“I musulmani devono chiedere scusa ad Arbel Yehud”. Una conduttrice televisiva musulmana è rimasta sconvolta dalla folla aggressiva in occasione della liberazione degli ostaggi.Si vergogna dell'immagine dell'Islam che è stata trasmessa.
La presentatrice Aharish esprime il suo orrore per ciò che è accaduto all'ostaggio prima del suo rilascio
GERUSALEMME - La conduttrice di notiziari arabo-israeliani Lucy Aharish ha espresso il suo orrore per il comportamento dei palestinesi durante la liberazione di Arbel Yehud. Si è sentita male alla vista delle immagini di Chan Junis, ha dichiarato la donna musulmana giovedì a “Hajot 13”. Durante il tragitto verso il veicolo della Croce Rossa Internazionale, l'ostaggio 29enne è stato molestato dalla folla e quasi linciato. “Sono state ore snervanti. Eravamo tutti seduti qui, trattenendo il fiato insieme a voi”, ha esordito Aharish raccontando la liberazione di otto ostaggi da parte dei terroristi. “Mi sono sentita male alla vista della folla barbara, piena di malvagità, senza educazione”.
• “Mi vergogno” Come donna musulmana, si è vergognata di quella vista. “Mi vergogno che questa sia l'immagine dell'Islam che viene diffusa, soprattutto dopo il 7 ottobre”. Si vergogna che Arbel si sia trovata di fronte a una cosa del genere nei suoi ultimi momenti da prigioniera. E per il fatto che “la sua famiglia, un intero Stato sia seduto lì a guardare questo spettacolo dell'orrore”, ha aggiunto la conduttrice televisiva. Secondo Aharish, “ogni musulmano che è stato educato ai valori dell'Islam - non ai valori che abbiamo visto qui sullo schermo” - deve scusarsi con la famiglia per quello che Arbel Yehud ha passato. Aharish ha fatto scalpore nell'ottobre 2018 quando è emerso che era già sposata con un ebreo da quattro anni: suo marito è l'attore Zachi Halevy, noto per la serie Netflix “Fauda”.
(Israelnetz, 31 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
«I grandi media megafono di Hamas, ma non servono le commissioni anti odio»
Il fondatore dell'associazione Setteottobre: «Le università propalano il pensiero unico antioccidentale e antisemita. Per vigilare sui social basta e avanza la polizia postale»
di Maurizio Caverzan
Capo della segreteria di Gianni De Michelis nella Prima repubblica, poi responsabile del dipartimento economico di Palazzo Chigi, city manager a Milano con Gabriele Albertini sindaco, direttore generale della Confindustria presieduta da Antonio D'Amato, direttore e amministratore delegato di Fastweb, tra i fondatori di Chili, piattaforma per film in streaming, candidato sindaco di Milano nel 2016 per la coalizione di centrodestra, fondatore di Energie per l'Italia, formazione liberale di area moderata, fondatore dell'associazione Setteottobre: instancabile ed eclettico, Stefano Parisi. «Ho lavorato vent'anni nel settore pubblico e altri venti in quello privato. Sono entrato in politica perché Silvio Berlusconi mi candidò sindaco, ma non era nella mia agenda, ho perso e quando si perde si deve lasciare. Ho avuto la fortuna di fare cose che mi sono sempre piaciute».
- Che scopi ha l'ultima creatura, l'associazione Setteottobre? «È nata a novembre 2023 quando ci siamo accorti che la reazione all'attacco di Hamas contro gli ebrei stava producendo un aumento esponenziale di antisemitismo e ampio sostegno ad Hamas. Io e mia moglie (Anita Friedman fondatrice di Appuntamento a Gerusalemme ndr) ci siamo detti che di fronte a questa situazione non potevamo rimanere inermi. Crediamo che Israele vada difesa e che siano in gioco i valori di libertà e di vita propri delle democrazie occidentali. Perché oggi, qui in Occidente, stanno prevalendo sentimenti di odio e di morte contro gli ebrei. Riteniamo necessario un grande lavoro prepolitico di contrasto a questa ondata antisemita e antioccidentale».
- Che vede protagonisti i movimenti pro Pal non solo nelle università? «Scendono settimanalmente in piazza a sostegno dei terroristi. Temiamo l'accondiscendenza e il supporto che alla loro propaganda danno alcune parti delle élite del Paese, da settori dell'accademia ai media».
- Perché è un sostegno che si genera e si espande soprattutto a sinistra? «Una parte della sinistra è all'origine dell'odio verso l'Occidente da prima del 7 ottobre. Inoltre, adesso assistiamo a un corto circuito drammatico: i movimenti in favore delle donne e delle persone Lgbtq che manifestano a sostengo di Hamas e contro Israele sebbene nei regimi islamici gli omosessuali siano perseguitati e le donne sottomesse. Al contrario, a Tel Aviv si tiene il più grande gay pride del mondo. Ma l'odio verso gli ebrei è così forte da portare i militanti dei diritti a stare con i carnefici e gli oppressori».
- Quali élite appoggiano l'antisemitismo? «Molti media sono megafono della propaganda di Hamas, pubblicano le loro informazioni e censurano le notizie che le smentiscono. Mi sconcerta lo spazio concesso alla minoranza di giovani antisemiti di fronte ai quali una parte dell'accademia piega la testa, permettendo che questa violenza si espanda nelle università».
- Si riferisce alla richiesta di interrompere le collaborazioni scientifiche con le accademie israeliane? «Non solo. Anche all'impossibilità che un ebreo parli a un convengo in un ateneo italiano affinché ci sia una minima riflessione critica su ciò che sta avvenendo in Medio oriente. La conseguenza è che le università di un Paese libero, che dovrebbero essere il luogo dove si educano le nuove generazioni allo spirito critico e alla libertà del pensiero, stanno diventando luoghi dove prevale il pensiero unico antioccidentale e dov'è tarpata qualsiasi libertà di espressione».
- Nei media nazionali non mancano figure di vertice di cultura ebraica, penso a Paolo Mieli, Enrico Mentana e Maurizio Molinari, per citarne solo alcuni. «Sicuramente sono presenti persone che scrivono articoli importanti e lavorano con questa sensibilità. Ma se si guardano i tg o si leggono le pagine di politica estera ci si trova quasi sempre di fronte a un'informazione distorta. Ilmainstream della stampa italiana è questo, le persone da leicitate rappresentano una minoranza».
- Che cosa pensa della mancata partecipazione della comunità ebraica milanese alle manifestazioni per la Giornata della memoria indette dall'Anpi? «Concordo con la decisione della comunità ebraica. Non si può commemorare la Shoah con coloro che dal 1948 dicono "mai più" mentre dall'8 ottobre 2023 dicono che Israele se l'è meritata. Da tanti anni l'Anpi nega alla Brigata ebraica di partecipare alle manifestazioni del 25 aprile. È evidente che il Giorno della memoria non può cancellare il nuovo odio verso gli ebrei. Purtroppo, dobbiamo ammettere che sotto la retorica del giorno della Shoah è cresciuto l'antisemitismo esploso dopo il 7 ottobre».
- La comunità ebraica è risentita anche con papa Francesco. «Giustamente. Invito a riflettere su questo: se prevalessero Hamas e l'Iran e in Israele ci fosse uno Stato islamico i cristiani non potrebbero più pregare nei loro luoghi sacri. Il Papa ha detto parole molto gravi evocando un genocidio che non c'è. Il conflitto in Medio oriente è un conflitto esclusivamente religioso. L'islam radicale odia gli ebrei e i cristiani. Un leader religioso dovrebbe diffondere un messaggio di pacificazione e chiedere ai musulmani di riconoscere gli ebrei e i cristiani. E dovrebbe dire: non in nome di Dio».
- Si parla di genocidio anche per l'azione di Benjamin Netanyahu, «E’ evidente che non esiste, come dimostrano le immagini di questi giorni con gli ostaggi rilasciati in mezzo a un'immensa folla di palestinesi, terroristi e civili, che si riversa nelle strade di Gaza e urla il suo odio verso gli ebrei».
- Qualche giorno fa è nata un'altra commissione contro l'odio in seno al comune di Milano: c'è il pericolo che queste commissioni generate dagli ingiustificati attacchi a Liliana Segre si trasformino in una nuova forma di controllo sulla libertà di espressione? «Nei social c'è molto odio e va sradicato. In Italia abbiamo la legge Mancino contro l'incitamento all'odio e alla violenza e c'è l'obbligatorietà dell'azione penale contro i reati che la violano. Non c'è bisogno di nuove commissioni che non servono a niente. La polizia postale ha una mappatura di tutto ciò che avviene, la magistratura faccia il suo mestiere».
- Che memoria conserva della sua esperienza di city manager con Gabriele Albertini? «È stata un'esperienza bellissima. Era l'epoca di Mani pulite e c'erano intere aree urbane degradate da sviluppare. Con una squadra di bravissimi assessori e un ottimo sindaco riuscimmo a stabilire un rapporto trasparente tra pubblico e privato: la Milano di oggi è il risultato del lavoro di quegli anni».
- Un rilancio non solo urbanistico avvenuto senza inchieste della magistratura. «Per volontà di Albertini fu fatto un lavoro anche preventivo con il pool di Mani pulite. Senza protagonismi da parte di nessuno si posero le basi legali di ciò che si fece negli anni successivi».
- Nel 2016 ha conteso fino all'ultimo la carica di sindaco a Beppe Sala, che cosa pensa della Milano di oggi? «È molto cambiata, sta perdendo il suo ruolo di motore del Paese. Un primo cambiamento è dovuto alla crisi della classe dirigente industriale: Mediobanca era l'infrastruttura finanziaria dell'industria italiana che ha a Milano il suo fulcro. Oggi una banca come Monte dei Paschi di Siena, che pochi anni fa era sostanzialmente fallita, ha lanciato un'Opa su Mediobanca stessa. Milano oggi brilla per la parte più superficiale della vita cittadina, l'agenda degli eventi, la settimana della moda, le piste ciclabili. Per contro, non si sono affrontati i problemi sociali e di sviluppo di Milano».
- È una città schizofrenica, sensibile alle élite, protettiva verso gli immigrati e tiepida con la popolazione e le famiglie? «Non so se sia schizofrenica, attrarre le élite è giusto. Ma mentre ci si è concentrati sullo sviluppo dell'edilizia per affari, si sono completamente dimenticate le periferie e l' edilizia sociale, laddove bisognerebbe demolire e ricostruire le case fatiscenti e avviare le ristrutturazioni come si è fatto con quella di pregio, nell'alleanza tra pubblico e privato. Il secondo nodo da sciogliere riguarda i servizi sociali che funzionano ancora con il vecchio schema della longa manus pubblica».
- Lo schema virtuoso quale sarebbe? «Quello del principio di sussidiarietà. Anziché agire attraverso gare d'appalto, con gli enti pubblici che finanziano l'offerta e scelgono i privati, finanziare la domanda destinando i fondi secondo il bisogno, con i privati che potrebbero spenderli presso società e realtà non profit. È un sistema più liberale e meno statalista, che ha una lunga tradizione, ricorderà quando si diceva "Milano ha il cuore in mano"».
- Di cosa è sintomo l'inchiesta che ha coinvolto gli architetti Stefano Boeri e Cino Zucchi? «A trent'anni da Tangentopoli il sistema giudiziario non ha ancora capito che azioni così eclatanti rischiano di danneggiare sia la città che la stessa magistratura. E giusto che il sistema giudiziario presidi la legalità e la trasparenza, ma è necessario farlo con il rigore e lo stile che deve riguardare una metropoli come Milano. D'altronde, questi eccessi si ripetono anche a livello nazionale nell'azione contro il governo. Dopo trent'anni la magistratura vuole ancora giocare un ruolo da star invece di fare il suo lavoro con serietà».
- Quando le inchieste riguardano personalità pubbliche di primo piano risonanza e visibilità sono inevitabili. «Non entro nel merito. In Italia c'è un uso eccessivo e inutile della custodia cautelare e l'eccesso di visibilità e protagonismo dei giudici ha danneggiato la credibilità della magistratura. Siamo a Milano dove sappiamo cosa ha prodotto la trasformazione dei magistrati in star. Conosciamo la storia e l'ampio numero di processi che sono finiti in condanne vere o in assoluzioni».
- Il sindaco Sala preme per l'approvazione del decreto salva Milano per sanare azioni pregresse. «Approvarlo è interesse di tutta la politica. Operare in sicurezza è utile sia all'amministrazione attuale che a quelle future».
- Per le quali Sala sembra prenotarsi, visto che si è pronunciato a favore del terzo mandato? «lo penso che dieci anni bastino e sia giusto il limite di due mandati. Per non sedimentare troppo un sistema di potere è giusto lasciare spazio alle alternative».
- Per le elezioni del 2026 a sinistra si fanno i nomi di Pierfrancesco Majorino, Mario Calabresi, Ferruccio De Bortoli e, ultima idea, Cecilia Sala, a destra di Alessandro Sallusti e Maurizio Lupi: qualcuno la convince di più? «Non mi faccia giocare al totosindaco. Speriamo che Milano sappia trovare un buon primo cittadino com'è stato Gabriele Albertini».
Trump insiste: “i palestinesi di Gaza andranno in Giordania ed Egitto”
di Sarah G. Frankl
Giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha insistito sul fatto che Egitto e Giordania accoglieranno (dovranno accogliere) gli sfollati di Gaza, nonostante le due nazioni arabe abbiano respinto il suo piano di spostare i palestinesi dal territorio devastato dalla guerra. I commenti di Trump sono arrivati un giorno dopo che il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi e il re di Giordania Abdullah II avevano respinto qualsiasi spostamento forzato degli abitanti di Gaza a seguito della guerra tra Israele e Hamas. “Lo faranno”, ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale quando gli è stato chiesto di rispondere al rifiuto di Egitto e Giordania e se avrebbe preso in considerazione l’idea di imporre tariffe a entrambi i Paesi per spingerli ad abbandonare l’attività. “Lo faranno. Noi facciamo molto per loro, e loro lo faranno.” Dopo che il cessate il fuoco tra Israele e Hamas è entrato in vigore il 19 gennaio, Trump la scorsa settimana ha lanciato un piano per “ripulire” la Striscia di Gaza e per far sì che i palestinesi si trasferiscano in luoghi “più sicuri” come Egitto o Giordania. I suoi commenti hanno scatenato l’indignazione dei palestinesi e le rapide condanne da gran parte dei ministeri degli esteri del mondo arabo. Ha affermato che la guerra durata 15 mesi ha ridotto il territorio palestinese a un “cantiere di demolizione”. Questa settimana l’inviato di Trump per il Medio Oriente Steve Witkoff ha fatto una rara visita a Gaza, ha detto la Casa Bianca, nel tentativo di sostenere il fragile cessate il fuoco. Ha incontrato anche il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Mercoledì, il presidente egiziano Al-Sisi, alleato chiave degli Stati Uniti, nella sua prima risposta pubblica ai commenti di Trump, aveva dichiarato che scacciare “il popolo palestinese dalla sua terra è un’ingiustizia a cui non possiamo prendere parte”. Il re di Giordania Abdullah II ha sottolineato separatamente la “ferma posizione del suo Paese sulla necessità di mantenere i palestinesi sulla loro terra”. Dall’inizio della guerra, sia l’Egitto che la Giordania hanno denunciato i presunti piani di espulsione dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania.
Politica israeliana: un blocco guidato da Naftali Bennett domina i sondaggi
Il blocco guidato dall'ex primo ministro otterrebbe una maggioranza di 66 seggi, mentre quello di Netanyahu solo 44.
Un blocco di partiti guidato dall'ex Primo Ministro, Naftali Bennet, continua a dominare i sondaggi mentre la coalizione dell'attuale capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, continua a perdere terreno, secondo i risultati del sondaggio settimanale del quotidiano Maariv pubblicato ogni venerdì mattina. Secondo il sondaggio, in uno scenario in cui un partito guidato da Bennett partecipi alle elezioni, il blocco dell'opposizione guidato da Bennett otterrebbe una maggioranza di 66 seggi, mentre quello di Netanyahu ne otterrebbe solo 44. Il sondaggio ha anche indicato che il blocco dell'opposizione otterrebbe buoni risultati alle elezioni anche senza Bennett come leader del partito. Alla domanda “Credi che l'accordo sugli ostaggi sarà pienamente concluso?”, il 36% degli intervistati ha risposto “Sì”, la stessa percentuale ha detto “No” e il 28% ha risposto “Non so”. Alla domanda: “Alla luce del ritorno dei gazesi nel nord della Striscia di Gaza, possiamo dire che la guerra è finita?”, le risposte sono state le seguenti: “Sì” 31%, “No” 57%, “Non so” 12%. Inoltre, il 57% degli intervistati ritiene che gli obiettivi della guerra non siano stati pienamente raggiunti, il 32% ha risposto che non sono stati affatto raggiunti e il 7% ha detto di non saperlo. Per quanto riguarda la fiducia nella Corte Suprema, dopo l'elezione del giudice Yitzhak Amit a Presidente, nonostante l'opposizione del Ministro della Giustizia Yariv Levin, il 32% degli intervistati ha dichiarato di non avere “alcuna fiducia” nell'istituzione, il 19% “pochissima fiducia”, il 15% “un po' di fiducia”, il 18% “molta fiducia” e il 16% “non so”. I risultati indicano che quasi la metà del pubblico ha poca o nessuna fiducia nella Corte Suprema. Per quanto riguarda l'ultimatum dato a Netanyahu dai partiti ultraortodossi, il 30% dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato che preferirebbe una legge sulla coscrizione, il 57% preferirebbe le elezioni e il 13% non lo sa.
(i24, 31 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
Architetti volontari aiutano a ricostruire le case distrutte
L'iniziativa “Together at Home” (Insieme a casa) riunisce architetti e interior designer israeliani che offriranno servizi gratuiti per ricostruire le case distrutte dalla guerra, riporta il Jerusalem Post. Uno dei promotori è il rabbino Schlomo Ra'anan, che ha fondato l'organizzazione Ajelet HaSchachar nel 1997. L'organizzazione senza scopo di lucro è impegnata a formare in Israele una società mista di ebrei religiosi e non religiosi. L’organizzazione vuole permettere agli ebrei di destra e di sinistra di incontrarsi e quindi colmare il divario sociale nel Paese. Ra'anan è stato determinante nella fondazione del progetto “Insieme a casa”. • Portare luce e calore nelle case distrutte All'evento di fondazione, durante il quale circa 100 architetti, designer e altri professionisti hanno espresso il loro sostegno, Ra'anan ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è portare luce e calore nelle case distrutte, sia in senso letterale che figurato, e allo stesso tempo promuovere l'unità in tutte le parti della società israeliana”. Il progetto non si limita a ricostruire le case, ma vuole “colmare i divari e rafforzare il tessuto della società israeliana”.
Vered Solomon-Maman, architetto capo del Ministero delle Costruzioni e delle Abitazioni, ha elogiato l'iniziativa: “Il progetto ‘Insieme a casa’ illustra la resilienza, la solidarietà e il processo di guarigione del popolo israeliano”. Ha annunciato certificati di ringraziamento per tutti i partecipanti. Amichai Schindler, di Kerem Shalom, ha raccontato di aver subito gravi ferite nell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 mentre cercava di proteggere la sua famiglia. La moglie di Schindler, Avital, ha parlato delle sfide per la ricostruzione della loro casa e ha espresso la sua gratitudine per il sostegno del progetto. Zami Ravid, pianista che 30 anni fa ha fondato il museo Zami's Music Box nel nord di Israele, ha descritto la distruzione della sua comunità e ha presentato le foto della sua casa, distrutta dai bombardamenti. Eres Diner, residente del Kibbutz Sufa, ha parlato della ricostruzione della sua casa. Ha sottolineato l'importanza del ritorno dei residenti nei loro kibbutzim come passo fondamentale per la ripresa.
(Israelnetz, 31 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
Un viaggio stellare: Israele si prepara a inviare la sua prima astronauta donna con la NASA
di Anna Coen
In un momento in cui le notizie dal Medio Oriente continuano a suscitare attenzione e preoccupazione, arriva qualcosa che riaccende l’orgoglio e la speranza: Israele invierà la sua prima astronauta nello spazio con la NASA. Una svolta storica, che conferma ancora una volta come questo piccolo Paese non si arrenda mai e continui a brillare anche nel panorama scientifico e tecnologico globale.
• Israele punta alle stelle L’annuncio è arrivato direttamente dalla 20ª Conferenza Spaziale Internazionale Ilan Ramon a Tel Aviv. Il ministro dell’Innovazione, della Scienza e della Tecnologia, Gila Gamliel, ha dato la notizia che in questi giorni sta facendo il giro del mondo: «Abbiamo ricevuto il via libera dalla NASA, ora parte la ricerca della nostra astronauta tra le donne più qualificate del Paese». Non è solo una questione di prestigio, ma anche di futuro. L’industria spaziale israeliana sta crescendo rapidamente e potrebbe raggiungere un giro d’affari di 15 miliardi di shekel nei prossimi decenni. Questo significa investimenti, innovazione e nuove opportunità per le menti brillanti di Israele.
• Dalla tragedia al sogno Il nome della conferenza non è scelto a caso. Ilan Ramon, il primo astronauta israeliano, perse la vita nel disastro dello Space Shuttle Columbia nel 2003. Un evento che ha segnato profondamente Israele e la sua comunità scientifica. Ma da quella tragedia è nato un nuovo impegno: guardare avanti, investire nel futuro, non arrendersi. «Questa astronauta sarà un simbolo di progresso e continuità, portando avanti l’eredità di Ramon con orgoglio», ha dichiarato Gamliel. Anche il presidente Isaac Herzog ha voluto sottolineare l’importanza di questo momento con un videomessaggio da New York: «Non stiamo solo esplorando lo spazio, ma trovando nuovi modi per usare la tecnologia a beneficio dell’umanità». Ha quindi aggiunto: «Israele, nonostante sia un piccolo Paese, è all’avanguardia mondiale nel campo spaziale e svolge un ruolo significativo nella guida dei programmi spaziali internazionali. Stiamo già promuovendo la cooperazione con i Paesi che hanno firmato gli Accordi di Abramo e sono sicuro che nel prossimo futuro assisteremo a un’ulteriore cooperazione, che contribuirà sia a Israele sia alla comunità spaziale internazionale. La nostra leadership nel promuovere l’innovazione nel campo è estremamente importante per la sicurezza, l’economia e il futuro scientifico di Israele e dovrebbe avere la massima priorità».
• Collaborazioni che contano Israele non si limita a guardare in alto, ma stringe anche alleanze strategiche. Alla conferenza di Tel Aviv c’erano rappresentanti di diversi Paesi, tra cui Omran Sharaf degli Emirati Arabi Uniti e Teodoro Valente, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana. E proprio con l’Italia è stato firmato un nuovo accordo per sviluppare un progetto destinato a una missione sulla Luna. «La nostra collaborazione spaziale sta crescendo in modo significativo», ha affermato Uri Oron, capo dell’Agenzia Spaziale Israeliana. E non è un caso. Dopo gli Accordi di Abramo del 2020, Israele ha ampliato, come dicevamo, la sua rete di cooperazione anche con Emirati Arabi Uniti e altri Paesi della regione Ma non finisce qui. A marzo, nove nano-satelliti costruiti da studenti israeliani voleranno nello spazio grazie ai razzi di SpaceX. «Non stiamo solo costruendo tecnologia, ma investendo nel futuro delle nuove generazioni», ha raccontato Or Ziner, una delle studentesse coinvolte nel progetto.
• E ora, chi sarà la prescelta? La domanda che tutti si fanno è: chi sarà la prima astronauta israeliana? La selezione è appena iniziata, ma una cosa è certa: sarà un momento storico. Non solo per Israele, ma per tutto il mondo scientifico. «Israele vuole essere protagonista nell’esplorazione spaziale globale – ha dichiarato Gamliel –. Ogni missione, ogni satellite, ogni collaborazione ci porta sempre più vicini a questo obiettivo». Ora non resta che aspettare il nome della donna che entrerà nella storia. Qualcosa ci dice che sarà un annuncio che farà sognare in grande un intero Paese.
A seguito delle dichiarazioni di Roberto Jarach, Presidente del Memoriale della Shoah di Milano, il quale ha pubblicamente rimproverato Walker Meghnagi, Presidente della Comunità ebraica di Milano per avere deciso di non fare partecipare quest’ultima all’evento pubblico organizzato dal Comune a commemorazione della Giornata della Memoria, “L’Informale” ha ricevuto e pubblica un intervento di Emanuel Segre Amar.
Caro Roberto, Dopo quattro anni ti scrivo nuovamente ma questa volta ho deciso di farlo pubblicamente visto che le tue dichiarazioni sono pubbliche; allora criticavo Gabriele Nissim e la sua associazione Gariwo, e oggi potrei aggiungere molte parole a conferma di quelle di allora. Ma oggi ti scrivo per dirti che esprimo la mia totale solidarietà a Walker Meghnagi e mi dispiace enormemente che la “sinistra ebraica milanese” lo abbia attaccato pubblicamente dimenticando che “i panni sporchi…”, ammesso che siano sporchi. Al contrario sono lindi e per questo plaudo Walker come Presidente prima che come amico. Ma non vi rendete conto, tu, nel tuo ruolo di Presidente del Memoriale e Milo Hasbani, in quello di vicepresidente UCEI, di che cosa sta succedendo nel mondo? Non avete letto l’articolo del Wall Street Journal ripreso da Il Foglio il quale riporta che il 50% della popolazione del mondo è antisemita? E nonostante ciò tu, come Presidente del Memoriale, consenti che al Memoriale venga presentato il libro di un odiatore di Israele, l’influencer Lorenzo Tosa. Non solo non ti opponi al suo invito ma ti fai fotografare con lui che, su Facebook, ha pubblicato diversi post accusando Israele di genocidio? Post che ti sono stati inviati prima che il suo libro fosse presentato al Memoriale. La fortuna ha voluto che presenti all’incontro con questo odiatore di Israele fossero pochi. Curioso che accusi Walker di non essere collegiale nel decidere quando non hai tenuto minimamente conto delle numerose riserve che ti sono state comunicate in merito all’opportunità di invitare al Memoriale un odiatore di Israele. Vedi, sulla parete del Memoriale sta scritta la giusta parola (se riferita ad allora): INDIFFERENZA, ma tutta la sinistra occidentale è colpevole oggi per la propria indifferenza di fronte alla maggioranza delle guerre che insanguinano il mondo (oltre 130) prima del 7 ottobre e ancor più dopo, per concentrarsi con insistenza solo sulla guerra difensiva di Israele. Walker, come Presidente della Comunità ebraica di Milano ha deciso coraggiosamente di rompere il muro di ipocrisia eretto intorno alla retorica ormai insostenibile del “mai più” che è ormai diventato soltanto un mero artificio retorico. Shalom Emanuel Segre Amar Presidente del Gruppo Sionistico Piemontese
Chi immaginava che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca avrebbe iniettato a Israele un tonico di rinvigorimento muscolre allargando per Benjamin Netanyahu l’orizzonte della vittoria sui nemici dello Stato ebraico, ha dovuto in questi giorni riconvertirsi rapidamente alla realtà.
Il primo atto di Trump non ancora insediato, pochi giorni prima del giuramento, è stato quello di obbligare Netanyahu a un accordo con Hamas, e dunque a quel cessate il fuoco che per mesi, invano, l’Amministrazione Biden aveva tentato di fargli siglare.
A maggio dell’anno scorso, Joe Biden dichiarò che Israele poteva accettare l’accordo con Hamas in quanto la capacità offensiva di quest’ultimo era stata drasticamente limitata e non sussistevano più le condizioni per un altro 7 ottobre. Sottinteso al ragionamento di Biden era che Hamas seppure fortemente indebolito continuasse a permanere a Gaza.
Se, come tutto lascia supporre, Hamas ottempererà ai termini dell’accordo, che prevedono la progressiva consegna degli ultimi ostaggi in cattività e quindi la cessazione completa della guerra, Trump sarà l’esecutore materiale della volontà del suo predecessore.
I ruoli, d’altronde, si invertono. Nel 2020 fu Trump a siglare con i talebani l’accordo per l’uscita di scena degli Stati Uniti dall’Afghanistan dopo vent’anni di permanenza e fu quindi Biden, che gli succedette, a eseguire l’esito, seppure in modo disastroso.
Trump è, prima di ogni altra cosa un immobiliarista, non si scopre adesso, la sua stella polare sono i negoziati, ed è con i negoziati che ritiene di risolvere i problemi, il politico è solo un fattore secondario che il negoziato può addomesticare. Non è un caso se per forzare Netanyahu a un accordo con Hamas, Trump abbia scelto un altro immobiliarista, Steven Witcoff, al quale ha anche delegato il dossier sull’Iran.
Tra pochi giorni Netanyahu sarà faccia a faccia con Trump nella sua veste piena di presidente in carica. Cosa si diranno non lo sa nessuno, ma i segnali finora pervenuti lasciano supporre che l’impostazione che Trump prevede per il Medio Oriente sia quella di spegnere le braci non di attizzarle. Ciò significa che la guerra a Gaza non potrà riprendere e che Netanyahu dovrà accettare che Hamas vi permanga con il correttivo di ottenere in cambio ulteriori incentivi per la deterrenza, ma nulla più di questo. È probabile che gli venga prospettato che il semaforo verde per colpire i siti nucleari iraniani dovrà attendere, in quanto verrà usato come minaccia per consentire prima a Trump, tramite Witcoff, di aprire un negoziato con Teheran.
In sintesi, Israele dovrà accettare che la vittoria intesa come si è sempre intesa, ovvero sconfitta del nemico sul campo di battaglia, sua resa, con conseguente occupazione, anche se limitata nel tempo, del territorio da lui governato, va posta sugli scaffali della storia. Sicuramente non lo è nella prospettiva di questa amministrazione, come non lo era in quelle precedenti post Bush jr.
Il problema di questa prospettiva morbida è che la forza negoziale non può soppiantare quella militare, e che nessuna guerra è stata mai vinta con gli accordi ma solo quando uno o più dei contendenti in lizza è stato costretto ad accettare la sconfitta.
Per attori come Hamas e l’Iran totalmente motivati dall’ideologia e quindi dal politico, nulla è più vantaggioso che guadagnare tempo, facendo credere di essersi addomesticati e quindi preparare un’altra guerra.
(L'informale, 30 gennaio 2025) ____________________
Dall'articolo che segue si può vedere come dall'altra parte hanno visto il risultato di questa guerra.
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Hamas: l'attacco "Diluvio di Al-Aqsa" ha posto fine a 76 anni di mito israeliano
Il Presidente del Consiglio di Leadership di Hamas, Mohammed Darwish, ha dichiarato che l'attacco "Diluvio di Al-Aqsa" ha "posto fine a 76 anni di mito israeliano e riportato la questione palestinese al centro dell'agenda mondiale".
Parlando durante la cerimonia di accoglienza al Cairo per i palestinesi rilasciati dopo l'accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, Darwish ha affermato che "nonostante 15 mesi di sfollamenti, senzatetto, disastri e tonnellate di bombe, l'eroismo delle Brigate al-Qassam, che hanno condotto il popolo palestinese verso la vittoria e la libertà, è diventato ancora più evidente.”
Darwish ha inoltre sottolineato che quanto accaduto dimostra che Israele non è riuscito a spezzare la determinazione e la fede del popolo palestinese.
"Il sistema dell'occupazione israeliana è crollato in un'ora il 7 ottobre (2023), rivelando la debolezza della potenza israeliana", ha dichiarato Darwish, aggiungendo che Israele sopravvive grazie al sostegno degli Stati Uniti.
Darwish ha ribadito che l’attacco Diluvio di Al-Aqsa ha trasformato la questione palestinese in una priorità assoluta a livello globale, riportandola in primo piano sulla scena internazionale.
La ragazza non sorride come le precedenti. Sul suo viso c'è il terrore di tutti quelli che sono ancora sotto
La soldatessa Agam Berger, dopo 482 giorni di prigionia nelle mani dei terroristi di Hamas, è stata rilasciata questa mattina. Agam è apparsa visibilmente terrorizzata sul palco allestito per la messinscena terrorista, costretta a salutare i palestinesi partecipanti alla minacciosa coreografia. La ragazza è stata consegnata dalla Croce Rossa all’Idf. L’esercito israeliano e lo Shin Bet hanno riferito che un’unità d’élite sta accompagnando la soldatessa verso Israele, dove avrà luogo una prima valutazione medica.
“Il governo di Israele abbraccia Agam Berger, soldato dell’Esercito di Difesa di Israele. La sua famiglia è stata aggiornata dalle autorità competenti che è tra le nostre forze. Il governo, insieme a tutte le autorità di sicurezza, accompagnerà lei e la sua famiglia. Il governo di Israele è impegnato a riportare a casa tutti i rapiti e i dispersi”, lo riferisce in una nota l’ufficio di Benjamin Netanyahu.
Si prevede che i civili Arbel Yehud (29) e Gadi Mozes (80), così come cinque cittadini thailandesi, saranno rilasciati più tardi giovedì.
Le IDF e l’ISA hanno confermato: “Secondo le informazioni ricevute dalla Croce Rossa, una donna presa in ostaggio è stata consegnata nelle loro mani e si sta dirigendo verso le forze delle IDF e dell’ISA a Gaza”.
(Shalom, 30 gennaio 2025) ____________________
Non è una messinscena, è il segno dell'umiliazione che Hamas ha voluto imporre a Israele e comunicare al mondo. E il "mondo libero" occidentale, quello che ha obbligato Israele a sottoporsi, osserva silenzioso e compunto. Da piangere ci sarebbe, con le parole del libro delle Lamentazioni: "Essa piange, piange, durante la notte, le lacrime le rigano le guance; fra tutti i suoi amanti non c'è chi la consoli; tutti i suoi amici l'hanno tradita, le sono diventati nemici" (1:2), "A noi si consumavano gli occhi in cerca di un soccorso, aspettato invano; dai nostri posti di vedetta scrutavamo la venuta d'una nazione che non poteva salvarci" (4:17). M.C.
Lunedì 27 gennaio, le autorità di tutto il mondo e molti sopravvissuti alla Shoah si sono recati in Polonia per commemorare ’80° anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau. Passando per la città di Oświęcim, a pochi chilometri dal campo di sterminio, alcuni visitatori hanno colto l’occasione per far visita all’unica residente ebrea del luogo: la 34enne Hila Weisz-Gut, nipote di una sopravvissuta ad Auschwitz. Nata in Israele, dove ha conseguito un master in Studi sulla Shoah presso l’Università di Haifa, Weisz-Gut si è trasferita a Oświęcim nel 2023 per raggiungere il suo fidanzato polacco, conosciuto durante un viaggio di istruzione. Da allora la vita della giovane donna ha attirato l’attenzione dei giornalisti di tutto il mondo per essere l’unica residente ebrea della città che ancora oggi simboleggia il genocidio ebraico compiuto dai nazisti. Diversi membri della sua famiglia sono stati uccisi proprio nel campo di Auschwitz e solo sua nonna è sopravvissuta. “Se oggi conoscesse il mio indirizzo probabilmente si rivolterebbe nella tomba” ha affermato Hila nella sua recente intervista rilasciata alla CNN, spiegando che oggi può vedere l’ex-campo di sterminio dalla finestra della propria camera da letto. “Mia nonna non ha mai voluto parlare delle sue esperienze durante la Seconda Guerra Mondiale. Quando le ho chiesto di Auschwitz mi ha detto di andarmene da casa sua.” Ciononostante, l’unica residente ebrea di Oświęcim ha affermato di essersi sentita a casa con gli altri concittadini che l’hanno subito accolta come una di loro.
• La comunità di Oświęcim La storia di Oświęcim è un monito importante sugli effetti dell’antisemitismo. Nel 1939, prima dell’arrivo dei nazisti, la città era composta per quasi il60% da ebrei, mentre oggi conta solo una residente ebrea su 34.000 abitanti. “Da quando sono qui non ho avuto nemmeno un alterco antisemita con gli altri residenti” ha spiegato Hila. “Sono stati tutti molto accoglienti e gentili, facendomi spesso domande e rivolgendosi a me nel loro weekend con ‘Shabbat Shalom’”. L’anno scorso la giovane ha sposato il suo fidanzato nel caffè del Museo ebraico locale, dove lavora con lo scopo di richiamare l’attenzione sulle comunità della regione pre-Shoah. Durante la sua intervista rilasciata al sito di notizie Forward, Weisz-Gut ha raccontato che spesso si reca nella sinagoga del museo e chiede ai visitatori di aiutarla a recitare il Kaddish, la preghiera di lutto che richiede un gruppo di 10 uomini ebrei, per rendere onore a suo padre. Quando Auschwitz ha ospitato la cerimonia per l’80° anniversario della sua liberazione, il museo e la sinagoga di Oświęcim hanno deciso di aprire le porte ai partecipanti ebrei che desideravano pregare in memoria dei loro cari. “Le comunità che vengono a farci visita spesso mostrano scetticismo o disprezzo per la mia scelta di residenza” ha spiegato Hila. “Tuttavia, vivere così vicino ad Auschwitz ha acquisito un significato davvero importante per me, specialmente dopo gli eventi dell’ultimo anno.” Il 7 ottobre 2023, l’unica residente ebrea di Oświęcim è rimasta inorridita dai video pubblicati sui social media che mostravano migliaia di israeliani che correvano per mettersi in salvo dall’attacco di Hamas al festival musicale Supernova. La sua stessa madre, che vive nel nord di Israele, ha dovuto nascondersi in un rifugio sotterraneo e Hila ricorda di aver provato un’intensa paura per la sua incolumità tanto da recarsi nella sinagoga di Oświęcim per pregare. “Ho sentito il bisogno di aprire l’Aron haQodesh” ha spiegato la giovane alla CNN. “È stato devastante. Come se tutti gli orrori della Shoah stessero davvero accadendo di nuovo.” Hila Weisz-Gut nella sinagoga di Oswiecim
• L’antisemitismo in Europa Negli ultimi mesi Hila ha vissuto in prima persona il crescente pregiudizio antisemita. Durante un viaggio a Londra la madre e il marito della giovane l’hanno esortata alla cautela, suggerendole di togliere la sua collana di stelle di David e di indossare maniche lunghe per coprire un tatuaggio scritto in ebraico. “Da quando è scoppiata la guerra a Gaza la gente non distingue più tra ebrei e soldati israeliani” ha affermato Hila. “Non ci sono confini chiari.” In questi giorni l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali ha segnalato che, a partire dal 7 ottobre 2023, c’è stato un aumento del 400% degli episodi europei di antisemitismo. “Abbiamo osservato che ogni volta che c’è stata o c’è una crisi in Medio Oriente, questa ha portato ad un aumento degli incidenti antisemiti in Europa” ha dichiarato alla CNN Nicole Romain, portavoce dell’Agenzia. “In media, il 96% degli ebrei ci ha detto di aver incontrato l’antisemitismo almeno una volta nella propria vita e l’80% ritiene che sia peggiorato negli ultimi anni.” Secondo i dati riportati, il Regno Unito ha registrato 1.978 incidenti antisemiti solo nella prima metà del 2024, mentre la Francia, il Paese con la popolazione ebraica più numerosa d’Europa, ha avuto un incremento del 284% di segnalazioni di crimini legati all’odio. Nonostante questi dati preoccupanti, Hila continua tutt’ora a credere che mantenere una presenza ebraica, anche se minima, a Oświęcim sia vitale per contrastare questa nuova ondata di antisemitismo. “Per me è una dichiarazione del fatto che hanno cercato di distruggerci e di sterminarci, ma non ci sono riusciti” ha concluso la giovane. “Noi siamo la generazione che è qui per dire: ‘non ci siete riusciti. Mai più. Mai più.’”
(Bet Magazine Mosaico, 30 gennaio 2025)
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La cosiddetta “liberazione” del 27 gennaio 1945
La data del 27 gennaio segna l'anniversario esatto del giorno in cui il campo di sterminio tedesco di Auschwitz fu raggiunto dall'“Armata Rossa” nel 1945. Quando al mattino le truppe sovietiche al comando del colonnello generale Pavel Alexeyevich Kurochkin abbatterono con i loro carri armati le recinzioni del campo principale di Monowitz, incontrarono solo poche “figure” emaciate rimaste. Le cifre variano da 600 a 850 persone, di cui almeno 200 morirono nei giorni successivi nonostante l'assistenza medica.
Nel pomeriggio dello stesso giorno furono raggiunti anche il campo principale e Auschwitz-Birkenau. Lì c'erano altri 5.800 prigionieri circa, esausti e malati, tra cui quasi 4.000 donne, tutti affetti da malnutrizione e infezioni e completamente traumatizzati. Molti morirono anche lì.
In ogni caso, i soldati dell'Armata Rossa non dovettero “liberare” eroicamente il campo di sterminio di Auschwitz. A parte qualche sparuto gruppo di sbandati, le SS erano scomparse da tempo. Insieme ai soldati sovietici arrivarono anche medici e sanitari, ma soprattutto giornalisti e fotografi. Tutti portarono resoconti e immagini di un orrore inimmaginabile...
(Israel Heute, 30 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
Che la guerra a Gaza, la più lunga guerra mai intrapresa da Israele a seguito dell’eccidio di Hamas del 7 ottobre 2023 volgesse al termine si era reso plastico quando l’inviato scelto per il Medio Oriente da Donald Trump, Steven Witkoff, il 15 gennaio incontrando a Gerusalemme Benjamin Netanyahu, gli fece una offerta che non poteva rifiutare. Cosa si siano detti di preciso in quell’occasione è ignoto ai più, ma la deduzione è facile, “Acetta l’accordo con Hamas, Trump lo vuole e ti conviene, soprattutto perché lo vuole. Lui ha progetti grandiosi per il Medio Oriente e non vuole intralci”.
Queste immaginarie frasi di Witkoff, uomo vicinissimo al Qatar, grande sponsor di Hamas, con il quale ha fatto importanti affari, contengono realtà fattuali: il ruolo egemone del Qatar negli accordi per il rilascio degli ostaggi, la vicinanza al Qatar di Witkoff, e gli ottimi rapporti del ricchissimo e minuscolo emirato con Trump stesso, il quale, il settembre scorso, quando l’Emiro Al-Tahani ando a trovarlo in Florida, lo definì “uomo di pace”.
Più recentemente è stato lo stesso Witkoff a dichiarare che sarebbe buona cosa se la Casa Bianca aprisse con Hamas un canale di comunicazione diretta, magari un telefono verde al posto di quello rosso che esisteva all’epoca della Guerra Fredda e forniva la comunicazione diretta tra Washington e il Cremlino.
