Notizie 1-15 gennaio 2025
Tavola Rotonda su Israele e Medio Oriente
Si è tenuta ieri, a Roma, la tavola rotonda “Israel and the Middle East: New Prospects Under a Republican Administration”.
di Alexandro Ascoli
Si è tenuta ieri a Roma, presso la sede del “Circolo degli Esteri”, la tavola rotonda su Israele e Medio Oriente sotto la nuova amministrazione Repubblicana, organizzata dal Think Tank romano “Trinità dei Monti”. Ospiti prestigiosi hanno animato la serata che è stata contraddistinta da interventi interessanti e non convenzionali, sia da parte dei relatori che del pubblico presente in sala, molto attento ed informato. Dopo la lettura dell’intervento di Niram Ferretti, giornalista e scrittore esperto del Medio Oriente, che non ha potuto essere presente, la discussione è proseguita con gli interventi degli illustri ospiti, a cominciare da Bepi Pezzulli Direttore della Ricerca di Italia Atlantica.
• Bepi Pezzulli
Pezzulli fa notare come l’ipotesi dei due stati stia progressivamente perdendo di attualità proprio a causa della mancanza, storica, di una vera definizione dello stato palestinese da parte araba. Mentre l’Idea di Stato, da parte Israeliana è sempre apparsa chiara nella sua fattispecie. Per gli stessi arabi il concetto di Stato Palestinese ha assunto, dagli inizi del ‘900 ad oggi, connotati via via diversi e mai definiti. Anche la tesi di un 7 Ottobre scoppiato per riportare il problema palestinese al centro dell’agenda internazionale e contro gli accordi di Abramo è una interpretazione che va vista alla luce dei motivi veri che hanno portato agli accordi. Motivi che risiedono nella convergenza di interessi, tra stati sunniti ed Israele, nella non proliferazione nucleare in Medio Oriente. Ipotesi chiaramente invisa all’Iran che pilota Hamas. L’esposizione di Pezzulli si allarga poi al Ruolo della Turchia, definito “Overrated” anche se ne riconosce l’efficace politica dalla “Mani Libere” che le permette di giocare la sua partita geopolitica contemporaneamente su più tavoli. In questo la nuova amministrazione Trump non attuerà una politica isolazionista ma di Balance of power tra i vari attori mondiali e locali.
• Germano Dottori
Secondo relatore della serata è stato Germano Dottori, membro del Comitato scientifico della prestigiosa rivista di geopolitica Limes. Dottori ci tiene a far notare come, secondo lui, il neoeletto presidente Trump abbia un particolare focus, quello di dedicarsi alle politiche interne e di delegare i problemi geopolitici agli alleati degli Stati Uniti. Individua il modello trumpiano in quello di un paleo conservatore alla Andrew Jackson piuttosto che in un Neocon, e quindi ritiene che la politica di Trump, nel Medio oriente sarà quella di delegare la gestione dell’area ad Israele. L’interesse di Trump, insomma, è quello di essere ricordato come il presidente che restituirà il benessere e la serenità alla middle class americana ed ai colletti blu del Midwest. Questo comporterà, per l’Europa e per tutti gli alleati americani nel mondo uno sforzo nel migliorare la propria autotutela, esattamente come Israele ha fatto negli ultimi venti anni.
• Emanuel Segre Amar
Una analisi assolutamente originale ci arriva, da Emanuel Segre Amar, presidente del Gruppo Sionistico Piemontese. Segre Amar, nato a Gerusalemme prima della fondazione dello Stato di Israele ci tiene, giustamente, a far notare come l’Idea di un Popolo Palestinese non affondi le radici nella storia ma risalga non più addietro del 1964 per un progetto geopolitico dell’URSS. Questa idea, dunque, si innesta su una realtà assolutamente differente nella quale, ancora oggi, vediamo gli abitanti arabi dei territori contesi riconoscersi maggiormente nel proprio gruppo tribale piuttosto che in una idea di stato. Da una realtà assolutamente analoga nascono gli Stati del Golfo Persico, emirati indipendenti che si riconoscono in una unità tribale che svolge il ruolo di Nazione. Segre Amar ipotizza dunque, per i palestinesi, un cambio di paradigma nei loro rapporti con Israele. Non più il confronto di due stati per cui l’unico fattore comune della parte araba è la contrapposizione religiosa, ma un confronto multilaterale tra Israele ed i vari emirati palestinesi.
• Emanuele Ottolenghi
A conclusione degli interventi si è collegato tramite piattaforma online Emanuele Ottolenghi, ricercatore indipendente su terrorismo e Medio Oriente il quale si pone in controtendenza rispetto a Bepi Pezzulli e, soprattutto, a Germano Dottori. Secondo Ottolenghi l’amministrazione Trump non sarà tanto affetta da Isolazionismo quanto da un forte interventismo in tutte le aree di crisi che possano determinare instabilità globale. Proprio per avere mano libera nel risolvere i problemi interni, gli USA condurranno una guerra senza quartiere a tutti gli “elementi di disturbo” nel panorama geopolitico internazionale, prima fra tutte Hamas.
• Conclusioni
Dopo un interessante giro di interventi del pubblico al quale i relatori hanno risposto in maniera approfondita, le conclusioni che si possono trarre sono abbastanza chiare. Il futuro del Medio Oriente sotto l’amministrazione Repubblicana non lascerà spazio alla variabilità ed alla incertezza. Gli Stati Uniti hanno bisogno di stabilire sicurezza e tranquillità nell’area per garantire gli scambi commerciali di loro interesse ed il predominio geostrategico. A questo scopo favoriranno la ricerca di una soluzione eliminando le schegge impazzite. A tal fine è interessante e degna di nota l’ipotesi di intraprendere rapporti di comunicazione direttamente con i gruppi tribali palestinesi anziché con entità sovranazionali che soffrono le ingerenze di potenze straniere come Iran o Turchia. Già in questi momenti all’Interno della Striscia di gaza, i gruppi tribali stanno riassumendo il loro ruolo storico di gestione del territorio e della popolazione. Con essi, e con quelli delle popolazioni arabe di Giudea e Samaria, pian piano sarà forse possibile instaurare rapporti analoghi a quelli che l’Ishuv aveva tra la fine dell’800 ed i primi del ‘900, di collaborazione e poi di fiducia tali da realizzare quel sogno di convivenza pacifica che l’invenzione di un popolo palestinese ha, fin ora impedito. Resterà da smantellare tutta una narrativa che ha riempito le menti, soprattutto in occidente, di studenti ed intellettuali, di una storia unitaria del popolo palestinese. Storia che non c’è mai stata. Su questa falsità storica si è imperniata prima una lotta ideologica che ha caratterizzato gli anni della guerra fredda, e poi “umanitaria”, che ha voluto identificare i palestinesi in un popolo discriminato etnicamente. Da questo punto di vista gli emirati locali potranno rispondere alla richiesta identitaria degli arabi di Giudea, Samaria e Gaza e, contemporaneamente, questa identità darà un senso nazionale alla fondazione di Stati autonomi ed indipendenti magari, un domani, federati in una Unione sul modello degli EAU.
(Il Repubblicano, 15 gennaio 2025)
........................................................
Il ministro degli Esteri israeliano Sa'ar: «I punti più difficili dell'accordo con Hamas? I terroristi da rilasciare e il ruolo delle truppe nella transizione»
Ricevuto ieri alla Farnesina dal suo collega Antonio Tajani, il ministro degli Esteri di Israele sostiene che Hamas faccia «male ai palestinesi».
di Maurizio Caprara
- Una volta raggiunto l’accordo tra Israele e Hamas, superata anche la prima fase del rilascio tra ostaggi israeliani e detenuti palestinesi, chi dovrebbe governare Gaza?
«Non Hamas», è la risposta priva di sfumature di Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri di Israele dopo essere stato giovane militare con compiti di intelligence, giornalista, vicepremier, parlamentare, più volte ministro e adesso presidente del Partito della Destra Unita. Ricevuto ieri alla Farnesina dal suo collega Antonio Tajani, in questa intervista l’alleato, in passato concorrente, che Benjamin Netanyahu ha fatto entrare nel suo governo in novembre, affronta risvolti del negoziato tenuto a interrompere la guerra cominciata il 7 ottobre 2023 con l’aggressione allo Stato ebraico e avanza una richiesta all’Italia apprezzandone molto la linea seguita finora.
- Quali possono essere altre possibili soluzioni per amministrare la Striscia? Fra i detenuti che rilascerete — tra i quali sono in tanti ad avere sulle spalle delitti atroci — non rientra Marwan Barghouti, condannato a più di un ergastolo per omicidi. È perché Hamas non lo vuole, essendo Barghouti di Al Fatah, o perché il governo israeliano non vuole che diventi il leader di una nuova stagione per i palestinesi?
«Ciò che sul negoziato posso dire è che, senza fare nomi, ci sono alcuni simboli del terrore. E rilasciare simboli del terrore potrebbe incoraggiare il terrorismo. In ogni caso il nome che cita non è di uno in carcere per le sue personali aspirazioni politiche, bensì per aver assassinato israeliani e mandato a ucciderne. Alcuni in un ristorante di Tel Aviv vicino a dove abito».
- A governare Gaza potrebbe essere l’Autorità nazionale palestinese?
«Non dobbiamo dettarlo noi. Abbiamo solo due condizioni: che quanti gestiranno la Striscia di Gaza non siano coinvolti in terrorismo e suoi incoraggiamenti né incitino contro Israele e gli ebrei».
- C’è chi dirà: dopo le migliaia di morti palestinesi che ci sono stati a Gaza non sarà facile trovare qualcuno estraneo a un approccio del genere.
«Forse lei ha ragione. Ma era facile prima? Abbiamo cominciato noi l’attacco del 7 ottobre? Si puntava a eliminare Israele e per fortuna gli attacchi sui vari fronti non sono stati simultanei. La guerra di Gaza poteva finire tanto tempo fa. Abbiamo ancora lì 98 cittadini che sono stati rapiti mentre per lo più si trovavano a letto, in casa. Hanno rifiutato di rilasciarli. Se Hamas restasse al potere i tentativi di assassinare israeliani ed eliminare lo Stato d’Israele continuerebbero. È anche interesse palestinese che Hamas non regga Gaza in futuro. Si guardi al modo codardo nel quale conducono la guerra».
- Da sotto terra?
«Dai tunnel che hanno scavato per se stessi, mentre i civili sono senza protezione. Avrebbero potuto fare il contrario: giù la gente da proteggere e loro su a combattere i nostri soldati».
- Quali sono stati gli ostacoli principali sulla via dell’accordo con Hamas?
«Parlando in generale, perché non mi esprimo su contenuti del negoziato per non danneggiarlo, discussioni su quanti terroristi rilasciare per ogni ostaggio. Poi la presenza delle nostre forze armate nella Striscia durante l’applicazione dell’accordo che sarà graduale. Adesso si riassumono le cose che succederanno nella prima fase, la quale si suppone di 42 giorni. Le cose da realizzare nella seconda fase verranno discusse dopo».
- Alla stabilizzazione di Gaza quale contributo potrebbe dare l’Italia?
«Sotto la guida del presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’Italia è uno dei Paesi più stabili e influenti dell’Unione europea. Non è sempre stato così, come in Israele... (Sa’ar sorride riferendosi alla frequenza delle crisi di governo in entrambi i Paesi, ndr). Adesso notiamo tanti Stati dell’Ue non stabili e l’Italia, che invece lo è, ha un leader popolare, influente e apprezzato dentro e fuori il continente, in buone relazioni con il nuovo presidente degli Stati Uniti. Credo possa giocare un ruolo nello spostare l’Europa verso politiche più equilibrate e realistiche sul Medio Oriente».
- A quali misure pensa?
«Per esempio alla posizione sull’Autorità nazionale palestinese che paga i terroristi e le loro famiglie per le uccisioni di ebrei, a seconda di quanti ne uccidono. Malgrado l’evitarlo fosse una richiesta dell’Ue, i finanziamenti europei all’Anp proseguono. Poiché conosco la posizione del governo italiano, potrebbe porre la questione sul tavolo europeo. Lo chiederà Donald Trump».
- Secondo l’agenzia di stampa iraniana Irna papa Francesco ha detto al presidente dell’Università delle Religioni e delle Denominazioni iraniana: «Anche noi non abbiamo problemi con gli ebrei, e il nostro solo problema è con Netanyahu, il quale indipendentemente da diritto internazionale e diritti umani ha creato crisi nella regione». Ne parlerà durante la sua visita a Roma?
«Non avrò incontri in Vaticano. Non so se questo sia stato detto, se lo è ne sono rattristato. L’Iran non è un esempio di libertà religiosa o di tolleranza verso i cristiani e sono sicuro che il Papa ne è abbastanza consapevole. Perché si sa, e sono certo che lo sappia il Pontefice, che Israele è stata attaccata da ogni fronte: da Gaza, Libano, Yemen, Iran Iraq... Abbiamo soltanto risposto. Forse qualcuno ci può incolpare di averlo fatto meglio dei nostri nemici, ma nessuno può dire che Israele o Netanyahu abbiano cominciato questi conflitti».
(Corriere della Sera, 15 gennaio 2025)
*
Visita del Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar a Roma
Questa mattina Edipi, rappresentato dalla socia Bonnie Rose, è stato invitato all’incontro con il Ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar presso il Cavaglieri Waldorf Astoria.
Un grazie di cuore a Bonnie Rose che ha rappresentato Edipi e ci ha fatto partecipe dell’incontro con un resoconto che potete leggere di seguito, accompagnato da alcune foto.
L’incontro di oggi è stato molto utile su tanti fronti. Il Ministro Sa’ar ci ha spiegato che gli incontri con le amministrazioni degli Stati Uniti, sia attuali che future, stanno andando avanti per giungere a un accordo sugli ostaggi questa settimana. Ha spiegato che il cambiamento di novembre scorso riguardo all’operare di Israele ha consentito la flessibilità per raggiungere un accordo. Non è una flessibilità illimitata, ma certamente una flessibilità per i loro interessi. Ha aggiunto che la trattativa attuale per il rilascio degli ostaggi non è una trattativa parziale ma graduale, in quanto intendono riavere indietro tutti gli ostaggi. Ha spiegato che ci vuole ancora tempo per pianificare la ricostruzione di Gaza e arrivare a una struttura di gestione e sicurezza. Il fatto che da questo accordo tanti terroristi saranno liberati rende la cosa molto complicata.
Una cosa interessante che il Ministro Sa’ar ha precisato è che, gli europei, sì condannano il massacro del 7 ottobre, ma tutto quello da esso generato cioè la risposta d’Israele, secondo loro è sbagliata accusando Israele di aver ucciso i palestinesi.
In conclusione ha detto che Israele è stato attaccato, non ha iniziato questa guerra. Israele e’ stato attaccato, ed è attaccato ancora oggi, da paesi che non sono nemmeno confinati come Yemen, Iran, Iraq.
Gaza è solo una parte della guerra. Il quadro completo è che c’è un tentativo di eliminare lo stato di Israele. Israele e’ stato attaccato militarmente, legalmente e diplomaticamente. Ma è stato in grado di reagire. Questo è potuto succedere anche grazie a tutti gli amici di Israele, come noi.
(EDIPI, 15 gennaio 2025)
........................................................
Il mistero irrisolto di Wallenberg, lo svedese che salvò migliaia di ebrei
Arrestato dai sovietici nel gennaio 1945 scomparve nel nulla. Proclamato nel 1963 Giusto tra le nazioni, a Budapest distribuiva lettere di protezione e garantiva ricovero nelle case extraterritoriali da lui acquistate e affittate.
di Marco Patricelli
Era impulsivo e doveva fare il diplomatico, era svedese ma si trovava in Ungheria dove spendeva soldi americani, era neutrale e si schierò apertamente dalla parte giusta durante la seconda guerra mondiale, era di fede luterana eppure rischiava la vita per salvare gli ebrei. Della sua fine si conosce con certezza solo che è morto, ma niente altro: si sa solo che sparì nel nulla da Budapest il 17 gennaio 1945, quando era in mani sovietiche. Quello di Raoul Gustaf Wallenberg è uno dei misteri irrisolti, e forse irrisolvibili, della seconda guerra mondiale. Eroe per scelta e non per caso, Giusto tra le nazioni dal 1963, si prodigò in ogni modo per impedire la deportazione e lo sterminio, e quando la sua immane opera in favore degli ebrei di Budapest sembrava avviata alla miglior conclusione possibile con la liberazione della città da parte dell’Armata Rossa, iniziò il suo calvario, inghiottito dal sistema repressivo e criminale stalinista.
• In missione nella capitale ungherese con i dollari americani
Tutto, nella breve vita di Wallenberg, indicava un‘altra strada. Era nato il 4 agosto 1912 nella residenza privata della ricca famiglia di imprenditori su un’isola presso Stoccolma. Il padre era morto di cancro prima che lui venisse alla luce, e la sua figura maschile di riferimento era stato il nonno Gustaf, già ambasciatore in Cina e Giappone, che volle per lui una formazione cosmopolita: universitaria di primo livello negli Stati Uniti dove si laureò in architettura all’Università del Michigan, e di esperienza con numerosi viaggi. La scomparsa del nonno, nel 1937, coincise con il rifiuto del capostipite Jacob di favorirlo nel mondo degli affari di famiglia, dirottandolo invece verso l’impiego in una piccola ditta di import-export nel centro di Stoccolma di proprietà dell’imprenditore ebreo Kalman Lauer. Fino al 1944 i venti della seconda guerra mondiale gli erano apparsi lontani rispetto alla Svezia neutrale; fino a quando cioè in agosto, a seguito di un casuale incontro nell’ascensore della ditta tra Lauer e l’americano Iver Olson, quest’ultimo gli chiese se aveva qualcuno che se la sentisse di recarsi in Ungheria per portare aiuto alla comunità ebraica a rischio di sterminio, lavorando a margine dell’attività della legazione svedese e utilizzando i fondi del War Refugees Board fondato da Franklin Delano Roosevelt. Lauer indicò Wallenberg che, pur privo di qualunque esperienza in ambito diplomatico e di missioni segrete, partì all’istante per l’Ungheria che raggiunse il 9 agosto, senza ulteriori istruzioni.
• Fiero oppositore dei nazisti e sempre in prima linea per opporsi alla Shoah
A Budapest concepì e realizzò con la collaborazione del primo segretario d'ambasciata Per Anger il piano di distribuire qualche centinaio di carte di protezione per ebrei che in qualche modo potevano essere riconducibili a legami con la Svezia, riuscendo a ottenere dalle autorità ungheresi e da quelle naziste che il lasciapassare fosse riconosciuto valido in attesa di trovare un mezzo di trasporto per lasciare il Paese. La condizione era che i titolari fossero rimasti in abitazioni acquistate o affittate da Wallenberg stesso, che provvide con i soldi americani e che contrassegnò dotandole di bandiera svedese. Dissero di lui che era diventato in breve il più grande proprietario immobiliare di Budapest. Inoltre forzò sempre verso l’alto quei numeri che gli ungheresi volevano invece molto bassi, con continui incrementi, che schizzarono da 4.500 a 33.000, opponendosi coraggiosamente ai rastrellamenti delle Croci Frecciate filonaziste e alle SS. Si muoveva ovunque fosse necessario con la sua auto, inventava lì per lì elenchi con nominativi “protetti”, cercò di salvare persino gli ebrei già incolonnati sulle rive del Danubio e lì giustiziati affinché i cadaveri fossero portati via dalle acque del fiume.
• La bomba fatta esplodere dalle SS sotto la sua auto e l’incontro con Eichmann
Incontrò Adolf Eichmann, il burocrate della Shoah, dopo che le SS avevano cercato di eliminarlo facendo saltare in aria la sua auto dove era stata posizionata una bomba esplosa senza che lui fosse a bordo, cercando di ottenere l’interruzione delle deportazioni; coinvolse altre rappresentanze diplomatiche di Stati neutrali nella rete di protezione, come Svizzera, Portogallo, Vaticano e Spagna, dove l’italiano Giorgio Perlasca faceva altrettanto, ma spacciandosi per console spagnolo. Wallenberg non aveva paura dei nazisti che affrontava a viso aperto, bluffando, blandendo, corrompendo e minacciando l’immancabile punizione alla fine della guerra ormai imminente. Probabilmente sapeva quel che diceva, e non è escluso che in segreto lo svedese lavorasse per l’OSS statunitense, di cui certamente Olson faceva parte e al quale inviava con regolarità rapporti da Budapest dove manteneva contatti con la resistenza.
• Catturato dall’Armata Rossa e imprigionato a Mosca. Tante versioni sulla sua fine
La città era sotto assedio sovietico e a gennaio Wallenberg attraversò il Danubio e sulla sponda di Pest cercò di entrare in contatto con i vertici dell’Armata Rossa. Il 13 gennaio venne condotto al quartier generale e l’indomani fu lui ad accompagnare un piccolo drappello di soldati nel quartiere dove si trovava il ghetto di protezione internazionale. A quel giorno risale anche l’ultimo contatto diretto con lui, grazie alla testimonianza di un amico al quale disse che si sarebbe recato a Debrecen al comando di zona per chiedere viveri e medicinali per gli ebrei. Non sarebbe più tornato indietro. Sappiamo che alla fine di gennaio era a Mosca, rinchiuso nel famigerato carcere della Lubjanka, e che era stato arrestato il 17 a Budapest, ma si ignorano le accuse mosse a suo carico. Giorgio Perlasca riuscirà a sottrarsi allo stesso destino, abbandonando avventurosamente la capitale ungherese. Le autorità svedesi chiesero il suo rilascio ma respinsero l’aiuto del presidente degli Stati Uniti Harry Truman. L’ambasciatore sovietico a Stoccolma rassicurò la sorella di Wallenberg che sarebbe stato presto rilasciato, e subito dopo il Cremlino negò che fosse mai stato sul territorio sovietico. Nel 1956 il vice ministro degli Esteri Andrej Gromyko annunciò a sorpresa che Wallenberg era morto nel 1947, e le cause del decesso erano contenute nella consueta formula dell’arresto cardiocircolatorio. Sulla fine di Wallenberg fioriranno testimonianze e rivelazioni di ogni genere, e addirittura Per Anger, che aveva collaborato con lui a Budapest, affermerà che nel 1989 era ancora vivo. Otto anni prima, caso del tutto eccezionale, gli Stati Uniti gli avevano conferito la cittadinanza onoraria grazie all’impegno di un deputato originario di Budapest che era stato da lui salvato. Ignoti, ancora oggi, dove, quando e come Wallenberg sia morto.
(AGI, 15 gennaio 2025)
........................................................
Antisemitismo – L’allarme di Adl: un italiano su quattro ha pregiudizi
di Adam Smulevich
Il 26 per cento dei cittadini italiani nutre sentimenti antisemiti. Un dato in aumento di otto punti percentuali rispetto al 2014, anno della prima rilevazione globale, quando si era attestato al 18%. Lo si apprende dal nuovo “Index” sull’odio antiebraico realizzato in oltre 100 paesi dall’Anti-Defamation League e commentato con Pagine Ebraiche dal direttore degli affari europei dell’Adl, Andrew Srulevitch. Per la rilevazione dei dati in Italia, l’organizzazione per i diritti umani si è appoggiata alla società Ipsos. L’istituto di ricerca ha chiesto a un campione di 500 persone rappresentativo della popolazione nazionale il proprio pensiero su undici stereotipi antiebraici. Più di un italiano su quattro ha detto di condividerne almeno sei, la soglia stabilita dall’Adl per qualificare un’attitudine come antisemita. Sono più di 58.000 le persone interpellate in tutto il mondo da Adl. Tra gli stereotipi sui quali è stato richiesto un giudizio “la lealtà ebraica” nei confronti di Israele, superiore rispetto al paese di residenza; “il potere ebraico” nel mondo della finanza; “Il controllo ebraico” del governo degli Stati Uniti d’America; “la responsabilità ebraica” dietro alla gran parte dei conflitti in corso nel pianeta.
«Il 26% di antisemiti in Italia è un numero che allarma, tra i più alti nell’Europa occidentale», spiega Srulevitch. Il dato medio in questa parte di mondo si attesta infatti al 17%, nove punti sotto il dato italiano. In testa alla graduatoria dell’antisemitismo globale ci sono i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa con il 76% di sì ad almeno metà delle voci-paradigma di Adl. Seguono Asia (51%), Europa dell’Est (49%), Africa subsahariana (45%), Americhe (24%), Oceania (20%) e per l’appunto Europa occidentale. «L’antisemitismo è in crescita in tutto il mondo e fa un po’ impressione pensare che in Italia, se sei in fila al supermercato o in banca, una persona su quattro attorno a te è un antisemita», commenta Srulevitch. «È un fenomeno comunque globale, in crescita ovunque. Certo condizionato dai fronti di guerra del Medio Oriente, ma in larga parte indipendente da essi: nel 2014, per dire, non è che la situazione fosse così florida…». L’Adl non nasconde «una forte preoccupazione sui trend in atto, perché l’antisemitismo ha un impatto sulla vita delle persone e delle comunità ebraiche, sia che si esprima online che offline». L’impegno dei governi è fondamentale, ricorda il dirigente Adl. «E l’Italia in questo senso opera bene da tempo, anche attraverso un piano nazionale contro l’antisemitismo, un coordinatore come referente, l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ihra. Son tutti passaggi che l’Italia ha fatto, ma evidentemente non bastano…». C’è comunque anche un risvolto positivo da commentare: «Se è vero che il 26% degli italiani sembrano condizionati da una visione del mondo antisemita, è anche vero che sempre il 26 per cento ha detto di non condividere nemmeno una delle 11 voci indicate e un altro 26 per cento appena una o due».
(moked, 14 gennaio 2025)
........................................................
Israele - Importante scoperta archeologica: un monastero bizantino ed il suo mosaico a Kiryat Gat
di Elisabetta Cina
In un’importante scoperta effettuata durante gli scavi archeologici per un nuovo quartiere a Kiryat Gat, nel sud di Israele, è venuto alla luce un monastero bizantino risalente all’epoca romana.
Questa area ha rivelato un complesso monastico di notevole valore, impreziosito da un pavimento mosaicato multicolore che porta con sé motivi geometrici e floreali, oltre a rappresentazioni di animali ed un’iscrizione in greco che cita un versetto biblico. Questa scoperta offre un’opportunità unica per esplorare la vita quotidiana della comunità dell’epoca, compresi elementi economici e culturali.
Il vero fulcro della scoperta è il pavimento mosaicato, intriso di valore simbolico e artistico. Gli studiosi indicano una datazione che va dal V al VI secolo d.C. La complessità del mosaico non solo cattura l’attenzione per la sua bellezza, ma anche per il significato del messaggio centrale. L’iscrizione, che esprime benedizioni ai fedeli, recita: “Benedetto sarai quando entri e benedetto sarai quando esci.” Questo versetto benedice coloro che entrano nel monastero, suggerendo una ricerca di protezione e prosperità per i viaggiatori e i pellegrini che si avventurano nell’area.
Il mosaico è caratterizzato da tessere disposte con minuzia, rappresentando una varietà di simboli e una palette cromatica ricca. Tra le immagini si possono riconoscere croci, leoni, colombe e anfore, alternati a motivi floreali e geometrici. Alcuni di questi elementi decorativi presentano anche un legame con il cristianesimo, testimoniando l’importanza di questo luogo di culto per la comunità che lo abitava. La qualità artistica e il complesso simbolismo del mosaico evidenziano l’influenza culturale e religiosa che caratterizzava la vita dei monaci dell’epoca.
Il sito è composto da almeno dieci edifici, tra cui il monastero stesso, un magazzino e un torchio per la produzione di vino. Questi ritrovamenti sono fondamentali per comprendere l’organizzazione economica della comunità monastica. L’analisi approfondita degli scavi ha messo in luce la produzione vinicola come una delle principali attività economiche del monastero. Le vasche del torchio, decorate anch’esse con mosaici in pietra blu e bianca, confermano questo aspetto dell’economia locale.
Gli archeologi hanno rinvenuto anche una varietà di altri reperti: ceramiche, monete, manufatti in marmo, oggetti in vetro e metallo. Questa abbondanza di reperti riflette non solo la vita quotidiana dell’epoca, ma anche il commercio e le relazioni sociali che si sviluppavano in questo crocevia commerciale, collegando l’entroterra con le regioni costiere. La posizione strategica del monastero ha sicuramente giocato un ruolo cruciale nel facilitare il commercio e l’interazione culturale tra le diverse comunità.
Le autorità per le antichità di Israele hanno evidenziato l’importanza di questo rinvenimento, sottolineando la rilevanza storica della regione. Svetlana Talis, direttrice per la regione Sud, ha affermato che la scoperta mette in luce il valore storico dell’area e il ruolo di Kiryat Gat come punto di incontro culturale e commerciale nell’antichità. Ora, le operazioni successive riguardano il trasferimento e il restauro del mosaico, affinché possa essere visualizzato dal pubblico.
Questa preziosa opera d’arte rappresenta uno dei mosaici più rari rinvenuti in Israele, e una volta completate le operazioni, sarà posizionata in un’area pubblica per permettere ai visitatori di apprezzarne la bellezza e di comprendere l’importanza storica. La visione di questo mosaico non sarà quindi solo un’esperienza estetica, ma anche un’opportunità per immergersi nella storia e nella cultura della regione.
(ArcheoMedia, 14 gennaio 2025)
........................................................
Israele e Hamas vicini a un accordo: nuovi dettagli sul cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi
di Luca Spizzichino
Fonti diplomatiche israeliane hanno confermato che Israele e Hamas sono nelle “fasi avanzate” delle negoziazioni per un cessate il fuoco che includerebbe il rilascio di alcuni degli ostaggi detenuti a Gaza dal 7 ottobre 2023. Nonostante i progressi nei colloqui mediati da Qatar ed Egitto, con la partecipazione delle amministrazioni statunitensi uscente e entrante, l’accordo non è ancora stato finalizzato, in attesa del responso da parte di Mohammed Sinwar, fratello di Yahya.
Secondo le autorità israeliane, l’avanzamento delle trattative è stato favorito dalla crisi dell’Asse iraniano in Medio Oriente, con il collasso del regime di Assad in Siria e la sconfitta di Hezbollah in Libano, fattori che hanno aumentato la pressione su Hamas. Inoltre, minacce e pressioni da parte del presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, avrebbero contribuito a portare il gruppo terroristico al tavolo delle trattative. Israele sta collaborando con entrambi i team diplomatici statunitensi, inclusi l’inviato di Biden, Brett McGurk, e l’ufficiale dell’amministrazione Trump, Steve Witkoff.
Il primo stadio dell’accordo prevede il rilascio di 33 ostaggi “umanitari”, tra cui bambini, donne, soldatesse, anziani e malati. Israele ritiene che la maggior parte di loro sia ancora in vita, sebbene non abbia conferme sulla loro condizione. Dopo 16 giorni dall’entrata in vigore dell’accordo, inizieranno le negoziazioni per la liberazione dei rimanenti ostaggi, tra cui uomini in età da servizio militare e soldati. Israele manterrà delle leve strategiche, come la detenzione di terroristi e il controllo di aree chiave nella Striscia di Gaza, per garantire il rilascio completo degli ostaggi. Israele poi ritirerà gradualmente le proprie truppe dalla maggior parte della Striscia di Gaza, in cambio del rilascio di un numero significativo di prigionieri palestinesi..
Israele ha smentito le notizie secondo cui il rilascio dei primi ostaggi avverrà solo una settimana dopo l’inizio del cessate il fuoco. Attualmente, si stima che 94 dei 251 ostaggi sequestrati da Hamas il 7 ottobre siano ancora a Gaza, inclusi almeno 34 cadaveri confermati dall’IDF.
Israele ha precisato che i terroristi responsabili di attacchi mortali non saranno rilasciati in Cisgiordania e che nessuno dei partecipanti al massacro del 7 ottobre sarà liberato. Fonti non confermate suggeriscono che tra 150 e 200 terroristi condannati potrebbero essere rilasciati e trasferiti a Gaza, Egitto, Turchia o Qatar. Inoltre, il governo israeliano ha ribadito che non restituirà il corpo di Yahya Sinwar, il leader di Hamas responsabile dell’attacco del 7 ottobre, ucciso dall’IDF a Rafah lo scorso ottobre.
Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha espresso ottimismo: “Siamo sull’orlo di un accordo che potrebbe portare alla liberazione degli ostaggi, alla cessazione delle ostilità e a un significativo incremento dell’assistenza umanitaria ai palestinesi”. Le amministrazioni Biden e Trump stanno collaborando per assicurare la riuscita dell’intesa, con inviati speciali come Brett McGurk e Steve Witkoff impegnati nei negoziati.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu sta consultando i vertici della sicurezza per decidere quando portare l’accordo all’approvazione del governo. Tuttavia, i partiti di estrema destra minacciano di abbandonare la coalizione se l’accordo dovesse includere la liberazione di un numero elevato di prigionieri palestinesi.
Nel frattempo, Qatar ed Egitto continuano a mediare gli ultimi dettagli, con una nuova tornata di colloqui prevista a Doha il 16 gennaio. Le prossime ore saranno cruciali per definire il futuro della tregua e del rilascio degli ostaggi.
(Shalom, 14 gennaio 2025)
........................................................
L’azzardo di Netanyahu e le sue incognite
di Niram Ferretti
L’accordo ancora in fieri tra Israele e Hamas che dovrebbe essere finalizzato a breve salvo colpi di scena, pare abbia subito una accelerazione dopo la visita in Israele di Steve Witkoff, il nuovo inviato della imminente Amministrazione Trump per il Medio Oriente. Cosa si siano detti esattamente Netanyahu e Witkoff non si sa, ma è trapelato che l’incontro sia stato “teso”.
Una cosa è certa, fattuale, dopo mesi di stallo e a soli sei giorni del giuramento di Donald Trump alla Casa Bianca che avverrà il 20 di gennaio, per la prima volta appare che l’accordo con Hamas che l’uscente Amministrazione Biden ha fortissimamente voluto ma mai ottenuto, giunga a destinazione e che Joe Biden potrà intestarselo come un successo personale.
Sono note le minacce di Trump rivolte a Hamas, ovvero, che si gli ostaggi non verranno liberati prima del 20 gennaio, in Medio Oriente si scatenerà l’inferno. Al di là dell’abituale retorica tonitruante di Trump, è chiaro che il neo eletto presidente americano non voglia fare sconti alla formazione jihadista salafita. La domanda da porsi è, tuttavia, quanto conviene a Israele siglare un accordo in un momento in cui Hamas è allo stremo, Hezbollah è parzialmente neutralizzato, e lo sponsor di entrambi, l’Iran, si trova nella sua massima fragilità dal 1979 ad oggi?
L’accordo che andrebbe in porto ricalca sostanzialmente l’impianto di quello proposto dall’Amministrazione Biden il maggio scorso, il quale prevedeva un periodo di 42 giorni suddiviso in due fasi durante le quali Hamas libererà 33 degli ostaggi detenuti nella striscia, tra cui le donne e i più bisognosi di cure in cambio di un numero elevato di detenuti palestinesi, inizialmente 1300, ma il numero è da considerarsi ancora ipotetico. Dopo sedici giorni, in cui prevarrà il cessate il fuoco, partirà la seconda fase che prevede sostanzialmente il futuro di Gaza, ovvero il futuro di Hamas e la decisione di Israele in merito. È questo l’aspetto più rilevante dell’intero accordo e che riguarda l’esito finale della guerra, ovvero due fattori essenziali, la presenza di Israele e il suo ruolo all’interno della Striscia e la presenza di Hamas e il suo.
Ci sono fattori che si intersecano e che mutuamente si escludono. Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte, fin dall’inizio della guerra, che non può esserci vittoria se non verrà posto termine al dominio politico-militare di Hamas a Gaza, ma Hamas ha costantemente affermato che il rilascio di tutti gli ostaggi prigionieri a Gaza prevede il ritiro completo delle forze armate israeliane nell’enclave, e dunque, inevitabilmente la sua sussistenza.
È del tutto impensabile che Hamas rilasci tutti gli ostaggi, essi rappresentano la sua assicurazione sulla vita, senza ottenere in cambio la garanzia della sua permanenza a Gaza e il continuare ad avere un ruolo politico nel suo futuro, tuttavia, se Israele, per ottenerne la loro liberazione dovesse acconsentire, avrà perso la guerra, consegnerebbe a se stesso una vittoria dimidiata che rapidamente Hamas si intesterebbe come un risultato della resistenza.
Lo scenario futuro appare incerto e su esso pesa quello che l’Amministrazione Trump deciderà in merito.
Il primo quadriennio di Trump lo ha visto graniticamente a fianco di Israele in chiara opposizione a quello dell’Amministrazione Biden, e ciò lascia ragionevolmente suppore che la postura della nuova amministrazione non cambi, ma è altresì indubbio che l’accelerazione che sta avendo la finalizzazione dell’accordo con Hamas sia condizionata dalla volontà di Trump di ottenere un risultato favorevole prima del suo ingresso alla Casa Bianca per sottrarne il merito a Biden e affermare che è stato dovuto al suo intervento.
In questa prospettiva si comprende meglio la ragione per la quale Netanyahu ha deciso di portare a casa un accordo con Hamas, per accontentare l’umorale presidente americano, contando sul fatto che ci si trova ancora in una fase parziale, e che una volta che l’Amministrazione Trump sarà in piena carica, lo scenario cambierà e saprà convincere Trump che la sua esortazione a “finire il lavoro” significa che Hamas deve essere sconfitto completamente.
Ci troveremmo dunque, per l’ennesima volta, al cospetto del tatticismo del premier israeliano, della sua consumata abilità a operare su più tavoli, a tenersi aperte varie prospettive, confidando che con Trump si instauri lo stesso sodalizio della sua prima presidenza.
In altre parole, quello che appare come una resa, in realtà sarebbe un altro fondale di teatro da rimuovere appena possibile confidando sull’inattendibilità di Hamas, scommettendo sulla sua incapacità di rispettare i patti e sulla disponibilità di Trump a fare proseguire a Israele la guerra a Gaza a non cercare costantemente di frenarla come ha fatto l’Amministrazione Biden.
Se Netanyahu avrà avuto ragione o torto lo si vedrà velocemente.
(L'informale, 14 gennaio 2025)
........................................................
I parenti degli ostaggi mettono in guardia da un accordo “pericoloso” con Hamas
Il Forum Tikva ha invitato i partiti di destra ad abbandonare il governo se il primo ministro accetterà un accordo che non garantisca il rilascio di tutti gli ostaggi.
di Canaan Lidor
 |
 |
FOTO
Israeliani protestano a Gerusalemme contro l'attuale accordo sugli ostaggi con Hamas, definendolo una capitolazione
|
|
I parenti degli ostaggi detenuti da Hamas nella Striscia di Gaza lunedì hanno invitato i politici di destra a lasciare il governo se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu accetterà un accordo con il gruppo terroristico che lascia in cattività alcuni israeliani rapiti.
A meno che l'accordo non includa tutti gli ostaggi, vivi e morti, incondizionatamente e subito, chiediamo ai partiti Sionismo Religioso e Otzma Yehudit, così come ai parlamentari del partito Likud alla Knesset, che finora hanno sostenuto solo un accordo completo, di annunciare immediatamente il loro ritiro dal governo”, ha scritto il Forum Tikva dei parenti degli ostaggi.
Qualsiasi accordo parziale con Hamas trasformerà gli ostaggi in beni [ancora più preziosi] e metterà a rischio la vita dei soldati e degli altri ostaggi”, ha continuato la dichiarazione.
Centinaia di oppositori al nascente accordo di cessate il fuoco hanno inscenato una manifestazione di protesta a Gerusalemme lunedì sera, bloccando l'accesso alla capitale per circa un'ora. Alcuni manifestanti portavano cartelli con scritto: “No a un accordo con il diavolo”.
Tra i manifestanti c'era il Ministro delle Missioni Nazionali Orit Strock, del partito del Sionismo Religioso, che insieme a Otzma Yehudit aveva precedentemente annunciato il suo rifiuto dei termini pubblicizzati dell'accordo.
Anche il Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi, un altro gruppo di parenti, ha scritto di essere alla ricerca di un accordo che garantisca il ritorno di tutti gli ostaggi. Tuttavia, questa dichiarazione non ha invitato il governo a rifiutare un accordo parziale. Il Forum delle famiglie ha criticato il governo più di Tikva, chiedendo maggiori concessioni per la restituzione degli ostaggi.
Le richieste di entrambi i gruppi hanno fatto seguito alle notizie di una svolta nei colloqui per il cessate il fuoco con Hamas. I termini finali dell'accordo non sono ancora stati annunciati ufficialmente, ma le notizie in merito, comprese quelle dell'emittente pubblica israeliana KAN di lunedì, parlano di un accordo in due fasi che inizierebbe con il rilascio di 33 dei circa 100 ostaggi che si ritiene siano nelle mani di Hamas durante una tregua di 42 giorni.
Israele rilascerebbe 1.300 terroristi e prigionieri palestinesi, tra cui centinaia di ergastolani. Tra i 33 ostaggi ci sarebbero donne soldato, donne e uomini di età superiore ai 50 anni, nonché ostaggi malati e feriti. Non si sa quanti dei 33 siano ancora vivi.
La seconda fase dell'accordo includerebbe il rilascio degli ostaggi rimanenti e colloqui per un cessate il fuoco permanente, ha detto Kan. Il rapporto non includeva una tempistica per la seconda fase.
Secondo il KAN, le forze israeliane si ritireranno dal Corridoio di Filadelfia - il confine tra la Striscia di Gaza e l'Egitto - alla fine della prima fase.
Prima dell'attacco a Israele del 7 ottobre 2023, Hamas ha contrabbandato centinaia di tonnellate di armi attraverso il corridoio, che Netanyahu ha dichiarato ad agosto sarebbe rimasto sotto il controllo israeliano.
(Israel Heute, 14 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
“Vietata agli ebrei”. L'avviso emesso dal Centro Wiesenthal in Germania
La comunità ebraica nel Württemberg mette in guardia gli ebrei che desiderano visitare Stoccarda: ci sono pericoli legati a manifestazioni anti-israeliane e pro Hamas. Le partenze e le scuole che non ricordano la Shoah.
di Giulio Meotti
Questo l’annuncio pubblicato dalla comunità ebraica nel Württemberg, la regione tedesca in cui si trova Stoccarda.
“Cari membri della comunità!
Se sei ebreo, evita Stoccarda, la città sede della Mercedes Benz e dell’autore dell’“Amico ritrovato” Fred Uhlman. Perché a Stoccarda ci sono zone vietate agli ebrei a causa del feroce attivismo pro Hamas e dell’antisemitismo fuori controllo. Il Simon Wiesenthal Center, che prende il nome dal leggendario cacciatore di nazisti, sta per emettere un avviso di viaggio per gli ebrei che desiderano visitare la città, perché l’intensa attività pro Hamas ha creato “zone vietate” per la comunità ebraica. Il Wiesenthal Center ha emesso un avviso di viaggio su Amsterdam in seguito ai violenti attacchi di novembre contro i tifosi di calcio israeliani alla vigilia della Kristallnacht.
Il comunicato della comunità ebraica fa riferimento a un elenco di zone di Stoccarda “interdette” agli ebrei. Il riconoscimento delle “no-go zone” nelle città europee non dovrebbe sorprendere gli osservatori più attenti. Dopotutto, a marzo dello scorso anno, Robin Simcox, il commissario anti estremismo dell’allora governo conservatore britannico, ha affermato che Londra è diventata una “no-go zone per gli ebrei” durante le marce del fine settimana organizzate a favore dei palestinesi (e di Hamas). “Non sorprende che così tanti ebrei britannici stiano partendo per Israele” scrive sull’ultimo numero dello Spectator Jake Wallis Simons, direttore del Jewish Chronicle inglese. “Con l’antisemitismo a livelli record, questo esodo non è affatto inaspettato. Prima del 7 ottobre, molti emigranti ebrei britannici in Israele avevano 55 anni o più, con figli adulti e nipoti e cercavano di godersi la pensione all’estero. L’attuale ondata riguarda principalmente giovani famiglie, professionisti e accademici, persone abbastanza osservanti da essere, nelle parole della Metropolitan Police, ‘apertamente ebree’”. Lo stesso in Francia. Da Libération: “Partenza per Israele: l’aliyah, l’immigrazione ebraica, non è mai stata così alta dal 2015”.
Il giornalista e autore di bestseller ebreo tedesco Henryk Broder ha attirato per la prima volta l’attenzione sullo scoppio dell’odio pubblico contro gli ebrei a Stoccarda nel suo articolo del 4 gennaio, intitolato “Stoccarda: aree vietate per gli ebrei”. Broder ha attaccato Michael Blume, incaricato di combattere l’odio antisemita nello stato tedesco sudoccidentale del Baden-Württemberg, dove si trova la città: “Se prendesse sul serio il suo lavoro, potrebbe avvolgersi in una bandiera israeliana e prendere parte alle manifestazioni e tenere in mano un cartello con la scritta: ‘Liberate gli ostaggi!’”.
Quanto sono sicuri gli ebrei in Germania? Dopo l’attacco terroristico di Hamas contro Israele del 7 ottobre, la situazione per gli ebrei che vivono nella diaspora europea è crollata. “Mitte, Kreuzberg e Neukölln si sono trasformate in zone di battaglia visive e verbali in cui, in quanto ebreo, ti viene ricordato a ogni angolo che la tua vita è in pericolo”, ha descritto in modo impressionante l’autrice ebrea Mirna Funk sulla Welt. “Ebrei e omosessuali non sono al sicuro a Berlino”. Questo è il titolo della Bild, che cita il capo della polizia di Berlino, Barbara Slowik, che a novembre ha consigliato a ebrei e omosessuali di prestare attenzione in alcune zone della capitale. A Bonn, la comunità ebraica ha consigliato di non indossare i simboli della fede per strada. Ma anche a Potsdam e Bochum.
Intanto due scuole di Anderlecht, uno dei comuni di Bruxelles, hanno rifiutato di prendere parte alla cerimonia di posa delle “stolpersteine” (le pietre della memoria) per gli ebrei belgi assassinati durante l’Olocausto, affermando che “le scuole non desiderano imporre ai bambini alcuna discussione sull’Olocausto, date le attuali condizioni in medio oriente”.
E vedendo le immagini dell’assalto alla sinagoga di Bologna (perché non hanno impedito che i cortei palestinesi si avvicinassero al sito ebraico come ha appena fatto la polizia a Londra?) non c’è da meravigliarsi se il Centro Wiesenthal dovesse emettere lo stesso avviso per la città sotto le due torri. La “no-go area” rossa, sazia e disperata.
