e l’hanno rapita. Anche sua madre, Mandy, si è nascosta quando i terroristi hanno fatto irruzione nella loro casa – ed è sopravvissuta dopo che un proiettile ha colpito la serratura della porta della stanza in cui si nascondeva, inceppandola in modo che i terroristi non potessero entrare.
  Circa una settimana e mezza prima del rilascio di Emily, sua madre ha supplicato: “Emily, se in qualche modo riesci a sentirmi, sappi che tutti ti amiamo infinitamente. Non passa un secondo senza che pensiamo a te, preghiamo per te, combattiamo in modo che tu possa tornare a casa viva”. Venerdì, Mandy ha rivelato che sua figlia è stata nascosta in una struttura gestita dall’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Ha detto di aver parlato con il primo ministro britannico Keir Starmer, ringraziandolo per il suo sostegno e la sua assistenza e ha aggiunto che “Hamas ha tenuto Emily nelle strutture dell’UNRWA e le ha negato l’accesso alle cure mediche dopo che era stata colpita due volte. È un miracolo che sia sopravvissuta” ha concluso Mandy.

(Shalom, 3 febbraio 2025)

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Israele e la sua terribile debolezza

Un incontro teso tra il ministro Orit Strook e i parenti degli ostaggi rivela le profonde divisioni in Israele su come affrontare Hamas e a quale costo salvare vite umane.

di Aviel Schneider

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I familiari degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza durante una riunione del Comitato
per l'istruzione, la cultura e lo sport alla Knesset, 24 dicembre 2024                      

La scorsa settimana, il ministro degli Insediamenti ebraici e delle Missioni nazionali, Orit Strook
Il Ministro Orit Strook

(65), ha incontrato i familiari degli ostaggi israeliani non inclusi nell'attuale fase dell'accordo, nonché gli ostaggi liberati, per una difficile conversazione. Il ministro di destra e collega di partito del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich
Il Ministro Bezalel Smotrich

che era ed è fondamentalmente contrario all'accordo sugli ostaggi, ha incolpato l'accordo sugli ostaggi del 2011 per il raid del 7 ottobre, in cui sono state rapite 251 persone nella Striscia di Gaza. In quell'occasione, 1.027 terroristi palestinesi imprigionati in Israele furono rilasciati per il soldato israeliano Gilad Schalit . Nella riunione a porte chiuse, i familiari hanno cercato di far cambiare idea a Strook, ma le registrazioni audio della tesa conversazione hanno rivelato un divario incolmabile. Un incontro teso, le cui registrazioni audio sono state diffuse da N12 senza nominare i familiari.
Il dialogo rivela la profonda divisione nella società israeliana tra due visioni del mondo: alcuni chiedono la liberazione ad ogni costo, mentre altri vedono una capitolazione ad Hamas come un pericolo per nuovi rapimenti.
“Abbiamo insegnato loro che ne vale la pena”, ha detto Strook. “Il punto debole della società israeliana è la santificazione della vita. I nostri nemici lo hanno capito, ed è per questo che è successo di nuovo”.

Dalla conversazione:

    Familiare: “Siamo in questa situazione da più di un anno. Se finiamo la guerra, tutti gli ostaggi torneranno. Se Hamas attacca di nuovo, ci difenderemo di nuovo. Quindi perché non salvare chi possiamo ora e affrontare le conseguenze dopo?”.
    Ministro Strook: “So per certo che ogni ostaggio che riportiamo indietro porterà al prossimo rapimento. È sufficiente che rapiscano i nostri bambini, le donne e gli anziani - e noi ci inginocchiamo e diamo loro tutto ciò che chiedono”.
    Un familiare: “Ci hanno insegnato che la differenza tra noi e gli arabi è che noi santifichiamo la vita. Quando sentiamo affermazioni come la sua, cosa ci rende diversi da loro?”.
    Strook: “Ma noi santifichiamo la vita”.
    Familiare: “Se santifichiamo la vita, perché lasciamo gli ostaggi al loro destino?”.
    Strook: “Questa è la nostra terribile debolezza. In nessuna nazione, in nessun luogo del mondo è mai successo quello che è successo a noi il 7 ottobre. Ed è successo solo perché loro (Hamas) hanno capito che questo è il modo giusto per attaccare Israele”.
    I familiari: “No, è successo per un fallimento del vostro governo, dell'esercito e dei servizi segreti”.
    Ostaggio liberato: “Non è successo a causa dell'accordo sugli ostaggi, vi siete semplicemente dimenticati di noi per anni”.
    Strook: “Hamas si è deliberatamente concentrato sui rapimenti di massa perché noi, lo Stato di Israele, gli abbiamo insegnato che era molto utile. E ora glielo stiamo insegnando di nuovo”.
    Familiare: “Quello che ci state insegnando è che se veniamo rapiti, siamo da soli perché volete dare una lezione agli arabi”.
    Ostaggio liberato: “Mi state dimostrando che non vi importa dei vostri cittadini”.
    Strook: “Se non mi importasse, non saresti stato rilasciato - ho votato per il tuo rilascio”.
    Ostaggio liberato: “E ora vuole che la ringrazi? Ringraziarti per aver accettato di rilasciarmi? Sono stato rapito mentre lei era in carica! Non ho nessun premio!”.
    Strook: “Quindi dovrei cambiare il mio atteggiamento, un atteggiamento che serve solo a proteggere Israele e i suoi cittadini, solo perché lei ha un'opinione diversa?”.
    Familiare: “Se la guerra continua, *** potrebbe non sopravvivere nemmeno altri sei mesi”.
    Strook: “Non necessariamente”.
    Familiari: “Carmel Gat non è sopravvissuto, Eden Yerushalmi nemmeno”.
    Ostaggio liberato: “Hersch non è sopravvissuto”.
    Strook: “Ricordo bene i grandi festeggiamenti in Israele dopo l'accordo per l'ostaggio Gilad Schalit nel 2011. E alla fine, è proprio per questo che *** è ora in cattività”.
    Ostaggio liberato: “Questo è successo perché avete fallito, perché il vostro governo dormiva, perché non avete protetto i vostri cittadini. Se i servizi segreti avessero funzionato, se il governo avesse fatto in modo che i servizi militari e di intelligence facessero il loro lavoro - allora questo non sarebbe successo!”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu è negli Stati Uniti questa settimana per incontrare il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per compiere il prossimo passo verso la liberazione di tutti gli ostaggi rimasti prigionieri a Gaza, compresi tutti i corpi. Sarà molto difficile, perché Israele dovrà accettare numerosi compromessi, come la fine della guerra. Anche se la maggioranza del governo ha votato a favore dell'attuale accordo sugli ostaggi, il governo dipende da Strook e dai suoi colleghi di partito di Otzma Yehudit e del Sionismo religioso, perché senza di loro il governo di Netanyahu cadrà.
Nonostante i numerosi sforzi dei familiari per sottolineare l'importanza di concludere l'accordo e liberare tutti gli ostaggi rimasti, anche nella fase finale, l'incontro con il ministro Strook ha dimostrato che le posizioni sembrano inconciliabili. Entrambe le parti hanno le loro argomentazioni, ed è questo che rende l'intera situazione del Paese così difficile. Da un lato, vediamo la situazione degli ostaggi e delle loro famiglie, e non dobbiamo abbandonare i nostri fratelli e sorelle in difficoltà, in conformità con il comandamento biblico “Non stare sul sangue del tuo prossimo”. D'altra parte, dobbiamo anche ammettere apertamente che rischiamo nuovi rapimenti. Per evitarlo, Israele deve distruggere Hamas & Co.

