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Notizie su Israele 279 - 1 febbraio 2005

1. A colloquio con una israeliana araba cristiana
2. Memoria del passato e ombre del presente
3. Israele come focolare identitario degli ebrei
4. I nuovi israeliani provenienti dall'ex Unione Sovietica
5. L'insulto di Auschwitz nei paesi islamici
6. Shoah - Medaglia al merito al comune di Nardò
7. Musica e immagini
8. Indirizzi internet
1 Cronache 17:20-22. Signore, nessuno è pari a te, e non c’è altro Dio all’infuori di te, secondo tutto quello che abbiamo udito con i nostri orecchi. E quale popolo è come il tuo popolo d’Israele, l’unica nazione sulla terra che Dio sia venuto a redimere per formarne il suo popolo, per farti un nome e per compiere cose grandi e tremende, scacciando delle nazioni davanti al tuo popolo che tu hai riscattato dall’Egitto? Tu hai fatto del tuo popolo, Israele, il tuo popolo speciale per sempre; e tu, Signore, sei diventato il suo Dio.
1. A COLLOQUIO CON UNA ISRAELIANA ARABA CRISTIANA




Intervista di Victor Mordechai a Caroline Kharman


Caroline Kharman
Fino a pochi anni fa Caroline Kharman era l'unica e di conseguenza anche la prima araba israeliana che serviva nell'esercito israeliano come ufficiale. Nel colloquio con Victor Mordechai, corrispondente di "israel-heute" (mensile in lingua tedesca stampato a Gerusalemme, ndt), l'araba cristiana Caroline Kharman assume una chiara posizione nei confronti di Israele.


israel-heute: Caroline, tu hai fatto storia, perché sei stata la prima araba cristiana che è diventata ufficiale nell'esercito israeliano. Quali sono stati i tuoi motivi di fondo?
Kharman: Per me è stata una cosa del tutto naturale. Mi sento israeliana al 100%, anche se sono di fede cristiana e non ebraica. Per essere un cittadino israeliano a pieno titolo bisogna aver servito nell'esercito. C'è stata qualche resistenza nel mio paese Usfiya e da parte di alcuni miei parenti, ma per me diventare ufficiale e servire il mio paese era un dovere assoluto. Mi sento perfino più israeliana di molti israeliani ebrei.

israel-heute: Che cosa hai fatto dopo il tuo servizio nell'esercito?
Kharman: Ho studiato Relazioni Internazionali all'Università, poi sono entrata nella polizia ebraica e adesso servo il mio Paese in un lavoro molto gratificante. Questo vorrei fare: servire il mio Paese.

israel-heute: Che cosa pensi dello status dei cristiani in Terra Santa?
Kharman: Penso che stiamo seduti fra due sedie. I musulmani ci odiano, e sembra che anche gli ebrei non ci abbiano molto in simpatia. Ci troviamo fra il tronco e la corteccia. A Betlemme, Nazaret e in altre città la popolazione cristiana diminuisce sempre più. Penso tuttavia che abbiamo un futuro in questo paese, e quindi dobbiamo tener duro.

israel-heute: Che cosa pensi dei tentativi di pace del governo?
Kharman: Beh, credo che tutti vogliamo la pace, ma tutte le volte che il governo israeliano ha intrapreso un passo in direzione della pace, è sempre successo qualcosa che ha mandato tutto a monte.

israel-heute: Come spieghi il fatto che nella Knesset c'è una dozzina di deputati musulmani ma un solo vero cristiano?
Kharman: Penso che abbiamo bisogno di più cristiani nella Knesset, perché ci sono 147.000 arabi-cristiani in Israele. I deputati cristiani nella Knesset dovrebbero essere però veri credenti. Inoltre dovrebbero servire nell'esercito, o averlo fatto nel passato, come tutti gli altri israeliani.

israel-heute: Tu potresti essere una persona che costituisce un esempio, non è vero?
Kharman: Io spero di poter andare avanti con il mio esempio e incoraggiare molti altri israeliani di lingua araba a entrare nell'esercito, a servire questo Paese e a impegnarsi per assicurare il nostro futuro su questa terra, fianco a fianco con gli ebrei.

(israel-heute, febbraio 2005)





2. MEMORIA DEL PASSATO E OMBRE DEL PRESENTE




Il dolore, la retorica, i buoni propositi: cosa rimane del 27 gennaio 2005?

di Federico Steinhaus

La Giornata della Memoria, la commemorazione della liberazione di Auschwitz, e finalmente dopo 60 anni la convocazione di apposite sessioni di consessi nazionali ed internazionali riunite al solo scopo di commemorare la Shoah; atti di contrizione; la ripetizione ossessiva delle due semplici ma terribili parole “Mai più”; cronache ed analisi, fotografie, documentari in tutte le trasmissioni radio e televisive, in tutti i giornali e periodici: tutto ciò è il passato, e tutto oramai è stato archiviato in un cassetto colmo di ricordi dolorosi.
     Retorica di circostanza e commossa autentica partecipazione si sono mescolate e rimescolate in questi giorni; ma per evitare che in futuro tutto ciò divenga poco più di un dovere compiuto diligentemente dobbiamo ragionare su altri aspetti che sono rimasti necessariamente in ombra nel momento dell’emozione corale e del dirompente, angoscioso dolore.
     Lo vogliamo fare quando ancora è forte dentro di noi la sensazione di una rievocazione condivisa e sincera, che colloca il mondo intero (o forse no, cercheremo di approfondire questo aspetto inquietante) al fianco del popolo ebraico sfuggito allo sterminio e, come ha detto efficacemente ad Auschwitz una sopravvissuta, vincitore sulle tenebre del passato grazie all'esistenza di uno stato ebraico radicato dal quale si sprigionano la speranza e la consapevolezza.


Cominciamo da casa nostra.

