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Notizie 16-30 giugno 2016
Tel Aviv ospita il primo summit sugli investimenti Cina-Israele
Tel Aviv ospiterà INNONATION: China-Israel Investment Summit la più grande conferenze congiunta Cina-Israele mai realizzata.
L'appuntamento è per il 24-26settembre 2016 e segue il successo del primo convegno China-Israel Technology, Innovation & Investment Summit, che ha avuto luogo lo scorso mese di gennaio.
La conferenza congiunta binazionale, che è sostenuta dai governi di Cina e Israele, si svolgerà presso il David Intercontinental Hotel di Tel Aviv, in parallelo al DLD Innovation Festival, che si terrà a Tel Aviv intorno alle stesse date.
Il vertice INNONATION ospiterà più di 1.000 giocatori strategici e investitori dalla Cina, insieme a 500 aziende israeliane dell'alta tecnologia. Il vertice è aperto a imprenditori e aziende di vari settori: Smart Cities, dispositivi medici, tecnologia agricola e cleantech, internet e mobile.
Il vertice INNONATION è un'iniziativa congiunta del Ministero israeliano dell'Economia e dell'Industria e Infinity Group, organizzato in risposta al crescente interesse delle aziende cinesi verso l'economia israeliana e alle recenti acquisizioni cinesi di aziende israeliane.
Simile al primo evento, l'obiettivo del vertice è quello di incoraggiare la collaborazione tra le aziende israeliane e cinesi nei campi della tecnologia, innovazione e investimenti.
Gli organizzatori della conferenza fanno notare che più di 40 investitori cinesi hanno già assicurato la loro partecipazione, compresi i rappresentati di Fuson, Tencents, Lenovo, Baidu, Neosoft, Digital China, Cheetah Mobile, Cofco, BOE, LeTV, PPTV, Honey Capital e molte altre aziende.
Gali Dvir, uno degli organizzatori della conferenza, fa notare:
Le aziende israeliane che partecipano al vertice avranno diritto ad incontri pre-organizzati con potenziali investitori. Inoltre, le aziende saranno in grado di presentare i propri prodotti sul palco ed avviare opportunità di business.
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(SiliconWadi, 30 giugno 2016)
Quella pace ritrovata con Israele. Vendetta dell'Isis: Turchia traditrice
Dopo anni di affari insieme, lo Stato islamico non ha gradito la svolta.
di Aldo baquis
Per Recep Erdogan e Benyamin Netanyahu — due leader da tempo del tutto incontrastati nei rispettivi Paesi — sono occorsi sei anni per superare il trauma del 30 maggio 2010, quando un commando di Shayetet 13, l'unità d'elite della marina militare israeliana, bloccò in alto mare la nave passeggeri turca Mavi Marmara, mentre si accingeva a forzare il blocco a Gaza. Calatisi da elicotteri, i militari furono assaliti da passeggeri armati di spranghe e scuri: una reazione che a tavolino non era stata prevista. Solo dopo ore di lotta riuscirono ad assumere il controllo della nave. Il bilancio dell'Operazione Venti del Cielo fu di nove civili turchi uccisi (un decimo sarebbe deceduto in seguito) e decine di feriti. L'assetto strategico di quel settore del Mediterraneo mutò immediatamente. Turchia e Israele — che fino ad allora avevano partecipato a esercitazioni militari congiunte — si guardavano in cagnesco. Abbassato il livello delle relazioni diplomatiche, Ankam inoltrò a Gerusalemme richieste perentorie: occorrevano scuse formali; indennizzi alle famiglie delle vittime; la rimozione definitiva del blocco di Gaza.
Da tempo Erdogan si presentava come il primo paladino della causa palestinese: mentre altri parlavano, lui avrebbe scardinato il blocco di Gaza assecondando le flottiglie umanitarie dal gruppo islamista IHH. Dopo la Marmara, minacciò di scortare con navi da guerra turche nuove flottiglie per Gaza e autorizzò i suoi aerei da combattimento a colpire, se necessario, quelli israeliani. Dopo un assalto di dimostranti, la rappresentanza diplomatica di Israele divenne un fortino. Gli Stati Uniti erano sempre più allarmati. Nel 2013, durante la visita in Israele di Barack Obama, Netanyahu fu costretto a prendere il telefono e ad esprimere di persona «rammarico» a Erdogan. Israele accettò di versare 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime.
Ma per completare la svolta avrebbero dovuto verificarsi altri sconvolgimenti: in primo luogo lo sgretolamento della Siria.
Oltre che con Bashar Assad, Erdogan ha collezionato altri insuccessi in Libia, nonché nelle relazioni con la Russia, con l'Egitto di Abdel Fatah al-Sisi e con l'Arabia Saudita.
Netanyahu nel frattempo ha perso quota nei rapporti con l'amministrazione Obama e con l'Unione europea. D'altra parte la minaccia nucleare dell'Iran inquietava sia Erdogan sia Netanyahu e (negli ultimi tempi) anche lo spauracchio dello Stato islamico. Per converso, gli scambi commerciali fra i due Paesi fiorivano (da 2,6 miliardi di dollari nel 2009 a 5,8 miliardi nel 2015) con un fiume di merci turche in transito dal porto israeliano di Haifa dirette verso mercati mediorientali, fra cui l'Iraq.
La volontà di sfruttare assieme ingenti giacimenti israeliani di gas naturale nel Mediterraneo e i terribili attentati di cui la Turchia è stata vittima quest'anno (dai quali è risorta la cooperazione fra i rispettivi servizi di intelligence) hanno convinto Netanyahu ed Erdogan a fare l'ultimo passo. Erdogan non può ancora dire di aver forzato il blocco di Gaza: ma conferma ai palestinesi di essere il Capo di Stato più impegnato a loro favore. E la ricostruzione di infrastrutture a Gaza promesse dalla Turchia contribuisce alla stabilizzazione, ed è dunque anche negli interessi di Israele.
(Nazione-Carlino-Giorno, 30 giugno 2016)
Ben venga l'accordo con Israele
di Fiamma Nirenstein
Non ci poteva essere niente di più sensato e inevitabile, specie dopo il terribile attentato di martedì, dell'accordo fra Israele e Turchia che è stato sancito ieri dal Gabinetto di sicurezza. Eppure il documento è stato segnato da una discussione furiosa e emotiva, come avviene da queste parti dove democrazia significa spesso dissenso furioso. La collaborazione contro il terrorismo è uno dei punti importanti dell'intesa ed è interessante notare che la Turchia (che ha avuto oltre 280 vittime nell'ultimo anno), da protagonista in odore di rapporti sotterranei con Daesh, adesso è alleata con il peggior nemico del terrorismo internazionale, Israele.
Certo questo non piace a Isis. Erdogan ha sempre usato l'odio per Israele come manifesto della sua identità islamista. L'accordo che ha dovuto siglare cercando di uscire dall'isolamento internazionale è una rinuncia ideologica importante, che dà un buon segnale, anche se superficiale agli altri acerrimi nemici di Israele, fra questi l'Iran; in secondo luogo cerca il turismo israeliano, immagina un reciproco incremento tecnologico e economico, disegna un possibile gasdotto che la liberi dalla penuria energetica, può essere un ponte fra Israele e la Nato, e non ottiene niente per il suo amico Hamas: Israele ha rifiutato qualsiasi trasferimento diretto di beni o l'apertura di Gaza, tutto deve passare attraverso il porto di Ashod, come ai tempi della Mavi Marmara, la nave che voleva portare aiuti a Hamas su incitamento turco e fu fermata in mare, con nove morti.
Israele è criticata oggi per i 200 milioni che verserà alle famiglie degli uccisi, si è detto che questo sostituisce una premessa ad altri risarcimenti paradossali a famiglie di terroristi. Ma oggi la Turchia si impegna a impedire a Hamas azioni militari dal suo territorio e a ritirare accuse che possano portare soldati israeliani al tribunale internazionali. Però, la grande obiezione è più seria della politica: le famiglie di due soldati dispersi nell'ultima guerra a Gaza, Hadar Goldin e Oron Shaul, vogliono riavere i loro cari. Un altro israeliano Avra Mengistu, di origine etiope, è sparito dentro Gaza dal settembre 2014. Le famiglie protestano disperatamente perché nell'accordo non c'è l'imposizione a Erdogan di chiedere a Hamas di restituire i ragazzi. Ma era impossibile: l'eventuale difetto dell'accordo è tutto nelle sue machiavelliche ambizioni imperiali, che ora gioca la carta dell'Isis o di Hamas, ora quella del mussulmano moderato. Ma Israele lo sa.
(il Giornale, 30 giugno 2016)
“Le famiglie protestano disperatamente perché nell'accordo non c'è l'imposizione a Erdogan di chiedere a Hamas di restituire i ragazzi”. Se si è disposti a rischiare di veder morire i propri figli per difendere la propria terra, non si capisce perché non si deve essere disposti a perdere anche i loro corpi morti, se così deve essere. Si può capire il dolore delle famiglie, ma non sarebbe meglio pensare più ai vivi che ai morti? M.C.
Scoperto il tunnel della fuga dai nazisti. Così si salvarono 12 ebrei in Lituania
Realizzata con dei semplici cucchiai, la galleria era lunga 34 metri. È stata riportata alla luce da un team di ricerca internazionale nella località di Ponary, teatro dello sterminio sistematico di quasi 100mila persone.
di Marco Tonelli
Un tunnel lungo 34 metri, scavato con dei semplici cucchiai per scappare dai nazisti. Ponary è una località poco distante da Vilnius, la capitale della Lituania. Una zona boscosa, teatro, dal 1941 al 1943, dello sterminio sistematico di quasi 100mila ebrei. Un anno dopo, poco prima dell'arrivo dei sovietici, l'esercito tedesco obbligò 80 internati (ebrei anche loro) del vicino campo di concentramento di Stutthof a bruciare i corpi ammassati nelle fosse disseminate in tutta la zona. Solo 12 di loro riuscirono a sopravvivere.
 La vittoria della disperazione
I fuggitivi scavarono la galleria di nascosto, con la forza della disperazione. Per sessant'anni è rimasta nascosta, nel bel mezzo della foresta. Oggi un team di ricerca internazionale ha riportato alla luce un segreto rimasto nell'oscurità dalla fine della seconda guerra mondiale. Coordinata dall'Autorità archeologica israeliana, la squadra composta da ricercatori statunitensi, canadesi e lituani ha utilizzato uno scanner per "mappare" il terreno e trovare il cunicolo. Alla scoperta delle prime tracce, l'israeliano Jon Seligman è scoppiato a piangere. «È la testimonianza della vittoria della speranza sulla disperazione», ha spiegato alla BBC.
Era la notte del 15 aprile 1944, 40 membri del Leichenkommando (com'era chiamato dai nazisti), iniziarono a calarsi nel tunnel. Ma le guardie si accorsero della fuga e iniziarono a sparare. Solo 12 di loro riuscirono a entrare nel tunnel e a raggiungere i partigiani. In 11 sopravvissero alla guerra per raccontare la loro storia. «Ponary è il ground zero dell'olocausto, la prova dello sterminio sistematico da parte dei nazisti prima dell'introduzione della camera a gas», ha raccontato al New York Times l'archeologo Richard Freund.
(La Stampa, 30 giugno 2016)
"Le terroriste che navigano i mari e sono membri della Knesset"
Ha suscitato un pandemonio, mercoledì pomeriggio alla Knesset, la parlamentare arabo-israeliana Hannen Zoabi quando, durante il dibattito sull'accordo di riconciliazione con la Turchia, ha definito "assassini" i soldati israeliani. Infatti, dopo aver chiesto la parola apparentemente per "scusarsi" (d'essere stata lei stessa sulla nave pro-Hamas Mavi Marmara), Hannen Zoabi ha invece esclamato: "Quelli che devono chiedere scusa sono i soldati israeliani che hanno assassinato! Voi tutti dovete chiedere scusa!", suscitando vivacissime proteste e contestazioni da parte dei deputati presenti. Alla fine Zoabi è stata espulsa dall'aula, insieme ai più vivaci dei suoi contestatori. Nel maggio 2010, sulla Mavi Marmara, una delle sei navi di una flottiglia diretta a Gaza per forzare il blocco anti-terrorismo israeliano, alcune decine di estremisti armati si opposero alla perquisizione delle Forze di Difesa israeliane aggredendo con violenza i militari. Nello scontro, nove estremsti turchi rimasero uccisi. In serata il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto d'aver parlato con il procuratore generale Avichai Mandelblit "per esaminare un eventuale processo di impeachment a carico di Zoabi". Il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha commentato su Facebook: "I soldati delle Forze di Difesa israeliane continueranno combattere contro i terroristi in mare, a terra e in cielo, comprese le terroriste che navigano i mari e sono membri della Knesset".
(israele.net, 30 giugno 2016)
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Parashà della settimana: Corach (Core)
Numeri 16:1-18:32
- Corach, Dathan e Aviram, fomentano una rivolta di popolo contro Moshè accusato da costoro di abuso di ''Potere''.
Corach è un appartenente alla tribù di Levi (tribù sacerdotale) che pretende la carica di sommo Sacerdote data invece ad Aronne, mentre Dathan e Aviram rivendicano la primogenitura che era stata data ai figli di Giuseppe. E' dunque una rivolta per la conquista ''personale'' del potere, manipolando la Parola di D-o (Torah).
Quali erano le argomentazioni di Corach, Dathan e Aviram?
''Si adunarono contro Moshè ed Aronne e dissero: ''Vi basti! La Comunità è tutta ''Santa'' e in mezzo a loro è presente il Signore. Perché vi elevate al di sopra della congrega di D-o?'' (Numeri 16.3).
Il tema dell'uguaglianza viene usato dai ribelli come arma politica per sobillare il popolo, occultando i veri motivi della sommossa.
Cosa chiedevano i rivoltosi dopo il fallimento della spedizione degli esploratori in Terra d'Israele? Chiedevano di tornare in Egitto, vanificando in questo modo il progetto Divino. La rivolta non era diretta soltanto contro Moshè, ma contro la volontà di D-o Benedetto, che aveva liberato il popolo dalla schiavitù egiziana con prodigi e miracoli.
Bisogna ora chiedersi: ''Perchè la parashà degli esploratori termina con l'obbligo per gli ebrei di mettere gli ziziot (frange) ai quattro angoli dei vestiti? Esiste un legame con la parashà di Corach?"
Nella Torah a riguardo è scritto: ''Esse (ziziot) saranno per voi delle frange, che quando le vedrete, ricorderete tutti i precetti del Signore e li eseguirete'' (Numeri 15.39).