(Israel Heute, 3 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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"Non stare sul sangue del tuo prossimo", che significa? Si collega al versetto di Levitico 19:16 dove nelle traduzioni italiane il termine letterale "sangue" è reso con la parola "vita". Ricercando in rete ho trovato un articolo che ne dà una lettura ebraica. M.C.


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Il sangue del nostro vicino

Cosa c'è in una traduzione? Quando si tratta della traduzione di un versetto della Torah, c'è potenzialmente molto. Pertanto, leggendo la traduzione di Etz Hayim Humash di Levitico 19:16, sono stato colpito dalla sua traduzione non letterale di Lo ta-a-mod al dam ray-ekha. Nel contesto dei versetti circostanti riguardanti il trattamento equo e giusto degli altri, Etz Hayim traduce il nostro versetto: “Non trarre profitto dal sangue del tuo prossimo”, e il commento al versetto ci dice che, nel contesto, il versetto sembra significare: “Non perseguire il [tuo] sostentamento in un modo che metta in pericolo un altro o a spese del benessere di un altro”. (p. 696) Questa traduzione e questo commento sembrano adattarsi al contesto dei versetti circostanti.
Ma una traduzione più letterale del nostro versetto è: “Non stare a guardare [o “sopra”] il sangue del tuo prossimo” e la maggior parte dei commentari tradizionali non applica questa frase a una situazione di lavoro. Un commento sefardita del XVIII secolo, il Me'am Lo'ez, scritto da Rabbi Yitzchak Magriso, incorpora i precedenti commenti talmudici e medievali, aggiungendo poi la sua prospettiva contemporanea. Rabbi Magriso scrive
Nel comandamento “Non stare sul sangue del tuo prossimo” è inclusa l'ingiunzione che se uno vede il suo prossimo in pericolo e ha la possibilità di fare qualcosa, deve fare tutto ciò che è in suo potere per aiutarlo.
Per esempio, se uno vede qualcuno annegare o essere attaccato da assassini o bestie selvatiche, se può aiutarlo o far sì che altri lo facciano, è obbligato a farlo.
Se sente che altri hanno intenzione di uccidere il suo vicino o di fargli del male, ha l'obbligo di informarlo.Se sa che un gentile vuole fare del male al suo amico e può riconciliarli, ha l'obbligo di farlo.
Va da sé che se uno è a conoscenza del fatto che qualcuno vuole convertire con la forza il suo vicino a un'altra religione, ha l'obbligo di salvarlo. La conversione forzata equivale a distruggere un'anima. Allo stesso modo, se una persona è stata allontanata dall'ebraismo e si ha il potere di riportarla indietro, si ha certamente l'obbligo di farlo.
In tutti questi casi... Dio sta dicendo: “Non restate fermi e dite: ‘Tutto va bene per me’ quando vedete il vostro amico in pericolo. Devi fare ogni sforzo con tutte le tue forze per salvarlo”.

Il commento di Rabbi Magriso, originariamente scritto in ladino (giudeo-spagnolo), fu pubblicato per la prima volta a Costantinopoli nel 1753. Chiaramente, egli sentiva ancora le scosse di assestamento e forse gli ultimi tentacoli dell'Inquisizione che aveva tormentato il suo popolo in Spagna e Portogallo (e anche nel Nuovo Mondo) per centinaia di anni. Nella sua mente, il “sangue” del versetto 16 era potenzialmente molto reale e quindi l'imperativo di insegnare ai suoi seguaci a correre rischi per salvare i loro compagni ebrei era molto concreto.

(JTS, 1 maggio 2004)
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E' biblicamente valida questa interpretazione? Inoltre, è davvero applicabile all'attuale caso degli ostaggi catturati da Hamas?

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Diario minimo (di un conflitto). La rimozione automatica dell’intellighenzia italiana

di Luciano Assin

Il rilascio di cinque lavoratori tailandesi  dopo 482 lunghissimi giorni di prigionia da parte dei nazi islamisti di Hamas non è bastato per portare alla ribalta sui media italiani la crudeltà e la disumanità di questa organizzazione che ancora per troppi incarna il vero spirito della resistenza palestinese.
  Il 7/10 furono assassinati 49 lavoratori stranieri, per la maggior parte provenienti dal sud est asiatico. Nel novembre successivo vennero rilasciati 24 prigionieri, dopo la recente liberazione si trovano ancora nelle grinfie di Hamas 10 ostaggi assolutamente estranei al conflitto in corso fra Hamas ed Israele, di questi 7 sono ancora in vita e 3 sono stati ufficialmente dichiarati morti dallo stesso Hamas.Questi dati dovrebbero fare riflettere ognuno di noi sulla crudeltà, la disumanità e il cinismo di questi sedicenti partigiani. Che senso ha averli tenuti in prigionia anche per un solo singolo giorno? Qual è la logica contorta che porta i palestinesi a usura dei cadaveri come merce di scambio? A queste ed altre numerose domande non riesco a fornirmi delle risposte decenti nonostante viva in questa regione da quasi cinquant’anni.
  Chi di certo non si è mai posto questi quesiti etici sono i mass media italiani e la sterminata corte di commentatori, opinionisti e tuttologi onnipresenti in tutti i programmi riguardanti Israele. Questa rimozione automatica di qualsiasi forma di critica nei confronti della leadership palestinese presente nella maggior parte dell’intellighenzia italiana è una macchia etica che sarà difficile smacchiare ma a quanto pare non provoca particolari crisi di coscienza per chi la esercita.In questo sofferto ed interminabile periodo iniziato il 7 ottobre e di cui ancora non si vede la fine, i nominativi dei lavoratori stranieri prigionieri di Hamas sono stati regolarmente scanditi tutte le settimane in tutte le manifestazioni a favore della liberazione degli ostaggi. Insieme ai regolari contatti fra le famiglie israeliane e quelle straniere coinvolte in questo crimine così inumano e’ stato uno dei segnali più eloquenti della differenza abissale fra la grandezza dell’animo umano e l’abisso nel quale si può sprofondare. Ed i prossimi rilasci in programma nelle prossime settimane non faranno che rimarcare il baratro.

