Notizie 16-28 febbraio 2025
Hamas ha fatto ballare tutti. Uno studio rivela che la carestia era una menzogna
Un nuovo studio rivela che le autorità israeliane a 1,8 milioni di abitanti di Gaza hanno consegnato cibo superando gli standard nutrizionali internazionali. Israele non aveva alcuna responsabilità o capacità di influenzare la distribuzione del cibo: Hamas ruba le scorte e le rivende ai civili.
di Giulio Meotti
Tenuto in ostaggio sotto Gaza per 500 giorni, Or Levy, privato della luce del sole, incapace di stare in piedi, guardava, affamato, mentre i suoi rapitori mangiavano il cibo che gli veniva negato. “Era affamato, tutti loro erano affamati, mangiavano a malapena”, ha detto alla Cnn Michael Levy, il fratello di Or. I terroristi mangiavano “pollo, carne, avevano tutto”, mentre suo fratello e gli altri ostaggi “non ricevevano nulla”. I terroristi “ridevano persino quando li vedevano mangiare”. Alla Cnn, il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha detto che il gruppo “ha trattato i prigionieri in conformità col diritto internazionale” e “fornito loro cibo in un momento in cui c’era carestia nella Striscia”. Hamas ha imparato l’arte della beffa umanitaria.
Il procuratore della Corte penale, Karim Khan, ha chiesto mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per “deliberata carestia”. Un nuovo studio rivela che le autorità israeliane a 1,8 milioni di abitanti di Gaza hanno consegnato cibo superando gli standard nutrizionali internazionali. Israele non aveva alcuna responsabilità o capacità di influenzare la distribuzione del cibo: Hamas ruba le scorte e le rivende ai civili. Lo studio pubblicato sull’Israel Journal of Health Policy Research fornisce un’analisi basata sui dati delle scorte alimentari consegnate a Gaza. Condotto da un team di ricerca israeliano e sottoposto a revisione a un altro team di esperti stranieri, lo studio valuta quantità e valore nutrizionale e conformità agli standard internazionali. E’ il primo tentativo dettagliato per stimare la questione. Un totale di 478.229 tonnellate di cibo sono state fornite a Gaza in sette mesi. L’apporto nutrizionale giornaliero pro capite è stato in media di 3.004 kcal. A eccezione di febbraio 2024, quando c’è stata una diminuzione delle forniture, le consegne di cibo hanno mostrato un aumento costante nel corso dei mesi. L’unica carenza osservata è stata nei livelli di ferro. Gli alimenti inviati includevano cereali, legumi, verdure, frutta, olio, carne, pollame, pesce, latticini e uova; dolci (torte, biscotti, caramelle, bibite e cioccolato); snack, pasti cucinati, alimenti per bambini, integratori alimentari e latte artificiale.
Ma per oltre un anno hanno tutti ballato al ritmo della propaganda di Hamas. “Gaza: grave carenza di cibo per il 96 per cento degli abitanti” (Save the children). “L’arma della fame fa morire Gaza” (la Stampa). “A Gaza in mezzo milione ridotti alla fame” (Vatican News). “Gaza, la fame come arma” (Ispi). “La fame a Gaza” (Medici senza frontiere). “Gaza, verso carestia imminente” (Unicef).
Poi si è scoperto che l’unica fame a Gaza era quella patita dagli ostaggi. C’è la carestia, c’è il genocidio e c’è il 70 per cento di vittime civili della guerra. L’ufficio propaganda di Hamas è inutile: bastano quelli occidentali.
Il Foglio, 28 febbraio 2025)
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Israele – Dopo le lacrime la corsa: in 45mila alla maratona di Tel Aviv
La gara dominata dai kenioti Felix Kimutai e Teresiah Kwamboka Omosa
«I just want to feel this moment», rimbomba nelle casse. Il popolare brano di Pitbull e Christina Aguilera è stato di fatto adottato dalla Maratona di Tel Aviv come colonna sonora dell’edizione 2025, la sedicesima, forse la più importante di tutte. «Tel Aviv, sei pronta a “sentire” questo momento?», chiede lo speaker prima di dare il via all’ultimo segmento della corsa: i cinque chilometri, tutti interni all’area del parco Yarkon nel nord della città. Corsa di “unità” e “resilienza”, l’aveva proclamata negli scorsi giorni il sindaco Ron Huldai, invocando una partecipazione ampia di telaviviani e non come messaggio di “normalità” nell’anormalità delle tante situazioni con cui Israele è costretto a confrontarsi da quasi un anno e mezzo. E la risposta c’è stata, con oltre 45mila persone al via, l’entusiasmo dei grandi eventi sportivi, ma anche il pensiero rivolto a chi non c’è più e a chi lotta per la sopravvivenza in un tunnel a Gaza. “Freedom is the finish line”, si leggeva su alcune magliette. Nell’area vicino alla partenza, in alcuni stand, era possibile incontrare familiari di vittime dei massacri di Hamas o di soldati caduti in combattimento. Chi voleva, poteva correre con delle t-shirt personalizzate in loro memoria. C’è anche chi si è legato al polso dei palloncini gialli o arancioni presenti lungo il percorso, rispettivamente il colore che simboleggia la campagna per la liberazione degli ostaggi e quello dei capelli di Ariel e Kfir Bibas, i fratellini trucidati da Hamas e da poco sepolti nel dolore e smarrimento di tutta una nazione. Prima della partenza di ogni blocco sono stati liberati nel cielo 59 palloncini, il numero degli ostaggi ancora prigionieri nella Striscia. Quest’anno c’è stato anche un evento speciale di 3 chilometri, denominato “Triumph of the Spirit” e dedicato ai soldati israeliani feriti.
Ma la maratona è stata anche gara “vera” e a dominarla, come già in passato, sono stati gli atleti del Kenya. Nella gara maschile, vinta da Felix Kimutai con il tempo di 2 ore, 12 minuti e 12 secondi, i primi cinque classificati provenivano tutti dal paese africano. Anche tra le donne ha vinto una keniota, Teresiah Kwamboka Omosa, con una prestazione da 2 ore, 37 minuti e 38 secondi.
(Moked, 28 febbraio 2025)
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Turchia contro Israele: la nuova grande rivalità del Medio Oriente
di David Zebuloni
La Turchia ha molto potenziale per diventare una vera minaccia per Israele. Penso tuttavia che la situazione non sia ancora irrecuperabile. Non mi identifico con chi dice che la Turchia diventerà l’Iran del nuovo millennio”. Parola di Rami Daniel, ricercatore all’Istituto per gli Studi di Sicurezza Nazionale (INSS) e esperto di questioni turche.
Dopo Gaza, il Libano, l’Iran, lo Yemen e la Siria, ora sembra che anche la Turchia minacci di aprire un fronte con Israele. Solo la scorsa settimana è stato pubblicato che il governo di Erdogan ha dato il via libera per l’acquisto di missili avanzati dalla Germania e dalla Francia. Perché? Contro chi intende combattere? E ancora, perché ha stipulato un accordo di difesa congiunta con il nuovo leader siriano?
“Per quanto riguarda la questione siriana, diamo sempre per scontati tre presupposti affatto scontati”, spiega in un’intervista a Makor Rishon Rami Daniel, ricercatore all’Istituto per gli Studi di Sicurezza Nazionale (INSS) e esperto di questioni turche. “Il primo presupposto è che il regime siriano attuale controllerà veramente la Siria e non verrà abbattuto anche lui. Il secondo presupposto è che il regime in questione si alleerà con la Turchia e non con alti regimi circostanti. Il terzo e ultimo prsupposto è che il regime seguirà una linea violenta ed estremista nei confronti di Israele. Penso che su questi tre punti bisognerebbe essere un po’ più cauti”.
Secondo l’esperto, dunque, la realtà in Siria è ancora precaria. “Non è chiaro come il regime si stabilirà e se continuerà ad esistere”, sottolinea. “Da un lato, è chiaro che la Turchia sia stata la prima ad aver guadagnato dalla caduta di Assad, soprattutto rispetto all’Iran e alla Russia, ma dall’altro siamo certi che continuerà ad essere così? Personalmente, non ne sono affatto certo. Già molte nazioni si sono mostrate interessate alla nuova Siria. Gli europei hanno rinnovato i legami, l’Arabia Saudita sta cercando di avvicinarsi. Ci sarà una vera gara per riuscire a influire sul nuovo regime siriano, con una Turchia che parte avvantaggiata, ma non è detto che riuscirà a mantenere il vantaggio nel tempo”.
Una delle domande cruciali circa il rafforzamento dell’esercito turco, riguarda proprio i suoi potenziali nemici. In altre parole, contro chi la Turchia intenda effettivamente combattere. “È importante capire che la Turchia da molto tempo ormai si sente minacciata, una minaccia generica e non specifica, contro cui non è abbastanza forte e preparata”, afferma Daniel. Paranoie e no, secondo l’esperto non si possono ignorare le forze che agiscono contro il governo turco e che minacciano la sua esistenza. “Ci sono diversi giocatori locali che agiscono contro Erdogan. La resistenza curda nel nord della Siria è collegata alla resistenza curda in Turchia, per esempio. La storia tra i turchi e queste bande è intrisa di sangue. Pertanto, la Turchia li considera ancora oggi nemici a tutti gli effetti”.
Secondo il ricercatore, anche la Russia e l’Iran costituiscono una minaccia per la Turchia, ma di natura diversa da quella curda. “È importante chiarire che Russia e Iran non sono nemici della Turchia, anzi, i legami tra loro sono migliorati recentemente, ma esiste una certa competizione tra le due fazioni”, spiega. “Ad esempio, l’Iran ha sostenuto Assad in Siria, mentre la Turchia ha sostenuto i ribelli. La Turchia sostiene l’Azerbaigian, e l’Iran teme molto l’ascesa dell’Azerbaigian come potenza nel Caucaso. Tra Turchia e Russia vale lo stesso concetto: vi sono diversi punti di attrito”.
Che ruolo ricopre dunque Israele in questo complesso quadro geopolitico? E soprattutto, deve davvero temere una minaccia militare dalla Turchia? “Credo che sia sbagliato gridare continuamente ‘stanno arrivando i turchi’, prima di tutto perché alla fine diventerà una profezia che si auto-avvererà”, risponde l’esperto. “Inoltre, l’accusa israeliana nei confronti della minaccia turca potrebbe aumentare la già notevole ostilità del governo turco nei confronti di quello israeliano. L’interesse attuale di Israele è quindi quello di cercare di calmare le acque, e non aggiungere benzina sul fuoco. Il nostro attuale ministro degli Esteri, ad esempio, è molto favorevole ai curdi, ma penso che sarebbe meglio che se lo tenesse per sé e non facesse dichiarazioni pubbliche a riguardo”.
E non è tutto. “La Turchia non è l’Iran”, tiene a specificare Daniel. “Anche se precari, tra Israele e Turchia vi sono ancora dei legami diplomatici. Esistono, ed è importante sfruttarli appieno per il bene della regione. C’è ancora un’ambasciata turca in Israele, con diplomatici turchi che abitano in pace e in sicurezza nello Stato ebraico. Questo significa che se si vuole migliorare i rapporti tra i due paesi, non bisogna ricominciare da zero. Esiste ancora una terra fertile sulla quale ricostruire un futuro prospero. Il vero problema è che ogni errore compiuto oggi, potrebbe perdurare nel lungo periodo”.
Quanto è improbabile una piena collaborazione tra Turchia e Israele? Secondo l’apprezzato ricercatore, meno di quanto si possa pensare. “I due paesi hanno molti più interessi comuni di quanto ci si possa immaginare”, afferma. “Ad esempio, un interesse comune tra Israele e Turchia è che la Siria rimanga stabile e non funga da nuova minaccia per la quiete del Medio Oriente, ovvero che non venga accolta sotto l’ala iraniana”.
Perché dunque non esiste ancora una cooperazione turco-israeliana? “Soprattutto a causa della reazione turca alla guerra a Gaza, e delle posizioni sempre più rigide e radicali di Erdogan”, prosegue Daniel. “La Turchia ha effettivamente molto potenziale per diventare una vera minaccia per Israele. Penso tuttavia che la situazione non sia ancora irrecuperabile. Non sono ottimista, ecco, ma nemmeno molto spaventato. Non penso che ci sarà un miglioramento significativo nei rapporti a breve termine tra i due paesi, ma non mi identifico con chi dice che la Turchia diventerà l’Iran del nuovo millennio. Siamo ancora lontani da avere una nuova Iran in Medio Oriente”.
(Bet Magazine Mosaico, 28 febbraio 2025)
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No al libro di Sinwar alla Sapienza
Cancellata la presentazione all’Università di Roma
di Michelle Zarfati
È diventato un caso l’evento che si sarebbe dovuto tenere all’Università La Sapienza di Roma il prossimo 5 marzo. Si tratta della presentazione del libro “Le spine e il garofano” di Yahya Sinwar, ex leader di Hamas e mente del 7 ottobre 2023, ucciso dall’IDF a Gaza lo scorso ottobre. L’incontro, organizzato dal Movimento degli studenti palestinesi in Italia, era previsto nella Facoltà di Fisica dell’Ateneo. “Un’iniziativa pericolosa”, paragonabile “all’apologia del fascismo e incitamento a commettere reato, non solo all’odio ma proprio alla matrice di terrorismo organizzato” ha commentato la Presidente dell’Ucei, Noemi Di Segni. “Non è ‘solo’ ‘From the river to the sea’, ma una chiara matrice di sostegno al terrorismo. Speriamo – aggiunge la Presidente Di Segni – che la Sapienza come spazio pubblico trovi il modo di bloccare l’iniziativa. Penso che nessun genitore auspicherebbe che il figlio studente entrasse a ‘studiare’ in una simile aula, su simili libri. Non è per questo scopo che investiamo nelle università e studi accademici”. Dopo la revoca da parte dell’Ateneo è intervenuto in una nota anche il deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli. “Sconcertante. Attivisti palestinesi organizzano all’Università La Sapienza di Roma la presentazione del libro di Yahya Sinwar, il leader di Hamas ideatore degli attentati del 7 ottobre – ha commentato Donzelli – La più grande università italiana ed europea – ha continuato Donzelli- ospiterà un evento per commemorare il sanguinario terrorista ucciso nei giorni successivi agli attentati. E non è la prima volta che sedicenti pacifisti elogiano questo genere di criminali mettendoli in cattedra come fossero degli eroi”.
Un libro di un terrorista sanguinario presentato all’Università̀, un evento che nel mondo democratico dovrebbe essere inimmaginabile. Un elogio ad uno dei peggiori leader di Hamas, mitizzato da giovani filopalestinesi, per le sue gesta spesso ritenute atti di “resistenza”. Nato nel 1962 a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, Yahya Sinwar ha trascorso più di 20 anni nelle carceri israeliane, è stato poi rilasciato nel 2011. Venne arrestato nel 1989 e condannato a 4 ergastoli per il rapimento e l’uccisione di militari israeliani e presunti collaborazionisti palestinesi. Il terrorista era stato rilasciato nell’ambito di uno scambio di prigionieri in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit. Una volta in carcere, Sinwar imparò l’ebraico, affermandosi sin da subito come figura di spicco tra i prigionieri e tra i palestinesi. Famoso per essere stato un osservatore attento alla politica e alla storia d’Israele, fondò l’ala militare di Hamas, le Brigate Ezzedine al-Qassam. Dopo il suo ritorno a Gaza, divenne leader ufficiale di Hamas nel 2017 collaborando a stretto contatto con Ismail Haniyeh e rafforzando i rapporti con l’Iran.
(Shalom, 28 febbraio 2025)
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Il mondo - creato dalle lettere
Le lettere ebraiche hanno anche un valore numerico. Non è solo da questo che gli interpreti chassidici traggono significati speciali.
di Gundula Madeleine Tegtmeyer
D’o il Creatore del mondo, è un maestro costruttore. Ma cosa ha usato come materiale da costruzione? La risposta chassidica, una corrente religioso-mistica dell'ebraismo, è: il linguaggio ha creato la realtà, le ventidue lettere dell'alfabeto ebraico sono il codice del mondo. All'epoca non esistevano simboli speciali per i numeri, a ogni lettera veniva assegnato un valore numerico fisso che poteva essere utilizzato per i calcoli. Per i numeri grandi, le rispettive lettere venivano posizionate una dopo l'altra fino a visualizzare la quantità richiesta. Cinque lettere hanno un aspetto modificato alla fine di una parola, ma mantengono lo stesso valore numerico.
Vediamo più da vicino alcune lettere ebraiche secondo l'interpretazione chassidica:
א Alef è la prima lettera dell'alfabeto ebraico ed è composta da un Jud in alto e un Jud in basso. La lettera Waw, la linea retta, sta in mezzo e collega i due Jud. Il Jud superiore è un riferimento al nome di D'o, che inizia con un Jud . Il Jud inferiore si riferisce al Jehudi , l'ebreo, il cui nome ebraico inizia anch'esso con un Jud . Che cosa rappresenta la Waw ? Sta per la fiducia che unisce gli ebrei a D'o. Nell'alfabeto ebraico, a ogni lettera è assegnato un valore numerico. Il valore numerico di Jud è 10, quello di Vav è 6. Se sommiamo le due Jud e la Vav, otteniamo il valore numerico 26, che corrisponde al nome biblico di D'o, composto da quattro consonanti, il cosiddetto tetragramma: Jud (10) + He (5) + Vav (6) + He (5) uguale 26.
ב La Torah inizia la creazione del mondo con la lettera Bejt - bereschit, in tedesco in principio. Per questo motivo la lettera è chiusa su tre lati, secondo la spiegazione chassidica, e aperta sul quarto: per insegnarci che il mondo è stato creato in modo imperfetto. Di conseguenza, anche gli aspetti negativi fanno parte della realtà. Se l'uomo compie buone azioni, può completare il quarto lato aperto e rendere il mondo migliore. La parola ebraica berecha, benedizione, inizia con beijt, motivo per cui D'o ha usato questa lettera come prima nella creazione del mondo.
ג Gimel è la terza lettera dell'alfabeto ebraico ed è legata a gomel, espressione di donazione, come in gemilut chassidim, carità. Per quanto una persona sia in grado di dare a un'altra, “è solo una piccola parte della ricchezza che porta dentro di sé”, dicono i saggi chassidici. Questo si riflette nella sua forma. Il wav incarna il donatore, il piccolo yud all'estremità inferiore corrisponde alla piccola quantità di ricchezza donata a un'altra persona. Con un po' di immaginazione, la forma del gimel può essere interpretata come la figura di una persona. Anche la parola ge'ula, la “redenzione”, inizia con un gimel.
ה Passiamo al Talmud , dove si dice che il mondo fu creato con l'aiuto della lettera He. Questa lettera denota un suono delicato; quando viene pronunciata, né la lingua né le labbra si muovono. Egli proviene dall'essere interiore di una persona. D'o ha creato il mondo con questa lettera senza alcuno sforzo e anche dopo la creazione del mondo non c'è stato alcun cambiamento nel Creatore. Secondo l'insegnamento segreto, la Torat ha-Sod, la moglie di Avraham fu in grado di dare alla luce il figlio Yitzchak solo dopo che D'o cambiò il suo nome da Saray a Sarah e quindi con una He alla fine del suo nome.
ז Sajin è la settima lettera. Il numero sette ha un ruolo centrale nella natura e nel suo ciclo. Il significato tedesco della parola ebraica sajin è “arma”, e in effetti la sua forma ricorda una spada. Può essere usata per attaccare ma anche per difendersi. La lettera sajin corrisponde al valore numerico sette e simboleggia il settimo pastore della casa di Davide, il Maschiach, nel cui tempo le spade scompariranno. In Isaia 2:4 leggiamo: 'Egli giudicherà tra le nazioni e farà giustizia per molti popoli. Allora trasformeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in uncini da potatura. La nazione non alzerà più la spada contro la nazione e non impareranno più la guerra ”.
ח Le tavole che componevano il Mishkan, il santuario nel deserto, avevano la forma di un chet. Questa lettera ha un lato aperto in basso. Simboleggia la dura caduta che è la conseguenza del peccato e priva il peccatore dell'opportunità di praticare la teshuva, il pentimento attivo. L'intenzione del Mishkan era di portare la presenza di D'o nel mondo, di scoprire D'o anche nei luoghi più piccoli e di redimere il mondo. Il valore numerico del chet è otto, che simboleggia il peccato. Secondo la visione chassidica, l'uomo ha otto parti del corpo che lo tentano a peccare: Occhi e orecchie, bocca, naso, mani e gambe, organi sessuali e cuore. La mitzva(comandamento) dello zizit, lo shofar - che ha otto fili - è stata data per aiutare a resistere alle cattive influenze.
י A prima vista, la lettera Jud sembra poco appariscente, ma non è così, perché Jud racchiude l'inizio e i poteri di tutte le altre lettere. Essa inizia solo con il nome di Dio: Jud - He - Waw - He, che simboleggia la creazione di tutti i mondi. Jud è la ragione per cui questa creazione continua.
כ L'undicesima lettera è Kaf, che ha la forma di una linea curva che abbraccia qualcosa. Anche la mano è chiamata kaf in ebraico perché può racchiudere le cose e anche tenerle. D'o racchiude il mondo intero; il mondo è spiritualmente e fisicamente permeato e circondato da D'o. I saggi ebrei hanno detto: “Il Santo, che sia benedetto, è il luogo del mondo”, Sefer ha-Likkutim 155. La gematria di Kaf è venti. Venti può essere diviso in due volte dieci. Il primo dieci rappresenta i dieci detti con cui è stato creato il mondo. Il secondo dieci rappresenta i dieci comandamenti. Nella Genesi si legge: “Dieci-dieci è il kaf”.
ם - מ La lettera Mem ha il valore numerico 40, che ha un profondo legame con la Torah, poiché Mosè dovette sopportare quaranta giorni e quaranta notti sul Monte Sinai per riceverla. Il meme ha due forme, quella aperta e quella chiusa alla fine della parola. Questo corrisponde alla Torah, perché anch'essa è composta da due parti. La parte aperta è accessibile a tutti; si tratta delle narrazioni e delle leggi. La parte chiusa alla fine della parola, la mem sofit, è l'insegnamento nascosto conosciuto anche come Cabala, la Torat ha-Nistar, che viene trasmesso solo da pochi iniziati. La lettera mem ha un suono simile alla parola ebraica che significa acqua, majim. L'acqua è una metafora della Torah. Il valore numerico 40 è strettamente legato alla preghiera e alla teshuva, il pentimento . Dopo il peccato del Vitello d'oro, Mosè pregò per 40 giorni e 40 notti e lavorò alla teshuvah per altri 40 giorni e 40 notti, finché Dio finalmente perdonò il popolo ebraico.
ן - נ Secondo Rabbi Akiva (50/55-135 d.C. circa), la neshama, l'anima, fu creata con la lettera Nun . Nun ha due forme, una curva e una lunga e dritta alla fine della parola. Esse simboleggiano che dipende da noi esseri umani, ai quali D'o ha affidato la neshama . Se ci comportiamo con integrità, la nostra neshama è retta; se siamo corruttibili, la nostra anima è piegata. Rabbi Akiva è uno dei padri più importanti dell'ebraismo rabbinico ed è annoverato tra i Tanna'im della seconda generazione. È uno dei dieci martiri uccisi sotto l'imperatore Adriano. Il Nun ha un valore numerico di 50. Ci sono cinquanta livelli di Kedushah, la santità, e cinquanta livelli di Tum'a, l'impurità. In Egitto, gli israeliti erano scesi al 49° livello di tum'a e quindi dovettero prepararsi alla rivelazione della Torah per 49 giorni dopo l'Esodo dall'Egitto.
ע La lettera Ajin significa “occhio”. Può essere interpretata come due occhi, uno che guarda a destra e l'altro a sinistra. Alla domanda sul perché l'uomo sia stato creato con due occhi ma con una sola bocca e un solo naso, si dice che il Rebbe chassidico di Premyshlan, una città nell'attuale Ucraina occidentale, abbia risposto: “In modo che tu possa vedere le buone qualità degli altri con un occhio e i tuoi difetti con l'altro”. All'ayin è stato attribuito il numero 70, che corrisponde anche al numero dei rabbini del Sanhedrin ha-Gadol, il “Grande Consiglio”, noto anche come “Alto Consiglio”, più Mosè, perché G-d gli disse: “Raccogli per me 70 uomini tra gli anziani di Israele”. Mosè era stato incaricato da D'o di presiederli: “Ed essi staranno lì con te”. I 70 giudici più Mosè sono quindi 71.
ש Shin è la 21a lettera dell'alfabeto ebraico e ha il valore numerico 300. Le tre righe di Shin si riferiscono ai tre Avot, i progenitori Avraham, Yitzchak e Ya'akov. Shin è la prima lettera di Sha-dai, uno dei nomi di D'o. Questo spiega perché c'è uno Shin sui tefillin da testa; gli uomini formano questo Shin anche con le cinghie dei tefillin da mano quando li avvolgono intorno alle mani.
ת Le parole Torah, tefillah (preghiera) e teshuva iniziano con l'ultima lettera dell'alfabeto, taw. L'essere umano è composto da 10 sefirot, le dieci emanazioni divine nell'albero cabalistico della vita, l'Ez Chaim. Se la Torah, la tefilla e la teshuva permeano l'essere umano, si ottiene il numero 400. La Taw simboleggia la completezza della connessione tra questi tre elementi. La parola ebraica emet , che significa “verità”, inizia con una Alef, la prima lettera dell'alfabeto, al centro c'è la Mem e alla fine troviamo la Taw. La verità durerà, come indica anche l'espressione Torat Emet , “Torah della verità assoluta”.
(Israelnetz, 28 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Se Hamas non porrà fine alla guerra, lo farà Israele
di Seth Mandel
La domanda “cosa succederà a Gaza prossimamente?” ha una risposta. O, meglio, molteplici possibili risposte.
Il Times of Israel riporta che i funzionari governativi hanno offerto una certa chiarezza tanto attesa sullo stato del cessate il fuoco con Hamas. Questa settimana, Hamas dovrebbe restituire i corpi di quattro ostaggi. Ciò, in teoria, porrebbe fine alla prima fase dell’accordo.
Ma Hamas potrebbe estendere questa fase molto facilmente, continuando a organizzare il ritorno degli ostaggi.
Qual è la differenza tra estendere la fase uno e passare alla fase due? Per passare alla seconda fase, Hamas dovrebbe disarmare, mandare i suoi leader in esilio e rinunciare all’amministrazione civile del governo a Gaza. Una volta concordato, il resto degli ostaggi verrà rilasciato e Israele porrà fine alla sua presenza militare a Gaza. La guerra sarà finita.
Questo è un buon promemoria del fatto che questo accordo sul tavolo è sempre stato sul tavolo. Gaza ha invaso Israele per innescare la guerra, prendendo gli ostaggi; Israele è andato a Gaza per catturare i responsabili, vale a dire, la leadership del partito di governo e delle forze armate di Gaza, Hamas, e per riportare indietro i suoi ostaggi. Che Israele fosse disposto a lasciare che i leader di Hamas lasciassero vivi l’enclave è stata una offerta generosa. Non c’è motivo per cui tutta la pressione dei leader mondiali (e, ehm, dei cittadini che protestavano) non avrebbe dovuto premere per questo particolare risultato fin dal primo giorno.
Le guerre non finiscono quando entrambe le parti riescono a tirare qualche buon colpo; quella è una partita di hockey. Le guerre non finiscono quando le loro condizioni fondamentali sottostanti rimangono intatte, anche se i combattimenti cessano temporaneamente; si tratta di un intervallo. È piuttosto esasperante ricordare che “restituisci gli ostaggi che hai preso e vattene da Gaza” era l’offerta alla leadership di Hamas (non a tutti i membri di Hamas, per non parlare di tutti a Gaza; solo ai massimi dirigenti) e tuttavia la guerra continua perché Hamas e i suoi sostenitori in tutto il mondo credono che “restituisci gli ostaggi che hai catturato” sia incompatibile con un corso di decolonizzazione per principianti per il quale qualcuno ha ingannato i suoi genitori facendogli pagare migliaia di dollari per frequentarlo.
E se i leader di Hamas non volessero vivere in un attico in Qatar? Possono continuare a rilasciare ostaggi sotto la rubrica della fase uno.
Ecco due offerte fin troppo generose da parte di Israele ad Hamas. Cosa c’è dietro la porta numero tre? Ah, quella sarebbe la porta dell’inferno: “Hamas può scegliere la fine del cessate il fuoco, il che significherebbe un ritorno alla guerra totale”. Come ha detto un funzionario israeliano al Times of Israel, “Sarebbe diverso [rispetto a prima]. Un nuovo ministro della Difesa, un nuovo capo di stato maggiore, tutte le armi di cui abbiamo bisogno e la piena legittimità, al cento per cento, dell’Amministrazione Trump”.
La scadenza è l’8 marzo. Se non ci saranno ulteriori rilasci di ostaggi entro una settimana da sabato, il cessate il fuoco terminerà.
Questa chiarezza è, come suggerisce il funzionario, quasi interamente una funzione del cambio di amministrazione a Washington. Donald Trump è entrato in carica desiderando che questa guerra finisse. Entrambe le parti hanno i mezzi per porre fine a questa guerra: Hamas arrendendosi e accettando l’esilio per i suoi leader, Israele costringendo Hamas a lasciare il potere e la sua leadership a lasciare Gaza. Per i prossimi 11 giorni guarderemo Hamas riflettere se sarà lui o Israele a porre fine alla guerra.
Ma uno di loro lo farà. E dopo la serie di festival demoniaci della morte eseguiti da Hamas ogni settimana, e dopo le rivelazioni di ciò che i palestinesi hanno fatto a quegli ostaggi e alla famiglia Bibas, e dopo che è diventato chiaro che non c’era stata carestia e certamente nessun genocidio e che Hamas aveva inventato tutto, Israele potrebbe benissimo avere il coraggio di porre fine alla guerra se Hamas decidesse di non farlo.
(L'informale, 27 febbraio 2025)
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Dai sedicenti ebrei un appello assurdo contro Israele
di Davide Romano
Questo appello firmato da Gad Lerner e altri sedicenti ebrei (non tutti i firmatari sono veramente ebrei, ma si sa, viviamo tempi strani. E dopo le fake news ora abbiamo anche i fake jews) mi ha rattristato per l’assoluta sgangheratezza dell’iniziativa.
Iniziamo dicendo che gli slogan utilizzati sono gli stessi che si sentono urlare da jihadisti e comunisti quando occupano le università e aggrediscono gli ebrei: parole malate come “No alla pulizia etnica” o “la violenza del governo e dei coloni israeliani in Cisgiordania”. Premesso che sono almeno 20 anni che costoro denunciano una pulizia etnica inesistente, benché la popolazione palestinese (in Israele e fuori) continui a crescere.
Ma si sa, le ideologie non hanno molto interesse per i fatti. Riguardo alle “violenze del governo”, rimanderei alla foto di armi e bombe che quotidianamente l’esercito israeliano pubblica dopo le azioni in Cisgiordania.
Ma vediamo punto per punto perché questo appello è letteralmente spietato (senza pietà):
- Esce nel momento peggiore: quello del giorno del funerale di Ariel, Kfir (i fratellini di 4 anni e di 9 mesi uccisi per strangolamento a sangue freddo) e della madre Shiri, evento che ha fatto inorridire il mondo intero. Ma non i firmatari dell’appello, evidentemente.
- Hamas e i vari gruppi islamisti guardano anche alle reazioni occidentali per modulare le loro nefandezze: il fatto che l’appello riprenda i loro slogan, sarà per i jihadisti un incoraggiamento ad andare avanti.
- Nel loro appello non c’è una sola parola di umana pietà verso gli ebrei (donne, uomini e bambini) massacrati il 7 ottobre da Hamas. Non un cenno alle migliaia di missili lanciati da Hamas, Iran, Hezbollah e Houti sulla testa degli israeliani. Hanno perfino dimenticato i tanti pacifisti israeliani massacrati, che sono certo alcuni di loro pure conoscevano direttamente.
- Manca anche una denuncia delle cause del conflitto: non una parola infatti sulla jihad, sui libri di testo delle scuole palestinesi e sui loro bambini usati dai terroristi come scudi umani.
- Neppure un richiamo alle associazioni italiane che si occupano di donne e di infanzia a pronunciare una parola sugli stupri di massa perpetrati da Hamas e sugli omicidi di 53 bambini il 7 ottobre.
Ma si sa, per costoro il patriarcato è censurabile solo se ci sono di mezzo i bianchi. Tutto questo rende l’appello completamente privo di empatia. Lo dico da persona che ha sempre ricordato e empatizzato per tutte le sofferenze degli innocenti, siano essi ebrei che palestinesi.
Non credo sia un caso che tale appello stia correndo velocemente tra imam fanatici e estremisti di sinistra.
Mai come in questo caso mi sovvengono le parole di Marco Pannella che ripeteva spesso – citando il filosofo Pascal – che «Chi vuole fare l’angelo è bestia».