Il peccato degli esploratori è quello degli ''occhi''. Durante l'esplorazione nelle Terra d'Israele, essi videro'' dei giganti, delle città fortificate fino al cielo'' e pensarono che mai sarebbe stato possibile conquistarla.
Giosuè, un discendente di Giuseppe che aveva ricevuto la benedizione di essere al disotto degli occhi, cioè non farsi impressionare dall'apparente logica della storia (pragmatismo), riuscì con successo a conquistare il Paese.
Il peccato di Corach è simile. Egli vede nella sua futura discendenza la presenza del profeta Samuele e ritiene di essere se stesso il designato alla carica di sommo Sacerdote. Questa certezza ''oculare'' fu la ragione della sua rivolta per conquistare il potere.
Corach è il primo ebreo che crea un partito politico usando la Torah per i suoi interessi personali e purtroppo non sarà l'ultimo.
Dathan e Aviram sono state le colonne di questo partito. Furono loro a denunciare Moshè al Faraone riguardo all'uccisione della guardia egiziana, furono loro a istigare il popolo a fabbricare il vitello d'oro e sono loro a sostenere Corach nella rivolta.
Dathan e Aviram nella Torah sono il simbolo degli ebrei dell'esilio. E' una malattia questa tipicamente ebraica, difficile da guarire perché rimpiange continuamente l'esilio. L'idea di una Nazione ebraica difatti spaventa questi ebrei come aveva spaventato gli esploratori.
Moshè mandò a chiamare Dathan e Aviram per trovare un accordo di pace, ma essi così risposero: ''Non verremo! Ti par poco di averci fatto uscire dall'Egitto per farci morire nel deserto…. Noi non verremo'' (Numeri 16.13).
Il messaggio di questa parashà è di un'attualità bruciante. Non è sufficiente uscire fisicamente dall'esilio bisogna uscirne anche spiritualmente, per raggiungere una vera identità ebraica, come descritta nella Torah.
Corach, insieme ai rivoltosi, vengono invitati da Moshè a presentarsi davanti al Tabernacolo con i propri incensieri in modo che fosse D-o stesso tra di loro il giudice di verità (Numeri 16.18).
Erano in tutto 250 ed il Signore disse a Moshè ed Aronne :'' Separatevi da questa assemblea che I-o li annienti in un istante'' Num 16.21
La terra si aprì sotto le tende delle famiglie dei rivoltosi che vennero da questa ingoiati, mentre un fuoco uscì dal Signore, divorando i duecentocinquanta uomini che avevano offerto l'incenso in modo arbitrario (Numeri 16.35).
''L'indomani tutta a Comunità d'Israele protestò contro Moshè ed Aronne e disse: Voi fate morire il popolo del Signore'' (Numeri 17.6).
Anche in questa circostanza il Signore sarebbe stato intenzionato ad annientare il popolo, considerata la sua cecità. Moshè questa volta usa una strategia diversa. Ordina ad Aronne il sacerdote di prendere l'incensiere e andare tra il popolo a offrire l'incenso a D-o Benedetto, cosa questa che avrebbe fatto perdonare le colpe commesse.
''Aronne mise dell'incenso ed espiò per il popolo. Si pose tra i morti e i vivi e il flagello si arrestò'' (Numeri 17.12).
L'incenso rappresenta la relazione intima tra l'uomo e D-o che veniva offerto dal sacerdote nella parte più interna del Tempio, cosa questa permessa ''solo'' ai sacerdoti. Corach non poteva accettare di esserne escluso.
C'è da chiedersi infine: "Come mai Moshè cambia strategia difronte alla colpa del popolo che era ancora più grave?''
La differenza consiste nella natura del peccato: per Corach si trattava di un piccolo gruppo animato da interessi personali, per la Comunità invece era l'intero popolo che peccava ed andava perdonato.
"Am Israel hai ve kaiam!" (Il popolo d'Israele vive ed esiste!). F.C.
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- Il patto originario contratto tra Dio e il popolo d'Israele, siglato in modo solenne con spargimento di sangue ai piedi del Sinai (Esodo 24:2-8), è stato irrimediabilmente violato dal popolo con l'adorazione idolatrica del vitello d'oro. Per l'intercessione di Mosè il rapporto tra Dio e il suo popolo non si è definitivamente interrotto, ma ha assunto il carattere di una problematica e rischiosa convivenza che appare sempre in bilico di essere definitivamente interrotta da parte di Dio, che si riserva, senza sentirsi obbligato da un patto ormai rotto, di dare corso alla sua originaria intenzione di distruggere il popolo, come aveva detto a Mosè dopo il tradimento del vitello d'oro. A questo punto del viaggio per ben quattro le volte il popolo ha rischiato di sparire dalla faccia della terra, e ogni volta se questo non è accaduto è stato per l'intercessione di Mosè. Che succederà quando Mosè non ci sarà più? avrebbe potuto chiedersi allora qualche pio israelita. Anche noi possiamo chiedercelo: come mai Mosè è morto e il popolo d'Israele continua a vivere? Si è ravveduto? Ha cominciato a rigare diritto? La storia successiva non sembra confermarlo.
Lasciando queste domande senza risposta, esaminiamo l'occasione che ha fatto correre un serio rischio al popolo d'Israele. Anche in questo caso tutto è legato a quello che abbiamo detto essere l'elemento distintivo del popolo eletto: l'Eterno in mezzo a loro. L'argomentazione con cui i tre capipopolo Core, Datan e Abiram si presentano a Mosè, insieme ad altri duecentocinquanta uomini importanti, è questa: l'Eterno ci ha fatto l'onore di essere in mezzo a noi, quindi tutti, ad uno ad uno senza esclusione, siamo stati santificati. Dunque voi, Mosè ed Aaronne, non avete alcun diritto di elevarvi sopra gli altri, perché siamo tutti santi.
L'argomentazione è interessante e attualissima: è una questione di democrazia. Oggi avrebbero detto: siamo tutti uguali, ma voi volete essere più uguali degli altri. In sostanza hanno detto la stessa cosa in un contesto diverso: siamo tutti santi, ma voi volete essere più santi degli altri, chi vi ha dato l'autorità di ordinarci quello che dobbiamo fare? Forse ha ragione chi dice che il popolo ebraico ha inventato la democrazia. Dopo la missione esplorativa in terra di Canan infatti gli israeliti si erano detti: nominiamoci un capo e torniamo in Egitto. Così si fa in democrazia: governo di popolo, nessuna autorità dall'alto, e se in alto c'è qualcuno gli concediamo di rimanerci, ma non gli permettiamo certo di venirci a dire quello che dobbiamo fare.
In questo caso però l'argomentazione dei contestatori aveva un punto debole. Si erano appoggiati sul fatto che l'Eterno è in mezzo al popolo, e questo secondo loro avrebbe automaticamente santificato tutti e fatto sparire ogni distinzione. Avevano però tralasciato di considerare che il Dio che li nobilitava con la sua presenza in mezzo a loro è anche un Dio che parla. Lo sapevano, perché l'avevano sentito molto bene quando si erano sciolti dalla paura ascoltando la sua voce terrificante che nominava uno dopo l'altro i dieci comandamenti dall'alto del Sinai, ma forse pensavano, come pensano molti ancora oggi, che il Signore, sì, una volta, nel passato, ha parlato, ma adesso non parla più. Adesso lascia parlare noi. E si compiace di sentirci parlare, vuole proprio che dialoghiamo fra di noi, e che ciascuno pensi quello che gli sembra meglio, e che dica quello che gli sembra giusto, e che faccia quello che gli pare bene. Così si pensa.
Mosè invece, ben sapendo che l'Eterno non aveva mai comunicato che avrebbe smesso di parlare, si è prostrato davanti a Lui e cercando la sua faccia gli ha chiesto di parlare apertamente e di far conoscere a tutti il suo pensiero.
E l'Eterno, che effettivamente era in mezzo a loro come avevano detto i capipopolo, è apparso nella sua gloria e ha parlato. Dopo di che i contestatori hanno dovuto prendere atto, a loro spese, che se il popolo come tale è santificato dalla presenza dell'Eterno, ai suoi occhi sono santi soltanto coloro che ascoltano davvero la sua Parola e la mettono in pratica.
Questo può aiutare a capire le parole dell'apostolo Paolo quando dice "... non tutti quelli che sono di Israele sono Israele" (Romani 9:6), volendo con ciò significare che non basta far parte del popolo etnico da Lui scelto per essere a Lui graditi, cioè "santi" ai suoi occhi. La scelta del popolo d'Israele è stata fatta da Dio una volta per sempre e non sarà revocata, ma la scelta di far parte o no del numero dei "santi" graditi a Lui spetta a ciascuno di noi individualmente, e non dipende in modo essenziale dal popolo di appartenenza. M.C.
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(Notizie su Israele, 30 giugno 2016)
Aeroporti vulnerabili: così abbiamo paura di andare in vacanza
Prima Bruxelles, poi Istanbul. I terroristi agiscono sempre nello stesso modo. E proprio quando si avvicina il periodo delle vacanze, gli aeroporti ci fanno un po' più paura.
di Daniele Eboli
Dopo ogni attentato in un aeroporto la domanda è sempre la stessa: come fanno i terroristi a eludere i controlli? L'aeroporto Ataturk di Istanbul, dove ieri alcuni attenatori hanno aperto il fuoco e si sono poi fatti saltare in aria uccidendo 41 persone e ferendone altre 147, aveva dei controlli rafforzati.
I viaggiatori sono infatti sottoposti a due screening: uno prima di entrare nel terminal per i voli internazionali, il secondo dopo la verifica del passaporto. Inoltre a 500 metri dall'ingresso del terminal vengono eseguiti dei controlli a campione sui veicoli in transito. Misure di sicurezza che non esistono nella maggior parte degli aeroporti europei. L'aeroporto di Bruxelles, dove il 22 marzo scorso sono morte 17 persone per un attacco dell'Isis, aveva dei controlli standard. Eppure il risultato è stato lo stesso.
I terroristi sfruttano le vulnerabilità delle strutture, certi di trovare un buco nella sicurezza. Bob Baer, ex ufficiale della CIA, disse che non esiste un modo per proteggere gli aeroporti da attacchi di questo tipo. "Non al 100%, specialmente in stati come la Turchia dove l'Isis ha celle ovunque". Anche se non è confermata la paternità dell'attentato, la sostanza rimane: dopo l'11 settembre la sicurezza è aumentata fino a evitare che gli attentatori riuscissero a salire su un aereo per dirottarlo, ma è quasi impossibile prevenire un attacco all'interno di uno scalo. L'attentato al jet russo nel Sinai e quello all'Airbus somalo hanno poi dimostrato che un infiltrato tra gli addetti ai bagagli può piazzare una bomba nella stiva.
L'attentato di Bruxelles e quello di Istanbul hanno molti punti in comune. Uno fra questi, come ha ricordato Guido Olimpo sul Corriere della Sera, è l'azione multipla. In Turchia si sono fatte esplodere tre persone, mentre in Belgio i kamikaze erano due. Un terzo ordigno è stato però ritrovato poco dopo le esplosioni. Concentrandosi su più punti gli attentatori distraggono le difese, obbligando la sicurezza dello scalo a dividersi su più fronti, lasciando magari sguarniti altre zone.
 Tel Aviv, uno degli aeroporti più sicuri al mondo
Nel 1972 l'Armata rossa giapponese attaccò l'aeroporto di Tel Aviv, uccidendo 24 persone e ferendone altre 80. Da quel momento lo scalo adottò misure di sicurezza speciali, tanto da renderlo l'aeroporto più sicuro al mondo. Sono stati creati diversi livelli di controlli, alcuni dei quali neanche visibili agli oltre 16 milioni di passeggeri che sono di transito ogni anno.
A Tel Aviv è stato predisposto un enorme spargimento di forze. Gli uomini della sicurezza si mimetizzano in mezzo ai passeggeri all'ingresso, sulle navette e nell'area del check in. Come riporta la Cnn, lo scalo è stato accusato di sottoporre a controlli più serrati i palestinesi e gli arabi. Le misure adottate in Israele non sono riproponibili in tutto il mondo. Per motivi economici, ma anche perché difficilmente in occidente saremmo disponibili superare così tanti livelli di sicurezza prima di prendere il nostro volo.
(il Giornale, 29 giugno 2016)
Ecco perché gli israeliani hanno perso fiducia nelle Nazioni Unite
Lettera aperta a Ban Ki-moon da parte di due parlamentari israeliani, della maggioranza e dell'opposizione
Gli autori di questo articolo: Michael Oren, parlamentare del partito Kulanu, e Omer Barlev, parlamentare del partito laburista
Egregio signor Segretario Generale, bentornato in Israele, l'isola di democrazia e stabilità in questa regione che ha imposto così tante sfide alle Nazioni Unite durante il mandato da lei ricoperto alla sua guida.
Ci auguriamo che la sua visita promuova la pace e la sicurezza per noi e i nostri vicini, ma non possiamo non domandarci: cosa è accaduto nei nove anni del suo mandato come Segretario Generale delle Nazioni Unite? L'Onu si è attenuta agli obiettivi del proprio Statuto? Garantisce a Israele pari diritti come nazione eguale fra le nazioni, grandi e piccole? E le agenzie delle Nazioni Unite che operano qui, sono attivamente impegnate nella promozione di questi obiettivi?...
(israele.net, 29 giugno 2016)
Cosa conviene comprare a Tel Aviv
Cosa conviene comprare a Tel Aviv? La città israeliana offre colori e sapori incredibili, da conservare indelebilmente in un souvenir.
Sapere cosa conviene comprare a Tel Aviv non deve destare preoccupazione in tutti coloro che hanno programmato un viaggio nella bella città israeliana. Tel Aviv è un luogo in cui i negozi occidentali si uniscono a quelli orientali, in un'atmosfera colorata e decisamente cosmopolita. I bazar sono una parte integrante della località israeliana, così come le boutique e gli shop per l'abbigliamento, dove si possono acquistare capi delle grandi griffe mondiali. Da non mancare una visita dei centri commerciali e gli outlet, ideali per fare qualche ottimo affare sugli apparecchi hi-tech.
Chi ha programmato un viaggio in territorio israeliano e intende conoscere cosa conviene comprare a Tel Aviv, può cominciare da un tour dei mercati. Il Levinsky Market, tra i più famosi d'Israele: lo scenario è ricco di colorate bancarelle con specialità tipiche dell'area medio-orientale come hummus, pita, mejadra e l'halva. Per gli appassionati dell'antiquariato c'è il Jaffa Flea Market, un enorme mercatino delle pulci a due passi dal porto. La contrattazione è consigliata e, se riuscite ad essere perseveranti con il venditore, porterete a casa un superbo souvenir, come un testo antico o un candelabro ebraico.