Una indagine demoscopica effettuata poco prima del 27 gennaio ha fornito dati quanto meno inaspettati.
Tre milioni di italiani ritengono che lo stato d'Israele dovrebbe essere annientato (o non dovrebbe esistere, che è quasi la stessa cosa); 8 milioni di italiani, uno su sette, sostiene che gli ebrei dovrebbero andarsene dall'Italia, ed implicitamente afferma pertanto che gli ebrei - Rita Levi Montalcini, Umberto Saba, Leo Valiani, Amedeo Modigliani, Alberto Moravia per citarne qualcuno a caso - non sono dei veri italiani. Un italiano su 8 ritiene che gli ebrei mentano quando dicono che 6 milioni di loro furono uccisi dai nazisti (ma ignora forse che lo dicono anche il Papa, le istituzioni tedesche, l'ONU. . . . ), ed un terzo degli italiani è stufo di vedere che gli ebrei "facciano ancora le vittime". Facciamo a meno di citare altri dati che riguardano il pregiudizio fin troppo radicato sugli ebrei "diversi", che sono in generale aumento ed in parte si collegano all'ostilità nei confronti di Israele.
     Il professor Melis di Cagliari con i suoi folli ed al momento impuniti incitamenti all'uccisione degli ebrei trova dunque terreno fertile in una parte non sottovalutabile del popolo italiano; e poco conta che questi siano per lo più anziani e di modesto livello socio-culturale. Ma anche una affermazione di Sandro Curzi nella trasmissione "Zapping" dedicata alla Shoah ("In realtà sono morti più comunisti che ebrei, e sono stati uccisi solo perché erano comunisti") ha in sé una carica di subdolo inquinamento dei fatti che, proprio perché non espresso con violenza verbale, appare significativo.


Ed ora gettiamo uno sguardo anche al di là del nostro orticello.

In Russia, il 14 gennaio 2005 alcuni gruppi dell'estremismo nazionalista ortodosso hanno lanciato un appello, sottoscritto da 500 persone tra le quali 19 deputati e molti redattori di pubblicazioni "patriottiche", che chiede al Procuratore Generale della Federazione Russa di mettere al bando "tutte le associazioni religiose e nazionali ebraiche in quanto estremiste". Eccone alcuni estratti tradotti da Proche-Orient. info:
"I giudizi negativi espressi dai patrioti russi sulle qualità ebraiche tipiche e sulle azioni ebraiche dirette contro i non-ebrei corrispondono alla realtà. Queste azioni non sono affatto spontanee, ma sono regolamentate dal giudaismo e praticate da due millenni".
Nell'appello si accusano testi religiosi ebraici quali lo Shulchan Aruch (che detta le regole di comportamento per gli ebrei) di prescrivere l'uccisione degli apostati e dei traditori, di paragonare i non ebrei ad escrementi, di vietare ai non ebrei di imparare dei mestieri. L'antisemitismo, prosegue l'appello, è causato dal comportamento stesso degli ebrei, ed è talvolta anzi attizzato da loro per provocare dei provvedimenti punitivi contro i patrioti; gli ebrei sono stati perseguitati nell'Impero russo perché "la religione ebraica è anti-cristiana... fino a commettere degli omicidi rituali". Gli ebrei attendono l'anticristo per dominare il mondo, e pertanto "l'aggressività ebraica è una forma di satanismo".
     Nel Parlamento dell'Unione Europea, come in quello italiano, alcuni raggruppamenti politici si sono rifiutati di commemorare il sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz e la Shoah, ed alle Nazioni Unite molti stati erano assenti nel giorno di tale commemorazione; anzi, le Nazioni Unite avevano dovuto mercanteggiare il permesso di celebrare questa giornata concedendo al blocco musulmano-arabo delle contropartite politiche di stampo anti-israeliano.
     Nel mondo dell'Islam, arabo e non, molti media, molti commentatori e molti docenti universitari continuano a negare la Shoah in quanto tale, od a metterne in discussione la consistenza numerica delle vittime, od ancora ad indicare nella malvagità degli ebrei la causa dell'antisemitismo e della Shoah stessa. Nelle nostre rubriche noi segnaliamo con una solerzia che qualche volta si scontra con la inevitabile ripetitività questi articoli e queste trasmissioni televisive, ma non ci risulta che una tale campagna d'odio, sistematica ed intensa, susciti una adeguata reazione di indignazione.

     Potremmo continuare; basterebbe andare a ricercare gli eventi di pochi mesi or sono, tornare indietro di due, tre, quattro anni per riempire le pagine di un libro. Ma a noi interessava solamente elencare alcuni fra i più clamorosi casi che siano venuti a coincidere cronologicamente con la fatidica data del 27 gennaio 2005. Ne possiamo trarre alcune valutazioni, che potranno aiutarci anche nelle future letture degli avvenimenti.
     La prima considerazione che possiamo fare è talmente evidente da essere ovvia. In una associazione mentale spontanea la enorme maggioranza delle persone probabilmente collegherebbe la parola "ebreo" con "Shoah" oppure "Auschwitz" e con "Israele". Mai, comunque con "Einstein", "Freud", "Chagall", "Mendelssohn", "Spinoza", "Kafka" o mille altri. Al massimo, l'associazione mentale potrebbe spingersi a collegare la parola "ebreo" con "Rothschild" e con "avarizia".
     Questo significa che gli ebrei sono parcheggiati su un binario morto, che non ha sbocchi verso orizzonti aperti. Che il pregiudizio ed i luoghi comuni, l'incasellamento acritico, l'ignoranza e la pigrizia tendono a prevalere sulla curiosità di conoscere meglio il popolo che ha dato vita a straordinari messaggi culturali e scientifici anche nei periodi più oscuri della sua storia.
     Ma significa anche qualcosa che ci spinge un passo più in là: che a seconda delle opinioni politiche le calorose oppure scarse simpatie per le decisioni di un qualsiasi governo israeliano condizionano i rapporti con gli ebrei in genere, e che ciò ha riflessi fortemente percepibili in politica. Si è cioè innescato un meccanismo di non-ragionamento trasversale, che sovrappone tematiche diverse tra loro per renderlo strumentale in relazione a finalità che nulla hanno a che vedere con la storia, la cultura, la religione e - perché no - anche con le sofferenze di un popolo.