Libero, 27 febbraio 2025)
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Kefiah, maschere e tamburi: gli studenti propalestinesi occupano il Barnard College di New York
di Michelle Zarfati
Più di 50 studenti filopalestinesi della Columbia University hanno preso d’assalto un edificio amministrativo del Barnard College, il college femminile dell’università, nella tarda notte di mercoledì, organizzando un sit-in che ha bloccato l’ufficio della preside Laura Rosenbury per diverse ore. Gli studenti, che indossavano kefiah e maschere, si sono presentati nell’Ateno con tamburi, bandiere e cartelli con su scritto: “Palestina libera”. L’intenzione era di chiedere il reintegro di due studenti sospesi per aver distribuito volantini antisionisti durante le lezioni, nonché l’annullamento delle azioni disciplinari contro gli studenti per attività propalestinesi. Hanno anche chiesto a Barnard di disinvestire i fondi e di condannare pubblicamente le azioni militari di Israele a Gaza. Durante la manifestazione, un membro dello staff sarebbe stato aggredito dai manifestanti e avrebbe avuto bisogno di cure ospedaliere, secondo Robin Levine, vicepresidente di Barnard. I manifestanti hanno anche dipinto graffiti sui muri degli edifici con messaggi come “Barnard espelle gli studenti” e “F-k Barnard”.
Levine ha detto che i manifestanti avevano anche incoraggiato altre persone a venire nel campus senza identificazione. L’amministrazione si è offerta di incontrare gli studenti se avessero tolto le maschere, ma i manifestanti avrebbero rifiutato. I manifestanti hanno poi dichiarato che avrebbero continuato “fino a quando le nostre richieste non saranno soddisfatte”, bloccando i corridoi, suonando i tamburi e distribuendo volantini propalestinesi. Secondo quanto riferito, alcuni hanno spinto il personale di sicurezza entrando nell’edificio.
Dopo molte ore, il collettivo avrebbe accettato di andarsene solo dopo che i funzionari di Barnard hanno promesso negoziati a partire da giovedì pomeriggio per prendere in considerazione le loro richieste di amnistia per tutti gli studenti sospesi a causa di azioni o discorsi filopalestinesi. La presidente del Barnard College Laura Rosenbury ha successivamente rilasciato una dichiarazione confermando che la protesta era terminata: “Stasera, un piccolo gruppo di manifestanti mascherati ha tentato di minare i valori fondamentali del Barnard di rispetto, inclusione ed eccellenza accademica. Grazie agli sforzi del nostro personale e dei docenti, i manifestanti hanno lasciato Milbank Hall senza ulteriori incidenti. Ma siamo chiari: il loro disprezzo per la sicurezza della nostra comunità rimane del tutto inaccettabile”. Brian Cohen, direttore del gruppo studentesco Hillel della Columbia, ha condannato prontamente la protesta. La Columbia University ha rilasciato una dichiarazione poche ore dopo, affermando che l’interruzione delle lezioni è stata inaccettabile, sottolineando però che la questione rientra nella giurisdizione del Barnard College.
All’esterno dell’edificio, la polizia ha allestito unità mobili. Gli studenti filoisraeliani hanno già annunciato che nel corso della giornata di oggi avrà luogo una contro-manifestazione. Il professore israeliano Shai Davidai, divenuto un importante critico della gestione di tali proteste da parte dell’università, ha esortato i sostenitori a unirsi alla contro-manifestazione, scrivendo online: “Arrabbiati per le immagini che escono da @BarnardCollege? Unisciti a noi domani per chiederne le conseguenze. Non confondete la nostra non violenza con la sottomissione”. L’incidente ha fatto eco a una protesta simile nell’aprile 2024, quando gli studenti filo-palestinesi hanno occupato la Hamilton Hall della Columbia, portando ad arresti di massa dopo che l’università ha chiamato la polizia di New York City.
L’allora rettrice dell’università, Minouche Shafik, ha poi dovuto affrontare pesanti critiche che l’hanno portata a dimettersi nell’agosto 2024, in parte a causa del contraccolpo sulla sua gestione delle manifestazioni. Il suo successore, Katrina Armstrong, si è scusata pubblicamente con gli studenti filopalestinesi per il trattamento ricevuto dai funzionari universitari e di polizia. Dall’inizio del suo mandato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone la cancellazione dei visti per gli studenti stranieri considerati “sostenitori di Hamas”, consentendone l’espulsione. L’ordine si impegna a “indagare e punire il razzismo antiebraico nei college e nelle università di sinistra e anti-americane” e istruisce le agenzie governative a identificare e utilizzare tutti gli strumenti legali disponibili contro gli aggressori e i molestatori antisemiti entro 60 giorni. In una nota esplicativa che accompagna l’ordine, Trump ha avvertito: “A tutti i residenti stranieri che si sono uniti alle manifestazioni pro-jihadiste, vi troveremo”.
(Shalom, 27 febbraio 2025)
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L’Iran aumenta vertiginosamente la produzione di uranio altamente arricchito
Mentre i caccia israeliani rimangono negli hangar, gli iraniani volano verso la bomba.
Secondo un rapporto non ancora pubblicato dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) l’Iran ha aumentato le sue scorte di uranio arricchito al 60% di 92,5 chilogrammi (kg), pari a 2,2 volte quelle che vengono definite “quantità significative”.
Una quantità significativa è la “quantità approssimativa di materiale nucleare per la quale non si può escludere la possibilità di fabbricare un ordigno nucleare”.
L’Associated Press ha riferito il 26 febbraio che l’Iran possiede 274,8 chilogrammi (kg) di uranio arricchito fino al 60%, o 6,6 quantità significative, a partire dall’8 febbraio, citando un rapporto dell’AIEA non ancora pubblicato.
Questa quantità segna un aumento di 92,5 kg nelle scorte iraniane di uranio arricchito al 60 percento e un aumento di 2,2 quantità significative dall’ultimo rapporto pubblicato dall’AIEA nel novembre 2024.
Il rapporto dell’AIEA afferma che le scorte totali di uranio arricchito dell’Iran sono pari a 8.294,4 kg, con un aumento di 1.690 kg dal novembre 2024.
Il rapporto dell’AIEA rileva inoltre che i funzionari iraniani hanno continuato a impedire a quattro ulteriori ispettori esperti dell’AIEA di monitorare il programma nucleare iraniano.
La significativa espansione delle scorte di uranio arricchito dell’Iran, unita al rifiuto categorico dell’Iran di negoziare con gli Stati Uniti, rende molto improbabile che l’Iran concluda un accordo con l’E3 e gli Stati Uniti prima del giugno 2025.
Secondo quanto riferito, l’E3 ha dato all’Iran una scadenza al giugno 2025 per concludere un accordo nucleare prima che l’E3 imponga sanzioni a catena.
Il meccanismo a catena del JCPOA consente ai firmatari del JCPOA di reimporre le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite all’Iran in caso di “inadempimento significativo da parte dell’Iran degli impegni del JCPOA”.
(Rights Reporter, 27 febbraio 2025)
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Ciclismo – Doppia vittoria per la squadra israeliana in Rwanda
Se il buongiorno si vede dal mattino, per la Israel-Premier Tech Academy (IPT) si annuncia una stagione interessante. Le indicazioni arrivano dal Tour del Rwanda, dove la squadra israeliana si sta distinguendo come grande protagonista della corsa, prova generale dei mondiali in programma a settembre nel paese africano. Merito soprattutto di Brady Gilmore, giovane corridore australiano in forza al team dal 2023, che si è imposto martedì nella seconda tappa del Tour e ha poi fatto il bis mercoledì. Alle sue spalle martedì è arrivato un compagno di squadra, l’israeliano Itamar Einhorn.
La presenza della IPT al Tour del Rwanda è ormai una tradizione, anche in virtù degli investimenti effettuati localmente a livello sociale. In primis quello che è noto come “Field of dreams”, un centro sportivo all’avanguardia rivolto a giovani talenti, accompagnati anche in un percorso educativo.
Si corre quindi con vista sui Mondiali, i primi assegnati all’Africa, con Kigali teorica “capitale” del ciclismo nella settimana dal 21 al 28 settembre. Ci sono però molti punti interrogativi sul loro effettivo svolgimento. Nelle scorse ore il Parlamento europeo, con 443 voti a favore e 4 contrari, ha chiesto la loro cancellazione per via della crisi da molte migliaia di morti in corso nel vicino Congo, con il coinvolgimento diretto del Rwanda.
(moked, 26 febbraio 2025)
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La sovranità israeliana su Giudea e Samaria è “l'unica via” per la pace
“Il 7 ottobre non sono stati uccisi solo i cittadini israeliani, ma anche l'idea che è stata falsamente chiamata ‘soluzione dei due Stati’”, ha dichiarato il presidente della Knesset.
di Akiva Van Koningsveld
GERUSALEMME - Il presidente della Knesset Amir Ohana ha appoggiato domenica la richiesta di Gerusalemme di estendere la propria sovranità su Giudea e Samaria, affermando che il pieno controllo dell'area è “l'unico modo” per raggiungere la pace nella regione.
“Queste parti bibliche e storiche della nostra terra, che raccontano la storia del nostro popolo nella Bibbia, sono destinate a noi, al popolo di Israele, e devono trovarsi sul territorio dello Stato di Israele, di proprietà di Israele e sotto la piena sovranità di Israele”, ha detto Ohana, membro del parlamento del partito Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, durante una visita nel nord della Samaria. “Oggi la questione è più chiara che mai”, ha aggiunto.
“Il 7 ottobre non sono stati uccisi solo cittadini israeliani, ma anche l'idea che è stata falsamente chiamata 'soluzione dei due Stati'”, ha spiegato, riferendosi all'invasione di Hamas del 2023.
Ohana ha parlato insieme al presidente del Consiglio regionale della Samaria, Yossi Dagan, in un punto di osservazione a Barkan, appena fuori dalla città di Ariel, da cui si può vedere il centro di Israele e l'aeroporto internazionale Ben Gurion.
Le comunità ebraiche nella regione “non solo non sono un ostacolo alla pace”, ma anzi “sono l'unico modo per il popolo di Israele e lo Stato di Israele di raggiungere la pace”, ha detto Ohana.
Il Presidente della Knesset ha ringraziato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, definendolo “il miglior amico che lo Stato di Israele abbia avuto alla Casa Bianca”, e ha espresso il desiderio di dargli il benvenuto nello Stato ebraico.
“Per la prima volta stiamo ascoltando idee non convenzionali dalla Casa Bianca”, ha detto Ohana. Aspettiamo e aspettiamo con ansia che venga nel nostro Paese”, ha aggiunto.
Il 4 febbraio, Trump ha dichiarato ai giornalisti a Washington che la sua amministrazione probabilmente farà un annuncio nelle prossime settimane sulla possibilità di annettere Gerusalemme alla Giudea e Samaria.
“Ne stiamo discutendo con molti dei vostri rappresentanti. Sono molto ben rappresentati... [ma] non abbiamo ancora preso posizione”, ha detto Trump durante una conferenza stampa con Netanyahu.
Il giorno prima, Trump aveva detto che la superficie di Israele è troppo piccola, ma non aveva detto se avrebbe sostenuto la sovranità di Giudea e Samaria.
Giovedì, l'influente Conservative Political Action Conference (CPAC) ha dichiarato di ritenere che Giudea e Samaria siano “parti integranti” dello Stato ebraico e che gli Stati Uniti dovrebbero riconoscerne la sovranità.
Alla fine di questa settimana, migliaia di leader cristiani di tutti gli Stati Uniti dovrebbero firmare una dichiarazione simile sul “diritto inalienabile di Israele al cuore biblico” da presentare al presidente americano.
(Israel Heute, 26 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Parlamentare britannica chiede un’indagine sui presunti pagamenti della BBC a Hamas
di Anna Balestrieri
La leader del Partito Conservatore britannico, Kemi Badenoch, ha richiesto un’inchiesta sulla rete nazionale BBC in seguito alla messa in onda di un documentario controverso, che ha come protagonista
il figlio di un alto funzionario di Hamas.
Kemi Badenoch ha chiesto di indagare se Hamas abbia ricevuto finanziamenti dal servizio pubblico radiotelevisivo britannico BBC durante la produzione del documentario Gaza: How to Survive a War Zone, trasmesso la scorsa settimana. Lo riporta il quotidiano britannico Daily Mail.
In una lettera indirizzata al Direttore Generale della BBC, Tim Davie, Badenoch ha sollevato il dubbio che il denaro dei contribuenti britannici, che finanzia in parte la BBC attraverso il canone televisivo, possa essere finito nelle mani del gruppo terroristico.
• Accuse di pregiudizi sistemici contro Israele
Secondo la leader conservatrice, la copertura della BBC sul conflitto israelo-palestinese non è un caso isolato ma riflette un “pregiudizio sistemico e istituzionale contro Israele”. Ha inoltre minacciato di revocare il sostegno del suo partito al canone televisivo, a meno che non vengano adottate misure serie, tra cui un’indagine sui dirigenti della BBC.
“Ritengo necessario avviare un’indagine indipendente per valutare queste accuse e più in generale il pregiudizio sistemico della BBC contro Israele“, ha dichiarato Badenoch. Ha inoltre evidenziato che Hamas esercita un controllo significativo su Gaza e si è chiesta come la BBC abbia potuto commissionare un programma da quella zona senza garantire che i presentatori e i partecipanti non fossero affiliati al “regime riprovevole”.
“Possibile che la BBC sarebbe stata altrettanto ingenua se avesse commissionato contenuti dalla Corea del Nord o dalla Repubblica Islamica dell’Iran?” ha aggiunto.
• Il ruolo del figlio di un alto funzionario di Hamas
Le polemiche sono scoppiate dopo che il giornalista indipendente Dave Collier ha rivelato che il protagonista del documentario, Abdullah Ayman al-Yazouri, è il figlio di Ayman al-Yazouri, attuale ministro dell’agricoltura di Hamas. Questa informazione non era stata divulgata agli spettatori, nonostante il giovane fosse il narratore principale del film.
Inizialmente, la BBC ha cercato di distanziarsi dalla vicenda, attribuendo la responsabilità alla società di produzione londinese Hoyo Films, che avrebbe omesso i dettagli sulla famiglia di al-Yazouri. Tuttavia, secondo quanto emerso, la BBC era direttamente coinvolta nella realizzazione del documentario e ha successivamente annunciato che aggiungerà queste informazioni nelle future trasmissioni.
• Proteste e rimozione temporanea del documentario
Le rivelazioni hanno suscitato malcontento tra i giornalisti della BBC, alcuni dei quali hanno espresso preoccupazione per la mancanza di controlli prima della messa in onda. Un dipendente della BBC ha definito la situazione “un disastro”, domandandosi come l’azienda non avesse previsto i problemi.
Di fronte alle crescenti critiche, la BBC ha temporaneamente rimosso il documentario dalle sue piattaforme digitali.
• 400.000 sterline di fondi pubblici per la produzione
SecondoThe Sun, la BBC avrebbe speso 400.000 sterline di fondi pubblici per produrre il documentario, definito da alcuni critici una “propaganda” per Hamas.
La questione ha sollevato interrogativi sulla trasparenza della spesa pubblica. Danny Cohen, ex direttore della BBC, ha chiesto spiegazioni: “La BBC deve rendere conto di ogni penny speso per questo documentario. I contribuenti meritano di sapere se parte di questi fondi è finita nelle mani di Hamas”.
Inoltre, è stato rivelato che la BBC ha avuto un coinvolgimento diretto nella produzione del documentario attraverso regolari incontri con la società Hoyo Films. Un contratto tra le due parti specifica che “le questioni relative alla conformità editoriale verranno affrontate attraverso aggiornamenti e telefonate regolari con il responsabile della commissione”.
• Accuse di pregiudizio nei confronti della BBC
Le accuse di pregiudizio nei confronti della BBC non sono nuove. Un rapporto pubblicato a settembre ha documentato 1.500 violazioni delle linee guida editoriali della BBC nel contesto della guerra in Israele. Il rapporto evidenziava “un preoccupante schema di pregiudizi e molteplici violazioni delle linee guida della BBC in materia di imparzialità, equità e ricerca della verità”.
Anche Kemi Badenoch ha ribadito la necessità di un’inchiesta approfondita: “Un’indagine deve considerare le accuse di possibile collusione con Hamas e la possibilità che siano stati effettuati pagamenti ai suoi funzionari. Non si tratta di incidenti isolati“.
Di fronte alle pressioni, la BBC ha dichiarato che continuerà a verificare il documentario e che questo non sarà disponibile sui Player fino a conclusione della revisione.
Un’inchiesta del giornale britannico Telegraph ha inoltre rivelato come in diversi punti del documentario siano state palesemente manipolate le traduzioni, rendendo gli “ebrei” degli intervistati a Gaza talvolta come “gli israeliani“, altre come “le truppe israeliane “.
(Bet Magazine Mosaico, 26 febbraio 2025)
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Le verità nascoste delle ratlines: Milei riapre il caso dei nazisti fuggiti in Argentina
di Nicole Nahum
Il presidente argentino Javier Milei ha annunciato una mossa storica, che potrebbe riaccendere il dibattito su uno degli episodi più oscuri del dopoguerra: la declassificazione dei documenti relativi alle “ratlines” naziste, le rotte di fuga utilizzate da migliaia di criminali di guerra per rifugiarsi in Argentina dopo la Seconda Guerra Mondiale.
L’annuncio è avvenuto durante un incontro con il Simon Wiesenthal Center (SWC) a Buenos Aires, dove Jonathan Missner, socio dello studio Stein, Mitchell, Beato & Missner, ha consegnato a Milei una lettera del senatore statunitense Charles Grassley. In essa, Grassley chiedeva al presidente argentino di contribuire a scoprire come le rotte fossero state organizzate e finanziate. Una copia della lettera è stata inviata anche a Donald Trump. La richiesta potrebbe aprire la strada a nuove rivelazioni cruciali riguardo alla rete che ha permesso a oltre 5000 nazisti, tra cui Adolf Eichmann e Josef Mengele, di sfuggire alla giustizia e rifugiarsi in Argentina.
Le rotte segrete, inizialmente destinate a salvare i cattolici dall’Europa, furono ben presto sfruttate dai nazisti. A supporto di queste fughe, si schierarono anche funzionari vaticani e politici, tra cui il presidente argentino Juan Perón, che considerava la protezione dei criminali di guerra una questione di stato. Perón si oppose ai processi di Norimberga e favorì l’ingresso in Argentina di numerosi fuggitivi nazisti, provenienti da paesi come Ungheria e Croazia.
La decisione di Milei ha una valenza storica e morale non indifferente. Come ha sottolineato il rabbino Abraham Cooper del Simon Wiesenthal Center, Milei è il “il primo presidente ad agire con rapidità per consentire al SWC di scoprire pezzi importanti del puzzle storico”, riferendosi alle evidenze sul coinvolgimento argentino con i nazisti durante e dopo la Shoah. Molti storici ritengono che la declassificazione dei documenti rappresenti una preziosa opportunità per fare giustizia, rivelando dettagli inediti su questa rete di protezione. Tuttavia, alcuni esperti, come Efraim Zuroff, sollevano dubbi, sottolineando che la maggior parte dei responsabili sono ormai deceduti, e che opere come il libro “The Real Odessa” di Uki Goni avevano già rivelato l’identità di molti di loro.
Nonostante le critiche, il valore simbolico della decisione di Milei è indiscutibile. In un periodo segnato da conflitti globali, questa iniziativa segna l’impegno dell’Argentina nel promuovere la trasparenza storica, un valore particolarmente rilevante dopo gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023, che hanno scosso Israele e il mondo intero. Il rabbino Cooper ha infatti sottolineato che “specialmente in un mondo post-7 ottobre, coloro che hanno finanziato, facilitato o in altro modo assistito queste ‘ratlines’ devono essere ritenuti responsabili”.
L’intervento di Milei arriva, dunque, in un momento di maggiore consapevolezza internazionale sulla necessità di affrontare le ingiustizie del passato per prevenire atrocità future. Con la declassificazione dei documenti, l’Argentina si prepara ad affrontare uno dei capitoli più oscuri della sua storia, riscoprendo verità dimenticate e, forse, restituendo dignità a chi non ha mai ottenuto giustizia.
Recentemente, Milei è stato anche sotto i riflettori per aver proclamato due giorni di lutto nazionale per la famiglia Bibas, vittima di Hamas. Jonathan Missner ha sottolineato che “le parole sono una cosa, le azioni un’altra,” evidenziando come l’impegno del presidente argentino vada oltre le dichiarazioni, segnando un passo concreto verso la giustizia. “Milei è un alleato fermo della comunità ebraica globale e sa che affrontare il passato della collaborazione dell’Argentina con i nazisti richiede piena trasparenza,” ha concluso Missner.
(Shalom, 26 febbraio 2025)
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Rivoluzione demografica in Israele: non sono solo i numeri, ora c’è anche il ritmo
Ora che la soluzione “Due stati” sembra definitivamente tramontata, arriva un’ottima notizia. Gli ebrei superano per la prima volta i musulmani non solo nel numero di figli per donna, ma da ora anche nel tasso di crescita naturale. Ecco una lezione non convenzionale di demografia.
di Haim Giladi
Già cinque anni fa la madre ebrea aveva superato quella musulmana nel numero di figli. Un’indagine di HaKol HaYehudi rivela che oggi, per la prima volta dalla fondazione dello Stato, i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica indicano un altro cambiamento drammatico: il tasso di crescita naturale della popolazione ebraica supera quello della popolazione musulmana. Cosa c’è dietro questo cambiamento? Come l’età media al parto influenza le tendenze demografiche? E perché l’istruzione superiore tra le donne arabe gioca un ruolo chiave? Tutti i dati e le implicazioni di questa rivoluzione.
Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica per il 2023, recentemente pubblicati nell’Annuario Statistico di Israele, gli ebrei hanno superato per la prima volta i musulmani nel tasso di crescita naturale normalizzato per le percentuali di anziani e giovani nella popolazione.
In passato era già stato pubblicato che il numero di figli per donna ebrea aveva superato quello per donna araba nel 2016, e nel 2020 persino il numero di figli per donna musulmana. Attualmente, la donna ebrea ha esattamente tre figli in media, la donna araba 2,66 figli e la donna musulmana 2,81. Ma queste notizie non hanno considerato un punto importante: l’età al parto.
• Non solo quanti, ma anche a che età facciamo figli
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I dati sul numero di figli per donna, dove la svolta è avvenuta già alcuni anni |
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Il tasso di crescita naturale della popolazione (cioè escludendo l’immigrazione) è influenzato da molti fattori, ma in relazione alle società moderne ci si concentra generalmente su tre componenti principali che forniscono un quadro del tasso di crescita di una popolazione: il numero di figli che una donna partorisce, la percentuale di persone in ogni fascia d’età (composizione per età della popolazione, la cosiddetta ‘piramide delle età’), e l’età media al parto. Il primo, il numero di figli per donna, è il più intuitivo. È chiaro che più figli si fanno, più la popolazione cresce. Il secondo fattore, la percentuale di giovani rispetto agli anziani e chi sta nel mezzo, influisce perché solo gli adulti giovani, principalmente nella fascia d’età 20-40, hanno figli. Se una gran parte della popolazione è in età avanzata, la crescita naturale sarà più bassa anche se i giovani hanno molti figli – finché gli anziani non passeranno gradualmente a miglior vita. Man mano che nascono più bambini, la percentuale di giovani nella popolazione aumenta, quindi il fattore percentuale di giovani cambia comunque ed è meno importante oltre il breve termine. Infine, anche l’età media al momento del parto ha un impatto: se due popolazioni hanno esattamente lo stesso numero di figli per donna, ma una popolazione lo fa a un’età media più giovane, nonostante il numero identico di figli, il suo tasso di crescita sarà più rapido. Per illustrare il principio, consideriamo un caso completamente teorico e molto semplificato:
Se ci sono due popolazioni di esattamente 1000 persone ciascuna, ed entrambe hanno tre figli per donna, ma in una popolazione tutte le donne partoriscono tre gemelli all’età di 30 anni, e nell’altra tutte le donne partoriscono tre gemelli all’età di 33 anni, nel corso degli anni si svilupperà una chiara differenza. Dopo 40 anni, ad esempio, se questo modello di fertilità rimane costante, la prima popolazione raggiungerà 1717 persone mentre la seconda arriverà solo a 1635 persone.
Una situazione simile esisteva in Israele, dove le donne arabe si sposano e partoriscono figli costantemente a un’età più giovane rispetto alle donne ebree. Quindi, nonostante il numero di figli per donna ebrea abbia già superato quello della madre musulmana, la crescita naturale ebraica era ancora in ritardo rispetto a quella musulmana. Le notizie sulla rivoluzione demografica a favore degli ebrei erano premature – fino ad ora.
Poiché un aumento del numero di figli che una donna partorisce porterà a più neonati e bambini nella popolazione, nel tempo la percentuale di giovani aumenterà comunque in una società relativamente anziana che ha aumentato la fertilità. Lo stesso accadrà in direzione opposta in una società giovane che inizia ad avere meno figli – la popolazione invecchierà gradualmente. Pertanto, per trovare il tasso di crescita naturale verso cui la popolazione convergerà in futuro, oltre il breve termine, si può utilizzare il numero di figli per donna e l’età media al parto – neutralizzando la questione della percentuale attuale di anziani e giovani, percentuale che è un’eredità del passato.
Se per esempio ogni donna partorisce quattro figli, la generazione successiva sarà due volte più grande di quella attuale (la metà di quattro, poiché per ogni donna c’è un uomo, quasi esattamente). E se il tempo medio fino alla nascita della generazione successiva, che è due volte più grande, è di trent’anni, allora in ciascuno di questi trent’anni la crescita ottenuta sarà un trentesimo del percorso.
• Uno sguardo al futuro
Il calcolo del tasso di crescita in questo modo ha mostrato per anni che gli ebrei erano in ritardo, anche dopo che il numero di figli di una donna ebrea aveva superato il numero di figli di una donna araba, e poi anche di una donna musulmana. Questo perché le donne arabe, e tra queste le musulmane, compensavano il numero inferiore di figli partorendo in età più giovane. Ma nel 2020 la percentuale di crescita ebraica calcolata in questo modo ha superato quella araba, e secondo i dati recenti dell’Ufficio Centrale di Statistica – nel 2023 ha finalmente superato persino quella musulmana, per la prima volta in assoluto.
Nella categoria ‘arabi’, l’Ufficio Centrale di Statistica include i cristiani di lingua araba, alcuni dei quali negli ultimi anni preferiscono distaccarsi dalla società araba e identificarsi come aramei, e anche i drusi – che in realtà non hanno mai fatto parte della popolazione araba. Pertanto, l’indicatore più importante è quello della società musulmana, e ora come detto anche questo è sceso al di sotto dell’indicatore della popolazione ebraica.
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Il tasso di crescita naturale |
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È importante notare che poiché nel frattempo il tasso di crescita annuale effettivo è ancora influenzato dalle generazioni precedenti, è ancora più alto tra gli arabi e più basso tra gli ebrei. Ma l’indicatore che neutralizza l’influenza delle generazioni precedenti ci offre uno sguardo al futuro, quando le generazioni cambieranno gradualmente. E questo – anche se la fertilità e l’età del parto rimarranno esattamente agli stessi valori. Poiché la tendenza chiara è la diminuzione della fertilità e l’aumento dell’età del parto tra gli arabi, c’è motivo di presumere che il divario a favore degli ebrei crescerà ancora di più.
Esaminando i dettagli, risulta che la diminuzione della crescita naturale tra gli arabi deriva da entrambi i fattori combinati: sia dalla fertilità che dall’età del parto. Dal 2017, da cui si vede un netto cambiamento di tendenza, il numero medio di figli per donna araba è sceso da 3,16 a 2,66, cioè di circa il 16%. Per la donna musulmana è sceso da 3,37 a 2,81 – un calo di circa il 17%. Negli stessi anni, il numero medio di figli è diminuito per la donna ebrea da 3 a 3,16 – solo circa il cinque percento.
In termini di età media al parto, nel corso di questi anni è aumentata costantemente tra le donne arabe da 27,8 a 28,5 e tra le musulmane da 27,7 a 28,3, mentre per la donna ebrea è rimasta quasi invariata: 31,1 nel 2017 e 31,2 nel 2023.
• Dr. Kedar: nella società araba le donne fertili sono considerate primitive
Sia il ritardo dell’età in cui una donna araba partorisce sia la diminuzione della fertilità derivano da cambiamenti nello stile di vita della società araba.
“Questo deriva da una combinazione di diversi fenomeni”, spiega l’orientalista Dr. Moti Kedar. “Prima di tutto, l’istruzione delle donne è più alta di quella degli uomini. Le ragazze diventano selettive – una ragazza che ha completato con successo una laurea non vuole qualcuno che ha completato con successo la scuola elementare…”. Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica e del Ministero del Lavoro, in circa un decennio la percentuale di donne arabe con istruzione accademica è raddoppiata, e questo vale anche per il sottogruppo delle donne musulmane. Negli ultimi dati disponibili, degli anni 2020 e 2021, la percentuale di giovani donne arabe tra i 30 e i 34 anni con una laurea era del 25%, e la percentuale di donne musulmane di tutte le età con una laurea era del 18,7%. In confronto, solo il 12,5% di tutti gli uomini musulmani aveva una laurea. “Anche l’istruzione stessa ritarda il matrimonio, perché una donna single sa che dopo il matrimonio non potrà più studiare. Il marito non acconsentirà che vada dalle amiche – e certamente non dagli amici – per studiare per un esame”.
La seconda cosa, dice Kedar, è l’emigrazione. “I ragazzi vanno all’estero, e le ragazze, che vivono con i genitori, partono molto meno. Se la figlia vive da sola all’estero, questo danneggerà il nome della famiglia”. Così per alcune giovani è difficile trovare un marito.
Altri due motivi citati da Kedar sono economico-culturali. Nella cultura araba è consuetudine che l’uomo debba prima costruire o acquistare una casa, e solo dopo sposarsi. Le persone con bassa istruzione sono meno attraenti anche economicamente. Inoltre, una donna che non ha fratelli non eredita automaticamente dai genitori alla loro morte. Se è sposata, è consuetudine che l’eredità appartenga direttamente al marito, ma se è single, la probabilità che riesca a ottenere l’eredità per sé è maggiore. Questa è un’altra area in cui a volte è preferibile per una donna araba single rimanere tale.
Questi cambiamenti, che rendono il matrimonio meno attraente agli occhi della donna araba, causano l’aumento dell’età media al parto attraverso l’aumento dell’età media al matrimonio – e infatti negli ultimi anni l’Ufficio Centrale di Statistica registra un aumento in quest’ultima. Ma oltre a ciò, secondo Kedar, la cultura araba sta cambiando anche rispetto al parto, e inizia a imitare modelli ebraici. “Questo avviene principalmente per strada, e si esprime meno nei media arabi, ma si può percepire che il modo di guardare alle donne che partoriscono molti figli è cambiato – sono considerate primitive. E persino i molti giovani uomini frustrati dall’aumento dell’istruzione tra le donne arabe, che le porta ad essere selettive e a rifiutarli, comunque non vogliono una donna ‘primitiva’ che partorisca molti figli”.
Un altro fenomeno è il rinvio della procreazione anche dopo il matrimonio. Su questo, Kedar indica che è più difficile vedere una tendenza chiara. “Tutto dipende dall’ambiente. Ci sono luoghi in cui sono influenzati dagli ebrei, vedono che le coppie ebraiche viaggiano dopo il matrimonio in Thailandia, fanno trekking in Sud America, e non iniziano subito con i figli – e cominciano a imitarli. Ogni moda israeliana alla fine entra nella cultura araba, anche se in ritardo”.
Ma è importante notare che l'”imitazione” araba di cui parla Kedar si concentra probabilmente sulla cultura secolare – come si riflette nei vari mezzi di comunicazione in Israele. Questo in contrasto con la cultura e le decisioni familiari di tutti gli ebrei, come dimostrano i dati sul campo – dove il numero di figli che una coppia ebraica mette al mondo continua ad allontanarsi verso l’alto dal numero delle coppie arabe.
(Morashà, 26 febbraio 2025)
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Chi è costui?
Alla domanda sul significato di Gesù, le persone danno risposte diverse. La geografia di Israele illustra il contrasto tra dubbio e fede.
di Martin Meyer *
Il popolo era entusiasta quando Gesù entrò a Gerusalemme su un asino. Molti lo acclamavano con fronde di palma e con la formula messianica: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” - Altri chiedevano: “Chi è costui?” Da allora, questa domanda è rimasta il fattore più divisivo o di distinzione tra ebrei e cristiani delle nazioni. È interessante, tuttavia, che, soprattutto dall'inizio della guerra, questa domanda sembra essersi risvegliata tra molti abitanti di Israele e si è risvegliato l'interesse per la persona del Messia e per il suo possibile o impossibile legame con Gesù Cristo.
Penso a una visita in Galilea, dove mi trovavo con un piccolo gruppo sul bordo del pendio dove una folla inferocita avrebbe voluto gettare Gesù, e guardavamo la pianura di Jezreel. Nazaret si trova sul versante meridionale delle catene montuose della Bassa Galilea. È qui che Gesù ha vissuto nella sua giovinezza. Poco dopo la sua prima apparizione pubblica al Giordano, Gesù “tornò a Nazaret, dove era cresciuto, e secondo la sua abitudine entrò nella sinagoga di sabato e si alzò per leggere” (Luca 4:14-30). Qui tutti lo conoscevano. E anche qui voleva rivelarsi come il Messia
• Sermone percepito come presuntuoso
La lettura di questo Shabbat è tratta da Isaia 61:1-2: “Lo Spirito del Signore è su di me, perché mi ha consacrato con l'unzione per predicare...” e “Mi ha mandato a predicare la libertà ai prigionieri, il recupero della vista ai ciechi e a proclamare l'anno di grazia del Signore”. Tutti guardano a lui. E Gesù dice: “Io sono il Messia promesso da Isaia”. “Oggi si è adempiuta questa Scrittura e voi l’udite”. Una tale presunzione, dichiararsi il Santo di Dio e il Messia, era punita con la morte per lapidazione.