Tel Aviv non è solo mercati, dato che la località israeliana è ricca di punti per lo shopping. La strada di Hayarkon, lungo lo splendido litorale sul Mar Mediterraneo, ospita numerosi shop di abbigliamento con brand internazionali e americani. Interessanti anche i negozi di apparecchi elettronici, presenti in gran numero sempre nella zona portuale. Le aree di Kikar Hamedina e Dizengoff sono invece quelle con la maggiore concentrazione di atelier di alta moda, con capi griffati dagli artisti di maggiore tendenza di tutto Israele.
Tel Aviv è una città vibrante e perfetta per quanti vogliono fare grandi spese nei grandi magazzini. L'Azrieli Mall, vicino al quartiere di Sarona, è uno dei principali centri commerciali cittadini e ospita centinaia di negozi ideali per l'acquisto di fotocamere digitali e prodotti tecnologici. Assai grande è l'Ayalon Mall, nel vicino distretto di Ramat Gan, dotato di locali che vendono prodotti israeliani e delle grandi catene internazionali. Chi è interessato all'abbigliamento apprezzerà l'Holon, un grande outlet specializzato in prodotti Adidas.
(Si Viaggia, 29 giugno 2016)
L'ambasciatore israeliano Naor Gilon incontra il presidente della Regione Sardegna
Visita istituzionale a Villa Devoto, questo pomeriggio, dell'Ambasciatore d'Israele in Italia, Naor Gilon, ricevuto dal presidente della Regione Francesco Pigliaru. Nel corso dell'incontro sono stati esaminati i possibili punti di collaborazione tra la Sardegna e Israele, mettendo al primo posto i temi delle ICT e dell'agroalimentare.
Sul fronte delle nuove tecnologie, l'ambasciatore Gilon ha spiegato come Israele ricopra un ruolo di rilievo nello scenario internazionale: la presenza di oltre 3000 aziende del settore ne fa, infatti, uno dei massimi centri di concentrazione di società Hi-Tech.
Per quanto riguarda l'agroalimentare, il presidente Pigliaru ha espresso apprezzamento per i metodi e le tecnologie di irrigazione elaborati per rendere produttivi terreni difficili e che sono considerati un vero modello di eccellenza, esprimendo la volontà di attuare tutte le iniziative necessarie per favorire e ampliare le relazioni tra i centri di ricerca israeliani e quelli sardi.
(Buongiorno Alghero, 29 giugno 2016)
Turchia-Israele - Firmato l'accordo sulla ripresa dei rapporti
I rappresentanti di Turchia e Israele hanno siglato il testo che sancisce la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, drasticamente interrotte nel marzo 2010 in seguito alla morte di dieci attivisti turchi della Mavi Marmara, la nave turca assaltata dall'esercito israeliano mentre tentava di forzare il blocco su Gaza. L'accordo, sul quale hanno messo la firma i rappresentanti dei due paesi Feridun Sinirlioglu e Dore Gold hanno posto la forma nelle rispettive capitali a un accordo che sarà ora ratificato dai parlamenti, un passaggio che sarà il preludio al ritorno degli ambasciatori presso le rispettive sedi. Israele risarcirà le famiglie delle vittime con 20 milioni di euro, mentre gli aiuti destinati a Gaza, circa 10 mila tonnellate di materiale che costituiscono la seconda parte dell'accordo, saranno scaricate nel posto di Ashdod a partire dal prossimo venerdi. Un ospedale da campo da 200 letti, un'impianto per la depurazione dell'acqua e una centrale per sopperire al fabbisogno di elettricità degli abitanti della Striscia sono anche parte dell'accordo. La normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi permetterà al gas del giacimento israeliano Leviatano di raggiungere l'Europa attraverso un gasdotto che passerà dalla Turchia. Alcuni progetti edilizi saranno realizzati dalla Turchia a Gaza, mentre il presidente israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato il mantenimento del blocco navale su Gaza.
(Il dubbio, 29 giugno 2016)
L'ombra dell'Isis si allunga sull'intesa Turchia-Israele
di Fabio Nicolucci
L'attentato che ha sconvolto Istanbul ieri sera è l'ultimo di una vecchia serie o il primo di una nuova? Dopo la conta dei morti e il lavoro dei soccorritori e dei medici, questa è la domanda alla quale occorrerà dare una risposta se si vuole approntare una efficace risposta estrategia difensiva. La Turchia ha infatti visto negli ultimi tempi una numerosa serie di sanguinosi attentati. Sia ad opera dell'Isis sia dei curdi più irriducibili. I primi venivano dal vicino teatro di guerra della terribile guerra siriana, uno scenario regionale con implicazioni globali, dove è infatti presente l'Isis e la sua strategia di morte globale insieme a molti attori reginali, nascosti o evidenti. Ma molti sono stati invece opera della frangia curda più irriducibile, che a fatica aveva per qualche tempo scelto di desistere dalla sua tradizionale scelta terroristica, per poi rinnegarla sia per la spinta di una dialettica interna tra "militari" e politici" sia per una risposta condizionata dalla svolta autoritaria di Erdogan, suggellata dalle seconde elezioni politiche dell'autunno scorso che gli hanno consegnato le chiavi del paese, dopo lo stallo seguito a quelle interlocutorie dell'estate.
Se fosse questa l'origine e la casa dei mandanti dei quattro kamikaze che si sono fatti esplodere nell'aeroporto d Istanbul, la dinamica di questo attentato è l'ultimo di una lunga e purtroppo annosa serie, che segue dinamiche locali e processi politici più turchi che regionali o globali, malgrado la Turchia abbia fatto di tutto per regionalizzare suo malgrado questo conflitto con la lotta anche ai curdi siriani oltre che turchi, i quali si sono conquistati uno spazio nel conflitto con l'Isis con l'eroica resistenza a Kobane.
Se invece si tratta dell'Isis, le cose cambiano. Perché non può sfuggire che questo attentato è il primo dopo la Brexit e l'instabilità che ne sta venendo, e dunque può essere il tentativo di leggere in filigrana e interpretare "politicamente" le difficoltà di un continente a cui comunque la Turchia, non solo e non tanto per l'accordo sui migranti quanto per la sua appartenenza alla Nato e i suoi legami storici — colpevolmente negati e rimossi dalla stessa Europa matrigna — appartiene. Se dunque l'aeroporto di Istanbul si rivelerà uno scalo di quello di Bruxelles e non di Baghdad — dove l'Isis sta ricevendo colpi assai duri e potrebbe aver deciso di mandare qualche cellula a colpire lì dove è in grado, cioè nella regione — all'orrore per queste ennesime morti di civili e viaggiatori innocenti si aggiungeranno brividi freddi lungo la schiena dei governanti europei e occidentali. Perché magari ci sarà il tentativo di giustificare in questo caso l'attentato come una rappresaglia per il recente accordo della Turchia con Israele, siglato proprio a Roma due giorni fa, a chiudere la rottura dei rapporti fino ad allora eccellenti dovuta alla crisi della navi Maramara davanti Gaza.
Ma in ogni caso, in questo caso, non sarà possibile farsi illusioni. Vorrà dire che l'Isis avrà deciso di "esternalizzare" il conflitto, per tentare di leggere la fase e colpire lì dove gli sembra la resistenza possa essere più lenta. E dunque ad essere chiamata in causa sarà l'Europa, con una urgenza in più a sciogliere i nodi aggrovigliati dalla Brexit e dalla questione dei migranti, e l'occidente, con la necessità di varare una risposta anche politica e diplomatica nella lotta all'Isis, da affiancare a quella che militarmente si sa portando avanti ora a Falluja e tra poco a Mosul.
(Il Messaggero, 29 giugno 2016)
Israele vuol far rivivere la ferrovia ottomana
Dovrebbe unire il porto di Haifa con il confine giordano
Oltre un centinaio d'anni fa, l'Impero ottomano costruì una linea ferroviaria per traghettare le merci su locomotive a vapore dal Mar Mediterraneo al souk di Damasco e a Medina, città santa in Arabia Saudita. Adesso Israele è pronta a riaprire quel vecchio tracciato tra il porto di Haifa e un terminal a 5 miglia di distanza dal confine della Giordania. Lo sforzo è di incrementare il commercio, moribondo, con i paesi arabi confinanti. Ma questi hanno riservato al progetto un'accoglienza gelida. L' ex ferrovia di Hejaz collegava l'area che oggi è Israele con il mondo arabo più a est, oltre i territori lacerati del Medio Oriente. Dopo la creazione di Israele nel 1948, fu smantellata e il commercio regionale è stato penalizzato da una serie di guerre arabo-israeliane.
«Abbiamo sempre pensato che questa linea potesse diventare il simbolo di pace nei territori della regione», ha specificato Ban Bozenfeld, direttore del progetto per la nuova linea ferroviaria di 40 miglia (circa 64 chilometri) per i treni elettrici attraverso le fertili pianure della Valle di Jezreel, a Sud-Est del mare di Galilea. «E da tanto che aspettiamo».
La nuova linea, costata all'incirca un miliardo di dollari (900 milioni di euro), che aprirà a ottobre, è promettente, secondo il ministro israeliano dei trasporti. I traffici commerciali su strada e via aerea in Israele hanno subito una rilevante crescita negli ultimi anni, dal momento che le compagnie di navigazione hanno evitato la Siria dall'inizio della guerra, nel 2011. 11 traffico merci al valico di Sheikh Hussein tra Israele e Giordania è aumentato del 65% tra il 2010 e il 2015, con il numero di camion quadruplicato in cinque anni, fra il 2010 e il 2015 secondo l'autorità aeroportuale israeliana.
Le merci (arance spagnole, tessuti giordani, componenti di auto provenienti dall'Europa) sono state trasportate sulle navi portacontainer fino al porto di Haifa e poi hanno proseguito su gomma verso la Giordania o l'Arabia Saudita, l'Iraq e i paesi del Golfo. Al porto di Haifa, un camionista turco di 43 anni ha scaricato merci venute da Mersin in Turchia. Era solito guidare attraverso la Siria per portare frutta e verdura nella capitale della Giordania, Amman. Ora deve andare via mare attraverso il canale di Suez per consegnare le merci in Arabia Saudita, o via terra attraverso l'Israele per arrivare in Giordania. L'itinerario israeliano «è la via migliore per il business» perché più economica e richiede meno tempo, secondo un camionista veterano che da 20 anni fa questo lavoro, «e questo la rende una via promettente». Tuttavia, lo sviluppo dell'itinerario commerciale è ostacolato da interessi economici e politici che impediscono ancora a Israele di diventare una porta per il commercio regionale.
(ItaliaOggi, 29 giugno 2016)
Qualcuno mi dica dov'è la Terrasanta
di Deborah Fait
Sono confusa e turbata, mi sento un po' come se mi mancasse la terra sotto i piedi, come se fossi sull'orlo di un burrone. Non riesco più a capire dove sia questa famosa Terrasanta. Da come ne parlano i media credevo fosse Israele paese di cui non si vuole mai pronunciare il nome e allora lo si cambia, così tanto per non abituare la gente a sentirlo.
Invece no! Nella trasmissione "Regioni e Ragioni del Giubileo" andata in onda al TGR l'11 giugno, l'inviato della Rai Giorgio Lunelli ha presentato il nuovo custode di Terrasanta, il francescano trentino Francesco Patton successore di quel Pierbattista Pizzaballa che, ringraziando tutti gli dei del cielo, se n'è andato in pensione o da qualche altra parte. L'inviato Lunelli prima di intervistare Padre Patton ha fatto un annuncio incredibile che va al di là di ogni fantascientifica fantasia, ha detto che questa Terrasanta benedetta di cui tutti blaterano, si trova nei "territori palestinesi, Giordania, Libano e persino nella martoriata Siria e... Gerusalemme..." che non si sa dove sia e di quale di questi paesi faccia parte! Israele non è stato mai mai mai nominato se non alla fine della trasmissione ma non come Nazione sovrana bensì in chiave religiosa...
"Le sante radici di Israele". O perbacco! Ma allora, dal momento che l'inviato era a Gerusalemme e che ha nominato per prima cosa i "territori palestinesi", significa che Gerusalemme ne fa parte. E se invece fosse in Libano? O addirittura in Siria e magari in Giordania? E io che credevo che Gerusalemme fosse in Israele e ne fosse addirittura la capitale. Ma allora tutti i miei amici gerosolimitani dove sono? E perché quando io vado a Gerusalemme non devo presentare nessun passaporto? Forse è il caso di fare un po' di ordine. Nel Medioevo e durante le crociate la Terrasanta era considerata dalla cristianità come il luogo dove era nato e aveva predicato Gesù, l'ebreo Gesù (vissuto, secondo i Vangeli, tra Nazareth, Gerusalemme, Mar di Galilea, Cafarnao, non certo Beirut o Damasco).
Vi sono antiche cartine geografiche dell'epoca medievale che indicano come Terrasanta l'antico e l'attuale Israele per passare poi in cavalleria (ma non per la Chiesa) e diventare Palestina sotto il mandato britannico. Infine con la nomina a capo dell'OLP del terrorista più feroce e furbacchione del mondo ecco ricomparire il termine Terrasanta subito adottato dai più per rispetto ad Arafat... sì proprio lui, il terrorista più amato dagli italiani e dal Vaticano. Qualcuno si chiederà: "Ma dove sta il problema?" Il problema è che finché in questa regione geografica non esisteva uno stato dopo la caduta di Israele voluta dai Romani, posso capire che i cristiani la chiamassero col nome che più amavano e più si confaceva alla loro fede. Ma oggi la Terrasanta del Medioevo ha un nome, un nome molto chiaro e bello: Israele ed è così che deve essere chiamato questo paese, non Terrasanta.
Cosa c'entrano Libano, Giordania e Siria? Paese dove Gesù non ha mai messo piede? Perché lo scrive il Corano? Il Corano mette Gesù anche a La Mecca e Medina! E allora mettiamoci anche l'India visto che alcuni testi parlano della presenza di Gesù anche là. Ma quanto deve aver camminato quel povero Cristo.