Il Foglio, 14 gennaio 2025)
........................................................
Gli ebrei chiedono più tutele contro l'antisemitismo o se ne andranno
 |
 |
FOTO
Rav Menachem Margolin
|
|
Il presidente dell'Associazione Ebraica Europea (Eja) ha invitato i governi europei a prendere provvedimenti forti contro l'aumento dell'antisemitismo che, a suo dire, sta spingendo migliaia di ebrei fuori dall'Europa.
Il rabbino Menachem Margolin ha dichiarato lunedì che circa 40.000 ebrei hanno già lasciato l'Europa negli ultimi anni e non hanno intenzione di tornare a causa dell'aumento dell'antisemitismo.
• Un anno critico
Descrivendo il 2025 come un "anno critico" per gli ebrei europei, Margolin ha avvertito che "se i governi europei non prenderanno sul serio le misure che chiediamo loro quest'anno, questo sarà l'inizio della fine della loro presenza in Europa".
Parlando prima di un vertice di due giorni organizzato dall'Eja a Cipro, Margolin ha affermato che l'antisemitismo in Europa è aumentato del 2.000% dopo l'attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023. Le statistiche sono state compilate da organizzazioni che monitorano l'antisemitismo.
• Antisemitismo in crescita in Europa
Secondo un sondaggio condotto dall'Agenzia dell'Ue per i diritti fondamentali prima dell'inizio della guerra, il 96% degli ebrei ha subito forme di discriminazione in Europa tra gennaio e giugno 2023.
L'agenzia, con sede a Vienna, ha anche raccolto dati da 12 organizzazioni ebraiche dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Alcune di queste organizzazioni parlano di un aumento del 400% dell'antisemitismo.
Margolin ha attribuito questo problema alla miopia della classe politica che "finge che tutto vada bene" e "non capisce l'emergenza della lotta all'antisemitismo".
• Margolin "Azioni forti e rapide" contro i manifestanti anti-Israele
Margolin ha anche invitato i governi europei a passare dalle condanne verbali dei comportamenti antisemiti ad azioni efficaci che garantiscano la sicurezza degli ebrei.
Ha detto che le autorità dovrebbero stabilire un "codice di condotta" per garantire che le manifestazioni contro Israele non si trasformino in proteste antisemite. Margolin chiede anche punizioni "forti e rapide" per gli individui riconosciuti colpevoli di azioni antisemite.
Secondo Margolin, l'opposizione allo Stato ebraico è la ragione principale dell'antisemitismo in Europa, "nel momento in cui il governo è amichevole nei confronti di Israele e comprende il diritto di Israele a difendersi, l'odio contro gli ebrei scende di molto".
(euronews, 14 gennaio 2025)
........................................................
L’immaginaria carestia a Gaza
di Davide Cavaliere
Una delle novità del jihad giuridico e mediatico condotta contro Israele a partire del 7 ottobre 2023, è l’accusa secondo cui Israele starebbe provocando, «intenzionalmente», una carestia nella Striscia di Gaza bloccando gli aiuti umanitari, al fine di perseguire un piano «genocidario» a danno della popolazione arabo-palestinese.
Questa calunnia si basa su un rapporto dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) pubblicato nel marzo del 2024, dove si paventava una carestia imminente poiché 1,84 milioni di gazawi, ossia la metà della popolazione, secondo le stime, stava sperimentando «alti livelli di insicurezza alimentare acuta».
Il COGAT, l’unità dell’IDF responsabile del coordinamento degli aiuti umanitari a Gaza, ha subito criticato quel rapporto per «molteplici difetti fattuali e metodologici, alcuni dei quali gravi». Per esempio: l’IPC ha sottostimato la quantità di acqua disponibile per persona al giorno a Gaza come 1 litro invece di 20 litri; inoltre, non aveva dati aggiornati sulla popolazione e si è basato su quelli distorti forniti dal Ministero della Salute di Gaza, creato e gestito da Hamas, e ha ignorato le prove pubbliche sulla disponibilità di cibo in tutta Gaza, anche nel Nord.
Nel giugno del 2024, viene pubblicato un nuovo rapporto, dove si afferma che si è costituito uno scenario «in contrasto» con le previsioni catastrofiche fatte in riferimento al periodo «marzo-luglio 2024», al punto da scrivere che «le prove disponibili non indicano che sia in corso una carestia», sebbene per l’IPC tale rischio rimanga alto.
Diversi mesi dopo, nell’ottobre del 2024, il medesimo ente ha rilasciato l’ennesimo report, dove nuovamente non si è parlato di «carestia in atto» a Gaza, bensì di «un’imminente e sostanziale probabilità di carestia», e si è aggiunto che tale documento «serve a richiamare immediatamente l’attenzione sulla necessità di agire urgentemente per alleviare questa catastrofe umanitaria nelle aree del nord della Striscia di Gaza».
Visti i precedenti è legittimo ritenere che l’IPC abbia nuovamente sottostimato la quantità di acqua e cibo disponibile agli arabi-palestinesi.
Fin dall’inizio, dunque, l’IPC ha affermato che a Gaza non è in corso una carestia, ma solo che vi è pericolo che questa possa realizzarsi se, si legge ancora nel testo di ottobre, «tutti gli attori coinvolti direttamente nel conflitto o che possano influenzarne lo svolgimento» non prenderanno delle misure volte a prevenire tale possibilità.
Sebbene nell’ultimo suo documento si parli di «tutti gli attori coinvolti», le raccomandazioni finali dell’IPC riguardano solo Israele, anche se questo non è nominato direttamente: si chiede, infatti, di «terminare l’assedio nel nord della Striscia di Gaza» e di «interrompere gli attacchi a strutture sanitarie e infrastrutture civili essenziali». Anche se, come ha chiarito il Wall Street Journal, «Israele non ha bisogno di essere sollecitato a fornire aiuti umanitari o ad agire con cautela».
Nulla si dice in riferimento al fatto che Hamas ha vietato ai cittadini palestinesi, pena la morte, di collaborare con gli israeliani nella distribuzione dei beni; come non viene detto alcunché circa i furti degli aiuti umanitari destinati ai cittadini di Gaza compiuti da Hamas, di cui esistono numerose prove: abitanti della Striscia allontanati con la forza dai camion carichi di cibo e testimonianze di gazawi circa i latrocini messi in atto dai terroristi di Hamas.
Anzi, come concludeva il rapporto del COGAT sopraccitato, l’IPC non menziona mai i notevoli sforzi compiuti da Israele «per migliorare la situazione umanitaria», oltreché lavorare «in modo proattivo con i partner per fornire aiuti adeguati alla popolazione e invita la comunità internazionale e le organizzazioni umanitarie a continuare a lavorare insieme per questo scopo».
La ragione per cui a Gaza non è corso alcuna carestia è dovuta al fatto che, contrariamente a quanto affermano gli odiatori seriali di Israele, lo Stato ebraico ha facilitato l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia ben oltre i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale.
In tal senso, la Quarta Convenzione di Ginevra, relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra, all’articolo 23, stabilisce che «Ciascuna Parte contraente accorderà il libero passaggio per qualsiasi invio di medicamenti e di materiale sanitario […] Essa autorizzerà pure il passaggio di qualunque invio di viveri indispensabili, di capi di vestiario e di ricostituenti riservati ai fanciulli d’età inferiore ai quindici anni, alle donne incinte o alle puerpere», tali invii sono «subordinati alla condizione che questa Parte sia sicura di non aver alcun serio motivo di temere che: gli invii possano essere sottratti alla loro destinazione; che il controllo possa non essere efficace; che il nemico possa trarne evidente vantaggio per i suoi sforzi militari o la sua economia, sostituendo con questi invii delle merci che avrebbe altrimenti dovuto fornire o produrre, oppure liberando delle materie, dei prodotti o dei servizi che avrebbe altrimenti dovuto destinare alla produzione di tali merci».
Israele ha spesso derogato all’articolo 23, permettendo l’ingresso di numerosi beni che sono stati, prevedibilmente, sequestrati da Hamas. Il COGAT, per di più, ha sovente permesso l’accesso di quantitativi di cibo superiori a quelli richiesti dalle Agenzie dell’ONU e dal World Food Program.
In conclusione, si può affermare con certezza che a Gaza non è in corso alcuna carestia; che gli scenari elaborati dall’IPC nei mesi passati si sono rivelati eccessivamente pessimistici, pertanto anche le nuove proiezioni non sono da ritenersi affidabili; e che le azioni compiute da Israele per garantire sufficienti aiuti umanitari ai «palestinesi» confutano qualunque dichiarazione secondo cui si starebbe usando la fame come strumento di genocidio.
Tra i filopalestinesi non ci sarà mai carestia di argomenti diffamatori contro Israele.
(L'informale, 13 gennaio 2025)
........................................................
“J.K. Rowling ha salvato la civiltà occidentale”
Lode alla scrittrice che ha difeso le donne e iniziato la resistenza all’ossessione woke. L'articolo di Amy Hamm sul canadese National Post.
"J.K. Rowling ha salvato la civiltà occidentale”, scrive Amy Hamm sul canadese National Post. “Sì, una donna da sola. Rowling, miliardaria, famosa autrice di ‘Harry Potter’ e critica schietta dell’ideologia di genere, è probabilmente la più grande forza dietro un recente punto di svolta nelle guerre culturali dell’occidente. La nostra cultura è stata spinta sull’orlo di un’irreversibile presa di potere da parte di despoti deliranti di una sinistra radicalizzata e ora, per fortuna, sembra che stia andando verso una relativa normalità. Non ci siamo ancora. E mentre alcuni paesi, tra cui il Canada, sono in ritardo, non si può negare che un cambiamento culturale sismico sia stato recentemente avvertito in tutto l’occidente.
Il genere, o più specificamente, l’ideologia di genere, che postula che il genere è socialmente costruito, come se ognuno di noi avesse una ‘identità di genere’ unica e personalizzata che esiste come un’essenza simile all’anima contenuta nei nostri corpi fisici, ma separata da essi, è diventata una religione di stato nei paesi occidentali nell’ultimo decennio. Il senso interiore e metafisico del genere è così unico e speciale che dobbiamo credere che esistano potenzialmente infinite varianti: in effetti, la Bbc una volta ha detto con orgoglio ai bambini che ne esistevano più di 100, tra cui ‘bi-gender’.
Credi quello che vuoi della tua identità. Tutti noi meritiamo di essere trattati con dignità, indipendentemente dalle nostre convinzioni. E’ quando alle donne viene detto che devono obbedire, sia nei fatti che nella privacy delle loro menti, che le cose sono andate troppo oltre. La follia dell’ideologia di genere non può essere separata dalla follia generalizzata del moderno ‘progressismo’, che è, semplicemente, un identitarismo nouveau e di sinistra. E’ un’ossessione politicizzata e distruttiva per il genere, la razza e varie categorie che possono costituire la base della propria (spesso presunta e dubbia) oppressione. Il genere sembra essere l’ossessione principale di questo nuovo fanatismo, con la razza al secondo posto. Non c’è nulla che questo nuovo identitarismo non tocchi: cade come l’oscurità al tramonto. Ad esempio, ci viene detto che il cambiamento climatico è, di fatto, una questione razziale, tramite affermazioni secondo cui colpisce in modo sproporzionato le minoranze razziali. L’atletica, anziché riguardare, bè, l’atletica, è ora la ‘frontiera delle persone trans’. La fede nell’ideologia di genere fa perdere completamente il senno. Ed è questo il punto: i seguaci devono denunciare la realtà di base per dimostrare la loro fedeltà. Per dimostrare di non essere eretici malvagi. O altro.
Durante il periodo in cui la maggior parte delle persone era troppo terrorizzata dal parlarne, l’ideologia di genere ha preso il sopravvento sulle nostre istituzioni (culturali, governative e sanitarie), sui nostri luoghi di lavoro e persino sulle nostre vite personali. Poi è arrivata J.K. Rowling e ha detto: ‘Al diavolo tutto questo’. Rowling ha fatto tre cose, quando si è trattato di genere, e le ha fatte come la prima della sua (famosa, fantasticamente ricca) specie: si è rifiutata di ripetere le bugie istituzionalizzate dell’ideologia di genere; ha usato la sua influenza per intervenire negli abusi pubblici di donne non famose che hanno fatto lo stesso; e, cosa fondamentale, ha rifiutato la sua stessa cancellazione. Per essere onesti, non solo ha fatto queste cose, ma le fa ogni giorno; ripetutamente e a un coro di suoi nemici giurati autoidentificati che possono essere trovati a calpestare, urlare, piangere, chiedere il suo assassinio e scaldarsi vicino alla pira di mille edizioni tascabili di ‘Harry Potter’. Questi attacchi non sono un problema per Rowling, la cui sfacciataggine è senza pari: ‘Ricevo le stesse royalties che tu le legga o le bruci. Goditi i tuoi marshmallow!’ ha scherzato con uno di questi bruciatori di libri.
In un recente post X, Rowling ha chiarito che non si tirerà mai indietro. ‘Se esiste una collina migliore su cui morire rispetto ai diritti e alla sicurezza di donne e bambini, non l’ho mai trovata’, ha scritto. E’ la Rowling, dicono, a essere ossessionata da ciò che c’è tra le gambe di qualcuno; ma sono gli attivisti di genere che si riferiranno pubblicamente alle donne con nomi così grotteschi come ‘persone con una vagina’. Ti senti offeso? Disgustato? Bè, è solo perché sei ossessionato dai genitali!
Come siamo arrivati fin qui? Come ho detto, sembra che, nell’ultimo decennio, idee strane e irrazionali abbiano iniziato a insinuarsi nelle tematiche quotidiane della cultura occidentale. Ciò che una volta ti saresti aspettato di sentire mentre origliavi studenti universitari del primo anno riuniti per un inebriante club anarco-post-moderno, rovescia-il-patriarcato-anticapitalista, salva-il-pianeta, mangia-i-ricchi, potere-agli-oppressi è diventato qualcosa che avresti sentito nelle conversazioni quotidiane. Improvvisamente, i tuoi coetanei, amici e colleghi hanno iniziato a vomitare in modo odioso il linguaggio dell’attivismo indignato e del nouveau, tutti ostinatamente ossessionati dall’intersezionalità e dalle gerarchie di oppressione. Tutti, a quanto pare, volevano essere conosciuti come attivisti per la giustizia sociale. Tutto ciò che era sfumato è diventato bianco e nero. Bene e male. Le cose che eravamo soliti dire, senza pensarci, sono diventate proibite. La definizione di ‘odio’ è cresciuta esponenzialmente e di giorno in giorno. Nella nuova definizione di ‘odio’ era incluso qualsiasi rifiuto, non importa quanto premuroso e moderato, del mantra: ‘Le donne trans sono donne’. I paesi hanno iniziato a consacrare il concetto metafisico di ‘identità di genere’ nella legge.
Poi è arrivata Rowling. Tutto è iniziato con un tweet del dicembre 2019: ‘Vestiti come vuoi. Chiamati come vuoi. Dormi con qualsiasi adulto consenziente che tu voglia. Vivi la tua vita migliore in pace e sicurezza. Ma costringere le donne a lasciare il lavoro per aver affermato che il sesso è reale?’. La Rowling era una strega e doveva essere immediatamente bruciata in cima a una pila dei suoi libri. I giovani attori che la Rowling ha reso famosi e ricchi con i suoi film di Harry Potter, tra cui Emma Watson e Daniel Radcliffe, i piccoli mocciosi, si sono scatenati denunciando pubblicamente la donna a cui devono ogni loro successo. E la Rowling ha ricevuto innumerevoli minacce di violenza e morte, che continuano ancora oggi. Non si trattava più solo di ‘genere’, si trattava di fermare il declino accelerato dell’occidente. Era un enorme dito medio ai barbari che avevano già oltrepassato i nostri cancelli. Le persone che non hanno grandi somme di denaro (quasi tutti noi) diranno: ‘Se solo avessi i soldi e potessi finalmente dire cosa intendo veramente’. Ma ci stiamo dimenticando una cosa: ci sono molte persone che hanno quel tipo di denaro, soldi da non lavorare mai più, e quasi tutti non riescono a svegliarsi ogni mattina e a tenere testa a una folla di ipocriti e illusi seguaci del genere. Non c’è bisogno di essere un sensitivo per capire che ciò che sta accadendo nelle menti dei ricchi che non si fanno avanti è lo stesso fenomeno che si verifica nelle menti dei non ricchi che non si fanno avanti: una mancanza di coraggio.
Nell’aprile 2024 la Rowling ha risposto all’approvazione da parte del governo scozzese di una nuova legge sui ‘discorsi d’odio’ tentando il suo arresto e provocando la polizia scozzese a rinchiuderla. Alla fine di un lungo thread di X che evidenziava i crimini, gli scandali e gli abusi di numerosi uomini identificati come transgender, la Rowling ha scritto: ‘La libertà di parola e di credo sono finite in Scozia se la descrizione accurata del sesso biologico è considerata un crimine’. La polizia ha detto al pubblico che non avrebbe intrapreso alcuna azione contro di lei. La nuova legge, antitetica a qualsiasi democrazia occidentale, è stata di fatto neutralizzata dal coraggio di una donna. Questa è Rowling.
L’occidente è molto malato in questo momento. Abbiamo vissuto sotto una sottomissione forzata alla folle e pericolosa nozione che nulla è più importante dell’‘identità’, comprese quelle autodichiarate e palesemente false, e che dobbiamo sovvertire la nostra cultura, le nostre istituzioni e persino la nostra sicurezza e le nostre vite in una dimostrazione di fedeltà. Non voglio immaginare dove saremmo, nel 2024, se la Rowling non avesse fatto ciò che ha fatto, per le donne e i bambini, per la libertà e per l’occidente. Se un giorno una persona singola riceverà il merito di aver salvato la civiltà occidentale, quella è la Rowling. La lotta non è finita, ma ci ha mostrato la strada”.
Il Foglio, 13 gennaio 2025)
____________________
E' questa la "libertà" che anche giornali come Il Foglio vogliono veder protetta da Israele, assunto come baluardo dell'Occidente libero? E' questo il compito storico di Israele? Qualcosa non quadra nella linea di questo giornale. M.C.
........................................................
Attivista per la pace arrestata dopo aver fatto commenti favorevoli su Israele
KUWAIT CITY - La giornalista e sceneggiatrice kuwaitiana Fadscher al-Said è stata arrestata la scorsa settimana per un periodo iniziale di 21 giorni. È accusata di aver sostenuto la normalizzazione con Israele.
Le autorità inquirenti stanno verificando se al-Said abbia violato la legge sul boicottaggio di Israele del 1964 e quindi abbia agito “contro gli interessi nazionali”. Lo riferisce il “Jerusalem Post” con riferimento al quotidiano kuwaitiano “Al-Qabs”. La legge vieta qualsiasi interazione con lo Stato ebraico e la promozione di relazioni.
Prima dell'arresto, Al-Said aveva pubblicato sui social media un video in cui dava il benvenuto in Georgia a tre israeliani, definendoli “nostri cugini”.
• A favore della pace con Israele
La giornalista si è ripetutamente espressa a favore della pace con Israele almeno dal 2018. Ha anche rilasciato interviste ai media israeliani.
Nel giugno 2023, il Libano le ha negato l'ingresso. Il motivo era il suo sostegno alla normalizzazione o le sue critiche alla milizia Hezbollah.
Dopo l'incidente, ha dichiarato al sito web “Mena-Watch” che i Paesi arabi hanno cercato di fare la guerra contro Israele, ma non ci sono riusciti: “Vengo con un messaggio di pace e diffondo questo messaggio”. Questo richiede un linguaggio decente. Non si può dire: “Voi criminali, io voglio la pace con voi”.
(Israelnetz, 13 gennaio 2025)
........................................................
Il 2025 sarà l’anno della rivoluzione IA per l’istruzione israeliana
di Michelle Zarfati
Il ministro israeliano dell’Istruzione Yoav Kisch ha definito il 2025 come l’anno dell’intelligenza artificiale per rivoluzionare l’istruzione attraverso la tecnologia avanzata.
L’iniziativa mira a migliorare l’insegnamento, l’apprendimento e la gestione della didattica dotando studenti ed educatori di conoscenze essenziali sull’IA e incorporando strumenti di intelligenza artificiale nei processi didattici e di valutazione. Il ministero ha sviluppato programmi di formazione per insegnanti specializzati e piani di lezione innovativi progettati per rendere l’IA accessibile sia agli studenti che agli insegnanti di tutte le materie e gruppi di età in tutta la società israeliana. Il ministero vede l’intelligenza artificiale come uno strumento che dà potere agli educatori e crea un’esperienza di apprendimento più personalizzata e su misura per le esigenze individuali degli studenti.
Per garantire il successo del programma, il ministero ha collaborato con migliaia di esperti del settore high-tech israeliano e ha siglato collaborazioni con giganti tecnologici globali come Google, Microsoft, Apple e Intel. Le sessioni di formazione per gli insegnanti, che introdurranno gli strumenti di intelligenza artificiale e le loro applicazioni pratiche, sono già in corso. Come parte del programma, il Ministero dell’Istruzione ha ospitato un evento con Google il 7 gennaio intitolato “AI Connect for Education”. Migliaia di studenti, educatori e supervisori hanno partecipato, acquisendo esperienza pratica con strumenti di intelligenza artificiale generativa disponibili per l’uso in classe.
“Siamo orgogliosi di guidare un’iniziativa globale rivoluzionaria: un intero anno accademico dedicato all’intelligenza artificiale nell’istruzione. Grazie a un’impressionante collaborazione con le principali aziende tecnologiche e al coinvolgimento di migliaia di mentori del settore high-tech, stiamo plasmando un modello innovativo che influenzerà il futuro dell’istruzione” ha detto il ministro dell’Istruzione Kisch, sottolineando il significato del programma.
“Il nostro obiettivo è integrare la tecnologia avanzata con i valori educativi, fornire a ogni studente pari opportunità di eccellere nell’era digitale e rafforzare il vantaggio tecnologico d’ Israele per il bene del futuro dei nostri figli” ha concluso Kisch.
“La collaborazione tra insegnanti, studenti e l’industria high-tech sottolinea il nostro impegno nel promuovere l’innovazione tecnologica preservando i valori educativi. Stiamo creando una connessione unica tra il sistema educativo e il settore tecnologico per guidare un cambiamento significativo e plasmare il futuro dell’istruzione in Israele” ha aggiunto Merav Zarbiv, direttore della divisione Innovazione e Tecnologia e leader del programma nazionale.
(Shalom, 13 gennaio 2025)
____________________
Anche in questo caso, non si può che prendere atto della posizione di avanguardia tecnologica di Israele. Non tutte le avanguardie di Israele però sono in benedizione per l'umanità, basti pensare a quella sull'omosessualità (Tel Aviv sbandierata come capitale dei gay) o sui finti vaccini anti-covid (Israele come prima nazione vittoriosa sul contagio). Lo sbandierato entusiasmo per "un’iniziativa globale rivoluzionaria" da cui scaturirebbero i prodigiosi effetti della "rivoluzione IA" è fonte più di preoccupazione che di consolazione. M.C.
........................................................
Bologna – De Paz: Attacco antiebraico mentre al Comune sventola bandiera palestinese
di Adam Smulevich
«Non è forse corretto definirlo “attacco alla sinagoga”, perché la sinagoga si affaccia su un’altra strada, mentre in via de’ Gombruti affacciano gli uffici comunitari. Ma è stato senz’altro un attacco alla Comunità ebraica. Anzi, a tutto il mondo ebraico».
Daniele De Paz vive ore frenetiche. Il telefono squilla molto spesso da quando sabato sera il corteo bolognese per Ramy Elgaml è transitato dalle parti della Comunità ebraica locale, di cui è presidente, vandalizzando l’area e lasciando delle scritte che inneggiavano a “Giustizia per Gaza libera”. «Non c’era nessuna ragione per passare di lì. Lo si è fatto di proposito, per lanciare un messaggio al mondo ebraico. Viene da chiedersi perché Bologna sia stata l’unica città italiana in cui le proteste abbiano preso di mira un soggetto come il nostro», riflette De Paz. Lui una risposta ce l’ha: «Questa è l’unica grande città in cui, all’esterno del palazzo comunale, sventola una bandiera palestinese; è una scelta che ho da tempo contestato al sindaco Matteo Lepore e di cui si deve assumere la responsabilità, perché evidentemente una correlazione tra le due cose c’è». De Paz precisa che non ci sono stati danni «né a cose né a persone». Ma la tensione è stata inevitabilmente alta, anche tra gli iscritti, «perché in strada c’è stata vera e propria guerriglia». Tante le reazioni di solidarietà. «Mi hanno telefonato dal governo. Ma anche dal mondo del Pd, il partito di Lepore. A tutti ho rivolto una richiesta: dateci una mano a organizzare al meglio il prossimo 27 gennaio, aiutateci a far capire che quella bandiera strumentalmente esposta in quella sede è un errore». Ad esprimere solidarietà anche l’arcivescovo Matteo Zuppi. Tra gli altri ha affermato che «non c’è giustificazione per qualsiasi violenza» e condannato «l’inaccettabile e mai estinto seme dell’antisemitismo», oltre agli atti «contro le forze dell’ordine».
Domenica, in una nota congiunta, De Paz e la presidente Ucei Noemi Di Segni hanno ricordato che «la difesa dei luoghi ebraici e delle libertà religiose non è una concessione agli ebrei: è un problema che riguarda la democrazia italiana e sono gli italiani a dover respingere chi si pone fuori dal contesto democratico». A tal fine, aggiungevano, «non bastano espressioni di vicinanza del giorno dopo come quelle del sindaco di Bologna».
(moked, 13 gennaio 2025)
*
Bologna: vandalizzata la sinagoga durante una protesta
De Paz: “Non passavano lì per caso”
di Nathan Greppi
Nel corso delle proteste scoppiate in seguito alla morte avvenuta a Milano di Ramy Elgaml, un gruppo di manifestanti ha vandalizzato la Sinagoga di Bologna. Su un muro, è stato fatto ad esempio un graffito con scritto “Giustizia per Gaza”. Mentre davanti al numero civico della comunità ebraica locale, sono state scagliate bombe carta, razzi e mattoni.
A parte la comunità ebraica, nel corso delle proteste nel capoluogo emiliano sono stati feriti dieci agenti di polizia, mentre diversi manifestanti si sono resi protagonisti di atti di vandalismo, oltre a lanci di bottiglie e fumogeni.
Immediate le reazioni di condanna da parte delle istituzioni: Il Sindaco di Bologna Matteo Lepore ha condannato l’accaduto, definendolo “un fatto di enorme gravità, non una manifestazione politica ma devastazione”. E il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha espresso “solidarietà alla comunità ebraica”.
Anche le istituzioni ebraiche hanno condannato le violenze: il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun, ha definito il vandalismo contro la sinagoga un “episodio gravissimo, che non può essere derubricato a semplice minaccia e che si inserisce in un contesto di antisemitismo crescente che ci preoccupa”. Discorso simile per l’UGEI (Unione Giovani Ebrei d’Italia), che in un comunicato ha scritto: “È inaccettabile che, ancora oggi, i luoghi di culto ebraici siano bersaglio di violenza e odio. Questo episodio non è un caso isolato, ma l’ennesimo segnale allarmante di un antisemitismo in crescita nel nostro Paese, che non può essere ignorato né sottovalutato”.
Il presidente della comunità, Daniele De Paz, spiega a Mosaico che “questo episodio si inserisce in un contesto non certo sereno. In città c’è un clima piuttosto acceso sulle dinamiche del conflitto in Medio Oriente. Il fatto che oggi sui muri della comunità compaiano scritte di un certo tipo, definisce una volontà da parte dei manifestanti di passare nella via della comunità ebraica con un intento chiarissimo. Non passavano di lì per caso”.
Aggiunge che nell’ultimo periodo “vi è una relazione problematica tra la comunità ebraica e l’amministrazione comunale, che ha fatto di Bologna l’unica città in Italia che espone dalla finestra del municipio la bandiera palestinese. E questo nonostante i rapporti tra la comunità e il comune siano sempre stati ottimi”.
Questa non è la prima volta che, dopo il 7 ottobre, la Comunità Ebraica di Bologna viene presa di mira da atti vandalici: già nel novembre 2023, dal muro del Memoriale della Shoah di Bologna erano stati strappati i manifesti degli ostaggi israeliani.
• La dichiarazione congiunta con la Presidente UCEI Noemi Di Segni
La presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e il presidente della Comunità ebraica di Bologna Daniele De Paz hanno dichiarato:
“Chi, per far valere diritti altrui e contestare forme di razzismo, esercita violenza calpestando altri diritti, incendiando piazze e attaccando una sinagoga, si muove di fatto per destabilizzare legalità e democrazia.
Ogni forma di estremismo punta a mettere in discussione l’impegno per una convivenza civile che difendiamo ogni giorno. La difesa dei luoghi ebraici e delle libertà religiose non è una concessione agli ebrei: è un problema che riguarda la democrazia italiana e sono gli italiani a dover respingere chi si pone fuori dal contesto democratico.
Per tutelare l’ordine pubblico nella propria città e lo Stato di diritto non bastano espressioni di vicinanza del giorno dopo come quelle del Sindaco di Bologna, Matteo Lepore.
Serve una totale e sincera coerenza, che invochiamo da mesi e che invece è risultata mancante e sorda alle istanze delle Comunità ebraiche, dinanzi al crescente dilagare di odio antiebraico.
Questo precedente preoccupa molto anche in vista del 27 gennaio, Giorno della memoria, per quanto essa verrà calpestata e sostituita con esplicitazioni di odio, violenza e distorsione.
Alle forze dell’Ordine e agli agenti impegnati in prima persona la totale vicinanza e solidarietà di tutte le Comunità ebraiche in Italia”.
(Bet Magazine Mosaico, 12 gennaio 2025)
........................................................
Un ebreo messianico racconta. Intervista a Neriyah Arabov
Il presente articolo è tratto dal giornale ebraico-messianico in tedesco "Kol Hesed" (in ebraico “Voce della Grazia”).
di Kirill Swiderski
Kohl Hesed - Neriyah, tu sei docente in una scuola biblica, guida turistica israeliana certificata e leader di una congregazione messianica. L'elenco potrebbe continuare a lungo. Ma soprattutto sei un ebreo bukhariano. Partiamo da qui.
Neriyah Arabov - Gli ebrei di Bukhara [Uzbekistan] provengono dall'Asia centrale. Sono arrivati in questa regione intorno all'epoca di Saladino, nel XIII secolo d.C.. Siamo circa un milione al mondo. Io vengo dalla città di Samarcanda. Come tutti gli ebrei di Bukhara, andavo in sinagoga, celebravo tutte le feste e ho fatto bar mitzvah all'età di 13 anni.
- C 'è differenza tra le sinagoghe di Bukhara e quelle ashkenazite?
Gli ebrei di Bukhara sono un ramo degli ebrei sefarditi e di conseguenza ci sono delle piccole differenze nella tradizione religiosa ebraica.
- In quanto ebreo religioso, probabilmente conosci bene la tradizione ebraica...
No, non sono religioso e non ho nemmeno il diritto di affermarlo, perché non sono un rabbino. L'ebraismo rabbinico ha trovato il suo “modo” di servire Dio. Solo un rabbino ha il diritto di interpretare il Tanakh e riflettere sulle tradizioni. Se non si appartiene a questo movimento, non si ha il diritto di pensare a Dio. Devi essere in grado di capire il Talmud, cioè devi avere una buona istruzione. Io andavo in sinagoga come tutti gli altri ebrei. Ma come alunno di una scuola sovietica, sono stato influenzato dalla propaganda atea e non credevo nell'esistenza di Dio. Credevo che noi ebrei ci saremmo preservati come nazione osservando le nostre tradizioni.
- Hai sperimentato l'antisemitismo?
Sì, certo, era presente ovunque. Gli ebrei di Bukhara lo hanno vissuto come tutti gli altri ebrei. A casa parlavamo il farsi, ma il russo era la mia lingua principale. L'Asia centrale faceva parte della cultura sovietica, che includeva anche l'antisemitismo.
- Quindi la tua prima lingua è il farsi?
No, non direi. La mia prima lingua è il russo, poi il farsi, l'ebraico, l'inglese... Mio figlio maggiore, che ha da poco terminato il servizio nelle Forze di Difesa israeliane, parla sette lingue... Presto andrà all'università. Sogna di diventare un diplomatico! Non so se ci riuscirà...
- Andrà tutto bene! Ora guardiamo alla tua famiglia. Tu sei padre di molti figli. Quanti figli avete?
Abbiamo sette figli. Cinque sono naturali e due adottati. Le nostre figlie adottive sono cresciute e vivono in Canada. Vengono dall'Eritrea. Le abbiamo accolte malate ed emaciate quando la più grande aveva quattro anni e la più piccola due. Oggi queste ragazze africane parlano correntemente il russo e l'ebraico. Non avevano alcuna possibilità di ottenere la cittadinanza israeliana perché Israele non concede la cittadinanza ai non ebrei. Abbiamo trovato un programma per loro in Canada e presto riceveranno la cittadinanza.
- Impressionante! Ora, come è possibile che un ebreo religioso che non credeva in Dio sia arrivato a credere in Yeshua?
Quando i primi ebrei seguirono Yeshua 2000 anni fa, col tempo sorse una domanda: come possono i non ebrei seguire questo maestro ebreo? 2000 anni dopo sorge la domanda esattamente opposta: come possono gli ebrei credere in questo ebreo che morì di una morte ignominiosa sulla croce, fu sepolto e risuscitò il terzo giorno? Per molti la sua risurrezione è un punto di svolta: credi tu che sia risorto dai morti? Perché se lo credi, hai un rapporto personale con il Creatore, ma se lo rifiuti, non puoi essere in relazione con Dio. Yeshua ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6). Per noi ebrei, queste parole sono la prova diretta che Yeshua è il Maschiach promesso e il sacrificio gradito a Dio. Da 2000 anni non c'è più un tempio e al suo posto Dio ha permesso la costruzione di due moschee. In altre parole, noi ebrei dobbiamo riconoscere che non ci sarà mai un tempio, che non ci saranno mai sacrifici e che non ci sarà mai un sommo sacerdote, perché Yeshua è il nostro sacrificio, è il sommo sacerdote ed è la via per il Dio vivente.
- Come sei arrivato a questo?
È stato un lungo viaggio. Quando ho sentito per la prima volta che Yeshua era il Mashiach promesso da Israele, ho fatto naturalmente del mio meglio per dimostrare il contrario. Ho fatto domande e allo stesso tempo ho letto prima il Tanakh e poi il Nuovo Testamento (Brit Chadashah), ho parlato con tutti i tipi di persone, compresi i rabbini, e alla fine sono stati i rabbini a convincermi che Yeshua è il Mashiach. Le loro argomentazioni erano molto emotive, ma non teologiche. Per esempio: “Come mai, in quanto ebreo, puoi tradire la fede dei tuoi padri?”. Molto più tardi, mi è capitato un fatto simile nella mia congregazione. Avevamo una coppia in visita che veniva dalla Russia. Un giorno mi hanno chiesto se potevano convertirsi all'ebraismo. Ho risposto che la fede in Yeshua è legata alla loro decisione. Dio ci ha creati liberi. Si sono convertiti e sono diventati coerenti ebrei ortodossi. Un giorno mi hanno chiesto: “Come hai potuto tu, ebreo di Bukhara, tradire la fede dei tuoi padri e credere in Yeshua?” Al che ho risposto: “E come avete potuto, voi russi, tradire la fede dei vostri padri e diventare ebrei?”.
- Come è avvenuta la svolta nella tua vita quando hai deciso di seguire Yeshua?
È avvenuta in modo soprannaturale. È stato nel 1994, quando stavo pensando molto alla messianicità di Yeshua. Fui colpito da un sermone di un ebreo georgiano. Si trattava del tema di Yeshayahu (Isaia) 7. Parlava del re Ahaz, che dopo aver sentito il profeta dirgli: “Chiedi un segno al Signore”, decise di far la parte del religioso e rispose che non voleva tentare Dio. Questo fu il suo errore. Perché se Hashem ti propone di chiedergli un segno, devi farlo! Dopo tutto, Egli vuole rafforzare la tua fede. Quel giorno tornai a casa e chiesi al Signore un segno. E me l'ha dato! All'inizio pensai che fosse una coincidenza. Ma il Signore me lo mostrò di nuovo. Alla fine ho chiesto perdono a Dio per la mia incredulità e la mia prima richiesta è stata che la mia famiglia, quando avesse scoperto la mia nuova fede, non mi abbandonasse. Oggi ho un buon rapporto con tutti i miei parenti. Mio zio materno ha due figli maggiori che sono cantori anziani nella sinagoga bukhariana - persone molto rispettate nel loro ambiente religioso. Allo stesso tempo, il figlio più giovane è un omosessuale dichiarato. E se prima questionavo con i miei parenti religiosi, ora siamo buoni amici. Perché a confronto col loro fratello più giovane io appaio molto religioso!
- Ma sei religioso anche nell'aspetto: Indossi una kippah, una camicia bianca larga ...
Sì, è il mio abbigliamento normale, mi sono sempre vestito così. Dio non è venuto a cambiare la nostra cultura, ma a cambiare il nostro cuore. È molto importante rimanere nella cultura in cui Dio ti ha chiamato. Prima di credere in Yeshua, portavo la kippah. Dopo essere diventato un credente, l'ho tolta. Ma dopo aver ricevuto un'educazione biblica, ho capito che è gradito a Dio che ognuno rimanga nella cultura in cui è stato chiamato, così ho rimesso la kippah. La kippah in sé non è importante, ma quello che conta è che la nostra vita testimoni che siamo figli di Dio.
- Grazie alla tua conversione e al tuo cambiamento di vita, è nata una famiglia meravigliosa e infine la congregazione messianica “Beit Yeshua” di Bat Yam. Parlaci della tua congregazione...
Lasciate che vi dica prima qualcosa sui nomi dei miei figli, anche questo è interessante. Ho chiamato il mio primo figlio Baruch. E’ una figura biblica, uno scriba, che servì con il profeta Jemijahu (Geremia) e si chiamava Baruch ben Neriyah. Quando vivevo in Asia centrale, il mio strano nome Neriyah non mi piaceva. Ma quando sono arrivato in Israele, ho capito che nome meraviglioso mi avevano dato i miei genitori: “Luce di Yahweh”. Quando mia moglie era incinta, ho pensato che era Baruch. E così è stato. Poi abbiamo avuto una figlia, che abbiamo chiamato Sarah. Oggi studia al Moody Bible Institute di Chicago. Poi abbiamo avuto Cindy. Nel 2005 ho avuto un'insufficienza renale, ero in dialisi e aspettavo un rene da un donatore. Un giorno, una donna del Michigan, negli Stati Uniti, è arrivata in Israele e mi ha donato il suo rene. Esattamente un anno dopo questo evento, è nata la nostra successiva figlia, che abbiamo chiamato come la mia donatrice. Poi abbiamo avuto Jacob e infine è nato David. Pochi mesi dopo la nascita di Jacob, abbiamo accolto quelle due ragazze eritree. Vivevano in un centro per rifugiati e le condizioni erano terribili. Mia moglie Anna era andata lavorare lì come volontaria. Un giorno è arrivata lì e ha visto uno spettacolo terribile: una bambina, Suzy, che aveva meno di due anni, era sdraiata sul ciglio della strada dove passavano gli autobus. C'erano delle donne sedute lì vicino che non hanno reagito in alcun modo. Anna ha portato a casa la bambina e sua sorella. Le bambine avevano un aspetto molto brutto: pance e teste grandi e braccia e gambe molto magre. Anna ha deciso di portarle con sé con l’intenzione di riportarle più tardi. Ma la sorte ha voluto che restassero con noi per i dieci anni successivi, fino all'emigrazione in Canada. Comunichiamo con loro quasi ogni giorno.
- Wow! Che Hashem vi benedica per la vostra generosità! Ora torniamo alla vostra comunità...
Il rene che mi era stato trapiantato nel 2005 si è guastato nel 2011. E sono morto con quel rene. Miracolosamente sono stato rianimato. All'epoca pesavo solo 45 kg. Mentre mi stavo riprendendo da questa malattia, pensavo di essere sulla via dell'aldilà. Un giorno, i leader delle congregazioni messianiche di Israele (circa 100 persone) andarono a pregare nel deserto. Ricordo che erano le cinque del mattino. Ognuno andò al proprio posto, per pregare da solo. Il deserto del Negev è fatto di colline, quindi c'era posto per tutti. Anch'io trovai il mio angolo, cominciai a pregare e a leggere il Salmo 16, che conosco ancora a memoria in ebraico. Questo salmo dice: “Loderò il Signore, che mi consiglia; anche di notte le mie reni mi istruiscono” (Salmo 16:7). E ancora: “Perché non abbandonerai la mia anima allo Sceol; non permetterai che il tuo fedele veda la corruzione” (Salmo 16:10). All'improvviso ho sentito una voce, una voce chiara: “Che cosa vuoi?” e una forte folata di vento mi ha investito la schiena. Alle cinque del mattino c'è un silenzio assoluto nel deserto. Anche le mosche dormono. Ma c'era una folata di vento e una voce... Risposi: “Voglio essere guarito”. Sentii di nuovo la voce: “Vai!”. Camminai e arrivai a una collina. La voce disse: “Sali sulla collina”. La collina era argillosa e scivolosa. Con tutte le mie forze, mi sforzai di salire sulla collina. La voce disse di nuovo: “Salta!”. Ero a circa due metri di altezza. Saltai e non caddi. Poi la voce disse di nuovo: “Non mormorare. Vai a fondare una congregazione messianica nel luogo in cui vivi”. Il fatto è che noi andavamo in una congregazione a Tel Aviv. Ho raccontato la storia a mia moglie e ad altri amici. Tutti mi hanno sostenuto e nel gennaio 2012 ci siamo riuniti per la prima volta a Bat Yam. Ora siamo lì da dodici anni. Il gruppo è in costante crescita. Lavoriamo con i nuovi immigrati e, più recentemente, con i rifugiati di guerra ucraini. Forniamo innanzitutto aiuti umanitari: cibo e vestiti. Insegniamo l'ebraico, per il quale sono state istituite classi speciali. In origine avevamo due obiettivi: proclamare la Buona Novella e costruire una comunità messianica. Da ciò è scaturita la seguente idea: la cosa principale è predicare la Buona Novella. Come risultato di questa dichiarazione, è nata la congregazione messianica.
- In quale direzione religiosa si sta sviluppando la vostra congregazione? Ho visto sul canale YouTube della vostra congregazione che indossate un talit...
La cosa più importante è essere un testimone della fede in Yeshua. Tutto il resto non è così importante. Un professore del nostro istituto biblico sostiene che il Nuovo Testamento ha influenzato il giudaismo molto più della vita dei credenti non ebrei. Per esempio, il Seder di Pasqua, che viene celebrato da tutti gli ebrei religiosi, probabilmente è entrato a far parte della tradizione ebraica grazie agli ebrei messianici. Allo stesso modo, i passi citati nei libri del Nuovo Testamento sono scomparsi dalla lettura settimanale della Haftara (profeti). Così se il capitolo 11 di 1 Corinzi dice agli uomini di non coprirsi il capo durante la preghiera e la profezia, l'ebraismo prescrive il contrario, cioè di coprirsi il capo, in netto contrasto con quanto scritto nel Nuovo Testamento.
- C'è una bella spiegazione che dice che siccome la Torah dichiara che il popolo d'Israele è un popolo di sacerdoti e i sacerdoti devono coprirsi il capo, allora tutto il popolo d'Israele del nostro tempo deve coprirsi il capo perché non ci sono più né sacerdoti né templi ...
Non c'è alcuna conferma di questo nel Talmud. Esiste solo un racconto rabbinico del VI o VII secolo, secondo il quale un certo rabbino visse fino a 200 anni perché sua madre gli coprì il capo fin dalla nascita.
- Sì, se solo funzionasse così... Quanti credenti messianici ci sono oggi in Israele?
Non abbastanza! Tom Hess, un noto predicatore che vive in Israele, tiene delle statistiche. Ma questo non è assolutamente biblico. La Bibbia insegna che non dobbiamo contare le persone, ma il denaro. Ogni ebreo che si recava al tempio doveva dare “Mahatzit Hashekel” - mezzo siclo. Se un ebreo non pagava il denaro, veniva escluso dalla comunità di Israele. Questo è il modo in cui veniva contata la popolazione ebraica ai tempi della Bibbia. Tuttavia, Tom ha contato circa 25.000 ebrei messianici in Israele. Il dottor Zuref ha detto che nel mondo ci sono circa un milione di ebrei messianici.
- Questi numeri sono impressionanti! E ora passiamo a un altro argomento: Qual è lo stato d'animo della società israeliana dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre?
La nostra nazione è in lutto. A questo si aggiunge la divisione del popolo. Gli anarchici, sostenuti dalle autorità di sicurezza, stanno causando un vero e proprio caos: bloccano la principale arteria di Israele, l'autostrada di Tel Aviv, bruciano falò e così via. La maggioranza degli israeliani spera nel legittimo governo esistente. Il gruppo più importante è costituito dai sionisti religiosi che prestano servizio nell'esercito e attualmente con il numero dei loro soldati morti rappresentano un grande contributo. E tuttavia sono considerati estremisti dal governo. Ma sono proprio questi estremisti a guidare la causa. Finora il concetto del governo israeliano è stato quello di relazioni amichevoli con la popolazione araba di Israele. Si pensava che solo una piccola parte della popolazione araba si considerasse nemica di Israele. Ora, invece, si scopre che la maggioranza degli arabi è favorevole alle azioni di Hamas. Essi stessi, cioè circa il 90%, sono favorevoli alla cessazione dell'esistenza di Israele. E anche ora, dopo le morti e la distruzione di case e infrastrutture, la maggior parte dei gazesi vuole che questa guerra continui. Sono pronti a sacrificarsi fino alla fine per uccidere il maggior numero possibile di ebrei. I razzi continuano a volare su Israele dalla Striscia di Gaza perché le persone che vivono lì sono ossessionate dall'idea di distruggere il maggior numero possibile di ebrei. Sanno che non c'è modo di distruggere Israele, ma almeno vogliono uccidere quanti più ebrei possibile. Noi, credenti in Yeshua, sappiamo chi c'è dietro tutto questo. Il nemico della razza umana continua a realizzare i suoi piani perché sa cosa sta per accadere. Allo stesso modo, usa la popolazione araba per i suoi scopi.
- Quali sono le vostre previsioni personali? Cosa riserva il futuro a Israele?