Il fischio di fine partita vero è arrivato però due giorni fa, quando è cominciato il rientro al nord di Gaza di mezzo milione di rifugiati, fatti spostare da Israele a sud della Striscia, una umana fiumana biblica. Chiunque pensi che il ritorno degli sfollati, il loro cospicuo addensamento umano in zone dove Hamas non ha mai smesso di operare, preluda a prossimi bombardamenti dovrebbe rinfrescarsi la memoria sul concetto di dissonanza cognitiva, elaborato da Leon Festinger nel 1957, in base al quale lo psicologo spiegava i meccanismi di difesa che entrano in azione a difesa di ciò che della realtà non ci piace e sconfessa le nostre convinzioni più profonde.
I fatti, i bruti e crudi fatti, ci dicono che dopo quindici mesi di guerra, dopo la massiccia distruzione di una parte di Gaza, dopo il depotenziamento altrettanto massiccio delle strutture operative di Hamas, dopo l’uccisione sistematica dei suoi capi, tra cui il “capo dei capi”, Yahya Sinwar, Hamas è ancora in controllo della Striscia e può contare su reclutamenti freschi che i Servizi americani stimano intorno ai diecimila, quindicimila combattenti. Se questo scenario si può definire una vittoria da parte di Israele occorrerà presto ridefinire il senso del termine, un po’ come è accaduto per “genocidio”, utilizzato dagli odiatori dello Stato ebraico al punto da provocarne il corto circuito.
Si può dare torto a Hamas quando proclama la vittoria? Quando afferma che la “resistenza” ha avuto la meglio nei confronti dell’ “aggressore”? Tutto questo è illusione ci dicono i narratori dell’epica israeliana, per i quali israele vince sempre anche quando perde, o come, in questo caso, raggiunge una vittoria mutilata. A un certo punto arriveranno i nostri e faranno tabula rasa.
Di nuovo la realtà incalza. Donald Trump non vuole guerre, la sua visione del mondo è impostata sulla negoziazione, sul primato dell’economia sulla politica, it’s all about money, baby. Per lui il nuovo Medio Oriente ha come vettore principale gli Accordi di Abramo, l’isolamento dell’Iran e la realizzazione della via del Cotone, il grande progetto di intesa tra Europa, e il Golfo, che prevede quella tra Riad e Gerusalemme e tra India e Golfo, e che, sotto egida americana, si contrapponga alla Via della Seta cinese. In questa prospettiva fastosa, che Hamas continui a governare a Gaza, seppure fortemente indebolito, è considerato marginale.
Il quattro febbraio Netanyahu andrà a Washington, dove, primo leader internazionale a farlo, incontrerà il neo eletto presidente. La cosa più probabile è che ottenga un maggiore impegno per la difesa di Israele, l’incondizionato appoggio alla sua necessità di deterrenza, molte pacche sulle spalle, ma certo non la disponibilità a ricominciare la guerra a Gaza. Non la vuole Trump, non la vogliono i sauditi, non la vuole il Qatar e, alla fine non la vuole un pezzo importante dell’esercito e degli apparati israeliani, quello che fin dal principio affermava che l’obiettivo della guerra non era sconfiggere Hamas, ma liberare gli ostaggi. Israele dovrà accontentarsi di avere inferto a Hamas il più duro colpo da quando esiste, e di avere quindi rinforzato la propria deterrenza. Si ritorna dunque alla casella di partenza, quella pre 7 ottobre.
Certamente due pezzi grossi dell’Amministrazione Trump, Marco Rubio, Segretario di Stato e Mike Waltz, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, dichiarano che Hamas non governerà più Gaza, ma fino a quando non lo dirà Trump, i loro sono solo flatus vocis.
La storia insegna che le guerre vinte parzialmente fanno covare le braci sotto la cenere e preparano nuovi incendi, soprattutto in Medio Oriente. Hamas è ormai una realtà transnazionale, l’avanguardia più agguerrita della Fratellanza Musulmana, ed è protetto dal Qatar, sostenuto dalla Turchia, e certamente anche dall’Iran che non è affatto fuori gioco. Al Qaeda è stata disarticolata, e così l’Isis, ma non Hamas, e non perché sia più forte, ma perché fin dall’inizio questa guerra non è stata combattuta realmente per sconfiggerlo. Per Hamas, come per Al’Qaeda e l’Isis, la politica viene prima dell’economia. Ritengono che sia l’ideologia che muove gli eventi della storia più della prosperità economica.
Ci vorrebbe qualcuno che lo facesse presente a Trump.
(L'informale, 29 gennaio 2025) ____________________
L'informazione capovolta che parla di ostaggi israeliani “in salute” e palestinesi “torturati”
di Giulio Meotti
I media occidentali sono stati al gioco della narrazione dei terroristi palestinesi. Dei trentatré ostaggi da liberare nella prima fase, sette donne in vita sono state liberate tra domenica 19 e sabato 25 gennaio, diciotto sono vivi, otto sono morti
I parenti delle quattro ragazze israeliane rilasciate sabato, Naama Levy, Daniella Gilboa, Karina Ariev e Liri Albag, hanno cominciato a condividere alcune storie della loro prigionia a Gaza. Naama è rimasta sola in un tunnel per mesi. Quando è emersa, ha chiesto agli altri ostaggi: “Siamo vivi?”. Sussurrava. Daniella ha ancora un proiettile conficcato nella gamba. “A volte mangiavano uno o due pezzi di pita al giorno”, hanno raccontato i familiari. Dormivano su materassi e studiavano arabo. A Emily Damari mancano due dita. Nelle ultime settimane, Hamas aveva iniziato a nutrirle di più in previsione dell’accordo di cessate il fuoco e del macabro spettacolo a favore delle telecamere di al Jazeera e sotto lo striscione “il sionismo non vincerà”.
E i media occidentali sono stati al gioco. Hanno riferito che gli ostaggi indossavano le uniformi con cui sono state catturate: falso, erano ancora in pigiama la mattina del 7 ottobre. Anche la Bbc ha trasmesso la scena da Gaza City. Ma da Londra hanno interrotto uno dei loro corrispondenti in medio oriente a metà trasmissione. Il conduttore in studio parlava della straziante esperienza degli ostaggi e del “momento difficile” che devono aver vissuto, quando l’inviato della Bbc, Sebastian Usher, ha detto quanto sembrassero “in buona salute”.
Troppo, anche per la “zietta” non certo nota per la sua politica filo israeliana e che ha trasmesso in diretta anche il discorso integrale dell’ayatollah Khamenei. Non diversa la cronaca dell’inviata di Sky, Flavia Cappellini: “Verranno condotti esami medici, ma le abbiamo viste camminare con le proprie gambe su quel palco, i primi rapporti arrivata dalla Croce Rossa sono assolutamente buoni, bisognerà vedere a livello psicologico queste ragazze come si troveranno dopo quindici mesi di prigionia. Anche i palestinesi rilasciati oggi avranno altrettante cure mediche, soprattutto perché la settimana scorsa quando ci trovavamo a Betunya, molti di questi prigionieri ci avevano raccontato di abusi e torture nelle carceri (israeliane)”.
Ecco: Hamas ha trattato bene gli ostaggi, “le ragazze che possono rimanere incinte” come le chiamarono i terroristi nel video del 7 ottobre, mentre i prigionieri palestinesi forse sono stati torturati nelle carceri israeliane.
• I terroristi palestinesi Gli stessi terroristi palestinesi che nelle carceri israeliane ricevono tre pasti al giorno e si dedicano ad attività ricreative e sportive da una a tre ore al giorno, che possono usufruire della tv via cavo (con una scelta di programmi in varie lingue), tavoli da ping pong, campetti da basket, istruzione e stipendi mensili che variano a seconda di quanto sia efferato il crimine? Più è odioso il crimine, ovvero più ebrei hai ucciso, più alto è lo stipendio versato dall’Autorità nazionale palestinese con i soldi degli aiuti ricevuti dai donatori europei. Ma per i nostri media, sono stati “torturati”.
Il New York Times del 26 gennaio definitiva “attivisti” i terroristi della Jihad islamica scarcerati da Israele nell’ambito dell’accordo. A cosa serve al Aqsa tv? Su FranceInfo, la radio pubblica francese, si parla invece di “ostaggi palestinesi”. Su Radio24, nella trasmissione di Alessandro Milan, un ospite ha elogiato lo stato di salute degli ostaggi israeliani e accusato Israele di aver costruito una “propaganda” per giustificare l’operazione militare a Gaza.
E pazienza se la Croce Rossa, che ha visitato gli ostaggi americani nell’ambasciata statunitense occupata in Iran nel 1979 e che ha fornito cibo e assistenza medica agli ostaggi giapponesi rapiti dalle forze della guerriglia in Perù, per 473 giorni il massimo che ha fatto per gli ostaggi israeliani a Gaza è stato fungere da servizio taxi al momento del loro rilascio in cambio di centinaia di terroristi. Israele ha ricevuto nella tarda serata di domenica la lista degli ostaggi che Hamas avrebbe dovuto inviare sabato scorso, con dettagli sulle condizioni dei ventisei nomi ancora da liberare nella prima fase dell’accordo, che è più un ricatto. Dei trentatré ostaggi da liberare nella prima fase, sette donne in vita sono state liberate tra domenica 19 e sabato 25 gennaio. Secondo la lista di Hamas, dei ventisei nomi rimanenti da liberare nella prima parte dell’accordo, diciotto sono vivi, otto sono morti.
Libano: Hezbollah consegna la grande base sotterranea mostrata ad agosto
di Sarah G. Frankl
Secondo fonti libanesi, il gruppo terroristico Hezbollah ha ceduto una base missilistica sotterranea alle forze armate libanesi, mentre Gerusalemme e Beirut hanno concordato di prorogare la scadenza per il ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale, nell’ambito di una tregua entrata in vigore a fine novembre. Al-Arabiya riferisce che la struttura sotterranea nel Libano meridionale, dotata di grandi tunnel attraverso i quali possono transitare i camion, è stata svuotata di tutti i macchinari pesanti prima che le LAF ne prendessero il controllo. L’emittente di proprietà saudita trasmette un filmato che mostra le truppe libanesi mentre ispezionano i locali. Hezbollah si era vantato della base missilistica, soprannominata Imad 4, in un video di propaganda pubblicato ad agosto, prima che Israele lanciasse la sua campagna militare che ha spazzato via la maggior parte dei vertici del gruppo terroristico sostenuto dall’Iran, tra cui lo storico capo Hassan Nasrallah. Israele ha affermato che non potrà rispettare la scadenza di 60 giorni prevista dall’accordo di cessate il fuoco per garantire che Hezbollah non ripristini la sua presenza nel Libano meridionale, perché le LAF non si sono schierate in tutte le aree a sud del fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine con Israele, come concordato. La Casa Bianca ha dichiarato domenica che la scadenza per il ritiro delle IDF è stata prorogata al 18 febbraio.
Trump designa gli Houthi come organizzazione terroristica
di David Fiorentini
Continua a scorrere il fiume di cambiamenti che il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta apportando alla politica estera americana. In un recente comunicato, il gruppo armato Ansar Allah attivo nello Yemen, conosciuto come movimento degli Houthi, è stato designato come Organizzazione Terroristica Straniera (FTO). La Casa Bianca ha dichiarato che questa decisione rappresenta un cambio di rotta rispetto all’amministrazione Biden, che invece aveva rimosso gli Houthi dalla lista delle FTO, un mese dopo che lo stesso Trump li aveva inseriti per la prima volta nel 2021. Inoltre, il comunicato ha evidenziato le conseguenze di tale approccio moderato, sottolineando come “a causa della politica debole dell’amministrazione Biden, gli Houthi hanno attaccato decine di volte navi da guerra statunitensi, lanciato numerosi attacchi contro infrastrutture civili in paesi partner e attaccato oltre 100 volte navi commerciali che transitavano nello stretto di Bab al-Mandeb.” Il nuovo obiettivo degli Stati Uniti sarà “eliminare le capacità e le operazioni degli Houthi, privarli delle risorse e porre così fine ai loro attacchi contro i militari e i civili statunitensi, i partner degli USA e la navigazione marittima nel Mar Rosso.” Inoltre, tutti i riceventi degli aiuti economici americani, saranno sottoposti a una revisione a tappeto congiunta da parte dell’Amministratore dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID) e del Segretario di Stato. “Dopo questa revisione, il Presidente indirizzerà l’USAID a terminare i rapporti con entità che hanno effettuato pagamenti agli Houthi o che si sono opposte agli sforzi internazionali per contrastare il terrorismo e gli abusi degli Houthi,” ha concluso Washington. Parole forti, che hanno generato la preoccupazione degli enti attivi nella regione, a partire dalle organizzazioni umanitarie. La britannica Oxfam ha già avvertito come il provvedimento peggiorerà la sofferenza dei civili yemeniti, interrompendo le importazioni vitali di cibo, medicine e carburante. “L’amministrazione Trump è consapevole di tali conseguenze, ma ha scelto di procedere comunque, e sarà responsabile della fame e delle malattie che ne deriveranno,” ha affermato Scott Paul, direttore di Oxfam America per la pace e la sicurezza. D’altro canto, alcuni analisti avevano ampiamente previsto questa mossa, nell’ambito di una più ampia strategia per aumentare la pressione sul regime di Teheran. “Sebbene la ridefinizione probabilmente non avrà un impatto positivo sul comportamento del gruppo, la misura suggerisce che la nuova amministrazione non intende indurre (o persuadere) gli iraniani a negoziare attraverso concessioni,” ha spiegato David Schenker, ex assistente del segretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente Nel frattempo, con il temporaneo cessate il fuoco a Gaza, gli Houthi hanno ridotto gli attacchi nel Mar Rosso e hanno rilasciato l’equipaggio della nave commerciale Galaxy Leader, sequestrata oltre un anno fa al largo delle coste yemenite.
Abbiamo bisogno di cultura, arte e mondo accademico – ma non di quelli che abbiamo ricevuto
La cultura al suo meglio può purificare ed elevare, ma per ottenere questo auspicabile risultato ci sono due condizioni.
di Rav Chaim Navon - Makor Rishon
La cultura ci raffina? L'università arricchisce il nostro pensiero? Gli uomini di cultura, arte e del mondo accademico rivendicano uno status speciale nella società israeliana. Chiedono finanziamenti generosi, descrivono ogni critica nei loro confronti come un pericolo per lo stato e si presentano come la coscienza nazionale di tutti noi. Tutto questo si basa sull'assunzione che cultura, arte e istruzione accademica rendano effettivamente le persone migliori e più profonde. Quando gli artisti protestano contro l'intenzione di chiudere la Broadcasting Corporation, ricordano ancora e ancora che senza cultura siamo perduti. Ma è davvero così? Il critico letterario George Steiner ha sollevato dubbi su questo dopo l'Olocausto: "Sappiamo già che è possibile che una persona legga Goethe o Rilke la sera, suoni Bach e Schubert, e vada a lavorare ad Auschwitz la mattina. Come influisce questa conoscenza sulla speranza diventata quasi un assioma che la cultura sia una forza che genera umanità?" Steiner ha aggiunto: "Abbiamo ben poche prove concrete che gli studi letterari arricchiscano la nostra percezione morale". Pablo Picasso era forse il più grande artista del XX secolo. Molti dicono che il suo più grande dipinto fosse "Guernica", un meraviglioso dipinto pacifista sugli orrori della guerra. Picasso stesso era un uomo malvagio, egoista e crudele. Mentre dipingeva Guernica, sua moglie è venuta a trovarlo in studio e lo ha trovato con la sua amante. Picasso ha incoraggiato le due a picchiarsi, ridendo con piacere e continuando a dipingere. Questo è ciò che il magnifico dipinto umanistico Guernica ha fatto all'uomo che lo ha dipinto. La cultura al suo meglio può effettivamente purificare ed elevare. Ma per ottenere questo risultato desiderato ci sono due condizioni: primo, il benefico effetto di un libro eccezionale e di un dipinto emozionante lo trarranno solo persone già educate e fondamentalmente buone. Una persona rozza e aggressiva non trarrà nulla da un'opera d'arte sublime, ed è per questo che gli insegnanti sono importanti. Secondo, bisogna setacciare accuratamente dall'oceano di spazzatura le poche opere che possiedono realmente questa influenza. E per quanto riguarda l'università? Da essa si può trarre molto, e ricordo con piacere i miei studi presso la Facoltà di Scienze Umane dell'Università Ebraica, con i suoi grandi studiosi. Ma quando guardo la voce pubblica dell'accademia israeliana, la sensazione complessiva è di amarissima delusione. Ci aspettavamo che l'accademia ci desse una prospettiva sofisticata, misurata e complessa sui nostri dilemmi; che dai nostri professori anziani sentissimo una voce delicata e moderata sulle tensioni che ci lacerano: nel dibattito sullo scambio di ostaggi ci sono argomenti pro e contro; nella riforma giudiziaria ci sono vantaggi e svantaggi. Invece vediamo la maggior parte dei leader accademici israeliani guidare un coro isterico e aggressivo, unidimensionale e univoco, una voce che non arricchisce il discorso israeliano ma lo soffoca. I professori sono anzi tra i più chiassosi e diretti. I rettori delle università hanno persino avviato per la prima volta scioperi politici in accademia, imponendoli ai pochi docenti e ai molti studenti che la pensano diversamente. Chi ha sollevato il nostro spirito in questo difficile anno? Persone come il rav Tamir Granot, Iris Haim, Menachem Klemenzon – che non sono accademici e non lavorano nell'"industria culturale". Un dibattito si sta oggi svolgendo all'Università Ebraica intorno al conferimento di un dottorato honoris causa al Presidente dello Stato, Yitzhak Herzog. Herzog è una persona gentile e affabile, e nel contempo un chiaro uomo di sinistra, che in passato ha persino guidato il Partito Laburista. Herzog ha mancato un'opportunità di proporre un buon compromesso sulla riforma giudiziaria e all'ultimo momento ha scelto di spostarsi a sinistra. Da molti mesi si esprime a favore di uno scambio di ostaggi a un prezzo elevato e contro le fazioni estremiste del governo. Nonostante questo, è accettabile in modo ragionevole anche tra le persone di destra. Ma molti professori all'Università Ebraica vogliono negargli il titolo, non per la sua chiara preferenza per la sinistra, ma perché non è abbastanza estremista nella sua sinistra. 46 professori hanno votato a favore di Herzog, 35 contro e 12 si sono astenuti. Gli oppositori del presidente hanno sottolineato che la maggioranza non lo ha sostenuto e hanno dichiarato ai media: "Non ha richiesto con fermezza una commissione d'inchiesta nazionale e ha firmato missili dell'IDF". In risposta, le autorità universitarie hanno sottolineato che il titolo è stato conferito come segno di rispetto per l'istituzione presidenziale – probabilmente per suggerire che forse il presidente stesso ha peccato nell'identificarsi con i suoi soldati, ma l'istituzione presidenziale non ha firmato missili. La conclusione da tutto questo non è che possiamo rinunciare a cultura, arte e mondo accademico. Abbiamo assolutamente bisogno di cultura – una cultura diversa; l'arte è molto importante per noi – un'arte che elevi spiritualmente; non c'è sostituto alla ricchezza che l'istruzione accademica può offrirci – quella che educa a un pensiero complesso e misurato, e non a un clamoroso inseguimento del gregge illuminato. Volete la nostra fiducia e i nostri finanziamenti? Prima di tutto, verificate cosa state realmente offrendo alla società israeliana.
L'ufficio politico dei miliziani elogia il tycoon: «Un presidente serio». Lui imita Israele e prepara un decreto per dotare gli Usa di un Iron dome. L'Italia spedisce altri sette carabinieri per la missione europea a Rafah
di Flaminia Camilletti
Migliaia di palestinesi in viaggio verso Nord, a piedi. Israele, nonostante gli scettici, ha mantenuto la promessa e ha aperto il corridoio Netzarim per la prima volta dopo 15 mesi di guerra. Le immagini riprese dai droni sono impressionanti e per la prima volta dal 7 ottobre si ha l'idea di una distensione senza precedenti.
L'arrivo di Donald Trump ha cambiato il verso del conflitto in Medio Oriente, che piaccia o meno. E anche se la sua proposta di far evacuare la Striscia, trasferendo i rifugiati in Egitto e Giordania, è stata presa male praticamente da tutti, c'è anche chi, tra gli avversari, ne riconosce la serietà. Moussa Abu Marzouk, un membro dell'ufficio politico di Hamas, ha fatto sapere che i miliziani sono disposti a lasciare il governo di Gaza e a negoziare con gli Stati Uniti una soluzione per il «martoriato territorio palestinese». Marzouk ha poi dichiarato di ritenere Donald Trump «un presidente serio» alla luce dell’accordo di cessate il fuoco con Israele che il suo inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha aiutato a chiudere.
Hamas, ha spiegato Marzouk, è conscia che una nuova autorità che guidi la Striscia di Gaza avrebbe bisogno di appoggio sia regionale sia internazionale e dovrebbe essere sostenuta dal presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. Il mese scorso Hamas e Al Fatah avevano trovato un'intesa sulla creazione di un comitato di dieci-quindici figure che amministri Gaza con il consenso di entrambe le fazioni. Un piano impossibile da accettare per Israele, che da una parte vuole escludere completamente Hamas dalla Striscia e dall'altra non ritiene gli attuali vertici dell'Anp in grado di svolgere un compito così complesso. Il timore è che presto Gaza diventi di nuovo un covo di terroristi nascosti tra scuole e ospedali. Marzouk, d'altro canto, a sua volta ha spiegato che non intende aprire «al dialogo con Israele» e dopo gli apprezzamenti a Trump ha puntualizzato: «Nessun palestinese o arabo accetterà l'idea di sfollamento di Trump», riferendosi all'idea di evacuare la Striscia, facendo rifugiare la sua popolazione tra Giordania ed Egitto, Entrambi i Paesi si sono opposti con risolutezza.
Ieri, Hamas finalmente ha consegnato a Israele la lista dei 33 ostaggi che ha promesso di liberare: 25 sono vivi e 8 sono morti. Nessun nome, solo numeri, con le famiglie disperate in attesa. Le autorità israeliane hanno fatto sapere alla stampa che le informazioni fornite coincidono con quelle di cui già erano a conoscenza. Hamas ha poi confermato che libererà tre ostaggi entro venerdì prossimo, 31 gennaio. Altri tre saranno rilasciati sabato 1° febbraio. Venerdì dovrebbe esserci anche Arbel Yehud, la ventinovenne rapita a Nir Oz che avrebbe dovuto essere liberata già con il secondo rilascio. L'ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu, scrive che Israele ha raggiunto l'accordo con Hamas dopo «trattative forti e determinate» e ribadisce che «non tollererà alcuna violazione dell'accordo». Il premier israeliano, intanto, ha messo in agenda un viaggio a Washington per la prossima settimana: incontrerà il presidente degli Stati Uniti Trump, che proprio ieri ha fatto sapere che intende firmare un decreto esecutivo per la costruzione di un Iran Dome per gli Usa. Lo stesso scudo missilistico che possiede Israele. Decisione assunta a causa della « minaccia di attacchi di missili balistici, cruise e ipersonici» per gli Stati Uniti. In realtà si tratterà di un sistema simile, probabilmente, perché Iran Dome non sarebbe in grado di coprire l'intera superficie della nazione americana .
Anche l'Europa riattiva il suo impegno a Rafah. Il Consiglio Affari esteri dell'Unione ha annunciato il ripristino della missione Eubam-Rafah. Lo ha annunciato l'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas, spiegando: «Tutti concordano che questa missione può giocare un ruolo decisivo nel sostenere la tregua. Oggi i ministri hanno concordato il suo rilancio. Questo permetterà che un certo numero di persone ferite potranno lasciare Gaza e ricevere cure mediche». L'Italia parteciperà inviando altri 7 carabinieri entro fine gennaio, che si uniranno ai due italiani già presenti. Questo personale sarà integrato nella Forza di gendarmeria europea (Eurogendfor). L'Italia si farà inoltre carico del trasporto dell'intero contingente attraverso il Comando operativo di vertice interforze della Difesa (Covi), che coordinerà il trasferimento e il dispiegamento nell'area di militari della Guardia civil spagnola e di gendarmi francesi, che si uniranno alla forza internazionale.
Ritorno degli sfollati a Gaza Nord: ecco come avviene. Quali i controlli
Contractor americani ed egiziani controllano i veicoli che fanno ritorno a Gaza Nord
Gli appaltatori della sicurezza hanno iniziato a ispezionare i veicoli a Gaza per evitare che le armi pesanti vengano spostate nel nord dell’enclave, dove decine di migliaia di palestinesi sono tornati lunedì. Un funzionario egiziano ha dichiarato che gli appaltatori egiziani, insieme a una ditta statunitense, stavano gestendo i posti di blocco per ispezionare i veicoli diretti verso il nord della Striscia di Gaza attraverso la strada Salah a-Din. Gli appaltatori fanno parte di un comitato egiziano-qatariota che attua il cessate il fuoco. Un uomo d’affari palestinese che ha attraversato un posto di blocco ha raccontato al New York Times che il personale di sicurezza statunitense in tenuta scura controlla le auto, mentre i soldati che parlano un dialetto egiziano dell’arabo organizzano il movimento dei veicoli e i passeggeri che vengono fatti scendere durante le ispezioni. “L’ispezione e l’attraversamento dell’auto non richiedono più di un minuto o due”, ha dichiarato. “Mi hanno chiesto di aprire il bagagliaio e il cofano e poi mi hanno augurato buon viaggio”. Un funzionario israeliano, che ha confermato che le ispezioni sono iniziate lunedì, ha descritto il team che opera le ispezioni come “multinazionale”, ma non ha fornito ulteriori dettagli, tranne che per dire che include una società di sicurezza privata americana. Secondo quanto riportato la scorsa settimana, la società statunitense Safe Reach Solutions sarà responsabile della gestione operativa dei valichi lungo il corridoio, mentre un’altra società americana e una società egiziana effettueranno le ispezioni. Il funzionario ha anche giurato che Israele continuerà ad agire contro le violazioni dei termini del cessate il fuoco. L’IDF ha riferito che nel centro di Gaza, un attacco di droni è stato effettuato come avvertimento dopo che un veicolo ha tentato di recarsi a nord di Gaza attraverso un’area vietata al traffico veicolare dall’accordo, e come tale non sarebbe stato sottoposto a ispezione. I media palestinesi hanno riferito di un attacco di droni contro un trattore che cercava di superare la barriera a Nuseirat. In diverse aree di Gaza dove le truppe israeliane sono ancora dispiegate, l’esercito ha detto che i soldati hanno sparato colpi di avvertimento ai sospetti che si avvicinavano. In un incidente nel nord di Gaza, l’IDF ha dichiarato che le truppe hanno preso di mira un sospetto che non si è ritirato dopo aver sparato i primi colpi di avvertimento. Gli incidenti sono avvenuti mentre masse di palestinesi si riversavano lungo le strade che portavano al nord di Gaza, con immagini che mostravano operatori di Hamas armati e mascherati che mostravano il segno della vittoria tra la folla di ritorno. A differenza di quanto avviene per i veicoli, il cessate il fuoco esenta dalle ispezioni i palestinesi che viaggiano a piedi, anche se non dovrebbero portare armi. Hamas ha rilasciato una breve dichiarazione in cui afferma che “più di 300.000 sfollati” palestinesi “sono tornati oggi… nei governatorati del nord” di Gaza, una cifra che non è stato possibile verificare in modo indipendente. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che oltre 200.000 persone sono state osservate spostarsi verso nord lunedì mattina. Durante i 15 mesi di combattimenti, Israele è stato cauto nel permettere lo spostamento dei gazesi dal sud al nord, temendo che Hamas avrebbe sfruttato l’opportunità per riposizionare i suoi combattenti. Secondo i termini dell’accordo di cessate il fuoco, i residenti del nord di Gaza dovevano inizialmente rientrare durante il fine settimana, ma Israele ha affermato che Hamas aveva violato l’accordo non rilasciando l’ostaggio civile Arbel Yehoud mantenendo quindi chiusi i valichi. Nella tarda serata di domenica, i mediatori del Qatar hanno dichiarato che Hamas aveva accettato di rilasciare Yehoud e altri due ostaggi – uno dei quali era la soldatessa Agan Berger – entro venerdì e che Israele, in cambio, avrebbe permesso ai palestinesi sfollati di tornare nel nord di Gaza a partire da lunedì mattina. Tre uomini sarebbero stati rilasciati sabato. Gerusalemme ha detto anche che Hamas ha finalmente inviato una lista che dettaglia le condizioni dei restanti ostaggi che devono essere rilasciati nella prima fase del cessate il fuoco, che dura da 42 giorni ed è iniziata il 19 gennaio. Sia il mancato invio dell’elenco entro sabato che la mancata liberazione di Yehoud da parte di Hamas prima del rilascio di quattro donne dell’IDF sono stati considerati da Israele come violazioni dell’accordo di tregua.
Klaus Davi espone nel centro di Milano lo striscione “Free Gaza from Hamas”
“Free Gaza from Hamas” è la frase contenuta in uno striscione nella centralissima Via Santa Sofia a Milano. Visibile dalle prime luci dell’alba, lo striscione è stato esposto sulla ringhiera di un’abitazione privata del capoluogo lombardo che si affaccia sulla trafficatissima circonvallazione interna della metropoli. A esporlo sulla propria terrazza è stato il giornalista Klaus Davi, proprietario dell’appartamento in centro. Autore di numerose inchieste sull’Islam radicale e sulla criminalità organizzata, Klaus Davi ha più volte preso posizione a favore del diritto dello Stato di Israele di esistere e di difendersi dall’aggressione del terrorismo stragista e mafioso dell’organizzazione Hamas perpetrata il 7 ottobre 2023.“Li espongo a casa mia, in un appartamento di mia proprietà, pagandoli con i miei soldi cosi qualcuno non può dire che sono un ‘provocatore'”, ha dichiarato Davi all’Ansa. Lo striscione che ho affisso ieri “Free Gaza from Hamas” e la bandiera di Israele che si affaccia sulla centralissima via Santa Sofia, sarà il primo di una lunga serie.
Tra woke, slogan e sfumature antisemite: Hamas e i suoi utili idioti
“Organizzazioni studentesche, ong, intellettuali, accademici, partiti: così la nebulosa della Fratellanza musulmana ha organizzato la guerra culturale in occidente”. Intervista a Michaël Prazan.
di Giulio Meotti
Il giorno in cui è stata annunciata la tregua tra Israele e Hamas, in Francia è uscito il nuovo libro del giornalista francese Prazan,“La vérité sur le Hamas et ses idiots utiles”. Quando si tratta di comunicazione, i terroristi sono diventati esperti, padroneggiando sia la guerra culturale sia l’uso delle armi grazie agli “utili idioti” sulla copertina di Prazan. Lo si è visto nella parata organizzata a Gaza per il secondo scambio tra Israele e Hamas. Un grande cartello annunciava: “il sionismo non vincerà”. “‘Utili idioti’ è un termine attribuito a Lenin, con cui si indicavano gli intellettuali occidentali e altri ‘compagni di viaggio’ del Partito Comunista che servivano la causa dell’oppressione sovietica, sinceramente oppure manipolati da Mosca” dice Prazan al Foglio. “In primo luogo, ci sono le organizzazioni della Fratellanza Musulmana, provengono dalle nebulose associazioni della Fratellanza, di cui Hamas è il ramo palestinese, presente in più di ottanta paesi in tutto il mondo, e particolarmente radicata nel mondo studentesco”. In Francia, è stata l’associazione “Studenti per la giustizia in Palestina” a dare il via alle manifestazioni a Sciences Po, “reclutando schiere di utili idioti tra gli studenti della prestigiosa scuola, destinati a diventare l’élite del paese. Questa associazione, creata negli anni Novanta da Hatem Bazian, un Fratello Musulmano palestinese che insegnava diritto islamico a Berkeley in California, è stata bandita negli Stati Uniti per aver finanziato Hamas. L’associazione Étudiants musulmans de France, creata nel 1989 e legata a Femyso, è un’altra propaggine della Fratellanza Musulmana specializzata nell’infiltrazione nelle istituzioni europee. E’ stata all’origine di una campagna di manifesti che promuoveva il velo islamico e ha la vocazione, come afferma Mohamed Louizi, dirigente pentito della associazione, del proselitismo nelle università. Organizzano distribuzioni di cibo in collaborazione con un’altra associazione, ancora più interessante: Humani’Terre. Questo non è niente di più e niente di meno che il nuovo volto del Palestinian Charity and Relief Committee, un’organizzazione che si definisce umanitaria e agricola; ma di fatto una vetrina per Hamas. Sebbene Humani’Terre fosse nel mirino del Dipartimento del Tesoro americano dal 2003, la sua filiale francese continuava a ricevere sussidi pubblici. Oltre a queste associazioni, che hanno animato l’agitazione studentesca tra giovani tanto ignoranti quanto facilmente manipolabili, ovunque in occidente, e in particolare nelle più prestigiose università, abbiamo assistito all’emergere di intellettuali, islamologi, ma anche politici”. Questi ultimi sono particolarmente forti nella France Insoumise, il partito di Jean-Luc Mélenchon: “Tanto per ragioni di clientelismo elettorale (il voto musulmano e il voto dei giovani), quanto per un ruolo sincero e più o meno presunto, ha giocato la carta di Hamas, riprendendone gli slogan e gli elementi linguistici. Il discorso di questa estrema sinistra si è diffuso a macchia d’olio, poiché il suo discorso si è in parte esteso alle fila del Partito socialista e ha contaminato alcune dichiarazioni di Emmanuel Macron”.
• Dal “Sud del mondo” all’Onu Allargando il campo d’azione, abbiamo visto numerose ong, governi del “Sud del mondo” e organismi delle Nazioni Unite gettarsi a capofitto nella breccia. “Queste ong non hanno condannato l’attacco di Hamas, non hanno mostrato alcuna preoccupazione per gli ostaggi, tanto meno per la loro salute, né hanno chiesto il loro rilascio; si precipitano a maledire Israele. Astenendosi dal definire Hamas un’organizzazione terroristica, Amnesty ha proposto di utilizzare la parafrasi di ‘gruppo armato palestinese’, con il pretesto che ‘il terrorismo non esiste secondo il diritto internazionale’, quando non aveva esitato, qualche anno prima, a utilizzare l’aggettivo ‘terroristi’ per descrivere le atrocità di Boko Haram. Da parte sua, Greenpeace ha condannato ‘le uccisioni indiscriminate della popolazione palestinese di Gaza come rappresaglia per gli attacchi di Hamas’, senza una parola di compassione per le vittime israeliane. Per quanto riguarda l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che aiuta i palestinesi, che educa i giovani palestinesi nelle sue scuole ad odiare gli ebrei e Israele, tremila dei suoi insegnanti hanno esultato lo stesso giorno dei massacri su Instagram, celebrando questa ‘gloriosa mattina indimenticabile’, rallegrandosi che ‘i razzi eliminino i sionisti dalla faccia della terra’. Altrettanto risuonava il silenzio delle femministe, che non sembravano toccate dagli stupri e dalle uccisioni di massa che colpivano donne di tutte le età. La reazione del Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, con ancora i cadaveri in fiamme del 7 ottobre, in cui ha condannato gli ‘atti perpetrati da Hamas’ senza nominarli, aggiungendo nella stessa frase che ‘è anche importante’ riconoscere che essi ‘non si verificano fuori dal contesto’, è tanto disarmante quanto indecente”.
Il giorno della memoria ormai è la fiera dell’ipocrisia
Una ricorrenza da abolire. Perfino la data della commemorazione è inopportuna: i sovietici entrarono ad Auschwitz quando il campo era ormai vuoto. E l'imposizione di un ricordo non genuino ha alimentato un antisemitismo che già aleggiava in tutta Europa durante la guerra.
di Silvana De Mari
Il 27 gennaio è sempre più la fiera dell'ipocrisia e dell'antisemitismo. In effetti è sempre stata la fiera dell'ipocrisia e dell'antisemitismo, l'affetto infinito degli ebrei morti e l'odio isterico contro quelli vivi. Quelli in coda davanti le camere a gas, quelli sì che erano ebrei per bene, mica come questi insopportabili israeliani armati fino ai denti che si permettono di rispondere al fuoco. La scelta della data è già discutibile. Quando i sovietici hanno liberato il campo di sterminio di Auschwitz, con molta calma, non era una loro priorità, il campo era praticamente vuoto. Le Ss si erano fortunatamente dimenticate di sopprimere gli internati che in quel momento si trovavano nelle infermerie, dando anche probabilmente per scontato che sarebbero morti da soli di fame e di freddo prima dell'arrivo dei sovietici. E’ grazie a questo che Primo Levi si è salvato. Le migliaia di deportati non erano più nel campo di concentramento, ma erano state spostate verso ovest, verso la Germania, sia perché non fossero liberate, sia per sfruttarle come forze di lavoro, in un viaggio fatto in parte a piedi e in parte in vagoni ferroviari aperti nel gelido inverno polacco. Il numero di morti nelle marce è stato talmente alto che sono state chiamate marce della morte. Il 27 gennaio del '45 gli ebrei non sono stati liberati: la schiavitù e gli assassinii sono continuati per ancora lunghi atroci mesi. Il 27 gennaio semplicemente l'Armata Rossa è arrivata in un campo di concentramento vuoto.
Dovendo scegliere come data la liberazione di un campo di concentramento avrei scelto Buchenwald, 11 aprile 1945. Il campo era stato evacuato solo parzialmente grazie alla resistenza dei detenuti, per cui ne furono liberati più di 20.000. A Buchenwald però sono arrivati gli americani, il partito comunista preferiva la data della liberazione del campo di Auschwitz anche se abbandonato. Il Partito comunista sovietico con tutte le sue numerose ancelle, ha imposto la data, ha imposto anche un ricordo che non è spontaneo, né poteva esserlo ovviamente, e che, come tutte le cose calate dall'altro, ha creato fiumi di soffocato risentimento. Una delle linee di questo risentimento è il negazionismo: non erano 6 milioni ma 2 milioni e mezzo, anzi 50.000, forse 1200. Il 4 e il 6 ottobre 1943 a Posen, Himmler riconobbe in due discorsi ufficiali come i nazisti stessero sterminando sistematicamente tutti gli uomini, le donne e i bambini ebrei che trovavano sulla loro strada, tutti. Questo dovrebbe porre fine alle discussioni. Gli ebrei non potevano scappare da nessuna parte, visto che tutte le nazioni a cominciare la Svizzera avevano chiuso loro le frontiere, e meno che mai potevano scappare nemmeno nella terra di Israele visto che i palestinesi avevano costretto la Gran Bretagna a mettere il veto. Dello sterminio una parte di responsabilità l'hanno le nazioni che hanno chiuso le frontiere. Lo sterminio e stato reso possibile dalla collaborazione delle popolazioni locali. Dove le popolazioni locali non hanno collaborato, o hanno collaborato poco e male, Danimarca, Bulgaria e Corsica, le popolazioni ebraiche sono state in tutto o in parte salvate.
Che l'Europa abbia collaborato allo sterminio degli ebrei fa sì che gli europei intendano superare i sensi di colpa con l'antica pratica della criminalizzazione della vittima, con le tesi più tragicamente idiote che comunque continuano a circolare: «Hitler era ebreo, o comunque aveva sangue ebraico, il nazismo è stato sostenuto dagli ebrei, ai quali ha fatto comodo avere un po' di morti così hanno potuto mettere le mani sulla Palestina, dove stanno commettendo un genocidio, quindi siamo al pareggio». Queste bestiali idiozie continuano a circolare. Il popolo d'Israele ha riconquistato e difeso con il suo coraggio la terra dei suoi padri, che prima aveva acquistato a prezzi altissimi e come si dice in Toscana «chi vende non è più suo». Il progetto di sterminio nazista comprendeva anche gli ebrei già al sicuro nella terra che sarebbe poi diventata Israele, mediante un patto d'acciaio tra i palestinesi e nazisti. Ha ricostruito tutta questa oscura parte della storia il libro Nazi Palestine, the plans for extermination of the Jews in Palestine, di Klaus Michael Mallmann e Martin Cuppers. I campi di concentramento non sono stati fatti in un giorno. All'inizio ci fu un allontanamento dalle cariche pubbliche, il divieto di matrimoni misti, e ovvi progetti di espulsione. Alla Conferenza di Evian del 1938 tutte le nazioni con l'esclusione dell'Honduras rifiutarono di accogliere gli ebrei tedeschi, sia perché non avevano capito, era inconcepibile, che rischiavano la vita, sia per non destabilizzarsi accogliendo minoranze. La Gran Bretagna vietò che andassero in Palestina per evitare altri disordini. L'odio condiviso per gli ebrei creò una convergenza crescente che portò a un cambiamento epocale nella politica estera tedesca, che alla fine degli anni '30 spostò il suo focus dal cercare di accelerare l'emigrazione ebraica al fornire sostegno diretto ai nazionalisti arabi.
Nel momento in cui Hitler salì al potere è evidente e anche ovvio che divenne la speranza di chi voleva distruggere quell'embrione di nazione che sarebbe diventata Israele. Nel 1941 la Germania nazista sembrava invincibile. Nel Nord Africa la sua vittoria sembrava certa. A Berlino venivano elaborati piani molto specifici per garantire il genocidio degli ebrei in Palestina. Con l'invasione dell'Egitto alle porte, molti nazionalisti arabi che cercavano di eliminare la presenza britannica e francese nel Nord Africa e nel Vicino Oriente si rivolsero a un leader, il Gran mufti di Gerusalemme, Haj Amin el-Husseini, come guida. Il Mufti visitò le capitali dell'Asse e ebbe diversi incontri con Adolf Hitler. La Germania nazista non solo promise di porre fine alla «presenza coloniale» europea che aveva sostituito l'Impero Ottomano, ma si impegnò anche a spazzare via gli ebrei che vivevano in Palestina da tempo immemorabile, così come i nuovi arrivati con il movimento sionista moderno nel diciannovesimo secolo e in seguito alla Dichiarazione Balfour del 1917. Il processo di sterminio stava per essere attivato e gli ufficiali delle Ss e dell' Sd (Sicherheitsdienst Servizio di sicurezza) erano stati selezionati e assegnati al compito. Quando l'Afrika Korps fu sconfitto a EI Alamein, l'Einsatzkommando (nome dato a squadre della morte mobili come quelle che agirono in Ucraina) spostò le sue operazioni in Tunisia, dove per molti mesi attuò crudeli politiche antiebraiche. Fu uno specifico programma di sterminio regionale nel contesto dell'Olocausto, di cui resta traccia negli statuti di Hamas e Al Fatah, che prevedono al primo articolo la distruzione dello Stato di Israele. L'articolo 7 di Hamas afferma che saranno assassinati gli ebrei ovunque si trovino nel mondo. Questo è un programma genocidiario. Israele risponde al fuoco. Gaza spara su Israele, dopo lo spaventoso pogrom del 7 ottobre, Israele spara su Gaza. Lo stato di Israele è l'unico che durante le guerre avverte dove sta per bombardare, perdendo così l'effetto sorpresa, ma dando tempo ai civili, oltre che i miliziani nemici, di mettersi al sicuro. Se si difende da aggressioni rinunciando alla forza massimale per diminuire le perdite dei civili nemici, viene comunque tacciato di genocidio. Ai civili palestinesi però è vietato l'accesso ai rifugi antiaerei. Come nella fiaba di Pollicino, l'orco che vuole uccidere i bambini degli altri, uccide i suoi stessi bambini.