Il testo ci rende il giudizio che ne dà la gente di Nazareth: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. (Luca 4,22). Come a dire: vuol essere il Messia? Ma noi lo conosciamo! Pieni di rabbia, lo conducono sul pendio dove ci trovavamo in quel momento con il gruppo in viaggio. Vogliono gettare il suo corpo sulle rocce ed eseguire così la sentenza di lapidazione. Gesù manifesta allora la sua autorità messianica e passa in mezzo a loro senza che nessuno possa fargli del male.
“Questo è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!” (Matteo 17,5).
I miei compagni di viaggio stavano sul fianco della collina e guardavano le rocce in profondità. Ma il vero messaggio di questo luogo non è ancora finito. Chiesi loro di guardarsi ancora intorno e di osservare la città di Nazaret. Lì è stato pronunciato il giudizio su Gesù: “Lo conosciamo: è il figlio di Giuseppe!” Poi ho chiesto al gruppo di girarsi di 180 gradi. Di fronte a Nazaret c'è il monte Tabor. Matteo 17 racconta la trasfigurazione di Gesù sul monte. I tre discepoli presenti erano abbagliati dalla gloria del volto e della figura di Gesù e non sapevano cosa dire. Ma volevano rimanere aggrappati a questo spettacolo glorioso. Allora “venne una voce dalla nube: ”Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto. Voi lo ascolterete!”. (Matteo 17:5).
Che contrasto! Da una parte la gente dice: Lo conosciamo. È il figlio di Giuseppe! Non può essere il Messia! - Dall’altra Dio dice: “E’ il mio figlio prediletto. Ascoltatelo!”. Questo esprime l'intero messaggio del Vangelo: Il Figlio di Dio si fa uomo per amore mio. Egli stesso è il Vangelo. Entrambe le affermazioni sono geograficamente vicine. Quale significato debba dare il messaggio della Bibbia per la nostra vita spirituale, spesso diventa chiaro solo attraverso le visualizzazioni sul terreno.
Il significato della geografia della terra d'Israele assume profondità quando viene messo in relazione diretta con il Messia d'Israele. Anche il nostro amore per Israele e il nostro servizio a lui hanno il loro fondamento e contenuto più profondo nella conoscenza del Messia e nel nostro impegno nei Suoi confronti. E anche in questo è ancorata la nostra speranza viva nel Signore che ritorna.
* Martin Meyer (nato nel 1960) è un teologo e dal 2016 è il primo presidente di Zedakah e.V. , organizzazione che gestisce due strutture per i sopravvissuti all'Olocausto in Israele.
(Israelnetz, 26 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La Bbc e la propaganda di Hamas
L'emittente produce e trasmette un docufilm su un ragazzino "che lotta per sopravvivere" nella guerra di Gaza. Ma era il figlio di Ayman al Yazouri, alto ufficiale del movimento terroristico
di Giulio Meotti
“La storia di un ragazzo che lotta per sopravvivere nella zona di guerra di Gaza”. Abdullah il suo nome. Tredici anni. Telegenico. Perfetto per il pubblico europeo. Solo che viene fuori che non è un ragazzino qualsiasi, ma il figlio di Ayman al Yazouri, vice ministro di Hamas e alto ufficiale del movimento terroristico. Cosa che, inspiegabilmente, la Bbc ha trascurato di menzionare nel documentario. I dirigenti della “zietta” dicono che non è colpa loro; il documentario era una produzione indipendente e il produttore non lo ha rivelato. Ma proprio come qualche dirigente sapeva di Jimmy Savile, qualcuno doveva pur sapere di Yazouri. “Gaza: How To Survive a War Zone” è stato trasmesso lunedì scorso come resoconto del conflitto attraverso gli occhi di tre bambini le cui vite sono state devastate dalla campagna militare di Israele contro Hamas. Il film era già pronto per essere portato sulle tv italiane (Piazza Pulita e Propaganda Live sarebbero state perfette). La tv pubblica inglese si è lasciata usare come piattaforma di propaganda per Hamas dando spazio al figlio di una delle sue figure di spicco. Spacciare un ragazzino palestinese come uno qualunque quando era il figlio di un capo di Hamas è troppo anche per la Bbc.
Il gruppo di attivisti “Labour Against Antisemitism” ha presentato un reclamo alla Bbc, che alla fine si è vista costretta a ritirare il film e chiedere scusa al pubblico. Succede, quando i giornalisti occidentali si fidano di ciò che viene detto loro da Hamas più di quanto si fidino del governo israeliano. E il danno era stato fatto. Avevano già trasmesso il film più volte, assicurando la massima esposizione alla narrazione attentamente curata da Hamas. Le stesse dimensioni della Bbc e la vastità della sua portata, un enorme monopolio pubblico, oltre al fatto che è stata la prima in assoluto a fare trasmissioni radiofoniche (1922) e la prima a fare trasmissioni televisive (1936), fanno sì che “la verità della Bbc” sia immediatamente creduta. Nel caso del documentario su Gaza se non fosse stato per la caparbietà del blogger David Collier nessuno si sarebbe accorto che qualcosa non andava. E c’è anche di peggio: uno degli altri “bambini” presenti nel film sui social stava in posa con le insegne di Hamas e una pistola. In breve, la Bbc ha messo in onda la propaganda di Hamas confezionandola come un’innocente “visione infantile” della guerra.
La leader Tory, Kemi Badenoch, ieri ha chiesto alla Bbc di far sapere se Hamas ha ricevuto fondi pubblici britannici per girare il documentario. Qualche mese fa la Bbc ha accettato di trasmettere un documentario sul massacro di 364 giovani israeliani al Festival Nova da parte di Hamas, ma a patto che i terroristi non fossero chiamati “terroristi”. E forse peggio del documentario è il servizio sulla consegna da parte di Hamas di quattro bare con gli ostaggi uccisi. Così il direttore diplomatico della Bbc Paul Adams lo ha descritto nel suo reportage: “Ancora una volta, c’era un palco, fiancheggiato da enormi manifesti che evidenziavano le conseguenze catastrofiche della campagna militare di Israele a Gaza e la determinazione palestinese a restare lì”.
Nel 2003, la Bbc fu ribattezzata “Baghdad Broadcasting Corporation”: i suoi notiziari sembravano scritti da Saddam Hussein. Oggi andrebbe chiamata “Gaza Broadcasting Corporation”.
Il Foglio, 25 febbraio 2025)
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Muore a 113 anni la più anziana sopravvissuta alla Shoah
di Michelle Zarfati
Si chiamava Rose Girone, la più anziana sopravvissuta alla Shoah. La donna si è spenta lunedì sera all’età di 113 anni. Nata in Polonia, Girone è fuggita dalla persecuzione nazista, scappando a Shanghai prima di emigrare negli Stati Uniti nel 1947. La causa della morte, secondo la figlia Reha Bennicasa, era legata all’estrema anzianità della donna. Girone, che gestiva un negozio di maglieria a Forest Hills, nel Queens, era, a detta di tutti, una persona straordinaria, molto amata nella comunità tessile di New York. Girone ha sempre parlato delle sue esperienze durante la guerra, fornendo numerose testimonianze alla USC Shoah Foundation, all’Holocaust Memorial and Tolerance Center della contea di Nassau e ad altri. Durante il suo ultimo compleanno, Girone ha attribuito la sua longevità ai “figli meravigliosi e a tanta cioccolata fondente”. “Era una donna forte, resiliente. Ha tratto il meglio da situazioni terribili. Era molto equilibrata, molto ragionevole. Era semplicemente una donna formidabile” ha detto sua figlia, ora 86enne.
Nata a Janov, in Polonia, nel 1912, la famiglia di Girone si stabilì ad Amburgo, in Germania, dove gestiva un negozio di costumi teatrali. Nel 1938, Girone (nata Raubvogel) sposò Julius Mannheim grazie ad un matrimonio combinato; più tardi quell’anno, la coppia si trasferì a Breslavia, in Germania (ora Wroclaw, Polonia), proprio mentre la Kristallnacht scatenava ondate di violenza contro gli ebrei tedeschi. Mannheim fu arrestato e mandato al campo di sterminio di Buchenwald e Girone, incinta di otto mesi, fuggì dalla città per stare lontana dai pericoli. Nel 1939, Girone colse al volo l’occasione di lasciare la Germania nazista: un cugino le inviò un documento, in realtà un visto, scritto in cinese. Shanghai era uno degli ultimi porti aperti al mondo; Girone presentò il visto alle autorità naziste e riuscì a far liberare Mannheim da Buchenwald. “Hanno lasciato uscire mio padre a condizione che li pagassimo e lasciassimo il Paese entro sei settimane, e così abbiamo fatto”, ha raccontato la figlia Reha alla giornalista del New York Jewish Week Tanya Singer nel 2022.
Le condizioni nella città cinese erano difficili per i rifugiati ebrei, ma Girone, che aveva imparato a lavorare a maglia da una zia da piccola, riuscì a trovare lana e a realizzare vestiti lavorati a maglia per la sua bambina. Ben presto, un imprenditore ebreo viennese vide le sue creazioni e la aiutò a vendere il suo lavoro, inserendola man mano nel mondo degli affari. Il denaro che Girone guadagnava, vendendo i suoi prodotti a un negozio di lusso di Shanghai, forniva un reddito sufficiente a far vivere bene la famiglia. Nel 1947, quando alla famiglia fu concesso un visto per gli Stati Uniti, il lavoro a maglia svolse di nuovo un ruolo cruciale per il benessere della famiglia: a ogni persona era consentito lasciare la Cina con solo 10 $, ma Girone nascondeva 80 $ in contanti nei bottoni dei suoi maglioni. Così la famiglia viaggiò in nave fino a San Francisco e infine giunse a New York, dove si riunì alla madre, al fratello e alla nonna di Girone, tutti sopravvissuti alla guerra. Girone e Mannheim divorziarono e, nel 1968, incontrò e sposò un altro uomo. Assieme si trasferirono a Whitestone, nel Queens, dove la donna fece fortuna come insegnante di maglieria. Ben presto, lei e un socio aprirono un negozio di maglieria a Rego Park. In seguito, si espansero in una seconda sede a Forest Hills. I soci poi si separarono e Girone divenne l’unica proprietaria del Rose’s Knitting Studio in Austin Street.
“La mamma era piuttosto orgogliosa di tutti i suoi progetti”, ha detto Bennicasa al New York Jewish Week nel 2022. “La gente portava immagini di Vogue e lei replicava i modelli dei vestiti firmati per le sue clienti. Amava il suo lavoro”. Nel 1980, all’età di 68 anni, Girone vendette la sua attività, ma non smise mai di lavorare a maglia. Secondo il Long Island Herald, dopo la morte del marito, Girone ha vissuto da sola nel suo appartamento a Beechhurst, nel Queens, fino all’età di 103 anni. Dopo essersi rotta l’anca tre anni fa, Girone si è trasferita al Belair Nursing & Rehabilitation Center a North Bellmore. Come ha detto Girone all’Herald nel giorno del suo 113° compleanno, “il segreto per una vita lunga e sana è semplice: vivere ogni giorno con uno scopo, avere figli meravigliosi e mangiare tanta cioccolata fondente”.
(Shalom, 25 febbraio 2025)
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Ecco la soluzione a due stati silurata 17 anni fa dai palestinesi
L’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert svela la mappa dello stato palestinese che propose nel 2008 ad Abu Mazen e che i palestinesi lasciarono cadere nel nulla
L’ex primo ministro di Israele Ehud Olmert ha rivelato per la prima volta la mappa dettagliata della proposta di soluzione a due stati che avanzò nel 2008 e che avrebbe visto nascere già 17 anni fa uno stato indipendente palestinese accanto a Israele.
“Questa è la prima volta che espongo questa mappa ai media”, dice Olmert in un documentario della BBC intitolato Israel and the Palestinians: The Road to 7th October (“Israele e i palestinesi: la strada verso il 7 ottobre”) che sarà disponibile da lunedì su iPlayer.
Con quella mappa, l’allora primo ministro israeliano proponeva la creazione di uno stato palestinese su più del 94% della Cisgiordania, oltre che su tutta la striscia di Gaza.
Secondo il piano di Omert, Israele avrebbe annesso il 4,9% del territorio (dove si trovano i maggiori blocchi di insediamenti) e, in cambio, avrebbe ceduto allo stato palestinese una uguale quantità di proprie terre lungo i confini della Cisgiordania e della striscia di Gaza.
Il piano includeva una complessa soluzione per Gerusalemme, con Israele e i palestinesi che avrebbero avuto parti separate della città come rispettive capitali e un cosiddetto “bacino sacro” – comprendente la Città Vecchia e il Monte del Tempio – che sarebbe stato amministrato da un comitato di fiduciari composto da Israele, Palestina, Stati Uniti, Arabia Saudita e Giordania.
Un tunnel o una strada avrebbero collegato la Cisgiordania alla striscia di Gaza, che all’epoca era già sotto il controllo del gruppo terroristico Hamas.
La proposta avrebbe richiesto lo sgombero di decine insediamenti ebraici minori in Cisgiordania e nella valle del Giordano, un’impresa molto più impegnativa del ritiro da Gaza avvenuto nel 2005.
Durante l’incontro del 16 settembre 2008 a Gerusalemme, Olmert esortò il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen a firmare l’accordo. “Nei prossimi 50 anni – gli disse – non troverete nessun leader israeliano che vi proporrà ciò che vi sto proponendo ora. Firmatelo e cambiamo la storia”.
Ma Abu Mazen si rifiutò di firmare senza prima “consultare” i suoi “esperti”. Concordarono, invece, di tenere un secondo incontro il giorno successivo.
“Ci lasciammo – ricorda Olmert alla BBC – come se stessimo per intraprendere un passo avanti storico”. E aggiunge che sarebbe stato “molto intelligente” da parte di Abu Mazen firmare, perché in quel modo nessun futuro leader israeliano avrebbe potuto tirarsi indietro senza addossare a Israele la colpa dello storico fallimento.
Ma il secondo incontro fra Olmert e Abu Mazen non è mai avvenuto, i palestinesi lasciarono cadere il piano senza nemmeno avanzare una controproposta e si addossarono la responsabilità del fallimento.
Secondo Rafiq Husseini, all’epoca capo dello staff di Abu Mazen, i palestinesi non raccolsero la proposta sostenendo che non se ne sarebbe fatto nulla a causa della debole posizione politica di Olmert, che era coinvolto in uno scandalo per corruzione. “Certo, ne ridemmo – ricorda Rafiq Husseini nel documentario – Non saremmo andati da nessuna parte, perché Olmert era un’anatra zoppa”.
Il successivo dicembre, dopo mesi di attacchi missilistici da Gaza, Israele lanciò l’operazione anti-terrorismo nota come Piombo Fuso.
Nel febbraio 2009 Benjamin Netanyahu vinse le elezioni.
La mappa rivelata da Olmet va ad aggiungersi a una serie di proposte per la composizione del conflitto mediante creazione di uno stato palestinese accanto allo stato ebraico (in particolare, quelle di Camp David 2000 e di Taba 2001), tutte accettate da Israele ma rifiutate dalla parte araba e palestinese.
Nel mancato accoglimento da parte di Abu Mazen dell’offerta più ambiziosa mai avanzata da un primo ministro israeliano molti vedono la prova che nessuna offerta che Israele possa ragionevolmente fare verrebbe mai accettata dalla dirigenza palestinese.
(Da: Israel HaYom, Times of Israele, 24.2.25)
(israelnet.it, 24 febbraio 2025)
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Il rovescio della medaglia delle continue proteste degli ostaggi
“Il prezzo per mio figlio è indubbiamente aumentato”, dice il padre di un ostaggio la cui madre è in prima linea nelle manifestazioni settimanali.
di Ryan Jones
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Einav Zangauker, madre dell'ostaggio Matan Zangauker, guida una manifestazione per il rilascio degli israeliani tenuti in ostaggio dai terroristi di Hamas a Gaza. 4 febbraio 2025
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Le manifestazioni settimanali e talvolta quotidiane per la liberazione degli ostaggi sono considerate dai partecipanti come essenziali per il rilascio degli israeliani tenuti prigionieri a Gaza. E non c'è dubbio che la sola vista di tutte quelle persone premurose là fuori sia di conforto alle famiglie disperate degli ostaggi.
Ma c'è anche un lato negativo preoccupante.
Einav Zangauker, la madre dell'ostaggio Matan Zangauker, è diventata uno dei volti più riconoscibili del movimento per la crisi degli ostaggi. È presente a ogni evento, parla spesso sul palco e viene ripetutamente intervistata dai media. Sebbene Einav sia diventata una figura polarizzante perché coglie ogni occasione per criticare il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, non è questo che preoccupa maggiormente l'ex marito Yaron Zangauker.
Yaron ritiene che le continue immagini di proteste caotiche, in gran parte guidate da Einav, abbiano “danneggiato” il figlio rendendolo la “carta” più preziosa nelle mani di Hamas. “Il prezzo [per il suo rilascio] è certamente aumentato”, ha dichiarato all'emittente pubblica Kan.
Molti degli ostaggi restituiti riferiscono che Hamas si è sentita molto incoraggiata dal fatto che la maggior parte delle proteste israeliane sono caratterizzate da dure critiche e persino condanne del governo, favorendo la divisione più che l'unità.
Alcuni criticano Yaron per non aver manifestato attivamente come la sua ex moglie per il rilascio del figlio. “Io vado alle manifestazioni”, ha sottolineato. “Esco e sventolo la bandiera. Ma ci sono manifestazioni e manifestazioni. Io rivoglio mio figlio, che ciò avvenga in modo rumoroso o silenzioso”.
(Israel Heute, 25 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Ecco che cosa sa fare l’occidente democratico: eroiche manifestazioni di protesta contro il proprio governo. Hamas ha scelto di proposito la forma in cui restituire gli ostaggi per riuscire a coprire di disonore Israele (1 Samuele 17:25). E ci è riuscito. D’altra parte, sta anche scritto: “Venuta la superbia, viene anche il disonore” (Proverbi 11:2). Superbia rispetto a Dio, non rispetto agli uomini. Per Israele questa guerra rappresenta certamente un punto di svolta. Un tipo di nazione è finito per sempre. M.C.
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Clamore di gente che canta
Quel 7 ottobre 2023, intorno alla
statua di Budda
gonfiata ed eretta per la celebrazione del Supernova Festival danzava festosamente il "Tribe of Nova Presents", la Tribù del Nuovo Presente. Nell’invito diffuso in precedenza si spiega che la parola ‘Supernova’ si riferisce all'esplosione di "una stella massiccia che provoca un'immensa esplosione di luce in termini galattici” . E si annuncia che “il più potente e significativo festival di musica psy trance in una delle nazioni psy trance più riconosciute e attive, sta già facendo il suo ingresso qui.” E si sottolinea con fierezza che "uno dei più grandi, influenti e venerati festival del mondo arriverà in Israele" e proprio "durante l'imminente festività di Sukkot".
Non era dunque una qualsiasi festa giovanile, quella del 6-7 ottobre 2023. Era la festa religiosa di un'enorme comunità intercontinentale dal nome “Universo Paralello” [in portoghese] che in quella occasione si sarebbe celebrata per la prima volta in Israele. Nell’invito si spiega anche che “Insieme a questa enorme comunità, costruita in 23 anni, ispirando persone a livello globale in tutti i continenti, la forza trainante centrale è un insieme di valori umani fondamentali e importanti:
amore e spirito libero,
conservazione dell'ambiente,
apprezzamento dei valori naturali rari che il festival incarna.”
Si può fare un accostamento con il clamore di gente che canta intorno alla statua del vitello d’oro? M.C.
(Notizie su Israele, 25 febbraio 2025)
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7 ottobre – La paura a cinque anni
di Angelica Edna Calò Livnè
Ofri ha cinque anni. Vive al centro di Israele. Ha vissuto due volte gli attacchi dissennati dell’Iran con i suoi 800 missili, ha conosciuto le sirene e le corse ai rifugi. Mi fa vedere la sua cameretta nel mamad, la stanza blindata della casa. Appartiene a una famiglia di accademici, persone colte, intelligenti, impegnate socialmente. In casa non si parla di guerra, di Gaza, di armi. Non si apre la tv finché i bambini non vanno a dormire. Prima di andare a dormire si raccontano fiabe di fate e prodigi. Per Purim è già pronta la maschera da farfallina azzurra. Mentre mi mostra la cameretta inizia una conversazione che mi lascia senza parole, senza risposte per molti minuti, fino a che mi riprendo, faccio reset e regolarizzo il respiro.
Ofri: Tu sei mai stata rapita? io: Rapita? In che senso? Ofri: Sì… non ti hanno mai portato via? io: No… no, ma perché me lo domandi? Ofri: Avigail aveva solo tre anni… l’hanno rapita…Tu sai dove l’hanno portata?
Sono sconvolta… non so cosa rispondere, non so se rispondere. I suoi genitori non sono lì. Cosa sa? Da dove scaturiscono le sue domande?
Ofri: Che significa essere in prigionia? Dove tengono le persone in prigionia? Avigail aveva solo tre anni. Dove erano il suo papà e la sua mamma, perché hanno lasciato che la prendessero? io: Amore mio, prigionia è quando si chiude qualcuno in un posto senza che lui lo voglia… Ofri: Perché lo chiudono se non vuole? Dove hanno messo Avigail?
Mi riprendo un attimo. Mi ha completamente disorientata, destabilizzata. io so sempre cosa rispondere ma ora non trovo le parole, non trovo il coraggio, e non trovo più la mia fantasia senza limiti.
io: Amore, stai tranquilla, Avigail è già a casa sua. L’hanno ritrovata. Ofri: (sgrana gli occhi per la sorpresa e la felicità) Evviva, è a casa sua? È tornata da sola da Gaza? Tutta la strada da sola? Lei era a Gaza, lo sai? Tu lo sai dov’è Gaza? È lontana da qui? io: Sì, è molto lontana! Il suo papà e la sua mamma hanno riportato a casa Avigail Ofri: Ma chi l’aveva presa? Come avevano fatto a entrare in casa sua? Potrebbero rientrare e portarla un’altra volta nei luoghi bui dove mettono i rapiti? Potrebbero venire qui? io: (respiro profondamente) No amore, non possono più ora Ofri: Perché? io: Perché ora non possono più entrare. Ora ci stiamo attenti. Facciamo la guardia in tanti e nessuno può entrare nelle nostre case. Ofri: (uno sguardo burlone) Sei sicura? io: Sì tesoro, puoi stare tranquilla. Nessuno potrà più rapire Avigail Ofri: E anche tutti gli altri bambini. Vero? io: Si, puoi stare tranquilla e tutti i bambini possono stare tranquilli! Ofri (abbraccia la sua sorellina di due anni, un abbraccio protettivo e dolce) Ora siamo al sicuro Liori…vieni qui vicino a me…layla tov…buona notte
Avigail Idan ha compiuto 4 anni in prigionia nelle mani di Hamas, è stata rilasciata come parte della terza fase dell’accordo con l’organizzazione terroristica. I genitori di Avigail, Roy e Smadar, sono stati assassinati nella loro casa nel kibbutz Kfar Aza. I suoi fratelli maggiori, Michael e Amalia, si sono nascosti in un armadio per ore. Quando suo padre è stato ucciso, davanti ai suoi occhi, Avigail è fuggita a casa della famiglia Brodets, i vicini. È stata poi rapita e portata a Gaza insieme a Hagar Brodets e ai suoi tre figli, Ofri, Uriya e Yuval. La foto di Avigail è diventata uno dei simboli degli ostaggi a Gaza ed è arrivata fino al presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che ha esercitato pressioni su Qatar ed Egitto per ottenere la liberazione della bambina, che possiede anche la cittadinanza americana. Suo nonno, Carmel Idan, quando ha saputo della sua liberazione ha dichiarato: «Nel nostro cuore c’è una gioia mista a dolore, nostro figlio e sua moglie sono stati assassinati, ma noi abbiamo scelto la vita».
(moked, 24 febbraio 2025)
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Inevitabili conclusioni sulla società araba palestineseLe cerimonie di Hamas per celebrare la morte di donne e bambini rapiti sono una cultura di odio e di morte indifendibile. di Jonathan S. Tobin  |  | FOTO  Membri delle Brigate Al-Qassam, l'ala militare di Hamas, fanno la guardia mentre i palestinesi aspettano di consegnare i corpi di quattro ostaggi israeliani deceduti alla Croce Rossa, come parte dell'accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, 20 febbraio 2025,
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 | È quasi sempre consigliabile evitare le generalizzazioni su gruppi di persone. In questo modo, evitiamo le trappole che possono portare a conclusioni distorte che ci fanno dimenticare che anche persone diverse da noi per molti aspetti hanno un'umanità comune. Quando le persone etichettano gli avversari di qualsiasi tipo con le parole “loro” (chiunque essi siano) “sono tutti uguali” e quindi cattivi, sappiamo che di solito ci stanno parlando molto più di loro stessi che di qualsiasi altra cosa.
Eppure, per quanto possiamo desiderare che non sia così, ci sono occasioni in cui i gruppi si impegnano in comportamenti ripugnanti che illustrano chiaramente le loro convinzioni e i loro valori.
Il mese scorso, gli arabi palestinesi hanno fatto proprio questo, durante le cerimonie per la liberazione degli ostaggi rapiti il 7 ottobre 2023. Le loro celebrazioni di quest'orgia di omicidi di massa, stupri, torture, rapimenti e distruzioni hanno raggiunto un nuovo livello questa settimana, quando hanno consegnato i resti di quattro ostaggi uccisi: Oded Lifshitz, 83 anni, quando è stato rapito; Shiri Bibas, 32 anni, e i loro figli piccoli Ariel, 4 anni, e Kfir, che aveva solo 9 mesi quando è stato rapito. Tuttavia, test successivi hanno rivelato che il corpo che avrebbe dovuto essere di Shiri non era in realtà il suo. Questo è stato solo un altro atto di crudeltà che si aggiunge alle molte altre atrocità commesse dai palestinesi.
La consegna delle bare, presumibilmente contrassegnate dall'ora della loro “cattura” da parte dei terroristi di Hamas e dei civili che li hanno seguiti nelle comunità israeliane devastate dal loro attacco, è stata una celebrazione selvaggia, accompagnata da musica gioiosa ad alto volume e da folle di palestinesi esultanti.• Una folle manifestazione di sete di sangue
È stata una bizzarra e folle dimostrazione di sete di sangue e di odio che dovrebbe lasciare anche i più convinti difensori dei palestinesi in difficoltà nel giustificare il loro comportamento. Ma dubito che cambieranno idea.
Lo stesso vale per le frange della comunità ebraica e per altri gruppi di sinistra che si sono schierati contro Israele. Sono stati ampiamente indottrinati da ideologie di sinistra come la teoria critica della razza e l'intersezionalità e credono che gli ebrei non abbiano diritti. Avendo abbracciato il mito che la guerra che i palestinesi stanno conducendo per distruggere l'unico Stato ebraico del pianeta sia in qualche modo paragonabile alla storica lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, credono che non ci sia nulla che i loro nemici possano fare che non sia giustificato.
Per chiunque non sia accecato dall'ideologia, la domanda è cosa dobbiamo fare di queste esibizioni dei palestinesi. Gran parte dei media mainstream, che spesso hanno agito come portavoce di Hamas dopo le atrocità del 7 ottobre, continua a minimizzare o a ignorare. Tuttavia, questi recenti esempi di barbarie araba palestinese non sono casi isolati o eccezioni. Se collocati nel contesto di ciò che è accaduto durante lo Shabbat nero nel sud di Israele e degli attentati suicidi della Seconda Intifada, la celebrazione del rapimento e dell'uccisione di bambini non può essere semplicemente giustificata come una reazione alla controffensiva di Israele per distruggere Hamas.
Inoltre, negli ultimi decenni il sistema educativo, i media e la cultura popolare palestinesi sono stati impregnati di un odio spietato e feroce nei confronti degli ebrei e di Israele. Il terrorismo brutale e il culto della morte vengono glorificati.
Tutto ciò dovrebbe indurre gli osservatori razionali a smettere di fingere che i palestinesi non abbiano nulla di fondamentalmente sbagliato. Questo deve essere preso in considerazione anche quando si pensa a come risolvere il conflitto con loro.
Per quanto le persone rispettabili cerchino sempre di proiettare le proprie convinzioni e i propri valori sugli altri, anche su quelli con cui sono in conflitto, ci sono momenti in cui l'evidenza ci impone di smettere di fingere che non esistano chiare differenze tra le culture nazionali.
I comportamenti collettivi di odio che coinvolgono un gran numero di persone e che sono tollerati dai loro leader e dalle loro istituzioni sono una questione che non può essere ignorata. In questi casi, è impossibile non trarre conclusioni sulla società che li ha prodotti. • Uno sguardo ad alcuni esempi storici
Nella storia ci sono molti esempi di questo tipo.
Nell'antichità, i Romani celebravano l'umiliazione dei nemici sconfitti con sfrenate celebrazioni collettive, culminanti in esibizioni sanguinose ed esecuzioni di massa, che erano intese e apprezzate come una forma di intrattenimento popolare.
Lo stesso vale per le marce teatrali e le celebrazioni della NSDAP in Germania, alcune delle quali sono state immortalate per i posteri nei film artistici di Leni Riefenstahl, sostenitrice del partito. Essi mostravano l'odio per gli ebrei e l'adorazione del loro leader, dimostrando come il nazionalismo incontrollato possa degenerare in isteria di massa. All'epoca, gran parte del mondo chiuse gli occhi di fronte a queste manifestazioni popolari di odio o pensò che fossero un bello spettacolo.
Tragicamente, questi raduni si rivelarono un consenso collettivo per guerre di conquista e genocidi. Questo non solo portò alla guerra più sanguinosa della storia e all'Olocausto, ma portò anche alla catastrofe il popolo tedesco, con fino a 9 milioni di persone uccise e circa 12 milioni cacciate dalle loro case quando i confini dell'Europa furono ridisegnati dopo la Seconda guerra mondiale.
Sebbene ciò abbia comportato grandi sofferenze per i tedeschi, la maggior parte del mondo civilizzato considerava questa punizione senza compassione come una giusta punizione. Ricordavano come i tedeschi avessero abbracciato il nazismo e partecipato alle atrocità di massa commesse contro gli ebrei e i Paesi europei che avevano conquistato.
Come i palestinesi, che si aggrappano alla narrazione della Nakba o “catastrofe” della sofferenza subita per mano degli ebrei nel 1948, i tedeschi avevano una loro storia di trattamento ingiusto da parte dei vincitori della Prima Guerra Mondiale e giustificavano la vittimizzazione di altri. Mescolato con le malate teorie razziali e l'antisemitismo dei nazisti, si creò una miscela letale di odio che portò loro e il mondo al disastro.
È giunto il momento di giudicare i palestinesi in modo simile. • Costruire un'identità nazionale
Non si può negare che abbiano sofferto nell'ultimo secolo. Invece di cooperare con gli ebrei di ritorno per condividere la terra in un modo che avrebbe giovato a entrambi i popoli, hanno preferito rifiutare il compromesso. Fin dagli anni Venti, hanno insistito nel riportare indietro le lancette dell'orologio a un passato mitico in cui gli arabi indigeni avrebbero governato da soli la terra tra il Giordano e il Mediterraneo e gli ebrei sarebbero stati al massimo una minoranza tollerata e discriminata. Su questo mito hanno costruito la loro identità nazionale, anche se nella storia di questa terra, che risale all'antichità, non è mai esistito uno Stato di questo tipo.
Traditi e disprezzati dai loro leader e dagli altri Stati arabi che si sono rifiutati di accettare o reinsediare i rifugiati del 1948, hanno raddoppiato il loro retaggio di sconfitta ed espropriazione. Invece di accettare la realtà dello Stato ebraico e la sua legittimità, hanno trovato impossibile abbandonare la loro futile ricerca della distruzione di Israele. Al contrario, hanno rifiutato numerose offerte di pace e di statualità e hanno sostenuto sempre più gruppi estremisti come gli islamisti di Hamas. Peggio ancora, hanno creato una cultura in cui lo spargimento di sangue ebraico è l'unico modo per le organizzazioni politiche di guadagnare credibilità.
Tutto questo è tragico. I palestinesi hanno danneggiato se stessi in questo modo molto più di quanto abbiano danneggiato gli israeliani.
Ma dopo gli ultimi 16 mesi, la simpatia per la loro narrazione vittimistica dovrebbe essere abbandonata. È invece giunto il momento di ritenerli responsabili non solo delle loro azioni orribili, ma anche di una mentalità collettiva che ha normalizzato la barbarie.
Se l'opinione internazionale non fosse così colorata dai tradizionali atteggiamenti antisemiti e dalla moderna cultura woke che falsamente etichetta uno Stato “coloniale” e “apartheid”, nessuno tollererebbe che i palestinesi accolgano il terrore o celebrino con odio le loro malefatte. Il mondo non chiederebbe a gran voce di ricompensarli con aiuti per il 7 ottobre e per il trattamento delle loro vittime, né tantomeno di concedere loro uno Stato. • Considerarli responsabili
Tuttavia, gli eventi recenti dovrebbero rafforzare la volontà dell'amministrazione statunitense guidata dal Presidente Donald Trump di immaginare un futuro per Gaza in cui i palestinesi - come i tedeschi 80 anni fa - siano costretti a pagare un prezzo per i loro crimini. Come ha scritto recentemente lo storico Andrew Robertssu The Free Press , esistono chiari precedenti per questo tipo di responsabilità, che sono stati accettati da un consenso internazionale piuttosto che condannare il piano di Trump come “pulizia etnica”.
