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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 8
Vittorie di Davide sui Filistei, i Moabiti, i Siri, gli Edomiti
- Dopo queste cose, Davide sconfisse i Filistei, li umiliò e tolse di mano ai Filistei la supremazia che avevano.
- Sconfisse pure i Moabiti: e dopo averli fatti giacere per terra, li misurò con la corda; misurò due corde per farli mettere a morte, e la lunghezza di una corda per lasciarli in vita. I Moabiti divennero sudditi e tributari di Davide.
- Davide sconfisse anche Adadezer, figlio di Reob, re di Soba, mentre egli andava a ristabilire il suo dominio sul fiume Eufrate. Davide gli prese millesettecento cavalieri e ventimila fanti, e tagliò i garretti a tutti i cavalli da tiro, ma risparmiò dei cavalli per cento carri.
- Quando i Siri di Damasco vennero per soccorrere Adadezer, re di Soba, Davide ne uccise ventiduemila. Poi Davide mise delle guarnigioni nella Siria di Damasco e i Siri divennero sudditi e tributari di Davide; l'Eterno rendeva Davide vittorioso dovunque egli andava. Davide tolse ai servi di Adadezer i loro scudi d'oro e li portò a Gerusalemme. Il re Davide prese anche una grande quantità di rame a Betà e a Berotai, città di Adadezer.
- Quando Toi, re di Camat, ebbe udito che Davide aveva sconfitto tutto l'esercito di Adadezer, mandò al re Davide Ioram, suo figlio, per salutarlo e per benedirlo perché aveva mosso guerra ad Adadezer e lo aveva sconfitto (Adadezer era sempre in guerra con Toi); e Ioram portò con sé dei vasi d'argento, dei vasi d'oro e dei vasi di rame. Il re Davide consacrò anche quelli all'Eterno, come aveva già consacrato l'argento e l'oro tolto alle nazioni che aveva soggiogato: ai Siri, ai Moabiti, agli Ammoniti, ai Filistei, agli Amalechiti, e come aveva fatto del bottino di Adadezer, figlio di Reob, re di Soba.
- Al ritorno dalla sua vittoria sui Siri, Davide acquistò ancora fama, sconfiggendo nella valle del Sale diciottomila Idumei. E pose delle guarnigioni in Idumea; ne mise per tutta l'Idumea, e tutti gli Edomiti divennero sudditi di Davide; e l'Eterno rendeva vittorioso Davide dovunque egli andava.
Pubblici ufficiali di Davide - Davide regnò su tutto Israele, facendo ragione e amministrando la giustizia a tutto il suo popolo. Ioab, figlio di Seruia, comandava l'esercito; Giosafat, figlio di Ailud, era cancelliere; ì Sadoc, figlio di Aitub, e Aimelec, figlio di Abiatar, erano sacerdoti; Seraia era segretario; Benaia, figlio di Ieoiada, era capo dei Cheretei e dei Peletei, e i figli di Davide erano ministri di stato.
(Notizie su Israele, 2 febbraio 2026)
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Hezbollah davanti allo specchio iraniano
Tra fedeltà a Teheran e sopravvivenza in Libano, l’organizzazione sciita si muove in un passaggio storico
di Shira Navon
Per Hezbollah questo non è solo un momento difficile, è un tornante strategico in cui ogni scelta comporta un costo potenzialmente esistenziale. L’ipotesi di una guerra aperta tra Stati Uniti e Iran, con possibili ricadute dirette su Israele, mette la leadership dell’organizzazione sciita davanti a un dilemma che accompagna Hezbollah fin dalla sua nascita ma che oggi assume un peso inedito, perché il contesto regionale è cambiato e molte delle certezze del passato si sono incrinate. Sostenere Teheran senza trascinare il Libano in una guerra devastante, oppure restare ai margini rischiando di rompere il legame vitale con l’Iran, non è più un esercizio teorico ma una decisione che potrebbe arrivare molto presto.
La posizione di Naim Qassem, segretario generale succeduto a Hassan Nasrallah, riflette questa tensione. Privo del carisma e dell’autorità del suo predecessore, Qassem guida un’organizzazione ferita, meno sicura di sé e molto più esposta sul piano interno. Dopo anni in cui Hezbollah ha cercato di presentarsi come il garante della sicurezza libanese, il coinvolgimento diretto nella guerra a sostegno di Bashar al-Assad ha definitivamente chiarito a una larga parte della società libanese che il baricentro dell’organizzazione non è Beirut ma Teheran. La caduta del regime siriano ha poi prodotto effetti concreti e immediati, interrompendo una delle principali rotte di approvvigionamento di armi e rendendo più fragile l’infrastruttura militare del movimento.
In questo quadro, le dichiarazioni prudenti e volutamente ambigue di Qassem, che parla di una regione pronta a incendiarsi e di una Hezbollah che non resterebbe neutrale se la guida suprema iraniana fosse minacciata, non sono il segnale di una strategia definita ma il sintomo di un’incertezza profonda. All’interno dell’organizzazione il dibattito è reale e tutt’altro che risolto, perché intervenire militarmente a fianco dell’Iran significherebbe esporsi a una reazione israeliana che Hezbollah, nelle condizioni attuali, faticherebbe a reggere, mentre restare fuori dal conflitto rischierebbe di essere letto a Teheran come un tradimento.
Il problema non è soltanto militare. Hezbollah dipende dall’Iran non solo per i finanziamenti e per l’addestramento, ma anche sul piano ideologico e religioso, riconoscendo nell’autorità di Ali Khamenei una fonte di legittimazione che va oltre la politica. Un eventuale indebolimento grave del regime iraniano, o peggio ancora un suo collasso, avrebbe effetti devastanti sull’organizzazione sciita, privandola del suo principale riferimento e mettendo in discussione la sua stessa ragion d’essere. È anche per questo che l’idea di restare spettatori in uno scontro che coinvolga direttamente Teheran appare, per molti dirigenti di Hezbollah, quasi impraticabile.
D’altra parte, la Hezbollah di oggi non è quella che fino a pochi anni fa dettava legge in Libano con una sicurezza quasi ostentata. Le eliminazioni mirate, i colpi subiti alle infrastrutture militari, la perdita di figure chiave e la crescente difficoltà nel riunire i vertici per timori legati alla sicurezza hanno ridotto la capacità decisionale e reso ogni scelta più lenta e più rischiosa. L’organizzazione conserva ancora un arsenale significativo e una capacità di disturbo reale, ma opera sempre meno come un esercito strutturato e sempre più come una forza di guerriglia che cerca di preservare ciò che resta del proprio potere.
In questo scenario, Hezbollah si trova stretto tra due pericoli speculari. Agire significherebbe probabilmente subire un colpo dal quale sarebbe difficile rialzarsi, mentre non agire potrebbe compromettere in modo irreversibile il rapporto con l’Iran, l’unico alleato che ne garantisce la sopravvivenza politica e materiale. È una scelta tra opzioni tutte negative, in cui il margine di manovra si è ridotto al minimo e in cui il tempo, più che aiutare, rischia di lavorare contro.
(Setteottobre, 1 febbraio 2026)
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Analogie e differenze tra Hamas ed Hezbollah. Due gruppi armati, una sola logica
di Luca Longo
Hamas e Hezbollah. condividono una logica centrale: fondere società civile e apparato armato contro lo Stato di Israele, rendendo costosa qualsiasi sua azione di contrasto. Tuttavia, presentano anche profonde differenze.
• Organizzazione
Hamas: movimento islamista sunnita che agisce come autorità di governo de facto nella Striscia di Gaza. Unisce funzioni militari, amministrative e giudiziarie in un sistema centralizzato. Hezbollah: organizzazione sciita libanese che opera come attore armato e politico parallelo allo Stato, senza sostituirlo formalmente.
• Stato
Hamas: ha sostituito lo Stato nella Striscia di Gaza, controllando direttamente istituzioni civili, sicurezza interna e servizi pubblici. Hezbollah: si innesta in uno Stato fragile (Libano), sfruttandone le debolezze ma mantenendo una distinzione formale tra potere statale e potere dell’organizzazione.
• Popolazione
Hamas: esercita un controllo diretto e coercitivo, basato su apparati di sicurezza interna, repressione del dissenso e gestione degli aiuti. Hezbollah: utilizza un controllo indiretto, fondato su assistenza sociale, mediazione civile e dipendenza economica delle comunità locali.
• Infrastrutture
Hamas: integra ospedali, scuole, moschee e media nel sistema militare e comunicativo, trasformando la governance in parte della strategia bellica. Hezbollah: utilizza infrastrutture civili come copertura logistica e informativa, mantenendo una maggiore separazione tra funzioni civili e militari.
• Narrazione
Hamas: costruisce una narrazione centralizzata, in cui ogni attacco viene presentato come aggressione alla popolazione civile governata dal movimento. Hezbollah: privilegia una narrazione identitaria e comunitaria, legata alla “resistenza” e alla difesa del Libano meridionale.
• Capacità bellica
Hamas: autonomia operativa elevata ma vincolata al territorio ristretto di Gaza. Hezbollah: autonomia militare più ampia, con capacità regionali e profondità strategica superiore.
(Il Riformista, 1 febbraio 2026)
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Karoline Preisler: «Non tollero l’antisemitismo mascherato da odio per Israele. E nessuno dovrebbe accettarlo»
Non è né ebrea né israeliana, ed è proprio questo a rendere la sua voce ancora più potente: non parla per appartenenza, ma per principio. Alle manifestazioni pro-palestinesi a Berlino si presenta da sola, elegante, con i suoi fiori e i cartelli: Rape is not Resistance, Believe Israeli Women, Bring the Hostages Home.
di Marina Gersony
C’è qualcosa di inaspettato nella figura di Karoline Preisler. Non ha nulla della retorica infuocata delle piazze, né dell’estetica classica delle attiviste militanti. Arriva con un mazzo di fiori, cartelli scritti a mano, un passo calmo e un sorriso appena accennato. Eppure, in questa apparente gentilezza si nasconde una fermezza morale che colpisce più di mille slogan urlati.
Nata e cresciuta a Berlino Est prima della caduta del Muro, Karoline Preisler porta con sé un’esperienza che è insieme biografica e politica, quasi fisica: la vita sotto una dittatura, l’aria pesante del controllo, le parole sorvegliate, una libertà sempre rimandata. È da qui che nasce la sua idea di democrazia, al centro del libro Demokratie aushalten! Über das Streiten in der Empörungsgesellschaft, un titolo che in italiano non ha un equivalente esatto (“Sopportare la democrazia! Sul litigare nella società dell’indignazione”). Per Preisler la democrazia non è un bene acquisito né una pace silenziosa, ma un esercizio quotidiano e faticoso: una tensione costante tra conflitto e rispetto, tra disagio e responsabilità. Una prova continua che richiede nuovi strumenti e nuovi luoghi di incontro per rendere possibile il dialogo, sempre più necessario su temi divisivi come i limiti della libertà, la religione, la crisi climatica, la migrazione o la famiglia.
Formata come giurista e politicamente legata all’FDP, negli ultimi mesi Preisler è diventata il volto più noto – e scomodo – della protesta civile in Germania. Alle manifestazioni pro-palestinesi a Berlino si presenta da sola, elegante, con i suoi fiori e i cartelli che recitano: «Rape is not Resistance», «Believe Israeli Women», «Bring the Hostages Home». Non è né ebrea né israeliana – ed è proprio questo a rendere la sua voce ancora più potente: non parla per appartenenza, ma per principio.
Oggi la polizia la protegge quasi automaticamente.
Minacce, insulti, spinte e sputi fanno parte della sua quotidianità. Eppure Preisler resta. Resta perché non tollera la normalizzazione dell’antisemitismo mascherato da attivismo progressista. Resta perché crede che i fiori – fragili, ma visibili – siano una forma di resistenza alla brutalità. Resta perché sa cosa significa vivere senza libertà e riconosce il pericolo quando lo vede: nelle piazze che negano le violenze del 7 ottobre, applaudono Hamas e trasformano la caccia agli ebrei in una “festa popolare”. Il suo resistere è solitario e pacifico, ma tutt’altro che debole: una donna contro la folla, armata di memoria, verità e di un incrollabile credo nella dignità umana.
- Il 7 ottobre: perché questo giorno ha cambiato tutto per lei – anche il suo modo di fare attivismo?
Il 7 ottobre 2023 mi ha sconvolta per la sua brutalità, ma anche per la sofisticata strategia terroristica ibrida che lo ha accompagnato. La trasmissione in tempo reale dei massacri, delle violenze sessualizzate e dei rapimenti già pochi giorni dopo è stata minimizzata, negata e reinterpretata. Qui agiscono professionisti del terrore, che si imbattono in sprovveduti aiutanti occidentali. La mia protesta – nella forma in cui sono attiva da anni – è stata anch’essa, attraverso l’idea ibrida delle cosiddette proteste “pro-palestinesi”, diffusa in tutto il mondo. I nemici della libertà hanno così, senza volerlo, reso noti anche i miei messaggi e il mio impegno.
- “Rape is not Resistance”: cosa significa davvero questo messaggio, al di là dello slogan?
Lo stupro è sempre stato impiegato nella guerra, per l’oppressione o per la distruzione psicologica del nemico. Già questo è abbastanza abominevole. Ciò che è nuovo, dall’attacco di Hamas contro Israele, è che siamo stati tutti testimoni in tempo reale: che i testimoni sopravvissuti, gli investigatori e i primi soccorritori hanno reso testimonianza – e che, nello stesso momento, è avvenuta la negazione insieme al rovesciamento del rapporto tra vittime e carnefici. Questa è un’ingiustizia sconvolgente. Da ciò consegue per me: contraddire è un dovere. Diritti umani che escludono gruppi di vittime non valgono nulla. Le mie convinzioni mi spingono verso raduni che diffondono e propagano narrazioni antisemite, sostenendo che gli stupri del e dopo il 7 ottobre sarebbero stati atti di resistenza o non sarebbero mai avvenuti. Pensavo che, come società civile, fossimo più avanti. Ma il nostro bel femminismo era solo la ciliegina su una torta di discriminazione disgustosa: “Me too unless you are a jew”.
- Perché ha insistito così ostinatamente sugli stupri, mentre molti preferivano tacere o relativizzare?
Ho l’impressione che alcuni attivisti e sostenitori del terrorismo riescano a farla franca nel sopprimere la verità. Grida scomposte e teorie cospirative antisemite sono oggi in forte ascesa. Ma io non voglio rassegnarmi all’idea che stiamo sacrificando le conquiste dell’emancipazione a un’immagine retrograda delle donne e all’odio contro gli ebrei. Il 9 novembre e il 27 gennaio commemoriamo le vittime della Shoah. Per me non basta. Voglio che la vita ebraica sia sempre e ovunque al sicuro. Da questo siamo lontani anni luce.
- Cosa le hanno raccontato le donne e le famiglie che ha incontrato in Israele?
Le donne e le famiglie in Israele erano così piene di amore! In Israele non c’è stato un solo minuto in cui non fossi circondata da persone aperte e accoglienti. Un convivere interculturale, interreligioso e leale ha caratterizzato i miei incontri in Israele. Le persone a Hostages Square o gli amici dell’organizzazione di volontariato Zaka mi dicevano ripetutamente che ciò che faccio significava molto per loro, che la visibilità era importante, e così via. Questo enorme riconoscimento mi ha quasi messa in imbarazzo. Le persone in Israele – davvero ciascuna – hanno alle spalle due anni molto duri. Ho dovuto mettere per iscritto ciò che ho vissuto lì. Per questo ora esiste il mio libro Streit und Straßenkampf – unterwegs für die Freiheit (“Scontro e lotta di strada – in cammino per la libertà”). Inoltre il presidente israeliano Herzog mi ha ricevuta. Israele è uno Stato fratello democratico.
- Come si spiega la concentrazione quasi ossessiva di odio contro Israele e gli israeliani, che spesso va oltre ogni legittima critica politica?
È comodità. Se gli ebrei o lo Stato ebraico possono essere responsabili di ogni disgrazia, non si deve avanzare alcuna pretesa verso sé stessi né fare i conti con i propri fallimenti. L’antisemitismo è da secoli la cospirazione più comoda. Ma da secoli costa anche vite umane. Questo deve finire. Questo comportamento offende ogni etica e ogni intelligenza.
- Perché molti media occidentali sembrano quasi a disagio nel tenere vivo il ricordo del 7 ottobre o nel metterlo al centro?
Perché nel frattempo ciò significherebbe per i media occidentali dover elaborare in modo autocritico il proprio fallimento degli ultimi due anni. È scomodo. Inoltre potrebbe avere un ruolo il fatto che le vittime del massacro del e dopo il 7 ottobre appartengano a una minoranza. Le minoranze comprano, cliccano e consumano meno. Per questo si assecondano le masse. E le masse si sentono a proprio agio in una caccia globale agli ebrei.
- Quando si trova sola in mezzo a una folla ostile, cosa la sostiene: rabbia, paura o senso del dovere?
Nella folla ostile mi concentro sul restare salda e non mostrare paura. Queste persone che sputano, urlano e si scatenano sono molto intimidatorie. Io so PERCHÉ sono lì. Per questo il COME passa in secondo piano. Per me è importante non piegarmi e non sacrificare i nostri valori democratici all’odio.
- Perché i fiori? Cosa significano politicamente e simbolicamente per lei?
I fiori trasmettono – spero – la mia intenzione pacifica e si prestano anche come apertura al dialogo. A volte regalo un fiore a un interlocutore. Inoltre mi aggrappo ai fiori quando qualcuno mi colpisce. Questo non mi lascia certo indifferente. Come sistema di allarme i fiori sono anche eccellenti: se i manifestanti iniziano a strapparli, è il momento di mettermi in sicurezza. Questo modo di procedere mi ha già risparmiato diverse volte botte in manifestazioni inclini alla violenza.
- Si può essere solidali con i civili palestinesi e allo stesso tempo essere senza compromessi contro Hamas? E come fare?
Dobbiamo essere solidali. I civili nella Striscia di Gaza sono – consapevolmente o meno – anch’essi vittime di Hamas e di altre organizzazioni terroristiche. Il fatto che una larga parte della popolazione palestinese sostenga Hamas non cambia questo. Hamas uccide e tortura la propria popolazione; donne e bambini hanno sul posto un’aspettativa di vita bassa; diritti umani fondamentali vengono sospesi dai terroristi. Questo non dovrebbe lasciarci indifferenti. Allo stesso tempo dobbiamo rimanere vigili, perché gli ostaggi tornati riferiscono in parte di essere stati rinchiusi presso civili. Un futuro di pace dipende anche dal non permettere che il seme di Hamas germogli nella mente dei civili.
- Molte organizzazioni femministe hanno taciuto sugli stupri del 7 ottobre: tradimento o miopia politica?
Tradimento. Non c’è stato nulla di miope. È stata un’omissione deliberata e una vergogna per il mondo intero. Che soprattutto le donne che hanno ignorato le vittime del 7 ottobre 2023 possano bruciare all’inferno.
- Lei viene dalla DDR: cosa direbbe ai giovani occidentali che oggi simpatizzano con movimenti illiberali?
Direi ai giovani che seguono regimi autoritari, movimenti illiberali e nemici delle donne che ogni dittatura opprime per prima la gioventù. Io vengo da una dittatura e ho visto abbastanza vittime. Una democrazia, uno Stato di diritto, non è certo privo di errori. Ma tra tutte le forme di società che ho conosciuto finora, la democrazia è la più amica dell’essere umano.
- Guardando all’Iran e alle donne che lì protestano contro il regime — cosa dovrebbero imparare le piazze europee sul coraggio e sulla libertà femminile?
Le donne iraniane – e tutte le persone in Iran – sono incredibilmente coraggiose, perché si oppongono quasi da sole al regime dei mullah. Migliaia di morti, molti rapiti, troppi maltrattati parlano un linguaggio chiaro: la libertà trova la sua strada anche nel buio. I Fratelli Musulmani possono infuriare e uccidere. Ma l’Iran sarà libero. Se il mondo fosse un luogo giusto, starebbe al fianco del popolo iraniano.
(Bet Magazine Mosaico, 1 febbraio 2026)
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Nel dicembre scorso NsI ha pubblicato un’intervista a Karoline Preisler, in cui si dice tra l’altro che è cresciuta in una famiglia cristiana, ha lavorato nella chiesa ed è stata sorvegliata dalla Stasi: «I cristiani sono chiamati a sostenere gli ebrei».
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Perché Dio ha creato il mondo? - 23
Un approccio olistico alla rivelazione biblica.
di Marcello Cicchese
• Solo un esempio?
1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l'esercito loro. 2 Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta. 3 E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso si riposò da tutta l'opera che aveva creata e fatta(Genesi 2:1-3).
Riportiamo una nota a questi versetti che compare nel commentario biblico di John MacArthur:
“Dio non si riposò certamente a causa della stanchezza, ma piuttosto stabilì il modello per il ritmo di lavoro dell'uomo. Egli diede solo un esempio del fatto che il riposo è necessario”.
Il riposo è necessario, dice il commentatore. Ma a chi? Non certo a Dio, perché il commentatore sa bene che “Egli non si affatica e non si stanca” (Isaia 40:28). All’uomo invece sì, perché lui si stanca. E allora, per venire incontro alle necessità dell’uomo, Dio passa tutto ultimo giorno della sua creazione a riposare per dare “solo un esempio del fatto che il riposo è necessario”. Come se per gli uomini fosse così difficile capirlo da soli.
Abbiamo voluto dedicare poche parole a questo commento così incredibilmente banale per dare “solo un esempio” di “lettura antropocentrica” della Bibbia, che è anche la più usata nelle sue molteplici varianti. In questo modo di leggere i testi biblici, anche quando si parla esclusivamente di Dio, come in questo caso, si parte sempre dall’uomo, e di analogia in analogia si sale sempre più in alto fino a pensare di aver capito ciò che riguarda Dio.
Questa trattazione vuol essere invece un tentativo di radicale “lettura teocentrica” della Bibbia, che metta Dio non soltanto al centro della creazione, ma anche all’inizio di ogni discorso su di Lui. Il Dio della Bibbia vuol essere ascoltato con spirituali orecchie, non rappresentato con teologici modelli.
Riportiamo allora una spiegazione, ben più valida, che di questi versetti dà un autore che abbiamo già citato, Arnold G. Fruchtenbaum, nel suo libro The Book of Genesis:
Il versetto 1 riassume il completamento di tutta l'opera dei sei giorni. I fatti fondamentali sono: primo: i cieli e la terra sono stati completati; secondo: questo comprende tutte le loro schiere, ovvero le schiere sia dei cieli che della terra. La struttura di questa sezione si discosta da quella dei sei giorni. Non segue la stessa struttura fondamentale in sette parti dei primi sei giorni in cui è stata compiuta l'opera. Piuttosto, questa struttura enfatizza cinque cose: il completamento, la cessazione, la benedizione e la santificazione.
Il versetto 2 dichiara la fine della creazione. Dio terminò la sua opera creativa. Da quel momento in poi, non si trattò più di creazione, ma di procreazione. Poiché nel settimo giorno Dio era nella posizione di Colui che aveva già terminato la sua opera, Egli si astenne in quel giorno dal lavorare: riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta. Il termine ebraico utilizzato è shabbat, che significa «completare», «cessare», «riposare». Quindi Dio riposò, non nel senso di recuperare dalla stanchezza, ma nel senso di cessazione dopo aver portato a termine la sua opera. La parola shabbat non è usata come nome proprio per il settimo giorno, perché la parola shabbat qui è un verbo, non un sostantivo. Non è usata come sostantivo o nome proprio per il settimo giorno fino all'Esodo, perché solo allora viene effettivamente dato l’ordine di osservare il sabato. In questo passo, questo giorno è indicato rigorosamente come il settimo giorno, e non c'è alcun ordine di osservare questo giorno. Anche se alcuni dicono che l'osservanza del sabato è un'ordinanza della creazione, qui non c'è alcun comandamento che chieda di osservare il settimo giorno. Il punto di questo versetto è che Dio cessò la Sua attività creativa.
Nel versetto 3 c'è la benedizione e la santificazione del settimo giorno, perché “Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò”. La parola ebraica per santificato significa "messo da parte”: quindi c'è elevazione ed esultanza. Questo giorno è elevato al di sopra del livello degli altri giorni, e il motivo sta nel fatto che in esso Dio si riposò da tutta l'opera che aveva creata (barah) e fatta (asah).
Aggiungiamo l’osservazione che in due versetti si nomina per ben tre volte, in crescendo, l’opera di Dio: “l’opera che aveva fatta”, “tutta l’opera che aveva fatta”, “tutta l’opera che aveva creata e fatta”, come a sottolineare l’importanza del risultato ottenuto. Il lavoro attivo si è svolto nei primi sei giorni, ma l’opera di Dio nella sua totalità comprende il riposo del settimo giorno, perché è in esso che trova senso il lavoro dei giorni precedenti.
• L’enigma del settimo giorno
Come già detto alla fine del Capitolo 22, c’è qualcosa di arcano intorno al settimo giorno, come se nella comprensione profonda del suo significato si trovi anche la risposta alla domanda “Perché Dio ha creato il mondo?”
Ciò che segue è una tesi interpretativa, cioè una riflessione sul significato che può avere questo settimo giorno in tutta l’opera che Dio ha “creata e fatta”. È, per così dire, una proposta di soluzione dell’enigma.
Ribadiamo anzitutto che i sei giorni di lavoro attivo sono periodi di tempo reale, perché anche il tempo è stato creato da Dio. Non è detto nulla della loro durata, ma il riferimento alla sera come inizio e alla mattina come fine fa capire che i sei periodi si svolgono entro precisi limiti temporali.
Se si indica con ON la luce della mattina e con OFF le tenebre della sera, il ciclo dei giorni lavorativi procede secondo una serie di OFF-ON, OFF-ON … OFF-ON. All’ultimo ON non segue un OFF. Il ciclo non riprende, la luce non si spegne.
TESI. Il settimo giorno è programmato come giorno di luce permanente: ha un inizio, ma non è prevista una fine. È, letteralmente, “l’ultimo giorno” della creazione: il tempo conclusivo a cui tende tutta l’opera di Dio.
Il settimo giorno non ha una fine. Del resto, perché mai le cose buone create da Dio, cioè passate dal non-essere all’essere, dovrebbero avere una fine? cioè tornare dall’essere al non essere? Potrebbe accadere, ma soltanto per una precisa e dichiarata volontà di Dio.
Prima del settimo giorno, Dio impartì la sua benedizione soltanto in altri due giorni: nel quinto, in relazione agli animali acquatici e agli uccelli; e nel sesto, in relazione all’uomo, creato a sua immagine e somiglianza. In entrambi i casi, alla benedizione è seguito un ordine: crescete e moltiplicatevi, e riempite … le acque dei mari, nel primo caso (Genesi 1:24), la terra, nel secondo (Genesi 1:26). La benedizione di Dio dona dunque alle creature la capacità di procreare, quindi di partecipare con una certa autonomia all’opera di Dio.
Per animali e uomini generati per procreazione non era previsto che a un certo momento dovessero cessare di vivere. Non si parlava di “morte naturale”, perché in origine tutto era buono, e la morte certamente non è buona: neppure esisteva in quel tempo. Uomini e animali sarebbero dunque entrati tutti e per sempre nel settimo giorno, il giorno conclusivo benedetto e santificato da Dio.
• Il sesto giorno
“Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera e fu mattina: il sesto giorno (Genesi 1:31).
Per la prima volta, nella presentazione di un giorno viene usato l'articolo determinativo: non si dice sesto giorno, ma il sesto giorno. La cosa non sfugge a Rashì (1040-1105), che così commenta:
“L’articolo determinativo significa che l'intera creazione dipendeva dal sesto giorno, cioè il sesto di Sivan [che è il nome del mese ebraico], quando Israele accettò la Torà. Se Israele avesse rifiutato la Torah, l'intera terra sarebbe tornata allo stato di caos e nulla.
L’interpretazione si inserisce bene nella tradizione ebraica di collocare la Torà all’inizio della creazione, ma è inaccettabile in una lettura strettamente legata al testo biblico. Si può comunque dire che l’osservazione linguistica di Rashì
attira l’attenzione sul sesto giorno, che è un giorno particolare per diversi motivi. In esso infatti sono presentati, con pochi tratti, tutti gli aspetti fondamentali della relazione fra Dio e gli uomini, e degli uomini fra di loro, secondo il progetto originario di Dio. Ed è proprio qui che si può cominciare a cercare la risposta alla domanda “Perché Dio ha creato il mondo?”
Si dice usualmente che nei primi due capitoli della Genesi è esposto il cosiddetto “patto edenico” di Dio con l’uomo, e nel terzo la rottura di questo patto. Nei commenti ci si sofferma sulle cause e, soprattutto, sulle fatali conseguenze di questa rottura (Romani 5:12): cioè, in sostanza, ancora una volta sull’uomo.
Se la rottura di un oggetto ha conseguenze di enorme gravità, sarebbe naturale chiedersi dove stia e in che cosa consista il valore dell’oggetto in origine. Nel nostro caso, la risposta non può che essere cercata nel secondo capitolo della Genesi, quando l’oggetto era ancora intatto.
Non vogliamo qui addentrarci nella profondità di quel capitolo, ma soltanto affermare che in quelle poche righe è contenuta la prima rivelazione della fondamentale verità che “Dio è amore” (1 Giovanni 4:8,16). Si dirà che lì tutto questo non c’è, che non sta scritto, che non si vede in modo così chiaro. Può essere vero, ma questo conferma che la Bibbia bisogna prenderla in considerazione tutta, dall’inizio alla fine, perché o si comprende il tutto o non si capisce niente. I cristiani sanno ripetere che Dio è amore perché lo leggono nel Vangelo, ma troppo spesso non sanno riconoscere questo amore negli scritti dell’Antico Testamento. Se si percepisce l’amore di Dio quasi esclusivamente nella forma del perdono dei peccati, della consolazione nello scoraggiamento, dell’aiuto nelle difficoltà, ciò significa che si sta facendo una lettura antropocentrica della Bibbia. Al centro ci sono io, con i miei bisogni, i miei desideri, i miei problemi, i miei peccati, la confessione dei miei peccati, il mio dovere di avere fede e … forse, non sempre, qualche volta il pensiero si stacca dalla terra e si rivolge con affetto a quel Dio che mi ha tratto dalla polvere in cui ancora mi trovo, e con il soffio della Sua parola mi forma oggi a sua immagine e somiglianza, come ha fatto in origine con Adamo.
Dio non ha creato l’uomo per sottoporlo a un test e verificare se riesce a superarlo. È dall’esuberanza del suo amore che è nato l’uomo, che Dio ha formato a sua immagine e somiglianza affinché sia capace di percepire il suo amore e di contraccambiarlo.
Nel creare l’uomo Dio ha espresso il suo desiderio di amare ed essere amato. Riusciamo a scorgere l’amore di Dio per Adamo nella lettura del secondo capitolo della Genesi? in tutti i gesti che Dio compie nel trattare con lui? Riusciamo a intuire che Dio ama Adamo e desidera essere da lui amato?
C’è comunque una differenza: Dio ama perché questo è il suo essere: deve amare, perché non può contraddire Se stesso. Adamo invece può amare, ma è anche capace di non amare, cioè di non contraccambiare l’amore ricevuto. Sta in questo il capolavoro di Dio: ha colmato l’esuberanza del suo amore creando un essere capace di percepirlo, accoglierlo, e decidere in libertà di restituirglielo con l’aggiunta del suo umano amore. Sì, Dio ha desiderato e desidera tuttora intensamente di ricevere dall’uomo una libera risposta d’amore: è la biblica gelosia di Dio di cui abbiamo già parlato nel Capitolo 5.
La possibilità di mangiare liberamente del frutto di ogni albero del giardino è un’offerta d’amore che si esprime con un dono; la parola che avverte di non mangiare del frutto di un preciso albero è la richiesta di una risposta che si esprime con la fiducia nella parola ricevuta.
E tutto questo è avvenuto nel sesto giorno. Si può pensare allora che come Dio in quel giorno si mise ad osservare Adamo quando gli condusse gli animali per vedere come li avrebbe chiamati, così Dio, come un innamorato che ha fatto all’amata la sua dichiarazione, abbia atteso con trepidazione il momento di conoscere la sua risposta. E nella brezza del settimo giorno, abbia deciso di fare una passeggiata nel giardino di Eden per vedere come Adamo avrebbe risposto. 
Ma qui comincia un altro discorso.
(Notizie su Israele, 1 febbraio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 7
Davide si propone di costruire un tempio.
- Avvenne che quando il re si fu stabilito nel suo palazzo e l'Eterno gli ebbe dato riposo liberandolo da tutti i suoi nemici all'intorno, disse al profeta Natan: “Vedi, io abito in una casa di cedro e l'arca di Dio sta sotto una tenda”. Natan rispose al re: “Va', fa' tutto quello che hai in cuore di fare, poiché l'Eterno è con te”.
L'Eterno non glielo consente.
- Ma quella stessa notte la parola dell'Eterno fu diretta a Natan in questo modo: “Va' e di' al mio servo Davide: 'Così dice l'Eterno: - Saresti tu quello che mi costruirebbe una casa perché io vi dimori? Ma io non ho abitato in una casa, dal giorno in cui feci uscire i figli d'Israele dall'Egitto, fino al giorno d'oggi, ho viaggiato sotto una tenda e in un tabernacolo. Dovunque sono andato, ora qua ora là, in mezzo a tutti i figli d'Israele, ho forse mai parlato a qualcuna delle tribù a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele, dicendole: perché non mi costruite una casa di cedro?'. Ora dunque parlerai così al mio servo Davide: 'Così dice l'Eterno degli eserciti: - Io ti presi dall'ovile, dietro alle pecore, perché tu fossi il principe d'Israele, mio popolo; e sono stato con te dovunque sei andato, ho sterminato davanti a te tutti i tuoi nemici e ho reso il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Assegnerò un posto a Israele, mio popolo, e lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più turbato, e i malvagi non continuino a opprimerlo come prima, come facevano nel tempo in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo, Israele; e ti darò riposo liberandoti da tutti i tuoi nemici. In più, l'Eterno ti annuncia che ti fonderà una casa.
Promesse fatte alla casa di Davide
- Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua progenie, il figlio che sarà uscito dalle tue viscere, e stabilirò saldamente il suo regno. Egli costruirà una casa al mio nome, e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. Io sarò per lui un padre, ed egli mi sarà figlio; se fa del male, lo castigherò con verga d'uomo e con colpi da figli di uomini, ma la mia grazia non si allontanerà da lui, come si è allontanata da Saul, che io ho rimosso davanti a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te e il tuo trono sarà reso stabile per sempre'”. Natan parlò a Davide con tutte queste parole e secondo questa visione.
- Allora il re Davide andò a presentarsi davanti all'Eterno e disse: “Chi sono io, o Signore, o Eterno, e che cos'è la mia casa, che tu mi abbia fatto arrivare fino a questo punto? Questo è sembrato ancora poca cosa ai tuoi occhi, o Signore, o Eterno; tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire, sebbene questa tua legge, o Signore, o Eterno, si riferisca a degli uomini. Che cosa potrebbe Davide dirti di più? Tu conosci il tuo servo, Signore, Eterno! Per amore della tua parola e seguendo il tuo cuore, hai compiuto tutte queste grandi cose per rivelarle al tuo servo. Tu sei davvero grande, o Signore, o Eterno! Nessuno è pari a te, e non c'è altro Dio fuori di te, secondo tutto quello che abbiamo udito con i nostri orecchi. E quale popolo è come il tuo popolo, come Israele, l'unica nazione sulla terra che Dio sia venuto a redimere per formare il suo popolo, per farsi un nome, per compiere in suo favore cose grandi e tremende, scacciando davanti al tuo popolo, che ti sei redento dall'Egitto, delle nazioni con i loro dèi? Tu hai stabilito il tuo popolo, Israele, per essere tuo popolo per sempre; e tu, o Eterno, sei diventato il suo Dio. Ora dunque, o Signore, o Eterno, la parola che hai pronunciato riguardo al tuo servo e alla sua casa mantienila per sempre, e fa' come hai detto. Il tuo nome sia magnificato per sempre, e si dica: 'L'Eterno degli eserciti è l'Iddio d'Israele! E la casa del tuo servo Davide sia stabile davanti a te!'. Poiché tu, o Eterno degli eserciti, Dio d'Israele, hai fatto una rivelazione al tuo servo e gli hai detto: 'Io ti costruirò una casa!'. Perciò il tuo servo ha preso l'ardire di rivolgerti questa preghiera. Ora, o Signore, o Eterno, tu sei Dio, le tue parole sono verità e hai promesso questo bene al tuo servo; compiaciti dunque di benedire ora la casa del tuo servo, affinché essa sussista per sempre davanti a te! Poiché tu, o Signore, o Eterno, sei colui che ha parlato, e per la tua benedizione la casa del tuo servo sarà benedetta per sempre!”.
(Notizie su Israele, 31 gennaio 2026)
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Israele, il fronte del porto tra vulnerabilità e nuove pressioni regionali
Un rapporto strategico avverte: senza una revisione profonda della sicurezza in mare, Israele rischia isolamento e danni strutturali
di Shira Navon
Per anni il mare è rimasto ai margini del pensiero strategico israeliano, percepito come uno spazio relativamente sicuro, affidato alla superiorità tecnologica e, soprattutto, alla protezione indiretta garantita dagli Stati Uniti. Oggi quel presupposto non regge più. Un nuovo rapporto dell’Istituto per la politica e la strategia marittime lancia un avvertimento netto: dopo il 7 ottobre, Israele si trova esposto su un fronte che non può più permettersi di considerare secondario, mentre la competizione nel Mediterraneo orientale e nel Mar Rosso si fa più aspra e meno prevedibile.
Il documento parte da una constatazione che pesa come un atto d’accusa. Durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre, la marina israeliana non è riuscita a impedire l’infiltrazione via mare dei commando sulla spiaggia di Zikim, un fallimento operativo che ha avuto conseguenze dirette sulla sicurezza dei civili. Non si tratta di un episodio isolato, ma del sintomo di una fragilità più ampia, emersa con forza nei mesi successivi, quando il blocco imposto dagli Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden ha di fatto paralizzato il porto di Eilat, mettendo in luce una dipendenza quasi totale dalle rotte marittime per il commercio estero.
Il dato è noto ma spesso sottovalutato: circa il 99 per cento delle merci israeliane viaggia via mare. Quando quelle rotte vengono interrotte, l’impatto non è solo economico, ma strategico. Il rapporto sottolinea come, in questa fase, la marina statunitense abbia ridotto il proprio ruolo di garante della libertà di navigazione nell’area, lasciando Israele più esposto di quanto fosse abituato. Una realtà che costringe Gerusalemme a interrogarsi sulla sostenibilità di una dipendenza quasi esclusiva da Washington in un sistema internazionale sempre più multipolare.
Un altro punto critico riguarda la preparazione civile. Israele non dispone di piani strutturati per garantire la continuità del traffico marittimo in situazioni di emergenza, né di strategie chiare per il rimpatrio su larga scala dei propri cittadini dall’estero. In uno scenario di crisi prolungata, questa lacuna rischia di trasformarsi in un fattore di instabilità interna, aggravando la pressione su un sistema già sotto stress.
Il rapporto richiama poi l’attenzione su un ambito ancora più delicato, quello delle infrastrutture sottomarine. Piattaforme di estrazione del gas, cavi di comunicazione ed elettrici rappresentano oggi obiettivi strategici di primaria importanza, ma Israele non disporrebbe di capacità adeguate per individuare e neutralizzare minacce sotto la superficie. Anche le corvette Sa’ar 6, pensate per proteggere gli impianti energetici, non sarebbero pienamente attrezzate per la guerra subacquea. Da qui la raccomandazione di investire rapidamente in sistemi non abitati, di superficie e sottomarini, integrati con le piattaforme tradizionali in un modello che unisca controllo umano e autonomia tecnologica.
Sul piano geopolitico, il quadro si complica ulteriormente con l’ascesa marittima della Turchia. Ankara è indicata come uno degli attori più assertivi nello spazio mediterraneo, capace di esercitare pressioni dirette e indirette sulle rotte commerciali israeliane. Il rapporto suggerisce di rafforzare i meccanismi di prevenzione degli incidenti, coinvolgendo Stati Uniti e Nato, e di intensificare la cooperazione con Grecia e Cipro, partner chiave in un’area sempre più contesa.
Accanto alle minacce, emerge anche una finestra di opportunità. Lo sviluppo dell’economia blu e il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa vengono indicati come alternative strategiche alle rotte più esposte. In questo contesto, i porti di Haifa e Ashdod potrebbero diventare snodi fondamentali verso l’Europa, a patto che Israele si assicuri un’integrazione formale e una visione di lungo periodo.
La conclusione del rapporto è chiara e priva di attenuanti. Israele deve ridefinire i propri interessi marittimi e dotarsi di una strategia complessiva che includa una governance dedicata alla protezione delle infrastrutture critiche e un rafforzamento delle capacità logistiche, anche sul fronte aeroportuale. In un Medio Oriente sempre più instabile, il mare non è più uno sfondo, ma un fronte vero e proprio. Continuare a ignorarlo significherebbe esporsi a rischi che il Paese non può permettersi.
(Setteottobre, 31 gennaio 2026)
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Gaza, 70mila (fake) o 70 morti: Israele comunque è considerato colpevole
L’Idf non ha mai ammesso nulla
di Iuri Maria Prado
L’elemento meno interessante della notizia è questo: che è falsa. L’esercito israeliano non ha mai ammesso di aver fatto 70mila morti a Gaza, come invece prendevano a titolare un paio di giorni fa pressoché tutti i mezzi di informazione. E tanto meno quell’ammissione è stata fatta “da Israele”, come invece indicavano i più disinvolti propalatori della notizia falsa. Ma il fatto che né l’esercito né qualche rappresentante istituzionale di Israele abbiano mai dichiarato qualcosa di simile rappresenta, appunto, il lato meno rilevante della faccenda.
Ciò che conta è la coppia di dettagli – chiamiamoli così – di cui non si tiene conto quando si evoca quel numero. Il primo, magari noioso da ricordare ma difficile da accantonare: vale a dire che quella cifra – vera o falsa che sia, documentata in modo attendibile o invece buttata lì senza controllo – riguarda in ogni caso il totale dei decessi, senza distinzione tra civili e combattenti. E include una quota non insignificante di morti per cause naturali. Il tutto, per stessa “ammissione” (qui il termine ci sta in pieno) della parte che ha fornito quei numeri: cioè il Ministero della Salute di Gaza, cioè Hamas. Il secondo dettaglio – chiamiamolo ancora così – è che quei morti, che sarebbero tantissimi anche se fossero la metà, sono stati fatti in una guerra. Una guerra scatenata dalle milizie e dalle forze terroristiche di Gaza, peraltro composte anche da “civili”. Una guerra scatenata, combattuta e portata avanti dalla parte – quella palestinese – che non solo ha rivendicato di averla intrapresa, ma ha dichiarato senza sosta di volerla continuare ripetendo dieci, cento, mille volte i massacri del 7 ottobre.
Non si è mai vista una guerra destinataria di un monitoraggio quotidiano e tanto occhiuto sul numero dei morti. Perché? Di nuovo, per due motivi. Innanzitutto, perché l’aumentare del numero dei morti era funzionale alla strategia bellica di Hamas. Ogni morto è un risultato, per Hamas: non una perdita. In secondo luogo, la guerra di Gaza è osservata e giudicata dal punto di vista di questo inedito standard perché a combatterla è Israele, cioè lo Stato degli ebrei. Al quale è negato il diritto di fare la guerra per difendersi da chi vuole distruggerlo. Nessuna guerra diventa una cosa buona perché a farla è la parte buona: resta comunque una cosa cattiva. Ma la guerra di Gaza è una cosa cattiva perché a combatterla è lo Stato ebraico.
Ancora: perché? Semplice: perché, secondo questa impostazione discriminatoria, lì lo Stato ebraico proprio non dovrebbe esserci. Visto che si è impiantato illegittimamente laggiù, lo Stato degli ebrei non difende nulla che possa essere legittimamente difeso. E se è così – e nel sentimento diffuso è esattamente così – allora non una guerra di due anni, ma anche solo di due giorni, diventa inammissibile. E non solo settantamila morti, ma anche solo settanta, denuncerebbero una colpa irrimediabile. E in ragione di questo pregiudizio diventa persino superfluo indagare su quanti, tra tutti quei morti, fossero in realtà combattenti. Perché allo Stato degli ebrei non è riconosciuto il diritto di combattere contro chi lo combatte.
(Il Riformista, 31 gennaio 2026)
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Il 78 per cento degli insegnanti alle prese con l’odio
L’antisemitismo ha avvelenato i nostri pozzi scolastici. Uno studio dell’Unesco.
di Giulio Meotti
ROMA - “Avvelenare i pozzi” evoca l’eco sinistra dalla storia medievale, quando gli ebrei furono accusati di contaminare le fonti d’acqua per diffondere la peste nera, uno dei tanti pretesti per pogrom e persecuzioni che macchiarono l’Europa di sangue. Ora c’è l’avvelenamento delle menti nelle aule scolastiche, dove l’antisemitismo si è insinuato come un veleno, corrodendo i fondamenti della tolleranza, della ragione e della verità storica. Il drammatico rapporto dell’Unesco, intitolato “Addressing antisemitism through education”, rivela che più di tre quarti (il 78 per cento) degli insegnanti europei ha assistito a incidenti antisemiti tra gli studenti.
Il sondaggio, condotto in piena guerra a Gaza, è il primo studio paneuropeo del genere. Un insegnante su dieci è stato testimone anche di violenze fisiche contro studenti ebrei, quando ce ne sono (specie in Francia). E chi avvelena i pozzi scolastici? Ideologie islamiste radicali importate da migrazioni non integrate e amplificate dai social (un reel di TikTok con il massacro del 7 ottobre editato fa più danni di cento lezioni di storia); l’antisionismo accademico di sinistra, che maschera l’odio per gli ebrei sotto il velo della critica a Israele e un fallimento sistemico dell’educazione, che privilegia la “sensibilità” culturale a scapito della verità storica. Israele, unica democrazia mediorientale, è dipinto come “oppressore”, ignorando il terrorismo di Hamas, Hezbollah e loro alleati. E anche il ricordo della Shoah sta scomparendo. Prima delle atrocità del 7 ottobre, duemila delle quattromila scuole secondarie del Regno Unito commemoravano la Giornata della memoria dell’Olocausto. Ora 854 continuano a farlo. Effetti del multiculturalismo. D’altronde, sui manuali Hachette in uso in Francia, si studia che il 7 ottobre quelli di Gaza hanno ucciso “1.200 coloni”. L’antisemitismo da medie e superiori non ha bisogno di Edward Said per giustificarsi: è crudo, diretto, infantile. E l’ebraismo, se non rinuncia al legame con Israele, è diventato la diversità che non si può più tollerare.
Il Foglio, 31 gennaio 2026)
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Fede e svastica
Kurt Gerstein voleva studiare i nazisti dall’interno e scelse di vedere l’abisso coi suoi occhi. La tragedia di un testimone inascoltato
di Francesca d’Aloja
I grandi avvenimenti della Storia consegnano alla nostra memoria figure esemplari o al contrario esecrabili, nomi di vincitori e di sconfitti, di vittime e carnefici. Così come nei romanzi, accanto ai protagonisti si muovono personaggi secondari, meno noti e spesso dimenticati, non per questo meno interessanti. L’uomo del quale voglio raccontare la parabola è uno di loro. La sua vicenda non è paragonabile a nessun’altra, e per tale ragione fa caso a sé. Il suo nome è Kurt Gerstein. Nelle rare foto che lo ritraggono, la sua identità è inequivocabile: capelli rasati e divisa militare da cui spunta, sul colletto nero, una doppia S. Non ci sarebbe neanche bisogno di quel dettaglio per capire che Kurt Gerstein è un ufficiale delle Waffen-SS, il suo aspetto è la rappresentazione plastica dell’iconografia nazista: biondo, occhi azzurri, sguardo sprezzante. Ma come ben sappiamo, le apparenze ingannano. Nato in seno a una famiglia borghese di origine prussiana, Kurt cresce a Münster, in Vestfalia. Il padre, magistrato, è un fervente nazionalista nostalgico della potenza imperiale tedesca. L’educazione imposta ai sette figli è rigida e punitiva, Kurt è il più ribelle, indisciplinato.
Ciononostante porta a termine gli studi e si iscrive all’università dove consegue, nel 1931, la laurea in ingegneria mineraria. Convinto nazionalista, si iscrive all’associazione studentesca Teutonia, ma la politica non gli fornisce le
risposte che lo assillano sin da ragazzo, la ricerca di un significato esistenziale va spostata altrove, Dio è l’unica autorità morale degna di obbedienza. E’ così che si fa strada un appassionato sentimento religioso che porta Gerstein
a frequentare il movimento giovanile protestante di cui diventa prima membro e in seguito dirigente. Quando, nel 1933, i nazisti conquistano il potere, la maggioranza dei tedeschi, accecati dalla fede nel Blut und Boden (Sangue e Suolo), riconosce Hitler quale protettore della minacciata identità germanica: l’80 per cento degli uomini di chiesa, protestanti e cattolici, appoggiano il partito nazista tedesco. Fra loro, anche Kurt Gerstein, che si iscrive al Nsdap.
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La politica non gli fornisce le risposte che lo assillano sin da ragazzo: è Dio l’unica autorità morale degna di obbedienza,
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L’adesione al partito è il primo segnale di ambiguità nella personalità di Gerstein, e sarà fonte di profondi tormenti. Non condividendo la politica antireligiosa promossa dal Reich che pretende “una Chiesa evangelica di cristiani di razza ariana” allineata al Nazionalsocialismo, Gerstein matura il primo conflitto interiore e si unisce a una frazione minoritaria di opposizione, autodefinita “Chiesa confessante”. Una presa di posizione che mette in allerta la Gestapo.