     Non è questa la sede per approfondire ulteriormente questo tema; basti dunque, per concludere, chiedersi se le scuole ed i media fanno abbastanza per mettere in rilievo anche i momenti luminosi della storia ebraica, spiegando perché, malgrado il parere espresso dal Parlamento Europeo, sia innegabile che l'occidente sia stato fortemente plasmato dai semi di arte, musica, scienze, letteratura e formazione morale generati da ebrei, che nel corso dei secoli hanno germogliato dando vita a piante rigogliose. Gli ebrei sono un popolo che ha dato all'umanità i Dieci Comandamenti e la Bibbia, e tra questi e la Shoah sono trascorse migliaia di anni in cui sempre vi sono state impronte ebraiche nelle conquiste di civiltà. Basterebbe, forse, parlarne di più nelle scuole per svuotare di senso il pregiudizio antiebraico.

(Informazione Corretta, 31 gennaio 2005)





3. ISRAELE COME FOCOLARE IDENTITARIO DEGLI EBREI




La sicurezza di contare su Israele

di Francesco Grandi

All’adolescente, che si pensava ateo, e ripeteva a memoria una delle versioni più conosciute di teodicea su Auschwitz, in una sala parrocchiale gremita per il dialogo ebraico-cristiano, veniva replicato, con autorevolezza e tono irremovibile, da un’autorità religiosa dell’ebraismo italiano, che era meglio non chiedere a Dio i motivi del male della storia. Era più utile, per il momento, lasciare l’interrogativo a livello orizzontale, all’uomo che si confronta con l’uomo sulla quantità di violenza procurata e subita, sulle responsabilità di ciascuno nei confronti del proprio vicino: «E’ solo questione di etica. La domanda su e a Dio è questione personale. E’ meglio che lei si legga qualche libro di storia in più».
     Ancora grato per quel suggerimento, oggi, quell’adolescente, torna con interesse a chiedere in che modo la teologia ebraica ha sviluppato il suo pensiero su Auschwitz. «Sì lo so. Molti ritengono che la Shoah debba essere affrontata solo da un punto di vista etico» ci dice Rav Roberto Colombo, già rabbino capo di Torino, e oggi direttore delle materie ebraiche, insegnante nella scuola media della comunità ebraica di Milano e responsabile del progetto culturale Kesher. «Nei libri classici di pensiero ebraico e di normativa (Midrash e Talmud) però si pone la questione sui motivi che hanno indotto Dio a permettere, ad esempio, la distruzione dei santuari di Gerusalemme e l’esilio nella diaspora. Maestri di tutte le epoche, nei momenti più terribili della loro vita, cercarono nel loro passato un peccato che potesse giustificare lo svolgersi degli eventi». La domanda che muove questa ricerca riguarda la messa a fuoco di una colpa, di una responsabilità, di una mancanza dell’uomo rispetto al patto che è stato sancito con la divinità, attiene a una dimensione punitiva che, una volta attraversata, possa restaurare un ordine di giustizia. «Di fronte all’orrore di Auschwitz, io per primo rifiuto, dal punto di vista emotivo, che si possa anche solo porre in discussione l’innocenza delle vittime. Ma credo che la domanda, dal punto di vista della tradizione, abbia un senso e da un punto di vista teologico debba essere colta nel suo vero significato». La domanda va dunque riformulata. Il nucleo attivo del confronto con la Shoah, del suo ricordo, è il presente che prende atto dell’accaduto e si chiede «ora cosa devo fare? Come affrontare la nuova realtà che si è creata? Il “Zakhòr”, il ricordo di ciò che è accaduto, significa portare dentro di sé una sensazione irripetibile».
     Rav Colombo ci racconta di un viaggio in Polonia di qualche anno fa, della visita a un campo di sterminio: «Ho visto le camere a gas e le baracche. Non ho mai provato tanto amore e rispetto per il mio popolo come allora. Non ho mai posto tante domande a Dio come in quei momenti. Ecco, questo è il valore del ricordo. Non un ricordo che distrugge ma un ricordo creativo, che emoziona, che ti porta a relazionarti a Dio, come un alunno insignificante di fronte al suo Maestro, e a creare rispetto verso i tuoi simili. Insomma, un ricordo che ti obbliga ad affrontare la realtà con occhi diversi. Credo sia questo il vero approccio teologico al disastro della Shoah». Questa memoria ha quindi, contemporaneamente, una portata universale, che attiva gli uomini al rispetto reciproco, a un’etica, e un senso particolare, dove il “presente” della Shoah spiega e illumina la storia di un popolo che lungo i secoli è stato oggetto di persecuzione e di sterminio.
     Ancora oggi quella storia, sembra nelle parole di Colombo non avere esaurito la sua portata, come se una vena sempre attiva portasse linfa nuova a una sensazione d’assedio, d’accerchiamento, e si saldasse, insieme alle ragioni religiose dell’antica promessa delle scritture, al sentimento di rifugio e sicurezza che lo Stato d’Israele può rappresentare per la Diaspora: «Il ricordo di un campo di sterminio mi angoscia, per la mia vita e soprattutto per quella dei miei figli; sapere di avere un paese pronto ad accogliermi in quanto ebreo, una patria che mi aspetta da 2000 anni m’infonde sicurezza, una certezza per il futuro. E’ in questo che vedo, nella terra d’Israele, una risposta all’Olocausto».
     Israele però, ci dice Rav Colombo, risponde anche a un altro tipo di domanda. Negli ultimi anni sembra davvero rappresentare un focolare identitario, il centro delegato all’irraggiamento di una proposta culturale, dove si rigenerano i significati della tradizione e dell’appartenenza. «Le nuove generazioni dell’ebraismo italiano, anche se non è possibile generalizzare, sono, in linea di massima, più preparate sui temi religiosi rispetto a quelle passate. Le cause che hanno permesso questo cambiamento sono varie. Una di queste è senz’altro il legame sempre più forte tra l’ebreo italiano e la terra d’Israele».
     Racconta di come molti rabbini, negli ultimi decenni, si siano formati culturalmente in Israele e anche lui, del resto, che ha studiato per cinque anni, all’istituto rabbinico Hakotel, «giovandosi della sapienza dei maestri del posto, ritrasmessa poi al vasto pubblico delle comunità locali. Molti ebrei italiani si recano spesso in Israele e, viceversa, molti studiosi israeliani sono regolarmente invitati nel nostro paese per lezioni e conferenze».
    