Inoltre, la recente celebrazione del terrore e dell'odio in Palestina dovrebbe costringere i membri del mondo civilizzato a smettere di concedere loro un lasciapassare per il loro comportamento.
È possibile che molti palestinesi siano inorriditi da ciò che la loro società sta facendo. È vero, non solo per la loro riluttanza a rinunciare alla “resistenza” che equivale a giustificare il genocidio degli ebrei, ma anche per ciò che ha fatto al loro stesso popolo. Ma non sono riusciti a far sentire la loro voce o a resistere alla cultura del terrore.
È anche vero che sarebbe difficile ed estremamente pericoloso opporsi ad Hamas e alle altre organizzazioni terroristiche, compresa la presunta “moderata” Fatah, che controlla l'Autorità Palestinese. Ma in passato il mondo non ha mostrato alcuna riluttanza a giudicare nazioni e popoli in base alla loro volontà di fare proprio questo.
Persino nella Germania nazista, dove un governo totalitario controllava ogni aspetto della società e la paura del regime di Hitler era giustificata, alcuni hanno resistito. E naturalmente ci sono stati casi di “gentili giusti” che hanno cercato di salvare gli ebrei dalla morte, anche se sono stati rari in Germania e la maggior parte di essi non ha avuto successo.
Nonostante la presenza di forze israeliane nelle vicinanze e persino di ricompense finanziarie per chiunque avesse aiutato uno degli ostaggi a fuggire, non sembra esserci stato un solo interessato tra i palestinesi di Gaza. Sarebbe stato pericoloso accettare questa offerta. Ma abbiamo appreso che molti degli ostaggi erano tenuti in ostaggio da civili nelle loro case, non solo nei tunnel di Hamas. Erano costretti a cucinare, pulire e badare ai bambini. Eppure non sembra che un solo arabo palestinese sia stato disposto a salvare gli ostaggi, anche se erano tenuti nelle loro case. Inoltre, alcuni dei peggiori atti di violenza del 7 ottobre sono stati commessi da civili e non dalle forze di attacco di Hamas.
Per quanto riguarda i palestinesi, la retorica ben intenzionata sulla comune umanità è stata vanificata da una mentalità collettiva che, come quella dei tedeschi, ha demonizzato gli ebrei.
Quando traiamo conclusioni sui palestinesi, non dobbiamo imitare il loro odio disumanizzandoli. Ma dobbiamo essere onesti sulla loro cultura nazionale e chiedere che venga cambiata prima che venga dato loro il potere di infliggere ulteriori danni agli altri o a loro stessi.
I tedeschi sono cambiati dopo la sconfitta totale e la rovina del loro Paese e si sono lasciati alle spalle il passato nazista, anche se non tutti i responsabili dell'Olocausto sono stati assicurati alla giustizia. I palestinesi, invece, non cambieranno mai finché il mondo civilizzato li coccolerà e scuserà la loro cultura di morte, l'odio e l'inflessibile determinazione a dichiarare guerra perpetua agli ebrei.
Dopo i recenti esempi della loro depravazione collettiva - il massacro di un uomo anziano, di una giovane madre e dei suoi due bambini - bisognerebbe far loro capire che la mancata trasformazione della loro cultura nazionale sarà punita con misure che avranno conseguenze durature sulla loro vita e sulle loro ambizioni nazionali. L'alternativa è condannare israeliani e palestinesi a un altro secolo di conflitti insensati e a ulteriori disgustose manifestazioni di odio, come quelle orchestrate da Hamas per celebrare la morte di innocenti. (Israel Heute, 24 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il Presidente dello Stato d’Israele a Roma: la cerimonia al Tempio Maggiore
di Luca Clementi
Accolto al Tempio Maggiore di Roma il Presidente dello Stato d’Israele Isaac Herzog, che, in una cerimonia carica di emozioni, ha ringraziato la Comunità Ebraica per il sostegno a seguito dell’inizio della guerra, una testimonianza, come ha detto, del fatto che il popolo ebraico è “unico e con un unico cuore”. ll Presidente Herzog ha anche raccontato al pubblico il legame intergenerazionale che lo lega con la Capitale.
Presenti all’evento, moderato dal giornalista Maurizio Molinari, il Rabbino Capo di Roma Rav Riccardo Di Segni, l’Ambasciatore d’Israele in Italia Jonathan Peled, la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e il Presidente della Comunità capitolina Victor Fadlun. Dopo i discorsi istituzionali, i canti dei bambini della Scuola Ebraica. Infine l’Inno di Mameli e l’HaTikvà, quello dello Stato d’Israele, a suggellare il legame con l’ebraismo italiano e, in particolare, con la Keillà romana, la più antica della Diaspora.
(Shalom, 23 febbraio 2025)
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Panorama sulla fine
Che cosa può insegnarci la deportazione a Babilonia di Daniele, il quale ha intravisto i piani futuri di Dio che ci riguardano da vicino.
di Philipp Ottenburg
Molte persone amano leggere libri, storie e romanzi. E alcuni lo fanno leggendo prima un riassunto per scoprire di cosa tratta il libro, poi lo leggono con attenzione, fino alla fine, ponendo maggiore concentrazione alle ultime pagine del libro. Ovviamente questo riduce notevolmente, se non completamente la suspense.
Con Dio però è diverso. Lui ha usato le persone in un modo meraviglioso, mostrando loro gli avvenimenti che riguardano la fine dei tempi, eppure, nonostante l'eliminazione dell'effetto sorpresa tutto resta sempre molto interessante con il Signore. La sua salvezza e la sua storia mondiale sono eccitanti. Lo vediamo in particolare nel libro di Daniele, che, sebbene lungi dall'essere un libro semplice, vale la pena studiare a fondo. Infatti il Signore stesso gli dice:
«E tu, Daniele, tieni nascoste queste parole, e sigilla il libro sino al tempo della fine; molti lo studieranno con cura, e la conoscenza aumenterà». (Daniele 12,4)
Vogliamo farlo pregando con tutto il cuore. Perché l'uomo che ha ricevuto la visione di Dio con largo anticipo della fine dei tempi era Daniele.
• Nelle mani migliori
Daniele visse, custodito nelle mani migliori, in un'era turbolenta in cui varie grandi potenze combattevano per la supremazia. Vide Babilonia conquistare l'Assiria, gli assedi e le conquiste di Giuda e Gerusalemme, il trionfo e la morte di Nabucodonosor, la Medo-Persia riconquistare Babilonia, e infine gli ebrei tornare nella loro terra (leggi Esdra, Neemia).
Il libro di Daniele ci offre una visione in profondità del tempo della cattività babilonese di Giuda, inoltre, della vita personale di Daniele. E, ultimo ma non meno importante, ci offre una panoramica profetica dei destini delle nazioni durante i cosiddetti «periodi delle nazioni». Quindi Dio ha fissato scadenze e tempi in cui non parla più al Suo popolo perché non gli si può dire più nulla - tempi in cui Israele e Gerusalemme sono giudicati dalle nazioni.
Questi destini delle persone descritte nel libro di Daniele vanno da Nabucodonosor fino al ritorno di Gesù Cristo e testimoniano l'onnipotenza e la sovranità di Dio. Egli è il Signore della storia del mondo. Quello che vediamo in questo libro, guardando alla fine, è Lui, il Dio vivente, opera tutto secondo il consiglio della sua volontà, sia nei destini delle nazioni sia in quello di ogni singolo essere umano.
Un esempio che ci avvicina al libro di Daniele: Attraverso Geremia, Dio designa il potente e prepotente Nabucodonosor come Suo servitore, con il quale ha giudicato il popolo d'Israele.
Perciò così dice l'Eterno degli eserciti: Poiché non avete ascoltato le mie parole, ecco, io manderò a prendere tutte le nazioni del nord», dice l'Eterno, «e Nabucodonosor re di Babilonia, mio servo, e le farò venire contro questo paese e contro i suoi abitanti e contro tutte le nazioni all'intorno e li voterò allo sterminio e li renderò un oggetto di stupore, uno scherno e una desolazione perpetua.» (Geremia 25,8-9).
Questo ci mostra che Dio ha tutto nelle sue mani. Il libro di Daniele dice che è Dio che nomina e depone i re e i potenti della terra. Questo ci dimostra che Dio ha tutto nelle sue mani.
Il libro di Daniele afferma che è Dio a nominare e a deporre i re. Non è confortante? Nulla accade per caso. Tutto deve passare dalla sala di regia di Dio e niente sfugge al Suo sguardo. Israele non è stato e non è semplicemente esposto a persone o potenti che possono fare quello che vogliono contro di lui. Israele, così come tu ed io, non siamo alla mercé del caso e dell'arbitrarietà della vita quotidiana, al contrario e questo vale anche per la fine della nostra vita. Se Dio dice che è finita, allora così sia. Questa consapevolezza della totale dipendenza da Dio elimina completamente la pressione che ci circonda quotidianamente.
Da quando sono diventato padre di due meravigliosi bambini, ho cambiato il mio modo di pensare su molte cose e in alcune sono diventato più complicato, sicuramente, se anche tu sei un genitore, sai perché. Quando affidiamo i nostri figli a qualcuno affinché se ne prendano cura, facciamo attenzione in modo scrupoloso a chi li affidiamo. Non è facile affidare i tuoi figli a qualcuno che non gode della tua totale fiducia o a qualcuno di cui devi sempre pensare: speriamo che vada tutto bene. Quindi è molto importante per noi che i nostri figli vengano affidati a persone scrupolose e che siano dei buoni insegnanti, perché vogliamo essere certi che siano in buone mani.
Il professor Eckstein scrive: «Signore, mi sei più fedele, di quanto lo sia io verso me stesso, mi ami in modo più completo tu di quanto possa farlo io con me stesso; Ti preoccupi della mia crescita e della mia felicità più di quanto lo faccia io, e nessuno oltre te si fa carico in modo così coerente di ciò che io stesso ritengo importante per la mia vita. Ma se è così, e posso fidarmi di te, Signore, più di me stesso, allora la mia vita è migliore nelle tue mani che nelle mie». Sì, le mani di Dio sono le mani migliori. Tu, io e anche Israele, siamo nelle migliori mani che ci possano essere.
Pur sapendo di essere in queste mani amorevoli e nonostante tutta la confusione possa circondarci e persino l'invasione da parte di un esercito o eventi più gravi come il bombardamento di centrali nucleari o qualunque serie di eventi tragici che ci prospettano tutti i media 24 ore su 24 . Ripeto, nonostante tutto questo Egli è il sostenitore della vita e se Dio ritira le sue mani, non resta più nulla.
Che lo sentiamo o no, che crediamo in Dio o no, tutta la creazione dipende dal Sostenitore della vita. Quindi c'era un Israele testardo che semplicemente non avrebbe camminato nelle vie di Dio. Riconobbe quale fosse effettivamente la via giusta, ma la rifiutò:
«Così dice il Signore: Rimani lungo le vie e guarda e interroga sulle vie del passato, quale è la buona via, e percorrila, e troverai riposo per le anime vostre! Ma essi dicono: 'Non vogliamo camminare per esse!' E io ho nominato sentinelle per voi: fate attenzione al suono del corno di Schofar! Ma essi dicono: 'Non gli presteremo attenzione!'» (Geremia 6,16-17).
E ora, come aveva predetto Geremia, Nabucodonosor assediò Gerusalemme con il suo esercito. Veniamo dunque a Daniele 1,1-2:
«Nel terzo anno del regno di Ioiachim, re di Giuda, Nabucodonosor, re di Babilonia, venne a Gerusalemme e la assediò. E il Signore diede nelle sue mani Jehoiakim, re di Giuda, nonché parte degli arredi della casa di Dio; questi li portò nel paese di Shinar, alla casa del suo dio; e portò i vasi nel tesoro del suo dio».
Nel 586 a.C. la città di Gerusalemme e il tempio furono distrutti sotto Nabucodonosor e parte del tesoro del tempio fu portata via. Riconosciamo, secondo il versetto 2: era il Signore! Diede Jehoiakim, re di Giuda, e alcuni dei vasi nelle mani del nemico.
Tutto è nelle Sue mani, cioè nelle migliori mani possibili. È stato Dio stesso a disporre queste cose. Inoltre, il lato confortante, mentre sembrava arbitrario, tutto era sotto il suo controllo. Dio determina fino a che punto possono spingersi i nemici.
Pensiamo alla grande crudeltà che sta scuotendo il nostro mondo, alla guerra in Ucraina, ma anche ai conflitti in molti altri luoghi della terra, alla prossima grande tribolazione per Israele. Eppure Dio non lascia mai le redini. Ha tutti i cavalli che rispondono ad un minimo gesto delle Sue mani. Lo vediamo anche nei cavalieri descritti in Apocalisse 6. È Cristo che apre i sigilli. E finché non li apre, non succede nulla a questi cavalieri, non possono neppure partire. Anche questo è nelle migliori mani possibili. Cristo apre i sigilli, e poi dice: «Gli è stato dato ... » Ad esempio: togliere la pace dalla terra. O l'inflazione che accompagna il cavallo nero. Nessuna arbitrarietà. «Gli è stato dato ... » Fin dall'inizio, Dio ha determinato fino a che punto Satana e la sua squadra di forze oscure, l'Anticristo, possono spingersi.
E cosa disse Gesù a Pilato? «Gesù rispose: 'Tu non avresti autorità su di me se non ti fosse stato dato dall'alto ... '» (Giovanni 19,11).
Anche quando Gog e Magog attaccheranno, Dio dice: «Io farò uscire te e tutto il tuo esercito» (Ezechiele 38:4). Quindi potrebbe effettivamente essere il caso che un capo di stato inizi improvvisamente una guerra da un giorno all'altro, simile a quello che stiamo vedendo oggi. Mentre Dio avanza nell'adempiere la profezia biblica, niente sarà più come prima. E non dimentichiamo che Egli è giusto e giudicherà con giustizia. E così Dio Onnipotente mostra attraverso Daniele come Egli sostiene, dispone e dirige ogni cosa con le mani migliori, affinché alla fine tutto sia come Lui, il Dio giusto, ha sempre voluto che fosse. Un fatto glorioso è che nonostante tutte le persone siano diverse, tutte abbiano scopi, obiettivi , volontà, aspirazioni e opinioni diverse, Dio realizza ciò che dice nella Bibbia. Meraviglioso. - Ci rendiamo conto di quanto è grande il nostro Dio? Egli può fare tutto. Qualunque cosa accada, possiamo contare su un Dio onnicomprensivo e incommensurabilmente grande.
• Dio crea la legge e la giustizia
Nabucodonosor e il suo esercito presero con sé Ioiachim, alcuni utensili e qualcos'altro:
«E il re comandò ad Asena, capo dei suoi ciambellani, di portargli alcuni dei figli d'Israele, che erano di stirpe reale e capi giovani senza difetto, belli, alti e prudenti con ogni sapienza, perspicaci e dotti, atti a servire nel palazzo del re e ad essere istruiti nella scrittura e nella lingua dei Caldei» (Daniele 1,3-4).
Tra questi uomini c'era Daniele, ancora giovanissimo (cfr v. 6). Il suo nome ebraico richiama il concetto di giudizio o rettitudine con il titolo divino El.
Quindi il nome Daniele significa «Dio ha fatto giustizia». El è il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo. E in questo potere di El, il Dio vivente, Daniele lavorò alla corte reale babilonese. In questo potere di El, Daniele amministrò nuovamente la legge nella cattività babilonese agendo per lo Stato e per la legge applicabile, era un uomo di Stato. In mezzo all'ingiustizia, il nostro Dio ha usato quest'uomo giusto per fare giustizia. Ma improvvisamente Daniele si è trovato di fronte a un'ingiustizia. Doveva mangiare cibi che secondo le leggi alimentari di Dio per Israele non gli era permesso mangiare. Inoltre, lui ed i suoi amici ricevettero nomi ispirati ad altri dei. Perché per Babilonia era assurdo che portassero nomi che glorificavano un altro Dio, anche se noi sappiamo si trattava del vero Dio. Dovevano ricevere insegnamenti tali da essere in grado di servire presso la corte reale e furono, di conseguenza, addestrati e istruiti in tutta la saggezza anti-Dio di Babilonia.
Questa istruzione «universitaria» era così importante per il re che avrebbero dovuto persino ottenere il cibo migliore, cibo che lo stesso mangiava. In quanto futuri rappresentanti di Babilonia, questi studenti dovevano sottomettersi completamente al re in tutte le questioni religiose e politiche.
Ma Daniele voleva osservare i comandamenti di Dio; era molto importante per lui. Voleva restare saldo e fedele al suo Dio:
«Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con il buon cibo del re e con il vino che beveva; chiese al capo degli eunuchi di non contaminarsi» (Daniele 1,8-9).
Dio vide il suo cuore e gli diede grazia e misericordia davanti al capo degli eunuchi, così che esaudì il suo desiderio. Dio giustificò Daniele affinché non fosse condannato per un'ingiustizia imminente di ciò che allora era anti-Dio. E alla fine, lui e i suoi amici risultarono più belli e nutriti meglio di tutti gli altri.
Ezechiele al capitolo 14 dice che Daniele fu un uomo giusto e lo inserisce in un elenco insieme a Giobbe e ad altri grandi uomini di Dio. E noi? In quale elenco siamo? Anche noi siamo nell'elenco dei giusti perché Dio ci ha resi giusti attraverso Suo Figlio Gesù Cristo. Chi potrà starci di fronte con Dio dalla nostra parte?
«Chi può giudicarci? Dopo tutto, Gesù Cristo è morto per noi, ma non solo: è anche risorto e siede alla destra di Dio, intercedendo per noi» (Romani 8:34).
Se conosci una persona influente che può aiutarti in una situazione difficile, spesso sei in una buona posizione. Le conoscenze aiutano. In casi particolari, questo può essere utile anche in tribunale. - Tu e io, conosciamo Cristo. Egli intercede per noi. Abbiamo le conoscenze migliori che si possano avere! Forse sei oggetto passivo di molte ingiustizie, che si perpetrano in famiglia o forse le subisci da parte delle autorità o sul posto di lavoro. Ingiustizie che ti logorano. Ma quello che non dobbiamo mai dimenticare e che Cristo intercede per noi. Anche se la situazione o il problema ci appare molto difficile, dobbiamo lasciare tutto nelle migliori mani affidandole a chi ci fa del bene. Abbiamo a che fare con Dio che tutto può, Egli non chiude gli occhi davanti all'ingiustizia. La domanda che dovremmo porci anche noi è: siamo giusti al pari di Daniele? - La risposta è sì, anche tu sei un uomo giusto, perché sei stato reso giusto in Cristo. In Cristo - puoi affermarlo con forza - tu ed io saremo menzionati nello stesso elenco con Giobbe. Non perché siamo persone buone, ma perché siamo stati inseriti in Cristo, in Cristo e attraverso Cristo!
Che cosa significa? Significa che tu ed io siamo così strettamente legati a Cristo che le nostre vite non sono più delineate dalla nostra volontà o dalla nostra visione. In 1 Corinzi 6:11 Paolo ci mostra questo fatto glorioso: tutti nel corpo di Cristo sono purificati, santificati, dichiarati giusti. La giustizia di Gesù diventa tua e mia. Nonostante tutte le nostre colpe, che possono essere onnipresenti e di cui soffriamo, niente e nessuno può dimostrare nulla contro di te o contro di me. Niente e nessuno. C'è un'altra cosa che possiamo vedere e trarre dal comportamento di Daniele, anche in relazione alla legge e alla giustizia. Daniele viveva sotto un regime anticristiano. Ricordiamo i nomi degli dei che furono imposti a Daniele e ai suoi amici, i cibi contrari alle norme alimentari che Dio all'epoca aveva dato al popolo d'Israele, l'occultismo con interpreti di sogni e maghi...
Daniele ci mostra come anche noi possiamo condividere un sentimento sincero, vivere in modo amorevole e onesto, come esempi di fede nonostante le correnti e gli atteggiamenti anticristiani che ci circondano. Ciò che colpisce è che Daniele non fu un ribelle, non fu mai offensivo, mostrò rispetto per i suoi superiori e per i politici. I suoi rapporti e il suo modo di esprimersi furono caratterizzati sempre da una grande pazienza e da una gentilezza esemplare. Con amore, con una testimonianza impressionante, ha dichiarato la sua posizione.
Ha chiesto di vivere secondo la Parola di Dio. È anche interessante notare che non ha cercato di imporre il suo atteggiamento a tutti gli altri a Babilonia. Da questo vediamo che non dobbiamo accettare tutto negli sviluppi sociali, ma possiamo rimanere calmi e rilassati perché sappiamo che tutto andrà come il Signore ha già deciso. Anche qui vediamo che sotto in sistema anticristiano, Dio ha procurato giustizia ai Suoi giusti. Laddove nessuna via d'uscita sembra possibile, Dio ne crea una nuova.
Dio, dopo aver protetto Daniele e i suoi amici facendoli sembrare migliori di tutti gli altri nonostante mangiassero il proprio cibo, ha donato loro conoscenza e saggezza nelle scritture e ha dato a Daniele una comprensione particolare riguardante tutte le visioni e i sogni, proiettando il suo sguardo fino alla fine dei tempi.
• Panoramica della storia del mondo
«E a tutti questi quattro giovani Dio dette conoscenza e intelligenza in tutta la letteratura, e sapienza; e Daniele s'intendeva d'ogni sorta di visioni e di sogni. E alla fine del tempo fissato dal re perché quei giovani gli fossero menati, il capo degli eunuchi li presentò a Nabucodonosor. Il re parlò con loro; e fra tutti quei giovani non se ne trovò alcuno che fosse come Daniele, Hanania, Mishael e Azaria; e questi furono ammessi al servizio del re. E su tutti i punti che richiedevano sapienza e intelletto, e sui quali il re li interrogasse, il re li trovava dieci volte superiori a tutti i magi ed astrologi che erano in tutto il suo regno. Così continuò Daniele fino al primo anno del re Ciro» (Daniele 1:17-21).
Cosa significa che Dio diede a Daniele comprensione in tutte le visioni e in tutti i sogni?
Molto di ciò che ha visto Daniele si è già realizzato ed è ormai storia. Così facendo, però, ha anche ricevuto fino in fondo uno scorcio del nostro Dio meraviglioso, come risulta chiaro nella sua interpretazione del sogno di Nabucodonosor della statua:
«Ma c'è un Dio in cielo, che rivela i misteri; Disse al re Nabucodonosor cosa sarebbe successo alla fine dei tempi» (Daniele 2:28).
«Cosa accadrà alla fine dei tempi» può anche essere tradotto come: «Cosa accadrà (cioè avverrà) negli ultimi giorni». - Questa fine dei giorni o questo ritardo significa la fine oltre il tempo della tribolazione, quando il Signore tornerà. Ed è sorprendente quando osserviamo il sogno della statua: la testa d'oro rappresenta Nabucodonosor e l'impero babilonese che entrò in possesso di Gerusalemme. Da quel punto iniziarono i periodi o tempi delle nazioni, poiché tutti gli altri regni simboleggiati da questa scultura furono in possesso di Gerusalemme. E il Signore dice:
«E Gerusalemme sarà calpestata dalle nazioni, finché i giorni delle nazioni siano compiuti» (Luca 21,24).
Ciò significa: Gerusalemme, che viene calpestata, viene messa in connessione con i tempi dei Gentili, o anche con i periodi delle nazioni, e tutto inizia con la testa d'oro, Nabucodonosor. Il tempio era distrutto, la città era sotto il dominio straniero, parte del vasellame del tempio era nella terra dei nemici. Vediamo nel libro di Daniele che Dio ha dato questo dominio al mondo, questo regno alle nazioni. E quando si compiranno questi tempi? Quando Gerusalemme non sarà più calpestata! Poiché anche Gerusalemme sarà calpestata nella grande tribolazione (Apocalisse 11,2), i tempi delle nazioni scadranno al ritorno di Cristo. Luca 21:25ss. parla del ritorno del Signore subito dopo aver menzionato i tempi dei Gentili.
Vediamo in questo sguardo fino alla fine come tutto sia nelle migliori mani possibili. Ciò è mostrato nella statua del sogno di Nabucodonosor e nei capitoli successivi del libro. Un impero dopo l'altro sarà giudicato per le sue trasgressioni. E alla fine la pietra, cioè Cristo al suo ritorno, fracasserà i piedi della statua e frantumerà l'intera scultura. L'adorazione di sé e la ribellione contro Dio e Suo Figlio saranno distrutte. Lui, il Dio vivente, opera tutto secondo il consiglio della sua volontà e crea la giustizia: alla fine del tempo delle genti. E poi si occupa anche della causa di Israele e farà giustizia al Suo popolo attraverso Gesù Cristo. Con il ritorno di Gesù Cristo, il popolo di re e sacerdoti di Israele assumerà il governo politico e il culto del vero e unico Dio sulla terra. Accoglierà nuovamente il suo popolo! Daniele ha visto la storia fino alla fine, e nel suo libro siamo confrontati più chiaramente che altrove col fatto che il regno di Dio sulla terra e il dominio mondiale pagano su Israele e Gerusalemme non devono mai essere considerati simultanei. Solo dopo la completa rinuncia di Israele alla sua posizione ufficiale di sovrano, quando gli attrezzi per il culto furono scomparsi e il Tempio distrutto, in realtà, il Regno delle Nazioni entrò in vigore. E così ci sarà una restaurazione solo quando Dio, in Cristo, restituirà la giustizia a Israele e regnerà a Gerusalemme. Daniele vide così che nulla si ottiene con il miglioramento umano del mondo. Solo quando c'è Cristo, godiamo del regno dei cieli. Daniele ricevette tutta questa saggezza da Dio.
Come la vediamo in quanto Chiesa?
E come corpo di Cristo? Forse anche tu vorresti essere saggio come Daniele. Ricordiamoci che noi siamo in Cristo, che è stato fatto sapienza per noi da Dio, dice Paolo. Daniele ha ricevuto la saggezza da Dio, Cristo è stato fatto da Dio saggezza per noi.
I sogni e le visioni sono oggi superati perché la parola di Dio ha raggiunto la sua piena misura sotto l'apostolo Paolo (Colossesi 1,25). Non c'è altro da aggiungere. In Cristo abbiamo la saggezza per studiare e comprendere le Scritture, per crescere in esse. Non interpretiamo i sogni, ma la Sua meravigliosa Parola. Daniele ha amministrato i misteri di Dio riguardo alla storia del mondo. E noi, come corpo di Cristo, abbiamo una visione d'insieme dell'intera storia del mondo e della salvezza di Dio, non solo da Nabucodonosor in avanti, ma dalla fondazione del mondo al suo compimento, e non solo qui sulla terra, ma nell'intero cosmo. La nostra posizione è nei luoghi celesti. E così Paolo poteva dire ai Corinzi: tutto è vostro! Possediamo anche gli scritti di Daniele. Siamo custodi dei misteri di Dio (1Corinzi 4), e dobbiamo indagarli, raccontarli e insegnarli.
Quando Daniele e i suoi amici si trovarono di fronte al cibo del re, chiesero di provare a mangiare il cibo prescritto da Dio per dieci giorni. Perché dieci giorni? Una possibile risposta si trova in Salmo 31:16 in connessione con il significato del numero 10 in ebraico. Il Salmo 31:16 dice: «Il mio tempo è nelle tue mani; liberami dalla mano dei miei nemici e dai miei persecutori!».
Daniele e i suoi amici sapevano che i loro destini erano interamente nelle mani di Dio. E così anche noi possiamo sapere in tutto ciò che ci capita: il mio tempo è nelle sue mani.
Tutto è nelle migliori mani: il giudizio, Israele, lo stesso Daniele, le nazioni, la tua vita e la mia e ogni singola situazione, compresi i tempi delle nazioni fino al ritorno di Gesù. In tutte le cose Egli rende giustizia a tempo debito. Abbiamo a che fare con l'onnipotente Dio, che è al di là dello spazio e del tempo, eterno e senza tempo. Vede tutto e con questo Dio come nostro padre ci è concesso vivere la vita.
(Chiamata di Mezzanotte, lug/ago 2022)
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La maggior parte degli israeliani teme un massacro in stile 7 ottobre in Giudea e Samaria
di Akiva Van Koningsveld
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Sostenitori dell'organizzazione terroristica Hamas nella città di Jenin, in Samaria, 27 ottobre 2023
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Più di due ebrei israeliani su tre temono che i terroristi palestinesi con base in Giudea e Samaria possano lanciare un attacco terroristico significativo simile al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 nei pressi della Striscia di Gaza, secondo un sondaggio del Centro di Gerusalemme per la sicurezza e gli affari esteri pubblicato questa settimana.
Il sondaggio, condotto dall'Istituto di ricerca Lazar e pubblicato per la prima volta in ebraico martedì, ha intervistato un campione rappresentativo di circa 700 israeliani, arabi ed ebrei, tra l'11 e il 13 febbraio.
Il 68% degli intervistati ebrei teme un attacco terroristico su larga scala proveniente dalla Giudea e dalla Samaria, mentre un quarto della minoranza araba dello Stato teme questo scenario.
Il sondaggio del JCFA ha anche rilevato che, sulla scia del massacro del 7 ottobre, il 67% dei cittadini israeliani si oppone alla creazione di uno Stato palestinese lungo i confini pre-1967 del Paese. Tre quarti degli ebrei sono contrari alla creazione di una “Palestina”, mentre il 16% degli israeliani arabi si è dichiarato contrario.
“Il sondaggio suggerisce che, per la maggior parte degli israeliani, la paura di un altro attacco non è solo uno scenario inverosimile, ma una minaccia tangibile che deve essere presa in considerazione nella formulazione di una strategia chiara per garantire la sicurezza dei residenti [israeliani]”, ha commentato il think tank con sede a Gerusalemme.
A settembre, le autorità israeliane hanno presentato un'accusa contro un membro di un gruppo terroristico con base a Jenin che progettava di infiltrarsi nelle comunità civili israeliane in Samaria e di compiere un massacro in stile 7 ottobre 2023.
L'atto d'accusa accusa Osama Bani Fadl e altri agenti terroristici di aver fatto seri preparativi per un massacro di massa contro i residenti ebrei della Samaria, anche infiltrandosi nelle città con veicoli.
La cellula terroristica avrebbe pianificato anche attacchi all'interno della città di Ma'ale Efraim, nella Valle del Giordano, e una sparatoria con autobomba alla stazione di servizio fuori Eli, nella regione di Binyamin, in Samaria, una località che è stata presa di mira due volte dai terroristi palestinesi negli ultimi due anni.
I terroristi palestinesi hanno preso di mira gli ebrei israeliani in Giudea e Samaria almeno 6.343 volte nel 2024, secondo i dati pubblicati lunedì dall'ONG Soccorritori senza frontiere (Hatzalah Judea e Samaria).
Ventisette israeliani sono stati uccisi in Giudea e Samaria nel 2024 e più di 300 altri sono stati feriti, ha dichiarato il gruppo nel suo rapporto annuale.
Le cifre, che sono state confrontate con i dati ufficiali dei servizi di sicurezza israeliani, comprendono 3.668 casi di lancio di pietre, 843 attacchi con bombe molotov, 671 tentativi di accecare gli automobilisti con puntatori laser, 526 cariche esplosive, 364 casi di incendio doloso e 179 sparatorie terroristiche.
Il gruppo di soccorso ha inoltre registrato 37 accoltellamenti tentati o riusciti, 36 lanci di bottiglie di vernice contro veicoli e 19 attacchi palestinesi contro auto, di cui 12 hanno causato feriti tra gli israeliani.
Il rapporto ha sottolineato che l'Agenzia per la sicurezza di Israele (Shin Bet) lo scorso anno ha sventato più di mille attacchi importanti in Giudea, Samaria e Gerusalemme.
Il 21 gennaio, le forze israeliane hanno lanciato l'“Operazione Muro di Ferro”, che mira a neutralizzare la minaccia rappresentata da focolai terroristici come Jenin e Tulkarem nella Samaria settentrionale. I raid antiterrorismo in corso segnano un cambiamento nella strategia di sicurezza di Gerusalemme, ha sottolineato il ministro della Difesa Israel Katz.
“Non permetteremo alle armi della piovra iraniana e dell'Islam radicale sunnita di mettere in pericolo la vita dei residenti e di stabilire un fronte terroristico orientale contro lo Stato di Israele”, ha dichiarato Katz il 22 gennaio, giurando: ‘Colpiremo duramente le armi della piovra finché non saranno tagliate’.
(JNS, 22 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il pantano
Il rito ormai è costante, congelato in una ripetitività meccanica.
A Gaza Hamas allestisce il suo orrendo spettacolo fatto di palchi, slogan, miliziani in uniforme, folla, mentre esibisce a turno gli ostaggi che devono essere liberati. Le bare dei bambini Bibas si sono aggiunte l’altro giorno alla contabilità. Sono stati uccisi a mani nude già un anno fa, questo è il raggelante verdetto autoptico.
Da Israele giungono le proverbiali condanne, gli annunci di vendette, di inferni che si scateneranno, ma la realtà è che la guerra si è arrestata da un mese e sembra un ricordo ormai lontano. Hamas persiste a Gaza, tra le macerie e nulla fa presagire una sua imminente rimozione.