(Inviato dall'autrice, 29 giugno 2016)
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«... e vi darò la terra d'Israele»
Perciò di': Così parla il Signore, l'Eterno: Io vi raccoglierò di fra i popoli, vi radunerò dai paesi dove siete stati dispersi, e vi darò la terra d'Israele. E quelli vi verranno, e ne torranno via tutte le cose esecrande e tutte le abominazioni. E io darò loro un medesimo cuore, metterò dentro di loro un nuovo spirito, torrò via dalla loro carne il cuore di pietra, e darò loro un cuore di carne, perché camminino secondo le mie prescrizioni, e osservino le mie leggi e le mettano in pratica; ed essi saranno il mio popolo, e io sarò il loro Dio. Ezechiele 11:17-20
Sul mio monte santo, e sull'alto monte d'Israele, dice il Signore, l'Eterno, là tutti quelli della casa d'Israele, tutti quanti saranno nel paese, mi serviranno; là io mi compiacerò di loro, là io chiederò le vostre offerte e le primizie dei vostri doni in tutto quello che mi consacrerete. Io mi compiacerò di voi come di un profumo d'odor soave, quando vi avrò tratto fuori di tra i popoli, e vi avrò radunati dai paesi dove sarete stati dispersi; e io sarò santificato in voi nel cospetto delle nazioni; e voi conoscerete che io sono l'Eterno, quando vi avrò condotti nella terra d'Israele, paese che giurai di dare ai vostri padri. E là vi ricorderete della vostra condotta e di tutte le azioni con le quali vi siete contaminati, e sarete disgustati di voi stessi, per tutte le malvagità che avete commesse; e conoscerete che io sono l'Eterno, quando avrò agito con voi per amor del mio nome, e non secondo la vostra condotta malvagia, né secondo le vostre azioni corrotte, o casa d'Israele! dice il Signore, l'Eterno'. Ezechiele 20:40-44
Così parla il Signore, l'Eterno: Poiché tu hai applaudito, e battuto i piedi, e ti sei rallegrato con tutto lo sprezzo che nutrivi nell'anima per la terra d'Israele, ecco, io stendo la mia mano contro di te, ti do in pascolo alle nazioni, ti stermino di fra i popoli, ti faccio sparire dal novero dei paesi, ti distruggo, e tu conoscerai che io sono l'Eterno. Ezechiele 25:6-7
E tu, figlio d'uomo, profetizza ai monti d'Israele, e di': O monti d'Israele, ascoltate la parola dell'Eterno! Così parla il Signore, l'Eterno: Poiché il nemico ha detto di voi: - Ah! ah! Queste alture eterne sono diventate nostro possesso! - tu profetizza, e di': Così parla il Signore, l'Eterno: Sì, poiché da tutte le parti hanno voluto distruggervi e inghiottirvi perché diventaste possesso del resto delle nazioni, e perché siete stati oggetto dei discorsi delle male lingue e delle maldicenze della gente, perciò, o monti d'Israele, ascoltate la parola del Signore, dell'Eterno! Così parla il Signore, l'Eterno, ai monti e ai colli, ai burroni ed alle valli, alle rovine desolate e alle città abbandonate, che sono state date in balìa del saccheggio e delle beffe delle altre nazioni d'ogn'intorno; così parla il Signore, l'Eterno: Sì, nel fuoco della mia gelosia, io parlo contro il resto delle altre nazioni e contro Edom tutto quanto, che hanno fatto del mio paese il loro possesso con tutta la gioia del loro cuore e con tutto lo sprezzo dell'anima loro, per ridurlo in bottino. Perciò, profetizza sopra la terra d'Israele, e di' ai monti e ai colli, ai burroni ed alle valli: Così parla il Signore, l'Eterno: Ecco, io parlo nella mia gelosia e nel mio furore, perché voi portate l'obbrobrio delle nazioni. Perciò, così parla il Signore, l'Eterno: Io l'ho giurato! Le nazioni che vi circondano porteranno anch'esse il loro obbrobrio; ma voi, o monti d'Israele, metterete i vostri rami e porterete i vostri frutti al mio popolo d'Israele, perch'egli sta per arrivare. Poiché, ecco, io vengo a voi, mi volgerò verso voi, e voi sarete coltivati e seminati; io moltiplicherò su voi gli uomini, tutta quanta la casa d'Israele; le città saranno abitate e le rovine saranno ricostruite; moltiplicherò su voi uomini e bestie; essi moltiplicheranno e saranno fecondi, e farò sì che sarete abitati com'eravate prima, e vi farò del bene più che nei vostri primi tempi; e voi conoscerete che io sono l'Eterno. Io farò camminare su voi degli uomini, il mio popolo d'Israele. Essi ti possederanno, o paese; tu sarai la loro eredità, e non li priverai più dei loro figli. Ezechiele 36:1-12
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Una catastrofe collettiva
Nonostante la diffusione di episodi antisemiti la Polonia è in assoluto il Paese con il più alto numero di Giusti, oltre seimila.
di Anna Foa
Il libro di Jan Tomasz Gross con Irena Grudzinska Gross, Un raccolto d'oro. Il saccheggio dei beni ebraici (Torino, Einaudi, 2016, pagine 126, euro 20), si apre con una foto: contadini e soldati, donne e uomini, seduti in circolo per una foto dopo il raccolto. Solo che a essere raccolti, e disposti ordinatamente in circolo, sono teschi e altre ossa umane. La foto è stata scattata nella seconda metà degli anni Quaranta, cioè nel dopoguerra, dall'abitante di un villaggio vicino a Treblinka, il campo di sterminio dove furono inviati gli ebrei del ghetto di Varsavia e di altri ghetti polacchi, in cui fra il 1942 e il 1943 furono gassati ottocentomila ebrei. Essa ritrae, con ogni probabilità, un gruppo di "scavatori" del villaggio alla fine di una giornata di lavoro. Costoro scavavano per cercare le ossa degli ebrei e per appropriarsi di denti d'oro scampati alla ricerca dei nazisti, di altri beni restati nascosti nei cadaveri. Insomma, cercavano l'oro degli ebrei. I soldati che posano accanto a loro partecipavano, con ogni probabilità, alla ricerca.
Da questa foto muove la ricerca dello storico polacco, professore a Princeton, Jan Tomasz Gross, già autore di importanti studi su questi temi, fra cui I carnefici della porta accanto, sul massacro della comunità ebraica di Jedwabne da parte non dei nazisti ma dei polacchi, un libro che ha suscitato grande eco da parte del pubblico e degli studiosi. Le pesanti accuse di antisemitismo che Gross ha rivolto alla società polacca nei suoi libri, a partire da quello su Jedwabne, hanno suscitato aspre polemiche sia negli Stati Uniti che, soprattutto, in
Polonia, dove Gross è stato denunciato per aver "offeso la Polonia" nell' ottobre del 2015, in seguito all'uscita di questo suo ultimo libro, Un raccolto d'oro.
Le ricerche, e non solo quelle di Gross, confermano un fatto noto e diffuso, ma scarsamente documentato, quello della partecipazione di una parte della popolazione polacca allo sterminio degli ebrei, accompagnata da un saccheggio dal basso dei loro beni: l'oro appunto, ma anche cose ben meno preziose, come scarpe, vestiti, oggetti di cucina, materassi e coperte. Questo dato nulla toglie al fatto che la Polonia è, in assoluto, il Paese con il maggior numero di Giusti, oltre seimila. Ma è anche il Paese in cui, fondandosi su un antisemitismo diffuso, già emerso ben prima dell'invasione, la collaborazione delle persone "comuni" alla Shoah fu più vasta. Gross ripercorre questa storia, la storia cioè del saccheggio dei beni e quella a esso collegata dei massacri di ebrei dal basso: quella di Jedwabne, del 1941, e altri analoghi in due dozzine di cittadine nella regione di Bialystok, documentati nei referti della Resistenza polacca: «L'arrivo delle truppe tedesche - si leggeva in un rapporto del 1941 - ha scatenato una spaventosa ondata di violenze ai danni degli ebrei, condotta dall' esercito con una significativa partecipazione della popolazione locale». Inoltre, ci fu una significativa adesione di cittadini polacchi - ma non solo, bensì anche di ucraini, lituani, lettoni, estoni, russi e bielorussi - alle formazioni ausiliarie che coadiuvarono i nazisti nella caccia agli ebrei e nel loro sterminio. Il fenomeno ricorre anche nell'Europa occidentale, ma il quadro d'insieme è quello di una partecipazione più o meno vasta della gente comune allo sterminio.
La domanda giusta da porsi, secondo Gross, non è quella di quanti siano stati gli ebrei assassinati dai loro concittadini polacchi, ma quella di quanti siano stati i polacchi ad aver partecipato alle uccisioni di ebrei. E quanti siano stati intorno agli assassini materiali, quelli che vi assistettero, approvarono il massacro, ne portarono memoria. E lo storico sottolinea che le conseguenze furono devastanti, perché segnarono le comunità locali per anni nella condivisione di atti delittuosi, ne tennero viva la memoria. Insomma, una "catastrofe collettiva" di cui ancora, dopo generazioni, sono vive le conseguenze. Ugualmente massiccio fu il saccheggio dei beni degli ebrei. Secondo Emanuel Ringelblum, lo storico e archivista del ghetto di Varsavia che salvò tanti documenti dalla distruzione e morì assassinato nel marzo 1944 dopo essere sfuggito alla repressione della rivolta del 1943, «gli ebrei vengono considerati "defunti in licenza" che prima o poi periranno. Nella maggior parte dei casi, quasi il 95 per cento, né merci né effetti personali sono stati restituiti». Un dato impressionante, che ci riporta a un dato mentale: gli ebrei sono considerati già morti, ed è quindi in qualche misura lecito impadronirsi di quello che possiedono. Anzi, è una misura patriottica, che evita che i loro beni finiscano in mano tedesca.
Di qui anche l'indifferenza mostrata rispetto a quelle ossa anche dopo la guerra, quando Hitler era già stato sconfitto. Questa indifferenza, ben rappresentata nella fotografia degli "scavatori", ci dice che quelle ossa non appartenevano ai loro morti: «Dispongono quei teschi in fila come si dispongono i frutti del raccolto, zucche o cocomeri», scrive Gross, ricordando anche le cataste di teschi della Cambogia di Pol Poto.
Non dobbiamo infatti dimenticare che questa collaborazione coi nazisti si prolungò oltre la fine della guerra. Che sono molte le voci, documentate qui o in altri studi, che parlavano della necessità di compiere ciò che Hitler aveva lasciato incompiuto, lo sterminio degli ebrei. Che a Kielce, nella regione dove alcune centinaia di ebrei furono assassinati nel corso della guerra dalla popolazione polacca (casi poi processati dai tribunali), il 4 luglio 1946 una quarantina di ebrei furono linciati dalla popolazione perché accusati di aver ucciso un bambino cristiano (che era semplicemente rimasto a dormire da un amico). La vecchia accusa di omicidio rituale divampava così sulle ceneri della Shoah, non senza provocare l'esodo della maggior parte degli ebrei rimasti in Polonia. Moltissimi altri, come sappiamo, furono costretti ad andarsene nel 1968, in seguito all'affermarsi dell'antisemitismo di Stato nella Polonia comunista.
(L'Osservatore Romano, 29 giugno 2016)
Casa Ebraica: "No all'accordo con la Turchia"
I ministri israeliani Bennet (Istruzione) e Shaked (Giustizia) voteranno contro l'intesa annunciata ieri da Tel Aviv e da Ankara. Il loro "no" è stato anticipato lunedì da quello del neo ministro della difesa Lieberman. Hamas loda l'atteggiamento turco
di Roberto Prinzi
ROMA - L'accordo di pacificazione tra Israele e Turchia proprio non è andato giù a "Casa Ebraica" del ministro israeliano dell'Istruzione Naftali Bennet. In una dichiarazione rilasciata stamane, il partito di estrema destra ha detto che si opporrà all'intesa nel voto che il gabinetto di sicurezza avrà domani. Sono due i motivi che hanno fatto infuriare Bennet e la ministra di Giustizia Shaked: il primo aspetto è rappresentato dai 21 milioni di euro di "ricompensa" che Tel Aviv dovrà pagare alle famiglie delle 10 vittime turche della Mavi Marmara ("terroristi" secondo il linguaggio di Casa Ebraica e della gran parte dello spettro politico israeliano). Il secondo, invece, è dato dal fatto che l'accordo non prevede il ritorno dei cadaveri dei due soldati israeliani uccisi a Gaza nel 2014.
"Riconciliarsi con Ankara è importante di questi tempi e rientra nell'interesse di Israele" ha detto Bennet. "Tuttavia - ha aggiunto il ministro - pagare delle ricompense a responsabili di atti di terrorismo [gli attivisti della Mavi Marmara, ndr] è un pericoloso precedente di cui lo Stato d'Israele si pentirà nel futuro. Israele non deve ricompensare i terroristi che hanno provato a ferire il nostro esercito di difesa".
Il ministro ha poi rivolto la sua attenzione ai due soldati uccisi durante l'offensiva israeliana "Margine Protettivo" i cui corpi sono ancora nelle mani di Hamas. "Finché la Turchia controlla il movimento islamico - ha dichiarato - dovrebbe fare tutto il possibile per far sì che Oron Shaul e Hadar Goldin possano ritornare in Israele". A tal proposito, il premier Netanyahu aveva inviato ieri una lettera al presidente turco Recep Tayyip Erdogan chiedendogli di intercedere presso Hamas così da risolvere questa spinosa questione. Troppo poco per i familiari di Goldin che, in una nota, hanno fatto sapere che l'intesa tra Ankara e Tel Aviv "abbandona", nei fatti, i due militari nella mani palestinesi.
Casa Ebraica non è stata l'unica formazione politica a protestare per l'intesa annunciata ieri da israeliani e turchi. Il "no" pronunciato oggi da Shaked e Bennet era stato infatti anticipato ieri con motivazioni pressocché simili dal neo ministro della Difesa, Avigdor Lieberman. La contrarietà del triunvirato estremista non costituirà comunque un ostacolo al premier Netanyahu. Il gabinetto di sicurezza che domani voterà l'accordo - passo necessario affinché il testo dell'intesa arrivi alla Knesset dove, se approvato, entrerà in vigore entro 15 giorni - è costituito da 10 ministri del governo la cui maggioranza è favorevole all'azione di pacificazione voluta dal primo ministro.
Tuttavia, le proteste di questi giorni riportano nuovamente al centro del dibattito la battaglia intestina in corso nel governo tra l'area del Likud apparentemente più moderata rappresentata dal premier (necessaria per non destare troppi allarmi nella comunità internazionale) e quella più oltranzista ed estremista megafono delle istanze coloni e del radicalismo ebraico incarnata da partiti come Casa Ebraica, Yisrael Beitenu e dalle correnti più radicali in seno pure allo stesso Likud di Netanyahu.