Sento i miei passi sulla distesa bianca di neve che si perde nel grigio fra il cielo e la terra… Alberi brulli, lontano, baracche tetre che sussurrano dolori inenarrabili, vissuti e consumati nel tempo, cicatrici che restano e segnano profondamente il corpo e l’anima. Per non dimenticare… Il passato è sempre presente, un presente attuale, che rinnova l’angoscia. Uomini, donne, vecchi, giovani e bimbi, niente è cambiato. L’odio cieco e violento non impallidisce ma rinnova il suo vigore. Il male appare nel suo orrore più profondo, è tangibile e pesa come un macigno, insopportabile! Israele, il tuo dolore è il dolore di Dio ed è anche il mio dolore, ma… … ”Il Dio Eterno è il tuo rifugio; e sotto di te stanno le braccia eterne.” L’odio umano è un puntino nell’universo a fronte dell’eterno amore del Signore per te!
Carmela Palma
(Notizie su Israele, 27 gennaio 2025)
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State lontani dal giorno della memoria
State lontani dal giorno della memoria, voi che gridate a squarciagola “from the River to the sea”.
State lontani dal giorno della memoria voi che avete inondato le piazze con slogan antisemiti.
State lontani dal giorno della memoria voi che fingete di ricordare gli ebrei morti ma non volete e non siete in grado di difendere quelli vivi.
State lontani dal giorno della memoria voi che dagli alti scranni delle istituzioni tentate di degiudaizzare questa giornata con il pretesto che “si vabè gli ebrei ma nei campi vi finirono tanti altri”.
State lontani dal giorno della memoria voi che inneggiate alla Resistenza italiana confondendola capziosamente con Hamas e il terrorismo vigliacco dei tagliagola, ben consapevoli della differenza totale e assoluta.
State lontani dal giorno della memoria pro pal che con la scusa del popolo palestinese non perdete occasione di dimostrare il vostro antisemitismo riscrivendo la storia.
State lontani dal giorno della memoria, ipocriti vigliacchi che amano gli ebrei solo quando sono morti ma negano al popolo Ebraico il diritto all’esistenza e alla sopravvivenza.
Tutti voi state lontani dal giorno della memoria perché questo giorno laicamente sacro non vi appartiene!
Questo giorno serve per ricordare la più immane tragedia dell’umanità in cui sei milioni di ebrei furono uccisi Senza colpa, per il solo fatto di essere ebrei.
Questo giorno ci ricorda che mai più è ora! E che tutti i giorni sono giorni della memoria per chi quella tragedia non la dimentica e per chi si batte perché non accada mai più!
Gaza, Hamas apre a Trump e svela quanti ostaggi sono vivi
La conferma di un alto funzionario del gruppo terrorista: Hamas non intende necessariamente governare la Striscia dopo che la guerra sarà finita
di Franco Lodige
Importanti novità dal Medio Oriente. È infatti arrivata l’apertura di Hamas a Donald Trump. L’alto funzionario del politburo del gruppo islamista Moussa Abu Marzouk ha spiegato ad al Arabiya che i miliziani non intendono necessariamente governare la Striscia di Gaza dopo che la guerra, iniziata con Israele il 7 ottobre 2023, sarà finita. Ma non solo. Abu Marzouk ha rimarcato che Hamas è consapevole che, in futuro, l’organismo di governo della Striscia avrà bisogno del sostegno sia regionale che internazionale, tra cui quello del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas. La leadership del gruppo terrorista è “aperta al dialogo con tutte le parti tranne Israele” quando si tratta di formulare un piano per il futuro controllo della Striscia di Gaza. In particolare, sarebbe più che disposto a negoziare la composizione del governo di Gaza con gli Usa, qui arrivano gli elogi al nuovo presidente. Abu Marzouk ha infatti evidenziato di ritenere che Trump “sia un presidente serio” alla luce dell’accordo di cessate il fuoco e di rilascio degli ostaggi che lui e il suo inviato in Medio Oriente Steve Witkoff hanno contribuito a finalizzare. Parole importanti, soprattutto alla luce delle recenti critiche nei confronti del tycoon per le recenti proposte secondo cui l’enclave dovrebbe essere sgomberata e la sua popolazione trasferita in Giordania ed Egitto. Dopo diciotto anni il gruppo terrorista potrebbe lasciare il controllo della Striscia di Gaza. Hamas aveva preso il controllo del territorio nel 2007 a seguito di uno scontro armato con Fatah. Secondo fonti interpellate dalla Dpa, in questa fase sta cercando di ottenere dai Paesi che hanno mediato l’accordo (Qatar, Egitto e Stati Uniti) garanzie sui diritti dei suoi dirigenti. I terroristi interpretano ancora un ruolo da protagonista a Gaza, come testimoniato lo scorso sabato nel corso del rilascio del secondo gruppo di ostaggi quando decine di suoi miliziani a volto coperto, armati e in uniforme sono comparsi in una piazza nel centro di Gaza City. Israele su Hamas è stata netta: non può continuare a governare Gaza. Il governo di Netanyahu non ha ancora presentato un proprio piano per il futuro della Striscia, mentre a dicembre Hamas ha annunciato di aver accettato una proposta del Cairo di istituire un organismo palestinese per amministrare l’enclave. Non è chiaro se lo Stato ebraico accetterà questo piano. Per quanto riguarda l’accordo con Israele, oggi Hamas ha consegnato allo Stato ebraico un elenco di 25 ostaggi vivi. Come confermato dalla Reuters, l’elenco con le informazioni sulle condizioni degli ostaggi sarebbe stato consegnato nella tarda serata di ieri. La lista non fornisce dettagli in merito allo status di ciascun individuo, ma include il numero complessivo dei prigionieri ancora in vita. Le autorità di Tel Aviv al momento non hanno confermato la morte di alcuni ostaggi, ma alcuni funzionari – in via confidenziale – hanno affermato che i numeri corrispondono alle informazioni di intelligence già in possesso di Israele. Ricordiamo che ad oggi circa 33 ostaggi saranno rilasciati nella prima fase del cessate il fuoco, prevista per sei settimane. Tra questi rientrano tutte le donne, comprese le soldatesse, i bambini e gli uomini di età superiore ai 50 anni. Come previsto dall’accordo firmato dalle due fazioni, Israele libererà tra 990 e 1.650 prigionieri e detenuti palestinesi. Le condizioni degli ostaggi liberati nei giorni scorsi non sono buone. La conferma è arrivata da un medico militare: il loro stato di salute è precario e il processo di recupero sarà lungo. Il dottor Ami Benov ha detto ai giornalisti che le sette giovani donne soffrono di una “leggera fame” e di carenze vitaminiche. Inoltre, le cure ricevute sono state piuttosto scarse: “Non sono in buona salute. Non stanno bene fisicamente”. Stesso discorso per la salute mentale, definita dal medico “molto complicata”.
“Non ci siamo lasciate intimidire”: le prime dichiarazioni delle soldatesse israeliane
di Luca Spizzichino
Sabato scorso, dopo 477 giorni di prigionia a Gaza, quattro giovani soldatesse israeliane — Karina Ariev, Daniella Gilboa, Naama Levy e Liri Albag — sono finalmente tornate a casa. Durante il loro rilascio, avvenuto in una messa in scena organizzata da Hamas in una piazza di Gaza City, le giovani hanno trasformato un tentativo di propaganda in una vittoria morale. Le ragazze, con uniformi quasi militari e costrette a sfilare di fronte a una folla di militanti armati e civili, hanno affrontato la situazione con coraggio.
“Abbiamo mostrato loro che non ci siamo lasciate intimidire”, ha raccontato una delle giovani ai familiari, come riportato da Kan. “Siamo più forti di loro.” Gli alti funzionari della sicurezza israeliana, che osservavano la scena da un centro di comando, temevano un possibile sfogo incontrollato durante l’evento, ma il comportamento sicuro delle soldatesse ha rovesciato il significato dell’episodio, trasformandolo in un simbolo di resilienza. Secondo quanto riportato da Channel 12, la loro compostezza “ha trasformato l’umiliazione in una vittoria”.
Durante i lunghi mesi di prigionia, le quattro soldatesse hanno trovato conforto e forza l’una nell’altra. In una delle loro testimonianze, hanno raccontato di essere state spesso trasferite in diverse località, tra cui Gaza City, e di aver vissuto in condizioni estreme. Una di loro è stata rinchiusa per un lungo periodo in un tunnel buio e angusto, con difficoltà respiratorie. Altre hanno dovuto cucinare e pulire per i loro carcerieri, a volte senza ricevere cibo. Nonostante le difficoltà, le ragazze hanno cercato di mantenere una parvenza di normalità.
Naama Levy, triatleta, si è allenata insieme a Doron Streinbrecher, un’altra ostaggio rilasciata successivamente, descrivendo questi momenti come un esercizio “per il corpo e per l’anima”. Alcune di loro hanno anche imparato l’arabo durante la prigionia. Liri Albag, descritta come la leader del gruppo, ha spesso negoziato con i carcerieri per conto delle altre. Durante la prigionia, hanno ascoltato notizie alla radio e visto in televisione i video delle proteste organizzate in Israele per la loro liberazione. Questi momenti hanno dato loro speranza e la consapevolezza che non erano state dimenticate.
Le famiglie delle quattro giovani hanno accolto il loro ritorno con una gioia immensa, ma con il pensiero rivolto agli altri ostaggi ancora detenuti. Il padre di Liri, Eli Albag, ha dichiarato: “Il nostro cuore è con le famiglie di Agam Berger, Arbel Yehud, Shiri Bibas e tutti gli altri ostaggi. Non ci fermeremo finché non saranno tutti liberi.”
Le dichiarazioni delle famiglie e degli amici mettono in evidenza non solo il sollievo per il ritorno delle giovani, ma anche il peso delle cicatrici, sia fisiche che psicologiche, che porteranno con sé. “Liri ha dimostrato una forza sovrumana e ha sopravvissuto all’inferno”, ha affermato la sua famiglia. “Siamo così orgogliosi della sua resistenza in condizioni impossibili.”
Anche la famiglia di Karina Ariev ha espresso gratitudine: “La nostra Karina è un simbolo di coraggio e determinazione. Vogliamo ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuto in questo viaggio: le vostre preghiere e il vostro amore sono stati la nostra ancora.”
(Shalom, 26 gennaio 2025) ____________________
Dunque secondo l'autore il comportamento delle soldatesse sarebbe un simbolo di vittoria resiliente, mentre l'obbligo a loro imposto da Hamas sarebbe teatro insignificante.
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Non sarà che i termini simbolo e teatro debbano essere scambiati fra di loro?
Israele: Netanyahu è atteso a Washington da Trump la prossima settimana
Il primo ministro israeliano dovrebbe recarsi alla Casa Bianca il 3 febbraio
Il primo ministro di IsraeleBenjamin Netanyahu si recherà alla Casa Bianca per incontrare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump la settimana prossima. Lo ha riferito il sito d’informazione “Walla”, citando tre fonti israeliane e statunitensi, secondo cui il premier dovrebbe recarsi a Washington il 3 febbraio.
Secondo il quotidiano israeliano “Ynet”, Trump utilizzerà il potenziale dell’accordo di normalizzazione delle relazioni con i sauditi e altre nazioni musulmane per spingere il primo ministro a non riprendere la guerra.
Intanto, l’inviato degli Stati Uniti per il Medio Oriente, Steve Witkoff, è atteso mercoledì 29 gennaio in Israele, dove incontrerà il premier israeliano e il ministro per gli Affari strategici, Ron Dermer.Secondo “Ynet” le parti discuteranno del tema degli ostaggi, della situazione in Libano e della normalizzazione delle relazioni con l’Arabia Saudita.
Com’era accaduto la settimana scorsa, anche il secondo rilascio delle ragazze israeliane sequestrate da Hamas è avvenuto secondo una minacciosa coreografia militare. Invece di essere scambiate direttamente fra le parti, al confine fra i due territori ostili, senza pubblico per evitare provocazioni, le giovani israeliane sono state consegnate alla Croce Rossa, che non aveva saputo fare nulla per tutelarle in un anno e tre mesi di prigionia. Sono state condotte nella piazza principale dei Gaza, dentro ai pick-up bianchi simili a quelli usati per il pogrom del 7 ottobre, filmate mentre ringraziavano in arabo i loro sequestratori (possiamo immaginare con che animo), costrette a sfilare in divisa militare. Intorno a loro erano schierati i terroristi, tutti in una lugubre uniforme nera con nastri verdi sulla fronte, armati di mitra, col volto coperto da passamontagna. Intorno, una folla festante e insieme e minacciosa per le ragazze. Si è vista una donna tirare ai terroristi petali di fiori e sopra alla riunione volteggiava un drone che lasciava cadere dolci. I rappresentanti della Croce Rossa e le ragazze sono fatti salire su un palco, decorato con bandiere palestinesi e con un’immagine della Cupola della Roccia. Dietro c’era un grande drappo con la bandiera palestinese (quella che certi sindaci e molte manifestazioni di sinistra espongono in segno di “pace”) e un telone con slogan sulla vittoria dei “combattenti della libertà” contro i “nazi sionisti”. Più in basso una scritta a caratteri cubitali in ebraico che afferma che “il sionismo perderà”. Alle rapite è stata messa in mano una borsa ricordo, contenete a quanto pare souvenir, volantini di propaganda e foto ricordo (!) della prigionia.
• Una cerimonia militare, non un teatrino È facile definire questa scena una lugubre buffonata. Ma bisogna capirne il senso, perché la politica è fatta di cerimonie che spesso viste da fuori appaiono solo ridicole, ma sono piuttosto indizi pericolosi. Che c’è di più pagliaccesco del passo dell’oca nazista? Eppure tradiva una volontà di potenza così chiara, che fu poi imitata da molti, compresi i sovietici. Quel che vogliono dire i terroristi di Hamas facendo queste scene è innanzitutto che ci sono, che sono organizzati, armati ed equipaggiati, che godono del consenso della popolazione, che hanno ancora la disciplina di un esercito regolare e che rappresentano lo stato di Palestina. Possono fare patti alla pari con Israele. Sono anche in grado di punire i loro nemici e supposti traditori, come si vede dai filmati che hanno messo in giro in cui ammazzano, naturalmente senza alcuna formalità o processo, degli altri arabi che sospettano di aver collaborato con Israele.
• Quel che dice Hamas Il messaggio più importante, conseguente a queste esibizioni, è che hanno vinto, contrariamente a quel che dice Israele. Hanno vinto perché nonostante tutte le distruzioni materiali e le perdite di uomini e armi, sono ancora lì, controllano il territorio, sono acclamati dagli “innocenti civili”. sono pronti a ricominciare. Israele bada a liberare i suoi rapiti, ragazze, neonati, anziani. Loro reclutano nuove truppe e nello scambio ottengono gli “ufficiali” esperti e disposti a tutto di cui hanno bisogno. Le armi, in un modo o nell’altro arriveranno.
• Un messaggio per più pubblici Hamas parla innanzitutto ai suoi militanti e ai suoi sudditi di Gaza e poi ancora agli arabi di Giudea e Samaria e in generale alla piazza araba. Questo è il suo pubblico principale. A loro dice di essere forte, di non credere a quel che dice Israele, di sostenerli perché loro (non l’Autorità Palestinese) sono capaci di sconfiggere “gli ebrei”. Lo si vede, fra l’altro, per la predominanza dei colori nazionali (verde rosso bianco e nero) su quelli del gruppo (il verde islamico). Il secondo pubblico è in Israele, sono quei gruppi estremisti che non si fanno remore di usare il dramma degli ostaggi nel loro tentativo settario di far cadere il governo a tutti i costi. Parla a loro il messaggio in ebraico, ma anche il fatto di fare gli scambi di sabato, prima delle manifestazioni antigovernative che da sempre si svolgono di sabato sera. A loro Hamas propone, in perfetta malafede, un’alleanza per “fermare la guerra”. Ma che questa sia la premessa alla fine della guerra (alla condizione che Israele si ritiri da Gaza e dal corridoio Filadelfi) è una convinzione diffusa al di là degli estremisti di sinistra. Forse ci crede Trump, forse anche quei generali dello stato maggiore che si sono dimessi, come non avrebbero fatto se avessero pensato di dover lavorare per la ripresa dei combattimenti. Il terzo pubblico sono gli occidentali, in particolare la sinistra che ha tanto lavorato per aiutare Hamas, col pretesto che “a Gaza c’era il genocidio”. Ora non recitano più la fame e il genocidio, hanno cambiato film, dicono di essere vincitori. Ma non perderanno per questo l’appoggio di chi vede in loro “l’avanguardia della rivoluzione”: l’hanno mostrato le inchieste sociologiche che hanno rilevato un’esplosione dell’antisemitismo subito dopo il 7 ottobre, prima ancora della reazione israeliana: perché molti, più o meno consciamente, pensavano bene di appoggiare una “rivolta eroica”.
• La risposta di Israele È fondato il messaggio di Hamas? Non avevano chiaramente perso la guerra? Sul piano militare hanno certamente subito gravi perdite, ma non sono stati distrutti anche grazie al freno americano alle azioni di Israele e a una strategia dello stato maggiore che per diminuire le perdite ha evitato di occupare stabilmente il territorio nemico. Fa parte della logica della guerra asimmetrica che gli irregolari, se sopravvivono anche decimati a una campagna militare, non hanno perso. Il gioco però non è chiuso. Se la guerra fra un mese riprenderà fino alla vittoria, come Netanyahu ha promesso, questo resterà solo come un tentativo velleitario di propaganda. Se l’Iran che è la testa della piovra terrorista sarà messo in condizione di non nuocere, Israele avrà vinto davvero e il Medio Oriente cambierà in maniera radicale. Se tutto ciò non accadrà e alla fine della prima fase dell’accordo Israele sarà costretto a procedere con le fasi successive e a ritirarsi da Gaza, bisognerà stare molto attenti, perché Hamas lavorerà senza sosta per anni in direzione di un nuovo 7 ottobre. I teatrini degli scambi servono soprattutto a minacciare questo: la ripresa delle guerra nei tempi e nei modi che troveranno opportuni.
(Shalom, 26 gennaio 2025) ____________________
Anche se l'autore non lo dice, anzi sembra che si sforzi di non doverlo dire, dalle sue stesse parole si evince, a dispetto delle sue conclusioni vagamente ottimistiche, che a questo punto Israele ha perso. Chi ha difficoltà a riconoscerlo sono soprattutto i sostenitori del sionismo laico, perché le umilianti forche caudine sotto cui Hamas ha costretto Israele a passare sono come il logo che segna questa conclusione. Chi ha voluto la cessione di Gaza ai palestinesi? Il sionista laico Ariel Sharon, sostenuto da tutti i "realisti" laici desiderosi di vivere in pace con gli uomini, più che preoccuparsi delle intenzioni di Dio. E' nella speranza della pace che è stata fatta la geniale pensata di cedere liberamente il governo di una parte di Israele ai suoi nemici. Perché se nel mondo si parla di pace - avrà pensato qualcuno -, anche in questo Israele deve essere il primo. Faremo vedere a tutti come si fa la pace in questa zona. E sono usciti chiudendo il cancello dietro di loro, a segno di non voler rientrare mai più senza bussare. Hanno sbagliato i conti. E questo è il risultato. Per qualcuno il problema non era Hamas, ma quella cocciuta parte religiosa che si ostina a fare riferimenti a Dio anche in questioni importanti, quelle politiche, quelle di terre contese, non di cielo da soddisfare. Qualcuno riguardi le scene strazianti con cui il governo laico di Sharon ha costretto gli ebrei di Gaza a lasciare le loro terre per consegnarle ai loro nemici. Lì sta la causa prima di quello che adesso si è costretti a vedere.
Riportiamo allora, come richiamo al fatto che nelle sue scelte politiche Israele non può sbarazzarsi di Dio, un articolo su NsI del marzo 2005. M.C.
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Dichiarazione del Sinedrio concernente il Disimpegno
26 Adar 1 5760
Nel suo incontro del 28° Shvat 5765, il Sinedrio ha preso in considerazione l'iniziativa del Primo Ministro di Israele, le decisioni del governo e la legislazione emanata dalla Knesset riguardo al piano conosciuto come "Il disimpegno", che d'ora in poi nel presente documento sarà chiamato lo "sradicamento". Il piano coinvolge lo sradicamento di comunità ebraiche dalla striscia di Gaza e dal nord della Samaria, la forzata espulsione di Ebrei dalle loro case e il volontario trasferimento di queste terre a una potenza straniera. A seguito di un intenso studio effettuato sulle questioni halachic (autentica legge Ebraica) che sorgono dalla decisione del governo, il Sinedrio porta qui alla pubblica attenzione le sue conclusioni e decisioni.
Il programma di sradicamento del Primo Ministro è in diretta contraddizione con la Torah di Israele.
La decisione di eseguire lo sradicamento obbligherà un gran numero di Ebrei a trasgredire molti comandamenti della Torah. Questo si applica a molti e svariati comandamenti, che includono quelli riguardanti sia il rapporto tra l'uomo e D'o, sia il rapporto tra l'uomo e il suo simile; sia quelli riguardanti la nazione nel suo insieme, sia quelli che si applicano ad ogni singolo individuo.
Il Governo di Israele e la Knesset, nella loro presente forma e struttura di potere, non costituiscono istituzioni che secondo la halacha hanno una qualsiasi autorità di prendere decisioni che contraddicono la Torah di Israele.
I ministri del Governo che hanno giudicato iniquo questo piano di sradicamento sono stati rimossi dalle loro posizioni, e nello stesso modo anziani ufficiali delle forze di sicurezza che hanno espresso opinioni indipendenti su questo argomento sono stati espulsi.
DI CONSEGUENZA, le decisioni di questo governo - che oltre tutto ha violato le promesse da lui fatte al suo elettorato - sono nulle e vuote.
PERCIO': a nessun Ebreo è permesso di cooperare con il programma di sradicamento, in qualsivoglia forma.
Ogni Ebreo - compresi i soldati e i poliziotti - che appoggia lo sradicamento, sia direttamente che indirettamente, sia votando in suo favore, sia dando consigli o fornendo veicoli o materiali, e ovviamente ogni persona che attivamente partecipa allo sradicamento... così facendo, trasgredisce un gran numero di comandamenti della Torah.
Lo sradicamento dei residenti della Striscia di Gaza e Samaria è un crimine e un'ingiustizia verso i residenti, e pone molte altre comunità - nei fatti, tutti i cittadini dello Stato d'Israele - in mortale pericolo.
Ogni Ebreo che partecipa al piano o coopera con esso, attivamente o anche semplicemente restando silenzioso, trasgredisce il comandamento "Non restare indifferente davanti al sangue del tuo prossimo" (Levitico 19:17), e in futuro sarà giudicato da D'o per questo peccato.
I leader e i loro agenti - inclusi soldati e poliziotti che sostengono lo sradicamento e vi partecipano - potranno essere obbligati a rendere conto, sulla loro personale responsabilità, di tutti i danni causati a coloro che sono colpiti e alle loro proprietà.
Con questa dichiarazione, il Sinedrio, come anello di continuità della Torah ricevuta da Mosè al Sinai, esprime qui la posizione della Torah di Israele. E se, il Cielo non voglia, il presente governo metterà in atto questo o qualche altro programma di sradicamento, questa azione non ha valore. Il Paese d'Israele è terra santa, e tutte le sue regioni appartengono esclusivamente alla nazione di Israele, per sempre.
Il Sinedrio, come rappresentante del popolo Ebraico attraverso la storia, dichiara qui che il popolo Ebraico - indipendentemente da questo o quel governo - non rinuncia, e non è autorizzato a farlo, a neppure un palmo della Terra d'Israele secondo i suoi confini biblici... perché è terra di D'o.
Il comandamento "eredita e abita" (Deuteronomio 12:29) il Paese di Israele è obbligatorio per ogni governo di Israele. A questo riguardo, Israele ha ricevuto da D'o il comandamento di conquistare l'intera estensione della Terra d'Israele all'interno dei suoi confini biblici, inclusa la striscia di Gaza.
QUINDI: anche se (il Cielo non voglia) i residenti saranno forzatamente rimossi dalle loro case - quando il governo cambierà, e in Israele ci sarà un governo che si condurrà secondo la Torah, l'esercito d'Israele tornerà e riconquisterà quella striscia di terra per reinsediare il popolo d'Israele nel suo legittimo posto. Questo si applica non solo a quell'area, ma a tutta l'estensione della Terra d'Israele che è stata rubata e al presente è in mani straniere.
Siamo pieni di fiducia nel D'o degli Eserciti di Israele, certi che il giuramento da Lui fatto al nostro patriarca Abraamo nel "Patto tra le due metà" sarà adempiuto esattamente come è stato stabilito, e, con l'aiuto di D'o, rapidamente - come è scritto: "In quel giorno il Sig-re fece un patto con Abramo, dicendo, alla tua discendenza darò questo paese, dal fiume d'Egitto al gran fiume, il fiume Eufrate..." (Genesi 15:18).
(The Temple Institute, 8 marzo 2005 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
27 gennaio 2025, il giorno della Memoria più triste
di Guido Salvini
Questo giorno della Memoria del 2025 è purtroppo diverso da tutti gli altri. Per la prima volta il Direttore del Museo della Brigata ebraica, la formazione che durante la campagna d’Italia ha sacrificato i suoi giovani per la libertà del nostro Paese, ha annunciato che simbolicamente non parteciperà alle manifestazioni del 27 gennaio per denunciare gli insulti contro le insegne della Brigata, le tensioni, gli incidenti che già in molte occasioni sono avvenute costringendo la Digos ogni volta ad intervenire.
Anche Liliana Segre ha rinunziato a partecipare ad alcuni eventi. Proprio in questi giorni vi sono state a Milano 17 richieste di rinvio a giudizio, con l’accusa di diffamazione e istigazione all’odio razziale, per i discorsi di odio diffusi via Internet contro di lei.
Tutto questo perché nell’ultimo anno anche l’Occidente è stato investito da un’ondata di antisemitismo senza precedenti. E, aggiungo per inciso, anche l’aggressione all’Ucraina non interessa più a nessuno
Già poche settimane dopo il 7 ottobre la condanna per il massacro compiuto da Hamas si è trasformata in una condanna parallela e poi via via sempre più irrazionale sino a diventare esclusiva nei confronti della risposta di Israele. Si può anche convenire che nella reazione vi siano stati errori e anche eccessi, difficilmente in una guerra non ve ne sono, ve ne furono anche nei bombardamenti degli alleati del 1944-45 per liberare il nostro paese, anche la città di Cremona ne sa qualcosa. Ma la critica, che è una caratteristica fondante dell’Occidente, sconosciuta altrove, si è trasformata subito in una campagna di odio che è riuscita ad introdurre nel linguaggio pubblico il termine di genocidio.
È difficile convincere chi forma le proprie opinioni su pregiudizi ideologici, ma non bisogna stancarsi di ripetere che non solo i morti del 7 ottobre ma anche i civili uccisi nella striscia di Gaza ricadono nella piena responsabilità di Hamas. Una organizzazione che ha continuato a combattere e a tendere agguati nascondendo i propri militanti tra i civili e utilizzando quartieri densamente abitati, scuole, ospedali, edifici dell’UNRWA, come sta emergendo anche dai racconti dei rapiti liberati, come nascondigli e basi per lanciare attacchi. Questo mentre le Convenzioni internazionali in materia di guerra impongono alle forze in campo, per essere legittime e non essere solo una banda di terroristi, di rendere chiaramente riconoscibili con divise i suoi uomini e i suoi mezzi e tenersi lontane da insediamenti civili. Ma, sono gli stessi capi di Hamas a proclamarlo, le vittime civili, quelli che a differenza dei militanti di Hamas non potevano ripararsi nei tunnel, erano un sacrificio necessario e anche cercato, un vantaggio perché la loro morte avrebbe dato linfa alle generazioni future contro il nemico sionista. Questa la verità, dolorosa soprattutto per noi che non siamo certo indifferenti ad aver visto tanti bambini morire e che viviamo in una società in cui la vita umana è un valore e non uno strumento
Per il futuro non c’è da farsi molte illusioni. Quella che è in corso, lo scambio di prigionieri, è una tregua, è bene ricordarlo, non una pace per il semplice fatto che Hamas non ha certo cancellato dal suo statuto l’obiettivo finale e cioè distruggere Israele.
Per molti anni ho avuto la fortuna, per così dire, di abitare a Milano in corso Magenta proprio dinanzi al civico 55 dove sul marciapiede ci sono le Pietre d’inciampo in ricordo dei nonni e del padre di Liliana Segre che furono lì prelevati, deportati ad Auschwitz e non tornarono più. Molti turisti, corso Magenta è la via che porta a Santa Maria delle Grazie e al Cenacolo, si fermano, leggono, fotografano le targhe. Qualcuno fatica a capire, sono scritte in italiano e mi è spesso capitato di avvicinarmi e di spiegare a qualcuno di loro il significato di quelle strane placche sul terreno. Lo faccio volentieri anche perché uno dei figli di Liliana è il mio amico di più lunga data, eravamo compagni di scuola sin dalle elementari.
Al civico 55 di corso Magenta, comunque, lunedì ci porterò mio figlio.
Iddio, dopo aver in molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti,
in questi ultimi giorni ha parlato a noi mediante il suo Figlio, che Egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale pure ha creato i mondi;
il quale, essendo lo splendore della sua gloria e l'impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza, quando eebbe fatta la purificazione dei peccati, si pose a sedere alla destra della Maestà nei luoghi altissimi,
diventato così di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro.
Infatti, a quale degli angeli diss'Egli mai: Tu sei il mio Figlio, oggi ti ho generato? e di nuovo: Io gli sarò Padre ed egli mi sarà Figlio?
E quando di nuovo introduce il Primogenito nel mondo, dice: Tutti gli angeli di Dio l'adorino!
E mentre degli angeli dice: Dei suoi angeli Egli fa dei venti, e dei suoi ministri fiamme di fuoco,
e del Figlio dice: Il tuo trono, o Dio, è nei secoli dei secoli, e lo scettro di rettitudine è lo scettro del tuo regno.
Tu hai amata la giustizia e hai odiata l'iniquità; perciò Dio, l'Iddio tuo, ha unto te d'olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni.
E ancora: Tu, Signore, nel principio, fondasti la terra, e i cieli sono opera delle tue mani.
Essi periranno, ma tu dimori; invecchieranno tutti come un vestito,
e li avvolgerai come un mantello, e saranno mutati; ma tu rimani lo stesso, e i tuoi anni non verranno meno.
E a quale degli angeli diss'Egli mai: Siedi alla mia destra finché abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi?
Non sono essi tutti spiriti ministratori, mandati a servire a pro di quelli che hanno da ereditare la salvezza?
Libano: rinviato il ritiro di Israele. L’area non è ancora sicura
L'esercito israeliano si sta preparando alla possibilità di nuove ostilità con Hezbollah.
di Maurizia De Groot Vos
Venerdì il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che, come anticipato da RR, Israele non completerà il suo ritiro completo dal Libano meridionale entro il termine di 60 giorni previsto dall’accordo di cessate il fuoco con il gruppo terroristico Hezbollah. Secondo i termini dell’accordo di tregua del 27 novembre, che ha posto fine ai combattimenti iniziati da Hezbollah, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) devono cedere tutte le loro posizioni nel sud del Libano alle Forze Armate Libanesi entro il 26 gennaio. Allo stesso tempo, Hezbollah dovrà ritirarsi a nord del fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine con Israele. Nella prima conferma pubblica di tale ritardo, dopo settimane di speculazioni, l’ufficio di Netanyahu ha dichiarato in un comunicato che “il processo di ritiro dell’IDF è condizionato”, citando quelli che, a suo dire, sono gli obblighi del Libano e di Hezbollah nell’ambito dell’accordo, sebbene l’organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran non sia parte dell’accordo firmato tra Gerusalemme e Beirut. Netanyahu ha affermato che, poiché il Libano “non ha ancora pienamente rispettato” i suoi obblighi nell’ambito del cessate il fuoco, “il processo di ritiro graduale continuerà, in pieno coordinamento con gli Stati Uniti”. La scadenza originaria di 60 giorni era prevista per domenica 26 gennaio. Il primo ministro ha affermato che i termini dell’accordo sono stati formulati “con l’intesa che il processo di ritiro può continuare oltre i 60 giorni” sebbene il testo dell’accordo specifichi che il processo di ritiro “non dovrebbe superare i 60 giorni”. Nelle ultime settimane, tuttavia, Israele ha valutato che l’esercito libanese si è dispiegato troppo lentamente nella regione, ritardando di conseguenza il ritiro dell’IDF. I soldati israeliani continuano a trovare depositi di armi di Hezbollah nelle aree coperte dalla tregua e, secondo quanto riferito da ufficiali dell’esercito, in alcune località l’esercito libanese sta aiutando Hezbollah.
Giovedì il quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che gli Stati Uniti e la Francia stavano discutendo la richiesta di estensione con funzionari israeliani e libanesi. La fonte ha valutato che la Francia non vede alcun problema nel concedere la proroga, a patto che le altre parti siano d’accordo. Nonostante un rapporto dei media ebraici suggerisca il contrario, venerdì l’amministrazione Trump ha chiesto una “breve e temporanea estensione” della scadenza dei 60 giorni, sostenendo la posizione di Israele. “Il presidente Trump è impegnato a garantire che i cittadini israeliani possano tornare in sicurezza alle loro case nel nord di Israele, sostenendo al contempo il presidente Aoun e il nuovo governo libanese”, ha dichiarato in un comunicato il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, Brian Hughes. Tutte le parti condividono l’obiettivo di garantire che Hezbollah non abbia la capacità di minacciare il popolo libanese o i suoi vicini”. Per raggiungere questi obiettivi, è urgente una breve e temporanea estensione del cessate il fuoco”. “Siamo lieti che l’IDF abbia iniziato il ritiro dalle regioni centrali e continuiamo a lavorare a stretto contatto con i nostri partner regionali per finalizzare l’estensione”, ha aggiunto. L’IDF è attualmente dispiegato in diversi villaggi del Libano meridionale, soprattutto nel settore orientale. Nelle ultime settimane le Forze armate libanesi si sono dispiegate nei villaggi del settore occidentale, mentre l’IDF si è ritirato. L’esercito israeliano si sta preparando alla possibilità di nuove ostilità con Hezbollah. Il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran ha avvertito giovedì che non accetterà che l’IDF rimanga nel Libano meridionale oltre il limite di 60 giorni. Alcune ore dopo l’annuncio di Netanyahu, venerdì, l’IDF ha dichiarato che negli ultimi giorni ha effettuato attacchi nel sud del Libano per “rimuovere le minacce” e che le truppe hanno anche demolito depositi di armi e posti di osservazione di Hezbollah. “L’IDF continua ad operare in conformità con le intese sul cessate il fuoco tra Israele e Libano”, ha dichiarato l’esercito. “L’IDF rimane schierato nel sud del Libano, continua a monitorare i tentativi di Hezbollah di tornare nel sud del Libano e opererà contro qualsiasi minaccia posta alle truppe dell’IDF e allo Stato di Israele”.
GAZA - Gli ostaggi israeliani nella Striscia di Gaza sarebbero stati trattenuti anche nell'ospedale Kamal Adwan. Diversi terroristi in custodia israeliana lo hanno confessato durante un interrogatorio, come ha riferito martedì l'emittente americana “Fox News”.
L'emittente ha chiesto una dichiarazione all'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L'organizzazione ha sottolineato che le strutture sanitarie non dovrebbero essere attaccate e non dovrebbero essere usate per scopi militari. Non ha condannato esplicitamente Hamas, come ha fatto notare “Fox News”.
• Ospedale come “rifugio sicuro” In altri interrogatori, i terroristi avevano descritto l'ospedale di Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, come un “rifugio sicuro” perché sapevano che Israele non avrebbe potuto attaccare direttamente l'ospedale. Avevano quindi distribuito lì granate e altre armi. Il direttore dell'ospedale, Achmad Kachlut, ha fatto dichiarazioni simili in un interrogatorio del dicembre 2023.
Israele aveva fatto irruzione nell'ospedale alla fine di dicembre. In precedenza aveva facilitato l'evacuazione di 350 pazienti e assistenti. Durante il raid, ha dichiarato di aver arrestato 250 terroristi di Hamas e della Jihad islamica palestinese.
Lo Stato ebraico è stato oggetto di critiche internazionali per il raid. Il consulente politico Richard Goldberg ha dichiarato a “Fox News” che tali critiche da parte delle organizzazioni internazionali sono ipocrite. A suo avviso, istituzioni come la Croce Rossa o l'OMS erano “direttamente a conoscenza” delle attività dei terroristi nell'ospedale. Questo le rende “complici”.
Richard Goldberg è consulente della “Foundation for the Defence of Democracies”. In precedenza è stato membro del Consiglio di sicurezza nazionale durante il primo mandato del presidente americano Donald Trump.
• Ostaggi all'UNRWA Solo all'inizio di questa settimana i tre ostaggi liberati hanno riferito di essere stati temporaneamente nascosti nelle zone umanitarie delle Nazioni Unite. Le zone sono gestite dall'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA). A quanto pare, i terroristi sapevano che Israele non avrebbe attaccato lì.
Il 3 gennaio, l'UNRWA ha sottolineato di essere la “spina dorsale” delle operazioni umanitarie nella Striscia di Gaza. “Nonostante le condizioni difficili, le squadre dell'UNRWA assicurano il funzionamento di tutte le strutture delle Nazioni Unite”.
Il giornalista tedesco Jan Fleischhauer ritiene che anche il governo tedesco abbia un ruolo da svolgere alla luce di queste notizie. Tuttavia, nessuno sembra interessato al fatto che gli ostaggi siano tenuti nelle strutture dell'UNRWA, ha dichiarato al canale di notizie “Welt”. Fleischhauer si è espresso a favore della cancellazione del sostegno tedesco all'UNRWA. (df)
Israele: ‘L'Unrwa lasci Gerusalemme entro il 30 gennaio’
L’ambasciatore israeliano presso l’Onu, Danny Danon, ha chiesto in una lettera inviata al segretario generale dell’Onu, António Guterres, la fine della presenza dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) a Gerusalemme prima della fine di gennaio.
“In conformità con la legge israeliana applicabile, inclusa la legislazione summenzionata, e in seguito alla risoluzione del suddetto accordo interinale, l’Unrwa è obbligata a cessare le sue operazioni a Gerusalemme e a evacuare tutti i locali in cui opera nella città entro il 30 gennaio 2025”, si legge nella lettera.
«Uccideteli ovunque li troviate», diceva a proposito degli ebrei Abu Huthaifa al Ansari – portavoce dell’ISIS – il 5 gennaio 2024. «Entrate nelle loro case e uccideteli con metodi diversi». Dall’attacco del 7 ottobre, gli appelli delle fazioni più estreme dell’islam militante ad attaccare ebrei «senza distinzione tra soldati e civili» si sono fatti sempre più frequenti, attirando l’attenzione delle cellule dormienti dei Paesi occidentali. In diretta proporzione, sono aumentati anche gli attacchi o i tentativi di attacco da parte dei cosiddetti lupi solitari in tutta Europa. In Italia, i servizi segreti e le forze dell’ordine gestiscono i rischi con estrema efficacia. Così, mercoledì 22 gennaio, la Digos – in coordinazione con il Gruppo Antiterrorismo della Procura di Napoli – è arrivata all’arresto del trentaquattrenne marocchino Firaoun Mourad a San Giuseppe Vesuviano (comune di Napoli), segnalato dalla scorsa estate come potenziale terrorista con «progettualità violente contro la comunità ebraica» locale. Seguito sia nella sua attività telematica che nei suoi spostamenti fisici da diversi mesi, Mourad è il bravissimo maestro di indottrinamento islamico (così lo chiamano nel gruppo whatsapp Tesori Coranici). Specializzato nel diffondere la propaganda dell’autoproclamato Stato Islamico e apologia del terrorismo sulle piattaforme social, il suo target principale sono i bambini e i giovani ragazzi, nell’età e nelle condizioni più ricettive alle influenze esterne. «A me piace andare dai ragazzi giovani e piccoli, queste sono bellissime iniziative. Dobbiamo informare i ragazzi che siamo alla fine del mondo. Si devono svegliare. La resa dei conti si avvicina», ha scritto. Secondo quanto emerso dalle indagini, Mourad ha aderito all’ISIS e ha condiviso materiale multimediale «ascrivibile al contesto – anche di addestramento – dell’organizzazione terroristica». Secondo la ricostruzione, domenica 20 ottobre scorsa, quando la sinagoga di Napoli in via Cappella Vecchia era chiusa e la camionetta dei militari era lontana, Mourad avrebbe fatto un sopralluogo di 20 minuti dell’area, scelta come obiettivo per un attacco con cui avrebbe messo in atto le sue teorie. Ma non era solo: non sapeva di essere già entrato nei radar delle forze dell’ordine e di essere seguito. Tornato a casa, ha pubblicato in una storia di Facebook (dove pubblicava anche istruzioni per l’autoaddestramento al combattimento e alla jihad) una foto del Golfo di Napoli accompagnata dall’inno autoproclamato dello Stato Islamico: nazione mia, l’alba è tua. Mourad aveva di recente manifestato l’intento di procurarsi un coltellaccio, con il quale, si ritiene, volesse perpetrare l’attacco davanti alla sinagoga. Così, quando ha manifestato l’intento di passare dalla teoria ai fatti – scoperto grazie a intercettamenti in cui fa riferimento a un ferro da utilizzare dopo aver fatto avvicinare la vittima – è scattato l’arresto: dovrà rispondere di associazione con finalità di terrorismo internazionale, o di eversione dell’ordine democratico. La suoneria del suo cellulare è un nashid (canto islamico) che inneggia alla jihad, ed è stata resa pubblica l’intercettazione in cui spiega i suoi piani: come attirare la vittima e come tornare a casa insospettato. «Gli dirò: vieni con me. Lo farò tranquillizzare, dopodiché lo colpirò. Poi, non dirò nulla e tornerò a Napoli: chi mi conoscerà? Diranno di “uno barbuto”, e lo andranno a cercare a Chi l’ha visto?». In un altro comune di Napoli, Acerra, nel 2019 è stato arrestato il jihadista Mourad Sadaoui, segnalato tre anni prima come combattente della jihad siro-irachena. La presidente della Comunità di Napoli Lidia Shapira, tuttavia, ribadisce a Mosaico-Bet Magazine che la comunità di Napoli – pur restando ovviamente guardinga – si sente al sicuro e ben protetta. «Tutti noi stiamo vivendo sulla nostra pelle l’amarezza per questi tempi. La mistificazione colpevole delle notizie – volutamente distorte – da parte degli organi preposti alla divulgazione delle informazioni alimenta il clima di antisemitismo. Ma le forze dell’ordine fanno un lavoro eccezionale, e siamo ben vigilati. Inoltre, abbiamo una sicurezza indipendente guidata da Daniele Coppin, che è sempre in contatto con la Digos». Ed è stato proprio Coppin ad esprimere – in un’intervista al Corriere della sera – preoccupazioni riguardo una possibile convergenza in Italia tra gruppi pro-pal più fanatici e la jihad islamica, come si vede alle manifestazioni «non per la pace o per la Palestina, ma contro Israele». Chiunque voglia esprimere solidarietà verso la Palestina, spiega Coppin, dovrebbe farlo anche nei momenti in cui Hamas si rende responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, come l’uccisione di avversari politici, di persone omosessuali e l’applicazione della sharia. Altrimenti, è solo un pretesto come un altro per criticare gli ebrei o lo Stato d’Israele.