Quello che appare agli occhi di chi guarda è la manifestazione di un pantano. L’annuncio ad effetto di Trump, il suo “piano” di trasferimento della popolazione di Gaza, che per giorni ha tenuto banco, è già retrocesso nella classifica delle sparate a una posizione secondaria dopo le dichiarazioni del presidente americano su Zelensky dittatore, iniziatore della guerra in Ucraina e attore irrilevante per i negoziati.
Dall’inizio della guerra, quasi un anno e mezzo fa, Netanyahu non ha fatto altro che annunciare la prossima vittoria a Gaza, ma della vittoria si intravede solo la sagoma mutilata della Nike di Samotracia.
Bisogna aspettare, ci dicono i fiduciosi, gli iniettori di ottimismo, poi tutto si risolverà. Come, però, nessuno è in grado di spiegarlo.
(L'informale, 22 febbraio 2025)
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Quello che non si sottolinea abbastanza nell'orrendo spettacolo è la sovrastante
figura di Netanyahu come infernale Dracula (che in molti siti è stata tagliata). E’ chiaro il messaggio: la colpa è tutta di Netanyahu. Hanno potuto dirlo appoggiati dalle grida antigovernative dei sostenitori delle famiglie degli ostaggi, sull’onda di precedenti manifestazioni di protesta “antifascista”. Ma quand’è che gli israeliani di sinistra apriranno gli occhi? Ma forse i loro occhi sono già aperti, ed è quello che vedono. Il che sarebbe ancora più grave. M.C.
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AIEA: l’accordo sul nucleare iraniano è un guscio vuoto
L'Iran intende “aumentare di sette volte” la sua produzione mensile di uranio arricchito al 60% e tra qualche settimana ne avrà circa 250 chilogrammi. Questa quantità, se ulteriormente arricchita al 90%, sarebbe sufficiente a produrre sei bombe nucleari.
di Sadira Efseryan
TEL AVIV – Le dichiarazioni del Direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael Grossi, sull’inefficacia dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) nell’imporre restrizioni al programma nucleare degli Ayatollah hanno suscitato la reazione del regime di Teheran.
L’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran (AEOI) ha definito le osservazioni di Grossi “di parte”, mentre Kazem Gharibabadi, viceministro degli Affari legali e internazionali del Ministero degli Esteri del regime iraniano, le ha definite “politiche e non professionali” in un post su X (ex Twitter).
Giovedì, durante una conferenza stampa a Tokyo, Grossi ha dichiarato che il JCPOA è obsoleto in relazione al programma nucleare iraniano e che è necessario cercare un nuovo quadro per un accordo con l’Iran.
Ha poi descritto il JCPOA come un guscio vuoto e ha affermato di non credere che qualcuno pensi ancora che a questo punto l’accordo possa svolgere un ruolo.
Ha aggiunto che, sebbene l’accordo sia stato in vigore per qualche tempo, a prescindere dalle opinioni sui suoi benefici o svantaggi, è ormai tecnicamente obsoleto e non più funzionale.
Per chiarire le sue osservazioni, il capo dell’AIEA ha sottolineato che il precedente accordo contiene elementi obsoleti, come le specifiche sui tipi di centrifughe utilizzate dall’Iran.
Tuttavia, ha fatto notare che in un incontro con il ministro degli Esteri del regime iraniano Abbas Araqchi, entrambe le parti hanno concordato che la filosofia fondamentale del JCPOA – che si basa sull’astensione dell’Iran da alcune attività in cambio di incentivi – può ancora continuare.
In risposta a queste dichiarazioni, l’AEOI ha affermato che: “In un momento in cui gli Stati Uniti e alcuni Paesi occidentali stanno cercando di sfruttare questa agenzia per le loro ingiuste pressioni contro l’Iran, tali osservazioni politiche e non professionali potrebbero servire da pretesto per le loro ambizioni illegittime”.
La dichiarazione sostiene inoltre che Grossi ha chiesto all’Iran di dimostrare che non sta cercando armi nucleari, aggiungendo: “Qualsiasi mente razionale sa che il principio giuridico più fondamentale è la presunzione di innocenza”. Questi commenti giungono mentre esistono prove sostanziali che il regime iraniano continua ad avvicinarsi allo sviluppo di una bomba nucleare.
Le proteste di questo organismo governativo iraniano e di Gharibabadi contro le affermazioni di Grossi arrivano nonostante l’AIEA non sia riuscita per anni a convincere il regime iraniano a fornire una spiegazione logica per le tracce di uranio scoperte nei suoi siti non dichiarati.
Inoltre, i funzionari di Teheran non hanno ancora fornito una spiegazione per l’arricchimento dell’uranio al 60% di purezza – molto vicino ai livelli di qualità necessari per una bomba nucleare – affermando solo che l’Iran ha deviato dai suoi impegni nucleari in risposta al ritiro degli Stati Uniti dal JCPOA.
Il 14 febbraio, il direttore generale dell’AIEA ha avvertito che l’Iran intende “aumentare di sette volte” la sua produzione mensile di uranio arricchito al 60% e ha avvertito che il tempo sta per scadere per raggiungere un accordo per limitare il programma nucleare iraniano.
Ha inoltre sottolineato che quando l’AIEA pubblicherà il suo prossimo rapporto nelle prossime settimane, l’Iran avrà probabilmente circa 250 chilogrammi di uranio arricchito al 60%.
Questa quantità di scorte di uranio, se ulteriormente arricchita al 90%, sarebbe sufficiente a produrre sei bombe nucleari.
(Rights Reporter, 22 febbraio 2025)
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Milano – Contro l’odio in rete, l’impegno degli avvocati e giuristi ebrei
di Daniel Reichel
«È necessario intervenire alla fonte, fermare il flusso di disinformazione: gli strumenti esistono e stiamo lavorando affinché l’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei possa diventare un trusted flagger, un soggetto accreditato per segnalare contenuti fuorvianti o pericolosi», spiega la presidente dell’Age e avvocato Fabiana Di Porto, ribadendo l’impegno dell’Associazione nel contrasto all’antisemitismo, all’antisionismo, all’hate speech e alla disinformazione online.
La lotta all’odio in rete è stata una delle sfide discusse a Milano, il 20 febbraio, in occasione del primo incontro in presenza del 2025 promosso dall’Age. «Io sono romana e volutamente è stata scelta Milano come prima tappa per dare un segnale di coesione a livello nazionale», afferma all’indomani dell’evento Di Porto, esperta di piattaforme digitali e intelligenza artificiale.
I lavori sono stati inaugurati da Giorgio Sacerdoti, con un minuto di silenzio per gli ostaggi israeliani e un richiamo alle origini e alla costituzione dell’Age. Di Porto ha presentato una relazione, illustrando i risultati di un sondaggio interno sulle prospettive future dell’Associazione. L’indagine ha evidenziato che per i soci è prioritario l’impegno nella difesa pro bono nei casi di antisemitismo e hate speech, oltre all’elaborazione di strategie di advocacy giuridica per la tutela degli interessi del mondo ebraico.
• Disinformazione in rete
Ospite della serata è stato il giurista Piergaetano Marchetti, che ha affrontato il tema della disinformazione online e dell’intelligenza artificiale, concentrandosi sulle difficoltà di identificare e contrastare le fake news. Marchetti ha sottolineato come il concetto di fake news si articoli in molteplici declinazioni: dalla notizia volutamente falsa e diffamatoria alla manipolazione sottile che porta a distorsioni dell’informazione e crea narrazioni polarizzanti con impatti significativi sull’opinione pubblica.
Un aspetto cruciale, ricordato durante la serata, è la difficoltà di misurare l’effetto reale della disinformazione: se da un lato è possibile quantificare il traffico generato da notizie false per scopi pubblicitari e commerciali, dall’altro, quando il fine è influenzare dinamiche politiche o sociali (come nel caso delle elezioni in Germania), risulta molto più complesso individuare strumenti giuridici efficaci per contrastarle.
Dopo l’intervento di Marchetti, si è aperto un dibattito che ha coinvolto il pubblico presente. Tra le questioni sollevate, il modo in cui l’informazione televisiva tratta il conflitto israelo-palestinese, favorendo una narrazione negativa su Israele. In tema di distorsioni, si è discusso anche delle iniziative organizzate nelle scuole e nelle università, spesso impostate in chiave anti-israeliana, e delle possibili strade giuridiche per intervenire nel rispetto dei principi costituzionali.
Guardando al futuro, è stata annunciata la prossima assemblea dei soci dell’Age, che si terrà a Roma, in concomitanza con un altro importante evento istituzionale. Durante l’incontro verranno proposte alcune modifiche statutarie e si lavorerà per rafforzare il coordinamento con Ucei, la Fondazione Cdec e altri enti preposti alla tutela degli interessi giuridici della comunità ebraica in Italia. «L’obiettivo è lavorare in modo coordinato per essere più efficaci nei vari piani su cui siamo impegnati», conclude Di Porto.
(moked, 21 febbraio 2025)
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Attacco terroristico sventato: bombe su cinque autobus. Sfiorata la strage
Esplosioni coordinate previste per questa mattina. Gli ordigni, ognuno contenente 5 kg di esplosivo, erano programmati per detonare contemporaneamente nella mattinata di oggi 21 febbraio. Arrestati tre sospetti, tra cui un cittadino israeliano. Allerta massima nei trasporti pubblici. Su uno degli ordigni non detonati è stato trovato un messaggio con la scritta: “Vendetta da Tulkarem”.
di Anna Balestrieri
Dopo una giornata densa di dolore ed emozione per Israele per la restituzione dei corpi di quattro ostaggi, giovedì 20 febbraio alla sera cinque ordigni esplosivi sono stati scoperti su altrettanti autobus nelle città di Bat Yam e Holon, alla periferia di Tel Aviv. Tre di questi sono esplosi, mentre gli altri due sono stati neutralizzati dagli artificieri. Fortunatamente, non ci sono state vittime.
Secondo fonti della sicurezza israeliana citate dai media locali, gli ordigni erano dotati di timer e avrebbero dovuto esplodere contemporaneamente venerdì mattina. Il loro scopo, riferisce Channel 12, era quello di realizzare un “attacco terroristico strategico”, con l’obiettivo di colpire il sistema di trasporto pubblico israeliano e causare il maggior numero possibile di vittime.
• Il messaggio di rivendicazione e la matrice dell’attacco
Ogni ordigno conteneva circa 5 kg di esplosivo. Su uno di quelli non detonati è stato trovato un messaggio con la scritta: “Vendetta da Tulkarem”, un riferimento alla città della Cisgiordania, teatro di recenti operazioni militari dell’IDF contro gruppi militanti palestinesi.
La Brigata di Tulkarem ha successivamente diffuso una dichiarazione in cui affermava che “la vendetta per i martiri non sarà dimenticata finché l’occupante siederà sulla nostra terra.”
• Tre arresti: tra i sospetti anche un cittadino israeliano
Nel corso della notte, lo Shin Bet ha arrestato tre persone sospettate di aver aiutato gli attentatori. Tra di loro figura un cittadino israeliano di origine ebraica, che sarà presentato oggi in tribunale per l’udienza di convalida dell’arresto.
In manette anche un palestinese entrato illegalmente in Israele e almeno un altro individuo. Le autorità stanno verificando se esistano altri complici coinvolti nell’attacco. Lo Shin Bet ha dichiarato di non poter rilasciare ulteriori dettagli per non compromettere le indagini.
• Allerta nei trasporti pubblici e risposta del governo
Dopo le esplosioni, un vasto dispiegamento di forze di sicurezza ha perlustrato la zona, ispezionando autobus e altri mezzi di trasporto pubblico per verificare l’eventuale presenza di ulteriori ordigni.
Il ministro dei Trasporti, Miri Regev, ha ordinato controlli su “tutti gli autobus, i treni e le linee della metropolitana leggera”, in coordinamento con le forze di sicurezza.
Nel frattempo, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione d’emergenza per valutare la situazione e discutere le misure di sicurezza da adottare.
• Tensione in aumento e preoccupazioni per la sicurezza
L’attacco arriva in un momento di forte tensione tra Israele e i gruppi militanti palestinesi. Negli ultimi mesi, l’IDF ha intensificato le operazioni in Cisgiordania per sventare attacchi contro obiettivi israeliani mentre infuriava la guerra a Gaza .
Le autorità temono che il fallimento di questo attentato non scoraggi altre azioni simili. Il livello di allerta rimane massimo in tutto il Paese, con un rafforzamento della presenza di forze dell’ordine nelle principali città e nei nodi del trasporto pubblico.
(Bet Magazine Mosaico, 21 febbraio 2025)
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Lode al popolo d'Israele
Un popolo in lutto - eppure pieno di speranza
di Anat Schneider
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La gente dà l'ultimo saluto ai quattro ostaggi israeliani portati fuori dalla città meridionale di Ashkelon, il 20 febbraio 2025
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Il popolo di Israele si è riversato in massa nelle strade ieri, 20 febbraio 2025.
Fuori pioveva a dirotto, le temperature erano in picchiata e si può dire che questa è la settimana invernale più fredda dell'anno. Ma nemmeno questo ha impedito alla gente di scendere in strada, di stare in piedi e di aspettare che il convoglio con i quattro caduti passasse per la strada - da sud, al confine con Gaza, ad Abu Kabir, nel centro.
Decine di migliaia di persone tenevano in mano bandiere israeliane e bandiere gialle, simbolo della necessità di liberare tutti gli ostaggi. Si sono fermati in silenzio, pieni di dolore, con le lacrime agli occhi e un profondo rispetto mentre chinavano la testa verso il convoglio che trasportava due bambini piccoli, una madre e un uomo anziano - tutti rapiti dai loro letti e uccisi dalla malvagità.
I soldati che accompagnavano il convoglio - che onore per loro portare a casa queste vittime innocenti per essere pulite e dare loro una degna sepoltura. Eppure questo giorno rimarrà impresso nelle loro anime per sempre.
Per tutto il giorno, molte delle persone che si trovavano in strada sono state intervistate da varie emittenti televisive. Sono rimasto lì, senza parole, a bocca aperta per quello che stavo sentendo.
Quanta forza e nobiltà d'animo c'era in queste persone.
Quanta umanità ed empatia.
L'identificazione con il dolore era assoluta, un dolore che da tempo è diventato un dolore nazionale e un lutto collettivo.
Una donna del Kibbutz Jad Mordechai, che aspettava il convoglio sotto la pioggia, ci ha raccontato che suo marito è stato ucciso da un terrorista nel 1992 - e che questo assassino è stato ora rilasciato come parte dell'accordo per la liberazione degli ostaggi. Tuttavia, ha aggiunto: "Ho sostenuto con tutto il cuore il rilascio degli ostaggi. Per me è estremamente importante che ritornino tutti”.
Ha anche detto di non avere dubbi che sarebbe arrivato il momento in cui i terroristi liberati sarebbero stati consegnati alla giustizia.
Ha poi parlato di sé, dicendo che sua figlia vive nel Kibbutz Be'eri e che ha dovuto passare una notte d'inferno con la sua famiglia il 7 ottobre 2023. E mi sono chiesto: da dove prende la forza questa donna? Nonostante tutti i pesanti colpi del destino, si ferma sul ciglio della strada con un ombrello in una mano e una bandiera israeliana nell'altra per dare l'ultimo saluto ai caduti.
Un'altra donna, Ruth del Kibbutz Be'eri, è una sopravvissuta all'Olocausto. Era una bambina quando l'Olocausto colpì l'Europa. Ricorda le immagini, l'odio, la fame e non dimentica l'umiliazione e la morte che la circondavano. Ma soprattutto ricorda come le persone persero la loro umanità.
E di cosa ha parlato quel giorno, con nostra grande sorpresa? Innanzitutto, ha posto una domanda:
“Come si fa a riprendersi da tutto questo se si è vissuta l'esperienza dell'Olocausto qui?”.
La sua generazione, i sopravvissuti alla Shoah, vedevano lo Stato di Israele come un miracolo!!! E non avrebbero permesso che questo miracolo venisse distrutto. Ricostruiranno Be'eri, perché non c'è altra scelta per noi”.
Poi ha aggiunto:
"Dobbiamo trovare una soluzione, perché altrimenti - che razza di vite sono queste? Abbiamo figli, nipoti e pronipoti, ma con la guerra non c'è futuro qui. Dobbiamo dare speranza. Sto aspettando una leadership che dia speranza ai bambini che hanno vissuto orrori che non avrebbero mai dovuto sperimentare”.
E io rimango lì, meravigliato e mi chiedo: di cosa siamo fatti? Cosa c'è nel popolo di Israele che lo rende così unico? Viene picchiato, subisce la morte - eppure si protende verso la pace.
Un grave conflitto interiore infuria dentro di me. Siamo forse intrappolati in una sorta di autoflagellazione? Veniamo massacrati, violentati, i nostri anziani e i nostri bambini vengono uccisi - e continuiamo a chiedere pace e speranza. Non è forse stupidità? Forse dovremmo svegliarci e vedere il mondo con occhi diversi?
Eppure mi dico: è proprio così che si è comportato Gesù. Ha sopportato l'odio, è stato condotto come un agnello al macello - e ha comunque porto l'altra guancia.
Forse è questa l'unica via di redenzione?
E così rimango pensierosa, meravigliata, vacillante, in lotta con questa domanda - e non trovo risposta.
(Israel Heute, 21 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La Croce Rossa si presta al progetto comunicativo di Hamas, che viene così legittimato
di Ugo Volli
Nelle tragiche e grottesche coreografie ripetutamente allestite nelle scorse settimane da Hamas per la restituzione su riscatto degli israeliani rapiti c’era un elemento in più, oltre ai terroristi ben armati e vestiti di uniformi fumettistiche con passamontagna nero, ai cameraman anch’essi abbigliati di tuta mimetica, all’”innocente” popolo di Gaza in festa, e ai poveri prigionieri, o ai loro resti, costretti a un ruolo umiliante e inumano.
Erano le automobile bianche della Croce Rossa, ben schierate in fila in attesa del carico e i suoi funzionari in pettorina rossa, seduti sul palco con una bandierina palestinese davanti, che si facevano riprendere intenti a stringere la mano del capo terrorista prima di firmare il documento insensato che veniva loro sottoposto: una sorta di ricevuta per la merce umana che dovevano condurre qualche chilometro più in là, dove le attendevano i mezzi delle forze armate israeliane. È una mediazione che poteva svolgere un qualunque mezzo di trasporto non qualificato, o che poteva essere evitata con la consegna al confine, come avviene nei film neri e probabilmente anche in realtà per gli scambi delle spie. Ma la Croce Rossa nel progetto comunicativo di Hamas aveva evidentemente una funzione di legittimazione, di riconoscimento del carattere ufficiale e quasi diplomatico di quella la consegna di una refurtiva umana, dell’esibizione del crimine e del suo potere.
La Croce Rossa si è prestata a questo ignobile teatrino, non ha rifiutato di firmare la ricevuta di un sequestro di persona e solo tardi, negli ultimi giorni, dopo essere stata sepolta dalle critiche per la sua complicità con Hamas, ha emesso un comunicato dicendo che era necessario rispettare la dignità umana degli “ostaggi” e condurre gli scambi in maniera dignitosa. Ma non per questo si è sottratta alla lugubre ultima cerimonia con le bare nere dei due bambini Bibas, dell’anziano Ofed Lifschnitz e di una persona sconosciuta spacciata per Shiri Bibas, marchiate dalla data del loro “arresto” (“l’arresto” di un neonato e di un bimbo di 5 anni, il 7 ottobre del 2023…), sullo sfondo del grande telone con l’immagine di un Netanyahu con i denti insanguinati di un vampiro e l’accusa di aver ucciso lui le vittime di Hamas.
Perché tanta accondiscendenza da parte della Croce Rossa? I comunicati dell’ente invocano la “neutralità” della sua azione, ma basta cercare un po’ sui siti, quello internazionale e anche quello italiano, per trovare un robusto impegno negli anni a favore della “Palestina”, senza alcun accenno alle vittime del terrorismo. E fra i funzionari che hanno stretto la mano ai terroristi e firmato i suoi documenti, c’è chi ha individuato un personaggio di origine siriana, autore di numerosi post in rete contro Israele, il cui nome sembra sia Ahmad al-Sarraf.
Fatto sta che la Croce Rossa si era comportata sostanzialmente nella stessa maniera anche durante la prima tregua di un anno fa, quando le consegne dei rapiti da liberare erano state più tumultuose e meno coreografate, ma avevano lo stesso senso di mettere in scena la potenza di Hamas. E quando Israele aveva ottenuto di poter far consegnare proprio alla Croce Rossa un po’ di medicine essenziali ai rapiti, l’organizzazione non aveva potuto o voluto consegnare questi salvavita a persone spesso anziane, ferite, denutrite, malate, Né mai in un anno e mezzo di guerra ha fatto loro visita, pur pretendendo di accedere alle prigioni israeliane, che del resto sono sotto la sorveglianza di giudici e polizia indipendente, tanto che qualche soldato di guardia che ha maltrattato i prigionieri è stato indagato e rinviato a giudizio.
Per capire l’atteggiamento della Croce Rossa però bisogna andare più indietro, ricordare quel che è accaduto durante la Shoà. Delegazioni della Croce Rossa Internazionale furono ammesse in diverse occasioni a visitare i lager di Teresienstadt, Dachau, Buschenwald, Ravensbrück (non Auschwitz dove non furono ammessi e non insistettero per andare). In queste visite non vi trovarono niente di irregolare: secondo i loro rapporti i deportati erano in salute, il cibo sufficiente, il trattamento normale. Si può certamente pensare a un pregiudizio antisemita. O a forme patologiche di cecità selettiva. Ma anche a stare al risultato di un’inchiesta compiuta dall’organizzazione stessa, nel 1948, il presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, Max Huber, ammise che l’organizzazione “non era riuscita a comprendere appieno” l’entità della Shoà mentre essa si svolgeva. Così oggi, quasi ottant’anni dopo, la Croce Rossa non riesce a comprendere appieno il senso di quel che fanno i nuovi nazisti di Hamas, e non rifiuta di collaborare con loro.
(Bet Magazine Mosaico, 21 febbraio 2025)
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Mishpatìm. Che cosa vuoi fare da grande?
di Ishai Richetti
Cosa vuoi fare da grande?” Questa era una volta la domanda standard che gli adulti rivolgevano ad ogni bambino dell’età di otto o nove anni quando si cercava di conversare con loro. In qualche modo, ogni bambino forniva una risposta, che variava dal voler diventare un “pompiere” un “calciatore” o, ad esempio, “infermiere”. Al giorno d’oggi non poniamo più così spesso questa domanda ai bambini, almeno non così spesso come una volta. Forse per evitare la possibilità di fare pressione su di loro, o forse perché un certo tipo di ambizione non è più vista come un valore positivo, come lo era una volta. Il fatto è che nella nostra tradizione l’ambizione è apprezzata, specialmente se porta ad un obiettivo positivo. Una carriera che aiuta una persona a sostenere se stessa e la sua famiglia è uno di questi obiettivi. Una carriera che sia utile nel servire la comunità è un altro.
Quali sono le carriere particolarmente apprezzate dalla Torà? La Parashà di questa settimana, Parashat Mishpatim (Shemot 21:1-25:18), ci offre l’occasione di riflettere su una carriera molto apprezzata, quella di giudice in un tribunale. La nostra Parashà inizia con il versetto “Queste sono le regole che porrai davanti a loro“. Rashi interpreta le parole “davanti a loro” sostenendo che il versetto sottintende che le questioni riguardanti queste regole devono essere giudicate da giudici ebrei che hanno familiarità con le regole che sono delineate nei successivi capitoli della Parashà. Già nella Parashà che abbiamo letto la scorsa settimana, Yitro, abbiamo appreso che Moshè vedeva il ruolo di giudice come una delle sue responsabilità di leadership. Solo su consiglio del suocero, Yitrò, Moshe accettò di assegnare il ruolo di giudice a una gerarchia di altri saggi. La carica di giudice è quindi una delle prime carriere descritte nei dettagli dalla Torà.
Il Talmud ha qualcosa di preciso da dire su quanto sia nobile la carriera di giudice e nel farlo raccomanda diversi altri eccellenti percorsi di carriera per “bravi ragazzi ebrei”. Il riferimento è al seguente passaggio del trattato Bava Batra 8b, che a sua volta interpreta due versetti: “I sapienti saranno raggianti come la distesa luminosa del cielo, e coloro che condurranno i molti alla giustizia saranno come le stelle per sempre e in eterno” (Daniel 12:3). “I sapienti” sono i giudici che giudicano ed applicano la legge con assoluta veridicità, così come coloro che lavorano al servizio della comunità come fiduciari che distribuiscono la carità (gabbaé tzedakò). “Coloro che conducono i molti” sono gli insegnanti di scuola dei bambini a partire da quelli più piccoli. E per quanto riguarda gli studiosi della Torà? A loro si applica il seguente versetto: “Possa il suo amato essere come il sole che sorge in potenza!” (Giudici 5:31).
Questo passo del Talmud, quindi, stabilisce quattro carriere che considera essere degne di ammirazione: la magistratura, il coinvolgimento nella distribuzione della carità, l’istruzione primaria e l’approfondimento nello studio della Torà Le Tosafot, la raccolta di commenti a margine di ogni pagina del Talmud, suggerisce che esista un ordine di preferenza, una sorta di rango per queste carriere. La luce delle stelle è meno luminosa della luminosa distesa del cielo. Ciò implica che l’insegnamento scolastico sia, in qualche modo, meno degno di lode dell’agire come giudice o gabbai tzedakà, mentre lo studioso della Torà, che è paragonato al sole, è al primo posto.
Altri commentatori, tuttavia, interpretano il testo talmudico in modo diverso. Un approccio interessante è quello adottato dal rabbino di Lyssa del XIX secolo, Rabbi Yaakov Loberbaum, noto per la sua opera sul diritto civile, Netivot HaMishpat. Egli si oppone all’approccio adottato da Tosafot. Dopo tutto, si chiede: “I nostri occhi possono vedere che le stelle sono più luminose della distesa del cielo: inoltre quale collegamento c’è tra giudici e gabbaé tzedakà che ci consente di paragonarli entrambi alla distesa celeste?” La risposta che ci viene fornita è molto istruttiva: “Ci sono materiali che sono per loro stessa natura incolori, ma che riflettono qualsiasi colore brilli su di loro. Un esempio è il vetro che non ha un colore proprio. Se lo illuminiamo con una luce rossa otterremo un riflesso di colore rosso, se lo Illuminiamo con una luce verde otterremo un riflesso di colore verde. La distesa del cielo è essa stessa incolore come il vetro. Questo è ciò che un giudice ha in comune con un fiduciario di beneficenza. Entrambi devono essere assolutamente neutrali, senza alcun colore proprio. Il giudice deve essere totalmente imparziale, e così deve essere la persona che determina come deve essere distribuita la beneficenza. Non deve favorire una persona bisognosa rispetto a un’altra, ma deve distribuire i fondi della comunità “senza colore”. Gli insegnanti, a differenza dei giudici e dei gabbaé tzedakà, sono paragonati alle stelle, che brillano equamente su tutti, perché l’insegnante deve “brillare” su tutti i suoi alunni equamente, senza discriminazioni, senza assumere colori”. Sebbene Rav Loberbaum non menziona nel suo commento gli studiosi della Torà e la loro somiglianza con il sole, possiamo provare a fornire una spiegazione su quel paragone. Il sole è la fonte di luce e calore per eccellenza. Allo stesso modo anche la Torà è la fonte ultima di luce intellettuale e di calore spirituale. Lo studio della Torà, ci insegna la nostra tradizione, supera tutti gli altri valori nella sua importanza.
La verità è che ognuno di noi individualmente deve sforzarsi di incorporare nel proprio comportamento e di fare proprio ognuno di questi quattro ruoli ed ognuna delle caratteristiche di queste carriere. Questo perché, in realtà, siamo tutti in qualche modo “giudici”, anche se non indossiamo alcuna toga e anche se non siamo seduti in aule di tribunali. Sentiamo costantemente il richiamo a giudicare gli altri in tutti i modi possibili e dobbiamo sempre cercare di giudicare onestamente noi stessi, anche se spesso evitiamo di farlo. Siamo tutti chiamati a decidere come distribuire le nostre risorse per fare la tzedakà, una delle mitzvot più importanti da osservare, siamo tutti chiamati a cercare parte del nostro tempo alla comunità . Che lo desideriamo o meno, siamo tutti degli insegnanti, se non in una classe, in una scuola, lo siamo in famiglia, al Bet haKeneeset, al lavoro o al centro commerciale. E certamente dobbiamo tutti, a seconda delle nostre specifiche capacità intellettuali e cercando di superare le restrizioni che il tempo ci impone, soprattutto nella società moderna, essere diligenti nello studio della Torà e diventare il più possibile esperti nella Torà e nelle mitzvot.
Data questa prospettiva, ognuno di noi è chiamato a svolgere il proprio dovere per raggiungere gli obiettivi della nostra “carriera” personale, per quanto difficile sia raggiungere questi obiettivi: giudicare il prossimo senza pregiudizi e distribuire le nostre risorse in modo compassionevole ed equo attraverso la tzedakà mantenendo un colore neutro come la distesa del cielo; insegnare Torà ai bambini fin dalla loro tenera età, a partire dalle nostre famiglie e dai nostri stessi figli in modo appropriato, brillando come le stelle del cielo e, soprattutto, dedicare tempo allo studio della Torà, illuminando il mondo come il sole di giorno. Se lo facciamo, ognuno di noi potrà essere degno di ricevere le berachot che Hashem ci invia quotidianamente, potremo diventare persone migliori, sviluppando la versione migliore di noi stessi, e potremo diventare fonte di ispirazione per i nostri figli e per il prossimo, creando in questo modo un circolo virtuoso positivo e contribuendo nel nostro piccolo a creare un mondo migliore, un mondo del quale si sente sempre più la necessità.
(Morashà, 21 febbraio 2025)
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Parashà della settimana: Mishpatim (Leggi)
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Antisemitismo – Presentata al governo la nuova strategia
Scenario, formazione, tangibilità, protezione, comunicazione. Sono le cinque “direttrici strategiche della prevenzione e del contrasto” al centro della nuova strategia per la lotta contro l’antisemitismo sviluppata sotto la guida del coordinatore nazionale per il contrasto all’odio antiebraico, il generale Pasquale Angelosanto. Nel documento, realizzato per conto del governo, si denuncia l’emergere in Italia di «un pregiudizio antisemita strisciante, che si ripropone soprattutto facendo leva sul difetto di conoscenza di una parte della pubblica opinione».La precedente strategia, realizzata dall’allora coordinatrice nazionale Milena Santerini, fu approvata nel gennaio del 2021 dal governo presieduto da Mario Draghi. Secondo Angelosanto, era tempo di elaborarne una nuova sia perché sono trascorsi alcuni anni da allora, sia per l’impennata di episodi di antisemitismo successiva al 7 ottobre e collegata alle vicende mediorientali.
La strategia, sottoposta all’attenzione dell’esecutivo, punta a contrastare l’antisemitismo combinando varie azioni. In primis, si afferma, l’obiettivo è procedere con la ricerca e la raccolta di dati e analisi «per definire il quadro di situazione e le sue matrici, tenerlo costantemente aggiornato, per il decisore politico, integrarlo e comunicarlo». Quindi si punta ad agire sulla formazione «nella scuola a tutti i livelli, nelle università e nel mondo dello sport e del lavoro». E ancora, a valorizzare la cultura della memoria «attraverso l’individuazione di percorsi significativi e commemorazioni» e a rafforzare la tutela delle Comunità ebraiche nelle loro varie espressioni «di vita e culto», riservendo infine «attenzione massima alla dimensione digitale, coinvolgendo gli altri Stati, la Commissione europea, i grandi gestori e le istituzioni che assicurano monitoraggio e formazione».
• Sicurezza e ordine pubblico
Il tema della sicurezza è centrale nella road map della nuova strategia. «Se da un lato il supporto fornito dalle istituzioni italiane è aderente alle maggiori esigenze di sicurezza e può essere considerato un modello in campo europeo», si enuncia, dall’altro «la crescita della minaccia richiede interventi complessivi di più ampio spettro che superino i contingenti, benché puntuali, interventi». In questo senso, viene spiegato, la lotta all’antisemitismo è da ritenersi un fatto di «interesse nazionale» che riguarda tutti i cittadini senza distinzione. Per quanto riguardo gli aspetti di ordine pubblico, specie dal 7 ottobre, nel documento si legge come le manifestazioni contro lo stato di Israele, o legate a questioni che nulla hanno a che fare con il conflitto israelo-palestinese, facciano registrare «espressioni di messaggi antisemiti o di inneggiamento al terrorismo». A titolo di esempio si citano «sventolii di bandiere di Hezbollah, inni ai leader di Hamas, denigrazione di figure simbolo della Shoah», come nel caso di Anne Frank. Nella strategia sono segnalate in tutto 68 azioni da compiere, ritenute strumentali al conseguimento di 22 obiettivi. Il tutto, viene indicato, in una «ragionevole prospettiva quinquennale» costantemente sottoposta alla verifica di un tavolo tecnico di lavoro e del coordinatore stesso. a.s.