(Bet Magazine Mosaico, 3 febbraio 2025)

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La famosa “neutralità e indipendenza” della Croce Rossa è andata in frantumi a Gaza

Il Cicr è stato disposto a fungere da sostegno per Hamas, prima e dopo le atrocità del 7 ottobre 2023. L’organizzazione è stata in gran parte passiva e non è riuscita a usare il suo vasto prestigio per chiedere l’accesso agli ostaggi o fare una campagna per il loro rilascio. Mani legate.

Il 19 gennaio, in seguito alla conclusione dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, tre donne israeliane sono state rilasciate dopo 471 giorni di prigionia a Gaza”, ricorda su Quillette Gerald Steinberg, direttore di Ngo Monitor. “Gli ostaggi sono stati trasferiti sui veicoli della Croce Rossa, dove sono stati scherniti da ‘militanti’ armati e da una folla minacciosa che si è schiacciata contro i finestrini e ha scandito ‘Allahu Akbar!’. I funzionari del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) non hanno fatto nulla per interferire con questa intimidatoria dimostrazione di indegnità e umiliazione pubblica. Al contrario, i funzionari in uniforme del Cicr hanno obbedito quando i combattenti di Hamas hanno consegnato loro ‘certificati di completamento da firmare’. Le tre giovani donne sono state quindi costrette a tenere questi documenti mentre venivano scattate le loro foto, come se fossero venute a Gaza per corsi universitari. 

  Questo spettacolo grottesco ha evidenziato il grado in cui il Cicr è stato disposto a fungere da sostegno per Hamas, prima e dopo che i jihadisti palestinesi hanno perpetrato le atrocità del 7 ottobre 2023. Più di 250 prigionieri sono stati sequestrati da Israele in quel giorno terribile. La maggior parte di loro erano vivi, alcuni erano già morti e un numero ancora sconosciuto è morto in prigionia o è stato assassinato dai rapitori. Nessuno dei rapiti israeliani ha ricevuto una visita dall’organizzazione apparentemente responsabile dell’attuazione dei requisiti della Convenzione di Ginevra. La Croce Rossa non ha fornito un briciolo di informazione alle famiglie tormentate in merito alle condizioni dei prigionieri perché, come insistono blandamente le sue stesse dichiarazioni ufficiali, senza l’accordo di Hamas, ‘il Cicr non può agire’. Giustificazioni come queste sono tecnicamente corrette, ma eludono le questioni principali sollevate dai critici del Cicr. La rabbia espressa da israeliani e altri non è causata dal fallimento del Cicr nel costringere in qualche modo Hamas a consentire le visite e a fornire farmaci. Il problema è che l’organizzazione è stata in gran parte passiva e non è riuscita a usare il suo vasto prestigio per chiedere l’accesso agli ostaggi o fare una campagna per il loro rilascio. I funzionari della Croce Rossa che hanno viaggiato in tutta la regione, incluso il Qatar, non hanno tenuto conferenze stampa in cui questo messaggio sarebbe stato amplificato. Né hanno pubblicato lettere pubbliche indirizzate, ad esempio, ai capi del governo del Qatar, chiedendo assistenza per spingere Hamas a seguire i princìpi umanitari e legali fondamentali sul trattamento dei suoi ‘prigionieri’. 

Quando sono apparsi sulle principali piattaforme mediatiche, i funzionari del Cicr non hanno battuto sui tavoli né hanno avanzato alcuna richiesta ad Hamas. Come ha sottolineato Richard Goldberg, un consulente senior della Foundation for the Defense of Democracy di Washington, ‘molti membri del Comitato internazionale della Croce Rossa, che hanno visitato Gaza, tenuto conferenze stampa e se ne sono andati senza scatenare l’inferno su Hamas, scalciando e urlando e chiedendo di vedere gli ostaggi, hanno le mani sporche di sangue’. I funzionari del Cicr hanno offerto docilmente e ripetutamente la scusa che scalciare, urlare e sbattere sui tavoli era semplicemente impossibile. Allo stesso modo, sulle piattaforme dei social media, i riferimenti agli ostaggi erano pochi e rari. Nel 2024, l’account Icrc in Israele ha inviato solo sette tweet che menzionavano gli israeliani su centinaia di post. L’account principale @ICRC, che ha un seguito enorme di 2,2 milioni di follower, è in grado di indicare qualche altro esempio, ma la maggior parte di questi ha ripetuto la scusa dell’organizzazione secondo cui le sue mani erano legate dalle apparenti limitazioni del suo ruolo di ‘intermediario neutrale’. 

  Questa politica strettamente legalistica ricorda la vergognosa inazione del Cicr durante l’Olocausto nazista, quando i suoi funzionari ignorarono le prove interne ed esterne dei campi di sterminio tedeschi e della ‘Soluzione finale’. I leader della Croce Rossa hanno deliberato e deciso di evitare condanne pubbliche che avrebbero creato attriti tra le autorità naziste e i funzionari svizzeri. Quella politica non era semplicemente passiva: il Cicr era anche un partecipante volontario alle prove di propaganda nazista. Nello specifico, l’organizzazione presentò il ghetto di Theresienstadt come un ‘modello’ per il Cicr, il che lo portò a far circolare un falso rapporto in cui si affermava che gli ebrei non venivano trasferiti nelle camere a gas. Ci vollero sessant’anni, un’enorme pressione e l’emergere di documenti che rivelavano la duplicità morale dell’organizzazione prima che la Croce Rossa riconoscesse che Auschwitz ‘rappresenta il più grande fallimento nella storia del Cicr, aggravato dalla sua mancanza di risolutezza nell’adottare misure per aiutare le vittime del nazismo’. La loro dichiarazione concludeva: ‘Per il Cicr il modo più appropriato per onorare le vittime e i sopravvissuti... è lottare per un mondo in cui la dignità umana di ogni uomo, donna e bambino sia rispettata senza riserve. Forse non sarà mai possibile raggiungere pienamente questo obiettivo, ma la memoria di Auschwitz ci obbliga a fare tutto ciò che è in nostro potere per lavorarci’. 

Nonostante queste nobili parole, la risposta della Croce Rossa agli ostaggi e alla guerra di Gaza è strettamente parallela all’inazione e alle scuse dell’organizzazione durante la Shoah. Come le vittime che languivano nei campi di concentramento nazisti, gli ostaggi israeliani che languivano a Gaza sono diventati non-persone, né visti né ascoltati nelle azioni e nelle campagne pubbliche del Cicr. I doppi standard del Cicr sono particolarmente irritanti. Per quanto riguarda gli israeliani, la politica di neutralità è una strada a senso unico. Il Cicr si è ripetutamente e apertamente unito alle intense campagne politiche condotte dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle ong alleate come Amnesty International e Human Rights Watch, che descrivono l’antiterrorismo di Israele a Gaza come gravi violazioni del diritto internazionale. Durante il conflitto di Gaza, il Cicr ha ripetutamente condannato le azioni militari israeliane che coinvolgevano ospedali e cliniche a Gaza, ma non ha detto nulla sullo sfruttamento esteso di queste strutture da parte di Hamas. Per anni, il personale del Cicr a Gaza ha incluso personale permanente, e sono state frequenti le visite di alti funzionari. Come le loro controparti delle Nazioni Unite e delle ong, erano tutti a conoscenza della vasta rete di tunnel costruita da Hamas sotto scuole, ospedali, cliniche, moschee, residenze e parchi. Questi tunnel erano essenziali per la strategia terroristica di Hamas, anche per la produzione e lo stoccaggio di migliaia di razzi utilizzati per colpire i centri abitati israeliani. Ognuno di questi attacchi contro Israele è stato un crimine di guerra, ma la Croce Rossa non ha riferito nulla, a differenza dei giornalisti e dei dottori che hanno osservato e documentato la presenza di armi e combattenti di Hamas e lo sfruttamento sistematico di ospedali e altre strutture mediche per la guerra e il terrorismo. 