Memoria – Comunità ebraica non va a Palazzo Marino. «No a chi distorce la storia»
Il 27 gennaio a Palazzo Marino la Comunità ebraica di Milano non ci sarà. Con una nota diffusa nelle scorse ore, la Comunità ha fatto sapere che non parteciperà all’incontro con alcune scuole organizzato in Sala Alessi dal Comune di Milano in collaborazione con l’Aned e l’Anpi. «Parteciperemo ad altre iniziative, ma non possiamo presenziare a un incontro a cui partecipa chi da mesi condanna Israele, mistificando quanto accade in Medio Oriente, diffondendo la falsa accusa di genocidio. Parlo delle posizioni espresse dall’Anpi in questi mesi», spiega a Pagine Ebraiche Walker Meghnagi, presidente degli ebrei milanesi. Per Meghnagi «le distorsioni su Israele hanno generato un’atmosfera pericolosa in quest’ultimo anno, alimentando l’antisemitismo».
Nella nota, la Comunità milanese spiega di attribuire «un ruolo fondamentale e irrinunciabile alla sensibilizzazione delle nuove generazioni sul tema della Shoah e dell’antisemitismo, ma ritiene che non ci sia il clima adatto per partecipare a un’iniziativa di questo tipo». In particolare il dialogo con le giovani generazioni, si legge, «necessita condivisione e serenità, condizioni venute a mancare nell’evento dell’anno scorso così come in altre occasioni a causa di una eccessiva politicizzazione di alcune associazioni promotrici».
Pur comprendendo la posizione della Comunità ebraica di Milano, Milo Hasbani, vicepresidente Ucei, sottolinea l’importanza dell’incontro per la partecipazione degli studenti. «I ragazzi e i loro professori vengono per sentire le testimonianze», spiega Hasbani. «È importante confrontarci con loro e mantenere un dialogo con l’amministrazione cittadina. Con la presidente del Consiglio comunale Elena Buscemi, che sarà presente, abbiamo un ottimo rapporto. Sono sicuro che ci sarà un forte intervento da parte degli organizzatori e della presidente nel caso di interventi “fuori luogo”».
(moked, 24 gennaio 2025)
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Shoah, ebrei in rivolta contro Anpi e pro-Pal: le Comunità svelano l’ipocrisia di certa sinistra
Il cortocircuito a sinistra è fortissimo in questo ultimo periodo: da quando la tensione tra Israele e Palestina è tornata ai massimi livelli, al di là delle posizioni ufficiali che comunque sono state spesso altalenanti, ambigue e reticenti, la sinistra – specialmente quella più radicale – ha preferito perorare la causa dei terroristi con l’alibi di sostenere il popolo palestinese. Cosa, quest’ultima, che non è un errore, se si lottasse comunque per garantire l’esistenza di Israele, condannando i terroristi di Hamas che la mettono continuamente in discussione. Gli estremisti (e non solo) di sinistra, invece, con i terroristi convolano spesso e volentieri a nozze, espongono le loro bandiere ai cortei di solito non autorizzati e ripetono gli slogan dei fondamentalisti, addobbati di kefiah, nel nome dell’Intifada.
Eppure la sinistra era stata attentissima, fino a qualche anno fa, a festeggiare il Giorno della Memoria, il 27 gennaio di ogni anno, per ricordare i crimini nazi-fascisti e le deportazioni di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma dal 7 ottobre 2023, la sinistra ha scelto di non mascherarsi più, e quell’attenzione da sempre riposta sul 27 gennaio, si è adesso palesata tanto più come un alibi per aprirsi a una critica alle destre odierne, che con quei crimini non c’entrano nulla, hanno saputo storicizzare il loro passato e si schierano senza perplessità contro l’antisemitismo. Così la sinistra, in questo cortocircuito, è in affanno. Non riesce più a reggere l’ipocrita discrepanza tra non condannare mai completamente i terroristi e criticare i nazisti, che alla fine non volevano nulla di diverso da quello che oggi vorrebbe Hamas (il paragone tra Shoah e Gaza è un tormentone dei cortei pro-Pal).
• Gli ebrei all’Anpi: “Basta rapporti ipocriti” E se ne sono accorte anche le stesse comunità ebraiche in giro per l’Italia, che pian piano si stano ritirando dagli eventi dedicati alla Memoria dell’Olocausto organizzati dall’universo progressista. La Comunità ebraica di Milano ha disertato il tradizionale incontro con gli studenti a cui doveva unirsi anche l’Anpi: “Noi soffriamo tutti i giorni per l’antisemitismo, quindi è inutile onorare una volta all’anno gli ebrei morti e non difendere gli ebrei vivi. Quelli dell’Anpi non possono farsi sentire un giorno all’anno ed essere proprio loro, che hanno paragonato la Shoah a quello che è successo a Gaza, a parlare di memoria. È inutile far finta di nulla” ha detto il presidente, Walker Meghnagi. “L’Anpi – ha continuato – non è mai venuto alla conferenza che abbiamo organizzato al Tempio maggiore di via Guastalla e non si è mai fatta sentire in questi due anni. Non andiamo a farci applaudire il Giorno della Memoria. Guardiamo anche cosa sta succedendo con gli insulti a Liliana Segre: gli studenti mandiamoli a vedere il film Liliana, parliamo della memoria e non di altro”. La richiesta è chiara: “Vediamoci subito dopo, parliamo, confrontiamoci e smettiamo di avere dei rapporti ipocriti”. Parere simile quello di Noemi Di Segni, presidente della Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “Premesso che tutto quello che è avvenuto con le manifestazioni in questi mesi laceranti, con le manifestazioni di odio e ribaltamento e distorsione dei termini ci porterebbe a pensare di non partecipare a nulla, non possiamo lasciarci andare alla istintività. Da noi in Italia, rispetto ad altre nazioni, le istituzioni più alte promuovono e partecipano ad iniziative elevatissime, come quella del Quirinale con il Presidente Mattarella. La linea quindi è quella di partecipare a momenti alti e ci si accerta che forme e contenuti siano focalizzati sulla Giornata della Memoria della Shoah e non su altro”.
Vedere gli ostaggi che hanno sopportato 15 mesi di prigionia terroristica tornare finalmente a casa porta una gioia innegabile.Ma l'accordo che lo ha reso possibile solleva interrogativi inquietanti.
di David Shishkoff und Ryan Jones
E' una ovvietà dire che il cessate il fuoco a Gaza e l'accordo sugli ostaggi con Hamas hanno provocato forti emozioni. Ma c'era da aspettarselo. Sono stati 15 mesi ricchi di emozioni e nessun aspetto è stato facile. Come ha detto il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar, abbiamo solo una scelta tra opzioni negative e peggiori. Chi decide cosa è male e cosa è peggio? Questo è il nocciolo della questione. Ma la prima domanda è: perché, anche se vincono, gli israeliani finiscono per dare di più per avere di meno? Perché Hamas è chiaramente in vantaggio sulla carta in questo accordo? Le risposte sono due.
• Vincitori e vinti Hamas è un nemico militarmente sconfitto, il suo territorio giace in rovina. In altri conflitti che si sono conclusi in questo modo, la parte vincitrice ha dettato le condizioni agli sconfitti. In queste situazioni, di solito non ci sono negoziati tra partner di dialogo alla pari. Data la situazione sul terreno, Israele dovrebbe ricevere molto più di Hamas in questo accordo, se Hamas riceve qualcosa. Ma le pressioni internazionali stanno ribaltando l'equazione, come è accaduto in ogni conflitto armato vinto da Israele, e sulla carta Hamas ha “vinto”. Verranno rilasciati molti più palestinesi che israeliani; l'esercito israeliano si ritirerà dalla maggior parte di Gaza nella prima fase, la comunità internazionale invierà massicciamente gli aiuti che tutti sanno essere rubati da Hamas, e alla fine Gaza sarà ricostruita dalla comunità internazionale, senza alcun costo per gli aggressori, mentre Israele non riceverà alcun risarcimento. Se i palestinesi stanno ora celebrando questo accordo come una “vittoria su Israele”, non hanno tutti i torti. C'è chi sostiene che Hamas e i palestinesi hanno perso molto, molto più di Israele, e che non si può considerare una vera vittoria quando l'intera leadership del gruppo è stata liquidata, Gaza è in rovina e oltre 40.000 persone sono morte. Ma chi applica questa logica sta proiettando la propria sensibilità occidentale sulla situazione. Non capiscono che queste perdite sono altamente accettabili per i jihadisti. Anzi, vengono indossate come un distintivo d'onore. La soglia di attenzione dell'Occidente è diventata breve. I jihadisti pianificano in decenni, persino in secoli. Gaza sarà ricostruita e nuovi leader sostituiranno quelli che sono stati eliminati. L'importante è che sia stata ottenuta una “vittoria” storica contro Israele, una vittoria che può servire da ispirazione per i decenni a venire. Si pensi che ancora oggi i jihadisti cantano "Khaybar, Khaybar, ya yahud ”, evocando una vittoria di molti secoli fa (628 d.C.) su una potente tribù ebraica nella penisola arabica. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Alleati hanno invitato i rappresentanti del regime nazista al tavolo dei negoziati e hanno tenuto conto dei loro desideri? No. I nazisti non ebbero la possibilità di avanzare richieste. Le condizioni furono dettate loro. Ed è così che dovrebbe essere per Hamas oggi.
• Grande forza o debolezza sfruttabile? La seconda ragione per cui Israele finisce sempre per dare di più ai suoi nemici sconfitti è che Israele dà valore alla vita sopra ogni cosa, il che rende le situazioni di ostaggio particolarmente dolorose. La prigionia non è una novità nella storia di Israele. È menzionata più di 200 volte nelle Scritture ebraiche. È sempre stata traumatica. Il re Davide, ad esempio, ebbe un problema dopo che gli israeliti furono presi in ostaggio dagli Amaleciti sotto la sua sorveglianza: "Davide era molto angosciato, perché il popolo minacciava di lapidarlo, perché tutto il popolo aveva il cuore amaro, ognuno a causa dei suoi figli e delle sue figlie.Ma Davide si rafforzò nell'Eterno, il suo Dio” (1 Samuele 30). In seguito, l'Assiria, Babilonia e Roma fecero migliaia di prigionieri e coloro che furono condotti via non piansero solo sui “fiumi di Babilonia”. Non sorprende quindi che tanti versetti trattino della prigionia e del desiderio di liberazione. Per citarne solo alcuni:
“Volgi la nostra prigionia, o Signore”. (Salmo 126)
“Tu hai fatto prigioniera la cattività”. (Salmo 68)
“... per fasciare il cuore spezzato, per proclamare la libertà ai prigionieri e l'apertura delle porte del carcere a coloro che sono legati...”. (Isaia 61)
“Ma se non ascolterete, l'anima mia piangerà in segreto a causa della vostra superbia; e il mio occhio piangerà perché il gregge del Signore è fatto prigioniero”. (Geremia 13)
La liberazione dalla cattività è un tema centrale dell'epopea storica divina, dall'Esodo fino al nostro anno 2025 e oltre. La prima liberazione, quando Romi Gonen, Emily Damari e Doron Steinbrecher sono stati riportati a casa, ha regalato a tutto Israele un momento di gioia sfrenata. Tutte le preoccupazioni e i dolori della guerra sono temporaneamente svaniti. Nell'ebraismo, ogni vita è vista come un mondo intero, e ogni mondo vale la pena di rinunciare a tutto per preservarlo. È questa la più grande forza di Israele? O è una debolezza che può essere sfruttata? La verità è che è entrambe le cose.
• Un pericoloso patto con il diavolo Le ingiuste pressioni internazionali, unite al desiderio prioritario di liberare i prigionieri a tutti i costi, fanno sì che Israele senta regolarmente di poter scegliere solo tra opzioni negative o addirittura peggiori. Questo spesso significa fare un patto con il diavolo. Ma questo è oltre ogni limite. Israele pensava di poter tenere sotto controllo Hamas in qualche modo. Ma il 7 ottobre 2023 si è dimostrato sbagliato. I termini dell'attuale accordo consentono ad Hamas di recuperare e aumentare la sua popolarità come movimento che è sopravvissuto a 15 mesi di guerra contro l'esercito più potente della regione e ha strappato concessioni significative ad Israele. Hamas recluterà altri terroristi, i jihadisti palestinesi vedranno sempre più nella violenza il modo migliore per ottenere ciò che vogliono da Israele e altri ebrei moriranno. Forse non oggi, forse non domani, ma la scena è pronta. L'accordo attuale non contiene meccanismi sufficienti per evitare che questo diventi una realtà, proprio come tutti gli accordi precedenti. Pagare un prezzo oggi per salvare delle vite vale le molte altre vite che saranno sacrificate in futuro? Non è una domanda facile, perché nessuno sa cosa accadrà domani. Pertanto, è conveniente concentrarsi solo su ciò che si sa e su ciò che si può fare oggi. Ma una delle lezioni del 7 ottobre è che tutto può accadere. Gli incubi più inimmaginabili possono diventare realtà. I disastri che i nostri massimi esperti ci avevano assicurato non sarebbero mai potuti accadere sono ora reali. Il 7 ottobre dovrebbe seppellire i vecchi concetti. Non possiamo più concentrarci solo su ciò che sappiamo ora. Dobbiamo pensare che il peggio può accadere e accadrà se non si fa nulla per evitarlo. E questo significa che dobbiamo prestare attenzione alle potenziali vittime future tanto quanto alle vittime di oggi. Il riscatto dei prigionieri è una grande mitzvah. Stipulando questo accordo, il governo ha adempiuto a questa mitzvah. Ma il governo ha anche un contratto con i suoi cittadini, ovvero garantire la loro sicurezza. L'accordo che ha portato al rilascio di Gilad Shalit nel 2011 non ha rispettato il contratto con i suoi cittadini, poiché Israele ha rilasciato Yahya Sinwar, che ha pianificato e diretto l'attacco del 7 ottobre 2023, insieme a molte altre persone. Lo Stato di Israele può aver onorato il suo contratto con Shalit, ma ha violato il contratto delle 1.400 persone che hanno perso la vita o sono state rapite in quello Shabbat nero. Se Israele non trova un modo per proteggere i suoi cittadini, la vita qui potrebbe diventare insopportabile. È su questo che Hamas conta.
(Israel Heute, 24 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
Il capo del Mossad David Barnea (a destra) e Ronen Bar (secondo da sinistra), capo dell'agenzia di sicurezza interna israeliana Shin Bet
Il direttore del Mossad David Barnea e il capo dello Shin Bet Ronen Bar si sono recati al Cairo per discutere le modalità della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza. Secondo Channel 12 , Barnea e Bar “non hanno atteso il 16° giorno della prima fase, come inizialmente previsto, per iniziare i negoziati per la fase successiva e si sono recati al Cairo mercoledì”. Il canale ha aggiunto che i negoziati includeranno discussioni sulle “condizioni per il rilascio dei prigionieri palestinesi”, in particolare su quanti palestinesi saranno liberati in cambio di ogni prigioniero israeliano. Ha affermato anche che “i piani riguardanti la governance di Gaza dopo Hamas e il futuro del territorio sono in fase di preparazione da mesi in coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita”. Né Abu Dhabi né Riyadh hanno commentato queste affermazioni. Nel frattempo, il quotidiano ebraico Israel Hayom ha riferito ieri sera che otto prigionieri palestinesi, tutti in possesso di cittadinanza israeliana e condannati all’ergastolo, saranno rilasciati nell’ambito della seconda fase della prima tappa dell’accordo. Il giornale ha aggiunto che questi otto prigionieri sono stati detenuti tra il 2001 e il 2003 durante la Seconda Intifada. Cinque di loro sono affiliati ad Hamas, mentre i restanti tre hanno legami con Fatah. Il rapporto ha evidenziato che tra i prigionieri ci sono due abitanti di Gerusalemme, Naseem Zaatari e Fahmi Mashahra. Circa 71 palestinesi che hanno la cittadinanza israeliana o permessi di residenza sono stati reimpostati per essere rilasciati, ha aggiunto. Lunedì Hamas ha annunciato in una nota che la seconda tranche di scambi di prigionieri con Israele, prevista dalla prima fase dell’accordo, avrà luogo come previsto sabato.
(Rights Reporter, 24 gennaio 2025)
L’ingente dispiegamento militare di Hamas ha sollevato interrogativi sul futuro dell’accordo con Israele. Se da un lato Gerusalemme insiste nel voler eliminare il movimento, dall’altro il gruppo islamico palestinese non vuole mollare il governo della Striscia. Le scene viste durante lo scambio di prigionieri, con i miliziani che controllavano la zona della consegna delle tre israeliane alle auto della Croce Rossa, hanno scatenato le polemiche. Gli analisti palestinesi del giornale panarabo “Asharq Al-Awsat” le considerano un potenziale pretesto per Israele per annullare l’accordo dopo la fine della prima fase, per poi tornare in guerra. E quindi auspicano maggiori sforzi da parte dei mediatori per dissuadere Hamas dalle ostentazioni che danneggiano il corso degli eventi.
• Le reazioni
Con uniformi pulite, auto nuove e armi in pugno, gli uomini armati che indossavano le insegne dell’ala militare di Hamas hanno vagato per la Striscia di Gaza all’inizio dell’attuazione dell’accordo di tregua domenica scorsa. Intanto una dichiarazione del ministero dell’Interno nella Striscia, che è gestito da elementi fedeli al movimento, annunciava l’inizio dello “schieramento dei miliziani nelle strade”, spingendo gli attivisti palestinesi sui social media a parlare di “una sconfitta per Israele e una conferma della forza e della sopravvivenza di Hamas nella Striscia”. In Israele il commentatore militare del Canale 14, Noam Amir, ha chiesto con rabbia: “Perché (quelle parate) non sono state bombardate dall’aria?”. Invece il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha minacciato di rovesciare il governo se non si tornerà a combattere “in un modo che ci porti a prendere il controllo dell’intera Striscia e a governarla”. L’analista Saeed Okasha, esperto di affari israeliani, descrive ciò che Hamas ha fatto come “una dimostrazione della sua consapevolezza che non governerà Gaza”. “Sta cercando di apparire forte e questo può causare una crisi se non viene preso in considerazione nella futura governance della Striscia, cosa che però minaccia l’accordo“. L’analista politico palestinese, Abdul Mahdi Mutawaa, ritiene che “Hamas ha ancora la mentalità del gioco d’azzardo che si è verificata il 7 ottobre” e che vuole inviare due messaggi a Israele e all’interno della Palestina: “Rimarrà al suo posto”.
I tre ostaggi israeliani liberati erano tenuti in un edificio dell'Unrwa. Lo scandalo umanitario
Gli edifici presi di mira per scopi militari rappresentano la violazione del diritto internazionale umanitario.
di Giulio Meotti
Prima un video del massacro del 7 ottobre che mostra un dipendente dell’agenzia delle Nazioni Unite per i palestinesi Unrwa che mette il corpo di un uomo israeliano nel retro di un suv. Si tratta di Faisal Ali Mussalem al Naami, assistente sociale dell’Onu a Gaza. Poi Ayelet Samerano, la madre di Jonathan, 21 anni, rapito dal kibbutz Be’eri, che durante una protesta in Svizzera tiene una foto di Jonathan mentre urla “l’Unrwa ha rapito mio figlio!”. Un’inchiesta del New York Times rivela che un consulente scolastico dell’Unrwa di Khan Younis ha rapito una donna israeliana. Poi il corpo dell’ostaggio tedesco-israeliano Shani Louk viene trovato in un edificio dell’Unrwa. Ora questa: “Gli ex ostaggi Romi, Emily e Doron sono stati tenuti nei rifugi delle Nazioni Unite a Gaza, che erano destinati ai civili”.
Così un servizio trasmesso ieri dal canale televisivo israeliano 13, che afferma quanto segue: “Due giorni dopo essere stati liberati dopo 471 giorni di prigionia, Rumi Gonen, Emily Demari e Doron Steinbracher iniziano a raccontare cosa hanno vissuto, le condizioni della prigionia, così come i luoghi in cui sono stati tenuti nella Striscia di Gaza dai terroristi di Hamas da quando sono stati rapiti il 7 ottobre. Le conversazioni con i rimpatriati mostrano che durante il loro periodo di prigionia sono stati nascosti nei rifugi delle Nazioni Unite e nei campi destinati alla popolazione civile che le Nazioni Unite hanno istituito durante la guerra e che dovrebbero essere aree in cui le persone soggiornano e ricevono cibo e acqua”. Richard Goldberg della Fondazione per la difesa delle democrazie di Washington, ha affermato che la rivelazione significa che “dobbiamo smettere di pensare a Unrwa come a un semplice sostenitore di Hamas e iniziare a interiorizzare che l’agenzia è una facciata per Hamas”.
Un prigioniero di ottant’anni, rilasciato nell’ambito della tregua del novembre 2023, aveva già affermato di essere stato tenuto nella soffitta di un dipendente delle Nazioni Unite. Un anno fa invece la scoperta che sotto la sede centrale dell’Unrwa a Gaza Hamas aveva nascosto il suo centro dati, completo di sala elettrica e alloggi per i terroristi che gestiscono i server dei computer. Israele aveva poi accusato dodici membri dello staff dell’agenzia delle Nazioni Unite di aver preso parte al massacro del 7 ottobre, spingendo poi la stessa Onu a licenziarli. Elise Stefanik, nuova ambasciatrice americana all’Onu, ieri ha detto che l’Unrwa è “antisemita”, lasciando intendere la fine dei finanziamenti da parte degli Stati Uniti. Il capo dell’Unrwa, lo svizzero Philippe Lazzarini, dichiara che “attaccare, prendere di mira o utilizzare edifici delle Nazioni Unite per scopi militari è una palese violazione del diritto internazionale umanitario”, ma tace su come da quindici mesi Hamas usa le stesse strutture, non solo per nascondere armi e missili, ma anche gli ostaggi.
Secondo un altro servizio esclusivo di Fox News andato in onda ieri e che si basa sull’intelligence israeliana, i terroristi di Hamas hanno confessato che ostaggi israeliani erano stati tenuti anche nell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza in momenti diversi durante il loro calvario. Anas Muhammad Faiz al Sharif, uno dei terroristi sotto custodia israeliana, parla dell’ospedale come “un rifugio sicuro perché l’esercito israeliano non può prenderlo di mira”. D’altro canto, il 24 ottobre 2023, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres aveva praticamente giustificato gli attacchi di Hamas contro Israele affermando che “non sono avvenuti nel vuoto”. No, non sono avvenuti nel vuoto, sono avvenuti anche nelle strutture dell’Onu.
Uno dei punti di cui i Chachamim discutono di più è la questione di come Hashem possa rimuovere il libero arbitrio del faraone. Quello di cui si discute però molto meno è della posizione del faraone prima che Hashem intervenga. All’inizio, ben prima che Hashem intervenga in qualsiasi modo con il faraone, la Torà ci racconta già della risposta personale del faraone stesso alla richiesta di Moshe e Aharon di consentire al popolo ebraico di andarsene. E in tutte queste conversazioni, scopriamo che la Torà descrive le risposte del faraone con riferimenti al suo lev, il suo cuore, ma specificamente con due diverse caratterizzazioni del suo cuore: “Vaychazek lev Par’ò” e “Vavchbad lev Par’ò“. Entrambe vogliono significare che il faraone si rifiutò di ascoltare. Se è così, per quale motivo la Torà usa due parole diverse per esprimere lo stesso concetto? Qual è la differenza tra questi due termini? Rav Joseph B. Soloveitchik spiega che queste sono, in effetti, due risposte molto diverse. Chizuk implica il concetto di forza, vigore, fermezza. Nel nostro contesto, si riferisce al potere di resistere a qualcosa. Se riesco a resistere all’assalto del nemico, se riesco a essere abbastanza forte da non cedere, allora sono chazak, sono forte, e questo può valere sia per la forza fisica che per la forza di carattere. Kaved, tuttavia, è una descrizione molto diversa. Quando qualcosa è kaved, significa che è pesante. Kaved non implica vigore, fermezza o forza, ma piuttosto peso morto. Il fatto che qualcuno o qualcosa sia pesante non lo rende necessariamente forte. Si tratta, in effetti, di quella pesantezza che può appesantirci e renderci ancora più deboli. Cosa significa dunque quando leggiamo “vaychbad lev Par’ò” che il cuore del Faraone era pesante? Questo termine appare anche in un’altra occasione, in Yechezkel, dove Hashem dice ad Am Yisrael: “Vaasirotì et lev haeven” Rimuoverò il tuo cuore di pietra e ti darò invece un lev bassar, un cuore di carne. Un lev even è un cuore insensibile, impermeabile, che non risponde alla chiamata della propria coscienza. Quando la Torà si riferisce al Faraone come a qualcuno con un lev kaved, significa che è semplicemente chiuso, che non risponde alle chiamate di Moshè e Aharon. In cosa consiste allora il chizuk halev di cui parla la Torà riferendosi al Faraone? Il rafforzamento del proprio cuore? Questo termine significa che il cuore del faraone, a volte, diventava sensibilizzato, persino malleabile. C’erano momenti in cui il faraone si svegliava e si rendeva conto che forse avrebbe dovuto riconsiderare la posizione e la fermezza che si ostinava a mantenere. Dopo aver sperimentato la piaga di Barad, la grandine, il Faraone sembra avere un risveglio, una consapevolezza che doveva cambiare atteggiamento. Il faraone manda a chiamare Moshè e Aharon e dice loro: “Ho peccato. Hashem è giusto e io e la mia nazione siamo malvagi. Prega Moshè, liberaci da questa grandine e vi libererò come mi richiedete di fare” Eppure, non appena la grandine finisce, la Torà ci riferisce: “Il cuore del faraone divenne forte (Vaychezak lev Par’ò), e non mandò via il popolo“. Chizuk halev è un tipo di rifiuto particolare. È quando il faraone riesce a vedere la sfida morale. È sensibile al fatto che potrebbe essere diretto sulla strada sbagliata e dovrebbe tornare indietro, ma nonostante ciò si rinforza, rifiutandosi di cedere anche alla voce interiore che gli dice che sta facendo la scelta sbagliata. Ma allora perché rifiuta? Rav Solovetchik sostiene che, almeno in parte, quello che muoveva il faraone erano ragioni economiche. L’intera economia egiziana dipendeva dal lavoro degli schiavi. Liberare gli ebrei avrebbe distrutto l’economia dell’Egitto. Quindi, mentre il faraone, a volte, riconosceva che Hashem era, in effetti, al comando, e che non aveva davvero alcuna possibilità di competere, la pressione per mantenere la sua posizione e sostenere l’economia del suo regno era eccessiva, e il faraone era costretto a rafforzarsi, per trincerarsi e rifiutarsi di lasciare andare gli ebrei. Questa spiegazione porta alla luce un’altra idea che riguarda non solamente il cuore del faraone, ma anche nostri cuori. La Ghemarà nel Trattato di Berachot parla di una persona che è in pericolo e non ha tempo di recitare l’intera sezione centrale dell’Amidà. In considerazione di questo pericolo, quindi, gli viene detto di recitare una versione breve delle dodici berachot centrali, chiamata Havinenu. Havinenu è un paragrafo che contiene dodici frasi brevi, ciascuna delle quali fa riferimento a una delle dodici berachot che compongono la parte centrale dell’Amidà. Ad un certo punto di questa tefillà, troviamo la richiesta ad Hashem: “Mol et levavenu leyiratecha”, “rimuovi la copertura del nostro cuore così possiamo temerTi”, parte che è al posto della berachà “Hashivenu”, una tefillà relativa alla teshuvà. A prima vista, sembra una preghiera che chiede a Hashem di aiutarci a scegliere di essere persone timorate di D'o. E, in effetti, questa tefillà prende in prestito il linguaggio da un versetto nella Parsahà di Nitzavim: “Hashem circonciderà il tuo cuore e il cuore dei tuoi figli per amare Hashem con tutto il tuo cuore e la tua anima“. Questa idea sembra essere poco chiara: Come possiamo chiedere a Hashem di aiutarci a fare teshuvà? Ciò potrebbe significare toglierci la bechirà chofshit, il nostro libero arbitrio. I Chachamim spiegano il significato di questo versetto in base alla stessa idea che abbiamo menzionato prima quando si parla del faraone. Cos’è un lev arel, un cuore coperto? È lo stesso di un lev even, un cuore di pietra. Se ho un lev even, un cuore di pietra, significa che mi sono precluso delle scelte. Sono così tanto appesantito da elementi diversi nella mia vita che non riesco nemmeno a considerare altre opzioni. Un lev even, quindi, non è un cuore che fa cattive scelte, ma un cuore che non fa scelte. Quando chiediamo ad Hashem di rimuovere l’orlat lev, la copertura del nostro cuore, non stiamo chiedendo a Hashem di fare delle scelte per noi, al posto nostro, ma Gli stiamo chiedendo di concederci il risveglio, l’opportunità, la sensibilità per aprirci e riconoscere le scelte giuste tra le opzioni che abbiamo di fronte. In quei momenti, potremmo ancora fare delle scelte sbagliate. Il fatto che possiamo provare disagio di fronte al concetto che Hashem possa togliere il libero arbitrio al faraone, è qualcosa di positivo perché significa che ci rendiamo conto che è la nostra capacità di scegliere che ci rende umani. E, più di questo, è la nostra capacità di scegliere che ci consente di crescere. Ci sono momenti nella nostra vita in cui il potere di scelta e la libertà di crescere che deriva dalla scelta diventano più difficili da raggiungere. Ci abituiamo così tanto al modo in cui viviamo le nostre vite, al ritmo delle nostre giornate e delle nostre settimane, che iniziamo a perdere di vista quella libertà, le opportunità di crescita che sono davanti a noi. Lentamente nel tempo, senza nemmeno rendercene conto, i nostri cuori possono trasformarsi in un lev even, un cuore che diviene man mano meno sensibile alle scelte che ci si presentano ogni giorno. L’obiettivo, quindi, non è unicamente decidere di fare le scelte giuste. Il primo passo è iniziare a scoprire i nostri cuori, consentendo al nostro lev even di diventare un lev bassar, un cuore aperto e disposto a vedere e sentire le opportunità di crescita che ci si presentano spesso nella nostra vita. Il faraone era caratterizzato dal lev kaved, il lev even, la riluttanza a permettersi e a prendere piena consapevolezza delle scelte che esistevano di fronte a lui. È nostro compito, quindi, prenderne nota ed imparare a non imitare il comportamento del faraone. Viviamo le nostre vite spesso in modalità automatica, con il risultato di indurire il nostro cuore, di non essere in grado di distinguere le scelte che abbiamo di fronte, precludendoci il libero arbitrio. La tefillà che rivolgiamo ad Hashem di liberare il nostro cuore, è quindi la richiesta di aprirci gli occhi e di darci la possibilità di compiere le sceglie giuste. Possa Hashem esaudire le nostre tefillot liberando il nostro cuore dai pesi che, alla fine dei conti, finiscono per danneggiarci.
Ondata di crimini antisemiti in AustraliaUn possibile piano straniero dietro gli attacchi
Un’ombra inquietante si allunga sull’Australia, dove la polizia federale sta indagando su una possibile regia straniera dietro l’escalation di atti antisemiti che stanno scuotendo il Paese. La teoria, sempre più accreditata, è che vi siano «criminali pagati» per perpetrare questi attacchi, spingendo le autorità a considerare l’ipotesi di un sofisticato piano orchestrato. L’episodio più recente, che ha colpito la periferia di Sydney, ha scatenato allarme e indignazione: come riporta il Jerusalem Post, un incendio doloso ha devastato un asilo nido ebraico, accompagnato da graffiti carichi di odio. Il primo ministro Anthony Albanese, visibilmente preoccupato, ha convocato un incontro di emergenza del gabinetto, dichiarando: «Alcuni di questi atti non sembrano avere motivazioni ideologiche, ma piuttosto economiche. Stiamo indagando sulle fonti di finanziamento». Secondo le ricostruzioni, l’attacco è avvenuto nella tarda serata di lunedì. Poco distante da una sinagoga, i vandali sembrano aver mirato all’asilo ebraico, colpendolo con vernice spray e appiccando il fuoco. La polizia ha subito classificato l’accaduto come un crimine d’odio, e l’ Australian Jewish Association ha confermato su X che la vicinanza con il luogo di culto non era una coincidenza. Ryvchin, co-CEO dell’Executive Council of Australian Jewry, ha condiviso sui social una fotografia che mostrava parte di un inquietante slogan antisemita, collegato ad altri recenti episodi di vandalismo e incendi dolosi nella zona. La settimana precedente, il 10 gennaio e l’11 gennaio due sinagoghe a Sydney (una in città e una nella periferia di Newton) erano state vandalizzata con graffiti riproducenti svastiche e messaggi inneggianti al nazismo: solo in questi giorni la polizia australiana ha arrestato due persone sospettate di essere gli autori di quelli a Newton. Mentre a dicembre era stata incendiata una sinagoga a Melbourne.
• Il sospetto di finanziamenti stranieri Ma c’è un elemento che complica ulteriormente il quadro: il commissario Rhys Kershaw ha sollevato il sospetto che dietro questi atti si nascondano transazioni in criptovalute, un mezzo che rende difficile tracciare i finanziamenti e smascherare i mandanti. Al contempo, si indaga sulla radicalizzazione online di giovani coinvolti in questi crimini, evidenziando come l’odio si alimenti anche nel vasto e oscuro mondo digitale. In risposta alla gravità della situazione, il governo australiano ha istituito un database nazionale per monitorare gli episodi di antisemitismo. La task force Evelight, attiva dallo scorso dicembre, ha già registrato oltre 166 segnalazioni, e solo a Sydney 35 persone sono state incriminate per crimini d’odio contro la comunità ebraica. L’ondata di violenza ha ripercussioni anche sul piano internazionale. Il viceministro degli Esteri israeliano ha accusato il governo australiano di non reagire con sufficiente fermezza, ma il primo ministro Albanese ha respinto con decisione le critiche, ribadendo l’impegno del Governo nella protezione dei cittadini ebrei. «Questi atti rappresentano un attacco non solo a una comunità, ma all’intero Paese», ha dichiarato. Nel frattempo, il Jewish Council of Australia ha lanciato un appello accorato per rafforzare il dialogo intercomunitario e promuovere una collaborazione più efficace, nella speranza di porre fine a questa preoccupante serie di attacchi.
Disertiamo il Giorno della Memoria perché è una scommessa culturale perduta
Uno stanco rituale, esibizione di un'ipocrisia insopportabile in cui gli ebrei sono lasciati soli, con una cerimonia anemica. Quando i custodi della Memoria dimenticano tutto, bisogna protestare.
di Pierluigi Battista
Disertiamo il “Giorno della Memoria”, appuntamento simbolico che dal 7 ottobre del 2023 ha smarrito il suo significato, è diventato stanco rituale, ma soprattutto esibizione di un’ipocrisia insopportabile. Una triste parata di sepolcri imbiancati, oramai. Il suo impegno solenne, quando fu istituito nel 2000, doveva essere il “mai più”: mai più Auschwitz, mai più orrori contro gli ebrei, mai più persecuzioni antisemite, mai più caccia all’ebreo, mai più una ragazzina ebrea di nome Anna Frank raggiunta in una soffitta di Amsterdam, senza nessuno scopo militare nella grande carneficina della Seconda guerra mondiale.
Perché nemmeno un ebreo, un bambino ebreo, un vecchio ebreo poteva essere risparmiato dallo sterminio genocida. Oggi il “mai più” sta diventando, senza una reazione adeguata, senza un sussulto di vasti, troppo vasti settori della cultura democratica, “ancora una volta”: ancora una volta, di nuovo, caccia all’ebreo, persecuzioni, agguati, assalti alle sinagoghe in tutto il mondo occidentale dimentico di sé e demolito dal fanatismo antisionista (cioè antiebraico).
Disertiamo il Giorno della Memoria. Ad Amsterdam, la città di Anna Frank, hanno linciato gli ebrei strada per strada, albergo per albergo, con i taxi guidati da islamisti che coordinavano le aggressioni con le modalità del pogrom. E noi qui, a cominciare da chi il 27 gennaio chinerà il capo contrito per declamare un sempre più insincero “mai più”, a scambiare il linciaggio per un banale tafferuglio tra ultras di squadre rivali: uno sprofondare umiliante nella stupidità, un collasso intellettuale di dimensioni gigantesche. Cacciano gli studenti ebrei dalle Università, da Harvard fino a Torino, e le autorità restano silenziose e imbarazzate e magari ci toccherà sorbire il discorso sulla Memoria proprio dai rettori che hanno appena siglato il boicottaggio delle università israeliane sotto le minacce delle nuove guardie rosse dette pro. Pal. Hanno boicottato una nota manifestazione canora perché tra i partecipanti c’era un’ebrea israeliana che cantava con animo straziato le vittime del pogrom di Hamas, il pogrom che nelle piazze dell’occidente lodano come l’inizio della resistenza, della rivoluzione. Niente, neanche un bisbiglio, un sussurro, una debole perplessità. Niente: i custodi della Memoria ufficiale hanno dimenticato tutto. Lasciamoli soli con la loro ipocrisia, il 27 gennaio.
Disertiamo il Giorno della Memoria perché è una scommessa culturale perduta. Pochi si opposero alla sua istituzione. Qualche dubbio da parte soprattutto liberale: c’era il rischio, dicevano, di una memoria di stato, di una ricerca storica che diventa subalterna all’ufficialità istituzionale. Questo rischio è stato corso, ma le previsioni pessimistiche sono state smentite. Qualche anno fa Elena Loewenthal, studiosa e traduttrice di Amos Oz, proclamava la sua contrarietà a una giornata della memoria che autorizza l’oblio negli altri 364 giorni dell’anno. Ma fino al 7 ottobre 2023, data in cui l’antisemitismo dell’occidente è stato sdoganato e ha di gran lunga surclassato quello sventolato dalle teste rasate e decerebrate, negazioniste e esplicitamente naziste, il ricordo della Shoah funzionava ancora come un freno, una remora, un confine. Oggi quel confine è cancellato, quel freno è saltato, quella remora è svanita. La Shoah è stata sconsacrata. Ha scritto Lia Levi, sbalordita, costernata: perché ci invitate nelle scuole, se poi quando riprende fiato l’odio per gli ebrei, vi dimenticate di noi? Nel cuore della cultura antifascista il nuovo antisemitismo, camuffato da antisionismo, dilaga senza argini. Una disfatta culturale inimmaginabile, fino al 6 ottobre 2023.
In Israele, nel giorno in cui si ricordano le vittime della Shoah, quando suona la sirena, il cui sibilo dura per due lunghi minuti che sembrano interminabili, tutti si fermano, in un silenzio che sembra irreale. E’ così, perché quel ricordo ferisce ancora sulla carne viva dei superstiti e dei loro discendenti. Nel Giorno della Memoria, gli ebrei sono lasciati soli, omaggiati con una cerimonia sempre più anemica e svogliata. Ma nel profondo lasciati soli, circondati dalla diffidenza. Non conta se gli studenti ebrei hanno paura di mettere piede negli atenei, non conta che in Francia, in Belgio, in Svezia gli ebrei scappano da un’Europa che sentono sempre meno come la loro casa. E allora bisogna protestare, non accettare l’abbandono come fosse cosa normale. Disertiamo il Giorno della Memoria.
Yuval Raphael ha ancora delle schegge conficcate nella testa e in una gamba. Il 7 ottobre si è salvata per miracolo, rimanendo per ore sepolta sotto i cadaveri mentre i terroristi a più riprese sparavano e facevano esplodere granate nel rifugio antimissile in cui si era nascosta. Stipate con lei c’erano una quarantina di persone, fuggite dal Nova Festival sotto attacco. Solo in undici sono uscite vive dal rifugio.
«La musica è uno degli elementi più importanti del mio processo di guarigione», ha spiegato Raphael, originaria della città di Ra’anana, all’emittente pubblica Kan. A Basilea, dove si terrà a maggio il prossimo Eurovision, la giovane vuole raccontare la sua storia. «Ma non per cercare pietà. Voglio che sia una storia di forza di fronte a tutto questo, e di fronte ai fischi che sono sicura al 100% arriveranno dal pubblico».
Una certezza dovuta all’esperienza dello scorso anno, quando all’Eurovision di Malmö, in Svezia, ad essere contestata era stata la cantante Eden Golan. Come nella scorsa, anche in questa edizione ci sono stati appelli al boicottaggio d’Israele e alla sua squalifica dalla competizione canora europea. L’Ebu, l’autorità responsabile della rassegna, ha però ribadito il diritto dello stato ebraico di partecipare.
Raphael sarà dunque presente, con la sua difficile storia alle spalle. «Intrappolata e temendo per la mia vita, ho assistito a orrori indicibili: amici e sconosciuti venivano feriti e uccisi davanti ai miei occhi», ha raccontato. «Quando i corpi degli assassinati ci sono caduti addosso, ho capito che nascondermi sotto di loro era l’unico modo per sopravvivere all’incubo».