(moked, 20 febbraio 2025)
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Oded Lifshitz e quel sogno di pace con i palestinesi che lo hanno ucciso
di Michelle Zarfati
In una toccante dichiarazione rilasciata mercoledì, Yocheved Lifshitz, uno dei primi ostaggi liberati da Hamas nel 2023, ha rivelato la terribile ironia del destino di suo marito Oded Lifshitz, ostaggio senza vita restituito dai terroristi di Hamas questa mattina. Co-fondatore del kibbutz Nir Oz, Oded Lifshitz era noto per il suo incrollabile impegno per la pace con i palestinesi. “Era un grande combattente per la pace, aveva ottimi rapporti con i palestinesi” ha detto Yocheved, prima di aggiungere amaramente: “Ciò che mi fa più male è che lo hanno tradito, che hanno calpestato colui che ha combattuto per loro tutta la vita”. Oded e Yocheved hanno lavorato tutta la vita per la convivenza con i palestinesi, recandosi regolarmente al confine di Gaza con il loro veicolo personale per trasportare i malati oncologici negli ospedali israeliani.
Yizhar Lifshitz, figlio di Oded Lifshitz, ha detto che i membri della famiglia hanno appreso per la prima volta mercoledì pomeriggio dalle organizzazioni terroristiche di Gaza che loro padre era nel rilascio dei quattro ostaggi uccisi giovedì mattina, assieme a Shiri Bibas e ai suoi figli, Kfir e Ariel. “Questa sensazione è terribile – ha detto Yitzhar – lo hanno rapito vivo dal suo Kibbutz e lo hanno consegnato morto. Il nostro kibbutz è stato bruciato, la comunità massacrata”.
Oded è stato rapito dalla sua casa nel kibbutz il 7 ottobre. Anche sua moglie, Yocheved Lifshitz, è stata rapita dalla loro casa ed è stata rilasciata nell’ottobre 2023 insieme a Nurit Cooper. Yocheved ha detto che la mattina del massacro Oded ha cercato di chiudere la porta della camera bunker, ma i terroristi gli hanno sparato alla mano. La donna è stata portata dai terroristi su un motorino mentre Oded giaceva sulla porta di casa, privo di sensi e sanguinante. In seguito, è emerso che Oded era stato rapito e tenuto prigioniero per 20 giorni con Hana Katzir, anche lei rapita e poi rilasciata. Yocheved e Oded Lifshitz hanno dedicato insieme una vita all’amore per il loro kibbutz e per la natura, creando un enorme giardino di cactus a Nir Oz. Daniel, il nipote, ha detto: “Mio nonno è arrivato a Nir Oz nel 1956, il kibbutz è il lavoro di una vita”. “Queste ore non sono facili per noi. Per 502 giorni abbiamo sperato e pregato per un finale diverso. Il nostro viaggio non finirà qui, continueremo a combattere fino a quando l’ultimo ostaggio non sarà restituito alla propria famiglia” ha scritto in una nota la famiglia Lifshitz.
(Shalom, 20 febbraio 2025)
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"... continueremo a combattere fino a quando l’ultimo ostaggio non sarà restituito alla propria famiglia”. Perché questo autoinganno? Gli ostaggi sono stati restituiti non come frutto del combattere, ma come frutto di un "accordo" che impone il non combattere. Se arriveranno altri ostaggi, sarà solo a condizione che si continui a non combattere. Quando si deve passare sotto le forche caudine, sarebbe meglio farlo in dignitoso silenzio. M.C.
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Non è stato un accordo: è stato un crimine
di Alan M. Dershowitz
La decisione del governo israeliano di fare importanti concessioni ai rapitori di Hamas non dovrebbe mai essere definita un "accordo". È stata un'estorsione. Lo definireste un accordo se qualcuno rapisse vostro figlio e voi "accettaste" di pagare un riscatto per riaverlo indietro? Ovviamente, no. Il rapimento è stato un crimine. E la richiesta estorsiva un ulteriore reato.
Pertanto, la descrizione corretta di ciò che è accaduto è che Israele, su pressione degli Stati Uniti, ha ceduto alle richieste illegittime ed estorsive di Hamas, considerandole l'unico modo per salvare le vite dei bambini rapiti, delle madri e di altri ostaggi innocenti, per lo più civili.
Questo non è stato il risultato di una trattativa tra pari. Se un rapinatore armato vi punta una pistola alla testa e dice: "I soldi o la vita", la vostra decisione di dargli i soldi non sarebbe considerata un accordo. Allo stesso modo, l'accordo estorto raggiunto da Israele non dovrebbe essere considerato un accordo. Quindi smettiamo di usare quel termine.
Quando un gruppo terroristico "negozia" con una democrazia, è sempre in vantaggio. I terroristi non sono vincolati dalla moralità, dalla legge o dalla verità. Possono uccidere a piacimento, stuprare a piacimento, torturare a piacimento e minacciare di fare di peggio. La democrazia, d'altro canto, deve rispettare le regole della legge e ascoltare gli appelli delle famiglie degli ostaggi. Il risultato di questo sforzo è stato negativo per la sicurezza di Israele, ma positivo per gli ostaggi rimasti in vita e per i loro familiari. Il cuore governa il cervello, come spesso accade nelle democrazie morali che privilegiano il salvataggio immediato delle vite di persone conosciute rispetto alle future morti di ipotetiche persone di cui non conosciamo l'identità. Questo compromesso è un comprensibile atto di misericordia, sebbene non sia convincente come politica.
Se ogni nazione democratica smettesse di negoziare con i terroristi, potrebbe scoraggiare il terrorismo. Ma poiché ogni nazione si piega alle richieste di rapitori ed estorsori, il terrorismo e la presa di ostaggi sono diventati una tattica primaria delle persone più spregevoli della Terra. E il resto di noi è complice.
Particolarmente complici, con le mani sporche di sangue, sono i sostenitori di Hamas che nei campus universitari inneggiano all'Intifada e alla rivoluzione. Complici sono anche le organizzazioni internazionali, come la Corte Penale Internazionale, che trattano Israele e Hamas alla pari. Questi sostenitori del terrorismo hanno incoraggiato Hamas a resistere per molti mesi nella convinzione che il loro sostegno avrebbe spinto Israele a fare più concessioni.
Gli studenti del terrore, ossia studenti universitari che incoraggiano Hamas a continuare a uccidere, devono essere ritenuti responsabili della loro complicità nel male. Sebbene possano godere degli stessi diritti del Primo Emendamento di cui godono gli ebrei, dovrebbero essere trattati con lo stesso disprezzo con cui vengono trattati i nazisti, il KKK e i sostenitori razzisti della violenza. Il Primo Emendamento non dà loro il diritto di essere assunti da datori di lavoro dignitosi.
Il Primo Emendamento conferisce ai datori di lavoro il potere di rifiutarsi di associarsi a sostenitori del nazismo, del terrorismo di Hamas o di altri gruppi malvagi. La legge americana criminalizza il sostegno materiale fornito a gruppi terroristici designati, tra cui Hamas e Hezbollah. L'etica, a differenza della legge, dovrebbe considerare immorale qualsiasi sostegno (materiale, politico, economico o dimostrativo) a qualsiasi gruppo terroristico come Hamas. Eppure, sia il candidato alla presidenza che quello alla vicepresidenza del Partito Democratico hanno esortato la gente ad ascoltare i messaggi di questi manifestanti. Non direbbero mai una cosa del genere riguardo ai manifestanti che sono favorevoli al linciaggio dei neri o allo stupro delle donne. Ma Hamas lincia gli ebrei e stupra le donne ebree. Non c'è alcuna differenza morale.
Accogliamo con favore la notizia che 33 dei 98 ostaggi potrebbero essere rilasciati, alcuni dei quali vivi, con la consapevolezza che ciò che Hamas ha estorto a Israele in cambio di questi rilasci potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza di Israele in futuro e costare ancora più vite innocenti.
E diamo la colpa di TUTTE le morti a Gaza a chi di dovere: Hamas e gli utili idioti e gli inutili fanatici che sostengono i terroristi assassini.
(Gatestone Institute, 2 febbraio 2025 - trad. di Angelita La Spada)
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Chi ha obbedito a Biden non può che tacere
Fin dall'inizio del conflitto, Zelensky ha accettato di seguire la linea tracciata dalla Casa Bianca, che lo convinse a far saltare il possibile accordo con il Cremlino. L'isolamento di oggi è figlio di quella scelta e la stessa cosa si può dire per Bruxelles.
di Pietro Dubolino
Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
Chi si fa servo altrui, quale che ne sia la causa, non può poi pretendere di essere trattato da pari a pari. Deve adattarsi all'idea di essere trattato da servo. Questo vale anche per il nuovo Churchill, al secolo Volodymyr Zelensky, attuale presidente dell'Ucraina, con garanzia di prolungamento del mandato (honni soit qui mal y pense) per tutto il tempo che durerà l'attuale guerra con la Russia. Fu lui, infatti, ad asservire sé stesso ed il proprio Paese a quelli che erano, allora, gli interessi degli USA, allorché, in obbedienza agli ordini di Washington, fattigli pervenire tramite il fido «premier» britannico Boris Johnson, si ritrasse dagli accordi ormai già quasi conclusi che, ad appena poco più di un mese dall'inizio dell' «operazione militare speciale» ordinata dal presidente russo, avrebbero posto fine al conflitto. Che così siano andate, in sostanza, le cose se ne è avuta ultima e decisiva conferma, nel settembre dello scorso anno - dopo quanto aveva rivelato, fra gli altri, l'ex primo ministro israeliano Nafatli Bennet - da una fonte tanto autorevole quanto insospettabile, costituita da Victoria Nuland, già sottosegretaria di stato USA per gli affari politici sotto la presidenza di Joe Biden e «magna pars», fin dal 2014, delle scelte operative americane nello scacchiere russo-ucraino (ved. Responsible Statecraft del 10 settembre 2024). Non può, dunque, Zelensky dolersi che gli stessi Usa, alle cui pretese egli si è piegato, nel 2022, imponendo al proprio paese l'inutile sacrificio di una guerra costata finora diecine (se non centinaia) di migliaia di morti, vogliano, ora, imporgli una pace che, secondo la nuova presidenza, meglio corrisponde ai loro attuali interessi. E questi ultimi - anche per quanti non siano annoverabili (come non lo è chi scrive) fra i veri o presunti «esperti» di geopolitica - appaiono facilmente riconoscibili, ove si consideri che, per quanto è dato comprendere, il principale avversario degli USA nella ricerca di una supremazia a livello mondiale è costituito, attualmente, nella visione di Donald Trump, dalla Cina. Conviene, quindi, agli USA, cercare di ripristinare un buon rapporto con la Russia in modo da impedire il definitivo saldarsi di un'alleanza tra quest'ultima e la Cina. E poco importa, in quest'ottica, che a farne le spese possa essere un qualsiasi Zelensky, da considerarsi ormai come un servo divenuto inutile del quale, appena possibile, converrebbe addirittura liberarsi, magari accompagnando il licenziamento con una congrua indennità di fine rapporto.
Ma non troppo dissimile da quella di Zelensky appare, a ben vedere, quella dell'Europa (per tale dovendosi intendere, di qui in avanti, l'Unione europea e la maggioranza dei singoli Paesi che ne fanno parte). Anche le scelte politiche da essa adottate, infatti, sono state nel senso di un completo asservimento a quelli che, nell'ottica della presidenza Biden, erano gl'interessi americani, a totale scapito dei veri e legittimi interessi europei. A fronte dell'attacco russo, infatti, l'Europa non aveva obblighi di sorta nei confronti dell'Ucraina, dal momento che questa non faceva parte né dell'Unione europea né della Nato. Né l'Europa era stata oggetto di minaccia alcuna, esplicita o implicita, da parte della Russia, con la quale aveva, al contrario, ottimi e reciprocamente vantaggiosi rapporti commerciali. Il suo interesse, quindi, conformemente al diritto internazionale ed al comune buon senso, sarebbe stato quello di adoperare il massimo sforzo per far cessare immediatamente le ostilità e portare le due parti al tavolo delle trattative. E' stato fatto, invece, esattamente il contrario, in ossequio, per misteriose ragioni, ai «diktat», palesi od occulti, provenienti da oltre oceano. Si sono interrotti i rapporti con la Russia, dalla quale proveniva il gas naturale che ci si è dovuto procurare da altre fonti, più care e meno affidabili della Russia. Si sono adottate nei confronti di quest'ultima sanzioni che hanno, alla fine, danneggiato soprattutto l'Europa. Ci si è associati agli Usa nel fornire all'Ucraina armi di ogni genere, in vista, fino all'altro ieri, di una chimerica riconquista dei territori occupati dalla Russia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, eccettuati coloro che non possono più vederli, essendo stati cancellati dal novero dei viventi per effetto di una guerra il cui insensato prolungamento è stato dovuto essenzialmente al preconcetto rifiuto opposto da Zelensky - in ciò sostenuto anche dall'Europa - ad ogni ipotesi di trattativa che non fosse, assurdamente, preceduta da un sostanziale riconoscimento, da parte della Russia, di quella che avrebbe dovuto essere la sua sconfitta.
Anche l'Europa, quindi, al pari di Zelensky, non ha titolo alcuno per pretendere di avere parte attiva nelle trattative di pace che l'attuale, nuovo padrone della Casa Bianca vuole intraprendere (ed anzi, ha già intrapreso) direttamente con quello del Cremlino. Potrebbe, tuttavia, almeno approfittare degli indubbi vantaggi che dal ristabilimento della pace, sotto quella che sarebbe, di fatto, una garanzia americana, potrebbero facilmente derivarle. E invece, andando ancora una volta contro i propri interessi, non trova di meglio che mostrare proprio adesso velleità di ribellione nei confronti di quello stesso padrone al quale, con proprio danno, si era sottomessa tre anni or sono. Con il che sembrerebbe raggiunto un livello di insipienza difficilmente superabile. Che un servo, infatti, obbedisca al proprio padrone, rassegnandosi a subire le conseguenze negative che possono derivargliene, rientra in qualche modo nel triste ma naturale ordine delle cose. Ma che scelga invece di ribellarsi al padrone quando dall'obbedienza egli stesso trarrebbe beneficio è al di fuori di ogni e qualsiasi ragionevolezza e può trovare spiegazione soltanto nell'antico detto, di oscura origine ma di chiaro significato, secondo cui: «Quos Iupiter perdere vult, dementat prius» (Giove toglie prima il senno a coloro che vuol mandare in rovina). E, guarda caso, proprio questo detto, in «Guerra e pace», è richiamato da Leone Tolstoi, con riferimento alla sciagurata decisione di Napoleone Bonaparte, nel 1812, di attaccare la Russia.
(La Verità, 20 febbraio 2025)
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Non è elegante commentare con un "l'avevo detto", ma davanti al fiume di stupidità che sono state diffuse su questo argomento negli ultimi anni da media compiacenti, si sente adesso l'esigenza di reagire, anche per contrastare quel fenomeno di dissonanza cognitiva che porta gli scrittori di quelle sciocchezze, alcuni dei quali anche in siti pro-Israele, a sperare che non siano ricordate e sottolineate. Ripresentiamo allora due articoli pubblicati sul nostro sito poche settimane dopo l'inizio di questa stupida guerra, che tra l'altro si è rivelata, e forse si rivelerà sempre di più, un elemento pesantemente negativo per la causa di Israele. M.C.
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Il suicidio dell’Europa, le armi e il suo silenzio
di Donatella Di Cesare
La parola Occidente, in questi giorni così spesso evocata, ha un significato articolato nelle diverse epoche. Non indica un sistema di valori, una forma politica, un modo di vivere. Occidente è l'orizzonte a cui guardavano i greci: la costa italiana, il continente europeo, una futura epoca nella storia del mondo. Nel periodo tra le due guerre mondiali i filosofi hanno pensato il destino dell'Occidente non come un tramonto, bensì come un passaggio: nel buio della notte europea non c'era solo morte e distruzione, ma anche la possibilità di salvezza. L'Occidente era l'Europa, l'Europa era l'Occidente. In questa prospettiva, che oggi - con un giusto accento critico - si direbbe eurocentrica, ciò che era oltre l'Atlantico, Inghilterra compresa, non era occidentale. Dopo il 1945, il baricentro della Storia passa dal continente europeo a quello americano. Anche la parola "Occidente" cambia significato designando l'American Way of Life, lo stile di vita americano e tutto ciò che, tra valori e disvalori, porta con sé. L'Europa si uniforma, più o meno a malincuore. Se non altro per non perdere il nesso con l'Occidente di cui è stata sempre il cardine. Quel che avviene in questi gravissimi giorni, dietro il millantato nuovo scontro di civiltà, è un'autocancellazione dell'Europa, che rinuncia a se stessa, alla propria memoria, ai propri compiti. Il 2022 segna l'ulteriore, definitivo spostamento, l'apertura di una faglia nella storia del Vecchio continente. L'Europa tace, sovrastata dai tamburi di guerra dell'Occidente atlantico, a cui sembra del tutto abdicare. L'algida figura di Ursula von der Leyen, questa singolare, inquietante comparsa, che spunta di tanto in tanto per annunciare "nuove sanzioni alla Russia", compendia bene in sé un'Europa cerea e spenta, incapace di far fronte a una crisi annunciata. Possibile che dal 2014 non si sia operato per evitare il peggio? Possibile che tra dicembre e febbraio non esistesse un margine per impedire l'invasione? Possibile vietarsi l'autorità di mediare per la pace? Si tratta di una vera e propria catena di errori politici imperdonabili, di cui i cittadini europei dovranno nel futuro prossimo chiedere conto a chi ora ha ruoli decisionali. Come se non bastasse, il silenzio fatale dell'Europa è squarciato dalle sguaiate provocazioni di Boris Johnson, il promotore della Brexit, e dalle temerarie parole di John Biden, forse uno dei peggiori presidenti americani. Il suicidio dell'Europa è sotto gli occhi di tutti. Ed è ciò che ci angoscia e ci preoccupa. Perché riguarda il futuro nostro e quello delle nuove generazioni. D'un tratto non si parla più di Next Generation Eu - nessun cenno a educazione, cultura, ricerca. All'ordine del giorno sono solo le armi. C'è chi applaude a questo, inneggiando a una fantomatica "compattezza" dell'Europa. Quale compattezza? Quella di un'Europa bellicistica, armi in pugno? Per di più ogni Paese per sé, con la Germania in testa? Non è questa certo l'Europa a cui aspiravamo. In molti abbiamo confidato nelle capacità dell'Unione, che aveva resistito alle spinte delle destre sovraniste e che sembrava uscire dalla pandemia più consapevole e soprattutto più solidale. Mai avremmo immaginato questa deriva. La faglia che si è aperta nel vecchio continente, in cui rischia di precipitare il sogno degli europeisti, è anche la rottura del legame che i due Paesi storicamente più significativi, la Germania e Italia, hanno intessuto con la Russia. Chi si accontenta di ripetere il refrain "c'è un aggressore e un aggredito", ciò che tutti riconosciamo, non si interroga sulle cause e non guarda agli effetti di questa guerra. C'è una Russia europea oltre che europeista. Nella sua storia la Russia è stata sempre combattuta tra la tentazione di avvicinarsi al modello occidentale e il desiderio di volgersi invece a Est con una ostinata slavofilia, testimoniata, peraltro, nell'opera di Dostoevskij. Durante la Rivoluzione bolscevica prevalse l'apertura per via dell'internazionalismo. Se Stalin cambiò rotta, la fine dell'impero sovietico segnò il vero punto di svolta. In quella situazione caotica andò emergendo la corrente nazionalistica che aveva covato sotto la cenere. Putin è il portato sia di questo nazionalismo, fomentato anche dal pensatore dei sovranisti Aleksandr Gel'evi Dugin, sia di una frustrata occidentalizzazione. Ma a chi gioverà una Russia isolata, ripiegata su di sé, rinviata a orizzonti asiatici? In un'immagine suggestiva che ricorre in Nietzsche, in Valéry, in Derrida, l'Europa appare un piccolo promontorio, un capo, una penisola del continente asiatico. Nessuno ha mai potuto stabilire dove sia il suo confine a Est. Ma certo ha sempre avuto il ruolo di testa, di cervello di un grande corpo. È stata il lume, la perla preziosa. Ci chiediamo dove sia finita.
(il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2022)
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“Mai avremmo immaginato questa deriva”, dice l’autrice che, come molti altri, non aveva capito che l’ardore antisovranista non andava a favore di un’immaginaria Europa, ma serviva a colpire residui di sovranità nazionale a favore di un globalismo finanziario internazionale mercificato, corrotto e disgregatore non solo delle unità nazionali, ma di ogni aggregazione sociale, storica, familiare che abbia radici culturali e quindi sia di ostacolo all’espansione di questo nuovo flagello mondiale che, come Attila, “dove passa lui non cresce più neanche un filo d’erba”. Il nostro mediocre capo di governo è una semplice pedina di questo gioco; il suo grado di autonomia decisionale è pari a quello dei commessi in un grande magazzino. Rinfocola la guerra invitando la nazione a parteciparvi e lo dice in mezzo all’applauso allucinante dei parlamentari. Se da Vicenza, per esempio, dovessero partire armi per combattere i russi, nessuno si sorprenda se poi per impedirlo Putin ci invia qualche missile a domicilio. La guerra è guerra. E noi siamo con gli ucraini senza se e senza ma, come dice il nostro capo-regia di governo, quindi se muoiono loro, gli ucraini, bisognerà pur far vedere in qualche modo che siamo pronti a morire anche noi. E i parlamentari lo faranno. Lo faranno al grido di “Viva la Nato!” M.C.
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L’oscurantismo verso la Russia ci annienterà
Mentre la narrazione a senso unico e i guerrafondai da salotto gettano benzina. sul fuoco, l'Italia va incontro a una crisi devastante. Le sanzioni sono infatti un boomerang che condanna la nostra economia. E compromettono per sempre le relazioni con il Cremlino.
di Silvana De Mari
In guerra la prima vittima è la verità. Ognuna delle parti in causa sta evidentemente facendo propaganda. Questo il motivo per cui ascoltare una sola delle due parti è la ricetta perfetta per il disastro, anche perché impedisce di accorgersi che in tutti i conflitti, con pochissime eccezioni, non ci sono solo in gioco due contendenti, ma anche altre entità che hanno interesse a buttare benzina sul fuoco e a danneggiare entrambi, addirittura a sacrificare cinicamente migliaia di vite incentivando la guerra. E’ evidente, a chiunque non sia in malafede, che lo stesso Occidente che ha ottusamente ignorato le violenze che dal 2014 hanno insanguinato le regioni russofone dell'Ucraina, nutre la volontà di destabilizzare la Russia impedendo un negoziato che per essere accettabile deve permettere a tutti di salvare la faccia. L'impressione è che molti siano assolutamente disposti a sacrificare il popolo ucraino, del quale in realtà non importa niente a nessuno, malamente definito un popolo di badanti e amanti da una giornalista della tv pubblica. Le condizioni elencate per il cessate il fuoco, vale a dire il riconoscimento della Crimea, il riconoscimento delle repubbliche del Donbass e la neutralità dello Stato ucraino, sono accettabili e vale la pena di accettarle immediatamente. E’ stato impressionante assistere a come l'Occidente abbia cortesemente ignorato 14.000 morti. Come un Occidente che ha fatto la guerra contro il nazifascismo abbia serenamente sorvolato sulle svastiche del battaglione Azov, sulle violenze inaudite ai civili, l'assassinio del giornalista Andrea Rocchelli che ne aveva raccontato gli orrori. E’ stato impressionante vedere come l'Occidente pacifista ritenga di risolvere i conflitti inviando armi a una delle parti in causa. E stato impressionante vedere come l'Occidente abbia rinnegato in pochi istanti tutte le regole decenti della guerra. Le regole decenti della guerra ci dicono che i canali devono restare aperti. Lo sport, l'arte, la musica, la letteratura, i libri per ragazzi, il gatto alla competizione sono canali che devono restare aperti. Il divieto di partecipare alle Olimpiadi ad atleti disabili che si sono preparati per quattro anni, le violentissime aggressioni a cittadini di origine russa nelle strade e a studenti di origine russa nelle scuole, il blocco di artisti, cantanti dimostra una sola cosa: il terrore di ascoltare la verità, che qualcuno pronunciasse parole come massacro di Odessa, per esempio, oppure missili nucleari a quattro minuti da casa mia, oppure svastica, oppure battaglione Azov. Ho provato una vergogna infinita ascoltando le parole con cui quello che dovrebbe essere il ministro degli Esteri del mio Paese ha insultato il presidente della Federazione russa. Sono parole ignobili e oltre che ignobili sono ridicole, immensamente ridicole, e hanno trasformato l'Italia in una nazione ridicola che non sarà mai più invitata a un tavolo di trattative. Il ridicolo avvolge l'Italia. Abbiamo spezzato le reni alla Russia portando il carburante a un costo tale che non possiamo che diventare una nazione irreversibilmente miserabile, che sarà definitivamente annientata dal dover restituire i soldi che abbiamo preso a prestito per sperperarli in vaccini o cosiddetti tali, in regole di allontanamento dal lavoro che hanno distrutto l'economia e nell'assistenza a profughi che non spettano a noi (non confiniamo né con l'Ucraina né con la Nigeria) e che incentiviamo ad aumentare, sia noi che l'Europa, facendo tutto il possibile per incarognire la guerra. Con l'aumento del prezzo del carburante dobbiamo implementare il nostro vocabolario e imparare la parola stagflazione, che fonde due termini antitetici, stagnazione e inflazione. L'inflazione in genere favorisce la ripresa economica. La stagnazione stabilizza la moneta. Noi riusciremo ad averle entrambe, come è successo alla Germania dopo il trattato di Versailles, come è giusto che sia, perché anche noi abbiamo perso una guerra. Abbiamo perso le elezioni, permettendo di andare al governo a una classe politica che non è inadeguata, è perfettamente adeguata a distruggerci. Se anche, come non è impossibile, la guerra finirà domani o la settimana prossima, la situazione italiana non migliorerà di nulla perché le dichiarazioni del ministro Di Maio e gli atti di Draghi ci mettono in una pessima condizione rispetto alla Russia, che non avrà più rapporti con noi. Dichiarare il capo di Stato di un'altra nazione un animale o peggio è un atto di guerra, ed è stato affidato a un giovane gravemente impreparato, già venditore di bibite, che non ha la capacità di rendersene conto. Le sanzioni sono un atto di guerra. Sequestrare i beni a cittadini russi danneggerà l'economia della Costa Smeralda, ed è un atto di guerra, oltre a essere un atto di assoluta illegalità che prepara la strada a tutti noi. Come già successo in Canada, potremo continuare a possedere beni, che ingenuamente riteniamo nostri, fino a che non sgarriamo. Le università Bicocca e Luiss si sono impegnate in una strenua guerra a chi è il più ridicolo del reame. Forse vince la Bicocca. La Luiss ha fatto censura politica, come peraltro fanno le università del mondo da anni. Le università ormai sono il luogo dell'assassinio del pensiero libero. La Bicocca ha fatto centro anche per il livello di cultura chiedendo di affiancare a Dostoevskij anche scrittori ucraini. Per anni è stata una festa andare alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna. Ho ascoltato bellissime conferenze. Ho tenuto bellissime conferenze. Era una fiera piena di colori, piena di storie, piena di speranze. Sono diversi anni che non vado più. La Fiera del libro di Bologna è diventata sempre più piatta, sempre più assurdamente noiosa, rinchiusa in un conformismo totale. La parola inclusione è stata ripetuta fino alla nausea. La letteratura per ragazzi purtroppo è sprofondata di nuovo nel suo dannato vizio del conformismo più becero. La letteratura per ragazzi è stata imbarazzante sotto Hitler, è stata imbarazzante sotto Stalin, è stata imbarazzante sotto Mussolini. Adesso di nuovo imbarazzante. Predominano gli studi di genere, una boiata pazzesca, vale a dire la menzogna che maschi e femmine siano simili, intercambiabili, che senso sia un'opinione e i cromosomi non debbano avere più importanza nelle decorazioni sulle torte di compleanno. Ora, dopo aver squittito la parola inclusione in maniera ossessiva, dopo averti spiegato che osare avere il senso del peccato è un crimine contro l'umanità, la Fiera del libro di Bologna caccia gli autori russi e si affianca al linciaggio del russo che in quanto russo è malvagio, dando quindi la sua santa benedizione al linciaggio degli studenti russi che si affiancano ai non vaccinati nel ruolo del dannato. Torniamo alla prima vittima della guerra, la verità, che deve essere celata perché nessuno faccia caso a chi ci sta guadagnando veramente. Il progetto del Gran Reset che, come dai suoi stessi propugnatori enunciato, aveva guadagnato una formidabile spinta dalla «sfortunata» pandemia, causata da un virus ingegnerizzato chissà da chi e curata a tachipirina e vigile attesa chissà perché, riceverà impulso ancora maggiore dalla sfortunata guerra voluta dall'orso messo con le spalle al muro, con il sacrificio del popolo ucraino, spinto all'atroce ruolo del kamikaze da un presidente che ha dato il meglio di sé quando ballava con i tacchi a spillo, di quello europeo che ne uscirà ammaccato, e di quello italiano che ne uscirà annientato. Ci saranno interruzioni di approvvigionamento che non distruggeranno non solo l'industria, ma anche l'agricoltura e soprattutto l'allevamento. Saremo miserabili e mangeremo insetti ma, ci assicurano, felici.
(La Verità, 17 marzo 2022)
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Egitto e Turchia: nuovi (e vecchi) pericoli per Israele
di Ugo Volli
• Al di là del fronte iraniano
La guerra che il fronte terrorista guidato dall’Iran ha lanciato contro lo stato ebraico il 7 ottobre del 23 è lungi dall’essere terminata, ma Israele ne ha già rovesciato gli equilibri con la distruzione di molte delle forze militari di Hamas e Hezbollah e della difesa antiaerea dello stesso Iran. Ma mentre ancora bisogna finire di piegare questi nemici, e non sarà un lavoro né breve né facile, altri pericoli si affacciano, altre minacce vengono proclamate apertamente. Due sono quelli principali. La prima è la Turchia islamista di Erdogan, affiliata alla Fratellanza Musulmana come Hamas. Da vent’anni almeno, ma oggi più che mai si tratta di un nemico pericoloso, capace di usare ogni occasione per cercare di danneggiare Israele, dalla “flottiglia” 2010 con la Mavi Marmara carica di “innocente” calcestruzzo per Gaza, al finanziamento degli attivisti islamici a Gerusalemme. Oltre che islamista, Erdogan è anche neo-ottomano, impegnato a riportare l’impero turco nei confini dell’Ottocento e anche più in là. Israele per lui in fondo non è Palestina, ma una parte dei domini ottomani che devono essere restituiti alla Turchia: “Gerusalemme è nostra” come dice spesso. Tutto questo si sa da tempo, ma ora il nuovo regime siriano è dipendente dalla Turchia come quello precedente lo era dall’Iran. Esiste cioè una zona di potenziale contatto e di frizione fra Turchia e Israele, che potrebbe prima o poi innescare un conflitto militare con un esercito potente e ben addestrato come quello turco. Già ora secondo il ministro degli esteri israeliano Sa’ar, la Turchia sta facendo da ponte per i finanziamenti e gli armamenti che l’Iran invia per ricostituire la potenza di Hezbollah.
• Le polemiche dell’Egitto contro Israele
Il pericolo più evidente però oggi è l’Egitto, nemico di tante guerre e primo paese arabo a fare la pace con Israele. Benché faccia parte del gruppetto dei “mediatori” fra Israele e Hamas, in questo anno e mezzo di guerra l’Egitto ha spesso espresso ostilità e minacce nei confronti di Israele, riecheggiando la propaganda terrorista. Ha propagato la bufala del genocidio, ha denunciato come un crimine umanitario la liberazione da Hamas di Rafah (dove è stato trovato Sinwar), ha rifiutato di accettare la presenza israeliana nell’asse Filadelfi, minacciando addirittura di intervenirvi militarmente, si è presentato come protettore dei gazawi, pur rifiutando categoricamente di accettarli sul suo territorio. La scoperta di numerosi tunnel attivi sotto il confine, da cui probabilmente i terroristi hanno ricevuto armi, munizioni, materiali per la guerra e per le loro fortificazioni sotterranee ha fatto capire che la dirigenza egiziana (probabilmente addirittura un figlio del dittatore Al-Sisi) era profondamente implicata nei traffici che hanno preparato il 7 ottobre, per ragioni di corruzione, prima che di politica. L’Egitto è stato poi in prima linea per opporsi alle soluzioni del problema di Gaza, per esempio di recente ha promosso una conferenza dei paesi arabi per contrastare la proposta di Trump.
• Il problema militare
Approfittando dei disordini intorno a Gaza, da anni ormai l’esercito egiziano ha ripreso a schierarsi nel Sinai, contro il trattato di pace di Camp David fra Sadat e Begin. Di recente queste violazioni sono diventate più gravi, nel Sinai sono state costruite due grandi basi militari, sono state schierate a poca distanza dal confine israeliano alcune centinaia di carri armati, gli aeroporti militari sono stati ampliati. Del resto da anni è in corso un forte riarmo delle forze armate egiziane, con l’acquisto di carri, missili, aerei avanzati di provenienza cinese, con un costo fra l’altro assai difficilmente compatibile con lo stato disastroso dell’economia egiziana. È vero che l’Egitto ha dei contenziosi molto gravi con i suoi vicini meridionali Sudan e Etiopia per questioni di divisione delle acque del Nilo e rivalità territoriali, ma le nuove armi sono state schierate al confine con Israele, non al sud. Negli scorsi giorni sono circolate in rete foto e filmati di manovre di carri e di aerei leggeri molto simili a quelli usati da Hamas nel suo attacco del 7 ottobre (rispetto a cui è difficile non chiedersi chi glieli ha forniti se non proprio l’Egitto). Sono girati anche dei video d’animazione con missili egiziani che distruggono la centrale nucleare di Dimona; politici egiziani hanno pubblicamente proclamato il prossimo arrivo delle loro armate a Tel Aviv in 24 ore di combattimenti.