Confesso che non seguo le notizie per non essere sopraffatto dai miei sentimenti. La nostra attenzione deve essere rivolta a Dio, non al suo nemico. Tutto ciò che ci distrae da Lui non gli appartiene. Cerchiamo di portare gioia alle persone e di predicare la speranza. La speranza c'è solo con Dio. La Parola di Dio ci avverte che un giorno il mondo intero entrerà in guerra contro il popolo ebraico. Come dice il profeta Zaccaria: “... Io farò di Gerusalemme una pietra gravosa per tutte le nazioni; chiunque la toccherà sarà distrutto e tutti i popoli della terra saranno radunati contro di essa” (Zaccaria 12:3). Ma anche qui troviamo la speranza: “E sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme effonderò uno spirito di grazia e di ravvedimento, e guarderanno a me che hanno trafitto. Piangeranno su di lui come si piange sul figlio unigenito e faranno cordoglio come si piange sul primogenito” (Zaccaria 12:10). Yeshua ci salverà certamente. Ma le persone rimaste in vita piangeranno quando vedranno le mani e i piedi trafitti del nostro Signore. Perché piangeranno quando la salvezza sarà arrivata all'improvviso? Perché si vergogneranno del fatto che ci siamo fissati sulle tradizioni, sulle feste e sull'osservanza dei comandamenti e abbiamo trascurato la cosa più importante: Non abbiamo visto il Messia vivente. Anche se è scritto: Kol berekh tikhrah veh kol lashon todeh (Ogni ginocchio si inchinerà e ogni lingua confesserà) che Yeshua è il Mashiach. Ecco perché abbiamo speranza. In questo momento è in corso una guerra. Non sappiamo come finirà. Ma il mondo intero chiede a gran voce la creazione di un altro stato arabo a spese di Israele, l'unico Stato ebraico. Non ci saranno ebrei in questo stato, mentre in Israele vivono due milioni di arabi che godono di pieni diritti civili hanno una propria rappresentanza in parlamento. Nell'ultimo governo c'era persino un arabo musulmano. E questa è un'ulteriore prova che questo mondo non è ancora governato da Dio.
- Sono pienamente d'accordo. L'antisemitismo ne è una prova evidente.
L'ambasciatore dell'Unione Europea in Israele ha detto che l'UE ha criteri completamente diversi per Israele rispetto agli arabi palestinesi. Noi non dovremmo comportarci come loro. E Angelina Glick, una nota corrispondente in Israele, ha risposto con le seguenti parole: “Certo, voi vedete gli arabi come una specie di cosa o di animale. Perché non ci trattate allo stesso modo? In fondo, voi europei avete sempre guardato dall'alto in basso gli arabi e gli ebrei: è questa la vostra posizione storica. Perché non ci mettete sullo stesso piano? E ora volete creare uno stato che sia “judenrein”? Perché bisognerebbe farlo? Affinché gli ebrei possano vivere a Londra e a New York, ma non in Giudea e Samaria?
- Questo è il nostro pazzo mondo. Per concludere la nostra intervista: Cosa desideri per Israele?
Credo nella salvezza di Israele perché è scritto nella parola di Dio. E guardiamo avanti con speranza. Guardare indietro, si sa, è pericoloso, difficile. La moglie di Lot lo fece e divenne una colonna di sale. Quindi guardiamo avanti, è lì che si trova il nostro futuro luminoso. Yeshua Ha Maschiach sarà re in Israele e il mondo intero riceverà la pace tanto attesa. Ecco perché il salmista dice: Shaalu shalom Yerushalayim (in italiano: Cercate la pace di Gerusalemme). Perché sarà vera pace quando il Re della Pace siederà sul suo trono a Gerusalemme e regnerà su Israele e sul mondo intero. Siamo in attesa del suo regno e preghiamo: “Venga il tuo regno!”
- Sì, questa è la caratteristica del nostro mondo. Tutto dipende da una piccola striscia sulla mappa geografica del mondo, dove nemmeno il nome del paese corrisponde. Quando Yeshua siederà a Gerusalemme, la Sua pace si diffonderà in tutto il mondo. Al contrario, se in Israele regna il caos, il mondo intero sprofonderà nel caos. Eppure la parola dell'Altissimo rimane vera per tutti i tempi.
Mi stupisce che i miei antenati abbiano letto questa Torah migliaia di anni fa e che noi la leggiamo ancora oggi. La Torah ci dice che verrà un profeta come Moshe e che bisogna ascoltarlo. Moshe era governatore d'Israele, sommo sacerdote e profeta allo stesso tempo. Non c'è mai stata una persona in Israele che abbia unito tutte queste cariche. Solo il Mashiach Yeshua ha unito queste funzioni. Ecco perché la Torah dice che dobbiamo ascoltarlo. Per questo prego che il popolo di Israele ascolti Lui, il vero Mashiach di Israele.
- Grazie di cuore!
Il giornale Kol Hesed è stato fondato ed è diretto da Kirill Swiderski, missionario ebreo di origine russa che dal 1998 lavora presso l'organizzazione messianica “Beit Sar Shalom Evangeliumsdienst e.V.” - “Chosen People Ministries”. A Düsseldorf, dove ha vissuto diversi anni, ha fondato la congregazione messianica “Beit Hesed” ed è stato coinvolto nella fondazione di diverse congregazioni messianiche a Essen, Aquisgrana e Bonn. Dal 2008 lavora tra gli ebrei di Chicago (USA), soprattutto tra quelli di origine russa, dove sotto la sua guida è stata fondata la congregazione messianica “Beit Emet”. Da allora Kirill e la sua moglie Elena vivono lì con le loro tre figlie. La loro visione - sostengono nel giornale - è quella di far conoscere il Vangelo del Messia di Israele e Salvatore del mondo, Yeshua, soprattutto tra gli ebrei.
|
VIDEO
(Kol Hesed, Nr. 2/2024 (59) - trad. www.ilvangelo-israele.it)
|
........................................................
Nel 2024 Israele è stato vittima di oltre 18.000 attacchi terroristici
La Direzione nazionale della diplomazia pubblica presenta il suo rapporto di sintesi sul terrorismo contro Israele nel 2024: si sono verificati in totale 18.365 attacchi terroristici, in cui sono state uccise 134 persone e 1.277 sono rimaste ferite
Il rapporto riunisce tutte le informazioni e i dati delle forze di difesa israeliane, della polizia israeliana, dell’Agenzia per la sicurezza israeliana (ISA) e delle autorità di emergenza e salvataggio. Viene inviato a tutte le autorità ufficiali israeliane che svolgono la diplomazia pubblica e viene utilizzato come fonte ufficiale di dati nel campo della hasbara.
L’anno scorso Israele è stato attaccato su sette fronti: Iran, Libano, Siria, Gaza, Iraq, Yemen e dall'interno. Il numero degli attacchi terroristici nel 2024 è stato di 18.365, in cui sono state uccise 134 persone e 1.277 sono rimaste ferite.
Secondo il rapporto, nel 2024 sono stati lanciati e attraversati verso Israele circa 16.400 razzi, di cui circa 15.400 sono stati lanciati dal Libano e circa 700 da Gaza. L’ottobre 2024 ha visto il maggior numero di lanci di razzi contro Israele, con oltre 6.900.
399 veicoli aerei senza pilota ostili sono entrati nel territorio israeliano. Il fuoco di razzi e UAV ha causato molti danni: 71 persone sono morte, di cui 14 minori, e 892 persone sono rimaste ferite. Inoltre, hanno appiccato quasi 610 incendi, bruciando 92.417 acri di terreno della Nature and Parks Authority e più di 42.749 acri di pascolo.
Nel 2024 si sono verificati altri 1.900 episodi terroristici, tra cui lancio di pietre, bombe molotov, investimenti, sparatorie, accoltellamenti, aggressioni, ordigni esplosivi e lancio di oggetti. Luglio ha registrato il maggior numero di incidenti: 191 attacchi. Novembre è stato il mese più tranquillo, con 109 attacchi. Ottobre è stato il mese più violento, in cui sono state uccise 37 persone e 394 sono rimaste ferite.
Il tipo più comune di attacco terroristico è stato il lancio di pietre, con 1.248 incidenti. Aprile è stato il mese con il maggior numero di lanci di pietre, con 130 incidenti, e novembre è stato il mese più calmo, con 76 incidenti. Gli attacchi successivi più comuni sono stati lancio di oggetti, incendio doloso e incendio di pneumatici (162), lancio di bottiglie molotov (140), sparatorie (132) e ordigni esplosivi (89).
(Aurora Israel, 11 gennaio 2025)
........................................................
Oltre il silenzio: nuove indagini svelano la complicità delle Banche svizzere con il nazismo
di Marina Gersony
Alcune storie sembrano destinate a riaffiorare, come cicatrici che non smettono mai di fare male. La relazione tra le banche svizzere e il regime nazista è una di queste, una ferita che, nonostante il tempo, continua a sanguinare. Con ogni nuovo dettaglio che emerge getta un’ombra sulla tanto decantata neutralità della Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale.
In quegli anni oscuri, la Svizzera era vista come un rifugio, un faro di stabilità in un’Europa dilaniata dalla guerra. Per tanti ebrei europei, questo rappresentava una speranza: affidare i propri beni alle banche elvetiche sembrava l’unica via di uscita per preservare il proprio patrimonio o di ciò che restava. Ma, come si scopre oggi grazie a recenti indagini, quella fiducia fu spesso tradita, gettando una luce sinistra su un capitolo che la storia fatica ancora a digerire.
Le nuove inchieste rivelano che il coinvolgimento delle banche svizzere, in particolare il Credit Suisse con il regime nazista, era molto più profondo di quanto è già noto. La Svizzera pensava di aver fatto i conti con il suo passato di assistenza ai nazisti dopo che le strazianti indagini degli anni Novanta, quando furono denunciate queste complicità, si arrivò a un accordo di risarcimento di 1,25 miliardi di dollari per le vittime della Shoah. Tuttavia, le scoperte recenti dimostrano che quello che sapevamo finora era solo la superficie di una realtà ben più grave. Ed è solo la punta dell’iceberg.
Infatti, una volta “messa a posto la coscienza”, le banche svizzere non si limitarono a chiudere un occhio: in molti casi furono attivamente coinvolte nel riciclaggio di beni rubati, in particolare quelli sottratti agli ebrei in fuga. Questo non si limitò a un semplice passaggio di denaro o beni, ma si tradusse in una vera e propria collaborazione tacita con la macchina di guerra nazista, un’operazione che avrebbe continuato a lasciare cicatrici su memoria storica e giustizia per decenni.
Oggi, un’indagine condotta da una commissione del Senato degli Stati Uniti, ha scoperto che la banca d’investimento in difficoltà Credit Suisse – oggi sussidiaria della banca d’investimento UBS – ha nascosto informazioni durante precedenti indagini sui conti bancari controllati dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale.
Decine di migliaia di documenti scoperti durante un esame in corso, hanno fornito nuove prove dell’esistenza di titolari di conti collegati ai nazisti, ha affermato la Commissione Bilancio del Senato in una dichiarazione pubblicata sabato.
Neil Barofsky, l’investigatore a capo di questa indagine, ha affrontato ostacoli non indifferenti per portare alla luce queste verità scomode. Rimosso temporaneamente dal suo incarico e poi reintegrato, Barofsky ha scoperto una mole impressionante di documenti che testimoniano il coinvolgimento diretto delle banche. «Le nostre indagini hanno rivelato una negligenza che sfiora la complicità», ha dichiarato, sollevando interrogativi cruciali sulla responsabilità storica delle istituzioni finanziarie svizzere.
Dietro una parvenza di neutralità, le banche elvetiche avrebbero tratto profitto dalla disperazione degli ebrei, appropriandosi delle loro ricchezze con la complicità del regime nazista. Le scoperte di Barofsky non sono solo numeri e documenti polverosi. Intanto, l’indagine della commissione del Senato prosegue.
Come non ricordare, infine, come dietro ogni conto ci sia una storia di sofferenza e tradimento? Una delle più emblematiche riguarda la famiglia Stern, tra le più rispettate famiglie di banchieri di Francoforte. Dopo la guerra, gli eredi dei Stern lottarono per anni per recuperare i fondi bloccati in Svizzera. Le banche, con la loro fredda burocrazia, richiedevano certificati di morte impossibili da ottenere per chi era perito nei campi di concentramento.
Tra i documenti più significativi emersi negli anni c’è anche il “Rapporto Eizenstat”, un dossier stilato dagli Alleati nel 1946. Questo rapporto dipinge un quadro inquietante: le banche svizzere non solo erano a conoscenza dei fondi rubati agli ebrei e delle risorse sottratte nei territori occupati, ma avevano un ruolo chiave nel nasconderli per conto del regime nazista. Per decenni, questo rapporto è rimasto sepolto nell’oblio, quasi dimenticato, ma oggi rappresenta una delle prove più schiaccianti delle connessioni finanziarie tra la Svizzera e il Terzo Reich. E non è la prima volta che lo scandalo delle banche svizzere affiora con forza.
La letteratura, a sua volta, ha più volte esplorato la questione. Swiss Banks and Jewish Souls di Gregg J. Rickman, pubblicato nel 1999, denunciava con forza queste ingiustizie. Rickman descrive come un numero incalcolabile di ebrei europei avesse depositato i propri beni nelle banche svizzere, fidandosi di una neutralità che si è rivelata, in molti casi, una facciata. Il suo libro è una cronaca dettagliata delle indagini di un piccolo gruppo di persone – un senatore americano, il Congresso Mondiale Ebraico e alcuni sopravvissuti all’Olocausto – che riuscirono a smascherare decenni di insabbiamenti. Nonostante le difficoltà, questa coalizione eterogenea portò alla luce la verità, ottenendo almeno un minimo di giustizia per le vittime e i loro eredi, e contribuendo a ridefinire l’immagine della Svizzera nel mondo.
(Bet Magazine Mosaico, 10 gennaio 2025)
........................................................
Libano: in equilibrio con lo sguardo verso una fragile ricostruzione
di Gino Lattanza
La caratteristica politica ricorrente sul proscenio internazionale è quella che reitera fragilità statuale ed instabilità, elementi che determinano l’irraggiungibilità di qualsiasi tipo di equilibrio di potere endogeno ed esogeno. Il Libano ne è un esempio instabile e lampante.
L’attrito iniziato l’8 ottobre 2023 con le iniziative di Hezbollah a sostegno di Hamas è deflagrato in estate con l’incrementale aumento della risposta israeliana che ha condotto all’esplosione indotta dei cercapersone, all’annichilimento del Segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, all’inizio dell’invasione di terra a sud; un insieme di fattori che ha aggravato una strutturalità politica in via di definitivo disfacimento, appesantita da un conclamato default finanziario.
Le politiche adottate sono state disfunzionali per decenni, con un sistema bancario debole e nella grey list del GAFI1, un’economia priva di diversificazione, una crescita inesistente ed un’inflazione elevatissima esacerbata dalla svalutazione della lira ed una costante contrazione del PIL2. Anche Hezbollah, malgrado la struttura economica parallela ed i finanziamenti da Teheran3 sembra soffrire il protrarsi del conflitto4.
In questo contesto l’apparato militare statunitense nell’area, Corno d’Africa e Oman compresi, appare rafforzato sia per effetto degli attacchi israeliani alle forze filo iraniane, sia dalla dissoluzione del regime baatista siriano, sia dal revanscismo turco che ha condotto gli USA, interpreti di un potere navale preponderante anche nel Mediterraneo, fino a Kobane e coprendo i vuoti lasciati dalla Russia. Anche l’aeroporto di Beirut sembra essere ormai precluso alle proiezioni di Teheran, uno scalo simbolo dei nuovi spazi geopolitici apertisi, dopo la Siria, anche in Libano e delle possibilità di estensioni operative a lungo neanche ipotizzabili.
Dopo un vuoto pneumatico istituzionale di oltre 2 anni, il generale Joseph Aoun, candidato gradito a Tel Aviv, Parigi, Washington ed alla compagine mediorientale filo statunitense, è asceso al soglio presidenziale forte di un cartello di azionisti indispensabile per raggiungere gli obiettivi di supporto e ricostruzione.
Nel più vasto contesto del MENA, non si può escludere la possibilità che Riyadh riesca a trovare quadratura e formula politica che legittimino inedite liaison con lo Stato ebraico. Nel frattempo Teheran comincia ad avvertire un declino della propria influenza, connesso alla compromissione del corridoio siriano; un aspetto da non sottovalutare, laddove forzi una revisione della strategia deterrente persiana, ora più che mai indirizzabile al nucleare, fermo restando il prossimo avvento trumpiano e la (remota) possibilità di un accordo con l’Occidente, vista peraltro la prossima scadenza delle sanzioni delle NU.
Il problema libanese, caratterizzato dalla mancanza di novità politiche, è aggravato dal contrasto tra una società depressa ed un’élite ristretta che protegge i propri interessi grazie ad un’isteresi istituzionale alimentata ad arte e che ha acuito sulla querelle palestinese vulnerabilità irrisolte dal 1948 da aggiungersi alla politica di Hezbollah, fedele ad una propria dirittura avulsa ed autonoma da quella nazionale libanese. Comprensibile quindi che l’arco politico libanese, eccetto Hezbollah, abbia cercato di evitare l’allargamento del conflitto da Gaza al Libano uniformandosi agli altri governi regionali e vista anche una manifesta fragilità bellica specie laddove comparata con la potenza di Tsahal, con un sentito saluto alla solidarietà panaraba riguardo la Palestina. Il tutto considerando il fatto che Hezbollah, pur facendo parte della costellazione politica libanese, rimane militarmente autonomo e sopravanzato da Israele per numero e natura degli attacchi, come quello che ha condotto all’eliminazione di Saleh al-Arouri, leader di Hamas, alla periferia sud di Beirut, zona tradizionalmente sotto copertura securitaria del Partito di Dio.
Dopo uno stallo biennale e 12 tentativi falliti si è dunque giunti all’elezione di un militare, il comandante dell’esercito Joseph Aoun, maronita, che è riuscito a prevalere al secondo turno, pur a lungo ostacolato da Hezbollah, ora più mai fiaccato dai colpi dei Merkavà israeliani. Come militare, il quinto nella storia di Beirut eletto alla presidenza, Aoun, sostenuto dalla reputazione di incorruttibile integrità, ha raccolto un sentito consenso popolare, superando lo scoglio dell’articolo 49 della Costituzione5 e facendo seguito all’attuazione del cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah da rinnovare l’ormai prossimo 25 gennaio, un accordo su cui vigila l'esercito libanese. Punto di svolta per l’elezione, l’8 gennaio è avvenuto il ritiro dalla competizione elettorale dell’ex ministro dell’interno Suleiman Frangieh6, sostenuto da Hezbollah e dal Movimento Amal e che ha fornito, in chiave saudita, il proprio sostegno ad Aoun. Di fatto, il passo indietro di Frangieh, nell’evidenziare l’indebolimento di Hezbollah, ha riportato alla ribalta l’efficace pressione politica statunitense e l’auspicata apertura di credito (in tutti i sensi) di Riyadh.
Nel discorso di accettazione, Aoun ha inteso concentrarsi sulla ricostruzione del Paese7 ma, soprattutto, sulla (difficile) promessa di ricondurre tutte le armi, quelle di Hezbollah comprese, al controllo esclusivo dell’esercito, dunque sotto il mandato dello Stato. Altro nodo fondamentale, riuscire a ricevere un pacchetto di aiuti finanziari dal FMI.
Non c’è dubbio che i problemi inerenti all’efficienza bellica siano rilevanti ma, in chiave futura, è altrettanto importante che alla nuova dirigenza sia consentito riformare internamente il sistema politico in modo sia da evitare il ripetersi delle ingiustificate astensioni parlamentari al momento delle votazioni sia da poter rivedere un confessionalismo che non riesce ad essere garante di un’equanimità che impedisca esclusioni, un’esigenza adesso ancor più avvertita con la caduta della Siria. Aoun non ha dunque molto tempo, deve procedere con le consultazioni per la nomina del governo e deve garantire la tenuta del cessate il fuoco traguardando la ricostruzione dello Stato, tenendo conto che Hezbollah ha visto paralizzata la sua capacità di imporre la sua volontà malgrado lo sforzo profuso dal nuovo segretario generale, Na'im Qassem, evidentemente ignaro del fatto che il Partito di Dio poco abbia potuto contro le IDF.
Con l’arrivo di Trump, se Hezbollah imponesse boicottaggi sciiti del governo, si determinerebbe l’avvitamento di una crisi irrisolvibile di cui nessuno, ora, vuole essere responsabile, visto che nessun primo ministro sunnita vorrà perdere il sostegno per aver appoggiato Hezbollah, facendosi peraltro sostenere da FA principalmente cristiane. Se i ricchi stati del Golfo dovessero avvedersi di un rinnovato controllo sciita, come è ovvio attendersi, a Beirut non giungerebbe alcun aiuto.
________
1 Gruppo di azione finanziaria internazionale
2 La responsabilità è di Hezbollah, che ha voluto il default come sfida alle istituzioni finanziarie mondiali. Il Libano ha illegalmente bloccato i conti correnti di tutti i cittadini in possesso di un deposito in valuta pregiata ma contemporaneamente non ha preso alcun provvedimento per impedire la fuga di capitali all’estero.
3 In Iran sembra sia in corso un dibattito sul denaro speso per la strategia regionale. Il religioso Mohammed Shariati Dehghan, è stato citato dal NYT per aver chiesto un nuovo approccio che dia priorità alla costruzione di alleanze con i paesi invece di sostenere i gruppi militanti e reindirizzare denaro e risorse al popolo iraniano. Appare dunque improbabile che gli iraniani intervengano per ricostruire le aree sciite del Libano.
4 Un articolo de L’Orient-Le Jour riporta come le filiali di al-Qard al-Hassan (il prestito benevolo), sorta di istituto di credito senza scopo di lucro e che ha erogato prestiti per circa 4,3 miliardi di dollari dal 1983, hanno subito danni per i bombardamenti di Tel Aviv, tanto da non rendere chiara l’effettiva consistenza delle sue riserve auree. Anche la Fondazione Martiri, che sostiene le famiglie dei caduti e che fornisce istruzione in aree sciite, è assorbita da ingenti problemi finanziari
5 Proibisce ai dipendenti governativi in servizio e ai membri delle FA di candidarsi alla presidenza a meno che non ottengano la maggioranza dei due terzi dei voti. Per Aoun è stato quindi necessario un minimo di 86 voti parlamentari e non solo una maggioranza semplice (65).
6 Elias al-Baysari, capo ad interim dell'agenzia di sicurezza generale libanese, si è ritirato poco dopo.
7 Stimata, secondo la Banca Mondiale, in non meno di 9 miliardi di dollari
(Difesa Online, 10 gennaio 2025)
........................................................
Sui morti a Gaza, Lancet si contraddice e gonfia i numeri più di Hamas
La versione ufficiale dei giornali, dell’Onu e di Hamas parla di 46mila vittime a Gaza, di cui “70 per cento donne e bambini”. In realtà più di uno studio serio ha spiegato che più della metà dei morti sono terroristi. Quando la famosa rivista medica raddoppiò quelli della guerra in Iraq.
di Giulio Meotti
Prima Gabriel Epstein, analista del Washington Institute for Near East Policy, aveva fatto notare che qualcosa non tornava. Aveva scoperto che le morti attribuite a “fonti mediatiche affidabili” erano costituite quasi interamente da donne e bambini. Delle 6.629 vittime attribuite dai media, 1.941 erano donne, 4.678 bambini e solo dieci uomini. Dei quasi undicimila decessi segnalati tra il 1° gennaio e il 31 marzo, i maschi adulti rappresentavano solo il 9 per cento delle vittime, anche se il rapporto tra i sessi di Gaza è vicino alla parità e più della metà dei suoi residenti sono adulti.
Poi, un mese fa, era uscito un rapporto della britannica Henry Jackson Society che aveva denunciato che il numero di civili uccisi a Gaza è gonfiato per rappresentare Israele come se prendesse deliberatamente di mira civili innocenti. I ricercatori accusavano il “ministero della Sanità” di Gaza, citato come unica fonte dai giornali e sotto il controllo di Hamas, di manipolare i dati sulle vittime includendo morti naturali, non distinguendo tra civili e terroristi, classificando anche combattenti di sedici e diciassette anni fra i bambini, sovrastimando il numero delle donne.
La versione ufficiale dei giornali, dell’Onu e di Hamas parla di 46mila vittime a Gaza, di cui “70 per cento donne e bambini”. In realtà più di uno studio serio ha spiegato che più della metà dei morti sono terroristi e che il rapporto delle perdite è di un civile per ogni terrorista, molto più proporzionale che altre guerre simili in ambienti urbani e indicando uno sforzo notevole e riuscito per evitare inutili perdite di vite umane mentre si combatte un nemico spietato che si difende usando i civili come scudi umani).
>Ma per Lancet, la famosa rivista medica fondata nel 1823 e diretta dall’attivista Richard Horton, i numeri di Hamas sono bassi, anzi bassissimi, e Israele ne fa molti di più, quasi il doppio. I morti di Gaza sarebbero 70mila. La cifra del “ministero della Sanità” di Hamas è di 45.885 al 7 gennaio. Ma la rivista inglese è in contraddizione persino con il suo clamoroso studio precedente.
A luglio, infatti, Lancet aveva lanciato un altro numero. La rivista ha pubblicato un articolo scritto dai tre medici (di cui almeno due hanno una documentata storia di prese di posizione a difesa del terrorismo, inclusa la giustificazione del linciaggio di due riservisti israeliani a Ramallah nell’ottobre 2000), in cui si affermano che “non è implausibile stimare fino a 186mila o anche più morti”. Titolo dell’articolo: “Contare i morti a Gaza, un compito difficile ma essenziale”.
Difficile davvero, contarli.Tre giorni dopo la pubblicazione, uno degli autori, il professor Martin McKee, ha ritrattato le cifre che aveva fornito nel pezzo, sostenendo che erano “puramente illustrative” e che “il nostro pezzo è stato ampiamente citato e interpretato erroneamente”.
Nel 2006, Lancet aveva pubblicato un “rapporto bomba” che stimava che le vittime della guerra in Iraq avevano superato i 650mila. Ci è voluto un po’ per accertarne non più di duecentomila. A dirlo erano anche i pacifisti stessi. Il loro progetto “Iraq Body Count”, che si occupa di monitorare il numero delle morti violente in Iraq e punto di riferimento di tutto il movimento arcobaleno, è fermo a 300mila morti, tra cui sono conteggiati i terroristi.
Quintuplicare e raddoppiare il numero dei morti riportati da Hamas deve essere davvero un “compito difficile ma essenziale” per Lancet, anche se i capi del terrorismo non vanno certo per il sottile e i morti civili li considerano “sacrifici necessari” nella guerra a Israele.
Attendiamo invece uno studio medico di Lancet sui cento ostaggi israeliani da un anno e tre mesi nelle gabbie di Hamas, quanto pesano, la loro condizione psicologica, gli stupri subiti, le torture, la privazione della luce e del sonno: ce ne sarebbe da scrivere per una rivista scientifica.
Ma sarà più facile aspettarsi per il 27 gennaio un altro rapporto di Lancet su “un milione di morti a Gaza”, giusto in tempo per commemorare il genocidio palestinese al posto della Shoah.
Il Foglio, 11 gennaio 2025)
........................................................
L’UNRWA collabora con Hamas e Jihad Islamica, gruppi terroristi che ne influenzano pesantemente le scelte politiche
Un rapporto UN Watch documenta gli incontri fra esponenti terroristi e alti dirigenti dell’agenzia Onu, compreso il Commissario generale Philippe Lazzarini, anche dopo il 7 ottobre.
Un dettagliato rapporto di UN Watch pubblicato lunedì rivela come le organizzazioni terroriste palestinesi, tra cui Hamas e Jihad Islamica, influenzino sistematicamente i processi decisionali dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per profughi palestinesi.
Questa influenza viene esercitata, fra l’altro, in continui incontri che vanno avanti da diversi anni tra rappresentanti delle organizzazioni terroristiche e alti funzionari dell’UNRWA, compreso lo stesso Commissario generale Philippe Lazzarini, che ricopre la carica dal 2020.
Il rapporto documenta come alti funzionari dell’Onu e dirigenti locali abbiano condotto incontri con organizzazioni terroristiche in Libano e Gaza, elogiando apertamente la “cooperazione” fra loro e trattandosi a vicenda come partner strategici.
Le organizzazioni terroristiche avanzano regolarmente le loro richieste all’UNRWA e influenzano pesantemente le decisioni politiche dell’agenzia.
L’inchiesta rivela inoltre che il Commissario dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, e il suo staff internazionale dedicano risorse significative al mantenimento dei rapporti con Hamas e Jihad Islamica.
Sotto la loro supervisione, le organizzazioni terroristiche hanno ottenuto accesso a strutture dell’UNRWA, hanno diffuso propaganda rivolta ai bambini e hanno costruito infrastrutture militari a ridosso o sotto le installazioni dell’agenzia.
Un esempio significativo è quello del marzo 2019, quando il Commissario dell’UNRWA Philippe Lazzarini, all’epoca in servizio come inviato delle Nazioni Unite in Libano, incontrò l’alto esponente di Hamas, Hajj Izzat Mansour. Mansour, che dirige le operazioni di Hamas nel distretto orientale di Baalbek, in Libano, parlò di come ricoprire posti vacanti da insegnante con persone collegate alla sua organizzazione.
Nel marzo 2021 Lazzarini, a quel punto Commissario generale dell’UNRWA, durante una visita al campo palestinese di Ain al-Hilweh, presso Sidone, si intrattenne con un’organizzazione ombrello palestinese che supervisiona le cellule locali di Hamas, Fatah, Jihad Islamica, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina e altri gruppi.
Questi gruppi terroristi si opponevano all’implementazione di un database biometrico dei profughi (pensato per attuare una distribuzione più trasparente degli aiuti), verosimilmente allo scopo di preservare la loro capacità di manipolare i numeri dei beneficiari e gonfiare le richieste di aiuti.
Un incontro successivo, a Beirut nel dicembre 2021, vide la partecipazione di Lazzarini e Ali Ahmad Huwaidi. Huwaidi, un noto sostenitore di Hamas che cerca di espandere l’influenza dell’organizzazione all’interno dell’UNRWA, manifestò preoccupazione sulla stabilità finanziaria dell’agenzia sottolineando l’importanza di mantenere il sostegno dei donatori. Il rapporto rileva la minaccia appena velata di Huwaidi, secondo cui il ritiro di fondi dall’UNRWA avrebbe innescato uno “scontro militare che sarebbe costato ai donatori molto di più del mantenimento dei finanziamenti dell’agenzia”.
Verso la fine del 2023, appena due mesi dopo il massacro del 7 ottobre, Lazzarini incontrò l’alto esponente di Hamas Khaled Zuaiter nel campo palestinese di Ain el-Hilweh, in Libano. Durante il colloquio Zuaiter, che è a capo della presenza di Hamas a Ain el-Hilweh, presentò a Lazzarini un memorandum in cui chiedeva un aumento dei finanziamenti dell’UNRWA.
Il rapporto di UN Watch descrive in dettaglio come le organizzazioni terroristiche si siano opposte con successo a molteplici iniziative dell’UNRWA: non solo contro l’implementazione del database biometrico di cui si è detto, ma anche contro la proposta di un codice etico a sostegno dei diritti LGBTQ e contro la sospensione del personale colto in violazione della neutralità cui è tenuta l’agenzia dell’Onu (cioè, personale compromesso col terrorismo).
L’influenza delle organizzazioni terroriste arriva fino a bloccare in modo efficace le azioni dell’UNRWA mediante minacce sistematiche.
Più di recente, nel maggio 2024, Lazzarini si è recato a Beirut per affrontare le proteste scatenate contro la sede locale dell’UNRWA in seguito alla sospensione di Fathi al-Sharif, leader del sindacato degli insegnanti dell’UNRWA ma anche agente di Hamas. Durante la visita, Lazzarini ha incontrato rappresentanti di varie organizzazioni terroristiche, compresi attivisti Houthi dello Yemen che operano in Libano.
(Da: Israel HaYom, 7.1.25)
(israelnet.it, 8 gennaio 2025)
........................................................
“Avete legami con Hamas?”. E l’Unrwa si limita al no comment
di Iuri Maria Prado
L’altro giorno un portavoce dell’Unrwa – l’agenzia delle Nazioni Unite per il sussidio dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente – si è rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti su nuove denunce dei legami dell’ente con Hamas perché – testuale – i membri dello staff dell’Unrwa che potrebbero essere stati coinvolti in attività terroristiche sono “molto pochi”.
Si noti, per apprezzare l’ineffabilità di quella giustificazione, che le accuse cui la dirigenza dell’Unrwa ritiene di essere legittimata a non rispondere riguardano contatti, rapporti, collaborazioni che esponenti di vertice dell’agenzia avrebbero intrattenuto, da buoni “pari”, con esponenti di vertice dell’organizzazione terroristica responsabile degli eccidi del 7 ottobre. Può, ovviamente, trattarsi di allegazioni infondate. Ma si tratterebbe di spiegare perché il capo dell’Unrwa in Libano teneva comizi con il capo delle relazioni Esteri di Hamas, assicurandogli che l’Unrwa “sta dalla vostra parte”.
Si tratterebbe di spiegare perché il capo assoluto dell’Unrwa, lo svizzero Philippe Lazzarini, incontrasse regolarmente i capi del terrorismo palestinese felicitandosi per la “partnership” con loro. Si tratterebbe di spiegare perché il predecessore di Lazzarini, Pierre Krähenbül, tenesse, “in spirito di collaborazione”, incontri con i capi del Jihad Islamico e di Hamas ai quali raccomandava di non rendere pubbliche le conversazioni avute perché questo avrebbe pregiudicato la “credibilità” dell’Unrwa. Si tratterebbe di spiegare perché l’Unrwa, ancora l’estate scorsa, manteneva nei propri ranghi, a capo del sindacato degli insegnanti delle scuole delle Nazioni Unite in Libano, un signore di cui Hamas rivendicava l’affiliazione e di cui elogiava l’opera di “educatore del Jihad”.
Sono solo alcuni esempi tra i tanti casi delle compromissioni denunciate. E, appunto, può anche darsi che siano tutte bufale (per quanto abbondantemente assistite da riscontri). Ma rispondere a queste allegazioni – anzi, non rispondere – argomentando, come ha fatto il portavoce dell’Unrwa, che dopotutto i casi accertati di infestazione terroristica dell’agenzia dell’Onu sono stati “pochi” è come dire che la compagnia di assicurazione risponde fino a un certo limite, poi basta.
Solo che non si discute della vettura acciaccata nell’incidente stradale. Si discute di complicità con un’organizzazione terroristica genocidiaria, destinataria del fiume di miliardi con i quali ha costruito una rete di tunnel più lunga della metropolitana di New York e ha indottrinato intere generazioni alla bellezza del martirio. Il “no comment” non dovrebbe essere ammesso.
(Il Riformista, 11 gennaio 2025)
........................................................
Katz: “L’Idf appronti un piano per la completa sconfitta di Hamas”
GERUSALEMME - Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha reso noto di aver ordinato alle Idf di presentargli un piano “per la completa sconfitta di Hamas a Gaza”, se non verrà raggiunto un accordo sugli ostaggi prima dell'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. "Se l'accordo sugli ostaggi non si concretizzerà entro l'insediamento del presidente Trump, ci sarà una sconfitta completa di Hamas a Gaza", ha detto Katz in una dichiarazione rilasciata dal suo ufficio.
Non dobbiamo lasciarci trascinare in una guerra di logoramento che ci costerà caro e non porterà alla vittoria e alla completa sconfitta strategica di Hamas e alla fine della guerra a Gaza", ha aggiunto il ministro, sottolineando che "la questione del rilascio degli ostaggi è stata la massima priorità dell'apparato di difesa sin dal suo insediamento e che si deve fare tutto il possibile per riportarli a casa".
Il ministro della Difesa ha sottolineato che non dobbiamo lasciarci trascinare in una guerra di logoramento contro Hamas a Gaza, mentre gli ostaggi rimangono nei tunnel con le loro vite in pericolo e mentre soffrono gravemente", si legge nella dichiarazione.
(ANSA, 10 gennaio 2025)
........................................................
Il presidente israeliano discute con il suo omologo cipriota della situazione degli ostaggi a Gaza
 |
 |
FOTO
Isaac Herzog e Nikos Christodoulides
|
|
Il presidente Isaac Herzog ha avuto un incontro con il suo omologo cipriota Nikos Christodoulides nel quale hanno affrontato, tra l'altro, la situazione degli ostaggi tenuti prigionieri a Gaza nelle mani di organizzazioni terroristiche palestinesi. Per Herzog questa è una “questione di massima priorità” e spera che i prigionieri tornino in Israele il prima possibile, ha detto Christodoulides. Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno riferito di aver recuperato martedì i corpi del beduino israeliano in ostaggio, Yosef AlZayadni, e di suo figlio Hamza, dopo averli trovati in un tunnel sotterraneo nella zona di Rafah, nel sud della Striscia. Con questa scoperta, ora dei 251 rapiti durante il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, 94 rimangono nell'enclave, almeno 34 dei quali confermati morti da Israele. "Grazie, Presidente, per la tua ferma amicizia e per la conversazione calorosa e produttiva che abbiamo avuto", ha scritto Herzog sul suo account X. Allo stesso modo, il leader israeliano ha voluto ringraziare la sua controparte per la “partnership e cooperazione” condivisa da entrambi i paesi, che secondo lui sono “pilastri vitali di stabilità, sicurezza e speranza nella nostra regione”. Cipro è uno dei paesi della zona alleati con Israele. Buoni rapporti tra i due paesi sono stati costruiti negli ultimi decenni, e soprattutto quando Benjamin Netanyahu ha visitato l’isola nel 2012, essendo il primo primo ministro israeliano a farlo.
(Aurora Israel, 10 gennaio 2025)
........................................................
Eletto il nuovo presidente del Libano. Una sconfitta di Hezbollah?
di Ugo Volli
• Una novità importante nella politica libanese
Il Libano ha eletto il nuovo presidente. Si tratta di Joseph Aoun, il capo dell’esercito libanese che ha ottenuto alla seconda votazione di ieri 99 voti sui 128 votanti e dovrebbe restare in carica fino al 2031. Il posto era vacante da più di due anni: nell’ottobre del 2022 era scaduto il precedente presidente, Michel Aoun (non parente del nuovo eletto, nonostante lo stesso cognome) e il parlamento libanese, convocato numerose volte non era riuscito a eleggere il suo successore, a causa della pretesa di Hezbollah e dei suoi alleati (Amal) di imporre il loro candidato Sleiman Frangieh, non gradito alla maggioranza. La bizzarra costituzione del Libano, che rispecchia la divisione religiosa del paese, non solo richiede la maggioranza dei due terzi per l’elezione del presidente, ma impone che questo sia cristiano, mentre le altre due cariche più importanti (presidenza del Parlamento monocamerale e primo ministro) sono riservate invece a sciiti e sunniti. Inoltre non esiste un sostituto automatico quando il presidente si dimette o decade, come il vicepresidente negli Stati Uniti o il presidente del Senato in Italia, sicché da due anni in Libano non era possibile promulgare una legge, sottoscrivere un trattato internazionale, nominare un governo o indire elezioni, tutti atti che la costituzione riserva al presidente del paese.
• Una sconfitta di Hezbollah?
Se ora questa paralisi si conclude, il merito è della sconfitta di Hezbollah da parte di Israele, che l’ha indotto a ritirare la sua candidatura, anche se nell’elezione i gruppi sciiti hanno voluto sottolineare ancora la loro presenza e il loro potere con una manovra spregiudicata: alla prima votazione hanno messo nell’urna schede bianche, impedendo ad Aoun di raggiungere il quorum e poi invece alla seconda l’hanno votato permettendo l’elezione. In parallelo i cristiani maroniti, che al tempo della prima guerra del Libano (1982) furono alleati di Israele e oggi sono i meno ostili allo stato ebraico e nemici giurati di Hezbollah, hanno ritirato la candidatura del loro leader Samir Geagea.
• Perché Aoun
C’è una tradizione in Libano di capi dell’esercito che diventano presidenti: Aoun è il quarto ad aver seguito questo percorso. Era fortemente sostenuto dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, che hanno pensato di poter aver influenza su di lui. Aoun fra l’altro ha anche condotto periodi di formazione militare in Usa. Durante i suoi anni da comandante via via più potente, Aoun non ha fatto dichiarazioni politiche, da capo di stato maggiore ha amministrato bene la macchina militare che è fortemente finanziata e armata dagli Usa, non si è mai scontrato con Hezbollah ma non l’ha neppure fatto partecipare alla guerra contro Israele e ora ha condotto con molta cautela (troppa secondo l’esercito israeliano) le operazioni di sostituzione dei terroristi con le truppe regolari al confine con la Galilea.
• Il discorso del neopresidente
Anche quel che ha detto Aoun dopo l’elezione è molto prudente. Le dichiarazioni più significative nel suo discorso sono state queste: “Mi impegno a garantire che l’esercito sarà l’unico organismo che porterà armi in Libano”. [Questo è un punto contro Hezbollah, essenziale per Israele] “Mi impegno a non concedere la cittadinanza ai palestinesi in Libano durante il mio mandato in modo da non danneggiare il loro diritto al ritorno [in apparenza contro Israele, in pratica conservando la discriminazione dei palestinesi sul mercato del lavoro e della politica, anche se molte famiglie risiedono da sessanta e perfino ottant’anni in Libano]. “Mi impegno a far sì che durante il mio mandato, lo Stato lavori per combattere il terrorismo e prevenire l’aggressione israeliana sulle terre libanesi.” [Anche qui un colpo al cerchio e uno alla botte] “Abbiamo l’opportunità di un dialogo serio con la Siria per risolvere problemi comuni.” [Aoun ha già mostrato di volersi accordare con il nuovo regime siriano impedendo ai reduci di Assad di entrare nel territorio libanese*]
• L’interesse israeliano
Essendo uno stato confinante e quello da cui è arrivata l’aggressione più pericolosa da parte di forze terroriste irregolari, Israele ha un evidente interesse alla regolarizzazione del panorama politico e militare del Libano, dunque non può che vedere bene un presidente forte, anche se le sue posizioni sono ambigue. Per questa ragione il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha fatto una dichiarazione cauta ma incoraggiante: “Mi congratulo con il Libano per aver eletto un nuovo presidente dopo una prolungata crisi politica. Spero che le elezioni contribuiscano a rafforzare la stabilità, un futuro migliore per il Libano e i suoi residenti e un buon vicinato”.
(Shalom, 10 gennaio 2025)
*
Il parlamento libanese ha nominato Joseph Aoun nuovo presidente: come cambieranno i rapporti tra Libano e Israele?
di David Zebuloni
La notizia della nomina di Joseph Aoun come nuovo presidente del Libano, è stata accolta in Israele, secondo alcuni, con una gioia sproporzionata.”Rendo omaggio al Libano per la scelta del nuovo presidente dopo una lunga crisi politica. Spero che questa nomina contribuisca a rafforzare la stabilità e un futuro migliore per il Libano, per i suoi abitanti e per i suoi vicini”, ha scritto il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar sul suo account X. Tuttavia, svariati analisti e esperti israeliani ritengono che la nomina in questione non porterà reali benefici all’attuale tensione tra i due paesi.
“No, non c’è nessun impatto positivo immediato sulle relazioni tra Libano e Israele”, afferma Tal Be’eri, direttore presso Alma, un centro di ricerca ed educazione sulle sfide della sicurezza di Israele nel nord del paese, in un’intervista a Makor Rishon. “Non c’è dubbio sul fatto che l’elezione di Aoun, con il consenso di 99 membri del parlamento su 128, metta il Libano in una posizione migliore rispetto a quella in cui si trovava fino ad ora. Tuttavia, se parliamo concretamente, quello che interessa a Israele non è tanto il governo libanese, quanto Hezbollah”.
Secondo Be’eri, infatti, il nuovo presidente non ha l’autorità necessaria per permettere all’esercito libanese di reprimere le forze di Hezbollah sul territorio. E non è tutto: nel secondo girone elettorale che si è tenuto quest’oggi, i rappresentanti di Hezbollah hanno votato a favore di Joseph Aoun, e non contro di lui. “È stata una scelta di ripiego”, chiarisce il ricercatore. “Suleiman Frangieh, che Hezbollah ha inizialmente sostenuto, ha ritirato la sua candidatura proprio ieri. Così l’organizzazione terroristica ha capito che doveva sostenere il candidato che riscontrava maggior consenso, sostanzialmente per migliorare la sua immagine all’interno del paese dopo il duro colpo conferitogli da Israele”.
Secondo Be’eri, dunque, la scelta del nuovo presidente non avrà alcun impatto militare su Hezbollah. “Aoun è stato capo maggiore dell’esercito negli ultimi otto anni, e cosa ha fatto per impedire che Hezbollah crescesse e si rafforzasse? Nulla”, spiega il ricercatore. “Anzi, durante la sua cadenza Hezbollah si è preparato a conquistare la Galilea rafforzandosi notevolmente dal punto di vista militare. E cosa ha fatto l’esercito libanese per impedirlo? Proprio nulla. Se colleghiamo tutto ciò alla scelta di Aoun, capiamo che nulla cambierà al confine con Israele”.
Tuttavia, non si può ignorare ciò che il neoeletto Joseph Aoun ha dichiarato nel suo discorso d’insediamento, quando ha sottolineato che si impegnerà affinché l’esercito libanese sia il solo ad avere le armi nel paese. “Beh, in passato ha detto che non intendeva confrontarsi con Hezbollah. A mio avviso, tutte parole vuote”, ribadisce Be’eri. “Anche se Aoun dovesse impiegare tutte le sue forze per cercare di definire una politica militare contro Hezbollah, la sua autorità in merito è molto limitata”.
Simbolicamente e teoricamente, il presidente entrante Joseph Aoun presiede il Consiglio Supremo della Difesa e funge da comandante supremo dell’esercito e delle forze di sicurezza libanesi. Di fatto, però, il suo principale incarico consiste nell’aspetto tecnico-politico dell’approvazione del governo, e non in quello militare. Chi deciderà davvero il destino del paese e dell’intera regione, sarà ancora una volta Hezbollah.
“Se dovesse esserci un ennesimo combattimento tra Israele e Hezbollah, Aoun non potrà fare nulla di concreto per intervenire”, conclude Tal Be’eri. “Certo, potrebbe provare a implorare Hezbollah di fermare la guerra, ma non oltre. E credi che Hezbollah ascolterà le sue suppliche? Probabilmente no, a meno che non serva esclusivamente i suoi interessi”.
(Bet Magazine Mosaico, 10 gennaio 2025)
........................................................