Il termine è fissato per la prossima settimana ma Israele occupa ancora alcuni territori che non sono stati bonificati quindi la tregua verrà certamente prorogata
di Sarah G. Frankl
Secondo diverse fonti, l’accordo di cessate il fuoco che ha messo in pausa la guerra tra Israele e Hezbollah in Libano sarà probabilmente prorogato alla sua scadenza, la prossima settimana. Secondo funzionari governativi libanesi, israeliani e francesi, è improbabile che il gruppo sostenuto dall’Iran e gli israeliani riprendano i combattimenti su vasta scala, nonostante abbiano bisogno di più tempo per attuare i termini originali della tregua, entrata in vigore a fine novembre. L’accordo sostenuto da Francia e Stati Uniti, che ha fermato un conflitto che ha ucciso migliaia di persone e peggiorato le tensioni tra Iran e Israele, ha dato alle truppe israeliane 60 giorni per ritirarsi dai villaggi del Libano meridionale. Hezbollah è stato costretto a ritirarsi a nord del fiume Litani, con l’esercito libanese al suo posto. Sebbene la tregua in Libano abbia sostanzialmente retto da novembre, Hezbollah e Israele si sono accusati a vicenda di aver violato i termini. Le forze israeliane sono ancora in almeno metà dei villaggi che hanno occupato. Israele ha continuato a lanciare attacchi letali per contrastare quelli che descrive come tentativi di Hezbollah di riorganizzarsi o riarmarsi nel sud, e come rappresaglia per gli attacchi di mortaio. Sono in corso trattative tra le parti per estendere la scadenza del 27 gennaio per garantire che il conflitto non riprenda. Diverse fonti qualificate hanno affermato che la tregua verrà prolungata per dare più tempo ai soldati libanesi di schierarsi e a Hezbollah di sgomberare a nord del Litani, a circa 30 chilometri dal confine. Gli scontri tra Israele e Hezbollah hanno causato ingenti danni a entrambe le economie. Gli asset israeliani, tra cui lo shekel e i titoli di Stato, sono aumentati in modo significativo nel periodo precedente al cessate il fuoco, mentre i titoli in dollari in default del Libano sono aumentati da allora, un periodo in cui il paese ha anche eletto il suo primo presidente dal 2022. Il debito rimane in territorio di sofferenza. “Vogliamo l’attuazione con successo dell’accordo di cessate il fuoco”, ha detto lunedì ai giornalisti il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar insieme ad Antonio Tajani, il suo omologo italiano, che contribuisce con le sue forze all’operazione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite nel Libano meridionale. Saar ha affermato che presto altro territorio sarebbe stato ceduto all’esercito libanese, ma che un eventuale ritiro più ampio da parte di Israele sarebbe stato subordinato al fatto che Hezbollah avesse prima abbandonato il sud. “Hanno violato l’accordo e abbiamo ancora terroristi di Hezbollah a sud del fiume Litani”, ha detto. “Faremo rispettare le misure quando vedremo violazioni dell’accordo e sosterremo la nostra richiesta di sicurezza”. Il Libano ha ripetutamente affermato di essere impegnato nell’accordo di cessate il fuoco, sebbene abbia sottolineato che Israele deve ritirare le sue truppe. Il leader di Hezbollah Naim Qasem ha esortato lo stato libanese ad affrontare le ripetute violazioni israeliane. All’inizio di questo mese, i legislatori libanesi hanno eletto il comandante dell’esercito Joseph Aoun come presidente del paese. Aoun era sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita e la sua vittoria è stata un ulteriore segno del declino dell’influenza sia di Hezbollah che dell’Iran nella politica libanese. Tuttavia, anche se la tregua venisse prorogata, la continua presenza delle truppe israeliane in Libano potrebbe mettere sotto pressione Aoun.
L’obiettivo di sconfiggere e sradicare Hamas da Gaza non è stato raggiunto da Israele. Si tratta di unn dato di fatto questo purtroppo è un dato di fatto inequivocabile. La campagna militare è andata a rilento fin dall’inizio, con continue pause e pretese di “corridoi umanitari” come non si sono mai viste in nessun’altra guerra.
Immaginiamoci l’assedio statunitense di Fallujah o Ramadi durante la seconda Guerra del Golfo con tanto di “corridoi umanitari” e viveri che finivano nelle mani di gruppi armati. Immaginiamoci l’esercito turco che attacca le postazioni del PKK e nel frattempo attua corridoi umanitari per la popolazione. Si sa che con Israele valgono regole diverse dal resto del mondo.
L’andamento della guerra aveva lasciato intendere fin dall’inizio che non ci fosse una grande convinzione di volere realmente sradicare Hamas da Gaza, a prescindere dal problema ostaggi. Forse non si voleva scontentare il generosissimo Qatar che ancora oggi continua a ospitare la leadership dell’organizzazione terrorista e che più che mediare ha tutelato Hamas dal rischio di estinzione?.
L’IDF ha inferto dei colpi durissimi a Hamas, distruggendone i battaglioni, gli armamenti, decapitandone la leadership, catturando ed eliminando migliaia di terroristi. Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh sono stati tolti di mezzo e quest’ultimo a Teheran, con un’azione umiliante nei confronti del regime khomeinista.
I restanti leader dell’organizzazione terrorista palestinese come Musa Abou Marzouk, Khaled Meshal e Muhammad Sinwar, i primi due purtroppo ancora ospiti a Doha, plausibilmente vivranno il resto della loro vita nel terrore di essere bersagliati da Israele che ha recentemente riconfermato di potere colpire chiunque in qualsiasi luogo al mondo, inclusi quelli dove i terroristi si sentono più al sicuro, come al centro di Teheran o di Beirut.
Per quanto riguarda Hamas a Gaza, la sceneggiata con uomini armati e mascherati che scimmiottavano una parvenza di forza mentre sputavano addosso agli ostaggi rilasciati non ha fatto altro che metterne in evidenza la reale debolezza. Quei grandi “resistenti armati” fino a pochi minuti prima erano infatti nascosti nei tunnel e si facevano scudo con donne e bambini.
E’ chiaro, il problema propagandistico c’è, perché Hamas lo sa sfruttare molto bene ed è ben consapevole che a livello internazionale c’è una notevole predisposizione nell’abbracciare l’idea di Hamas come “resistenza palestinese”. Non a caso l’esperto di Islam radicale, Noor Dahri, direttore del think tank britannico Islamic Theology ofCounter–Terrorism, ha già messo in guardia mesi fa sul fatto che Hamas, da organizzazione terroristica, è diventata un’ideologia transnazionale diffusa anche in Occidente. Le manifestazioni nei campus statunitensi e britannici (curiosamente proprio quelli dove confluiscono ingenti finanziamenti dal Qatar) ne hanno dato ampia prova.
Un’ideologia che va tra l’altro a braccetto con l’estrema sinistra in nome della lotta al “colonialismo”, all’”imperialismo”, insomma, all’Occidente.
Avere assestato un duro colpo a Hamas non è però sufficiente, perché l’organizzazione terrorista palestinese ha messo in atto il peggior pogrom nei confronti degli ebrei dai tempi della Shoah e dunque andava eradicata ad ogni costo, anche perché i suoi leader hanno recentemente ribadito di volere ripetere un altro “7 ottobre”.
Chi ha remato contro per cercare di salvare Hamas sarà pienamente responsabile di ogni ulteriore morto causato da Hamas (israeliani e non, perché Hamas non fa distinzioni, a differenza di ciò che molti vorrebbero credere).
L’inviato per il Medio Oriente di Trump, Steven Witkoff, ha pressato Netanyahu ad accettare la tregua e il premier israeliano ha accettato. Ha fatto bene? Probabilmente no.
Witkoff doveva essere rispedito a Washington con un “grazie, ma non ci facciamo dire da voi cosa fare”. Netanyahu però non se l’è sentita e ha preferito mettere a rischio il proprio esecutivo, con conseguente uscita di Ben Gvir la cui presenza, seppure non essenziale per la tenuta del governo, comporterà dei problemi, oltre al danno d’immagine.
Alla base dello sbaglio nel negoziare un accordo con Hamas c’è un principio piuttosto semplice di “terrorismo e controterrorismo” il cui “padre” è Boaz Ganor, direttore dell’ InternationalInstituteforCounterTerrorism di Herzliya.
In sunto, un’organizzazione terrorista, per potere operare, si basa su “motivazione” e “capacità operativa”. Se queste due variabili sono ad un livello sufficiente da permettere ai terroristi di colpire, allora gli attacchi sono imminenti. In assenza di uno dei due fattori, non si potranno verificare attacchi.
Un’efficace campagna di controterrorismo riesce ad abbattere le capacità operative di un’organizzazione terrorista sotto il livello che l’abiliterebbe a poter colpire, rendendo così i terroristi incapaci di perpetrare attacchi.
Tuttavia, l’attività militare offensiva è una soluzione temporanea se utilizzata da sola. In una situazione del genere, lo Stato ha solo abbassato le capacità operative dell’organizzazione e non la sua motivazione; finché un’organizzazione ha ancora la motivazione per portare a termine un attacco, lavorerà duramente per riacquistare le capacità operative per perpetrare ritorsioni. Questo fenomeno è noto come “effetto boomerang”.
Nel caso attuale con Hamas, è plausibile che le capacità operative dell’organizzazione siano state disinnescate soltanto per un breve margine di tempo visto che, oltre all’elevata motivazione di vendetta da parte degli islamisti, ci sono attori esteri impazienti di ricominciare a finanziare e armare i terroristi. Come se non bastasse, l’essere riusciti a portare a casa un negoziato e l’attenzione mediatica riscossa da Hamas è vitale per la macchina propagandistica terroristica.
Non è detto che Hamas e i suoi sostenitori colpiscano in Israele; potrebbero farlo benissimo anche a livello globale in seguito all’internazionalizzazione della causa.
Ieri il Presidente statunitense Donald Trump si è detto poco fiducioso sul fatto che il l’accordo Hamas-Israele reggerà fino alla fine e forse c’è proprio da sperarlo. Magari auspicando che la prossima volta il nuovo presidente americano, in nome della cosiddetta “amicizia” nei confronti di Israele tenga a casa Witkoff ed eviti di ascoltare al-Thani. Una cosa è certa, Hamas dovrà essere sradicata per il bene di Israele, che piaccia o meno a Doha e a certi ambienti europei e statunitensi.
Perché Hamas pensa di aver vinto la guerra con Israele e i rischi del Muro di ferro
Dopo l’accordo i miliziani palestinesi hanno sfilato a Gaza: la liberazione dei 2mila prigionieri nelle carceri israeliane in fondo era l’obiettivo degli attentati del 7 ottobre. L’operazione Muro di ferro è stata lanciata in Cisgiordania dove ci sono nuclei di Hams ben armati.
ROMA – L’operazione Muro di ferro lanciata a Jenin da Israele contro i guerriglieri palestinesi e l’accoltellamento a Tel Aviv da parte di un terrorista poi ucciso, sono segnali preoccupanti dopo la tregua a Gaza. Migliaia di persone hanno festeggiato l'accordo per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza
Secondo Bernard Selwan Khouri analista del Center For Oriental Strategic Studies esiste realmente un altro pericolo dietro l'angolo che rischia di infiammare la già precaria situazione: "Ci sono nuclei di Hamas bene armati e agguerriti in alcune aree della Cisgiordania vicine ai campi profughi, difficili da tenere a bada e pronti a tutto. Non sono da sottovalutare, Israele lo sa e teme l'apertura di un altro fronte". E ancora: "Chi governerà a Gaza se la tregua avrà sviluppi è il grande interrogativo futuro – spiega Bernard Selwan Khouri – bisogna vedere quanto conterà la pressione di Paesi vicini ad Hamas come il Qatar che guida i negoziati. Hamas punta anche su elementi legati a Fatah, ma questo gruppo è un elemento troppo intransigente, poco incline ad una soluzione morbida per la gestione della Striscia. In campo c'è anche l'Egitto che pare voglia giocare la carta di un forza di interposizione internazionale stile Unifil". Tutta La comunità internazionale e in buona parte anche Israele, si arrovellano infatti intorno alla grande domanda: cosa resta di Hamas e quale sarà il suo futuro sempre che l'accordo-ponte per la liberazione degli ostaggi regga fino alla fine? Partiamo dai numeri che arrivano da fonti sul campo ma comunque sempre difficili da controllare. Il 75% dei miliziani è stato ucciso dentro la carneficina delle circa 46mila vittime in gran parte civili. Resterebbero sul campo circa 10mila guerriglieri ancora bene armati che continuano a nascondersi come topi nel 40% degli impenetrabili tunnel rimasti agibili nel ventre di Gaza. Distrutti nella loro struttura i battaglioni, eliminati molti colonnelli, eppure il movimento non è del tutto battuto. Restano nuclei più agili, più addestrati alla guerriglia, ancora molto attivi. Infatti c'è da tenere presente un punto che nella logica occidentale appare di difficile comprensione. Per Hamas, nonostante Gaza sia in gran parte distrutta, la prevista liberazione di 2mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è una vittoria e, in fondo, era il vero obiettivo dell'aggressione del 7 ottobre col bilancio di 1200 vittime e oltre cento ostaggi. E' il senso del martirio che tiene in piedi la forza dei guerriglieri ora guidati da Mohammed Sinwar, fratello di Yahya, il leader storico ucciso con una operazione chirurgica dall'intelligence di Tel Aviv. Ed è sempre il sentimento del sacrificio che consente ad Hamas, secondo fonti di Gaza, di reclutare giovani leve, anche giovanissimi, che sono figli e nipoti dei miliziani uccisi in questi mesi di guerra spietata. Diverse decine hanno già abbracciato la causa dei miliziani con la fascia verde sul capo. I morti per loro più che semplici vittime sono soprattutto martiri, in vista dell’obiettivo finale conta più la morte che la vita. Si comprende dunque perché in questo scenario Hamas ha preteso nell'accordo siglato in Qatar di poter sfilare con le milizie tra le macerie di Gaza mentre sono stati consegnati i primi tre ostaggi. Tute mimetiche nuove e pulite, scarponi lucidi, mitra rivolti al cielo. La messinscena di una vittoria da celebrare perfettamente preparata. I miliziani volevano sfilare e manifestare con le armi pesanti, ma su questo punto nell'accordo è stato messo uno stop. Solo armi leggere con corteo di pick up. Mentre gli israeliani hanno dovuto accettare di tenere a terra droni ed elicotteri, che solitamente pattugliano Gaza dal cielo, per consentire ai guerriglieri di uscire dai nascondigli senza (forse) essere visti. E nello show, partecipato in modo preoccupante da migliaia di civili, gli uomini di Hamas hanno subito messo in campo una struttura assistenziale e di sicurezza, per quanto possibile, proprio per dimostrare alla popolazione stremata che "qui comandiamo ancora noi". Spiega Marco Mancini, analista ex capo del controspinaggio italiano: "Hamas sta premendo sull'accordo per ottenere la ricostruzione di Gaza in esclusiva, nodo non ancora sciolto al tavolo. In questa prospettiva l'accordo per gli sviluppi futuri è ancora da chiarire sulla richiesta di libertà per Abdullah Al Barghouti, l'ingegnere degli esplosivi, e su Marwan Barghouti, autorevole membro di Fatah, che Hamas vorrebbe inserire nella futura possibile guida di Gaza accanto a Mohammed Sinwar. Abu Mazen, attuale presidente dell'Autorità nazionale palestinese, si candida a sua volta per la gestione di Gaza però con Marwan Barghouti fuori dai confini. Ma attenzione, Hamas non è finito con le nuove reclute è già pronto alla battaglia, mentre rivendica di aver ucciso 4mila soldati dell’Idf e distrutto 1500 tank, cifre che però Tel Aviv smentisce". L'America di Trump, i signori arabi del petrolio e la stessa Ue spingono ovviamente per il cambio di passo nella Striscia con il coinvolgimento dell'Autorità palestinese.
“Hamas resta al potere: per gli ostaggi pagheremo un prezzo molto alto”Parla Kuperwasser
di Giulio Meotti
“Israele ha rinunciato a liberarsi dei terroristi in cambio dei rapiti. I nostri nemici invece hanno raggiunto molti dei loro obiettivi, assicurando la continuazione del loro governo a Gaza e il rilascio dei propri prigionieri”, dice l’ex direttore dell’unità di ricerca dell’intelligence militare di Tel Aviv “Questa guerra è un fallimento israeliano a Gaza. Hamas ha vinto. Non solo è riuscito a impedire a Israele di raggiungere i suoi obiettivi, ma ha anche raggiunto i propri: rimanere al potere”. Così Giora Eiland, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano. Alcune “menti” dell’establishment di sicurezza di Gerusalemme esprimono scetticismo sull’accordo, mentre ieri il capo di stato maggiore Herzi Halevi ha annunciato le dimissioni, citando il fallimento del 7 ottobre. “L’accordo lascia Israele con emozioni contrastanti” dice al Foglio Yossi Kuperwasser, l’ex direttore dell’unità di ricerca dell’intelligence militare. “La gioia per il ritorno degli ostaggi è temperata dalla frustrazione per l’alto costo della sicurezza. Al contrario, Hamas e i suoi sostenitori nel mondo stanno festeggiando. Hanno raggiunto molti dei loro obiettivi, assicurando la continuazione del loro governo a Gaza e il rilascio dei prigionieri dalle carceri israeliane”. Israele ha raggiunto metà dei suoi obiettivi di guerra: “Hamas ha subìto danni militari ma non politici e l’accordo non fornisce alcuna garanzia che Hamas non ricostruirà le sue capacità per riprendere gli attacchi contro Israele” prosegue Kuperwasser. “D’altro canto, Hamas ha raggiunto quasi tutti i suoi obiettivi di guerra, sebbene a un prezzo molto alto, molto più significativo di quanto inizialmente stimato, ma non tale da minare la sua capacità di rivendicare l’attacco del 7 ottobre come un successo”. La solidarietà familiare in Israele è fortissima: “Gli ostaggi li chiamiamo con il loro nome, Emily, Romy… Il prezzo della deterrenza non è stato accettato da tutti qui in Israele, siamo una democrazia molto solida e discutiamo. Strategicamente, il prezzo che abbiamo pagato è il risultato del disastro del 7 ottobre: perdere duecento persone catturate da Hamas. Non c’è alcuna garanzia nell’accordo che Hamas non si riarmerà e non resterà al potere a Gaza. Abbiamo inflitto un danno enorme a Hamas, ma non abbiamo occupato Gaza e rimosso Hamas dal potere. L’apparato di sicurezza era contrario, sarebbe stato troppo costoso per i soldati e per l’economia”. Le immagini da Gaza testimoniano la sopravvivenza di Hamas. “E dalle immagini non vedi alcuna crisi umanitaria: la popolazione celebra Hamas” dice Kuperwasser. “Per i palestinesi quello che è successo dimostra che Hamas ha ragione: vogliono distruggere Israele e liberare i loro prigionieri. Hamas nella loro mentalità ha compiuto un altro passo verso la fine di Israele e sono pronti a pagare un prezzo molto alto, anche la vita. Pensano di andare in Paradiso”. Anche la pressione dell’occidente ha avuto un ruolo nell’accordo: “Tutti sanno che le accuse di ‘genocidio’ erano false, ma hanno avuto un impatto molto forte. Noi israeliani sappiamo la verità, ma alcuni nostri ‘amici’ sono stati sopraffatti da questa propaganda e menzogne. Inoltre, dal mio periodo nell’esercito ricordo molto bene che quando discutevo con le mie controparti europee della necessità di combattere e sconfiggere i terroristi mi ripetevano le loro preoccupazioni sul numero di islamici che vivono in Europa”. L’accordo ora sta eccitando l’islam radicale. “E probabilmente rafforzerà la posizione di Hamas tra l’opinione pubblica palestinese e l’influenza dell’islam radicale in senso più ampio. Assisteremo a una maggiore radicalizzazione tra le comunità arabe e islamiche, incoraggiando potenzialmente tentativi a lungo termine di colpire entità israeliane, ebraiche e occidentali”. L’islam radicale oggi ha tre grandi anime. “Alcune volte cooperano, altre si confrontano. C’è l’Iran che vuole diffondere la sua versione dell’islam, ma hanno perso la Siria, Hezbollah è ferito, lo stesso Iran ha subìto un attacco israeliano e si è dimostrato vulnerabile. Poi c’è il campo occupato da Isis e al Qaida, ultra radicali sunniti: hanno perso territori e potere dal 2015 e ora cercano di sopravvivere. Poi c’è un terzo campo che sta vincendo, l’islam radicale sunnita, molto pericoloso e sono i Fratelli musulmani, le fazioni oggi al potere a Damasco che si credono onnipotenti, Hamas, Erdogan e altri”. Donald Trump ha chiesto stabilità. “A Gaza temo Hamas che resta al potere, l’accordo ha garantito loro la fine della guerra e Hamas darà quella ‘stabilità’ che Trump ha chiesto, si riarmerà per un altro 7 ottobre” conclude Kuperwasser. “Hanno un’altra mentalità: non devono sottoporsi a elezioni ogni quattro anni, hanno tempo, pazienza e sono devoti alla causa: la distruzione d’Israele”.
«Impedire un 7 ottobre che parta dalla Cisgiordania»
La situazione in Medio Oriente continua a evolversi tra le tensioni in Cisgiordania, il futuro della Striscia di Gaza e le relazioni internazionali. Uno dei fronti sotto osservazione è l’area di Jenin, dove l’esercito ha avviato ieri una larga operazione anti-terrorismo denominata “Iron Wall”. La Cisgiordania settentrionale, dove si trova Jenin, è stata descritta come «inondata di armi iraniane» da Yossi Amrosi, ex funzionario dello Shin Bet, in un’intervista alla Radio 103FM. Amrosi ha sottolineato che l’operazione “Iron Wall”, simile a missioni precedenti, riveste un’importanza strategica per prevenire attacchi terroristici in territorio israeliano. «Se Hamas in Cisgiordania avesse gli stessi strumenti di cui dispone a Gaza, tragedie come quella di Kfar Aza potrebbero ripetersi a Kfar Saba», ha avvertito Amrosi, alludendo all’attacco del 7 ottobre 2023 al kibbutz del sud d’Israele. Secondo l’ex ufficiale dello Shin Bet, le tattiche militari impiegate a Gaza potrebbero essere adattate per le operazioni in Cisgiordania, inclusa l’evacuazione della popolazione da aree specifiche per condurre perquisizioni casa per casa fino a raggiungere ogni terrorista. Parallelamente, la discussione sul “giorno dopo” a Gaza rimane al centro delle preoccupazioni israeliane e internazionali. Le recenti notizie su un possibile maggiore ruolo dell’Autorità nazionale palestinese nella gestione della Striscia hanno sollevato dibattiti. Secondo i media arabi, Israele avrebbe accettato, in incontri al Cairo, di consentire all’Anp di gestire il valico di Rafah con supervisione internazionale. L’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha smentito parzialmente queste ricostruzioni, sottolineando che l’Autorità guidata dal presidente Mahmoud Abbas ha attualmente un ruolo limitato e che il controllo del valico resta nelle mani di Tsahal e dello Shin Bet. Il premier Netanyahu ha anche ribadito la sua opposizione a un ritorno dell’Anp a Gaza, accusandola di esaltare il terrorismo e di sostenere l’attacco del 7 ottobre. Tuttavia, alcuni membri dell’apparato di sicurezza israeliano considerano questa opzione il «male minore». Già nel 2024, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant aveva definito questa eventualità l’alternativa più praticabile per Israele.
• Un accordo fra Gerusalemme e Riad? Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, sono tornate d’attualità le trattative per arrivare a una normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Il ministro per gli Affari Strategici Ron Dermer ha negato che Israele abbia promesso, come parte di un accordo con Riad, di sostenere la creazione di uno Stato palestinese. «Non esiste alcuna promessa di questo tipo», ha dichiarato alla Knesset. Nelle stesse ore il presidente d’Israele, Isaac Herzog, ha sottolineato da Davos che il tema palestinese rimane centrale nei colloqui con i paesi arabi. Herzog, pur essendo un sostenitore della soluzione a due Stati, ha ammesso che l’attacco del 7 ottobre ha cambiato la sua visione. «Deve esserci un cambiamento nella politica palestinese», ha sottolineato il presidente israeliano.
L’inaugurazione presidenziale di Donald Trump tra icone ebraiche e il saluto controverso di Elon Musk
di Pietro Baragiola
Lunedì 20 gennaio si è tenuto il 47° insediamento presidenziale nella storia degli Stati Uniti d’America. Durante il suo discorso inaugurale il neopresidente Donald Trump ha annunciato l’inizio ‘dell’era d’oro dell’America’, affermandosi come un ‘costruttore di pace’ e citando il nuovo cessate il fuoco tra Israele e Hamas. “Sono lieto di dire che da ieri, un giorno prima del mio insediamento, i primi ostaggi in Medio Oriente sono tornati a casa dalle loro famiglie” ha affermato Trump, scatenando la standing ovation del pubblico. “Misureremo il nostro successo non solo dalle battaglie che vinceremo ma anche dalle guerre che concluderemo e, cosa forse più importante, da quelle in cui non entreremo mai”. Diverse organizzazioni ebraiche si sono congratulate con il neopresidente e hanno dichiarato che non vedono l’ora di collaborare con lui nella lotta all’antisemitismo. Secondo un sondaggio pubblicato dal Manhattan Institute, il 31% degli elettori ebrei ha sostenuto Trump nella sua rielezione, segnando il più alto livello di supporto ebraico per un candidato repubblicano dall’era Reagan. Anche la cerimonia stessa è stata ricca di presenze ebraiche di spicco tra cui: Miriam Adelson, la miliardaria repubblicana sostenitrice della politica pro-Israele e donatrice di innumerevoli cause ebraiche; Ivanka Trump e Jared Kushner, la figlia e il genero ebrei di Trump fortemente coinvolti nella sua prima amministrazione; il CEO di Meta Mark Zuckerberg e il CEO di OpenAI Sam Altman. “L’età dell’oro dell’America inizia proprio ora. Da questo giorno in poi, il nostro Paese rifiorirà e sarà rispettato in tutto il mondo” ha dichiarato Trump all’interno del Campidoglio, dove la cerimonia si è svolta al chiuso per la prima volta in decenni a causa delle basse temperature.
Attentato a Tel Aviv, accoltellamento per mano di un terrorista marocchino
di Ludovica Iacovacci
Non c’è tregua che tenga sui vari fronti della guerra contro Israele. La sera di martedì 21 gennaio 2025, dopo tre giorni dal suo ingresso nel Paese, un marocchino ha compiuto un attentato terroristico contro israeliani a Tel Aviv. Almeno quattro persone sono state ferite nell’accoltellamento. Il terrorista è stato ucciso sul luogo dell’attentato. Per compierlo, era arrivato in Israele il 18 gennaio come un semplice turista. L’aggressore era il cittadino marocchino di nome Abdell Aziz Kaddi, titolare di una carta verde degli Stati Uniti, secondo un documento d’identità trovato sul suo corpo. Hamas ha rapidamente rivendicato l’attacco, salutando l’azione del “martire marocchino”. Seppur l’affiliazione del terrorista al gruppo palestinese al momento non ha potuto essere dimostrata, quest’ultimo aveva comunque pubblicato post sui social network, un anno fa, in cui glorificava le azioni di Hamas. Il servizio di ambulanza di Magen David Adom ha detto che quattro persone sono state ferite nell’attacco a Nahalat Binyamin, a Tel Aviv. Le vittime includono due uomini di 24 e 28 anni in condizioni moderate e altri due di 24 e 59 anni in buone condizioni, ha detto il servizio medico. Uno dei feriti è un ufficiale di Tzahal che ha perso la mano nei combattimenti a Gaza e che è stato leggermente colpito mentre cercava di fermare il terrorista. Un testimone oculare che si è trovato nell’area della sparatoria ha detto a Channel 12 News: “Abbiamo sentito uno sparo di arma da fuoco, abbiamo visto persone correre e poi siamo corsi in bagno. Siamo usciti per un momento per assicurarci che non fosse un rumore di una moto, abbiamo sentito un altro botto – e siamo corsi al rifugio vicino. Nel frattempo, abbiamo sentito molti veicoli”. I testimoni oculari hanno detto ai media ebraici che il terrorista è arrivato su una moto guidata da un’altra persona che poi ha lasciato la scena. La polizia ha setacciato l’area circostante alla ricerca di possibili complici. Il ministro dell’Interno Moshe Arbel ha detto che i funzionari dell’immigrazione avevano identificato il terrorista Kaddi come una minaccia quando è arrivato all’aeroporto Ben Gurion di Israele e hanno cercato di impedirgli l’ingresso. È stato consegnato ai funzionari della sicurezza per un interrogatorio. “All’ingresso del soggetto in Israele, è stato sottoposto a una valutazione della sicurezza che includeva il suo interrogatorio e controlli aggiuntivi, al termine dei quali è stato deciso che non c’erano informazioni che stabilissero motivi di sicurezza per impedire il suo ingresso in Israele “, ha detto lo Shin Bet, che sta compiendo un’indagine sull’incidente. L’aggressore sembra aver pugnalato tre persone prima di correre in una strada adiacente, dove ha ferito una quarta persona. Le vittime sono state portate all’ospedale Ichilov della città. Kaddi Abdell Aziz è volato da Casablanca, in Marocco, fino a New York nel 2022. Secondo quanto condiviso su Facebook, ha vinto una carta verde alla lotteria (ogni anno il “Diversity Immigrant Visa Program” rende disponibili gratuitamente un numero limitato di visti per immigrare permanentemente negli USA a persone che ne possiedano i requisiti). In precedenza, viveva a Zagora, nel sud-est del Marocco. Quando è arrivato negli Stati Uniti, ha vissuto a Brooklyn. Un anno fa, il terrorista marocchino scriveva sul suo profilo Facebook: “Non c’è potere né forza, se non in Allah”, condividendo sostegno alla Striscia di Gaza e spiegando ciò che lui stesso avrebbe compiuto attentati in futuro. In riferimento a Gaza, scriveva: “Per quanto riguarda l’Islam, è quella religione che, se la combatti, diventa più forte, e se la lasci vivere, si espande. Coloro che sono stati più miscredenti e politeisti hanno cercato di fermarla, ma non sono riusciti. E i musulmani, all’epoca, non riuscivano nemmeno a difendersi. Ciò che sta accadendo ora potrebbe portare all’ingresso di un numero di martiri ancora più grande nell’Islam…”. La sera di martedì 21 gennaio 2025, è stato compiuto il secondo accoltellamento terroristico in tre giorni nella metropoli israeliana di Tel Aviv. L’attacco infatti è arrivato 72 ore dopo che un uomo sulla trentina è stato gravemente ferito in un altro accoltellamento ad opera di un terrorista palestinese di nome Salah Yahye, di Tulkarem, in Giudea e Samaria, dove secondo fonti della Difesa risiedeva illegalmente.
• Un cambio politico importante L’insediamento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non è stato solo un grande rito di continuità democratica, ma soprattutto una svolta politica di grandissima importanza per tutto il mondo e in particolare per Israele. L’amministrazione precedente aveva un atteggiamento ambiguo nei confronti dello Stato ebraico: ne voleva certamente la sopravvivenza ed è intervenuta in appoggio a Israele nei momenti più critici della guerra, come il primo periodo di shock e confusione o i bombardamenti iraniani; ma per ragioni “umanitarie” e anche di “equilibrio politico” non voleva che Israele ottenesse una vittoria decisiva. Fino all’ultimo si è temuto che Biden ripetesse il tradimento di Obama quando otto anni fa, dopo la sconfitta democratica alle elezioni presidenziali, lasciò passare senza veto una delibera del consiglio di sicurezza dell’Onu assai pericolosa per Israele. Non è accaduto, anche grazie all’accettazione del governo israeliano di un accordo di tregua che sostanzialmente è quello proposto dall’amministrazione Biden otto mesi fa.
• Continuerà Trump la politica della prima presidenza? Ora la palla è passata a Trump, la cui prima presidenza è ricordata come quella che ha aiutato Israele forse meglio di ogni altra, con lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, che fu un’accettazione importantissima del diritto dello Stato ebraico alla sua Capitale, l’altro riconoscimento dell’annessione dell’altopiano del Golan e soprattutto gli “accordi di Abramo” che hanno ampliato molto i rapporti economici e politici fra Israele e gli Stati arabi, reggendo fra l’altro anche allo stress della guerra, anche meglio di quanto non sia accaduto con molti stati occidentali ed europei. Ora è naturale chiederci se questo aiuto andrà avanti e come. Trump ha designato diversi amici di Israele in posizioni chiave dell’amministrazione, ma ha lasciato posto anche a collaboratori legati al mondo arabo, come Steve Witkoff, inviato per il Medio Oriente e uomo chiave della tregua, che ha notoriamente forti legami di lavoro con il Qatar o Massad Boulos per il Libano. Il modo in cui il nuovo presidente prima della nomina ha condotto i negoziati per la tregua a Gaza (e prima ha sostenuto quella in Libano) mostrano che l’aiuto a Israele non è incondizionato e che egli conduce un suo gioco politico nell’interesse degli Usa, per come li intende lui, imponendo agli alleati di accettarlo e sostenerlo.
• I rapporti con Netanyahu Un segnale in questo senso è stato anche il mancato invito di Trump al primo ministro Netanyahu alla cerimonia del suo insediamento, a differenza di quel che è accaduto con altre personalità di governi di centrodestra, come l’italiana Meloni e l’argentino Milei. Forse ha pesato l’offesa che Trump ha dichiarato con molta rabbia quattro anni fa quando Netanyahu si congratulò rapidamente con Biden per una vittoria elettorale che Trump contestava. Forse è stato un modo per metterlo a posto e segnalargli che deve conquistarsi il benvolere della nuova amministrazione. Netanyahu comunque ha inviato fra i primi un pubblico videomessaggio di congratulazioni al nuovo presidente e fra gli invitati alla cerimonia c’erano esponenti delle comunità ebraiche in Giudea e Samaria e parenti dei rapiti, che hanno anche avuto l’occasione preziosa di un breve incontro con Trump in questa densissima giornata. Si sa che sono in corso trattative per un incontro fra Trump e Netanyahu a breve termine.
• Segnali politici non chiari Per quanto riguarda la politica americana sulla guerra, vi sono stati dei segnali abbastanza confusi. Si è letto che il presidente stava prendendo in considerazione l’ipotesi di far emigrare parte della popolazione in un paese terzo, forse addirittura l’Indonesia, durante il periodo di ricostruzione della Striscia. Il presidente ha anche dichiarato che Hamas non potrà partecipare all’amministrazione di Gaza dopo la fine della guerra, probabilmente neanche in associazione con l’Autorità Palestinese. Netanyahu ha affermato di aver avuto da Trump assicurazioni verbali di poter riprendere la guerra alla fine della prima fase dell’accordo se i negoziati fallissero e Hamas si riorganizzasse politicamente e militarmente, ma il presidente americano parla come se il conflitto fosse finito e se farlo ripartire fosse un insulto per lui. Trump ha anche dichiarato di voler sostenere ed estendere all’Arabia Saudita gli accordi di Abramo, ma non ha inserito nella sua nuova amministrazione chi li aveva sostenuti e negoziati come il genero Jared Kushner. È difficile leggere una politica chiara in queste dichiarazioni; del resto si sa che Trump fa della sua imprevedibilità una tattica diplomatica costante. Una risposta si potrà avere solo a fine febbraio, quando scadrà la prima fase della tregua. Sull’Iran, che è il tema più importante per il futuro Medio Oriente, la politica della nuova amministrazione non si è ancora chiarita
• I primi decreti Per il momento vale la pena di considerare altri segnali che vengono dalla raffica di provvedimenti presidenziali che Trump ha adottato immediatamente dopo l’insediamento. Uno di questi riguarda gli abitanti degli insediamenti in Giudea e Samaria, che erano stati oggetto di sanzioni da parte di Biden: Trump le ha subito cancellate. Un altro riguarda l’UNRWA, per cui Trump ha ordinato la cancellazione di tutti i finanziamenti, nell’ambito di una revisione di tutti gli impegni di spesa internazionale degli Usa. C’è stato anche l’ordine di consegnare a Israele le armi che l’amministrazione Biden tratteneva come arma di ricatto per Israele. Tutti segnali positivi, che mostrano la disponibilità più volte dichiarata da Trump di permettere a Israele di difendersi con tutta la forza necessaria.
«Non sono fiducioso». Ad appena tre giorni dall’inizio della tregua a Gaza e il rilascio dei primi ostaggi, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha espresso il proprio scetticismo sulla tenuta dell’accordo fra Israele e Hamas. Nelle prime ore del suo secondo mandato, Trump ha firmato alcuni ordini esecutivi dallo Studio Ovale e risposto alle domande dei giornalisti. Una era su Gaza: se il presidente ha fiducia che l’accordo venga completato nelle sue tre fasi. «Questa non è la nostra guerra. È la loro guerra. Non sono fiducioso,» ha risposto Trump. «Ma penso che dall’altra parte siano molto indeboliti,» ha aggiunto, riferendosi a Hamas.
La prima fase dell’intesa prevede una tregua di 42 giorni e la scarcerazione di centinaia di detenuti palestinesi in cambio della liberazione di 33 ostaggi israeliani. Tre rapite sono state liberate il 19 gennaio e altre quattro, secondo quanto dichiarato dal gruppo terroristico, dovrebbero essere rilasciate il prossimo 25 gennaio. Hamas non ha fatto nomi, ma indicato che si tratterà di quattro donne.
Trump si è soffermato anche sulla situazione di Gaza, distrutta dai 15 mesi di guerra scatenata dalle stragi di Hamas. Il presidente ha descritto l’area come «un enorme sito di demolizione» che dovrà essere «ricostruito in modo diverso». Gaza, ha aggiunto, «è in una posizione fenomenale», sul Mar Mediterraneo, con un «clima straordinario,» e «lì si potrebbero realizzare cose incredibili, progetti fantastici». Alla domanda se intendesse contribuire alla ricostruzione dell’enclave palestinese, il presidente ha risposto: «Potrei».
Rimanendo in Medio Oriente, Trump ha anche sostenuto che un accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita potrebbe essere firmato «presto», ma non ha dato ulteriori dettagli a riguardo. Tra gli ordini esecutivi che ha firmato, uno ha cancellato le sanzioni contro dodici israeliani ritenuti dalla precedente amministrazione Biden una minaccia per «la pace, la sicurezza e la stabilità in Cisgiordania». Il provvedimento è arrivato nelle stesse ore in cui gruppi di estremisti israeliani hanno attaccato il villaggio palestinese di al-Funduq, in Cisgiordania, per protestare contro il cessate il fuoco a Gaza. Un’azione denunciata dall’esercito israeliano e stigmatizzata dal ministro della Difesa, Israel Katz. «Condanno fermamente qualsiasi attacco e violenza contro i palestinesi», ha affermato il ministro.
È ora di finirla con l’abracadabra dei “due stati per due popoli”
Si mettano il cuore in pace i fautori della formula dei due stati. Quello palestinese non ci sarà mai
Avete mai sentito un palestinese parlare della formula “due stati per due popoli”? Magari qualcuno ce ne sarà in qualche meandro di Gaza o della Cisgiordania, ma a me non è mai capitato. Chiedono la nascita della Palestina, ma non usano mai quella formuletta tanto cara ai beoti occidentali. Trovare un palestinese che chiede “due stati per due popoli” è come trovare un ago in un pagliaio, peggio, è come trovare un gruppo di opposizione palestinese ad Hamas, o alla Jihad Islamica o persino a Fatah. È impossibile, non ce ne sono. E se non esistono un motivo ci sarà. Più facile, molto più facile, trovare chi vuole una Palestina “dal fiume al mare”. Ecco perché è sostanzialmente impossibile distruggere Hamas come aveva dichiarato Benjamin Netanyahu subito dopo il massacro del 7 ottobre. I palestinesi sono Hamas, tutti, con poche rare distinzioni sia a Gaza che in Cisgiordania. Chi continua a chiedere “due stati per due popoli” o non ha capito niente dei palestinesi, oppure è in malafede e usa questa formula per intendere uno stato palestinese dal fiume al mare, cioè senza Israele. In queste ultime ore ho letto decine di analisi sul cessate il fuoco tra Israele e Hamas entrato in vigore domenica mattina e che ha prodotto la liberazione di tre ostaggi. Quasi tutti convengono che questo cessate il fuoco sia un regalo ad Hamas. Ran Baratz, che insegna dottrina militare al National Defense College dell’IDF e ha fondato Mida, una rivista online in lingua ebraica, sintetizza benissimo il pensiero diffuso in Israele: «io e molti altri cittadini israeliani vediamo il costo in vite umane, il costo del finanziamento della guerra, che è enorme, il costo per le riserve [dell’IDF] – 100.000 persone che lasciano le loro attività, lasciano il loro lavoro – e non si ha un risultato decisivo. Dal nostro punto di vista, la realtà è ben lontana da ciò che vorremmo vedere». Nei commenti e nelle analisi ho letto sconcerto e delusione, sebbene mitigati dalla prospettiva di recuperare gli ostaggi ancora vivi. Gli unici ottimisti sono i molti occidentali che in questo cessate il fuoco vedono la fine della guerra e l’inizio del tanto agognato percorso verso i due stati. Quale percorso? Mentre Hamas si mostrava di nuovo al mondo ed esponeva le tre ragazze ostaggio come un trofeo, tutto attorno si poteva udire «morte a Israele» è canti di elogio per i terroristi e per il massacro del 7 ottobre. Eccoli i vostri “innocenti palestinesi” che invece di maledire Hamas, unico responsabile della guerra, lo porta in trionfo. È con questi che Israele dovrebbe vivere fianco a fianco “in pace” in quel abracadabra dei “due stati per due popoli”? E poi mancano fondamentalmente due cose: manca un popolo, quello arabo, e manca la volontà da ambo le parti di far nascere uno Stato palestinese. I palestinesi non lo vogliono perché ormai sono drogati dagli aiuti. Vivono di aiuti e vittimismo. Forse è per questo che hanno tutto questo tempo per odiare Israele. Gli israeliani non lo vogliono perché hanno capito che la formula “in pace uno a fianco all’altro” con i palestinesi non può funzionare. E allora di cosa stanno parlando quelli che chiedono la pace? La pace con chi? Di cosa parlano quelli che chiedono due stati per due popoli che vivono in pace uno a fianco dell’altro? Del nulla. Parlano del nulla, di qualcosa di utopico. Il mondo ha gestito decine di grandi migrazioni e gli arabi non vi hanno mai partecipato, nemmeno quando riguardava loro fratelli come in Siria o in Sudan. Bene, ora hanno la possibilità di redimersi e di dare qualcosa ai palestinesi che non siano missili e mitra. Il mondo arabo si prenda in carico i palestinesi e pensi a eliminare Hamas e tutto il marciume che contamina questa gente. Lo Stato palestinese non esisterà mai.