Durante una perquisizione nella sua abitazione, vengono rinvenuti opuscoli antinazisti che gli costano l’espulsione dal partito, il licenziamento dall’impiego nelle miniere statali e sei settimane di carcere. Le preoccupazioni professionali e familiari (è fresco di matrimonio con la figlia di un pastore protestante con la quale metterà al mondo tre figli), il dilemma fra lealtà patriottica e fedeltà alla Chiesa, e soprattutto le pressioni del padre, lo costringono a redigere una domanda di riammissione nella quale ammette la propria colpevolezza. Un’abiura a cui accondiscende solo per volere paterno. Ottenuto il reintegro nel partito, si trasferisce a Tubinga per studiare medicina ma non abbandona l’impegno religioso. La Gestapo lo arresta di nuovo, come accade ad altri membri della Chiesa confessante. Stavolta, oltre a qualche mese di prigione, lo aspetta il campo di concentramento dal quale uscirà provato nel fisico e nello spirito al punto di pensare al suicidio. Tornato in libertà, si ritrova senza lavoro e senza soldi, spesi quasi interamente per foraggiare le attività religiose. E’ preoccupato per il suo futuro e per quello della sua nazione. Scrive allo zio espatriato negli Stati Uniti al quale rivela di essere nel mirino del regime e di temere un nuovo arresto: “Sarebbe la mia morte”. Nella lunga lettera gli confida i suoi tormenti: “Il popolo tedesco, la gioventù tedesca, devono essere istruiti alla fede di Dio o devono credere soltanto alla bandiera insanguinata, ai luoghi di culto, ai confini, alle razze? Il Nazionalsocialismo pretende di impadronirsi dell’uomo e dominarlo fino al più profondo del suo essere. Si stanno mettendo contro Dio, ma Dio non può essere beffato”.
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Il solo modo per combattere il nazismo è farne parte da infiltrato, senza coperture. Il cristiano Gerstein decide di scendere all’inferno.
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La fiducia iniziale nei confronti del regime si sta sgretolando, Gerstein ne intuisce i pericoli nascosti dietro le grandi promesse. Fin quando quello che era un sospetto diventa certezza. Nel programma di soppressione dei disabili fisici e psichici condotto in gran segretezza, finisce la cognata di Gerstein, ricoverata per disturbi nervosi. Il certificato di morte per “sopraggiunti problemi cardiaci” viene inoltrato alla famiglia insieme alle ceneri della congiunta. Gerstein è convinto sia stata uccisa in quanto “non degna a vivere”, secondo la definizione dei medici carnefici, ma non può dimostrarlo. E’ allora che prende la decisione più controversa della sua vita: “Non avevo che un solo desiderio: vedere, veder chiaro in tutto questo ingranaggio e allora gridare in mezzo a tutti! Anche se la mia vita sarebbe stata minacciata, non avevo scrupoli. Chiesi di entrare volontario nelle SS per condurre una battaglia attiva e conoscere gli obiettivi dei nazisti e i loro segreti”, scrive in quello che verrà ricordato come Il rapporto Gerstein. Il solo modo per combattere il nazismo, dunque, è farne parte, da infiltrato e senza copertura. Il cristiano Gerstein decide di scendere all’inferno, senza immaginare quanto profondo sarà quell’abisso. Una decisione accolta con stupore dai suoi conoscenti e orgoglio dal corpo delle Waffen SS che interpreta la richiesta come un bisogno di riscatto dagli “errori” passati. Al pastore della sua diocesi, preoccupato per il suo destino, confiderà: “Se sentirete cose strane sul mio conto, non crediate che io sia cambiato. Mi sono arruolato per due ragioni: la rovina verrà, è sicuro. Verrà il giudizio divino. Questi desperados proveranno a uccidere coloro che considerano nemici, non è dall’esterno che potranno essere ostacolati, ma solo da qualcuno che farà sparire gli ordini o li trasmetterà mutilati. E’ questo il mio ruolo! L’altra ragione è la seguente: mia cognata è stata uccisa, e io voglio sapere chi sono i suoi assassini”. La folle missione di Gerstein raggiunge ben presto obiettivi insperati. Grazie ai suoi studi in chimica e medicina viene destinato al servizio d’igiene delle Waffen SS e incaricato della disinfezione nei campi di concentramento. Nel giugno del ‘42, il ruolo storico di Kurt Gerstein prende corpo grazie a una missione segreta affidatagli dai suoi superiori: l’acquisizione di 100 kg di acido cianidrico, il tristemente noto Zyklon B, la cui destinazione è conosciuta solo dall’autista del camion. Dopo aver fatto rifornimento in una fabbrica vicino Praga, il camion procede verso la Polonia e fa sosta nei campi di concentramento di Belzec e Treblinka. Gerstein non conosce il motivo della fermata, ma lo scoprirà di lì a poco quando gli verrà richiesto di assistere a una procedura. Il capitano Wirth, che lo accompagna, gli sussurra: “Non sono più di dieci ad aver visto ciò che voi vedrete”.
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Il racconto a un diplomatico svedese, che ricorda: “Era disperato, nascondeva il volto fra le mani, pensai che non avrebbe sopportato quel peso”.
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Tutto ha inizio con l’arrivo di un treno da cui sbarcano seimila persone alle quali viene ordinato di togliersi vestiti, protesi dentarie e occhiali. E’ Gerstein a descrivere la scena, lasciamo a lui la parola: “Fu chiesto loro di appaiare le scarpe con pezzetti di spago distribuiti da un bambino. Consegnare tutti i valori, tutto il denaro. Alle donne furono tagliati i capelli, poi cominciò la marcia. Uomini, donne, ragazze, bambini di ogni età, mutilati, tutti completamente nudi, al gelo. In un angolo, un robusto SS dice ai disgraziati con voce paterna: “Non vi succederà niente di male! Bisogna solo respirare molto profondo, fortifica i polmoni!” Un’ebrea di circa quarant’anni, gli occhi come fiamme, maledice gli assassini, ne riceve qualche frustata e scompare nella camera a gas. Molti pregano, e io con loro. Mi stringo in un angolo e imploro il mio e il loro Dio. Come avrei voluto entrare insieme a loro nelle camere a gas…”. Il racconto continua, terribile, fino alla fine, ma io non ho la forza di trascriverlo. Quello a cui assiste Kurt Gerstein va al di là della sua immaginazione. Noi, ora, sappiamo. Lui lo scopre in quel momento, e in quel momento comincia a morire.
Le oltre duemila persone stipate in quattro stanze di novanta metri quadrati ci mettono quasi tre ore a morire, un tempo infinito dovuto al malfunzionamento del motore diesel. La necessità di escogitare un sistema di annientamento più rapido spiega l’incarico affidato a Gerstein: lo Zyklon B che si è procurato, ora gli è chiaro, non sarà destinato alla disinfezione degli ambienti. Col pretesto di un’avaria causata dalla decomposizione del gas, Gerstein distrugge il carico di Zyklon B, l’unica azione di sabotaggio che gli è possibile mettere in pratica. Ora deve trovare il modo di rendere il mondo partecipe di quell’abominio. L’occasione si presenta il giorno dopo, su un treno notturno che da Varsavia è diretto a Berlino. Fra i passeggeri c’è un diplomatico svedese, il barone Göran von Otter. Gerstein, in divisa da ufficiale, è seduto di fronte: “Notai che mi lanciava delle occhiate. Era pallido, molto teso” racconta lo stesso Otter, “voleva attaccare discorso, era evidente”. Quando il treno si ferma, in aperta campagna, Otter scende a fumare una sigaretta. Gerstein lo segue: “Devo riferirle una cosa terribile”. Ha inizio così il racconto dell’ufficiale Gerstein, “Un fiume in piena”. I due rimangono insieme diverse ore durante le quali Gerstein non lesina particolari, fornisce documenti, mostra le fatture per l’acquisto dell’acido, singhiozza, prende fiato ma non si ferma. “Era disperato, nascondeva il volto fra le mani, pensai che non avrebbe sopportato a lungo quel peso”. Dopo l’iniziale scetticismo il diplomatico non nutre più dubbi: “Era tutto così spaventoso da sembrare incredibile, ma il suo modo di parlare, la sua sofferenza, mi hanno convinto”. Rientrato a Berlino, Otter informa l’ambasciatore del suo paese, il quale gli consiglia di riferire quanto saputo al Ministero degli Esteri. Dal Ministero si suggerisce però al diplomatico di “lasciar perdere”, se ne sarebbero occupati loro. E Otter, colpevolmente, passa il testimone. La Svezia, che non vuole compromettere i rapporti con la Germania, non farà nulla. Sei mesi dopo, mentre sta uscendo dagli uffici della legazione svedese a Berlino, Otter si sente chiamare da dietro un cespuglio: “Era Gerstein. Aveva un aspetto orribile. Mi raccontò del mancato incontro con il nunzio pontificio e con il ministro svizzero e mi chiese cosa avessi fatto…”. In quei mesi, rischiando l’accusa di alto tradimento, Gerstein aveva cercato di mettere al corrente più gente possibile ma nessuno era intervenuto. Sebbene in molti sapessero, il solo a denunciare fu lui.
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Nel programma nazista di soppressione dei disabili, condotto in segretezza, finisce la cognata di Gerstein, ricoverata per disturbi nervosi.
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Soltanto alla fine della guerra gli svedesi avrebbero trasmesso a Londra il promemoria di Otter. Il 21 aprile del ‘45 Gerstein si consegna ai francesi e mette nelle mani di due ufficiali il rapporto di tutto ciò che è in sua conoscenza. L’ha scritto in tre lingue, per essere sicuro: tedesco, inglese e francese. E’ fiducioso, nonostante lo stato di prostrazione in cui versa, minato nel corpo e nell’anima. Finalmente la sua voce verrà ascoltata. Ma il suo sacrificio si rivelerà inutile, e il finale di questa storia è tragico quanto il suo svolgimento. Il testimone inascoltato Kurt Gerstein, considerato criminale di guerra e indagato per complicità nello sterminio, viene trasferito in un carcere militare. Il 25 luglio 1945 il suo corpo senza vita giace sul pavimento di una cella del carcere di Cherche-Midi. Il decesso verrà refertato come suicidio per impiccagione. Pochi giorni prima Gerstein aveva scritto a un amico: “A te i miei auguri di felicità per la liberazione del tuo paese dalla nostra razza di vipere e di criminali. Per quanto oscura possa essere oggi la nostra sorte, quella gente orribile non doveva vincere. Domanda ai tuoi se adesso almeno credono a quello che si è passato a Belzec e altrove. Io ringrazio Dio di aver potuto fare di tutto, nel limite delle mie forze, per far scoppiare quell’ascesso che si era formato sul corpo dell’umanità. A te e a tutti i tuoi io auguro, dopo questi tempi così difficili, di poter di nuovo respirare”. Chi tacque fu dunque giudicato innocente. Chi si oppose, complice del male.
Il Foglio, 31 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 6
Davide fa trasportare l'arca da Baalè di Giuda (Chiriat-Iearim) a Gerusalemme
- Davide radunò di nuovo tutti gli uomini scelti d'Israele, in numero di trentamila. Poi si alzò, e con tutto il popolo che era con lui, partì da Baalè di Giuda per trasportare di là l'arca di Dio, sulla quale è invocato il Nome, il nome dell'Eterno degli eserciti, che siede su di essa fra i cherubini. Posero l'arca di Dio sopra un carro nuovo e la portarono via dalla casa di Abinadab che era sul colle; Uzza e Aio, figli di Abinadab, conducevano il carro nuovo con l'arca di Dio, e Aio andava davanti all'arca. Davide e tutta la casa d'Israele suonavano davanti all'Eterno ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, e cetre, saltèri, timpani, sistri e cembali.
- Quando furono giunti all'aia di Nacon, Uzza stese la mano verso l'arca di Dio e la sostenne, perché i buoi la facevano inclinare. E l'ira dell'Eterno si accese contro Uzza; Iddio lo colpì là per la sua irriverenza, ed egli morì in quel luogo vicino all'arca di Dio. Davide si rattristò perché l'Eterno aveva fatto una breccia nel popolo, colpendo Uzza; quel luogo è stato chiamato Perez-Uzza fino al giorno d'oggi. Davide, in quel giorno, ebbe paura dell'Eterno, e disse: “Come potrebbe venire da me l'arca dell'Eterno?”. E Davide non volle trasportare l'arca dell'Eterno presso di sé nella città di Davide, ma la fece portare in casa di Obed-Edom di Gat. L'arca dell'Eterno rimase tre mesi in casa di Obed-Edom di Gat, e l'Eterno benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa.
- Allora fu detto al re Davide: “L'Eterno ha benedetto la casa di Obed-Edom e tutto quello che gli appartiene, a motivo dell'arca di Dio”. Allora Davide andò e trasportò l'arca di Dio dalla casa di Obed-Edom su nella città di Davide, con gioia. Quando quelli che portavano l'arca dell'Eterno ebbero fatto sei passi, si immolava un bue e un vitello grasso. E Davide, cinto di un efod di lino, danzava a tutta forza davanti all'Eterno. Così Davide e tutta la casa d'Israele trasportarono su l'arca dell'Eterno con gioia e al suono della tromba.
- Mentre l'arca dell'Eterno entrava nella città di Davide, Mical, figlia di Saul, guardò dalla finestra e, vedendo il re Davide che saltava e danzava davanti all'Eterno, lo disprezzò in cuor suo.
- Portarono dunque l'arca dell'Eterno e la collocarono al suo posto, in mezzo alla tenda che Davide le aveva montato; e Davide offrì olocausti e sacrifici di ringraziamento davanti all'Eterno. Quando ebbe finito di offrire gli olocausti e i sacrifici di ringraziamento, Davide benedisse il popolo nel nome dell'Eterno degli eserciti, e distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d'Israele, uomini e donne, una focaccia di pane, una porzione di carne e una schiacciata di uva passa. Poi tutto il popolo se ne andò, ciascuno a casa sua.
- Mentre Davide se ne tornava per benedire la sua famiglia, Mical, figlia di Saul, gli uscì incontro e gli disse: “Bell'onore si è fatto oggi il re d'Israele a scoprirsi davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si sarebbe scoperto un uomo da nulla!”. Davide rispose a Mical: “L'ho fatto davanti all'Eterno che mi ha scelto, invece di tuo padre e di tutta la sua casa, per stabilirmi principe d'Israele, del popolo dell'Eterno; sì, davanti all'Eterno ho fatto festa. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò spregevole ai miei occhi; eppure, da quelle serve di cui tu parli, proprio da loro, io sarò onorato!”. E Mical, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte.
(Notizie su Israele, 30 gennaio 2026)
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Ministero della Salute: proteggere i bambini dai pericoli legati alla piantumazione degli alberi
GERUSALEMME – La festa di Capodanno degli alberi, “TU BiShvat”, è un giorno gioioso per gli ebrei. In tutto Israele piantano alberelli e partecipano così al rimboschimento. Quest'anno la festività cadrà lunedì prossimo.
Ma per i bambini le attività di piantumazione comportano anche dei pericoli. Per questo motivo il Ministero della Salute, come già in occasione di altre festività, ha pubblicato alcune indicazioni per i genitori. Esse si riferiscono principalmente alle attività di piantumazione nelle scuole materne, nelle scuole elementari e nei movimenti giovanili.
L'autorità invita i genitori ad assicurarsi che i rispettivi organizzatori abbiano ottenuto l'autorizzazione dal Ministero dell'Istruzione. Inoltre, i collaboratori dovrebbero assicurarsi che non vengano piantate piante tossiche o allergeniche. Eventuali residui di fertilizzanti o pesticidi devono essere tenuti lontani dai bambini.
Ulteriori avvertenze riguardano l'area in cui è prevista l'iniziativa di piantumazione: lì non dovrebbe esserci nulla che possa causare lesioni, come buche, rocce o anche detriti di costruzione. Il Ministero mette anche in guardia da serpenti, scorpioni e altri animali che potrebbero mordere o pungere.
• Evitare avvelenamenti
Si legge inoltre: “I bambini possono essere curiosi e cercare di mettere in bocca piante, funghi selvatici o frutti che trovano”. I genitori dovrebbero insegnare loro già a casa a non mettere in bocca nulla di ciò che trovano all'aperto, perché potrebbe essere velenoso. Se tuttavia si sospetta un avvelenamento, l'autorità raccomanda, a seconda delle condizioni del bambino, di chiamare il Centro nazionale antiveleni o il servizio di soccorso Roter Davidstern.
Oltre alla piantumazione di alberi, la festa prevede anche il consumo di frutta secca. Il ministero ricorda ai genitori di tenere d'occhio i bambini piccoli a causa del rischio di soffocamento. Inoltre, la frutta dovrebbe essere tagliata in piccoli pezzi. Noci, mandorle o pistacchi dovrebbero essere somministrati ai bambini solo se ben macinati e puliti. Queste indicazioni fanno parte del programma nazionale per la sicurezza dei bambini.
Il nome TU BiShvat si riferisce alla data ebraica della festa: le lettere ebraiche Tet e Waw, che diventano U, corrispondono ai valori numerici 9 e 6, che insieme danno 15. La festa di Capodanno degli alberi è il 15° giorno del mese di Shvat.
(Israelnetz, 30 gennaio 2026)
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Crans-Montana, oltre il dolore: chi sono i volontari di ZAKA e perché il loro impegno non conosce confini religiosi?
Gli interventi di ZAKA spaziano dalle operazioni successive ad attacchi terroristici, incidenti stradali, catastrofi naturali e altre calamità, fino a squadre specializzate di ricerca e soccorso, unità subacquee, unità cinofile e veicoli di primo soccorso. La missione di onorare la dignità di ogni defunto, indipendentemente dal credo religioso, nasce dall'idea che ogni vita e ogni persona meritano rispetto incondizionato e guida le azioni dei volontari anche nelle situazioni più drammatiche.
di Anna Balestrieri
A meno di un mese dalla tragedia di Crans-Montana, mentre le famiglie dei giovani deceduti cercano di superare il loro dolore e quelle dei sopravvissuti si impegnano nella difficile convalescenza, il triste evento offre anche l'occasione per parlare di un'organizzazione non governativa che ha svolto un ruolo significativo nelle operazioni di soccorso dopo la tragedia: ZAKA sfata il mito diffuso in certi ambienti secondo cui interviene solo quando sono coinvolti “gli ebrei”.
ZAKA – acronimo di Zihuy Korbanot Ason (“Identificazione delle vittime di catastrofi”) – è un'organizzazione di volontariato specializzata nel soccorso, nella ricerca e nel recupero in caso di emergenze, tragedie e incidenti, che opera 24 ore su 24 con migliaia di volontari pronti a fornire assistenza professionale ovunque sia necessario.
ZAKA è stata fondata informalmente nel 1989 dopo un attentato contro un autobus in Israele durante la prima Intifada e istituzionalizzata nel 1995. Da allora, l'organizzazione è cresciuta fino a contare oltre 3.000 volontari attivi in Israele e all'estero, che collaborano con i servizi di soccorso e le forze di sicurezza per salvare vite umane ovunque sia possibile e per commemorare i defunti con dignità e un'etica di profondo rispetto umano.
• Un ruolo concreto nelle emergenze
Gli interventi di ZAKA spaziano dalle operazioni di risposta ad attacchi terroristici, incidenti stradali, disastri naturali e altre catastrofi, alle squadre specializzate di ricerca e soccorso, alle squadre di sommozzatori, alle unità cinofile e ai veicoli di primo soccorso.
Nel 2025, l'organizzazione ha risposto a oltre 7.000 emergenze, tra cui attentati, migliaia di incidenti stradali e interventi Chesed Shel Emet (onore ai morti), a dimostrazione della portata dell'impegno quotidiano che va ben oltre i confini religiosi o comunitari.
Il principio di Chesed Shel Emet - “vera bontà” verso coloro che non possono ricambiarla - è al centro della filosofia di ZAKA. La missione di onorare la dignità di ogni defunto, indipendentemente dal credo religioso, nasce dall'idea che ogni vita e ogni persona meritano rispetto incondizionato e guida le azioni dei volontari anche nelle situazioni più drammatiche.
• Un'organizzazione internazionale
Contrariamente all'idea che ZAKA operi solo in contesti ebraici, la sua unità internazionale di ricerca e soccorso è intervenuta in numerosi paesi colpiti da catastrofi naturali o attacchi violenti, offrendo assistenza alle autorità locali indipendentemente dalla religione o dalla nazionalità.
Esempi storici sono gli interventi dopo lo tsunami in Asia nel 2004, i terremoti in Giappone e Nepal e altri scenari globali in cui i volontari hanno messo a disposizione le loro competenze e il loro aiuto in condizioni difficili.
• Volontariato trasversale
Sebbene molti volontari siano religiosi, oggi ZAKA accoglie persone di diverse fedi e provenienze e offre diverse opportunità di impegno, dal soccorso e recupero all'assistenza logistica e al sostegno alle famiglie colpite, rendendo concreta la possibilità di un contributo umanitario e civile.
• La sfida del trauma e del sostegno
Il contatto costante con scene di sofferenza ha spinto l'organizzazione a sviluppare anche servizi di sostegno psicologico e unità di resilienza per aiutare i propri volontari a gestire lo stress emotivo del loro impegno, riconoscendo così l'importanza del benessere psicologico per coloro che ogni giorno si confrontano con i limiti estremi della vita umana.
In un momento di lutto e riflessione come quello seguito alla tragedia di Crans-Montana, il ruolo di ZAKA – così ampio, intenso e spesso poco conosciuto nei suoi aspetti internazionali e umanitari – offre l'opportunità di comprendere meglio il valore e la complessità di un volontariato che considera l'essere umano in tutte le sue condizioni di vita, senza gerarchie.
(Bet Magazine Mosaico, 30 gennaio 2026)
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Nel processo Zaguri, la giustizia israeliana di fronte alla legge del silenzio
di David Castel *
In questa sala di Beer Sheva non si giudicano solo gli uomini. Si giudicano il silenzio, la paura, il prezzo della parola. Il resto, le pareti blindate, i poliziotti, i vetri, è solo scenografia. Il verdetto non è stato una sorpresa. È caduto come un sasso che sapevamo già essere lì. Tre ergastoli. Tre morti. Una storia che si chiude fingendo di credere che sia finita.
Yaniv Zaguri è rimasto in piedi. Né spavalderia né crollo. Sette anni di processo hanno logorato i nervi come l'acqua logora la pietra. Il giudice ha parlato di cinema. Cattivo cinema. Un film poliziesco scritto con sangue, rabbia, vendetta. Ma non era un film. Era un manuale d'istruzioni. Una grammatica della paura.
Tutto inizia sempre con qualcuno che parla. Un uomo che decide di non poter più tacere. Tal Korkus era uno di quelli. Conosceva le regole, i volti, le abitudini. Era stato dalla parte giusta, poi dall'altra. Ha testimoniato. E da quel momento è iniziato il conto alla rovescia. Nel marzo 2016, è stata la sua ex moglie, Dvora Hirsch, a cadere per prima. Uccisa in un parcheggio, davanti ai suoi figli. Non era lei l'obiettivo principale. Era la prova che la vendetta non si ferma ai confini del fascicolo giudiziario. Che trabocca. Che contagia.
Korkus muore meno di un anno dopo, ad Ashkelon. Un invito, un appartamento, un'auto. L'esplosione è netta. Definitiva. Elisha Sabah, un altro testimone, viene ucciso a Netanya, nel suo ristorante. Tre morti. Tre scene diverse. Un unico messaggio. Il giudice lo riassume senza mezzi termini: «Chiunque metta le mani sul fascicolo morirà».
Ciò che questo processo racconta è un'organizzazione che non si lascia trasportare dalla rabbia. Calcola. Aspetta. Colpisce dove fa male. Intorno a Zaguri, esecutori, intermediari, uomini senza statura mitologica. Nessuna figura romantica. Ingranaggi. Il crimine organizzato, qui, non è spettacolare. È paziente. Sa che il tempo gioca a suo favore.
Israele ha a lungo rifiutato questa parola: organizzazione. Si preferiva parlare di teppisti, clan, margini. Ma dagli anni '90, la realtà si è imposta. Gerarchie, catene di comando, economie parallele. E soprattutto, la capacità di sopravvivere all'arresto dei capi. Anche la prigione non è sempre stata sufficiente. Nel sud, altri casi hanno dimostrato come alcuni continuassero a dirigere dalla loro cella, con l'aiuto di telefoni introdotti clandestinamente, complicità comprate, voci che attraversano i muri.
Nel nord, la violenza è più discreta. Meno proiettili, più pressioni. Imprenditori che pagano per lavorare. Cantieri che cambiano di mano senza contratto. Una paura amministrativa, quasi pulita. È qui che un uomo accetta di svolgere un ruolo che nessuno invidia. Lo chiamano il Principe. Un soprannome quasi crudele. Per più di un anno vive tra coloro che dovrà denunciare. Ascolta, prende appunti, aspetta. Quando arrivano gli arresti, rivelano qualcos'altro: uomini in giacca e cravatta, società di comodo, a volte persino eletti locali. Il crimine non è più ai margini. Ha imparato a mimetizzarsi.
Questo processo, e quelli che lo circondano, dicono qualcosa di preciso sull'Israele di oggi. Di uno Stato di diritto solido, ma costantemente messo alla prova. Di istituzioni capaci di condurre indagini lunghe, costose, rischiose. Capace anche di colpire duro. Tre ergastoli non sono solo una sanzione. Sono una dichiarazione: la giustizia non indietreggerà davanti a chi cerca di metterla a tacere.
Ma dicono anche qualcos'altro. Che la paura spesso precede la giustizia. Che prima della testimonianza ci sono notti insonni, famiglie che si consultano, bambini che vengono guardati in modo diverso. Che molti rinunciano prima ancora di arrivare in tribunale. Che qui la parola non è mai gratuita.
Israele è un paese abituato alle minacce visibili. Ai confini, alle sirene, agli allarmi. La criminalità organizzata è un'altra preoccupazione. Più intima. Più silenziosa. Si insinua nella vita quotidiana, nell'economia, nelle relazioni. Non cerca di rovesciare lo Stato. Cerca di logorarlo.
Quando il giudice chiude il caso Zaguri, non chiude solo un caso. Pone una domanda senza formularla: fino a che punto un paese può proteggere chi parla? E quante voci tacciono ancora, per prudenza, per stanchezza, per paura, prima ancora che la giustizia abbia la possibilità di ascoltarle?
Il verdetto è stato emesso. Il silenzio, invece, rimane. --- David Castel - Ex avvocato del foro di Parigi per 24 anni, oggi autore e attento osservatore di Israele, David Castel esplora le storie vere che rivelano la società dietro i fatti. Tra giustizia, destini singolari e misteri della vita quotidiana, scrive con il rigore del giurista e la sensibilità del narratore. Le sue cronache giudiziarie svelano un Israele umano, contrastato, spesso sorprendente.
(The Times of Israël, 30 gennaio 2026)
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Zanichelli corregge il passaggio sul 7 ottobre
“Attacco contro insediamenti di coloni israeliani”, libro in ristampa dopo la denuncia del Riformista.
di Luca Sablone
Dopo la denuncia del Riformista, Zanichelli corregge il passaggio sulle gravi imprecisioni sugli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. L’intervento riguarda il volume La storia. Progettare il futuro, firmato da Alessandro Barbero, Chiara Frugoni e Carla Sclarandis. Il 27 gennaio avevamo pubblicato un’analisi di Emanuele Calò, che evidenziava come nel testo le vittime e le aree israeliane colpite fossero indicate come «coloni» e «insediamenti». Una formulazione distorta, perché riferita a località situate nel territorio internazionalmente riconosciuto di Israele.
Dopo la segnalazione, la casa editrice fornisce una replica ufficiale in cui conferma l’errore terminologico. Zanichelli correggerà il passaggio segnalato, su carta in sede di ristampa e subito nell’edizione digitale, togliendo il riferimento a «insediamenti di coloni». Nell’edizione minore del medesimo manuale (di prossima uscita), questo passaggio è già stato modificato («questo prima della vostra segnalazione»), e la parola «coloni» non compare.
«Tornando all’edizione in commercio, la pagina 805, appaiata alla frase da correggere, riporta una linea del tempo del conflitto arabo-israeliano (1947-2023) e definisce il 7 ottobre un “attacco terroristico-militare di Hamas contro Israele”. Lo specifichiamo perché il contesto testuale e l’approccio complessivo di questo volume sul conflitto arabo-israeliano non lasciano spazio a dubbi», precisa Zanichelli.
Che ringrazia Calò per i toni e gli scopi costruttivi del suo intervento: «Da sempre Zanichelli è aperta alle segnalazioni dei lettori più attenti, che ci consentono di migliorare continuamente i nostri libri a catalogo». Abbassare la guardia sulla qualità e sull’accuratezza dei contenuti didattici sarebbe un errore imperdonabile. Di recente, in Francia, l’editore Hachette ha ritirato copie per errori e semplificazioni fuorvianti. Ringraziamo Zanichelli per la collaborazione e per aver accolto il nostro appello, evitando formulazioni improprie nei testi destinati ai ragazzi.
(Il Riformista, 30 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 5
Davide, riconosciuto come re da tutte le tribù
- Allora tutte le tribù d'Israele vennero a trovare Davide a Ebron, e gli dissero: “Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne. Già in passato, quando Saul regnava su noi, eri tu che guidavi e riconducevi Israele; e l'Eterno ti ha detto: 'Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai il principe d'Israele'”. Così tutti gli anziani d'Israele vennero dal re a Ebron e il re Davide fece alleanza con loro a Ebron in presenza dell'Eterno; ed essi unsero Davide come re d'Israele. Davide aveva trent'anni quando cominciò a regnare e regnò quarant'anni. A Ebron regnò su Giuda sette anni e sei mesi; e a Gerusalemme regnò trentatré anni su tutto Israele e Giuda.
- Allora il re con la sua gente si mosse verso Gerusalemme contro i Gebusei, che abitavano quel paese. Questi dissero a Davide: “Tu non entrerai qua; perché i ciechi e gli zoppi ti respingeranno!”; volendo dire: “Davide non entrerà mai”. Ma Davide prese la fortezza di Sion, che è la città di Davide. Davide disse in quel giorno: “Chiunque batterà i Gebusei giungendo fino al canale e respingerà gli zoppi e i ciechi che sono odiati da Davide...” da questo ha origine il detto: “Il cieco e lo zoppo non entreranno nella Casa”. Davide abitò nella fortezza e la chiamò “la città di Davide”; vi fece intorno delle costruzioni, cominciando da Millo e verso l'interno.
- Davide diventava sempre più grande, e l'Eterno, l'Iddio degli eserciti, era con lui. E Chiram, re di Tiro, inviò a Davide dei messaggeri, del legno di cedro, dei falegnami e dei muratori, i quali costruirono una casa a Davide. Allora Davide riconobbe che l'Eterno lo stabiliva saldamente come re d'Israele e rendeva grande il suo regno per amore del suo popolo Israele.
- Davide prese ancora delle concubine e delle mogli di Gerusalemme dopo il suo arrivo da Ebron, e gli nacquero altri figli e altre figlie. Questi sono i nomi dei figli che gli nacquero a Gerusalemme: Sammua, Sobab, Natan, Salomone, Ibar, Elisua, Nefeg, Iafia, Elisama, Eliada, Elifelet.
Davide prende Gerusalemme e sconfigge i Filistei
- Quando i Filistei udirono che Davide era stato unto re d'Israele, salirono tutti in cerca di lui. Davide lo seppe e scese alla fortezza. I Filistei giunsero e si sparsero nella valle dei Refaim. Allora Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo salire contro i Filistei? Me li darai nelle mani?”. L'Eterno rispose a Davide: “Sali; poiché certamente io darò i Filistei nelle tue mani”. Davide dunque si recò a Baal-Perasim, dove li sconfisse, e disse: “L'Eterno ha disperso i miei nemici davanti a me come si disperde l'acqua”. Perciò chiamò quel luogo: Baal-Perasim. I Filistei lasciarono là i loro idoli, e Davide e la sua gente li portarono via.
- Poi i Filistei salirono di nuovo e si sparsero nella valle dei Refaim. E Davide consultò l'Eterno, il quale gli disse: “Non salire; gira alle loro spalle, e giungerai su loro di fronte ai Gelsi. E quando udrai un rumore di passi tra le vette dei gelsi, lanciati subito all'attacco, perché allora l'Eterno marcerà alla tua testa per sconfiggere l'esercito dei Filistei”. Davide fece così come l'Eterno gli aveva comandato e sconfisse i Filistei da Gheba fino a Ghezer.
(Notizie su Israele, 29 gennaio 2026)
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Israele tra sopravvivenza e destino
Potere, scopo e prova dell'anima di una nazione.
di David Lazarus
GERUSALEMME - Israele ha sempre avuto ben presente che la sua sopravvivenza non è garantita dal punto di vista umano. Qui i confini nazionali non sono inviolabili. Ogni errore tattico può avere conseguenze fatali. Il popolo sa istintivamente che un singolo errore di valutazione può significare una catastrofe. Qui non c'è alternativa alla vigilanza, la forza non è ideologica. La prontezza e la capacità di difesa sono un imperativo esistenziale.
La sopravvivenza di Israele è il risultato di coraggio, spirito di sacrificio, disciplina e disponibilità a sostenere costi immensi. La forza militare, le capacità di intelligence e le conquiste tecnologiche non sono un caso. Hanno salvato vite umane. Chi sostiene il contrario non è onesto nei confronti della realtà. È lontano dalla realtà, ingenuo o semplicemente sciocco.
Ma la storia insegna anche qualcos'altro. La sopravvivenza da sola non è mai tutta la storia. È il presupposto che rende possibile la storia, non la storia stessa.
Fin dall'inizio, Israele non era destinato solo a sopravvivere. Era destinato a vivere in un certo modo, a difendere qualcosa e a dimostrare che il potere non corrompe necessariamente l'anima. La visione biblica non rifiuta la forza. La dà per scontata. Ma rifiuta di considerarla il bene supremo. Il potere deve servire la comprensione morale, non sostituirla.
Un popolo può sopravvivere a lungo senza chiedersi perché sopravvive. Ma non può prosperare in questo modo.
Quando la sopravvivenza diventa la nostra unica prospettiva, le decisioni diventano reattive. La leadership si trasforma in una gestione permanente delle crisi. Il futuro non è più visto come qualcosa da costruire. Diventa qualcosa da evitare di perdere.
• Spazio
Israele si trova oggi in una situazione che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. Le minacce sono reali, ma lo è anche la forza. Grazie all'intelligenza, alla resilienza e a decisioni difficili, il Paese si è guadagnato qualcosa di raro in questa regione: spazio per respirare. Spazio per riflettere. Spazio per agire senza essere spinti solo dall'emergenza successiva.
Questo spazio è importante. Ciò che ne facciamo è ancora più importante.
Le recenti mosse del primo ministro Netanyahu indicano che egli è consapevole di questa situazione. Gli sforzi per raggiungere un accordo con la Siria e il riconoscimento pubblico del Somaliland non sono solo manovre di sicurezza. Segnalano il tentativo di pensare oltre il pericolo immediato. Queste mosse mirano a plasmare la regione, invece che limitarsi a reagire ad essa, e a limitare la crescente influenza di rivali come la Turchia non solo con la forza, ma anche attraverso il posizionamento e le alleanze. Esse riflettono la consapevolezza che la forza di Israele ora consente una strategia, non solo una difesa.
Non è necessario essere d'accordo con ogni decisione del governo per riconoscere questo cambiamento. È così che appare quando la sopravvivenza concede tempo, il tempo consente strategie e le strategie aprono la porta a qualcosa di più della difesa costante.
La sopravvivenza crea le fondamenta su cui poggiamo. Le visioni determinano dove ci troviamo.
• Quando la sopravvivenza diventa l'unico argomento
Tuttavia, una nazione che vive da decenni in modalità di emergenza (e un popolo da millenni) non può semplicemente spegnerla. Vivere sotto costante minaccia lascia il segno. Influenza le abitudini, i titoli dei giornali e il linguaggio pubblico.
Quando la sopravvivenza domina, alcune domande diventano scomode. Possono essere: È giusto? È saggio? Siamo davvero così?
Il silenzio viene premiato.
Questo non perché le persone siano diventate crudeli. È perché la paura è così onnipresente. Lo si vede nella vita quotidiana. Le persone scelgono con cura le parole. Le conversazioni si riducono a cliché popolari. Si impara quali domande suscitano consenso e quali pregiudizi. Ma il silenzio come reazione alla paura non è né forza né saggezza.
Il conformismo è rafforzato dai circoli sociali, dai media, dalla politica e dalla pura e semplice stanchezza. Quando il disaccordo è percepito come infedeltà, il silenzio appare come responsabile. Il coraggio è limitato al campo di battaglia, mentre la valutazione onesta è scoraggiata.
Israele non ha mai mancato di coraggio. Questo è evidente ovunque. Ma il coraggio solo in battaglia non è sufficiente. Ci vuole coraggio morale per mettere in discussione le politiche. Il potere protegge più cose del solo territorio? Israele è forte, ma la forza senza direzione si indurisce. Un paese può proteggere i propri confini ed essere comunque incerto su ciò che sta proteggendo.
I profeti lo hanno avvertito molto tempo fa. Hanno avvertito che le società che mantengono l'ordine trascurando la giustizia alla fine crollano. Il potere è rimasto. La visione è svanita. Sono scomparsi dalla storia.
• Il faraone come monito
Ecco perché la Torah mette in risalto il faraone. Il faraone non è descritto come un malvagio sciocco. Agisce in modo strategico. Osserva attentamente la crescita degli Israeliti e capisce cosa ciò potrebbe significare per il suo dominio. La sua paura lo spinge a elaborare un piano.
“Venite, agiamo con astuzia nei loro confronti.” (Esodo 1,10)
Questa frase dovrebbe metterci a disagio. È la paura che si maschera da saggezza. La coercizione descritta come responsabilità.
Una volta che il potere è separato dai freni morali, la strada verso l'oscurità è facile. Ogni passo rende più facile quello successivo. La durezza diventa la normalità. L'auto-riflessione scompare. Il potere si protegge dalle cattive notizie.
Il faraone vede i segni. Ascolta gli avvertimenti. Ma quando la sopravvivenza del suo regime diventa l'unico valore, non può fare altro che perseguire Israele, anche se questo porta alla sua stessa distruzione.
La Torah racconta questa storia non per argomentare contro la forza, ma per avvertire cosa succede quando la forza serve solo a preservare se stessa e nient'altro.
• Per cosa lottiamo?
A Israele non è mai mancato il coraggio. Lo ha dimostrato più volte, e questo ha sempre dato i suoi frutti, nella base militare, nell'ospedale, nell'aula scolastica. Quando la vita normale è sotto pressione, questo coraggio mantiene in vita la nazione. Ma il coraggio da solo non basta a dirci come vivere. La Scrittura avverte che l'uomo non vive di solo pane, e una nazione non resiste solo con la sicurezza. La sopravvivenza costruisce muri e guadagna tempo. Il coraggio deve decidere cosa fare di questo tempo. Non solo come combattere, ma come scegliere, come giudicare e come rimanere fedeli a noi stessi quando la paura non ha più l'ultima parola.
Israele non dovrebbe mai limitarsi a sopravvivere. Essere “luce per le nazioni” non è una pretesa poetica esagerata. È un appello alla responsabilità. Significa dimostrare che il potere può essere esercitato senza diventare corrotto. I profeti ci ricordano che la storia non è determinata solo dagli eserciti o dai trattati. È determinata dal fatto che un popolo continui a camminare secondo l'immagine divina anche attraverso la valle della morte e non tema il male.
La lotta di Israele non è solo quella esteriore contro i nemici che vogliono fargli del male. Nel profondo, è la lotta contro la tentazione di dimenticare perché viviamo. Ci sono modi di vivere che mantengono in vita il corpo, ma svuotano lo spirito. L'integrità a volte ha un prezzo, non perché la vita sia a buon mercato, ma perché è preziosa.
Possa Israele non solo sopravvivere. Possa risplendere nelle sue decisioni, nelle sue leggi, nella sua cultura e nel suo coraggio. Possa la sua vita essere degna delle promesse del suo passato e delle speranze del mondo. Perché quando la forza è guidata dalla saggezza e il coraggio è caratterizzato dalla responsabilità, Israele non solo vive, ma diventa una luce che altri possono seguire.
(Israel Heute, 28 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Se l’antisemitismo è un buon affare»
Come il saccheggio dei beni ebraici e l’autoassoluzione collettiva hanno reso l’odio un affare rispettabile
di Paolo Macry
È soprattutto dagli anni Novanta del secolo scorso che il genocidio degli ebrei europei viene analizzato dagli storici non solo come la macchina infernale decisa dai vertici politici del Terzo Reich e realizzata da quanti – nei campi di concentramento – premettero il grilletto, ma anche come un fenomeno cui parteciparono, a vario livello di coinvolgimento, grandi masse di uomini e donne, intere popolazioni. Gli “uomini comuni” di cui scrisse nel 1992 Christopher Browning. I “volonterosi carnefici di Hitler” che nel 1996 un altro storico, Daniel Goldhagen, portò all’attenzione degli studiosi e del pubblico. Il genocidio era stato opera anche dei cosiddetti “spettatori”, della gente qualunque, di chi coltivava da sempre il pregiudizio antisemita, di quanti approfittarono delle circostanze per sfogare antiche ostilità pubbliche o private. O da chi ebbe l’inusitata opportunità di qualche buon affare e lo concluse senza troppe remore morali.
A Vienna, la civilissima Vienna, la colta Vienna, nel marzo del 1938, nei giorni dell’Anschluss, un’intera città assistette e spesso prese parte attivamente alla feroce aggressione della numerosa comunità ebraica, all’incendio delle sue sinagoghe, alla devastazione dei suoi negozi, all’occupazione delle sue abitazioni. All’umiliazione di vecchi e donne costretti, nelle strade e nei parchi, a lavare i marciapiedi o a gridare slogan antisemiti di fronte a piccole folle compiaciute.
Un moto diffuso e spontaneo di odio ideologico, di pregiudizio etnico, ma anche di avidità materiale. Sì, perché; la cosiddetta “arianizzazione” altro non fu che il furto sistematico delle grandi e piccole proprietà degli ebrei: appartamenti, negozi, strumenti di lavoro, suppellettili domestiche, biancheria, abiti, pellicce, argenti, gioielli. Una espropriazione selvaggia.
Poi, alcuni mesi dopo, il 9 e 10 novembre di quello stesso 1938, fu ancora Vienna uno dei principali teatri della famigerata Kristallnacht, la Notte dei cristalli, un pogrom massiccio e cruento che, una volta di più, vide protagonisti non soltanto i corpi di polizia e i militanti del regime, ma anche e convintamente la gente comune. La quale tuttavia, nei decenni a venire, avrebbe assai spesso rifiutato ogni responsabilità nel Grande Delitto del XX secolo. E che ancora oggi, intervistata dal documentarista britannico Luke Holland, racconta ma, al tempo stesso, giustifica quei tempi cruenti, quei crimini. Dicendo e non dicendo. Riconoscendo, ma al tempo stesso prendendo le distanze dall’abisso morale. Cammini tortuosi che però finiscono per spiegarci come concretamente poté (e possa) manifestarsi la malattia antisemita.
Un esempio, tra i tanti possibili, è il racconto che fa a Luke Holland nel 2013, quando ha 92 anni, Ruth Ob, tedesca, cattolica, figlia di un ingegnere. Ruth ricorda come, mentre stava preparando gli esami di maturità, fosse stata la madre a informarla della Kristallnacht. “Pensa cos’è successo”, le aveva detto, “hanno distrutto tutti i negozi ebrei!”. Ma subito, aggiunge oggi Ruth, sua nonna si era messa in movimento. “Lei era un’amica degli ebrei” e così, dopo il pogrom, si era recata in un quartiere di Berlino dove erano numerosi i negozi ebrei. “Andò a fare compere lì!”, racconta Ruth, scegliendo ciò che le serviva. “Bene, prendo questo! Manderò un trasportatore a ritirarlo”, aveva detto. Si trattava di mobili, come poi aveva annunciato trionfante la madre. “Adesso abbiamo una bellissima camera da letto in mogano. Perfetta!”, le aveva detto. E non solo, ricorda Ruth. “Qualche giorno dopo arrivò un elegante salotto: divani, cuscini, poltrone, uno scrittoio, librerie. Bellissimo. Splendidamente scolpito in rovere. Stava molto bene a casa nostra. I miei genitori avevano solo mobili del tempo della guerra. Si erano sposati nel 1918 e vivevano modestamente. Ora potevano finalmente permettersi qualcosa di meglio. Ora avevamo cose belle”.
“E il prezzo era ottimo”, ammette Ruth, non nascondendo l’eccezionalità della situazione. “Tutto proveniva dagli ebrei”, ricorda. “Erano i loro beni privati. Volevano andare in America in nave e dovevano pagarsi il viaggio. Avevano bisogno di soldi per lasciare la Germania e così vendevano i loro mobili”. E tuttavia, di fronte a Holland che le fa domande sempre più imbarazzanti, la vecchia Ruth non demorde.
Risponde chiudendosi a riccio, assolvendo i suoi familiari e, anzi, attribuendo loro un improbabile ruolo di benefattori. “I miei genitori comprarono quei mobili perché gli ebrei avevano bisogno di denaro per lasciare la Germania”, spiega. “Provavano simpatia per gli ebrei. Cercarono di aiutarli il più possibile. In un certo senso, fu per una buona causa, per aiutare gli ebrei”. Ma fu anche perché il prezzo era molto conveniente, chiosa Holland. “Be’, era per entrambe le cose”, risponde a denti stretti Ruth. “Se non ci fosse stata l’occasione, i miei genitori non avrebbero comprato mobili nuovi, ma poiché ne ebbero la possibilità, furono felici di poter aiutare gli ebrei”. E infine, tradendo un qualche fastidio: “Pensala come vuoi”..
Se l’antisemitismo è un buon affare
(Setteottobre, 29 gennaio 2026)
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Lo spazio della parola
di Rav Roberto Della Rocca
Ebraismo e cristianesimo stanno "uno di fronte all'altro" da quasi duemila anni, spesso più in conflitto che in dialogo. Parlare di "conflitto", tuttavia, è riduttivo: per secoli milioni di ebrei sono stati umiliati. perseguitati, espulsi e massacrati ben prima della Shoah. Per questo, parlare oggi di amicizia ebraico-cristiana appare quasi scandaloso. Uno degli uomini che ha avuto il coraggio di questo scandalo" è stato Jules Isaac. Dopo la deportazione e l'uccisione nei lager nazisti della moglie e della figlia, Isaac si dedicò a un compito preciso: fare in modo che ciò che era accaduto non accadesse mai più. Nel suo libro L'insegnamento del disprezzo mostrò come l'antigiudaismo cristiano non fosse un incidente marginale, ma il frutto di secoli di catechesi, predicazione, immagini e teologie che avevano trasformato il popolo ebraico in un "popolo maledetto". La sua diagnosi è netta: alla radice della violenza c'è l'ignoranza, spesso non ingenua ma coltivata e giustificata teologicamente. Se questa è la radice del male, è lì che bisogna intervenire: nello spazio della parola, dell'insegnamento e dell'immaginario religioso. Il dialogo ebraico-cristiano nasce così non dalla cordialità, ma dall'urgenza morale di smascherare il falso e di rompere le immagini demoniache dell'altro. Il dialogo non è un lusso per tempi tranquilli, ma un dovere di sopravvivenza: far comprendere che le sinagoghe non sono "luoghi di perdizione", e che gli ebrei non sono caricature morali, ma esseri umani con una propria etica e una propria ricerca di Dio. In questo cammino, la dichiarazione conciliare NostraAetate (1965) rappresenta una svolta storica nel rapporto tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico.
• Antichi stereotipi religiosi
Per la prima volta la Chiesa ha riconosciuto la perennità dell'alleanza tra Dio e Israele, ha rigettato l'accusa collettiva di deicidio e ha condannato senza ambiguità ogni forma di antisemitismo. Tutto questo è prezioso. E soprattutto non va dimenticato, proprio nei momenti in cui emergono difficoltà. Tuttavia, sessant'anni dopo, dobbiamo anche riconoscere che Nostra Aetate non ha ancora prodotto una rielaborazione completa delle categorie simboliche tradizionali. E l'antigiudaismo cristiano, condannato a livello teologico, riaffiora in forme nuove. È come una malattia cronica: curata, ma non del tutto guarita. Il 7 ottobre 2023 non è stato solo l'inizio di una guerra devastante. Per il popolo ebraico è stato un trauma profondo: il massacro di civili, donne, bambini, la sensazione che la storia potesse riprendere all'improvviso le forme più oscure che pensavamo di avere lasciato alle spalle. Ma c'è un secondo trauma, più sottile: la reazione di una parte dell'opinione pubblica mondiale, inclusa una parte del mondo cristiano. In molti casi, la compassione - legittima - per le vittime di Gaza si è trasformata in ostilità generalizzata verso lo Stato d'Israele e, per un perverso scivolamento, verso gli ebrei in quanto tali. Le critiche, rivolte dapprima al governo israeliano, si sono presto estese all'intero popolo: Israele descritto come entità "vendicativa", "coloniale", "genocìda", termini come "nazismo" e "shoah" sono stati usati e abusati per definire il "nemico" del momento. Qui non si tratta più di critica politica, il problema sorge quando la critica assume tratti simbolici e morali che ricalcano antichi stereotipi religiosi: l'ebreo ostinato, moralmente colpevole, radicato nel potere e nella durezza di cuore. In questi casi si verifica un vero cortocircuito semantico: l'antigiudaismo teologico di ieri si ripresenta nel vocabolario politico di oggi, magari rivestito di linguaggio umanitario o universalista. Molti documenti ecclesiali e prese di posizione su Israele e Palestina tendono a descrivere Israele solo come soggetto politico e geopolitico, senza coglierne la dimensione identitaria e religiosa per l'ebraismo. Al contrario, i palestinesi vengono spesso rappresentati attraverso una lente quasi solo vittimaria e spiritualizzata. Questo sbilanciamento riattiva antiche strutture narrative di matrice cristiana: l'ebreo come potere colpevole, il non-ebreo come innocenza sofferente. Così, anche senza intenzione esplicita, vecchi stereotipi si proiettano su nuove situazioni storiche. Per le comunità ebraiche ciò genera una delusione profonda. Non perché ci si aspettasse che la Chiesa diventasse improvvisamente sionista, ma perché sembra che quella voce teologica - rispettosa verso l'ebraismo - e la voce politica - spesso ostile verso Israele - non parlino lo stesso linguaggio. È come se da un lato ci fossero i "fratelli maggiori" da onorare, e dall'altro il "piccolo Stato fastidioso" da giudicare in modo sproporzionato. Per capire quanto questo ferisca, bisogna ricordare che, per l'ebraismo, Israele non è soltanto un'entità politica. È una dimensione identitaria e religiosa centrale, intrecciata con la memoria biblica e con la coscienza collettiva. Il nome "Israele" non nasce in un'aula parlamentare, ma in una lotta notturna. Nel capitolo 32 della Genesi, Giacobbe si batte fino all'alba con un avversario misterioso che solleva polvere, cerca di togliergli la terra sotto i piedi per renderlo instabile, etereo. Giacobbe ne esce ferito, zoppicante, ma non annientato. La storia non passa senza ferite e al primo splendere il sole il testo sottolinea che Giacobbe zoppica. Il suo cammino è rallentato ma non bloccato. L'angelo lo colpisce nel nervo sciatico, come a voler scollegare la parte superiore dalla parte inferiore: la mente e la spiritualità dal corpo e dalla materialità. Proprio in quel momento, nel tentativo di scindere terra e cielo, Giacobbe diventa Israele. Come se lottare con l'angelo significasse difendere anche la parte concreta e terrena dell'ebraismo, mentre l'angelo rappresenta il rischio della sua "polverizzazione", della riduzione a puro simbolo spirituale. Chi riduce Israele a un semplice "simbolo morale" - buono o cattivo - dimentica questa matrice questa matrice terrena e quotidiana.