Il rifiuto di Lieberman è politicamente interessante: il neo ministro è stato accolto nell'esecutivo poche settimane fa (a discapito del più "moderato" Ya'alon) nel tentativo di dare una maggioranza più forte e stabile all'esecutivo. Una mossa che sembrerebbe rivelarsi ora controproducente: invece di rafforzare l'esecutivo potrebbe alla lunga indebolirlo, lacerarlo e, chissà, segnarne una sua fine prematura (al momento, però, lontana).
Sull'accordo turco-israeliano è molto ambigua la posizione di Hamas. Il movimento islamico ha ieri lodato il governo turco per "il suo sforzo ufficiale e popolare per rimuovere il blocco di Gaza". In un comunicato gli islamisti si dicono convinti che Ankara continuerà ad esercitare pressioni sullo stato ebraico affinché Tel Aviv ponga fine all'assedio su Gaza e alle sue "aggressioni contro il popolo palestinese, la sua terra e i suoi luoghi sacri". La normalizzazione diplomatica tra i turchi e gli israeliani è stata descritta "in base alla lunga storia di vicinanza e solidarietà [che Ankara ha con] i palestinesi".
In realtà dietro le dichiarazioni di facciata necessarie per non inimicarsi uno dei suoi più stretti alleati e per non restare completamente isolata, non è difficile riscontrare tra gli islamisti una malcelata rabbia e delusione per l'accordo: delle tre richieste fatte dai turchi agli israeliani per arrivare ad un compromesso, la fine dell'assedio su Gaza è stato l'unico punto a non essere preso minimamente in considerazione da Israele. Nena News
(Nena News, 28 giugno 2016)
L'esercito israeliano si dota di missili superficie-superficie Extra
GERUSALEMME - Le Forze di difesa israeliane (Idf) stanno inserendo nel loro arsenale i missili Extra (superficie-superficie a lungo raggio) prodotti dall'industria militare israeliana Aka Taas. I missili Extra hanno una gittata di 150 chilometri e possono colpire il bersaglio con una precisione di dieci metri. Lo riferisce oggi il quotidiano israeliano "Yediot Ahronot", ipotizzando che l'ampliamento dell'arsenale militare israeliano potrebbe essere inserito nella strategia di Gerusalemme per essere pronta ad un eventuale nuovo conflitto con il movimento sciita libanese Hezbollah. L'ultima "guerra" con la milizia sciita guidata da Hassan Nasrallah risale al 2006. Il nuovo missile ha un diametro di 30 centimetri per circa quattro metri di lunghezza. Può trasportare diversi tipi di testate (la parte esplodente del missile) del peso massimo di 120 chilogrammi. Secondo l'analisi del quotidiano israeliano, il missile potrebbe colpire una serie di obiettivi di Hezbollah in tutto il Libano, favorendo così il lavoro dei caccia dell'aviazione.
(Agenzia Nova, 28 giugno 2016)
Israele vuole accelerare la produzione delle batterie antimissile Iron Dome
GERUSALEMME - Israele sta cercando di accelerare la produzione delle batterie antimissile a corto raggio Iron Dome: lo ha riferito ieri il direttore dell'Organizzazione della difesa missilistica israeliana, Moshe Patel. A dare un senso di urgenza all'apparato di sicurezza israeliano è la consapevolezza che Hamas continua a produrre migliaia di razzi a Gaza, Hezbollah importa missili da Iran e Siria e lo Stato islamico si aggiunge alla lista delle minacce alla sicurezza nazionale. Durante una conferenza a Rishon Lezion, Patel ha detto che Israele è in trattative con il produttore di Iron Dome, Rafael, e il co-produttore statunitense, Raytheon, per stabilire quale delle due compagnie possa incrementare la produzione delle batterie. Iron Dome ha abbattuto circa 1.500 razzi lanciati da Gaza contro Israele da quando è diventato operativo, e di recente è stato impiegato con successo nel corso di alcuni test per abbattere anche droni.
(Agenzia Nova, 28 giugno 2016)
«Addio al Pd: sta con gli integralisti». L'ira di Maryan Ismail, islamica moderata
La candidata rivela: il partito ha scelto una musulmana radicale
«Sumaya Abdel Qader è legata a gruppi affini alla Fratellanza musulmana. E attira soldi per edificare la moschea»
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«Il partito democratico ha scelto di parlare con la parte più oscurantista dell'Islam. lo sono laica e progressista»
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di Massimiliano Mingoia
MILANO - «Sono musulmana, laica e progressista. Ma non posso più stare nel Partito democratico. Ho appena scritto una lettera a Matteo Renzi in cui mi dimetto dalla segreteria milanese e riconsegno la tessera. Il Pd milanese ha scelto di interloquire con la parte minoritaria, ortodossa e oscurantista dell'Islam, chiudendo il dialogo con l'anima progressista che esige la separazione tra politica e religione e sostiene il ruolo della donna musulmana». Maryan Ismail, 56 anni, somala immigrata in Italia quando aveva 21 anni, lascia il Pd. Era candidata alle comunali, ma non è stata eletta. In Consiglio per il Pd è entrata un'altra musulmana, Sumaya Abdel Qader, vicino al Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi.
- Ismail, lei si considera di sinistra ma lascia il Pd. Perché?
«Sono una donna profondamente di sinistra, fin da giovanissima, quando abitavo ancora in Somalia. Mio padre era un diplomatico. Mio fratello, Yusuf Mohamed Ismail, era l'ambasciatore somalo alle Nazioni Unite a Ginevra. E morto l'anno scorso a Mogadiscio a causa del suo impegno contro l'Islam politico e ideologico».
- Da quanto era iscritta al Pd?
«Da cinque anni. Con Stefano Boeri e Daniele Nahum ho fondato un circolo o line, Città Mondo, che guarda alla Milano del futuro. Sono entrata nella segreteria metropolitana del Pd e ho sempre dato il mio contributo, anche in dissenso dalla linea del partito. Un anno fa contestai il bando comunale sui luoghi di culto. Dissi che la moschea non doveva essere appannaggio di un solo gruppo, ma aperta a tutte le comunità dell'Islam».
- Nella lettera usa parole critiche nei confronti dell'Ucoii e del Caim milanese.
«Sì, perché Ucoii e Caim rappresentano un Islam in cui politica e religione sono profondamente intrecciate, lo stesso wahabismo della Fratellanza Islamica. Da musulmana non mi ritrovo in questa visione. Sulla realizzazione della moschea, poi, c'è un altro problema».
- Quale?
«Da dove arrivano i fondi per realizzarla. Sono soldi che provengono da Paesi musulmani con visione wahabita. Non arrivano certo da Emirati Arabi o Tunisia».
- Visioni diverse dell'lslam che si sono identificate nelle due candidature del Pd alle Comunali: la sua e quella di Sumaya sostenuta dal Caim.
«Sì. Ma il Pd milanese ha deciso di appoggiare Sumaya. Quando fu proposta la sua candidatura alla segreteria cittadina, io dissi che non era una candidatura opportuna: non era neanche iscritta al Pd. Mi è stato risposto che Sumaya è una figura di collegamento tra il mondo islamico e la società civile. E io no?»
- II Pd l'ha ostacolata?
«E stato addirittura veicolato il messaggio che Sumaya fosse l'unica candidata musulmana in Comune. Sala ha partecipato solo una volta a una mia iniziativa elettorale, quella con la comunità dello Sri Lanka. E nei ticket elettorali Comune-Municipi ho fatto fatica a trovare candidati Pd che volessero mettere il loro nome con il mio».
- Dimissioni irrevocabili?
«Sì, irrevocabili. L'Islam moderato è inascoltato e invisibile. Ma io sono pronta a dare la vita pur di sostenere l'idea di un Islam progressista e rispettabile».
(Nazione-Carlino-Giorno, 28 giugno 2016)
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Maryan Ismail: "Lascio il Pd: ha scelto islam radicale"
Maryan Ismail abbandona il Pd milanese dopo l'elezione al consiglio comunale di Milano di Sumaya Abdel Qader, espressione dell'Islam radicale.
di Francesco Curridori
L'Islam radicale vince sull'islam moderato dentro il Pd. Maryan Ismail, fondatrice del Circolo Città Mondo del Pd milanese, lascia il suo partito con una lettera inviata a Matteo Renzi e pubblicata su Facebook nella quale critica la scelta di candidare al comune di Milano, Sumaya Abdel Qader.
 La candidatura della musulmana radicale Qader
"Sono mussulmana, laica e progressista. Mi considero parte di un Islam numericamente maggioritario, purtroppo finanziariamente inesistente e dunque totalmente inascoltato. Siamo chiamati a palesarci solo per fatti riconducibili al terrorismo islamico. Non siamo neanche iconograficamente pittoreschi: veli e barbe non sono nostri segni distintivi", scrive Ismail che ricorda di aver partecipato a varie edizioni della Leopolda e lo fa postando, assieme alla lettera, anche una sua foto con Renzi. "Non perdiamo occasione - incalza l'esponente musulmana - per urlare la nostra contrarietà alla visione ortodossa di un Islam dove politica e religione sono profondamente intrecciate, identificabile in quel wahabismo della Fratellanza Islamica promosso da varie sigle nazionali e territoriali come UCOII e la milanese Caim". È da questa lotta che nasce, per Ismail, il rammarico per l'elezione in consiglio comunale tra le file del Pd dell'indipendente Sumaya Abdel Qader, sociologa mussulmana ortodossa, responsabile culturale del Caim.
 L'accusa al Pd milanese: interloquisce con l'Islam oscurantista
Il problema, evidenziato anche dal deputato Emanuele Fiano, è che il sindaco Sala ha deciso che sarà proprio Abdel Qader l'interlocutrice per la costruzione della controversa Moschea di Milano, avversata da tutte le comunità islamiche cittadine che non si riconoscono nel Caim."Dunque, il Pd milanese ha scelto di interloquire con la parte minoritaria ortodossa ed oscurantista dell'Islam, - è l'accusa lanciata da Ismail - chiudendo il dialogo alla parte positiva e progressista che esige la separazione tra politica e religione e sostiene il ruolo della donna mussulmana in un'ottica di consapevolezza dei propri diritti e doveri di cittadina". "Ancora una volta, le anime dell'Islam moderno, plurale e inclusivo non sono state ascoltate", scrive con rammarico la musulmana moderata che lotta contro un Islam politico. Lo stesso Islam politico che ha ucciso suo fratello Yusuf Mohamed Ismail, ambasciatore somalo presso le Nazioni Unite a Ginevra, morto per mano degli Al Shabab.
 L'addio al Pd
"Constato con rammarico - conclude rivolgendosi a Renzi - che le tue belle idee di rinnovamento politico e sociale che tanto mi avevano coinvolta, a Milano si sono tristemente schiantate. Per questo e per le scelte inopinate del PD milanese mi dimetto da tutti i ruoli e riconsegno la tessera. Sono sicura che da libera cittadina, svincolata dai lacciuoli di bassissimi equilibri locali di partito, potrò promuovere l'Islam in cui credo e che mi appassiona tramite il dialogo e lo scambio con i miei concittadini per ottenere l'attenzione e il rispetto che la mia religione si merita".
(il Giornale, 28 giugno 2016)
"Persino gli arabi meglio degli europei". Lo sfogo di Bibi sulle critiche a Israele
Il primo ministro a Roma vede Renzi e l'americano Kerry. Si parla di Isis ma soprattutto del gas naturale di Leviathan che Eni porterà fino in Egitto.
«È Israele che, difendendosi, contribuisce a rendere sicuri anche i fianchi dello schieramento anti-lsis»
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«Noi non siamo certo perfetti, ma l'atteggiamento degli europei è stato terribilmente ingiusto nei nostri confronti»
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«Israele ormai è pari alla Silicon Valley sull'innova- zione: dalla cybersicurezza ai big data, dalla genetica, alle attrezzature mediche»
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di Francesco Bei
ROMA - Il Grande Gioco del gas nel Mediterraneo orientale, che si è riaperto alla grande dopo l'accordo annunciato ieri a Roma fra Israele e la Turchia, potrebbe avere anche l'Italia - attraverso l'Eni - tra i giocatori principali. È una delle novità emerse dall'incontro di un'ora a palazzo Chigi tra Renzi e il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu. Un faccia a faccia che è girato intorno a quattro dossier caldi: il pericolo che l'Isis faccia breccia in Nord-Africa, le nuove tecnologie avanzate da mettere in campo contro il terrorismo, il maggiore impegno dell'Eni nello sfruttamento dei giacimenti di gas israeliano e, infine, la campagna «Bds» di boicottaggio contro Gerusalemme che sta investendo con sempre maggior forza alcuni paesi dell'Europa occidentale.
Dopo aver illustrato a Renzi, come aveva fatto a villa Taverna con il segretario di Stato John Kerry, i contenuti dell'accordo con i turchi che mette fine ad anni di confronto diplomatico con Ankara (la vicenda della nave turca Mavi Marmara abbordata dai commando israeliani che uccisero dieci attivisti pro-palestinesi), Netanyahu ha messo i piedi nel piatto. Partendo da un dato di fatto. Israele, spiegano fonti del governo di Gerusalemme, è una «risorsa primaria» per le informazioni che fornisce ai Servizi dei vari paesi europei. Informazioni di prima mano passate alla nostra intelligence per prevenire attacchi anche sul suolo italiano. «E questo Renzi lo ha apprezzato». Ma Israele, ha aggiunto il primo ministro, è anche un baluardo per prevenire l'espansione del Califfato sulle coste del Nord-Africa. «Isìs - osserva una fonte presente all'incontro - è riuscita a influenzare negativamente la vita di 40 milioni di persone tra Siria e Iraq, ma se riuscirà ad affermarsi in Nord Africa e potrà coinvolgere altri 100 milioni di persone, ci saranno immense conseguenze per l'Europa. Perché questi profughi arriveranno da voi». Con la proverbiale ruvidezza del linguaggio, Bibi nei suoi colloqui romani non si è lasciato sfuggire l'occasione per una severa critica nei confronti degli europei per come si relazionano con Israele. Dopo aver perso con la Brexit la sponda amica dell'Inghilterra, il pericolo per Israele è infatti che si intensifichino le critiche e le prese di posizione pro-palestinesi. «Noi certamente non siamo perfetti, ma l'atteggiamento degli europei - dice un diplomatico israeliano riassumendo il pensiero del primo ministro - è stato terribilmente ingiusto nei nostri confronti, che restiamo l'unica democrazia in Medio Oriente. Persino gli arabi hanno cambiato atteggiamento nei nostri confronti, ma non gli europei». Eppure, vista con gli occhi del governo di Gerusalemme, la questione è di semplice convenienza: è Israele che, difendendosi, «contribuisce a rendere sicuri anche i fianchi dello schieramento anti-Isis e, facendo questo, di riflesso difende anche la sicurezza europea».