«L’Occidente che nega sé stesso genera il nuovo antisemitismo»
Intervista a Vittorio Robiati Bendau. L’intellettuale ebreo: «La cultura woke scardina le fondamenta liberali. Gaza è stata il via libera all'odio, che ha trovato nella sinistra israeliana un alleato ìnatteso»
«Sarà un libro destinato a fare rumore». Vittorio Robiati Bendaud emerge da un (troppo) lungo silenzio mettendo in ordine le carte del suo ultimo saggio. Si è ritirato in compagnia di api e cani. Siamo in epoca di genocidi presunti; probabilmente leggeremo di un genocidio vero, costante e silente. Resta una pietra miliare, quasi profetico se non fosse che parlare di profeti con Vittorio significa inerpicarsi lungo le impervie vie della teologia, il suo La stella e la mezzaluna: breve storia degli ebrei nei domini dell'Islam (Guerini editore) uscito già 7 anni fa, ma attualissimo. Vittorio è uno degli intellettuali ebrei italiani della nuova generazione: metà italiano, metà ebreo di Libia, è geneticamente costituito come ponte tra croce e stella; l'essere stato allievo prediletto del rabbino Giuseppe Laras, aver partecipato al dialogo fecondo tra Laras e il cardinale di Milano Carlo Maria Martini, e aver seguito per anni il tribunale rabbinico fa di lui l'uomo della preveggenza del mondo ebraico.
- Reggerà la tregua a Gaza? Gli ultraortodossi ce l'hanno con Netanyahu, anche se ci hanno detto che era Bibi a non volere l'accordo? «Se reggerà non so dirlo, ci sono molte volontà da tenere insieme. Però una cosa è chiarissima: chi voleva annientare Israele ha capito che era il momento giusto. Stavolta c'era davvero di mezzo la sopravvivenza, la dignità e la credibilità di Israele. Dunque la sinistra israeliana, non sapendo resistere alle pressioni esterne, ha dato l'idea che Bibi fosse contestato: Netanyahu è diventato il parafulmine. Egualmente oggi nella politica interna c'è chi teme di non riuscire a proteggersi. Perché la verità è che Gaza è stato il via libera all'odio antisemita che non si è mai sopito».
- Le piazze pro Pal sono in realtà piazze antiebraiche? «Con le piazze possiamo dire che è saltato il banco, l'antisemitismo ha mantenuto intatte le sue strutture. È una brace sempre accesa che ha covato sotto la cenere. Ora la cenere è stata soffiata via, dimostrando che sono cambiate le forme dell'antisemitismo ma non la sostanza. Una parte dell'opinione pubblica occidentale, i giovani sono aizzati dai maftre à penser e da una certa stampa che invocano l'antisionismo, ma in realtà è odio antiebraico. Chi lo fomenta sa di avere più sponde su cui lavorare. Sa anche che c'è un enorme disparità, anche numerica, tra chi sta con Israele e gli ebrei, e chi è contro, e Israele non è riuscito a invertire la narrazione mainstream. Gli antisemiti trovano un alleato inatteso nella sinistra israeliana che produce un'eterogenesi dei fini: vuole difendere Israele indebolendone il governo e finisce per alimentare l'antisemitismo attraverso l'antisionismo».
- Visto da Israele, questo rigurgito antisemita com'è? «Spero di sbagliarmi, ma mi pare che Israele sia un Paese avanti di 30 anni rispetto all'Europa sulla strada del decadimento. Parte consistente della popolazione israeliana è araba. Ma questo popolo musulmano non è un monolite, la maggioranza sa che le conviene vivere in Israele rispetto a qualsiasi Paese islamico vicino. Diverso è il discorso per gli ebrei che sono polarizzati. Potrei rappresentarlo con due città: Tel Aviv ultralaica, modernista; Gerusalemme, con scenari stupendi ma aspra, rocciosa, arroccata. Ci sono gli ultralaici e gli oltranzisti religiosi. Per tentare di governare una società così composta e contrastante servono quattro condizioni: una certa diffusa prosperità economica minima; l'ascensore sociale; una formazione scolastica di base di altissimo livello; un codice simbolico sociale condiviso, di identificazione e di riferimento, che mitighi anche gli istinti brutali del capitalismo. In Israele oggi, escluse alcune università di altissimo livello, il resto scarseggia. Ed è quello che sta capitando anche in Occidente, il che rende le nostre società liberali estremamente vulnerabili dai potentati economici esterni e, in particolare, da parte dell'islam, tanto in economia che in demografia. La cosa mirabile è che oggi Israele regge assai di più di quanto ci saremmo immaginati».
- Ma la soluzione può essere «due popoli due Stati»? «Ho visto una vignetta che rende ragione di questo luogo comune. Si rappresenta Macron che è incredulo di fronte all'ingovernabilità e alle rivolte delle banlieues con Netanyahu che lo guarda e ripete, circa Parigi: "Due popoli due Stati". Per fortuna in Italia c'è Giorgia Meloni, che si prodiga per fugare ciò che accade in Francia e altrove; con l'implosione della società si tiene distante dagli istinti retrivi e oppositivi delle destre feroci. Certo è che la soluzione non può essere né il cupio dissolvi delle sinistre, che vorrebbero sotto sotto cancellare Israele; né l'attrazione che le destre feroci hanno verso il dispotismo dei Paesi islamici; né quel pacifismo etereo propugnato in maniera serafica dalla Chiesa cattolica. Ed è tutto da vedere che effettivamente esista una soluzione decente e praticabile... Guardando alla Palestina, oggi esiste una realtà islamica locale che si definisce palestinese. Ma è complicato, perché se togli gli ebrei, che peraltro hanno caratteristiche diversissime gli uni dagli altri - dall'etiope al tedesco, passando per l'iracheno, il persiano e il marocchino-, pensando all'identità araba hai dei grandi polmoni storicamente e linguisticamente ben identificabili: quello nordafricano occidentale, il Maghrib; l'Egitto ex copto e islamizzato; quello del Levante, il Mashriq; la Penisola arabica. Gli arabi, storicamente, si identificavano in questo grande, e glorioso, popolo e in queste macroaree. In realtà, con il disfacimento dell'Impero ottomano - che era sì un impero islamico, ma non arabo, a cui gli arabi erano assoggettati - , sono stati disegnati degli Stati che sono qualcosa di nuovo in questa situazione. Ragionare di un'identità nazionale specifica in quel contesto non è semplice e, specie per il pubblico occidentale ignaro, veicola cortocircuiti e menzogne, perlopiù in chiave antisraeliana».
- Torniamo sull'antisemitismo: si sa che dalla Francia gli ebrei sono fuggiti. E in Italia? Cresce la preoccupazione dopo le intimidazioni? «Mah, mi chiedo quando non ci sia stato l'antisemitismo. Tuttavia, l'Italia per diverse ragioni - e parlo anche di quel sedime culturale cattolico tradizionale, che non è stato ancora divelto - è ancora indietro nella recrudescenza antisemita rispetto ad altri Paesi europei. Abbiamo anche un governo che ha persone intelligenti e coglie almeno parte del fenomeno, o quantomeno non lo nega. Tuttavia, dobbiamo analizzare alcune ragioni ulteriori di questo nuovo antisemitismo. Credo che risieda nel fatto che l'Occidente ha abbandonato sé stesso. La disgrazia della "cultura" woke; l'aver ormai assimilato, senza scandalo alcuno, che Dio sia davvero morto, in senso nietzschiano; la sfiducia nel diritto e nella scienza occidentali, come pure nelle riserve di senso bibliche e greche, sono elementi di disgregazione. Ci sono i sintomi della sclerotizzazione della società in una struttura piramidale classista, che piace alle destre estreme, perché definisce un ordine; ci sono nuove tentazioni eversivo totalitarie di una sinistra priva di nerbo, che si definisce progressista ma che vuole liquidare i principi liberali. Ci sono chimere rosa, green e da Image, con i loro manifesti politici e paraortodossie di risulta. C'è una Chiesa cattolica appassita, che cavalca e l'uno e l' altro, cercando di sopravvivere almeno come religione sociale funzionale a questo disastro, almeno finché dura: è il presente pontificato. Se salta il baluardo della difesa della libertà - quella libertà di cui ha parlato Meloni al suo insediamento, che è quella per cui si può anche morire e per cui si ha il dovere di difendersi -è tutto finito. Pensiamo alla cultura - si fa per dire - woke che tende a scardinare i fondamenti liberali e tutto ciò che l'ha preceduta: è l'anticamera di una nuova gerarchizzazione della società e dunque della schiavitù. Ma non dobbiamo perdere la speranza, paradossalmente forse anche nell'islam».
- Come nell'islam? «Moltissimi musulmani sono persone di intelligenza raffinata, e sanno perfettamente che loro hanno bisogno dell'Occidente, non solo in senso economico e strategico. Ma di un Occidente che fa il suo mestiere, e che non si cala le brache o accarezza, per narcisismo, attitudini politiche, culturali ed economiche suicidarie. La riprova ce l'abbiamo con il fatto che i cosiddetti patti di Abramo hanno tenuto e tengono, anche nella crisi di Gaza e nonostante questa. Se credo che il "genio" proprio dell'islam possa sovvertire le derive panislamiche e totalitarie o incanalarle altrimenti, l'altra speranza è di mettere in gioco noi, come fecero i Maccabei, le nostre residuali migliori energie e fonti di senso: grecità e Bibbia, con orgoglio e senza inibizioni».
- Ma il fine ultimo non è la umma islamica? «Sì, però i musulmani, anzi meglio gli arabi, sanno che anche la loro società può andare incontro a delle trasformazioni; sanno che oggi i paradisi fiscali sono loro (l'Occidente ha abdicato anche in questo); sanno che il genio islamico ha bisogno di un confronto e uno scambio con l'Occidente, che però deve ritrovarsi. Deve avere un'idea, un centro gravitazionale che si colloca in quell'idea complessa di libertà, erede della Grecia e poi della tradizione giudaico cristiana, che esige però un corrispettivo: il collante umano non si deve erodere appiattendosi sul liberismo economico, che pur resta gran cosa. Penso che i musulmani posti di fonte a questo Occidente possano semplicemente trovare conveniente venire a patti, ma anche apprezzare».
- Un'ultima osservazione: Papa Francesco pare andare più d'accordo con l'islam che con Israele. Sono tramontati i tempi in cui Wojtyla vi chiamava «fratelli maggiori»? «Il rapporto tra ebraismo e cattolicesimo è in profonda crisi, anche per lo sconquasso interno che attanaglia il cristianesimo. E poi non ci sono più i Giovanni Paolo II, i Benedetto XVI, o cardinali come Kasper, Martini o Biffi, diversissimi tra loro ma di indubbio spessore. Tuttavia, mi rendo conto della solitudine di questo Papa, in tempi duri, con faide interne, provato dall'età, con due miliardi di fedeli, almeno sulla carta, in crisi, e sfide culturali e religiose per cui nessuna diocesi occidentale è pronta. Da esterno penso questo: o il cristianesimo superstite sarà dialogico con l'ebraismo, o non sarà. E i nostri sono tempi in cui, a questo proposito, si sta rischiando il tutto per tutto. E forse quei cristiani tanto censori dell'ebraismo e di Israele, con vecchi e nuovi stilemi, sia teologici sia politici alla mano, non si sono resi ben conto di quanto rischiano circa la loro stessa esistenza nel prossimo e - ancor più - nel lungo futuro, incrinata da loro stessi»,
“Hanno diffuso informazioni malevole, false e tendenziose”: Wikipedia annuncia il bando dei suoi redattori antisemiti
di Pietro Baragiola
Venerdì 17 gennaio la Anti-Defamation League (ADL) ha annunciato che diversi redattori anti-israeliani di Wikipedia saranno banditi dalla piattaforma online per via dei loro ripetuti tentativi di utilizzarla come mezzo per diffondere retorica antisemita e disinformazione sulla guerra tra Israele e Hamas.
La decisione è stata stabilita dalla commissione arbitrale di Wikipedia che ha messo in atto una lunga indagine sugli articoli modificati dai suoi utenti e nei prossimi giorni procederà alla votazione finale.
Gli utenti indagati che oggi rischiano il bando sono Iskandar323, Selfstudier, Nableezy, Levivh, Nishidani e Ivana. Quest’ultima in passato era stata nominata redattrice esperta di Wikipedia ma, in seguito alle sue dichiarazioni antisemite e al fatto di utilizzare come immagine profilo il triangolo rosso anti-Israele, era stata bandita temporaneamente dalla piattaforma. Oggi Ivana rischia il banno perenne.
“Tutti questi individui hanno diffuso informazioni malevole, false e tendenziose sul sionismo e su Israele attraverso Wikipedia” ha affermato l’ADL in un comunicato rilasciato in questi giorni. “E siamo davvero lieti che la commissione arbitrale della piattaforma abbia preso provvedimenti disciplinari contro questi redattori.”
• L’indagine di Wikipedia A partire dal 7 ottobre 2023 la commissione di Wikipedia ha registrato un gran numero di commenti antisemiti sulle pagine inglesi della propria piattaforma che tendono ad enfatizzare solo gli aspetti negativi d’Israele, basandosi su fonti filopalestinesi.
Una delle questioni che ha scatenato maggiore scandalo è stata la modifica della definizione di ‘sionismo’ che oggi sul sito viene indicato come una nuova forma di colonialismo non lontano da quello messo in atto dagli europei nella loro conquista delle Americhe. Secondo quanto riportato da Wikipedia infatti ‘i sionisti volevano creare uno Stato Ebraico in Palestina con più terra, più ebrei e meno arabi palestinesi possibile’.
Inizialmente, come spiegato dalla ricercatrice Shlomit Aharoni Lir al sito Ynetnews, ‘i tentativi di coinvolgere i comitati responsabili ad agire non hanno prodotto alcun risultato’, ma a dicembre 2024 il giornalista investigativo Ashley Rindsberg è riuscito a presentare un report dettagliato in cui illustra ben 850.000 informazioni scorrette su 10.000 articoli di Wikipedia riguardanti il conflitto in Medio Oriente.
“Ogni giorno milioni di persone ricevono informazioni su Wikipedia che sono state prodotte in realtà da una campagna antisemita mirata e condotta da 40 redattori propalestinesi” ha dichiarato Rindsberg al sito Algemeiner, incolpando l’organizzazione Tech for Palestine di offrire sostegno a questi utenti nel rimodellare l’aspetto del conflitto a favore dei palestinesi.
Le modifiche apportate variano da rapidi ritocchi (l’eliminazione dei legami tra la storia ebraica e la terra d’Israele) a grandi alterazioni come l’omissione delle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre e, grazie al report di Rindsberg, hanno costituito prove sufficienti per spingere il comitato di Wikipedia a procedere con l’indagine e accusare gli utenti responsabili.
• Il sostegno dell’ADL Fondata nel 1913, l’ADL è oggi la principale organizzazione al mondo dedita alla lotta all’antisemitismo. Secondo quanto riportato sul suo sito, la missione principale dell’associazione è quella di ‘fermare la diffamazione del popolo ebraico, proteggere la democrazia e garantire la giustizia e l’inclusività per tutti’.
A giugno 2024 diversi redattori filopalestinesi di Wikipedia hanno votato per etichettare l’ADL come ‘generalmente inaffidabile’ sull’antisemitismo e sul tema del conflitto israelo-palestinese, inserendola in un elenco di fonti proibite.
I responsabili dell’ADL hanno segnalato questa mossa come una campagna coordinata per infangare la credibilità dell’organizzazione, arrivando a modificarne la pagina su Wikipedia.
“Vale la pena notare che molti dei principali istigatori della campagna contro l’ADL sono tra coloro che oggi stanno affrontando divieti tematici e il rischio di bandi perenni per il loro comportamento” ha affermato Jonathan Greenblatt, amministratore delegato e direttore dell’ADL. “È imperativo che Wikipedia inizi a lavorare immediatamente per rimediare ai numerosi problemi causati da questi redattori disonesti ma prolifici che hanno portato scompiglio sulla piattaforma, infierendo danni incalcolabili a centinaia di voci su Israele, sul massacro del 7 ottobre, sul sionismo e altri argomenti relativi all’antisemitismo.”
Secondo il Jewish Journal anche due redattori pro-Israele rischiano di essere banditi dalla piattaforma per via dei loro comportamenti ma, nonostante ciò, l’ADL ha invitato il comitato a procedere con le votazioni e le eliminazioni di chiunque possa compromettere il racconto veritiero del conflitto in Medio Oriente.
“La strada è ancora lunga e c’è molto da fare per garantire che Wikipedia sia all’altezza della sua politica di imparzialità promossa in tutto il mondo” ha concluso Greenblatt nel comunicato.
Quello che ieri probabilmente ha sorpreso molte persone sonole folle di terroristi di Hamas armati e ripuliti.Improvvisamente, la Striscia di Gaza si è riempita di nuovo di terroristi in uniforme che non erano mai stati visti, o solo raramente, durante la guerra di Gaza.Ogni tanto si vedevano terroristi in abiti civili o in pigiama, con RPG e stivali di pelle.Negli ospedali, i “coraggiosi” terroristi si travestivano da infermieri o medici, altrimenti si nascondevano nei tunnel sotterranei.Poi ieri c'è stato lo scambio di ostaggi e improvvisamente si sono visti i terroristi armati fino ai denti, con fasce verdi e giubbotti.Ovunque ci fossero telecamere, si sono messi a gridare e a spingere la folla palestinese come se avessero tutto sotto controllo.E non solo questo, anche la cosiddetta popolazione civile ha applaudito i terroristi come se nulla fosse accaduto.Hamas è responsabile della catastrofe nella Striscia di Gaza e la popolazione civile fa il tifo per Hamas. A.W.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Riassumendo tutte le foto e i filmati di ieri sul comportamento dei palestinesi a Gaza, devo concludere che i palestinesi di Gaza sono masochisti. Persone che raggiungono la piena “soddisfazione sessuale” subendo umiliazioni, dolore e agonia perché glorificano i loro terroristi di Hamas come fossero eroi, e invece sono topi che si nascondono davanti ai soldati israeliani. Durante la guerra, Hamas ha rubato gli aiuti internazionali e li ha venduti alla popolazione povera per un sacco di soldi. Eppure la gente continua a ballare intorno ad Hamas. Ladri e altri criminali vengono colpiti ai piedi dai terroristi di Hamas come punizione - e i palestinesi continuano a ballare. Tutto è in rovina e i palestinesi vengono spostati da un luogo all'altro per mettersi al sicuro su richiesta di Israele. Anche nelle zone di sicurezza, i loro eroi si sono trincerati tra i civili, causando molti morti e feriti tra i palestinesi innocenti. Le loro vite sono miserabili e cosa fanno i palestinesi? Applaudono Hamas per la loro “vittoria”. Non sono forse masochisti? I terroristi palestinesi sono vigliacchi e i palestinesi sono masochisti.
Ora vedremo questo spettacolo di terroristi palestinesi che si vantano davanti alle telecamere e applaudono intorno a loro ogni sette giorni per le prossime sei settimane. Hamas vuole guadagnare tempo per riprendersi militarmente, per riarmarsi con armi fatte in casa, soprattutto razzi, provenienti dalle officine contrabbandate nei tunnel, e per reclutare più giovani in caso di ripresa dei combattimenti. Dal punto di vista di Hamas, ogni giorno in cui non si combatte nella Striscia di Gaza diminuisce i successi militari di Israele. Inoltre, l'aumento degli aiuti umanitari per la Striscia di Gaza concordato nell'accordo di cessate il fuoco rafforza Hamas. 600 camion di aiuti umanitari che arrivano nella Striscia di Gaza ogni giorno durante i 42 giorni di cessate il fuoco permettono ad Hamas di immagazzinare cibo, acqua e carburante in più nel caso in cui i combattimenti si riaccendano e di guadagnare denaro extra vendendo i pacchi di aiuti sui mercati di Gaza. Fonti vicine ad Hamas nella Striscia di Gaza affermano che la strategia di Hamas ora è quella di guadagnare tempo e cercare di trasformare il cessate il fuoco temporaneo in uno permanente. Alti funzionari della sicurezza ritengono che Hamas stia scommettendo sul fatto che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump non permetterà a Israele di riprendere i combattimenti, poiché è interessato alla calma per realizzare i suoi piani regionali. Hamas sarà quindi pronto a fare concessioni nella seconda fase dell'accordo, che dovrebbe iniziare il 16° giorno della prima fase, per guadagnare più tempo possibile. In questo modo, spera di aumentare la pressione interna delle famiglie dei rapiti sul governo israeliano e di costringere Israele a firmare un cessate il fuoco permanente che perpetui il dominio di Hamas nella Striscia di Gaza e fissi l'immagine di una sua vittoria, secondo cui Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi di guerra e Hamas non si è sottomesso.
I palestinesi tornano alle loro case a Rafah, dopo l'annuncio del cessate il fuoco tra Hamas e Israele il 19 gennaio 2025
Una tale vittoria rafforzerebbe ulteriormente la posizione di Hamas tra i palestinesi e lo posizionerebbe come una potenza regionale che non può essere ignorata in nessun piano politico che l'amministrazione Trump voglia portare avanti nella regione. Secondo fonti israeliane, Hamas cercherà di non dare a Israele un pretesto per una ripresa dei combattimenti nella Striscia di Gaza. Non escludono però che Hamas cerchi di nascondere gli ostaggi israeliani con il pretesto di non sapere che fine abbiano fatto, per avere spazio di negoziazione in caso di cessate il fuoco permanente nella Striscia di Gaza. E’ in questo modo che vogliono continuare a ricattare Israele. In base all'accordo di cessate il fuoco, la libertà di azione di Israele è fortemente limitata e deve negoziare con Hamas l'attuazione della seconda fase dell'accordo senza riprendere le ostilità. Fonti della sicurezza affermano che probabilmente Hamas prolungherà i negoziati e sarà il più flessibile possibile per vincolare Israele, in modo da rendere impossibile la ripresa dei combattimenti. Ma da tutto questo dipende anche il futuro degli altri ostaggi e dei nostri soldati. Israele deve trovare un escamotage creativo per liberare anzitutto le sorelle e i fratelli israeliani dalla prigionia a Gaza e poi distruggere Hamas. Ma come? Questo è ciò che deve fare il governo di Sion. Attaccare le infrastrutture militari di Hamas non è sufficiente, bisogna attaccare le capacità civili e di governo di Hamas per instaurare un governo militare israeliano temporaneo e, nel frattempo, preparare un altro governo alternativo in collaborazione con l'amministrazione Trump. Il dominio di Hamas non può essere rovesciato senza una piena occupazione militare dell'intera Striscia. Il problema principale sarà convincere l'amministrazione Trump a dare il via libera a Israele per farlo. Al momento, le possibilità che ciò accada sembrano molto scarse. Nessun governo israeliano può convivere con la permanenza di Hamas a Gaza. L'esercito israeliano è in grado di schiacciare Hamas, ma questo dipende da una decisione politica. Senza di essa, Hamas si riarmerà e tornerà a rappresentare una minaccia militare per Israele. Sta già minacciando nuovi massacri, come dimostrano gli ultimi filmati dalla Striscia di Gaza.
(Israel Heute, 20 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
Ospite abituale de L’Informale, Daniel Pipes, uno dei più autorevoli analisti del Medio Oriente e presidente del MiddleEastForum, ha risposto alle nostre domande sul recente accordo tra Israele e Hamas.
- L’accordo tra Hamas e Israele del 15 gennaio ti ha colto di sorpresa? Molto. In primo luogo, le ripetute affermazioni di vittoria del Primo Ministro Benjamin Netanyahu hanno chiarito la sua intenzione di distruggere Hamas, non di negoziare. In secondo luogo, la minaccia del Presidente eletto Donald Trump che “si scatenerà l’inferno in Medio Oriente” se gli ostaggi israeliani non saranno restituiti entro il 20 gennaio, sembrava essere rivolta solo ad Hamas. Con mia sorpresa, includeva anche Israele.
- Hai ha definito l’accordo “orribile”, perché? Perché premia la cattura di ostaggi. Centinaia di assassini saranno liberati e i gruppi jihadisti avranno nuovi incentivi a rapire altri ostaggi. Più in generale, rivela la debolezza occidentale e sostiene le ambizioni islamiste.
- Hai anche scritto che Netanyahu “teme Donald Trump” e hai ipotizzato che questo spiega la sua riluttante accettazione dell’accordo. Perché Netanyahu dovrebbe temere Trump? Netanyahu ha sperimentato sia il sostegno di Trump (si pensi agli Accordi di Abramo) sia la sua rabbia (per essersi congratulato con Joe Biden nel 2020 per la sua vittoria elettorale). Conoscendo la volatilità e l’incostanza di Trump, Netanyahu non deve irritare il presidente di ritorno. Nessun altro leader straniero ha su di sè una pressione paragonabile.
- A settembre, Trump ha dichiarato che l’emiro del Qatar “vuole fortemente la pace in Medio Oriente”. A novembre, il Jewish Insider ha esposto gli stretti legami con il Qatar di Steven Witkoff, la scelta di Trump per l’inviato in Medio Oriente. Cosa ne pensi? Il piccolo ma favolosamente ricco regime del Qatar ha perseguito brillantemente per trent’anni il vantaggio per se stesso e per la causa radicale islamica attraverso finanziamenti, diplomazia e pubbliche relazioni. Basta pensare ai programmi universitari degli Stati Uniti, al suo status di importante alleato non NATO e alla Coppa del Mondo del 2022. Ha anche lavorato duramente per raggiungere la cerchia ristretta di Trump, tra cui Steven Witkoff. Il trattamento rozzo e insolente di Witkoff nei confronti di Netanyahu, come riportato da Ha’aretz e dal WallStreetJournal, “sembra avere salvato Hamas”, scrive Daniel Greenfield. Aggiungo: consentendogli così di preparare un altro massacro.
- Sulla base del record della sua prima amministrazione, molti sostenitori di Israele hanno accolto con favore la rielezione di Donald Trump. Si tratta di un sollievo fuori luogo? Difficile dirlo. Trump è impegnato in una doppia piaggeria, dando sia ai suoi elettori filo-israeliani che a quelli islamisti ciò che più desiderano. L’ex governatore del New Jersey Chris Christie ha inventato questo trucco, ma finora in pochi hanno osato seguirlo. Sembra che Trump triangolarerà per ottenere il massimo possibile dei riconoscimenti da entrambe le parti della questione israeliana, cosa che non ha tentato di fare durante il suo primo mandato, indipendentemente dalle conseguenze. Non sono in grado di prevedere se i sostenitori di Israele saranno contenti tra quattro anni.
- A proposito del primo accordo Hamas-Israele del novembre 2023, hai detto a Informale che l’esito della guerra sarebbe stato probabilmente un “mezzo fallimento” per Israele. Sei ancora di questa opinione? Sì, questa si rivela una buona descrizione. Dal lato positivo, Israele ha avuto successo contro Hezbollah e l’Iran, portando al crollo del regime di Assad in Siria. Dal lato negativo, Hamas rimane in piedi, gli Houthi continuano ad attaccare e l’opinione pubblica mondiale è diventata nettamente negativa nei confronti di Israele e degli ebrei in generale.
- Netanyahu insiste sul fatto che i colpi inferti da Israele ad Hamas, Hezbollah e Iran, seguiti dalla caduta del regime di Assad, hanno cambiato il volto del Medio Oriente. È una millanteria? Questi risultati sono reali. Ma, come ho appena sottolineato, lo sviluppo negativo li bilancia, portando al mezzo fallimento.
- La vittoria in guerra significa che il nemico è sconfitto e rinuncia ai suoi obiettivi. Ma Hamas rimane a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e la Repubblica Islamica in Iran. Data la superiorità militare di Israele, è incapace o non è disposto a dare un colpo mortale ai suoi nemici? Israele deve sconfiggere Hezbollah, Houthi e Iran; una deterrenza robusta è sufficiente. Hamas è un’altra questione. Israele può sconfiggerlo, ma non ha la cognizione. Perché? Nel mio libro del 2024, IsraelVictory: HowZionistsWinAcceptanceandPalestiniansGet Liberated, sostengo che si tratta di un modello di conciliazione che risale alle origini stesse del sionismo negli anni ’80 dell’Ottocento e rimane notevolmente invariato nonostante le profonde differenze nelle circostanze.
Liberare gli ostaggi, ma a quale prezzo? Il dibattito che lacera la società israeliana
di David Zebuloni
Ci è stato insegnato, sin dalla prima infanzia, che la vita non è altro che un bivio che ci costringe a scegliere sempre tra giusto e sbagliato. Tra bene e male. Tra corretto ed errato. Tra sacro e profano. Vero, ma solo in parte. Più passa il tempo e più mi rendo conto che, talvolta, la vita ci pone di fronte a un bivio nel quale dobbiamo assolutamente scegliere tra giusto e giusto. O meglio, tra più giusto e meno giusto. Oppure tra sbagliato e sbagliato. O meglio, tra più sbagliato e meno sbagliato. Ecco, è dal 7 ottobre che Israele viaggia tra i mondi non assolutistici del giusto e del giusto, nonché dello sbagliato e dello sbagliato. È da oltre un anno e quattro mesi che la guerra contro il terrorismo islamico mette a dura prova la capacità dello Stato ebraico di definire cosa sia favorevole e cosa invece sia sfavorevole alla sua stessa esistenza e sopravvivenza. Così, quando sono iniziati i negoziati a Doha a favore di una tregua a Gaza in cambio del rilascio di parte degli ostaggi, mi sono domandato per la prima volta cosa fosse più giusto per il bene d’Israele e di chi ci abita: sconfiggere definitamente il terrorismo, o riportare a casa gli innocenti tenuti in cattività? Un quesito che non ha tormentato solo me, ma l’intera società israeliana, ormai lacerata dal desiderio viscerale di riabbracciare i propri cari e, in egual modo, dal bisogno vitale di non coesistere più con un entità che predica la sua distruzione. La risposta, in realtà, è sempre stata una, chiara e scontata a tutti. Gli ostaggi sono la priorità. Riportarli a casa è la priorità assoluta d’Israele. Il quesito fonte di tanto tomento, infatti, è un altro: a quale prezzo? D’altronde, è un dato di fatto che gli ostaggi vadano riportati a casa. Non esiste alcun “se” a riguardo. La domanda è, come? In cambio di cosa? Un accordo con il diavolo che prevede l’uscita dell’IDF dalla striscia di Gaza, è un buon accordo? Un accordo con il diavolo che prevede l’annullamento di gran parte dei traguardi militari israeliani raggiunti a Gaza, è un buon accordo? Un accordo con il diavolo che in qualche modo vanifica il sacrificio dei giovani soldati caduti in combattimento contro i terroristi, è un buon accordo? Un accordo con il diavolo che prevede il rilascio immediato di migliaia di terroristi palestinesi dalle carceri israeliane, pronti e motivati a tornare ad uccidere in nome di Allah, è un buon accordo? Un accordo con il diavolo che non prevede la liberazione di tutti gli ostaggi, ma solo una piccola parte di loro, è un buon accordo? Un accordo con il diavolo che di fatto lascia il diavolo alla leadership di Gaza, è un buon accordo? Secondo l’antico principio ebraico che recita: “Chi salva una vita, salva un mondo intero”, la riposta è probabilmente affermativa. Sì, qualunque accordo che riporti indietro anche un solo ostaggio innocente, è un buon accordo. Tuttavia, ancora traumatizzati dalla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre, gli israeliani non si accontentano più di antichi principi ebraici e pretendono oggi risposte concrete ai loro tanti quesiti assolutamente fondati. Così, un momento di indiscussa gioia, diventa anche un momento di preoccupazione, di paura, di rabbia, di terrore. Se un tempo, infatti, pensavo che sentimenti tanto contrapposti non potessero in alcun modo coesistere tra loro in armonia, oggi so con certezza che un cuore può tranquillamente contenere la stessa quantità di felicità e di tristezza contemporaneamente, senza collassare. Che un uomo può essere al contempo sia ottimista che pessimista, senza dover necessariamente scegliere tra il suo lato più fiducioso e quello più prudente. Oggi gli israeliani sanno che un accordo con Hamas, è un accordo sbagliato a prescindere. Non si illudono più di dover scegliere tra giusto e sbagliato. Sanno di dover scegliere tra sbagliato e sbagliato, ma si domandano comunque quale delle due opzioni sia meno sbagliata. Lo so, pongo tante domande e non fornisco alcuna riposta. Me ne rammarico. Tuttavia, non riuscendo a formulare un concetto più lucido di quanto io abbia già fatto, prendo in prestito le parole del collega giornalista israeliano Yair Sherki, che nel 2015 ha perso tragicamente il fratello Shalom in un attacco terroristico. Quando la scorsa notte Sherki ha scoperto che il terrorista palestinese responsabile dell’uccisione del fratello, sarebbe stato rilasciando in cambio delle tre ragazze ostaggio Romi Gonen, Emily Damari e Doron Steinbrecher, ha reagito dicendo: “Il pensiero che l’assassino di mio fratello possa respirare aria fresca e mangiarsi un kebab in Turchia, è per me incomprensibile. So che c’è un’ingiustizia intrinseca in tutta questa situazione, ma il fatto che il suo periodo di pena sia stato ridotto a tal punto da non fargli concludere nemmeno un decennio in carcere, è per me insopportabile. Nonostante ciò, c’è un fattore che non posso proprio ignorare. Mio fratello è morto, nulla lo riporterà indietro. Romi, invece, è ancora viva. La cosa giusta da fare è riportarla a casa”. Così, di fatto, è accaduto. Romi Gonen, ragazza simbolo di questa guerra grazie anche ai racconti della sua straordinaria mamma Meirav, che nell’ultimo anno ha girato il globo in lungo e in largo per sensibilizzare l’opinione pubblica circa la causa degli ostaggi, è stata liberata dopo 471 giorni di cattività nei tunnel del terrore di Hamas. Se un attimo prima del suo rilascio la popolazione era ancora spaccata in due, incapace di decidere se l’accordo fosse giusto o sbagliato, nessun israeliano è invece riuscito a trattenere le lacrime nell’istante in cui Romi ha riabbracciato la sua mamma Meirav. Nessuno. Probabilmente gli animi torneranno presto a rinfervorarsi e il trauma represso della strage prenderà di nuovo il sopravvento, ma nessuno dimenticherà l’istante indescrivibile in cui madre e figlia di si sono ricongiunte. Un istante che ha dato senso a tutto ciò che fino ad un attimo prima era ancora in preda al caos. Personalmente, esattamente un mese fa, anch’io ho avuto l’onore di conoscere Meirav Gonen. Era venuta a visitare la redazione del giornale per cui lavoro a Gerusalemme, e si era fermata a parlare della guerra in corso con me e con i miei colleghi per oltre un’ora. Ricordo di non aver avuto il coraggio di porle una domanda troppo brutale, troppo difficile da formulare a parole e pronunciare a voce alta. Così ho chiesto ad una collega più spavalda e sfacciata di me, di porgliela al posto mio. “Meirav, dopo tutto questo tempo, credi davvero che Romi sia ancora viva?”, le ha dunque domandato lei. “Certo che sì”, ha risposto Meirav senza esitare. “Una mamma sa se sua figlia è viva oppure no, e io sono assolutamente convinta che lei lo sia. Romi è viva, la sento dentro il mio utero che scalcia e vuole uscire fuori. E come so che la mia bambina è ancora viva, so anche che presto, prestissimo la riabbraccerò. Non ne ho alcun dubbio”. Aveva ragione Meirav. Il suo istinto di mamma sapeva già ciò che i massimi esperti di geopolitica ancora ignoravano. Romi è stata liberata. Insieme a lei, anche Emily e Doron. Ci sarà tempo per discutere le tante conseguenze di questo accordo. Per ora non ci resta altro che dire: bentornate a casa ragazze. Vi stavamo aspettando.
(Shalom, 20 gennaio 2025) ____________________
Massimo rispetto per ogni penoso travaglio di coscienza. Mi sia concessa soltanto un'osservazione: in tutto l'articolo non compare mai un riferimento a Dio. In un paese come Israele, che nel suo stesso nome, oltre che in tutta la sua storia, porta questo riferimento, e che proprio per questo motivo sta ora soffrendo, non è un po' strano? Nella coscienza di un ebreo non sarebbe naturale aspettarsi il pensiero di Dio? M.C.
Il grande assurdo del tornaconto personale di Netanyahu
Che le sue mani opportuniste grondino del sangue degli scudi umani di Hamas e degli ostaggi di Hamas fatti morire nei tunnel è un falso madornale. Il premier israeliano non fa ciò che fa per restare al potere, ma (come tutti i veri leader di tutti i tempi) cerca di restare al potere per fare quello che fa.
di Giuliano Ferrara
Questa idea che Netanyahu faccia quello che fa per tornaconto personale, per restare al potere, è diventata un incubo culturale, una specie di bizzarro refuso della mente da cui sono affetti così tanti nel mondo da far dubitare che esista ancora una comprensione elementare della politica e della storia, e del loro funzionamento. Incubo, perché il teorema è elementare, primitivo, sghembo. Non passerebbe un esame qualsiasi di logica matematica, fallisce nell’enunciato, nella dimostrazione, nell’ipotesi e nella tesi, e palesemente non raggiunge la condizione sufficiente né la condizione necessaria per il verificarsi di quanto predica. Insomma,è una sciocchezza spesso in bocca o nella penna di persone normalmente intelligenti, informate, anche colte, che si fanno trasportare vuoi dalla passione vuoi dalla faziosità vuoi dall’antipatia e lasciano che le loro parole strabordino nell’irrealtà. La conseguenza è il formarsi di un senso comune dell’assurdo che smentisce il buon senso, semplicemente. Infatti non è necessario un manuale di politologia, ma solo il buon senso, per smontare il carattere zoppicante, anzi monco, del teorema perverso che popola l’opinione corrente. Procediamo con un minimo di ordine. Dunque. Netanyahu forma l’unica maggioranza possibile dopo quattro elezioni consecutive associando al suo Likud due piccoli partiti estremisti di estrema destra nazionalista, con risvolti anche peggiori del semplice nazionalismo. Non lo fa per esercitare la funzione di governo di un leader nazionale di Israele che ha la maggioranza relativa e deve comporre una maggioranza parlamentare assoluta, no, lo fa per tornaconto personale. Netanyahu risponde al pogrom del 7 ottobre con una guerra per distruggere i nemici nichilisti e terroristi di Hamas, e lo fa nell’unico modo possibile, andando a snidarli nella loro fortezza che ha per scudo i civili. Lo fa per tornaconto personale. Per oltre un anno deve prendere decisioni tremende, tragiche, l’essenza della politica in tempo di guerra, e di guerra esistenziale, deve fronteggiare cinque fronti aperti da una nazione fanatizzata e islamista, l’Iran, che è in fase prenucleare, la sua compagine guida il suo paese e il suo esercito su tutti questi confini del terrore. Tornaconto personale. Resiste alle pressioni di veri e infidi alleati, ai tiepidi, agli ignavi, ai mandati di cattura, all’isolamento internazionale della causa israeliana nel tripudio delle anime belle umanitarie e pacifiste, all’ondata antisionista e antisemita, adotta lo schema di una breve tregua e negozia un primo scambio tra detenuti palestinesi e ostaggi israeliani ma rifiuta di lasciare incompiuto il disegno di indebolire gli ayatollah, di colpire il loro committente libanese che ha spopolato il nord di Israele a forza di razzi, la sua tenacia provoca il crollo di Assad e della pista siriana delle armi sciite, va a Rafah e i soldati di Tsahal uccidono il perpetratore in capo del pogrom, poi negozia un cessate il fuoco provvisorio e un nuovo scambio quando le condizioni militari e politiche sono giudicate mature. Cerca di ipotecare un futuro del Medio Oriente in cui la questione palestinese sia inscritta in un quadro di reciproco riconoscimento fra stati, gli accordi di Abramo come prosecuzione e allargamento della logica unica di pace che finora ha prevalso, quella degli accordi di Camp David fra Begin e Sadat, in funzione antiraniana e antinucleare e aspettando che i palestinesi si diano una classe dirigente che non sia corruzione o terrorismo e oscurantismo. Tornaconto personale. Ma vi rendete conto? Capisco che la figura di Netanyahu non piaccia. Capisco che si pensi a leader meno decisionisti e meno spregiudicati di lui, come Ganz o Bennett. Capisco che il ritratto di Israele per molti risulti sfigurato dai partiti che spingono per ulteriori colonizzazioni e annessioni sotto un manto biblicista. Ma che un leader politico faccia ciò che ha fatto Netanyahu per tornaconto personale, e che le sue mani opportuniste grondino del sangue degli scudi umani di Hamas e degli ostaggi di Hamas fatti morire nei tunnel e nelle comuni abitazioni-carcere di Gaza, questo è semplicemente falso, è madornale, una torsione della mente politica e storica sesquipedale, enorme. Ovvio che il premier israeliano non fa ciò che fa per restare al potere, ma (come tutti i veri leader di tutti i tempi) cerca di restare al potere per fare quello che fa.
Kfir oggi compie 2 anni, eccolo qua che sorride. A noi. Al mondo. Alla vita. Strana vita la sua. È vero che non esistono due vite uguali, ognuna è unica, ma quella di Kfir lo è in modo purtroppo speciale. Il 18 gennaio del 2023, in Israele, Kfir nasceva insieme agli altri 237.000 bambini che, mediamente, nascono ogni giorno nel mondo. Ma qui non si tratta di medie, non si tratta di numeri, si tratta di Kfir. Di un volto, di un nome, di una storia. E la storia è questa: Kfir è il secondogenito di papà Yarden (34 anni) e di mamma Shiri (32), suo fratello Ariel ha 4 anni. Tutta la famiglia Bibas, di origine israelo-argentina/peruviana, nove mesi dopo la nascita di Kfir, il 7 ottobre 2023, è stata preso in ostaggio da Hamas. I nonni materni sono stati poi ritrovati uccisi. In questa foto, facile immaginare quando è stata scattata, Kfir sorride, come usano fare i bambini. E oggi è la sua festa, il suo secondo compleanno. Il mondo si dovrebbe fermare per festeggiare insieme a lui. Perché oggi è il momento della cura e la cura non è mai generale e astratta ma si rivolge sempre ad una persona precisa, di occhi, di carne e sangue. Se è vero che gli uomini diventano ciò che vedono, allora dovremmo fermarci e farci una domanda su cosa Kfir e le migliaia di bambini che in Israele, in Palestina, a Gaza e nel resto del mondo vivono in zone di guerra, stanno vedendo da molto, troppo tempo. A.M.