La forza di Israele è anche nei suoi eroi disarmati
di David Zebuloni
Il 7 ottobre 2023, il giorno della grande strage compiuta da Hamas e poi dimenticata dal mondo in tempi record, a fianco delle forze dell’ordine e di quelle militari israeliane, c’è stato un altro ente che ha contribuito alla salvezza dei cittadini invasi, feriti e traumatizzati. Le forze di primo soccorso MDA (Magen David Adom, il corrispettivo della Croce Rossa italiana) sono riuscite a fare la differenza durante gli attimi più duri e angoscianti di terrore, fungendo da ancora di salvezza alla quale migliaia di cittadini israeliani di sono aggrappati negli istanti infiniti di caos generale che hanno stravolto il paese.
Prima ancora che qualcuno riuscisse a dare una risposta concreta alla strage inaspettata che stava avvenendo nei kibbutz, infatti, i paramedici di MDA erano già lì, pronti a evacuare, a soccorrere, a operare in condizioni disumane. Coraggiosi volontari e volontarie di ogni età che hanno perso la vita durante le battaglie a Be’eri, a Kfar Aza, al Nova Festival. Non solo per dovere professionale, ma anche per quello etico e morale: salvare quante più vite umane. Senza porre domande, senza esitare, senza indugiare nemmeno un istante.
Tra le tante storie che meritano di essere raccontare al mondo, vi è quella straordinaria di Liat Smadja: tra i primi volontari del MDA a intervenire a seguito del vile attacco di Hamas. E la vicenda di Liat è inevitabilmente legata a quella di suo marito Oren e di suo figlio Omer.
Oren Smadja è stato il primo campione olimpico israeliano di Judo.
Il figlio Omer, invece, è caduto in combattimento a Gaza il 20 di giugno, combattendo contro i terroristi di Hamas. Così, alla giovane età di 25 anni, Omer dagli occhi celesti si è spento per sempre, lasciando un vuoto incolmabile nella vita dei coniugi Smadja. Il sacrificio del giovane soldato è stato riconosciuto dal Governo israeliano che, nella figura del Primo Ministro, è andato a fare visita ai familiari durante la veglia funebre. Poi, nel mese di settembre, con lo scopo di convertire la morte in vita, Liat e Oren hanno contribuito alla donazione di una nuova ambulanza MDA intitolata alla memoria di Omer. Grazie all'avanzato mezzo di soccorso, negli ultimi mesi è stato possibile salvare migliaia di vite umane e, come segno del destino, aiutare anche diverse mamme a partorire in totale sicurezza. Sì, se Omer non potrà più ridere, amare e vivere, lo faranno per lui i neonati venuti al mondo nell’ambulanza dedicata a suo nome.
«Il 7 ottobre Omer è stato chiamato come riservista e, appena l’ho visto uscire di casa in divisa, ho avuto la strana sensazione che qualcosa di tragico stava per accadere», racconta Liat Smadja, ripercorrendo così i momenti cruciali dell’ultimo anno: dal lutto nazionale a quello personale. «Non potevo rimanere con le mani in mano, così ho deciso di indossare la mia uniforme MDA e correre alla stazione di primo soccorso. Lì ho capito che eravamo stati travolti da uno tsunami». Il ruolo di Liat era quello di informare le famiglie delle vittime del Nova Festival della morte dei loro cari; prima torturati poi e uccisi dai terroristi islamisti. Parlando con i genitori straziati che avevano appena perso i loro figli, tuttavia, non poteva certo immaginare che presto avrebbe ricevuto la medesima chiamata.
«Sono di natura una persona estremamente ottimista, ma quando i rappresentanti dell’IDF si sono presentati alla porta di casa mia, ho immediatamente capito che Omer era morto», spiega.
«Non hanno detto nulla. Mi hanno solamente abbracciato e abbiamo pianto insieme». Un mese dopo la caduta del figlio, Liat è tornata a svolgere il suo ruolo di volontaria a MDA. Il giorno in cui è stata inaugurata l’ambulanza a nome di Omer, Liat è stata la prima a operare al suo interno.
«Una settimana dopo quel primo turno, mi hanno chiamato per raccontarmi che nell’ambulanza di mio figlio c'è stato il primo parto.
Un bambino ha visto lì la luce e il paramedico lì presente si chiamava proprio Omer. Credo di aver pianto per due giorni», condivide ancora commossa.
La storia di Liat, Oren e Omer è la storia del popolo israeliano, che da un anno e quattro mesi ormai cerca di ripristinare le sua esistenza interrotta, tramutando gli innumerevoli lutti in inni alla vita. Un impegno condiviso e supportato da MDA, la cui sede italiana operativa a Milano (MDA Italia) conta oggi 12 volontari e promuove raccolte fondi, convegni, conferenze, corsi di assistenza sanitaria nonché quello che è uno dei capisaldi dello statuto dell'organizzazione: la coscienza dell’assistenza al prossimo, soprattutto se svantaggiato, come nozione imprescindibile di una coesistenza civile.
Da oltre novant'anni, infatti, la Croce Rossa israeliana garantisce alla variegata e complessa società israeliana soccorso e assistenza.
All'interno dell’ambulanza, d'altronde, sono tutti uguali: giovani e vecchi, uomini e donne, ricchi e poveri, di destra e di sinistra, laici e ortodossi, ebrei, musulmani, cristiani, drusi e beduini. Israeliani e arabi. Ecco, tutti uguali. Tutti vulnerabili. Tutti uniti da un solo destino.
Libero, 10 gennaio 2025)
........................................................
"Dividere il Paese in cantoni". Il piano segreto di Israele per la nuova Siria
La stampa israeliana svela il piano del governo di Netanyahu per mettere in sicurezza le minoranze etniche siriane. Tel Aviv vorrebbe convocare una conferenza internazionale per discutere della proposta.
di Valerio Chiapparino
Tel Aviv intende dividere la Siria in diverse divisioni amministrative, cantoni, per garantire la sicurezza di tutti i gruppi etnici del Paese dilaniato da oltre 10 anni di guerra civile. Il progetto di Israele è stato al centro di incontri classificati svelati da fonti non identificate al quotidiano israeliano Hayom. I piani segreti sono in via di valutazione da parte del governo guidato dal premier Benjamin Netanyahu sin dalla presa al potere a Damasco, il mese scorso, degli islamisti filoturchi di Hayat Tahrir al-Sham.
Secondo quanto riportato in esclusiva da Hayom, l'idea di cantonizzare la Siria ha guadagnato trazione durante un meeting svoltosi due giorni fa alla presenza del ministro della Difesa Israel Katz. Durante l’incontro il ministro dell’Energia Eli Cohen ha proposto di convocare un vertice internazionale per discutere del piano. Non è chiaro se Netanyahu abbia dato il suo via libera all’iniziativa.
Nel corso della riunione segreta si è affrontato anche il tema dell’influenza della Turchia in Siria e di come lo Stato ebraico potrebbe contrastarla. Inoltre, avrebbe trovato spazio anche la valutazione del profilo del nuovo leader di Damasco Ahmed al-Sharaa che ha abbandonato il suo nom de guerre Abu Mohammed al-Jolani. L’ex qaedista viene osservato con sospetto dalle autorità di Tel Aviv preoccupate che al regime ostile destituito di Bashar al-Assad possa seguirne un altro non meno pericoloso.
Massima preminenza nel corso dell’incontro sarebbe stata riservata alla necessità di salvaguardare le minoranze druse e curde presenti in territorio siriano che potrebbero essere oggetto di futuri attacchi da parte degli islamisti sostenuti dalla Turchia. Infatti Ankara accusa i combattenti curdi in Siria - parte della coalizione supportata dagli Stati Uniti - di avere legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), oggetto di costanti campagne militari ordinate dal premier turco Recep Tayyip Erdogan.
Sono queste dunque le premesse che per il governo di Netanyahu rendono necessaria la convocazione di un vertice internazionale per discutere della possibile divisione in cantoni del territorio siriano e rafforzare così la stabilità della regione mediorientale. Per il ministro Cohen centrale rimane comunque la messa in sicurezza del confine settentrionale israeliano e la predisposizione di misure di difesa contro le minacce poste dalle organizzazioni ribelli. Il timore di Israele è che i nuovi signori della Siria possano decidere di infrangere gli accordi di cessate il fuoco firmati da Tel Aviv e Damasco all'epoca di Hafez al-Assad, fondatore della dinastia che ha retto il Paese dagli anni Settanta.
Funzionari della sicurezza israeliana fanno intanto sapere che l’Idf non intende mantenere una presenza permanente in Siria ma essa è necessaria per conservare la stabilità nell’area. Il riferimento è al monte Hermon e ad altri territori contesi sulle alture del Golan occupati dai militari dello Stato ebraico dopo la defenestrazione del regime siriano.
Hayom riporta che una conferenza internazionale chiamata a ridisegnare i confini e la struttura del Paese potrebbe permettere un ritiro dei soldati di Tel Aviv senza “compromettere la sicurezza degli interessinormal” israeliani. Uno scenario che però al momento viene ritenuto “distantenormal” dai funzionari del governo di Netanyahu.
(il Giornale, 9 gennaio 2025)
........................................................
Rav Weisz al Papa: basta distorsioni e pregiudizi
Le parole e le azioni di papa Francesco su Israele «non sono semplicemente deludenti, ma rappresentano un pericolo storico» per le comunità ebraiche, vista la loro portata globale nell’era digitale. È la dura denuncia del rabbino Eliezer Simcha Weisz, membro del Gran Rabbinato d’Israele, nei confronti del pontefice.
Nella sua lettera aperta, datata 8 gennaio, rav Weisz accusa Bergoglio di aver «prestato l’autorità papale al moderno antisemitismo». In particolare, denuncia come, dal 7 ottobre in poi, il papa abbia adottato un approccio sbilanciato nel descrivere il conflitto, equiparando la democrazia israeliana a un’organizzazione terroristica come Hamas. «Avete ripetutamente tracciato una falsa equivalenza morale tra una nazione democratica che difende i propri cittadini e i terroristi che hanno perpetrato il più barbaro massacro di ebrei dopo la Shoah». Inoltre, sarebbe stato «deliberatamente ignorato» il fatto che Hamas opera all’interno di scuole, ospedali e luoghi di culto, sfruttando le vite di innocenti per i propri scopi terroristici.
Il rappresentante del Gran Rabbinato d’Israele, ospite lo scorso anno del Vaticano per un’iniziativa sull’intelligenza artificiale, sottolinea il silenzio del pontefice sulla sistematica persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, a fronte di una rapida condanna delle azioni di Israele. «Mentre le comunità cristiane sono decimate in tutta la regione, voi riservate le vostre critiche amplificate digitalmente all’unica democrazia mediorientale in cui i cristiani praticano liberamente il loro culto». Questo silenzio viene percepito come una forma di indignazione selettiva, amplificata dai media globali, che contribuisce a una percezione distorta della realtà e rafforza narrazioni ostili verso lo stato ebraico.
Weisz imputa a Francesco di promuovere, seppur indirettamente, una recrudescenza del pregiudizio contro gli ebrei a livello mondiale. «Attraverso il suo vasto pulpito digitale, la Chiesa è diventata un megafono globale per coloro che armano l’antisemitismo con la scusa di sostenere gli oppressi. La sua reimmaginazione di Gesù come simbolo palestinese della resistenza, trasmessa a miliardi di persone, non è solo storicamente inaccurata, ma è una distorsione deliberata che serve a delegittimare il legame degli ebrei con la nostra patria ancestrale. In un’epoca in cui le immagini e i messaggi fanno il giro del mondo in pochi secondi, raffigurare Gesù con la kefiah e i soldati israeliani come uomini di Erode non è solo cattiva teologia, ma un pericoloso incitamento con un impatto immediato e mondiale», scrive rav Weisz.
Bergoglio viene criticato anche per il suo recente incontro con rappresentanti del regime iraniano, che apertamente invocano la distruzione di Israele. Secondo il rabbino israeliano, tali incontri rafforzano regimi che promuovono l’odio, trasformando la figura papale in un simbolo di legittimazione per narrative antiebraiche.
Weisz conclude esortando papa Francesco a riconoscere l’enorme responsabilità morale derivante dalla sua influenza globale. Lo invita a cessare di propagare false narrazioni che alimentano l’odio e a lavorare per la pace e la comprensione, come auspicato dal Concilio Vaticano II. «Il mondo ha bisogno della vostra leadership morale ora più che mai, una leadership degna della vostra influenza senza precedenti. Il cammino da percorrere richiede l’adesione alla verità e alla giustizia, non l’amplificazione di antichi pregiudizi attraverso mezzi moderni».
(moked, 9 gennaio 2025)
........................................................
Il rotolo della Torah in una mano, la spada nell’altra: nuovi soldati Haredì in Tzahal
di Ludovica Iacovacci
La spada e il rotolo della pergamena possono coesistere tra i palmi degli Haredì, la Torah e la difesa di Israele possono andare di pari passo per chi porta le peot. Tradizionalmente, gli Haredim sono stati esentati dal servizio militare in Israele, questione che ha creato e continua a creare tensioni tra le diverse sezioni della società israeliana. La comunità Haredì ha spesso dimostrato contrarietà al servizio di leva, argomentando che l’osservanza religiosa avrebbe dovuto essere la priorità. Le esigenze del conflitto in corso a Gaza, il desiderio di creare una società israeliana più unita nonché dissidi politici e sociali hanno riportato l’annosa questione al centro del dibattito pubblico israeliano.
La nuova Brigata Hahashmonaim ha cominciato a guadagnare attenzione per aver aperto le porte ai soldati Haredim come parte di un programma di reclutamento mirato. Domenica 5 gennaio, i primi 50 soldati Haredim sono stati arruolati per il servizio regolare e formeranno il nucleo della prima compagnia della brigata. Altri 100 uomini Haredim, più anziani, sono stati arruolati nella prima compagnia di riserva della brigata per iniziare i sei mesi di addestramento di fanteria, dopo di che diventeranno parte effettiva.
Tzahal ha detto che il reclutamento dei 150 soldati è stata una “pietra miliare significativa” nella creazione della Brigata Hahashmonaim, e “il processo di espansione [del numero di] membri della comunità Haredì nel servizio di Tzahal, soprattutto alla luce delle esigenze operative derivanti dalle esigenze della guerra”. Lo stile di vita Haredì sarà rispettato durante il loro servizio nell’esercito israeliano. Secondo un rapporto del quotidiano Israel Hayom, i soldati che prestano servizio nella nuova brigata saranno autorizzati a indossare “abiti del sabato” quando non sono in servizio (anziché uniformi militari), potranno partecipare alle preghiere e ci sarà un’ora obbligatoria di studio della Torah ogni giorno. Alle truppe è stato anche concesso di avere telefoni “kosher”, ovvero dispositivi su cui i social media e la maggior parte delle altre applicazioni sono bloccati. Difatti, il problema nell’arruolare gli Haredim non è esclusivamente il servizio militare in sé quanto l’ambiente dell’esercito, spesso incompatibile con uno stile di vita religioso. Il traguardo sarebbe raggiunto quando un giovane Haredì possa entrare in Tzahal e uscirne ancora Haredì.
Il vice capo di Stato maggiore, il colonnello Amir Baram, ha visitato la base della nuova brigata Haredì la scorsa settimana e ha acceso una candela di Hanukkah con il comandante della brigata, il maggiore generale Avinoam Emunah. Il colonnello Baram ha detto: “Grazie a voi, si è presentata una grande opportunità, un grande privilegio, per essere il primo a stabilire una brigata haredi nell’IDF. E intendiamo che sia haredi, in modo da mantenere il loro stile di vita haredi, affinché anche gli haredim che vengono reclutati se ne vadano come haredim. Non c’è contraddizione tra l’ebraismo devoto e haredi, e la guerra, il coraggio e la battaglia. Oggi, questo è un profondo bisogno operativo e sociale. Abbiamo preparato qui, nella nuova base della brigata, tutte le condizioni per mantenere allo stesso tempo un haredi e un quadro ebraico di combattimento. I ranghi devono essere ampliati”.
Domenica 5 gennaio, l’esercito israeliano ha detto che ulteriori membri della comunità Haredì sono stati arruolati in altre unità religiose. Quelle esistenti per i soldati Haredim includono il battaglione Netzah Yehuda nella brigata Kfir, la compagnia Tomer nel battaglione Rotem della brigata Givati, la compagnia Hetz nel 202° battaglione della brigata Paracadutisti e l’unità di difesa terrestre della base aerea Nevatim, così come numerosi altri ruoli non da combattimento.
È bene sottolineare che all’inizio della guerra in Gaza, la divisione Haredi “Tomer” della brigata Givati prese parte ai combattimenti all’interno della Striscia, oltre a combattere nella regione circostante il 7 ottobre stesso, affiancati anche dai comandanti della squadra nel battaglione Netzah Yehuda. La prima offensiva di terra in assoluto della brigata nel profondo territorio del nemico, insieme alla Brigata Paracadutisti, risale a gennaio 2024. Inoltre, soldati e ufficiali precedentemente di Netzah Yehuda e di altri battaglioni Haredim hanno preso parte ai combattimenti in diverse aree, tra cui Jabaliya nella Striscia di Gaza e parti della Giudea e della Samaria. Alcuni dei riservisti sono stati schierati per 90 giorni consecutivi in ruoli di combattimento. Ulteriori battaglioni comprendenti divisioni Haredim, tra cui più di 1.000 riservisti, hanno effettuato tutti gli incarichi di ricerca vicino al sito del festival Supernova e in tutta la regione di Gaza durante gli scontri. Molti altri soldati Haredim occupavano varie posizioni in unità diverse.
Modelli come divisioni e battaglioni sopracitati, con programmi specifici per soldati religiosi, dimostrano che un compromesso è possibile. Affinché ciò funzioni è necessario comprendere che il vero successo non è solo arruolare giovani Haredim, ma far sì che questi rimangano fedeli alla loro identità religiosa durante e dopo il servizio militare.
Secondo Times Of Israel, l’obiettivo generale di Tzahal negli ultimi quattro mesi era riuscire ad arruolare 1.300 soldati Haredim. Alla fine, ne sono stati arruolati poco più di 900. Nonostante le tensioni in corso e il basso tasso di arruolamento che rimane oggetto di dibattito politico, Tzahal ha visto un aumento dell’85% del numero di soldati Haredim che si uniscono all’esercito, rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti.
Mercoledì 8 gennaio The Jerusalem Post scrive che l’obiettivo dell’esercito è stato quello di aumentare il numero di arruolati Haredim di circa 3.000 unità quest’anno, per portare il numero totale a circa 4.800 all’anno. Dei 338 nuovi arruolati Haredim, 211 sono in unità di combattimento, mentre 127 sono in unità di supporto alle unità di combattimento. Queste reclute fanno parte della nuova Brigata Hahashmonaim, delle nuove unità di manutenzione nel Nord e di un secondo round di unità di guardia di frontiera Haredi. Più specificamente, 70 arruolati si sono uniti al battaglione Netzah Yehuda della Brigata Kfir, 19 si unirono alla compagnia Tomer nella Brigata Givati, 19 si unirono alla compagnia Hetz della Brigata Paracadutisti e 11 si unirono alla compagnia Negev nell’aeronautica, insieme ad altre unità.
• Necessità di un compromesso
Secondo il JPost, diverse personalità Haredim riconoscono la necessità di un compromesso. Recenti sondaggi indicano che una parte significativa della comunità Haredì ritiene che coloro che non sono impegnati nello studio della Torah a tempo pieno dovrebbero servire in qualche modo, sia nell’esercito che attraverso il servizio nazionale o civile. Ciò riflette un crescente riconoscimento da parte della comunità Haredì nel contribuire più direttamente alla sicurezza nazionale, nonostante le dichiarazioni di qualche vertice religioso. Concentrarsi sulle dinamiche sociali relative alla questione del servizio di leva degli Haredim, piuttosto che sulle esigenze meramente numeriche o logistiche, potrebbe portare a immedesimarsi nella posizione di ragazzi che sono schiacciati tra un modello di esercito lontano dal loro stile di vita e, spesso, da famiglie che non li guarderanno più con gli stessi occhi dopo aver abbracciato e difeso il sionismo.
Inoltre, addossare la mancanza di personale in Tzahal esclusivamente al settore Haredì significherebbe ignorare le altre significative parti della società israeliana che rifiutano di prestarsi al servizio militare. Secondo i dati dell’esercito del 2022 riportati da Israel Democracy Institute (IDI), anche se tutti i giovani israeliani sono tenuti a servire per un periodo obbligatorio nell’esercito, solo il 69% degli uomini ebrei e circa il 56% delle donne ebree si arruolano. Se i giovani arabi che non sono arruolati vengono aggiunti a questo calcolo, molto meno del 50% di ogni gruppo pertinente viene reclutato. Non è inusuale trovare casi di persone che fingono di essere malati o fingono di essere religiosi per poter continuare la propria vita, evitando il servizio militare, mentre i loro coetanei combattono.
Secondo gli ultimi dati riportati da The Jerusalem Post ben prima della guerra, “dei 4.500 casi che hanno ricevuto esenzioni, il 44,7% erano haredim, il 46,6% laici e un altro 8,7% religiosi sionisti”. Senza considerare la posizione degli arabo-israeliani esonerati dal servizio di leva e nella stragrande maggioranza dei casi auto-esonerati dal richiedere di parteciparvi, mentre gli stessi godono a pieno titolo dei diritti offerti dall’avere la cittadinanza israeliana. Alcuni di loro prediligono la casa al campo di battaglia e impugnano uno smartphone anziché un’arma, diventando rappresentati – soprattutto all’estero – della “difesa-social” di Israele. Seppur la questione dell’arruolamento degli Haredim soprattutto dopo la storica sentenza della Corte costituzionale risulti centrale, interrogarsi anche sul mancato servizio di leva da parte della società secolarizzata israeliana così come sulla passività della parte araba, potrebbe aiutare nel configurare al meglio il problema riguardo alla necessità di personale nell’esercito israeliano, soprattutto nei momenti di emergenza.
(Bet Magazine Mosaico, 9 gennaio 2025)
........................................................
“Noi di Hamas usiamo l'ospedale, così Israele non ci attaccherà”
di Giulio Meotti
Alla fine di dicembre, a Gaza Israele ha condotto un raid all’ospedale Kamal Adwan, dal nome di uno dei fondatori di Settembre Nero. Vi ha arrestato 240 terroristi, quindici dei quali avevano partecipato al massacro del 7 ottobre. All’interno hanno trovato granate, armi ed equipaggiamento militare. Settecento civili sono stati evacuati, nessuno è stato ucciso. Alcuni terroristi si sono spacciati per personale medico e pazienti. Altri hanno cercato di andarsene su barelle e ambulanze. Un centinaio tra pazienti e personale medico sono stati evacuati all’ospedale indonesiano di Gaza, al quale Israele ha consegnato carburante, generatori e attrezzature mediche. In un filmato girato da Hamas e diffuso da Israele, terroristi di Hamas sono stati poi ripresi mentre piazzavano esplosivi a 45 metri dall’ospedale indonesiano.
Utilizzare un ospedale per scopi militari è un crimine di guerra. Ma nulla di tutto questo è uscito sui media. Non c’è stata protesta sulle strutture mediche trasformate in fronti di guerra. Invece, come sui morti a Gaza, i media hanno ripetuto a pappagallo la propaganda di Hamas e accusato Israele di aver “bruciato” l’ospedale. “Israele brucia l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza” (Nbc). “I soldati israeliani bruciano un ospedale a Gaza” (Ap). “L’ospedale del nord di Gaza brucia dopo che Israele ha rimosso pazienti e personale” (Newsweek). Anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha sposato la linea di Hamas.
Clamore intanto per l’arresto del direttore dell’ospedale, Hussam Abu Safiya, presentato come un santo che cerca di proteggere i suoi pazienti dall’aggressione israeliana con tanto di foto iconica che sale verso un tank israeliano. Il 9 ottobre 2023, due giorni dopo il pogrom, Safiya ha descritto l’evento sui social personale come un “atto di Allah”. Le fotografie lo hanno mostrato mentre incontrava alti funzionari di Hamas. Un anno prima, l’ex direttore dell’ospedale Kamal Adwan, Ahmad Kahlot, un membro di Hamas dal 2010, rivelò in un interrogatorio che il suo ospedale era stato trasformato in una struttura militare sotto il controllo di Hamas e che aveva persino ospitato un soldato israeliano rapito. Ora la viva voce di un terrorista di Hamas interrogato da Israele e che lavorava nell’ospedale mette fine alla propaganda. Ne parla anche il New York Times.
“Mi chiamo Anas Muhammad Faiz al Sharif e lavoro all’ospedale Kamal Adwan come supervisore delle pulizie. Sono entrato nelle Forze Nukhba. Hamas usa l’ospedale Kamal Adwan perché sa che l’esercito israeliano non può colpirlo”. Il terrorista racconta che i suoi uomini trasportano armi dentro e fuori l’ospedale, partono dal centro medico di notte per operazioni e che l’ospedale è usato per distribuite granate e mortai, attaccare i blindati, tendere imboscate, rifornire i tunnel. “C’erano operativi di Hamas e della Jihad Islamica” continua al Sharif.
Uno dei pilastri della propaganda antisemita è l’accusa per cui agli ebrei piace rapire bambini non ebrei per usare il loro sangue per fare il matzo, il pane non lievitato mangiato a Pasqua per commemorare l’Esodo dall’Egitto. Una leggenda tanto vera quanto è vero che gli anziani di Sion sono al comando della Casa Bianca. Ma una delle tante “voce sugli ebrei” che si è rivelata estremamente duratura e aggiornabile in nuove versioni. L’ultima è che a Gaza è in corso un “genocidio”. Non è fabbricata dalla polizia zarista, ma da molti media occidentali.
Il Foglio, 9 gennaio 2025)
........................................................
L’ IDF recupera il corpo dell’ostaggio Youssef al-Ziyadne a Gaza. Si teme per la vita del figlio Hamza
di Ruben Caivano
Un altro ostaggio è stato trovato senza vita nella Striscia di Gaza. L’IDF (Forze di Difesa Israeliane) ha confermato di aver recuperato il corpo di Youssef al-Ziyadne, 53 anni, rapito il 7 ottobre 2023 durante l’attacco di Hamas nel sud di Israele. Il corpo è stati ritrovato in un tunnel sotterraneo a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, accanto ai resti di due terroristi di Hamas che li stavano presumibilmente sorvegliando. Nel tunnel sono stati rinvenuti anche alcuni reperti che potrebbero essere riconducibili alla morte del figlio di Youssef, Hamza al-Ziyadne, 22 anni, anche lui rapito durante l’attacco. Tuttavia, l’IDF ha precisato che il decesso di Hamza non è ancora stato confermato ufficialmente.
Youssef e Hamza al-Ziyadne vivevano nella città beduina di Rahat, nel Negev, e Youssef lavorava da 19 anni nel kibbutz Holit, vicino al confine con Gaza. Il 7 ottobre 2023, durante il pogrom di Hamas, Youssef è stato rapito insieme ai suoi tre figli: Hamza, Bilal e Aisha. Dopo più di 50 giorni di prigionia, Bilal e Aisha sono stati rilasciati il 30 novembre 2023, mentre Youssef e Hamza erano rimasti in prigionia e considerati vivi fino a martedì.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha espresso le sue condoglianze alla famiglia, dichiarando:
“Speravamo di riportare sani e salvi Youssef e Hamza, così come avevamo fatto con Bilal e Aisha. Purtroppo oggi dobbiamo affrontare una realtà dolorosa.”
“Ogni giorno aspettavamo notizie e speravamo che fossero vivi. Questa perdita è devastante per tutti noi” ha detto il fratello di Youssef, Ali Ziyadne, che ha raccontato il dolore della famiglia nel ricevere la notizia.
Dopo questa tragica scoperta, l’IDF continua ad operare nella Striscia di Gaza per garantire la sicurezza di Israele e recuperare gli ostaggi ancora detenuti da Hamas.
(Shalom, 9 gennaio 2025)
........................................................
Paura di Hamas e dichiarazioni antisemite
Anche 20 anni dopo la sua elezione a Presidente dell'Autorità palestinese, Abbas è aggrappato al potere. Eppure la sua carica non è stata legittimata dal 2009.
di Elisabeth Hausen
Quando in una democrazia viene eletto un capo di Stato o un capo di governo, alla fine del mandato c'è una nuova elezione. A seconda delle modalità, il politico può ricandidarsi o meno. Ad esempio, dal 2000 il mandato del presidente israeliano è di sette anni, dopo i quali non può ricandidarsi. Prima di allora, il mandato era di cinque anni con due possibili mandati.
Nell'Autorità Palestinese (AP), queste regole riconosciute a livello mondiale apparentemente non si applicano. Il suo presidente Mahmoud Abbas è stato eletto esattamente 20 anni fa - per quattro anni. Da allora, l'Autorità palestinese non ha mai tenuto un'elezione presidenziale. L'ormai 89enne leader di Fatah è quindi in carica illegalmente da 16 anni.
L'AP cita l '“occupazione israeliana” come motivo principale. Tuttavia, un fattore molto più serio è il timore di Abbas di perdere il potere a favore del suo principale rivale politico, l'islamico radicale Hamas. I sondaggi degli ultimi anni hanno mostrato una tendenza corrispondente: se Abbas si candidasse contro il leader di Hamas in carica, perderebbe chiaramente le elezioni. Fatah potrebbe ottenere punti solo con il leader dell'“Intifada di Al-Aqsa”, Marwan Barghuti, che è in custodia israeliana per cinque capi d'accusa di omicidio.
• In precedenza segretario generale dell'OLP e primo ministro
Quando Abbas fu eletto il 9 gennaio 2005 come successore del leader palestinese Yasser Arafat, morto due mesi prima, non era nuovo alla politica. È stato uno dei fondatori di Fatah e dell'“Organizzazione per la liberazione della Palestina” (OLP). Come Segretario generale dell'OLP, firmò l'accordo di Oslo I con Israele nel 1993.
Tre anni dopo, Arafat divenne il primo presidente della neonata AP. Sotto pressione internazionale, nel 2003 ha permesso con riluttanza la creazione della carica di Primo Ministro. La carica fu assegnata ad Abbas, noto anche come Abu Masen. Insieme all'allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush e al capo del governo israeliano Ariel Sharon, ha firmato la cosiddetta “Roadmap”, un piano di pace in più fasi, nessuna delle quali è stata ancora attuata.
Abbas ricopre la sua attuale carica senza un vicepresidente; il parlamento è stato sciolto nel 2018. E cambia regolarmente il governo e il primo ministro. Si tratta di un gabinetto fittizio, poiché Abbas governa per decreto.
• Dichiarazioni antisemite
In qualità di presidente dell'AP, si distingue per le sue dichiarazioni anti-israeliane e talvolta antisemite, che suscitano critiche internazionali e vengono poi rapidamente dimenticate. Ad esempio, in un discorso del 2018, ha incolpato gli ebrei della Shoah. Ha ripetuto l 'accusa nell'agosto 2023.
Un anno prima, in una conferenza stampa con il Cancelliere federale Olaf Scholz a Berlino, aveva affermato che Israele aveva commesso “50 Olocausti” contro i palestinesi. Nel maggio 2023, in occasione di un evento commemorativo delle Nazioni Unite, ha paragonato le dichiarazioni di Israele a quelle del Ministro della Propaganda del Reich, Joseph Goebbels.
Né queste dichiarazioni né il suo lungo mandato impediscono agli attori internazionali e ai media di trattare Abbas come un legittimo rappresentante dei palestinesi. Neppure l'incapacità di risolvere il conflitto con Hamas e quindi di rimuovere un ostacolo sulla via della statualità lo ostacola.
• Per la prima volta si discute di successione
Al termine del suo 20° anno di mandato, Abu Masen ha discusso per la prima volta della sua possibile successione: In caso di vacanza, il presidente del Consiglio nazionale palestinese (PNC), Rauhi Fattuh, assumerebbe la carica ad interim fino all'elezione di un nuovo presidente, ha dichiarato a novembre.
Tuttavia, al momento non sembra che Abbas si stia impegnando attivamente per spianare la strada a un successore, dimettendosi o organizzando un'elezione. Abbas è troppo attaccato al potere per farlo.
(Israelnetz, 9 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Iran: prime gravi crepe nel regime dopo la debacle in Siria
Uno dei generali più importanti dell'esercito iraniano (non IRGC) ammette pubblicamente che «la Siria è stato un brutto colpo per l'Iran» e attacca Assad, la Russia e persino le IRGC, il tutto mentre in Iran manca persino la benzina
di Farnaz Fassihi
Teheran, Iran, il generale iraniano di grado più alto in Siria ha contraddetto la linea ufficiale assunta dai leader di Teheran in merito alla caduta improvvisa del loro alleato Bashar al-Assad, affermando in un discorso straordinariamente schietto che l’Iran aveva subito una grave sconfitta ma che avrebbe comunque cercato di operare nel Paese.
Una registrazione audio del discorso, pronunciato la scorsa settimana dal Brig. Gen. Behrouz Esbati in una moschea di Teheran, è emersa pubblicamente lunedì sui media iraniani, ed è in netto contrasto con le dichiarazioni del presidente iraniano, del ministro degli esteri e di altri leader di spicco. Per settimane hanno minimizzato l’entità della perdita strategica dell’Iran in Siria il mese scorso, quando i ribelli hanno spazzato via Bashar al-Assad dal potere, e hanno affermato che l’Iran avrebbe rispettato qualsiasi risultato politico deciso dal popolo siriano.
“Non considero la perdita della Siria qualcosa di cui essere orgogliosi”, ha detto il generale Esbati secondo la registrazione audio del suo discorso, che Abdi Media, un sito di notizie con sede a Ginevra incentrato sull’Iran, ha pubblicato lunedì. “Siamo stati sconfitti, e sconfitti molto male, abbiamo subito un duro colpo ed è stato molto difficile”.
Il generale Esbati ha rivelato che i rapporti dell’Iran con Assad erano tesi da mesi, tanto da aver portato alla sua cacciata, affermando che il leader siriano aveva respinto le molteplici richieste delle milizie sostenute dall’Iran di aprire un fronte contro Israele dalla Siria, in seguito all’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023.
L’Iran ha presentato ad Assad piani militari completi su come utilizzare le risorse militari iraniane in Siria per attaccare Israele, ha affermato.
Il generale ha anche accusato la Russia, considerata un alleato di primo piano, di aver tratto in inganno l’Iran dicendogli che i jet russi stavano bombardando i ribelli siriani quando in realtà stavano sganciando bombe in campi aperti. Ha anche detto che l’anno scorso, quando Israele ha colpito obiettivi iraniani in Siria, la Russia aveva “spento i radar”, facilitando di fatto questi attacchi.
Per oltre un decennio, l’Iran ha sostenuto Assad inviando comandanti e truppe per aiutarlo a combattere contro i ribelli dell’opposizione e il gruppo terroristico dello Stato Islamico.
Sotto Assad, la Siria era il centro di comando regionale dell’Iran da cui forniva armi e denaro alla sua rete di milizie regionali, tra cui Hezbollah in Libano e i terroristi palestinesi in Cisgiordania . L’Iran controllava anche aeroporti, magazzini e gestiva basi di produzione di missili e droni in Siria.
La coalizione ribelle ha ormai preso il controllo di gran parte della Siria e sta cercando di formare un governo . Il generale Esbati ha affermato nel suo discorso che l’Iran cercherà modi per reclutare insorti in qualsiasi forma la nuova Siria assuma.
“Possiamo attivare tutte le reti con cui abbiamo lavorato negli anni”, ha detto. “Possiamo attivare gli strati sociali in cui i nostri ragazzi hanno vissuto per anni; possiamo essere attivi sui social media e possiamo formare cellule di resistenza”.
Ha aggiunto: “Ora possiamo operare lì come facciamo in altri ambiti internazionali, e abbiamo già iniziato”.
I commenti del generale hanno lasciato sbalorditi gli iraniani, sia per il loro contenuto non filtrato che per la statura dell’oratore. È un comandante di alto rango delle Forze armate iraniane, l’ombrello che include l’esercito e il Corpo delle guardie rivoluzionarie, con una storia di ruoli di rilievo tra cui comandante in capo della divisione informatica delle Forze armate.
In Siria, ha supervisionato le operazioni militari dell’Iran e ha collaborato strettamente con i ministri e gli ufficiali della difesa siriani e con i generali russi, superando persino il comandante in capo delle Forze Quds, il generale Ismail Ghaani, che supervisiona la rete di milizie regionali sostenute dall’Iran.
Mehdi Rahmati, un importante analista di Teheran ed esperto di Siria, ha dichiarato in un’intervista telefonica che il discorso del generale Esbati è stato significativo perché ha dimostrato che alcuni alti funzionari si stavano allontanando dalla propaganda governativa e si stavano rivolgendo direttamente all’opinione pubblica.
“Tutti parlano del discorso durante le riunioni e si chiedono perché abbia detto queste cose, soprattutto in un forum pubblico”, ha detto Rahmati. “Ha esposto molto chiaramente cosa è successo all’Iran e dove si trova ora. In un certo senso può essere un avvertimento per la politica interna”.
Il generale Esbati ha detto che la caduta del regime di Assad era inevitabile data la corruzione dilagante, l’oppressione politica e le difficoltà economiche che la gente ha dovuto affrontare, dalla mancanza di energia al carburante ai redditi vivibili. Ha detto che Assad aveva ignorato gli avvertimenti di riforma. Rahmati, l’analista, ha detto che il paragone con la situazione attuale dell’Iran era difficile da ignorare.
Nonostante le affermazioni del generale sull’attivazione delle reti, non è ancora chiaro cosa l’Iran possa realisticamente fare in Siria, data l’opposizione pubblica e politica che ha incontrato nel paese e le sfide dell’accesso via terra e via aria. Israele ha avvertito che avrebbe decimato qualsiasi sforzo iraniano che rilevasse sul terreno in Siria.
E mentre l’Iran ha esperienza di operazioni in Iraq dopo l’invasione statunitense del 2003 , seminando anche disordini, la geografia e il panorama politico della Siria sono molto diversi, presentando ulteriori sfide.
Un membro iraniano delle Guardie rivoluzionarie che ha trascorso anni in Iraq come stratega militare insieme a comandanti senior ha detto in un’intervista telefonica che i commenti del generale Esbati sul reclutamento di insorti da parte dell’Iran potrebbero essere più ambiziosi che pratici in questa fase. Ha detto che mentre il generale Esbati aveva ammesso una grave sconfitta, aveva anche cercato di sollevare il morale e pacificare i conservatori chiedendo che l’Iran agisse con più forza.
Il funzionario delle Guardie, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto che la politica dell’Iran non era ancora stata finalizzata, ma che era emerso un consenso negli incontri a cui aveva partecipato, dove si discuteva di strategia. Ha detto che l’Iran trarrebbe beneficio se la Siria precipitasse nel caos, perché l’Iran sapeva come prosperare e proteggere i propri interessi in un panorama turbolento.
In Iran, le Guardie Rivoluzionarie hanno l’autorità di stabilire la politica regionale e di ignorare il parere del Ministero degli Esteri.
Il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, che ha l’ultima parola sulle questioni chiave dello Stato, ha affermato in almeno due discorsi dalla caduta di Assad che la resistenza non era morta in Siria, aggiungendo che i giovani siriani avrebbero reclamato il loro paese dai ribelli al potere, che ha definito lacchè di Israele e degli Stati Uniti. Il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sono stati più concilianti, affermando di essere favorevoli alla stabilità in Siria e ai legami diplomatici con il nuovo governo.
Le tensioni che circondano queste opinioni contrastanti sulla Siria hanno preoccupato abbastanza i funzionari da spingerli a intraprendere una campagna di controllo dei danni con il pubblico la scorsa settimana. Alti comandanti militari e opinionisti vicini al governo hanno tenuto discorsi e sessioni di domande e risposte con il pubblico nelle moschee e nei centri comunitari di diverse città.
Il discorso del generale Esbati, tenuto il 31 dicembre presso la moschea Valiasr nel centro di Teheran, era rivolto ai militari e ai fedeli della moschea, secondo un annuncio pubblico dell’evento intitolato “Risposte alle domande sul crollo della Siria”.
La sessione è iniziata con il generale Esbati che ha detto alla folla di aver lasciato la Siria sull’ultimo aereo militare diretto a Teheran la notte prima che Damasco cadesse nelle mani dei ribelli. Si è conclusa con lui che rispondeva alle domande dei membri del pubblico. Ha offerto la sua valutazione più seria sulla capacità militare dell’Iran nel combattere Israele e gli Stati Uniti.
Alla domanda se l’Iran avrebbe reagito all’uccisione da parte di Israele del leader storico di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha risposto che l’Iran lo ha già fatto, riferendosi a un bombardamento missilistico lo scorso autunno. Alla domanda se l’Iran avesse pianificato di effettuare un terzo round di attacchi diretti su Israele, ha detto che “la situazione” non poteva realisticamente gestire un altro attacco su Israele in questo momento.
Alla domanda sul perché l’Iran non avrebbe lanciato missili contro le basi militari statunitensi nella regione, ha risposto che ciò avrebbe provocato attacchi di rappresaglia più ampi da parte degli Stati Uniti contro l’Iran e i suoi alleati, aggiungendo che i missili regolari dell’Iran, non quelli avanzati, non sarebbero riusciti a penetrare i sistemi di difesa avanzati degli Stati Uniti.
Nonostante queste valutazioni, il generale Esbati ha affermato di voler rassicurare tutti di non preoccuparsi: l’Iran e i suoi alleati, ha affermato, hanno ancora la meglio sul campo nella regione.
(Rights Reporter, 9 gennaio 2025)
........................................................
Valerie Hamaty: l’araba cristiana che sta conquistandosi la rappresentanza di Israele all’Eurovision con un messaggio di unità
di Marina Gersony
Si chiama Valerie Hamaty ed è emersa come una delle voci più promettenti della scena musicale israeliana. Cresciuta a Giaffa, una delle città miste più significative di Israele, la sua storia è quella di una giovane donna che attraversa la complessità della propria identità, riflettendo le sfide e le speranze che contraddistinguono il Paese in questo periodo. La sua voce ha conquistato milioni di spettatori, ma ciò che rende la sua storia ancora più unica e interessante, è il fatto che lei è una cristiana araba, una figura più che rara in una competizione che unisce Israele e il suo pubblico internazionale.
Come riporta il Times of Israel in un lungo articolo ricco di testimonianze e riflessioni, Hamaty ha catturato l’attenzione del pubblico israeliano con il suo talento, che l’ha portata ad essere una delle favorite dell’ultima edizione di “Rising Star” (HaKochav Haba), il talent show che da anni rappresenta una delle vetrine principali per l’Eurovision. Ma se la sua voce ha colpito, è la sua identità che ha sollevato non poche discussioni.
• Un successo inaspettato
La sua ascesa nella competizione è stata fulminante, grazie alla sua interpretazione di canzoni come “Shema” e “Hurricane”. La prima, è l’iconico brano israeliano che intreccia la preghiera dello Shema, simbolo di fede e identità nazionale ebraica, mentre “Hurricane” è lo struggente brano incentrato sulle tragedie causate dal conflitto israelo-palestinese con cui Eden Golan ha rappresentato Israele al contest nel 2024, diventato un inno di resistenza post-7 ottobre, il tragico evento che ha segnato profondamente Israele.
Questi pezzi, che per molti sembrano rappresentare la “risposta” di Israele alla recente guerra con Gaza, hanno suscitato reazioni contrastanti, soprattutto considerando che Hamaty è l’unica concorrente araba di “Rising Star”. Ma dietro alla sua partecipazione si nascondono le sfide di una giovane donna che, pur essendo parte integrante della comunità araba, ha scelto di schierarsi pubblicamente con Israele, una scelta che ha messo alla prova le relazioni interetniche del Paese.
• Una voce che unisce o divide?
Di fatto il percorso di Valerie non è stato privo di polemiche. In un contesto di tensione politica e sociale, dove le divisioni tra ebrei e arabi israeliani sono forti, il suo sostegno pubblico a Israele durante la guerra a Gaza ha sollevato critiche. Mentre molti la celebrano per aver infranto le barriere culturali, ci sono altri che la accusano di tradire le proprie radici arabe.
«Che un arabo possa rappresentare Israele su un palcoscenico internazionale è un’enorme fonte di orgoglio», ha dichiarato Zohurha Abonar, residente musulmana di Jaffa, la città natale di Valerie.
Ma altre voci non sono d’accordo. «La mia generazione nella comunità musulmana non la sosterrà mai», ha affermato una giovane donna di un gruppo vicino alla cantante, che ha accusato Hamaty di essersi schierata dalla parte degli ebrei israeliani durante la guerra. La sua decisione di indossare una spilla gialla a sostegno degli ostaggi e il suo impegno nel visitare i soldati feriti e partecipare ai funerali delle vittime del massacro del 7 ottobre sono stati visti da alcuni come segnali di una condotta troppo «allineata» alla parte israeliana.
• Il duetto con Daniel Wais e l’incontro con Shani Goren
Il viaggio musicale di Valerie è stato segnato da momenti particolarmente emozionanti. Uno di questi è stato il duetto con Daniel Wais, figlio di una delle vittime dell’attacco di Hamas al Kibbutz Be’eri. I due hanno cantato “Hurricane”, brano – come già detto –che aveva un preciso significato politico, e hanno unito le loro voci in un messaggio di speranza e unità. La performance ha commosso molti, inclusi i familiari delle vittime, che hanno sostenuto Valerie, esortandola a «restare forte» di fronte alle critiche razziste.
Un altro incontro che ha segnato profondamente Valerie è stato quello con Shani Goren, una delle israeliane rapite a Gaza, che dopo la sua liberazione ha chiesto alla cantante di cantare in arabo per aiutarla a superare il trauma. Valerie ha risposto a questa richiesta, dicendo che la musica ha un potere trasformativo: «Se l’arabo scatena la paura in alcuni, il canto la trasforma, raggiungendo i loro cuori in un modo diverso», ha affermato.
• Un messaggio di inclusività per l’Eurovision
Con la sua partecipazione all’Eurovision, Valerie rappresenterebbe una testimonianza viva del multiculturalismo israeliano, un Paese che da sempre cerca di bilanciare le sue identità diverse. Se dovesse vincere la selezione israeliana, ha già annunciato che canterebbe in inglese e in ebraico, sottolineando che la sua presenza come artista araba è già di per sé un messaggio di diversità. «L’obiettivo è entrare in contatto con gli europei, quindi l’inglese è necessario per fargli capire, e l’ebraico rappresenta Israele, la lingua ufficiale qui. Il fatto che io sia araba è già parte della storia», ha detto.