Quanto alla campagna Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), i due leader ne hanno discusso, ma Netanyahu non si mostrato particolarmente preoccupato per i suoi riflessi economici. Israele, ha detto a Renzi, ormai è alla pari con la Silicon Valley sull'innovazione. Nella cybersicurezza attrae il 20% degli investimenti mondiali, è leader nei big data, nella genetica, nelle attrezzature mediche. Persino nell'industria dell'automobile contende a Google la supremazia sul software che condurrà le future macchine senza guidatore. Ma Bds fa male sul piano politico e culturale. Così Renzi ha promesso che sarà in visita a Gerusalemme il prossimo dicembre e si farà accompagnare da una nutrita delegazione di rettori e professori italiani per spezzare l'isolamento accademico.
Infine il gas. Il giacimento Leviathan, un mostro da 450 miliardi di metri cubi di riserve, già oggi ha le potenzialità per trasformare lo Stato ebraico in esportatore, attraverso la Turchia, fino alle case degli europei. Le infrastrutture di liquefazione Eni ad Alessandria consentiranno presto al gas israeliano di arrivare in Egitto. Ma per l'azienda italiana, ha detto Netanyahu a Renzi, il campo è aperto per nuovi investimenti. E ci sono possibilità di ricerca e prospezione per altri giacimenti. Proprio questa «diplomazia del gas» sta consentendo a Israele una agibilità politica a tutto campo, capace non a caso di rifornire contemporaneamente avversari irriducibili come l'Egitto e la Turchia.
A margine della visita di Netanyahu si è infine alzato il sipario sul nuovo ambasciatore a Roma in arrivo a luglio. Dopo il ritiro di Fiamma Nirenstein il prescelto alla successione di Naor Gilon sarà Ofer Sachs. Un ambasciatore non di carriera dunque che, secondo la stampa israeliana, libererà il posto di direttore dell'Istituto per l'esportazione dove Bibi vuole piazzare un alto papavero del Likud.
(La Stampa, 28 giugno 2016)
“Israele diario di un assedio”
COMUNICATO STAMPA
Mercoledì 29 giugno alle ore 17.30, presso la Libreria Claudiana, Borgo Ognissanti 14R, Firenze, l'Associazione Italia-Israele di Firenze ha promosso la presentazione dell'ultimo libro di Ugo Volli "Israele diario di un assedio". Dopo l'introduzione di Valentino Baldacci ne parleranno Edoardo Tabasso e Leonardo Tirabassi. Concluderà l'Autore.
Gli ultimi eventi verificatisi in Medio Oriente - e in particolare il singolare atteggiamento del Governo italiano che da un lato, anche con il Presidente del Consiglio, esprime grande apprezzamento per ciò che è e rappresenta lo Stato d'Israele e dall'altro, come è avvenuto di recente all'Unesco e all'Organizzazione Mondiale della Sanità, vota regolarmente in maniera ostile allo Stato ebraico - saranno al centro della discussione.
Locandina
(Associazione Italia-Israele di Firenze, 28 giugno 2016)
Lieberman e membri dell'opposizione potrebbero votare contro l'accordo con Ankara
GERUSALEMME - L'accordo che ripristina i rapporti diplomatici tra Ankara e Gerusalemme ha suscitato le critiche di alcuni componenti del parlamento israeliano, che voterà mercoledì 29 giugno per la ratifica del trattato. Fonti del partito Yisrael Beiteinu hanno reso noto oggi che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman potrebbe votare contro la ratifica del trattato tra Turchia ed Israele. Il leader del partito Yisrael Beiteinu si è a lungo opposto all'idea che Gerusalemme chiedesse scusa alla Turchia per l'incidente del 2010 che ha coinvolto la nave turca Mavi Marmara, provocando la morte di dieci attivisti. Secondo Lieberman l'unico obiettivo della Turchia è attaccare Israele e quindi deve essere trattata di conseguenza. "Non vedo la ragione di fare un passo indietro per quanto riguarda la mia opposizione alla riconciliazione con la Turchia", ha dichiarato il ministro della Difesa nel corso di una dichiarazione all'emittente israeliana "Channel 2". Lieberman ha fatto anche notare le "serie implicazioni" del risarcimento ai familiari degli attivisti turchi.
(Agenzia Nova, 27 giugno 2016)
Accenture: più sicurezza con un laboratorio e un'acquisizione in Israele
Accenture ha dato vita a Herzlya a un laboratorio di ricerca per la cybersecurity e ha acquisito l'israeliana Maglan.
È da qualche tempo che Accenture sta sviluppando competenze interne e soluzioni in ambito cybersecurity, ora l'azienda ha annunciato l'apertura di un nuovo laboratorio israeliano di ricerca e sviluppo proprio in questo campo. Situato a Herzlya, il centro si occuperà soprattutto di threat intelligence, difesa attiva e protezone delle implementazioni Internet of Things in ambito industriale.
Un punto di forza del nuovo centro è il collegamento diretto con l'ecosistema tecnologico israeliano. Attraverso una collaborazione con società di venture capital, startup e università locali potrà entrare velocemente in contatto con nuove tecnologie e approcci sviluppati nell'ambito della sicurezza.
Nell'ambito di queste collaborazioni è stata definita una partnership con Team8, che Accenture definisce come "la principale fucina di cibersecurity israeliana". La collaborazione è incentrata nello specifico sulle soluzioni di Internet security industriale. Accenture ha già una partecipazione di minoranza in Team8.
Parallelamente Accenture ha annunciato l'acquisizione di Maglan, un'azienda privata israeliana specializzata nella simulazione di attacchi informatici e che ha effettuato penetretion test per diverse società europee dei servizi finanziari, delle telecomunicazioni e dell'industria automotive. In questo modo entra a far parte di Accenture un team di esperti in sicurezza che possono costituire la base di un futuro Cyber Fusion Center locale.
Il progetto a medio-lungo termine di Accenture è infatti fare di Israele un hub di innovazione in ambito di cybersecurity.
(TechWeekEurope, 27 giugno 2016)
L'effetto valanga delle menzogne anti-israeliane
Ecco come nascono le calunnie che poi arrivano alla stampa, al Parlamento europeo e all'opinione pubblica.
Yehuda Shaul, uno dei capi della ong israeliana "Breaking the Silence", parlando (in perfetto inglese) di un villaggio di Cisgiordania ha affermato: "E' interessante il fatto che i residenti vi siano tornati, perché qualche anno fa i coloni avvelenarono tutto il sistema di approvvigionamento d'acqua del villaggio". Sono andato da "Breaking the Silence" per cercare di capire cosa intendessero dire. Mi hanno parlato di un presunto incidente che si sarebbe verificato nel 2004, quando alcuni palestinesi sostennero che delle carcasse di pollo erano state gettate in un pozzo. Quelli di "Breaking the Silence" ne scrissero sul loro sito, postando anche un breve video sulla loro pagina Facebook in cui si vede Shaul che attribuisce l'episodio all'opera di hooligans (teppisti). Il fatto - tutto da dimostrare - che dei teppisti israeliani abbiano effettivamente gettato carcasse di pollo in quel pozzo non rende comunque veritiere le affermazioni di Shaul. Ha parlato di "avvelenamento di tutto il sistema di approvvigionamento d'acqua", cosa che non è mai avvenuta. Ha parlato di un "intero villaggio evacuato per un periodo di diversi anni", e anche questo non è mai avvenuto....
(israele.net, 27 giugno 2016)
Basket - Pianigiani a Gerusalemme: "L'Hapoel si farà rispettare"
L'ex ct azzurro è stato presentato dal club israeliano, dove potrebbe essere raggiunto da Dalmonte. "Vogliamo far crescere questo brand, ma Roma non è stata costruita in un giorno".
ROMA - Simone Pianigiani punta in alto con l'Hapoel Gerusalemme. L'ex ct azzurro, infatti, sin dalla presentazione nel club israeliano ha spiegato di voler contribuire alla crescita della realtà i cui proprietari sono americani, e tra loro c'è la stella NBA Amar'e Stoudemire. "Vincere è l'obiettivo di qualsiasi allenatore e qualsiasi club, ma è ancora più importante sentire i proprietari che parlano di qualità del lavoro e di visione del futuro" dice Pianigiani che, come al Fenerbahce e in nazionale, potrebbe avere Luca Dalmonte nel ruolo di vice. L'Hapoel ha perso la finale del campionato contro il Maccabi Rishon e disputerà la prossima Eurocup.
OBIETTIVI - Il tecnico sei volte campione d'Italia con Siena aggiunge: "Vogliamo rendere questo club come un posto in cui si è orgogliosi di lavorare. L'Hapoel mi ha chiesto un passo avanti in Europa, questo brand dovrà diventare più forte ogni giorno. Ma ci serve tempo: Roma non è stata costruita in un giorno. Tutti, in Europa, sanno che la squadra di Gerusalemme crescerà, vogliamo farci rispettare".
(Corriere dello Sport, 27 giugno 2016)
Patto di Roma tra Israele e Turchia
L'accordo di Roma archivia la crisi del "Mavi Marmara" fra i due Paesi: almeno tre incontri segreti nella capitale hanno portato alla svolta diplomatica. Israele apre sugli aiuti a Gaza e sigla il disgelo con la Turchia.
di Francesca Sforza
ROMA - Dopo sei anni di aperta e dichiarata crisi bilaterale, Turchia e Israele si preparano a firmare un importante accordo di normalizzazione, il cui annuncio è previsto questo pomeriggio da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahu e la cui firma definitiva sarà formalizzata da entrambe le parti entro la fine di luglio. Il lavoro diplomatico si è fatto più serrato negli ultimi due giorni, e il luogo scelto per mettere a punto i dettagli è stata la sede dell'Ambasciata turca a Roma, la stessa da cui, qualche giorno fa, è partito un appello all'Italia da parte del ministro turco degli Affari Europei Omer Celik per iniziative comuni sulla crisi dei migranti. La capitale italiana si conferma così uno snodo decisivo per le emergenze del Mediterraneo: in almeno tre occasioni ha ospitato incontri segreti fra gli inviati dei due Paesi.
La crisi tra Israele e Turchia - che prima di allora avevano una cooperazione molto stretta - risale al 2010 quando un commando israeliano, nel tentativo di fermare la nave Mavi Marmara che stava violando il blocco su Gaza imposto dallo Stato ebraico, provocò la morte di dieci cittadini turchi. Dal 2013, anno in cui Israele presentò scuse ufficiali per la morte degli attivisti, si sono susseguiti più tentativi di ripristinare le relazioni, ma ogni volta con un nulla di fatto. Ieri per la prima volta, dopo gli incontri romani tra le due squadre negoziali, lo scenario è cambiato, e le prime dichiarazioni rilasciate dai due governi non lasciano dubbi: «Si sta arrivando alla fine di un lungo processo.», ha detto Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco Erdogan, e di un «prossimo riavvicinamento» ha parlato Yaakov Nagel, capo del Consiglio di Sicurezza di Israele.
Ad essersi sbloccata è la controversa questione di Gaza: i turchi chiedevano la fine dell'embargo da parte di Israele; il compromesso raggiunto prevede - secondo indiscrezioni - l'invio da parte di Ankara di aiuti illimitati a Gaza, a condizione che il passaggio avvenga attraverso il porto israeliano di Ashdod. Alla Turchia sarà inoltre concessa la costruzione di un ospedale, di una centrale elettrica e di un impianto di desalinizzazione nella Striscia. La Turchia si impegna a impedire a Hamas di condurre attività terroristiche, ma ne consentirà le attività diplomatiche dalla sede di Istanbul, così come si impegnerà a facilitare il recupero dei resti di soldati israeliani caduti a Gaza.Se le fonti turche hanno salutato il passaggio come un progresso nei confronti del popolo palestinese, alcuni funzionari di Hamas, in un'intervista al quotidiano arabo con sede a Londra Rai al-Youm hanno osservato che la decisione è stata presa «più che altro nell'interesse della Turchia». Gli altri punti dell'accordo prevedono, oltre la riapertura delle rispettive sedi diplomatiche e il risarcimento già avviato alle famiglie delle vittime, la ripresa di esercitazioni militari congiunte e l'avvio di investimenti comuni nel settore energetico.
Il raggiungimento dell'accordo è stato facilitato da un miglioramento, negli ultimi tempi, delle relazioni tra Turchia e Russia, paese tradizionalmente vicino a Israele, miglioramento che in questa fase aveva bisogno di un'ulteriore spinta per consolidarsi. La comune diffidenza nei confronti dell'Iran ha fatto il resto, e la cornice di Roma, capitale che ha con Teheran rapporti stretti e cordiali, ha fatto in modo di coronare un'alleanza senza causare attriti di sorta. Il Mediterraneo è un'area caratterizzata da mille e una sensibilità, e il fatto che Roma si sia mostrata luogo ideale per non urtarne alcuna, è un dato politico da considerare e di cui coglierne il potenziale strategico.
(La Stampa, 27 giugno 2016)
Accordo Israele-Turchia, Netanyahu: "Avrà implicazioni immense per l'economia israeliana"
L'accordo tra Israele e Turchia di "importanza strategica", ha detto il premier Benyamin Netanyahu a Roma. Per Renzi "è un segnale molto importante" e il segretario di Stato Usa, John Kerry l'ha definito "positivo" Tweet Benjamin Netanyahu, Primo Ministro Israele (Getty) Roma: trovato l'accordo di riconciliazione israele-Turchia. Domani l'annuncio di Netanyahu Medio Oriente, Netanyahu: "Israele pronto a collaborare con al-Sisi" Gaza: bombardata una postazione di Hamas. Netanyahu convoca Consiglio di sicurezza Israele 27 giugno 2016 L'accordo tra Israele e Turchia "avrà implicazioni immense per l'economia israeliana ed è un passo importante": così il premier Benyamin Netanyahu a Roma, a margine del secondo incontro con il segretario di Stato Usa, John Kerry. Il capo della diplomazia statunitense si è congratulato con il premier per l'intesa con Ankara, definita "positiva", ricordando anche il sostegno e l'impegno di Washington per il riavvicinamento tra i due Paesi.
Il leader israeliano ha così confermato l'intesa, definendola di "importanza strategica". Le parti firmeranno il protocollo con i punti dell'intesa domani.