(Osservatore Romano, 18 gennaio 2025)
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Kfir, gli auguri di compleanno e l'innocenza
di Ernesto Galli della Loggia
Il corsivo del direttore dell’Osservatore romano, Andrea Monda, che ieri campeggiava sulla prima pagina del giornale aveva qualcosa di oscuramente inquietante Non voglio certo mettere in dubbio - e come potremmo? - le buone intenzioni del direttore dell’Osservatore romano, Andrea Monda, ma il suo corsivo che ieri campeggiava sulla prima pagina del giornale aveva qualcosa di oscuramente inquietante e forse qualcosa di più. Sotto il titolo «Buon compleanno Kfir» campeggiava la foto di un grazioso bimbo paffuto di pochi mesi, Kfir Bibas appunto, rapito a nove mesi durante il pogrom di Hamas del 7 ottobre insieme alla mamma e al fratellino. I nonni invece «sono stati poi ritrovati uccisi», scrive Monda con distaccata genericità: in realtà, come sappiamo, sono stati entrambi selvaggiamente maciullati fino ad essere per lunghi giorni irriconoscibili (la verità, sosteneva qualcuno, è nei dettagli…). Dicevo le buone intenzioni. Monda augura buon compleanno a Kfir – «oggi è la sua festa» scrive - perché forse (forse) il bimbetto è sul punto di essere rilasciato dai suoi carcerieri (ma questo nel testo è singolarmente omesso) e quindi aggiunge il direttore «oggi è il momento della cura e la cura non è mai generale e astratta ma si rivolge sempre ad una persona precisa, di occhi, di carne e di sangue». Che possa essere considerata «la sua festa» e «il momento della cura» la fine del calvario a cui è stato sottoposto per un anno e mezzo un essere umano di pochi mesi, rinchiuso per tutto questo tempo in qualche tunnel sotterraneo in condizioni che non è difficile immaginare mi pare qualcosa che ha del surreale e anche di vagamente ripugnante per un’ esibizione di umanitarismo che mal nasconde un retrogusto di oggettivo cinismo. E a nulla vale l’invito finale d’obbligo da parte di Monda a domandarci su «cosa Kfir e le migliaia di bambini che in Israele, in Palestina, a Gaza e nel resto del mondo vivono in zone di guerra, stanno vedendo da molto, da troppo tempo»: perché i bambini, è vero sono tutti eguali e tutti innocenti, caro Direttore, ma i loro genitori no. Ed è questo il vero problema.
(Corriere della Sera, 19 gennaio 2025)
Quando parliamo dell'inizio della Tribolazione, è fondamentale concentrare la nostra attenzione sugli elementi centrali descritti in Apocalisse 4 e 5. Questi capitoli ci portano al cuore di una visione celeste, dove il trono divino è al centro della scena, rappresentando non solo il potere supremo di Dio ma anche l'inizio di un processo di consegna e compimento che ha una dimensione eterna. È una visione che parla sia ai tempi attuali, sia alla nostra esperienza di vita, offrendoci un'interpretazione che può guidarci a comprendere il significato profondo di questi eventi nella nostra quotidianità e nelle nostre scelte spirituali.
di Philipp Ottenburg
Innanzitutto, poniamoci una domanda fondamentale: cos'è la Grande Tribolazione? Nella Bibbia, questo periodo è spesso chiamato il Giorno del Signore, noto anche come la Tribolazione di Giacobbe. Questo termine viene utilizzato perché si tratta di un tempo di giudizio su Israele, che, secondo vari passaggi biblici, si estende anche al mondo intero. La Tribolazione rappresenta una fase di giudizio nel piano di salvezza di Dio e culmina con il ritorno di Cristo e l'instaurazione del Suo regno, in e con Israele.
La Bibbia descrive questo periodo come Giorno delle Tenebre, Giorno dell'Ira, Giorno della Rovina e Giorno della Distruzione. Si preannuncia come un tempo di grande sofferenza, un momento terribile per l'umanità. Tuttavia, la Chiesa - il corpo di Cristo - non sarà coinvolta in questa prova. Come credenti, siamo stati sigillati con lo Spirito Santo, e condividiamo la morte e risurrezione di Cristo, essendo già spiritualmente «trasportati» nei luoghi celesti. Questo concetto è meravigliosamente approfondito nelle lettere di Paolo, in particolare nella lettera ai Romani.
Nonostante ciò, la domanda che sorge per molti è se la Grande Tribolazione sia già iniziata, soprattutto di fronte ai molti eventi inquietanti che accadono nel mondo. Episodi come gli attacchi terroristici contro Israele, il caos climatico, e l'apparente smarrimento politico e morale suscitano timori.
Quando l'umanità si allontana da Dio, il disordine sembra inevitabilmente crescere. Nonostante le promesse per la Chiesa, molti credenti si preoccupano, temendo di poter essere coinvolti o persino di ricevere il marchio dell'anticristo.
Quindi, dove ci troviamo ora in questo contesto? Quando si parla dell'inizio della Grande Tribolazione, esistono diverse teorie. Alcuni sostengono che inizierà quando si rivelerà l'Anticristo; altri, quando egli instaurerà una pace apparente, forse in Medio Oriente. Altri ancora suggeriscono che l'inizio coinciderà con un controllo totale o con eventi catastrofici, come terremoti di grande entità, o con un caos globale.
Queste interpretazioni riflettono la complessità e il mistero che circondano la Grande Tribolazione, un argomento che continua a suscitare domande e riflessioni tra i credenti di oggi.
Molti dei nostri pensieri e interpretazioni su questa questione possono essere corretti, o corretti in una certa misura, ma potrebbero anche non esserlo. Tuttavia, quando osserviamo tutte queste ipotesi e linee di pensiero, vediamo che sono legate alla terra. Ma dov'è il vero segnale d'inizio della grande tribolazione? Quando o cosa inizia? Chi o cosa è cruciale? Di seguito vogliamo concentrarci su ciò che è veramente centrale in questa questione. Nonostante tutte le ambiguità che possano esistere, una cosa è molto chiara. E questo sarà un grande incoraggiamento per i credenti dopo l'epoca della chiesa, qualcosa che potrà renderli calmi e risoluti. È anche ciò che può darci la pace oggi, quando abbiamo domande aperte e in tutta la confusione. Il libro dell'Apocalisse descrive la grande tribolazione, questa fase di giudizio, a partire dal capitolo 6, e nel capitolo 19 Cristo ritorna visibilmente. Ma prima che inizino i giudizi della tribolazione, il tutto è introdotto da una visione preparatoria che comprende i capitoli 4 e 5. Ed è qui che vogliamo riprendere le domande poste. Sì, sto esagerando con questo, ma è importante se vogliamo classificare correttamente l'effettivo inizio della grande tribolazione.
• Il trono celeste Quando accade qualcosa nella famiglia reale britannica, si scatena un'enorme ondata di attenzione mediatica. Ad esempio, circa 7 milioni di persone hanno seguito l'incoronazione di re Carlo al canale televisivo tedesco, mentre a livello globale si stima che 300 milioni abbiano assistito all'evento. Tuttavia, nonostante il clamore, la famiglia reale ha in realtà poco da dire e un'influenza limitata. Considerando questa attenzione, noi cristiani possiamo riflettere: dov'è la nostra passione per il vero trono, quello in cielo? Cosa proviamo leggendo il libro dell'Apocalisse e pensando all'incoronazione di Cristo? È in questo libro che Dio stesso svela al Suo popolo una visione della Sua sala del trono. Ci offre una prospettiva intima e profonda, ben oltre quanto re e presidenti condividano sui loro spazi di potere, come lo Studio Ovale o Buckingham Palace. Non abbiamo mai accesso diretto a questi luoghi, eppure qui Dio apre un varco per farci entrare nella Sua presenza. Immaginiamo se tutti i media trasmettessero questa visione, e se tutti noi la seguissimo con la stessa intensità!
In Apocalisse 4:1-2, leggiamo:
Dopo queste cose guardai e vidi una porta aperta nel cielo, e la prima voce, che mi aveva già parlato come uno squillo di tromba, mi disse: «Sali quassù e ti mostrerò le cose che devono avvenire in seguito». Subito fui rapito dallo Spirito. Ed ecco, un trono era posto nel cielo e sul trono c'era uno seduto.
Dopo aver scritto le lettere alle chiese, Giovanni vede una porta aperta in cielo e ascolta la voce di Cristo. Il Signore vuole mostrargli ciò che accadrà, un piano preciso e perfetto. Nulla è lasciato al caso nella visione di Dio, e nulla accade senza scopo o inaspettatamente. La sala del trono di Dio è un luogo di stabilità, ordine e sovranità assoluta, dove non vi sono né arbitrarietà né scatti d'ira incontrollata.
Questo accesso alla visione divina ci invita a contemplare l'autorità e la maestosità di Dio e a domandarci se la nostra passione è allineata al Suo regno eterno.
Giovanni riceve una visione preparatoria per la Grande Tribolazione imminente. Dio rivela tutto ciò che «deve accadere.» La parola «deve» è straordinaria in questo contesto: il piano divino si compie esattamente come è stato stabilito. Dio, nella Sua sovranità, guida ogni cosa, inclusi gli eventi che possono apparire dolorosi o devastanti. Questa visione riflette la natura di Dio, che rimane salda anche quando il mondo è in tumulto. In Apocalisse 4:2, leggiamo: «Subito fui nello spirito; ed ecco, c'era un trono nel cielo, e uno sedeva sul trono.» Quando guardiamo la situazione nel mondo, potremmo essere sopraffatti dalla paura e dalla confusione. In tempi di instabilità, come nei giorni dei giudici, sembra che ciascuno agisca secondo ciò che è giusto ai propri occhi. Questo genera incertezza, e molti si chiedono se la Grande Tribolazione non sia già cominciata. Ovunque volgiamo lo sguardo, vediamo il mondo frammentarsi, e l'assenza di una guida appare come un'anarchia.
Ma quando distogliamo lo sguardo dalla terra e lo rivolgiamo al cielo, ritroviamo la calma. Vediamo che «Uno sedeva sul trono»: il trono è occupato. Il Dio vivente è lì, regna, e ci viene mostrato in una visione di splendore e maestosità:
«Colui che stava seduto era simile nell'aspetto alla pietra di diaspro e di sardonico; e intorno al trono c'era un arcobaleno che, a vederlo, era simile allo smeraldo.» (Apocalisse 4:3).
Questo arcobaleno verde, come uno smeraldo, simboleggia la pace che segue il giudizio, ricordandoci la promessa fatta a Noè: la terra non sarà mai più distrutta da un diluvio.
Giovanni utilizza immagini di pietre preziose per descrivere l'aspetto di Dio, un tentativo di comunicare l'ineffabile attraverso ciò che di più prezioso esiste sulla terra. Questi simboli di splendore e fuoco riflettono la santità di Dio, che è un «fuoco divorante» e un Dio giusto che non può ignorare il peccato. L'arcobaleno verde rappresenta i Suoi pensieri di pace, indicando che, anche in mezzo al caos, il trono celeste è un luogo di stabilità e ordine, avvolto dalla Sua promessa di pace.
Giovanni vede anche i 24 anziani attorno al trono:
«Attorno al trono c'erano ventiquattro troni su cui stavano seduti ventiquattro anziani vestiti di vesti bianche e con corone d'oro sul capo.» (Apocalisse 4:4).
I loro abiti bianchi rappresentano giustizia e purezza, mentre le corone d'oro indicano vittoria. Questi anziani sono esseri celesti, come sacerdoti attorno al trono di Dio, e assumono un ruolo di guida e autorità, assistendo gli eventi rivelati in Apocalisse. Ci ricordano i 24 ordini sacerdotali istituiti da Davide (1 Cronache 24:7-19), che potrebbero simboleggiare una riflessione della realtà celeste.
Tutto ciò che riguarda Dio è organizzato in ogni dettaglio.
In cielo c'è una gerarchia ordinata, popolata da esseri celesti competenti e vittoriosi. La parola tribolazione spesso evoca immagini di caos, ma presso Dio tutto è pianificato e stabilito secondo il Suo disegno. Nulla sfugge al Suo controllo, e persino ciò che appare caotico e temibile fa parte di un ordine divino che conduce alla pace eterna.
Proseguendo nella lettura, vediamo che «Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni» (Apocalisse 4:5). Questi elementi simboleggiano il giudizio divino, con i lampi che rappresentano il giudizio improvviso e inaspettato. In Deuteronomio 32, il fulmine viene associato alla spada di Dio, mentre in diversi passaggi, il tuono rappresenta la Sua voce di giudizio (Salmo 77:19). Questa descrizione ci ricorda che Dio siede sul trono del giudizio.
Davanti al trono, troviamo un mare di vetro come cristallo, simile a uno sgabello ai Suoi piedi. Questo mare di vetro potrebbe rappresentare il mondo delle nazioni disteso di fronte a Dio. Isaia 17:12 parla delle nazioni turbolente e infuriate come onde impetuose. Nella Bibbia, il mare è spesso simbolo dei popoli, spesso agitato e in tempesta. Tuttavia, qui appare come un mare di vetro, calmo e immobile. In Apocalisse 15:2- 4, troviamo un'immagine simile, dove le nazioni, purificate, si presentano come adoratrici davanti a Dio. Questo mare di vetro simboleggia la pace e la sottomissione davanti alla maestà divina, in contrasto con l'agitazione e il caos dei popoli.
Il carattere «di vetro» del mare indica la visione cristallina di Dio, che vede ogni cosa senza ostacoli. Nulla è nascosto alla Sua vista. Se hai mai sperimentato l'ingiustizia, se sei stato frainteso o giudicato erroneamente, ricorda che Dio vede ogni cosa chiaramente. Egli conosce anche il bene che fai, anche quando passa inosservato agli occhi degli altri. Ed è proprio per questa chiarezza e giustizia divina che giunge il giudizio della tribolazione.
Poi, incontriamo i quattro esseri viventi:
«Davanti al trono inoltre c'era come un mare di vetro, simile al cristallo; in mezzo al trono e intorno al trono, quattro creature viventi, piene di occhi davanti e di dietro. La prima creatura vivente era simile a un leone, la seconda simile a un vitello, la terza aveva la faccia come d'uomo e la quarta era simile a un'aquila mentre vola.» (Apocalisse 4:6-7).
Nella Bibbia, il numero quattro rappresenta la completezza della creazione. Ci sono i quattro angoli della terra, i quattro venti, i quattro imperi principali di Daniele 2, e persino i quattro Vangeli che descrivono la vita di Gesù.
Questi esseri viventi sono probabilmente angeli, forse cherubini. Il numero sei, come le loro ali, è anche associato all'umanità. I cherubini, spesso tradotti come «molti esseri», rappresentano la creazione disposta attorno al trono di Dio. La terra, rappresentata da queste creature, è costantemente sotto lo sguardo divino.
Questi esseri sono coinvolti attivamente nelle visioni dei sigilli in Apocalisse 6, pregando e partecipando durante i giudizi. Essi incarnano il desiderio dell'intera creazione di liberarsi dal peso della corruzione e del peccato (Romani 8:22-23). In questo modo, essi simboleggiano la creazione che, purtroppo, gemendo, desidera essere purificata dal male e dalla sofferenza. Questo culmina in una gloriosa conclusione di adorazione e lode, descritta in Apocalisse 4.
La presenza di questi esseri viventi ci ricorda che Dio non è indifferente al travaglio del mondo. Egli ascolta il gemito della Sua creazione e, attraverso i Suoi giudizi, guida ogni cosa verso la redenzione e il rinnovamento finale.
In Apocalisse, vediamo la creazione lodare Dio e gli anziani sottomettersi alla Sua autorità. La grandezza di Dio suscita inevitabilmente adorazione. Gli anziani dichiarano:
«Degno sei, o Signore, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza; poiché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà sono e sono state create!» (Apocalisse 4:11).
Questo versetto esprime chiaramente che ogni cosa esiste per volontà di Dio e trova in Lui il proprio scopo e sostentamento.
L'intero capitolo 4 di Apocalisse sottolinea il concetto che il cielo governa. Questa verità è potente e visibile agli occhi di Giovanni, che riceve la visione in preparazione ai giudizi futuri. Nessuna forza terrena - né umana, né naturale, né accidentale - può influenzare il piano divino. Anche Nabucodonosor, simbolo biblico del potere arrogante delle nazioni, dovette ammettere, dopo aver subito umiliazione, che «il cielo governa» (Daniele 4:23). Solo allora gli fu restituito il regno. La grande tribolazione ha inizio in cielo, dove tutto è sotto il controllo di Dio, che regge ogni cosa.
Questa verità è fonte di conforto anche per noi oggi. Dio tiene tutte le redini, non solo dell'universo ma anche delle nostre vite quotidiane. I fili di ogni cosa - persino delle nostre preoccupazioni e necessità personali - sono nelle Sue mani. Quando consideriamo la Sua sovranità, possiamo trovare incoraggiamento, sapendo che nulla è lasciato al caso.
Proseguendo in Apocalisse 5:1-2, Giovanni osserva un momento significativo:
« Vidi nella destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. E vidi un angelo potente che gridava a gran voce: 'Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?'»
Questo libro, o rotolo, è sigillato con sette sigilli, ed è fondamentale che venga aperto. L'immagine del rotolo sigillato ricorda un passaggio dell'Antico Testamento, precisamente in Geremia 32, dove il profeta riceve un atto di vendita sigillato come simbolo di diritto di proprietà sulla terra di Israele. Simbolicamente, questo rotolo rappresenta il diritto di Dio di reclamare e restaurare la Sua creazione, in particolare Israele. In Apocalisse, il rotolo nella mano destra di Dio rappresenta un atto di proprietà sulla terra. Questo diritto divino è messo in discussione dal peccato e dalla corruzione, ma Dio è pronto a ristabilire il Suo regno e a concludere la Sua storia gloriosa con Israele. L'apertura del rotolo significa l'inizio del giudizio e della restaurazione divina, non solo per Israele ma per l'intero mondo. Giovanni ci mostra che questo cambiamento politico e spirituale culmina nel riconoscimento della supremazia di Dio su tutte le nazioni.
Il rotolo, quindi, è l'atto di proprietà di Dio, che verrà aperto per confermare il Suo diritto su tutto ciò che Egli ha creato. Mentre i sigilli vengono rotti, il piano di Dio si manifesta, conducendo l'umanità e la creazione intera verso il compimento della volontà divina.
Molti vorrebbero estirpare Israele dalla mano di Dio, e questo intento emerge in modo drammatico durante la grande tribolazione. Nel libro dell'Apocalisse, Satana e i suoi seguaci contestano l'esistenza stessa di Israele. Qui, si cerca chi sia degno di iniziare il processo di liberazione: la fase di giudizio della grande tribolazione. Ed ecco che appare Gesù Cristo, vicino a Dio Padre, Colui che siede oggi alla Sua destra (Romani 8:31). Subito dopo la sua ascensione, Cristo prese il Suo posto alla destra di Dio, e Stefano, nel suo ultimo respiro, vide Cristo in piedi accanto al Padre. In Apocalisse, nel cercare il degno erede che porterà pace a Israele, uno dei 24 anziani indica il Vincitore: Cristo. Lo vediamo in piedi al centro della visione, e ancora una volta in connessione con Israele:
«Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, come immolato, e aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio, mandati per tutta la terra.» (Apocalisse 5:6).
Immaginiamo il seguente scenario: un sommo sacerdote nel giorno dell'Espiazione, entrando nel Santuario con timore reverenziale, consapevole che un solo errore potrebbe essergli fatale. Cristo, invece, si avvicina a Dio con assoluta libertà e fiducia, prendendo il rotolo dalla mano destra del Padre. Questo gesto segna una consegna celeste: Dio non lascia mai andare il Suo popolo. Solo nelle mani di Suo Figlio, il Suo piano di giustizia è assicurato. Come afferma Gesù stesso:
«Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato.» (Giovanni 5:22-23).
In Apocalisse 5:7, vediamo il Figlio prendere il libro dalle mani di Dio: il giudizio e la redenzione sono stati affidati a Lui. Quando Cristo riceve il rotolo, la grande tribolazione ha inizio. Il destino del mondo è quindi nelle mani del Vincitore - mani trafitte per amore del popolo, da cui è sgorgato il sangue per la redenzione. Non potrebbe esserci miglior custode per il trono e il giudizio.
• L’esecuzione celeste In Apocalisse 5:6, Cristo appare in piedi tra le quattro creature viventi, tra gli anziani, al centro della sala del trono. Lui è il fulcro, il centro. E ora, rompe i sigilli. Con il primo sigillo si scatenano i quattro cavalieri dell'Apocalisse: «E vidi l'Agnello aprire uno dei sigilli e udii uno dei quattro esseri viventi dire, come con voce di tuono: 'Vieni e vedi.'» (Apocalisse 6:1). Cristo apre i sigilli e la tribolazione inizia.
I cavalieri sono portatori di poteri specifici: il cavaliere bianco (Apocalisse 6:2) riceve una corona, simbolo di autorità, mentre al cavaliere rosso fuoco (v. 4) viene concesso il potere di togliere la pace dalla terra.
Il cavaliere giallastro (v. 8) è autorizzato a portare morte attraverso guerra, carestia, pestilenza e bestie feroci. Ogni cavaliere riceve il permesso da Dio, e Cristo è Colui che apre i sigilli e ne scatena il potere.
I profeti minori confermano questo giudizio divino: «Farò paura agli uomini, così che brancoleranno come ciechi» (Sofonia 1:17), e «Ahi, che giorno! Poiché il giorno del Signore è vicino, e verrà come una devastazione mandata dall'Onnipotente» (Gioele 1:15). È Dio, l'Onnipotente, che decreta l'inizio della grande tribolazione, solo quando Cristo apre il primo sigillo.
• Conclusione Da questo possiamo trarre tre importanti conclusioni:
Il trono celeste ci mostra che l'inizio della grande tribolazione si radica nella sovranità divina. Il cielo governa. La consegna celeste ci ricorda che la tribolazione inizia solo quando Cristo prende il rotolo dalle mani di Dio. La consumazione celeste si manifesta quando Cristo apre il primo sigillo. Queste tre fasi indicano che l'intero processo è stabilito e diretto dal cielo, da Colui che è degno di guidare la storia verso la Sua conclusione gloriosa.
La Bibbia non ci rivela esattamente quando avrà inizio la grande tribolazione. Gli eventi di oggi sembrano avvicinarci a quel momento, ma quanto di essi sperimenteremo in anticipo è ancora un mistero. È rassicurante sapere che tutto è davvero nelle mani di Dio: Lui e Suo Figlio sono il fondamento e la misura di tutte le cose. Per questo, non dovremmo fissare il nostro sguardo sulla terra, sui governanti terreni o sul caos che ci circonda, ma dovremmo rivolgerci al Signore. Ricordiamoci di guardare verso il cielo, dove risiede la nostra speranza e la nostra vera guida.
L’accordo con Hamas è un disastro che fa il gioco del terrorismo
di Giovanni Giacalone
Per quanto riguarda la questione degli ostaggi, dispiace dirlo, ma non c’è da farsi illusioni. In primis non è dato sapere quanti siano ancora effettivamente in vita (pare che non lo sappiano bene nemmeno i terroristi) e in secondo luogo Hamas manderà gli eventuali rilasci per le lunghe in quanto sono l’unica leva che l’organizzazione terrorista ha nei confronti di Israele. Niente più ostaggi, niente più leva. Chissà se a quel punto Trump tornerà a ruggire
L’accordo siglato ieri tra Israele e Hamas, il quale prevede una tregua che durerà 42 giorni durante la quale verranno liberati 33 ostaggi tra i 98 ancora detenuti nella Striscia, e quindi la fine della guerra, con la restituzione degli ostaggi rimanenti e l’esito definitivo di Israele da Gaza (questo è quello che chiede Hamas, il prezzo del riscatto) appare come una resa o, come lo ha definito Michael Rubin “un disastro” .
È molto difficile, se non a prezzo di ottimismi funambolici, salutare questo accordo, al di là dell’ovvia soddisfazione per i famigliari degli ostaggi che verranno rilasciati, come un successo tattico. Per mesi, Netanyahu ha ostinatamente resistito alle pressioni dell’Amministrazione Biden, che fin da subito, ha cercato di obbligarlo a un cedimento che avrebbe solo avvantaggiato Hamas.
L’ingresso imminente di Trump alla Casa Bianca ha di colpo cambiato lo scenario. Cosa si siano detti esattamente Steve Witkoff, il nuovo emissario per il Medio Oriente incaricato da Trump e Netanyahu, lunedì scorso, non si sa, ma quello che è certo è che dopo questo incontro Netanyahu ha deciso che l’accordo con Hamas andava fatto.
Al netto delle dietrologie, è chiaro che Netanyahu si è reso disponibile a pagare il prezzo che finora si era rifiutato di pagare perché Witkoff deve avere avuto a suo vantaggio argomenti persuasivi. Il più favorevole per Israele è quello per cui, dopo il fiele arriverà il miele, e che Trump starà dalla parte di Israele senza ambiguità, quello meno piacevole è la costrizione a piegare il capo per gratificare l’ego del nuovo presidente il quale si è già intestato il successo dell’accordo. Può darsi che entrambi gli elementi si siano intersecati.
Ciò che è certo è che dopo un anno e tre mesi di guerra, Hamas può riprendere fiato, un Hamas che pur essendo stato fortemente ridimensionato non è stato sconfitto. La sconfitta del nemico si ottiene solo con la sua completa resa, e una resa di Hamas è al momento inesistente.
I bellicosi annunci di esponenti Repubblicani facenti parte della nuova amministrazione, che di Hamas va fatta tabula rasa, seguiti dalla dichiarazione dello stesso Trump, che a Gaza non ci dovranno più essere terroristi, restano allo stato attuale annunci. Cosa accadrà esattamente una volta che Trump avrà assunto pieni poteri operativi non è dato saperlo. Quello che si può sperare, se si vuole farlo, è che dopo questo passo falso si riprenda la strada giusta che può essere solo una e una sola, la continuazione dell’operazione militare a Gaza e la sconfitta di Hamas, ovvero la sua completa resa.
La vittoria non prevede vie di mezzo, ombre, e se Hamas continuerà a permanere nella Striscia per Israele sarà una sconfitta. C’è da augurarsi che Trump lo comprenda chiaramente.
Un grosso cilindro, identificato come parte di un missile balistico Houthi, conficcato nel tetto di un'abitazione privata nell'area di Gerusalemme
L'aviazione israeliana ha intercettato sabato mattina un missile lanciato dai terroristi Houthi nello Yemen, come ha confermato l'esercito. L'attacco missilistico ha fatto scattare le sirene d'allarme in tutto il centro di Israele, anche a Tel Aviv e nella capitale Gerusalemme. Le milizie terroristiche sostenute dall'Iran in Yemen e in Iraq hanno dichiarato giovedì che cesseranno i loro attacchi contro Israele in seguito all'accordo di cessate il fuoco con Hamas. Mohammed Abdul Salam, portavoce degli Houthi, ha dichiarato che la “battaglia del gruppo [sta] giungendo alla sua conclusione con la dichiarazione di un cessate il fuoco a Gaza”. La tregua tra Israele e Hamas entrerà in vigore alle 8:30 di domenica (0630 GMT), ha annunciato sabato il Ministero degli Esteri del Qatar. Un missile balistico Houthi ha fatto scattare le sirene in tutto il centro di Israele martedì mattina presto, nel secondo attacco di questo tipo in poche ore. Le sirene, che hanno suonato poco dopo le 3 del mattino, hanno spaventato milioni di residenti nelle regioni di Gush Dan, Judean Foothills (Shfela) e Sharon. Gli atterraggi e i decolli all'aeroporto internazionale Ben-Gurion sono stati brevemente sospesi. Secondo la Polizia di Israele, i detriti dei missili hanno colpito case private a Moshav Mevo Beitar e Tzur Hadassah, nella zona di Gerusalemme. La polizia ha diffuso un'immagine di un grosso cilindro, identificato come parte del missile Houthi, conficcato nel tetto di una casa. Esperti di artificieri e altre forze di polizia sono stati dispiegati nei luoghi colpiti. Dal massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, gli Houthi sostenuti dall'Iran hanno lanciato circa 40 missili terra-superficie e 320 UAV verso Israele, secondo l'IDF. In risposta, l'IAF ha colpito più volte obiettivi Houthi in Yemen, tra cui il 10 gennaio. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha poi dichiarato che “proprio come avevamo promesso, gli Houthi stanno pagando, e continueranno a pagare, un prezzo pesante per la loro aggressione contro di noi”.
(JNS, 18 gennaio 2025)
L’Autorità Nazionale Palestinese raggiunge un fragile accordo con i terroristi in Cisgiordania
In realtà sembra davvero poco probabile che il Battaglione Jenin consegni le armi alla ANP
di Sarah G. Frankl
Fonti arabe confermano che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha raggiunto un accordo con il Battaglione Jenin che dovrebbe porre fine a una situazione di stallo durata oltre un mese nella città della Cisgiordania settentrionale e nel campo profughi adiacente. Dal mese scorso, l’Autorità Nazionale Palestinese ha avviato un’operazione antiterrorismo a Jenin, prendendo di mira il cosiddetto Battaglione Jenin, composto da agenti affiliati a gruppi terroristici quali Hamas e la Jihad islamica palestinese. Ramallah ha accusato l’Iran di aver finanziato e armato il Battaglione Jenin e altre fazioni armate in Cisgiordania. Quindici palestinesi sarebbero stati uccisi durante l’operazione, tra cui sei membri delle forze di sicurezza dell’ANP, otto civili e un sospetto terrorista. Anche una manciata di membri del Battaglione Jenin è stata arrestata dalle forze dell’ANP. Negli ultimi anni i gruppi armati hanno acquisito notevole importanza nella Cisgiordania settentrionale e l’Autorità Nazionale Palestinese ha perso in gran parte il controllo della zona. L’ANP ha avviato la sua operazione antiterrorismo in vista del ritorno alla Casa Bianca del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump, nel tentativo di dimostrare la sua capacità di mantenere la stabilità in Cisgiordania. All’inizio dell’operazione, il battaglione Jenin riuscì a rubare due veicoli appartenenti alle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, che successivamente intensificarono il raid nel campo profughi. Mentre l’operazione proseguiva, le parti hanno condotto trattative volte a raggiungere una tregua in base alla quale i gruppi armati avrebbero consegnato le loro armi in cambio dell’immunità. All’inizio di questa settimana si stava per raggiungere un accordo, ma i colloqui sono saltati dopo due attacchi aerei israeliani nel campo, martedì e mercoledì, in cui sono morte 12 persone, tra cui civili. Le IDF avevano sospeso qualsiasi attacco o incursione a Jenin quando l’Autorità Nazionale Palestinese aveva iniziato il raid, ma questa settimana hanno posto fine a tale politica. Una fonte palestinese ha ipotizzato che la decisione sia stata promossa da elementi di estrema destra nell’esercito e nel governo israeliani che non vogliono che l’Autorità Nazionale Palestinese abbia successo nel suo intento. Secondo la stessa fonte gli attacchi potrebbero essere stati concepiti anche per affossare la tregua che si stava profilando, qualcosa che Ramallah ritiene potrebbe calmare significativamente le tensioni nella Cisgiordania settentrionale. I colloqui sono ripresi giovedì e le parti sono riuscite a raggiungere un accordo venerdì sera, ha affermato la fonte. L’accordo dovrebbe prevedere che i membri del battaglione Jenin consegnino le loro armi e che consentano all’Autorità Nazionale Palestinese di operare liberamente nel campo profughi. Sono già stati segnalati veicoli dell’Autorità Nazionale Palestinese mentre entravano nel campo profughi con unità di artificieri per far detonare gli esplosivi che il Battaglione Jenin ha piazzato nell’area per danneggiare le forze israeliane e dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Se fosse soltanto segno di sciocchezza, e non anche di profonda malafede, si potrebbe lasciar lì a fare il suo povero lavoro l’argomento secondo cui l’accordo per il cessate il fuoco a Gaza e per la liberazione degli ostaggi, se non fosse stato per l’opposizione di Israele, si sarebbe potuto raggiungere anche molti mesi fa. Ma siccome nemmeno questa volta e nemmeno su questo argomento si tratta di superficialità facilona, ma della disinformazione impegnata maliziosamente ad affastellare ragioni d’accusa contro lo Stato ebraico, colpevole prima della guerra e colpevole poi di non avervi posto fine quand’era possibile, occorre rimettere insieme i pezzi.
A cominciare da quello grosso, vale a dire il Corridoio Filadelfia, cioè la linea che insiste sul confine meridionale della Striscia sempre attraversata, prima del presidio israeliano, dal fiume di armi che alimentava le capacità offensive di Hamas. Ebbene, diversamente rispetto allo schema odierno, le bozze di accordo dei mesi scorsi prevedevano un ritiro immediato e totale di Israele dal Corridoio.
Come tutti ricordano, l’intransigenza di Benjamin Netanyahu su quel punto fece guadagnare a Israele la patente dell’entità guerrafondaia disposta a sacrificare tutto, a cominciare dalla vita degli ostaggi, in omaggio a uno stralunato attaccamento a un fungibile pezzaccio di terra e sabbia. Non era così, evidentemente, e anche i militari – certo non tutti – che suggerivano a Bibi di accettare non si sognavano neppure di considerare irrilevante quella concessione, ma ritenevano semmai che valesse la pena di accordarla perché l’esercito sarebbe poi stato in grado di riprendere il controllo dell’area se, come era probabile, si fosse nuovamente prestata alle manovre di Hamas e ai passati passaggi di armamenti. Ma non è, ovviamente, tutto.
Che le bozze di accordo dei mesi passati – peraltro frustrate in primo luogo dai tira e molla di Hamas, non certo dai capricci israeliani, a tacere del bel regalo di sei ostaggi giustiziati con un colpo alla nuca – non possano essere in nessun modo paragonate alle linee dell’accordo ora in chiusura è spiegato con qualche definitività guardando a ciò che in questi mesi è successo. Se pure si trattasse (come non si tratta) di identici contenuti negoziali, l’accordo non è lo stesso prima o dopo l’eliminazione di Ismail Haniyeh, non è lo stesso prima o dopo l’eliminazione di Yahya Sinwar, non è lo stesso prima o dopo l’eliminazione di Hassan Nasrallah, non è lo stesso prima o dopo lo smantellamento di Hezbollah, non è lo stesso prima o dopo la caduta del regime siriano.
Tutte le cose che magari ci sarebbero state anche dopo (facciamo finta di poterlo ipotizzare) ma che, non essendoci allora, facevano lo scenario platealmente diverso; e che, essendoci ora, lo immutano in modo tale da privare di qualsiasi senso certe improbabili divagazioni sul presunto tempo perduto. Ma sono divagazioni che non hanno nulla a che fare con l’intelligenza delle cose e, al solito, con un rispetto anche vago per la verità. Adempiono alla solita, inesausta missione mistificatrice ed esprimono il solito, inesausto pregiudizio.
“Gli ostaggi sono l’arma principale di Hamas”. Parla Benny Morris
di Giulio Meotti
“Se la tregua si trasformerà in una vittoria di Hamas dipende da cosa succederà nei prossimi mesi”. Così al Foglio Benny Morris, 76 anni, professore emerito di Storia alla Ben Gurion University in Israele e noto per la sua ricerca innovativa sul conflitto israelo-palestinese. “Al momento è una piccola vittoria di Hamas nel senso che Netanyahu aveva detto che la guerra sarebbe finita con la distruzione di Hamas e Hamas è ancora lì, ha più combattenti oggi che all’inizio della guerra perché in questo anno ha reclutato molto ed è ancora capace di attaccare Israele dentro Gaza e al confine. Ora dipende da cosa succederà, se Hamas emergerà ancora al potere a Gaza. La vittoria più grande è di Trump, che ha costretto Netanyahu alla tregua e a rinunciare alla fine di Hamas”.
Nel lungo termine, il Jihad ne esce rafforzato. “Ai jihadisti non interessa la vita umana, ovviamente non degli israeliani ma neanche degli arabi, per loro possono andare in paradiso. 15-17 mila civili palestinesi sono stati uccisi e la popolazione di Gaza per i prossimi anni vivrà nelle tende. Forse Hamas alla fine sarà meno popolare a Gaza, ma chi lo sa? I fanatici islamici hanno calcoli diversi dagli occidentali”.
Benny Morris liquida così le chiacchiere da Teheran sulla “resistenza palestinese”. “L’Iran ha perso: ha perso Hezbollah, ha perso Assad, ha quasi perso Gaza, ha perso le sue difese aeree e ora fa solo propaganda”.
Imputa al governo d’Israele un passo falso enorme rispetto alle dichiarazioni dell’ultimo anno. “Netanyahu con l’accordo si è rimangiato la promessa che Israele non si sarebbe ritirato dal corridoio di Filadelfi al confine egiziano, essenziale per fermare l’ingresso di missili e altro materiale bellico. Lo stesso vale per il corridoio di Netzarim, che taglia in due la Striscia di Gaza: se un milione di gazawi potranno tornare alle loro case a nord, questo significa che sarà irreversibile per Israele”.
I cento ostaggi di Hamas si sono rivelati l’arsenale più prezioso dei terroristi. “L’uccisione di 1.200 israeliani e 250 ostaggi catturati è stato un terribile colpo psicologico per Israele, a cui si sono aggiunti gli ostaggi per oltre un anno nelle mani di Hamas. Questo ha anche deciso le sorti della guerra, perché Israele non ha potuto bombardare i tunnel di Gaza né entrare al loro interno senza mettere in pericolo la vita degli ostaggi. Quindi gli scudi umani sono stati la grande arma di Hamas. Inoltre, saranno rilasciati in totale 290 terroristi ergastolani e 1,687 altri prigionieri e detenuti in cambio degli ostaggi. Un grande successo per i fondamentalisti islamici. Nel 2011 per il solo Gilad Shalit hanno avuto oltre mille terroristi. E ora la misura è un soldato israeliano per cinquanta palestinesi. La società israeliana non è pronta a sacrificare questi ostaggi. Nella Seconda guerra mondiale i tedeschi rapirono il figlio di Stalin. E Stalin cosa fece? Disse loro: ‘Uccidetelo’. Israele non è fatto così. Siamo una società occidentale. Siamo una società basata sulla famiglia, una comunità, e poi le dimostrazioni fuori dalla casa di Netanyahu e dalla Knesset. Io penso che questa sia una debolezza, ma faccio parte di una minoranza. E’ una debolezza in guerra”.
Questa guerra ha dimostrato molte cose. “La prima è che Hamas il 7 ottobre ha capito che Israele non era forte come pensavano. Poi l’attacco ha riportato la questione palestinese al centro dell’agenda mondiale. Terzo, l’Iran ne esce indebolito e con lui i suoi proxy. E forse finirà con Israele che attacca le installazioni nucleari dell’Iran. Poi c’è la questione occidentale: l’attacco ha scatenato l’antisemitismo che è sempre stato latente. Da una parte l’odio per Netanyahu, dall’altra l’irrisolta questione palestinese, infine l’odio per gli ebrei. Non parlo di tutto l’occidente: Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno sostenuto militarmente Israele, ma sicuramente i campus”.
E anche fra le opinioni pubbliche c’è differenza: “In America c’è ancora una maggioranza solida del pubblico che sta con Israele”.
Accordo raggiunto tra Israele e Hamas: i primi ostaggi verranno rilasciati lunedì
di Luca Spizzichino
Dopo un ritardo di 24 ore, la crisi dell’ultimo minuto che aveva messo a rischio l’accordo sul cessate il fuoco e sul rilascio degli ostaggi sembra essere stata risolta. L’Ufficio del Primo Ministro ha annunciato che il gabinetto si riunirà oggi per approvare l’intesa, seguito da un incontro governativo. Tuttavia, alcune fonti sostengono che l’accordo non sia ancora definitivo e che, contrariamente alle previsioni iniziali, il governo non si riunirà venerdì, bensì sabato sera.
Questo slittamento posticipa l’inizio del cessate il fuoco e il primo rilascio degli ostaggi a lunedì, in concomitanza con l’insediamento del presidente eletto Donald Trump, che aveva indicato tale data come termine ultimo per il rilascio degli ostaggi. Secondo i termini dell’accordo, tre ostaggi saranno liberati il primo giorno, seguiti da altri quattro al settimo giorno. Il processo di approvazione include anche la pubblicazione della lista dei prigionieri palestinesi destinati al rilascio, seguita da un periodo per la presentazione di eventuali ricorsi all’Alta Corte. Poiché non è possibile presentare ricorsi nel fine settimana, il procedimento potrà iniziare solo sabato sera.
Sul fronte interno, la coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu è sotto pressione. Giovedì sera, il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha annunciato che lui e il suo intero partito si dimetteranno in segno di protesta contro l’accordo. Il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, pur opponendosi all’intesa, non ha ancora minacciato dimissioni immediate, ma ha chiesto che i combattimenti riprendano subito dopo la prima fase dell’accordo come condizione per restare nel governo. Il leader del partito Shas, Aryeh Deri, ha invece dichiarato che tutti gli ostacoli sono stati superati e che l’accordo sugli ostaggi è ormai in corso. Intervenendo alla conferenza annuale di Shas a Gerusalemme, ha riconosciuto le critiche all’accordo all’interno della coalizione: “Capisco l’opposizione, sento questo dolore. Non è facile rilasciare assassini, ma tutti sappiamo quanto sia importante il precetto del riscatto degli ostaggi”.
Dietro le quinte, il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, e il suo team hanno lavorato a Doha per ore con i mediatori, analizzando ogni singolo nome dei prigionieri da liberare. L’obiettivo era evitare che nella lista fossero inclusi terroristi considerati inaccettabili dai servizi segreti israeliani, ovvero figure simboliche che potrebbero rafforzare Hamas o ispirare nuovi attacchi terroristici. Questo ha causato un ritardo nella delegazione israeliana a Doha, ma ha anche permesso di consolidare l’accordo. Omer Dostri, portavoce del primo ministro israeliano, ha spiegato che uno dei punti di contesa riguardava la presenza delle forze israeliane nel Corridoio di Philadelphi. Hamas aveva richiesto modifiche alla disposizione delle truppe lungo l’asse durante il cessate il fuoco, ma secondo un funzionario israeliano si trattava solo di un “braccio di ferro dell’ultimo minuto”, e l’accordo è ormai “irreversibile”.