(Il Riformista, 21 gennaio 2005)





4. I NUOVI ISRAELIANI PROVENIENTI DALL'EX UNIONE SOVIETICA (III)




Quindici anni dopo l’apertura delle porte dell’Unione Sovietica, che rese possibile l’alià in Israele di un milione di nuovi immigrati, Keren Hayesod presenta una vasta panoramica in quattro parti, scritta da due noti giornalisti, Sever Plozker e Natasha Mosgovia e recentemente apparsa sul più diffuso quotidiano israeliano, Yediot Aharonot.

Cinque aspetti dell’integrazione degli  immigranti

da un articolo di Natasha Mosgovia
pubblicato da Yediot Aharonot

Sono passati 15 anni da quando l’URSS ha aperto le porte. La stragrande maggioranza ha deciso di rimanere in Israele. Gli israeliani all’inizio erano ostili, ma oggi dicono: questa ondata di immigrazione era essenziale. La storia della più grande ondata di immigrazione della storia di Israele.


A.
   Chiborshke e la convivenza:
 
Oggi, il 60% degli abitanti di Bnei Ayish, fondata da olim yemeniti, è rappresentata da nuovi immigranti provenienti dai paesi dell’Ex Unione Sovietica.
 
Non è difficile ignorare l’ingresso nella cittadina meridionale di Bnei Ayish per la presenza di una variopinta insegna in caratteri cirillici e di una vignetta che raffigura una strana creatura con delle grandi orecchie. L’insegna fa la pubblicità ad un giardino d’infanzia locale e la strana creatura è Chiborshke, il personaggio molto popolare di una fortunata serie di cartoni animati in Russia.
     La presenza di Chiborshke non deve sorprendere dal momento che Bnei Ayish rappresenta la località israeliana con la più alta percentuale di russofoni e oltre il 60% dei suoi abitanti proviene dai paesi dell’ex Unione Sovietica. Mark Bessin, che per la seconda volta è alla testa del locale Consiglio municipale, è un immigrato di lunga data, arrivato dalla Georgia asiatica, ed è stato fino alle ultime elezioni (nelle quali Simcha Yosipov è stato eletto sindaco del Consiglio comunale di Or Akiva) il solo sindaco "russo" di Israele.
     Bnei Ayish è stata fondata nel 1958 e nel 1990 contava soltanto 1,200 abitanti, per lo più di origine yemenita. Tuttavia, l’imponente ondata immigratoria di questi ultimi anni ha fatto lievitare la popolazione locale a 7,500 unità.
     "Non mancano le tensioni" confessa Bessin, " pur se possiamo indubbiamente parlare di convivenza. Io sono solito dire che se esistono dei problemi sui quali non ci troviamo tutti d’accordo, cerchiamo per lo meno di evitare di calpestarci i calli a vicenda." Uno di questi 'calli' è rappresentato dall’apertura di tre salumerie non-kasher. "Nei primi anni del 1990 le vetrine di alcuni di questi negozi sono state fatte oggetto ad atti di vandalismo," ricorda Bessin. "Gli immigranti chiedevano che i negozi rimanessero aperti anche il sabato. I veterani, naturalmente, erano contrari ed esigevano, d’altro canto, che durante il riposo sabbatico venissero chiuse tutte le strade al traffico automobilistico. Entrambe le richieste erano eccessive. Nel 1999 una squadra di calcio locale ha fatto un energico tentativo di giocare di sabato in un campo situato proprio nel centro di uno dei più vecchi quartieri della cittadina. A questo punto, sono dovuto intervenire personalmente per far cessare la partita. Oggi, se qualcuno vuole fare delle attività sportive di sabato lo fa in un luogo situato nell’altra parte del paese, con la benedizione del rabbino locale
     Bessin è da sempre impegnato a favore dell’integrazione. "Non favorisco le attività che si svolgono esclusivamente in russo, tranne quelle nel circolo dei pensionati", afferma. Bessin è particolarmente orgoglioso della compagnia folcloristica mista di Bnei Ayish, "un po’ russa e un po’ yemenita". "In principio, esistevano solo alcuni piccoli gruppi, ma oggi siamo riusciti ad allestire un gruppo d’insieme molto affiatato e a nessuno interessa sapere qual è la provenienza dei singoli componenti. Ogni anno organizziamo una festa di compleanno comune per tutti i neonati e il paese viene decorato con festoni bianco-azzurri – "Made in Bnei Ayish". I nuovi olim hanno portato i loro sport e la loro cultura e quando si sono cominciati a vedere i risultati, anche i veterani si sono uniti a loro."
     Secondo Bessin, la massiva concentrazione di nuovi immigranti in una località non è del tutto positiva, in quanto rallenta il naturale processo di integrazione. “Non so che effetti avrà in futuro questa tendenza di insegnare la lingua russa ai bambini nati qui. Anche noi, quando siamo arrivati, volevamo che i nostri figli parlassero in russo, però hanno vinto loro, perchè quando gli parlavamo in russo, ci rispondevano in ebraico e, alla fine, ci siamo arresi e anche noi abbiamo cominciato a parlare in ebraico.”
 