La sede centrale della Croce Rossa a Ginevra si trova vicino all’edificio dell’Oms e di fronte al vecchio complesso della Società delle Nazioni, che ora ospita agenzie come il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Il Cicr è un’entità privata svizzera che opera secondo un accordo con il governo svizzero, che include anche l’immunità legale per lo staff dell’organizzazione, nonché esenzioni e altri privilegi paragonabili a quelli di cui godono le ambasciate di paesi sovrani. I funzionari di alto livello, principalmente il presidente e il direttore generale, sono responsabili delle operazioni e sono nominati dall’Assemblea del Cicr, composta da 25 cittadini svizzeri che, secondo le normative, devono essere francofoni. Il fallimento della Croce Rossa nell’agire durante l’Olocausto è stato parallelo alla politica apparentemente neutrale della Svizzera di non irritare il regime nazista tedesco. 

I processi decisionali del Cicr sono chiusi e generalmente privi di trasparenza, il che, a sua volta, impedisce una responsabilità sistematica e un’analisi indipendente. Per la maggior parte, le principali piattaforme mediatiche svizzere fungono da camere di risonanza a sostegno della leadership del Cicr, aggravando la mancanza di responsabilità. Le critiche sistematiche della Svizzera a Israele e il sostegno più generale alla causa palestinese si riflettono quindi nel Cicr, incluso il suo allontanamento dalla politica europea mantenendo un ‘dialogo’ con Hamas. L’attuale direttore generale del Cicr è Pierre Krähenbühl, un’importante figura politica svizzera che ha ricoperto una posizione di alto livello nell’organizzazione dal 1991 al 2014. E’ stato poi nominato capo dell’Unrwa, un’agenzia nota per il suo stretto coinvolgimento con Hamas. Nel 2019, in seguito a numerose segnalazioni di cattiva gestione e corruzione e a un’indagine ufficiale, Krähenbühl si è dimesso dall’Unrwa (…) 

Elliott Abrams, ex direttore senior del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e assistente del segretario di stato per i diritti umani e gli affari umanitari, ha suggerito che gli Stati Uniti trattengano i loro finanziamenti (622 milioni di dollari), che ammontano a circa un quarto del budget totale del Cicr di 2,8 miliardi di dollari. Se gli Stati Uniti prendessero l’iniziativa, alcuni altri governi dei principali donatori potrebbero seguire, a seconda degli allineamenti politici. Ma per ora e per il prossimo futuro, il Cicr è oggetto di un’intensa rabbia israeliana (…). L’illusione attentamente curata del Cicr di ‘neutralità, imparzialità e indipendenza’ è  scomparsa ed è stata sostituita da una reputazione di palese ipocrisia che Israele non può più permettersi di tollerare”.

Il Foglio, 3 febbraio 2025 - trad. Giulio Meotti)

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Firenze – Il seminario dell’Università di Tel Aviv: affrontiamo l’antisemitismo, rafforziamo la resilienza

FOTO
Milette Shamir

In un palazzo del centro storico di Firenze è in corso il seminario “Affrontare l’antisemitismo. Creare la resilienza”, promosso dall’Università di Tel Aviv e rivolto a un pubblico di accademici, studiosi di storia ebraica, professionisti. L’evento è disturbato da alcune decine di manifestanti propal che, all’esterno dell’edificio, hanno intonato per ore slogan anti-israeliani, fischiato e rullato tamburi. A separarli dal luogo della conferenza uno schieramento ingente di forze di polizia.«La nostra università è stata spesso al centro della campagna di boicottaggio internazionale. Vi ringraziamo per essere venuti qui, per avere avuto coraggio», ha dichiarato la vicepresidente dell’ateneo Milette Shamir in apertura di evento. «La contestazione ha seguito un suo iter in questi mesi. All’inizio ci hanno accusati di praticare apartheid, poi di essere complici di “crimini di guerra” a Gaza. È una campagna basata su disinformazione e bugie, ma che sta purtroppo lasciando il segno. Ne sentiamo gli effetti, anche se non intendiamo arretrare e puntiamo anzi a rafforzare le collaborazioni». Il seminario fiorentino, ha aggiunto Shamir, si inserisce in quella direzione: «Siamo qui per condividere alcune competenze su antisemitismo e resilienza, ma anche per ascoltare quello che avete da raccontarci. Perché è indubbio che dal 7 ottobre si siano presentate sfide molto grandi nei campus, negli spazi pubblici, nella vita quotidiana».

La relazione di Tamir Herzig
  Sullo stesso tema si sono soffermati nel suo saluto introduttivo il console onorario d’Israele in Toscana Marco Carrai, costretto da tempo a una vita sotto scorta, e la prima relatrice del workshop: la storica israeliana Tamir Herzig. Specializzata in storia del Rinascimento, Herzig ha confessato di essersi ricreduta sulla sua iniziale convinzione rispetto all’antisemitismo come a un fenomeno esclusivo del passato. «Dopo il 7 ottobre», ha affermato, «mi sono confrontata per la prima volta con docenti e studenti italiani spaventati all’idea di essere identificati come ebrei». Herzig ha anche menzionato l’esistenza di testi respinti da riviste accademiche per via dell’identità dei loro autori e il «silenzio» di parte del sistema universitario verso i crimini compiuti da Hamas. A detta di Herzig, l’università vive di «conformismo». Ed è un conformismo anti-israeliano.