Per alcuni, la sua candidatura sarebbe una grande opportunità per Israele di mostrare al mondo una faccia diversa, quella di un Paese che celebra la diversità e non le divisioni. Ma per altri, la sua identità araba potrebbe essere percepita come una sfida alle tradizioni israeliane. «Non è facile per alcuni sentire l’arabo in questo momento», ha dichiarato suo padre, Tony Hamaty, sottolineando che, sebbene possa comprendere il dispiacere di chi si sente turbato dalle lingue arabo-israeliane in tempo di guerra, la sua posizione è chiara: «Dobbiamo stare dalla parte dello Stato, siamo israeliani».
• La musica come strumento di dialogo
Cresciuta a Giaffa, città mista, Valerie ha imparato sin da piccola a navigare tra mondi diversi. Parla cinque lingue e ha iniziato la sua carriera musicale esibendosi in cerimonie pubbliche che celebravano le vittime di guerra israeliane, come nel caso del Memorial Day, un giorno che simbolicamente unisce tutti gli israeliani ma che di fatto è celebrato principalmente dalla popolazione ebraica. Questo suo impegno musicale, che l’ha portata anche a partecipare al viaggio della “March of the Living” ad Auschwitz, ha fatto di Valerie una figura di riferimento per molti giovani arabi israeliani, che vedono in lei un simbolo di integrazione e speranza.
Oggi, mentre si prepara per il possibile debutto sull’Eurovision, Valerie è consapevole delle difficoltà che la sua musica può incontrare, ma è anche determinata. La sua storia non è solo quella di una cantante che cerca il successo, ma di una giovane donna che vuole dimostrare che la musica può superare le divisioni, che unire attraverso l’arte è possibile, anche in tempi difficili come quelli che Israele sta attraversando. Come ha detto suo padre, se Valerie dovesse vincere, «dimostrerà che il razzismo non ha l’ultima parola».
In un Paese in cui le identità si intrecciano, Valerie Hamaty sta cercando di cambiare la narrativa. La sua musica non è solo intrattenimento, ma un invito a riflettere sulle potenzialità di un Israele che possa davvero essere il simbolo di una coesistenza tra popoli e culture diverse. Se riuscirà a vincere la selezione nazionale, il palco dell’Eurovision potrebbe essere l’occasione per mostrare al mondo che la diversità non è un ostacolo, ma una risorsa da celebrare.
(Bet Magazine Mosaico, 8 gennaio 2025)
........................................................
“Israele è il popolo che vuole vivere e non può essere distrutto”. Parla Michel Onfray
"Qui si misura ciò che possiamo fare all’uomo. Ho sentito fisicamente che in Israele sta accadendo qualcosa di essenziale che riguarda il futuro della nostra civiltà”, dice il filosofo, che ha appena visitato i luoghi del pogrom del 7 ottobre.
di Giulio Meotti
“Caro Michel, sei un vero amico di Israele ed è per questo che ti stiamo conferendo questo premio”. Mentre gran parte della classe intellettuale europea ha scelto il campo di Hamas,
Michel Onfray ha ricevuto in Israele un premio per il suo sostegno allo stato ebraico. Onfray ha appena visitato i siti del pogrom del 7 ottobre, dal kibbutz Kfar Aza a Netiv HaAsara, il moshav più vicino alla Striscia di Gaza. “Sono stato invitato a tenere due conferenze, una a Gerusalemme e l’altra a Tel Aviv” ci racconta Onfray. “E gli organizzatori mi hanno suggerito di approfittare del mio soggiorno per recarmi sui luoghi dei massacri e al confine tra Gaza e Israele, dove ho incontrato dei soldati. Traiamo sempre vantaggio dall’evitare le narrazioni dei media, in particolare francesi, compresi quelli del servizio pubblico massicciamente contrario a Israele, e dal farsi un’idea sul posto, per conto proprio, quando possibile”.
Molte le impressioni nel vedere la devastazione del pogrom di Hamas. “Questo è esattamente ciò che si prova passeggiando tra le ‘rovine’ di Oradour-sur-Glane.
Qui si misura ciò che possiamo fare all’uomo. Camminando tra le rovine, passando davanti alle case bruciate, vedendo una macchia marrone di quella che era una traccia di sangue cancellata, ho pensato a questa frase di Pascal che mi ripeto tante volte: ‘Il cuore dell’uomo è vuoto e pieno di sporcizia’. Gli ebrei sono come una vedetta della storia, cosa insopportabile per il musulmano la cui narrazione è parte di una sorta di ‘extraterritorialità’ storica”. Onfray è tornato con un sentimento sempre più forte dell’unicità di Israele. “
Questo popolo ha il senso della storia, della sua storia, della memoria, della sua memoria, dell’identità, della sua identità. Un popolo che vuole vivere e quindi non morire, e non c’è nulla che possiamo fare contro un popolo abitato da tale smania di vita. Una civiltà scompare quando gli uomini che la costituiscono non la amano più, o addirittura la odiano. Nemmeno il fuoco nucleare può distruggere il popolo ebraico che non si trova solo in terra di Israele, ma che vive ovunque sul pianeta”.
Israele è solo in occidente. “Solo in questo occidente che, dal canto suo, odia se stesso e ha a cuore coloro che lo odiano. L’occidente che ama il nichilismo più di ogni altra cosa. Israele è la sua culla, ma sputa sulla sua culla. Ho sentito fisicamente che in Israele sta accadendo qualcosa di essenziale che riguarda il futuro della nostra civiltà”. Nel frattempo, un mostruoso antisemitismo divora l’Europa. “Ho appena finito un libro che non immaginavo quando l’ho iniziato e che mostra che la maggior parte dei filosofi di sinistra sono stati antisemiti: Alain, Ricoeur, Sartre, De Beauvoir, Foucault, Deleuze, Genet, Garaudy, Serres, Nancy, Badiou! Gli estratti che ho trovato sono così schiaccianti che i detentori dei diritti di Sartre, De Beauvoir, Foucault e Genet, tutti autori Gallimard, hanno vietato la riproduzione dei testi incriminati”. Col 7 ottobre, Israele doveva essere difeso non solo dai suoi nemici in armi, ma anche da un pezzo d’occidente. “L’occidente pieno di odio narcisistico e nichilista verso se stesso. Stiamo assistendo alla fine di un mondo, quello giudaico-cristiano. L’islam fa la sua parte, mentre l’orizzonte insuperabile del crociato è la pinta di birra sorseggiata in terrazza con l’occhio incollato al cellulare”.
Il Foglio, 8 gennaio 2025)
........................................................
Il KKL e la protezione della farfalla “Tomares Nesimachus” nelle colline di Gerusalemme
di Nicole Nahum
In un’area delle colline di Gerusalemme, una nuova iniziativa ambientale sta suscitando crescente interesse: il KKL-JNF (Keren Kayemeth LeIsrael – Jewish National Fund) ha inaugurato una campagna di piantumazione con l’obiettivo di proteggere la farfalla Tomares Nesimachus. Quest’ultima dipende infatti da una pianta specifica, l’Astragalusmacrocarpus, senza la quale non sarebbe in grado di completare il proprio ciclo vitale.
Il progetto è partito quando i membri dell’Associazione degli appassionati di farfalle di Israele (BEIA) hanno individuato la specie nel Parco Begin, situato nelle Montagne di Gerusalemme. Con l’obiettivo di accrescere la popolazione di farfalle, sono stati raccolti i semi di Astragalusmacrocarpus, successivamente trasportati al vivaio di Eshtaol, dove sono stati coltivati con successo 60 nuovi esemplari. Il team di esperti, coordinato dal KKL-JNF, ha seguito attentamente il processo di germinazione e di crescita, creando così nuove opportunità per studi scientifici e per lo sviluppo dello stesso progetto.
Le 60 piante sono state quindi reintrodotte nel loro habitat originario, il parco Begin, un’area che si sta rivelando cruciale per la sopravvivenza dell’insetto. Tra i partecipanti alla piantumazione, molti sono stati i volontari, tra cui membri di BEIA e altri appassionati di natura. L’iniziativa si inserisce in un programma più ampio di conservazione della biodiversità e offre un’importante opportunità per la protezione di una singola specie.
Nurit Hibsher, responsabile del dipartimento forestale della regione centrale di KKL-JNF, ha sottolineato l’importanza di questo progetto per il mantenimento dell’equilibrio ecologico nelle colline di Giuda, un’area spesso minacciata dalla crescente urbanizzazione. “Proseguiremo con la raccolta dei semi dalle piante di Astragalusmacrocarpus recentemente piantate, per espandere ulteriormente la proliferazione della farfalla. Questo progetto dimostra come la collaborazione tra comunità locali, volontari e organizzazioni professionali possa essere fondamentale per la protezione dell’ambiente”, ha dichiarato Hibsher, dimostrando come piccoli ma significativi interventi possano fare la differenza per la salvaguardia del patrimonio naturale.
(Bet Magazine Mosaico, 8 gennaio 2025)
........................................................
La retorica mortale su Gaza colpisce anche i palestinesi
di Ugo Volli
A proposito di Israele circola sui giornali italiani una cattiva retorica, anzi una retorica mortale, perché alleata alla morte e ai propagandisti di morte. Essa è pericolosa non solo per Israele ma anche per i palestinesi e per l’Europa: va pazientemente smascherata con gli strumenti della ragione. In questa retorica si sparano numeri a casaccio (anzi sotto la dettatura dei propagandisti di Hamas), si usano parole a sproposito, come genocidio, si convocano immagini che permangono nell’immaginario collettivo europeo da un millennio, come quella degli ebrei che ammazzano bambini, per cui centinaia di comunità ebraiche sono state sterminate a partire dall’invenzione della “calunnia del sangue” (Norwich, Inghilterra, 1144), si gettano “maledizioni” sui governanti di Israele. E poi si attribuiscono ai nemici “viltà”, “bugie schifose”, “atroce”, “indegna inaccettabile violenza”, “bambini morti di freddo” (ma la temperatura a Gaza in questi giorni oscilla fra i 21 e i 12 gradi, impossibile congelare), si ripete ossessivamente un numero falso (20 mila bambini morti). Naturalmente senza fonti, senza documentazione, senza verifiche, perché la retorica dell’indignazione non sopporta i fatti, non accetta i ragionamenti, è solo urlo e improperio. Mi riferisco innanzitutto all’editoriale di Dino Giarrusso, pubblicato su questo giornale qualche giorno fa in risposta a un equilibrato intervento di Carlo Giovanardi. Ma purtroppo non si tratta affatto di un caso isolato.
Partiamo da questo numero: 20 mila bambini sarebbero morti a Gaza. È una cifra completamente falsa, come vedremo, una pura speculazione propagandistica. Il “ministero della salute di Gaza”, un organismo di Hamas, sostiene che la guerra nella Striscia avrebbe prodotto 45 mila morti (su due milioni di abitanti). Se accettiamo questo numero, 20 mila bambini sarebbero quasi la metà delle vittime. Ma questa proporzione è impossibile: un esercito in combattimento se vuole sopravvivere deve sparare ai nemici armati, in questo caso le truppe ben addestrate di Hamas, non agli inermi o ai bambini. Ovviamente non c’è una sola testimonianza, anche da parte di Hamas, che l’esercito israeliano sia mai stato così folle da prendere come obiettivo i bambini.
I dati di Hamas poi non sono affatto corretti. L’Onu a maggio scorso, quando Hamas parlava di 35 mila morti, comunicò che aveva potuto verificare solo 8 mila vittime. La più accurata e neutrale indagine recente su questi dati, quella della britannica Henry Jackson society (consultabile qui ) mostra che vi è una sistematica discrepanza fra i referti ospedalieri e le dichiarazioni di Hamas, anche perché in queste sono incluse molte identità ripetute e morti naturali, per esempio di cancro, che portano a ridimensionare il numero delle vittime di guerra di circa un terzo. Delle 30 mila vittime vere di questa guerra circa 17 mila sono truppe e militanti di Hamas, secondo i dati israeliani, i soli disponibili perché nei numeri palestinesi la categoria dei combattenti non figura. Restano circa 13 mila civili morti (uomini non militari, vecchi, donne e bambini). Come hanno riconosciuto tutti gli esperti militari, è una proporzione di vittime collaterali straordinariamente bassa per una guerra che si svolge in ambiente urbano, con Hamas che applica le tattiche della “guerra asimmetrica” nascondendosi fra i civili, nelle moschee, negli ospedali, nelle scuole, nelle centinaia di chilometri di tunnel scavati apposta sotto gli edifici, e sparando di lì alle spalle dei militari israeliani. Questa scarsità di non combattenti colpiti (si pensi che alla fine della II Guerra Mondiale nei bombardamenti alleati di Dresda morirono 135 mila civili e a Napoli 25 mila) è il risultato degli sforzi di Israele di non colpire i civili, per esempio dando notizia prima delle zone in cui avrebbe operato, con volantini dettagliati, messaggi telefonici, mappe pubblicate in rete che comprendono vie di fuga e zone sicure. Come è inedito il fatto che uno stato in guerra faccia passare per le sue linee rifornimenti (acqua, cibo, carburante, elettricità) per il territorio dominato dai propri nemici, regolarmente sequestrati dalle bande di Hamas.
Certamente, si può e si deve dire, ogni vittima è di troppo, ogni guerra è male. Ma questa guerra Israele non l’ha voluta e non l’ha prevista. È stato colto di sorpresa non solo dall’atroce pogrom del 7 ottobre (ricordiamolo: 1.200 persone uccise, inclusi vecchi, bambini, donne; 250 rapiti di cui oltre 100 ancora in mano ai terroristi; episodi atroci di stupro, di persone bruciate vive, di bambini uccisi fra le braccia della madre), ma anche dai bombardamenti (a oggi circa 40 mila missili) che sono venuti e in parte vengono ancora da Gaza, dal Libano, dalla Siria, dall’Iraq, dallo Yemen e dall’Iran. È l’Iran che ha orchestrato questa aggressione, il cui scopo esplicito era ed è ancora la distruzione dello Stato ebraico e lo sterminio del suo popolo. Israele ha reagito lentamente, ma con determinazione, con l’obiettivo di eliminare una minaccia collettiva mortale, che si ripete appena ottant’anni dopo la Shoà. Terminare la guerra senza eliminare i movimenti terroristi che hanno lo scopo di distruggere Israele e senza liberare i rapiti sarebbe come finire la II guerra mondiale senza distruggere il nazismo. Per concludere la guerra a Gaza basterebbe che Hamas liberasse le persone che tiene sequestrate, consegnasse le armi e accettasse l’offerta di Israele di un salvacondotto per l’esilio. Non lo fa, anche se ha perso la battaglia sul campo, per fanatismo, per odio, ma anche perché conta ancora sulla mobilitazione di una parte dell’opinione pubblica europea e americana che ne ripete la propaganda. Chi aiuta Hamas oggi facendosi portavoce delle sue menzogne, chi parla di “genocidio” e di “20 mila bambini uccisi” non solo fa male a Israele ma anche agli abitanti di Gaza, perché prolunga la guerra. E all’Europa, perché aiuta chi vuole imitare qui il terrorismo di Hamas.
(L'identità, 8 gennaio 2025)
........................................................
La scomparsa di Jeudà Zegdun, “il rabbino dei giovani"
Maestro di Torah, divulgatore, uomo affabile. Molto amato dai giovani, che conquistava con il suo carattere gioviale.
È scomparso in Israele all’età di 74 anni rav Jeudà Zegdun, già rabbino capo di Genova e Venezia. Allievo del rabbino capo di Torino Dario Disegni (1878-1967), Zegdun era nato in Libia nel 1950, si era trasferito a Torino negli anni Sessanta per studiare alla scuola rabbinica Margulies-Disegni. Nel 1976 aveva ottenuto la semikhah, l’ordinazione rabbinica. Il suo primo incarico era stato nel capoluogo ligure, dal 1976 al 1981. Poi, dopo un primo periodo israeliano, dal 1990 al 1992 aveva esercitato a Venezia. È stato autore di libri sulla Torah e sui midrashim, i racconti che aiutano a capire e interpretare i fatti biblici.
«Lo ricordo giovanissimo, avrà avuto 13 anni. Faceva parte di un gruppo di ragazzi libici convocati dal rabbino Disegni. Veniva da un ambiente completamente diverso dal nostro, ma era pieno di buona volontà e riuscì ad adattarsi», racconta rav Luciano Caro, rabbino capo di Ferrara e suo insegnante di allora. «Zegdun era molto attivo nei movimenti giovanili: era un ragazzo che si legava alle persone e per questo, non soltanto a Torino ma in tutte le città dove ha operato, in tanti lo ricordando con simpatia». Rav Caro è rimasto in contatto anche dopo il suo ritorno in Israele. «Ci siamo sempre incontrati con grande affetto e simpatia. La notizia della sua morte mi addolora molto».
«Tanti ricordi si sovrappongono», racconta rav Giuseppe Momigliano, attuale rabbino capo di Genova. «Abbiamo studiato insieme alla scuola rabbinica Margulies-Disegni: io ho iniziato nel periodo in cui lui stava concludendo e insieme abbiamo vissuto in un pensionato della scuola. Anni dopo, venendo a Genova, è capitato che “ereditassi” la Comunità di cui era stato il rav e ho potuto testimoniare quanto con la sua opera avesse conquistato i giovani, quanto con il suo modo di agire fosse stato capace di avvicinarli». Zegdun è stato anche autore di libri e divulgatore: «Oltre a un suo libro sul midrash, è da segnalare una raccolta di lezioni su Bereshit e Shemot della celebre educatrice Nechama Leibowitz: rav Zegdun ne era stato un allievo e, credo, il primo in Italia a diffondere il suo metodo di insegnamento», conclude rav Momigliano.
Uno dei giovani “conquistati” da rav Zegdun è Ariel Dello Strologo, ex presidente della Comunità ebraica genovese e suo attuale rappresentante nel Consiglio Ucei. «È stata una fondamentale fiamma di entusiasmo. Se so qualcosa della mia identità ebraica è merito suo», sottolinea Dello Strologo. Zegdun «arrivò a Genova in un momento in cui mancava una figura stabile di rabbino e in cui la Comunità iniziava il suo calo demografico, pur disponendo ancora di istituzioni solide». L’approccio del neo rabbino «fu come una scossa, interpretando lui il ruolo con un approccio paragonabile a quello dei Chabad: quindi all’insegna di grande emotività e coinvolgimento; così facendo ha riportato in Comunità tanti giovani disinteressati, instradandone non pochi verso l’Aliyah, la migrazione in Israele». Uno dei canali educativi è stato il Benè Akiva, movimento giovanile religioso. «Ricordo attività divertenti e tante partite di pallone. Veniva con noi anche allo stadio, a vedere le partite del Genoa», racconta l’ex allievo. La fine del suo mandato a Genova fu turbolenta, spiega Dello Strologo. «Le sue attenzioni su temi che una parte della Comunità non voleva messi in discussione portò a uno scontro aperto, a un’infuocata assemblea con i giovani da una parte e i “vecchi” dall’altra. Ne scaturì una frattura irrimediabile».
Rav Zegdun è stato il predecessore a Venezia del rabbino Roberto Della Rocca, direttore dell’area Educazione e Cultura Ucei. «Quando assunsi l’incarico», spiega, «mi resi subito conto di quanto avesse lasciato un’impronta profonda e viva nella Comunità». In particolare, afferma, «il suo impegno nello studio e la devota osservanza della Torah avevano influenzato alcuni ebrei veneziani, non abituati a un modello di rabbinato così dinamico e rigoglioso». Per Della Rocca, l’entusiasmo di Zegdun nel vivere l’ebraismo «era contagioso e trainante, al punto che per alcuni poteva apparire come un modello innovativo e, talvolta, destabilizzante». Il suo successore ricorda anche che durante il passaggio di consegne «fui particolarmente colpito nel constatare che il suo spirito non era cambiato rispetto a quando lo conobbi vent’anni prima nei campeggi del Benè Akiva». In tali occasioni Zegdun «ci raggiungeva come rav del movimento, offrendo sempre un contributo capace di unire calore umano e saggezza».
(moked, 8 gennaio 2025)
........................................................
“Gli ospedali sono per Hamas un rifugio, perché non possono essere colpiti dai militari”
La confessione di un terrorista operativo nell’ospedale Kamal Adwan a Gaza
“Credono che l’ospedale sia un rifugio sicuro per loro perché i militari non possono prenderlo di mira direttamente”; ‘Le armi sono state trasferite da e verso l’ospedale’.
Durante le attività della 162esima Divisione, dell’ISA e dell’Unità 504 lo scorso fine settimana nell’area dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord della Striscia di Gaza, sono stati arrestati oltre 240 terroristi di Hamas e della Jihad islamica. Nel corso degli interrogatori, i terroristi hanno finora fornito sostanziali informazioni di intelligence che stanno aiutando le operazioni dell’IDF nell’area.
Il filmato dell’interrogatorio di Anas Muhammad Faiz Al-Sharif, un terrorista di Hamas fermato durante l’attività delle truppe nell’area dell’ospedale Kamal Adwan e portato per ulteriori indagini in territorio israeliano, è ora autorizzato alla pubblicazione. Il terrorista ha presentato il suo ruolo all’interno di Hamas e ha descritto nei dettagli come i suoi terroristi operano nell’area dell’ospedale, compreso il trasferimento di armi da e verso l’ospedale.
Una testimonianza, questa, di grande importanza, perché conferma – se mai ce ne fosse bisogno – quello che Israele sta cercando di provare al mondo dall’inizio della guerra, e cioè che Hamas utilizza gli ospedali (e le scuole) come basi per lanciare i propri attacchi, nonché come magazzini per le armi e rifugi per i propri terroristi.
(Shalom, 8 gennaio 2025)
........................................................
I drusi israeliani e il futuro incerto della Siria
Dopo la caduta di Assad, aumenta il numero di drusi che chiedono la cittadinanza israeliana.
di Amelie Botbol
 |
 |
FOTO
Il sindaco di Majdal Sham Dolan Abu Saleh, 19 dicembre 2024. foto di Amelie Botbol.
|
|
Le comunità druse sulle alture del Golan, passate sotto il controllo israeliano nel 1967, oscillano tra la speranza di ricongiungersi con i loro parenti dall'altra parte del confine e la paura di un futuro incerto dopo la caduta del regime di Assad.
Dolan Abu Saleh, sindaco della più grande delle quattro città, Majdal Shams, ha descritto la caduta del dittatore siriano Bashar Assad come “una gioia dell'umanità”.
“La maggior parte dei drusi del Golan era dalla parte del popolo siriano. Un piccolo numero era fedele al regime di Assad. Ma non c'è dubbio che della caduta di Assad, dittatore e assassino, si parlerà e si scriverà in futuro”, ha detto giovedì scorso.
Abu Saleh ha spiegato che Majdal Shams è una città di 12.000 persone altamente istruite, di cui quasi la metà ha la cittadinanza israeliana, e ha un enorme potenziale, soprattutto nel settore del turismo. Il sindaco sta cercando di trasformare la sua città in un centro sciistico e ricreativo di prima classe.
“La prima sfida è la questione della sicurezza derivante dalla guerra e dal brutale attacco terroristico di Hamas, che ha colpito non solo il sud ma l'intero Paese il 7 ottobre [2023]”, ha dichiarato Abu Saleh a JNS. “Per noi è iniziata quando [il proxy del terrore iraniano] Hezbollah si è unito alla lotta. Ci troviamo in un'area tri-frontaliera, ai confini di Israele con la Siria e il Libano”.
Nonostante la guerra tra Israele e Hezbollah, che ha portato a un cessate il fuoco con il Libano il 27 novembre, gli abitanti di Majdal Shams non hanno mai pensato di lasciare la loro città.
“Abbiamo sentito gli impatti [dei proiettili di Hezbollah] nelle aree aperte e il rumore delle rappresaglie [dell'IDF]. Ci sono stati incidenti di sicurezza e questo non è stato certo piacevole. Ma questa è la nostra mentalità: non lasceremo il nostro Paese. Siamo qui per restare”, dice Abu Saleh.
• Un massacro di bambini fatto da Hezbollah

 |
 |
FOTO
Una vista di Majdal Shams, alle pendici meridionali del Monte Hermon
|
|
Riferendosi all'impatto di un razzo di Hezbollah su un campo di calcio a Majdal Shams il 27 luglio, che ha ucciso 12 bambini e ne ha feriti almeno altri 42, Abu Saleh ha detto che non c'è niente di peggio che vedere persone innocenti ferite.
“Ero lì pochi minuti dopo il lancio del missile. Vedendo i cadaveri e le parti dei corpi di bambini che conoscevo da diversi ambienti, mi sono sentito impotente”, ha detto. “I residenti erano sotto shock, soprattutto i genitori che si sono precipitati lì e hanno visto cose terribili. È una grande sfida. Dobbiamo ancora affrontare la paura e il trauma”.
Abu Saleh ha sottolineato la saggezza e la maturità con cui i residenti hanno reagito alla tragedia, anche quelli che sono stati colpiti direttamente.
“Tutti a Majdal Shams hanno parlato di pace. Hanno detto che non volevano che un'altra madre piangesse come ha pianto lei”, ha spiegato. “Ciò che ha aiutato la popolazione ad accettare questo disastro è la loro intelligenza. Sono molto orgoglioso dei residenti che hanno accettato con maturità, responsabilità e amore e senza desiderio di vendetta”.
Commentando il dispiegamento delle Forze di Difesa israeliane a est del confine con la Siria, Abu Saleh ha detto che questo creerà una cintura di sicurezza importante per le città del Golan.
“Se diventerà permanente dipende dal nuovo regime siriano, dalla direzione che prenderà e dall'agenda che porterà avanti. Se vediamo che c'è un potenziale di pace e sappiamo con certezza che non si verificherà un'altra catastrofe come quella del 7 ottobre, allora l'importanza del cuscinetto sarà riconsiderata”, ha detto. “Tuttavia, se ci rendiamo conto che i gruppi terroristici potrebbero prendere il sopravvento, non c'è dubbio che questo cuscinetto debba diventare permanente”.
Abu Saleh ha aggiunto: “Entrambe le parti hanno l'opportunità di portare avanti un'agenda per una Siria libera e democratica con rispetto per tutti e per relazioni economiche tra Israele e Siria”.
I drusi della vecchia generazione delle Alture del Golan hanno quasi tutti rifiutato la cittadinanza israeliana e mantenuto la propria identità di siriani che vivono sotto “occupazione”. Tuttavia, Abu Saleh ha notato che dalla caduta di Assad, un numero maggiore di drusi ha richiesto la cittadinanza israeliana.
“Lo Stato di Israele ha dimostrato di saper affrontare le minacce e di lottare per i suoi cittadini e residenti su molti fronti”, ha dichiarato. “La cintura di sicurezza ha ravvivato la discussione sulla creazione di uno Stato druso indipendente [in Siria]. La gente vuole essere sicura di avere la cittadinanza [israeliana], se c'è qualcosa di concreto. La maggior parte dei drusi non vuole un proprio Stato ed è fedele al Paese in cui vive”, ha aggiunto.
• Il futuro di Siria e Israele
Abu Saleh ritiene che la Siria “sarà divisa in due o tre territori. C'è la possibilità che la Siria sia unita, ma in pratica ci sono molte forze che perseguono la propria agenda. Penso che in alcuni luoghi ci saranno sunniti, in altri curdi e anche aree miste”.
Nabih al-Halabi, cantante, esperto di ambiente e specialista di servizi comunitari che vive stabilmente in Israele, ha detto di non essere mai stato in Siria e di non avere la cittadinanza siriana. “Tuttavia - ha aggiunto -, abbiamo mantenuto la parte siriana della nostra identità perché credevamo che un giorno ci sarebbe stata la pace e saremmo potuti tornare a essere siriani”.
Parlando con JNS nella città drusa di Buq'ata, a sud di Majdal Shams, al-Halabi ha detto: “Questo è il conflitto in cui viviamo: siamo in parte israeliani e in parte siriani. Credo che useremo questa esperienza per essere un ponte di pace tra le nostre due comunità”.
Per al-Halabi, la caduta di Assad avvicinerà i drusi del Golan alla Siria.
“Penso che questa sarà la nuova era della Siria. I siriani non accetteranno un'altra dittatura. C'è la speranza che la Siria sia stabile e diventi un regime democratico. Nei prossimi mesi ci saranno le elezioni e il messaggio al popolo israeliano sarà di pace”, ha detto.
“Per noi drusi delle alture del Golan, il messaggio sarà che dobbiamo prepararci a un riavvicinamento con i siriani”, ha proseguito. “Ho molti amici israeliani e abbiamo parlato di pranzare a Tel Aviv e cenare a Damasco”.
• Una Siria unita?
 |
 |
FOTO
Il tenente colonnello Stéphane parla con i giornalisti presso il quartier generale (prima del 1967) dell'esercito siriano nel Golan, 19 dic 2024
|
|
Il tenente colonnello in pensione Stéphane Cohen, capo del dipartimento OSINT (Open Source Intelligence) presso il Data Analytics Centre dell'Institute for National Security Studies (INSS) di Tel Aviv, ritiene che unificare la Siria sarà una sfida.
“Per molti anni, diversi partiti hanno cercato di unificare la Siria, sia attraverso il baathismo che il nazionalismo siriano”, ha dichiarato Cohen al JNS. “Ci sono i curdi a est dell'Eufrate, gli alawiti sulla costa, i drusi a sud e la maggioranza sunnita che controlla Hama, Aleppo e parte di Damasco. Sarà difficile per [il leader dei ribelli Abu Mohammad] al-Julani unire i siriani in un unico Stato”.
Cohen ha sottolineato lo sviluppo del movimento politico di al-Julani, che è ancora ancorato all'islamismo sunnita ma si è riposizionato come forza modernizzatrice.
“Ci saranno elezioni in Siria e riusciranno a scrivere una nuova costituzione? E che aspetto avrà questa costituzione?”, ha chiesto.
Se il futuro governo non otterrà il controllo dell'intero territorio, c'è il rischio che gruppi come lo Stato Islamico e forse anche gruppi filo-iraniani riprendano forza.
(Israel Heute, 7 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Gaza: gli Emirati Arabi Uniti propongono un'amministrazione temporanea postbellica
Gli Emirati propongono una cogestione americano-emiratina di Gaza dopo la guerra, subordinata a una roadmap verso uno Stato palestinese.
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) si sono detti pronti a partecipare all'amministrazione temporanea di Gaza insieme agli Stati Uniti, secondo un sondaggio Reuters condotto tra 12 diplomatici e funzionari occidentali. La proposta arriva mentre proseguono i negoziati tra Israele e Hamas per un cessate il fuoco temporaneo e il rilascio parziale degli ostaggi.
Un alto funzionario emiratino ha dichiarato che tale partecipazione è subordinata a “una significativa riforma dell'Autorità Palestinese, al suo rafforzamento e alla creazione di una roadmap credibile verso uno Stato palestinese”. Queste condizioni, attualmente assenti, sono considerate “essenziali per il successo di qualsiasi piano postbellico per Gaza”.
Secondo fonti diplomatiche, l'amministrazione provvisoria proposta supervisionerebbe la governance, la sicurezza e la ricostruzione di Gaza fino al trasferimento dei poteri a un'Autorità palestinese riformata. Sebbene il Primo Ministro Benjamin Netanyahu si opponga fermamente a questo piano, i diplomatici sottolineano che gli Emirati Arabi Uniti, grazie ai loro rapporti di pace con Israele, hanno “influenza” sul governo israeliano.
Gli Emirati hanno anche ventilato la possibilità di nominare un nuovo primo ministro palestinese, citando l'esempio di Salam Fayyad, ex leader dell'Autorità palestinese dal 2007 al 2013. Il piano emiratino prevede anche l'utilizzo di società di sicurezza private per formare una “forza di pace” a Gaza, una proposta che sta suscitando preoccupazione in Occidente.
Due ex funzionari israeliani hanno dichiarato a Reuters che, nonostante le critiche degli Emirati a Netanyahu durante la guerra, Israele vuole vedere gli Emirati coinvolti nell'amministrazione postbellica di Gaza. A differenza del Qatar, gli Emirati Arabi Uniti vedono Hamas e altre organizzazioni islamiste come “forze destabilizzanti” e sottolineano l'importanza della stabilità regionale per lo sviluppo economico.
(i24, 7 gennaio 2025)
........................................................
Ritrovato antico Mikvè risalente al Secondo Tempio di Gerusalemme
di Michelle Zarfati
Un Mikvè (bagno rituale ebraico), intonacato datato al periodo del Secondo Tempio, è stato recentemente scoperto durante alcuni lavori di scavo vicino all’antico canale di drenaggio nella città di Davide, a circa 60 metri a sud del Monte del Tempio, a Gerusalemme.
“La scoperta di questo piccolo Mikvè, apparentemente per uso privato, fornisce ulteriori prove che questa zona della città ospitava ricchi residenti ebrei. Un Mikvè privato era un lusso che non tutti potevano permettersi”, hanno spiegato in una dichiarazione gli archeologi Shlomo Greenberg, Riki Zlot Har-Tov e Peller Heber, che hanno guidato lo scavo per conto dell’Autorità israeliana per l’antichità.
Il bagno rituale è stato trovato adiacente a quello che all’epoca era il canale di drenaggio centrale, che trasportava principalmente l’acqua piovana. La Città di Davide e l’Autorità per le Antichità d’Israele hanno notato che il bagno rituale offre un raro sguardo sulla vita quotidiana dei residenti di Gerusalemme alla vigilia della distruzione del Secondo Tempio. Il bagno, profondo circa due metri, presentava cinque gradini ed è stato scoperto sotto i resti di una casa, insieme ad alcuni pavimenti e detriti che sono crollati durante la distruzione. All’interno sono stati trovati anche vasi di pietra, caratteristici della popolazione ebraica e frammenti di ceramica risalenti al primo periodo romano.
“Questo Mikvè è particolarmente raro perché è stato scoperto intatto ed è il secondo ad essere dissotterrato finora durante gli scavi della strada a gradini vicino al canale di drenaggio nella Città di Davide” hanno aggiunto i ricercatori.
(Shalom, 7 gennaio 2025)
........................................................
Bye Bye Germany. C'era una volta in Germania e quella storia vera dietro il film
Sam Garbarski firma un altro tassello nella ricostruzione dell'Olocausto con Bye Bye Germany, la storia di come gli ebrei tentarono di ripartire dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
di Ileana Dugato
MILANO - È una storia che conosciamo tutti, anche fin troppo bene. Sarebbe persino difficile fare un conteggio tra i film e i romanzi che raccontano di uno dei periodi più bui della Storia, la Shoah. Quello che però viene raccontato meno è quello che successe dopo, quando la Seconda Guerra Mondiale finì e tutti, ebrei in primis, dovettero fare i conti con quello che era accaduto. È quello che ha fatto il regista belga Sam Garbarski con il suo Bye Bye Germany, titolo alternativo: Es war einmal in Deutschland. La storia, che è tratta dai romanzi Die Teilachere Machloikes dello scrittore svizzero-tedesco Michel Bergmann, si concentra proprio sul periodo immediatamente dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1946.
È l'epopea del popolo ebraico che, sopravvissuto allo sterminio e ai campi di concentramento, deve riprendere in mano la propria vita e andare avanti. Ma come? Seguiamo allora la storia, a Francoforte, di un gruppo di famiglie che tentano di tornare a una parvenza di quotidianità. I figli, guidati da David (Moritz Bleibtreu), si danno da fare per ridare vita all'attività di famiglia, vendendo biancheria intima, per mettere da parte una cifra consistente di denaro. L'obiettivo, comune a quello della maggior parte degli ebrei in quel momento, era lasciare la Germania e mettersi in viaggio, fondamentalmente verso due direzioni opposte. C'era chi voleva raggiungere gli Stati Uniti, e da lì ricostruire da capo un futuro, e chi invece voleva tornare in Palestina, e ritrovare le proprie radici.
E sono ispirate a fatti veramente accaduti anche le vicende della piccola banda di venditori di Francoforte che, tra stratagemmi e trovate fantasiose, tentato in tutti i modi di diventare dei maghi delle vendite, come quando convincono i clienti a comprare la loro biancheria facendola passare come stoffa raffinata da Parigi. La storia è tuttavia tremendamente emblema della realtà. Bergmann prima, e Garbarski poi, hanno posto l'accento su una versione che spesso viene dimenticata o lasciata in disparte. Una vicenda piccola come quella di una famiglia che sogna di andare Oltreoceano diventa così il simbolo di un popolo costretto ad abbandonare quella che fino a pochi anni prima avevano considerato una patria, dovendo anche fare i conti con i traumatici ricordi della carneficina che si era consumata su quel suolo e di cui essi stessi erano stati il bersaglio.
Ma non solo. Perché con Bye Bye Germany- che troviamo oggi in streaming su Tim Vision e Prime Video - scopriamo anche che, in realtà, ci furono invece degli ebrei che, nonostante tutto, decisero di restare in Germania. Si trattava di poche migliaia, ma comunque si rifiutarono di partire e scelsero (inspiegabilmente? Questa è un'altra storia) di rimanere. Insomma, Michel Bergmann non ha raccontato la storia dell'Olocausto ma quella di una ripartenza, un termine che oggi conosciamo così bene e che eppure forse non abbiamo mai associato con quel periodo, o forse non ci abbiamo mai pensato. In ogni caso, come sempre, è bene ricordare. Sempre.
(msn, 7 gennaio 2025)
........................................................
Napoli – Via dalla guerra, una serata in pizzeria per 16 soldati
Nella sinagoga di Napoli domenica c’erano in visita 16 soldati israeliani feriti nel conflitto, alcuni in modo grave. Ma non si è parlato di guerra.
«Dopo le esperienze che hanno passato, cercavano una giornata per distrarsi. E noi abbiamo fatto di tutto per farli stare bene», racconta Daniele Coppin, consigliere e portavoce della Comunità ebraica. I 16 soldati hanno scoperto Napoli in compagnia di una guida messa a disposizione dalla Comunità, hanno visitato sinagoga e locali comunitari, sono stati a cena insieme al rabbino Cesare Moscati e ai rappresentanti della Comunità in una pizzeria “kasherizzata” per l’occasione. Tutto, spiega Coppin, all’insegna «della massima spensieratezza».
Un gruppo eterogeneo di ospiti, espressione delle tante anime del paese di cui indossano la divisa. Israele, ha affermato nel suo saluto il rabbino Moscati, è «democrazia vera per tutti: ebrei e musulmani, drusi, beduini e cristiani». Accompagnava il gruppo l’ex presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, che ha organizzato il loro arrivo in Italia.
(moked, 6 gennaio 2025)
........................................................
Odem, la scuola per gli agenti segreti israeliani del futuro
di Ruben Caivano
Nascosta tra le colline delle alture del Golan, nella città di Katzrin, c’è una scuola superiore d’élite che istruisce i futuri leader delle agenzie di intelligence israeliane. Il programma “Odem”, il cui nome significa “rubino” in ebraico, identifica già dal nono anno gli studenti con il potenziale per entrare nel Mossad e nello Shin Bet, e li prepara attraverso un rigoroso percorso accademico e formativo.
Ynet ha realizzato un approfondimento su questo particolare percorso di formazione, ascoltando anche le voci di alcuni dei suoi studenti.
Gli studenti, chiamati per lettera in codice invece che con il loro nome completo, provengono da tutte le parti di Israele. Il programma Odem è stato creato per affrontare la crescente necessità di nuovi talenti del settore tecnologico per le principali unità di sicurezza del Paese. A gestire questa iniziativa senza precedenti sono il Ministero della Difesa, il Ministero dell’Istruzione, l’esercito israeliano (IDF), il Mossad e lo Shin Bet.
Il percorso termina con il diploma e l’accesso al corso di ingegneria elettronica presso la prestigiosa università Technion di Haifa. Gli studenti partecipano inoltre a progetti avanzati in collaborazione con le forze di sicurezza israeliane, acquisendo un’esperienza unica che li prepara a sei anni di servizio militare, durante i quali ricopriranno ruoli chiave nello Shin Bet e nel Mossad.
Odem si distingue anche per l’attenzione all’uguaglianza di genere e di provenienza. Attualmente, infatti, il 38% dei partecipanti sono donne e il 40% degli studenti proviene dalle regioni settentrionali e meridionali del Paese. L’obiettivo, come dichiarato dai responsabili del programma, è portare entrambe le cifre al 50%. Questa diversità è un fattore importante poiché offre opportunità anche a giovani talenti di aree periferiche spesso meno rappresentate nei percorsi d’élite.
A., uno studente del 12° anno di Kiryat Shmona, ha raccontato come il programma abbia risposto perfettamente alle sue ambizioni. “Voglio svolgere un ruolo significativo in cui le mie competenze possano contribuire al mio Paese. Dopo il 7 ottobre, è chiaro quanto sia essenziale questo programma”, ha detto, riferendosi agli eventi recenti che hanno sottolineato la necessità di una sicurezza avanzata. “Nello Shin Bet e nel Mossad, raramente ricevi credito per le tue azioni e nessuno potrebbe mai sapere che sei stato tu ad agire. Per me, questa è la bellezza”.
Anche S., una studentessa del 12° anno proveniente da una comunità al confine con Gaza e cresciuta in una zona soggetta a costanti minacce, ha trovato nell’educazione ricevuta un’opportunità per contribuire in modo concreto alla sicurezza di Israele. “Nella guerra attuale, il ruolo della tecnologia è primario. Ho sempre voluto capire il lavoro di coloro che sono nell’ombra. La mia ambizione è essere uno di loro, proteggendo gli altri in silenzio, assicurandomi che nessuno si renda conto delle minacce sventate”.
Odem, dunque, non è soltanto un programma scolastico ed educativo, ma un modello innovativo che combina l’eccellenza accademica alla preparazione militare. In un Paese in cui la sicurezza è una priorità assoluta, questa iniziativa rappresenta un investimento strategico per il futuro.
(Shalom, 6 gennaio 2025)
........................................................
Israeliano sopravvissuto al 7 ottobre costretto a fuggire dal Brasile perché indagato in quanto ex soldato a Gaza
di Ludovica Iacovacci
 Cresce sempre di più il rischio per i soldati israeliani di essere arrestati all’estero dopo aver prestato servizio a Gaza. Se un soldato di qualsiasi Paese del mondo lasciasse la propria patria per recarsi altrove (per farsi una vacanza, per andare a trovare dei parenti, per ricevere delle cure o per qualsivoglia ragione una persona si recasse in uno Stato straniero) difficilmente sarebbe costretto a lasciarlo perché indagato dalla magistratura locale in quanto appartenente ad un esercito regolare che sta combattendo una guerra. Quello che succede ai soldati di Israele però non è ciò che accade a tutti gli altri soldati del mondo, non rientra nella definizione di ordinario, di normale. Per i soldati israeliani è meglio non lasciare il proprio Paese: per loro non è così difficile essere indagati da una magistratura straniera.
• La vicenda
Il 5 gennaio 2025, la giustizia brasiliana ha ordinato alla Polícia Federal (PF) di avviare un’inchiesta su un soldato israeliano che si trovava in Brasile. Il militare, combattente di Tzahal (l’esercito israeliano), è accusato di essere coinvolto in presunti crimini di guerra durante il conflitto tra Israele e Hamas a Gaza. La decisione è arrivata dopo le denunce da parte dell’organizzazione anti-israeliana Fondazione Hind Rajab (HRF), un gruppo filopalestinese di recente istituzione in Belgio, che accusa il soldato di aver partecipato a “massicce demolizioni di abitazioni civili a Gaza, nel mezzo di una campagna sistematica di distruzione”.
Il soldato israeliano coinvolto nella controversia è stato identificato come uno dei sopravvissuti all’attacco perpetrato dai terroristi di Hamas al Nova Festival, uno dei luoghi del massacro dell’organizzazione terroristica nel sud di Israele in cui i terroristi hanno ucciso circa 1.200 persone, per lo più civili, e hanno preso 251 ostaggi, dando inizio alla guerra in corso a Gaza.
Domenica 5 gennaio il Ministero degli Esteri israeliano ha detto che il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar aveva ordinato alla Sezione Consolare del ministero e all’ambasciata in Brasile di contattare il soldato e la sua famiglia, che “lo hanno accompagnato per la durata del suo soggiorno fino alla sua rapida e sicura partenza dal Brasile”. Il soldato è riuscito a lasciare il Paese. Ore prima, la sua famiglia aveva detto all’emittente pubblica Kan che non era stato arrestato e che stava ricevendo l’aiuto di cui aveva bisogno per andarsene. “Credo che troveranno la strada di casa sani e salvi, ma dobbiamo assicurarci che conoscano la verità sul soldato. Non è un sospettato; è un soldato che ha attraversato l’inferno”, ha detto il padre.
“Non può essere che i soldati dell’IDF – sia il servizio regolare che i riservisti – abbiano paura di fare un viaggio all’estero per paura di essere arrestati”, ha detto il leader dell’opposizione, Yair Lapid, che scrive come il soldato “è stato costretto a fuggire dal Brasile nel cuore della notte per evitare di essere arrestato per aver combattuto a Gaza”.
Fondazione Hind Rajab è una organizzazione che identifica i soldati israeliani attraverso i contenuti dei social media che pubblicano delle loro operazioni a Gaza. Dopodiché, l’organizzazione avvisa le forze dell’ordine locali quando i soldati viaggiano all’estero nel tentativo di farli arrestare. HRF ha anche chiesto l’arresto dei soldati israeliani in visita in Thailandia, Sri Lanka, Cile e altri Paesi, secondo il suo sito web, ma non c’è alcuna conferma che alcun soldato israeliano sia stato detenuto o arrestato a seguito dei casi per i quali ha sollevato l’attenzione.
Il presidente attuale del Brasile è Luiz Inacio Lula Da Silva, tornato alla massima carica verdeoro in seguito delle elezioni del 2022, il quale riguardo al conflitto in corso a Gaza ha accusato Israele di “genocidio” affermando che le azioni dello Stato ebraico sono come quelle di Hitler.
(Bet Magazine Mosaico, 6 gennaio 2025)
........................................................
Dopo la Siria l’Iran teme di perdere influenza anche in Iraq
di Haamid B. al-Mu’tasim
L’Iran sta probabilmente adottando una serie di misure per prevenire l’instabilità in Iraq dopo la caduta del regime di Assad.
Il comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano (IRGC) Esmail Ghaani è arrivato a Baghdad il 5 gennaio per incontri segreti con alti funzionari iracheni e comandanti di milizia per discutere di “ristrutturazione”, ha riferito una fonte informata.
Ghaani incontrerà presumibilmente il primo ministro iracheno, i leader delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) e il “comandante delle forze armate” iracheno.