 
B. Il terrorismo ci ha avvicinati:
 
L’Intifada ha favorito l’inserimento dei nuovi olim nel contesto israeliano
 
    
"E’ tragico", ammette il presidente dell’Agenzia Ebraica, Salai Meridor, “ma il patto di sangue che si è stabilito tra noi, in questi ultimi tre anni, ha fatto sì che i nuovi olim si sentano più vicini al vissuto del Paese." Il dottor Eliezer Feldman, che dirige l’istituto di ricerche Mutagim ed è un esperto di cose russe, conferma che l’Intifada ha creato "un nuovo spirito di coesione ed un alto livello di identificazione con la società israeliana."
  "Il modo con il quale i nuovi olim fanno fronte al problema del terrorismo è senz’altro degno di ammirazione," insiste il capo dell’Agenzia Ebraica,  Meridor. "Ho reso visita a dozzine di famiglie di olim che hanno perso i loro cari in atti di terrorismo e sono rimasto colpito dal modo nobile con il quale soffrono e accettano il dolore della loro tragedia ed esco sempre con la sensazione che ad ogni giorno che passa dobbiamo ringraziare queste

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persone per essere qui con noi. Mai una volta ho sentito qualcuno di loro pronunciare "Perchè mai siamo venuti a vivere in Israele?"
 

C. "Sono arrivato  a casa"

Una visita dai toni ottimistici in un ospizio per olim anziani a Nazareth Superiore
 
Attualmente vivono in Israele circa 185.000 olim anziani, arrivati dai paesi dell’ex Unione Sovietica. La maggior parte di loro non ha contatti con la popolazione veterana d’Israele. Molti di loro, inoltre, non parlano l’ebraico e non sentono la necessità di farlo.
     Esistono oggi diverse organizzazioni, formatesi in più parti del paese, che gestiscono degli ospizi  – una sorta di "alloggi per la terza età" che ospitano gli olim anziani in un ambiente comodo, caloroso ed accogliente.
     La retta è di molto inferiore a quella pagata in case di riposo “ufficiali” (2,000 sicli rispetto a 7,000). "Qui hanno tutto", dichiara Irena Birman, che dirige l’associazione "New From Europe" che gestisce un ospizio a Nazareth Superiore. "Quando cominciano ad aver bisogno di cure speciali, non abbiamo altra scelta che quella di trasferirli in residenze maggiormente attrezzate. Nel frattempo, hanno qui da noi un alloggio accogliente."
     L’ospizio consiste di 10 villette, abitate ciascuna da 41 anziani. Ognuno ha una propria camera, ma tutti vivono come in una grande famiglia e hanno l’aria di essere contenti. Mentre gli uomini discutono di politica, le signore svolgono le loro faccende e si prendono cura del giardino. Il 9 maggio (l’anniversario della resa della Germania nazista), i residenti indossano le loro vecchie uniformi dell’Armata Rossa, ostentano le loro medaglie al valore e rievocano le loro gesta.
     Yosef Iznik, 83 anni, immigrato da Cherson (Ucraina) nel 1990, fa ogni mattina la sua passeggiata quotidiana. "Io sono ottimista di natura", dichiara "mi alzo alle 5:30 ed esco con il mio walkman per fare della ginnastica. Quindi, ascolto il notiziario e leggo i giornali per tenermi aggiornato."
     In Ucraina, Yosef era un direttore di banca e come veterano della Seconda Guerra Mondiale ha ottenuto non poche agevolazioni. Il signor Iznik, comunque, non ha rimpianti. "Prima di tutto, laggiù non ho lasciato niente. I miei figli vivono in Israele e mio nipote ha fatto il servizio militare nell’esercito israeliano. Io sono un patriota israeliano, qui mi sento a casa mia. A chi ha da ridire sul fatto che un nuovo immigrante arrivato in tarda età, che non ha mai lavorato, riceva comunque la pensione, io gli rispondo – questa è anche casa mia. Non sono mica un ospite qui!".
     Anche Maria Chirolnikov, 80 anni, dichiara che l’ospizio ha provveduto a darle un caldo alloggio. "Io amo Israele" dichiara, "e qui abbiamo tutto quello che ci serve. Facciamo passeggiate, mangiamo insieme e facciamo le marmellate usando i frutti che crescono nel giardino. Non litighiamo mai, perchè non abbiamo motivi per farlo. Io sono molto felice di essere venuta a vivere in Israele."
     "Uno dei nostri amici di qui mi ha pagato una visita in Russia ma io ho deciso di ritornare prima del previsto, e gli ho detto anche di fare ritorno a casa."
     "Alle volte, mi chiedo che cosa abbiamo fatto per meritare un’accoglienza così calorosa. Abbiamo lavorato all’estero, ma qui non abbiamo fatto niente. E allora mi tranquillizzo, dicendomi che sono un’ebrea e, tutto sommato, questo è un buon paese."
 

D. Combattenti – ma non ufficiali
 
I giovani olim hanno capito che il servizio militare nelle unità di combattimento dovrebbe facilitare il loro inserimento nella società israeliana.
 