La relazione di Uriya Shavit
  Uriya Shavit, docente al dipartimento di studi arabi e islamici, si è poi soffermato sulle diverse declinazioni dell’antisemitismo, parlando inoltre delle “sfide identitarie” che attendono le comunità ebraiche in futuro. Nella sua relazione il docente ha affrontato tra i vari temi la «storia molto complicata» delle relazioni del mondo arabo e islamico con l’antisemitismo. Per secoli, ha spiegato Shavit, «gli ebrei residenti in società arabe hanno vissuto molto meglio degli ebrei abitanti in paesi cristiani». Definirla un’età dell’oro come fatto da alcuni sarebbe un errore, «perché la loro vita era tutto fuorché luminosa», ma una retorica antiebraica di un certo tipo non fu comunque un tratto distintivo di quelle società. Molto diversa la situazione attuale, ha proseguito il docente. Le comunità ebraiche nel mondo arabo sono quasi del tutto scomparse e l’antisionismo arabo è oggi di fatto “nutrito” dal più classico vocabolario antisemita. Per quanto riguarda il mondo ebraico, l’invito del docente è ad aprirsi alla società, condividendo feste e ritualità con un pubblico non ebraico e cercando collaborazioni e intese a tutti i livelli. Anche con le comunità islamiche di riferimento, ovviamente quando possibile. Per Shavit, in ogni caso, la più grande sfida che riguarda l’ebraismo in Diaspora è la ridefinizione stessa di identità ebraica «in un contesti in larga maggioranza secolarizzati». Secondo Shavit, combattere l’antisemitismo ed essere al fianco di Israele non sarà abbastanza per garantire la continuità.
  I lavori proseguiranno nel pomeriggio di lunedì e tutta la giornata di martedì. Tra gli argomenti in discussione ci sono “Strategie educative e linee guida per combattere l’antisemitismo”, “Resilienza individuale, comunitaria e sociale” e “Prendere le decisioni in condizioni di incertezza”.

(moked, 3 febbraio 2025)

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La posizione celeste e l'uomo nuovo

L'effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste è avvenuta sul suolo ebraico, nella capitale ebraica Gerusalemme, in una festa ebraica e al popolo ebraico.

di Norbert Lieth

Presi insieme, in Efesini 1:20 e 2:6 l'apostolo Paolo rivela qualcosa di straordinario

    « ... operando in Cristo, risuscitandolo dai morti; e lo pose alla sua destra nei luoghi celesti»,
    « ... ci ha risuscitati con lui e ci ha fatti sedere con lui nei luoghi celesti in Cristo Gesù».

In queste due affermazioni, vediamo una nuova rivelazione data all'apostolo Paolo dall’innalzato Signore,  riguardante il corpo di Cristo, che non era ancora stata data nei Vangeli.
  Nel passo di Matteo, quando Giacomo e Giovanni chiedono al Signore di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel regno imminente, Gesù risponde:

    «Voi certo berrete il mio calice; ma quanto al sedersi alla mia destra e alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma sarà dato a quelli per cui è stato preparato dal Padre mio» (Matteo 20,23).

In quel momento, si riferivano al regno messianico che il Signore avrebbe stabilito sulla terra, in cui i dodici apostoli sarebbero stati chiamati a sedere su dodici troni per giudicare le dodici tribù d'Israele (Matteo 19,28). Gesù aveva già comunicato loro questo aspetto.
  Tuttavia, più avanti è stato rivelato il corpo di Cristo, un'entità speciale che non era ancora stata compresa nei Vangeli. Questo corpo occupa una posizione particolare nei luoghi celesti, non sulla terra, essendo in Cristo e alla destra di Dio. Questa è la posizione della chiesa dei Giudei e dei Gentili del Nuovo Testamento (cfr Colossesi 3,1-3). Nella sezione successiva, vedremo come questo corpo è stato formato.

Il nuovo umano

    «Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. 14 Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia, 15 la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; 16 e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l'inimicizia. 17 Con la sua venuta ha annunciato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; 18 perché per mezzo di lui abbiamo gli uni e gli altri accesso al Padre in un medesimo Spirito» (Efesini 2,13-18).

In questo passaggio, l'apostolo Paolo rivela qualcosa di straordinario, che in precedenza era sconosciuto. Il sangue di Gesù non solo ha avvicinato le nazioni, e questo poteva essere intuito anche dall'Antico Testamento e dai Vangeli, ma c'è qualcosa di nuovo, qualcosa che non era ancora stato rivelato: Cristo non solo ha avvicinato le nazioni affinché partecipassero alla redenzione, ma Dio le ha unite, attraverso l'opera redentrice di Gesù. Il recinto che separava ebrei e gentili, ovvero l'antica alleanza con la legge dei comandamenti espressi in ordinanze, è stato abbattuto. In questo modo, è nato qualcosa di completamente nuovo, qualcosa che prima non esisteva: un nuovo essere umano, composto da credenti ebrei e gentili, è emerso. Essi sono stati uniti in un solo corpo e riconciliati con Dio, avendo ora accesso al Padre in un unico Spirito. Questa è la trasformazione che rende una persona nuova.
  Ora la domanda è: quando nella storia è avvenuto questo evento? Quando i Gentili sono stati aggiunti alla chiesa dei Giudei, creando qualcosa di nuovo? Questo è riportato in Atti 10.
  Fino a quel momento, c'era stata soltanto una comunità puramente ebraica. Fino ad Atti 8 non era stato rivolto neanche un messaggio a persone provenienti dai Gentili. L'effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste è avvenuta sul suolo ebraico, nella capitale ebraica di Gerusalemme, durante una festa ebraica e al popolo ebraico. Questo avvenimento aveva anche adempiuto una promessa fatta da Dio al popolo ebraico attraverso un profeta ebreo (Atti 2:16; Gioele 3:1-5).
  È evidente che tutto questo è avvenuto all'interno di un contesto ebraico, su uno sfondo ebraico e su una base ebraica fino ad Atti 10. Ma quando il centurione romano Cornelio si convertì (Atti 10), ricevette visibilmente lo Spirito Santo, proprio come gli ebrei nel giorno di Pentecoste. Questa ripetuta effusione dello Spirito Santo era importante per la comunità ebraica per comprendere cosa stesse facendo Dio. Se la chiesa degli Ebrei e dei Gentili fosse sorta nel giorno di Pentecoste, questo evento speciale non sarebbe stato necessario. Dio avrebbe potuto già aggiungere le nazioni a quella comunità.
  Tuttavia, nel giorno di Pentecoste, sorse una comunità puramente giudaica (Matteo 16,18), alla quale si aggiunsero i gentili secondo Atti 10. Da quel momento in poi, vediamo emergere l'unico corpo di Cristo, composto da ebrei e gentili.
  È stato questo evento descritto in Atti 10 che ha avuto Pietro come figura chiave; perciò, gli fu anche mostrata la visione preparatoria del lenzuolo con gli animali impuri. Ma solo più tardi l'apostolo Paolo riuscì a comprendere tutta la profondità di questo evento.