Una nota diffusa da Gerusalemme, al termine del colloquio avuto dal premier Benyamin Netanyahu a Palazzo Chigi con il primo ministro Matteo Renzi, ha annunciato che Italia e Israele avranno un incontro governativo bilaterale alla fine di quest'anno in Israele. I premier - secondo la stessa fonte - hanno anche deciso di rafforzare la cooperazione di sicurezza ed economica tra i due paesi, in particolare quella riguardante la sfera 'cyber'. E' stato anche stabilito di accrescere la cooperazione trilaterale con alcuni paesi africani. Netanyahu si accinge a visitare nei prossimi giorni Uganda, Kenya, Etiopia e Ruanda".
Il premier Matteo Renzi nel corso delle comunicazioni al Senato, subito dopo l'incontro a Palazzo Chigi con Benyamin Netanyahu, ha detto che "l'Accordo Israele-Turchia è un segnale molto importante specie pensando a ciò che accaduto negli ultimi dieci anni in quell'area", sottolineando come l'Europa debba guardare anche a cosa accade fuori dal continente, dove c'è un mondo che "corre".
I dettagli dell'accordo tra Turchia e Israele verranno annunciati per esteso più avanti nella giornata dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu, in visita a Roma, e dal premier turco, Binali Yildirim, ma se ne conoscono già alcuni termini usciti sulle stampe locali. A cominciare dall'entità degli indennizzi (oltre 21 milioni di dollari) che verranno pagati da Gerusalemme alle famiglie dei 10 attivisti turchi morti nel 2010 nel raid delle forze speciali israeliane contro la nave Mavi Marmara, diretta a Gaza per forzare il blocco. In cambio, Israele ha preteso che la Turchia lasciasse cadere tutte le accuse sollevate in sede giudiziaria, nazionale e internazionale, contro i membri del commando e le autorità militari dello Stato ebraico. Tra le richieste avanzate da Gerusalemme, anche gli sforzi turchi per ottenere da Hamas la liberazione di due cittadini israeliani, detenuti a Gaza, e il ritorno in patria dei resti di altri due soldati, morti nel conflitto del 2014.
Da parte sua, Ankara ha puntato a ottenere un allentamento del blocco a Gaza, con l'invio di aiuti umanitari all'enclave palestinese attraverso il porto israeliano di Ashdod e l'autorizzazione a costruire ospedali, una centrale elettrica e un impianto di desalinizzazione. Il governo turco ha però negato che tra i termini dell'intesa ci sia anche la rottura delle relazioni con Hamas.
Intanto il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha chiamato il leader dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen, per informarlo dei punti principali dell'accordo raggiunto con Israele per la ripresa delle relazioni diplomatiche. In previsione dell'intesa, il presidente turco venerdì aveva anche incontrato Khaled Meshaal, leader politico di Hamas, il movimento islamico che governa nella Striscia di Gaza.
(RaiNews, 27 giugno 2016)
Italia-Israele: incontro bilaterale governativo a fine anno
Annuncio dell’ufficio di Netanyahu al termine dell’incontro con Renzi
Italia e Israele avranno un incontro governativo bilaterale alla fine di quest'anno in Israele. Lo ha annunciato, con una nota diffusa da Gerusalemme, l'ufficio di Benyamin Netanyahu al termine del colloquio avuto dal premier a Palazzo Chigi con il primo ministro Matteo Renzi.
I premier - secondo la stessa fonte - hanno anche deciso di rafforzare la cooperazione di sicurezza ed economica tra i due paesi, in particolare quella riguardante la sfera 'cyber'. E' stato anche stabilito di accrescere la cooperazione trilaterale con alcuni paesi africani. Netanyahu si accinge a visitare nei prossimi giorni Uganda, Kenya, Etiopia e Ruanda. Nel primo paese Netanyahu celebrerà i 40 anni della impresa di Entebbe, quando le forze speciali israeliane, guidate dal fratello del premier, Yoni Netanyahu, liberarono gli ostaggi di un aereo Air France dirottato da terroristi filo palestinesi.
(ANSAmed, 27 giugno 2016)
Perché la dieta ebraica è salutare?
di Walter Giannò
C'è oggi una tendenza alimentare che sta prendendo molta piega nel mondo occidentale: la dieta ebraica, nota anche con il nome di kosher, termina che indica l'idoneità di un cibo a essere consumato dal popolo ebraico secondo le regole stabilite nel libro sacro della Torah.
Sì, perché, a quanto pare, si tratta di una dieta che ha numerosi benefici per la salute.
 Il cibo non kosher non (sempre) fa male
Prima di approfondire l'argomento, però, è opportuna una premessa: solo perché alcuni alimenti non sono ritenuti kosher non significa che essi non facciano bene alla salute.
Esistono, infatti, molti cibi sani che non sono preparati secondo le linee guida ebraiche: ad esempio, è vietato mescolare la carne con il latte ma non è che, se si fa, si rischia di ammalarsi; lo stesso vale per i frutti di mare e per il maiale.
E le leggi kosher, sia chiaro, non sono adottate dagli ebrei per questioni salutari ma per motivi religiosi: Dio ha reso l'uomo dominatore sugli animali.
 I benefici: meno colesterolo e meno allergeni
Precisato ciò, è vero che sono numerosi i benefici per la salute apportati dagli alimenti kosher. Le persone, infatti, che seguono, in maniera rigorosa, una dieta ebraica sono generalmente più sane rispetto a quelle che non lo fanno. Ad esempio, i primi hanno livelli di colesterolo più bassi dei secondi, in quanto la dieta non permette di mangiare insieme la carne con i prodotti caseari. Di conseguenza, niente pizza, cheeseburger o lasagne, eliminando così, in un sol colpo, la quasi totalità dei prodotti che si possono mangiare in un fast food.
Non sono da trascurare, inoltre, le limitazioni che riguardano la carne di maiale, caratterizzata dalla presenza di più allergeni rispetto ad altri tipi di carne.
Altri animali, poi, che non si possono mangiare sono i rettili e gli insetti (ma questo non è un sacrificio, vero?) e alcuni piccoli mammiferi, come i conigli.
Altra regola kosher riguarda la distinzione tra gli animali che possono far parte della dieta e quali no: ok a quelli che hanno gli zoccoli e sono ruminanti. I cavalli, però, sono esclusi.
 Come vengono uccisi gli animali?
A proposito, poi, degli animali, questi sono uccisi secondo regole ben delineate, partendo dal presupposto che essi non devono né avvertire la prossimità della fine né devono soffrire. La morte deve essere immediata e indolore.
Non si tratta di un aspetto non di poco conto nell'ambito dell'alimentazione sana perché, come accade anche negli esseri umani, se gli animali percepiscono che stanno per morire, rilasciano sostanze chimiche nel corpo, soprattutto ormoni che possono essere dannosi quando ingeriti.
Inoltre, dopo che l'animale viene ucciso, il sangue deve essere rimosso dalla carne prima di essere consumata.
 Come si riconosce un alimento kosher?
Gli ebrei ortodossi che scelgono di non mangiare alcun alimento che non sia kosher optano esclusivamente per gli alimenti che hanno un simbolo ad hoc sul pacchetto del cibo, così da identificarlo.
Per quanto riguarda l'Italia, come si legge in un articolo del 13 giugno scorso, apparso su La Repubblica, si sta assistendo a un vero boom di kosher, tant'è che il Ministero dello Sviluppo Economico, intuendo le potenzialità di questo mercato, ha deciso di supportare il progetto dell'Unione delle comunità ebraiche italiane che ha creato il marchio K.it, dedicato a tutte le imprese del paese e utile per chi cerca sugli scaffali dei negozi un prodotto kosher.
Per di più, sempre il Ministero dello Sviluppo Economico ha previsto un'App che elencherà tutti i prodotti kosher italiani in commercio, con relativa certificazione.
(Leonarto.it, 27 giugno 2016)
C'è la Nazionale, salta l'inaugurazione del Museo Ebraico di Fondi
Per far visita al Museo del Medioevo Ebraico di Fondi si dovrà ancora attendere: l'inaugurazione è stata rimandata alla seconda metà di luglio.
di Mirko Macaro
Con i lavori terminati a dicembre, l'apertura dei battenti del nascente polo culturale fondano - concepito all'interno della "Casa degli spiriti", l'ex sinagoga del quartiere ebraico dell'Olmo Perino - era inizialmente attesa tra febbraio e marzo 2016, sebbene mai fissata ufficialmente. Un debutto man mano posticipato, e quindi rifissato per fine giugno. A partire dalle 17 di oggi, lunedì, come calendarizzato dal Parco dei Monti Auruci, l'ente regionale promotore del progetto del Museo. Erano attesi i vertici della comunità ebraica, autorità istituzionali di rango, una moltitudine di presenze di rilievo tanto tra gli invitati che tra il pubblico. Sarà per la prossima volta. Nei giorni scorsi, si è deciso per un annullamento con contestuale rinvio dell'inaugurazione a domenica 17 luglio. Cos'è successo?
Dal Parco, scusandosi "per il contrattempo", hanno motivato lo stop con annesso differimento della cerimonia limitandosi a rispondere genericamente "di sopravvenute difficoltà organizzative". Cose che capitano. Certi eventi, si sa, richiedono tempo ed un'organizzazione perfetta. Ma non è escluso, ed è anzi praticamente certo, che la spiegazione sia un'altra: abbastanza banale, di natura… nazionalpopolare.
Alle 18 di oggi scende in campo in Francia nazionale italiana impegnata negli Europei di calcio. Sfida di cartello allo stadio Saint-Denis di Parigi, contro le furie rosse della Spagna. Roba da dentro o fuori. Noto l'esito dei gironi qualificatori, un match fissato giusto nei giorni scorsi, e che verosimilmente calamiterà davanti agli schermi uno stuolo sterminato di spettatori. Col concreto rischio, per non dire la certezza, di vanificare il lungo conto alla rovescia per l'inaugurazione del Museo ebraico con una platea semideserta. E, magari, i pochi convenuti con gli occhi puntati su orologi e smartphone, pronti a sgusciare via per godersi almeno il secondo tempo degli azzurri.
Quando l'Italia (del pallone) chiama, le strade si svuotano, la cultura può attendere. E non è detto che nel caso sia un male. L'ulteriore procrastinare, sarà sicuramente utile per limare gli ultimi dettagli del ricco allestimento e della cerimonia inaugurale del polo museale, nelle intenzioni un prossimo valore aggiunto per l'intera provincia.
(h24notizie, 27 giugno 2016)
VI convegno Regionale EDIPI-Sicilia
Il tanto atteso VI Convegno Regionale EDIPI-Sicilia con l'originale partecipazione di Magdi Cristiano Allam avrà inizio venerdì 8 luglio a Ficarazzi in provincia di Palermo, per concludersi domenica 10 con appunto l'intervento di Magdi Allam.
Altri relatori saranno il pastore Ivan Basana presidente dell'Associazione Evangelici D'Italia Per Israele, appena ritornato da Gerusalemme per il viaggio di archeologia biblica con il prof. Dan Bahat, che ci aggiornerà sulle reazioni degli accademici israeliani alle assurde posizione assunte dall'Unesco nei confronti di Israele. Per completare gli interventi è stato invitato anche il dr. Mark Surey, ebreo messianico londinese che ci aggiornerà anche sulla recente decisione britannica conseguente alla Brexit.
La tematica del convegno è quanto mai stimolante e di attualità: "Approccio di fede alla geopolitica del Medio-Oriente". Coordinerà gli interventi il pastore ospitante della Chiesa Evangelica Ebenezer, Nicolò Cirrito.
 Locandina
(EDIPI, 27 giugno 2016)
Bologna - Scritta per Allah sulla statua di San Petronio
La scritta «Allah Akbar» (Dio è grande, in arabo) alla base della statua di San Petronio, patrono di Bologna. La scritta è comparsa nella notte di sabato ed è stata tracciata con uno spray bianco. Potrebbe essere una bravata o una provocazione. La Procura di Bologna aprirà un fascicolo per danneggiamento aggravato su bene di interesse artistico e la Digos ha acquisito i filmati della video sorveglianza. L'Arcidiocesi ha condannato «fermamente l'atto» su un «simbolo civile e religioso della città». «Mi auguro sia solo una bravata di
qualche sciocco», ha aggiunto il sindaco Virginio Merola.
(Corriere della Sera, 27 giugno 2016)
L'arroganza delle élite che criticano la Brexit
di Pierluigi Battista
Winston Churchill aveva condotto la democrazia inglese alla vittoria contro Hitler, tra sacrifici e
distruzioni immani, ma con una fermezza ammirevole e commovente. Per un anno almeno, prima del 1941, aveva combattuto contro il nazismo da solo, mentre l'Europa intera si sottometteva al totalitarismo e Stalin ancora lucrava sull'alleanza spartitoria con la Germania. Eppure, finita la guerra, in una Gran Bretagna vittoriosa ma stremata, Churchill perse le elezioni del' 45 vinte dai laburisti. La leggenda vuole che la notizia della sconfitta elettorale gli fu portata, mentre faceva il bagno, dal maggiordomo, e che la risposta di Churchill fu: «E proprio perché questi eventi possano continuare ad accadere che abbiamo combattuto la guerra. Ora passami l'asciugamano». Probabile che l'aneddoto sia falso. Certo è che dalla bocca di Churchill sconfitto nelle urne non uscì mai una di quelle sprezzanti volgarità, misto di tronfia saccenteria e patetica presunzione con cui l'autonominatosi partito degli ottimati ha liquidato il popolo bue ed ignorante che ha osato votare per la Brexit.
E non sanno nemmeno, queste oligarchie del pensiero sempre più inascoltate, asserragliate in una fortezza per difendersi dall'assedio dei nuovi barbari muniti di quelle subdole armi che sono le schede elettorali, che se «i populisti» sono la risposta sbagliata alle manchevolezze dell'Europa, gli «elitisti» sono esattamente il problema di un'élite europea arrogante e senza senso autocritico. Non sanno nemmeno quanto la loro spocchia sia odiosa e scostante. Non sanno nemmeno quanto fastidio susciti la loro pretesa di conoscere ciò che il «popolo» dovrebbe accettare in silenzio per il suo bene più di quanto lo sappia il «popolo» stesso. Se l'esito elettorale che non piace viene visto e deplorato come la manifestazione di un popolo ignorante che sarebbe (purtroppo è stato detto anche questo) «sciagurato» far esprimere, allora gli «elitisti» neanche immaginano quale colpo mortale con un tale disprezzo per la sovranità popolare venga inferto all'idea stessa di democrazia. Se un risultato elettorale discutibile, e quello britannico è davvero più che discutibile, viene equiparato da un Roberto Saviano in vena di sparate alla vittoria elettorale di Hitler, allora è il concetto stesso di volontà della maggioranza che viene ad essere picco nato. Churchill non l'avrebbe fatto. Ma lui, contro il totalitarismo ha combattuto davvero, con lacrime e sangue.