• Torah, popolo, terra
L'identità d'Israele nasce da una dialettica permanente fra cielo e terra, fra l'esigenza etica dello Spirito e l'urgenza concreta della storia. Una lotta si potrebbe dire contro un certo modo "angelologico" e celestiale, un modo più intellettuale che concreto, di vivere l'ebraismo. Una lotta interiore e quotidiana che scandisce la cadenza di un cammino che persegue l'indipendenza e l'autosufficienza nonostante le zoppie e le difficoltà del percorso. Fin dal patto con Abramo, la Torah è consegnata a una collettività chiamata ad abitare uno spazio concreto. Questo intreccio - Torah, popolo, terra - è costitutivo. Escludere uno solo di questi elementi significa amputare l'ebraismo. Si può criticare la politica di uno Stato; ma negare la legittimità profonda di questo legame equivale a pretendere un cristianesimo senza Vangelo o un Islam senza Corano. Israele reale - non idealizzato né demonizzato - è un laboratorio di fratellanze difficili, come già la Genesi racconta fin dalle prime pagine. In un'epoca che esalta !'"identità liquida", la persistenza d'Israele appare quasi scandalosa. Ma un'identità che rifiuta di dissolversi non è per forza violenta; è, semplicemente, responsabile. Come Giacobbe dopo la lotta, Israele cammina zoppicando, ferito ma vivo: e proprio per questo incarna la sfida di un'etica che non si accontenta di restare ideale. Il rabbino Joseph B. Soloveitchik, grande maestro del Novecento, parla di un" doppio confronto" vissuto dall'ebreo: da un lato è essere umano come tutti, impegnato con l'umanità intera a coltivare la terra, a costruire società giuste; dall'altro è membro di una comunità del patto, con una storia, una legge, un destino particolari. Il suo messaggio è chiaro: non dobbiamo scegliere se presentarci come uomini o come ebrei; dobbiamo portare entrambe queste dimensioni nel dialogo. Rav Soloveitchik indica anche alcuni limiti: l'incontro tra comunità di fede deve avvenire su un piano di piena parità, senza che una giudichi l'altra dall'alto; non si può chiedere a un popolo di considerare conclusa la propria missione storica perché "sostituita" da altri; il dialogo teologico ha confini che vanno rispettati: il nucleo intimo della fede dell'altro non è terreno di negoziazione. Dall'altra parte, c'è un campo immenso in cui il dialogo è non solo possibile, ma necessario: quello che Soloveitchik chiama il "confronto cosmico", cioè la collaborazione sulle grandi sfide del mondo - la giustizia, la pace, la dignità umana, la lotta contro la miseria, l'ignoranza, la violenza. Potremmo dirlo così: sul piano della fede ultima restiamo diversi; sul piano della responsabilità verso il mondo siamo chiamati a essere alleati. In Europa l'ebraismo è stato a lungo relegato a ruolo subalterno rispetto alla cultura cristiana dominante. Nei manuali scolastici gli ebrei appaiono spesso due sole volte: accanto alle civiltà antiche. poi come vittime della Shoah. O reliquie archeologiche o vittime da santificare. Accade così che una sorta di celebrazione mistica del "popolo ebraico vittima" conviva con il misconoscimento dell'ebreo come soggetto vivo della storia contemporanea. Gli ebrei vanno bene come simbolo del passato, meno quando sono interlocutori del presente, con le loro idee, le loro responsabilità, il loro Stato.
• Un dialogo urgentissimo
Il rischio è duplice: da un lato, utilizzare la Shoah come strumento retorico - sia per giustificare qualsiasi cosa, sia per accusare chi oggi diventa il "nuovo nazista"; dall'altro, ridurre l'identità ebraica a due unici pilastri: la memoria dello sterminio e una speculazione politica ideologica sullo Stato d'Israele. In questo modo si costruisce un'idea superficiale, priva di studio e di contenuto, appoggiandosi solo a questi due poli. È una tentazione comprensibile, ma pericolosa. Alla luce di tutto questo, che cosa possiamo chiederci oggi, ebrei e cristiani, senza fingere che le differenze non esistano? Mi sembra che ci siano almeno tre terreni su cui il dialogo è non solo possibile. ma urgentissimo. Primo: l’uomo come immagine di Dio. In un mondo dove la persona rischia di ridursi a merce o a numero, ebrei e cristiani possono e devono ricordare che ogni essere umano è immagine di Dio. Possiamo discutere su molte cose, ma davanti a una vita in pericolo la domanda che ci unisce è semplice: «Che cosa ci chiede Dio qui e ora?» . Secondo: la santità della differenza. Tra fondamentalismo violento e indifferenza relativista, abbiamo una parola condivisa da offrire: l'unità non è uniformità, ma armonia di differenze. L'ebraismo lo esprime nel comandamento «Siate kedoshìm», siate differenti. Insieme possiamo dire che cancellare le differenze - religiose, culturali, nazionali - non produce pace, ma vuoto di senso. Terzo: la responsabilità della memoria. La Shoah è una tragedia ebraica, ma è pure una ferita cristiana poiché ha avuto radici anche nella teologia. Ricordare non significa coltivare colpe infinite, ma vigilare perché i meccanismi che hanno portato a quella catastrofe - disumanizzazione, propaganda, silenzio delle coscienze - non si ripetano sotto altre forme, magari rivolte contro altri gruppi. Su queste premesse, il dialogo ebraico-cristiano si configura come una forma di resistenza morale che supera le parole concilianti e le dichiarazioni retoriche di principio, per diventare una costruzione paziente di una comprensione autentica e reciproca, capace di confrontarsi anche con i nodi più sensibili della storia e della memoria.
(pagine ebraiche, n.1 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 4
Morte di Is-Boset
- Quando il figlio di Saul ebbe udito che Abner era morto a Ebron, gli caddero le braccia, e tutto Israele fu nello sgomento. Il figlio di Saul aveva due uomini che erano capitani di schiere: il nome di uno era Baana, e il nome dell'altro Recab; erano figli di Rimmon di Beerot, della tribù di Beniamino, perché anche Beerot è considerata come appartenente a Beniamino, benché i Beerotiti si siano rifugiati a Ghittaim, dove sono rimasti fino al giorno d'oggi. Gionatan, figlio di Saul, aveva un figlio con i piedi storpi, il quale aveva cinque anni quando arrivò da Izreel la notizia della morte di Saul e di Gionatan. La balia lo prese e fuggì e, in questa sua fuga precipitosa, il bimbo cadde e rimase zoppo. Il suo nome era Mefiboset.
- I figli di Rimmon Beerotita, Recab e Baana, andarono dunque nelle ore più calde del giorno in casa di Is-Boset, il quale stava facendo il suo riposo pomeridiano. Entrarono fino in mezzo alla casa, come volendo prendere del grano; lo colpirono al ventre e si diedero alla fuga. Entrarono, dunque, in casa, mentre Is-Boset giaceva sul letto nella sua camera, lo colpirono, l'uccisero, lo decapitarono e, presa la testa, camminarono tutta la notte attraverso la pianura. Portarono la testa di Is-Boset a Davide a Ebron, e dissero al re: “Ecco la testa di Is-Boset, figlio di Saul, tuo nemico, il quale cercava di toglierti la vita; l'Eterno oggi ha fatto vendetta al re, mio signore, sopra Saul e sopra la sua progenie”.
Davide punisce gli assassini di Is-Boset - Ma Davide rispose a Recab e a Baana suo fratello, figli di Rimmon Beerotita, e disse loro: “Com'è vero che vive l'Eterno che ha liberato la mia anima da ogni angoscia, quando venne colui che mi portò la notizia della morte di Saul, pensando di portarmi una buona notizia, io lo feci prendere e uccidere a Siclag, per ripagarlo della sua buona notizia; quanto più adesso che degli uomini scellerati hanno ucciso un innocente in casa sua, sul suo letto, non dovrei chiedere a voi ragione del suo sangue sparso dalle vostre mani e sterminarvi dalla terra?”.
- Allora Davide diede ordine ai suoi giovani, i quali li uccisero; troncarono loro le mani e i piedi, poi li impiccarono presso lo stagno di Ebron. Presero quindi la testa di Is-Boset e la seppellirono nel sepolcro di Abner a Ebron.
(Notizie su Israele, 28 gennaio 2026)
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Netanyahu: "Israele manterrà il controllo dal fiume al mare"
In una conferenza stampa ad ampio raggio convocata martedì sera dopo il ritorno in Israele dell’ultimo ostaggio ucciso, Ran Gvili, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu ha ribadito la sua affermazione secondo cui Israele non consentirà la ricostruzione di Gaza prima che i gruppi terroristici nella Striscia depongano le armi, e ha dichiarato che Israele manterrà il controllo della sicurezza su Gaza e sulla Cisgiordania,.
“Ora ci stiamo concentrando sul completamento delle due missioni rimanenti: smantellare le armi di Hamas e smilitarizzare Gaza dalle armi e dai tunnel”, ha detto il premier.
Ha rivendicato di aver riportato a casa tutti gli ostaggi detenuti nella Striscia di Gaza. Ha ribadito l’avvertimento che Israele risponderà con la forza se attaccato dall’Iran.
Ha scoraggiato Israele dal tenere elezioni anticipate, di fronte a una crisi che minaccia di far crollare la sua coalizione. Ha criticato aspramente le indagini penali che indagano sulla condotta dei suoi stretti collaboratori.
Con commenti esplosivi, ha anche incolpato le limitazioni sulle armi imposte dall’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden per la morte di soldati israeliani a Gaza. E ha insinuato che l’Arabia Saudita non dovrebbe allinearsi con il Qatar e la Turchia se spera di normalizzare le relazioni con Israele.
La conferenza stampa di Netanyahu è avvenuta in un momento di sollievo e tensione simultanei per Israele. La lunga crisi degli ostaggi nel Paese è finita ora che il corpo di Gvili è stato restituito da Gaza. Ma la situazione è ancora incerta, poiché rimane possibile un attacco degli Stati Uniti all’Iran e una ritorsione iraniana contro Israele.
Il ritorno del corpo di Gvili segna la fine della prima fase del cessate il fuoco a Gaza. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha inaugurato la seconda fase la scorsa settimana, che dovrebbe portare a un quadro di governance a più lungo termine nella Striscia e alla sua ricostruzione.
Ma Netanyahu ha avvertito, come ha fatto lunedì, che la prossima missione è quella di disarmare Hamas, prima di passare alla ricostruzione di Gaza. Il piano di Trump per Gaza impone il disarmo del gruppo terroristico, ma in Israele è diffuso lo scetticismo sul fatto che Hamas accetterà di deporre le armi.
Ulteriori ritiri delle truppe israeliane da Gaza sono legati al disarmo di Hamas e alla smilitarizzazione dell’enclave secondo il piano. Netanyahu ha affermato che gli interessi politici e di sicurezza di Israele saranno soddisfatti e che la ricostruzione potrà avvenire solo dopo la smilitarizzazione.
“Come ho concordato con il presidente Trump… ci sono solo due possibilità: o questo sarà fatto nel modo facile, o sarà fatto nel modo difficile, ma in ogni caso, accadrà”, ha detto Netanyahu a proposito del disarmo. “Sto già sentendo le dichiarazioni secondo cui permetteremo la ricostruzione di Gaza prima della smilitarizzazione. Questo non accadrà”.
Netanyahu ha confermato che il valico di frontiera di Rafah tra Gaza e l’Egitto “sarà aperto in entrambe le direzioni” quando riprenderà finalmente le operazioni a breve. Ha detto di non conoscere il numero esatto di pedoni che saranno ammessi a Gaza ogni giorno, ma lo ha stimato in “50 persone più i familiari che entrano”.
“Non impediremo a nessuno di uscire”, ha aggiunto.
Netanyahu ha aggiunto che “non ci sarà libero accesso: non sarà aperto alle merci. … Le persone escono, le persone entrano, ma vengono controllate, controllate accuratamente [da Israele]”.
Ha affermato che l’apertura del valico è stata concordata da Israele nel piano in 20 punti di Trump per Gaza, ma era subordinata al rispetto da parte di Hamas dei suoi obblighi nella prima fase del piano, che ora è stato raggiunto con il ritorno di Gvili. E ha affermato che Israele continuerà a mantenere il controllo generale della sicurezza a Rafah.
• Il controllo della sicurezza israeliano si estenderà “dal fiume Giordano al mare”
Netanyahu ha sottolineato anche che uno Stato palestinese a Gaza “non ci sarà” e ha vantato i suoi sforzi per impedire “ripetutamente” la sua creazione.
“Israele manterrà il controllo della sicurezza su tutta l’area dal fiume Giordano al mare, e questo vale anche per la Striscia di Gaza”, ha detto.
Ha ribadito la sua affermazione che il Qatar e la Turchia non avrebbero inviato truppe a Gaza, dopo che questi paesi hanno ottenuto seggi in un organismo incaricato di supervisionare il governo postbellico di Gaza.
“Ho sentito dire che porteremo soldati turchi e qatarioti a Gaza. Anche questo non accadrà”, ha aggiunto.
Ha affermato che né Hamas né l’Autorità Palestinese con sede in Cisgiordania sono soddisfatti della composizione del comitato tecnocratico palestinese incaricato della governance quotidiana di Gaza.
Pur sostenendo che è difficile trovare persone non legate né al gruppo terroristico né all’Autorità Palestinese per gestire Gaza, ha sottolineato che Israele sta vagliando i funzionari per assicurarsi che quelli dell’ala militare di Hamas non siano inclusi.
“C’è una semplice verità a Gaza”, ha detto Netanyahu. “O hanno lavorato per Hamas, o hanno lavorato per l’Autorità Palestinese. Se si cerca un ingegnere idraulico che non abbia fatto parte di nessuno dei due, non lo si troverà”.
Ha aggiunto: “La cosa importante è chi pagherà i loro stipendi, e la cosa più importante è smantellare Hamas e non lasciare entrare l’Autorità Palestinese”.
• Netanyahu: ho resistito alle pressioni per riportare a casa gli ostaggi
Netanyahu ha insistito sul fatto di aver creduto che tutti gli ostaggi potessero essere riportati a casa da Gaza, “anche di fronte alle pressioni sia interne che esterne”, e ha ringraziato l’IDF, lo Shin Bet, la polizia israeliana, Trump e i membri del suo governo per l’assistenza fornita nel riportare a casa gli ostaggi.
“Credevo che attraverso la combinazione di pressioni militari e diplomatiche avremmo potuto – e avremmo – riportato a casa tutti i nostri ostaggi”, ha detto.
Netanyahu ha detto alla stampa che sta discutendo la possibilità di trasformare in legge le raccomandazioni della Commissione Shamgar del 2008 – che raccomandava di limitare drasticamente il prezzo che Israele paga per gli ostaggi – ma ha detto che si tratta di una “questione molto complessa”.
Il suo governo deve decidere quali limitazioni imporre a Israele per i futuri accordi sugli ostaggi, ha continuato.
“Il mio istinto immediato è quello di dire sì, ma voglio riflettere sui vari aspetti in modo molto realistico e responsabile”, ha affermato.
Israele ha rilasciato circa 4.000 terroristi palestinesi incarcerati, prigionieri di sicurezza, sospetti terroristi di Gaza detenuti durante la guerra, insieme ai corpi dei terroristi palestinesi, in cambio degli ostaggi israeliani restituiti da Hamas. Nel 2011, il governo guidato da Netanyahu ha liberato 1.027 prigionieri palestinesi, tra cui Yahya Sinwar, l’artefice dell’invasione del 7 ottobre 2023, in cambio del soldato dell’IDF Gilad Shalit, rapito.
Reagendo alla conferenza stampa, il leader dell’opposizione Yair Lapid ha criticato Netanyahu per essersi “attribuito il merito” del ritorno dell’ultimo dei 251 ostaggi che erano stati portati a Gaza durante l’attacco guidato da Hamas il 7 ottobre 2023.
“Chiunque voglia prendersi il merito per il ritorno degli ostaggi deve anche assumersi la responsabilità per i morti, gli assassinati e per il più grande disastro che abbia colpito il popolo ebraico dall’Olocausto”, ha aggiunto Lapid, riferendosi all’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023.
• Il primo ministro mette in guardia l’Iran dal commettere il “grave errore” di attaccare Israele
All’ombra di un potenziale attacco statunitense all’Iran, Netanyahu ha ripetuto l’avvertimento rivolto a Teheran la scorsa settimana: se attaccherà Israele, Gerusalemme risponderà con durezza. L’Iran ha minacciato di attaccare Israele se colpito dagli Stati Uniti.
“Ora, è vero, l’asse iraniano sta cercando di riprendersi, ma non glielo permetteremo. Se l’Iran commetterà il grave errore di attaccare Israele, risponderemo con una forza che l’Iran non ha mai visto prima”, ha affermato.
I due paesi hanno combattuto una guerra aerea di 12 giorni nel giugno 2025, che ha visto gli Stati Uniti attaccare il programma nucleare iraniano. Netanyahu ha rifiutato di commentare direttamente le notizie secondo cui gli Stati Uniti sarebbero in contatto indiretto con l’Iran attraverso mediatori arabi per trovare una soluzione diplomatica al programma.
“Gli Stati Uniti sono in costante contatto con noi”, ha affermato. “Non voglio dire al presidente Trump cosa fare o non fare. Se parlare o non parlare. Queste sono decisioni che spettano a lui”.
“Siamo pienamente aggiornati”, ha affermato il primo ministro.
• Urich “non mi ha detto una sola parola sul Qatar”
Netanyahu ha affermato la sua innocenza mentre affrontava i sospetti che circondano il suo consigliere Jonatan Urich nel cosiddetto scandalo Qatargate.
Alla domanda sul perché non abbia rinnegato Urich alla luce delle accuse secondo cui avrebbe preso soldi dal Qatar per guidare una campagna di pubbliche relazioni per Doha mentre lavorava nell’ufficio del primo ministro, Netanyahu ha affermato che “Jonatan Urich non mi ha detto una sola parola sul Qatar, nemmeno una sillaba”.
Ha aggiunto: “Ma io ho parlato del Qatar. Ho criticato il Qatar, non una, né due volte, durante la guerra. L’ho attaccato verbalmente perché avevo dure critiche da muovere”.
“E in realtà l’ho attaccato nel territorio del Qatar”, ha aggiunto, riferendosi al fallito attacco contro i leader di Hamas a Doha a settembre.
Ha anche denunciato i sospetti di attività illegali che circondano il suo capo di gabinetto, Tzachi Braverman, come “una gigantesca bufala”, in risposta a una domanda sull’indagine per illeciti in un presunto incontro tra Braverman e l’ex portavoce di Netanyahu, Eli Feldstein.
Ha accusato l’indagine di far parte di una tendenza più ampia, in cui “di volta in volta hanno fatto questo ai personaggi di spicco dello Stato. E alla fine è risultato completamente infondato”, riferendosi apparentemente al sistema giudiziario. Netanyahu, che è lui stesso sotto processo per accuse di corruzione, ha denunciato il procedimento come una “terribile caccia alle streghe”.
• Il premier esorta a non indire elezioni anticipate
Alla domanda se ritiene che il bilancio dello Stato e il disegno di legge che esenta gli studenti delle yeshiva dal servizio militare saranno approvati in seconda e terza lettura e se le elezioni di quest’anno si terranno come previsto, Netanyahu ha risposto: “Questa è sia la mia aspirazione che la mia speranza. E penso che tutti sappiano in che situazione delicata e insolita ci troviamo. L’ultima cosa di cui Israele ha bisogno in questa situazione è un’elezione”.
Per legge, le elezioni devono tenersi entro la fine di ottobre. Se il bilancio non verrà approvato o la Knesset si scioglierà, le elezioni si terranno prima. I partiti del governo Netanyahu hanno recentemente minacciato di far cadere il governo a causa dei disaccordi sul bilancio e sul disegno di legge di esenzione dal servizio militare.
Alludendo ai partiti ultraortodossi, ha affermato che coloro che nel suo blocco potrebbero prendere in considerazione la possibilità di allearsi con i suoi oppositori, guidati dagli ex primi ministri Naftali Bennett e Lapid, finirebbero in realtà per unire le forze con i Fratelli Musulmani e il Movimento Islamico, riferendosi al partito Ra’am guidato da Mansour Abbas, partner della coalizione Bennett-Lapid 2021-22.
In risposta, Bennett ha descritto i commenti del primo ministro come un “attacco dettato dal panico”.
“Netanyahu sceglie di continuare a dividere e fomentare divisioni. Un buon leader glorifica il suo popolo, non solo se stesso”, ha detto Bennett, il principale rivale del premier nei sondaggi.
Alla domanda sulla responsabilità per i fallimenti del 7 ottobre 2023, Netanyahu ha risposto che “ognuno si assumerà le proprie responsabilità” una volta che “la verità” sarà stata stabilita in modo credibile. Piuttosto che una potente commissione d’inchiesta statale, che la maggior parte degli israeliani ha costantemente indicato come necessaria nei sondaggi, il primo ministro ha nuovamente proposto la sua commissione d’inchiesta preferita, nominata dal governo e dall’opposizione, citando come precedente l’inchiesta statunitense sull’11 settembre. L’opposizione ha respinto l’idea, ma la coalizione sta comunque portando avanti una legislazione in tal senso.
(Rights Reporter, 28 gennaio 2026)
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Libro per le scuole co-curato da Barbero mistifica il 7 ottobre
di Nathan Greppi
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| Dal manuale scolastico La storia 3. Progettare il futuro |
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Nel manuale scolastico La storia 3. Progettare il futuro, pubblicato da Zanichelli e co-curato dallo storico Alessandro Barbero assieme a Chiara Frugoni e Carla Sclarandis, si legge che il 7 ottobre 2023 “l’ala militare di Hamas ha scatenato un attacco contro insediamenti di coloni israeliani, con il lancio di numerosi razzi e l’incursione di molti miliziani che hanno massacrato più di un migliaio di civili e catturato in ostaggio oltre 200 persone”.
Dopo che già in Francia era emerso uno scandalo simile, legato all’editore Hachette Livre, anche in Italia un libro di storia destinato alle scuole mistifica i fatti del 7 ottobre 2023, etichettando come “coloni” le vittime israeliane dei massacri compiuti da Hamas.
Il libro co-curato da Barbero riporta una palese falsità: ad essere stati attaccati da Hamas non erano “insediamenti di coloni”, come quelli in Cisgiordania, ma kibbutz pacifisti che si trovavano in territorio israeliano. Inoltre, il libro definisce i responsabili del massacro “miliziani” anziché “terroristi”, nonostante Hamas sia stata designata come organizzazione terroristica dall’Unione Europea (e quindi anche dall’Italia).
Quando è successo in Francia, Hachette ha dovuto ritirare dal commercio tutte le copie dei testi che riportavano la definizione errata, anche grazie all’intervento del presidente Emmanuel Macron. Nel momento in cui scriviamo, né la Zanichelli né le istituzioni italiane si sono ancora espresse pubblicamente sull’accaduto.
(Bet Magazine Mosaico, 28 gennaio 2026)
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La spudoratezza della menzogna contro gli ebrei ha ormai connotati decisamente diabolici. M.C.
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Per la prima volta una sopravvissuta alla Shoah parla in ebraico all’ONU
di Michelle Zarfati
Per la prima volta nella storia delle cerimonie ufficiali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, una testimonianza diretta della Shoah è stata pronunciata in ebraico dal podio dell’ONU, durante la celebrazione annuale in memoria delle vittime della Shoah. Sara Weinstein, 91 anni, sopravvissuta allo sterminio nazista, ha rotto il silenzio sul palco dell’ONU, accompagnata dalle sue figlie e nipoti. Dopo un’introduzione in inglese, Weinstein ha narrato la sua infanzia in Polonia — la casa sul fiume, i genitori e i fratelli — dilaniata dall’avvento della Seconda guerra mondiale e dall’eliminazione sistematica degli ebrei europei. Secondo quanto riporta il Jerusalem Post.
La sua testimonianza si è fatta via via più cruda: da quando fu nascosta in un villaggio da una famiglia non ebrea — rischiando la morte — fino alla scoperta dell’occultamento da parte degli altri contadini, che portarono all’uccisione degli ospitanti, della sua famiglia e alla distruzione della casa. Solo la madre, con un gesto disperato, la salvò dalla pallottola mortale. Weinstein ha quindi raccontato la sua fuga nel bosco con le sorelle, unico nucleo familiare superstite dopo l’uccisione del padre, fino al trasferimento in diversi orfanotrofi e, infine, a un kibbutz in Israele, dove ha costruito una famiglia numerosa. Nel suo discorso ha lanciato un monito potente: “La Shoah non è iniziata con le camere a gas; è iniziata con parole, incitamento, propaganda, battute, accuse e indifferenza”. Oggi, ha detto, l’antisemitismo torna ad alzare la testa, con attacchi contro gli ebrei e un silenzio internazionale complice.
Alla cerimonia ha preso la parola anche Danny Danon, ambasciatore israeliano all’ONU, sottolineando che ricordare i sei milioni di ebrei assassinati non basta più. Nel contesto dell’aumento di episodi antisemiti nel mondo, Danon ha esortato a trasformare lo slogan “Mai più” in azione concreta, affermando che quando menzogne antisemite circolano negli stessi corridoi diplomatici, esse si traducono in violenza nella società. Ha inoltre reso omaggio ai soldati dell’IDF come simbolo della difesa del diritto del popolo ebraico a vivere senza paura. Questa testimonianza storica arriva in un momento in cui le comunità ebraiche nel mondo rilevano dati allarmanti sul crescente antisemitismo globale: un recente rapporto ha contato oltre 800 gravi incidenti antisemiti nel 2025, con decine di vittime e milioni di post di incitamento sui social network.
(Shalom, 28 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 3
Guerra fra Davide e Is-Boset • La guerra fra la casa di Saul e la casa di Davide fu lunga. Davide si faceva sempre più forte, mentre la casa di Saul si indeboliva. • A Davide nacquero dei figli a Ebron. Il suo primogenito fu Amnon, di Ainoam, di Izreel; il secondo fu Chileab di Abigail, di Carmel, che era stata moglie di Nabal; il terzo fu Absalom, figlio di Maaca, figlia di Talmai, re di Ghesur; il quarto fu Adonia, figlio di Agghit; il quinto fu Sefatia, figlio di Abital, e il sesto fu Itream, figlio di Egla, moglie di Davide. Questi nacquero a Davide in Ebron.
Abner abbandona Is-Boset e si riunisce con Davide • Durante la guerra fra la casa di Saul e la casa di Davide, Abner si tenne costantemente dalla parte della casa di Saul. Saul aveva avuto una concubina di nome Rispa, figlia di Aia; e Is-Boset disse ad Abner: “Perché sei andato dalla concubina di mio padre?”. Abner si adirò moltissimo per le parole di Is-Boset, e rispose: “Sono forse la testa di un cane di quelli di Giuda? Fino a oggi ho dato prova di benevolenza verso la casa di Saul tuo padre, verso i suoi fratelli e i suoi amici, non ti ho dato nelle mani di Davide, e proprio oggi tu mi rimproveri l'errore commesso con questa donna! Iddio tratti Abner con il massimo rigore, se io non faccio per Davide tutto quello che l'Eterno gli ha promesso con giuramento, trasferendo il regno dalla casa di Saul alla sua, e stabilendo il trono di Davide su Israele e su Giuda, da Dan fino a Beer-Sceba”. E Is-Boset non poté rispondere una parola ad Abner, perché aveva paura di lui. - Allora Abner spedì dei messaggeri a Davide per dirgli: “A chi appartiene il paese?” e “Fa' alleanza con me e il mio braccio sarà al tuo servizio per volgere dalla tua parte tutto Israele”. Davide rispose: “Sta bene, io farò alleanza con te; ma una sola cosa ti chiedo, ed è che tu non ti presenti davanti a me senza condurmi Mical, figlia di Saul, quando comparirai davanti a me”. Davide spedì dei messaggeri a Is-Boset, figlio di Saul, per dirgli: “Restituisci Mical, mia moglie, con la quale io mi fidanzai a prezzo di cento prepuzi di Filistei”. Is-Boset la mandò a prendere dal marito Paltiel, figlio di Lais. E il marito andò con lei, la accompagnò piangendo, e la seguì fino a Baurim. Poi Abner gli disse: “Va', torna indietro!”. E lui se ne ritornò.
- Intanto Abner entrò in trattative con gli anziani d'Israele, dicendo: “Già da lungo tempo state cercando di avere Davide come vostro re, ora è tempo di agire; poiché l'Eterno ha parlato di lui e ha detto: 'Per mezzo di Davide, mio servo, io salverò il mio popolo Israele dalle mani dei Filistei e da quelle di tutti i suoi nemici'”.
- Abner parlò pure con quelli di Beniamino; quindi andò anche a trovare Davide a Ebron per metterlo al corrente di tutto quello che Israele e tutta la casa di Beniamino avevano deciso. Abner giunse a Ebron presso Davide, accompagnato da venti uomini; e Davide fece un convito ad Abner e agli uomini che erano con lui. Poi Abner disse a Davide: “Io mi alzerò e andrò a radunare tutto Israele presso il re mio signore, affinché essi facciano alleanza con te e tu regni su tutto quello che il tuo cuore desidera”. Così Davide congedò Abner, che se ne andò in pace.
Abner ucciso da Ioab
• Ed ecco che la gente di Davide e Ioab tornavano da una scorreria, portando con sé un grande bottino; ma Abner non era più con Davide a Ebron, poiché questi lo aveva congedato e lui se n'era andato in pace. Quando Ioab e tutta la gente che era con lui furono arrivati, qualcuno riferì la notizia a Ioab, dicendo: “Abner, figlio di Ner, è venuto dal re, il quale lo ha congedato, ed egli se n'è andato in pace”. Allora Ioab si recò dal re, e gli disse: “Che hai fatto? Ecco, Abner era venuto da te; perché lo hai congedato, così che ha potuto andarsene liberamente? Tu sai chi sia Abner, figlio di Ner! è venuto per ingannarti, per spiare i tuoi movimenti e per sapere tutto quello che tu fai”. - E Ioab, uscito da Davide, spedì dei messaggeri dietro ad Abner, i quali lo fecero ritornare dalla cisterna di Siva, senza che Davide ne sapesse nulla. Quando Abner fu tornato a Ebron, Ioab lo trasse in disparte nello spazio fra le due porte, come se volesse parlargli in segreto, e là lo colpì al ventre e lo uccise; fece questo per vendicare il sangue di Asael suo fratello. Davide, avendo poi udito il fatto, disse: “Io e il mio regno siamo innocenti per sempre, nel cospetto dell'Eterno, del sangue di Abner, figlio di Ner; ricada esso sul capo di Ioab e su tutta la casa di suo padre, e non manchi mai nella casa di Ioab chi soffra di gonorrea o di piaga di lebbra o debba appoggiarsi al bastone o muoia di spada o sia senza pane!”. Così Ioab e Abisai, suo fratello, uccisero Abner, perché questi aveva ucciso Asael loro fratello, a Gabaon, in battaglia.
Davide piange la morte di Abner
- Davide disse a Ioab e a tutto il popolo che era con lui: “Stracciatevi le vesti, cingetevi di sacco, e fate cordoglio per la morte di Abner!”. E il re Davide andò dietro alla bara. Abner fu seppellito a Ebron e il re alzò la voce e pianse sulla tomba di Abner; e pianse tutto il popolo.
- E il re intonò un canto funebre su Abner, e disse:
“Abner doveva morire come muore uno stolto? Le tue mani non erano legate, né i tuoi piedi erano stretti nei ceppi! Sei caduto come si cade per mano di scellerati”. - E tutto il popolo ricominciò a piangere Abner; poi si avvicinò a Davide per fargli prendere del cibo mentre era ancora giorno; ma Davide giurò dicendo: “Mi tratti Iddio con tutto il suo rigore se assaggerò pane o qualche altra cosa prima che tramonti il sole!”. E tutto il popolo capì e approvò la cosa; tutto quello che il re fece fu approvato da tutto il popolo. Così, in quel giorno, tutto il popolo e tutto Israele riconobbero che il re non c'entrava per nulla nell'uccisione di Abner, figlio di Ner. E il re disse ai suoi servi: “Non sapete voi che oggi è caduto in Israele un principe e un grande uomo? Quanto a me, benché unto re, sono tuttora debole; mentre questa gente, i figli di Seruia, sono troppo forti per me. Renda l'Eterno a chi fa il male secondo la sua malvagità”.
(Notizie su Israele, 27 gennaio 2026)
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“Sopravviveremo”
Penina Ben Josef, sopravvissuta all'Olocausto, racconta come ha vissuto il 7 ottobre 2023 nel bunker di protezione. Il suo moshav ha avuto fortuna nella sfortuna: i soldati sono riusciti a fermare i terroristi prima che potessero penetrare nel villaggio.
KFAR MAIMON – È sopravvissuta all'Olocausto e al massacro del 7 ottobre 2023: ora Penina Ben-Josef racconta la sua esperienza. Nell'ambito del progetto “Edut 710” (Testimonianza 710), ricorda come ha resistito per tre giorni nel bunker di protezione e come inizialmente ha rifiutato l'evacuazione. L'organizzazione comprende registi e storici israeliani. L'iniziativa di registrare le storie dei sopravvissuti come Penina Ben-Josef è stata avviata, secondo quanto da lei riferito, subito dopo il 7 ottobre, affinché le voci delle vittime non andassero perdute.
• Fuga dalla Polonia
Penina Ben-Josef è nata nel 1940 in Polonia da genitori ebrei. Poiché suo padre lavorava come macchinista ferroviario e tra i suoi passeggeri c'erano anche soldati feriti, intuì cosa sarebbe successo agli ebrei. Cercò di convincere suo padre e altri parenti a fuggire, ma invano. “Solo i miei genitori ed io siamo fuggiti in Russia. Il resto della nostra famiglia è andato in fumo”, ha raccontato l'ottantacinquenne. Durante la fuga e poi anche in Russia, la famiglia ha dovuto nascondere la propria identità ebraica. Ben-Josef ha imparato il russo per non dare nell'occhio, solo quando erano tra loro parlavano yiddish. In quel periodo la fame era la sua compagna quotidiana. Raschiava il calcare e l'intonaco dai muri e lo mangiava. Spesso era sola, perché sua madre cercava ogni giorno un lavoro e suo padre combatteva nell'esercito sovietico.
• Il ritorno dei ricordi
Il massacro di Hamas ha riportato alla mente i ricordi di quel periodo, ha raccontato l'ottantacinquenne in un'intervista a “Edut 710”. Dal 1961 vive nel moshav Maimon, vicino al confine con la Striscia di Gaza. Fino al massacro di Hamas non aveva mai lasciato il luogo e aveva superato ogni guerra e ogni crisi. La mattina del 7 ottobre 2023 ha sentito delle esplosioni. Racconta: “Dopo decenni ci siamo abituati, quindi non ci ho dato peso”. Ma poi sua figlia è entrata di corsa con i nipoti. “Mi hanno detto che era scoppiata la guerra e che dovevo andare nel rifugio”. È rimasta lì fino a martedì 10 ottobre, insieme a sua nipote. Aveva con sé una pistola. Fino a lunedì quasi tutti gli abitanti di Maimon erano stati evacuati, ma Ben-Josef all'inizio si è rifiutata di andare. Solo dopo aver parlato con gli addetti alla sicurezza del villaggio ha lasciato il bunker e la sua casa per non essere di peso a nessuno, spiega in un'intervista a “Edut 710”. Ora è tornata a vivere lì ed è convinta: ‘Sopravviveremo’. Secondo il quotidiano israeliano “Yediot Aharanot”, gli abitanti del moshav hanno avuto fortuna nella sfortuna: un elicottero militare è stato abbattuto vicino al villaggio. I soldati sono riusciti non solo a salvarsi, ma anche a soccorrere il moshav. Sono riusciti a impedire a decine di terroristi di penetrare nel villaggio.
(Israelnetz, 27 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Josef Schuster: la situazione degli ebrei in Germania riflette lo stato della democrazia
«L'antisemitismo è un sismografo degli sviluppi sociali», scrive il presidente del "Zentralrat der Juden" in Germania
In occasione della Giornata della memoria delle vittime del nazionalsocialismo, Josef Schuster, presidente del Zentralrat der Juden in Germania, ha pubblicato un monito: la cultura della memoria non è solo un dovere morale, ma anche uno scudo contro le tendenze antidemocratiche, spiega in un articolo pubblicato sul portale «t-online.de». «La situazione degli ebrei in Germania riflette la situazione della nostra democrazia», scrive Schuster e chiarisce: «L'antisemitismo è un sismografo degli sviluppi sociali».
Il presidente del Consiglio centrale ricorda che Auschwitz non è solo un luogo, ma un simbolo. La liberazione del campo di sterminio da parte dell'Armata Rossa il 27 gennaio 1945 ha rivelato uno spettacolo «che ancora oggi sfugge alla comprensione umana». Lo sterminio industriale di massa perpetrato dai nazionalsocialisti aveva come obiettivo la distruzione dell'ebraismo europeo, eppure oggi in Germania la vita ebraica è tornata a esistere. Il fatto che qui ci siano più di 100 comunità ebraiche attive è merito di «una cerchia relativamente ristretta di persone», sottolinea Schuster.
Nel suo appello, Schuster fa riferimento all'opera fondatrice dei sopravvissuti. Nel 1945, «tra le macerie della loro precedente esistenza», essi decisero di credere in una prospettiva ebraica in Germania. «Non volevano lasciarsi privare della loro patria», afferma il presidente del Consiglio centrale. Nonostante l'emarginazione, la privazione dei diritti e la disumanizzazione, sono tornati e hanno rivendicato il loro posto nella società, non ai margini, ma «visibilmente al centro». Questi sopravvissuti hanno plasmato la cultura della memoria e sono «portatori del rinnovamento democratico della Germania».
• La Germania a un punto di svolta
Ma Schuster avverte: questa cultura democratica non è mai stata scontata. «Oggi sentiamo che questo rinnovamento, la cultura democratica del nostro Paese, non è mai stato scontato», scrive. Egli vede la Germania a un punto di svolta: i sopravvissuti al terrore nazista se ne sono andati, mentre l'odio verso gli ebrei è tornato presente «nelle strade tedesche». Da più di due anni l'antisemitismo ha conquistato lo “spazio pubblico”, in modo ‘sfacciato’ e sempre più radicale, e non solo ai margini, ma “anche al centro della nostra società”.
Per il presidente del Zentralrat, l'antisemitismo è un'«ideologia ponte» per gli estremisti di ogni orientamento: «Gli estremisti di destra, di sinistra e gli islamisti allo stesso modo» hanno integrato l'odio verso gli ebrei nella loro visione del mondo. «L'antisemitismo è un sismografo degli sviluppi sociali», scrive Schuster. La situazione degli ebrei è quindi un riflesso diretto della stabilità democratica. «I valori della democrazia liberale sono sulla difensiva», avverte. «Le fondamenta delle democrazie liberali stanno crollando, in tutto il mondo, anche in Germania».
Il ricordo della Shoah sta svanendo, continua Schuster, e con esso stanno svanendo anche le fondamenta della democrazia. Studi recenti dimostrano che molti giovani non hanno quasi più alcun riferimento alla Shoah: «Quando il 27 gennaio commemoriamo le vittime del nazionalsocialismo, questo rituale passa inosservato ad almeno un giovane su otto in Germania». Secondo Schuster, quasi un giovane su tre non sa cosa significhi il termine «Auschwitz». Egli ha messo in guardia dal fatto che sempre più persone chiedono di chiudere con il ricordo e «vogliono dimenticare». Questo sarebbe «molto più di un semplice fallimento del nostro sistema educativo», ma un sintomo di uno sviluppo che egli definisce «spogliare la nostra memoria di ogni significato reale».
• «Controprogetto al terrore nazista»
Schuster vede il pericolo che la comunità ebraica venga estromessa dalla vita pubblica se la società non interviene per contrastare questa tendenza. “Già ora sono notevoli le forze che vogliono escludere noi, come comunità ebraica, dalla vita pubblica e privarci della visibilità che i sopravvissuti al terrore nazista si sono conquistati”, aggiunge. Queste forze continuerebbero a rafforzarsi “se noi, come società, non riusciremo a fermare questi sviluppi minacciosi”.
Schuster definisce la Costituzione, che caratterizza l'identità democratica della Germania, come «l'antitesi del terrore nazista». Essa è «fonte di identità per i democratici onesti del nostro Paese» e la sua validità non è mai stata scontata. «È stato il merito di una generazione di sopravvissuti», afferma Schuster, che ora ci sta lasciando definitivamente e lascia «grandi orme da seguire».
La chiave per resistere alle tendenze autocratiche risiede in una cultura della memoria viva, secondo Schuster. “Se vogliamo difendere la nostra cultura democratica dalle tendenze autocratiche e dalle tentazioni della mancanza di libertà, dobbiamo riconoscere come società che la chiave per farlo risiede anche oggi in una cultura della memoria viva”, chiarisce Schuster. Allo stesso tempo, ha sottolineato che né la memoria né la democrazia possono essere “imposte politicamente”.
Nel suo articolo su t-online.de, Schuster invita al coraggio civile e fa riferimento all'ex presidente del Consiglio centrale Paul Spiegel, che nel 2000 aveva parlato della «rivolta dei perbene». «È giunto il momento che i democratici onesti si ribellino nuovamente e dimostrino coraggio civile», ha scritto Schuster. Contro lo svuotamento della cultura della memoria e per la protezione della democrazia, l'impegno personale di ogni singolo individuo è fondamentale. «Dobbiamo questo impegno ai sopravvissuti al terrore nazista», ha spiegato. «Lo dobbiamo alla loro fede nel futuro, che non hanno mai perso».
(Jüdische Allgemeine, 27 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La poesia di Carmela
A tutti gli ebrei che sono sempre nel mio cuore ne “Il giorno della memoria”.
Tienimi per mano papà
Il caldo tepore di casa è ormai lontano, un ricordo flebile a cui aggrapparsi per avere il cuore caldo, il corpo, la mente. Il sorriso della mamma mi avvolge gli occhi e mi accarezza il viso, mi dà un istante di gioia evanescente… sfuggevole. Tutto intorno è un turbinio di persone, di pensieri… Sono qui, così vicino a mio papà che sento il suo cuore battere e vorrei che questo momento restasse indelebile nel tempo! C’è tanto freddo fuori, le porte del vagone si spalancano, l’aria tetra e buia avvolge ogni corpo stanco. Un passo alla volta sento sprofondare la mia vita negli accumuli di neve imbrattata dal camino. So con certezza che mio papà è qui con me… La sua presenza illumina le mie tenebre. Andiamo avanti, una fila interminabile… Tienimi per mano, papà!
Carmela Palma
(Notizie su Israele, 27 gennaio 2026)
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Parma e gli ebrei. Una storia comune
Il cammino nei secoli di una comunità, seppur piccola, che ha lasciato un segno indelebile nella nostra cultura
di Pino Agnetti
• Le prime presenze
Gli ebrei cominciano ad arrivare nel parmense fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Provengono in gran parte dalla Romagna, dove in epoca antecedente avevano già dato vita ad alcune comunità attive negli scambi commerciali fra l’Adriatico e le terre del Levante (l’attuale Medio Oriente). Nel 1473, Gian Galeazzo Maria Sforza abolisce l’obbligo per gli ebrei di portare sui vestiti l’infamante marchio giallo imposto loro dal notabilato di Parma. In realtà, dietro il gesto magnanimo del duca si cela la tendenza (inaugurata in precedenza dai Visconti e poi ripresa dagli Sforza) a considerare i banchieri ebrei un prezioso «instrumentum regni» sia politico che economico. Consultando i documenti storici, emerge come in questa fase di relativa tranquillità gli ebrei del parmense comincino a esercitare anche la professione medica (si ha notizia in particolare di tre di loro: Giacobbe, Elia, e Abramo di Moisè). Viene loro concesso anche di dotarsi di un cimitero. Intorno alla metà del XVI secolo, la situazione cambia però radicalmente. Soprattutto, dopo che nel 1555 papa Paolo IV emette una Bolla che vieta agli ebrei di abitare in mezzo alla popolazione cattolica. Sia a Parma che nell’altra capitale del ducato, Piacenza, agli israeliti viene proibito pure l’esercizio dei banchi di prestito. Finché nel 1562, fermo restando il divieto di dimorare nelle due capitali, il duca Ottavio Farnese non ottiene per loro dal nuovo Papa Pio IV l’autorizzazione a riaprire 16 banchi di prestito in altrettante località minori. Autorizzazione che verrà prorogata fino al 1669 (l’anno di cui se ne ha ancora traccia documentale) e, con ogni probabilità, fino all’arrivo delle truppe napoleoniche a fine Settecento. A quel punto, i banchi di prestito sul nostro territorio (scesi intanto a 8) si erano già rivelati fondamentali nel sostegno all’economia prevalentemente agricola del ducato. Terminata la breve parentesi della dominazione francese, che qui come altrove aveva piantato il rivoluzionario seme della parità fra tutti i cittadini, le antiche norme riguardanti il domicilio forzato degli israeliti furono ripristinate. Per restare sostanzialmente invariate anche sotto il regno altrimenti illuminato di Maria Luigia d’Austria e non venire più rimosse fino ai moti del 1848 e alla definitiva annessione nel 1860 di Parma allo Stato Sabaudo.
• La Sinagoga di Parma
Nel 1865, la comunità ebraica cittadina sceglie di costituirsi in «Libera Società israelitica» il cui statuto prevede una adesione su base volontaria. Ma già nel 1845 Parma aveva tenuto a battesimo la «Rivista Israelitica. Giornale di Morale, Culto, Letteratura e Varietà»: il primo giornale ebraico pubblicato nel nostro Paese. Nel 1866, viene infine inaugurata la sinagoga di vicolo Cervi. Sulla scia dell’Italia unita, anche la secolare presenza ebraica nel parmense stava dunque consolidandosi, sia pure mantenendosi su livelli numericamente modesti. Un fatto, quest’ultimo, riconducibile senz’altro agli episodi di antisemitismo manifestatisi a correnti alterne anche qui. Come, per citare l’esempio forse più noto, durante la terribile epidemia di peste del 1348 quando nelle campagne del parmense si sparse la voce che gli ebrei avvelenavano i pozzi e le fontane allo scopo di diffondere così il micidiale contagio. Un secolo e mezzo dopo, la nascente competizione fra i banchi di prestito e i Monti di Pietà (questi ultimi creati dai frati francescani) contribuì non poco ad alimentare una nuova ventata d’odio anti ebraico. Rinfocolato un altro secolo più tardi, in pieno tempo di Controriforma, dalle gerarchie ecclesiastiche che chiesero e ottennero il ripristino del già citato «marchio di infamia» seguito dalla espulsione di diversi ebrei sia da Parma che da Piacenza. Dello stesso periodo è però anche lo scambio epistolare fra il traduttore in spagnolo del «Canzoniere » del Petrarca, l’ebreo Salomone Usque, e il duca Ottavio Farnese. Come pure quello fra il rabbino di Parma Zaccaria (o Bonaiuto) de’ Rossi e un certo abate Cattaneo. Piccoli indizi ma che, sommati all’assenza di notizie relative a delle persecuzioni vere e proprie, sembrerebbero confermare il sussistere dalle nostre parti di un clima antiebraico tutto sommato contenuto. Questo, suppergiù, fino al 1930 quando un Regio Decreto conferma la piena validità delle aperture verso le comunità israelitiche introdotte a partire dalla nascita dello Stato unitario. D’altra parte, il minimo che fosse loro dovuto vista la partecipazione di molti cittadini ebrei a tutte le diverse fasi del Risorgimento italiano.