(Chiamata di Mezzanotte, lug/ago 2023)



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Netanyahu condanna la “crudeltà inimmaginabile” di Hamas

“Chiedo ai mediatori di garantire che scene così terribili non si ripetano”, ha dichiarato il primo ministro israeliano dopo che folle di residenti della Striscia di Gaza hanno molestato gli ostaggi.

di Canaan Lidor

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condannato giovedì la folla che nella Striscia di Gaza ha infastidito tre ostaggi israeliani mentre venivano rilasciati da Hamas.
“Considero molto gravi le scene scioccanti che si sono verificate durante il rilascio dei nostri ostaggi”, ha scritto Netanyahu dopo la liberazione di Arbel Yehud, Gadi Mozes, Agam Berger e cinque cittadini thailandesi, tutti rapiti a Gaza il 7 ottobre 2023.
“Questa è un'ulteriore prova dell'inimmaginabile crudeltà dell'organizzazione terroristica di Hamas. Chiedo ai mediatori di assicurare che tali scene orribili non si ripetano e di garantire la sicurezza dei nostri ostaggi. Chiunque osi fare del male ai nostri ostaggi lo fa a proprio rischio e pericolo”, ha scritto Netanyahu.
Le immagini del salvataggio mostrano una folla esultante riunita intorno alle auto con gli ostaggi e i terroristi di Hamas che scortano gli israeliani fuori dai veicoli.
Il leader del partito Otzma Yehudit, Itamar Ben-Gvir, un critico dell'accordo di cessate il fuoco il cui partito si è recentemente dimesso dal governo per questo motivo, ha definito la rappresentazione una “scena dell'orrore” che dimostra che “questa non è una vittoria totale, ma un fallimento totale, in un accordo irresponsabile”.
Il governo, ha continuato, “avrebbe potuto trattenere gli aiuti umanitari, il carburante, l'elettricità e l'acqua dalla folla assetata di sangue che ora cerca di linciare i nostri ostaggi e schiacciarli militarmente”.
Israele ha accettato di rilasciare 110 terroristi in cambio dell'ultimo gruppo di ostaggi, tra cui Zakaria Zubeidi, Mohammad Abu Warda e Sami Jaradat, come riporta Channel 12.
Zubeidi era il leader delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa di Fatah nella città di Jenin, in Samaria, ed è evaso per breve tempo dal carcere israeliano di massima sicurezza di Gilboa nel settembre 2021. Poiché Zubeidi non è stato condannato per omicidio ma per altri reati di terrorismo, non sarà espulso e si prevede che venga rilasciato in Samaria.
L'accordo raggiunto tra Hamas e Israele il 19 gennaio prevedeva il rilascio di oltre 90 ostaggi in cambio di quasi 2.000 prigionieri e detenuti palestinesi. Israele ha accettato di dislocare le proprie truppe nella Striscia di Gaza e di consentire il reinsediamento nel nord del territorio.
La prima fase dell'accordo prevede il rilascio di 33 ostaggi in cambio di oltre 700 prigionieri palestinesi e più di 1.000 detenuti in un periodo di 42 giorni. Dei 33 ostaggi israeliani presenti nella lista della prima fase, 10 sono stati finora restituiti.

(Israel Heute, 1 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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La scelta di Israele. Su dieci terroristi palestinesi liberati, otto tornano a uccidere

La storia si ripete e sempre come tragedia. In quarant’anni, 7.747 terroristi  per 147 ostaggi israeliani, civili e militari, vivi o morti. Il prezzo atroce che da mezzo secolo il paese ostaggio dell’odio deve pagare per continuare a esistere.