Anche il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha confermato che “ci sono ancora alcuni dettagli da risolvere, e stiamo lavorando intensamente su questo proprio ora”. Secondo un funzionario statunitense citato da Reuters, sia l’inviato di Biden per la regione, Brett McGurk, sia l’inviato di Trump, Steve Witkoff, si trovano ancora a Doha per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Gaza, ecco la lista dei 33 ostaggi che saranno liberati da Hamas
Nell’elenco di chi verrà rilasciato a cominciare da domenica pomeriggio c’è la famiglia Bibas. C’è anche Kfir, il bimbo che ha vissuto solo da sequestrato
C’è anche tutta la famiglia Bibas nell’elenco dei 33 ostaggi che saranno liberati, presumibilmente a cominciare da domenica pomeriggio, nel giro di 42 giorni. Non si sa quanti e quali di questi siano vivi, probabilmente 23, o morti o in che condizioni si trovino o quali ostaggi usciranno per primi o l’ordine nel quale saranno fatti uscire.
• Dubbi sulle sorti degli ostaggi La famiglia dai capelli rossi, è una di quelle più note. Furono rapiti dal Kibbutz Nir Oz. All’epoca, Kfir, il più piccolo dei due fratellini, aveva 9 mesi, Ariel 4. Durante l’attacco al loro kibbutz, furono uccisi circa 180 persone, tra le quali i genitori di Shiri, la madre dei due bambini. Kfir, che domani compirà due anni, ha trascorso la maggior parte della sua vita come ostaggio di Hamas. Se vivo. Si, perché a novembre di due anni fa Hamas disse che la mamma e i due bambini erano stati uccisi in un attacco israeliano. Di loro c’è solo il video di quando furono rapiti, dove si vede la donna stringere al corpo i due piccoli dai capelli rossi, mentre vengono portati via dai miliziani di Hamas. Un altro video fu fatto circolare mesi dopo, che riprendeva da lontano una donna coperta e velata che sembrava recare due piccoli in grembo e qualcuno la identificò con Shiri. Yarden, il padre trentaquattrenne, è stato tenuto in luogo diverso dai suoi figli e da sua moglie, sin dall’inizio. Hamas diffuse un video a dicembre 2023 nel quale lui piangeva e accusa Netanyahu di aver bombardato i suoi figli, avendo saputo da Hamas che erano morti. Da allora, non ci sono conferme sulla vita né dei piccoli né dei genitori. Nell’elenco degli ostaggi da liberare c’è anche Liri Albag, l’ultimo ostaggio di Hamas del quale si ha un video. In questo, diffuso dal gruppo di Gaza all’inizio di questo mese, la ragazza accusa di non essere una priorità per il governo e i soldati, il mondo di averla dimenticata, i militari di bombardare senza sosta mettendoli in pericolo, di stare giocando con il loro futuro e che l'esercito non sarà in grado di tirarli fuori vivi. L’accordo prevede che i primi tre ostaggi vengano liberati domenica, quattro dopo sette giorni, tre ogni sette giorni fino all’ultima settimana quando saranno liberati tutti. L’elenco, che comprende anche cittadini con nazionalità americana, francese e russa, contempla 10 donne, due bambini, undici uomini ultracinquantenni, e altrettanti sotto i 50 anni. L’accordo prevede che siano liberati in questa prima fase donne, bambini, uomini sopra i cinquant’anni e civili malati o feriti. Per ogni ostaggio, dalle carceri israeliane usciranno una trentina di prigionieri, a seconda se l’ostaggio e vivo o morto; 50 se l’ostaggio è una donna soldato. Tra gli ostaggi nella lista, anche i due ragazzi, Hisham al-Sayed e Avera Mengistu che, rispettivamente nel 2015 e nel 2014 entrarono a Gaza e da allora sono ostaggio di Hamas.
Ecco i nomi che compongono la lista: 1. Liri Albag 2. Itzhik Elgarat 3. Karina Ariev 4. Ohad Ben-Ami 5. Ariel Bibas 6. Yarden Bibas 7. Kfir Bibas 8. Shiri Silberman Bibas 9. Agam Berger 10. Romi Gonen 11. Danielle Gilboa 12. Emily Damari 13. Sagui Dekel-Chen 14. Yair Horn 15. Omer Wenkert 16. Alexander Troufanov 17. Arbel Yehud 18. Ohad Yahalomi 19. Eliya Cohen 20. Or Levy 21. Naama Levy 22. Oded Lifshitz 23. Gadi Moshe Moses 24. Avera Mengistu 25. Shlomo Mansur 26. Keith Siegel 27. Tsahi Idan 28. Ofer Calderon 29. Tal Shoham 30. Doron Steinbrecher 31. Omer Shem-Tov 32. Hisham Al Sayed 33. Eli Sharabi
Un alto funzionario di Hamas ringrazia Turchia, Sudafrica, Algeria, Russia, Cina, Malesia, Indonesia, Belgio, Spagna e Irlanda per il loro sostegno. di Akiva Van Koningsveld
L'alto funzionario di Hamas Khalil al-Hayya pronuncia un discorso durante la preghiera del venerdì a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, il 12 giugno 2015
Nella sua prima dichiarazione pubblica dopo aver accettato l'accordo di cessate il fuoco con lo Stato ebraico, mercoledì sera, l'alto funzionario di Hamas Khalil al-Hayya ha riaffermato l'impegno dell'organizzazione terroristica per la distruzione di Israele. Secondo al-Hayya, il gruppo terroristico è riuscito a vanificare gli “obiettivi dichiarati e nascosti” di Israele durante i negoziati. “Oggi dimostriamo che l'occupazione non sconfiggerà mai il nostro popolo e la sua resistenza”, ha dichiarato in un discorso televisivo di 18 minuti da Doha. Gerusalemme ha “messo al sicuro i suoi prigionieri solo attraverso un accordo con la resistenza per porre fine alla guerra e all'aggressione e attraverso un onorevole scambio di prigionieri”, ha affermato al-Hayya. Al-Hayya ha descritto il massacro del 7 ottobre 2023, in cui 1.200 persone sono state uccise in Israele, come un risultato “miracoloso” e ha dichiarato che le atrocità “rimarranno una fonte di orgoglio per i palestinesi” che sarà “tramandata per generazioni”. L'attacco terroristico “ha colpito il cuore del nemico e, se Allah vuole, porterà al ripristino di tutti i nostri diritti”, ha dichiarato il leader di Hamas. I terroristi di Hamas “espelleranno l'occupazione dalla nostra terra e da Al Quds [Gerusalemme] il prima possibile”, ha promesso al-Hayya, aggiungendo: “Il nostro nemico non ci lascerà mai vivere un momento di debolezza”. Al-Hayya ha pianto la morte dei leader di Hamas Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Saleh al-Arouri, “i leader martiri i cui corpi sono stati straziati in questa battaglia”, e ha ringraziato i gruppi terroristici palestinesi che hanno combattuto al loro fianco durante la guerra. “Ricordiamo anche le posizioni penetranti di molti Paesi che ci hanno affiancato in vari campi”, ha detto il leader terrorista, elogiando il sostegno di Turchia, Sudafrica, Algeria, Russia, Cina, Malesia, Indonesia, Belgio, Spagna e Irlanda, oltre che dei ‘popoli liberi del mondo’. “Ricordiamo anche gli sforzi dei fratelli della Repubblica islamica dell'Iran che hanno sostenuto la nostra resistenza e il nostro popolo, hanno preso parte alla battaglia e hanno colpito il cuore dei sionisti nelle due operazioni”, ha detto, riferendosi agli attacchi missilistici di Teheran contro lo Stato ebraico il 1° aprile e il 1° ottobre. “Ringraziamo tutti coloro che ci hanno sostenuto con parole, penne, voci, immagini, marce, dimostrazioni, l'arma del boicottaggio, gli sforzi politici e diplomatici, le azioni legali e alzando la voce contro l'aggressione e l'oppressione”, ha aggiunto. Il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato mercoledì che Israele e Hamas hanno accettato il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. “Questo epico accordo per il cessate il fuoco poteva nascere solo grazie alla nostra storica vittoria di novembre, che ha segnalato al mondo intero che la mia amministrazione cercherà la pace e negozierà accordi per garantire la sicurezza di tutti gli americani e dei nostri alleati”, ha dichiarato Trump in un post su Truth Social. Al Jazeera ha riferito che le delegazioni di Hamas, su istruzioni di al-Hayya, hanno consegnato l'accordo formale del gruppo ai mediatori in Qatar e in Egitto. Alla notizia dell'imminente cessate il fuoco, sono scoppiati festeggiamenti di massa a Gaza, in Giudea e Samaria, secondo quanto riportato dai media locali. Terroristi armati di Hamas sono usciti dai tunnel per festeggiare, ha riferito RT. L'emittente statale russa ha pubblicato il filmato di un terrorista di Hamas che ha promesso di “rimanere sul terreno” dopo l'accordo di cessate il fuoco. La Jihad islamica palestinese, il secondo gruppo terroristico della Striscia di Gaza dopo Hamas, ha accolto l'accordo come “onorevole”. “Oggi, il nostro popolo e la sua resistenza hanno fatto rispettare un accordo onorevole per fermare l'aggressione”, ha dichiarato mercoledì la PIJ, giurando di ‘rimanere vigili per assicurare la piena attuazione di questo accordo’. La Guida Suprema iraniana , l'ayatollah Ali Khamenei, ha affermato in un post sui social media in lingua ebraica che la “resistenza” sostenuta da Teheran ha costretto lo Stato ebraico a “ritirarsi”, aggiungendo: “Sarà scritto nei libri che c'era una plebaglia che una volta ha ucciso migliaia di bambini e donne a Gaza”. Anche il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell'Iran ha salutato l'accordo come “una chiara vittoria e una grande vittoria per la Palestina e una sconfitta ancora più grande per il mostruoso regime sionista”. Nella prima fase dell'accordo verranno rilasciati 33 dei 98 ostaggi detenuti da Hamas a Gaza. Secondo quanto riportato, l'accordo prevede lo scambio di nove prigionieri malati e feriti con 110 terroristi palestinesi che scontano l'ergastolo nelle carceri israeliane. Inoltre, nella prima fase dell'accordo, le forze israeliane dovranno ridurre la loro presenza militare nel Corridoio di Filadelfia, lungo il confine tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Le forze israeliane inizieranno a ritirarsi dal corridoio il 42° giorno della prima fase, dopo la liberazione dell'ultimo ostaggio rilasciato in questa fase, e completeranno il ritiro entro il 50° giorno.
(Israel Heute, 17 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it) ____________________
Per l'alto sostegno ricevuto per la vittoria su Israele, l'alto funzionario di Hamas elogia non solo i popoli a loro amici, ma anche "i popoli liberi", cioè quelli a trazione americana, quelli che chiedono a Israele di essere pronto a sacrificare la propria esistenza al fine di salvare la libertà dell'Occidente libero. Viva la libertà! M.C.
Di Segni contro il Papa: ‘ha alimentato ostilità contro Israele’
Il rabbino capo Riccardo Di Segni critica le dichiarazioni sbilanciate del papa sul conflitto tra Hamas e lo Stato di Israele.
ROMA – “Questo è un momento nel quale sembra che la Chiesa, o almeno una sua parte, stia cedendo di nuovo alla tentazione di tagliare i ponti con l’ebraismo. La guerra che si è scatenata dal 7 ottobre del 2023 ha avuto tra le sue vittime collaterali il dialogo ebraico-cristiano”. E’ stato una lunga alzata di scudi, che ha preso di mira anche il Papa, l’intervento del rabbino di Roma Riccardo Di Segni all’incontro “Pellegrini di speranza” di questo pomeriggio alla Pontificia Università Lateranense per la 36/a Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei. “Nel mondo si è sollevata un’ondata di ostilità anti-israeliana, in alcuni casi informalmente limitata alla critica del governo e del suo premier ma poi allargata al popolo ebraico, che nel frattempo si era stretto solidale con le sorti di Israele minacciato”, ha rilevato Di Segni, secondo cui “le accuse contro Israele hanno rinfocolato e fatto leva su sentimenti anti-ebraici mai sopiti”. Per il rabbino di Roma, “il vocabolario usato è stato funzionale alla demonizzazione e al ribaltamento del senso di colpa per il ‘genocidio’ con parole e concetti propri di una tradizione di ostilità millenaria: la crudeltà degli ebrei, la volontà di vendetta, l’attacco ai bambini ecc”.
Di Segni ha sottolineato che “la tragedia in corso non coinvolge solo Gaza ma l’intera regione, e comporta un rischio epocale per Israele che non è stato compreso o è stato sottovalutato. E questi concetti e vocaboli accusatori di Israele anziché essere bilanciati con una visione obiettiva sono stati ripresi da una parte della Chiesa. Dalla base fino al vertice. E così ha fatto da cassa di risonanza e avallo morale alla condanna”. Nel suo ‘j’accuse’, il rabbino ha voluto allargare la prospettiva “a quanto succede nel mondo, non tanto lontano da noi. Cifre recenti: Sudan meridionale 400 mila morti; Yemen 400 mila morti; Siria almeno 400 mila; Tigray in Etiopia almeno 300 mila; 13 milioni di rifugiati e 24 milioni di profughi all’interno dei Paesi. E per quanto riguarda il numero dei cristiani in Medio Oriente che cala vertiginosamente, nel solo Iraq da un milione e mezzo a 250 mila”. Su tutta questa “lista incompleta degli orrori in corso”, Di Segni ha puntato il dito contro i “vertici della Chiesa cattolica” per quanto riguarda “le sue omissioni, distrazioni, basso profilo, citazioni generiche”, che stridono “con l’attenzione sistematica e quasi quotidiana delle parole di riprovazione e condanna nei confronti di Israele”. “Motivazione formale – ha aggiunto – la nobilissima e condivisibile compassione per i sofferenti e la condanna della crudeltà della guerra. Che però, quando è monolaterale e monotematica, è sospetta”. “Sappiamo che il Papa ogni giorno è al telefono con il parroco di Gaza – ha insistito Di Segni -: quante telefonate ha fatto in Sudan, Siria, Etiopia, Congo, Yemen, quante volte ne ha parlato? Non lo sappiamo. Però sappiamo che con l’appoggio mediatico della Chiesa o di una parte della Chiesa, autorevole peraltro, Israele nel senso originale del popolo ebraico e poi dello Stato che ha questo nome, è tornato sul banco degli imputati”.
Nella sua sequela di critiche al Papa, Di Segni ha obiettato anche il fatto che “a proposito del conflitto israeliano-palestinese si è espresso parlando di ‘sproporzione’ riferendosi alla reazione israeliana. La vera sproporzione è un’altra. E’, a confronto con altri eventi ben più tragici, l’attenzione mediatica concentrata su quei fatti. La propaganda avvelenata e menzognera che fa presa sulle persone. E perché c’è questa sproporzione? Perché c’è di mezzo Israele. In America con amara ironia usano un gioco di parole: ‘No jews no news’, se non ci sono ebrei non c’è notizia. E perché? Perché malgrado gli ebrei siano una piccola minoranza dell’umanità sono spesso al centro di avvenimenti di eccezionale gravità e di un’attenzione eccessiva”. E “quello che stiamo vedendo negli ultimi mesi è la ripetizione di uno schema antico, costante: Israele rappresenta per molti un nervo scoperto che basta stimolare per evocare reazioni eccessive. E’ un enigma, un problema irrisolto, una realtà con la quale è difficile convivere in pace, un ostacolo all’equilibrio delle persone e della società. E non è un caso che questa difficoltà trovi espressione proprio nelle parole critiche del capo di milioni di fedeli”.
La Parashà di Shemot ci avvia sulla strada della redenzione, una strada che trova alcune svolte inaspettate lungo il cammino. Il primo problema che incontriamo è l’incomprensione del processo. Il primo tentativo di Moshè di liberare gli ebrei fallisce. Peggio ancora, il Faraone decide che gli ebrei hanno troppo tempo libero, con l’effetto immediato che non viene più fornita loro la paglia di cui hanno bisogno per fabbricare i mattoni per costruire le città. Con le loro vite ancora più appesantite, i leader del popolo ebraico supplicano il Faraone, che respinge le loro richieste, quindi rivolgono la loro ira su Moshè e Aharon, colpevoli, secondo loro, di aver peggiorato le loro condizioni. Moshè, a sua volta, si lamenta con Hashem: “
“O mio Signore, perché hai portato del male a questo popolo? Perché mi hai mandato? Da quando sono andato dal Faraone per parlare in Tuo nome, lui ha trattato questo popolo peggio; e ancora Tu non hai liberato il tuo popolo”.” (Shemot 5;22-23). Attraverso questi pesukim sembra quindi emergere un Moshè dubbioso, o un Moshè al quale viene instillato un dubbio. Analizzando questi pesukim, Ibn Ezra si chiede cosa stesse turbando Moshè, quando Hashem stesso gli aveva detto che il Faraone non avrebbe liberato subito il popolo ebraico se non dopo tutta una serie di miracoli: “
Eppure so che il re d’Egitto vi lascerà andare solo a causa di una potenza superiore (Shemot 3;19). Se Moshè sapeva che la redenzione non sarebbe arrivata al primo tentativo, perché si lamentava?La risposta è che Moshè era cosciente che il processo non sarebbe stato semplice. Quello che però si aspettava era che già dopo la prima volta, dopo il primo incontro con il Faraone, si sarebbe arrivati ad una riduzione della sofferenza degli ebrei, sofferenza che invece aumenta. Questo anche perché D'o stesso aveva detto a Moshè: “Ho osservato attentamente la miseria del Mio popolo in Egitto e ho ascoltato il grido che rivolgono i suoi sovrintendenti; ho visto le sue sofferenze” (Shemot 3;7), che aveva visto le afflizioni degli ebrei, era sceso, per così dire, per salvare gli ebrei dagli egiziani, Moshè non riusciva a capire perché Hashem avrebbe permesso che quei problemi si aggravassero. Non capiva perché lui, Moshè, fosse stato mandato senza alcuna risposta da dare agli ufficiali ebrei che lo avevano rimproverato. Ibn Ezra pensa che Moshè (anche forse solo perché questi fatti accadono presto nella sua carriera di leader) potrebbe non vedere in questa fase il piano divino completo, anche se buona parte di questo era stato condiviso con lui. Le vie di Hashem sono spesso penetrabili anche per i più grandi tra noi. La seconda incomprensione è che Aharon non sarà sufficiente e che la richiesta di Moshè di essere affiancato da Aharon nel suo affrontare il Faraone costituisce per Moshè una sorta di vittoria di Pirro (Shemot 4:15: “
Tu gli parlerai e metterai le parole nella sua bocca. Io sarò con te e con lui mentre parlerete e dirò a entrambi cosa dovrete fare“). Dopo aver detto che Moshè avrebbe dovuto mettere, letteralmente, le parole nella bocca di Aharon, D'o aggiunge che sarà con la bocca di Mosè e Aharon, per istruirli su cosa fare. Lo Sforno pensa che le parole di Hashem mostrino l’inutilità delle proteste di Moshè. Questo è testimoniato dal fatto che sebbene D'o abbia esplicitamente riconosciuto la maggiore abilità oratoria di Aharon, questa necessita comunque dell’aiuto di Hashem affinché il Faraone rispondesse alle loro parole. Questa risposta di D'o è in realtà una risposta a Moshè: Se Io sono con te, non importa se ti reputi bravo o meno, potrai affrontare la situazione anche da solo. Questo messaggio è rafforzato da un altro episodio. Dopo che Moshè è stato persuaso da D'o ad intraprendere la missione di condurre gli ebrei fuori dall’Egitto, gli viene comandato:
“e prenderai in mano questo bastone con cui farai i miracoli” (Shemot 4:17). Moshè quindi procede a congedarsi da suo suocero e lascia Midian per il pericoloso viaggio in Egitto. In obbedienza al comando divino, leggiamo, “
e Moshè prese in mano il bastone di D'o” (Shemot 4:20). In quel momento, D'o si rivolge a Moshè e dice, quando tornerai in Egitto, assicurati di fare davanti al Faraone tutti i miracoli “
che ho messo nella tua mano” (Shemot 4:21). Perché, chiede Abarbanel, D'o non menziona il bastone come l’agente con cui i miracoli devono essere effettuati? Non aveva ordinato a Mosè di portarlo con sé? Sembra che D'o stia evitando di proposito di menzionare il bastone. Per quale motivo? Lo stesso Abarbanel fornisce una risposta che è, nella sua intuizione psicologica, di un significato senza tempo. Moshè aveva una paura naturale di tornare in Egitto. Era considerato dal Faraone un ricercato, un nemico pubblico. Gli stessi ebrei non avevano una gran considerazione di lui. Quindi Moshè era probabilmente contento quando D'o gli comanda di prendere il “bastone di D'o”. Questo divenne per lui la garanzia della sua stessa sicurezza mentre si imbarcava in questa impresa altamente pericolosa. In quel preciso momento, D'o interviene facendogli notare come il bastone sia solo uno strumento che di per sé non ha alcun valore speciale. “
Guarda tutte le meraviglie che ho posto nella tua mano” – è lì che risiedono la capacità di grandezza, la sicurezza della missione e le redini del destino: “beyadekha”, nella tua mano. Il bastone è meramente uno strumento divino, sono Io che ho chiesto che tu lo porti con te. Ma nel momento in cui un uomo ripone la sua fede in un bastone, nega la fede in se stesso e indebolisce la sua fede in Me. Quando il bastone diventa una stampella per l’uomo, interrompe il dialogo di fede tra D'o e l’uomo stesso. L’interpretazione di Abarbanel di questo dialogo tra D'o e Moshè è significativa per tutti noi in ogni momento. Nelle leggi sulla tefillà, lo Shulcĥan Arukh (Orach Chayim 94:8) insegna che durante la recitazione della Amidà è improprio appoggiarsi all’amud, ad un tavolo o ad un supporto. Nelle nostre relazioni con D'o, dobbiamo avvicinarci a Lui direttamente. Questa è una peculiarità dell’ebraismo. Dobbiamo stare in piedi sulle nostre gambe e prendere i nostri destini spirituali “beyadekha”, nelle nostre mani. Cercare un Rabbino o uno studioso come insegnante della Torà, significa usare correttamente il bastone di D'o. Ma guardare al Rabbino come qualcuno su cui appoggiarsi ed evitare così le proprie responsabilità religiose intime, personali, come un osservatore vicario dei propri obblighi religiosi, questo significa usare una stampella. Dobbiamo fare affidamento su D'o, non sul Suo bastone sul Creatore, non sulle Sue creature. La Parashà di Shemot è piena di esempi positivi di persone che hanno preso decisioni importanti e fondamentali grazie alle capacità innate e peculiari che D'o ha messo “beyadecha”, nella loro mano. Le decisioni e le azioni di Miriam, di Yocheved, di Batya, sono atti straordinari che sono stati fondanti per il popolo ebraico. Naturalmente nessuno ci chiede di essere leader del calibro di Moshè, Aharon, Miriam, Yocheved, Amram ed altri. Quello che ci viene insegnato è di imparare a riconoscere quelle che sono le nostre capacità, quello che è il nostro valore, quello che ci contraddistingue, e sviluppare queste capacità per la nostra crescita personale. Attraverso l’osservare le mitzvot, attraverso atti di “eroismo quotidiano”, atti di chesed, tzedakà e comportamenti corretti, D'o ci manda la berachà di poter effettuare cose straordinarie “beyadecha”, con le nostre mani, rendendoci capaci non solo di migliorare noi stessi e di influenzare chi ci sta intorno, ma anche di innescare un circolo virtuoso nel quale potremo stupirci e renderci conto di quante cose che noi consideriamo alla stregua di miracoli siamo in grado di fare, anche collaborando tra di noi, ma senza bisogno di ulteriori orpelli.
(Kolòt - Morashà, 17 gennaio 2025) ____________________
La notizia arrivata ieri dell’intesa raggiunta è stata salutata positivamente dal mondo ebraico internazionale e italiano. La presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei), Noemi Di Segni, ha auspicato che l’intesa possa rappresentare l’inizio di un processo di stabilizzazione per l’intera regione mediorientale. «In questi drammatici mesi in cui Israele è stata attaccata da più fronti non solo militarmente, ma anche da una terribile propaganda di distorsione mediatica, fatta di accuse infondate da parte delle principali organizzazioni internazionali e di decisioni della Corte internazionale di Giustizia, il contesto geopolitico risulta travolto e cambiato. La pace è una parola immensa ed è sempre nel nostro orizzonte; ed è evidente che la vera pace per il popolo palestinese dipende anzitutto dalla sua leadership», ha dichiarato Di Segni, impegnata ieri in un incontro con il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, assieme ai vertici della Comunità ebraica di Roma, tra cui il rabbino capo Riccardo Di Segni e il presidente Victor Fadlun. Accolto al Tempio spagnolo della capitale, il ministro ha visitato il Tempio Maggiore ed il Museo ebraico di Roma. Un’occasione per confrontarsi sui rapporti tra il mondo ebraico e Israele, l’antisemitismo e le minacce dell’odio esploso dopo il 7 ottobre.
«Qui nelle nostre comunità e città europee l’imperativo è la lucidità, dettata da un prudente equilibrio: basta a slogan unilaterali che invitano a eliminare Israele, basta a bandiere di un colore solo affisse su balconi anche istituzionali», ha affermato Di Segni. «Lanciamo quindi l’appello a cessare anche il fuoco della distorsione e dell’odio antisemita, a dismettere l’uso di parole come genocidio e crimini di guerra per situazioni assai differenti: parole di cui l’imperativo della Memoria impone di non abusare».
Accordo a rischio: Israele accusa Hamas di creare una crisi
di Luca Spizzichino
Quella che fino a ieri sembrava essere una partita chiusa, si è incredibilmente riaperta. Sebbene Stati Uniti e Qatar, mediatori dell’intesa, abbiano dichiarato mercoledì sera che l’accordo fosse stato raggiunto, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha evitato commenti pubblici, affermando che si esprimerà solo quando i termini saranno definitivi e ha accusato, attraverso il suo Ufficio, Hamas di fare marcia indietro su alcuni punti, creando una “crisi” che impedisce la finalizzazione dell’accordo. In una dichiarazione ufficiale in inglese e in ebraico, il governo israeliano ha affermato: “Hamas sta rinnegando gli accordi e creando una crisi dell’ultimo minuto che sta impedendo la firma dell’intesa. Il gabinetto non si riunirà fino a quando i mediatori non notificheranno a Israele che Hamas ha accettato tutti gli elementi dell’accordo.” Il capo del Mossad, David Barnea, inviato a Doha sabato notte per i negoziati, nel frattempo si trova ancora nella capitale del Qatar.
Alcune fonti riferiscono che il ritardo nella convocazione del gabinetto sarebbe dovuto anche ai tentativi di ottenere il sostegno del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il quale ha minacciato di lasciare il governo insieme al ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir se la guerra dovesse terminare.
Secondo l’ufficio del Primo Ministro tuttavia, il nodo principale del contendere riguarda l’identità dei prigionieri palestinesi che dovrebbero essere rilasciati. Israele accusa Hamas di voler “imporre l’identità di questi assassini”, in contrasto con gli accordi precedenti. Tuttavia, una copia trapelata dell’intesa, la cui autenticità è stata confermata da The Times of Israel, stabilisce che il rilascio dei prigionieri avverrà “in base a liste concordate da entrambe le parti.” Secondo l’intesa, la prima fase del cessate il fuoco durerà sei settimane e prevede la liberazione graduale di 33 ostaggi israeliani, compresi due detenuti a Gaza da anni. Durante questa fase, Israele si ritirerà gradualmente dalle zone densamente popolate della Striscia di Gaza, inclusa la zona del Corridoio di Netzarim, e si dispiegherà lungo un perimetro di 700 metri al confine con Gaza. Il valico di Rafah con l’Egitto verrà aperto per permettere ai civili e ai feriti di lasciare la Striscia dopo la liberazione di tutte le donne ostaggio. A partire dal 16° giorno, inizieranno i negoziati per la seconda fase dell’accordo, che prevederebbe il rilascio degli altri 65 ostaggi ancora in mano ad Hamas.
Un membro di Hamas, Izzat el-Risheq, ha ribadito che il gruppo terroristico resta impegnato nel rispetto dell’accordo annunciato dai mediatori, tuttavia la situazione resta tesa e incerta, con Israele che attende una risposta definitiva da Hamas e dal Qatar prima di procedere con la ratifica dell’accordo.
Trump e gli israeliani potrebbero rimpiangere l'accordo sugli ostaggi
Le minacce contro Hamas e i suoi alleati e le pressioni su Netanyahu hanno chiaramente svolto un ruolo decisivo. Tuttavia, la probabile rinascita di uno Stato terrorista creerà nuovi problemi all'alleanza.
Famiglie e sostenitori degli ostaggi nella Striscia di Gaza ascoltano l'accordo per il rilascio dei prigionieri fuori dalla base militare di Kirya a Tel Aviv il 15 gennaio 2025
GERUSALEMME - Per la maggior parte dei sostenitori di Israele, il 20 gennaio e l'inizio del secondo mandato del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump non sarebbero potuti arrivare abbastanza presto.
La debolezza del presidente Joe Biden e la sua politica di appeasement nei confronti dell'Iran, così come le sue politiche ambivalenti e i suoi rimproveri pubblici allo Stato ebraico, sono diventati una routine dopo gli attacchi terroristici guidati da Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre 2023, che hanno ucciso 1.200 persone e ne hanno deportate 251 nella Striscia di Gaza. Le conseguenze di questo attacco hanno minato l'alleanza tra i due Paesi negli ultimi 15 mesi. I successi militari delle Forze di Difesa israeliane contro i terroristi di Hamas a Gaza e gli Hezbollah in Libano lo scorso anno sono stati il risultato della coraggiosa decisione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu di rifiutare i terribili consigli di Biden e dei suoi team di politica estera e di sicurezza.
Ma sembra che la seconda amministrazione statunitense sotto Trump abbia già commesso il suo primo errore di politica estera prima del suo insediamento lunedì.
L'accordo appena annunciato per il rilascio degli ostaggi e il cessate il fuoco tra Israele e Hamas potrebbe essere in gran parte il risultato delle minacce di Trump contro i terroristi e i loro alleati, insieme alle pressioni esercitate su Netanyahu dal nuovo inviato americano per il Medio Oriente Steven Witkoff. Se Hamas non rinnegherà l'accordo all'ultimo minuto, contrariamente alla sua prassi precedente, l'ex e futuro presidente avrà ottenuto ciò che voleva.
• Rispondere alle minacce
Trump ha ripetutamente affermato di volere la liberazione degli ostaggi prima del suo insediamento e ha giurato che avrebbe “scatenato l'inferno” se ciò non fosse avvenuto. Si è trattato di un'allusione tanto ai finanziatori e ai sostenitori di Hamas, come il Qatar e l'Iran, quanto ai terroristi. Ma se le notizie sono vere, è stata anche la dura pressione esercitata da Witkoff su Netanyahu a costringere il primo ministro a fare concessioni sotto forma di condizioni favorevoli, come il ritiro di Israele da Gaza e il rilascio in massa dei terroristi imprigionati, tra cui molti con le mani sporche di sangue.
I critici di Netanyahu in patria e all'estero hanno frainteso la sua lodevole riluttanza a fare un accordo che avrebbe minato la sicurezza di Israele e portato a nuove atrocità come quella del 7 ottobre in futuro, come motivata da mere politiche di potere. Tuttavia, mentre esercitava pressioni su di lui, mentre Biden e il Segretario di Stato Antony Blinken esercitavano pressioni su di lui (e mentre sembra ricevere poco credito per ciò che ha ottenuto), Netanyahu ha dimostrato ancora una volta la sua disponibilità a pagare un prezzo elevato per ottenere il rilascio di almeno alcuni degli israeliani ancora detenuti da Hamas.
Hamas è sempre stato il principale ostacolo a un accordo sugli ostaggi. I suoi leader hanno ripetutamente ostacolato i negoziati, anche se Israele è stato disposto a fare gravi concessioni per liberare gli uomini, le donne e i bambini rapiti nell'orgia palestinese di omicidi di massa, torture, stupri e distruzione selvaggia che ha scatenato l'attuale guerra.
Nonostante le sofferenze che Hamas ha inflitto al suo stesso popolo, le sconfitte delle sue squadre del terrore e la morte dei suoi leader, il gruppo terroristico si rifiuta ostinatamente di porre fine ai combattimenti. Si aggrappa alle convinzioni che hanno portato alla decisione di violare il confine di Israele 15 mesi fa. Sono certi che gli Stati Uniti e una comunità internazionale ostile a Israele prima o poi costringeranno Gerusalemme a piegarsi alla loro volontà. E mentre non c'è leader al mondo più ostile a loro, o al loro obiettivo genocida di distruggere lo Stato ebraico, di Trump, sembra che abbia fatto proprio questo [cioè Trump ha costretto Gerusalemme a piegarsi alla volontà di Hamas, ndt]. .
Al presidente eletto va riconosciuto il merito di aver parlato con una chiarezza morale sulla presa di ostaggi da parte di Hamas che pochi nell'amministrazione statunitense di Biden hanno espresso. Sebbene i suoi molti critici considerino Trump incapace di empatia, questo problema gli sta ovviamente a cuore. Il suo sostegno a Israele, che non ha eguali in nessun altro presidente americano, gli ha fatto guadagnare la fiducia degli israeliani.
Ma per quanto i cittadini israeliani e tutte le persone oneste del mondo si rallegrerebbero per il rilascio di anche uno solo degli ostaggi come risultato di questi negoziati, sembra che tutto ciò riguardi principalmente l'ottica in vista dell'insediamento di Trump e dell'inizio di un secondo mandato. Vuole che si ripeta il precedente del 1981, quando il Presidente Ronald Reagan entrò in carica annunciando il rilascio degli ostaggi americani detenuti dall'Iran. Vuole anche entrare in carica senza guerre in Medio Oriente, o almeno con un cessate il fuoco nella guerra di Gaza, per affermare di essere stato una forza di pace.
Questo desiderio non deve essere liquidato come una mera funzione del suo presunto isolazionismo. L'opposizione di Trump al coinvolgimento degli Stati Uniti in nuove guerre in Medio Oriente è sostenuta dalla stragrande maggioranza del popolo americano. È anche saggia, viste le disavventure dei suoi predecessori e i disastri che si sono verificati sotto la guida di Biden a causa della sua scarsa capacità di giudizio, del suo ostinato desiderio di ripetere gli errori di Barack Obama e del suo evidente declino mentale.
Ma spingere per questo accordo sugli ostaggi, come indicano i rapporti sui suoi termini, porterà quasi certamente a una ripresa del controllo di Hamas su Gaza. Questo non fa altro che mettere Gerusalemme e Washington di fronte a problemi futuri che metteranno alla prova sia il sostegno di Trump a Israele sia la sua lodevole preferenza per l'assenza di guerre.
• Pesare moralmente l'accordo sugli ostaggi
Non esiste un equilibrio morale coerente o oggettivo con cui i leader nazionali possano giudicare se le concessioni che stanno facendo per garantire il rilascio dei cittadini rapiti stiano facendo più male che bene. Inoltre, sono sottoposti a pressioni insopportabili da parte delle loro famiglie e dei loro sostenitori nella popolazione e nella stampa. Nel caso di Netanyahu, la situazione è aggravata dal fatto che i suoi avversari politici si sono ampiamente appropriati del movimento per il rilascio degli ostaggi.
Come ho potuto constatare personalmente, la retorica dei raduni settimanali nella “Piazza degli ostaggi”, di fronte al Museo d'Arte di Tel Aviv, è spesso suonata come se Netanyahu fosse il rapitore - e come se fosse l'unico responsabile della loro attuale condizione e non i terroristi che li hanno rapiti e si rifiutano di lasciarli andare.
Tuttavia, nessuno al di fuori di Israele ha il diritto di condannare Netanyahu per aver accettato un altro accordo così dannoso se questo porta al rilascio di almeno alcune persone.
Se da un lato dovremmo tutti rallegrarci per il loro rilascio, dall'altro nessuno - tantomeno Trump e la sua squadra di politica estera e di sicurezza - dovrebbe essere ingenuo riguardo alle conseguenze del prezzo che Israele sta pagando per garantirgli, presumibilmente, l'inaugurazione che desidera.
• Il suo obiettivo non sarà raggiunto
Innanzitutto, le condizioni imposte da Witkoff a Netanyahu, ad Hamas e ai loro alleati sono ben al di sotto di quanto richiesto da Trump. Non tutti gli ostaggi saranno rilasciati entro il 20 gennaio.
Nella prima fase dell'accordo, solo 23 degli ostaggi rimanenti, donne, bambini, anziani e malati gravi, saranno rilasciati in cambio di circa 1.000 terroristi palestinesi. Inoltre, Israele si ritirerà parzialmente dalla Striscia di Gaza, ma si impegna a facilitare l'ingresso di un maggior numero di forniture umanitarie nella Striscia, anche se è tutt'altro che chiaro che la maggior parte di esse non verrà rubata nuovamente da Hamas o da altri criminali palestinesi invece di andare alla popolazione civile. I circa 60 ostaggi rimanenti, che potrebbero o meno essere ancora vivi, saranno rilasciati solo se si riuscirà a negoziare un accordo di seconda fase per la fine definitiva dei combattimenti con i corpi degli altri ancora in possesso di Hamas, e saranno consegnati solo durante una teorica terza fase.
Quale prezzo chiederà Hamas per accettare una seconda o terza fase? Quasi certamente chiederà il ritorno allo status quo ante del 6 ottobre 2023, quando il gruppo islamista governava Gaza come uno Stato palestinese indipendente solo di nome.
Chiunque creda che questo non sarà accompagnato dal riarmo e dalla riorganizzazione delle forze armate dei terroristi, distrutte durante la guerra, sta sognando. E questo garantirà un futuro in cui gli israeliani dovranno abituarsi di nuovo a una costante pioggia di razzi e proiettili da Gaza, oltre che a una minaccia sempre presente di attacchi terroristici transfrontalieri. In altre parole, tutti i sacrifici di sangue e di fortuna che Israele ha fatto per garantire che Hamas non possa mai ripetere le atrocità del 7 ottobre sarebbero stati inutili.
Questo non sarebbe solo una tragedia per Israele. Metterebbe Trump in una posizione in cui, come Biden, dovrebbe scegliere tra un sostegno incondizionato agli inevitabili contrattacchi israeliani su Gaza per cercare di schiacciare nuovamente Hamas e una politica di pressioni su Gerusalemme per sopportare semplicemente il dolore del terrorismo.
Le dichiarazioni della squadra di Trump, come quella di Pete Hegseth, candidato alla carica di Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, sul sostegno agli sforzi israeliani per sradicare Hamas e altri terroristi sponsorizzati dall'Iran, sono incoraggianti. Ed è probabile che Witkoff abbia assicurato agli israeliani che Trump coprirà le loro spalle se l'intransigenza di Hamas dovesse far deragliare la seconda fase dell'accordo, come sembra probabile. Ma se il team di Trump crede in una politica che si oppone alla restituzione di Gaza ad Hamas (e non c'è motivo di dubitarne), perché Trump e Witkoff hanno spinto per un cessate il fuoco che porterà proprio a questo risultato? Israele e gli Stati Uniti non farebbero meglio a evitare qualsiasi cosa che possa rafforzare nuovamente Hamas?
• Un errore alla Biden?
Il 20 gennaio potrebbe effettivamente esserci un cessate il fuoco a Gaza. Tuttavia, Trump deve capire che il prezzo che chiede a Israele per il rilascio di pochi ostaggi darà ad Hamas e all'Iran una vittoria immeritata. Non si può negare che questo è il modo in cui i palestinesi e gran parte del mondo percepiranno l'accordo. Con ciò, Trump rende più che probabile un'altra serie di feroci combattimenti a Gaza, in cui moriranno altri israeliani e palestinesi. Questo sarà accompagnato da altre decisioni in cui il Presidente sarà costretto a scegliere tra l'impunità dell'Iran per il suo comportamento e un conflitto armato che potrebbe coinvolgere le forze statunitensi.
Questo è esattamente il tipo di errore che Biden ha commesso più volte, mentre Trump ha evitato errori strategici nel suo primo mandato.
Gli amici di Israele e coloro che sono profondamente turbati dall'aumento dell'antisemitismo americano durante la presidenza di Biden hanno molto da aspettarsi una volta che la nuova amministrazione statunitense prenderà il timone. E ci sono tutte le ragioni per credere che nel suo primo giorno in carica, Trump firmerà ordini esecutivi che inizieranno lo sforzo di porre fine al regno della discriminazione razziale in nome della diversità, dell'equità e dell'inclusione (DEI) e della guerra “progressista” all'Occidente, che è inestricabilmente legata all'odio per gli ebrei. Ma se inizierà il suo secondo mandato con un accordo che è un regalo ad Hamas e all'Iran, creerà nuovi problemi a se stesso perché sta commettendo un errore che gli americani e gli israeliani potrebbero dover pagare con il loro sangue.
(Israel Heute, 16 gennaio 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
Ventunesimo raduno di Evangelici d’Italia per Israele
Siamo lieti di annunciare il 21*raduno di Evangelici d’Italia per Israele (EDIPI), che si terrà nuovamente a Bologna presso la chiesa Gospel Forum dal 14-15 e 16 marzo 2025.
Obiettivi di EDIPI:
EDIPI si propone di: • Promuovere una corretta informazione sul ruolo di Israele nel progetto di Dio. • Sostenere la Chiesa Messianica in Israele. • Favorire il dialogo e la cooperazione tra cristiani italiani e il popolo ebraico.
Servizi offerti da EDIPI: • Organizzazione di convegni e seminari per approfondire la conoscenza di Israele e del suo significato biblico. • Supporto alle comunità messianiche in Israele attraverso iniziative di preghiera e raccolte fondi. • Creazione di reti di contatto tra chiese italiane e realtà israeliane per promuovere scambi culturali e spirituali.
Oratori principali: • Israel Pochtar: Fondatore e pastore senior della congregazione Beit Hallel ad Ashdod, Israele. È noto per il suo impegno nell’evangelizzazione, nella fondazione di nuove congregazioni e nel sostegno ai bisognosi in Israele. Viaggia frequentemente all’estero per predicare sul significato di Israele negli ultimi tempi e per rafforzare i ponti tra le nazioni e la terra di Israele. 
• Mike Danna: Pastore con una lunga esperienza nel ministero pastorale e nell’insegnamento della Parola di Dio. Apostolo della comunità Gospel Forum Italia, è riconosciuto per la sua passione nel guidare le comunità verso una comprensione più profonda delle Scritture e per il suo impegno nel promuovere la crescita spirituale dei credenti.
• Davide Ravasio: Pastore dedicato al servizio della comunità cristiana, con particolare attenzione all’insegnamento biblico e alla cura pastorale. È apprezzato per la sua capacità di comunicare in modo chiaro e coinvolgente, incoraggiando i fedeli a vivere una vita conforme ai principi evangelici.
Collegamento straordinario durante il raduno con una grande amica di EDIPI: Fiamma Nirenstein
Inoltre anche questo anno avremo la partecipazione di: Keren Hayesod – United Israel Appeal