• Il Risorgimento

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Uno dei Mille di Garibaldi
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Uno di loro si chiamava Eugenio Ravà (ma il suo nome completo è Eugenio Ghion Aron Ravà). Un personaggio da film. Eugenio nasce a Reggio Emilia, il primo maggio 1840, in una famiglia di commercianti di religione ebraica. Diciannove anni dopo, eccolo partecipare alla Seconda Guerra d’Indipendenza contro l’Austria insieme ai fratelli Enrico e Federico. Tutti e tre vestono la divisa della 37ª compagnia Bersaglieri, con la quale si distinguono a Vinzaglio e il mese dopo a Solferino e San Martino (la battaglia più sanguinosa dai tempi delle guerre napoleoniche). Ma tutto ciò a Eugenio non basta. Nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 si imbarca di nascosto sul «Lombardo», diretto insieme all’altro piroscafo «Piemonte » verso l’impresa che cambierà per sempre la storia d’Italia. Nino Bixio, che comanda il «Lombardo», non ci mette tanto a promuovere sui due piedi il giovane clandestino a effettivo dei Mille (nell’elenco ufficiale il nostro figura al numero 827). Dopo Palermo, Eugenio conquista i gradi di sottotenente e più tardi di capitano. Da quel momento, l’appena ventenne comandante di una compagnia del 1° Battaglione Bersaglieri non se ne perderà più una, fino a battersi eroicamente sul Volturno. Terminata l’impresa dei Mille, Ravà si vede rifiutare il rientro nell’Esercito regolare in quanto considerato disertore. Cosa che, tornato nel 1861 a Parma, gli costerà l’arresto e un anno di reclusione (pena poi condonata). Di nuovo libero, decide di ricominciare tutto da capo e di iscriversi al servizio di leva nel corpo dei Bersaglieri venendo ben presto promosso al grado di sergente. Nel 1862 segue Garibaldi in Aspromonte dove il Generale viene ferito e arrestato, mentre lui riesce a fuggire divenendo ancora una volta un disertore. Dopo essere rimasto alla macchia travestito da contadino, si imbarca per Liverpool e da qui per l’America dove per vivere fa il manovale. Eugenio ha però portato con sé una lettera di presentazione di Garibaldi in cui è scritto: «Raccomando ai miei amici di America il sig. Eugenio Ravà: Egli è uno dei Mille che mi seguirono a Marsala. Possa la benevola accoglienza di un popolo libero essere di conforto al capitano Ravà nell’esilio che gli cagiona il suo grande amore per le giuste cause». Firmato Garibaldi. Con quella missiva si presenta a un Comando militare nordista e viene incorporato con l’antico grado di capitano nell’esercito unionista comandato del Generale Ulisse Grant, nelle cui fila si batterà valorosamente fino alla fine della guerra di Secessione americana. Al suo rientro in Italia nel 1865, trova ad aspettarlo un nuovo ordine di arresto sempre come disertore che gli procura, insieme alla perdita del grado, la condanna a un altro anno di carcere militare. Allo scoppio della Terza guerra d’Indipendenza, ottiene di essere congedato. Cosa che gli permette di indossare nuovamente la camicia rossa e di prendere parte ai combattimenti di Monte Suello e di Lodrone e alla ritirata di Sant’Antonio. Quindi, di seguire ancora una volta il Generale Garibaldi nella sfortunata battaglia di Mentana e più tardi in quella dei Vosgi, in cui i volontari italiani, francesi e di altre nazionalità accorsi al richiamo dell’ormai anziano Eroe dei Due Mondi riportarono una clamorosa vittoria sulle truppe prussiane. Eugenio Ghion Aron Ravà muore l’11 luglio 1901 a Parma, dove dopo il suo definitivo rientro in Patria si era stabilito venendo in seguito eletto anche nel Consiglio comunale. Il suo corpo è sepolto nel cimitero ebraico della città, sotto una lapide su cui sono state incise le stesse parole vergate di persona dal «suo» Generale: «Egli è uno dei Mille…»
(Gazzetta di Parma, 27 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 2
Davide si reca a Ebron dove è proclamato re di Giuda
- Dopo questo, Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo salire in qualcuna delle città di Giuda?”. L'Eterno gli rispose: “Sali”. Davide chiese: “Dove salirò?”. L'Eterno rispose: “A Ebron”. Davide dunque salì con le sue due mogli, Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel che era stata moglie di Nabal. Davide vi condusse pure la gente che era con lui, ciascuno con la sua famiglia, e si stabilirono nelle città di Ebron. Gli uomini di Giuda vennero e là unsero Davide come re della casa di Giuda.
- Fu riferito a Davide che erano stati gli uomini di Iabes di Galaad a seppellire Saul. Allora Davide inviò dei messaggeri agli uomini di Iabes di Galaad, e fece dire loro: “Siate benedetti dall'Eterno, voi che avete mostrato questa benignità verso Saul, vostro signore, dandogli sepoltura! Ora l'Eterno mostri a voi la sua benignità e la sua fedeltà! E anch'io vi farò del bene, perché avete agito così. Ora dunque le vostre mani si rafforzino, e siate valorosi; poiché Saul è morto, ma la casa di Giuda mi ha unto come re su di essa”.
Is-Boset, figlio di Saul e re d'Israele, a Maanaim. Guerra civile. Battaglia di Gabaon - Intanto Abner, figlio di Ner, capo dell'esercito di Saul, prese Is-Boset, figlio di Saul, lo fece passare a Maanaim e lo costituì re di Galaad, degli Asuriti, di Izreel, di Efraim, di Beniamino e di tutto Israele. Is-Boset, figlio di Saul, aveva quarant'anni quando cominciò a regnare sopra Israele, e regnò due anni. Ma la casa di Giuda seguì Davide. Il tempo che Davide regnò a Ebron sulla casa di Giuda fu di sette anni e sei mesi.
- Abner, figlio di Ner, e la gente di Is-Boset, figlio di Saul, uscirono da Maanaim per marciare verso Gabaon. Anche Ioab, figlio di Seruia e la gente di Davide si misero in marcia. Si incontrarono presso lo stagno di Gabaon, e si fermarono gli uni da un lato, gli altri dall'altro dello stagno. Allora Abner disse a Ioab: “Vengano dei giovani e duellino con la spada in nostra presenza!”. E Ioab rispose: “Vengano pure!”. Quelli dunque vennero e si fecero avanti in numero uguale: dodici per Beniamino e per Is-Boset, figlio di Saul, e dodici della gente di Davide. E ciascuno di loro, preso l'avversario per la testa, gli piantò la spada nel fianco; così caddero tutti insieme. Perciò quel luogo, che è presso Gabaon, fu chiamato Chelcat-Asurim. In quel giorno ci fu una battaglia molto dura, nella quale Abner con la gente d'Israele fu sconfitto dalla gente di Davide.
- Là c'erano i tre figli di Seruia, Ioab, Abisai e Asael; e Asael era veloce come una gazzella della campagna. Asael si mise a inseguire Abner e non si voltava né a destra né a sinistra. Abner, guardandosi alle spalle, disse: “Sei tu, Asael?”. Egli rispose: “Sono io”. E Abner gli disse: “Voltati a destra o a sinistra, afferra uno di quei giovani, e prenditi le sue spoglie!”. Ma Asael non volle cessare di inseguirlo. E Abner di nuovo gli disse: “Smetti di inseguirmi! Perché obbligarmi a inchiodarti al suolo? Come potrei poi alzare la fronte davanti a tuo fratello Ioab?”. Ma lui si rifiutò di cambiare strada; allora Abner con l'estremità inferiore della lancia lo colpì al ventre, e la lancia lo trapassò. Asael cadde e morì in quello stesso luogo; e quanti passavano dal punto dove era caduto morto, si fermavano. Ma Ioab e Abisai inseguirono Abner; e il sole tramontava quando giunsero al colle di Amma, che è di fronte a Ghia, sulla via del deserto di Gabaon.
- I figli di Beniamino si radunarono dietro ad Abner, formarono un gruppo, e si collocarono in cima a una collina. Allora Abner chiamò Ioab e disse: “La spada divorerà per sempre? Non sai che alla fine ci sarà dell'amaro? Quando verrà dunque il momento che ordinerai al popolo di non dare più la caccia ai suoi fratelli?”. Ioab rispose: “Com'è vero che Dio vive, se tu non avessi parlato, il popolo non avrebbe smesso di inseguire i suoi fratelli prima di domani mattina”. Allora Ioab suonò la tromba e tutto il popolo si fermò, senza più inseguire Israele, e smise di combattere.
- Abner e la sua gente camminarono tutta quella notte per la campagna, passarono il Giordano, attraversarono tutto il Bitron e giunsero a Maanaim. Anche Ioab tornò dall'inseguimento di Abner e, radunato tutto il popolo, risultò che della gente di Davide mancavano diciannove uomini e Asael. Ma la gente di Davide aveva ucciso trecentosessanta uomini dei Beniaminiti e della gente di Abner. Portarono via Asael e lo seppellirono nel sepolcro di suo padre, a Betlemme. Poi Ioab e la sua gente camminarono tutta la notte; giunsero a Ebron mentre spuntava il giorno.
(Notizie su Israele, 26 gennaio 2026)
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Disarmo in cambio di legittimazione? Le indiscrezioni su un piano USA-Hamas
Hamas accetterebbe di disarmare e di consegnare le mappe dettagliate dell’infrastruttura sotterranea, ottenendo in cambio “legittimazione internazionale” come forza politica. La stessa fonte sostiene che l’intesa includerebbe anche la possibilità, per componenti della leadership politica e militare che lo desiderino, di lasciare Gaza, con un impegno americano perché Israele non li colpisca in futuro. Mentre si parla di integrazione di alcuni ex funzionari nella nuova amministrazione.
di Davide Cucciati
Secondo un report rilanciato il 22 gennaio 2026 da YnetNews, tra Hamas e l’amministrazione statunitense sarebbero maturate “intese” che prevedono un passaggio cruciale: la consegna delle armi e la fornitura di mappe della rete di tunnel di Gaza in cambio di una legittimazione politica del movimento come soggetto ammesso nel futuro assetto della Striscia.
Hamas accetterebbe di disarmare e di consegnare le mappe dettagliate dell’infrastruttura sotterranea, ottenendo in cambio “legittimazione internazionale” come forza politica. La stessa fonte sostiene che l’intesa includerebbe anche la possibilità, per componenti della leadership politica e militare che lo desiderino, di lasciare Gaza, con un impegno americano perché Israele non li colpisca in futuro.
Un ulteriore elemento, politicamente sensibile, riguarda l’eventuale integrazione di alcuni ex funzionari di sicurezza e amministrativi di Hamas, in particolare agenti di polizia e figure civili che in passato hanno gestito la quotidianità della Striscia, dentro una nuova amministrazione per Gaza, a condizione di un vaglio di sicurezza congiunto israeliano e statunitense.
Washington avrebbe edotto i mediatori relativamente alle riserve di Israele su parti dell’impianto. La stessa fonte aggiunge che l’Autorità Palestinese non avrebbe obiezioni di principio. Al momento non risultano commenti ufficiali di Israele, Stati Uniti o Hamas sul contenuto del report.
• La posta in gioco per Israele e per il dopo guerra
Se l’ipotesi di un Hamas quale “partito disarmato” entrasse davvero in un negoziato formale, Israele accetterebbe un compromesso che chiude la fase militare e che lascia un residuo di legittimità politica a chi ha guidato l’attacco del 7 ottobre rendendo sempre più fondate le previsioni avanzate da Fadwa Barghouti (moglie di Marwan Barghouti) che, poche settimane dopo il pogrom del Nova Festival, disse “Hamas non è solo un movimento politico e militare: è un’idea. Di azione. Perché la Storia dei movimenti di liberazione insegna che senza lotta armata, i negoziati non arrivano da nessuna parte”.
(Bet Magazine Mosaico, 26 gennaio 2026)
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Israele: il valico di Rafah viene aperto ai pedoni
GERUSALEMME – Il governo israeliano ha approvato una limitata apertura del valico di Rafah tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Il valico sarà accessibile ai pedoni dopo un controllo di sicurezza da parte di Israele, ha dichiarato domenica. L'apertura completa avverrà solo dopo che sarà stato fatto tutto il possibile per riportare in Israele il corpo dell'ostaggio Ran Gvili.
Nel fine settimana è stata avviata un'operazione di ricerca in un cimitero nella parte settentrionale della Striscia di Gaza. Lunedì pomeriggio Israele ha finalmente annunciato il successo dell'operazione: le truppe hanno trovato i resti di Ran Gvili e li hanno riportati in Israele. Gli esperti dell'istituto di medicina legale Abu Kabir hanno confermato l'identità sulla base della dentatura e delle impronte digitali.
Il ritorno segna la fine di un periodo di 843 giorni che è stato angosciante per tutti coloro che temevano per la sorte degli ostaggi. Il ministro della Difesa Israel Katz (Likud) ha parlato di un “momento doloroso di conclusione”.
• Per la prima volta dopo tanto tempo non ci sono più ostaggi
Per la prima volta dall'operazione militare del 2014, non ci sono più ostaggi nella Striscia di Gaza. Hamas aveva trattenuto a lungo i corpi dei soldati Hadar Goldin e Oron Schaul. L'esercito ha riportato i resti di Schaul in Israele nel gennaio 2025 e quelli di Goldin nel novembre 2025.
Anche i due cittadini israeliani Avraham Mengistu e Hischam al-Sajed sono tornati in Israele. Mengistu era finito nella Striscia di Gaza nel 2014 a causa di un disturbo mentale, Al-Sajed per gli stessi motivi un anno dopo. Entrambi sono stati liberati nel febbraio 2025.
Con questo sviluppo, anche dal punto di vista israeliano può iniziare la seconda fase del piano per Gaza. Diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti, avevano recentemente chiesto l'apertura del valico di Rafah, nonostante l'ultimo ostaggio si trovasse ancora nella Striscia di Gaza. Israele ha sempre sottolineato che il ritorno di tutti gli ostaggi era un prerequisito per l'ulteriore attuazione del piano per Gaza.
• Preoccupazioni nel gabinetto
Lunedì è previsto l'arrivo in Israele dell'Alto Rappresentante per la Striscia di Gaza, il bulgaro Nickolay Mladenov. Sono in programma colloqui con rappresentanti israeliani e palestinesi sul valico di Rafah e sulla costituzione del governo tecnocratico per la Striscia di Gaza.
La partecipazione dell'Autorità Palestinese (AP) al governo tecnocratico sta tuttavia causando dissensi all'interno del gabinetto. Al centro delle preoccupazioni c'è il fatto che l'organizzazione terroristica Hamas rimanga armata e continui a rappresentare un rischio per la sicurezza di Israele.
Il ministro dei Trasporti Miri Regev (Likud) ha sottolineato che né Hamas né l'Autorità Palestinese dovrebbero governare nella Striscia di Gaza. Il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir (Forza Ebraica) ha accusato di ingenuità i consiglieri del governo americano Steve Witkoff e Jared Kushner. Entrambi avevano recentemente sollecitato l'attuazione del piano per Gaza. (df)
(Jüdische Allgemeine, 26 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dal rituale alla profanazione, Giornata della Memoria ribaltata
di Antonio Cardellicchio
La Giornata della Memoria, 27 gennaio, questa memoria di giornata istituita sul senso di colpa dei goyim, tra indifferenza e complicità per l’abominio genocida del razzismo antiebraico del nazionalsocialismo, dopo aver mostrato i suoi limiti e un certo fallimento delle buone intenzioni rischia ora di risolversi in una inutile ritualità, e anche in un evento controproducente. L’abominio antiebraico del 7 ottobre, in luogo della solidarietà alle vittime e della condanna dei carnefici, peggiori degli stessi nazisti, ha innescato un terremoto di odio antiebraico senza precedenti dalla Shoah al 2023. Il piano genocidario del nazislamismo non solo è stato velocemente emarginato e occultato, ma è stato definito come un’azione progressista, di resistenza. Tale ribaltamento osceno apocalittico ha evidenziato il fallimento delle commemorazioni della Giornata della Memoria e della didattica della Shoah, e il tragico declino di quel senso di colpa che aveva contribuito all’istituzionalizzazione del 27 gennaio. Anzi, una riflessione molto amara, disincantata, molto realistica e molto valoriale, ci induce a considerare che proprio una certa impostazione vittimistica della Giornata abbia contribuito a quella nefasta, diffusa ideologia della sostituzione, per la quale i palestinesi sarebbero i nuovi ebrei, e l’ebreo tra gli Stati il nuovo nazista. La nazificazione della realtà ebraica, nel suo tremendo ribaltamento, significa uccidere una seconda volta i sei milioni di martiri della Shoah, e fare degli ebrei vivi di oggi l’obiettivo di una nuova Shoah, in altra forma. L’urlo disumano – già l’8 ottobre – “Gas agli ebrei”, “Tornate ad Auschwitz “, “Continuiamo l’opera di Hitler” ha significato la vittoria postuma del sistema hitleriano, insieme alla giustificazione ed esaltazione di Hamas, che il giorno prima si era dimostrato più selvaggio e sfrenato delle SS. Dove Hitler aveva ordinato l’occultamento, Hamas invece esibiva la sua atrocità sconfinata. Non ci sono davvero limiti per il nuovo odio mortale antiebraico oggi, sulle ceneri delle buone intenzioni della Giornata della Memoria. Tutte le nostre peggiori previsioni sul nuovo antisemitismo israelofobico dilagante vengono superate da una realtà di illimitato fanatismo, di abominevole totalitarismo. Anche la ritualità benpensante, spesso ipocrita, della Giornata viene abolita. E proprio la data del 27 gennaio viene profanata e ribaltata, per distruggere la Memoria e cominciare a istituire una giornata di odio antiebraico. Hitler, Hamas e regime dell’Iran si uniscono nell’insperata vittoria dell’estremismo della dannazione degli ebrei. La parola d’ordine è “Gaza come Auschwitz”, per Ugo Volli “uno scherno antisemita”. Proprio il 27 gennaio diventa occasione di demonizzazione e deumanizzazione totalizzante degli ebrei, popolo e patria, nell’abolizione del senso di colpa della Shoah e nella legittimazione di un progetto di nuova Shoah. Ancora più terribile, altrettanto sanguinaria. Quando venne istituita la Giornata nessuno avrebbe mai immaginato un tale risultato alla rovescia, foriero di nuovi 7 ottobre. Da Milano a Pesaro, a Verona, in diverse università, scuole, comuni è in corso una nuova mostruosità. Crimine di esistere per il mondo ebraico, assoluzione e legittimazione dei carnefici. Vogliono impadronirsi del 27 gennaio, vogliono la Giornata dell’Oblio della Shoah e la santificazione di una nuova Shoah. L’Università e il Comune di Verona organizzano un raduno su “Gaza e il conflitto israelo-palestinese” per il Giorno della Memoria, per “ripensare il racconto e la didattica della Shoah”. A Milano, la Casa dei Diritti organizza un’adunata intitolata “Come nasce un genocidio”, con una docente accanita antisemita. Daniele Nahum, un ebreo consigliere comunale di centro-sinistra, dichiara: “Siamo all’assurdo, lo spazio del Comune si presta a un’operazione inaccettabile: la comparazione tra la Shoah e Gaza, usando la memoria della Shoah per diffondere tesi estremiste. Siamo davanti a un attacco frontale all’esistenza stessa dello Stato di Israele”. Al teatro Elfo Puccini di Milano c’è un dibattito dal titolo “Israele Palestina – A che punto è la notte” con l’immancabile Gad Lerner. Anche la didattica della Shoah viene invasa dal nuovo antisemitismo. Un corso di formazione per insegnanti su “Didattica della Shoah dopo Gaza” si svolge all’insegna di un ribaltamento genocidario: ebrei carnefici e Hamas vittima. Lo denuncia Michele Sarfatti, docente dell’Università di Pisa, ebreo di sinistra che dirige il Centro di documentazione ebraica contemporanea. Il furore antisemita si manifesta nella negazione della definizione IHRA, secondo la quale l’allineamento tra la difesa israeliana attuale e il nazismo è ufficialmente condannato come antisemitismo. Nel PD impazza una polemica astiosa contro Delrio, che tenta di ristabilire qualche ragionevolezza in un partito a netta maggioranza antisemita. La Giornata della Memoria, istituita contro il negazionismo, vede oggi il trionfo di un duplice negazionismo: dei paleo-nazisti hitleriani e dei neo-nazisti islamici, con la complicità dei “progressisti” islamizzati. Il nuovo antisemitismo apocalittico vive in uno stato fusionale, con una inciviltà disumana resa possibile dal collasso morale e dall’analfabetismo dilagante. Nel mentre, un Occidente contro Occidente tradisce e abbandona popoli e nazioni in eroica lotta per la libertà, che invocano l’aiuto di un vero Occidente: ucraini, ebrei, iraniani, afgani, curdi, venezuelani etc. L’antisemitismo-antisionismo non ha limiti o remore, uccide quello che tocca, non lascia niente di intentato. Si è inventato il “sionismo alimentare” e colpisce con boicottaggi, vandalismi, attentati i ristoranti kosher. Proprio il cibo, occasione di convivialità, civiltà elementare, libero gusto e pace diventa oggetto di odio distruttivo. I ristoranti ebraici, proprio perché non protetti come le sinagoghe e altre istituzioni ebraiche, diventano il vile oggetto della violenza antisemita: proprietari e gestori ebrei ricevono minacce di morte e bombe, i clienti hanno paura, i ristoranti costretti a chiudere. Il cibo kosher proprio a New York aveva dimostrato come i prodotti ebraici erano di largo consumo, con la loro garanzia di controllo di qualità, ed erano acquistati da tantissimi consumatori non ebrei. Un esempio tra i tanti: dopo la strage di ebrei a Bondi Beach (Sydney) ha dovuto chiudere la più nota panetteria ebraica della città. Dalle trattorie ariane che espellono turisti ebrei, alla distruzione della ristorazione ebraica. L’attuale deformazione-rovesciamento della Giornata della Memoria sembrerebbe dare ragione a coloro, tra ebrei e amici di Israele, che ne vorrebbero l’abolizione. Invece Claudio Velardi, Ugo Volli, Francesco Lucrezi (docente universitario, ebraista) problematizzano con efficacia la questione, e intendono mantenere questa istituzione. Volli sostiene che va ancora valorizzata proprio per la realtà del 7 ottobre. Ma di certo il suo mantenimento e possibile valorizzazione passa solo per la condanna netta del nuovo antisemitismo, per una memoria focalizzata sull’orrore del 7 ottobre, e solo dopo questa priorità ricordare la Shoah. I migliori libri sulla Shoah, del resto, documentano che essa fu resa possibile dall’ampiezza e profondità di tanti cerchi concentrici di indifferenza e complicità: Elie Wiesel, “La notte”; Georges Bensoussan, “Storia della Shoah”; Ugo Volli, “La Shoah e le sue radici”. Indifferenza e complicità che oggi vanno in estensione e radicalizzazione, nella creazione dell’attuale antiebraismo-antisionismo genocidario.
(L'informale, 25 gennaio 2026)
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Quali che siano i motivi che a suo tempo hanno portato ad istituire la cosiddetta "Giornata della Memoria", oggi, alla luce dei fatti, e sia pure con la scienza del poi, si dovrebbe avere la lucida onestà di riconoscere che per gli ebrei è stato un madornale errore omologarla. Invece di tentare forme contorte di rivitalizzazione di quella "infausta" giornata, sarebbe meglio cominciare a riflettere sui meccanismi mentali che hanno portato a commettere un così clamoroso errore. M.C.
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Quba e la vita ebraica in Azerbaijan: parla un rabbino di frontiera
Nel 2025 le autorità azere hanno sventato un piano attribuito alla Quds Force iraniana per assassinarlo, con il coinvolgimento di un narcotrafficante georgiano. Oggi Rav Shneor Segal è leader degli ebrei di Baku
di Davide Cucciati
Rav Shneor Segal è uno shaliach di Chabad Lubavitch in Azerbaijan ed è Rabbino Capo della Comunità ashkenazita di Baku. Nel 2025 il suo nome è finito anche nelle cronache internazionali: secondo un’inchiesta del Washington Post, ripresa da varie testate, le autorità azere avrebbero sventato un piano attribuito alla Quds Force iraniana per assassinarlo, con il coinvolgimento di un narcotrafficante georgiano che avrebbe ricevuto una somma di 200.000 dollari.
L’intervista che segue è stata realizzata a Baku a inizio dicembre 2025 presso il tempio ashkenazita di Baku.
- Rav Segal, da quanto tempo vivono ebrei in Azerbaijan?
Gli ebrei vivono in Azerbaijan da molto tempo. Dico sempre che gli ebrei ashkenaziti sono arrivati qui durante l’oil boom, il boom del petrolio (tra la metà dell’‘800 e l’inizio del ‘900 ndr). Molto importante, ad esempio, è stata la famiglia Landau. (Lev Davidovich Landau nacque a Baku il 22 gennaio 1908 in una famiglia ebraica: il padre lavorava come ingegnere nell’industria petrolifera locale e la madre era medico. Landau divenne uno dei più grandi fisici teorici sovietici del Novecento. ndr).
- Oltre agli ashkenaziti, quali altre comunità ebraiche ci sono?
Sono arrivati anche ebrei georgiani. Tuttavia, la comunità più interessante è quella degli ebrei della montagna. A Quba ci sono ebrei da circa 400 anni ma la versione più recente è che sarebbero lì fin dalla distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Non ho trovato nessun documento che lo provi ma le persone lo dicono. Nell’estate 2022, a Baku, c’è stata una conferenza organizzata dell’Università Bar Ilan e uno dei professori ha affermato che gli ebrei vivono in Azerbaijan dalla distruzione del Secondo Tempio.
- Lei da quanto tempo vive qui?
Vivo in Azerbaijan da 15 anni. Sono cresciuto in Israele, in un quartiere con molti ebrei caucasici. C’è un piano per tutto.
- Com’è la convivenza con la società azera?
Gli ebrei qui si sono sempre sentiti a proprio agio e amici con i cittadini azeri non ebrei. Qui mi dicono che non hanno mai sentito antisemitismo. Gli ebrei fanno pienamente parte della società azera. La grande sfida, per noi, è tenere insieme le persone, la Comunità.
- E durante l’era sovietica?
Durante l’era sovietica l’ebraismo fu demolito e non c’era una scuola ebraica. Però, il tempio è stato tenuto in funzione. Forse, il motivo è che i popoli caucasici sono più conservatori.
- Oggi che cosa esiste a livello comunitario?
Oggi abbiamo l’asilo e la scuola ebraica. Quando l’abbiamo aperta, il Presidente dell’Azerbaijan è venuto all’inaugurazione. Ci supporta molto.
- Qual è l’obiettivo principale della vostra attività?
Uno dei nostri obiettivi è rafforzare l’identità ebraica e il legame con la Comunità. Per esempio, hai visto i giovani in sinagoga a Shabbat? Alcuni vengono da famiglie miste, con madre ebrea e padre non ebreo. Li accompagniamo, insegniamo Torà e tradizione ebraica, offriamo un quadro ebraico caldo e inclusivo che li aiuta a connettersi alle proprie radici e alla vita comunitaria.
- Quanti giovani partecipano?
Ogni settimana circa 200 giovani partecipano alle lezioni di Torà.
- Ha accennato anche a storie familiari legate alla guerra…
Abbiamo ebrei i cui avi, durante la Seconda guerra mondiale, hanno fatto matrimoni misti per salvarsi la vita e sono scappati qui in Azerbaijan. La scorsa estate, in un campeggio per giovani di due settimane, anche in quel contesto abbiamo ricostruito le radici ebraiche di una bambina che aveva un cognome comune azero ma andando a ritroso ne abbiamo appurato l’ebraicità.
- Lo Stato azero vi sostiene anche concretamente?
Lo Stato azero ci supporta molto. Economicamente, lo Stato azero dà alla Comunità ebraica ogni anno 620.000 dollari. Ma non è solo economico il punto; quando la Comunità ha bisogno di qualcosa sappiamo con chi parlare.
- E sul tema della sicurezza?
In Azerbaijan puoi camminare con la kippah in tutta sicurezza. Qui non è solo sicuro, anzi le persone sono calorose quando ci vedono con la kippah.
- Quanti shlichim avete nel Paese?
Qui in Azerbaijan abbiamo sette shlichim Chabad, uno a Quba, uno a Sumqayıt e cinque a Baku. Abbiamo la scuola ebraica, la nostra shechità, abbiamo tutto. Qui a Baku, questo Shabbat, tu c’eri, alla cena eravamo 130 persone. Ogni sera facciamo lezioni di Torà e aiutiamo le persone ad avvicinarsi alle mitzvot.
- Quanti ebrei ci sono complessivamente in Azerbaijan?
Circa 25.000.
- Io pensavo 7.000…
Sì, ma quando ti dico 25.000 tieni conto che una parte non sa di essere ebrea e un’altra parte pensa soltanto di avere radici ebraiche. Detto questo, non tutti sono attivamente coinvolti nella vita comunitaria o religiosa. Oggi abbiamo circa 3.000 persone nel nostro database e in qualche forma di contatto con la Comunità; questo non significa che migliaia vadano regolarmente al tempio, purtroppo non è così. Allo stesso tempo vediamo una tendenza positiva, sempre più persone si riavvicinano, partecipano ad attività educative, culturali e sociali, e prendono un ruolo attivo.
- Secondo lei la Comunità avrà un futuro qui oppure aumenterà l’aliyah?
Questa è un’ottima domanda. Solitamente, le comunità ebraiche hanno un futuro dove c’è un futuro dal punto di vista economico. La sicurezza è importante ma il lato economico, per alcune scelte di vita, lo è ancora di più. Lo vedi in Europa: anche se l’antisemitismo sta crescendo, non vedi gli ebrei scappare in massa perché le persone stanno comunque facendo la propria vita, solo ponendo più attenzione quando escono di casa. Qui ci sono giovani che riescono a vedere il proprio futuro in Azerbaijan perché questo Stato si sta sviluppando molto dal punto di vista economico. BH, noi vediamo stabilità e crescita nella qualità e nella profondità del coinvolgimento comunitario. Comunque, c’è chi fa aliyah, chi va negli USA, chi in Germania, chi in Russia. C’è una grande comunità di ebrei azeri a Mosca.
- Ho letto che il regime islamico iraniano avrebbe tentato di ucciderla e che la polizia azera avrebbe arrestato un uomo pagato per farlo.
Questo non significa che l’Azerbaijan sia insicuro. Semplicemente, se ne è parlato sui giornali. Io non ho altre informazioni, oltre a quello che è stato pubblicato; non mi occupo ulteriormente di questo tema.
- Perché i Pasdaran avrebbero voluto ucciderla?
Devi chiederlo a loro. Non lo so, non ho alcuna idea.
- Magari perché ha fatto hasbarà e si è esposto per Israele?
Non ne ho davvero idea. Perché dovrei utilizzare il mio tempo per cercare di capire queste cose?
- Il rapporto fra Comunità ebraica e Stato azero sembra molto stretto. Ho letto anche che gli ebrei azeri hanno sostenuto l’Azerbaijan sul Nagorno Karabakh.
Gli ebrei sono pienamente parte della società azera e le cose che sono un problema per l’Azerbaijan sono un problema anche per noi. Gli ebrei azeri combattono nell’esercito azero come ogni altro cittadino. Siamo stati molto felici e orgogliosi per la vittoria dell’Azerbaijan.
- Esistono minhaghim diversi?
Sì, ci sono certamente differenti minhaghim tra le comunità ebraiche caucasiche e fanno parte della ricchezza della vita ebraica qui. Anche se non sono personalmente esperto di ogni dettaglio, queste tradizioni esistono e sono rispettate. Ci sono tre comunità ebraiche in Azerbaijan: gli ebrei della montagna vivono a Quba – Red Village e Baku. Gli ashkenaziti vivono principalmente a Baku e Sumqayıt e ci sono anche ebrei georgiani. Noi siamo Chabad e accogliamo tutti: la nostra casa è aperta per ogni ebreo.
- Avete un organismo omnicomprensivo, tipo l’UCEI in Italia?
No, non c’è un’unica organizzazione ombrello che unisca tutte le comunità ebraiche in Azerbaijan. Però ci sono figure rappresentative riconosciute, come Sharovski, che è presidente e legale rappresentante della Comunità ashkenazita di Baku, e la leadership della comunità degli ebrei della montagna, tra cui Melikh Yevdayev e altri. C’è cooperazione e dialogo, anche senza un organismo unico formale.
- Mi parli ancora dei servizi educativi e religiosi.
Abbiamo scuole dall’asilo fino alle scuole superiori. Abbiamo shochèt e mohel. Non ci sono negozi di cibo kasher ma in sinagoga forniamo pasti e vendiamo carne. Abbiamo anche un catering kasher che fa consegne e allestisce rinfreschi.
Cè un ristorante kasher, Rimon, con ottima qualità e prezzi accessibili. Insomma, l’Azerbaijan è uno straordinario paese da visitare anche per vedere un mondo ebraico originale e vitale.
(Bet Magazine Mosaico, 25 gennaio 2026)
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L’ottavo comandamento
Dio protegge la libertà
di Marcello Cicchese
«Non rubare» (Esodo 20:15).
I giuristi, che sono persone ben allenate a fare sottili distinzioni, dicono che c'è differenza tra «proprietà», «possesso» e «detenzione». Senza dilungarci in minuziose definizioni, spieghiamoci con qualche esempio. Una persona ha la proprietà dell'automobile che ha acquistato e interamente pagato, ha il possesso dell'appartamento in cui vive come inquilino e di cui paga regolarmente l'affitto, e detiene la bicicletta che ha rubato davanti alla stazione e nasconde nel suo garage. Tenuto conto di queste specificazioni, e stando a quello che afferma la Bibbia, si può dire che sulla terra non devono esserci «detentori» di cose rubate, perché ciò contrasta con l'ottavo comandamento, e non ci sono «proprietari», perché l'unico, vero proprietario di ogni cosa è Dio. Gli uomini hanno soltanto il compito di amministrare (e devono farlo con grande cura) i beni di cui godono il «possesso».
«All'Eterno appartiene la terra e tutto ciò che è in essa, il mondo e i suoi abitanti» (Salmo 24:1);
«All'Eterno, al tuo Dio, appartengono i cieli; i cieli dei cieli, la terra e tutto quanto essa contiene»(Esodo 10:14);
«Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini» (Levitico 25:23).
Il popolo d'Israele era entrato in possesso del paese non per la sua potenza o per la sua giustizia (Deuteronomio 9:4), ma perché Dio aveva dato quella terra al popolo. Ogni famiglia ne aveva ricevuto una parte e su questa doveva lavorare e trafficare. La terra poteva essere usata per la produzione e per il commercio. In particolare, poteva essere venduta per pagare i debiti, e se non bastava, il debitore vendeva sé stesso al creditore, offrendosi come servo (Levitico 25:39- 40). Anche la libertà, quindi, era un bene come gli altri, che poteva essere posseduto, alienato o rubato. Infatti, il furto più grave era proprio il furto della libertà, che era anche l'unico ad essere punito con la morte:
«Quando si troverà un uomo che abbia rubato qualcuno dei suoi fratelli di tra i figli d'Israele, ne abbia fatto uno schiavo e l'abbia venduto, quel ladro sarà messo a morte; così torrai via il male di mezzo a te» (Deuteronomio 24:7).
Non bisogna però credere che con questa disposizione si volesse difendere il principio della libertà individuale, così come l'intendiamo noi dal tempo della Rivoluzione Francese in poi. Abbiamo già detto che la libertà personale poteva essere perduta, come qualsiasi altro bene, nell'ambito di un normale, anche se sfortunato, rapporto d'affari. Quello che la legge puniva era l'atto con cui si toglieva la libertà ad un altro uomo con la violenza e l'inganno, e si commutava quella libertà in denaro che andava ad ingrossare il patrimonio del ladro. Tutto questo è molto significativo, perché mette in evidenza che con l'ottavo comandamento Dio vuole proteggere le persone, e non i patrimoni. Una conferma si può trovare in un singolare caso di furto, che in sé sarebbe attualissimo, solo che noi non lo chiamiamo così: il «furto del cuore». Absalom, uno dei figli di Davide, coltivava l'ambizione di diventare re al posto del padre. Per guadagnare consenso tra il popolo si era fatto venire una brillante idea. Tutte le mattine si alzava presto, si metteva sulla strada che conduceva al palazzo reale e fermava tutte le persone che andavano dal re per ottenere giustizia nelle loro controversie. Ogni volta si faceva spiegare il problema e alla fine commentava: «Certamente tu hai ragione, solo che là non troverai nessuno che ti stia a sentire. Se fossi io il giudice in questo paese, tutti quelli che hanno delle controversie verrebbero da me e io farei giustizia a tutti». E detto questo gli stringeva la mano, l'abbracciava e lo baciava. In questo modo, dice la Bibbia, «Absalom rubò il cuore alla gente d'Israele» (Il Samuele 15:6). Anche l'interpretazione rabbinica del Vecchio Testamento prendeva in considerazione questa particolare forma di furto e la chiamava il «furto dei pensieri». Si trattava sempre, anche in questo caso, di un'appropriazione indebita della libertà dell'uomo, che con il raggiro e la «persuasione occulta» veniva costretto a fare quello che altri avevano deciso per lui. Queste considerazioni sulla libertà ci possono aiutare a capire meglio i motivi per cui Dio vieta il furto, considerato anche nel senso più usuale del furto di cose. Al tempo della creazione Dio aveva detto agli uomini: « Riempite la terra e rendetevela soggetta» (Genesi 1:28), e aveva dato loro il compito di lavorarla e custodirla (Genesi 2:15). In questo dominio sugli elementi della natura, l'uomo ricevette da Dio lo spazio della sua libertà. La Bibbia descrive questo con grande delicatezza, quando presenta l'Eterno Iddio che conduce gli animali all'uomo «per vedere come li chiamerebbe», perché aveva stabilito che «ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli darebbe» (Genesi 2:19). Dio ha deciso dunque di dare all'uomo i beni della terra da lavorare, ordinare, accrescere, trasformare; e non soltanto per trarne il necessario per sopravvivere, ma anche per poter esercitare su di essi la propria libertà, per poterne disporre liberamente. È anche nella scelta dell'uso dei beni ricevuti da Dio che l'uomo esprime sé stesso, la sua umanità, il suo essere ad immagine di Dio. Come Dio esprime sé stesso in ciò che Egli fa della sua «proprietà», cioè dell'intera creazione, così l'uomo, creato a immagine di Dio, esprime sé stesso in ciò che egli fa dei beni che gli sono stati affidati. Quindi, per dirla con parole semplici e chiare: è anche dal modo in cui spendiamo i nostri soldi che si vede chi siamo. Rubare significa dunque, in senso biblico, invadere lo spazio di libertà dell'altro, negargli la possibilità di disporre di ciò che gli è stato affidato e su cui ha riversato le sue fatiche. Il furto è visto quindi come un attentato all'integrità della persona: sottraendogli i beni a sua disposizione, si distrugge una parte di lui. Ecco perché il sequestro di persona costituiva la forma più grave di furto: con esso si rubava tutta la persona, e non solo la parte legata a certi beni; e la libertà del derubato veniva interamente trasformata, mediante la vendita, in proprietà del ladro. Tuttavia, è anche vero che la legge in Israele consentiva che ci fossero padroni e servi, uomini liberi e uomini non liberi. Ma esaminiamo come dovevano essere considerati e trattati i servi, secondo la Bibbia. Nel popolo d'Israele il servo era un povero. E se il povero è uno che non può disporre, il servo era tanto povero che non poteva disporre nemmeno della sua persona. Ma la legge difendeva la dignità dei poveri, e quindi anche dei servi. Il servo era un «domestico» nella casa del padrone, faceva parte della famiglia, anche se in posizione chiaramente subordinata, come del resto anche la moglie e i figli. Prendeva parte alla vita religiosa della casa, partecipando con gli altri alle feste e osservando con loro il riposo del sabato. Dopo sei anni di servitù tornava in libertà, e il padrone doveva condividere con lui le benedizioni ricevute dal Signore facendogli generosamente dei doni (Deuteronomio 15:12-15). Inoltre, ogni cinquant'anni veniva proclamato l'anno giubilare, in cui « ciascuno tornava nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Levitico 25:10). Anche se queste disposizioni riguardavano soltanto il popolo d'Israele e non si estendevano ai rapporti con gli stranieri, e anche se non sappiamo se e come il popolo le avrà osservate, resta il fatto che in esse Dio esprime la sua volontà di proteggere la persona, anche e proprio quando è caduta nello stato di massima necessità. Per esempio, chi prendeva dei lavoranti a giornata doveva essere molto scrupoloso nella paga:
«Non defrauderai il salariato povero e bisognoso ... ; gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole; poiché egli è povero, e l'aspetta con impazienza; così non griderà contro di te all'Eterno, e tu non commetterai un peccato» (Deuteronomio 24:14-15).
Chi aveva ricevuto in pegno un mantello da un povero, alla sera doveva restituirglielo, affinché questi potesse « dormire nel suo mantello» e benedire il suo creditore (Deuteronomio 24:13). Il creditore non poteva prendere in pegno uno strumento indispensabile per il lavoro « perché sarebbe come prendere in pegno la vita» (Deuteronomio 24:6). E non poteva neppure permettersi di umiliare il debitore, ma doveva mostrare verso di lui una delicatezza di modi che potrebbe essere esemplare anche ai giorni nostri:
«Quando presterai qualsivoglia cosa al tuo prossimo, non entrerai in casa sua per prendere il suo pegno; te ne starai di fuori: e l'uomo a cui avrai fatto il prestito, ti porterà il pegno fuori» (Deuteronomio 24:10-11).
La Scrittura difende dunque la persona nella sua possibilità di avere e amministrare dei beni, perché riconosce in questo un'opportunità per l'uomo di esprimere qualcosa di sé, della sua umanità. Ma proprio per questo pone dei limiti molto rigidi alle «leggi del mercato», e vieta a colui che per qualsiasi motivo si sia venuto a trovare in una posizione economicamente forte di sfruttare la miseria altrui a proprio vantaggio e di attentare alla vita e alla dignità di colui che si trova nel bisogno. Il cosiddetto «furto dall'alto», cioè il furto del potente ai danni del debole, viene quindi severamente condannato. Questo non significa che il « furto dal basso» venga giudicato con maggiore indulgenza. Il povero che ruba «profana il nome di Dio» (Proverbi 30:9). Quindi, la classica «cresta» della donna di servizio sulla spesa, un tempo guardata con benevolenza in campo ecclesiastico, o i più recenti «espropri proletari», da qualcuno legittimati in campo politico, non trovano giustificazioni nella Bibbia. Gesù dice che «i mansueti erediteranno la terra» (Matteo 5:5), e non chi sarà stato capace di arrangiarsi o di tirare fuori gli artigli. Anche nel Nuovo Testamento i ladri vengono giudicati con grande severità. Essi compaiono nella lista di coloro che « non erediteranno il regno di Dio» (1 Corinzi 6:10). I cristiani vengono esortati a «mangiare il loro pane, lavorando tranquillamente» (2 Timoteo 3:12). Anzi, chi prima di convertirsi era un ladro, non soltanto deve smettere di camminare in quella direzione, ma deve cominciare a muoversi nella direzione contraria: invece di togliere a chi ha, deve lavorare sodo per avere qualcosa da dare a chi non ha.
«Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno» (Efesini 4:28).
È chiaro che il discepolo di Cristo non può limitarsi a non rubare, a non invadere lo spazio della libertà altrui. Egli vive nella prospettiva della risurrezione, sa di avere «nel cielo» un'eredità incorruttibile e inalterabile che è conservata per lui (1 Pietro 1:4), e quindi non ha bisogno di legare la sua vita e la sua libertà a beni materiali, anche se ne riconosce l'intrinseca bontà. L'autore della lettera agli Ebrei può dire ai suoi destinatari:
« Voi accettaste con gioia la ruberia dei vostri beni: sapendo di possedere una ricchezza superiore e duratura» (Ebrei 10:36).
La capacità di lasciarsi togliere qualcosa senza inveire è la conferma di avere qualcos'altro di più importante che non può essere tolto. E non può essere tolto perché non è stato sottratto ad altri, ma è stato ricevuto dalle mani di Dio. E l'uomo, nella sua posizione di creatura, possiede veramente soltanto quello che ricevé da Dio. La serena gratitudine è quindi il sentimento dell'uomo realmente ricco. Chi invece si affanna ad arraffare e conservare gelosamente non può che essere dominato dalla paura: la paura di perdere quello che non è mai stato suo, perché non gli è stato affidato dal legittimo proprietario. È chiaro che dall'ottavo comandamento, nella sua forma lapidaria, non possiamo pretendere indicazioni inequivocabili ed esaurienti su tutto ciò che oggi è connesso con la proprietà e il furto. E neppure possiamo illuderci di essere a posto con Dio se ci limitiamo ad evitare di commettere i reati che la legge del nostro paese indica come reati di furto. La riflessione sui comandamenti di Dio deve renderci capaci di pensare biblicamente e di valutare anche la legislazione civile. Non potrebbe, per esempio, chiamarsi furto in senso biblico anche l'approfittare di leggi che consentono di arricchire sulla miseria altrui, cioè di sfruttare la posizione di debolezza di chi è nel bisogno per aumentare oltre misura il proprio tornaconto economico? E non potrebbe chiamarsi furto anche l'abilità con cui certi lavoratori dipendenti si destreggiano tra le pieghe della legge per riuscire a lavorare il meno possibile, e in ogni caso meno di quanto sarebbe onestamente dovuto? Sembra che il termine ebraico tradotto con «rubare» abbia un significato abbastanza generale, piuttosto simile a «portar via». Forse potremmo parlare di furto tutte le volte che si realizza l'umana tendenza a «portar via», cioè a prendere per sé dalla società più di quello che si è disposti a dare. Non era certamente questo l'atteggiamento dell'apostolo Paolo, che poteva dire: «Poveri, eppur arricchenti molti; non avendo nulla, eppur possedenti ogni cosa!» (II Corinzi 6:10). Questo significa che la presenza di un cristiano dovrebbe «arricchire» l'ambiente in cui vive, e non impoverirlo. Dovrebbe essere normale, per un cristiano, dare agli altri più di quello che da loro riceve.
«Bisogna ricordarsi delle parole di Gesù, il quale disse egli stesso: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20:35).
L'ottavo comandamento può anche condurci a riflettere su quel particolare tipo di furto che nella nostra società è diventato il motore di ogni impresa economica o politica: la pubblicità. Considerate le dimensioni che essa ha raggiunto, per i credenti potrebbe essere arrivato il momento di resistere con decisione, richiamandosi direttamente alla legge di Dio, a tutto ciò che vuole invadere lo spazio di libertà concesso da Dio all'uomo mediante il tentativo di catturare in modo subdolo i pensieri e le emozioni delle persone. Quello che la Bibbia racconta di Absalom è molto simile a quello che fanno ogni giorno migliaia di uomini politici e uomini d'affari. Di Absalom è detto che rubò il cuore della gente, cioè il centro stesso delle persone, e non solo qualche oggetto di loro proprietà. E non si dica che è un linguaggio poetico e immaginoso: è linguaggio concreto, corporeo, diretto, che senza intellettualistiche astrazioni raffigura bene l'opera dei mistificatori di tutti i tempi. Un'ultima considerazione. Si è detto che anche nel popolo di Dio c'erano ricchi e poveri, padroni e servi. Ma si è visto anche che la legge difendeva con rigore il diritto a vivere e la dignità di tutti i cittadini di Israele, anche quelli che erano caduti al livello più basso della scala sociale. Se, alla luce di quello che ci è rivelato nel Nuovo Patto, crediamo che questo esprima l'atteggiamento di Dio verso tutti gli uomini, allora dobbiamo convincerci che nessuna legge di mercato e nessuna teoria economica potranno mai giustificare il fatto che qualcuno venga privato di ciò che è necessario per vivere a quel livello di dignità che compete ad ogni persona umana. «Gli affari sono affari», si dice correntemente; ma a questa massima cinica si deve contrapporre l'ammonimento biblico a non considerare la vita dell'uomo come un qualsiasi altro bene terreno, perché nessuno «può prendere in pegno la vita». Gli oggetti possono anche passare da una mano all'altra, ma nessuno deve credere di poter tenere impunemente in mano la vita di un altro uomo soltanto perché può dominare i mezzi che sono indispensabili alla sua sopravvivenza. Per la Bibbia questo significa «rubare un uomo», e nessun ladro sarà punito più severamente di colui che ruba gli uomini.
«O Eterno, chi è simile a te che liberi il povero da chi è più forte di lui: il povero e il bisognoso da chi vuole derubarlo?» (Salmo 35:10).
(da "Le dieci parole")
(Notizie su Israele - 25 gennaio 2026 - PDF
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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 1
Davide riceve la notizia della morte di Saul e di Gionatan
- Dopo la morte di Saul, Davide, tornato dalla sconfitta degli Amalechiti, si fermò due giorni a Siclag. Al terzo giorno, ecco arrivare dall'accampamento di Saul, un uomo con le vesti stracciate e con il capo sparso di polvere, il quale, giunto alla presenza di Davide, si gettò in terra e gli si prostrò dinanzi. Davide gli chiese: “Da dove vieni?”. L'altro gli rispose: “Sono fuggito dall'accampamento d'Israele”. Davide gli disse: “Che è successo? dimmelo, ti prego”. Egli rispose: “Il popolo è fuggito dal campo di battaglia, e molti uomini sono caduti e sono morti; anche Saul e Gionatan, suo figlio, sono morti”. Davide domandò al giovane che gli raccontava queste cose: “Come sai che sono morti Saul e Gionatan, suo figlio?”. Il giovane che gli raccontava queste cose, disse: “Mi trovavo per caso sul monte Ghilboa e vidi Saul che si appoggiava sulla sua lancia e i carri e i cavalieri stavano per raggiungerlo. Lui si voltò indietro, mi vide e mi chiamò. Io risposi: 'Eccomi'. Mi chiese: 'Chi sei tu?'. Io gli risposi: 'Sono un Amalechita'. Lui mi disse: 'Avvicinati e uccidimi, poiché mi ha preso la vertigine, ma sono sempre vivo'. Io dunque mi avvicinai e lo uccisi, perché sapevo che, una volta caduto, non avrebbe potuto vivere. Poi presi il diadema che aveva in testa e il braccialetto che aveva al braccio e li ho portati qui al mio signore”.
- Allora Davide prese le sue vesti e le stracciò; e lo stesso fecero tutti gli uomini che erano con lui. E fecero cordoglio e piansero e digiunarono fino a sera, a causa di Saul, di Gionatan, suo figlio, del popolo dell'Eterno e della casa d'Israele, perché erano caduti per la spada.
- Poi Davide chiese al giovane che gli aveva raccontato quelle cose: “Di dove sei tu?”. Egli rispose: “Sono figlio di uno straniero, di un Amalechita”. E Davide gli disse: “Come mai non hai temuto di stendere la mano per uccidere l'unto dell'Eterno?”. Poi chiamò uno dei suoi uomini, e gli disse: “Avvicinati e colpisci costui!”. Quello lo colpì, ed egli morì. Davide gli disse: “Il tuo sangue ricada sul tuo capo, poiché la tua bocca ha testimoniato contro di te quando hai detto: 'Io ho ucciso l'unto dell'Eterno'”.
Elegia di Davide per la morte di Saul e di Gionatan
- Allora Davide compose questa elegia su Saul e su Gionatan, suo figlio, e ordinò che fosse insegnata ai figli di Giuda. È l'elegia dell'arco. Si trova scritta nel Libro del Giusto:
- “Il fiore dei tuoi figli, o Israele, giace ucciso sulle tue alture! Come mai sono caduti quei prodi? Non portate la notizia a Gat, non lo pubblicate per le strade di Ascalon; le figlie dei Filistei ne gioirebbero, le figlie degli incirconcisi ne farebbero festa.
- O monti di Ghilboa, su di voi non cada più né rugiada né pioggia, né ci siano più campi per le offerte; poiché là fu gettato via lo scudo dei prodi, lo scudo di Saul, che l'olio non ungerà più.
- L'arco di Gionatan non tornava mai dalla battaglia senza avere sparso sangue di uccisi, senza aver trafitto grasso di prodi; e la spada di Saul non tornava indietro senza avere colpito.