di Giulio Meotti

In quarant’anni, 7.747 terroristi palestinesi per 147 ostaggi israeliani, civili e militari, vivi o morti. Questo è il bilancio del ricatto a cui è stato costretto Israele dal 1985 a oggi. A cui vanno aggiunti i 251 ostaggi rapiti il 7 ottobre da Hamas, dal Jihad islamico e da civili di Gaza non affiliati alle sigle del terrore a cui li hanno poi venduti. 113 ostaggi sono tornati in Israele al novembre 2023 (al termine della prima tregua); otto sono stati salvati vivi dall’esercito israeliano nel corso di operazioni speciali a Gaza. Dal 19 gennaio scorso è in corso la seconda tregua che prevede il rilascio, in un arco di 42 giorni, di 33 ostaggi in cambio di 1.904 terroristi palestinesi. Quanti moriranno domani per riavere oggi gli ostaggi?
Venerdì scorso, il direttore dello Shin Bet Ronen Bar ha presentato al gabinetto di sicurezza israeliano le statistiche che indicano che “l’82 per cento di coloro che sono stati rilasciati nell’accordo per Gilad Shalit nel 2011 sono tornati al terrorismo”. La storia non si ripete, si dice spesso. Ma nel caso di Israele, si ripete sempre. E sempre come tragedia, mai come farsa.
Il più infame dei terroristi rilasciati nel 2011, a cui avevano curato anche un cancro in carcere, è stato ovviamente il leader di Hamas, Yahya Sinwar, e decine di suoi uomini saliti alla guida del gruppo. L’ex leader militare di Hamas, Ahmed Jabari, si vantava che i prigionieri rilasciati in base a quell’accordo erano stati responsabili dell’uccisione di 569 israeliani. Sinwar avrebbe poi pianificato la morte di 1.200 israeliani.
Fra i 1.027 terroristi che nel 2011 Israele liberò per riavere il caporale  Shalit, prigioniero di Hamas per cinque anni, c’erano Abed al Hadi Ganaim, che scaraventò un autobus da un dirupo uccidendo sedici persone; Walid Anajas, che uccise una dozzina di israeliani al Moment Caffè di Gerusalemme; Abd al Aziz Salaha, che fece a pezzi due riservisti israeliani che avevano preso la strada sbagliata a Ramallah (sue sono le mani sporche di sangue mostrate da una finestra e che sarebbero diventate uno dei simboli delle manifestazioni pro Gaza in occidente); Musab Hashlemon, sedici ergastoli per due attentati a Beersheba; Ibrahim Jundiya, dodici ergastoli per l’attacco alla stazione degli autobus a Gerusalemme; Fadi Muhammad al Jabaa, diciotto ergastoli per la strage in un autobus di Haifa; Husam Badran, che ha fatto strage di venti ragazzini russi al Dolphinarium di Tel Aviv e quattordici che pranzavano al ristorante Matza di Haifa. Israele “condonò” 924 ergastoli per riavere uno solo dei suoi.  
La prima crepa nella posizione ufficiale israeliana del “non si tratta coi terroristi” apparve nel 1968, quando Israele accettò di scarcerare sedici terroristi in cambio di dodici ostaggi su un aereo El Al costretto ad atterrare ad Algeri. Nel 1969 Israele scarcerò settantuno terroristi in cambio di 113 ostaggi a bordo dell’aereo TWA diretto a Tel Aviv e dirottato a Damasco. Nel 1970, il guardiano notturno Shmuel Rosenwasser, rapito da Fatah nella cittadina israeliana di Metulla al confine con il Libano, venne rilasciato in cambio di Mahmoud Hijazi, un capo di Fatah. Ma i ricatti dei terroristi continuarono a crescere. Israele sarebbe arrivato a uno dei suoi per mille dei loro. Poi la tragedia olimpica di Monaco, con la dilettantesca operazione tedesca che finì con l’uccisione da parte di “Settembre nero” di tutti gli ostaggi israeliani.
Da allora, le vittime del terrorismo e i loro famigliari iniziarono a guardare impotenti mentre quelli che avevano inflitto loro morte e dolore venivano lasciati andare, spesso dopo pochi anni di carcere. I soldati israeliani che avevano rischiato la vita (e in tanti ce l’avrebbero lasciata) per arrestare quei terroristi vedevano tutte le loro fatiche gettate al vento. E il serbatoio di terroristi, desiderosi solo di ammazzare quanti più ebrei possibile, veniva regolarmente rifornito, spesso a un ritmo incredibile. Alla fine, nessun israeliano avrebbe più potuto sentirsi al sicuro. Che da quarant’anni lo stato ebraico, unico tra le nazioni, debba fare ogni volta un calcolo così tragico non è motivo di festa. E certamente non hanno diritto di gioire gli europei che dedicano le strade a Marwan Barghouti.
Il primo a comprendere quanto fosse fragile e sensibile l’opinione pubblica israeliana sulla questione degli ostaggi e dei dispersi fu Ahmed Jibril, il leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Nel 1978, Israele iniziò una campagna militare per cacciare i terroristi dal Libano meridionale, da dove stava lanciando attacchi mortali contro i civili israeliani della Galilea. Cinque soldati israeliani, Avraham Amram e altri quattro, furono catturati. Quando iniziarono le trattative per il rilascio dei soldati, gli israeliani speravano di mantenere qualsiasi scambio su uno di due parametri. Un israeliano per un terrorista. E se necessario, tutti i palestinesi catturati in una operazione con gli israeliani catturati nello stesso lasso di tempo. I terroristi, guidati da Jibril, rifiutarono lo schema. Alla fine, gli israeliani capitolarono, scambiando 76 prigionieri per Amram e gli altri. Jibril aveva imparato una lezione importante. In una intervista nel 2006 a Damasco, gli occhi di Jibril si illuminarono quando parlò dell’“operazione Kiryat Shmona”, dove i terroristi arrivati dal Libano erano entrati in un edificio residenziale e  massacrato diciotto uomini, donne e bambini. Jibril fantasticava di “soldati iraniani che entrano a Gerusalemme”.
Il più grande successo di Jibril arrivò nel 1985, quando in cambio di tre soldati israeliani ottenne il rilascio di 1.150 prigionieri. Il gruppo comprendeva alcuni dei terroristi più infami detenuti da Israele, tra cui Ahmed Yassin, che di lì a poco avrebbe fondato Hamas, e Kozo Okamoto, un membro dell’Armata Rossa giapponese che partecipò al massacro di ventisei israeliani all’aeroporto di Lod nel 1972. Fu liberato anche Ziad Nakhaleh, l’attuale leader del Jihad islamico palestinese. Sulla scia della richiesta di Jibril, Israele tentò di fare pressione su di lui rapendo il figlio di sua sorella, Murad al Bushnak, che gli agenti israeliani avevano attirato a Beirut con la promessa di un weekend di sesso, droga e gioco d’azzardo. Israele fece a Jibril una semplice offerta, uno scambio rapido, senza che nessuno lo sapesse: Bushnak per i tre israeliani. Jibril aumentò il prezzo per includere anche il nipote. Due anni dopo lo scambio scoppiò la prima Intifada, in cui ebbero un ruolo chiave i terroristi rilasciati. Quasi duecento i civili israeliani uccisi.
Intanto, nell’estate del 1986, due ufficiali si incontrarono al quartier generale del Comando Nord e stilarono uno degli ordini  più controversi nella storia delle Forze di difesa israeliane. Erano il colonnello Gabi Ashkenazi (poi capo di stato maggiore sceso in politica) e il colonnello Yaakov Amidror, futuro consigliere per la sicurezza di Benjamin Netanyahu. L’ordine diceva: “Durante un rapimento, la missione principale è salvare i nostri soldati dai rapitori anche a costo di ferire o uccidere i nostri soldati”. Scelsero un nome in codice: “Annibale”. Dal punto di vista dell’esercito, un soldato morto era meglio di un soldato prigioniero che costringe lo stato a liberare migliaia di prigionieri per ottenere la sua liberazione. Morti o vivi, nessun soldato resta indietro.
Benjamin Netanyahu intanto pubblicava un libro intitolato “Terrorismo. Come l’occidente può sconfiggerlo”, in cui sosteneva di non negoziare con i terroristi in nessuna circostanza. Scrisse: “Questa  politica dice ai terroristi che non cederemo alle loro richieste. Insistiamo affinché liberiate gli ostaggi. Se non lo farete pacificamente, siamo pronti a usare la forza. Stiamo offrendo un semplice scambio: la vostra vita per la vita degli ostaggi. In altre parole, l’unico ‘accordo’ che siamo disposti a fare con voi è questo: se vi arrendete senza combattere, rimarrete vivi”. Ma anche Netanyahu, come il governo laburista del tempo, avrebbe firmato due dei più grandi scambi di terroristi della storia israeliana. Dopo l’accordo Jibril del 1985, il ministero della Difesa israeliano ha stabilito che 114 dei 238 che erano stati rilasciati erano subito tornati al terrorismo. Nel periodo 1993-1999, 6.912 terroristi sono stati liberati in seguito a vari accordi. Nel settembre 1997, Hadi Nasrallah, figlio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, fu ucciso in uno scontro con le truppe israeliane. Gli israeliani speravano che, con il suo corpo nelle loro mani, i negoziati per la restituzione dei corpi dei soldati israeliani detenuti da Hezbollah avrebbero accelerato. Yaakov Perry,  capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, era responsabile del caso. “Eravamo ottimisti, pensavamo che ci saremmo avvicinati a una soluzione, ma Nasrallah era indifferente. Ha ordinato ai suoi uomini di non mettere il nome di suo figlio in cima alla lista e di trattarlo come tutti gli altri caduti. In seguito ho sentito che quando la bara di Hadi è arrivata in Libano, suo padre ha sollevato il coperchio, ha guardato il corpo del suo amato figlio e lo ha chiuso. Non un muscolo del suo viso si è mosso”. Il capo dell’intelligence tedesca dell’epoca, August Hanning, che mediava un accordo tra Israele e i terroristi, si sentì dire da Nasrallah che “gli israeliani hanno un atteggiamento molto insolito su questa questione”. Nasrallah lo sapeva e alzò la posta dell’orrore: “Abbiamo teste, mani, piedi, e un cadavere israeliano quasi completo della testa al bacino”. Nel 2004 Israele ha liberato quattrocento terroristi palestinesi in cambio di Elhanan Tannenbaum, tenuto prigioniero da Hezbollah, e dei corpi di tre soldati rapiti sul monte Dov. Tra i terroristi rimessi in libertà figurava Mustafa Dirani, responsabile della cattura nel 1986 del pilota israeliano Ron Arad, scomparso in Iran. Dirani era stato catturato nel 1994 con un’audace operazione israeliana nel tentativo di ottenere la restituzione dell’aviatore. Dirani oggi vive da uomo libero in Libano, di Arad più nessuna traccia. L’ex capo del Mossad, Meir Dagan, avrebbe rivelato che uno di quelli rilasciati in quell’accordo, Luay Saadi, da solo sarebbe tornato a uccidere trenta israeliani. La prima guerra del Libano del 2006 scoppiò con il rapimento di due soldati israeliani: due anni dopo, Hezbollah riuscì a scambiare i loro corpi con i terroristi vivi. Migliaia di terroristi liberati tra il 1993 e il 1999 hanno preso parte alla seconda Intifada, durante la quale mille israeliani sono stati assassinati. Abbas Muhammad Alsayd, rilasciato nel 1996, è stato coinvolto nell’attentato del 2002 a un seder pasquale a Netanyahu, dove morirono numerosi sopravvissuti alla Shoah. Nel 1998, Iyad Sawalha è stato rilasciato come gesto di “buona volontà”: quattro anni dopo ha fatto esplodere una bomba che ha ucciso diciassette persone. Sette mesi dopo il rilascio, Ramez Sali Abu Salmin si è fatto esplodere in un bar di Gerusalemme, uccidendo sette persone. Abdullah Abd Al Kadr Kawasme fu arrestato in seguito all’omicidio del poliziotto israeliano Nissim Toledano ed esiliato. Tornò a fare quello per cui era diventato famoso, tra cui l’infiltrazione nella comunità di Adura il 27 aprile 2002, dove furono uccise quattro persone, tra cui la bambina di cinque anni Danielle Shefi. Kawasme fu  responsabile di due attentati suicidi a Gerusalemme nel maggio 2003, in cui furono uccise sei persone, e nel giugno 2003 in cui furono uccise 17 persone.
Nel 2006 il rapimento di Gilad Shalit. E chi continuava a parlare di “occupazione”, si era forse dimenticato che Shalit era l’unico ebreo rimasto nella Striscia di Gaza. La famiglia del caporale iniziò a fare pressioni sul governo per un accordo per liberare il figlio. Non avrebbero permesso che Gilad fosse un altro Nachshon Wachsman, il soldato rimasto ucciso in un tentativo di salvataggio. Wachsman era figlio di Esther, nata in un campo della Croce Rossa da genitori sopravvissuti alla “soluzione finale” in cui le loro famiglie erano state cancellate. Il figlio fu rapito dai terroristi e mostrato in video da Hamas. Il rabbinato d’Israele chiese al popolo ebraico di leggere ogni giorno tre Salmi. Vecchi e bambini, uomini e donne, chassidim in nero e laici con le kippà, si radunarono al Muro occidentale per intercedere per Wachsman. Le Brigate al Qassam, ala militare di Hamas, diffusero un filmato in animazione grafica in cui si vede Shalit tornare a casa in una bara. Nel cartone animato, intitolato “Il sentimento nella società sionista su Shalit”, si vede il padre Noam, invecchiato e col bastone, che vaga sconsolato per la strade d’Israele stringendo una foto del figlio ancora ostaggio. Poi l’anziano padre che siede in attesa al valico di Erez fra la Striscia di Gaza e Israele finché non gli viene consegnata una bara coperta dalla bandiera israeliana.
Al tempo dell’affare Shalit non si conoscevano ancora i nomi, i volti e le famiglie di coloro che sarebbero stati uccisi da alcuni dei 1.027 terroristi islamici rilasciati in cambio di Shalit. E poi arrivò il 7 ottobre 2023. Ora conosciamo i nomi, i volti e le famiglie degli uccisi e degli ostaggi rapiti in un’operazione pianificata dai terroristi rilasciati  per Shalit. Quelli che non conosciamo ancora sono i nomi, i volti e le famiglie di coloro che saranno uccisi nel prossimo grande massacro organizzato da chi in questi giorni è stato rilasciato. Non è questione di se, ma quando.
Intanto, di Ariel e Kfir Bibas ancora nessuna traccia, mentre il padre esce oggi da Gaza. L’ultima immagine che si ha di loro è avvolti nella coperta della madre, portata via da Hamas tra le urla e i pianti. Kfir, che avrebbe compiuto due anni a gennaio, è l’unica persona al mondo ad aver trascorso più tempo della sua brevissima vita ostaggio di un gruppo terroristico che a casa con i suoi. Ora per loro si teme il peggio. E non sarà un cartone animato.