Ghaani e l’IRGC molto probabilmente discuteranno anche della caduta del regime di Assad con questi leader iracheni chiave.
I numerosi elementi della milizia che si sono ritirati dalla Siria presumibilmente dovranno anche essere riorganizzati.
La Brigata delle Forze Speciali delle Forze di Terra dell’IRGC ha recentemente condotto esercitazioni militari nella provincia occidentale di Kermanshah e le Forze di Terra iraniane di Artesh hanno schierato diverse brigate nell’Iran occidentale per affrontare gruppi ostili volti a creare instabilità sul confine occidentale dell’Iran con l’Iraq, a dimostrazione della preoccupazione dell’Iran per la minaccia rappresentata dall’insicurezza in Iraq.
I media affiliati all’IRGC hanno pubblicato un editoriale che evidenzia alcune delle probabili preoccupazioni che l’Iran ha dopo la caduta della Siria.
L’editoriale sosteneva che l’insicurezza politica in Siria potrebbe essere trasportata in Iraq da terroristi che entrano nel paese con lo scopo di uccidere funzionari iracheni chiave per causare insicurezza e destabilizzare il paese.
Salman al Maliki di Tasnim ha affermato che altre potenze, come gli Stati Uniti e Israele, avrebbero cercato di sfruttare un vuoto di potere in Iraq per i propri interessi. L’Iran ritiene regolarmente gli Stati Uniti e Israele responsabili della formazione dello Stato islamico in Iraq e Siria (ISIS) e potrebbe concludere che gli attacchi dell’ISIS che prendono di mira ufficiali e funzionari militari iracheni sono incoraggiati dagli Stati Uniti e da Israele.
Maliki potrebbe anche riferirsi ad attacchi di rappresaglia israeliani o statunitensi contro obiettivi della milizia in risposta a futuri attacchi contro Israele o le basi statunitensi. Maliki ha esortato l’Iraq a creare un consiglio politico e militare congiunto per affrontare queste minacce alla sicurezza, condividere l’intelligence e rispondere al terrorismo nell’editoriale.
I media iraniani continuano ad alimentare il conflitto settario sul santuario sciita Sayyida Zeinab a Damasco.
Tabnak ha riferito che un comandante legato a HTS è entrato nel santuario Sayyida Zeinab a Damasco e ha ripetuto “frasi settarie e sarcastiche”. Tabnak ha affermato che il video provocatorio potrebbe indurre gli sciiti e gli alawiti in Siria a rispondere con “azioni dure”. Tabnak ha precedentemente affermato che i combattenti di HTS hanno minacciato la sicurezza del sacro santuario sciita.
Syrian Popular Resistance, che è un canale Telegran presumibilmente siriano che sposa narrazioni settarie, ha accusato il governo guidato da HTS di aver ucciso sei lavoratori del santuario di Sayyida Zeinab dopo che sei cadaveri sarebbero stati trovati il 5 gennaio.
Il canale non ha fornito prove delle morti o se le uccisioni fossero motivate da violenza settaria. Questa è anche la prima volta che il canale ha parlato di Sayyida Zeinab, il che è degno di nota dato che la maggior parte delle affermazioni sul santuario provengono dallo spazio informativo iraniano.
(Rights Reporter, 6 gennaio 2025)
........................................................
Svastiche e adesivi contro gli ebrei rovinano ancora la festa del derby
Scritte antisemite fatte girare dalle opposte tifoserie. Prima del match trovare mazze e bombe carta vicino allo stadio.
di Luca Monaco e Andrea Ossino
Tornano svastiche, adesivi e striscioni antisemiti. Il primo derby della capitale celebrato in notturna dopo sei anni coincide con il ritorno dei tifosi xenofobi. L’intera giornata pre-partita in realtà è stata scandita da diversi momenti di tensione. La polizia prima dell’incontro ha trovato un arsenale tra le fioriere di ponte Milvio, sponda biancoceleste, e anche vicino al River bar, punto di ritrovo dei romanisti sul lungotevere.
Decine di mazze da baseball, bastoni trasformate in lance con le lame fissate sull’estremità e coltelli erano nascosti nei pressi dell’Olimpico.
Che le due tifoserie volessero venire a contatto era già noto dall’ora di pranzo, quando due gruppi composti da un centinaio di tifosi ognuno hanno cercato di scontrarsi venendo bloccati dalla polizia. Un ragazzo è anche stato fermato mentre cercava di entrare allo stadio con un cacciavite. E poi una pioggia di petardi durata due ore: uno è anche esploso sotto una macchina elettrica andata in fiamme.
Il tutto all’ombra dei manifesti e degli adesivi antisemiti con la stella di David fatti girare dalle opposte tifoserie. Perché la notte prima della partita, sabato, uno striscione è stato esposto sul cavalcavia della Tangenziale est: «Laziale ebreo», corredato da due svastiche. Ieri circolavano tra i tifosi adesivi con il “Asr” al centro una stella di David e altri con i colori della Lazio . Insulti antisemiti.
Non sono i primi ma gli ultimi di una lunga serie di episodi analoghi. Lo scorso settembre gli ultrà giallorossi del “Gruppo Roma”, in occasione della partita contro l’Udinese, si sono dati appuntamento sul ponte Duca D’Aosta srotolando uno striscione con la scritta “Roma Marcia Ancora” e al centro una X. Un chiaro riferimento al fascismo e alla X Flottiglia MAS. La sera dello scorso 22 Luglio per i 97 anni della Roma, centinaia di tifosi hanno invaso le strade del centro. Un compleanno macchiato da alcuni ragazzi che sotto il balcone di Piazza Venezia hanno intonato un coro che richiama “Faccetta nera”, con tanto di saluti romani.
• Derby Roma-Lazio, il corteo degli ultras biancocelesti tra cori e lanci di petardi
Anche dall’altra parte della curva è possibile assistere a scene simili. È di qualche mese fa infatti la decisione della procura di Roma di processare 7 tifosi laziali per i cori i durante il derby dello scorso 19 marzo. Sono accusati di istigazione a delinquere e di discriminazione razziale e religiosa. Secondo le accuse avrebbero intonato un coro che recitava: «In sinagoga vai a pregare, ti faremo sempre scappare, romanista vaff…».
Negli annali c’è anche l’ex difensore biancoceleste Stefan Radu che dopo aver appeso gli scarpini al chiodo è andato ad assistere al derby in curva Nord ed è stato fotografato con un polsino della manica sinistra della sua felpa che riportava la scritta SS Lazio, il nome della società, ma con le due S che riproducono il carattere delle SS di Adolf Hitler.
Ed era sempre un derby, nel 2023, quando un tifoso tedesco aveva indossato la maglia con la scritta “Hitlerson 88”, ovvero il simbolo utilizzato dai gruppi neonazisti come saluto ad Adolf Hitler. Il volto nero della tifoseria laziale era poi finito al centro di un’indagine della polizia. Il nostalgico tifoso era quindi stato identificato e denunciato. Il caso più eclatante è quello avvenuto l’ottobre del 2017, quando durante Lazio-Cagliari in curva erano stati affissi degli adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma. Anche in quel caso la vicenda era finita in procura.
(la Repubblica, 6 gennaio 2025)
........................................................
Il Novy God degli ebrei di lingua russa
Avete mai sentito parlare del Novy God? Gli ebrei di origine russa, a partire da quelli emigrati in Israele, lo conoscono bene. È la loro peculiare declinazione del Capodanno civile, ma è anche un modo «per far rivivere tradizioni che si stanno erodendo man mano che i collegamenti con il nostro passato post-sovietico si dissipano». Lo racconta la giornalista Yulia Karra, sul sito Israel21c.
Il “rito” del Novy God si è ripetuto anche quest’anno, a cavallo tra le ultime ore del 2024 e le prime del 2025. Prima con la simultanea sintonizzazione, in varie case israeliane con questo retaggio familiare, su canali televisivi in lingua russa. E poi con l’intonazione di canzoni del Novy God dell’era sovietica. Quelle, scrive Karra, «che ci cantavano le nostre nonne». Con l’approssimarsi della mezzanotte arriva poi il momento del brindisi. In alto i calici di champagne ed è anche tradizione addentare un cracker spalmato di caviale. Cose «inimmaginabili» nell’Urss, si legge.
Novy God ha varie analogie estetiche con il Natale, spiega la giornalista: un abete decorato, lucine e un personaggio dalla lunga barba «che somiglia sospettosamente a Babbo Natale». Non è però una festa cristiana, precisa Karra, anche se la sua origine è inevitabilmente connessa alla messa al bando del Natale decretata nel 1929 dal partito comunista, quando ogni festività religiosa fu accantonata dal regime per ragioni ideologiche. Col tempo Novy God divenne quindi in qualche modo un surrogato, prosciugato del significato originario e diffuso anche in ambienti non cristiani.
Oggi, scrive Karra, la festa di Novy God è celebrata nei paesi post-sovietici e in tutta la diaspora innescata dal crollo dell’Urss. In Israele ciò avviene in molte abitazioni dove vivono persone della grande comunità di lingua russa locale, circa 1.2 milioni di individui in tutto, arrivati in larga parte con le ondate migratorie degli anni Novanta. La ricorrenza è familiare a circa «il 72% degli israeliani», si apprende da un recente sondaggio, per quanto la maggioranza di essi (il 54%) «non la percepisca come parte della cultura israeliana».
(moked, 5 gennaio 2025)
........................................................
Diario minimo (di un conflitto). Obiettori di (in)coscienza
di Luciano Assin
Una frattura pressoché insanabile si è formata all’interno del mondo religioso ebraico in Israele dopo il pogrom del 7 ottobre. Da una parte le “kippot srugot” vale a dire il settore religioso parallelo a quello laico che è presente in tutti i campi della società israeliana e riesce a conciliare lo studio della Torah con la vita quotidiana. Dalla parte opposta il settore Haredì, traducibile un po' superficialmente come ultra ortodosso, che pone invece lo studio delle Sacre Scritture come scopo principale autoescludendosi così in maniera considerevole dalle problematiche quotidiane della società israeliana. Prima fra tutte l’esonero totale dal servizio militare obbligatorio.
In un periodo come quello attuale nel quale il paese è in guerra da 15 mesi, già adesso è da considerarsi il conflitto più lungo in assoluto mai combattuto da Israele dal giorno della sua fondazione, è sempre più evidente il distacco e l’isolazionismo dei “timorati di Dio” dal resto della società israeliana.
Uno dei punti più bassi di questa diatriba che accompagna il paese dal momento della sua nascita è stato toccato questa settimana dal deputato Itzhak Pindarus, capogruppo del partito haredì Yahadut haTorah il quale durante un convegno ha affermato: “Non posso guardarli negli occhi, ma vedo il prezzo che pagano allontanandosi dalla religione, e questa è la risposta perché io non mi trovo fra loro”.
È interessante sottolineare che le statistiche parlano di un buon 8% di haredim che abbandonano la retta via e abbandonano la religione senza per questo aver fatto un solo giorno di servizio militare.
Un’affermazione del genere, com’era prevedibile, ha scatenato reazioni indignate soprattutto in campo religioso. Il peso dell’attuale conflitto è sopportato principalmente dai membri della riserva, uomini e donne dai 21 ai 40 anni, che hanno combattuto mediamente per centinaia di giorni durante il 2024. Oltre a rischiare la vita quotidianamente i riservisti devono occuparsi delle proprie famiglie e del proprio lavoro, un’impresa pressoché impossibile in un paese dove il costo della vita è fra i più alti del mondo occidentale.
Il prezzo pagato in vite umane fino ad ora è tale che già è evidente che il numero dei nuovi arruolati non basterà a rimpiazzare le perdite, questo significa che verrà allungato sia il periodo di servizio obbligatorio sia l’età di uscita dalla riserva. Un peso ancora maggiore per quella parte del paese che contribuisce più di tutti allo sviluppo economico e tecnologico del paese.
È quindi inconcepibile come in un momento come questo tutta la leadership del mondo haredì si opponga in blocco a qualsiasi modifica dell’attuale status quo, che esonera di fatto tutti i giovani del settore. I principali rabbini hanno sottolineato l’intoccabilità di questo privilegio allargandolo anche a chi non studia nelle Yeshivot, adducendo il fatto che l’esercito è un cattivo maestro e porterebbe la gioventù ad uscire dal seminato. In pratica il loro stesso establishment ammette che più che la fede è l’indottrinamento quotidiano l’unico collante che li tiene uniti.
Dall’alto della loro arroganza gli ultra ortodossi dividono il mondo religioso in fedeli di serie A e serie B, autopromuovendosi come i più puri rappresentanti dell’ebraismo. Il malcontento all’interno delle kippot srugot ha ormai superato il limite di tolleranza, la percentuale di caduti è praticamente il doppio rispetto alla loro percentuale in seno alla popolazione, e il timore del varo di una legge che permetta di esentare definitivamente i giovani haredim potrebbe rappresentare la classica goccia che fa traboccare il vaso.
I deputati ultra ortodossi sanno che senza il loro appoggio il governo di Netanyahu è destinato a cadere, cosa assolutamente in contrasto col loro principale interesse: ricevere quanti più fondi statali per il mantenimento e il rafforzamento di tutte le strutture educative, sociali e assistenziali create in questi decenni. In questo estenuante braccio di ferro si arriverà presumibilmente ad un compromesso che permetta ad entrambi i contendenti di salvare la faccia.
Per il momento le uniche armi, alquanto spuntate, in mano all’esercito e al governo per arruolare questi improbabili obiettori di (in)coscienza sono sanzioni economiche e detentive, mai veramente attuate in passato. D’altra parte una famosa locuzione ebraica afferma: “senza pane non c’è Torah”. È tutta una questione di soldi.
Bringthemhomenow. Mentre scrivo queste righe 100 ostaggi sono ancora in mano ai nazi islamisti di Hamas. Secondo le fonti israeliane circa la metà sono già morti. Ogni giorno che passa senza la loro liberazione è un giorno di troppo e la loro crudele ed inutile prigionia dovrebbe pesare sulla coscienza di ognuno di noi.
(Bet Magazine Mosaico, 5 gennaio 2025)
........................................................
Con gli iraniani, contro Israele: Francesco oltre tutte le linee rosse
Se per il Papa il 7 ottobre è la data di un incidente della resistenza dei poveri alla quale è seguito un genocidio perpetrato dallo stato ebraico, affari suoi. Bisogna sperare che si levino voci persuasive a difendere il diritto della chiesa a proclamare: non in mio nome. [Il risalto in colore è originale]
di Giuliano Ferrara
Ammicca alla teoria infame del genocidio, e altre bassezze, si accoda agli aspiranti carcerieri del capo del governo di Israele, perché Netanyahu non rispetta i diritti umani, e fa tutto questo a colloquio con una autorità accademica iraniana, dicasi iraniana. Le linee rosse le ha passate tutte, e malamente. Consegnando alla conversazione con un bonzo del regime di Teheran questo giudizio corrivo ma tragicamente errato su Israele e chi la rappresenta, ha fatto di più, si è mostrato colluso con chi detesta e combatte i diritti umani con ferocia nel condannare quello stato dell’esodo che è nato quasi un secolo fa, per volontà internazionale e per attaccamento patriottico e sionista, dopo la Shoah e nel segno del “mai più”.
Il Papa dovrebbe essere al servizio della chiesa cattolica, quel popolo di Dio che un gesuita di rango, il cardinale Angelo Bea creato da Giovanni XXIII, riscattò dall’oscurantismo antigiudaico millenario con la Nostra Aetate, quando Paolo VI sorvegliava il decorso del Concilio Vaticano II, una svolta millenaria che Wojtyla e Ratzinger innalzarono a una visione teologica sinagogale, unitiva, di affratellamento, della relazione con i fratelli maggiori del cristianesimo; avendo sostituito la teologia e il pensiero cristiano con l’ideologia, pauperismo ed ecologismo, ha imbruttito e avvilito invece la chiesa, se ne sta servendo per promuovere i risvolti più conformisti della sua teo-rumba ispirata al feticcio del popolo, rendendola nel suo assetto gerarchico complice del sentimento comune e dominante, la lontananza quando non il disprezzo per il popolo di Israele e per il suo tragico e disperato tentativo di restare in vita nel suo focolare nazionale, che oggi porta all’isolamento delle vittime del 7 ottobre e a una nuova diaspora europea, a una dispersione nell’umiliazione e nella paura dei discendenti dei campi di Auschwitz e Treblinka.
Quella di Francesco non è una chiesa povera. La chiesa è sempre stata teologicamente povera, anche quando era ricca e rinascimentale, principesca e meretrice. Ora nella visione e prassi di questo Papa è diventata un linguaggio povero, peccato antievangelico, che consulta per riprodurlo il dizionario basico delle convenzioni e della bêtise diffusa nel secolo, un’agenzia banalmente progressista che non conserva l’odore dell’incenso e consegna dignità degli ordini e della liturgia al diavolo del sentimento dominante per immergersi nel tanfo pastorale delle pecore. La martoriata chiesa cattolica, uscita da un lungo ciclo papale aureolato di intelligenza, penetrazione antropologica, cultura, tradizione vivente e alta dottrina, rischia di diventare una arrogante organizzazione di settatori e idolatri della sofferenza come chiave universale per aprire le porte dell’ingiustizia e del malvivere ecclesiale e politico.
Se nel mondo c’è, e c’è, eccome, penuria di bene, di solidarietà, di compassione, di affetto e rispetto per i più vulnerabili e per i diseredati, predicare dalla montagna, come fece quel giovane ebreo chiamato Gesù Cristo, vuol dire cominciare dalla filiazione abramitica e mosaica, da quella inaudita e inspiegabile sequela di dolore, di discriminazione, di isolamento, di sterminio e di pogrom che ha avuto il suo culmine contemporaneo nel 7 ottobre.
Se per il Papa quella è la data di un incidente della resistenza dei poveri alla quale è seguito un genocidio perpetrato da un esercito e da uno stato ebraico, affari suoi e della sua compromissione con la più ordinaria e volgare ignoranza dei fatti. Bisogna sperare che si levino voci persuasive a difendere il diritto della chiesa a proclamare: non in mio nome.
Il Foglio, 5 gennaio 2025)
____________________
Ferrara difende la causa di Israele, e fa bene, ma il suo richiamo a "quel giovane ebreo chiamato Gesù Cristo" fa capire che lui non lo conosce. E di ciò che non si conosce sarebbe meglio non parlare. M.C.
........................................................
A Herzliya il Museo di Arte Contemporanea presenta cinque mostre per un’inedita storia del tessile in Israele
di Claudia De Benedetti
Il Museo di Arte contemporanea di Herzliya dedica per la prima volta tutto il suo spazio espositivo a cinque mostre di opere tessili, offrendo prospettive storiche e contemporanee sul tessile e sulla tessitura in Israele dagli anni ’30 ad oggi. Le mostre occupano l’intero museo con le opere di 37 artisti affermati ed emergenti e testimoniano lo sviluppo del settore, che in passato era percepito più come un’arte applicata, decorativa o artigianale,riflettono il modo in cui i creatori tessili cercano di formulare un linguaggio personale e unico, facendo riferimento a identità, radici, genere e influenze culturali. Da oltre un decennio è in atto una rinascita di mostre sulla storia della tessitura, della produzione tessile e della fiber art nei musei d’arte e nelle biennali d’arte contemporanea; il Museo di Herzliya ha deciso perciò di proporre un suo approfondimento. Due sono le mostre collettive: “Structures”, dedicata alla tessitura in Israele, esamina le transizioni dal funzionalismo alla fiber art. “Eternal Spring” propone gli arazzi realizzati nel laboratorio di Itche Mambush a EinHod dal 1966 al 1985, basati su dipinti di importanti artisti del periodo. Le altre tre sono mostre personali: i modelli di tessuto distintivi di Siona Shimshi creati dagli anni ’60 agli anni ’80, i dipinti di Fatima Abu Roomi, che per anni si è concentrata sulla produzione di autoritratti meticolosi e scrupolosi che incorporano pezzi di tessuti, tappeti e ricami tradizionali, sono presentati in una mostra accanto a un tappeto ornamentale fatto di capelli di donne, che ha creato in collaborazione con un gruppo di donne di Nazareth. La mostra di Gur Inbar comprende opere in ceramica e tessuti che abbinano l’estetica contemporanea con quella storica.
Fino al 1° maggio 2025 sarà possibile apprezzare la complessità dei processi che mettono in relazione design e creazione artistica, transizioni tra produzione artigianale e meccanica, sovrapposizioni tra arte e arte applicata collegamenti tra periodi storici e materiali diversi, transizioni tra figurativo e astratto e molto altro.
Aya Lurie, direttore e curatore capo del Museo, ha spiegato: “nell’ultimo decennio, il nostro programma espositivo si è impegnato nell’esplorazione di questi problemi, con il desiderio di far scoprire definizioni, di fondere insieme discipline, di riesaminare in vari modi opere familiari e dimenticate della collezione del Museo e di creare giustapposizioni intergenerazionali che offrono incontri ravvicinati con artisti diversi, nuovi, noti e dimenticati, da Israele e dall’estero, da prospettive interpretative contemporanee”.
(Shalom, 5 gennaio 2025)
........................................................
La salvezza viene dai giudei
di Marcello Cicchese
Per secoli gli ebrei hanno vissuto in diaspora e tuttora vi si trovano, anche se una parte minoritaria di loro è raccolta nello Stato d’Israele. E’ poco sottolineato il fatto che, dopo la morte di Cristo, la prima diaspora ebraica è stata costituita da ebrei che avevano creduto in Gesù come Messia:
“Vi fu in quel tempo una grande persecuzione contro la chiesa che era in Gerusalemme. Tutti furono dispersi per le regioni della Giudea e della Samaria, salvo gli apostoli. [...] Allora quelli che erano dispersi se ne andarono di luogo in luogo, portando il lieto messaggio della Parola” (Atti 8:1,4).
Si noti però che come chiesa qui non s’intende la mastodontica multinazionale religiosa dei nostri tempi, ma un gruppo minoritario all’interno del popolo ebraico, che le circostanze hanno spinto a svolgere un compito specifico di Israele: essere luce delle nazioni. Il “lieto messaggio della Parola” infatti è stato accolto, con sorpresa di tutti, anche dai gentili, e anzi in misura maggiore che dagli ebrei. Pochi anni dopo, come conseguenza della conquista di Gerusalemme da parte dei romani, la quasi totalità del popolo ebraico andò in diaspora. Essendo stato distrutto il Tempio, è venuto di conseguenza a mancare l’elemento fondamentale per adorare Dio in modo conforme alla legge data da Mosè. Gesù però l’aveva preannunciato.
Un giorno una donna “palestinese”, appartenente a una popolazione ostile che abitava nella Samaria, una zona contesa chiamata oggi Cisgiordania, ricordò a Gesù che tra ebrei e samaritani esisteva un contrasto insanabile a proposito dell’adorazione: per gli uni si doveva adorare Dio sul monte Sion a Gerusalemme, per gli altri sul monte Garizim, nelle vicinanze dell’attuale Nablus. Risposta:
“Gesù le disse: «Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»” (Giovanni 4:21).
«Finalmente una parola chiara!» diranno con entusiasmo gli ecumenici. «Basta con queste dispute su luoghi e forme di adorazione, basta con la pretesa di possedere in proprio la verità! La verità è che ciascuno, ebreo, cristiano, musulmano o altro che sia, deve essere libero di seguire la propria strada che conduce a Dio, purché lo faccia con convinzione e serietà. Seguendo ciascuno la propria via, arriveremo tutti all’unico vero Dio!»
Quelli che parlano e operano in questo modo hanno effettivamente una cosa in comune: che adorano tutti quello che non conoscono. Ciascuno dice di avere la luce e si muovono tutti nelle tenebre dell’ignoranza. Il discorso fra la donna palestinese e l’ebreo Gesù continua così:
“Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei. Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità” (Giovanni 4:22-24).
Gesù rimarca subito le linee di confine fra “noi” e “voi”, proprio sul tema dell’adorazione. E’ una questione che riguarda conoscenza, spirito e verità: tutte cose che Dio ha consegnato ai giudei, non ai gentili. Il fatto che sia Gesù stesso a dire che “la salvezza viene dai giudei” ha come conseguenza che chi nega o deforma la verità di questa affermazione non rifiuta soltanto i giudei, ma Gesù stesso.
Davanti alla frase “l’ora viene, anzi è già venuta”, qualcuno potrebbe essere indotto a interpretarla in senso evolutivo-emancipatorio: dall’Antico Testamento degli ebrei, materiale e primitivo, si sarebbe passati al Nuovo Testamento dei cristiani, più spirituale ed evoluto. Ma questa, ancora una volta, è una lettura con occhi pagani di un testo ebraico. In questo passo, come in molti altri passi della Bibbia, l’ora è un tempo fissato da Dio per il compiersi di un fatto che Egli aveva già in precedenza stabilito. Alcuni esempi:
Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta»” (Giovanni 2:4).
Cercavano perciò di arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso, perché l’ora sua non era ancora venuta” (Giovanni 7:30).
Venne la terza volta e disse loro: «Dormite pure, ormai, e riposatevi! Basta! L’ora è venuta: ecco, il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori” (Marco 14:41).
Mentre ero ogni giorno con voi nel tempio, non mi avete mai messo le mani addosso; ma questa è l’ora vostra, questa è la potenza delle tenebre»” (Luca 22:53).
Gesù rispose loro, dicendo: «L’ora è venuta, che il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato” (Giovanni 12:23).
“L’ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me” (Giovanni 16:32).
Le parole di Gesù alla samaritana non annunciano dunque un’evoluzione dall’ebraismo al cristianesimo, ma il sopraggiungere, all’interno del piano di Dio rivelato a Israele, di un tempo particolare che porta a compimento quello precedente e di conseguenza se ne diversifica, preparando quello successivo, che sempre per lo stesso motivo sarà diverso. Vivere il presente tra un passato originario ormai compiuto che si rammemora con costanza e un futuro preannunciato che si desidera con ansia, è un modo di intendere e vivere la storia squisitamente biblico. Per gli ebrei è abbastanza facile capirlo; per i cristiani gentili un po’ meno.
Nella cena pasquale ebraica il passato emerge nel ricordo dell’uscita dal paese d’Egitto e il futuro si delinea nell’auspicio finale “L’anno prossimo a Gerusalemme”. Nella cena del Signore celebrata dai cristiani evangelici vengono lette spesso le parole di presentazione dell’apostolo Paolo:
“... ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1 Corinzi 11:26).
La partecipazione all’atto viene di solito vissuta come un dramma intimo da interiorizzare nel segreto della propria coscienza. E’ una spiritualità cattolicheggiante di tipo pagano che rischia di essere assorbita anche da chi, volendo essere anticattolico senza preoccuparsi di essere veramente biblico, alla fine è costretto a imitare inconsciamente la mentalità e gli atteggiamenti di chi vuole contrastare. Si sarebbe molto più vicini alla spiritualità biblica se si tenesse conto del contesto ebraico in cui Gesù ha istituito questo rito. Anzitutto, non molti notano che nel testo biblico non si usa mai l’espressione “bere il vino”. Lo fanno notare gli antialcolisti, secondo i quali non si tratterebbe di vino ma di succo d’uva. Ma non è questo il punto. Il punto saliente sta nel calice. Le parole di Paolo sono queste:
“Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ora ciascuno esamini sé stesso, e così mangi del pane e beva dal calice;” (1 Corinzi 11:26-28).
A Paolo sarebbe stato più semplice dire “... ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo vino”, per ben tre volte invece usa l’espressione “bere dal calice”. Perché questo fatto non viene attentamente osservato e adeguatamente commentato? Perché si pretende di essere biblici e non si pone seria attenzione al linguaggio usato della Scrittura? Alcuni sono convinti di essere gli ultimi credenti fedeli alla Bibbia rimasti in circolazione, ma poi non mostrano di essere davvero attenti a quello che la Bibbia realmente dice. Si rimane in un atteggiamento di tipo cattolico quando ci si appella formalmente alla Bibbia non per sottomettersi davvero alla sua autorità, ma per fondare sul richiamo ad essa la propria autorità.
Il riferimento al calice è importante anzitutto perché Gesù ha istituito la sua commemorazione durante quello che gli ebrei chiamano il seder di Pessach, una cena solenne in cui si ricorda l’uscita del popolo dall’Egitto. Durante la cena viene offerta ai presenti una successione di calici, ciascuno dei quali ha un nome. Nel suo ultimo seder pasquale, a un certo momento Gesù ha compiuto un atto particolare:
“... dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi” (Luca 22:20).
A questo si riferisce l’apostolo Paolo quando ricorda ai Corinzi:
“Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga»” (1 Corinzi 11:25-26).
Gesù ha detto “questo è il mio corpo”, ma non ha mai detto “questo è il mio sangue”. Ha detto invece: “questo calice è il nuovo patto nel mio sangue”: non è la stessa cosa. Il calice dirige l’attenzione sul nuovo patto, e il riferimento al sangue ne sottolinea l’importanza, perché se tutti i patti dovevano essere accompagnati da un segno esteriore, i patti particolarmente importanti dovevano essere siglati da versamento di sangue. L’importanza unica di questo nuovo patto sta appunto nel fatto che per siglarlo è stato necessario il versamento del sangue del Figlio di Dio.
In che cosa consiste questo nuovo patto? Chi sono i contraenti? Uno di essi certamente è Dio, ma l’altro chi è? “Siamo noi”, ha risposto una volta un anziano di chiesa, intendendo naturalmente “noi veri cristiani nati di nuovo”. Che cosa dice invece la Bibbia?
“Infatti Dio, biasimando il popolo, dice: «Ecco i giorni vengono, dice il Signore, che io concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda, un patto nuovo; non come il patto che feci con i loro padri nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto; perché essi non hanno perseverato nel mio patto, e io, a mia volta, non mi sono curato di loro, dice il Signore. Questo è il patto che farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: io metterò le mie leggi nelle loro menti, le scriverò sui loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. Nessuno istruirà più il proprio concittadino e nessuno il proprio fratello, dicendo: “Conosci il Signore!” Perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro. Perché avrò misericordia delle loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati»” (Ebrei 8:8-12).
L’autore qui cita quasi letteralmente un brano del profeta Geremia (31:31-34). Non si tratta dunque di una novità rispetto a Israele, ma di una successione temporale all’interno del piano salvifico promesso da Dio a Israele. Che questo patto, per sua specifica natura, sia in benedizione non solo agli ebrei ma anche ai gentili, corrisponde precisamente alla funzione di Israele di essere “luce delle nazioni”. L’apostolo Paolo parla di “calice della benedizione che noi benediciamo” (1 Corinzi, 10:16): il semplice fatto di bere da quel calice dovrebbe ricordare a chiunque vi partecipa che “la salvezza viene dai giudei”, e che su di lui scende la benedizione proveniente da un patto che Dio ha concluso “con la casa d’Israele e con la casa di Giuda”.
(da "Dalla parte di Israele come discepoli di Cristo")
|
........................................................
Pensieri sullo Shabbat
Lettura settimanale - וַיִּגַּשׁ- Wa`Jigash - Si avvicinò ; Genesi 44:18 - 47:27 ; Ezechiele 37:15 - 28
I cinque libri di Mosè raccontano la storia del popolo d'Israele, dalla creazione del mondo alla redenzione nella Terra Promessa che Dio aveva promesso ad Abramo. Questi cinque libri sono suddivisi in letture settimanali. Venticinque anni fa, mio padre Ludwig Schneider scrisse il libro “Le chiavi della Torah”per accompagnare le 54 letture settimanali. Un filo messianico di sofferenza attraverso la Torah. La Torah ha 70 facce, si dice in ebraico. Le letture settimanali della Torah aprono i nostri occhi e i nostri cuori all'intera Parola di Dio, la Bibbia. La Torah getta luce sull'intero testo biblico, e così ogni volta scopriamo qualcosa di nuovo che ci fa riflettere e rende la Bibbia attuale e viva. Aviel Schneider
di Anat Schneider
 |  |
«Sono nata a Gerusalemme nel 1966 e sono cresciuta in una casa ebraica tradizionale. Ho incontrato per la prima volta il mio futuro marito Aviel, caporedattore di Israel Heute, in Jaffa Street, nel centro di Gerusalemme. Avevamo entrambi 16 anni. Insieme abbiamo cresciuto tre ragazzi e una ragazza. Oggi viviamo in un moshav nelle magiche montagne della Giudea. Il mio amore e la mia fede nella Bibbia sono parte integrante di ciò che sono e di come vivo la mia vita. E vivo con grande apprezzamento e gioia per tutto ciò che la vita mi ha dato».
Insieme ad Aviel, Anat fa parte di Israel Heute dal 1990. Oltre alle sue numerose responsabilità, scrive regolarmente articoli sulla Bibbia, sulla fede e sul Dio di Israele. |
|
Nella lettura settimanale “Si avvicinò”, Giuseppe compie un'azione insolita. Quando si rivela ai suoi fratelli, si rende conto che questo li scuoterà e susciterà in loro sentimenti di colpa per le circostanze della sua discesa in Egitto. Offre quindi una nuova interpretazione del passato e della storia della famiglia. Giuseppe disse ai suoi fratelli: “Avvicinatevi a me! E quando si avvicinarono, disse loro: Io sono Giuseppe, vostro fratello, che avete venduto in Egitto. E ora non vi affliggete e non vi arrabbiate perché mi avete venduto qui, perché Dio mi ha mandato davanti a voi per salvarvi la vita. Perché questo è il secondo anno di carestia nel paese e ci saranno altri cinque anni senza aratura né raccolto. Ma Dio mi ha mandato qui davanti a voi perché restiate sulla terra e vi tenga in vita per una grande salvezza. E ora, non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio, che mi ha reso padre del faraone e signore di tutta la sua casa e sovrano di tutto il paese d'Egitto”. Tra l'altro, questo è un meraviglioso parallelo tra Giuseppe e il Messia, secondo il quale Gesù un giorno si farà conoscere dal popolo d'Israele.
Questo resoconto degli eventi differisce fondamentalmente da quello che Giuseppe raccontò in prigione al custode del dono: “sono stato rapito dalla terra degli Ebrei e non ho fatto nulla qui per cui dovrei essere imprigionato”. Allora si trattava di una storia di rapimento e di ingiustizia. Ora Giuseppe racconta una storia di provvidenza divina e di redenzione. “Non siete stati voi”, dice ai suoi fratelli, ‘è stato Dio’. Siamo tutti parte di un grande piano. E anche se le cose sono iniziate male, poi sono finite bene. Quindi non biasimate voi stessi. E non abbiate paura del mio desiderio di vendetta. Non ho questo desiderio, perché capisco che tutti noi siamo stati messi nelle mani di un potere più grande di noi e della nostra capacità di comprensione”. Così Giuseppe rassicura i suoi fratelli.
Anni dopo, alla morte di Giacobbe, i fratelli temono che Giuseppe abbia aspettato questo momento per vendicarsi e si offrono a lui come schiavi. Anche allora Giuseppe li rassicura di nuovo: “Giuseppe disse loro: 'Non temete! Sono forse al posto di Dio? Voi avete pensato di fare del male contro di me, ma Dio ha pensato di fare del bene, come sta facendo in questo giorno, per conservare in vita molte persone’”. Giuseppe aiuta i suoi fratelli a “correggere” la loro memoria del passato.
In questo modo, contraddice uno dei presupposti fondamentali del tempo, che è asimmetrico. Solo il futuro può essere cambiato, non il passato. Ma questo assunto è davvero del tutto corretto? Giuseppe utilizza qui, per i suoi fratelli, un principio che ha già utilizzato per se stesso, ovvero che gli eventi del presente hanno cambiato la sua visione degli eventi del passato. Secondo questo principio, possiamo comprendere appieno ciò che ora ci sta accadendo soltanto nel futuro, se guardiamo indietro e comprendiamo il ruolo del tempo attuale nella catena completa degli eventi.
Non siamo quindi prigionieri del passato. Possono accaderci cose, forse non così drammatiche come quelle accadute a Giuseppe, ma comunque buone, che possono cambiare radicalmente il modo in cui vediamo e ricordiamo il nostro passato. Operando nel futuro, possiamo liberarci dalla sofferenza del passato. Nel mondo della terapia, posso dire che questo metodo viene utilizzato per riabilitare le persone che soffrono per il loro passato. Non cambia il passato, ma l'interpretazione che diamo a questi eventi quando vengono integrati nella nostra vita attuale.
Giuseppe lo fece per amore dei suoi fratelli, per amore del suo popolo Israele. Questa tecnica lo ha aiutato a rimanere saldo in una vita di alti e bassi estremi, e ora la usa per aiutare i suoi fratelli senza crollare sotto il peso della colpa.
Il popolo di Israele ha fatto propria questa idea nel corso del tempo e vi si è aggrappato attraverso le generazioni. In quasi tutte le generazioni della storia di Israele, le Scritture sono state reinterpretate alla luce delle esperienze attuali. Siamo un popolo che racconta storie e poi le racconta ancora e ancora, ogni volta con un'enfasi leggermente diversa, e così stabiliamo il collegamento tra allora e oggi rileggendo il passato alla luce del presente.
Permettendo al presente di cambiare il modo in cui comprendiamo il passato, riscattiamo la nostra storia e le permettiamo di agire come una forza benefica nella nostra vita. Scrivendo il prossimo capitolo della nostra vita, influenziamo i capitoli precedenti che sono già accaduti nella nostra vita. Ciò significa che, agendo nel futuro, possiamo guarire una parte significativa del dolore del passato.
Shabbat Shalom!
(Israel Heute, 3 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Israele in Somaliland contro gli Huthi
Gerusalemme aprirà basi navali nell'autoproclamato Stato del Corno d'Africa con cui colpire i ribelli yemeniti. In cambio offrirà investimenti e riconoscimento.
di Matteo Giusti
Il cosiddetto «asse della resistenza» creato dall'Iran sta crollando pezzo dopo pezzo e Israele adesso ha deciso di colpire gli Huthi, l'ultima creatura iraniana ancora in grado di insidiare Tel Aviv. Lo Stato ebraico, dopo l'ennesimo lancio di droni e missili sul suo territorio, ha deciso di intensificare la pressione sullo Yemen, non ritenendo sufficienti i raid aerei che in questi mesi hanno ripetutamente colpito il Paese della penisola arabica. Gli Huthi hanno accresciuto la loro importanza strategica prendendo di fatto il controllo dello stretto di Bab el Mandeb, il braccio di mare che separa lo Yemen da Gibuti e da cui passa circa il 12% del commercio mondiale in direzione del Canale di Suez. Israele per fermare gli Huthi vorrebbe utilizzare la marina oltre che l'aviazione, ma per creare un blocco navale ha bisogno di una base in questa determinante area del globo. Una base navale permetterebbe anche ai caccia israeliani di essere molto più efficaci visto che dovrebbero percorrere un tragitto più breve e avrebbero a disposizione una rete infrastrutturale.
Tel Aviv ha così deciso di puntare sul Somaliland, lo stato separatista somalo la cui indipendenza non è riconosciuta da Mogadiscio, ma che de facto è indipendente dal 1991. L'ex Somalia Britannica dispone di oltre 700 chilometri di coste e di un porto ampio e protetto come Berbera. Il Somaliland non ha riconoscimento internazionale, ma vanta una serie di accordi economici con diversi Paesi dell'area, soprattutto con gli Emirati Arabi Uniti che hanno una base operativa lungo le sue coste. Gli Emirati sono pronti ad investire mezzo miliardo per ammodernare il porto di Berbera e sono pronti a lavorare con Israele. I due stati condividono già una base di intelligence congiunta nell'isola yemenita di Socotra, all'imbocco del Mar Rosso e considerano gli Huthi un nemico comune, molto pericoloso per gli equilibri di questa area. Tel Aviv è già presente con una base nelle isole Dahlak, al largo delle coste dell'Eritrea, grazie ad un accordo ufficioso con il regime di Asmara, dove ha installato un commando di intelligence per monitorare la regione.
Una seconda base israeliana si trova nella più alta montagna dell'Eritrea, da dove è possibile intercettare ogni comunicazione dagli stati confinanti. Oggi però Israele vuole una presenza navale che possa bloccare ogni azione degli Huthi e il Somaliland rappresenta l'occasione perfetta. In cambio l'autoproclamato Stato somalo otterrebbe un primo riconoscimento internazionale e corposi investimenti nel settore agricolo ed estrattivo. Questa mossa avrebbe già il benestare della nuova amministrazione Trump che per bocca di alcuni esponenti del partito repubblicano statunitense sarebbe pronta al riconoscimento internazionale del Somaliland in cambio del sostegno al progetto israeliano e in funzione anti russa e cinese. Pechino ha infatti una grande base militare nel confinante Gibuti, mentre Mosca ha il controllo del porto sudanese di Port Sudan, poco più a Nord. In questa direzione sembra andare anche il nuovo gabinetto del presidente del Somaliland che pochi giorni fa ha rinnovato il suo governo.
Abdirahman Mohamed Abdullahi ha infatti nominato ministro degli Esteri Abdirahman Dahir Adan Bakal, un pragmatico uomo d'affari con forti legami negli Stati Uniti. Bakal non ha nascosto i suoi progetti diplomatici per il suo Paese. «Questo è un momento cruciale per il Somaliland e dobbiamo guadagnare il riconoscimento internazionale. Il precedente ministro degli Esteri ci aveva fatto tornare sotto la Somalia con la sua politica di riconciliazione, ma noi sappiamo chi siamo. Il mondo guarda al Mar Rosso e tanti Stati già lavorano con noi e conoscono le nostre potenzialità. Etiopia, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti sono pronti ad intensificare il rapporto con noi, l'Unione Africana non può continuare a ignorare la storia e accettare passivamente che la Somalia occupi il Somaliland». Un gioco di equilibri geopolitici che Israele potrebbe sfruttare per diventare una potenza militare a cavallo fra Asia ed Africa.
(La Verità, 4 gennaio 2025)
........................................................
Esodo ebraico
“La fuga degli ebrei dall’Europa. L’ondata antisemita dopo il 7 ottobre. In pochi anni scomparirà la metà delle comunità d’Europa”.
di Giulio Meotti
ROMA - Con il 7 ottobre è andata in frantumi anche l’illusione di un mondo civile libero da odio e antisemitismo. Dal 7 ottobre, 35mila ebrei, molti dall’Europa, hanno scelto di andare a vivere in Israele e ieri il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha annunciato piani di accoglienza per una “alyah di massa”. Saar conosce i numeri. L’Agenzia Ebraica ha fissato l’obiettivo di portare trecentomila immigrati nei prossimi cinque anni e il suo presidente, l’ex generale Doron Almog, ha previsto un milione di immigrati nel prossimo futuro. “Il 57 per cento degli ebrei europei pensa di andarsene”. Questo è il dato appena uscito dalla conferenza del Combat Antisemitism Movement a Vienna, che riunisce i leader delle comunità europee. Il numero di incidenti antisemiti è aumentato del 400 per cento in alcune parti d’Europa. “Stiamo perdendo la battaglia”, ha affermato da Vienna Ariel Muzicant, presidente del Congresso ebraico europeo. “Tra qualche anno, il 50 per cento delle comunità potrebbe non esistere più”. Anche il rabbino capo sefardita inglese ha annunciato l’aliyah con la sua famiglia nel 2026. Dopo più di un decennio di servizio, il rabbino Joseph Dweck e Margalit si trasferiranno in Israele. Duemila ebrei francesi sono partiti per Israele nei primi dieci mesi del 2024.
“Molto compromesso”, risponde lo storico Georges Bensoussan su Causeur alla domanda su come vede il futuro degli ebrei francesi. “Non perché l’apparato statale non stia facendo il suo lavoro. Lo fa e lo farà, ma fino al momento in cui la difesa degli ebrei non gli farà perdere il sostegno di una parte significativa della popolazione. Tuttavia, il cambiamento demografico c’è, qualunque sia il nome che gli diamo. Demograficamente la Francia del 2025 non è quella del 1975. In questa ‘nuova Francia’, il simbolo ebraico, confuso con lo stato d’Israele, sarà assimilato al mondo ‘ricco, dominante e bianco’, colpevole del grave peccato del ‘colonialismo’. Ci sono gli elementi perché gli ebrei francesi scivolino verso una progressiva invisibilità negli spazi pubblici. Fino alla partenza”.
E se in Norvegia sono rimasti appena 1.300 ebrei, non si era mai vista una simile ondata di antisemitismo dal 1945. “Gli ebrei norvegesi hanno iniziato a fare l’aliyah in Israele”, scrive da Oslo Hanne Ramberg. “Orribile, perché il governo norvegese non protegge la minoranza, che deve emigrare per avere una vita sicura”.
E i numeri delle partenze aumenteranno anche dall’Olanda, dove un tribunale dovrà ora stabilire se è legale “discutere di antisemitismo nel contesto della cultura musulmana”, dopo che un vice primo ministro, Mona Keijzer, è accusata di “incitamento all’intolleranza” per aver detto in tv: “Quello che si vede è che molti richiedenti asilo provengono da paesi di fede musulmana. Sappiamo che l’odio per gli ebrei lì è una parte della loro cultura”. Intanto Meir Villegas Henriquez, rabbino ortodosso di Rotterdam, in un videomessaggio registrato nella sua sinagoga ha detto: “Viviamo in una nuova realtà demografica che non può essere cambiata. Preparatevi a fare aliyah. Parlate con i vostri figli o nipoti e spiegate loro che qui non c’è futuro. Aiutateli a studiare l’ebraico, investite, fate tutti i passaggi necessari per rendere possibile il trasferimento in Israele”.
“Per chi suonano le campane?”, ha chiesto l’ex ambasciatore israeliano Zvi Mazel in un paper per il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs. Senza cambiamenti significativi, Muzicant prevede questo scenario per gli ebrei europei: “Passeremo da 1,5 milioni a 800 mila”.
Il Foglio, 4 gennaio 2025)
........................................................
Khamenei non vuole rinunciare alla Siria e chiama alla guerra settaria
La perdita della Siria è stato un colpo durissimo per il regime iraniano, così duro che Khamenei non attacca né gli Stati Uniti né Israele ma preferisce chiamare alla rivolta la "gioventù siriana”.
di Darya Nasifi
 |
 |
FOTO
Esmail Ghaani, capo della Forza Quds dopo l’uccisione di Soleimani
|
|
Il leader supremo iraniano Ali Khamenei ha tentato di giustificare i sacrifici dell’Iran in Siria evidenziando piuttosto la resilienza seppur in mezzo alle battute d’arresto. Lo ha fatto durante un discorso del 1° gennaio nel quale ha commemorato la morte dell’ex comandante del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche Qassem Soleimani.