• Il silenzio di Israele
Di fronte a tutte queste violazioni e minacce, Israele non ha reagito fino a una protesta dell’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter indirizzata al governo americano in quanto garante degli accordi di Camp David: un atto comunque molto misurato e diplomatico, che non ha coinvolto le alte cariche dello Stato, né si è tradotto in movimenti di truppe o preparazione di mosse militari. Chi ricorda l’attacco egiziano di sorpresa a ottobre del 1973 che iniziò la guerra del Kippur (e sono molti in Israele) teme giustamente che governo ed esercito israeliano possano essere vittime di un’analoga distrazione.
• Il calcolo israeliano
Quello dell’attacco a tradimento è un timore non irragionevole; ma probabilmente l’atteggiamento israeliano deriva da un calcolo attento. Lo si può riassumere così: le forze armate egiziane, benché molto rafforzate, sono assai inferiori a quelle israeliane, innanzitutto nel fattore decisivo del dominio dell’aria. L’Egitto dipende da Israele oggi per una serie di forniture (innanzitutto il gas) e vive di aiuti americani e sauditi che certo gli sarebbero ritirati in caso di attacco non giustificato a Israele. Lo Stato ebraico ha bisogno di isolare il più possibile l’asse del male promosso dall’Iran e non ha certamente interesse a spingergli vicino l’Egitto aggiungendo un ottavo fronte ai sette su cui già combatte. D’altro canto l’Egitto non ha tradizioni di amicizia con l’Iran ed è il più danneggiato dalla pirateria degli Houti che, guidati e armati dall’Iran, hanno dimezzato il traffico attraverso il Mar Rosso e dunque attraverso il Canale di Suez: una fonte essenziale del suo bilancio. Infine non avrebbe nessun senso militare unirsi adesso a uno schieramento sconfitto sul campo (Hamas e Hezbollah) quando l’esercito israeliano riceve tutti i rifornimenti e l’appoggio che gli serve grazia a Trump.
• La scommessa di Al-Sisi
Bisogna insomma supporre che le mosse di Al-Sisi siano propagandistiche e dirette al suo difficile pubblico interno. Non vi è simpatia da parte sua e del suo gruppo per Gaza, neppure la compassione che indurrebbe a ospitare qualcuna delle “vittime della guerra”. Al contrario Hamas è un braccio di quella Fratellanza Musulmana nemica di Nasser e del nazionalismo egiziano che ha brevemente governato il paese dopo la “primavera araba” ed è stata estromessa proprio da Al-Sisi con un colpo di stato nel 2014. Si tratta insomma dei peggiori nemici del regime che però hanno ancora una base popolare, soprattutto sulla retorica anti-israeliana, che non è stata affatto bloccata dalla “pace fredda” conservata per quarant’anni dopo la morte di Sadat. E probabile che Al-Sisi agisca per compiacere la sua piazza e provare a recuperare popolarità nel mondo arabo fra coloro -e sono tanti – che non sopportano gli ebrei nonostante le convenienze economiche e politiche. Ma solo il futuro ci potrà dire se questa è davvero la sua scommessa.
(Shalom, 19 febbraio 2025)
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Tentativo “poco ortodosso” del movimento ultraortodosso
Il movimento Chabad cerca di influenzare il conflitto in Israele con “prediche” in arabo!
Il gruppo ebraico ultraortodosso “Chabad” ha intrapreso un tentativo molto poco ortodosso e inaspettato di influenzare il conflitto qui in Israele.
Il gruppo si rivolge ai musulmani in arabo e li esorta a cambiare il loro comportamento e a seguire i sette “comandamenti noachici”. Queste sette leggi sono tratte dai saggi rabbinici suò primo libro della Genesi, in particolare dal capitolo 9. Per quasi 2000 anni i rabbini le hanno considerate come standard minimo per i non ebrei, poiché tutti gli esseri umani discendono da Noè (cfr. Atti 15:20).
Nell'ambito delle campagne a sostegno della guerra, Chabad “evangelizza” attraverso il sito web 7for70.com, affigge manifesti in arabo nei luoghi di passaggio dei musulmani e pubblica video in arabo su un canale YouTube
Di seguito una traduzione colloquiale del colorato
poster che è stato recentemente visto vicino alla stazione principale degli autobus di Beersheba.
Ciao a tutti, svegliatevi! È ora di cambiare le cose: seguire le 7 leggi dei figli di Noè, come scritto nella Torah.
- Credete in un solo Dio.
- Non maledite Dio.
- Non potete uccidere. Chi uccide finirà all'inferno.
- Non potete violentare.
- Non potete rubare.
- Non potete mangiare parti di animali mentre l'animale è vivo.
- Create un sistema di diritto e giustizia.
Abbassate le armi e smettete di combattere, perché il mondo non è una giungla piena di idioti. Preparatevi e pentitevi, affinché il mondo possa migliorare.
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Questo poster è stato visto di recente a Beer Sheva: Chabad predica agli islamisti in arabo - per porre fine alla guerra.
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Molti pensano che in questo modo Chabad si sia guadagnato un riconoscimento. Si sforzano di influenzare le opinioni dei musulmani inclini alla jihad e ritengono che le persone siano in grado di pentirsi e cambiare.
L’ebreo israeliano medio però vorrebbe che anche gli ultraortodossi dessero il loro contributo alla guerra, prestando servizio nell'esercito israeliano e non usando lo studio delle Scritture come legittimazione per evitare il servizio militare.
(Israelnetz, 19 febbraio 2025)
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Il rebranding di Hamas: intervista a Eran Lahav
di Giovanni Giacalone
L’accordo sugli ostaggi in corso tra Israele e Hamas, fortemente sostenuto dalla presidenza di Donald Trump, sembra reggere finora, nonostante le numerose difficoltà riscontrate durante tutto il processo.
Un aspetto che non è certamente passato inosservato è l’orrendo spettacolo che Hamas mette in scena ogni volta che vengono liberati degli ostaggi, con tanto di palco, slogan e umiliazioni nei confronti di chi viene liberato. Tutto questo fa chiaramente parte di una complessa strategia di propaganda che Hamas sta sfruttando per cercare di riguadagnare credibilità e sostegno tra i palestinesi dopo aver causato, con l’eccidio del 7 ottobre 2023, la distruzione di Gaza. E non solo, perché Hamas sta anche cercando di rilanciarsi per i suoi seguaci in tutto il mondo.
La questione è in realtà molto più complessa di quanto sembri, e non si tratta solo di propaganda fine a se stessa. Per capire meglio di cosa si tratta, L’Informale ha deciso di parlare con Eran Lahav, ricercatore senior presso l’Israel Defense and Security Forum-IDSF ed esperto di jihad globale e proxy del terrore iraniano.
- Abbiamo visto come, ogni volta che Hamas libera degli ostaggi, allestisce un palcoscenico e trasforma il fatto in un orribile spettacolo di propaganda. Cosa c’è dietro tutto questo?
Dobbiamo capire che Hamas ora sta cercando di ottenere potere, e un modo per farlo, attraverso questo accordo, non è solo cercare di reclutare nuovi uomini per i suoi ranghi, ma anche di rinnovare la propria sigla. Questo perché Hamas è stata pesantemente criticata dagli stessi palestinesi perché avrebbe causato la nuova “Nakba” a Gaza, che ora è un ammasso di rovine dopo la campagna militare. Hamas si è anche resa conto che l’organizzazione adeso è più debole dopo che abbiamo eliminato Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh, Marwan Issa, Mohammad Deif; quest’ultimo ha avuto un grande impatto sulle Brigate al-Qassam, è sicuramente una figura simbolica, una specie di Bin Laden per gli attivisti di Hamas.
A causa di queste eliminazioni, Hamas aveva bisogno di aumentare la motivazione tra la gente, non solo tra gli attivisti. Pertanto, stanno usando i cessate il fuoco e l’accordo sugli ostaggi per rinnovare la propria sigla e costruire una narrazione nuova.
Ho visto che anche durante la guerra, prima dell’accordo, Hamas stava implementando una nuova narrazione paragonando i nostri ostaggi ai loro terroristi detenuti nelle prigioni israeliane, mettendoli sullo stesso piano. Hanno fatto passare la versione secondo cui Israele ha “rapito” persone innocenti; mentre questi prigionieri in realtà sono dei terroristi. La maggior parte di loro ha perpetrato attacchi terroristici in Israele e ucciso molti israeliani. Hamas ha persino sfruttato il dibattito che si stava svolgendo in Israele riguardo alle condizioni degli ostaggi a Gaza, che è stata resa nota dopo il primo accordo l’anno scorso, e l’ha usata al contrario come se Israele stesse perpetrando le stesse atrocità compiute da Hamas (come gli stupri, le torture ecc.) contro i terroristi detenuti.
Hamas ritiene che la fine della guerra sia vicina e ora sta costruendo una narrazione sulla vittoria per contrastare le accuse di avere provocato una nuova “Nakba” a Gaza e per giustificare il “Diluvio di Al Aqsa” (l’eccidio del 7 ottobre). Come si vede sui social media, Hamas sta anche presentando l’attacco del 7 ottobre come la prima fase di una campagna più ampia per liberare Gerusalemme dagli ebrei.
- Ciò significa che Hamas non solo non ha intenzione di rinunciare al proprio potere a Gaza, ma vuole anche continuare la guerra contro Israele? Dopotutto, hanno affermato in diverse occasioni che perpetreranno altri attacchi in stile 7 ottobre.
Su uno dei palchi di Hamas durante la liberazione degli ostaggi, c’era un cartello in arabo ed ebraico che diceva “non ci sarà immigrazione se non a Gerusalemme”; era un messaggio chiaro rivolto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump in relazione al piano di ricollocazione. Non solo Hamas non ha intenzione di lasciare Gaza, ma significa anche che non smetterà mai di combatterci e la fine della guerra per loro è conquistare Gerusalemme. Questo fa parte del loro rebranding, per attrarre sostenitori. Mettiamo in conto che io sia un palestinese frustrato che ha sofferto durante la guerra, ma nella mia mente dico “ok, dopotutto è stata una cosa positiva perché ora siamo sulla buona strada per liberare Gerusalemme dagli ebrei”; un altro modo in cui chiamano “al-Aqsa Flood” è “il diluvio dei liberi”; questo è uno slogan. Si tratta di una sofisticata guerra psicologica per conto di Hamas e lo fanno da sempre. Inoltre, Hamas rivendica anche il merito di aver ottenuto la liberazione dei terroristi palestinesi dalle prigioni israeliane grazie all’accordo raggiunto dopo il “Diluvio di Al Aqsa”.
- Hamas crede di potere ancora sopravvivere, giusto?
Sì, Hamas crede di potere sopravvivere e ha la carta degli ostaggi da giocare. La usa il più possibile perché sa che uno dei principi fondamentali di Israele è riportare tutti indietro, non lasciare nessuno indietro. Tuttavia, Hamas sa anche che una volta finita la guerra potrebbe finire in una trappola, con Israele e gli Stati Uniti che aspettano il termine dell’accordo per poi attaccare e sradicare Hamas. Questo non può essere fatto oggi a causa degli ostaggi e se Israele non riesce a riportarli tutti indietro, sarà la più grande “Masada”, il più grande fallimento della nazione e i nostri nipoti verrà tramandato in questo modo. Questo è un punto debole di Israele e Hamas lo sta usando per la propria causa.
- Hamas è disposto a raggiungere un accordo con l’Autorità Nazionale Palestinese per il governo di Gaza?
No. Hamas è in guerra con l’ANP. Parte dell’interesse di Hamas per sopravvivere è governare l’ANP. Per liberare Gerusalemme, devono prendere il controllo della Giudea e della Samaria, per toglierla all’ANP. Sappiamo tutti che l’ANP ha dichiarato di volere governare Gaza dopo la guerra, ma questa è una fantasia; i gazawi non permetteranno mai ad Abu Mazen di entrare a Gaza. Stessa cosa con gli altri funzionari corrotti dell’ANP, non possono entrare.
Hamas ne è ben consapevole e ha un forte sostegno in Giudea e Samaria; vogliono fare come hanno fatto a Gaza nel 2006, prendere il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, che è molto odiata soprattutto tra le giovani generazioni. Hamas sta quindi usando la narrazione della “vittoria” del diluvio di al Aqsa per ottenere sostegno politico perché, in quanto organizzazione islamista, ha bisogno di mostrare di avere potere.
E a proposito, parte del piano di Hamas per la Giudea e la Samaria è di perpetrare un altro 7 ottobre da lì. A mio parere, Israele ha commesso l’enorme errore di pensare che Hamas sia anche un’organizzazione politica oltre che terroristica e sfortunatamente ciò ha portato all’eccidio del 7 ottobre.
- Da dove proviene il sostegno ad Hamas in Cisgiordania?
L’islamismo è più diffuso lì oggi; ci sono persone provenienti da al-Fatah che sono diventate più radicali e si sono unite a gruppi islamisti composti principalmente da giovanissimi cresciuti sotto la corruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese; frequentano le moschee e la maggior parte di questi siti sono gestiti da Hamas e dalla Jihad Islamica Palestinese. Questi ultimi sono le roccaforti dell’Iran in Giudea e Samaria. L’Iran fornisce loro armi e le usa per diffondere propaganda tra i palestinesi. Stanno cercando di fare in Giudea e Samaria quello che hanno già fatto a Gaza.
- Quando pensiamo ad Hamas, spesso lo immaginiamo come un gruppo di terroristi ignoranti ed estremisti islamici che si nascondono sottoterra. Alcuni potrebbero dire, come possono inventarsi una narrazione e una propaganda così sofisticate e complesse? Ma Hamas non è molto più di quello che è percepito?
Assolutamente. C’è l’ala politica, per così dire, che risiede in Qatar ed è formata da terroristi che si sono trasformati in politici. Hamas è ben finanziata da Qatar e Iran, e stanno persino tassando i cittadini di Gaza per gli aiuti umanitari che arrivano nella Striscia dall’estero; usano anche il riciclaggio di denaro, la criptovaluta, l’attività delle fondazioni di beneficenza secondo il metodo della Fratellanza Musulmana.
Zahir Jabarin, che è il leader dell’ala militare di Hamas in Giudea e Samaria (e il sostituto di Saleh el-Arouri, eliminato l’anno scorso in Libano), è un assassino che è stato rilasciato nell’accordo per riavere Gilad Shalit e ora risiede a Istanbul, in Turchia. Jabarin è un esperto nel finanziamento di Hamas. Non è solo incaricato di fornire direttive per gli attacchi, ma è anche fortemente coinvolto nella raccolta fondi per Hamas.
Naturalmente, Hamas è stata gravemente danneggiata dalla campagna militare israeliana, ma l’organizzazione ha ancora diverse opzioni per riprendere il potere. E a proposito, mandare in Turchia i terroristi di Hamas liberati, è un rischio serio perché è lì che si trova una delle basi principali dell’organizzazione.
- Cosa suggeriresti di fare per contrastare la narrazione della vittoria di Hamas?
Dipende dal pubblico a cui vogliamo rivolgerci: se vogliamo parlare alla comunità internazionale, dobbiamo concentrarci su quanto la narrazione di Hamas sia folle e vada contro ogni valore europeo e occidentale. La gente in Occidente non capisce quanto sia assurda. Dovremmo spiegare chi sono veramente i “prigionieri” che vengono rilasciati dalle prigioni israeliane; perché Hamas li ha paragonati ai nostri ostaggi, dicono che li abbiamo rapiti noi, ed è una cosa molto intelligente da dire, perché la maggior parte delle persone non è consapevole della differenza e potrebbe cascarci.
Prendiamo le immagini di bambini che indossano le fasce di al-Qassam e portano armi, fianco a fianco con i terroristi Nukhba e cantano lo slogan “Khaybar Khaybar ya Yahud”, uno slogan di protesta coniato dal fondatore di Hamas Ahmed Yasin negli anni ’80 e che fa riferimento alla battaglia di Khaybar del 628 d.C., iniziata dopo che Maometto marciò con un grande esercito musulmano e assediò Khaybar, un’oasi che ospitava una comunità ebraica. È così che Hamas cresce i suoi figli. Corrisponde ai valori europei? È così che si vogliono fare crescere anche i propri figli in Occidente?.
Nel mondo arabo-musulmano è più complicato; per esempio, se lo spieghi alla gente negli Emirati è una cosa, ma se parli con i radicali musulmani in Egitto, allora è una situazione completamente diversa. Questo è solo un esempio.
- C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?
Sì, per quanto riguarda la narrazione di Hamas, l’obiettivo non è solo il rebranding, ma è anche un modo per reclutare nuovi terroristi nelle proprie fila, come ho scritto anche la scorsa settimana.
Credo che lo spettacolo che vediamo ogni sabato quando vengono rilasciati gli ostaggi sia anche una campagna di reclutamento, perché invitano la folla; vedi padri con bambini che scattano foto, come se fosse una specie di carnevale. Questi bambini penseranno che Hamas è il vincitore, che il 7 ottobre è stata una grande vittoria dell’Islam, che Sinwar è il moderno Saladino, e vorranno unirsi e saranno la prossima generazione di terroristi Nukhba. Ammirano i terroristi, si scattano foto insieme a loro, vogliono essere come loro perché pensano che per avere successo bisogna unirsi a Hamas. Con questo spettacolo propagandistico, Hamas sta già ricostruendo il suo esercito per gli anni a venire.
Se prendiamo ad esempio l’Europa, come ha agito l’ISIS? Ha inondato il web di propaganda visiva accompagnandola all’idea di unirsi all’ISIS a combattere per potere essere un buon musulmano. Hamas sta facendo la stessa cosa con i palestinesi. Più impressionante è lo spettacolo visivamente, meglio è, perché attirerà più giovani. Noi pensiamo che sia patologico, ma loro pensano che sia fantastico. È così che ottengono più sostegno, non solo tra i palestinesi, ma anche in tutto il mondo, perché hanno sostegno anche lì.
- Un’ultima domanda. La loro ideologia è chiaramente un’“ideologia di morte” se paragonata ai valori occidentali che vogliono preservare e salvaguardare la vita. Non importa cosa accada, anche se Gaza viene fatta a pezzi, loro continuano a rivendicare la vittoria. Come possiamo contrastare una simile mentalità?
È difficile dire chi sia il vincitore quando le mentalità sono così diverse. Nella loro testa, se sopravvivono ai bombardamenti, all’offensiva militare, allora affermano di avere vinto. È pazzesco, ma non sono gli unici; Hezbollah e altre organizzazioni stanno facendo lo stesso.
Innanzitutto, non è che “vogliono morire”, vogliono in realtà “che tu e io moriamo”. Sinwar voleva vivere, credetemi, ma come altri grandi terroristi, ha convinto i suoi seguaci a suicidarsi in nome dell’Islam, contro gli ebrei o contro “gli occupanti”. Tutti questi “Shahid”, questi terroristi suicidi, sono disposti a morire per la causa dell’Islam. Non glorificano la morte per il gusto di farlo, ma glorificano ciò che sarebbe un bene per la causa, che sia l’Islam, la Palestina o il Califfato. Abbiamo valori diversi e non possiamo capirlo. Tuttavia, dobbiamo imparare a leggere i segnali, perché non ci rendiamo conto che loro pensano in modo diverso.
Se riduciamo il potere di Hamas, possiamo ridurre la motivazione; l’ideologia può sopravvivere ma in modo estremamente ridotto. È quello che è successo con Amal in Libano; era più grande, ma Hezbollah è stato creato con il grande aiuto dell’Iran, molto più di Amal, che alla fine è diminuita rispetto a Hezbollah. Questo è un modo per vincere questa orribile ideologia di cui stiamo parlando, che glorifica la morte e il suicidio per il bene della causa.
(L'informale, 18 febbraio 2025 - Trad. Niram Ferretti)
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Una tedesca-israeliana racconta la sua storia
Il massacro del 7 ottobre 2023 ha reso gli ebrei tedeschi più sospettosi nei confronti degli stranieri. Verena Schulz ha visitato una donna a Francoforte.
di Verena Schulz
In uno dei bellissimi appartamenti antichi di Francoforte sul Meno, Leah serve paste lievitate appena sfornate. I pasticcini sono serviti con una deliziosa salsa a base di yogurt, kefir fatto in casa ed erbe. Leah, che in realtà ha un altro nome, è ebrea e vive in Germania da quasi quarant'anni.
Durante i suoi numerosi viaggi in metropolitana, la tedesco-israeliana ha preso l'abitudine di tenere d'occhio le persone che la circondano. Quando il suo cellulare squilla perché i suoi figli la chiamano, la settantenne è solita parlare in tedesco. Non osa tenere una conversazione in ebraico quando ci sono musulmani in ascolto. Quando i tedeschi sono seduti nelle vicinanze, Leah ha il coraggio di parlare al telefono nella sua lingua madre.
La figlia di Leah vive con la sua famiglia in un condominio nel centro di Francoforte. Qualche tempo fa, uno dei bidoni della spazzatura comuni è stato imbrattato con una svastica. I vicini si sono dimostrati molto solidali con la famiglia ebrea e hanno rimosso il graffito. La figlia di Leah ha deciso di contrastare consapevolmente l'odio con la pace. Insieme ai suoi figli, ha dipinto sul bidone le parole “Amore e pace”, incorniciate da cuori colorati.
Leah è molto soddisfatta della reazione della figlia, ma se fosse stato il suo bidone, non sarebbe stata in grado di affrontare l'odio con tanto coraggio. Avrebbe pensato costantemente a chi potesse essere il colpevole e si sarebbe sentita ancora meno al sicuro come ebrea a Francoforte. Né la sinagoga né la scuola ebraica sono state più protette dal 7 ottobre. La città fornirebbe più personale di sicurezza solo in caso di minaccia acuta. Leah non si sente realmente protetta dalle misure di sicurezza esistenti: Un terrorista con la ferma intenzione di commettere un crimine non sarebbe scoraggiato da esse, ritiene.
• “La sopravvivenza è la nostra vittoria”
Il settimanale “Jüdische Allgemeine” ha recentemente pubblicato un commento sull'attuale liberazione degli ostaggi israeliani, celebrata come una “vittoria” dai terroristi di Hamas. Il giornalista concludeva con un'affermazione impressionante: “La vittoria degli ebrei di tutto il mondo è sopravvivere!”. Leah lo conferma.
Alla domanda su cosa dia agli ebrei la forza di alzarsi e continuare a vivere, l'anziana signora ha una risposta interessante: nell'ebraismo la vita è considerata sacra. Per questo motivo non devono arrendersi e vogliono dimostrare resilienza, indipendentemente dalle circostanze. Anche Leah ha trovato la sua strada: Come educatrice appassionata, lavora instancabilmente per far sì che i giovani e gli anziani conoscano e apprezzino la lingua ebraica.
• Da allevatrice di bestiame da latte a educatrice
È nata come figlia unica ad Ashkelon, una piccola città costiera nel sud di Israele. I suoi genitori erano immigrati in Israele dalla Romania dopo la Seconda guerra mondiale e inizialmente vivevano in una tenda come “pionieri” del Paese. A quel tempo, alle coppie veniva assegnata una casa solo quando aspettavano il primo figlio. Tuttavia, queste case dovevano ancora essere costruite. Il padre di Leah aiutò in diversi cantieri per rendere Israele abitabile.
Poco prima della nascita di Leah, poterono trasferirsi nella loro casetta. Quando nacque la figlia, la madre pensò a come contribuire al mantenimento della piccola famiglia. Essendo lei stessa figlia di contadini, decise di comprare una mucca e di offrire il latte in vendita a tutti i vicini. Il latte divenne presto così popolare che furono acquistate quattro mucche.
Dopo qualche tempo, la famiglia si trasferì in un altro villaggio, dove iniziò a creare un'azienda lattiero-casearia su scala più ampia. Poiché la madre di Leah era nota per la sua meticolosa pulizia, la fattoria si fece presto un nome come la migliore in assoluto. Era anche molto apprezzata dagli ispettori alimentari.
Nonostante il successo dell'attività, Leah voleva che la figlia imparasse qualcosa di “sensato”. Decise quindi di studiare al College of Education di Gerusalemme, dove studiò cucito e artigianato per diventare insegnante.
Dopo la laurea, la giovane donna ha completato i due anni di servizio militare nell'esercito israeliano. Lì non si impara solo a difendere il proprio Paese. Ci si concentra anche sul servire Israele e il suo popolo attraverso varie professioni e abilità.
Il volto di Leah si illumina quando parla di questo importante periodo della sua vita. Ancora oggi, è incredibilmente grata per il percorso che il periodo trascorso nell'esercito ha significato per la sua vita.
• Un'insegnante appassionata
Negli anni '70, molti nuovi immigrati arrivarono in Israele, tra cui molti nordafricani. Questo ha posto il piccolo Paese di fronte a notevoli sfide, poiché questi immigrati erano per lo più famiglie con molti bambini. La maggior parte di loro era analfabeta e aveva ricevuto poca istruzione nel proprio Paese. Per riuscire a farsi strada in Israele, entrambi i genitori dovevano lavorare, mentre i figli erano lasciati a se stessi.
La noia e la mancanza di istruzione spesso li portavano nel vortice della criminalità e della vita di strada. Il ministro della Difesa dell'epoca, Moshe Dajan, era intenzionato a fermare questo spiacevole sviluppo. Da allora, la “ricetta” contro la delinquenza giovanile consisteva nel sostenere i giovani interessati nell'esercito, in modo che potessero uscire dal circolo vizioso.
A Leah, che all'epoca stava svolgendo il servizio militare, fu data la possibilità di dimostrare le sue capacità di insegnante. Ha completato un programma che permetteva ai partecipanti di insegnare ai nuovi immigrati le basi della lingua ebraica. Da quel momento, la giovane insegnante insegnò l'ebraico soprattutto agli ebrei provenienti dal Nord Africa. Il suo volto raggiante dimostra quanto questa esperienza significhi ancora oggi per lei.
I giovani nuovi immigrati dovettero innanzitutto imparare che la loro vita quotidiana sarebbe stata strutturata e che avrebbero dovuto assumersi la responsabilità della propria vita. Ma Leah è riuscita a costruire un buon rapporto con loro. Con molti di loro è rimasta amica anche dopo il periodo di apprendimento insieme.
Guardando indietro, l'insegnante vede il suo servizio militare come molto formativo per il resto della sua vita. Da un lato, lavorare con giovani analfabeti e con i loro genitori le ha permesso di espandere il suo potenziale pedagogico e di crescere di fronte alle difficoltà. Durante il servizio militare ha anche incontrato il suo futuro marito. Dopo sei mesi sono diventati una coppia.
• Un nuovo inizio in Germania
A causa delle guerre ricorrenti, la vita non era facile per la famiglia, per cui un giorno il marito di Leah espresse il desiderio di trasferirsi in Germania. Specializzato nel settore informatico, gli fu offerta l'opportunità di lavorare per un'azienda vicino a Francoforte. Nel 1987, come famiglia di quattro persone, decisero di ricominciare tutto da capo in Germania. A Francoforte, una terza figlia completò la felicità della famiglia. Leah aveva molti contatti grazie alle figlie e dopo qualche tempo accettò un lavoro come insegnante di ebraico presso la scuola ebraica di Francoforte. Allo stesso tempo, insegnava ad adulti interessati presso il centro di educazione ebraica per adulti.
Ancora oggi, l'anziana signora si diverte a insegnare l'ebraico ai giovani e agli anziani. La sua grande e vera passione sono le persone, come spiega con occhi brillanti. Tratta le persone con apertura e apprezzamento.
Leah frequenta la sinagoga ogni sabato mattina, dove trova pace e tranquillità dopo il trambusto della settimana. Le letture della Torah le danno forza per la vita quotidiana e le piace incontrare amici e conoscenti in sinagoga. Anche trascorrere del tempo con la sua famiglia è una parte importante di ogni Shabbat per Leah. In un momento in cui l'antisemitismo è di nuovo in aumento, la donna ebrea di Israele vive la resilienza in Germania a modo suo. -
Verena Schulz è un'educatrice e vive a nord di Francoforte sul Meno. Ha conosciuto Leah quando suo marito ha preso lezioni di ebraico con lei.
(Israelnetz, 19 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La diplomazia del pedale unisce Emirati e Israele
Emirati Arabi Uniti e Israele hanno firmato il loro “accordo di Abramo” nel settembre del 2020. Ma qualche segno di “distensione” tra i due paesi si era già registrato alcuni mesi prima, in febbraio, quando l’unica squadra professionistica israeliana di ciclismo aveva partecipato alla seconda edizione dell’UAE Tour. Diplomazia dello sport, ci fu chi scrisse allora. In ogni caso da quell’anno la Israel-Premier Tech (IPT), che allora si chiamava Israel Start-Up Nation, è una presenza fissa alla manifestazione sportiva emiratina. Quest’anno con un valore aggiunto ulteriore, visto che nella settima edizione della corsa in svolgimento in questi giorni, con arrivo previsto per domenica ad Abu Dhabi, è capitanata per la prima volta da un atleta israeliano. Si tratta del campione nazionale Oded Kogut, 24 anni, detentore del titolo sia nella prova in linea che in quella a cronometro. Una presenza che non è passata inosservata, salutata con amicizia tra gli altri da Aref Hamed Al Awani, segretario generale dello Abu Dhabi Sports Council, che ha posato con il ciclista per una foto emblematica della normalizzazione dei rapporti.
«Abbiamo gareggiato qui per la prima volta cinque anni fa, sei mesi prima che Israele e gli Emirati Uniti firmassero gli Accordi di Abramo. Già allora abbiamo ricevuto un caloroso benvenuto e ricordo i bambini in fila per prendere una bottiglietta d’acqua con la scritta Israele», ha dichiarato in una nota il proprietario del team israeliano, l’imprenditore e mecenate Sylvan Adams. Per Adams, «la nostra presenza qui, con maglie biancazzurre a rappresentare Israele in un paese arabo, simboleggia l’amicizia, l’unità e il potenziale dello sport nell’unire le persone».
(moked, 18 febbraio 2025)
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Chi stabilisce cosa è realistico?
Un'ampia maggioranza della popolazione israeliana (68%) è favorevole al piano del presidente statunitense Donald Trump di reinsediare i palestinesi dalla Striscia di Gaza.
di Aviel Schneider
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Palestinesi che camminano da sud a nord attraverso la Valle di Gaza sulla strada al-Rashid nella regione di Nuseirat il 13 febbraio 2025.
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GERUSALEMME - Il piano di Trump gode del pieno sostegno popolare, ma il problema è che il governo e l'apparato di sicurezza di Israele sono più scettici. Dal loro punto di vista, questo piano non è realistico - solo alcuni ministri la pensano come Bezalel Smotrich e il suo collega Itamar Ben-Gvir. Forse, ma chi decide cosa è realistico? Ben-Gvir. Netanyahu. Al-Sisi. Trump. Lapid. Gli europei. Gli arabi. Io o tu? Chi? Anche la rinascita di Israele non era realistica più di cento anni fa, eppure la promessa biblica si è realizzata. Anche la riunificazione di Gerusalemme nel 1967 è stata un miracolo e prima non era realistica. Ma questo è avvenuto durante la Guerra dei Sei Giorni. Ciò che è irrealistico e realistico spesso dipende da noi.
Pochi giorni fa, una megattera ha inghiottito un kayaker sulla costa del Cile - e lo ha risputato fuori. Un uomo si è trovato improvvisamente nella bocca di una balena, proprio come nella storia biblica di Giona. La storia “irrealistica” della Bibbia diventa improvvisamente realistica, perché ora è possibile vederla dal vivo nella clip.
Quando Donald Trump ha insistito per spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme durante il suo primo mandato, il governo di Gerusalemme ne era un po' spaventato. Nei discorsi politici se ne parlava a vanvera, ma la maggior parte del Paese credeva davvero che un trasferimento fosse piuttosto irrealistico a causa delle minacce arabe. All'epoca, Benjamin Netanyahu governava il Paese ed era scettico, temendo che una terza guerra mondiale sarebbe scoppiata contro il piccolo Stato ebraico a seguito di questa mossa.
Per anni, i governi israeliani hanno chiesto ai Paesi di spostare le loro ambasciate a Gerusalemme, ma nessuno ha risposto. Poi, all'improvviso, un Trump prende il caso in modo realistico e sposta il simbolo degli Stati Uniti dalla città costiera a Sion. Perché ne parlo? Perché mi ricorda il piano “irrealistico” ma folle di trasferire altrove i 2 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza. Sarò onesto: si tratta della stessa follia irrealistica dello spostamento dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme, della riunificazione di Gerusalemme e della rinascita di Israele.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha proposto un piano “controverso” per trasferire la popolazione palestinese dalla Striscia di Gaza ad altri Paesi arabi. L'obiettivo di questo piano è di portare la Striscia di Gaza sotto il controllo degli Stati Uniti e di riqualificare l'area. Trump sostiene che la Striscia di Gaza è praticamente inabitabile dopo anni di conflitto e che il reinsediamento degli abitanti è la soluzione migliore. Un modello completamente nuovo per la striscia tra Israele ed Egitto.