     Le Forze Armate d’Israele hanno un bel da fare per cercare di capire come sia avvenuto. I nuovi olim si trovano estremamente a loro agio nelle unità di combattimento, ma non ancora nei ranghi di comando. Da uno studio condotto dal dipartimento del personale dell’esercito israeliano si sono evidenziati dei sorprendenti risultati, secondo i quali i dati  personali dei soldati olim sono superiori a quelli dei soldati nati in Israele.
     Una ricerca condotta dalle Forze Armate ha indicato che i nuovi immigranti preferiscono arruolarsi nelle unità di combattimento ma rinunciano a frequentare i corsi da allievi ufficiali  (per diventare comandanti di compagnia) e quindi da ufficiali di carriera. Statisticamente, più di un quinto dei soldati semplici sono nuovi olim, mentre solo un immigrato su venti diventa comandante di compagnia (in confronto a uno su cinque dei nati in Israele). Oggi non c’è ancora nell’esercito un tenente colonnello che vive in Israele da meno di 15 anni.
     Come mai i nuovi olim evitano di frequentare i corsi da ufficiali? Gli studi condotti dall’esercito israeliano spiegano che tra le cause più frequenti c’è l’insicurezza di parlare in ebraico e la susseguente reticenza a dover confrontarsi con dei subalterni nati nel Paese, così come una mancanza di sicurezza di sé e il desiderio di continuare il proprio servizio in un ambiente favorevole, a contatto coi propri compagni olim, in una stessa unità o divisione, in cui si parla lo stesso idioma.
     Il comandante di un battaglione di un’unità di fanteria sostiene che si sono create nel suo reggimento diverse "comunità di olim", specialmente nelle compagnie più consolidate. A suo dire, i soldati olim preferiscono rimanere con i loro amici piuttosto che frequentare dei corsi da allievi ufficiali.
     L’esercito non sempre approva questa forma di cameratismo etnico tra soldati. "A un certo punto, ti rendi conto che si sono formate delle nuove conventicole in unità che sono formate interamente da nuovi immigranti, per cui diventa alquanto difficile scioglierle," dice un altro comandante di battaglione. "Un nuovo graduato può incontrare molte difficoltà a dover gestire un gruppo di questo tipo”.
     Il colonnello Shlomo Dagan, che è immigrato in Israele da Kishiniev nel 1973 e ha comandato la brigata settentrionale di stanza a Gaza, ha un’ulteriore spiegazione sulla scarsità di nuovi immigranti nei corsi da allievi ufficiali. Secondo lui, i genitori degli olim trovano difficile cimentarsi con l’idea di un figlio che sceglie la carriera militare. “Non la tengono in grande conto” afferma. "Quando decisi di arruolarmi nel corso ufficiali, i miei dimostrarono di non gradirlo particolarmente. Penso che sia solo una questione di tempo fino a che i genitori cominciano ad appoggiare i figli che decidono di intraprendere una carriera militare."
     Rispetto a qualche anno fa, comunque, sempre più nuovi olim desiderano entrare nelle unità di combattimento. "Questi giovani hanno capito che non basta fare semplicemente il proprio servizio di leva", dichiara il colonnello Nissim Barda, che comanda la Divisione Regolare delle Forze Armate di terra. “La forma più rapida per integrarsi nella società è quella di svolgere un ruolo di combattente. Essi si sono resi conto che il servizio nelle unità di combattimento dovrebbe facilitare l’inserimento nella società israeliana."
     E c’è ancora un’altra interessante considerazione da fare. Secondo i dati forniti dalla scuola di tiro delle Forze Armate, un tiratore scelto su due proviene dai paesi dell’ex Unione Sovietica. In alcuni casi, la percentuale sale al 70%. "Questi soldati arrivano con un alto livello di conoscenza della matematica e della fisica", spiega un ufficiale graduato, "le persone che hanno una buona istruzione in matematica centrano il bersaglio con maggiore facilità. Questa disciplina non si addice alla forma mentale dell’approssimazione. Nel tiro a segno non si può essere negligenti o disattenti. La precisione è la parola chiave in questo campo.
 

E. Salvare la nostra musica:
 
I nuovi immigranti hanno portato ordine, professionalità, capacità tecniche e disciplina. Ma queste hanno un prezzo.
 
Una volta, il grande violinista Isaac Stern disse: "Il violino rappresentava il lascia-passare per uscire dal ghetto." Ai nostri giorni, si può affermare che il violino è diventato per gli ebrei dell’ex Unione Sovietica il biglietto d’entrata nella società israeliana. Non soltanto il violino, ma anche il pianoforte e il violoncello.
     Osservateli, i musicisti "russi", quando stanno seduti e suonano nelle nostre orchestre. Dovreste farlo, perché state osservando coloro che hanno salvato le nostre vite musicali. Essi hanno riempito le file musicali che si stavano assottigliando. Non siamo stati noi, gli israeliani, ad averlo fatto. Sono stati loro, i "russi", a farlo.
     Quando venne creato lo Stato d’Israele, eravamo tutti occupati a caldeggiare il mito dell’israeliano "più sano, più libero e più giovane". Si trattava di un falso mito. Com’eravamo stupidi a credere che questi israeliani fossero i soli in grado di creare la bellezza nella nostra musica! E’ pur vero che i più grandi violinisti del mondo, Perlman e Zukerman, sono israeliani. Ma quanti altri Perlman e Zukerman abbiamo prodotto?
     Avete mai considerato il fatto che altri valenti musicisti come Barenbaum, Mintz  e Bronfman, non sono nati in Israele? Il primo è nato in Argentina e gli altri due in Russia. Non sono israeliani. Perchè c’è qualcosa di difettoso nell’educazione musicale in Israele.
     L’anno 1974 ha contrassegnato l’inizio di una consistente ondata immigratoria dall’ex Unione Sovietica. Ed è grazie all’arrivo di molti musicisti "russi" che la Filarmonica d’Israele è stata salvata. Con loro è venuta una grande quantità di eccellenti pianisti. Senza questi insegnanti le nostre accademie e scuole di musica avrebbero chiuso i battenti già da molto tempo.
     Che cosa hanno portato costoro che gli israeliani non conoscevano in precedenza? Ordine. Professionalità. Qualità tecniche. Disciplina. I comunisti russi avranno avuto un sacco di difetti, ma una cosa buona ce l’avevano: sapevano insegnare alla gente come imparare. Per cui, il nuovo insegnante di musica russo è venuto da noi e ha costretto (Dio ci salvi!) i nostri allievi viziati ad applicarsi per imparare. E, di colpo, è calato il sipario sulle frasi qui più comuni: “Stai tranquillo, andrà tutto bene” o “non preoccuparti”. Da loro, esiste solo metodo e ordine. Essi insegnano la tecnica, perché la tecnica rappresenta il controllo dello strumento. Essi insegnano i misteri delle tonalità. Non esistono compromessi e neanche scorciatoie.
     La madre israeliana è stupefatta, incredula. Il suo amato marmocchio sta suonando bene il pianoforte, ma l’insegnante è avara di complimenti. Non dirà quasi mai "bravo", ma più semplicemente "va bene". Alzerà continuamente l’asticella e la richiesta di devozione allo strumento. Il risultato? Qualità, buon suono e, forse, persino del virtuosismo.
Questi risultati, tuttavia, comportano un prezzo. Il regime comunista non ha alimentato l’estro  e la creatività. Queste erano delle parole tabù, poiché potevano indurre a delle libertà di scelta, troppo minacciose per il regime. I musicisti russi sono solitamente inclini alle esecuzioni reboanti, zuccherose e sentimentalistiche. Ciò deriva da un eccesso di emotività che tocca le corde del cuore, in quanto la cultura musicale russa è governata dall’idea estetica secondo cui il pianto è bello.
     Inoltre, si sta verificando qualcosa di molto stupefacente, in particolare nella città di  Ashdod. Parliamo dell’Orchestra Andalusa, che esegue la musica religiosa dei menestrelli del Marocco. La maggior parte di questi musicisti sono immigranti russi! Com’è ironico che dei musicisti russi salvaguardino la tradizione musicale marocchina!
     Questa è una manifestazione della sindrome dell’immigrante. Per avere successo, devi dimostrare di essere più locale dei residenti locali. E così per sopravvivere, i russi hanno imparato a suonare la musica marocchina, con eccellenti risultati.
     Domanda: Attualmente, qual è la migliore orchestra in Israele?
     Risposta: Quella che ha tra le sue fila i migliori musicisti russi. Come abbiamo già avuto modo di dire, malgrado i suoi difetti, l’ondata immigratoria russa ha avuto il merito di salvare l’educazione musicale e la qualità della musica in Israele.
 