- Saul e Gionatan, tanto amati e cari, mentre erano in vita, non sono stati divisi nella loro morte. Erano più veloci delle aquile, più forti dei leoni!
- Figlie d'Israele, piangete su Saul, che vi rivestiva deliziosamente di scarlatto, che alle vostre vesti metteva degli ornamenti d'oro.
- Come mai sono caduti i prodi in mezzo alla battaglia? Come mai venne ucciso Gionatan sulle tue alture?
- Io sono in angoscia a causa tua, o Gionatan, fratello mio; tu mi eri molto caro e il tuo amore per me era più meraviglioso dell'amore delle donne. Come mai sono caduti i prodi? come mai sono state infrante le loro armi?”
(Notizie su Israele, 24 gennaio 2026)
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Il pessimo esordio del piano di pace per Gaza
di Giovanni Giacalone
Nelle ultime settimane decisioni fondamentali per la sicurezza di Israele sono state prese ma, paradossalmente, sono state prese all’estero, nonché a suo discapito e insaputa.
Prima è infatti emerso che Qatar e Turchia, i due principali paesi sunniti sostenitori di Hamas, sono stati inseriti da Trump nel suo “Board of Peace” che avrebbe il compito di sovrintendere il disarmo dell’organizzazione terrorista palestinese e la ricostruzione della Striscia di Gaza. Una decisione presa tenendo Israele all’oscuro di tutto, visto che Gerusalemme aveva posto il veto sull’inclusione di Doha e Ankara nel progetto e, ovviamente, con cognizione di causa.
Così, mentre il premier Netanyahu si vedeva pressoché costretto a unirsi al Board di Trump, il ministro per la Diaspora, Amichai Chikli, il quale ha sempre avuto le idee estremamente chiare sul funesto ruolo di Turchia, Qatar e della Fratellanza Musulmana, ha conseguentemente spinto per mettere al bando funzionari e politici turchi (tra cui Bilal Erdogan, figlio del presidente, il direttore degli Affari Religiosi Ali Erbas e Fehmi Bulent Yıldırım, a capo dell’organizzazione umanitaria turca İHH, nota a livello internazionale per il suo ruolo nella flottiglia Mavi Marmara del 2010).
Chikli ha inoltre affermato che la Turchia dovrebbe essere trattata come uno “stato nemico”, utilizzando un linguaggio che paragona tale provvedimento alle misure già intraprese nei confronti di organizzazioni terroriste.
La seconda sorpresa è arrivata venerdì 23 gennaio quando si è saputo che la prossima settimana verrà riaperto, in entrambe le direzioni, il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto; una decisione imposta a Israele proprio dai nuovi “mediatori” del Board of Peace, ovvero Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia.
Come illustrato dal Times of Israel, i mediatori erano ben consapevoli del fatto che Israele non avrebbe ceduto sulla questione, ma hanno pensato bene di annunciare comunque la riapertura del valico durante la cerimonia di firma del Board of Peace a Davos. Un funzionario arabo ha affermato che Israele era stato informato in anticipo che l’annuncio sarebbe stato fatto, pur senza essere stato consultato.
Sempre secondo il giornale israeliano, durante un recente incontro in Florida con Trump e i suoi collaboratori, il premier Netanyahu aveva ricevuto forti pressioni affinché venisse riaperto il valico.
Ovviamente sono tutti ben consapevoli delle ripercussioni sulla sicurezza di Israele che avrà la riapertura del valico. Una mossa assurda e sconsiderata nel momento in cui Hamas mantiene ancora il controllo di buona parte della Striscia, non ha ancora deposto le armi e non è minimamente disposta a farlo.
Fonti israeliane illustrano che I’IDF gestirà un sistema di sorveglianza a distanza nei pressi del valico, sarà responsabile della concessione di autorizzazioni preventive ai viaggiatori in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza e sarà in grado di scansionare qualsiasi computer o altro dispositivo elettronico in transito. Le forze di difesa israeliane gestiranno inoltre un proprio checkpoint nelle vicinanze per prevenire il contrabbando di armi, ma non saranno fisicamente presenti al valico che verrà invece sorvegliato da funzionari della Missione di Assistenza alle Frontiere dell’Unione Europea assieme a membri dell’ANP. Dinamiche non proprio rassicuranti per Israele.
Insomma, in entrambi i casi riportati (il Board e la riapertura del valico), il governo israeliano mostra di dovere mettere le pezze a decisioni prese fuori dai confini di Israele, che mettono a serio rischio la sicurezza del Paese e dei suoi cittadini. Le decisioni vengono prese da Trump e dai suoi collaboratori in base a interessi che non sembrano proprio andare nella medesima direzione di quelli israeliani.
I fatti indicati sono inoltre un chiaro preludio a ciò che rischia di avvenire col “piano di pace per Gaza” tanto voluto da Trump, ovvero, Israele estromesso dalle decisioni importanti a vantaggio di attori regionali come Turchia e Qatar (grande alleato di Trump) che faranno di tutto per mettere in salvo quanto può essere salvato di Hamas e operare con modalità ostili a Israele.
Come se non bastasse, il continuo accodarsi di Netanyahu alla volontà di Trump proietta anche un enorme danno di immagine a livello internazionale per Israele che non appare più in grado di decidere in maniera autonoma e risoluta su questioni legate alla propria sicurezza. Di certo, non è questo lo scenario che si vorrebbe e si dovrebbe vedere dopo un eccidio come quello del 7 ottobre 2023, il più grande pogrom di ebrei dai tempi della Shoah.
(L'informale, 24 gennaio 2026)
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La condanna del sionismo cristiano da parte dei patriarchi ortodossi della Terra Santa scatena feroci reazioni
Una lettera da Gerusalemme mette in luce le divisioni all'interno del cristianesimo sui legami con Israele.
di Etgar Lefkovits
I capi delle Chiese ortodosse armena e greca in Terra Santa hanno scatenato una faida intra-cristiana criticando aspramente i sionisti cristiani per il loro sostegno a Israele, mettendo in luce le profonde divisioni all'interno del cristianesimo sui legami con lo Stato ebraico.
La disputa arriva in un momento di fiorenti relazioni tra Israele e la comunità evangelica di tutto il mondo, considerata eretica dalla Chiesa cattolica locale.
Ciò avviene sullo sfondo degli sforzi compiuti dai cristiani arabi in Israele che vogliono integrarsi pienamente nella società, sforzi che hanno preso slancio dopo l'attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele il 7 ottobre 2023.
Il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, la voce più influente della Chiesa cattolica in Terra Santa, è rimasto volutamente fuori dalla disputa.
Una lettera del 17 gennaio dei patriarchi e dei capi delle chiese di Gerusalemme, in particolare una non pubblicata dal patriarca latino, recita: “Le recenti attività intraprese da individui locali che promuovono ideologie dannose, come il sionismo cristiano, fuorviano l'opinione pubblica, seminano confusione e danneggiano l'unità del nostro gregge.
” Queste iniziative hanno trovato il favore di alcuni attori politici in Israele e oltre, che cercano di promuovere un'agenda politica che potrebbe danneggiare la presenza cristiana in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente“, continua la lettera.
I capi delle chiese hanno espresso preoccupazione per il fatto che i sionisti cristiani ”sono stati accolti a livello ufficiale sia a livello locale che internazionale“ e hanno insistito con fermezza sul fatto che ”solo loro rappresentano le Chiese e il loro gregge nelle questioni relative alla vita religiosa, comunitaria e pastorale cristiana in Terra Santa". “
David Rosen, ex direttore internazionale degli affari interreligiosi dell'American Jewish Committee, ha dichiarato martedì a JNS: ”Con il crescente ricorso alle voci evangeliche a favore di Israele, i cristiani subiscono forti pressioni all'interno delle loro comunità, che temono di essere visti come agenti degli interessi di Israele dai loro vicini musulmani“.
Ha affermato che il patriarca latino è stato ”costantemente più equilibrato" grazie alla sua familiarità con Israele. Questo equilibrio non è condiviso dagli altri leader della Chiesa tradizionale in Terra Santa, in parte perché il Vaticano è stato più sensibile dal punto di vista politico, ma anche a causa della composizione eterogenea del suo gregge in Terra Santa, composto in maggioranza da israeliani.
Le notizie sulle critiche del clero della Terra Santa nei confronti di Israele, alcune delle quali riportate in modo errato, sono state sfruttate dalle voci antisemite negli Stati Uniti che stanno combattendo i sionisti cristiani all'interno del Partito Repubblicano per il loro sostegno a Israele.
• “La Scrittura come autorità della Chiesa”
“Amo i miei fratelli e sorelle in Cristo delle chiese tradizionali e liturgiche e rispetto le loro opinioni, ma non credo che nessuna setta della fede cristiana debba rivendicare l'esclusività nel parlare a nome dei cristiani di tutto il mondo”, ha dichiarato in un comunicato l'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee.
“La mia fede cristiana si fonda sul giudaismo e senza di esso il cristianesimo non esisterebbe. Senza la visione del mondo giudaico-cristiana non esisterebbe la civiltà occidentale e senza la civiltà occidentale non esisterebbe l'America”, ha affermato.
Il ministro battista diventato ambasciatore ha continuato: “Il pensiero che Dio sia persino in grado di rompere un patto è anatema per noi che abbracciamo le Sacre Scritture come autorità della Chiesa”.
Huckabee ha recentemente tenuto un incontro con un leader cristiano israeliano, Ihab Shlayan, colonnello della riserva dell'IDF, che favorisce l'integrazione dei cristiani nella società israeliana. La successiva pubblicazione dell'incontro sui social media ha suscitato scalpore tra i leader religiosi in Terra Santa.
• Gli evangelici rispondono
“La lettera è inequivocabilmente sbagliata”, ha detto a JNS Sandra Hagee Parker, presidente di Christians United for Israel e figlia del suo fondatore, il leader evangelico texano John Hagee. “Non è altro che un palese tentativo di distorcere la fede cristiana per negare gli insegnamenti stessi di Gesù”.
“Dalla Genesi all'Apocalisse, la Bibbia è un documento sionista”, ha aggiunto.
“Negare il sostegno di Dio al suo Popolo Eletto significa negare la realtà della parola di Dio”.
Mike Evans, fondatore evangelico americano del Friends of Zion Museum di Gerusalemme, ha dichiarato in un'intervista telefonica con JNS: "Quando dicono di essere contrari ai sionisti cristiani, ciò che intendono realmente è che sostengono la ‘teologia della sostituzione’, secondo cui Dio ha annullato tutte le sue promesse al popolo ebraico.
“Sono terrorizzati dal sostegno di influenti pastori cristiani dopo aver pensato di aver emarginato il sionismo cristiano”, ha affermato.
Anche la International Christian Embassy Jerusalem, un'organizzazione evangelica sionista cristiana che ogni anno porta migliaia di pellegrini in Israele, ha condannato la dichiarazione dei leader della Chiesa.
“La promessa restaurazione di Israele nei tempi moderni gode di ampie credenziali bibliche sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento”, ha affermato la International Christian Embassy Jerusalem. “Il ritorno degli ebrei nella Terra di Israele riflette e afferma la natura fedele e il carattere di Dio di mantenere sempre le promesse del suo patto giurato, rafforzando così la fede cristiana invece di danneggiarla o minarla”.
La più grande organizzazione evangelica in Terra Santa ha aggiunto: “Il promesso ritorno degli ebrei a Sion è stato insegnato e abbracciato da molti cristiani devoti nel corso della storia della Chiesa, dagli apostoli originari e alcuni dei primi padri della Chiesa ai sacerdoti medievali, fino ai movimenti ecclesiastici protestanti ed evangelici dei giorni nostri”.
Il reverendo Peter Fast, amministratore delegato dell'organizzazione evangelica Bridges for Peace, ha dichiarato a JNS: “Questo sentimento codifica semplicemente una calunnia di lunga data che covava sotto la superficie da anni.
”In sostanza, la dichiarazione funge da cortina fumogena, un tentativo calcolato di distorcere e nascondere ciò che rappresenta il sionismo cristiano o biblico".
“I patriarchi e i capi delle chiese descrivono il sionismo cristiano come qualcosa di contrario alla fede biblica autentica, quando in realtà è vero il contrario”, ha detto Fast. “Alla fine, stanno resistendo alla loro stessa identità, al loro patrimonio e alle fondamenta della loro fede”.
Il vescovo Dennis Nthumbi, direttore africano della Israel Allies Foundation, ha detto: "Il tono di questa dichiarazione non è pastorale, è territoriale. Non sembra quello di un pastore che protegge le sue pecore, ma quello di amministratori che proteggono la loro giurisdizione.
“Ho il forte sospetto che la comunità cristiana in Israele sia sottoposta a forti pressioni politiche e religiose da parte di pericolosi elementi islamici al suo interno, e che la lettera sia il risultato dell'azione di gruppi radicali che odiano l'unità ecclesiastica degli ebrei e della comunità cristiana”, ha aggiunto il leader evangelico.
(JNS, 22 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Storica qualificazione: il bob israeliano debutta alle Olimpiadi
Israele scrive una nuova pagina della propria storia sportiva: per la prima volta una squadra di bob si è qualificata ai Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026. «I sogni diventano realtà. Per questo sogno, oggi è il giorno giusto», ha commentato Adam Edelman, capitano del team che da oltre otto anni lavora per portare il bob israeliano sul palcoscenico olimpico, dopo aver già rappresentato Israele nello skeleton.
La qualificazione è arrivata grazie ai risultati ottenuti in Coppa Nordamericana e a un successivo ripescaggio. Accanto a Edelman correranno Menachem Chen, Ward Fawarsy e Omer Katz, con Uri Zisman come riserva. Prima di questa qualificazione, i componenti della squadra gareggiavano in altri sport. Chen è stato per anni campione nazionale israeliano nel lancio del peso, Katz arriva dal crossfit e dal sollevamento pesi, mentre Fawarsy e Zisman provengono dal rugby: entrambi sono atleti drusi della Galilea. Percorsi diversi, uniti dalla scelta di reinventarsi e di affrontare una disciplina praticamente inesistente in Israele. «Stiamo andando a Milano per scrivere un’altra pagina di storia», ha dichiarato Edelman.
Con il team del bob, la delegazione israeliana ai Giochi invernali si allarga a nove atleti.
(Shalom, 23 gennaio 2026)
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Riflessioni sullo Shabbat
Ci sono momenti nella vita e nella storia di un popolo in cui non si aspetta che tutto sia pronto. Momenti in cui la partenza stessa diventa una rivelazione.
di Anat Schneider
Lettura settimanale – בֹּא– Bo – Vieni ; Esodo 10,1 – 13,16 ; Geremia 46,13 – 28
La sezione settimanale Bo descrive proprio uno di questi momenti, il passaggio dall'oscurità alla luce, dalla paura alla libertà, dal noto al coraggio di affrontare l'ignoto. Questa porta della fretta che la Torah ci apre ci pone la stessa domanda di allora: quando arriverà il momento in cui dovremo semplicemente andare?
Alcuni “pensieri sullo Shabbat”. Nei cinque libri di Mosè viene raccontata la storia del popolo d'Israele, dalla creazione del mondo alla redenzione nella Terra Promessa che Dio aveva promesso ad Abramo. Questi cinque libri sono suddivisi in letture settimanali. 25 anni fa mio suocero Ludwig Schneider ha scritto il libro “Chiave della Torah” sulle 54 letture settimanali. Un filo conduttore messianico che attraversa la Torah. La Torah ha 70 volti, si dice in ebraico. Vorrei illustrare alcune di queste sfaccettature per ampliare ulteriormente la visione. Le letture settimanali della Torah aprono i nostri occhi e il nostro cuore all'intera Parola di Dio, la Bibbia. La Torah getta luce sull'intero testo biblico, e così ogni volta scopriamo qualcosa di nuovo che ci stimola a riflettere e rende la Bibbia attuale e viva.
L'esodo dall'Egitto non avviene in un momento di calma. Non avviene dopo che tutto si è sistemato, dopo che la paura è svanita o l'immagine è diventata chiara. L'esodo dall'Egitto avviene proprio nel momento in cui la tensione raggiunge il suo apice, nella notte tra l'oscurità e la luce.
La sezione settimanale Bo ci pone proprio su questa soglia. Non c'è più una lunga lotta contro il faraone, non ci sono più negoziati, ma solo questo unico, intenso momento in cui non si può più tornare indietro. Il popolo deve muoversi, ora.
Si capisce che la fretta in questo momento non è solo il modo di partire, ma anche il modo di imparare. Non c'è tempo per la teoria, non c'è tempo per la comprensione concettuale. Il popolo impara in movimento. La libertà non si impara in classe, ma con il corpo, con i piedi che lasciano il suolo, con le mani che tengono la pasta non lievitata, con il cuore pronto a scommettere sull'ignoto.
L'imperfezione della partenza e le condizioni dell'esodo non sono affatto ideali, la pasta, ad esempio, non ha avuto il tempo di lievitare. Le provviste sono incomplete. Il futuro è incerto. Eppure c'è una chiara indicazione: andate ora. Si tratta di una fretta esistenziale. Non una corsa frenetica, ma la profonda consapevolezza che nella vita ci sono momenti in cui non si può aspettare la piena maturità. Il momento è arrivato e l'uomo è chiamato ad affrontarlo così com'è. Si apre un'occasione unica che non si ripeterà.
In questo passo l'Egitto non è descritto solo come un luogo di sofferenza, ma anche come un luogo di adattamento. La lunga schiavitù crea un ordine. Il dolore prolungato genera familiarità. E questa familiarità, anche se opprimente, trasmette un'illusoria sensazione di stabilità. In questo senso, l'Egitto non è solo geografia, ma uno stato d'animo. Un luogo in cui l'uomo sa come sopravvivere, anche se ha smesso di essere veramente vivo. L'Egitto è l'unica casa che gli Israeliti conoscono e nella coscienza umana la “casa” è un luogo sicuro. Ecco perché è così difficile lasciarla.
L'esodo non deve avvenire lentamente, perché la lentezza lascia spazio a calcoli che fanno aumentare il livello di paura. La paura, mascherata da cautela, riporta l'uomo al luogo familiare. Forse questo è il motivo per cui la rottura deve essere così netta, non solo perché il tempo stringe, ma perché c'è il pericolo di tornare indietro, a causa della logica, dell'auto-persuasione, di quella voce interiore che chiede ancora più certezza prima di osare fare il primo passo.
Il matzo – il simbolo dell'incompiuto. Una notte. Un pasto. Un segno sulla soglia della porta. Tutto si concentra sul momento in cui la decisione non è più teorica. Il matzo, il pane che non è lievitato, diventa qui un simbolo preciso. Non rappresenta solo la povertà, ma anche un inizio incompiuto.
Rappresenta l'uomo che è pronto a partire mentre è ancora in fase di elaborazione, proprio come l'impasto. Quando la nuova identità non è ancora consolidata e non ha ancora una forma definitiva.
La lievitazione e la maturazione arriveranno più tardi. Il matzo non è segno di carenza, ma di coraggio. Della disponibilità a scegliere una strada, anche se non si è ancora “pronti”, anche se la forma è ancora poco chiara e la nuova identità deve ancora formarsi. Questo è l'esatto contrario della tendenza umana ad aspettare il momento in cui saremo davvero pronti. Aspettare fino a quando sapremo dove stiamo andando. Aspettare fino a quando non avremo più paura. Capite, ci sono situazioni in cui l'attesa stessa mantiene la schiavitù. Ed è proprio la fretta che apre la porta alla libertà.
Credere attraverso il movimento. In questo senso, la sezione settimanale ci insegna che la libertà non è un concetto filosofico, ma un'abilità di vita. Si acquisisce solo quando si è disposti ad agire prima di capire tutto e ad avere fiducia prima di vedere dove porta la strada. Più tardi, nel deserto, ritroveremo questo atteggiamento quando il popolo d'Israele dirà alla Torah di Dio: “Na'asse VeNishma” - “Faremo e poi ascolteremo”. In altre parole, prima ancora di capire cosa, come e perché, faremo. Nel movimento capiremo.
Dio non promette al popolo alcun conforto. Non promette chiarezza. Non promette tranquillità. Promette presenza lungo il cammino. Passo dopo passo, in un deserto che non si è ancora rivelato nella sua interezza. Si tratta di un altro tipo di fede, non una fede che richiede prove preventive, ma una fede che è pronta a nascere dal movimento e dal grande dubbio. Quando nasce una fede di questo tipo, essa si imprime nella mente e rimane profondamente radicata. È una fede che non dipende dal risultato, ma dalla decisione. Dalla decisione di partire, anche se la strada non è ancora pronta e le domande sono più numerose delle risposte.
La responsabilità del momento. La fretta non esonera dalla responsabilità. Al contrario, richiede una responsabilità più profonda. La responsabilità di ascoltare e di prendere decisioni con prudenza e saggezza, con la consapevolezza che questo è il momento giusto. È unico e probabilmente non ci sarà una seconda possibilità. Ci sono momenti nella vita in cui restare è pericoloso quanto partire. Il testo non chiede se avremo successo lungo il cammino, ma se siamo pronti a intraprenderlo.
La fretta dell'esodo e tutte le usanze pasquali che sono nate in questo periodo non servono solo a ricordare il passato. Servono a porci una nuova domanda: dove mi trovo ora, sulla soglia della partenza? Sto ancora aspettando che tutto sia pronto, lievitato e pronto da mangiare? O sono pronto ad andare così come sono?
Pronto a confidare nel fatto che il cammino diventerà più chiaro man mano che procederò e che la fede crescerà, si rafforzerà e metterà radici. In ogni generazione questa fretta assume forme diverse, una decisione che non può più essere rimandata. Una verità che non può più essere taciuta. Una fase della vita in cui è chiaro che la chiamata è già risuonata. L'unica domanda che rimane è: saremo all'altezza della sfida?
Shabbat Shalom!
(Israel Heute, 23 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 31
Gli Israeliti sconfitti dai Filistei. Morte di Saul
- I Filistei si disposero in battaglia contro Israele, e gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei, e caddero morti in gran numero sul monte Ghilboa. I Filistei inseguirono accanitamente Saul e i suoi figli e uccisero Gionatan, Abinadab e Malchisua, figli di Saul. Il peso della battaglia gravò contro Saul; gli arcieri lo raggiunsero, ed egli si trovò in grande angoscia a causa degli arcieri. Saul disse al suo scudiero: “Sfodera la spada e trafiggimi, affinché questi incirconcisi non vengano a trafiggermi e a farmi oltraggio”. Ma lo scudiero non volle farlo, perché era preso da grande paura. Allora Saul prese la propria spada e vi si gettò sopra. Anche lo scudiero di Saul, vedendolo morto, si gettò sulla propria spada e morì con lui. Così, in quel giorno, morirono insieme Saul, i suoi tre figli, il suo scudiero e tutta la sua gente. Quando gli Israeliti che stavano dall'altra parte della valle, e oltre il Giordano, videro che la gente d'Israele si era data alla fuga e che Saul e i suoi figli erano morti, abbandonarono le città e fuggirono; e i Filistei andarono ad abitarle.
- L'indomani i Filistei vennero a spogliare i morti e trovarono Saul e i suoi tre figli caduti sul monte Ghilboa. Tagliarono la testa a Saul, lo spogliarono delle sue armi e mandarono intorno per il paese dei Filistei ad annunciare la buona notizia nei templi dei loro idoli e al popolo; e collocarono le armi di lui nel tempio di Astarte, e appesero il suo cadavere alle mura di Bet-San.
- Ma quando gli abitanti di Iabes di Galaad udirono quello che i Filistei avevano fatto a Saul, tutti gli uomini valorosi si alzarono, camminarono tutta la notte, tolsero dalle mura di Bet-San il cadavere di Saul e i cadaveri dei suoi figli, tornarono a Iabes e là li bruciarono. Poi presero le loro ossa, le seppellirono sotto la tamerice di Iabes, e digiunarono per sette giorni.
(Notizie su Israele, 23 gennaio 2026)
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Board of Peace o Spectre? Il ricatto di Trump a Israele
Parliamoci chiaro, Israele nel cosiddetto “Board of Peace” non ci voleva proprio stare. Il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha resistito fino alla fine. Troppi i nemici dello Stato Ebraico nella lista dei partecipanti. Che poi partecipanti a cosa? Ma Israele è (ancora) troppo dipendente dagli aiuti militari americani per far arrabbiare Donald Trump, e il Presidente americano troppo vendicativo per poter dire di no. E alla fine Netanyahu ha dovuto cedere.
Ricattato, chiamiamo le cose con il loro nome. Anzi, l’ennesimo ricatto dopo quello che ha portato al cessate il fuoco con Hezbollah, all’interruzione della guerra con l’Iran e infine al cessate il fuoco con Hamas.
Trump sta facendo fare a Israele quello che vogliono le monarchie del Golfo, particolarmente il Qatar e l’Arabia Saudia. Trump stesso sembra fare quello che vogliono gli arabi, compreso il mancato attacco all’Iran.
Ma se Trump ha una forza militare tale da poter decidere quello da fare e quello no, Israele questa forza non ce l’ha, o meglio, è legata a doppio filo alle armi americane, almeno per il momento. E se deve buttare all’aria mesi di strepitose vittorie, fermare un’offensiva sull’Iran quando gli iraniani non hanno più niente con cui difendersi perché Trump ha deciso così, purtroppo lo deve fare.
Nessuno dirà mai che Trump ha costretto Netanyahu a fare quello che voleva lui, il consenso verso Israele in America è bipartisan e la comunità ebraica sposta voti, ma è così che è andata. Non c’è da girarci intorno.
E adesso questo fantomatico “Board of Peace” che assomiglia più ad una Spectre piuttosto che un “comitato per la pace”. L’idea era quella di creare qualcosa che coordinasse la ricostruzione di Gaza una volta che Hamas si fosse disarmato e ne avesse ceduto il controllo. Adesso sembra più un sostituto delle Nazioni Unite con però un unico capo (Trump) con diritto di vita e di morte su tutti. Un imperatore che raccoglie il peggio del peggio reperibile sulla Terra. Mancano i Talebani e poi i dittatori e violatori dei Diritti Umani ci sono tutti.
Netanyahu non voleva nemmeno cedere la Striscia di Gaza a Witkoff e soci, che poi sono immobiliaristi amici dell’Imperatore Trump, soci in affari dei figli e del genero e gente del genere. Ma già ieri il genero del boss, Jared Kushner, spiegava ai potenziali investitori quanto si potrebbe guadagnare a trasformare la Striscia di Gaza in un immenso resort con campi da golf e cosucce del genere. Quindi Netanyahu lo farà, perché non può non farlo… di nuovo.
(Rights Reporter, 23 gennaio 2026)
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Le gite scolastiche ad Auschwitz non hanno chiuso i cancelli
all’antisemitismo
di Lucetta Scaraffia
Tante celebrazioni strappacuore, tanti mai più, tante gite scolastiche ad Auschwitz, alle quali spesso si aggiungevano politici locali in cerca di visibilità: questo sono state le giornate della Memoria negli anni passati, e dopo il 7 ottobre abbiamo avuto la prova evidente che sono servite a poco o niente. O, peggio ancora, a far nascere nei confronti degli ebrei un leggero fastidio, sia perché la loro storia triste rovinava le festosità di una gita scolastica, sia perché il loro status di vittime, di vittime privilegiate, li poneva sempre in vantaggio in una società in cui il successo mediatico delle vittime stava diventando una realtà.
Non è facile per i non ebrei affrontare il 27 gennaio: anche se la colpa della Shoah viene attribuita interamente ai cattivi nazisti, ormai quasi completamente scomparsi, chiunque, anche a digiuno di storia, capisce che ci sono state tante complicità da parte degli altri di ogni Paese coinvolto nella persecuzione. Silenzi di chi non vuol vedere, non vuol sapere, non vuol credere a un male così tremendo, ma anche di chi ha usufruito di un posto di lavoro che un ebreo è stato costretto a lasciare o ha preso qualche oggetto che gli piaceva da una casa da dove erano stati trascinati via gli abitanti ebrei. Complicità con il male che vogliamo dimenticare, ricordando con gran risalto i pochi che hanno salvato gli ebrei nascondendoli, facendo finta che, oggi, tutti saremmo coraggiosi come loro.
Forse i ragazzi che militano nelle file dei pro-Pal, che denunciano il “genocidio” di Gaza, hanno colto questi silenzi, queste ipocrisie, e hanno deciso di dire quello che non si poteva dire: che gli ebrei sono cattivi, che l’antisemitismo ha delle buone ragioni per esistere. L’unica cosa che si può dire allora è la verità, ma completa, senza ipocrisie. Una verità che racconti come l’odio verso gli ebrei non è solo dei nazisti, ma ha radici lunghe e persistenti, che non sono state tagliate. Neppure da sei milioni di morti.
(Il Riformista, 23 gennaio 2026)
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«Israele è forte e ci protegge»
La prossima settimana terrà il discorso in occasione della Giornata della Memoria al Bundestag. Insieme al nipote Aron Goodman, Tova Friedman parla in un'intervista della sua visione della Germania e delle sue attività su TikTok.
di Michael Thaidigsmann
- Signora Friedman, da bambina è sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz. La prossima settimana parlerà alla cerimonia commemorativa della Giornata della Memoria nel Bundestag tedesco. È la prima volta che viene in Germania?
Friedman: No, è già la terza volta. Prima non volevo venire in Germania. Ma poi improvvisamente sono stata invitata. L'anno scorso sono stata a Bonn, dove ho potuto parlare davanti a circa 200 studenti nella bellissima Haus der Geschichte. È stato meraviglioso. L'altra volta sono stata a Dachau con mia nipote per cinque giorni, in occasione di una conferenza per giovani. Ora è il momento della mia terza visita.
- Sa già cosa dirà al Bundestag?
Friedman: Devo ancora preparare il discorso.
- Può già rivelarci qualcosa?
Friedman: Sarà un discorso semplice e chiaro. Parlerò lentamente, perché ogni parola è importante. Non sono una politica esperta. Mi è stato detto che vorrebbero sapere qualcosa della mia vita. Quindi racconterò della mia infanzia e della mia vita. Di come sono arrivata ad Auschwitz all'età di cinque anni e mezzo e delle esperienze che ho dovuto vivere lì. Inoltre spiegherò perché per me è così importante parlare ancora oggi di questo argomento. E accennerò un po' alla situazione mondiale attuale.
- Avrebbe mai immaginato di parlare un giorno al Parlamento tedesco?
Friedman: Assolutamente no! Se me lo avesse detto cinque anni fa, le avrei riso in faccia. Non volevo più sentire la lingua tedesca. E ho paura dei pastori tedeschi.
- Il latrato dei cani le fa ancora venire in mente Auschwitz?
Friedman: Assolutamente sì. Non solo i ricordi di Auschwitz, ma di tutto il periodo della guerra. Da quando avevo due o tre anni, i pastori tedeschi sono per me la cosa più terribile che esista. E fino a poco tempo fa non pensavo proprio di andare in Germania.
- Perché ha cambiato idea?
Friedman: Ha a che fare con il fatto che oggi la Germania prende molto sul serio la lotta contro l'antisemitismo. Al momento è uno dei pochi paesi che sta dalla nostra parte. Lo dico anche come sionista. Questo sostegno significa molto per me. Per questo sono felice di venire in Germania.
- Tuttavia, dal 7 ottobre 2023 anche in Germania si è registrato un drammatico aumento degli episodi di antisemitismo.
Friedman: Certo. Ma è successo ovunque. Recentemente ho letto un articolo sull'Inghilterra. È diventato così antisemita che è quasi impossibile visitarla! In ogni caso, non resterò a guardare senza fare nulla e non resterò in silenzio. Non è nel mio stile.
- Molti vedono un nesso tra il crescente odio verso gli ebrei e il conflitto in Medio Oriente. Crede che l'odio diminuirà quando la situazione a Gaza si sarà pacificata?
Friedman: Noi ebrei diciamo sempre: anche questo passerà.
- In altre parole: lei è ottimista.
Friedman: Sì. E sa perché? Perché abbiamo Israele. Israele è forte e ci protegge. L'antisemitismo è antico, esiste da più di 2000 anni. Ma i grandi popoli che volevano sterminarci sono scomparsi: gli antichi Greci, per esempio, e gli antichi Romani. Noi ebrei, invece, siamo ancora qui. C'eravamo già 3000 anni fa e ci saremo ancora tra 2000 anni.
- Ma perché l'odio verso gli ebrei continua ad esistere dopo tutto quello che è successo durante l'Olocausto?
Friedman: Vorrei saperlo. Ci sono molte teorie al riguardo. Una controdomanda: cosa risponderebbe lei? Forse tra i suoi amici o conoscenti ci sono degli antisemiti. Ha mai chiesto loro perché la pensano così su di noi? In Germania ho incontrato molte persone perbene che hanno scoperto che i loro genitori o nonni erano nazisti, ma loro non lo sono. Questo mi dà speranza. Non so quale sia la spiegazione giusta. Ma so che dobbiamo combattere l'antisemitismo. Non porgeremo l'altra guancia!
- È preoccupato che le giovani generazioni non sappiano quasi più cosa è stato fatto a lei e a molti altri ebrei durante l'Olocausto?
Friedman: Purtroppo è così. Molti non lo sanno. Ed è qui che entra in gioco mio nipote Aron. Grazie al suo lavoro raggiungiamo milioni di giovani. Vorrei che ci fossero più Aron. Sarebbe meraviglioso.
- Riceve molti commenti sui suoi video TikTok?
Friedman: Molti mi dicono: “Che nipote meraviglioso ha, che fa una cosa del genere con lei”. Oppure mi chiedono quanti anni ha. Per strada la gente mi ferma e mi dice: “Lei non è la nonna di Aron?” Recentemente qualcuno mi ha chiesto: “Ha davvero solo 20 anni? Sembra molto più maturo”...
Goodman: È la prima volta che sento questa storia...
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Tova Friedman con il suo niote Aron
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- Signor Goodman, quando ha iniziato a girare video con sua nonna?
Goodman: È stato quando ancora andavo a scuola, nel 2021.
- I video hanno avuto subito successo?
Goodman: No, all'inizio no. Le ho detto: “Non ti scoraggiare se nessuno li guarda”. Ma dopo alcuni mesi, quando ho pubblicato altri video, le visualizzazioni hanno iniziato ad aumentare.
- Come è successo? È stata una sua idea?
Goodman: Sì. Durante una cena di Shabbat ho chiesto a mia nonna se le andasse di fare qualcosa. In precedenza avevo visto molto antisemitismo e negazionismo dell'Olocausto sui social media. Le ho detto: «Dovremmo parlare della tua storia». Poi abbiamo semplicemente iniziato.
- Perché proprio su TikTok?
Goodman: Ci sono diversi motivi: in primo luogo, conosco bene l'algoritmo e so cosa funziona e cosa no. In secondo luogo, ho visto molto antisemitismo su TikTok. È stato fatto poco per contrastarlo. E in terzo luogo, molti della mia generazione ottengono le loro informazioni proprio da TikTok. Inoltre, in molte scuole degli Stati Uniti l'Olocausto viene insegnato poco o per niente, soprattutto nel sud del Paese, ma anche nel New Jersey. Vogliamo raggiungere e rivolgerci a questi giovani. Infine, vogliamo promuovere un insegnamento scolastico migliore in materia di Olocausto.
- Su TikTok non ci sono prevalentemente contenuti problematici, proprio su questo tema?
Goodman: Non vedo i nostri video come parte di una competizione tra informazioni buone e cattive. Alcuni guardano i nostri video, altri invece guardano contenuti antisemiti. Il nostro obiettivo è raggiungere le persone prima che ricevano informazioni errate. Molti ci scrivono: “Non avevo mai sentito parlare dell'Olocausto prima d'ora, ma ora mi sono imbattuto nel vostro video”. È proprio questo il punto.
- Signora Friedman, all'inizio sapeva cosa fosse TikTok?
Friedman: Mia figlia ha lavorato per l'azienda che produce Tic Tac. Sa, quelle caramelle bianche. Era tutto ciò che associavo a quel termine fino ad allora. E ho pensato: perché mai un'azienda che produce caramelle dovrebbe interessarsi all'Olocausto? Aron mi ha poi spiegato tutto. Mi ha chiesto: «Hai due minuti?» Io ho risposto: «Solo due minuti?» E lui: «La gente non guarda comunque più a lungo». Gli ho chiesto: «Ma chi lo guarderà?» Sa, non sono molto esperto di media, la mia generazione non è molto attiva sui social media. Ma poi abbiamo fatto due domande e risposte e due settimane dopo Aron mi ha detto: «Alcune persone stanno reagendo». Gli ho chiesto: «Chi sono queste persone?». Ed è così che è iniziato tutto. Mi ha insegnato come funziona.
- Quanti video ha prodotto finora?
Goodman: Più di 200. Le faccio delle domande e lei risponde, per cinque-dieci minuti. Poi monto tutto alla lunghezza giusta.
- Qual è la lunghezza giusta?
Goodman: Prima erano solo 15-30 secondi, ora tendono ad essere più di un minuto, perché questo è ciò che l'algoritmo preferisce. Ma è molto difficile selezionare i 60 secondi più importanti da dieci minuti.
- Difficile, ma non impossibile?
Friedman: Diciamo che è un'arte. E Aron la padroneggia. Mi dice anche quali parole funzionano e quali no. Dedica molte ore di lavoro a ciascuno di questi video.
- Aron, lei studia a St. Louis, sua nonna vive nel New Jersey. Come riesce a organizzare tutto dal punto di vista logistico?
Goodman: Quando la vedo durante le vacanze semestrali, la riprendo per diverse ore. Questo basta per diversi video. Poi li monto quando torno al college.
- E come scegli gli argomenti?
Goodman: Molte delle domande vengono dagli spettatori stessi. Inoltre, ormai conosco molto bene la storia della vita di mia nonna e ho un'idea di ciò che potrebbe interessare alle persone e di ciò che forse meno. Inoltre, ho naturalmente a disposizione i suoi video precedenti. A volte affrontiamo anche questioni di attualità. Abbiamo ampliato l'argomento oltre l'Olocausto e discutiamo anche questioni relative alla vita ebraica odierna, ad esempio gli attacchi agli ebrei ad Amsterdam o il 7 ottobre 2023.
- Con questi video vuole anche stimolare il dibattito?
Goodman: No. Abbiamo due obiettivi: diffondere informazioni sull'Olocausto e raggiungere il maggior numero possibile di persone. Evitiamo consapevolmente anche le controversie di politica interna. Ad esempio, “Fox News” voleva fare un'intervista su un funzionario di Trump e l'antisemitismo. Ma io ho rifiutato. Vogliamo raggiungere il maggior numero possibile di persone.
- Da dove provengono le persone che guardano i vostri video?
Goodman: La maggior parte proviene dagli Stati Uniti, a causa dell'algoritmo di TikTok. Ma circa il 25-30% proviene dall'estero. Abbiamo spettatori in tutto il mondo. Una volta mia nonna è stata riconosciuta persino in Kenya. Le scuole australiane ci scrivono e anche in India e Azerbaigian ci conoscono.
- Ha mai pensato di tradurre i video in altre lingue?
Goodman: Sì, soprattutto in spagnolo. Forse lo farò con degli amici che conoscono lo spagnolo. O con un'intelligenza artificiale. Una volta abbiamo anche realizzato un video in yiddish. Uno spettatore voleva sapere quante lingue parla mia nonna, e lo yiddish è una di queste.
- E quale dei suoi video ha avuto più successo?
Goodman: Quello in cui mostra il suo numero di Auschwitz tatuato. Perché lì tutti possono vedere che non si tratta solo di un racconto, ma che c'è una prova visibile.
- Signora Friedman, prima ha menzionato Israele. Ha la sensazione che il mondo stia voltando le spalle allo Stato ebraico?
Friedman: Assolutamente sì.
- Perché lo sta facendo?
Friedman: Perché molte persone semplicemente non sanno cosa sta succedendo. La gente cerca dei capri espiatori, ad esempio perché l'economia non va bene. Anche i tedeschi durante la guerra credevano che uccidendo gli ebrei la loro vita sarebbe migliorata. Ma io dico a tutti: non ci faremo più trasformare in capri espiatori! Una volta ho tenuto una conferenza in un'università del Midwest degli Stati Uniti, dove in precedenza c'erano state manifestazioni antisemite, anche se in realtà lì non vivono ebrei. Ho chiesto al rettore dell'università: «Perché mi ha invitato, se qui non ci sono ebrei?» Mi ha risposto: «Proprio per questo l'ho invitata. Perché qui si protesta contro persone che i manifestanti non conoscono affatto». Questo è proprio il punto: molte persone non ci conoscono.
Goodman: Ho lavorato a New York e lì mi sento al sicuro. L'unica cosa che mi ha davvero scioccato è stato il prezzo del biglietto della metropolitana.
- Cosa bisognerebbe fare per rendere il mondo più sicuro per gli ebrei?
Friedman: Bisognerebbe conoscerci. Intendo dire, conoscerci davvero. Noi ebrei siamo il popolo della Scrittura. L'istruzione è tutto per noi. Quest'anno compirò 88 anni, ma continuo ancora a studiare. Seguo tre corsi al giorno, su Zoom. Non siamo mai stati un popolo della spada. Purtroppo, il mondo ci costringe a diventarlo. Ah, se solo le persone ci conoscessero.
- Cosa succederà quando non ci saranno più sopravvissuti alla Shoah che potranno raccontare la loro storia?
Friedman: Aron, come pensi che sarà?
Goodman: Non so se la nostra generazione sarà in grado di portare avanti un tale retaggio. È una sfida enorme. Tu sei la prova vivente della Shoah. Puoi alzarti e dire: «Io c'ero, ero ad Auschwitz». Ma tra dieci o vent'anni non ci sarà più nessuno che potrà dirlo. Allora dovremo alzarci in piedi noi per voi. E questa è una grande responsabilità. Oggi si sentono voci che negano l'Olocausto. Ma troppo raramente si sentono le voci delle persone ragionevoli che conoscono la storia. Dobbiamo abbandonare l'atteggiamento secondo cui «tutti i bambini conoscono l'Olocausto». Non è così. Ci sono persone che non ne sanno nulla. Dobbiamo cambiare questa situazione.
Friedman: Penso spesso che persone come lei – cristiani che conoscono gli ebrei, che scrivono, che informano – siano importanti. Gli antisemiti forse ascoltano più lei e ciò che scrive piuttosto che persone come me. Nel mio caso si potrebbe pensare che io abbia un interesse personale, ma lei no. Abbiamo bisogno dei non ebrei nella lotta contro l'antisemitismo.
- Ma le persone sono davvero disposte ad ascoltare? O spesso hanno già opinioni consolidate?
Friedman: Molti sono semplicemente ignoranti. Urlano slogan come «From the River to the Sea» senza nemmeno sapere a quale mare si riferiscano. Alcuni non sanno nemmeno dove si trova Israele.
Goodman: È importante raggiungere sempre nuove persone. È il compito della nostra vita. E non finisce mai.
Friedman: E non dobbiamo raggiungerle solo una volta, ma sempre e continuamente. Le persone hanno bisogno di ripetizioni per comprendere davvero qualcosa e interiorizzarlo. Finché esisterà l'antisemitismo, dovremo continuare. E dobbiamo formare bene gli insegnanti.
- A proposito di formazione degli insegnanti: Yad Vashem sta progettando un centro di formazione sull'Olocausto in Germania. Cosa ne pensate?
Friedman: È una buona cosa. Ce ne dovrebbe essere uno in ogni paese. Almeno, questo è ciò che auspico.
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PROFILO
Tova Friedman è nata il 17 settembre 1938 come Tova Grossman a Gdynia, non lontano da Danzica. All'età di cinque anni fu deportata insieme alla madre nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. La bambina di sei anni si trovava insieme ad altri bambini in un'anticamera della camera a gas. Ma sopravvisse perché ci fu un guasto tecnico e l'uccisione fu interrotta dalle SS. Dopo la guerra, la ragazza trascorse diversi anni in un sanatorio tedesco per malati di tubercolosi e in vari campi profughi. Nel 1950 Friedman emigrò con i suoi genitori negli Stati Uniti. A New York studiò psicologia e letteratura. Con suo marito Maier Friedman si trasferì per dieci anni in Israele, dove insegnò all'Università Ebraica di Gerusalemme. In seguito diresse un servizio di consulenza familiare ebraico nel New Jersey. Ancora oggi Tova Friedman lavora lì come terapeuta. Sul profilo TikTok gestito da suo nipote Aron Goodman, dove racconta in brevi video le sue esperienze ad Auschwitz e risponde alle domande dei giovani, Friedman ha ormai 520.000 follower. Nel 2022 ha pubblicato insieme a Malcolm Brabant le sue memorie nel libro “Ich war das Mädchen aus Auschwitz” (Penguin-Verlag), che è rimasto a lungo nella classifica dei bestseller dello “Spiegel”. L'intervista all'ottantasettenne, che terrà il discorso commemorativo del 27 gennaio al Bundestag, e a suo nipote Aron Goodman (20) è stata condotta da Michael Thaidigsmann.
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(Jüdische Allgemeine, 23 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Irlanda: la metà degli adulti non sa che 6 milioni di ebrei sono stati assassinati nella Shoah
di Nina Prenda
La metà degli adulti irlandesi non sa che 6 milioni di ebrei sono stati assassinati durante la Shoah, ha rilevato un nuovo sondaggio della Conferenza sulle Rivendicazioni Materiali Ebraiche contro la Germania (Claims Conference).
Condotto dal 25 ottobre al 6 novembre 2025, il sondaggio online su 1.000 adulti irlandesi ha anche rilevato che l’8% delle persone in Irlanda crede che la Shoah sia un mito e non sia accaduta, mentre il 17% crede che il numero di ebrei uccisi sia stato notevolmente esagerato.
Il sondaggio si aggiunge a una serie di indagini della Claims Conference, che sponsorizza i programmi di educazione alla Shoah. Il numero di adulti irlandesi che credevano che il bilancio delle vittime della Shoah fosse stato notevolmente esagerato era leggermente superiore a quello degli Stati Uniti (dato al 15%) e del Regno Unito (dato all’11%), ma molto inferiore rispetto alla Francia, dove la Conferenza ha scoperto che un terzo degli adulti ritiene che il bilancio delle vittime sia stato notevolmente esagerato. Un quarto degli adulti irlandesi ha dichiarato di credere che la distorsione fosse comune nel proprio Paese, rispetto al 49% degli adulti negli Stati Uniti, al 44% in Francia e Germania e al 47% in Ungheria.
L’Irlanda, che conta circa 2.700 ebrei, è stata accusata di antisemitismo negli ultimi anni per le sue critiche pubbliche a Israele durante la guerra a Gaza. Nel dicembre 2024, Israele ha chiuso la sua ambasciata a Dublino, citando “la retorica antisemita del governo irlandese contro Israele”. A ottobre, il Paese ha eletto una nuova presidente, Catherine Connolly, che ha duramente criticato Israele in parlamento e ha dovuto affrontare reazioni negative per i suoi commenti in difesa di Hamas.
Anche in Irlanda si sono verificati episodi antisemiti che non hanno come obiettivo Israele. Il mese scorso, una strada rurale in Irlanda è stata imbrattata con graffiti che recitavano “RAT”, “JEW” e “USA”, insieme a svastiche e stelle di David.
La Claims Conference ha rilevato che nove adulti irlandesi su 10 credono che la Shoah dovrebbe essere insegnata nelle scuole.
“Metà degli adulti irlandesi non sa che sei milioni di ebrei sono stati assassinati, uno su cinque dubita della verità della Shoah e metà dei giovani sta vedendo la negazione online. Eppure quasi nove su dieci lo vogliono l’insegnamento del fenomeno nelle scuole. Questa non è una mancanza di volontà pubblica. È una lacuna nel nostro sistema educativo”, ha detto Maurice Cohen, presidente del Consiglio rappresentativo ebraico d’Irlanda, in una dichiarazione. “Il pubblico vuole in modo schiacciante l’educazione alla Shoah”.
In Irlanda, l’età media dei sopravvissuti è di 87 anni. Molti sopravvissuti di spicco – tra cui Josef “Joe” Veselsky, un campione di tennis da tavolo che è stato riconosciuto come l’uomo più anziano dell’Irlanda per oltre un anno prima della sua morte a dicembre – sono morti negli ultimi mesi.
“Mentre la Shoah si allontana da noi nel tempo, dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per educare le giovani menti a cui sarà affidata questa eredità”, ha detto Oliver Sears, il fondatore di Holocaust Awareness Ireland, in una dichiarazione. “Combattere la negazione della Shoah e la distorsione su Internet e sui social media deve essere una priorità”.
(Bet Magazine Mosaico, 23 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 30
Gli Amalechiti saccheggiano e incendiano Siclag e sono poi sconfitti da Davide
- Tre giorni dopo, quando Davide e la sua gente furono giunti a Siclag, ecco che gli Amalechiti avevano fatto una scorreria verso il sud e verso Siclag; avevano preso Siclag e l'avevano incendiata; avevano fatto prigionieri le donne e tutti quelli che vi si trovavano, piccoli e grandi; non avevano ucciso nessuno, ma avevano portato via tutti e se ne erano tornati da dove erano venuti. Quando Davide e la sua gente giunsero alla città, ecco che essa era distrutta dal fuoco, e le loro mogli, i loro figli e le loro figlie erano stati portati via prigionieri. Allora Davide e tutti quelli che erano con lui alzarono la voce e piansero, finché non ebbero più forza di piangere. Le due mogli di Davide, Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel che era stata moglie di Nabal, erano anche loro prigioniere.
- Davide fu grandemente angosciato perché la gente parlava di lapidarlo, essendo l'animo di tutti amareggiato a causa dei loro figli e delle loro figlie; ma Davide si fortificò nell'Eterno, nel suo Dio. Davide disse al sacerdote Abiatar, figlio di Aimelec: “Ti prego, portami qua l'efod”. E Abiatar portò l'efod a Davide. Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo inseguire questa banda di predoni? la raggiungerò?”. L'Eterno rispose: “Inseguila, poiché certamente la raggiungerai e potrai recuperare ogni cosa”. Davide dunque andò con i seicento uomini che aveva con sé, e giunsero al torrente Besor, dove quelli che erano rimasti indietro si fermarono: ma Davide continuò l'inseguimento con quattrocento uomini: duecento erano rimasti indietro, troppo stanchi per poter attraversare il torrente Besor.