Perché tali proposte vengono sempre immediatamente etichettate come irrealistiche? Solo perché questa proposta incontra un ampio rifiuto da parte degli Stati arabi? L'Egitto e la Giordania hanno rifiutato fermamente l'idea di accogliere i palestinesi su base permanente o temporanea. Hanno messo in guardia sulle conseguenze negative di un tale reinsediamento per la stabilità regionale e il conflitto esistente. I Paesi arabi hanno sottolineato che il reinsediamento della popolazione palestinese non è una soluzione sostenibile e potrebbe esacerbare ulteriormente le tensioni nella regione.
Ancora e ancora il “potrebbe”. Ma la realtà attuale nella Striscia di Gaza non è certo una soluzione e sta già esacerbando le tensioni nella regione. Ho capito una cosa: la realtà attuale nella Striscia di Gaza è più irrealistica del cosiddetto “piano irrealistico” di Trump.
Allora si chiamano subito in causa gli esperti di diritto per ribaltare il piano di Trump. Perché? Perché ritengono che un reinsediamento forzato della popolazione palestinese possa essere considerato un potenziale crimine di guerra. La comunità internazionale ha reagito con indignazione al piano di Trump perché potrebbe violare i principi fondamentali del diritto internazionale.
Ancora una volta, un “potrebbe” definisce tutto come irrealistico. A tutti piace sempre parlare con grandi parole di “principi di diritto internazionale” - e che dire del principio molto semplice di risolvere il problema della Striscia di Gaza ora e subito e qui, non importa come?
Persino l'ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti negli Stati Uniti, Yousef Al Otaiba, dice che il piano di Trump di reinsediare i palestinesi dalla Striscia di Gaza “è duro ma inevitabile e che non conosce altre soluzioni”.
E cosa succederà se Israele, insieme agli americani, si preparerà all'emigrazione volontaria dei palestinesi? Dopo tutto, è stato Trump a martellare instancabilmente la “pazza idea” nella testa della gente, spingendo anche il governo israeliano in questa direzione, sebbene sia in parte scettico.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha condiviso i dettagli sullo stato di avanzamento del piano di Trump di trasferire i civili da Gaza in altri Paesi, affermando che è fattibile. Smotrich, che è anche membro del Gabinetto di Sicurezza, ha dichiarato in un'intervista sabato sera: “Il nostro team, insieme a quello del Presidente degli Stati Uniti, ha iniziato i preparativi”.
E ha continuato: “Ci sono due aspetti che devono essere implementati: In primo luogo, occorre trovare Paesi disposti ad accogliere i palestinesi. In secondo luogo, è un'operazione logistica enorme far uscire da Gaza un numero così elevato di persone”.
Quando gli è stato chiesto se pensava che il piano fosse fattibile, ha risposto: “Certamente. Penso che la maggioranza lo voglia”. E ha aggiunto: “Spero che questo processo inizi nelle prossime settimane. Anche se all'inizio sarà lento, gradualmente accelererà”. Per i palestinesi di Gaza non ci sarà nulla per cui valga la pena rimanere nei prossimi 10-15 anni. Dopo il ritorno alla guerra, l'intera Striscia di Gaza assomiglierà alla distrutta Jabaliya. Allora non ci sarà più nulla da cercare lì”.
Israele monitorerà l'intero processo, dall'uscita dalla Striscia di Gaza all'arrivo nel Paese terzo. Ci saranno tre modi per lasciare il Paese:
- via terra attraverso il valico di frontiera di Kerem Shalom.
- Per via aerea attraverso l'aeroporto israeliano Ramon, a nord di Eilat.
- via mare attraverso il porto israeliano di Ashdod.
Verrà creato un sistema di trasporto per portare coloro che desiderano partire ai valichi di frontiera, dove le infrastrutture saranno adattate per accogliere migliaia di persone alla volta. Il piano è in linea con le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha ribadito la sua intenzione di trasferire permanentemente i palestinesi dalla Striscia di Gaza - in Egitto, Giordania e forse in altri Paesi. “Gaza sembra un inferno”, ha detto Trump. “Se i palestinesi hanno un bel posto dove andare, ci andranno”.
Naturalmente, si può condannare tutto al fallimento fin dall'inizio e presentarlo come impossibile e irrealistico. Ma perché non provare questo modello e aprire le frontiere ai palestinesi per un reinsediamento volontario? Negli ultimi mesi, vi abbiamo mostrato diversi video e clip nel canale Telegram in cui i palestinesi implorano pubblicamente davanti alla telecamera: “Trump e Bibi, aprite le frontiere e tutto il resto accadrà da solo. Vogliamo reinsediarci”.
Se non crediamo nella soluzione del “caso Striscia di Gaza”, allora tutto rimarrà così com'è. L'esodo biblico dall'Egitto - 40 anni attraverso il deserto - verso la Terra Promessa era altrettanto irrealistico. Ma il leader di allora, Mosè, ne era convinto e cancellò il “non” davanti a “realistico”. Grazie a lui e alla sua fede, l'impossibile poté essere realizzato. Il popolo d'Israele non rimase bloccato nella cattività egiziana. Vorrei lo stesso per i palestinesi della Striscia di Gaza: godere della libertà - liberi dal brutale regime di Hamas e liberi dalla prigione di Gaza, come loro stessi la chiamano. Perché deve sempre sembrare irrealistico?
(Israel Heute, 18 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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E’ convincente il richiamo all’esodo biblico dall’Egitto? E’ grazie a Mosè che Israele è entrato nella Terra Promessa? è grazie alla sua fede in irrealistici miracoli? è per la sua fede che sono avvenuti quei dieci miracoli che hanno distrutto il Faraone e poi anche il suo esercito? Ma ha letto bene la Bibbia, l’autore di questo articolo, il direttore di Israel Heute? Perché non nomina mai Dio, in nessuna forma verbale? Eppure nel testo dell’Esodo ogni piaga che colpisce l’Egitto comincia con la frase: “E l’Eterno disse a Mosè”. Perché, oltre al riferimento alla fede di Mosè, non si dice in Chi Mosè aveva posto la sua fede, e quali ordini aveva ricevuto, e in quali promesse era stato invitato a credere? Desiderare, o sperare, o credere nei miracoli di Dio senza voler davvero conoscere chi Egli sia, e che cosa ha detto, e che cosa vuole, è un atteggiamento comune a tutte le religioni pagane. Ma che c’entra Israele in tutto questo? M.C.
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Milano – Un Sefer Torah in ricordo dei soldati caduti
Negli uffici dell’azienda a Milano, la famiglia Meghnagi ha realizzato un piccolo tempio dove alcune persone si riuniscono per pregare durante la settimana. «In genere al massimo siamo una ventina di persone. È un luogo piccolino. Ieri però nel corso della giornata son passate centinaia di persone». Tutte venute per celebrare l’ingresso di un nuovo Sefer Torah, racconta Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano. Un Sefer particolare perché dedicato alla memoria di 840 soldati caduti in Israele dall’inizio della guerra contro Hamas. «L’idea è venuta a mio figlio Michael circa otto mesi fa. Era un momento particolarmente delicato del conflitto e voleva dare un segnale di vicinanza a Israele. Così, assieme ai partner della società, la famiglia Della Rocca e Naman di Roma e Israilovici di Milano, abbiamo realizzato la dedica». Sul Tik, la custodia rigida che protegge il rotolo della Torah, sono incisi i nomi dei soldati caduti all’interno di altrettante stelle di David. «Purtroppo a quella lista sarebbero da aggiungere altri sei nomi. Speriamo non aumenti ancora», commenta Meghnagi. La cerimonia di ieri – in ebraico Hachnasat (ingresso) Sefer Torah – è stata un momento sia di commemorazione sia di gioia, aggiunge il presidente. «L’atmosfera era indimenticabile: si respirava un senso di unità e condivisione. Molte persone presenti hanno avuto l’onore di contribuire alla scrittura del Sefer, anche inserendo solamente un piccolo punto. È stato un momento profondo e toccante».
Ogni Sefer Torah è scritto a mano da un sofer stam (scriba specializzato) su pergamena kasher, utilizzando un inchiostro speciale e una penna d’oca. Tutto deve essere casher, ovvero conforme alle regole della Legge ebraica. Composto da 304.805 lettere, il rotolo deve essere scritto con estrema precisione. Ogni lettera ha una forma codificata e deve essere tracciata senza interruzioni, nel rispetto delle regole della calligrafia ebraica. Spesso, al termine della scrittura, si organizza una cerimonia sotto la guida del sofer per permettere ai membri della comunità di completare l’ultima parte del testo, scrivendo almeno un punto o una lettera. Un gesto simbolico che rappresenta l’unità del popolo d’Israele, poiché ogni ebreo è idealmente connesso alle lettere della Torah, ricorda Meghnagi. «Nel nostro ufficio, ieri pieno di vita e movimento, le persone si sono ritrovate, hanno condiviso, hanno dimostrato quanto sia forte la nostra solidarietà. Il via vai nei corridoi è stato un segno di una comunità viva e coesa, consapevole dell’importanza di sostenere chi combatte per la nostra libertà e la nostra democrazia». Durante la cerimonia è stata organizzata una raccolta fondi per aiutare le famiglie dei caduti.
(moked, 18 febbraio 2025)
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“Rimarremo per sempre migliori amiche”: muore a 96 anni Jacqueline van Maarsen, compagna di scuola e amica di Anne Frank
di Pietro Baragiola
 Il 15 luglio 1942, pochi giorni dopo aver ricevuto il suo celebre diario come regalo di 13° compleanno, Anne Frank ha scritto che una compagna di classe conosciuta da poco era già diventata la sua ‘migliore amica’.
Questa ragazza era Jacqueline van Maarsen e, lo scorso giovedì 13 febbraio, si è spenta all’età di 96 anni. A darne la notizia è stato il team della Casa di Anne Frank, il noto museo di Amsterdam.
“Abbiamo sempre potuto contare su Jacqueline anche quando era già in età avanzata” ha raccontato il portavoce del museo nel comunicato stampa rilasciato venerdì. “Tra le diverse iniziative in cui ha messo il cuore ricordiamo quella del 12 giugno 2019 quando, in occasione del 90° anniversario dalla nascita di Anne, Jacqueline si è recata nella vecchia casa dei Frank per rendere omaggio alla sua cara amica e raccontare ai giovani cosa significa davvero essere una sopravvissuta alla Shoah.”
• L’amicizia con Anne
Jacqueline van Maarsen è nata il 30 gennaio 1929 ad Amsterdam da padre ebreo e madre cattolica convertita all’ebraismo. Dopo l’occupazione nazista dell’Olanda, la giovane Jacqueline è stata costretta a lasciare la scuola pubblica, trasferendosi al Liceo Ebraico dove ha subito stretto amicizia con la solare e vivace Anne Frank.
Nel clima d’incertezze scatenato dal conflitto le due ragazze si sono avvicinate molto l’un l’altra, promettendosi di scriversi a vicenda se mai fossero state costrette a separarsi (cosa che effettivamente sarebbe accaduta poche settimane più tardi).
Il 25 settembre 1929, Anne, nascosta nel rifugio segreto insieme alla sua famiglia, ha scritto nel diario una lettera che non sarebbe mai riuscita a spedire di persona a Jacqueline: ‘spero che, quando ci rivedremo, rimarremo per sempre migliori amiche. Spero che ci rivedremo, ma probabilmente non sarà prima della fine della guerra.’
Quell’incontro, purtroppo, non avverrà mai perché Anne verrà catturata dai nazisti e deportata nel campo di Bergen-Belsen dove morirà di tifo nella primavera del 1945.
La madre di Jacqueline, invece, è riuscita a salvare la figlia facendo dichiarare lei e il resto della sua famiglia come “non ebrei”, scampando così alla Shoah.
Solo dopo la fine del conflitto Jacqueline è riuscita a leggere la lettera che Anne le aveva scritto, firmata ‘la tua migliore amica, Anne’.
• Il ricordo di Jacqueline
Negli anni del dopoguerra Jacqueline si è sposata, ha avuto tre figli ed è diventata un’abile rilegatrice di libri.
Pur rimanendo a lungo in contatto con Otto Frank, il padre dell’amica sopravvissuto alla Shoah, Jacqueline ha sempre esitato a parlare pubblicamente della sua amicizia con Anne, almeno fino al 1986 quando ha iniziato a tenere conferenze e a raccontare la propria esperienza in giro per le scuole.
Nel 1990 van Maarsen ha scritto il libro Anne e Jopie dove, come ha affermato in diverse interviste, ha sentito il dovere di ‘scrivere per colei che non poteva più scrivere’. A questo sono seguiti altri due libri, intitolati Il mio nome è Anne, disse, Anne Frank (2003) e La tua migliore amica, Anne (2021).
“Sia nei libri che nelle visite alle classi Jacqueline ha parlato non solo della sua amicizia con Anne, ma si è soffermata anche sui pericoli dell’antisemitismo e del razzismo e sul dove questi possono portare” ha spiegato il portavoce della Casa di Anne Frank, ricordando come van Maarsen sia diventata un simbolo talmente importante della resilienza ebraica che nel 2020 è stata scelta per porre la prima pietra del monumento di Amsterdam dedicato alla Shoah.
Da sempre molto legata al team della Casa di Anne Frank, nell’aprile 2024 Jacqueline ha donato al museo un album di poesie che risaliva alla sua infanzia, con all’interno un verso scritto a mano da Anne e datato “23 marzo 1942”.
“Il fatto che van Maarsen abbia conservato con cura per tutti questi anni i versi dell’amica, è una testimonianza del profondo legame che ha unito le due” ha concluso il comunicato. “Un’amicizia profonda, durata tutta la vita.”
(Bet Magazine Mosaico, 18 febbraio 2025)
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Adesivo antisemita nel settore romanista a Parma
Fadlun: “L’odio antiebraico macchia l’intera società”
Nuovo episodio di antisemitismo nel mondo del calcio. Durante la partita di Serie A tra Parma e Roma, disputata domenica allo stadio Tardini, nel settore ospiti occupato dai tifosi giallorossi è apparso un adesivo con lo stemma della Lazio, la stella di David e la scritta “Peggior nemico”. L’episodio ha suscitato un’ondata di indignazione e condanne da parte di alcuni esponenti della Comunità Ebraica di Roma.
Sulla vicenda è intervenuto anche Victor Fadlun, presidente della Comunità Ebraica di Roma, esprimendo la sua preoccupazione per l’ennesimo episodio di discriminazione legato al mondo del calcio: “Il mondo dello sport, che dovrebbe unire e non dividere, viene di nuovo macchiato da una manifestazione di antisemitismo che di volta in volta si manifesta con uno striscione, un coro o, come in questo caso, un adesivo. Il significato è sempre lo stesso: l’odio antiebraico che va condannato sempre, perché macchia l’intera società”.
Fadlun ha sottolineato la necessità di contrastare questi episodi con determinazione: “Va condannato soprattutto ora che gli ebrei sono sottoposti alla reviviscenza di un antisemitismo mai debellato, in tutta Europa. Ci auguriamo che i responsabili vengano presto individuati e isolati anche all’interno delle società di calcio, qualunque siano”.
La denuncia è partita tramite il social X da Vittorio Pavoncello, presidente della Federazione Italiana Maccabi, che ha commentato con durezza: “Vergognoso lo striscione esposto in Parma-Roma. Come romanista ebreo, sono profondamente offeso. L’antisemitismo è una piaga che non ha posto nello sport e nella nostra società. È il momento di condannare ogni forma di odio razziale”.
Gli investigatori della Digos hanno acquisito le telecamere di videosorveglianza dell’impianto sportivo e hanno fatto partire le indagini.
L’episodio rilancia il dibattito sulla necessità di misure più severe per contrastare l’antisemitismo e ogni forma di discriminazione negli stadi.
(Shalom, 18 febbraio 2025)
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500 giorni di agonia: un digiuno di 500 minuti per accelerare l’accordo sugli ostaggi
di Anna Balestrieri
I familiari degli ostaggi e dozzine di sostenitori iniziano a radunarsi in queste ore per commemorare il 500° giorno di prigionia dei loro cari fuori dalla tenda del Forum delle Famiglie degli Ostaggi e dei Dispersi in via Azza a Gerusalemme, con l’intenzione di marciare più tardi verso la Knesset.
• Il digiuno come metodo per esercitare pressione sul governo
Il Forum delle Famiglie degli Ostaggi e dei Dispersi ha dichiarato un digiuno di 500 minuti per lunedì 17 febbraio, in solidarietà con gli ostaggi, dalle 11:40 fino alle 20:00, ora locale. “Un giorno di digiuno non è nulla in confronto alla sofferenza che stanno vivendo” a Gaza, ha dichiarato il Forum.
L’evento si sta svolgendo oggi, 17 febbraio 2025, in via Azza a Gerusalemme, per segnare i 500 giorni dall’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023.
Il Forum ha invitato a partecipare alle proteste presso l’accampamento di fronte alla residenza del primo ministro a Gerusalemme, dove chiedono il rilascio dei loro cari da oltre un anno. Dopo le dichiarazioni delle famiglie alle 7:30 del mattino, è iniziata la marcia verso la Knesset. Durante il digiuno, tutte le commissioni della Knesset interromperanno le loro attività e alle 14:00 ci sarà un’altra manifestazione davanti al parlamento.
Anche il movimento di protesta Mishmeret 101 terrà manifestazioni a Gerusalemme, segnando quelli che definiscono “500 giorni di abbandono, negligenza, sradicamento, massacro e mancanza di compassione“, con una manifestazione centrale alle 18:00 di lunedì presso la residenza del primo ministro.
• Un appello trasversale
L’appello arriva da ogni credo politico e posizionamento nella società. Levi Ben-Baruch, zio dell’ostaggio Edan Alexander, chiede il ritorno di tutti gli ostaggi avvolto nel suo scialle di preghiera e con i tefillin, invitando la nazione a digiunare insieme alle famiglie, a pregare come un’unica anima, un unico cuore. “Vogliamo sapere quando torneranno tutti a casa,” dice Ben-Baruch, il cui nipote Alexander è un soldato e non è nella lista dei 33 ostaggi previsti per il rientro nella prima fase dell’accordo in corso.
“Questa è una protesta di solidarietà che rafforza gli ostaggi e fa sentire le grida di coloro che non possono essere ascoltati. Non c’è più tempo: dobbiamo agire immediatamente per riportare tutti a casa,” dicono le famiglie degli ostaggi israeliani prigionieri a Gaza, invitando la nazione a unirsi a loro per chiedere al governo Netanyahu di assicurare un accordo con Hamas e riportare in Israele gli ostaggi ancora prigionieri.
Maccabit Meyer, zia degli ostaggi Ziv e Gali Berman, esorta la nazione a uscire e unirsi al loro grido: “Voglio che Ziv e Gali siano tenuti nell’abbraccio di loro madre Talia”.
• Le risposte all’evento in ogni angolo del paese
A Tel Aviv, una manifestazione di emergenza si terrà alle 20:00 in Piazza degli Ostaggi. “Non possiamo permettere che questo accordo fallisca, dobbiamo agire ora per riportare tutti a casa!” ha scritto il gruppo.
Nel kibbutz meridionale di Be’eri, duramente colpito dall’attacco del 7 ottobre, si sta tenendo una manifestazione centrale per i residenti delle comunità di confine di Gaza, a partire dalle 10 del mattino.
In tutto il Paese, gli studenti terranno manifestazioni di solidarietà all’inizio della giornata scolastica e alcune aziende ridurranno il loro orario lavorativo in segno di protesta.
Si moltiplicano gli appelli di varie organizzazioni, tra di esse Bonot Alternativa (Costruiamo un’alternativa): “Chiediamo al governo israeliano e al suo leader di abbreviare i tempi e di attuare integralmente l’accordo. Firma la petizione e fai pressione insieme a noi: https://bonot.info/BTH-NOW”.
Il movimento delle Donne in Protesta invita i suoi membri a bloccare il traffico all’incrocio tra Rokach e Namir, nella parte nord di Tel Aviv, alle 8:00 del mattino, citando il messaggio di speranza dell’ostaggio liberato Ohad Ben-Ami, che ha dichiarato che sapere delle proteste e del sostegno popolare ha dato forza a chi è ancora in prigionia.
(Bet Magazine Mosaico, 17 febbraio 2025)
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«Maccabit Meyer, zia degli ostaggi Ziv e Gali Berman, esorta la nazione a uscire e unirsi al loro grido: “Voglio che Ziv e Gali siano tenuti nell’abbraccio di loro madre Talia”. Si può capire: Hamas si è premurato di far vedere agli israeliani alcuni pochi ostaggi ritornati nelle braccia dei loro cari e zia Maccabit ovviamente pretende che questo debba assolutamente avvenire anche per i suoi nipotini. E da chi lo pretende? da Netanyahu naturalmente. E che cosa fa per cercare di ottenerlo? mobilita la nazione contro il governo del suo paese. E' il trionfo della democrazia. Contestare il governo della propria nazione in guerra contro il nemico che vuole distruggerla è la più alta forma di democrazia. La più matura, quella che alleva in sé i germi della propria autodistruzione e la porta a compimento. Nella guerra di idoli in corso, attualmente l'idolo religioso di Hamas sta avendo la meglio sull'idolo laico della democrazia in Israele. Sarà solo il Dio di Israele, l'unico vero Dio che ha creato i cieli e la terra, colui che abbatterà entrambi gli idoli e permetterà a Israele di occupare il posto che fin dal principio ha fissato per lui. M.C.
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E se a Gaza non cambiasse niente?
di Seth Mandel
Hamas è sempre in guerra, a volte con Israele e a volte con il suo stesso popolo. La differenza si nota dal fatto che Hamas indossa uniformi militari unicamente quando sta conducendo una campagna di terrore e di regolamento di conti nei confronti dei palestinesi a Gaza.
In mezzo a tutto il dibattito sul futuro di Gaza, i media occidentali e i presunti sostenitori “filo-palestinesi” sono visibilmente silenziosi riguardo all’uso che Hamas fa del cessate il fuoco per assassinare e mutilare i civili palestinesi, del cui benessere il mondo ha improvvisamente smesso di preoccuparsi.
Il 23 gennaio, a quattro giorni dal cessate il fuoco, un dissidente palestinese nato a Gaza ha riferito che il canale Telegram di Hamas stava esultando per l’esecuzione da parte del gruppo terroristico di presunti “collaboratori”. Ha poi pubblicato un video che ha subito fatto il giro dei social media, in cui si vedono uomini di Hamas armati che sparano alle gambe dei civili mentre giacciono a terra con le mani legate.
Più tardi quella notte, Gaza Now, un’agenzia affiliata a Hamas, ha riferito che “5 collaboratori dell’occupazione sionista sono stati giustiziati nella Striscia di Gaza meridionale poco fa, portando il numero dei collaboratori giustiziati oggi a 11”.
Entro la fine del mese, Hamas si vantava di avere rastrellato a Gaza centinaia di presunti collaboratori per giustiziarli: “L’inizio è Rafah, poi Khan Yunis… Il resto dei governatorati, uno dopo l’altro, saranno gestiti da un’unità speciale affiliata ai servizi di sicurezza di Gaza. Colpiranno con il pugno di ferro e non ci sarà pentimento per nessuno, se non la punizione con i proiettili”.
Il 6 febbraio, il quotidiano Maariv ha riferito che a tre settimane dal cessate il fuoco la campagna era ancora in corso: “L’organizzazione terroristica ha iniziato le esecuzioni e un’ondata diffusa di arresti. Non solo coloro che sono sospettati di collaborare con Israele, ma anche chiunque si ribelli alla situazione in corso a Gaza, in qualsiasi forma, compresi i social media, viene arrestato dai membri di Hamas”. Il 12 febbraio, Hamas avrebbe aperto il fuoco su una famiglia vicino a Khan Younis.
Hamas lo fa dopo ogni guerra. È una consuetudine.
Non che i gazawi fossero esenti da questa consuetudine durante la guerra. Ma ora si tratta di una campagna più mirata, dato che le brigate di Hamas non hanno paura di operare allo scoperto.
Hamas, ovviamente, governa davvero con il pugno di ferro. I terroristi di Gaza uccidono anche con sconsiderata follia: il 13 febbraio, un razzo vagante diretto su Israele è caduto all’interno di Gaza e ha ucciso un adolescente palestinese.
Niente di tutto ciò è particolarmente insolito. Ma vale la pena sottolineare che Hamas è ancora in grado di commettere crimini orribili contro ostaggi israeliani e palestinesi locali allo stesso tempo. Il che significa che, mentre Hamas potrebbe essere lontano dalla forza che aveva anteguerra, lo status quo a Gaza rimane inalterato.
Che è un altro modo di dire che non ci sarà alcuna ricostruzione di Gaza nel prossimo futuro. Hamas mantiene il controllo dell’enclave e il suo comportamento è identico a quello che ha avuto durante e prima della guerra. Hamas ha meno cose da fare a pezzi a Gaza, ma intende fare a pezzi ciò che riesce a trovare.
Considerando tutto questo, c’è qualcosa di quasi inane nel modo in cui il discorso sul conflitto è stato monopolizzato dall’argomento della ripresa postbellica. Anche se i civili palestinesi volessero lasciare temporaneamente l’enclave per consentire la ricostruzione dei loro quartieri, Hamas non li lascerebbe andare da nessuna parte, e Hamas non se ne andrebbe di certo di sua spontanea volontà.
Durante un conflitto in corso, Hamas rappresenta la minaccia più grande per i cittadini di Gaza: Israele crea zone sicure e avvisa in anticipo degli attacchi nelle zone calde, e l’uso di quei settori umanitari da parte di Hamas colloca i civili sulla linea del fuoco. E quando non c’è un conflitto in corso, Hamas continua a rappresentare la minaccia più grande per i cittadini di Gaza: va in giro a giustiziarli a piacimento.
Ogni piano, quindi, che miri a migliorare la vita dei palestinesi richiede un modo realistico per liberare Gaza da Hamas. Senza di questo, non c’è nessuna “Riviera sul Mediterraneo”, nessuna soluzione a due Stati, nessuna pace, nessun cambiamento.
(L'informale, 17 febbraio 2025 - trad. Niram Ferretti)
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Netanyahu e Rubio rafforzano l'alleanza Israele-USA: "Hamas deve essere eliminato"
di Luca Spizzichino
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Segretario di Stato americano Marco Rubio nel loro incontro ufficiale di domenica hanno ribadito l’assoluta sintonia tra Israele e Stati Uniti nella gestione della crisi a Gaza e nella lotta contro Hamas. In una conferenza stampa congiunta a Gerusalemme, entrambi hanno sottolineato la necessità di liberare tutti gli ostaggi ancora nelle mani dei terroristi e di eliminare la minaccia che l’organizzazione rappresenta per Israele.
“Abbiamo una strategia comune che non sempre possiamo condividere con il pubblico” ha dichiarato Netanyahu, avvertendo che “le porte dell’inferno si apriranno” se gli ostaggi non saranno rilasciati. “Continueremo fino a quando l’ultimo ostaggio non sarà tornato a casa”. Rubio ha rincarato la dose: “Hamas deve capire che il tempo della diplomazia è scaduto”.
Durante l’incontro, i due leader hanno discusso anche della controversa visione di Donald Trump per il futuro di Gaza. “Abbiamo un’opportunità storica per cambiare il destino di Gaza e della sua popolazione”, ha affermato Netanyahu, sottolineando che “Gaza non deve più essere un rifugio per il terrorismo”. Rubio ha definito il piano “coraggioso e innovativo”, aggiungendo che “il conflitto non può continuare con la ripetizione ciclica delle stesse dinamiche”. Sebbene alcuni funzionari americani abbiano cercato di ridimensionare la proposta, definendola temporanea, Trump non ha modificato la sua posizione ufficiale. Netanyahu ha elogiato la sua “visione audace”, confermando la collaborazione tra Israele e Stati Uniti per realizzarla.
Oltre alla questione di Gaza, il premier israeliano ha posto l’accento sulla minaccia iraniana: “Israele e America sono uniti nel contrastare l’Iran e nel garantire che il regime degli ayatollah non ottenga mai armi nucleari”. Rubio ha definito Teheran “la principale forza destabilizzante della regione”, aggiungendo che “ogni attività terroristica o violenta in Medio Oriente riconduce all’Iran”. Secondo fonti d’intelligence statunitensi, Israele starebbe valutando un attacco alle installazioni nucleari iraniane, che potrebbe avvenire già nel corso di quest’anno. “Un Iran nucleare è una minaccia inaccettabile per Israele e per il mondo”, ha affermato Netanyahu. “Non permetteremo che ciò accada”, ha ribadito Rubio.
Un altro punto chiave dell’incontro è stato il contrasto alle organizzazioni internazionali ostili a Israele e agli Stati Uniti, tra cui l’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. “Non permetteremo che la legge venga strumentalizzata per attaccare Israele e gli Stati Uniti”, ha dichiarato Netanyahu. Rubio ha aggiunto: “Stiamo lavorando con i nostri alleati per garantire che le istituzioni internazionali non diventino strumenti di propaganda contro le democrazie”.
(Shalom, 17 febbraio 2025)
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Otto nuovi Adir aggiornati saranno consegnati prossimamente ad Israele
di Giacomo Cavanna
Nel corso del prossimo mese di marzo Israele inizierà a ricevere otto nuovi caccia F-35I Adir, che si aggiungeranno alla flotta “Adir”.
Questi velivoli saranno dotati di software ottimizzato e capacità operative migliorate per migliorare l’efficienza nel combattimento sulla base delle esperienze maturate nel corso del impiego operativo durante il conflitto in Medio Oriente.
Inoltre, Israele nel 2024 ha sottoscritto un accordo con gli Stati Uniti e con Lockheed Martin per l’acquisto di altre 25 unità di F-35I, che saranno consegnate a partire dal 2028.
Con questi nuovi velivoli, l’Aeronautica Israeliana avrà un totale di 75 F-35I Adir, finanziati dagli aiuti militari statunitensi (FMS).
L’F-35I Adir è considerato uno dei caccia di quinta generazione più avanzati al mondo e Israele è attualmente l’unico Paese del Medio Oriente ad averlo.
Israele, con le sue principali industrie militari e tecnologiche, è fortemente presente nel programma F-35 Lightning II, con IAI che produce set alari ed Elbit Systems che fornisce il sofisticato casco HMDS dei piloti.
Altra forte presenza israeliana (quasi sempre sottaciuta e dimenticata) è nello sviluppo e programmazione del software, elemento indispensabile per un velivolo così sofisticato come l’F-35.
• Caratteristiche del Adir
L’Adir è una versione del F-35A realizzata per le esigenze della Aeronautica Israeliana che impiega sistemi di comunicazioni protette, il sistema IFF e di guerra elettronica (EW) in esclusiva dotazione alla IAF, sviluppati dall’industria nazionale per far fronte alle esigenze delle IDF ed armamenti anch’essi prodotti dal comparto industriale israeliano (IAI, Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems ed IMI).
L’Aeronautica Israeliana ha posto un primo ordine per cinquanta F-35I; tra questi vi è un velivolo particolare, impiegato esclusivamente per lo sviluppo e l’integrazione di nuove tecnologie.
Tale velivolo sperimentale ha un valore strategico perché permette ad Israele di sviluppare, provare ed eventualmente installare aggiornamenti “dedicati” in settori sensibili. E’ interessante notare che si tratta del unico velivolo sperimentale F-35 che opera al di fuori degli Stati Uniti.
(Ares Osservatorio Difesa, 17 febbraio 2025)
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Il Ministero dell'Interno israeliano invita a prepararsi a possibili nevicate abbondanti
Le basse temperature previste con “alta certezza” potrebbero portare neve a Gerusalemme e Samaria.
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Il Muro del Pianto nella Città di Gerusalemme coperto di neve a causa di una forte tempesta che ha colpito la città il 27 gennaio 2022
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Domenica il Ministero degli Interni israeliano ha dato istruzioni alle autorità locali dello Stato ebraico di prepararsi a un'ondata di freddo “estremo”.
Le previsioni meteorologiche del Servizio meteorologico israeliano prevedono che l'ondata di freddo raggiungerà il picco da venerdì a sabato, con la possibilità di nevicate non solo nel nord, ma anche nelle zone di Gerusalemme e Samaria.
“Le aspettative sulle basse temperature sembrano essere un'alta certezza”, ha osservato il Ministero degli Interni nell'avviso ufficiale emesso domenica pomeriggio. “Tuttavia, c'è ancora grande incertezza riguardo alla quantità di precipitazioni previste che influenzeranno il manto nevoso”.
Tuttavia, il Ministero ha sottolineato: “Dobbiamo prepararci a nevicate diffuse nel nord e nel centro fino alla mattina dello Shabbat e durante lo Shabbat, compresa la possibilità di chiusura delle strade e di interruzioni”.
Il Servizio meteorologico israeliano ha sottolineato che previsioni più accurate sulla quantità di neve prevista sono attese per martedì.
In seguito alle notizie di possibili nevicate a Gerusalemme, Israel Hayom ha riportato un aumento della domanda di camere d'albergo nella capitale. Due alberghi citati dal giornale hanno registrato un aumento del 20% delle prenotazioni.
All'inizio del mese Israele ha registrato la prima nevicata della stagione nel nord del Paese. Anche se si è trattato solo di pochi centimetri, ha dato vita a scene pittoresche in una regione che negli ultimi 16 mesi è stata tormentata dai razzi e dai proiettili di Hezbollah. (JNS)
(Israel Heute, 17 febbraio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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