Il Foglio, 1 febbraio 2025)
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La scelta di Israele. Si può applicare la frase di Churchill: "Potevano scegliere tra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e continueranno la guerra". M.C.

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L’Iran cerca nuove strade per far rinascere Hezbollah

La Turchia, sempre più minaccia per Israele, sembra essere ben disposta ad aiutare l'Iran a riarmare Hezbollah. La Siria invece ha chiuso le vie per terra e per cielo.

di Sarah G. Frankl

L’Iran sta sostenendo finanziariamente la ricostituzione militare di Hezbollah. Israele ha presentato un reclamo al comitato israelo-libanese per il cessate il fuoco, sostenendo che gli inviati iraniani stanno consegnando “decine di milioni di dollari in contanti” all’aeroporto internazionale Rafic Hariri di Beirut per finanziare la rinascita di Hezbollah.
Nel dicembre 2024 era già stato ipotizzato che l’Iran potrebbe cercare di stabilire un nuovo “hub” nell’aeroporto di Beirut per le spedizioni militari a Hezbollah.
Le forze di sicurezza dell’aeroporto libanese hanno perquisito un volo iraniano Mahan Air a Beirut con l’accusa di aver trasportato fondi a Hezbollah all’inizio di gennaio.
Il Wall Street Journal ha riferito che 28 filiali di al Qard al Hassan, uno dei principali rami bancari e finanziari di Hezbollah, hanno ripreso le operazioni.
Le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno spesso colpito le filiali di al Qard al Hassan in Libano negli ultimi mesi per isolare le reti finanziarie di Hezbollah. Fonti non specificate hanno affermato che Israele ha accusato cittadini turchi di aver trasferito denaro per Hezbollah da Istanbul a Beirut via aerea.
I media israeliani hanno riferito nel dicembre 2024 che il leader di Hayat Tahrir al Sham (HTS) Ahmad al Shara ha deciso di impedire ai voli civili e militari iraniani di transitare nello spazio aereo siriano, il che potrebbe spiegare perché l’Iran potrebbe ora fare affidamento sull’accesso dalla Turchia.
L’Iran ha storicamente spostato materiale tramite la Siria. Tuttavia si è valutato che la perdita di accesso allo spazio aereo siriano avrebbe gravemente limitato la capacità dell’Iran di riarmare Hezbollah e avrebbe richiesto all’Iran di stabilire altre vie di accesso.
Tuttavia, le sole consegne di denaro iraniano probabilmente non saranno sufficienti a ricostituire il gruppo militarmente senza ulteriori forniture di armi. La decisione di Shara, se vera, di interrompere la rotta di rifornimento dell’Iran a Hezbollah tramite la Siria renderà comunque difficile per l’Iran aiutare Hezbollah a ricostituirsi militarmente.

(Rights Reporter, 1 febbraio 2025)

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