Fine della 3° puntata
 
(Keren Hayesod, 19 gennaio 2005)






5. L’INSULTO DI AUSCHWITZ NEI PAESI ISLAMICI




L’alleanza Hitler-Sion

Piccola ma significativa antologia dell’antisemitismo arabo

di Carlo Panella

L’ebreo può uccidervi e prendere il vostro sangue per impastare il suo pane sionista. Questa realtà apre davanti a noi una pagina ancora più orribile del crimine in se stesso: le credenze religiose degli ebrei e le perversioni che contengono, che si impiantano su un odio cupo verso tutto il genere umano e tutte le religioni”. Sarebbe bene leggere queste frasi deliranti prima di ognuna delle commemorazioni pubbliche della Shoah. Perché non sono state scritte settant’anni fa, sono state scritte oggi. Non sono di Adolf Hitler né di un fanatico cattolico dell’Ottocento convinto dei riti di “sacrificio umano” degli ebrei. Sono le parole di un leader arabo di un paese cui la diplomazia di molti Stati, purtroppo anche quella italiana, riconosce un’evoluzione moderata. Sono frasi del libro “Il pane azzimo di Sion”, pubblicato nel 1983 da Mustafa Tlas che, dal 1972, è l’uomo forte del regime siriano, che da allora, ininterrottamente è ministro della Difesa baathista della Siria, che garantisce oggi al presidente Beshar al Assad la fedeltà al regime delle forze armate. Con orgoglio la stampa siriana ricorda sovente che questo libro è un best seller. Con altrettanto orgoglio più di un serial televisivo ha tratto ispirazione da queste pagine: in una fiction si vede un povero arabo legato come un salame su un tavolo da cucina, circondato da famiglie di ebrei dal naso adunco che stanno per ucciderlo con coltellacci per usare il suo sangue per riti immondi.
     Si possono avere rapporti diplomatici normali con paesi che vivono di questa “cultura”? Si può convivere senza dir nulla, senza fare un gesto, un cenno di disapprovazione con un mondo islamico in cui le correnti negazioniste della Shoah si sposano con saggi storici sull’omicidio rituale da parte degli ebrei, in cui vanno in onda in continuazione, al posto di Beautiful, serial ispirati dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion? Questo è il tema oggi, 2005, in Europa, nel Mediterraneo, se si vuole parlare seriamente di Shoah.
     Il giorno in cui le truppe alleate sono entrate ad Auschwitz in una parte non piccola del mondo musulmano è considerato una sciagura e non ci si vergogna a dirlo, a esprimere pubblicamente il dispiacere perché “il lavoro non è stato portato a termine”. In Europa si stenta a credere che questo sia possibile, che possa accadere a poche centinaia di chilometri da noi, ma così è. L’insulto di Auschwitz nei paesi islamici è prassi costante, continuativa, diffusa. Non è patrimonio di poche nicchie di negazionisti, ma di una larga parte della cultura di massa. Rivolgendosi a Hitler con un rimprovero per non aver “finito il lavoro”, l’editorialista Abdallah Mahamud scriveva in prima pagina del quotidiano ufficiale del regime egiziano Al Aharam il 29 aprile del 2002, a chiosa di un’analisi in cui spiegava che gli ebrei – non i sionisti, gli ebrei – sono “un modello di degrado e degenerazione: “Se solo tu l’avessi fatto, fratello… Il mondo potrebbe respirare in pace senza la loro malvagità e i loro peccati”. Il “fratello” cui si rivolge Abdallah Mahamud è naturalmente Hitler. E non è, purtroppo, un caso isolato: le speranze di pace in Palestina sono oggi affidate ad Abu Mazen, successore di Arafat ed è quasi un luogo comune, non da oggi, definirlo un pragmatico moderato. Probabilmente è così, e forse riuscirà sul serio a fare qualcosa sulla strada della pace. Resta il fatto che Abu Mazen è un negazionista, che ha conseguito a Mosca un dottorato nel 1982 con una tesi dal titolo inequivocabile: “L’altro volto: i legami segreti tra nazismo e sionismo”, oggi pubblicata dalle edizioni Ibn Rashid di Amman. Tesi che coincide perfettamente con quanto ha dichiarato il 24 aprile 2001 l’ayatollah Ali Khamenei, guida della Rivoluzione islamica iraniana, aprendo a Teheran la conferenza interparlamentare musulmana: “I sionisti e i nazisti avevano strette relazioni e sono state fornite cifre esagerate sull’Olocausto degli ebrei per attirare la simpatia dell’opinione pubblica, per preparare il terreno all’occupazione della Palestina e per giustificare i crimini dei sionisti”.