- Trovarono nella campagna un Egiziano e lo condussero a Davide. Gli diedero del pane che egli mangiò e dell'acqua da bere; e gli diedero un pezzo di schiacciata di fichi secchi e due grappoli d'uva. Quando egli ebbe mangiato, si riprese, perché non aveva mangiato pane né bevuto acqua per tre giorni e tre notti. Davide gli chiese: “A chi appartieni? e di dove sei?”. Egli rispose: “Sono un giovane Egiziano, servo di un Amalechita; e il mio padrone mi ha abbandonato perché tre giorni fa caddi malato. Abbiamo fatto una scorreria nella regione meridionale dei Cheretei, sul territorio di Giuda e nella regione meridionale di Caleb, e abbiamo incendiato Siclag”. Davide gli disse: “Vuoi condurmi giù dov'è quella banda?”. Egli rispose: “Giurami per il nome di Dio che non mi ucciderai e non mi darai nelle mani del mio padrone, e io ti condurrò giù dov'è quella banda”. Quando egli l'ebbe condotto là, ecco che gli Amalechiti erano sparsi dappertutto per la campagna, mangiando, bevendo e facendo festa, a motivo del gran bottino che avevano portato via dal paese dei Filistei e dal paese di Giuda. Davide diede loro addosso dalla sera di quel giorno fino alla sera del giorno dopo; e non ne scampò uno, tranne quattrocento giovani, che montarono su dei cammelli e fuggirono. Davide recuperò tutto quello che gli Amalechiti avevano portato via e liberò anche le sue due mogli. E non mancò nessuno, né dei piccoli né dei grandi, né dei figli né delle figlie, e nulla del bottino, né nessun'altra cosa che gli Amalechiti avessero preso. Davide ricondusse via tutto. Davide riprese anche tutte le greggi e tutte le mandrie; e quelli che conducevano questo bestiame e camminavano alla sua testa, dicevano: “Questo è il bottino di Davide!”.
- Poi Davide tornò verso quei duecento uomini che per la grande stanchezza non avevano potuto stargli dietro e che egli aveva fatto rimanere al torrente Besor. Quelli si fecero avanti incontro a Davide e alla gente che era con lui. Davide, accostatosi a loro, li salutò. Allora tutti i tristi e i perversi fra gli uomini che erano andati con Davide, presero a dire: “Poiché costoro non sono venuti con noi, non gli daremo nulla del bottino che abbiamo recuperato; tranne a ciascuno di loro la propria moglie e i propri figli; se li portino via e se ne vadano!”. Ma Davide disse: “Non fate così, fratelli miei, riguardo alle cose che l'Eterno ci ha date: Lui che ci ha protetti e ha dato nelle nostre mani la banda che era venuta contro di noi. Chi vi darebbe retta in questa proposta? La parte di chi scende alla battaglia dev'essere uguale alla parte di colui che rimane vicino ai bagagli; faranno tra loro parti uguali”. Da quel giorno in poi si fece così; Davide ne fece in Israele una legge e una norma, che sono durate fino al giorno d'oggi.
- Quando Davide fu tornato a Siclag, mandò parte di quel bottino agli anziani di Giuda, suoi amici, dicendo: “Eccovi un dono che viene dal bottino preso ai nemici dell'Eterno”. Ne mandò a quelli di Betel, a quelli di Bamot della regione meridionale, a quelli di Iattir, a quelli di Aroer, a quelli di Simot, a quelli di Estemoa, a quelli di Racal, a quelli delle città degli Ierameeliti, a quelli delle città dei Chenei, a quelli di Corma, a quelli di Cor-Asan, a quelli di Atac, a quelli di Ebron, e a quelli di tutti i luoghi che Davide e la sua gente avevano percorso.
(Notizie su Israele, 22 gennaio 2026)
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Trump ribadisce la sua minaccia di “spazzare via” Hamas, ma chi gli crede ancora?
A Davos, il presidente degli Stati Uniti ha nuovamente promesso un intervento militare qualora Hamas si rifiutasse di consegnare le armi, ma dopo mesi di minacce senza conseguenze, quasi nessuno in Israele o a Gaza lo prende sul serio.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - A Davos, il presidente degli Stati Uniti ha nuovamente promesso misure militari qualora Hamas si rifiutasse di consegnare le armi, ma dopo mesi di minacce senza conseguenze, quasi nessuno in Israele o a Gaza prende sul serio queste dichiarazioni.
Theodore Roosevelt esortava i capi di Stato e di governo a “camminare in silenzio e portare con sé un grosso bastone”. Dopo quello che ha fatto in Iran e in Venezuela, sarebbe sbagliato affermare che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non porti con sé un grosso bastone o abbia paura di usarlo. Ma di certo non cammina con passo leggero. E nonostante i suoi successi, ripetere la stessa minaccia e non metterla in atto non fa altro che rafforzare le posizioni dei nemici.
Mercoledì a Davos, Trump ha nuovamente lanciato un chiaro avvertimento a Hamas, dichiarando davanti al pubblico del Forum economico mondiale che l'organizzazione terroristica sarà “distrutta molto rapidamente” se non si disarmerà nell'ambito dell'iniziativa di pace del suo governo per la Striscia di Gaza.
Non è la prima volta che Trump usa parole del genere. In precedenza aveva giurato di “aprire le porte dell'inferno” a Hamas se non avesse rispettato la seconda fase del suo piano in 20 punti. Ma in ogni caso il copione si è ripetuto: Hamas rifiuta pubblicamente il disarmo e non ci sono conseguenze.
Durante una sessione di domande dal vivo con l'ex ministro degli Esteri norvegese Børge Brende, Trump ha insistito sul fatto che Hamas ha accettato di consegnare le armi. “Sono nati con un fucile in mano. Non è una cosa facile per loro, ma hanno accettato”, ha detto.
Ha promesso che il mondo saprà “nei prossimi due o tre giorni, sicuramente entro le prossime tre settimane” se Hamas rispetterà l'accordo. “Se non lo faranno, saranno spazzati via molto rapidamente”, ha aggiunto.
• Promesse fatte, scadenze non rispettate
La clausola sul disarmo è un pilastro della strategia di Trump per Gaza, che combina una forza di stabilizzazione multinazionale con un governo tecnocratico sotto un consiglio di pace guidato dagli Stati Uniti. Una cerimonia per la firma del consiglio è prevista per questa settimana a Davos, alla quale è stato invitato, tra gli altri, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
In pratica, tuttavia, Hamas non ha mostrato alcuna intenzione di rispettarlo. Nelle ultime settimane, il gruppo non solo ha apertamente rifiutato il disarmo, ma si è anche riarmato, riorganizzato e ha ripreso il controllo di ampie zone della Striscia di Gaza, secondo quanto riferito soggiogando la popolazione locale con arresti e intimidazioni armate.
I servizi segreti israeliani riferiscono che l'ala militare di Hamas sta consolidando le sue forze a Khan Yunis e nella città di Gaza, mentre gli attivisti politici hanno ripreso il controllo delle infrastrutture civili, proprio il comportamento che il piano di Trump avrebbe dovuto porre fine.
Da parte sua, Hamas ha ripetutamente definito “delirante” la richiesta di Trump di disarmarsi e ha ribadito che non rinuncerà mai alle sue armi finché Israele esisterà.
• Il divario di fiducia si allarga
Nonostante l'affermazione retorica di Trump secondo cui “decine di nazioni” sostengono il piano e “vogliono invadere e eliminare Hamas”, né le truppe statunitensi né le forze alleate hanno intrapreso azioni concrete per imporre il disarmo dall'inizio del cessate il fuoco.
Alti funzionari israeliani hanno abbandonato ogni speranza di un intervento militare significativo da parte degli Stati Uniti. “La probabilità che Hamas deponga le armi è pari a quella che Israele vinca i [mondiali di calcio]”, ha affermato il ministro Avi Dichter poco dopo l'entrata in vigore della tregua di Trump. “Deve essere fatto con la forza”.
In un'intervista rilasciata un anno prima, il professor Eyal Zisser aveva avvertito che l'invio di una forza internazionale inefficace a Gaza avrebbe solo aumentato la probabilità che Hamas conservasse le proprie armi. “Dipende tutto da Israele. Nessuno sconfiggerà Hamas al posto nostro”, aveva sottolineato. “Se loro [la forza internazionale di stabilizzazione] saranno lì, Israele non potrà fare nulla contro Hamas, perché quest'ultimo si nasconderà dietro di loro”.
Anche all'interno del governo statunitense ci sono segni di cautela. Il Pentagono si è tacitamente opposto a un calendario fisso per l'attuazione e i diplomatici continuano a dare la priorità alla creazione di coalizioni piuttosto che a misure coercitive.
Hamas sembra scommettere sul fatto che si tratterà solo di colloqui.
• Cosa succederà ora?
La dichiarazione di Trump a Davos potrebbe contribuire a rafforzare l'impressione che la sua architettura di pace stia guadagnando slancio. Sul campo, tuttavia, dove le armi sono ancora nelle mani di Hamas e l'ultimo ostaggio israeliano è ancora disperso, il divario di credibilità sta crescendo.
In definitiva, non si tratta di ciò che Trump dirà in seguito, ma piuttosto se Hamas crede che il suo rifiuto avrà mai delle conseguenze.
Finora la risposta è no.
(Israel Heute, 22 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Aumenta l’antisemitismo nel Regno Unito. E gli Usa considerano di offrire asilo agli ebrei
Robert Garson, avvocato personale di Donald Trump, ha dichiarato al Telegraph di essere in trattative con il Dipartimento di Stato per fornire rifugio agli ebrei in fuga dall’antisemitismo, dato che “il Regno Unito non è più un posto sicuro per gli ebrei”.
di Nina Prenda
Gli Stati Uniti stanno valutando di offrire asilo agli ebrei britannici in mezzo all’aumento dell’antisemitismo nel Regno Unito, ha detto domenica 18 gennaio 2026 Robert Garson, avvocato personale di Donald Trump, al Telegraph. Garson – che è nato a Manchester – ha detto al giornale che era stato in trattative con il Dipartimento di Stato per fornire rifugio agli ebrei in fuga dall’antisemitismo, dato che “il Regno Unito non è più un posto sicuro per gli ebrei”. Garson ha detto al Telegraph che l‘attacco terroristico a una sinagoga di Manchester il giorno di Yom Kippur e il diffuso antisemitismo successivo all’attacco di Hamas il 7 ottobre, potrebbe portare gli ebrei britannici a cercare rifugio negli Stati Uniti.
“Quando guardo cosa sta succedendo con gli ebrei in Gran Bretagna e quando guardo i cambiamenti demografici, non credo – e ne ho discusso con le persone dell’amministrazione Trump – che ci sia un futuro per gli ebrei nel Regno Unito”, ha detto. “Per me, è particolarmente triste.” Garson ha detto di aver sollevato l’idea con il rabbino Yehuda Kaploun, l’inviato speciale dell’amministrazione Trump per monitorare e combattere l’antisemitismo, il mese scorso.
• Sofer: Israele è la casa degli ebrei di tutto il mondo
Rispondendo all’articolo, il Ministro dell’integrazione di Israele Ofir Sofer ha detto: “La casa degli ebrei britannici, e degli ebrei in tutto il mondo, è lo Stato di Israele”. Ha aggiunto che il suo ministero sta lavorando per far progredire il processo dell’Aliyah attraverso una vasta gamma di programmi che forniscono guida e supporto per un’integrazione di successo nella vita comunitaria, nell’occupazione e nell’alloggio. “L’Aliyah è il valore fondamentale del sionismo e nutrirà e rafforzerà lo Stato di Israele”, ha detto.
(Bet Magazine Mosaico, 22 gennaio 2026)
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Per la prima volta, la polizia israeliana consente l'accesso ai fogli di preghiera ebraici sul Monte del Tempio
Lo status quo del sito ha generalmente impedito ai visitatori ebrei di portare con sé oggetti religiosi come libri di preghiere e tefillin.
di Akiva Van Koningsveld
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Ebrei in preghiera sul Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, 2 aprile 2025
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Mercoledì la polizia israeliana ha confermato a JNS che, per la prima volta, ha consentito l'introduzione di “fogli guida” per la preghiera ebraica sul Monte del Tempio a Gerusalemme.
Lo status quo sul Monte del Tempio, formulato dall'allora ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan dopo la conquista del complesso durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, ha generalmente vietato ai visitatori ebrei di portare oggetti religiosi come libri di preghiere e tefillin, o filatteri, nel sito.
Dayan ha offerto al Waqf giordano il controllo delle attività all'interno delle mura del Monte stesso, mentre Israele sarebbe stato responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico. Dayan ha inoltre concesso ai musulmani il libero accesso al Monte e, sebbene non ci fosse un limite al numero di visitatori ebrei, a questi ultimi non sarebbe stato permesso di pregare lì.
Lo status quo è stato messo sempre più alla prova negli ultimi anni, con gli attivisti per i diritti degli ebrei che hanno spinto i limiti e la polizia che a volte sembrava tollerare la preghiera visibile, in particolare da quando il leader del partito Otzma Yehudit, Itamar Ben-Gvir, è entrato in carica come ministro della sicurezza nazionale alla fine del 2022.
Lo stesso Ben-Gvir ha guidato le funzioni mattutine sul Monte del Tempio il 3 agosto.
La decisione della polizia di consentire l'introduzione dei foglietti di preghiera nel sito è stata riportata per la prima volta mercoledì da Haaretz, che ha condiviso la foto di un foglio contenente una preghiera cabalistica “Leshem Yichud” (“per l'unificazione”) da recitare prima di salire sul Monte, nonché il testo dell'‘Amidah’, o “Shemoneh Esrei”, la preghiera silenziosa ebraica quotidiana centrale.
“A seguito di una richiesta presentata dall'amministrazione della Yeshivah del Monte del Tempio, la polizia ha approvato l'ingresso di fogli informativi per i visitatori”, ha detto un portavoce della polizia a JNS in risposta alla notizia.
L'uso dei fogli rimarrà ‘esclusivamente’ limitato a “aree specifiche definite dalla polizia” per mantenere “l'ordine esistente” sul Monte.
La dichiarazione ha sottolineato che la polizia opera durante tutto l'anno per “consentire la libertà di culto e di visita al Monte del Tempio a tutte le religioni e comunità, mantenendo rigorosamente l'ordine pubblico, le regole in vigore nel sito e in conformità con le direttive del livello politico”.
“La polizia israeliana continua ad agire con discrezione e responsabilità al fine di mantenere un equilibrio tra le varie esigenze del Monte del Tempio”, ha concluso.
Sotto l'attuale governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il Monte del Tempio ha visto un aumento delle visite ebraiche, anche con culto aperto, soprattutto durante le festività importanti come il Tisha B'Av, il giorno che commemora la caduta del Tempio.
L'ufficio del primo ministro israeliano, tuttavia, ha dichiarato in un comunicato sul Tisha B'Av che la politica ufficiale di Gerusalemme sul Monte del Tempio “non è cambiata e non cambierà”.
Mercoledì l'Ufficio del Primo Ministro non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di JNS sul fatto che il permesso concesso dalla polizia di portare i teli da preghiera nel sito costituisse un cambiamento dello status quo.
(JNS, 21 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Noam Bettan rappresenterà Israele all’Eurovision Song Contest 2026
di Luca Spizzichino
Dopo mesi di audizioni, eliminazioni e prove decisive, il verdetto è arrivato: sarà Noam Bettan a portare la bandiera di Israele all’Eurovision Song Contest 2026, in programma a Vienna il 12, 14 e 16 maggio.
La finale di HaKokhav HaBa, il talent show che ogni anno seleziona il rappresentante israeliano per l’Eurovision, ha visto Bettan conquistare pubblico e giuria grazie a due interpretazioni particolarmente intense: “Nitsacht Itti Hakol” di Amir Benayoun e il celebre brano francese “Dernière Danse” di Indila. Performance che hanno confermato la sua cifra artistica, capace di fondere sensibilità emotiva, presenza scenica e una forte identità internazionale.
Sul podio finale si sono classificati al secondo posto Gal De Paz, seguita da Shira Zaluf al terzo e da Alona Erez al quarto.
La vittoria di Bettan è stata letta dai media israeliani come il punto di arrivo di un percorso lungo e non lineare. Nato nel 1998 e cresciuto a Ra’anana, è figlio di genitori francesi emigrati da Grenoble. Parla ebraico, inglese e francese: un elemento che non rappresenta soltanto un dato biografico, ma una componente centrale della sua identità artistica.
Circa dieci anni fa, ancora adolescente, aveva già tentato l’accesso a HaKokhav HaBa senza riuscire a superare le selezioni. Un episodio ricordato anche durante l’edizione attuale, quasi a sottolineare il valore simbolico di una rivincita costruita nel tempo. Nel 2018 ha partecipato a un altro talent musicale, Aviv o Eyal, chiudendo al terzo posto.
Negli anni successivi ha iniziato a definire il proprio percorso come cantautore, pubblicando musica originale a partire dal 2021. Brani come “Buba” e “Madam” hanno segnato una fase di crescita artistica che lo ha portato ad affrontare il programma con una consapevolezza profondamente diversa rispetto al passato.
In un’intervista rilasciata a Mako, Bettan ha raccontato anche il lato più intimo della sua esperienza nel talent. Ha spiegato come il percorso sia stato, prima di tutto, un confronto con le aspettative e con l’idea di dover essere sempre all’altezza, soprattutto davanti a giudici che già conoscevano il suo cammino. «Pensavo di dover essere perfetto», ha ammesso, aggiungendo che il vero lavoro è stato accettare la possibilità di sbagliare e restare umano. Un approccio che si riflette anche nel suo modo di vivere il palco: prima di ogni esibizione, ha raccontato, recita lo Shema Israel. Tra le influenze musicali che cita più spesso c’è Michael Jackson, l’artista che ha acceso i suoi primi sogni.
Il brano con cui Noam Bettan rappresenterà Israele sarà selezionato internamente da una commissione professionale. Secondo le prime indiscrezioni, la canzone includerà testi in ebraico, inglese e francese, riflettendo il background multiculturale dell’artista e una strategia pensata per parlare a un pubblico europeo ampio. Lo stesso Bettan ha espresso il desiderio di essere coinvolto direttamente nel processo creativo, anche nella scrittura.
Israele gareggerà nella prima semifinale dell’Eurovision 2026, in programma il 12 maggio, esibendosi nella seconda parte dello show. L’edizione di quest’anno vedrà la partecipazione di 35 Paesi. La presenza israeliana arriva dopo mesi di incertezza legata al contesto geopolitico: l’European Broadcasting Union ha confermato la partecipazione introducendo alcune modifiche regolamentari, mentre cinque Paesi hanno scelto di ritirarsi dalla competizione.
Nonostante le polemiche, Israele figura attualmente al primo posto nelle classifiche dei bookmaker, con una probabilità di vittoria stimata intorno all’11%, davanti a Finlandia, Svezia, Ucraina e Italia.
Per Noam Bettan, però, il focus resta il palco. Come ha lasciato intendere in più occasioni, l’obiettivo non è il risultato, ma “dare tutto”. Il resto, come ha detto, “non dipende da me”. Un approccio che ora dovrà misurarsi con la vetrina più grande della musica europea.
(Shalom, 21 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 29
Davide allontanato dall'esercito dei Filistei
- I Filistei radunarono tutte le loro truppe ad Afec, e gli Israeliti si accamparono presso la sorgente di Izreel. I prìncipi dei Filistei marciavano alla testa delle loro centinaia e delle loro migliaia, e Davide e la sua gente marciavano alla retroguardia con Achis. Allora i capi dei Filistei dissero: “Che fanno qui questi Ebrei?”. E Achis rispose ai capi dei Filistei: “Ma costui è Davide, servo di Saul re d'Israele, che è stato presso di me da giorni, anzi da anni, e contro il quale non ho avuto nulla da ridire dal giorno della sua diserzione a oggi!”. Ma i capi dei Filistei si adirarono contro di lui, e gli dissero: “Rimanda costui e se ne ritorni al luogo che tu gli hai assegnato, e non scenda con noi alla battaglia, affinché non sia per noi un nemico durante la battaglia. Poiché come potrebbe costui riacquistare il favore del suo signore, se non a prezzo delle teste di questi nostri uomini? Non è lui quel Davide di cui si cantava in mezzo alle danze: 'Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila?'”.
- Allora Achis chiamò Davide e gli disse: “Com'è vero che l'Eterno vive, tu sei un uomo retto, e vedo con piacere il tuo andare e venire con me nel campo, poiché non ho trovato in te nulla di male dal giorno che arrivasti da me fino a oggi; ma tu non piaci ai prìncipi. Ora dunque, torna indietro e vattene in pace, per non dispiacere i prìncipi dei Filistei”. Davide disse ad Achis: “Ma che ho mai fatto? e che hai tu trovato nel tuo servo, in tutto il tempo che sono stato presso di te fino al giorno d'oggi, perché io non debba andare a combattere contro i nemici del re, mio signore?”. Achis rispose a Davide, dicendo: “Lo so; tu sei caro agli occhi miei come un angelo di Dio; ma i prìncipi dei Filistei hanno detto: 'Lui non deve salire con noi alla battaglia!'. Ora dunque, alzati domattina di buon'ora, con i servi del tuo signore che sono venuti con te; alzatevi di buon mattino e appena farà giorno, andatevene”. Davide dunque con la sua gente si alzò di buon'ora, per partire al mattino e tornare nel paese dei Filistei. E i Filistei salirono a Izreel.
(Notizie su Israele, 21 gennaio 2026)
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Smotrich chiede la fine del piano per Gaza guidato da Trump e invita alla risistemazione ebraica
Il ministro delle Finanze israeliano avverte che i piani per Gaza guidati dall'estero rischiano di ripetere il disastro del 2005 e dichiara che Israele deve consolidare nuovamente il controllo sulla striscia costiera.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Lunedì il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di sciogliere il Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) guidato dagli Stati Uniti che opera nel sud di Israele. Il piano postbellicodell'amministrazione Trump per Gaza mette a rischio la sovranità e la sicurezza di Israele, ha affermato.
“È giunto il momento di sciogliere il quartier generale di Kiryat Gat”, ha dichiarato Smotrich in una dichiarazione riferendosi al centro che coordina gli sforzi internazionali per il futuro postbellico di Gaza. Il CMCC sarebbe un canale di influenza straniera che mina gli interessi e i processi decisionali israeliani. Ha espressamente citato l'Egitto e il Regno Unito come attori “ostili” all'interno dell'istituzione.
Il CMCC, istituito nell'ottobre 2025 dal Comando Centrale degli Stati Uniti, comprende rappresentanti di oltre 60 Stati e organizzazioni, tra cui Francia, Germania e Canada. Dall'inizio del cessate il fuoco nell'ottobre dello scorso anno, ha svolto un ruolo centrale nel facilitare gli aiuti umanitari a Gaza e costituisce un pilastro fondamentale del piano in 20 punti per Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che è recentemente entrato nella sua seconda fase di attuazione.
Pur ringraziando Trump per il suo aiuto nel rilascio degli ostaggi negli accordi recenti, Smotrich ha affermato che il piano più ampio degli Stati Uniti è “dannoso per lo Stato di Israele e deve essere accantonato”. Invece di commissioni internazionali e piani di ricostruzione, ha chiesto un controllo israeliano risoluto sulla Striscia di Gaza, compresa l'amministrazione militare e la ricostruzione delle comunità ebraiche.
“Gaza ci appartiene”, ha detto Smotrich. “Il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di qualsiasi altro”.
Il ministro delle Finanze ha fatto queste dichiarazioni durante un evento per celebrare la fondazione di Yatziv, una nuova comunità ebraica in Giudea, a sud di Gerusalemme. Nel suo discorso ha parlato a lungo del ritiro da Gaza nel 2005, che ha definito un “peccato” che Israele deve riparare.
“Il massacro più terribile che il popolo ebraico abbia subito dopo l'Olocausto non è stato sufficiente?”, ha chiesto Smotrich riferendosi al massacro del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele guidato da Hamas. L'attacco terroristico ha messo in luce le conseguenze del ritiro di Israele da Gush Katif, il blocco ebraico di 17 insediamenti all'interno di Gaza che era stato sgomberato sotto il primo ministro Ariel Sharon.
• Una decisione binaria
Smotrich ha proposto di dare a Hamas un breve ultimatum per disarmarsi e fuggire; altrimenti l'IDF avrebbe avviato un'operazione militare su vasta scala per smantellare il gruppo. Dopo la sua sconfitta, Israele avrebbe dovuto assumere il controllo diretto del territorio e promuovere l'emigrazione all'estero degli elementi ostili. Ha presentato le opzioni strategiche come binarie: o il controllo completo da parte di Israele e l'insediamento permanente, oppure l'instabilità persistente e l'influenza straniera.
L'attuale piano dell'amministrazione Trump prevede l'amnistia per i membri di Hamas che si disarmano e si impegnano a convivere pacificamente, nonché vie di fuga sicure per coloro che vogliono lasciare Gaza. Comprende anche l'istituzione di un “consiglio di pace” per supervisionare la ricostruzione di Gaza, con seggi per i rappresentanti del Qatar e della Turchia, due paesi che Smotrich ha criticato aspramente.
“Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c'è alcuna differenza”, ha affermato, condannando il coinvolgimento di questi Stati nella pianificazione postbellica. “O noi o loro”.
L'ufficio del primo ministro e il Dipartimento di Stato americano non hanno commentato le dichiarazioni di Smotrich. Anche i governi del Regno Unito e dell'Egitto, che Smotrich ha espressamente accusato di minare la sicurezza israeliana, non hanno rilasciato commenti.
Sebbene la proposta di Smotrich non sia stata ancora elevata a politica ufficiale, essa riflette le crescenti tensioni all'interno del governo israeliano su come gestire Gaza dopo la guerra. Il suo appello a chiudere il CMCC e a reintrodurre una presenza ebraica a Gaza mette apertamente in discussione l'approccio guidato dagli Stati Uniti e riporta alla ribalta questioni che per lungo tempo sono state considerate politicamente intoccabili.
(Israel Heute, 21 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Nessun piano di pace fermerà il jihad contro Israele
di Khaled Abu Toameh (*)
A più di due mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, il gruppo terroristico Hamas, sostenuto dall’Iran, sembra più determinato che mai a rimanere al potere e a continuare la sua lotta armata per distruggere Israele. Il 14 dicembre scorso, Hamas ha celebrato il 38° anniversario della sua fondazione elogiando l’invasione delle comunità nel sud di Israele, avvenuta il 7 ottobre 2023, come “un’enorme pietra miliare e una tappa fondamentale nella lotta per la libertà e l’indipendenza e per la sconfitta e l’eliminazione dell’occupazione (da parte di Israele)”. Quel giorno, più di 1.200 israeliani e cittadini stranieri sono stati assassinati e migliaia sono rimasti feriti. Altri 251 israeliani e cittadini stranieri sono stati rapiti e condotti nella Striscia di Gaza, dove Hamas tiene ancora in ostaggio i resti di un uomo. Hamas non ha rimpianti per il massacro commesso il 7 ottobre e per la guerra che ne è seguita, che ha causato la morte di migliaia di palestinesi e distrutto gran parte della Striscia di Gaza. Invece di scusarsi con i palestinesi per aver portato loro morte e distruzione, il gruppo terroristico ha rilasciato una dichiarazione congratulandosi con i “palestinesi per la loro leggendaria fermezza”. Hamas ha colto l’occasione per ribadire il suo “rifiuto categorico di qualsiasi forma di amministrazione fiduciaria o mandato sulla Striscia di Gaza”.
Si tratta di un riferimento al piano per la pace nella Striscia di Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump. Il piano prevede l'istituzione di un organismo internazionale, il Board of Peace, per contribuire all’amministrazione, alla ricostruzione e alla ripresa economica della Striscia di Gaza dopo la guerra. Il piano, inoltre, prevede il dispiegamento di una “Forza internazionale di stabilizzazione” (Isf) e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Dopo l’annuncio del piano di Trump, Hamas ha ripetutamente espresso la sua opposizione alla presenza di un organo di governo non palestinese nella Striscia di Gaza. Inoltre, il gruppo terroristico ha respinto l’idea di deporre le armi. Ha inoltre detto chiaramente che il ruolo di qualsiasi forza internazionale dovrebbe limitarsi al monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco con Israele. Secondo Hamas, la Forza internazionale di stabilizzazione proposta dovrebbe essere dislocata ai confini della Striscia di Gaza, e non nelle aree controllate dal gruppo terroristico.
Hamas ha affermato nella sua ultima dichiarazione: “Solo il popolo palestinese decide chi lo governa e ha il legittimo diritto di resistere, liberare la propria terra e stabilire il proprio Stato indipendente con Gerusalemme come capitale. Hamas ribadisce il proprio impegno nei confronti dei principi che lo hanno animato sin dalla sua fondazione e la propria fedeltà al sangue dei martiri e ai sacrifici dei prigionieri, fino alla liberazione e al ritorno (dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti nelle loro antiche dimore all’interno di Israele). Gerusalemme e la Moschea di al-Aqsa rimarranno al centro del conflitto. Il popolo palestinese ha diritto a ogni forma di resistenza (ovvero: al terrorismo contro Israele)”.
Quando Hamas dice di restare fedele ai propri principi, si riferisce al suo Statuto del 1988 (che cita l’imam Hassan al-Banna, fondatore dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani) che afferma: “Israele esisterà e continuerà a esistere finché l’Islam non lo cancellerà, proprio come ha fatto con altri prima di lui”. Hamas si definisce “una delle ali dei Fratelli Musulmani in Palestina” e asserisce che “le iniziative, le cosiddette soluzioni pacifiche e le conferenze internazionali sono in contraddizione con i principi del Movimento di resistenza islamica (Hamas)”. Il gruppo terroristico, in altre parole, non ha rinunciato al suo sogno di eliminare Israele.
Khalil al-Hayya, un alto funzionario di Hamas che vive comodamente in Qatar, ha dichiarato in un discorso in occasione dell’anniversario della fondazione del suo gruppo che “la resistenza del popolo palestinese è ancora viva e la leadership (di Hamas) è salda e decisa”. Al-Hayya ha argomentato che la guerra di due anni nella Striscia di Gaza ha “dimostrato che (Israele) può essere sconfitto e che la liberazione della Palestina è possibile se si basa su un’attenta pianificazione e su sforzi congiunti”. Ha elogiato il massacro del 7 ottobre come “modello di ciò che potrebbe accadere se gli sforzi della Nazione (musulmana) fossero uniti” contro Israele. Il leader di Hamas si è vantato che la guerra ha “complicato e ostacolato” gli sforzi degli Stati Uniti per normalizzare le relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi e islamici, tra cui l’Arabia Saudita. Al-Hayya ha sottolineato il rifiuto di Hamas di “ogni forma di tutela o mandato sul popolo palestinese” e ha affermato che la missione del Board of Peace di Trump dovrebbe limitarsi a supervisionare l’attuazione del cessate il fuoco, il finanziamento e la supervisione della ricostruzione della Striscia di Gaza.
Riguardo alla Forza internazionale di stabilizzazione, al-Hayya ha rilevato che il suo ruolo dovrebbe limitarsi al mantenimento del cessate il fuoco, senza alcuna ingerenza negli affari interni della Striscia di Gaza. Le armi di Hamas e di altri gruppi terroristici palestinesi, ha aggiunto il funzionario, sono “un diritto legittimo garantito dal diritto internazionale, e questo diritto è legato alla creazione di uno Stato palestinese indipendente”. Un altro alto dirigente di Hamas, Hossam Badran,bbhe il suo gruppo “continuerà la sua lotta e il suo jihad per contrastare il progetto sionista in Palestina”, aggiungendo: “Fin dalla sua fondazione, Hamas ha condotto battaglie militari dirette contro il nemico (israeliano). Dobbiamo unire gli sforzi e tutte le energie per il ruolo più importante di liberare la Palestina”. Liberare la Palestina è un eufemismo per dire che bisogna distruggere Israele e sostituirlo con uno stato islamista.
È bene notare che diversi gruppi terroristici palestinesi, tra cui la Jihad islamica palestinese, si sono congratulati con Hamas per il 38° anniversario della sua fondazione e hanno promesso di appoggiare il jihad contro Israele. Inutile dire che i gruppi terroristici hanno anche espresso il loro sostegno alle atrocità del 7 ottobre. Queste dichiarazioni di Hamas e degli altri gruppi terroristici palestinesi dimostrano che essi non hanno alcuna intenzione di onorare il piano di Trump. Si limitano a considerarlo un cessate il fuoco temporaneo che consente loro di riorganizzarsi, riarmarsi e proseguire il loro jihad per annientare Israele. È semplicemente assurdo credere che un piano di pace possa porre fine al jihad dei terroristi contro Israele. Purtroppo, non c’è alternativa alla sconfitta totale e all’eliminazione di Hamas e dei suoi alleati
(*) Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme..
(Gatestone Institute, 21 gennaio 2026 - trad. di Angelita La Spada)
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Milano – Le case ebraiche svuotate: al Memoriale la storia delle confische fasciste
Un armadio in noce a un cassetto, due letti gemelli con reti metalliche, un tavolo in abete, cinque sedie diverse, tre cornici con fotografie. È un elenco asciutto, battuto a macchina, chiuso da un totale: 6.050 lire. A stilare l’inventario è un perito del Monte di Credito su Pegno, il 26 ottobre 1944, in un appartamento di via Casella 41, a Milano. Quegli oggetti appartenevano a Lea Behar. Quando i funzionari entrano in casa, Lea e la figlia Sara sono già state deportate e assassinate ad Auschwitz.
Il documento fa parte del Fondo Egeli, l’archivio dell’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare creato dal fascismo nel 1939 per amministrare e liquidare i beni sottratti agli ebrei italiani. Carte che raccontano una violenza silenziosa e metodica: la spoliazione della vita quotidiana, stanza dopo stanza, mobile dopo mobile. Carte al centro della mostra “La persecuzione patrimoniale degli ebrei. Storie di vita dall’Archivio Storico Intesa Sanpaolo”, che si inaugura il 20 gennaio al Memoriale della Shoah di Milano.La vicenda di Lea Behar e delle figlie Sara e Stella Dana è una delle tre scelte per raccontare la persecuzione economica messa in atto dal regime fascista. Quando il perito varca la soglia dell’appartamento di via Casella, Stella è l’unica sopravvissuta, salvata nascondendosi presso una famiglia musulmana. Dopo la guerra tenterà di riavere quei beni presentando all’Egeli l’attestazione della Comunità israelitica di Milano sulla deportazione e la morte della madre e della sorella. Non basterà: gli oggetti verranno venduti all’asta e il ricavato incamerato dallo Stato.
Accanto alla famiglia Behar–Dana, il percorso espositivo segue le vicende dei Colorni e dei Levis: tre traiettorie diverse, accomunate dall’essere vittime della gelida burocrazia persecutoria messa in piedi dalfascismo. «Grazie all’inventario delle carte del Fondo Egeli che Intesa Sanpaolo ha svolto nel 2018, oggi al Memoriale si apre un nuovo capitolo su un argomento che per molti anni è risultato secondario rispetto alla persecuzione delle vite: quello della persecuzione economica, che si concretizzò nella confisca di ogni proprietà ebraica, dagli immobili agli oggetti di uso quotidiano», spiega Barbara Costa, responsabile dell’Archivio storico Intesa Sanpaolo e curatrice della mostra. «
L’Archivio Storico rende così disponibile una documentazione di grande rilevanza storica non solo a beneficio degli studiosi, ma soprattutto delle nuove generazioni, a cui questa mostra è destinata».Quella documentazione – oltre 300 faldoni e 1.400 fascicoli nominativi – permette di entrare nelle case e, insieme, nelle vite delle famiglie perseguitate. Elenchi che non registrano solo il valore economico dei beni, ma restituiscono abitudini, gusti, relazioni. «Queste carte vengono usate quasi sempre in negativo, per raccontare la spoliazione», osserva a Pagine Ebraiche l’economista Germano Maifreda, che per l’inaugurazione offrirà una contestualizzazione storica della mostra. «A me interessa anche usarli in positivo: ripartire dagli oggetti, dalle case, per capire come le famiglie ebraiche italiane vivevano prima delle leggi razziali».
Negli inventari compaiono biblioteche domestiche, arredi borghesi, strumenti di lavoro, giocattoli. Ma colpiscono anche le assenze. «Raramente troviamo, per esempio, gli oggetti più preziosi, di valore economico ma anche affettivo e simbolico, perché spesso vengono spostati, nascosti. A volte affidati ai vicini che poi nel Dopoguerra li restituiscono». Per Maifreda, «l’elenco degli oggetti ha un valore quasi pedagogico, perché umanizza immediatamente». Non è un caso, aggiunge, che «la Repubblica sociale italiana arriverà a vietare la pubblicazione di questi elenchi: ne coglieva la forza».
Il Dopoguerra, raccontano le carte, non coincide sempre con una restituzione. Per molti sopravvissuti le pratiche sono lunghe, costose, spesso umilianti; in altri casi non vengono nemmeno avviate. «Anche l’assenza di restituzione è un dato storico», sottolinea Maifreda. «C’è chi rinuncia, chi non vuole riaprire quella ferita, chi non torna affatto. È una seconda rimozione».
La mostra del Memoriale si inserisce in un discorso più ampio, che Maifreda ha sviluppato nel volume La memoria restituita. Storie di imprenditori e dirigenti ebrei nell’Italia delle leggi razziali, appena uscito in libreria ed edito da Il Sole 24 Ore. Un lavoro, conclude l’economista, che, come la mostra, «invita a leggere la storia degli ebrei non come capitolo separato, ma come parte integrante della storia italiana».
(moked, 20 gennaio 2026)
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La testimonianza di tre ex ambasciatori: «Cosa abbiamo capito di Israele»
ROMA – «Stiamo aprendo una breccia. Lo so anche per esperienza personale, è molto difficile entrare negli ambienti universitari e discutere di questi temi in modo pacato. È un autentico privilegio». Nelle parole di Luigi Mattiolo c’è forse una sintesi dell’incontro “Israele, il Medio Oriente e l’Italia dopo il 7 ottobre: la prospettiva di tre ex ambasciatori d’Italia in Israele” svoltosi martedì pomeriggio nel campus dell’Università Luiss di Roma. L’evento è stato presentato come una possibilità per ragionare con degli addetti ai lavori qualificati, in un periodo in cui a prevalere in molti ambienti, università incluse, sono estremismi ideologici e polarizzazioni. Accanto a Mattiolo, che ha rappresentato l’Italia in Israele dal 2008 al 2012, c’erano i suoi successori Francesco Talò (2012-2017) e Sergio Barbanti (2021-2024). Ha introdotto l’incontro un intervento di Giovanni Orsina, a capo del dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo. Le riflessioni degli ambasciatori sono state moderate dalla storica Carolina De Stefano.
«Israele è il paese più energetico in cui ho vissuto», ha esordito Mattiolo. «E questo nonostante il senso di precarietà e l’insicurezza percepite, perché l’isolamento non diventa mai rassegnazione. E se la percezione della minaccia è profonda e capillare, essa si traduce in forme di vigilanza anziché di paura». Mattiolo ha descritto Israele come un paese «dalla coesione sociale fortissima, anche per il fatto che ragazze e ragazzi condividono l’esperienza del militare». Gli anni in Israele hanno lasciato un segno anche nei suoi colleghi. «In Israele ho visto cose belle e cose e brutte e da entrambe ho tratto degli insegnamenti», ha raccontato Talò. «Penso a Shimon Peres e al suo libro No room for small dreams: alcuni sogni si sono realizzati, altri no. Nonostante le difficoltà, Israele è un paese sospinto da una forte volontà di innovazione». Come prima di lui Mattiolo, anche Talò ha puntato il dito contro una narrazione spesso avvelenata nei confronti di uno stato «che non è il paradiso, ma che ha segnato alcuni successi fantastici: la lettura che si fa di Israele è figlia del pregiudizio». Gli organismi internazionali hanno un ruolo in ciò. E pure gli organi di stampa, ha fatto capire Talò, soffermandosi sulla scelta ricorrente di qualificare Tel Aviv come la città di riferimento «quando la capitale d’Israele è Gerusalemme, che piaccia o meno». Barbanti ha vissuto i massacri del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza. In merito al conflitto, Barbanti ritiene che le Idf «abbiano preso tutte le precauzioni necessarie» per alleviare, nei limiti del possibile, la sofferenza dei civili. Il diplomatico ha anche ricordato che quando si promuovono istanze di boicottaggio «ciò colpisce anche il circa 20 per cento di palestinesi di Israele». Quale il ruolo della diplomazia? Per Barbanti, «se gli organismi internazionali non funzionano si tornerà all’uso della forza e alla deterrenza». a.s.
(moked, 21 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 28
Saul consulta l'evocatrice di spiriti a En-Dor
- In quei giorni i Filistei radunarono i loro eserciti per fare guerra a Israele. E Achis disse a Davide: “Sappi che verrai certamente con me alla guerra, tu e la tua gente”. Davide rispose ad Achis: “E tu vedrai quello che il tuo servo farà”. E Achis a Davide: “E io ti affiderò per sempre la guardia della mia persona”. Ora Samuele era morto; tutto Israele aveva fatto cordoglio e lo avevano sepolto a Rama, nella sua città. Saul aveva scacciato dal paese gli evocatori di spiriti e gli indovini.
- I Filistei si radunarono e andarono ad accamparsi a Sunem. Anche Saul radunò tutto Israele e si accamparono a Ghilboa. Quando Saul vide l'accampamento dei Filistei ebbe paura e il cuore gli tremò forte.
- Saul consultò l'Eterno, ma l'Eterno non gli rispose né per mezzo di sogni, né mediante l'Urim, né attraverso dei profeti. Allora Saul disse ai suoi servi: “Cercatemi una donna che sappia evocare gli spiriti e io andrò da lei a consultarla”. I servi gli dissero: “Ecco, a En-Dor c'è una donna che evoca gli spiriti”. Allora Saul si camuffò, si mise altri abiti, e partì accompagnato da due uomini. Giunsero di notte dalla donna, e Saul le disse: “Dimmi il futuro, ti prego, evocando uno spirito, e fammi salire colui che ti dirò”. La donna gli rispose: “Ecco, tu sai quello che Saul ha fatto, come ha sterminato dal paese gli evocatori di spiriti e gli indovini; perché dunque tendi un'insidia alla mia vita per farmi morire?”. Saul le giurò per l'Eterno dicendo: “Com'è vero che l'Eterno vive, non ti toccherà nessuna punizione per questo!”. Allora la donna gli disse: “Chi debbo farti salire?”. Egli rispose: “Fammi salire Samuele”.
- E quando la donna vide Samuele elevò un gran grido e disse a Saul: “Perché mi hai ingannata? Tu sei Saul!”. Il re le disse: “Non temere; ma che cosa vedi?”. E la donna a Saul: “Vedo un essere sovrumano che esce da sotto terra”. Ed egli a lei: “Che forma ha?”. Lei rispose: “È un vecchio che sale ed è avvolto in un mantello”. Allora Saul comprese che era Samuele, si chinò con la faccia a terra e gli si prostrò dinanzi.
- Samuele disse a Saul: “Perché mi hai disturbato, facendomi salire?”. Saul rispose: “Io sono in grande difficoltà, poiché i Filistei mi fanno guerra, e Dio si è ritirato da me e non mi risponde più né mediante i profeti né per mezzo di sogni; perciò ti ho chiamato perché tu mi faccia sapere quello che devo fare”. Samuele disse: “Perché consulti me, mentre l'Eterno si è ritirato da te ed è diventato tuo avversario? L'Eterno ha agito come aveva annunciato attraverso di me; l'Eterno ti strappa dalle mani il regno e lo dà a un altro, a Davide, perché non hai ubbidito alla voce dell'Eterno e non hai lasciato sfogare l'ardore della sua ira contro Amalec; perciò l'Eterno oggi ti tratta così. E l'Eterno darà anche Israele con te nelle mani dei Filistei, e domani tu e i tuoi figli sarete con me; l'Eterno darà pure il campo d'Israele nelle mani dei Filistei”.
- Allora Saul cadde all'istante lungo disteso a terra, perché spaventato dalle parole di Samuele; inoltre era senza forza, perché non aveva preso cibo tutto quel giorno e tutta quella notte.
- La donna si avvicinò a Saul e, vedendolo terrorizzato, gli disse: “Ecco, la tua serva ha ubbidito alla tua voce; io ho messo a repentaglio la mia vita per ubbidire alle parole che mi hai detto. Ora dunque anche tu ascolta la voce della tua serva e lascia che io ti metta davanti un boccone di pane; mangia per prendere forza se vuoi rimetterti in viaggio”. Ma egli rifiutò e disse: “Non mangerò”. I suoi servi, però, insistettero insieme alla donna, ed egli si arrese alle loro istanze; si alzò da terra e si pose a sedere sul letto. La donna aveva in casa un vitello ingrassato, che si affrettò ad ammazzare; poi prese della farina, la impastò e fece dei pani senza lievito; mise quei cibi davanti a Saul e ai suoi servi, e quelli mangiarono, poi si alzarono e ripartirono quella stessa notte.
(Notizie su Israele, 20 gennaio 2026)
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La testimonianza di tre ex ambasciatori: «Cosa abbiamo capito di Israele»
ROMA – «Stiamo aprendo una breccia. Lo so anche per esperienza personale, è molto difficile entrare negli ambienti universitari e discutere di questi temi in modo pacato. È un autentico privilegio». Nelle parole di Luigi Mattiolo c’è forse una sintesi dell’incontro “Israele, il Medio Oriente e l’Italia dopo il 7 ottobre: la prospettiva di tre ex ambasciatori d’Italia in Israele” svoltosi martedì pomeriggio nel campus dell’Università Luiss di Roma. L’evento è stato presentato come una possibilità per ragionare con degli addetti ai lavori qualificati, in un periodo in cui a prevalere in molti ambienti, università incluse, sono estremismi ideologici e polarizzazioni. Accanto a Mattiolo, che ha rappresentato l’Italia in Israele dal 2008 al 2012, c’erano i suoi successori Francesco Talò (2012-2017) e Sergio Barbanti (2021-2024). Ha introdotto l’incontro un intervento di Giovanni Orsina, a capo del dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo. Le riflessioni degli ambasciatori sono state moderate dalla storica Carolina De Stefano.
«Israele è il paese più energetico in cui ho vissuto», ha esordito Mattiolo. «E questo nonostante il senso di precarietà e l’insicurezza percepite, perché l’isolamento non diventa mai rassegnazione. E se la percezione della minaccia è profonda e capillare, essa si traduce in forme di vigilanza anziché di paura». Mattiolo ha descritto Israele come un paese «dalla coesione sociale fortissima, anche per il fatto che ragazze e ragazzi condividono l’esperienza del militare». Gli anni in Israele hanno lasciato un segno anche nei suoi colleghi. «In Israele ho visto cose belle e cose e brutte e da entrambe ho tratto degli insegnamenti», ha raccontato Talò. «Penso a Shimon Peres e al suo libro No room for small dreams: alcuni sogni si sono realizzati, altri no. Nonostante le difficoltà, Israele è un paese sospinto da una forte volontà di innovazione». Come prima di lui Mattiolo, anche Talò ha puntato il dito contro una narrazione spesso avvelenata nei confronti di uno stato «che non è il paradiso, ma che ha segnato alcuni successi fantastici: la lettura che si fa di Israele è figlia del pregiudizio». Gli organismi internazionali hanno un ruolo in ciò. E pure gli organi di stampa, ha fatto capire Talò, soffermandosi sulla scelta ricorrente di qualificare Tel Aviv come la città di riferimento «quando la capitale d’Israele è Gerusalemme, che piaccia o meno». Barbanti ha vissuto i massacri del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza. In merito al conflitto, Barbanti ritiene che le Idf «abbiano preso tutte le precauzioni necessarie» per alleviare, nei limiti del possibile, la sofferenza dei civili. Il diplomatico ha anche ricordato che quando si promuovono istanze di boicottaggio «ciò colpisce anche il circa 20 per cento di palestinesi di Israele». Quale il ruolo della diplomazia? Per Barbanti, «se gli organismi internazionali non funzionano si tornerà all’uso della forza e alla deterrenza». a.s.
(moked, 21 gennaio 2026)
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I patriarchi attaccano il sionismo cristiano e rivendicano il monopolio della rappresentanza della vita cristiana in Terra Santa
Leader religiosi accusano i cristiani filoisraeliani di “ingannare l'opinione pubblica”, ma le loro stesse affermazioni sollevano questioni più profonde sulla rappresentanza e la realtà.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - In una combattiva dichiarazione congiunta, i capi delle principali Chiese cattoliche, cattoliche orientali, ortodosse e di altre Chiese regionali hanno condannato il sionismo cristiano. Lo hanno definito una delle “ideologie dannose” attualmente attive in Israele e lo hanno accusato di fuorviare i cristiani e di minare l'unità della Chiesa.
I patriarchi e i capi delle Chiese in Terra Santa, il cui comunicato è stato pubblicato questa settimana, hanno avvertito che le aspirazioni sioniste cristiane “hanno trovato riscontro in alcuni attori politici in Israele e oltre”, che – secondo loro – “vogliono promuovere un'agenda politica che potrebbe danneggiare la presenza cristiana in Terra Santa e nel Medio Oriente in generale”.
Questi leader religiosi hanno inoltre espresso la loro preoccupazione per il fatto che i sionisti cristiani “sono stati accolti a livello ufficiale sia a livello locale che internazionale” e hanno dichiarato che solo loro “rappresentano le Chiese e i loro fedeli nelle questioni relative alla vita religiosa, comunitaria e pastorale cristiana in Terra Santa”.
La portata di questa lettera è notevole. Secondo i firmatari, il sostegno cristiano allo Stato di Israele – non solo di natura teologica, ma anche politica e pratica – dovrebbe essere considerato illegittimo, non cristiano e dannoso per lo stesso cristianesimo in Medio Oriente.
Tuttavia, questa affermazione non solo è teologicamente discutibile, ma anche oggettivamente insostenibile.
• Il cristianesimo di chi?
Sebbene i patriarchi affermino di parlare “a nome delle Chiese”, la loro autorità non è riconosciuta all'unanimità dai cristiani in Israele né in tutto il mondo. Molti cattolici israeliani e fedeli ortodossi hanno preso le distanze da simili dichiarazioni politiche in passato, criticando l'uso improprio delle loro istituzioni per fini di propaganda politica. Le comunità evangeliche e cristiane indipendenti – molte delle quali profondamente radicate nel Paese – sono completamente escluse da questo consenso ecclesiastico autoproclamato.