(Corriere della Sera, 27 giugno 2016)
Da un certo momento in poi avrebbe dovuto essere chiaro che il cammino verso l’Unione Europea ha nel suo programma la graduale “liberazione” dal fastidio della democrazia. In questo caso il fatto si è visto in modo chiaro, ma perché sorprendersi? La gente ha già cominciato ad adattarsi, e dopo qualche residuo sussulto si convincerà. Come ha già cominciato a fare, per ragione o per forza, ma forse più per forza che per ragione, M.C.
Un'isola-porto davanti a Gaza per superare il blocco
La proposta del ministro dei trasporti israeliano: i controlli di sicurezza rimarrebbero a Israele
di Giordano Stabile
BEIRUT - Un'isola di 8 chilometri quadrati, con un porto per le navi mercantili, un porticciolo per gli yacht, hotel, case vista mare e un aeroporto. È il progetto israeliano, rilanciato nei giorni scorsi dal ministro dell'Intelligence e dei Trasporti Yisrael Katz, per togliere il blocco a Gaza e mantenere i controlli di sicurezza in mano israeliana.
 Il colpo di mano di Hamas
La Striscia è sottoposta al blocco dal 2007, quando con un colpo di mano prese il potere il partito oltranzista palestinese Hamas. Da allora ci sono state due grandi operazioni militari, "Piombo Fuso" e "Protective Edge", e uno stillicidio di attacchi, lanci di razzi, rappresaglie con l'aviazione.
 Civili allo stremo
È la popolazione civile che soffre più di ogni altro per il blocco. La disoccupazione è al 60 per cento, il reddito reale è calato del 26 per cento in dieci anni, scarseggia l'acqua potabile, l'elettricità è razionata e gli scambi con l'esterno sono ridotti al minimo, anche quelli clandestini con l'Egitto attraverso i tunnel, distrutti dal nuovo governo del Cairo sotto la presidenza di Abdel Fatah Al-Sisi.
 Pressioni turche
L'allentamento del blocco a Gaza era una delle richieste della Turchia a Israele in vista della normalizzazione delle relazioni, che sarà annunciata oggi a Roma. I rapporti erano stati rotti dopo il blitz delle teste di cuoio israeliane sulla nave turca Mar Marmara, che cercava di entrare nella acque davanti alla Striscia. Morirono nove cittadini turchi.
 Cinque miliardi
L'isola-porto potrebbe dare di nuovo uno sbocco sul mare alla Striscia, ma si troverebbe a cinque chilometri al largo e collegata a Gaza da un ponte stradale. In questo modo le forze di sicurezza israeliane potrebbero controllare che non vengano introdotte armi, materiali esplosivi o altre forniture militari ad Hamas, e chiudere il sito facilmente in caso di problemi. Il nodo cruciale sono i costi, cinque miliardi. Ma, secondo Katz, ci sarebbe già l'interessamento di grandi aziende saudite. Riad potrebbe finanziare in parte l'opera.
 "Ragioni di sicurezza"
"Non penso che sia giusto chiudere fuori dal mondo due milioni di persone - ha detto Katz -. Israele non ha interesse a rendere la vita più difficile alla popolazione di Gaza. Ma non possiamo costruire un porto e un aeroporto all'interno della Striscia per ragioni di sicurezza".
(La Stampa, 26 giugno 2016)
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Accordo fatto fra Israele-Turchia, sarà annunciato a Roma
Si va verso la normalizzazione delle relazioni rotte nel 2010 dopo l'incidente della nave Mar
di Giordano Stabile
BEIRUT - Israele e Turchia stanno per annunciare a Roma, dove è in visita il premier Benjamin Netanyahu, l'accordo per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche, rotte dopo il blitz delle forze speciali israeliani sulla nave Mar Marmara che stava per forzare il blocco a Gaza. Morirono nove cittadini turchi.
 L'ok del Mossad
I negoziatori turchi e israeliani si incontreranno a Roma, riferisce il quotidiano Haaretz, e annunceranno l'accordo. Gli ultimi dettagli sono stati definiti in un incontro a Istanbul fra il capo del Mossad Yossi Cohen e il capo dell'Intelligence interna turca Hakan Fidan.
 Stop ad Hamas
L'Intelligence turca ha garantito che ad Hamas non sarà consentito organizzare, pianificare o dirigere attività militari contro Israele, anche se potrà continuare a operare in Turchia dal punto di vista politico e diplomatico. Il ridimensionamento della cellula di Istanbul era la maggiore richiesta degli israeliani. Venerdì il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro Binali Yildirim avevano incontrato il leader politico di Hamas Khaled Meshaal.
 I negoziatori
A Roma, da parte turca, sarà presente il sottosegretario agli Esteri Feridun Sinirlioglu, che ha condotto i negoziati con Israele negli anni scordi. Il team israeliano sarà guidato da Joseph Ciechanover, inviato speciale del primo ministro, e Yaakov Nagel, consigliere per la sicurezza.
 Il vertice con Kerry
A Roma c'è anche il premier Netanyahu che avrà un incontro cruciale con il Segretario di Stato americano John Kerry. Sul tavolo il rilancio del processo di pace con i palestinesi, fermo da due anni, e il prossimo rapporto del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) sui Territori occupati, critico con Israele.
(La Stampa, 26 giugno 2016)
Kerry a Roma, vede Netanyahu e Gentiloni
ROMA - Il tentativo di rilancio del processo di pace tra israeliani e palestinesi riparte da Roma, dove John Kerry vede Benjamin Netanyahu. Il capo della diplomazia americana vuole incontrare il premier israeliano, ha riferito una fonte diplomatica americana alla Cnn, "per verificare se Netanyahu e' interessato a percorrere una soluzione due-Stati" attraverso una mediazione egiziana. Il Dipartimento di Stato ha gia' anticipato che Kerry non ofrira' nuove iniziative.
Sia palestinesi che israeliani hanno indicato in in piano proposto dal presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, un punto di convergenza iniziale e sebbene mercoledi' scorso il capo di Stato israeliano, Reuven Rivlin, avesse sottolineato le difficolta' provenienti da divisioni interne ai palestinesi, l'amministrazione Obama non vuol lasciare il mandato senza un nulla di fatto per la ricerca di una soluzione a un nodo ormai divenuto storico nel Medio Oriente. Il Segretario di Stato americano vedra' oggi anche il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. Netanyahu e Kerry si vedranno anche domani mattina a Villa Taverna a Roma. Il premier israeliano sara' poi ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e nel pomeriggio incontrera' i vertici della comunita' ebraica.
(AGI, 26 giugno 2016)
Dall'Australia a Tel Aviv, la moda dello stivale
di Francesca Matalon
Cosa hanno in comune un contadino che lavora nella fattoria di un kibbuz e una diciottenne che frequenta la vita glitterata di Tel Aviv? È una domanda difficile, ma partendo dal presupposto che 'assolutamente niente di niente' non può essere quella giusta, la risposta è il fatto che entrambi indossano un paio di Blundstones, un paio di stivaletti di pelle alti fino alla caviglia, con due elasticoni laterali e due linguette di tessuto per calzarli meglio. Nati, come è facile intuire, più per i contadini che per le teenager, arrivano dalla lontana Australia ma in Israele sono il fenomeno fashion del momento, con un cittadino su 15 ad averne acquistato un paio nel 2015. Come sia avvenuto rimane ancora in parte un mistero, ma di sicuro ha aiutato l'intuizione di Amos Horowitz, un distributore cinematografico che aveva deciso di cambiare carriera e nel 1999, dopo averli visti indossati da un suo vicino di casa di ritorno da un viaggio, ha deciso di importare i Blundstones in Israele. E per capire quanto valide siano le sue intuizioni, basti pensare che è sempre lui ad aver importato per primo anche le Cros, le ciabatte di gomma colorata e bucherellata della cui eleganza di cui si può essergli grati o meno, ma sicuramente nel bene o nel male tutti conoscono.
"Israele è passato dall'essere un mercato importante a un vero e proprio fenomeno nel giro di circa tre anni", ha detto al Times of Israel l'amministratore delegato di Blundstones Steve Gunn. "Un cambiamento sicuramente legato alla bravura dei nostri partner nella distribuzione - ha osservato - ma in gran parte anche dettato dal fatto che le persone stesse hanno deciso che questo è quello che desiderano indossare". Quando da Israele Horowitz è arrivato nei suoi uffici nel bel mezzo della Tanzania, nessuno aveva mai pensato al piccolo Israele come mercato per gli stivaletti. Quando, dopo aver convinto Gunn grazie alla sua irrefrenabile energia, li ha portati in patria per la prima volta, non è difficile immaginare che siano stati i lavoratori di kibbuz e moshav i primi a diventarne affezionati clienti, ma presto le cose sono cambiate. Quando Gunn ha visitato Israele nel 2002, ha ricordato, "ho trovato che Horowitz avesse un bacino ragionevole di clienti, dal momento che vendeva circa 10 mila stivali all'anno in un paese relativamente piccolo, e pensando che non avrei potuto fare di meglio in quello specifico mercato, ero contento così". Solo che poi, inaspettatamente, è esploso, con decine di migliaia di paia di stivaletti venduti ogni anno. E così, in una visita più recente, Gunn ha raccontato di essere stato "colto alla sprovvista dalla quantità di Blundstones che vedevo ai piedi della gente". A colpirlo in particolare, ha proseguito, "le età e gli usi, dai bambini agli adulti, dalle ragazze giovani che li indossavano con la gonna ai lavoratori che ci camminavano nel fango. Persino turisti li portavano, chiaramente dopo averli comprati in Israele".
Secondo Renana Peres, ricercatrice della School of Business Administration all'Università Ebraica di Gerusalemme, tutto questo successo non è tutto sommato così sorprendente. "Gli israeliani - ha osservato - sono persone inclini all'innovazione, e a cui piace essere i primi ad avere ogni cosa nuova. Amano anche viaggiare e comprare, e il loro essere un popolo molto coeso fa sì che il fenomeno Blundstones, che in fondo sono scarpe comode e non particolarmente brutte, sia una conseguenza non troppo stupefacente". Era avvenuto lo stesso con le Crocs, e si tratta secondo Peres di "una magica combinazione di fattori". E del resto è quello che dice anche Michael Horowitz, fratello di Amos nonché suo socio in affari, il quale ha sottolineato come "le cose succedono perché bisogna essere pronti a farle succedere". I due non hanno strategie di marketing di alcun tipo né si avvalgono del potere di internet, tutto si basa sull'individuazione di un'esigenza e sul conseguente passaparola. "Trovare il mercato giusto al momento giusto - le sue parole - richiede tanto, tanto lavoro sul campo e la rapidità di importare il prodotto nell'immediato".
Per quanto riguarda le previsioni sul fenomeno Blundstones in Israele, dopo l'esplosione Gunn si è detto pronto a ogni cosa. "Ho avuto una conversazione con Horowitz circa un anno e mezzo fa in cui eravamo giunti alla conclusione di non poter espandere il mercato più com'era all'epoca - ha ricordato - ma alla fine da allora è raddoppiato". Di sicuro l'amore israeliano per i mitici stivaletti ha anche influenzato alcuni cambiamenti di stile dell'azienda. Poiché vengono preferiti i colori più chiari agli originali neri e marrone testa di moro, ad esempio c'è stato un passaggio a toni di marrone più chiaro, che almeno sono più estivi, adatti alle temperature calde del paese. Non saranno sandali, ma per quello restano sempre le Crocs.
(moked, 26 giugno 2016)
Netanyahu: la Brexit non avrà conseguenze dirette sull'economia in Israele
La Brexit non avrà "conseguenze dirette sull'economia israeliana". Questo il primo commento del premier Benyamin Netanyahu al referendum che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa. Il premier .- che ha parlato prima della riunione domenicale del governo a Gerusalemme - ha tuttavia sottolineato che "si vive in un'economia globale".
(ANSAmed, 26 giugno 2016)
Vittorio Veneto - La memoria perduta del Ghetto
di Ira Rubini
MILANO - Il Ghetto ebraico di Venezia, famoso in tutto il mondo, compie 500 anni e viene celebrato con incontri, concerti e appuntamenti culturali per tutto il 2016.
Ma poco distante, a Vittorio Veneto, c'è un altro Ghetto del quale nessuno sembrava ricordarsi. Solo grazie agli sforzi della violinista Lydia Cevedelli, studiosa di musica ebraica e docente al Conservatorio di Milano, le vestigia (sia pure in condizioni assai precarie) di questo luogo tanto importante e antico sono state inserite fra i Luoghi del Cuore del FAI 2016.
A Ceneda, quartiere a sud di Vittorio Veneto, gli ebrei furono chiamati nel 1597 dal vescovo Marcantonio Mocenigo, che chiese a Missier Isdrael Hebreo da Conegliano e alla sua famiglia di aprire un banco dei pegni per soccorrere bisognosi con prestiti e credito.
Dal 1607 era già presente una sinagoga privata, mentre la sinagoga della comunità fu inaugurata da un rabbino di Venezia nel 1790. La sinagoga rimase attiva, sia pure a fasi alterne, fino 1949 per poi essere smontata e portata al Museo d'Israele di Gerusalemme. La comunità disponeva anche di un cimitero, inaugurato nel 1857 e visibile ancora oggi.
Gli ebrei si ridussero progressivamente di numero, fino a scomparire dopo la Seconda Guerra Mondiale, come accadde in tante parti d'Europa. Del vecchio Ghetto di Vittorio Veneto sopravvivono oggi un magazzino con un grande porticato e alcune strutture adiacenti.
Nel Ghetto di Ceneda nacque nel 1749 Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart. Era figlio di Geremia Conegliano e fu chiamato Emanuele, ma la famiglia si converti' al cristianesimo nel 1763 e il futuro autore dei celebri recitativi di Don Giovanni fu battezzato dal vescovo Lorenzo Da Ponte e ne assunse il nome.
Maggiori info: http://iluoghidelcuore.it/luoghi/treviso/vittorio-veneto/ex-ghetto-ebraico/17100
Lydia Cevedelli è stata ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare e ha raccontato dei progetti di restauro del Ghetto di Vittorio Veneto.
Intervista a Lydia Cevedelli | |
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