Il vero Olocausto in atto

Le tv egiziane trasmettono in continuazione talk show in cui “esperti” sostengono che la bomba all’hotel Hilton di Taba (16 israeliani straziati, più gli altri) l’hanno piazzata gli ebrei per ragioni di propaganda. Ora spiegano che “Auschwitz è una falsificazione, un’esagerazione per giustificare il vero olocausto in atto”, quello di cui sarebbero vittime i palestinesi.
     Infiniti sono gli esempi di un antisemitismo feroce, radicale, intollerabile diffuso oggi nel mondo islamico, anche nel più distante dal teatro dello scontro israelo-palestinese, come la Malaysia, il cui leader Mohammad Mahatir, il 16 ottobre 2003 rispolverò la dottrina nazista del “complotto ebraico”, dicendo davanti a capi di Stato di tutto il mondo: “Anche se gli ebrei domineranno il mondo per procura non vinceranno contro l’islam”.
     Oggi buona parte di quell’Europa che pure commemora contrita la Shoah fa finta di credere che tutte le classi dirigenti arabe, palestinesi in testa, siano state entusiaste di Hitler soltanto per problemi tattici. Fa finta di credere che tanto odio di oggi sia stato suscitato nei musulmani non da un radicato, millenario antisemitismo musulmano (come è) ma esclusivamente dalla “provocazione” della nascita dello Stato di Israele (che ovviamente un suo peso gioca).
     Gli Stati Uniti, l’11 settembre 2001, hanno iniziato a capire che è vero il contrario.

(Il Foglio - 27 gennaio 2005)






6. SHOAH - MEDAGLIA AL MERITO AL COMUNE DI NARDÒ




«Negli anni tra il 1943 e il 1947, il Comune di Nardò (Lecce), al fine di fornire la necessaria assistenza in favore degli ebrei liberati dai campi di sterminio, in viaggio verso il nascente Stato di Israele, dava vita, nel proprio territorio, ad un centro di esemplare efficienza»

ROMA - Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in occasione del 27 gennaio, Giornata Nazionale della Memoria, ha conferito motu proprio la Medaglia d’oro al Merito Civile al Comune di Nardò con la seguente motivazione: «Negli anni tra il 1943 e il 1947, il Comune di Nardò, al fine di fornire la necessaria assistenza in favore degli ebrei liberati dai campi di sterminio, in viaggio verso il nascente Stato di Israele, dava vita, nel proprio territorio, ad un centro di esemplare efficienza. La popolazione tutta, nel solco della tolleranza religiosa e culturale, collaborava a questa generosa azione posta in essere per alleviare le sofferenze degli esuli, e, nell’offrire strutture per consentire loro di professare liberamente la propria religione, dava prova dei più elevati sentimenti di solidarietà umana e di elette virtù civiche».
     La medaglia d’oro al valor civile concessa oggi alla popolazione di Nardò dal presidente della Repubblica premia un popolo che in anni difficili creò per decine di migliaia di ebrei scampati alla Shoah condizioni di vita accettabili e soprattutto garantì la sopravvivenza e i diritti che a milioni di altri negli anni tra il ’43 e il ’45 venivano negati: la terra nell’estremo Salento fu per quegli ebrei l’ultimo avamposto dell’Europa e il primo passo verso la libertà che per alcuni di loro si chiamò Israele e per altri America. Accadde alla fine della seconda guerra mondiale, dal ’43 al ’47, a Santa Maria al Bagno, bella località costiera di Nardò: lì arrivarono in quegli anni quasi 100.000 ebrei, molti in fuga dai loro persecutori, molti altri già liberati dai campi di sterminio dopo la disfatta dei nazisti.
     Negli anni Trenta Santa Maria al Bagno era un rinomato centro di villeggiatura salentino nel quale vivevano alcune centinaia di persone, ma che era in grado di accogliere migliaia di turisti. Per questa ragione, dopo la fine della guerra, tra il ’44 e il ’47, fu scelto dagli alleati angloamericani come campo profughi. Tutto il paese fu requisito e adattato alle esigenze di questa sua nuova funzione che lo portò a ospitare prima 30.000 slavi e poi circa 100.000 ebrei. Una casa dove oggi sorge un bar venne trasformata in sinagoga, in una masseria venne realizzato un kibbutz e alcuni locali vennero adattati a magazzino.
     Del passaggio degli ebrei è rimasta traccia sulle mura di un deposito abbandonato nel centro del paese, su cui un ebreo di origine polacca, Zivi Miller, disegnò il viaggio dai lager sino a quell’estremo lembo del Salento, verso la libertà e la Terra Promessa, rappresentata come una grande stella di Davide al di là del mare: un popolo in cammino verso il grande portale rappresentato dalla stella di David. I dipinti oggi sono noti come i murales di Santa Maria al Bagno. Zivi Miller viene ancora ricordato dai più anziani abitanti della marina, anche perchè era stato protagonista di una fuga rocambolesca per sottrarsi alle deportazioni nei campi di sterminio: a Santa Maria al Bagno oltre alla libertà trovò anche la compagna della vita, dal momento che sposò una ragazza del luogo che poi partì con lui.
     Molti nella marina di Nardò si fermarono pochi giorni, ma molti altri restarono anche più di due anni. Nacquero amicizie, e nacquero anche amori: furono celebrati civilmente più di 350 matrimoni documentati all’anagrafe di Nardò, in massima parte tra ebrei di origine polacca. Ma anche una decina tra profughi e residenti.
     Sulle pareti Zivi Miller disegnò il suo viaggio verso la speranza, ma testimoniò anche l’ostilità verso gli inglesi che gestivano il campo e che (per motivi legati a una politica estera filoaraba) osteggiavano la formazione di uno Stato ebraico e la partenza degli ebrei verso Israele. Per questa ragione, malgrado il campo fosse libero, e chi vi risiedeva potesse andare e venire liberamente, tutte le partenze verso il nuovo Stato di Israele furono organizzate clandestinamente. Molte di queste furono preparate da Ben Gurion, grande protagonista della nascita dello Stato di Israele, di cui divenne il primo capo di governo, che visse a Santa Maria al Bagno insieme con altri personaggi come Golda Meir, la firma della quale risulta dagli atti di un matrimonio celebrato il 26 febbraio 1946.

(Gazzetta del Mezzogiorno, 26 gennaio 2005)





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