Rivendicando l'esclusiva autorità interpretativa sulla “vita cristiana” in Terra Santa, gli autori della lettera svalutano la fede vissuta da migliaia di credenti, la cui comprensione della Bibbia include il mandato di benedire Israele, pregare per Gerusalemme e riconoscere l'alleanza permanente di Dio con il popolo ebraico.
Lungi dall'essere un fenomeno marginale, il sionismo cristiano rappresenta oggi milioni di fedeli in tutto il mondo e intrattiene stretti e visibili rapporti con i leader politici sia israeliani che americani. Al contrario, la lettera dei patriarchi riprende modelli di argomentazione diffusi nei circoli anti-israeliani e rischia di allontanare uno dei pochi gruppi globali che ancora si impegnano attivamente a favore delle comunità cristiane della regione.
• Israele è una minaccia per i cristiani?
La dichiarazione ripete inoltre un'affermazione sempre più familiare, ma infondata: che il sostegno cristiano-sionista a Israele danneggi il cristianesimo nella regione.
In realtà, Israele continua ad essere l'unico Paese del Medio Oriente in cui la popolazione cristiana è in crescita, le chiese sono protette dalla legge e i fedeli godono di piena libertà di religione, di parola e di movimento. Al contrario, le comunità cristiane nella regione più ampia – dal Libano all'Iraq all'Autorità Palestinese – sono soggette a persecuzioni, fughe e declino demografico.
Affermare che il rafforzamento di Israele minacci la vita cristiana non solo è inesatto, ma nasconde le vere cause del declino regionale del cristianesimo e distoglie l'attenzione dai regimi e dalle ideologie che effettivamente espellono i cristiani.
• Una dichiarazione radicata nel potere, non nella teologia
In sostanza, la condanna del sionismo cristiano da parte dei patriarchi sembra motivata più da ragioni istituzionali che teologiche. Essa riflette la frustrazione per la crescente influenza dei cristiani che non si sottomettono alle gerarchie ecclesiastiche storiche, ma sostengono invece Israele in modo diretto, pubblico e senza scuse.
Ci possono essere differenze reali nell'interpretazione e nell'escatologia, ma bollare l'amore cristiano per Israele come “confusione” o “danno” significa ridefinire il cristianesimo stesso in termini puramente politici.
Se la Chiesa in Terra Santa vuole mantenere la credibilità che rivendica, deve evitare di confondere il desiderio di controllo con una pretesa di superiorità morale o teologica.
(Israel Heute, 20 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Honduras, ecco Nasry Asfura il nuovo presidente: palestinese e filoisraeliano
Leader del partito di destra, nipote di immigrati palestinesi cristiani, Nasry Asfura, entrerà ufficialmente in carica entro la fine del mese. Ha dimostrato una certa vicinanza a Israele, più del precedente governo di sinistra. Durante la visita in Israele con Netanyahu, pace, fratellanza e cooperazione, sono stati i temi al centro dell’incontro
di Nathan Greppi
Il neoeletto presidente dell’Honduras, Nasry Asfura, si è recato in visita a Gerusalemme domenica 18 gennaio, esprimendo la sua speranza per una “nuova era” nelle relazioni bilaterali con Israele.
Come spiega JNS la dichiarazione e il viaggio di Asfura, che entrerà ufficialmente in carica entro la fine del mese, hanno segnato un ritorno a legami più stretti, dopo un recente periodo di relazioni tese sotto il suo predecessore, che aveva richiamato l’ambasciatore Israele a causa della guerra di Gaza.
“Stiamo rimodellando le relazioni tra Israele e l’Honduras in linea con i tradizionali legami di amicizia, ma vogliamo anche abbracciare il futuro”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu ad Asfura, secondo un resoconto del loro incontro. “Ti do il benvenuto a Gerusalemme, è una città antica, ma è anche una città che guarda all’innovazione e alla cooperazione con te e il popolo honduregno”, ha proseguito il primo ministro. “Sono convinto che in tutto ciò che hai menzionato saremo in grado di migliorare e anche di proseguire per il bene della pace, della fratellanza e del futuro dei nostri paesi”, ha risposto Asfura.
• Chi è Asfura
Leader del Partito Nazionale di destra, eletto presidente dell’Honduras il 30 novembre 2025 dopo essere stato sindaco della capitale Tegucigalpa dal 2014 al 2022, Nasry “Tito” Asfura è nipote di immigrati palestinesi cristiani. Analogamente al presidente di El Salvador Nayib Bukele, anch’egli di origini palestinesi, ha dimostrato una certa vicinanza a Israele, più del precedente governo di sinistra.
Prima della sua elezione, il Partito Nazionale dell’Honduras aveva già dimostrato un forte sostegno allo Stato Ebraico quando, nel 2021, l’allora presidente Juan Orlando Hernandez ha aperto l’ambasciata honduregna a Gerusalemme. Anche lui era dello stesso partito di Asfura.
• Relazioni tra i due paesi
L’Honduras ha riconosciuto ufficialmente Israele nel 1948, ed è attualmente uno dei pochi paesi al mondo ad avere l’ambasciata in Israele a Gerusalemme invece che a Tel Aviv (gli altri sono Stati Uniti, Guatemala, Paraguay, Kosovo, Papua Nuova Guinea e Fiji).
Nel corso degli anni, Israele è stato un importante partner nei settori della difesa e della cybersicurezza per l’Honduras, al quale ha fornito aerei da combattimento per combattere il narcotraffico. Ha anche fornito al paese centroamericano assistenza e know-how nei settori dell’agricoltura, della tecnologia idrica, della salute e dell’innovazione.
Il rafforzamento delle relazioni tra i due paesi fa parte di una più ampia tendenza dell’America Latina: di recente, con i cambi di governo sono migliorate anche le relazioni con la Bolivia e il Cile, che sotto i precedenti governi avevano adottato posizioni ferocemente antisraeliane, senza contare lo sviluppo dei legami con l’Argentina sotto l’attuale presidente Javier Milei.
(Bet Magazine Mosaico, 20 gennaio 2026)
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Musica – Umana, umanistica, umanitaria
di Francesco Lotoro
Il termine Olocausto, dal greco holokauston, ossia sacrificio (animale) interamente bruciato, è una grecizzazione del termine ebraico olà che indicava uno dei tipi di offerta quotidiana nel Beit ha-Mikdash in cui l’animale era completamente consumato dal fuoco sull’altare; la Hebdomēkonta (traduzione in greco della Bibbia ebraica) coniò il termine holokáutoma, dalla seconda metà del XX secolo il suo uso (negli Usa e Paesi anglofoni prevale il termine Holocaust) si riferisce storicamente e unicamente allo sterminio della popolazione ebraica d’Europa da parte del Terzo Reich ma altresì dei paesi collaborazionisti senza il quale convinto sostegno il piano di sterminio partorito dal nazionalsocialismo sarebbe stato di gran lunga più contenuto almeno nei numeri.
Invero il termine era stato usato in precedenza in inglese e altre lingue per descrivere in senso figurato o letterale distruzioni, massacri e sacrifici su larga scala, spesso con la presenza dell’elemento fuoco a contraddistinguere e giustificare l’uso del termine; nel 1895 il New York Times usò il termine Holocaust in riferimento al massacro degli armeni cristiani da parte dei turchi ottomani (precedente il Medz Yeghern del 1915-1917) mentre il grande poeta italiano Gabriele D’Annunzio, nella storica impresa di Fiume e Quarnero del 1919, si riferì ai fatti utilizzando il termine olocausta femminilizzando il termine e dando a esso una connotazione insieme poetica e nazionalistica.
Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale scrittori e giornalisti anglofoni utilizzarono estesamente il termine Holocausta descrivere eventi di distruzione di massa come il bombardamento di Dresda del 13 febbraio 1945 da parte dei bombardieri Alleati (circa 40.000 vittime) o lo sgancio dell’atomica a Hiroshima e Nagasaki (oltre 200.000 vittime); nell’era corrente il termine è spesso utilizzato (talora in modo improprio) in merito a dinamiche persecutorie messe in atto durante la Seconda Guerra Mondiale quantomeno differenti dai fatti ai quali il termine dovrebbe storicamente riferirsi.
Nel 1948 furono gli estensori della Megillat HaAtzmaut ossia la Dichiarazione d’Indipendenza (Mordechai Beham, Zvi Berenson, Moshe Sharett, David Ben-Gurion) a utilizzare ufficialmente il termine Shoah (catastrofe) nella proclamazione ufficiale dello Stato d’Israele laddove all’inizio del quarto capoverso è scritto Ha-Shoah she-nitcholela al Am Yisrael ba-zman ha-acharon, bah huchre’u le-tevach milyonei Yehudim be-Eiropa (la catastrofe che ha colpito recentemente il popolo ebraico ossia il massacro di milioni di ebrei in Europa); da notare l’uso dell’espressione huchre’u le-tevach laddove il termine indicativo del massacro è altresì indicativo dell’abbattimento dell’animale per la macellazione e ciò è qualcosa che va al di là dell’elemento fuoco associato al termine Olocausto.
Ma Ben-Gurion e altri intendevano altresì comunicare qualcosa che si trova nella continuazione del testo ossia che quanto accaduto «è stata un’altra chiara dimostrazione dell’urgenza di risolvere il problema della sua mancanza di patria attraverso la ricostituzione in Eretz Israel dello Stato ebraico che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro con uguali diritti nella famiglia delle nazioni». È l’immagine letteraria di quanto si stava consumando nei giorni eroici della proclamazione dello Stato d’Israele non già e non solo come un generico fenomeno post-coloniale accelerato dall’emergenza dei fatti ma come postulato inalienabile di appartenenza del popolo ebraico alla propria terra storica, cuore e anima del sionismo.
In ossequiosa osservanza alle linee politiche ufficiali dell’Unione Sovietica prima e dopo la morte di Stalin, l’establishment sovietico tracciò una netta distinzione tra ‘buoni ebrei sovietici’ (Khoroshiye sovetskiye yevrei) completamente degiudaizzati e antisionisti nonché pienamente assimilati all’ideologia stalinista e i ‘nazisti-sionisti’ (natsisty-sionisty) in base a un perversa mistificazione propagandistica comunista che associava all’ebreo le categorie del suo storico persecutore; fedele ai dettami del partito comunista sovietico, la leadership del Soyuz sovetskikh kompozitorov SSSR (Unione dei compositori sovietici) etichettò i compositori ebrei come ‘aggressori sionisti’ o ‘agenti dell’imperialismo mondiale’ arrivando a formulare nei loro riguardi accuse di degenerazione ideologica e ostilità alla cultura musicale sovietica, l’accusa di sionismo era formulata persino nei riguardi di musicisti non ebrei ma semplicemente di idee e opinioni diverse come Nikolaij Roslavets.
L’universo musicale concentrazionario riuscì a dare a qualsiasi contesto risposte molto più congrue e razionali, la musica prodotta in cattività era intensa e persino drammatica ma mai dettata da rancore, dura ma mai violenta neanche nei riguardi del persecutore e carnefice, tenace e resiliente ma mai dettata da esacerbazione; la risposta musicale fu umana, umanistica, umanitaria.
Il 14 giugno 1942 presso la Royal Albert Hall di Londra la London Philharmonic Orchestra diretta da Sir Adrian Boult eseguì in prima assoluta il Piano Concerto No.1 op.16 del compositore e pianista ebreo tedesco Franz Theodor Reizenstein scritto presso il Central Camp di Douglas durante l’internamento come Enemy Alien (il PianoConcerto sarà completato da Reizenstein dopo l’internamento), al pianoforte l’autore; lo stesso giorno, in un orario diverso, la Royal Albert Hall ospitò un altro evento storico, un concerto della London Symphony Orchestra diretto per la prima volta da un direttore d’orchestra nero, Rudolph Dunbar.
La Seconda Guerra Mondiale era in pieno svolgimento, le risorse dei Paesi in conflitto venivano prosciugate e convogliate al fronte, i bombardamenti e le restrizioni avevano ridotto in tocchi il Regno Unito; eppure nei ghetti e nei lager si allestivano teatri, si assemblavano orchestre e cori degni della Scala, si scriveva tanta musica da bastare per dieci generazioni mentre nella Londra assediata si eseguivano opere scritte in campi di internamento e si cambiava letteralmente la storia sociale.
La musica prodotta nell’universo concentrazionario non ha fornito tutte le risposte su quanto accaduto ad Auschwitz e durante l’Olocausto; in compenso ci ha consentito di porre numerose domande e, come per i famosi quesiti matematici internazionali non ancora risolti, avanzeremo nella civiltà e nell’arte man mano che sapremo rispondere a ognuna di queste domande.
Non appena raggiunto il futuro, esso diventa presente; questa musica ha raggiunto il suo futuro.
(moked, 20 gennaio 2026)
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Nel mondo ci sono ancora 196.600 sopravvissuti ebrei all'Olocausto
Secondo le stime della Claims Conference, nel mondo ci sono ancora 196.600 sopravvissuti ebrei all'Olocausto. Si tratta quasi esclusivamente di persone che più di 80 anni fa, quando erano bambini, sono sfuggite allo sterminio di massa degli ebrei in Europa da parte del regime nazista, come ha comunicato lunedì l'organizzazione a New York. L'età media dei sopravvissuti all'Olocausto è di 87 anni; il 62% sono donne, circa un terzo ha 90 anni o più.
Secondo i dati, la maggior parte dei sopravvissuti ebrei all'Olocausto risiede in Israele (50%), seguita dagli Stati Uniti (16%), dalla Francia (9%) e dalla Russia (7%). Al quinto posto si trova la Germania con il 5%. Rispetto all'inizio dell'anno precedente, il numero dei testimoni oculari ha continuato a diminuire. All'inizio del 2025, gli statistici della Claims Conference hanno registrato circa 220.000 sopravvissuti ebrei all'Olocausto.
• Commemorazione della liberazione di Auschwitz
Il 27 gennaio si commemorano in tutto il mondo le vittime del nazionalsocialismo. Il 27 gennaio 1945 fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz. In Germania, 30 anni fa, l'allora presidente federale Roman Herzog ha istituito questa giornata come giorno commemorativo nazionale.
La Conference on Jewish Material Claims Against Germany (Claims Conference) è un'organizzazione senza scopo di lucro con uffici a New York, Israele, Germania e Austria, che garantisce risarcimenti materiali ai sopravvissuti all'Olocausto in tutto il mondo. Secondo le proprie dichiarazioni, per l'anno 2025 la Claims Conference ha distribuito in tutto il mondo circa 530 milioni di dollari USA in risarcimenti ai sopravvissuti e 960 milioni di dollari USA in misure di assistenza ai sopravvissuti, quali assistenza domiciliare, medicinali e generi alimentari.
(Jüdische Allgemeine, 20 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 27
Davide nel paese dei Filistei. Suo soggiorno a Siclag- Davide disse nel suo cuore: “Un giorno o l'altro io morirò per mano di Saul; non c'è nulla di meglio per me che rifugiarmi nel paese dei Filistei, in modo che Saul, persa ogni speranza, finisca di cercarmi per tutto il territorio d'Israele; così scamperò dalle sue mani”. Davide dunque si alzò e con i seicento uomini che aveva con sé, si recò da Achis, figlio di Maoc, re di Gat. Davide abitò con Achis a Gat, lui e la sua gente, ciascuno con la propria famiglia. Davide aveva con sé le sue due mogli: Ainoam, di Izreel, e Abigail, di Carmel, che era stata moglie di Nabal. E Saul, informato che Davide era fuggito a Gat, smise di cercarlo.
- Davide disse ad Achis: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mi sia dato un luogo dove io possa stabilirmi, in una delle città della campagna; e perché il tuo servo dovrebbe abitare con te nella città reale?”. Achis, in quel giorno, gli diede Siclag; perciò Siclag è appartenuta ai re di Giuda fino al giorno d'oggi. Il tempo che Davide rimase nel paese dei Filistei fu di un anno e quattro mesi.
- Davide e la sua gente salivano e facevano delle scorrerie nel paese dei Ghesuriti, dei Ghirziti e degli Amalechiti; poiché queste popolazioni da tempi antichi abitavano il paese, dal lato di Sur fino al paese d'Egitto. Davide devastava il paese, non lasciava in vita né uomo né donna e prendeva pecore, buoi, asini, cammelli e indumenti; poi ritornava e andava da Achis. Achis domandava: “Dove avete fatto la scorreria quest'oggi?”. E Davide rispondeva: “Verso il sud di Giuda, verso il sud degli Ierameeliti e verso il sud dei Chenei”. E Davide non lasciava in vita né uomo né donna per condurli a Gat, poiché diceva: “Potrebbero parlare contro di noi e dire: 'Davide ha fatto così'”. Questo fu il suo modo di agire tutto il tempo che dimorò nel paese dei Filistei. Achis aveva fiducia in Davide e diceva: “Egli si rende odioso a Israele, suo popolo; e così sarà mio servo per sempre”.
(Notizie su Israele, 19 gennaio 2026)
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Hamas vista dall’interno: la diserzione che incrina il mito
Quando l’ideologia diventa un cappio e la guerra una truffa ai danni dei civili
di Paolo Montesi
C’è un punto, nelle guerre lunghe e ideologiche, in cui la retorica si sfalda e resta soltanto la materia grezza dei fatti, insieme alla voce di chi ha vissuto dall’interno ciò che per anni è stato raccontato come destino, necessità, sacrificio. L’intervista rilasciata a N12 da Hamza Mahra, ex membro delle unità Nukhba di Hamas e nipote di uno dei fondatori dell’organizzazione, appartiene a questa categoria scomoda e per questo rivelatrice. Non siamo di fronte a un’abiura spettacolare né una confessione costruita per il pubblico occidentale, ma a un racconto lineare e duro di una disillusione maturata nel tempo, dentro Gaza, dentro Khan Yunis, nel cuore stesso di quella struttura che per decenni ha preteso di incarnare la resistenza.
Mahra non parla come un uomo sconfitto, bensì come qualcuno che ha smesso di credere a un sistema che prometteva dignità e ha prodotto macerie, prometteva protezione e ha lasciato i civili esposti a ogni rappresaglia possibile. Quando dice che l’ideologia di Hamas è falsa, non sta facendo un’operazione teorica, bensì una constatazione pratica, nata dall’osservazione quotidiana di una leadership che, a suo giudizio, ha trasformato la vita dei palestinesi in una moneta di scambio, utile solo a perpetuare il proprio potere.
Il passaggio più destabilizzante riguarda il 7 ottobre, definito senza ambiguità un errore devastante. Non un atto eroico mal riuscito, non una risposta sproporzionata a un’ingiustizia, ma una scelta che ha riportato Gaza indietro di decenni, cancellando in poche ore ciò che era stato costruito con fatica in anni di lavoro e adattamento. In quelle parole non c’è indulgenza né tentativo di giustificazione, bensì la consapevolezza che l’azione armata, sganciata da qualsiasi responsabilità verso la popolazione, diventa una forma di autodistruzione collettiva.
Il fatto che Mahra abbia deciso di unirsi alla milizia di Hussam al-Astal, collaborando con Israele, segna un ulteriore scarto rispetto alla grammatica tradizionale del conflitto. Qui non siamo davanti a un riposizionamento tattico, ma a una rottura simbolica, perché implica il riconoscimento che il nemico assoluto, così come è stato insegnato per generazioni, non esiste nella forma semplificata proposta dall’indottrinamento. Israele, in questo racconto, smette di essere un’entità astratta e diventa un interlocutore con cui, per quanto difficile, è necessario fare i conti se l’obiettivo è la sopravvivenza dei civili e non la glorificazione della morte.
Colpisce anche l’assenza di timore dichiarata nei confronti di Hamas. Mahra sa bene cosa rischia, conosce i metodi, le ritorsioni, il prezzo che viene imposto a chi rompe la disciplina, e tuttavia rivendica il diritto di vivere una vita normale, sottraendosi alla catena familiare e ideologica che avrebbe dovuto determinarne il destino. In questo rifiuto dell’eredità, più che in qualsiasi slogan, si intravede la crepa più profonda nel sistema: quando i figli e i nipoti dei fondatori iniziano a considerare quell’eredità come un peso e non come un onore, qualcosa si è irrimediabilmente incrinato.
Questa testimonianza non risolve il conflitto, né pretende di farlo, ma costringe a guardare Hamas per ciò che è diventata agli occhi di una parte dei suoi stessi uomini, ovvero un apparato che divora le energie della società che dice di difendere. Ed è proprio per questo che risulta intollerabile per chi continua a raccontare Gaza come un blocco monolitico, privo di dissenso interno e di conflitti reali. La voce di Hamza Mahra, piaccia o no, ricorda che anche lì esistono scelte, fratture, risvegli tardivi, e che la pace, per quanto lontana, comincia spesso da una diserzione.
(Setteottobre, 19 gennaio 2026)
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Israele osserva con attenzione il problema dei Fratelli Musulmani in Europa
Le società democratiche possono permettersi di ignorare movimenti il cui potere non risiede in ciò che distruggono, ma in ciò che trasformano silenziosamente?
di James Spiro
Quando questa settimana Washington ha classificato tre rami dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche, l'annuncio ha attirato l'attenzione ben oltre il Medio Oriente.
Per i politici israeliani e le comunità ebraiche di tutta Europa, ciò ha confermato una preoccupazione di lunga data. Vale a dire che gran parte del continente continua a non essere in grado o non è disposta a opporsi ai movimenti islamici estremisti che agiscono non con la violenza aperta, ma attraverso una sottile infiltrazione delle sue istituzioni.
Gli americani hanno classificato il ramo libanese della Fratellanza come organizzazione terroristica straniera e i suoi rami giordano ed egiziano come terroristi globali specificatamente designati.
Ciò riflette un'attenzione particolare all'infrastruttura ideologica piuttosto che agli attacchi fisici isolati, facilmente identificabili come tali, confondendo il confine tra ciò che è considerato violenza e una minaccia generale all'armonia e alla sicurezza di un paese.
Questo approccio si è affermato più lentamente in Europa, dove le organizzazioni legate alla Fratellanza operano spesso legalmente come enti di beneficenza, gruppi di interesse o associazioni religiose.
E la crescente popolazione musulmana in tutto il continente ha solo aumentato la pressione sui politici europei, che sono cauti nel non irritare un elettorato sempre più influente.
Israele ha seguito con attenzione questo sviluppo, in particolare negli ultimi anni dopo l'attacco di Hamas contro Israele e la reazione mondiale alla guerra che ne è seguita.
Da anni i funzionari della sicurezza e gli analisti israeliani avvertono i loro colleghi europei che Hamas non può essere considerato isolatamente, ma deve essere visto nel contesto più ampio dell'ecosistema della Fratellanza Musulmana che lo sostiene, in particolare con l'aiuto di paesi come l'Iran e il Qatar.
Mentre Israele ha affrontato questa realtà con mezzi militari, l'Europa ha trattato la questione principalmente come una questione di integrazione, coesione sociale e libertà civili.
Questo approccio è ora naturalmente sotto pressione.
• Il problema dell'Europa con la Fratellanza Musulmana
Nel Regno Unito, in Francia e in Germania, i governi stanno attualmente esaminando la presenza di reti islamiste che non sempre incitano apertamente alla violenza, ma promuovono valori antiliberali e creano un ambiente in cui prosperano l'antisemitismo e i sentimenti antioccidentali.
In Francia, il governo del presidente Emmanuel Macron ha cercato di combattere il “separatismo islamista”, citando le preoccupazioni relative alle società parallele e alla radicalizzazione.
Allo stesso modo, le autorità tedesche hanno intensificato la sorveglianza sui gruppi legati alla Fratellanza, definendoli una minaccia a lungo termine per l'ordine democratico.
Nel Regno Unito, le indagini parlamentari hanno ripetutamente esaminato le organizzazioni legate alla Fratellanza (senza però arrivare a vietarle). Ancora oggi, i governi europei reagiscono con sensibilità alle accuse di prendere di mira le comunità musulmane o di violare la libertà di religione. E poiché la Fratellanza opera nella zona grigia tra fede, politica e attivismo, parte di questo approccio comporta dei rischi per i politici ambiziosi.
• Gli ebrei lasciati indietro
Per le comunità ebraiche di tutta Europa, le conseguenze dell'inazione sono tangibili.
L'antisemitismo legato all'ideologia islamista è diventato una caratteristica distintiva della situazione europea dopo il 7 ottobre. Le manifestazioni a favore di Hamas, gli appelli alla distruzione di Israele e le minacce alle istituzioni ebraiche hanno costretto molti governi ad affrontare questioni scomode sulle correnti ideologiche presenti nelle loro città.
L'antisemitismo dell'estrema destra rimane una minaccia, ma i leader ebraici sottolineano che anche gli ambienti islamisti e di estrema sinistra sono fonte di ostilità, spesso minimizzata dai media o da altre istituzioni.
Il deputato ebreo britannico Damien Egan ha dovuto annullare una visita in una scuola della sua circoscrizione dopo che un gruppo locale filopalestinese ha protestato contro la sua visita a causa del suo sostegno a Israele – uno dei tanti episodi recenti che evidenziano le tensioni a cui sono sottoposte le personalità pubbliche ebree.
“Il governo [americano] ha compiuto un passo enorme per contrastare la minaccia dei Fratelli Musulmani in tutto il mondo”, ha affermato Charles Asher Small, direttore esecutivo dell'Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy (ISGAP), che ha informato i politici occidentali sulla strategia globale dei Fratelli Musulmani. Il movimento sta cercando di integrarsi nei sistemi democratici e di trasformare gradualmente le norme e il discorso dall'interno.
Questa strategia, nota come “entrismo strategico”, trova particolare riscontro in Europa, dove il sostegno statale alle istituzioni religiose e civili può involontariamente fornire legittimità e risorse a gruppi con obiettivi islamisti.
Israele ha avvertito che tali reti non hanno bisogno di compiere attacchi fisici per indebolire le società democratiche o normalizzare le narrazioni antisemite. E la classificazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe rendere questi avvertimenti ancora più chiari.
• La via americana (e israeliana)
Prendendo di mira le ramificazioni della Fratellanza per il loro sostegno a Hamas e non per la violenza diretta, Washington ha finalmente segnalato la sua disponibilità a trattare l'abilitazione ideologica come un problema di sicurezza.
Questo punto di vista è più in linea con l'analisi delle minacce di Israele, che privilegia i sistemi rispetto ai sintomi.
Riflette anche il modo in cui Israele vede altri avversari ideologici. La strategia regionale dell'Iran, ad esempio, si basa meno sullo scontro con Israele e più sulla promozione di rappresentanti, istituzioni e narrazioni che sopravvivono ai singoli leader o governi.
In Europa, la Fratellanza rappresenta una sfida diversa (ma non meno duratura): un gioco lungo, sul modello cinese, che punta più sulla pazienza che sulla provocazione.
Le implicazioni per l'Europa sono significative. Con l'aumento dell'antisemitismo e la rivalutazione del loro futuro nel continente da parte delle comunità ebraiche, i governi si trovano sotto crescente pressione per dimostrare che la tolleranza democratica non si applica ai movimenti che minano i valori democratici stessi.
Finora non sono stati all'altezza di questa sfida.
Per Israele si tratta più di sicurezza che di solidarietà. I dibattiti interni dell'Europa sull'Islam politico influenzano tutto, dalle alleanze diplomatiche alla cooperazione nella lotta al terrorismo.
Un'Europa che sottovaluta l'estremismo ideologico è, dal punto di vista israeliano, un'Europa meno disposta ad affrontare le forze che destabilizzano il Medio Oriente.
Questo non significa che la Fratellanza Musulmana sia sempre violenta. Ma il continente deve chiedersi se le sue società democratiche possono permettersi di ignorare movimenti il cui potere non risiede in ciò che distruggono, ma in ciò che intercettano e trasformano silenziosamente nel corso del tempo.
Israele ha imparato presto queste regole. Gli Stati Uniti hanno ora iniziato ad agire di conseguenza. L'Europa dovrà probabilmente decidere presto se vuole continuare a giocare... o continuare a fingere che il gioco non esista.
(Israel Heute, 19 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele: le donne ultraortodosse entrano nel cuore dell’hi-tech
di Michelle Zarfati
In Israele un numero crescente di donne ultraortodosse (haredi) sta trovando sempre più spazio nel settore dell’alta tecnologia, rompendo barriere culturali e professionali storiche. A favorire questa trasformazione è KamaTech, un’organizzazione che offre formazione avanzata e accompagnamento al lavoro per membri della comunità haredi, con un’attenzione particolare alle donne.
Nel centro di Bnei Brak, decine di partecipanti seguono corsi intensivi che le preparano a ruoli tecnici richiesti da grandi aziende internazionali come Google, Apple e Amazon. Ad oggi, circa 7.000 donne hanno completato i programmi, e 2.000 sono già impiegate nel settore hi-tech. Il percorso non è solo professionale: le partecipanti imparano anche a muoversi in un ambiente lavorativo laico, mantenendo però le proprie tradizioni religiose. Molte ottengono l’approvazione delle autorità rabbiniche, che vedono nell’hi-tech una via per garantire stabilità economica alle famiglie.
Secondo i promotori del progetto, l’iniziativa rappresenta un ponte tra due mondi spesso considerati incompatibili e contribuisce a ridisegnare il ruolo delle donne haredi nella società israeliana, offrendo nuove opportunità di autonomia e crescita economica.
(Shalom, 19 gennaio 2026)
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Israele respinge il piano statunitense per Gaza – L'invito di Erdoğan acuisce le tensioni in Medio Oriente
Mentre gli Stati Uniti istituiscono il loro “Board of Peace” (Consiglio di pace) per riorganizzare la Striscia di Gaza, il primo ministro Benjamin Netanyahu prende apertamente le distanze da alcune parti del piano: troppo grandi sono le preoccupazioni in materia di politica di sicurezza nei confronti del coinvolgimento degli attori regionali.
In una dichiarazione insolitamente chiara, l'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha criticato aspramente la recente iniziativa statunitense sulla futura amministrazione della Striscia di Gaza. La creazione di un cosiddetto Gaza Executive Board – un comitato direttivo internazionale che, nell'ambito del Board of Peace (Consiglio di pace), dovrebbe coordinare l'amministrazione transitoria, le questioni relative alla sicurezza e la ricostruzione di Gaza – sarebbe in contrasto con la politica ufficiale israeliana e sarebbe stata resa pubblica senza previa consultazione con Gerusalemme.
Il governo statunitense, guidato dal presidente Donald Trump, aveva presentato il Consiglio di pace come organo direttivo centrale per la seconda fase del suo piano per Gaza. Questo organo internazionale dovrebbe coordinare, tra l'altro, l'amministrazione transitoria, la smilitarizzazione e la ricostruzione della fascia costiera – un mandato con conseguenze politiche e di sicurezza di vasta portata.
• Chiaro rifiuto da Gerusalemme
L'ufficio del primo ministro ha dichiarato che la composizione del Gaza Executive Board non è accettabile per Israele. Particolarmente problematico è il coinvolgimento di Stati che, secondo la valutazione israeliana, intrattengono stretti rapporti politici con Hamas o almeno legittimano indirettamente questa organizzazione.
Netanyahu avrebbe incaricato il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar di esprimere chiaramente il malcontento nei confronti del Dipartimento di Stato americano. La leadership israeliana sottolinea che le decisioni sul futuro di Gaza non possono essere prese senza tenere conto degli interessi centrali di Israele in materia di sicurezza.
A Gerusalemme, il ruolo degli attori regionali è visto con particolare occhio critico. Dal punto di vista israeliano, c'è il rischio che le considerazioni politiche all'interno del Consiglio di pace possano portare a un indebolimento della chiara richiesta di completa destituzione delle strutture terroristiche.
• Invito a Recep Tayyip Erdoğan
Il dibattito è stato ulteriormente alimentato dalla conferma da parte di Ankara che Donald Trump ha invitato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan a entrare a far parte del Board of Peace (Consiglio di pace). Secondo fonti turche, l'invito è stato esteso già a metà gennaio ed è considerato ad Ankara un segno dell'importanza strategica della Turchia.
Dal punto di vista israeliano, questo sviluppo è molto delicato. Fin dall'inizio della guerra di Gaza, la Turchia ha assunto una posizione apertamente contraria a Israele e ha attaccato Netanyahu in modo aggressivo in diverse occasioni. Pertanto, a Gerusalemme si guarda con grande scetticismo a un ruolo formale di Ankara nella futura amministrazione di Gaza.
Inizialmente non è stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale israeliana specifica sull'invito di Erdoğan. Tuttavia, negli ambienti governativi si sostiene che una tale configurazione sarebbe difficilmente compatibile con la dottrina di sicurezza di Israele.
• Ambizioni internazionali, riserve israeliane
Il Consiglio di pace dovrebbe comprendere, oltre agli attori regionali, anche personalità internazionali del mondo della politica, dell'economia e della diplomazia. L'obiettivo di Washington è quello di conferire legittimità internazionale al piano per Gaza e di guidare la ricostruzione in modo ordinato.
In Israele questo approccio incontra riserve trasversali a tutti i partiti. I critici avvertono che un organo internazionale troppo ampio potrebbe imporre compromessi politici che a lungo termine creerebbero nuova instabilità invece di garantire la sicurezza.
L'aperta opposizione di Gerusalemme lo dimostra chiaramente: Israele non è disposto a mettere da parte i propri interessi fondamentali in nome dei processi internazionali. Il dibattito sul Consiglio di pace evidenzia ancora una volta le tensioni tra le ambizioni diplomatiche americane e le priorità di sicurezza israeliane. Resta da vedere se il piano statunitense porterà a un accordo postbellico stabile a Gaza o se aprirà nuove linee di conflitto.
(Israel Heute, 18 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Hamas ricostruisce la leadership di Gaza dal circolo di Sinwar
Mentre Donald Trump annuncia il “Comitato di pace” di Gaza, l'organizzazione terroristica si sta ricostruendo. Dai prigionieri liberati nell'accordo Shalit al “comandante di brigata” che ha sostituito Mohammed Deif, oltre a tre comandanti di battaglione veterani che sono sfuggiti ai tentativi di assassinio.
di Shachar Kleiman
Nel mezzo della tempesta che circonda l'istituzione del “consiglio di pace”, Israele ha ucciso un terrorista di alto rango di Hamas di nome Mohammed al-Houli, noto anche come Abu Fouad, che era a capo delle operazioni del campo centrale e aveva partecipato ai preparativi per il massacro del 7 ottobre.
Abu Fouad si aggiunge a una serie di terroristi eliminati durante il cessate il fuoco sullo sfondo delle violazioni di Hamas. Tuttavia, molte figure di spicco rimangono nella leadership dell'organizzazione a Gaza, con conti ancora da regolare. Questi individui sono responsabili del tentativo di rafforzamento delle forze, delle continue violazioni, del rifiuto di disarmarsi e di un ritardo di tre mesi nella restituzione di tutti gli ostaggi deceduti.
La figura di più alto rango eliminata negli ultimi tre mesi è stata Raad Saad. Il fondatore delle unità Nukhba e della forza navale di Hamas, che per decenni ha ricoperto il ruolo di uno dei comandanti di alto rango dell'ala militare, era salito al secondo posto nella gerarchia dell'ala dopo due anni di guerra. Saad, ucciso il 13 dicembre mentre viaggiava nel suo veicolo con le guardie del corpo, supervisionava la produzione di armi ed era responsabile dell'assemblaggio di ordigni esplosivi utilizzati contro le forze dell'IDF.
All'inizio di dicembre sono stati uccisi il comandante del battaglione di Rafah Est Abu Ahmed al-Bawab e il suo vice Ismail Abu Labda. Entrambi avevano trascorso molto tempo in un tunnel sotterraneo dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco in ottobre. Il 22 novembre è stato eliminato Alaa al-Hadidi, una figura di spicco responsabile dell'approvvigionamento e delle attrezzature nell'apparato produttivo dell'ala militare. Due giorni prima era stato ucciso Abdullah Abu Shamala, che ricopriva il ruolo di capo dell'apparato navale di Hamas.
• Nuova struttura di potere
Al vertice della piramide di Gaza sono riemersi i collaboratori di Yahya Sinwar, che hanno preso il posto di altre figure di spicco eliminate.
Il quotidiano saudita Asharq Al-Awsat ha riportato all'inizio di questo mese che Ali al-Amodi, uno dei prigionieri rilasciati nell'accordo Shalit del 2011 che era a capo dell'apparato “propagandistico” a Gaza e accompagnava Sinwar, è diventato il capo de facto dell'Ufficio di Gaza. Il rapporto afferma anche che è considerato la figura centrale nella Striscia.
Fonti hanno indicato che non si sono tenute elezioni per l'Ufficio di Gaza, ma che ha avuto luogo una “consultazione”. In tale processo, Tawfiq Abu Naim sarebbe stato nominato membro dell'ufficio. Come abbiamo riportato in ottobre nel supplemento “Israel This Week”, la valutazione prevalente era che Abu Naim, come altre figure di spicco, fosse stato chiamato a ricoprire posizioni chiave all'interno di Hamas a causa del crescente divario ai vertici della leadership. In precedenza, Abu Naim comandava i meccanismi di polizia dell'organizzazione terroristica. Come al-Amodi, è stato rilasciato nell'ambito dell'accordo Shalit ed è uno dei collaboratori di Sinwar.
• Parla ebraico, si è tinto i capelli e si è tagliato i capelli per sfuggire
Al vertice dell'ala militare c'è ancora Izz al-Din al-Haddad. Ex membro di Fatah, è diventato l'unico comandante di brigata di Hamas nell'ala non eliminata durante la guerra.
Secondo fonti straniere, al-Haddad, in qualità di comandante della brigata della città di Gaza, era tra i pochi a conoscere la data dell'attacco del 7 ottobre. Come altri, è stato coinvolto nella pianificazione e nell'esecuzione del massacro di massa. Dopo l'uccisione di Mohammed Deif, Marwan Issa e Mohammed Sinwar, è stato nominato capo dell'ala. A seguito della caccia all'uomo, si è persino tinto i capelli e ha cambiato taglio per nascondere la sua identità.
Gli ostaggi rilasciati hanno riferito che al-Haddad parla ebraico. Anche il capo dei servizi segreti Mohammed Odeh è sopravvissuto nell'ala militare. Secondo fonti arabe, è stato nominato comandante della brigata della Striscia settentrionale al posto di Ahmed Ghandour, rimasto ucciso.
Un terrorista di nome Mohanad Rajab è stato nominato comandante della brigata della città di Gaza. Oltre a lui, tre comandanti di battaglione “veterani” sono sopravvissuti alla guerra: Imad Aslim e Haitham Hawajari della brigata di Gaza e Hussein Fayyad di Beit Hanoun.
Oltre alle figure di spicco sopravvissute, Hamas controlla ancora i meccanismi di polizia e un'ala militare. Secondo i dati pubblicati, i tre meccanismi di polizia contano almeno 20.000 membri. Tuttavia, la maggior parte dei razzi è stata distrutta e la maggior parte dei terroristi addestrati dell'ala militare è stata uccisa. Inoltre, Israele stima che Hamas sia stata costretta a nominare comandanti sul campo di livello inferiore dopo che decine di comandanti di battaglione e di compagnia sono stati uccisi durante la guerra.
• La leadership dell'organizzazione all'estero
Allo stesso tempo, c'è ovviamente l'“ufficio politico” di Hamas all'estero, quello attaccato a Doha il 9 settembre. La maggior parte dei suoi membri risiede in Qatar e Turchia, mentre il resto in altri paesi come l'Iran e l'Algeria. In totale, si tratta di diverse decine di membri senior e junior dell'ufficio che vivono lì.
Al vertice di questo ufficio c'è un consiglio direttivo composto da cinque membri: Khalil al-Hayya, Khaled Mashaal, Mohammed Darwish, Zaher Jabarin e Nizar Awadallah. Al-Hayya è il capo regionale di Gaza e Zaher Jabarin è il capo regionale della Cisgiordania. Mashaal è responsabile della diaspora all'estero e Mohammed Darwish è responsabile del Consiglio della Shura dell'organizzazione. Awadallah fa anche parte dell'ufficio di Gaza.
Per la carica di capo dell'ufficio, rimasta vacante dopo l'uccisione di Sinwar e Ismail Haniyeh, al-Hayya e Mashaal sono ora i principali contendenti. Nell'ambito del processo elettorale, è prevista anche la nomina di un vice dopo l'uccisione di Saleh Arouri nel 2024.
(IsraelHayom, 18 gennaio 2026)
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Gli araldi di Trump ci fanno sapere
di Niram Ferretti
Gli araldi di Trump ci fanno sapere che dobbiamo avere fede, che, per citare San Paolo, noi ora vediamo le cose “come in uno specchio, oscuramente”, ma che ciò che ci sembra in un modo, in realtà è in un altro. Quindi, il mancato attacco all’Iran, anticipato da roboanti dichiarazioni presidenziali, che se ai manifestanti il regime avesse torto un capello, se ne sarebbe pentito, le esortazioni a scendere in piazza spavaldi contro il regime perché poi sarebbero arrivati gli aiuti, e il tradimento di quanto dichiarato, il suo spudorato tradimento, sarebbero in realtà da comprendere e scusare perché vanno inseriti in una più ampia prospettiva.
Trump ha una mente strategica, nulla di quanto fa sfugge a un disegno che solo lui e pochi adepti sono in grado di contemplare. Questo disegno, per il Medioriente include anche avere messo in piede una elefantiaca architettura per allestire il futuro di Gaza, fatta di ex capi di Stato e diplomatici di vecchio corso, (ma dove progressivamente vengono imbarcati tutti) in cui, perché no?, sono stati inclusi anche funzionari del Qatar e della Turchia, ovvero i principali sponsor della Fratellanza Musulmana di cui Hamas, che controlla ancora il 48 per cento di Gaza, è un pezzo. Decisione presa alle spalle di Israele, come quella, nei mesi scorsi, di trattare direttamente con Hamas, cosa che nessun altra amministrazione americana aveva mai fatto prima.
L’idea è di Steven Witkoff, il Mr. Wolf di Trump, il problem solver. Anche avere scelto Witkoff come emissario per il Medioriente e interlocutore di Putin, mano sul miocardio, è un altra prova, per gli araldi di Trump, della sua lungimiranza.
Witkoff, per il quale alla fine i jihadisti di Hamas sono persone ragionevoli, e il clan Al Thani, sponsor di Hamas e ricchissimo foraggiatore del radicalismo islamico, è composto da brava gente. Ma Witkoff a parte, e tornando all’Iran, Trump ci ha informato che gli è stato assicurato che 800 esecuzioni sono state sospese in quel di Teheran, (e forse, in realtà, è stato Witkoff a farglielo sapere), anche se il Procuratore Generale di Teheran, a stretto giro ha dichiarato che saranno eseguite puntualmente mentre Khamenei gli ha fatto sapere che la sedizione è stata stroncata.
Migliaia di morti, si dice dodicimila se non di più, e per i quali nessuna folla oceanica è scesa in piazza in Occidente. Però, attenzione, sempre gli araldi ci dicono che Trump ha fatto bene, perché uno strike qui e là non avrebbe fatto cadere il regime, così gli è stato detto dai militari. Ma se le cose stanno in questo modo, perché esortare i manifestanti ad andare contro il regime? Perché generare la speranza?Ah, ma questo, Trump lo ha saputo dopo. Lui prima scrive i post, poi si informa sulla situazione. Certo si tratta di un eloquente segno di finezza strategica e politica. Tempo al tempo, ci dicono gli araldi, e poi Trump metterà fine al regime iraniano e vendicherà i morti e, naturalmente, aprirà finalmente e definitivamente le porte dell’inferno per Hamas a Gaza, sempre che l’emiro Al Thani e Erdogan siano d’accordo.
“Questo, è il nostro show”, ha detto un funzionario americano indispettito dalle lagnanze di Netanyahu per l’inserimento del Qatar e della Turchia nel board di Gaza. Parola non può essere più precisa. Si tratta, infatti, e sempre, di uno show, come la cattura di Maduro a Caracas con tanto di dispiegamento hollywoodiano di mezzi e truppe. Mancava solo la colonna sonora di Poledouris.
In attesa delle prossime puntate possiamo solo assistere allo spettacolo e, come ci esortano gli araldi, a non fare troppo gli schizzinosi. “Trump è il migliore amico di Israele”, “Se al suo posto ci fosse stata Kamala Harris sarebbe stata una catastrofe”. Con queste due frasi ogni critica dovrebbe essere tacitata, come a dire che se qualcosa ci disgusta, dovremmo subito pensare a qualcosa che ci disgusterebbe ancora di più. Il disgusto passa così, dobbiamo essere adulti, cinicamente adulti. Rino Formica già ce lo diceva tempo fa che la politica è “sangue e merda”, condensando grossolanamente Machiavelli. Soprattutto merda a quanto pare.
Fatelo sapere ai parenti dei ragazzi morti a centinaia a Gaza per liberarla da Hamas e a quelli dei giovani manifestanti che lo stratega americano ha esortato a ribellarsi.
(L'informale, 18 gennaio 2026)
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Perché Dio ha creato il mondo? - 22
Un approccio olistico alla rivelazione biblica.
di Marcello Cicchese
• Il settimo giorno
Questo è quello che ha detto l'Eterno: 'Domani è un solenne riposo (shabat): un sabato (shabat) sacro all'Eterno’”.
Raccoglietene durante sei giorni; ma il settimo giorno è il sabato (shabat); in quel giorno non ve ne sarà”.
Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato (shabat)” (Esodo 16: 23,25,29).
È cominciato tutto nel deserto di Sin, il quindicesimo giorno del secondo mese dopo la partenza dal paese d’Egitto (Esodo 16:1): è lì che l’Eterno ha deciso di dare a Israele il sabato, con l’intenzione evidentemente di mantenerglielo a lungo, perché gli ebrei continuano a praticarlo ancora oggi. Ma che oggetto è il sabato? Perché è collegato al settimo giorno? In che senso Dio lo ha dato a Israele? Fino a questo punto, tutto ciò che sappiamo dal testo biblico sul sabato è contenuto in tre versetti:
1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l'esercito loro. 2 Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta. 3 E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso si riposò da tutta l'opera che aveva creata e fatta (Genesi 2:1-3).
Il riposo di Dio sembra dunque essere collegato al settimo giorno. Per capirne l’importanza, non si può allora che riandare ai sei giorni che l’hanno preceduto. Bisognerà dunque ripartire dall’inizio.
• Il lavoro di Dio nella creazione
1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. 2 La terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso, e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (Genesi 1:1-2).
Il versetto 2 presenta lo spettacolo di una terra devastata da un cataclisma di cui non ci vengono descritti i particolari, ma di cui la Bibbia nella sua totalità può aiutarci a capire il senso. L’abisso è ciò che è diventato l’”Eden il giardino di Dio” (Ezechiele 28:11-13) in cui si trovava il “cherubino dalle ali distese” (Ezechiele 28:14), che dopo la caduta viene chiamato Satana, ed è capo della schiera degli angeli ribelli a Dio. Senza tentare qui una difesa biblica di questa posizione (p. es. Arnold G. Fruchtenbaum, The Book of Genesis), cercheremo di far vedere come questa interpretazione si inserisce bene in un “approccio olistico alla rivelazione biblica”. Vedremo subito qualcosa nei prossimi commenti. La terra su cui regnava Satana è stata colpita dal giudizio di Dio e ora è “un cumulo di macerie”, come diremmo noi oggi; la Bibbia dice che è “informe e vuota”. Le acque fanno parte del giudizio con cui Dio ha colpito il regno angelico, il cui centro si trova ora nell’abisso, che è il luogo da cui regna Satana con l’esercito dei suoi angeli (Proverbi 15:11, Luca 8:31) e le tenebre sono il suo spazio di manovra. Sulle macerie del regno angelico si volge lo sguardo di Dio, il cui Spirito aleggia sulla superficie delle acque, senza entrare in contatto con i contaminati rottami del mondo decaduto, ma osservando dall’alto. E dà inizio all’opera:
3 Dio disse: “Sia la luce!”, e la luce fu. 4 Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. 5 Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Fu sera, poi fu mattina: primo giorno (Genesi 1:3-5).
Alle tenebre in cui opera Satana si contrappone ora la luce che nella Bibbia esprime la presenza di Dio che agisce nella sua creazione (p.es. Giobbe 38:19, Giovanni 1:1-8). “Sia la luce!” è un ordine. È un ordine che Dio pronuncia di fronte alle tenebre. “E la luce fu” è l’esecuzione dell’ordine. Quando vogliamo entrare in una stanza che si trova al buio, con il pulsante diamo di fatto un ordine: “sia la luce!” e la luce entra; dopo di che il buio scompare. Qui invece accade che le tenebre non scompaiono, ma sono costrette a fare spazio alla luce che penetra di autorità in mezzo alle tenebre. Nel versetto 4 Dio osserva il risultato dell’ordine e vede compiaciuto che funziona: la luce invade lo spazio delle tenebre e queste sono costrette a ridimensionarsi. Ben fatto! Il re delle tenebre potrà ancora operare nello spazio che gli resta, ma non potrà superare i limiti posti dal Re della luce. Il versetto 5 è grandioso nella sua disarmante, profonda semplicità. Dio dà un nome alla luce e un nome alle tenebre. Chiama la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Ma che significa? La luce e le tenebre hanno già i loro nomi, che sono appunto “luce” e “tenebre”, perché allora indicarle con altri nomi, di cui non si conosce ancora il significato? Senza significato appaiono anche gli altri due nomi: “sera” e “mattina”, che non sono stati ancora definiti. Se quei quattro nomi volessero indicare quello che noi oggi intendiamo, sarebbe un evidente anacronismo, perché dipendono tutti dalla posizione del sole rispetto alla terra, e in questo momento il sole non è stato ancora creato. Sarebbe un’ingenuità, ma solo se il testo della Genesi fosse opera di uno scrittore che vuole dire qualcosa riguardante Dio con una sua opera letteraria, perché le finzioni, anche se artistiche, devono avere comunque una loro coerenza interna. Nel testo biblico invece non è l’uomo che parla di Dio partendo da sé, ma è Dio che parla all’uomo partendo da Sé, usando un linguaggio adatto a farsi capire. I nomi “giorno” e “notte”, insieme a quelli di “sera” e “mattina” che qui compaiono, non sono collegati al sole della geografia terrestre che noi conosciamo, ma traggono il loro significato dai nomi “luce” e “tenebre” dati in origine da Dio, che non per nulla compaiono per primi, e fino al versetto 4 riguardano soltanto Dio e il suo Avversario. Con il suo primo ordine Dio penetra con la sua luce nelle tenebre che ancora avvolgono il mondo angelico decaduto, con l’intenzione di costruire un mondo nuovo sulle rovine del vecchio. Il lavoro della luce si svolge a tappe, chiamate “giorni”. Il termine “giorni” usato al plurale sta ad indicare che la luce eterna di Dio, chiamata “giorno” nel versetto 4, è entrata nel tempo e si articola in “giorni” di lavoro che la luce di Dio svolge in mezzo alle tenebre avvolgenti la creazione angelica decaduta. È indicato il numero dei giorni di lavoro, ma non la durata temporale di ciascuno di essi. È sottolineato invece, e ripetutamente, che ogni giorno comincia la sera e si conclude la mattina. Dio comincia ogni giorno operando nelle tenebre del mondo decaduto e prosegue nella creazione progressiva di uno spazio e di una realtà immersi nella luce. Per il Creatore sono sei giorni di lavoro; ed è bene sottolineare questa parola per ricordare che il Dio della Bibbia è un Dio che agisce, sia nella natura, sia nella storia degli uomini, sia nella storia eterna.