Khamenei ha elogiato la leadership di Soleimani che ha difeso gli interessi regionali dell’Iran. Khamenei ha affermato che i sacrifici dei “Difensori del Santuario” in Siria erano significativi ed essenziali, respingendo le affermazioni secondo cui i loro sforzi erano stati vani.
L’Iran si riferisce a tutto il personale iraniano e alleato che ha combattuto in Siria come “difensori dei santuari”.
Questo discorso ha adottato un tono notevolmente difensivo tentando di giustificare gli sforzi dell’Iran piuttosto che scagliarsi contro gli Stati Uniti per l’attacco che ha ucciso Soleimani.
Il discorso ha anche omesso riferimenti all’attuale comandante della Forza Quds dell’IRGC, il generale di brigata Esmail Ghaani, che alcuni in Iran ritengono responsabile del rapido sgretolamento del progetto iraniano in Siria e della sconfitta di Hezbollah e Hamas.
Questa è la seconda volta che Khamenei ha parlato pubblicamente di Soleimani evitando qualsiasi menzione di Ghaani.
Un anonimo funzionario iraniano ha affermato che molti funzionari in Iran hanno incolpato Ghaani per la caduta di Assad e chiedevano la sua rimozione dal ruolo di comandante della Forza Quds dell’IRGC.
Khamenei ha continuato a promuovere una linea dura sulla Siria, tuttavia, sottolineando che la gioventù siriana resisterà alla “occupazione straniera” in Siria, paragonando la “gioventù siriana” alle milizie irachene mobilitate da Soleimani a metà degli anni 2000 contro gli Stati Uniti.
Queste milizie, che continuano a operare in Iraq e oggi controllano molte istituzioni governative, hanno formato squadroni della morte per uccidere i sunniti e hanno contribuito alla guerra civile etno-settaria in Iraq che al Qaeda in Iraq ha lanciato a metà degli anni 2000.
Khamenei ha sottolineato che la gioventù siriana espellerà gli “occupanti stranieri”, che presumibilmente includono gli Stati Uniti, la Turchia e forse HTS. Khamenei aveva precedentemente sottolineato il ruolo della gioventù siriana in un discorso dell’11 dicembre 2024, paragonando nuovamente i loro sforzi alle milizie irachene.
(Rights Reporter, 4 gennaio 2025)
........................................................
Israele sta combattendo anche per i nostri valori
"Più che i nemici mortali in medio oriente, sono i cosiddetti amici in occidente e la ‘comunità internazionale’ che devono preoccupare gli israeliani". L'analisi di Mike Hume sul magazine inglese Spiked.
"E’ ormai chiaro che Israele può gestire i suoi nemici mortali in medio oriente. Sono invece i cosiddetti amici in occidente e la ‘comunità internazionale’ che devono preoccupare gli israeliani”. Così Mike Hume sul magazine inglese Spiked. “Nel 2024, Israele ha ottenuto notevoli successi militari su ogni fronte. Ha martellato i pogromisti di Hamas a Gaza, devastato i loro compagni terroristi islamici di Hezbollah in Libano e scosso il loro sponsor, la Repubblica islamica dell’Iran, fino alle sue radici tiranniche. Tutto ciò ha anche facilitato il crollo della brutale dittatura di Assad in Siria. Giunti alla fine dell’anno, nessuno può seriamente dubitare della dichiarazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu secondo cui ‘stiamo vincendo’. Inoltre, chiunque creda nella libertà dovrebbe sicuramente celebrare il successo dell’unica democrazia in stile occidentale in medio oriente come un colpo inferto dalla civiltà contro la barbarie. Al contrario, i tradizionali alleati occidentali di Israele hanno trascorso il 2024 ritirandosi dalla sua parte quasi con la stessa rapidità con cui Hamas e Hezbollah sono fuggiti di fronte a Israele. Per ogni progresso militare compiuto nell’ultimo anno, Israele è sembrato subire più battute d’arresto politiche sul campo di battaglia internazionale.
Alla fine del 2023, Israele è stato accusato di aver commesso un ‘genocidio’ a Gaza dinanzi alla Corte internazionale di giustizia, un’affermazione perversa avanzata dal Sudafrica, sostenuta da altri stati e recentemente approvata da Amnesty International. Peggio ancora, alla fine del 2024, la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Netanyahu per presunti crimini contro l’umanità a Gaza, il primo leader di una democrazia di stampo occidentale a essere accusato di crimini di guerra. E peggio ancora, diversi stati occidentali, tra cui, vergognosamente, il governo laburista del Regno Unito, hanno dichiarato la loro volontà di eseguire il mandato e arrestarlo. Le Nazioni Unite sono arrivate vicine a espellere Israele, con enormi maggioranze anti israeliane in ogni voto nell’Assemblea generale, e ogni membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, tranne gli Stati Uniti, ha recentemente sostenuto la richiesta di un cessate il fuoco ‘immediato, incondizionato e permanente’ a Gaza. Ciò equivaleva a una richiesta quasi unanime a Israele di arrendersi ai suoi nemici. (…)
“L’abbandono di Israele è una farsa non solo per gli israeliani e gli ebrei in tutto il mondo costretti ad affrontare da soli un’ondata di antisemitismo, ma anche per l’occidente stesso. Gli israeliani stanno combattendo per i principi su cui sono state costruite le nostre società civili: democrazia, sovranità nazionale e libertà. Dovremmo sostenerli come prima linea nella guerra globale contro la barbarie e la schiavitù. Tuttavia, le élite della società occidentale hanno abbandonato quei principi fondamentali e ora temono e detestano gli israeliani che osano difenderli. Ecco perché dal 7 ottobre abbiamo assistito al consolidamento di un’alleanza anti israeliana empia in occidente, tra gli islamisti che odiano gli ebrei e progressisti di sinistra che odiano sé stessi. Fino al 2024, tutto ciò che è marcio nelle nostre società ha continuato a coagularsi attorno alle bandiere della crociata anti Israele.
“A suo eterno merito, Israele continua a ignorare i detrattori occidentali e a combattere. Eppure, mentre il vecchio ordine in medio oriente crolla, con le potenze occidentali che perdono il controllo sugli eventi, il futuro rimane incerto. E’ tempo, come ha detto il primo ministro israeliano Netanyahu all’Onu ostile qualche mese fa, di fare una scelta: lasceremo in eredità alle generazioni future la ‘benedizione’ di un medio oriente plasmato da Israele e dai suoi alleati pro democrazia, o la ‘maledizione’ di una regione dominata dagli islamisti, con tutte le implicazioni che ciò comporta in tutto il mondo? Nel 2024, l’occidente ha fatto le scelte sbagliate. Nel 2025, c’è ancora tempo per rimediare e sostenere gli israeliani che stanno combattendo per tutti noi”.
Il Foglio, 3 gennaio 2025 - trad. Giulio Meotti)
........................................................
Operazione Many Ways: distrutto dall’IDF un impianto missilistico iraniano segreto in Siria
di Luca Spizzichino
L’Aeronautica Militare Israeliana (IAF) ha rivelato giovedì i dettagli di una delle operazioni più audaci e complesse mai eseguite dalle forze speciali israeliane. Nel settembre scorso, 120 membri di unità speciali hanno fatto irruzione e distrutto un impianto sotterraneo iraniano per la produzione di missili in Siria.
All’epoca, il regime di Bashar al-Assad era ancora al potere e Israele non aveva ancora dato il via alla sua massiccia campagna contro Hezbollah in Libano. Alcuni dettagli precedentemente riportati dai media stranieri sulla missione si sono rivelati inesatti o parzialmente errati. L’operazione, denominata internamente dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) “Operazione Many Ways”, mirava a distruggere un impianto utilizzato dalle forze iraniane per la produzione di missili di precisione destinati a Hezbollah e al regime siriano.
Il sito, denominato militarmente “Deep Layer”, era stato scavato all’interno di una montagna presso il Centro di Studi e Ricerche Scientifiche (CERS o SSRC) nell’area di Masyaf, a ovest di Hama. Situato a oltre 200 km dal confine israeliano e a circa 45 km dalla costa siriana, il sito era considerato il “progetto di punta” dell’Iran per armare Hezbollah. L’Iran aveva iniziato a pianificare “Deep Layer” nel 2017, dopo un attacco aereo israeliano che aveva distrutto un impianto di produzione di motori per razzi a CERS. Questo sito forniva missili a Hezbollah, alcuni dei quali vennero poi usati per colpire Israele il 7 ottobre 2023, il giorno dopo l’invasione di Hamas nel sud del paese.
Gli attacchi israeliani contro i convogli di armi diretti a Hezbollah spinsero l’Iran a cambiare strategia, costruendo un impianto sotterraneo a prova di bombardamento. La struttura, scavata tra il 2017 e il 2021, si trovava a una profondità compresa tra 70 e 130 metri, ed era progettata per produrre tra i 100 e i 300 missili all’anno, tra cui missili a lungo raggio fino a 300 km, missili guidati di precisione fino a 130 km e razzi a corto raggio tra i 40 e i 70 km. L’impianto aveva una forma a ferro di cavallo, con tre ingressi: uno per le materie prime, uno per l’uscita dei missili e un terzo per la logistica e gli uffici.
L’idea di distruggere l’impianto era stata discussa per anni, ma è diventata concreta con l’inizio della guerra su più fronti. L’unità Shaldag è stata scelta per la missione e ha iniziato un addestramento intensivo due mesi prima dell’attacco. Durante la pianificazione, il principale problema era il superamento delle pesanti porte blindate del sito. Gli agenti di intelligence avevano scoperto la presenza di muletti all’interno della struttura, perciò alcuni soldati israeliani hanno ottenuto certificazioni per l’uso di questi mezzi, in modo da poterli sfruttare per aprire le porte dall’interno.
La sera dell’8 settembre, 100 membri di Shaldag e 20 di Unit 669 sono decollati da una base israeliana a bordo di quattro elicotteri CH-53 “Yasur”. La missione era supportata da due elicotteri d’attacco, 21 caccia, cinque droni e 14 velivoli da ricognizione. Altri 30 velivoli erano in stand-by in Israele.
Gli elicotteri hanno volato a bassa quota sopra il Mediterraneo prima di entrare in Siria. Nel frattempo, aerei da combattimento e navi israeliane hanno colpito diversi obiettivi per distrarre le forze siriane e confondere i radar. La zona di Masyaf aveva la seconda più alta concentrazione di difese aeree della Siria, seconda solo a Damasco, con numerosi radar e sistemi antiaerei. Una volta atterrati, i soldati hanno eliminato due guardie all’ingresso e hanno piazzato droni di sorveglianza per proteggere il perimetro. Dopo circa 50 minuti, un gruppo di soldati è riuscito a forzare una delle porte blindate e ha raggiunto gli ingressi principali. Grazie ai muletti presenti nell’impianto, sono riusciti ad aprire le altre porte. Mentre alcuni soldati piazzavano esplosivi su tutta la linea di produzione, altri hanno impedito l’avvicinamento di forze siriane. In tutto, sono stati utilizzati 49 ordigni dai caccia israeliani per neutralizzare eventuali minacce. Dopo due ore e mezza di operazione, tutti i commando si sono ritirati nella zona di atterraggio. Gli elicotteri sono tornati a prenderli e, mentre decollavano, gli specialisti hanno fatto esplodere le cariche, causando un’enorme deflagrazione paragonabile a una tonnellata di esplosivo. Secondo le testimonianze dei soldati, l’esplosione ha generato un effetto simile a un “piccolo terremoto”.
Attualmente, il sito sotterraneo risulta inutilizzabile e le forze iraniane si sono ritirate dalla Siria dopo la caduta del regime di Assad. Israele considera questa operazione un successo strategico, avendo eliminato una minaccia chiave prima che potesse diventare pienamente operativa.
(Shalom, 3 gennaio 2025)
........................................................
Il Medio Oriente non è più quello di Qassem Suleimani
Il celebre generale iraniano fu ucciso cinque anni fa dagli Stati Uniti, e da allora la sua rete di alleanze è stata quasi del tutto distrutta.
Al funerale del generale iraniano Qassem Suleimani, ucciso da un drone statunitense il 3 gennaio del 2020, sua figlia Zeinab promise che il padre sarebbe stato vendicato dai suoi tre «zii onorari», alleati dell’Iran: il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah, il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh e il dittatore siriano Bashar al Assad. Nell’ultimo anno, però, dei tre «zii onorari» due sono stati uccisi da Israele (Nasrallah e Haniyeh) mentre Assad è stato rovesciato da una rivolta armata e ha lasciato il paese.
Nel corso dell’ultimo anno le più forti alleanze dell’Iran sono state indebolite e in alcuni casi smantellate. Queste alleanze erano definite “Asse della resistenza” ed erano la principale eredità politica di Suleimani, che quando fu ucciso era uno degli uomini più potenti del Medio Oriente. Fu Suleimani a ideare la strategia secondo cui l’Iran si sarebbe dovuto attorniare di stati e milizie fedeli, e fu lui il più efficace nel metterla in pratica, portando l’Iran in una posizione di notevole forza nella regione. Cinque anni dopo la sua morte, di tutto questo è rimasto molto poco.
Suleimani era il capo delle forze Quds, l’unità d’élite iraniana per le missioni all’estero, ma la sua influenza in Iran e in Medio Oriente andava molto oltre la sua carica ufficiale. Suleimani usò l’influenza e il potere delle forze Quds per cambiare i rapporti in Medio Oriente in favore dell’Iran, usando tutti i mezzi a sua disposizione: assassinando politici, fornendo armi e sostegno agli alleati e compiendo attentati terroristici.
L’intuizione principale di Suleimani fu quella di creare una forte rete di alleanze – l’Asse della resistenza, appunto – con due obiettivi principali: proteggere l’Iran dalle minacce esterne e mantenere una forte deterrenza contro Israele e gli Stati Uniti, i suoi principali nemici. I membri più importanti dell’Asse della resistenza erano Hezbollah in Libano; la Siria di Assad; alcune milizie sciite molto forti in Iraq; e gli Houthi, un gruppo armato che governa circa metà dello Yemen. Più di recente all’alleanza si era aggiunto Hamas, il gruppo radicale che governava la Striscia di Gaza prima dell’inizio della guerra.
Grazie a queste alleanze l’Iran poteva raggiungere facilmente i confini di Israele e il mar Mediterraneo (tramite il Libano e la Siria) e aveva una milizia alleata (gli Houthi) che controllava l’ingresso al mar Rosso, una delle principali vie commerciali del mondo. Suleimani era il perno di tutta questa rete di alleanze, ed era di fatto il capo della diplomazia militare iraniana in Medio Oriente. Nel 2008 Suleimani inviò un celebre messaggio al generale David Petraeus, allora comandante delle forze armate statunitensi in Iraq, in cui si leggeva:
«Generale Petraeus, dovrebbe sapere che io, Qassem Suleimani, controllo la politica dell’Iran per quanto riguarda l’Iraq, il Libano, Gaza e l’Afghanistan. Inoltre, l’ambasciatore a Baghdad è un membro delle forze Quds. Colui che lo va a sostituire è, anche lui, un membro delle forze Quds».
Suleimani fu ucciso nel 2020 in un attacco con droni mentre si trovava a Baghdad, in Iraq. L’attacco fu ordinato direttamente dall’allora presidente statunitense Donald Trump: inizialmente la decisione fu considerata un azzardo, che avrebbe potuto avere grosse conseguenze ed essere considerata dall’Iran come un «atto di guerra». In realtà la risposta iraniana fu tutto sommato moderata, e non provocò un duraturo aumento della violenza nella regione. L’uccisione di Suleimani non provocò nemmeno la crisi dell’Asse della resistenza, e l’Iran riuscì a mantenere stabili le sue alleanze.
Il momento di svolta è arrivato però il 7 ottobre del 2023, quando Hamas attaccò Israele che poi cominciò la guerra nella Striscia di Gaza. Inizialmente l’Iran, pur facendo proclami bellicosi contro Israele, aveva cercato di tenersi fuori dalla guerra. Anche Hezbollah, il suo alleato principale, aveva sì cominciato a bombardare il nord di Israele, ma non era intervenuto militarmente, come invece sperava la leadership di Hamas. Tuttavia Israele, tramite un progressivo allargamento dei fronti di guerra, ha sistematicamente colpito i membri dell’Asse della resistenza. Anzitutto Hamas, che dopo un anno e mezzo di guerra è debolissimo e non controlla più la Striscia di Gaza, anche se non è stato del tutto sconfitto.
Israele ha poi attaccato Hezbollah a partire dall’autunno del 2024, dapprima con un attacco su larga scala contro i suoi membri (l’esplosione di cercapersone e walkie talkie), poi uccidendo Nasrallah e altri importanti leader del gruppo; e infine con un’invasione di terra nel sud del Libano, che ne ha indebolito ulteriormente la struttura militare. Oggi Hezbollah è estremamente più debole di quanto non fosse soltanto pochi mesi fa. (Nelle operazioni militari che Israele sta conducendo da un oltre un anno nella Striscia di Gaza e in Libano sono state uccise anche decine di migliaia di civili).
Il crollo improvviso del regime di Assad in Siria è stato un colpo ulteriore per l’Iran. Anzitutto perché ha mostrato la debolezza del regime iraniano, che aveva impiegato ampi mezzi militari e speso decine di miliardi di dollari per sostenere Assad, inutilmente. In secondo luogo perché la perdita del proprio alleato in Siria è per l’Iran particolarmente grave: la Siria connetteva territorialmente l’Iran al Libano (quindi a Hezbollah) e da lì a Israele. Tramite la Siria l’Iran poteva far passare rifornimenti di armi e mezzi verso il Libano, che adesso saranno molto più difficili da controllare.
Alcuni analisti hanno sostenuto in questi giorni che l’Asse della resistenza, dopo questi colpi molto duri, sia di fatto smantellato, mentre altri sono molto più cauti. L’Iran può ancora contare sugli Houthi in Yemen e sulle milizie sciite in Iraq, e anche la situazione della Siria è ancora piuttosto instabile.
Altre analisi si sono concentrate sul fatto che, ora che l’Iran è più esposto e indebolito, potrebbe decidere di adottare politiche più estreme per garantire quella che ritiene sia la propria difesa da minacce esterne, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di una bomba atomica.
(il Post, 3 gennaio 2025)
........................................................
Le celebrazioni dell’81° anniversario della deportazione politica del 4 gennaio 1944 a Roma
Un momento di raccoglimento per la città
di Andrea Di Veroli
Il 3 gennaio 2025 si è tenutala cerimonia commemorativa in occasione dell’81° anniversario della deportazione politica dei prigionieri del carcere di Regina Coeli, avvenuta il 4 gennaio 1944, un lungo viaggio di nove giorni, attraverso l’Italia e la Germania, con una sosta nel Lager di Dachau, che si concluse nel Campo di Mauthausen, in Austria, il 13 gennaio 1944.
L’appuntamento è avvenuto presso il Cimitero Monumentale del Verano, davanti al Muro del Deportato, dove sono incisi i nomi a ricordo dei cittadini romani eliminati nei campi di sterminio nazisti.
La cerimonia ha visto la partecipazione di rappresentanti istituzionali e associazionistici. Tra questi la delegata del Sindaco Francesca Del Bello, Presidente del Municipio II; il Presidente romano dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) e membro italiano del Comitato Internazionale di Auschwitz, Andrea Di Veroli; Isaac Tesciuba, Assessore al Patrimonio della Comunità Ebraica di Roma; l’Assessore alle politiche educative dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi; altri rappresentanti di associazioni locali. Un momento di riflessione profonda, che riafferma l’importanza di non dimenticare questa pagina oscura della storia italiana.
Quella del 4 gennaio 1944 è una data che segna l’inizio di una tragedia. Più di 300 prigionieri politici, detenuti nel carcere romano di Regina Coeli, furono prelevati dalle autorità della Repubblica Sociale Italiana e deportati verso il campo di concentramento di Mauthausen. I prigionieri, che non avevano commesso alcun crimine, furono considerati “elementi indesiderabili” dalle forze di polizia fasciste e, insieme, intrapresero un viaggio che durò nove giorni, passando per il lager di Dachau, prima di arrivare a Mauthausen il 13 gennaio 1944.
Sebbene la deportazione del 4 gennaio 1944 rappresenta la categoria dei politici, vi sono i nomi di alcuni ebrei romani deportati che, pur dopo aver subito le atrocità delle leggi razziste, furono arrestati e deportati come prigionieri politici: Angelo Anticoli, Vittorio Astrologo, Davide Di Segni, Mario Limentani, Pacifico Moresco, Renato Pace, Angelo Salmoni, Eugenio Sonnino, Giovanni Spizzichino, Giovanni Vivanti, Giacomino Zarfati.
Mario Limentani, scomparso nel 2014, ricordava: “Eravamo solo 11 ebrei su 480 italiani” e di aver ricevuto una “stella” cucita sulla sua divisa: un triangolo rosso, simbolo dei prigionieri politici, e uno giallo, che indicava la sua appartenenza alla comunità ebraica e sopra “it” che significava italiano.
Tra gli altri deportati si ricordano personalità come Roberto Forti, esponente della Resistenza romana e fondatore dell’ANED; i fratelli Valenzano, nipoti di Pietro Badoglio. Altri prigionieri, come padre e figlio Collalti, sono ricordati per aver nascosto armi per la lotta partigiana.
Alberto Mieli, deportato a Mauthausen, racconta in una testimonianza di aver assistito alla violenta punizione che le SS inflissero ai Collalti. I due fratelli riuscirono a sopravvivere, ma morirono poco dopo aver fatto ritorno dal campo di concentramento.
Dal mattinale del 5 Gennaio 1944, inviato dalla Questura di Roma al Comando di Forze di Polizia e alla Direzione Generale Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, si legge:
“Alle ore 20,40 di ieri dallo Scalo Tiburtino è partito treno numero 64155 diretto a Innsbruck con a bordo n. 292 individui, rastrellati tra elementi indesiderabili, i quali, ripartiti in dieci vetture, sono stati muniti di viveri per sette giorni. Il treno sarà scortato fino al Brennero da 20 Agenti di Pubblica Sicurezza ed a destinazione da un Maresciallo e 4 militari della Polizia Germanica. Durante le ultime 24 ore sono stati rastrellati dalla locale Questura, a scopo preventivo, n. 162 persone”.
Il 4 gennaio 1944, il treno che partì dallo Scalo Tiburtino a Roma, portava con sé 292 persone, rastrellate dalla Questura di Roma, tra cui anche molti uomini senza colpe. Come riportato nel mattinale del 5 gennaio 1944, il treno fu scortato fino al Brennero da agenti di pubblica sicurezza e, una volta oltrepassato il confine, dalla polizia tedesca.
È fondamentale tramandare la memoria di questi eventi alle nuove generazioni: l’auspicio è che molti più giovani venissero in questo luogo, troppo poco conosciuto. Questo anniversario è un’occasione importantissima per mantenere viva la memoria di un momento cruciale della nostra storia, affinché il sacrificio di quei prigionieri non venga mai dimenticato. Durante questa cerimonia è possibile riflettere su quanto sia fondamentale coltivare la memoria storica, affinché le tracce di quella tragedia non vadano perse nel tempo, e per contrastare l’oblio e l’indifferenza, che rischiano di diventare preoccupanti compagni di viaggio man mano che la distanza temporale cresce e l’età degli ultimi sopravvissuti si fa sempre più avanzata.
L’incontro di oggi, nel segno della memoria, unisce cittadini, istituzioni e comunità in un abbraccio collettivo di ricordo e impegno civile.
I nominativi riportati sul Muro del Deportato sono consultabili online sul sito a cura dell’ANED sezione di Roma all’indirizzo https://memoriadeportati.it/
(Shalom, 3 gennaio 2025)
........................................................
Vayiggàsh. Se lo vogliamo possiamo sempre cambiare il nostro futuro
di Ishai Richetti
Dopo la discesa della famiglia di Yaakov in Egitto, Yosef prepara una delegazione dei suoi fratelli per un colloquio con il re egiziano. Prima del colloquio, consiglia loro di specificare che sono pastori in modo che il faraone stabilisca la loro residenza separatamente nella regione di Goshen, “poiché tutti i pastori sono abominevoli per gli egiziani“. Questo comportamento solleva principalmente una domanda: Perché Yosef consiglia specificamente ai suoi fratelli di identificarsi con una professione che gli egiziani trovano ripugnante?
Alcuni Chachamim ritengono che Yosef stesse semplicemente cercando di garantire la possibilità per i i suoi fratelli di poter continuare a praticare una professione redditizia. L’Abravanel, ad esempio, sostiene che Yosef avrebbe potuto benissimo nominare i suoi fratelli e far sì che potessero assumere posizioni, autorità e potere nel sistema politico egiziano. Tuttavia, desidera evitare loro tale posizione di leadership in favore di un sostentamento semplice, umile e “sacro”. Secondo Rabbenu Bachya, la pastorizia era una professione intrinsecamente vantaggiosa con chiari benefici fisici e spirituali. Tramite la creazione di una serie di prodotti redditizi (carne, latte e lana) e con uno sforzo fisico relativamente basso, la pastorizia forniva anche l’opportunità di un isolamento periodico dalla civiltà egiziana e dalla sua influenza. Attraverso l’isolamento il pastore poteva trovare il tempo per l’autoesame e la crescita spirituale. Non a caso, commenta Rabbenu Bachya, molte grandi figure della storia ebraica, tra cui Moshe, Shmuel, Shaul e David, furono pastori ad un certo punto della loro vita.
Numerosi altri commentatori, tuttavia, vedono gli sforzi di Yosef sotto una luce totalmente diversa. Yosef, sostengono, istruisce deliberatamente i suoi fratelli a identificarsi con una professione che li allontanerà dalla società egiziana. Costretti a vivere separatamente, i membri della famiglia di Yosef e la loro progenie avranno maggiori possibilità di mantenere la propria identità senza influenze negative dall’esterno. Parafrasando le parole usate dal Netziv: “L’intento di Yosef era di garantire che la sua famiglia vivesse separata dagli egiziani. Sebbene [il piano di Yosef] avrebbe causato la degradazione di suo padre e dei suoi fratelli agli occhi del Faraone, tuttavia, valeva la pena sacrificare l’immagine del padre per garantire la preservazione della sacralità di Israele”. Rzv Shimshon Refael Hirsch aggiunge: “Il disgusto degli egiziani per la loro [dei fratelli] professione… fu il primo mezzo utile per preservare il nascente popolo d’Israele destinato com’era ad un percorso isolato attraverso i secoli… Ecco perché Yosef agì con lo scopo manifesto di ottenere una provincia separata in cui la sua famiglia si sarebbe stabilita”. Yosef, l’ebreo cosmopolita, il paradigma del successo in mezzo ad una cultura aliena, diventa l’architetto del primo ghetto del nostro popolo.
Perché Yosef, viceré di tutto l’Egitto, realizzato oltre misura in un mondo straniero, è così determinato a far sì che i membri della sua famiglia non seguano il suo percorso vincente? Cosa lo motiva a elaborare personalmente un piano per il loro isolamento? Forse è spinto dal riconoscimento del prezzo che ha dovuto pagare per il suo stesso successo. Gli anni trascorsi in Egitto hanno lasciato il segno. Quando incontra i suoi fratelli dopo la loro lunga separazione, la Torà riporta: “Yosef riconobbe i suoi fratelli, ma loro non riconobbero lui”. Yosef non è più riconoscibile come ebreo, nemmeno per la sua famiglia. Mosso da questa consapevolezza e consapevole della devastazione che avrebbe potuto succedere se, generazione dopo generazione di ebrei, avessero dovuto pagare il suo stesso prezzo, Yosef agisce per preservare l’identità della sua famiglia. Si potrebbe anche dire che forse Yosef è motivato dal dolore del suo isolamento personale di fronte alla sua ascesa al potere e cerca di risparmiare alla sua famiglia una delusione e una solitudine simili. Oppure , infine, forse questo ebreo cosmopolita capisce semplicemente che ciò che ha realizzato come individuo non può essere applicato alla sua famiglia nel suo insieme.
I talenti non sono uniformi. L’enorme successo di Yosef poteva essere eguagliato solo dai pochi che sarebbero stati in grado di mantenere l’equilibrio spirituale che lo aveva sostenuto durante la sua turbolenta odissea personale. In un modo o nell’altro, mentre Yosef orchestra la discesa della sua famiglia in Egitto, fa chiaramente tutto il possibile per garantire la loro separazione dagli egiziani. Come accadrà in tutta la storia ebraica, il delicato equilibrio raggiunto durante la vita di Avraham è in primo piano, decenni dopo, nei pensieri e nella pianificazione del suo pronipote. Yosef si rende conto che affinché i membri della sua famiglia mantengano il loro status di “stranieri e cittadini” per generazioni e di fronte a una cultura egiziana schiacciante, dovranno vivere in una specie di ghetto, separati.
I piani di Yosef vengono infine messi alla prova. Mentre il soggiorno in Egitto avrebbe dovuto essere considerato temporaneo dalla famiglia di Yaakov, la Torà testimonia che: “Israele si stabilì nella terra d’Egitto, nella regione di Goshen, e si assicurò un punto d’appoggio permanente e furono fecondi e si moltiplicarono notevolmente”. E, sebbene gli ebrei fossero destinati a rimanere a Goshen, il testo continua: “E i figli d’Israele furono fecondi, si moltiplicarono, aumentarono [in numero] e divennero forti… e la terra ne divenne piena”. Basandosi su una tradizione midrashica, il Netziv commenta: “Riempirono non solo la terra di Goshen che era stata loro assegnata appositamente, ma l’intera terra d’Egitto… Ovunque potessero acquistare una dimora, lì andavano gli Israeliti… Desideravano essere come gli Egiziani”. Da questa descrizione emerge una drammatica costante nella storia del popolo ebraico: Più gli ebrei cercano di essere come chi li circonda assimilando le abitudini della popolazione locale, più incorrono nell’inimicizia dei vicini e preparano il terreno per la loro stessa persecuzione. Vengono presto ridotti in schiavitù e respinti a Goshen.
Le sollecitazioni implicite di Yosef vengono ignorate dalle generazioni successive. I suoi sforzi, tuttavia, potrebbero aver salvato il suo popolo dall’oblio. Prima per scelta, poi per forza, gli Israeliti restano una popolazione separata all’interno dell’Egitto. All’interno del “ghetto” di Gosen restano identificabili e, quindi, redimibili quando giunge il momento dell’Esodo. La Parashà di questa settimana testimonia uno dei momenti più toccanti della Torà, quando Yosef rivela la sua identità ai suoi fratelli. Questo incontro non è fondante solo per le emozioni che suscita, ma è importante soprattutto per il futuro del popolo ebraico. Dopo anni di dolore e separazione, le parole di Yosef risuonano con chiarezza e possiamo sempre attualizzarne lo scopo: “D'o mi ha mandato prima di voi per garantire la vostra sopravvivenza nella terra” (Bereshit 45:7). Il riconoscimento da parte di Yosef tramite le parole che rivolge ai fratelli che anche i viaggi più difficili hanno uno scopo più alto ci ispira a trovare un significato nelle nostre stesse vite. Parafrasando quanto scritto da Rav Sacks: “Yosef, senza saperlo, è diventato il precursore di uno dei grandi movimenti in psicoterapia nel mondo moderno. Ha mostrato il potere della riformulazione. Non possiamo cambiare il passato. Ma cambiando il modo in cui pensiamo al passato, possiamo cambiare il futuro. Qualunque sia la situazione in cui ci troviamo, riformulandola possiamo cambiare la nostra intera risposta, dandoci la forza di sopravvivere, il coraggio di persistere e la resilienza per emergere, dall’altra parte dell’oscurità, alla luce di un giorno nuovo e migliore”.
Con tutte le dovute differenze, siamo chiamati, come Yosef, a mantenere la nostra identità e a plasmare il nostro futuro. Se non è possibile cambiare il passato, è infatti possibile modellare il nostro futuro e quello delle generazioni a venire con le risorse del presente e con le nostre capacità che ci rendono unici e contemporaneamente uniti nel perseguire la continuità ed il miracolo che costituisce il nostro Popolo. Per perseguire questo obiettivo è necessario partire dal nucleo, rappresentato dalle nostre famiglie, impostando una vista basata e centrata sull’osservare le mitzvot, sulla tzedakà e sugli atti di chesed. In questo modo potremo diventare, noi come Yosef, dei recipienti adatti a ricevere le berachot che quotidianamente D'o ci manda.
(Morashah, 3 gennaio 2025)
____________________
Si può dare una diversa lettura della vita del biblico Giuseppe. Proponiamo di seguito un capitolo del libro "Leone di pietra, leone di Giuda" di Jacob Damkani, un ebreo nato e vivente in Israele che ha riconosciuto Gesù come Messia.
*
Da Yosef a Giuseppe
di Jacob Damkani
Mi piaceva molto parlare di Yeshua a chiunque avesse voglia di ascoltare. Fu così che un giorno incontrai Yosef.
Yosef proveniva da una famiglia completamente secolarizzata, e, come tutti i sabra, considerava il Tanach soltanto come un documento storico che descrive la storia antica d’Israele. Sapeva anche qualcosa sulla critica biblica e quindi non era disposto ad accettare quello che gli si diceva soltanto perché è scritto. Gli piaceva controbattere ad alta voce su quasi tutto quello che gli dicevo, e sono sicuro che tutta la strada poteva ascoltare le nostre vivaci discussioni.
«Lei non riuscirà a convincermi», gridava con foga, «che questo Gesù è menzionato nel Tanach! E’ soltanto un’invenzione dei cristiani che considerano il nostro “Vecchio Testamento” come un’allegoria cristiana. Il Tanach è un libro puramente ebraico, privo di ogni dottrina cristiana!»
«Naturalmente è un libro ebraico», replicai io. «Ogni gentile che vuol essere salvato deve accettare questo libro ebraico e il Messia ebraico di cui parlano le profezie! Non le ho forse detto di non aver lasciato l’ebraismo e di non avere nemmeno la minima intenzione di farlo? Ho sempre creduto che non ci sia niente di più ridicolo dell’idea che un ebreo debba “convertirsi” al cristianesimo per credere nel Messia ebraico d’Israele! Al contrario, sono i gentili che devono adottare la Torah, un libro strettamente ebraico, se decidono di seguire Yeshua.»
Evidentemente Yosef chiamava cristianesimo quello che aveva visto e sentito: abiti religiosi, croci e musica d’organo. Non conosceva Yeshua e il Nuovo Patto, attraverso il quale ebrei e gentili possono essere salvati.
«Senta un po’», replicò, «non mi verrà a dire che quei cristiani che adorano gli idoli nelle loro pompose cattedrali al suono dell’organo sono in realtà ebrei che credono in una religione ebraica? Se veramente crede questo, allora bisogna dire che lei non ha la minima idea né dell’ebraismo né del cristianesimo. Il fossato che divide queste due religioni è talmente grande che nessun ponte si potrà mai fare tra le due!»
«Su questo sono d’accordo con lei, Yosef. Queste due religioni non solo sono del tutto diverse, ma si odiano a vicenda con passione e si combattono a morte. Ogni religione è per sua natura ostile a tutte le altre, perché le considera rivali e si ritiene l’unica depositaria delle rivelazioni divine. Ma qui non si tratta né dell’ebraismo, né del cristianesimo. Yeshua non è sceso dal cielo in questo mondo e ha percorso il Suo cammino fino alla morte sulla croce per fondare una nuova religione che si rivoltasse contro la sua propria madre! Yeshua ha condannato tutti i rituali religiosi vuoti di intimo contenuto, sia ebrei che non ebrei. Egli ci ha insegnato che Dio è Spirito, e che i veri adoratori devono adorarlo in spirito e verità (Giovanni 4:23-24).»
«Mi dica», interruppe Yosef cambiando discorso, «lei li porta i tefillin? osserva lo Shabbat? Che tipo di ebreo è lei, precisamente?»
«Le risponderò alla maniera ebraica, con un’altra domanda: lei le fa queste cose? No, lei non le fa, e tuttavia si ritiene un ebreo, non è vero? Lei è ebreo perché è nato da una madre ebrea, giusto? Beh, anch’io. Capisce ora? Quello che ci fa essere ebrei o gentili non è né il rituale ebraico, né il patrimonio culturale che abbiamo ereditato per nascita. Noi siamo stati circoncisi l’ottavo giorno. Anche il Capo Rabbino è stato circonciso quando aveva otto giorni, prima che potesse osservare anche uno solo dei comandamenti. Nessuno ci ha chiesto se eravamo d’accordo con la circoncisione o se credevamo alla religione ebraica, vero?»
«Lei sostiene che il Tanach, parla di Yeshua», disse Yosef cambiando un’altra volta discorso. «Saprebbe dirmi dove? Ma per favore, non cominci con Isaia 53.»
«A dire il vero, volevo proprio parlare di questa importantissima profezia. Ma possiamo cominciare anche da un’altra parte. Probabilmente lei conosce la storia di Giuseppe, il figlio di Giacobbe e Rachele.»
«Naturalmente! Giuseppe è una delle mie figure preferite. I miei genitori si chiamano Giacobbe e Rachele. Per questo mi hanno chiamato Yosef!»
«Guardiamo allora la storia di Giuseppe. Credo che sentirà cose che la sbalordiranno,» dissi con aria di sfida.
«Giacobbe amava Giuseppe più degli altri figli perché l’aveva avuto in tarda età da Rachele, la sua moglie preferita, e gli fece fare una preziosa veste variopinta. Giacobbe considerava Giuseppe più dei suoi fratelli maggiori, e questo suscitò in loro odio e invidia. Anche Yeshua fu chiamato “il figlio prediletto del Padre” ed è stato odiato dai suoi fratelli ebrei fino al giorno d’oggi.»
«E’ soltanto una coincidenza», rise Yosef. «Non significa assolutamente niente.»
«Aspetti, la storia non è finita», risposi sorridendo.
La curiosità di Yosef si era risvegliata e smise di controbattere. Questo mi diede modo di proseguire.
«Giuseppe era conosciuto come un “sognatore”. Aveva dei sogni profetici attraverso i quali rivelava agli ebrei (i suoi fratelli) e ai gentili (il Faraone e i suoi servitori) quello che sarebbe accaduto nel futuro. Anche Yeshua fu un profeta che rivelò alla sua generazione quello che stava per accadere, e questo aumentò l’odio contro di lui.
«Giacobbe, il padre di Giuseppe, lo mandò dai suoi fratelli perché desiderava la loro pace. Nonostante che Giuseppe sapesse che i suoi fratelli gli erano ostili, ubbidì a suo padre e osservò i suoi ordini. Il Nuovo Patto ci dice che Dio Padre ha mandato in questo mondo il Suo diletto Figlio Yeshua per salvare i Suoi fratelli, gli ebrei. Yeshua sapeva quali sarebbero state le conseguenze della Sua venuta: sarebbe stato consegnato nelle mani dei gentili e crocifisso. Ma Egli ubbidì al Suo Padre celeste, volontariamente e con amore.
«I fratelli di Giuseppe colsero l’occasione e decisero di ucciderlo. Poi però cambiarono idea e lo vendettero per venti sicli d’argento ai gentili madianiti (Genesi 37:28). Anche i capi ebrei avevano pensato di uccidere Yeshua, e quando uno dei Suoi discepoli alla fine lo tradì per trenta denari, lo consegnarono ai Romani.
«I fratelli di Giuseppe gli presero la veste, simbolo di autorità e dominio, e lo gettarono in una fossa. Anche Yeshua fu spogliato della Sua veste prima della Sua crocifissione, e poi fu deposto nella fossa di una tomba.»
«Ehi, la cosa si fa interessante!» esclamò Yosef eccitato. «Non avevo mai considerato questa storia da questo punto di vista.»
«Aspetti, il meglio deve ancora venire!» promisi. E continuai.
«Subito dopo il suo arrivo in Egitto, Giuseppe fu sottoposto a una grande tentazione. La moglie di Potifar tentò di sedurlo, ma Giuseppe le resistette. Le Sacre Scritture ci riferiscono che all’inizio del Suo ministero pubblico Yeshua fu fortemente tentato da Satana, ma resistette con successo alla tentazione.
«La moglie di Potifar s’infuriò con Giuseppe perché l’aveva respinta e lo accusò pubblicamente, nonostante che fosse innocente. Anche Yeshua era innocente e fu punito al nostro posto per dei peccati che non aveva commesso.
«Giuseppe trascorse più di due anni in prigione prima che fosse riabilitato e innalzato dal Faraone al secondo posto del regno. Anche Yeshua ha passato due notti e tre giorni nella tomba prima di essere risuscitato da Dio e posto a sedere alla Sua destra, in gloria e potenza.
«Giuseppe ottenne il secondo posto in Egitto, dopo il Faraone. Yeshua è stato nominato Re delle nazioni, e ora siede sul trono in cielo, alla destra di Dio, come è scritto:
“Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi” (Salmo 110:1)
«Giuseppe fu nominato “amministratore”, e in quanto tale distribuì il grano non solo agli Egiziani, ma a tutto il mondo che soffriva la fame. Yeshua, come “pane della vita” (Giovanni 6:48) sostiene tutto il mondo con la Sua grazia e il Suo misericordioso amore.
«Spinti dalla grave carestia che in quel tempo regnava in Canann, i fratelli di Giuseppe scesero in Egitto a comprare del grano e si presentarono davanti a Giuseppe. Oggi i figli d’Israele soffrono di una fame spirituale, e quelli che si rivolgono a Yeshua ricevono da Lui il pane della vita.
«Giuseppe riconobbe subito i suoi fratelli; loro invece non lo riconobbero. Yeshua conosce molto bene ciascuno dei Suoi fratelli ebrei, nonostante che un velo ricopra ancora i loro occhi e non permetta loro di riconoscerlo.
«Giuseppe finse di essere un Egiziano davanti ai suoi fratelli e parlò duramente con loro per mezzo di un interprete. Il popolo ebraico tratta ancora oggi Yeshua come se fosse un gentile. Rifiutano perfino di chiamarlo con il Suo nome ebraico e non lo riconoscono come loro fratello.
«Giuseppe trattò molto duramente i suoi fratelli, fino a che non fu del tutto convinto che si erano profondamente pentiti. Yeshua sta ancora aspettando che i Suoi fratelli riconoscano il peccato commesso contro di Lui e smettano di incolparlo di tutte le loro disgrazie.
«Giuseppe si fece riconoscere dai suoi fratelli e disse: “Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto” (Genesi 45:4). Anche Yeshua rivelerà presto ai Suoi fratelli la sua vera identità, dopo che avrà sparso su di loro lo spirito di grazia e di supplicazione. Allora guarderanno “a colui che essi hanno trafitto” (Zaccaria 12:10) e riconosceranno che hanno venduto ai gentili il loro fratello, loro carne e sangue.
«Giuseppe disse ai suoi fratelli:
Ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita... Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso (Genesi 45:5; 50:20).
«I figli d’Israele non avevano coscienza di quello che facevano quando consegnarono Yeshua ai romani per essere giustiziato. Ma sulla croce Yeshua gridò: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Luca 23:34). Dio fece una cosa meravigliosa: attraverso il rifiuto di Yeshua da parte degli ebrei portò la salvezza ai gentili.
«Giuseppe invitò i suoi fratelli a venire a vivere nel paese di Goscen, a causa della carestia. Anche Yeshua riserva un posto nel Suo regno per il suo popolo, il popolo ebraico.»
Yosef chiuse gli occhi e rifletté. Vedevo che era turbato. Rimase per un momento in silenzio, poi disse: «E’ davvero interessante! Ho letto molte volte la storia di Giuseppe, ma non avevo mai notato la straordinaria somiglianza tra la sua vita e quella di Yeshua. Mi è difficile adesso rigettare tutto come semplice coincidenza. Avrei potuto farlo se si fosse trattato soltanto di uno o due particolari, ma da come lei me l’ha presentata, ho l’impressione che tutta la storia di Giuseppe e i suoi fratelli rispecchi l’atteggiamento di Yeshua verso i suoi fratelli ebrei.»
A questo punto entrò mia madre con un vassoio. Portava due bicchieri di tè caldo alla menta e un piatto di biscotti. La nostra conversazione ormai volgeva al termine. Chiacchierammo ancora qualche minuto poi Yosef se ne andò. Da allora non l’ho più visto.
(da "Leone di pietra, leone di Giuda")
........................................................
Gallant si dimette dalla Knesset
GERUSALEMME - L'ex ministro della Difesa israeliano Joav Gallant ha annunciato mercoledì sera le sue dimissioni da membro della Knesset. Tuttavia, egli rimarrà fedele al Likud, ha sottolineato in un discorso. Il discorso è stato trasmesso in diretta televisiva.
“Dopo 45 anni di servizio pubblico - di cui 35 nell'esercito israeliano e il resto alla Knesset - questa è solo una tappa di un viaggio più lungo che non è ancora terminato”, ha dichiarato Gallant, secondo quanto riportato dal Jerusalem Post. “Sia sul campo di battaglia che nel servizio pubblico, è importante fare delle pause, riflettere e concentrarsi sugli obiettivi necessari”.
Il 5 novembre, il primo ministro Benjamin Netanyahu (Likud) ha licenziato Gallant dal suo incarico di ministro della Difesa. Il suo compagno di partito Israel Katz è diventato il suo successore.
• Il servizio di leva per gli ultraortodossi come punto di scontro
Gallant ha criticato la politica del personale di Netanyahu: nominando Katz, ha messo in pericolo la sicurezza del Paese. Questo perché egli sostiene una legge che offrirebbe esenzioni dal servizio militare a gran parte della comunità ultraortodossa. Lui stesso era stato licenziato perché non voleva capitolare sulla questione. La coscrizione degli Haredim era una “necessità militare”.
Nel suo discorso, il 66enne ha rivendicato il successo nella distruzione delle capacità militari di Hamas, Hezbollah e Iran. Allo stesso tempo, si è assunto la responsabilità per le decisioni sbagliate prese prima del massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, scrive il quotidiano online Times of Israel.
Gallant ha poi affermato che, come membro del Likud, continuerà a lottare per il percorso del movimento. Crede nei principi del partito. Ha definito la riforma giudiziaria prevista un “pericolo chiaro e immediato” per il Paese. Ha inoltre criticato il fallimento del governo nel riportare a casa gli ostaggi ancora presenti nella Striscia di Gaza.
• Primo rilascio nel 2023
Dopo il discorso, Gallant ha presentato la sua lettera di dimissioni al presidente della Knesset Amir Ochana (Likud). Gli analisti ritengono ipotizzabile una sua candidatura alla presidenza del Likud, qualora venisse eletto. Non è ancora stato deciso chi lo sostituirà alla Knesset.
Gallant è stato licenziato per la prima volta nel marzo 2023. All'epoca, aveva messo in guardia dai pericoli per la sicurezza che potevano derivare dalla divisione nazionale sulla riforma giudiziaria. Dopo le grandi proteste della popolazione, Netanyahu ha revocato la decisione.
• Netanyahu esce dal suo letto di malattia per votare
Dal suo licenziamento definitivo, Gallant è stato assente a molte votazioni in Parlamento. Martedì sera è stata discussa un'importante legge secondaria sul bilancio. Diversi partner della coalizione sono contrari, compreso il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir (Forza ebraica).
Netanyahu ha lasciato l'ospedale contro il parere dei medici, in modo che la legge potesse essere approvata. Si era sottoposto con successo a un'operazione alla prostata. Dopo il voto, è tornato in ospedale per un trattamento di follow-up. Il deputato del Likud Boas Bismuth, la cui madre è deceduta, ha interrotto il periodo di lutto per il voto.
Il leader dell'opposizione Yair Lapid (Yesh Atid) ha invece espresso la sua approvazione per il discorso di addio di Gallant. Era “la semplice verità”, ha scritto sulla Piattaforma X.
Benny Gantz (Campo di Stato), anch'egli ex ministro della Difesa, lo ha tuttavia esortato a revocare la decisione. Finché non ci saranno elezioni parlamentari, Gallant dovrebbe mostrare il coraggio che ha sempre dimostrato. Non dovrebbe contribuire all'approvazione della legge sul servizio militare per gli ultraortodossi in tempo di guerra.
(Israelnetz, 2 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Aspettando Trump: quale sarà il piano per il Medio Oriente della nuova amministrazione?
La liberazione immediata degli ostaggi israeliani, il cessate il fuoco a Gaza, la ripresa dei colloqui con l’Arabia Saudita per l’estensione degli Accordi di Abramo, ai quali potrebbe agganciarsi anche il Qatar: la visione di Donald Trump è articolata e muscolare. Ne parliamo con il giornalista Andrea Morigi
di Davide Romano
Alla fine sarà ancora lui, The Donald, il prossimo inquilino della Casa Bianca. Di nuovo. Nel precedente mandato, prima dei quattro anni dell’amministrazione Biden, Trump aveva portato al tavolo dei negoziati gli Stati Arabi Sunniti e Israele, siglando gli Accordi di Abramo, e aveva spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Cosa realizzerà nel nuovo quadriennio? Davvero sarà in grado, come ha promesso, di risolvere i conflitti in corso?
In vista del suo insediamento, il 20 gennaio, Bet Magazine/Mosaico ha sentito il giornalista Andrea Morigi, capo della redazione esteri del quotidiano Libero, per capire cosa aspettarsi. Curatore di diversi report sulla libertà di religione, ha pubblicato due libri sul Medio Oriente: Media e Oriente per Mursia e Multinazionali del terrore per Piemme.
- Il 20 gennaio si insedierà Trump alla Casa Bianca. Il suo programma per il Medio Oriente riprenderà da dove si era interrotto? Ripartirà dagli Accordi di Abramo per estenderli?
Dopo quattro anni le condizioni sono cambiate, ma non necessariamente in peggio. L’obiettivo del riconoscimento reciproco fra Israele e alcuni Stati arabi apparentemente ha subito una battuta d’arresto dopo il 7 ottobre. Un obiettivo delle stragi e dei rapimenti compiuti da Hamas era proprio quello di impedire l’avvio di relazioni diplomatiche fra Arabia Saudita e Stato ebraico. In questo la Repubblica Islamica dell’Iran ha giocato tutte le carte di cui disponeva. Ha utilizzato la sua influenza in Libano e a Gaza per stringere in una tenaglia il “nemico sionista”. Ha fallito. Anche perché la Giordania e l’Arabia Saudita hanno fornito copertura radar a Israele quando l’Iran ha lanciato droni e missili su Tel Aviv. Intanto sono anche cambiati alcuni attori sulla scena e/o si è ridimensionato il loro peso politico e strategico. La Siria, per anni principale canale di rifornimento di armi per Hezbollah, non è più una pedina di Teheran e nemmeno di Mosca. Se sia un segnale positivo per gli equilibri della regione, lo si vedrà. Si può registrare che Trump ha commentato con soddisfazione la caduta del regime canaglia di Assad. Forse nutre qualche speranza di coinvolgere anche gli jihadisti che hanno conquistato Damasco nel processo di normalizzazione del Medio Oriente.
- Quali sono le nomine chiave per capire la politica che Donald Trump farà, da neopresidente, nei confronti di Israele?
Innanzitutto il segretario di Stato in pectore Marco Rubio, grande amico di Israele e non certo tenero verso gli ayatollah e i loro alleati. Ma non bisogna trascurare neanche l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff, che si è già recato in Qatar e Israele a dicembre, dove ha incontrato i rispettivi governanti – lo sceicco Mohammed bin Abdul-rahman Al Thani e il premier Benjamin Netanyahu – per far partire l’iniziativa diplomatica del presidente eletto degli Stati Uniti mirata a raggiungere un cessate il fuoco a Gaza e un accordo sul rilascio degli ostaggi prima del suo insediamento il 20 gennaio. Un nuovo inizio dopo quasi 14 mesi di diplomazia infruttuosa da parte dell’amministrazione Biden, se è vero che Doha ha ripreso il suo ruolo di mediatore chiave dopo essersi autosospesa. Si è parlato di volontà “senza precedenti” delle parti nei loro sforzi per raggiungere un’intesa. Inoltre vanno considerate in questo quadro l’annuncio della nomina come senior advisor presidenziale per il Medio Oriente e il mondo arabo dell’imprenditore libanese Massad Boulos, e l’anticipazione della nomina come ambasciatore a Parigi di Charles Kushner, padre di Jared Kushner (genero di Trump) che ha realizzato durante il primo mandato di Trump gli Accordi di Abramo.
- In cosa si vedrà la differenza tra la politica di Biden e quella di Trump nei confronti di Israele e dell’Iran?
Mi pare che l’orientamento dell’elettorato Repubblicano e dei suoi rappresentanti politici sia diametralmente opposto a quello delle frange Propal e filo Bds (boicottaggio-disinvestimento-sanzioni contro Israele, ndr) che hanno condizionato le scelte della Casa Bianca negli ultimi quattro anni. Anche se il concreto sostegno economico e militare a Israele da parte degli Stati Uniti non è mai venuto meno, le dichiarazioni dei Democratici sono state spesso ambigue, in particolare sull’aspetto degli aiuti umanitari da fornire ai “civili” di Gaza. E l’ambiguità non è proprio una delle caratteristiche di Trump… il quale ha compiuto una sola azione bellica come comandante supremo delle Forze armate Usa: il 3 gennaio 2020, eliminando il generale Qassem Soleimani, comandante delle Guardie della Rivoluzione iraniane.
- Qualcuno sostiene che la sola notizia che Trump sarà Presidente ha già cambiato l’atteggiamento di tanti governi, in Medio Oriente e no. Può farci qualche esempio?
Più che altro c’è chi approfitta del periodo transitorio fino al 20 gennaio, data dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, per sistemare le proprie partite nell’interregno. Ma in effetti ci sono tanti governi in Europa che non vedevano l’ora di alleggerire i bilanci pubblici dalle voci che facevano riferimento al sostegno all’Ucraina e paiono pronti ad accodarsi al nuovo corso americano. Numerosi e importanti assetti politici si trovano già in crisi di consenso: dalla Germania alla Spagna, passando per la Francia. Anche il Cremlino in fondo si rallegrerebbe se potesse terminare la propria aggressione militare all’Ucraina. Non saprei trovare un nesso causale fra l’approssimarsi di Trump alla Casa Bianca e l’abbandono da parte della Russia dell’avamposto siriano, ma non è certo un risultato di Biden, al quale Vladimir Putin non avrebbe mai concesso un vantaggio strategico. Comunque, le truppe nordcoreane sono arrivate alle porte dell’Europa e pare siano lì per restare. Rimangono aperti inoltre molti altri fronti in Africa, e incombono minacce come quella cinese su Taiwan.
- Il fatto che il presidente eletto abbia detto chiaramente che vuole la pace entro il giorno del suo insediamento il 20 gennaio, può avere messo fretta a Israele? E avere in qualche modo danneggiato la strategia di Gerusalemme che prevedeva una guerra da finire solo una volta distrutte Hamas e Hezbollah, e non prima?
Innanzitutto la priorità è sempre stata liberare gli ostaggi prigionieri dei terroristi islamici palestinesi. Anche se ce ne fosse soltanto uno o una ancora a Gaza, non si potrebbe considerare risolta la situazione. E comunque il raggiungimento di una tregua al confine israelo-libanese non è di ostacolo all’autodifesa da parte di Gerusalemme che infatti interviene puntualmente con l’aviazione a colpire i terroristi di Hezbollah che sconfinano oltre il fiume Litani. D’altronde, se Israele non si fosse difeso militarmente, oggi avremmo ancora a che fare con terroristi del calibro di Yahya Sinwar e Hassan Nasrallah, per limitarsi ai più noti. E le prospettive di pace sarebbero minori.
- Cosa prevede che succederà nel fronte interno USA? Che cosa pensa che potrà fare Trump contro l’antisemitismo che ha invaso le università e tanta parte della cultura americana?
Il problema interno agli Usa ha radici più profonde di quelle politiche. È un effetto della crisi dell’Occidente. Si riflette anche nella diffusione a livello accademico della cultura woke, che considera i “bianchi capitalisti” israeliani colonialisti sfruttatori dei “poveri proletari” palestinesi. E, quando si sbaglia la lettura della storia, poi inevitabilmente si finisce per sbagliare anche nella sfera delle decisioni politiche e di schieramento. Chiaramente gli atti di antisemitismo – che non possono essere tollerati o sottovalutati – nascono in un contesto mediatico, amplificato e forse anche generato dal web, che distorce anche il diritto alla libera espressione. Penso che in questo senso l’impegno dell’amministrazione degli Stati Uniti a favore del rispetto della libertà religiosa nel mondo, attraverso l’Uscirf (Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, agenzia indipendente e bipartisan che monitora il diritto universale alla libertà di religione all’estero e che formula raccomandazioni politiche al Governo e al Congresso) e il Dipartimento di Stato possa essere ulteriormente ampliato e potenziato, per dimostrare che Israele figura fra i Paesi dove le condizioni delle minoranze confessionali sono migliori. Sarebbe una bella lezione da impartire anche ai tribunali internazionali, oltre che ai Paesi che vi fanno ricorso in modo strumentale.
(Bet Magazine Mosaico, 2 gennaio 2025)
........................................................
Anche i palestinesi bloccano Al Jazeera
L’Autorità Nazionale Palestinese ha sospeso le trasmissioni e le attività di Al Jazeera nella Cisgiordania.
L’agenzia di stampa ufficiale palestinese, Wafa, ha affermato mercoledì che la ANP ha accusato la rete di trasmettere “materiali incitanti” e “rapporti fuorvianti” che “provocano conflitti e interferiscono negli affari interni palestinesi”.
“La decisione include anche la sospensione temporanea di tutti i giornalisti e del personale ad essa associato, nonché dei canali sotto la sua egida, fino a quando il suo status legale non sarà rettificato, a causa della violazione da parte di Al Jazeera delle leggi e dei regolamenti in vigore in Palestina”, ha affermato l’agenzia di stampa palestinese.
Al Jazeera ha condannato la decisione dell’Autorità Palestinese di impedirle di operare in Cisgiordania, affermando che la decisione è “in linea” con azioni simili intraprese da Israele.
In un comunicato, l’emittente con sede in Qatar accusa l’autorità sostenuta dall’Occidente di cercare di “nascondere la verità sugli eventi nei territori occupati, in particolare su ciò che sta accadendo a Jenin e nei suoi campi”.
L’Autorità palestinese, che collabora con Israele in materia di sicurezza, il mese scorso ha lanciato una rara repressione dei gruppi terroristici palestinesi nel campo profughi urbano di Jenin.
L’AP ha annunciato ieri la sospensione delle attività di Al Jazeera, accusandola di incitamento e interferenza negli affari interni palestinesi. L’AP esercita un’autonomia limitata in alcune parti della Cisgiordania.
Israele ha bandito Al Jazeera l’anno scorso, accusandola di essere un portavoce del gruppo terroristico di Hamas durante la guerra in corso. Gli attacchi israeliani hanno ucciso o ferito diversi giornalisti di Al Jazeera a Gaza e Israele ha accusato alcuni di loro di essere agenti del terrorismo. L’anno scorso le forze israeliane hanno fatto irruzione nella sede di Al Jazeera in Cisgiordania, ma l’emittente ha continuato a operare nel territorio.
Al Jazeera nega le accuse e accusa Israele di cercare di mettere a tacere la sua copertura.
(Rights Reporter, 2 gennaio 2025)
........................................................
La comunità ebraica (Noemi Di Segni) sul Papa: 'Dopo le parole di Francesco su Israele difficile persino invitarlo in sinagoga'
di Luca Roberto
“Le ultime dichiarazioni del Papa sul conflitto in medio oriente, le accuse a Israele, mettono a rischio il dialogo maturato negli ultimi 60 anni. Se prima del 7 ottobre sarebbe stato normale invitarlo in sinagoga, adesso la vedo molto difficile. Non è più una scelta scontata e ovvia”. La presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni lo dice con un po’ di sconforto, ma mai di rassegnazione. “L’apertura delle porte sante, l’ho rimarcato anche nel mio messaggio per il Giubileo, vuol dire anche aprire le porte al dialogo. Ma le parole e i significati attribuiti dal Papa sono stati rivolti agli atteggiamenti negativi, alla reazione di Israele, non sono stati un invito alla responsabilità della convivenza”, ragiona Di Segni in questo colloquio col Foglio. “E’ successo anche quando ha ricevuto le famiglie degli ostaggi di Hamas. C’è sempre stata una condanna nei confronti di Israele. E’ ovvio che a Gaza c’è un popolo che soffre. Ma soffre non solo perché c’è una guerra: quel popolo è vittima in primo luogo del terrorismo di Hamas”. Questa chiacchierata con la presidente Di Segni è l’occasione per tirare le somme dell’anno appena concluso. Ma anche per immaginare, con le tendenze in atto in Europa e nel nostro paese, cosa possa rappresentare il 2025. Solo pochi giorni fa la segretaria del Pd Elly Schlein e il leader M5s Giuseppe Conte sono tornati a chiedere lo stop all’invio di armi verso Israele. Il ricordo del 7 ottobre è oramai scomparso nella sinistra italiana. Che segnale è? “Queste critiche fanno capire due cose. Che queste pretese possono essere rivolte a Israele perché si riconosce che è una democrazia”, dice Di Segni. “Una cosa non scontata perché l’abbiamo visto anche nel caso della vostra giornalista Cecilia Sala, a cui rivolgo tutta la mia vicinanza e solidarietà e mi accodo alle richieste di liberazione: avere a che fare con regimi come l’Iran è difficile anche solo nell’attivazione di canali diplomatici”. In secondo luogo, prosegue ancora la presidente dell’Ucei, “queste prese di posizione denotano una miopia che ignora la complessità della situazione in medio oriente. E portano a leggerla solo con degli slogan. Io ritengo sia un bel problema perché non ci rendiamo conto che uno degli obiettivi del terrorismo islamico è infiltrarsi nelle nostre istituzioni europee e distruggerle dal di dentro”. Sul Foglio abbiamo raccontato il caso dell’assessore umbro alla Pace, Fabio Barcaioli, che ha condiviso sui social post in cui accusa “Israele stato terrorista”. Si dovrebbe dimettere? “Si tratta di una forma di irresponsabilità molto grave, che rende certe persone inadeguate a ricoprire un ruolo come quello dell’assessore che è molto importante per costruire iniziative per il bene della cittadinanza. E che invece diventano presidi strumentalizzati in cui esibire una certa propaganda d’odio. E’ un discorso che vale a suo modo anche per il sindaco di Bologna Lepore. E per tutte le figure istituzionali che insistono sull’automatismo del genocidio. Per fortuna non hanno ricevuto avalli istituzionali, ma anche il riemergere di manifestazioni neofasciste desta grande preoccupazione”.
La presidente dell’Unione delle comunità ebraiche Noemi Di Segni in questi giorni è a Gerusalemme. E la distanza tra quel che osserva in prima persona, vedendo sfilare silenziosamente i cortei funebri dei soldati rimasti uccisi, e quanto viene raccontato alle nostre latitudini è palese: “Nell’attacco all’ospedale di Gaza di qualche giorno fa sui giornali italiani si leggeva solo che erano morte 50 persone. Ma si ometteva completamente di dire che quell’ospedale era una base operativa di Hamas, con le armi nascoste tra i reparti, in corsia. Così come si è omesso di dire che il direttore dell’ospedale fosse anch’egli un terrorista”, argomenta Di Segni. “Noi occidentali abbiamo questa mentalità. Non sappiamo come sono fatti gli altri, conosciamo poco il medio oriente. Eppure non rinunciamo a prendere posizioni forti. Come stiamo vedendo anche adesso a proposito della situazione in Siria. E’ bastato vedere qualcuno in giacca e cravatta per crederlo rassicurante. Il vantaggio di Hamas, la ragione per cui sta vincendo la guerra mediatica, è che invece ci conosce bene, conosce le nostre debolezze, vi si insinua. E lo fa, pur di vincere questa guerra mediatica, sacrificando il proprio popolo, che viene usato come uno scudo. Qualcosa che i vari Conte e Schlein ignorano completamente perché non si fidano di Israele e in questo peccano di miopia”.
Eppure tutto quel che è accaduto in Europa e in occidente dopo il 7 ottobre, non tira in ballo solo la politica, a destra e sinistra. Quanto si è visto nelle università, per esempio, è preoccupante anche per l’anno a venire. “Voglio proprio vedere se chiudendo i bilanci, qualora non tornassero i conti degli atenei, i vari rettori avranno ancora il coraggio di permettere le occupazioni che hanno deturpato le università in tutta Italia. Si è sacrificato troppo in nome del nulla”, dice ancora Di Segni. “Il guaio non sono solo le continue richieste di boicottaggio, per fortuna in larga parte respinte. Ma il freno che è stato posto nei confronti di Israele nelle tante iniziative culturali, mostre, dibattiti, conferenze, non solo a livello universitario. C’è una violenza che fa paura. Spesso mossa da cellule finanziate da non si sa bene chi. Ecco perché bisogna stare molto attenti. E saper distinguere la legittima pietà provata per le immagini provenienti da Gaza col vero e proprio antisemitismo, sempre più presente nella nostra società”.
Gli auspici per il nuovo anno, dopo le scene di Amsterdam, dopo le intifade nei campus e le manifestazioni nelle piazze delle città italiane, insomma, sono molteplici. “Il primo è che l’Europa si occupi a livello prioritario della propria sicurezza, essendo capace di rispondere in maniera sempre più lucida e puntuale. Da questo punto di vista la nuova Alta commissaria alla politica estera Kallas ci ha già dato qualche rassicurazione, dopo le uscite tutt’altro che equilibrate dell’ex commissario Borrell. Il mondo sta cambiando rapidamente, così come rapidamente sono cambiate le logiche in medio oriente. L’Europa deve avere una capacità di guida geopolitica, superando anche le distorsioni che abbiamo visto da parte dell’Onu sul conflitto israelo-palestinese. Bisogna capire che la difesa della libertà d’Israele è anche la difesa della libertà dei popoli europei”, conclude Di Segni. “Ci auguriamo che il nuovo anno porti alla fine della guerra. Aspettiamo anche di capire quali saranno le prime mosse di Trump negli Stati Uniti. Sapendo però che tutto quello che sta succedendo qui da noi, con la messa in discussione della nostra convivenza civile, con quest’infiltrazione dell’islamismo radicale nei nostri valori di libertà e democrazia per cercare di abbatterli, non scomparirà da un giorno all’altro. Dovremo saperci fare i conti”.
Il Foglio, 2 gennaio 2025)
........................................................
Assassini del 7 ottobre: eliminato Abd al-Hadi Sabah, responsabile del massacro a Nir Oz
di Luca Spizzichino
Abd al-Hadi Sabah, vertice dei terroristi di Nukhba a Khan Yunis Ovest e uno dei principali responsabili dell’infiltrazione nel Kibbutz Nir Oz durante il massacro del 7 ottobre, è stato eliminato in un recente attacco con droni, hanno confermato l’esercito israeliano e lo Shin Bet.
Sabah è stato un obiettivo chiave delle operazioni israeliane per il suo ruolo attivo nel coordinare e guidare attacchi contro le forze israeliane durante il conflitto in corso. L’IDF ha evidenziato che, prima dell’attacco, sono state adottate misure significative per ridurre il rischio di danni collaterali ai civili, utilizzando munizioni di precisione, intelligence accurata e sorveglianza aerea.
“L’IDF e lo Shin Bet continueranno a operare contro tutti i terroristi che hanno partecipato al massacro del 7 ottobre.” ha affermato l’esercito in una nota. Anche il Kibbutz Nir Oz, che ha visto il rapimento e l’uccisione di decine di civili, ha commentato l’operazione: “L’eliminazione del comandante del plotone Nukhba che ha guidato l’invasione di Nir Oz rappresenta un piccolo passo verso la giustizia, ma la vera giustizia si avrà solo quando gli ostaggi torneranno a casa.”
Sempre nella giornata di ieri è stato eliminato Anas Muhammad Saadi Masri, comandante del settore nord dell’unità missilistica della Jihad Islamica Palestinese. Masri era responsabile di numerosi attacchi missilistici contro civili israeliani e soldati dell’IDF, orchestrati dal nord di Gaza sin dall’inizio del conflitto. “Masri era una figura significativa, responsabile di operazioni terroristiche contro civili israeliani e forze di sicurezza, e dirigeva il lancio di razzi verso le comunità di confine israeliane.” hanno dichiarato fonti militari.
(Shalom, 1 gennaio 2025)
........................................................
Otto giorni, otto lumi – 1 gennaio 2025, l’ottavo lume
di Rav Adolfo Locci
Nelle Massime dei padri (Pirqè Avot 3:6) è riportato un insegnamento di Rabbì Chalaftà che afferma che, anche dove uno solo studia Torah, la Shekhinah è presente con lui. Questa massima insegna che laddove si studia con costanza Torah, si riceve il merito di avere la presenza della Shekhinah. Non è forse così/koh/כ״ה, la Mia parola è come fuoco, detto dell’Eterno. Nel Talmud (Shabbat 138b) questo verso del profeta Geremia (23:29) è interpretato dai maestri come un riferimento alla Torah che è parola di Dio, che porta alla discesa della Shekhinah (così/koh/כ״ה). Il Midrash sottolinea che nel pettorale del Sommo Sacerdote le pietre erano incastonate secondo l’ordine delle 12 tribù e la pietra di zaffiro (even sapir) corrispondeva a Issakhar. Lo Zohar insegna che il “ma‘aseh livnat hasapir/un lavorato in trasparente zaffiro” (Esodo 24:10) che Mosè vede ai piedi del Trono della Gloria è un’allusione alla Shekhinah. Siccome la tribù di Issakhar era il pilastro per lo studio della Torah, lo zaffiro è la pietra che la rappresentava nel pettorale del Sommo Sacerdote. I giorni di Chanukkah sono per questo i più propizi per fare quelle azioni, ad esempio studiare di più i testi della Torah orale, che facciano posare la Shekhinah su Israele.
(moked, 1 gennaio 2025)
........................................................
La radice ebraica che la Chiesa non riesce più a sostenere
Il cristianesimo, uscito vincente dagli antichi Concili, risulta svuotato e profondamente insicuro, critico e scettico circa la propria tradizione, che ha sostituito con un generico pensiero woke
di Vittorio Robiati Bendaud
È finita un’era, quella dell’Europa cristiana, ossia quella della fede della maggioranza dei cristiani nel loro cristianesimo, persino tra gli esponenti dell’istituzione. La crisi profonda della dimensione simbolica (più che rilevante per una fede che si è sempre tradotta in arte – dalla pittura, all’architettura, alla musica) è evidente, visibile e udibile, da decenni.
In sintesi: siamo di fronte, almeno in ampia parte dell’Occidente ex-cristiano, a un cristianesimo sopravvissuto a se stesso e svuotatosi di sé. E se la Shoah per il cristianesimo è stata suicidaria, laddove i giusti cristiani – dai preti alle suore, dagli operai ai contadini – lo furono nonostante e contro i millenari insegnamenti antiebraici delle Chiese, l’appropriazione cristiana della Shoah assolve oggi non di rado a processi ambigui e finanche insidiosi.
Dopo la Shoah, successivamente alla nascita dello Stato di Israele e nel clima distensivo della laicità occidentale, con anche l’alveo del dialogo ebraico-cristiano, abbiamo dimenticato – o quantomeno sottostimato – l’immenso potere “costruttivo” dell’antisemitismo. Proprio perché dialoghiamo con cristiani (e musulmani), dobbiamo ricordarci -e ricordare loro!- del potere strutturante, come tale calamitico, dell’antisemitismo, che ha informato il simbolico mediterraneo e occidentale in ambito teologico, filosofico e politico. Anzi, ne è stato la condizione di possibilità e lo scheletro. E, se a qualsiasi musulmano o cristiano orientale onesto è ben chiara la forza aggregante dell’antisemitismo, specie nella sua odierna variante antisraeliana, perché ha permesso a molte società panarabe di definirsi e costruirsi in tal senso negli ultimi settant’anni, in Occidente ci sfuggono oggi il portato e la malia di questa forza pericolosa e omicida.
Oggi, ciò che rimane della cristianità è in cerca d’Autore. Il cristianesimo uscito vincente dagli antichi Concili risulta svuotato e profondamente insicuro, critico e scettico circa la propria tradizione che ha sostituito un generico pensiero woke moderato. Resta il problema dell’ebraismo e di quell’insostenibile radice ebraica. Ed è qui che scatta, ancora oggi, specie oggi, la forza strutturante del pensiero antiebraico, a suo modo fondativa.
E, se dopo la Shoah, non si poteva non parlare di Gesù ebreo, ecco l’accento marcato sul fatto che Gesù parlasse però (se ne colga il carattere avversativo!) la “lingua del popolo”, ossia l’aramaico, adagio che assolve a una vecchia doppia strategia: distanziare Gesù dall’ebraico, quindi dal suo popolo e dalla liturgia ebraica; evidenziare un presunto carattere pauperista, comunque oppositivo, laddove però il resto del popolo era, con ogni evidenza, comunque formato da ebrei. Con il distanziamento di Gesù dall’ebraismo e da Israele, eccolo allora farsi biondo e finanche “ariano”, come nei secoli passati, oppure oggi “palestinese”: il processo è il medesimo e rientra nella stessa logica. Un esempio? L’occultamento del valore religioso del digiuno nell’ebraismo e l’importanza per i cristiani di riscoprirne – addirittura! – il senso e la pratica dai musulmani, come proposto recentemente dal papa; da qui il mantra, presunto filo-femminista, secondo cui Islām e cristianesimo condividono la fede nella misericordia di Dio, che è cura materna, secondo la radice semitica r-h-m, da cui rahma, in arabo, tralasciando che esiste la stessa radice, con il medesimo significato, in ebraico, e che fu proprio nell’antica tradizione di Israele che si articolò questa dimensione simbolico-teologica.
Successivamente al 7 ottobre e ai vari eventi bellici, il vescovo Bonny, ordinario della diocesi di Anversa e impegnato ai massimi livelli nel dialogo ebraico-cristiano, ha ribadito che Gesù è “un giovane palestinese morto in croce” e che la lettura ebraica-israeliana dei testi sacri è distante da quella cristiana e con essa incompatibile. Siamo come agli esordi del cristianesimo, in salsa progressista cattolica contemporanea: de-ebraicizzazione di Gesù e incomprensione da parte di Israele delle sue stesse Scritture. Sulla stessa scia il cardinale Ravasi, che rilanciò la vexata quaestio, con un portato simbolico bimillenario di mistificazione e demonizzazione, della “legge del taglione”, anzi della presunta “logica di Lemech”, contestualmente alle azioni belliche israeliane. Perfino la Shoah, se cristianizzata e universalizzata, può essere scippata alle vittime e ai loro eredi, rivolgendogliela contro e accusandoli di genocidio o crimini di guerra.
Insomma: siamo in una fase di cristianesimo profondamente debilitato, in cerca di contenuti, che ha necessità di un punto gravitazionale per strutturarsi, specie in relazione all’avanzata islamica e a un Occidente disorientato. In pochissimo tempo il dialogo ebraico-cristiano è divenuto anticaglia, relitto e fonte di contraddizione. Forse, persino, un errore. Chi scrive crede (e spera) che il dialogo schietto e leale continuerà, ma in modalità carbonare, sottoforma di resistenza, mentre quello ufficiale, diplomatico e accademico è stato polverizzato e ridotto a imbelle ridicolaggine.
(Bet Magazine Mosaico, 1 gennaio 2025)
........................................................
Fratelli maggiori o fratelli-coltelli? La Chiesa, gli ebrei (e Israele) un insopportabile doppio standard
27 gennaio, Giorno della Memoria. Gli studi sui nuovi documenti d’archivio di Pio XII. La certezza definitiva che il papa sapeva. Le “anime tiepide” e la politica Vaticana durante la Shoah. I rapporti tra Chiesa cattolica ed Ebraismo? Al minimo. Un cammino accidentato, doloroso (per gli ebrei). E adesso? Battute d’arresto, passi indietro e una attualità sconcertante. Nel passato, le amare ragioni dell’oggi.
di Ugo Volli
Le manifestazioni di odio anti-israeliano che si sono succedute nella stampa e nelle città di mezzo mondo, durante l’ultimo anno, hanno fatto emergere un fondo antisemita che si credeva fosse stato definitivamente superato dal ricordo della Shoah. Questo ritorno di un atteggiamento pregiudiziale contro Israele e gli ebrei ha toccato in alcuni momenti anche i vertici della Chiesa, con cui pure negli ultimi decenni il mondo ebraico ha intrecciato un dialogo che sembrava capace di cancellare i vecchi pregiudizi.
Per questa ragione oggi è necessario ritornare a esaminare da vicino l’atteggiamento della Chiesa e dei politici cattolici nella prima metà del secolo scorso, non solo negli anni tremendi della Shoah, ma anche nel periodo in cui si accumularono le premesse che la resero possibile e nel periodo immediatamente successivo.
L’apertura dell’archivio delle carte del pontificato di Pio XII nel 2020 ha prodotto molte ricerche storiche che danno nuove informazioni su questo tema, dibattuto da decenni; da allora vi sono stati molti lavori storici, che permettono ormai di capire bene quel che è successo. Il primo a pubblicare novità rilevanti è stato lo storico ebreo americano David Kertzer (Un papa in guerra, Garzanti 2022); vi è stato poi un largo dibattito; di recente è uscito un altro libro molto significativo, Les âmes tiedes – Le Vatican face à la Shoah di Nina Valbosquet (La Decouverte, Paris, 2024 ancora non tradotto in italiano).
A partire dallo scandalo del Vicario. un’opera teatrale scritta dal drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth nel 1963 in cui si accusava direttamente Pio XII di essere stato il “papa di Hitler”, la questione del rapporto del mondo cristiano con il genocidio nazista è stata molto personalizzata sulla figura di questo papa. Tale focalizzazione è certamente giustificata dal fatto che la Chiesa cattolica ottant’anni fa, ancor più di oggi, era un organismo verticistico controllato in maniera assoluta dal papa regnante e Pacelli, dopo essere stato nunzio apostolico in Germania fra il 1917 e il 1929, durante gli anni cioè in cui si formò il partito nazista, e segretario di Stato (cioè ministro degli esteri del Vaticano) negli anni della sua affermazione (dal ‘29 al ‘39) regnò dal marzo del 1939 a ottobre del 1958, cioè per l’intero periodo del genocidio e per gli anni successivi.
I documenti emersi dagli archivi mostrano che ci fu certamente una linea politica precisa, decisa da lui, di “neutralità assoluta” rispetto al nazismo e dunque di sostanziale silenzio sulla Shoah, su cui aveva informazioni precise e aggiornate. Ma fanno vedere anche che queste scelte erano solo il vertice di un atteggiamento generale largamente condiviso della Chiesa, anzi delle chiese cristiane.
Per capire questo atteggiamento è necessario richiamare prima almeno sommariamente una storia lunga e complessa di rapporti fra cristianesimo ed ebraismo.
• Un rapporto in quattro fasi
Si possono distinguere quattro momenti. Nei primissimi anni dopo la predicazione evangelica, i cristiani erano ancora prevalentemente ebrei, un gruppo che scelse di non partecipare alla lotta disperata del popolo ebraico contro i Romani, scagionandoli dalla morte di Gesù da loro decisa ed eseguita, per attribuirne la colpa al popolo ebraico.
I Vangeli e gli altri documenti delle Scritture cristiane portano la traccia di questa separazione, che ebbe aspetti molto polemici da entrambe le parti.
La polemica cristiana contro gli ebrei non si placò nei secoli successivi e determinò conseguenze giuridiche a partire dal IV secolo, quando l’impero romano si cristianizzò.
In questa seconda fase si formò la politica fondamentale della Chiesa nei confronti degli ebrei: non sterminarli direttamente, dato che testimoniavano la verità del cristianesimo con il loro “Antico Testamento”, pur senza accettarla; tenerli invece in uno stato di soggezione, di miseria e di umiliazione estrema per punirli della loro “miscredenza” e incoraggiarne la conversione.
Le stragi però avvennero e divennero sempre più frequenti nella terza fase, a partire dalle crociate, insieme alle espulsioni, alla reclusione nei ghetti, alle distruzioni di intere comunità, ai roghi di libri e spesso di esseri umani, alle accuse grottesche di usare il sangue umano per la confezione del pane azzimo, di avvelenare i pozzi, di spargere le epidemie. Alcuni di questi crimini atroci non furono approvati dai vertici della Chiesa e dai sovrani cristiani, tanto erano inumani e pretestuosi. Ma il fondamento di questa incessante persecuzione era religioso ed essa fu sempre incoraggiata dalla predicazione di frati, vescovi, preti e da un’incessante opera di propaganda nelle Chiese, nelle opere d’arte, negli scritti. L’odio per gli ebrei fu diffuso anche dalle più grandi personalità religiose cattoliche e poi, dopo il Cinquecento, anche dai riformati, a partire da Martin Lutero.
La scia di sangue delle persecuzioni dell’antisemitismo religioso si spense progressivamente con la perdita del potere clericale, a partire dalla Rivoluzione francese. Ma l’impronta dell’odio per gli ebrei non sparì dalla cultura cristiana, anzi si approfondì con la quarta fase iniziata nell’Ottocento. La Chiesa ora rimproverava in particolare agli ebrei l’affermazione della modernità, del liberalismo, della libertà politica e religiosa, della massoneria, in seguito del socialismo e del “bolscevismo”, che percepiva come suoi nemici mortali.
La civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti fondata nel 1850 che fu da subito l’organo ufficioso della Santa Sede, condusse per decenni un’intensa campagna antiebraica su temi politico-sociali ancor più che religiosi, rimproverando agli ebrei tutti i mali del mondo moderno.
• Due casi: Mortara e Dreyfus
Due eventi clamorosi confermarono questa posizione. Il primo fu il “caso Mortara”, il sequestro nel 1858 da parte dei gendarmi vaticani di un bambino ebreo di Bologna, che una domestica licenziata asseriva di aver battezzato clandestinamente e che non fu riconsegnato alla famiglia nonostante una grande mobilitazione in tutt’Europa. Il secondo, ancora più aspro, fu il caso Dreyfus, la falsa accusa di tradimento a un ufficiale francese che aveva il torto di essere fra i primissimi ebrei arrivati allo Stato Maggiore. In entrambi i casi la stampa e la gerarchia cattolica si impegnarono con tutte le loro forze contro “le pretese degli ebrei”.
Nascevano nel frattempo, da una matrice clericale, numerosi movimenti esplicitamente antisemiti, per esempio in Francia l’Action française e in Austria il Partito Cristiano Sociale di Karl Luger, che divenne sindaco di Vienna e fu preso come modello per il suo antisemitismo non solo dai nazisti, ma anche dal padre fondatore della Democrazia Cristiana italiana Alcide De Gasperi, come racconta un libro recente dello storico milanese Augusto Sartorelli, (L’antisemitismo di Alcide De Gasperi tra Austria e Italia, edizioni Clinamen, 2024).
Questo è lo sfondo su cui va letto l’atteggiamento della Chiesa rispetto alla Shoah: un profondo e diffuso sospetto, venato di disprezzo, per gli ebrei, per le loro “colpe” teologiche (il “deicidio”) ma anche perché protagonisti della modernità che la Chiesa combatteva. La Chiesa non rifiutava un “antisemitismo moderato” (per “la difesa dell’interesse dei popoli” e della “religione”) ma era contraria al razzismo antisemita, che faceva dell’appartenenza al popolo ebraico una colpa genetica incancellabile. Pensava che il battesimo potesse lavare questa appartenenza e quindi si impegnò a difendere soprattutto quelli che chiamava “cattolici non ariani” (una definizione eufemistica di per sé razzista), cercando di sottrarli alla persecuzione nazista, peraltro spesso senza riuscirci. Il libro di Nina Valbosquet racconta molte di queste storie, per esempio quella dei 3000 visti concessi dal Brasile “per omaggio al papa” a ebrei convertiti, che poterono essere utilizzati solo in parte, per le resistenze burocratiche in Brasile e nei paesi di passaggio e per la decisione nazista di bloccare ogni uscita dalla Germania e dai paesi occupati a partire dall’ottobre del 1941. Quanto agli altri ebrei, rimasti tali, vi furono degli interventi cattolici di soccorso economico e in certi casi di rifugio, ma essi vennero prevalentemente dalla periferia dell’istituzione ecclesiastica, da singoli vescovi, conventi di frati e di suore, religiosi di buona volontà.
Il Vaticano accettò alcune proposte di donazione di fondi, soprattutto di provenienza americana, da distribuire ai perseguitati “senza discriminazione di appartenenza religiosa”, ma badò bene a non farsi coinvolgere troppo in queste iniziative e soprattutto di rispettare le norme stabilite dagli Stati antisemiti. Nei luoghi in cui aveva molta influenza, come la Slovacchia governata da un prete, Monsignor Tiso, o la Croazia degli ustascia su cui l’arcivescovo Viktor Stepinac aveva grande autorità, o anche l’Italia fascista, i documenti ora consultabili mostrano che il Vaticano non condannò la legislazione antiebraica o le deportazioni, ma chiese per via diplomatica che esse fossero applicate con clemenza; la sola opposizione esplicita, ma pur sempre assai prudente, riguardò lì come altrove i domini che la Chiesa considerava di sua esclusiva competenza, come i matrimoni misti e la loro prole o gli ebrei convertiti.
Sul piano delle prese di posizioni ufficiali e pubbliche, Pio XII mantenne il silenzio, evitando ogni intervento anche indiretto, salvo che in due occasioni: un discorso riservato al collegio cardinalizio del giugno del 1942 e il messaggio natalizio del 1942, in cui il papa, dopo una ventina di pagine di testo dedicato ai più vari problemi e avendo appena nominato caduti in guerra, loro vedove e orfani, popolazioni esiliate, vittime dei bombardamenti e altri danni bellici, faceva un accenno piuttosto vago: “Questo voto [di “non darsi riposo, finché … divenga legione la schiera di coloro, che … anelano al servizio della persona e della sua comunanza nobilitata in Dio”] l’umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento”.
Il Vaticano, invitato a farlo, rifiutò categoricamente di sottoscrivere la dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942 di denuncia dello sterminio ebraico operato dai nazisti, formulata dai governi delle Nazioni Unite.
Si è sostenuto che il papa rifiutasse di intervenire non solo per la scelta esplicita di mantenere la neutralità della Santa Sede, esattamente “come nella prima guerra mondiale”, ma anche perché non aveva informazioni sufficienti sulla Shoah. I documenti fanno giustizia di questa scusa. In Vaticano arrivarono fin dal 1939 relazioni dettagliate, anche di fonti vescovili, sulla prima fase della “Shoah dei proiettili” in Polonia e in Ucraina e da allora non cessarono di giungere testimonianze e relazioni continue e ben accreditate di testimoni sulle diverse fasi del genocidio, insieme a numerose richieste di aiuto. Insomma, il Vaticano sapeva. Valbosquet ha notato che nelle carte si trovano spesso commenti che invitano a diffidare da questi appelli perché “si sa, gli ebrei esagerano sempre”.
Anche quando la persecuzione degli ebrei raggiunse le soglie del Vaticano, con il rastrellamento di Roma del 16 ottobre del 1943, non vi fu una presa di posizione pubblica del Papa, che è per ufficio anche il vescovo di Roma, ma solo cauti contatti verbali con l’ambasciatore tedesco, soprattutto allo scopo di ottenere il rilascio dei “cattolici non ariani”. Il papa continuò a non parlare contro i nazisti anche dopo la liberazione di Roma. In quel momento, quando sotto la spinta degli alleati il governo Badoglio stava decidendo di abolire le leggi razziste, il gesuita Pietro Tacchi Venturi, che era stato l’intermediario preferito del Vaticano col fascismo, fu mandato al ministero degli Interni allo scopo di difendere “una legge la quale, secondo i princìpi e la tradizione della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate (quelle sui convertiti e sui matrimoni misti, ndr), ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma”.
L’ultimo atto di questa storia fu la difficile disputa per recuperare i bambini ebrei rifugiati senza genitori in istituzioni cattoliche, che il Vaticano non voleva riconsegnare alle famiglie – salvo esservi obbligato dalla magistratura.
Com’è noto, ci volle il Concilio Vaticano II, la dichiarazione Nostra Aetate (approvata nel 1965, vent’anni dopo la caduta del nazismo) perché apparisse superato l’antigiudaismo cristiano. La prima visita di un papa in sinagoga che compì Giovanni Paolo II nel 1986 e il riconoscimento di Israele da parte della Santa Sede nel 1993 (ultima degli Stati europei) diedero l’impressione che l’“odio antico” fosse stato finalmente superato. Sembrava potersi aprire allora una fase straordinaria di dialogo e di amicizia.
Oggi queste realizzazioni non appaiono annullate, ma certamente congelate, bloccate da una volontà anti-israeliana che si esprime in molti gesti, dall’evocazione nell’ultimo libro del Papa di un possibile “genocidio” che potrebbe essere stato commesso da Israele a Gaza, alla presentazione solenne in Vaticano di un presepe in cui Gesù bambino appare avvolto in una kefiah, accreditando la falsità storica della propaganda palestinese. È difficile dire oggi se si tratti solo di una mossa politica o del riemergere di una tendenza quasi bimillenaria al rifiuto cristiano per gli ebrei. Ma certamente essa obbliga a ripensare a quel che la Chiesa ha fatto (e non ha fatto) durante la Shoah e a collocare quella fase, e l’attuale, nei tempi lunghi di un’inimicizia millenaria.
(Bet Magazine Mosaico, 1 gennaio 2025)
........................................................
Politica e sport: atleti israeliani esclusi dal World Bowls Tour
di Nicole Nahum
Il confine tra politica e sport, già spesso sottile, si è ulteriormente ridotto nei giorni scorsi, con la decisione del World Bowls Tour (WBT), uno dei principali tornei nella famiglia delle bocce, di escludere tre atleti israeliani dai Campionati Mondiali Indoor di Norfolk, in programma per gennaio 2025. Daniel Alomin, Amnon Amar e Itai Rigbi non potranno partecipare a questo prestigioso evento, vittime di una crescente pressione politica scatenata dalle proteste contro un altro atleta israeliano, Shalom Ben-Ami, durante l’International Open di Scozia dello scorso novembre. Sebbene Ben-Ami non abbia partecipato alla competizione per motivi tecnici, le manifestazioni contro la sua presenza hanno messo sotto pressione gli organizzatori, portando alla decisione di escludere gli atleti israeliani da ulteriori eventi.
Il WBT ha giustificato l’esclusione dei tre atleti israeliani come una necessità per preservare l’integrità e la serenità dell’evento. Gli organizzatori hanno spiegato che l’aumento delle proteste e le difficoltà nell’assicurare un ambiente sereno avevano reso impossibile garantire il buon svolgimento della competizione. “Il bowls è uno sport che unisce le persone”, hanno sottolineato, facendo leva sul valore di inclusività che contraddistingue questa disciplina. Tuttavia, questa decisione ben si allontana dai valori espressi ed è stata accolta con una reazione di sdegno da parte di molti osservatori e figure pubbliche, che hanno visto in essa un cedimento alle pressioni politiche.
Il deputato britannico Rupert Lowe ha condannato aspramente questa esclusione, accusando gli organizzatori di “cedere alla follia” della protesta politica. “Lo sport dovrebbe essere unificante, e dovrebbe essere al di sopra della politica” – ha affermato Lowe – , promettendo di lottare contro quella che ha definito una “decisione scandalosa”. Le sue parole non sono state le sole a sollevare preoccupazioni: anche la Campagna contro l’Antisemitismo ha denunciato l’esclusione, accusando il WBT di assecondare una “folla anti-Israele” e di aver violato i principi fondamentali dello sport, che dovrebbe valutare gli atleti per le loro capacità e non per la loro nazionalità. “Lo sport non dovrebbe fare discriminazioni”, hanno dichiarato i rappresentanti dell’organizzazione, evidenziando la nascita di un possibile precedente pericoloso.
Zvika Hadar, presidente della Professional Bowlers Association (PBA) Israel, ha messo in evidenza che Israele è stato uno dei membri fondatori del WBT, sottolineando che questa esclusione potrebbe avere conseguenze più ampie per il futuro. Hadar ha dichiarato che l’intera comunità del bowls in Israele è “molto arrabbiata” e preoccupata che questa decisione possa aprire la strada ad altre esclusioni. La sua denuncia è quella di una “civiltà sportiva” che sta crollando sotto il peso di pressioni politiche, dove l’esclusione di atleti da una competizione internazionale diventa una vittoria per chi cerca di strumentalizzare lo sport a fini ideologici.
Se lo sport diventa il campo di battaglia per le tensioni geopolitiche, la sua capacità di unire e promuovere valori universali rischia di essere compromessa, aprendo la porta a pericolosi precedenti che potrebbero minare la sua stessa natura. In un contesto globale sempre più polarizzato, è fondamentale che il movimento sportivo riaffermi il suo impegno verso l’inclusività e l’equità, proteggendo gli atleti dalle strumentalizzazioni politiche e garantendo che lo sport rimanga un terreno di competizione giusta e rispettosa nei confronti di tutti.
(Shalom, 1 gennaio 2025)
........................................................
Notizie archiviate
Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse
liberamente, citando la fonte.
| |