• Inizio dei lavori. Giorno uno.
“Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”. Così si traduce di solito in italiano la parte finale del versetto 5. Ma nell’originale ebraico quello che si traduce con primo giorno è יום אחד (yom echad), e אחד significa uno, mentre il termine corrispondente a primo sarebbe ראשון (rishon). Si osserva dunque il fatto che nell’enumerazione dei sette giorni della creazione, l’originale biblico usa sempre l’aggettivo numerico ordinale (secondo, terzo, ecc.) salvo che nel primo caso, in cui si usa l’aggettivo numerico cardinale uno. È un’osservazione che non c’è negli usuali commentari italiani, ma si trova invece nel commentario ebraico “Genesi - Bereshit, edito dalla casa editrice Mamash Edizioni Ebraiche, già citata nel capitolo 13. Il commentario traduce così il versetto di Genesi 1:5:
“Dio chiamò la luce giorno e il buio chiamò notte. Fu sera e fu mattina, un giorno”.
E aggiunge un commento:
"יומ אחד - Un giorno: avrebbe dovuto essere scritto primo giorno, come è scritto per gli altri, nei versetti seguenti: secondo giorno, terzo giorno… Perché è scritto un? Perché Hashem era da solo - Uno - nel Suo mondo, in quanto fino al secondo giorno non erano ancora stati creati gli angeli (Rashì)”.
Proporremo qui una lettura diversa da quella di Rashì. Senza voler esagerare l’importanza della differenza lessicale, che pure esiste e va giustificata, il giorno uno gioca una parte unica nella lista perché nella parola “Sia la luce!” che Dio pronuncia in quel giorno è contenuto in potenza l’intero programma creativo. Il giorno uno diventa un primo giorno quando il programma comincia a svolgersi nel tempo e si fa avanti un secondo giorno, seguito poi da tutti gli altri. La parola “Sia la luce!” non è un atto creativo di Dio, ma un’espressione della Sua volontà. Non è il primo atto della serie, ma è il momento in cui Dio decide di penetrare come Luce nelle tenebre del mondo angelico decaduto con l’obiettivo di generare in esse una nuova creazione conforme alla sua “buona e perfetta volontà” (Romani 12:2). Paragonando la creazione biblica alla costruzione di un importante edificio, si potrebbe dire che il giorno uno è quello in cui si fa “la posa della prima pietra”. Esiste un'interessante definizione di questo atto inaugurale:
“La posa della prima pietra è un atto che segna l'inizio ufficiale della costruzione di un edificio, o di un'opera importante, rappresentando allo stesso tempo la fine del progetto e l'inizio concreto della sua realizzazione, unendo simbolicamente passato, presente e futuro”.
Qualcosa di simile avviene nel programma della creazione, dove a una prima pietra inaugurale non segue la posa di una seconda pietra, ma una serie di giorni di lavoro fino al completamento definitivo dell’opera. La parola con cui Dio annuncia che la Sua luce si fa spazio nelle tenebre unisce il passato della caduta angelica, il presente della decisione di Dio e il futuro del pieno compimento dell’opera progettata. Il giorno uno dunque è unico: non c’è un giorno due simile ad esso. Ma c’è invece un altro giorno diverso da tutti gli altri, ed è il settimo giorno. Primo giorno e settimo giorno sono due giorni speciali che hanno una cosa in comune: in entrambi non si lavora. Nel primo dei due, il lavoro attivo non è ancora iniziato; nel secondo, il lavoro attivo è finito. Nel primo dei due Dio decide, nel secondo Dio riposa. Nel paragone con l’edificio si potrebbe dire che se il primo giorno è quello in cui si posa la prima pietra, il settimo giorno è quello in cui si taglia il nastro. E con il taglio del nastro ha inizio l’ordinata fruizione del fine per cui l’opera è stata pensata ed eseguita. Nel nostro caso, la Bibbia dice che "Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta" (Genesi 2:2).
È dunque il riposo di Dio il fine a cui tende il lavoro della creazione. Abbiamo già detto qualcosa su questo giorno di riposo (Capitolo 19), volgiamo allora la nostra attenzione agli altri giorni di lavoro.
• I giorni della creazione
Non vogliamo qui addentraci nell’interpretazione di ciò che Dio ha creato in ogni specifico giorno di lavoro, ma piuttosto fare una riflessione sulla modalità con cui Dio ha operato nell’arco di tempo della sua lavorazione. L’interpretazione scelta è di tipo strettamente letterale, senza svicolamenti allegorici. La difficoltà che si ha talvolta a collegare in modo diretto parole bibliche a fatti di usuale esperienza non va superata elaborando fantasiose metafore, ma sforzandosi di comprendere il linguaggio che la Bibbia usa per trasmettere verità di valore eterno a noi uomini mortali, legati alla terra per posizione fisica e accecati nella mente per posizione spirituale. Il racconto della creazione è poi di particolare difficoltà perché in essa tutto è buono o molto buono. Il Signore allora deve presentare quella che in origine era la sua perfetta creazione a uomini che sono ormai dall’altra parte della barricata (il frutto proibito) e vivono in una realtà devastata dalla maledizione che ha colpito la terra e dalla malvagità che è penetrata nel cuore dell’uomo. Ecco perché noi uomini, nella nostra congenita cattiveria, facciamo molta fatica a immaginare un mondo in cui tutto è “molto buono”, e allora ce la caviamo dicendo che è tutta una favola. Ma poiché non è una favola, è legittimo proporre tentativi di comprensione di queste parole, in accordo con il resto della Scrittura. Esaminiamo allora la frase che viene ripetuta per tutti i giorni di lavoro della creazione:
Fu sera, poi fu mattina: x.mo giorno, con la x che varia da 1 a 6. Chiediamoci allora: come mai la serie non è stata estesa fino a 7? Si dirà che il settimo giorno è di riposo, mentre gli altri sono di lavoro. Ma che c’entra? I nostri giorni, che siano di lavoro o di riposo, hanno tutti la stessa durata, perché allora questa differente formulazione per l’ultimo giorno? Fino a 6 le frasi della serie cominciano tutte con un “Poi Dio disse: ...” e si concludono con “Fu sera, ecc.”. Si sarebbe potuto usare lo stesso schema anche per l’ultimo giorno, cambiando soltanto i termini “Poi Dio disse.. .” con “Poi Dio si riposò...” e il risultato sarebbe stato una frase simile a tutte le altre: “Poi Dio si riposò… Fu sera, poi fu mattina: settimo giorno”. Se così non è scritto, si deve dedurre che i termini sera e mattina, anche se usati in forma analogica, non sono applicabili al settimo giorno. Resta allora anzitutto da capire in quale senso questi termini sono usati per i giorni di lavoro. Il presupposto interpretativo qui scelto è che nel racconto della creazione il dualismo mattina- sera, collegato al dualismo giorno-notte, sia espressione del dualismo luce-tenebre, collegato al dualismo Dio-Satana. In questa lettura, ciascuno dei primi sei giorni comincia la sera, quando Dio inizia a lavorare in uno spazio in cui dominano le tenebre; e termina la mattina, in uno spazio sottratto alle tenebre in cui regna la luce e si compie in esso l’opera creativa di Dio. Giorno dopo giorno, il lavoro procede ininterrotto, ricominciando ogni volta dalle tenebre della sera per giungere alla luce della mattina. Arrivata la mattina del sesto giorno, il lavoro a quel punto è terminato. La luce di Dio regna sovrana e la costruzione è completa. Domanda: come dovrà avvenire l’inizio del giorno successivo al sesto? Non certo nelle tenebre della sera, perché le tenebre ormai non sono più. Il suo inizio dunque non potrà che avvenire nella luce. Conclusione inaspettata: il settimo giorno comincia la mattina. Non è una battuta, è un invito a riflettere.
(Notizie su Israele, 18 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 26
Davide si reca nuovamente nel deserto di Zif. Saul risparmiato un'altra volta da Davide
- Gli Zifei andarono da Saul a Ghibea e gli dissero: “Davide è nascosto sulla collina di Achila di fronte al deserto”. Allora Saul si alzò e scese nel deserto di Zif avendo con sé tremila uomini scelti d'Israele, per cercare Davide nel deserto di Zif. E Saul si accampò sulla collina di Achila che è di fronte al deserto, presso la strada. E Davide, che stava nel deserto, avendo saputo che Saul veniva nel deserto per cercarlo, mandò delle spie e seppe con certezza che Saul era giunto. Allora Davide si alzò, arrivò al luogo dove si era accampato Saul, e notò il luogo dove erano coricati Saul e Abner, il figlio di Ner, capo del suo esercito. Saul stava coricato nel parco dei carri, e la sua gente era accampata intorno a lui.
- Davide prese a dire ad Aimelec, l'Ittita, e ad Abisai, figlio di Seruia, fratello di Ioab: “Chi scenderà con me verso Saul nel campo?”. E Abisai rispose: “Scenderò io con te”.
- Davide e Abisai dunque andarono di notte da quella gente; ed ecco che Saul riposava addormentato nel parco dei carri, con la sua lancia conficcata a terra, dalla parte della testa; e Abner e la sua gente gli stavano coricati intorno. Allora Abisai disse a Davide: “Oggi Iddio ha messo il tuo nemico nelle tue mani; ora lascia, ti prego, che io lo colpisca con la lancia e lo inchiodi a terra con un colpo solo e non ci sarà bisogno di un secondo”. Ma Davide disse ad Abisai: “Non lo ammazzare; chi potrebbe mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno senza rendersi colpevole?”. Poi Davide aggiunse: “Com'è vero che l'Eterno vive, soltanto l'Eterno sarà colui che lo colpirà, sia che venga il suo giorno e muoia, sia che scenda in campo di battaglia e perisca. Mi guardi l'Eterno dal mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno! Prendi ora soltanto, ti prego, la lancia che è vicino alla sua testa e la brocca dell'acqua, e andiamocene”. Davide dunque prese la lancia e la brocca dell'acqua che Saul aveva vicino alla sua testa, e se ne andarono. Nessuno vide la cosa né si accorse di nulla; e nessuno si svegliò, tutti dormivano, perché l'Eterno aveva fatto cadere su di loro un sonno profondo.
- Poi Davide passò dalla parte opposta e si fermò in lontananza sulla cima del monte, a grande distanza dall'accampamento di Saul; e gridò alla gente di Saul e ad Abner, figlio di Ner: “Non rispondi, Abner?”. Abner rispose e disse: “Chi sei tu che gridi al re?”. Davide disse ad Abner: “Non sei tu un valoroso? E chi è pari a te in Israele? Perché dunque non hai fatto buona guardia al re, tuo signore? Poiché uno del popolo è venuto per ammazzare il re tuo signore. Ciò che hai fatto non va bene. Com'è vero che l'Eterno vive, meritate la morte, voi che non avete fatto buona guardia al vostro signore, all'unto dell'Eterno! E ora guarda dov'è la lancia del re e dov'è la brocca dell'acqua che stava vicino alla sua testa!”.
- Saul riconobbe la voce di Davide e disse: “Questa è la tua voce, figlio mio Davide?”. Davide rispose: “È la mia voce, o re, mio signore!”. Poi aggiunse: “Perché il mio signore perseguita il suo servo? Che ho fatto? Che male ho commesso? Ora dunque, il re mio signore, si degni di ascoltare le parole del suo servo. Se l'Eterno è colui che ti incita contro di me, accetti egli un'oblazione! Ma se sono gli uomini, siano essi maledetti davanti all'Eterno, poiché oggi mi hanno scacciato per separarmi dall'eredità dell'Eterno, dicendomi: 'Va' a servire a degli dèi stranieri!'. Ora dunque il mio sangue non cada a terra lontano dalla presenza dell'Eterno! Poiché il re d'Israele è uscito per andare in cerca di una pulce, come si va dietro a una pernice su per i monti”.
- Allora Saul disse: “Ho peccato; torna, figlio mio Davide, poiché io non ti farò più nessun male, poiché oggi la mia vita è stata preziosa ai tuoi occhi; ecco, io ho agito da stolto e ho commesso un grande errore”. Davide rispose: “Ecco la lancia del re; uno dei tuoi giovani passi qua a prenderla. L'Eterno retribuirà ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà; poiché oggi l'Eterno ti aveva dato nelle mie mani e io non ho voluto mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno. E come è stata preziosa oggi la tua vita ai miei occhi, così sarà preziosa la mia vita agli occhi dell'Eterno; ed egli mi libererà da ogni tribolazione”.
- E Saul disse a Davide: “Sia tu benedetto, figlio mio Davide. Tu agirai da forte, e sarai certamente vittorioso”. Davide continuò il suo cammino, e Saul tornò a casa sua.
(Notizie su Israele, 17 gennaio 2026)
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I drusi siriani aspirano a un'alleanza con Israele
Dopo essere sopravvissuto ai massacri sostenuti dal regime, il leader spirituale dei drusi di Sweida chiede l'indipendenza e un'alleanza con lo Stato ebraico: «Ci consideriamo parte integrante dell'esistenza di Israele».
In un momento cruciale per i drusi oppressi nel sud della Siria, lo sceicco Hikmat al-Hijri, leader spirituale della comunità drusa nella provincia di Sweida, ha pubblicamente formulato una visione che mette in discussione le pretese di Damasco nei confronti delle sue minoranze e ridefinisce le dinamiche di sicurezza regionali: piena indipendenza per Sweida, sostenuta da un'alleanza strategica con lo Stato di Israele.
Le dichiarazioni di Al-Hijri al quotidiano israeliano Yediot Achronot segnano un netto allontanamento dalla posizione tradizionale dei leader drusi siriani, che per lungo tempo hanno preferito una cauta simmetria con Damasco. Ma dopo che la scorsa estate una brutale violenza di matrice religiosa si è abbattuta su Sweida – al-Hijri ha descritto esecuzioni, stupri e villaggi bruciati durante gli scontri tra sostenitori del regime e milizie – la situazione per la sua comunità è cambiata radicalmente.
“Ci consideriamo parte integrante dell'esistenza dello Stato di Israele”, ha dichiarato al-Hijri, descrivendo il rapporto non come opportunistico, ma come storico, radicato in legami di sangue e legami tribali comuni con i drusi delle alture del Golan.
Ha avvertito che la Siria sta andando verso una divisione di fatto e che l'unico futuro sostenibile per gli oltre 300.000 drusi di Sweida è l'autonomia – e infine la sovranità – garantita da un garante esterno. Per al-Hijri, Israele è questo garante.
“L'unico crimine per cui siamo stati uccisi è quello di essere drusi”, ha affermato, descrivendo il governo di transizione di Damasco come un sistema alleato dei jihadisti, non diverso dalla brutalità dell'ISIS. Ha sottolineato che gli attacchi aerei israeliani del luglio 2025, condotti per difendere le comunità druse, sono stati l'unico intervento militare che ha fermato le uccisioni.
Questo linguaggio è drastico, ma segnala una svolta strategica. Le affermazioni di Al-Hijri sul genocidio e sulla minaccia esistenziale alle minoranze riflettono un cambiamento strutturale più ampio nel Levante: le minoranze si stanno allontanando dal vecchio modello statale arabo centralista e cercano nuove alleanze per garantire la loro sopravvivenza.
Da un punto di vista geopolitico, l'appello dei drusi a Israele non è solo simbolico. Esso riflette un profondo riallineamento, spinto dalla guerra, dai cambiamenti demografici e dal crollo della legittimità dello Stato siriano in gran parte del sud. I rappresentanti di Teheran e le fazioni jihadiste sunnite hanno colmato il vuoto lasciato da Damasco, ponendo le minoranze come i drusi di fronte a una scelta difficile: sottomettersi o ottenere un'autonomia strategica sotto la protezione di Israele.
Al-Hijri ha anche espresso delusione nei confronti del mondo arabo, affermando che nessun governo arabo ha condannato la violenza a Sweida o offerto un sostegno significativo, il che sottolinea il grado di isolamento che ha spinto la sua comunità verso Israele.
Questo annuncio arriva in un momento in cui Israele sta riorientando la sua posizione regionale: passando da una contenzione difensiva ai suoi confini a un impegno proattivo con le minoranze simpatizzanti negli Stati in dissoluzione. L'appello dei drusi coincide con l'interesse strategico di Israele di impedire agli attori ostili di consolidare il loro controllo sul fronte siriano e, allo stesso tempo, di promuovere organizzazioni cuscinetto che promuovano la coesistenza e la deterrenza.
Il futuro è incerto. Damasco rifiuta qualsiasi idea di divisione, ribadisce le sue rivendicazioni di sovranità su Suwayda e lo spettro della frammentazione minaccia di distruggere l'integrità territoriale della Siria. Ma per i drusi di Sweida, che hanno subito massacri e abbandono da parte dello Stato, l'indipendenza – con Israele come garante – non è più un obiettivo teorico, ma una questione di sicurezza.
Questo momento non rappresenta più i drusi solo come una minoranza intrappolata tra due fuochi, ma come un attore strategico con capacità di agire, che preferisce un partenariato con uno Stato sovrano come Israele alla letargia di un ordine arabo in disgregazione. Si tratta sotto ogni aspetto di un nuovo capitolo nella riorganizzazione del Levante.
(Israel Heute, 16 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La strategia comune tra Mossad e Usa per stabilizzare Gaza e arginare l’Iran
Il capo dell’intelligence israeliana vola negli Stati Uniti per il colloquio con Witkoff. Debellare il terrorismo finanziato da Teheran per garantire la pace nella Striscia
di Iuri Maria Prado
Donald Trump ha annunciato l’avvio della seconda fase del Piano per Gaza, il quale prevede la costituzione del “Board of Peace” in funzione di amministrazione transitoria “che stabilirà la cornice e coordinerà il finanziamento per la ricostruzione” della Striscia. Alcuni hanno ironizzato su Trump che si incorona rappresentante di quell’amministrazione. Liberi di farlo, ovviamente. Liberi, cioè, di far passare la cosa come l’ennesima manifestazione di megalomania di un mezzo matto che si sveglia una mattina e si dichiara imperatore della ricostruzione di Gaza. Il guaio, come sempre, è la realtà: perché era il Piano per Gaza, adottato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione dello scorso novembre, a prevedere che quell’organismo sarebbe stato presieduto dal presidente degli Stati Uniti.
Solitamente adorate come pronunciamenti intangibili e oracolari, le risoluzioni dell’Onu diventano materia trascurabile quando – come in questo caso – preannunciano un andazzo diverso, urtando il biennio di retoriche alla “All eyes on Gaza” che non ha portato nessun sollievo alla popolazione civile e ha invece dato respiro e legittimazione di fatto alle formazioni terroristiche della Striscia.
Se si gratta via la superficie della comune avversione al Piano per Gaza, ci si accorge che ad essere avversata non è la matrice “trumpiana”, ma la sostanza di quell’accordo. A cominciare dall’esordio, che reclama una soluzione complessiva della crisi sul presupposto che Gaza costituisce un pericolo per la regione e per i Paesi circostanti. Vale la pena di ricordare, citandolo testualmente, quale fosse il primo punto del Piano: “Gaza sarà una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo, che non rappresenterà una minaccia per i suoi vicini”. E varrà la pena di ricordare come il Piano si proponesse di affrontare – e risolvere – il problema: distruggendo le capacità militari delle formazioni terroristiche di Gaza e impedendone la ricostituzione.
Si vedrà in quale misura e con quale efficacia il Piano sarà attuato, ma è palese che a frenarne l’attuazione, o a subirla con dispetto, saranno i tanti che presso le cancellerie occidentali, presso il “deep state” delle Nazioni Unite e, ovviamente, presso i ranghi del terrorismo terrorizzato dalla propria fine, pensavano che la soluzione del conflitto coincidesse con il puro e semplice ritiro israeliano e con mezzo governo dello Stato ebraico alla sbarra dell’Aia.
Pur rischioso, pur esposto a pericoli di insuccesso, pur complicato, il Piano per Gaza aveva, e mantiene, una grande angolatura, che comprende ma va ben oltre Gaza proprio perché ha riconosciuto in Gaza, e nella radicalizzazione che ancora la assedia, un motivo di instabilità addirittura ultra-regionale. La concomitanza della visita negli Stati Uniti del capo del Mossad per colloqui con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, è casuale solo per chi non considera che la guerra di Gaza, appunto, andava oltre i confini della Striscia e avrebbe smosso i rapporti di forza con il regime – quello iraniano – che aveva organizzato e finanziato ogni istanza terroristica non solo lì ma in Libano, in Siria, in Iraq, nello Yemen. Si parla di Iran, quando si discute del terrorismo palestinese. Si discute del terrorismo palestinese, quando si parla del regime iraniano.
(Il Riformista, 17 gennaio 2026)
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Tanti nemici di Israele e amici di Hamas nel comitato per Gaza
di Franco Londei e Sarah G. Frankl
Più che un comitato per Gaza, o meglio, un comitato che supervisionerà la gestione postbellica di Gaza (qualsiasi cosa voglia dire), mi sembra un comitato pro-Hamas.
Ieri l’Amministrazione Trump ha reso noti i membri che faranno parte di questo fantomatico “comitato per Gaza” e tra di loro figurano i più importanti sostenitori nonché finanziatori di Hamas.
Giusto per fare qualche nome. Nel comitato per Gaza figurano il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, l’alto diplomatico del Qatar Ali Thawadi, il capo dell’intelligence egiziana Hassan Rashad, il ministro della cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti Reem Al-Hashimy e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair.
Turchia è Qatar non dovrebbero nemmeno nominare “Gaza” perché da sempre non solo sono sostenitori di Hamas, ma ne sono i maggiori finanziatori insieme all’Iran. L’Egitto farà di tutto per bloccare le uscite degli arabi da Gaza e quello sarà il suo unico e vero compito. Gli Emirati Arabi Uniti non sono invece ostili a Israele, mentre Tony Blair te lo raccomando.
Temo che a Gerusalemme non saranno molto contenti delle scelte della Casa Bianca. La Turchia ha definito il massacro del 7 ottobre “un atto di resistenza” mentre ad Ankara ospita gli uffici di Hamas e considera il gruppo terrorista un “gruppo resistente”.
Dal canto suo il Qatar è quello che ha sborsato centinaia di milioni di dollari che hanno permesso ad Hamas di costruire il più grande reticolo di tunnel del mondo e di acquistare le armi usate contro Israele, il tutto sapendo perfettamente a cosa servivano quei soldi.
Secondo Trump, Qatar e Turchia avrebbero facilitato il raggiungimento dell’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele e per questo sarebbero nel comitato per Gaza. Ma per cosa lo hanno fatto? Non certo per gli ostaggi israeliani o per una improvvisa voglia di pace. Lo hanno fatto perché era l’unico modo per salvare Hamas. Lo hanno fatto per salvare la loro creatura in modo che possa essere ancora una minaccia seria per Israele.
Non so se questo lo hanno capito a Washington. Parrebbe di no. Soprattutto non hanno capito la voglia, quasi la necessità per la Turchia di posizionare il suo esercito al confine con Israele.
La speranza è che Netanyahu rimanga fermo sulle sue posizioni di non voler nessun tipo di partecipazione turca sul terreno a Gaza. E con “nessun tipo” si intende sia una anche minima presenza militare che partecipazioni di ONG turche o riconducibili alla Turchia alla ricostruzione di Gaza.
Faranno parte del comitato esecutivo anche l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, il principale collaboratore di Trump Jared Kushner, il CEO di Apollo Global Management Marc Rowan, l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, l’ex coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite Sigrid Kaag e l’ex inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente Nickolay Mladenov. Sembra più un comitato d’affari piuttosto che di controllo.
Il Comitato esecutivo supervisionerà il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato altrettanto nuovo di tecnocrati palestinesi che sarà responsabile della fornitura di servizi di base agli abitanti di Gaza.
Giovedì al Cairo, il NCAG dei tecnocrati palestinesi ha tenuto il suo primo incontro con Mladenov, al quale si sono uniti virtualmente Kushner e Witkoff.
Il NCAG sarà guidato dall’ex viceministro della pianificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ali Shaath, che la Casa Bianca, nel suo annuncio di venerdì, ha definito “un leader tecnocratico ampiamente rispettato che supervisionerà il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine”.
“Il dott. Sha’ath vanta una profonda esperienza nell’amministrazione pubblica, nello sviluppo economico e nell’impegno internazionale, ed è ampiamente rispettato per la sua leadership pragmatica e tecnocratica e per la sua comprensione delle realtà istituzionali di Gaza”, ha affermato la Casa Bianca.
Va detto che la scelta di Ali Shaath ha fatto storcere il naso a parecchia gente a Gerusalemme. Sebbene venga considerato un “critico pragmatico” di Israele, la sua equidistanza da Hamas e dalla Autorità Palestinese non è una garanzia di efficienza. Anzi, recenti critiche verso l’operato di Israele senza criticare nel contempo Hamas, fanno pensare che non sia la persona più adatta a ricoprire quel ruolo.
Per quanto riguarda la Forza di stabilizzazione internazionale, ancora da istituire, che avrà il compito di garantire la sicurezza della Striscia e di eliminare gradualmente le IDF, la Casa Bianca ha annunciato che il comandante delle operazioni speciali del Comando centrale, il generale di divisione Jasper Jeffers, è stato nominato comandante delle ISF “dove guiderà le operazioni di sicurezza, sosterrà la smilitarizzazione completa e consentirà la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione”
In precedenza Jeffers è stato co-presidente del Cessation of Hostilities Implementation Mechanism, che ha monitorato il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano raggiunto nel novembre 2024.
Al momento non sembrano esserci molti paesi disposti a inviare propri soldati per la forza di stabilizzazione internazionale. Gli unici “contenti” di farlo sono i turchi.
(Rights Reporter, 17 gennaio 2026)
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Scandalo in Francia, il veleno che passa dai manuali scolastici
Un testo per il baccalauréat riscrive il 7 ottobre e apre una falla inquietante nel sistema educativo.
di Paolo Montesi
In Francia è esploso uno scandalo che va ben oltre il perimetro di una polemica editoriale e tocca un nervo scoperto del sistema educativo repubblicano. Al centro della vicenda c’è un manuale di revisione destinato agli studenti che si preparano al baccalauréat, l’esame di maturità che conclude il percorso delle scuole superiori e che rappresenta, per milioni di ragazzi, un passaggio decisivo non solo sul piano scolastico ma anche simbolico. Il bac non è un semplice test finale: è lo strumento con cui lo Stato certifica un livello di conoscenze e, implicitamente, una capacità di orientarsi nel mondo contemporaneo. Proprio per questo ciò che entra in quei manuali conta, pesa e lascia tracce profonde per tutta la vita culturale e civile dello studente che diventa cittadino.
Il testo finito sotto accusa è stato pubblicato da Hachette, uno dei colossi storici dell’editoria francese ed europea, da decenni fornitore privilegiato di materiali scolastici e parascolastici. In un passaggio dedicato all’attacco del 7 ottobre 2023, il manuale proponeva una ricostruzione che ha suscitato sconcerto e indignazione, perché descriveva l’uccisione di oltre 1.200 persone come la morte di “coloni ebrei” nel corso di una generica sequenza di violenze, senza qualificare adeguatamente la natura dell’azione né i suoi responsabili. Una formulazione che, nella sua apparente neutralità, finiva per stravolgere i fatti, attenuando la portata del massacro e introducendo un’idea di equivalenza che non regge alla prova della realtà.
Il punto ovviamente non è solo una questione terminologica. Definire in quel modo le vittime, che vivevano all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, e omettere il riferimento esplicito a Hamas come autore dell’attacco, significa spostare l’asse interpretativo e suggerire implicitamente una lettura che diventa una ripugnante giustificazione. È qui che il problema è apertamente politico e culturale prima ancora che didattico, perché quel tipo di riscrittura non resta confinata sulla carta ma entra nel circuito della formazione, si deposita nelle menti di studenti che si affidano a quei testi per comprendere eventi complessi e drammatici.
Di fronte alle proteste, alle prese di posizione di insegnanti, associazioni e rappresentanti istituzionali, Hachette ha ritirato il manuale e ha riconosciuto l’errore, parlando di una formulazione inaccettabile. Il gesto è stato necessario, ma non basta a chiudere la questione. Resta infatti la sensazione di un cedimento più profondo, di una vigilanza allentata proprio in un ambito che dovrebbe essere presidiato con il massimo rigore. Un manuale di revisione non è un pamphlet militante né un post sui social: è uno strumento che si inserisce nel sistema venoso dell’educazione, circola silenziosamente, viene assimilato senza troppe difese critiche.
Questo episodio mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra informazione, scuola e conflitti contemporanei, e quanto facilmente possa insinuarsi una distorsione che, magari in nome di una presunta semplificazione o di un malinteso equilibrio, finisce per alterare i fatti. In un momento storico segnato da una crescita dell’antisemitismo e da una polarizzazione crescente del dibattito pubblico, l’idea che simili ambiguità possano trovare spazio nei materiali destinati agli studenti è motivo di seria preoccupazione.
Il caso del manuale per il bac non è dunque un incidente marginale, ma – per chi lo voglia sentire – un campanello d’allarme e ricorda a noi tutti che l’educazione non è un terreno neutro e che ogni concessione alla confusione o all’approssimazione rischia di produrre effetti duraturi. Nelle aule scolastiche non si prepara soltanto un esame ma si formano cittadinanze. E quando il veleno entra nei libri, il danno non è immediato, ma profondo, lento e, noi tutti sappiamo quanto, difficile da estirpare.
(Setteottobre, 17 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 25
Davide e Nabal
- Samuele morì e tutto Israele si radunò e fece cordoglio; lo seppellirono nella sua proprietà, a Rama. Allora Davide si alzò, e scese verso il deserto di Paran.
- A Maon c'era un uomo che aveva i suoi beni a Carmel; era molto ricco, aveva tremila pecore e mille capre, e si trovava a Carmel per la tosatura delle sue pecore. Quest'uomo si chiamava Nabal, e il nome di sua moglie era Abigail, donna di buon senso e di bell'aspetto; ma l'uomo era duro e malvagio nelle sue azioni; discendeva da Caleb.
- Davide, avendo saputo nel deserto che Nabal tosava le sue pecore, gli mandò dieci giovani, ai quali disse: “Salite a Carmel, andate da Nabal, salutatelo a nome mio, e dite così: 'Salute! pace a te, pace alla tua casa, e pace a tutto quello che ti appartiene! Ho saputo che tu hai i tosatori; ora, i tuoi pastori sono stati con noi e noi non abbiamo fatto loro nessun oltraggio, e non gli è stato portato via nulla per tutto il tempo che sono stati a Carmel. Domandalo ai tuoi servi e te lo diranno. Questi giovani trovino dunque grazia agli occhi tuoi, poiché siamo venuti in un giorno di gioia; e da', ti prego, ai tuoi servi e a tuo figlio Davide ciò che avrai fra le mani'”.
- Quando i giovani di Davide arrivarono, ripeterono a Nabal tutte queste parole in nome di Davide, poi tacquero. Ma Nabal rispose ai servi di Davide, dicendo: “Chi è Davide? E chi è il figlio di Isai? Sono molti, oggi, i servi che scappano dai loro padroni; e io dovrei prendere il mio pane, la mia acqua e la carne che ho macellato per i miei tosatori, per darli a gente che non so da dove venga?”.
- I giovani ripresero la loro strada, tornarono e andarono a riferire a Davide tutte queste parole. Allora Davide disse ai suoi uomini: “Ognuno di voi prenda la sua spada”. Ognuno prese la sua spada, e Davide pure prese la sua, e salirono dietro a Davide circa quattrocento uomini; duecento rimasero vicino ai bagagli.
- Abigail, moglie di Nabal, fu informata della cosa da uno dei suoi servi, che le disse: “Ecco, Davide ha inviato dal deserto dei messaggeri per salutare il nostro padrone e lui li ha trattati male. Eppure, quella gente è stata molto buona verso di noi; noi non abbiamo ricevuto nessun oltraggio e non ci hanno portato via nulla per tutto il tempo che siamo andati intorno con loro quando eravamo per la campagna. Di giorno e di notte sono stati per noi come una muraglia, per tutto il tempo che siamo stati con loro pascolando le greggi. Ora dunque rifletti e vedi quello che tu debba fare; poiché è certo che avverrà un guaio al nostro padrone e a tutta la sua casa, ed egli è un uomo talmente malvagio che non gli si può parlare”.
- Allora Abigail prese in fretta duecento pani, due otri di vino, cinque montoni pronti da cuocere, cinque misure di grano arrostito, cento grappoli di uva passa e duecento schiacciate di fichi, e caricò ogni cosa su degli asini. Poi disse ai suoi servi: “Andate davanti a me; ecco, io vi seguirò”. Ma non disse nulla a Nabal suo marito. E mentre lei, sul dorso del suo asino, scendeva il monte per un sentiero coperto, ecco Davide e i suoi uomini che scendevano di fronte a lei, e lei li incontrò. Ora Davide aveva detto: “Ho dunque protetto invano tutto ciò che costui aveva nel deserto, in modo che nulla è mancato di tutto ciò che egli possiede; ed egli mi ha reso male per bene. Così tratti Iddio i nemici di Davide con il massimo rigore! Fra qui e lo spuntare del giorno, io non lascerò in vita un solo uomo tra tutto quello che gli appartiene”.
- Quando Abigail vide Davide scese in fretta dall'asino e, gettandosi con la faccia a terra, si prostrò davanti a lui. Poi, gettandosi ai suoi piedi, disse: “O mio signore, la colpa è mia! Ti prego, lascia che la tua serva parli in tua presenza e tu ascolta le parole della tua serva! Ti prego, signor mio, non fare caso a quell'uomo da nulla che è Nabal; poiché lui è ciò che dice il suo nome; si chiama Nabal, e in lui non c'è che stoltezza; ma io, la tua serva, non vidi i giovani mandati dal mio signore. Ora dunque, signor mio, com'è vero che vive l'Eterno e che vive l'anima tua, l'Eterno ti ha impedito di spargere il sangue e di farti giustizia con le tue proprie mani. I tuoi nemici e quelli che vogliono fare del male al mio signore, siano come Nabal! Adesso, ecco questo regalo che la tua serva porta al mio signore; sia dato ai giovani che seguono il mio signore. Ti prego, perdona lo sbaglio della tua serva; poiché per certo l'Eterno renderà stabile la casa del mio signore, perché il mio signore combatte le battaglie dell'Eterno, e in tutto il tempo della tua vita non si è trovata malvagità in te. Se mai sorgesse alcuno a perseguitarti e ad attentare alla tua vita, la vita del mio signore sarà custodita nello scrigno della vita presso l'Eterno, che è il tuo Dio; ma la vita dei tuoi nemici l'Eterno la lancerà via, come dall'incavo di una fionda. E quando l'Eterno avrà fatto al mio signore tutto il bene che ti ha promesso e ti avrà stabilito come capo sopra Israele, il mio signore non avrà questo dolore e questo rimorso di avere sparso del sangue senza motivo e di essersi fatto giustizia da sé. E quando l'Eterno avrà fatto del bene al mio signore, ricordati della tua serva”.
- Davide disse ad Abigail: “Sia benedetto l'Eterno, l'Iddio d'Israele, che oggi ti ha mandato incontro a me! E sia benedetto il tuo senno, e benedetta sia tu che oggi mi hai impedito di spargere del sangue e di farmi giustizia con le mie mani! Poiché certo, com'è vero che vive l'Eterno, l'Iddio d'Israele, che mi ha impedito di farti del male, se tu non ti fossi affrettata a venirmi incontro, fra qui e lo spuntare del giorno a Nabal non sarebbe rimasto un solo uomo”. Davide quindi ricevette dalle mani di lei quello che lei aveva portato, e le disse: “Risali in pace a casa tua; vedi, io ho dato ascolto alla tua voce e ho avuto riguardo per te”.
- Abigail andò da Nabal; ed ecco che egli faceva un banchetto in casa sua, un banchetto da re. Nabal aveva il cuore allegro, perché era completamente ubriaco; perciò lei non gli fece sapere nessuna cosa, piccola o grande, fino allo spuntare del giorno. Ma la mattina, quando gli fu passata l'ubriachezza, la moglie raccontò a Nabal queste cose; allora gli si freddò il cuore ed egli rimase come di pietra. Circa dieci giorni dopo, l'Eterno colpì Nabal, ed egli morì.
- Quando Davide seppe che Nabal era morto, disse: “Sia benedetto l'Eterno, che mi ha reso giustizia dell'offesa che mi ha fatto Nabal, e ha preservato il suo servo dal fare del male! L'Eterno ha fatto ricadere la malvagità di Nabal sul suo capo!”. Poi Davide mandò dei messaggeri ad Abigail per proporle di diventare sua moglie. E i servi di Davide andarono da Abigail a Carmel, e le parlarono così: “Davide ci ha mandati da te, perché vuole prenderti in moglie”. Allora lei si alzò, si prostrò con la faccia a terra, e disse: “Ecco, la tua serva farà da schiava, per lavare i piedi ai servi del mio signore”. Abigail si alzò in fretta, montò sopra un asino e, con cinque fanciulle, seguì i messaggeri di Davide e divenne sua moglie.
- Davide sposò anche Ainoam di Izreel, ed entrambe furono sue mogli. Saul aveva dato Mical sua figlia, moglie di Davide, a Palti, figlio di Lais, che era di Gallim.
(Notizie su Israele, 16 gennaio 2026)
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Quando essere ebrei diventa pericoloso: l’Europa che spinge i giovani verso Israele
La più grande aliyah giovanile dal 7 ottobre racconta il fallimento dell’Europa nel proteggere i suoi cittadini ebrei.
di Barbara Covili
C’è una notizia che rischia di passare come un fatto di cronaca, ma che in realtà è una radiografia impietosa dell’Occidente contemporaneo. 213 giovani ebrei sono arrivati in Israele questa settimana dall’Europa e da altri Paesi occidentali: la più grande “aliyah” (immigrazione ebraica in Israele) giovanile dall’inizio della guerra del 7 ottobre. Non un gesto ideale, ma una scelta dettata dalla paura. Una paura concreta, quotidiana, misurabile.
I racconti di questi ragazzi parlano di vite improvvisamente ristrette. Di simboli ebraici nascosti sotto i vestiti, di università diventate luoghi ostili, di insulti e minacce normalizzate. “Temevo per la mia vita perché ebrea”, racconta una giovane arrivata da Londra. Un’altra, da Parigi, spiega di aver smesso di esprimere apertamente la propria identità per evitare ritorsioni. Non sono storie isolate. Sono il riflesso di un fenomeno ormai strutturale.
I dati sull’antisemitismo lo confermano con brutalità perché in Europa, dopo il 7 ottobre, le aggressioni agli ebrei e ai loro luoghi sono esplose: in molti Paesi sono raddoppiate o triplicate rispetto agli anni precedenti. Aggressioni fisiche, vandalismi contro sinagoghe e scuole, minacce online, intimidazioni nei campus. Secondo i principali osservatori europei, mai dal dopoguerra si era registrata una simile concentrazione di atti antiebraici in un arco di tempo così breve. L’antisemitismo è entrato nel discorso pubblico, spesso mascherato da attivismo politico, tollerato quando non apertamente giustificato.
È in questo contesto che va letta la decisione di questi 213 giovani: una scelta razionale di sopravvivenza. Israele non rappresenta per loro una meta ideale, ma un luogo in cui poter vivere senza chiedere scusa per la propria esistenza. Per questi giovani, Israele non è soltanto un approdo temporaneo, ma un orizzonte di vita. Un luogo in cui studiare, lavorare, costruire relazioni, mettere radici. Un Paese che, pur attraversato da conflitti e contraddizioni, continua a offrire opportunità concrete di integrazione sociale, professionale e civile. È fondamentale che questo futuro esista: non solo per Israele, ma per l’intero mondo ebraico. Perché senza un luogo in cui la propria identità non sia una colpa o una giustificazione da fornire, la libertà diventa fragile, reversibile, negoziabile.
Israele è un paese nato dall’immigrazione, costruito da ondate successive di rifugiati: dagli ebrei che fuggivano dall’antisemitismo ai sopravvissuti alla Shoah, dagli ebrei espulsi dai Paesi arabi agli ebrei etiopi a quelli dell’ex Unione Sovietica: il paese ha assorbito milioni di persone in fuga da persecuzioni, esclusioni, cancellazioni identitarie.
Questa nuova aliyah, quindi, si inserisce perfettamente in quella stessa storia ma con una differenza inquietante: oggi a spingere i giovani verso Israele non sono regimi totalitari, ma democrazie occidentali incapaci – o non disposte – a contrastare l’odio antiebraico quando si traveste da militanza, da slogan, da “giusta causa”.
Israele, ancora una volta, diventa rifugio perché resta uno dei pochi luoghi al mondo in cui un ebreo non deve nascondere il proprio nome, moderare le proprie parole o giustificare il diritto di esistere. Il paradosso è feroce: mentre l’Europa si proclama paladina dei diritti, c’è chi prepara le valigie perché quei diritti, nella pratica, non sono più garantiti.
I 213 giovani arrivati in Israele non sono un’anomalia statistica. Sono un segnale politico, morale e civile, e come tutti i segnali ignorati troppo a lungo, raccontano molto più di quanto l’Occidente sia disposto a riconoscere su sé stesso.
(Setteottobre, 16 gennaio 2026)
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Iran, si muove la macchina della menzogna
La macchina della menzogna va di nuovo a tutta velocità, come dopo il 7 ottobre. Stavolta parla di crudeli infiltrati responsabili dei numeri gonfiati dei morti e dei feriti.
di Fiamma Nirenstein
Guarda caso, Al Jazeera è l'unico media a Teheran, dove manca l'elettricità e la connessione a tutti, fuorché a loro: così può amplificare la versione degli ayatollah, come a Gaza ha fatto con Hamas.
La macchina della menzogna va di nuovo a tutta velocità, come dopo il 7 ottobre. Stavolta parla di crudeli infiltrati responsabili dei numeri gonfiati dei morti e dei feriti: la propaganda è a uso di Donald Trump, per fermare l'aiuto promesso al popolo iraniano ucciso, ferito, decimato. Dopo il 7 ottobre Hamas e i suoi ignobili amici risposero alle prove della strage più atroce di uomini, donne e bambini squartati, violentati e bruciati accusando gli ebrei di essere ignobili coloni. Adesso Aragchi, il ministro degli esteri iraniano, a Fox News non nega che gli uccisi arrivino a 12.000. Ma spiega: infiltrati terroristi (americani e israeliani) hanno sparato sulle forze dell'ordine, hanno bruciato e decapitato! Quindi, le file dei ragazzi nei sacchi neri fra cui si aggiravano le famiglie disperate, i mutilati negli ospedali a migliaia, con gli occhi strappati, le ferite mortali sul viso, li ha causati un intervento di Israele che ha fatto più morti possibile per invitare Trump a intervenire.
Ma Trump ci casca? Impossibile. Quando raffredda la promessa di intervenire, chiede lo stop alle impiccagioni. Ma questo significa che ci sta pensando: soppesa tempi e modi, pareri diversi (da una parte Vance, dall'altra Rubio): forse vorrebbe una di quelle azioni veloci che piacciono a lui, ma l'Iran è grande e difficile. È la fonte inesauribile di crisi mondiali, non si può sbagliare, in sette mesi dalla guerra dei 12 giorni ha preparato una riserva di missili balistici. E se non ha impiccato adesso, impiccherà ancora.
Trump certo vuole eliminare la Repubblica Islamica, alleata della Cina e della Russia, minaccia atomica e balistica. Se ha detto con tono conciliante che il regime ha promesso di non ammazzare più e valuta se la gente tornerà in piazza, la Sesta Flotta è nei Caraibi, la Abraham Lincoln (CVN 72)con le sue sei navi naviga dal Mar della Cina verso il Golfo Persico; la base in Qatar non è più in allerta, ma gli Usa hanno altri punti di appoggio, come in Germania. Si tratta di costruire una strategia impegnativa. Le bugie non funzioneranno.
Trump sa che le promesse non realizzate ne faranno un leader debole: la strage è stata immensa e crudele come solo l'Islam estremo sa fare. Il mondo antidemocratico, fiancheggiato da Cina e Russia, sarà molto eccitato se Trump si ferma: gli uccisi innocenti chiedono azione, gli iraniani hanno diritto a cacciare via il regime che li perseguita.
Israele tiene aperti i rifugi e si interroga: il popolo iraniano ha invocato Trump e Netanyahu chiedendo aiuto. Israele sa che è uno scontro vitale, è sul chi vive. Khamenei ha spedito un miliardo e mezzo a Dubai mentre la gente urla di dolore per la perdita dei propri cari.
(il Giornale, 16 gennaio 2026)
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"... il popolo iraniano ha invocato Trump e Netanyahu chiedendo aiuto". Purtroppo diranno che se Trump non ha aiutato gli iraniani la colpa è di Israele, Si veda l'articolo seguente. M.C.
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Iran – Israele prepara le difese, solidarietà Ucei ai manifestanti
La Guerra dei Dodici giorni del giugno 2025 contro l’Iran è stata un successo militare per Israele, ma ha avuto un prezzo: il sistema di difesa antimissile è stato messo sotto forte pressione dagli attacchi iraniani ed è ancora in fase di ripristino. Anche per questo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente Usa Donald Trump di attendere prima di colpire il regime di Teheran, scosso da giorni di proteste diffuse in tutto il Paese.
Netanyahu, riferiscono i media americani, ha avvertito Washington che un’operazione diretta contro l’Iran rischia di protrarsi nel tempo e di innescare una risposta regionale ampia. Una prospettiva a cui Israele guarda con cautela, mentre deve fare i conti con il logoramento delle proprie capacità difensive. Una valutazione condivisa anche negli ambienti militari statunitensi, che hanno deciso di rafforzare la presenza americana in Medio Oriente con l’invio di ulteriori sistemi di difesa aerea e una portaerei nella regione.
Nel frattempo, le proteste in Iran stanno perdendo slancio dopo la dura repressione del regime, riporta l’emittente israeliana Kan. A Gerusalemme si ritiene che arresti di massa e uso sistematico della violenza abbiano molto ridotto la capacità di mobilitazione. Alcune ong parlano di oltre 10mila manifestanti uccisi dal regime, altre stime – tra cui quelle dell’intelligence israeliana – di almeno 5mila. Una strage di civili a cui ha fatto riferimento anche l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, esprimendo «profonda vicinanza e sincera solidarietà al popolo iraniano», definito «appeso al dubbio di quale percorso possa portare salvezza dopo cinquant’anni di regime integralista». In una nota, l’Ucei richiama il legame storico tra ebraismo e Persia, «terra di persecuzione e salvezza», e afferma un dovere morale di vicinanza «alle donne, ai giovani, alle studentesse e agli studenti e a tutta la popolazione civile», includendo i cittadini iraniani che vivono in Italia. L’auspicio è che al popolo iraniano sia riconosciuto «il diritto a vivere in sicurezza e libertà nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e dignità della persona, oggi marginalizzati dal fondamentalismo religioso». Un ultimo invito poi dall’Ucei è diretto alle istituzioni italiane a mantenere «prontezza e coerenza nel rafforzare i presidi di vigilanza democratica, anche nel nostro paese».
Sullo sfondo della crisi in Medio Oriente, un altro attore ha provato a inserirsi: il presidente russo Vladimir Putin, che si è candidato a mediatore con telefonate separate al primo ministro Netanyahu e al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dichiarando la disponibilità di Mosca a «intensificare gli sforzi politici e diplomatici» per la stabilità regionale.
(moked, 16 gennaio 2026)
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Israele verso lo stop agli aiuti militari USA
di Davide Cucciati
Entro un decennio, Israele potrebbe rinunciare agli aiuti americani in ambito militare. Sarebbe una svolta storica perché l’attuale architettura dell’assistenza USA, consolidata dagli anni Ottanta nella forma contemporanea e codificata nell’accordo decennale firmato nel 2016 durante la presidenza di Obama, è un pilastro della sicurezza israeliana.
Ad aprile 2025, Netanyahu si è recato alla Casa Bianca per discutere anche della politica di dazi statunitensi. Reuters evidenzia che, in quell’occasione, Netanyahu ha promesso di muoversi sul terreno commerciale per ridurre il surplus israeliano con gli Stati Uniti. Trump ha ricordato allo Stato ebraico che “gli Stati Uniti danno a Israele miliardi ogni anno”.
• Netanyahu rilancia: gli aiuti entrano nella partita dei dazi
In un quadro simile, Netanyahu intende rinunciare agli aiuti americani anche per avere margine di trattativa sul tema tariffario. A sua volta, Trump può presentare l’eventuale riduzione degli aiuti come un successo dell’America First: un alleato che “sceglie” di rinunciare ai miliardi senza doversi assumere il costo politico di un taglio imposto dall’alto a un partner strategico.
• L’indicatore politico: Greene esce ma il segnale resta
Qui entra un dettaglio utile per leggere lo scenario MAGA. La repubblicana Marjorie Taylor Greene non è più in Congresso ma la sua traiettoria racconta qualcosa della pressione interna a destra contro aiuti e interventismo: Greene ha annunciato l’uscita dal Congresso a inizio gennaio 2026, consumando la rottura con Trump dopo settimane di attacchi reciproci e una postura sempre più ostile agli aiuti e alle “foreign wars”. Il punto è che, per una parte dell’elettorato repubblicano, il rapporto con gli alleati non è più un riflesso valoriale ma una voce di costo. Fino a quando la classe media statunitense sarà in difficoltà, ogni aiuto verso partner stranieri sarà percepito come un tradimento dell’“America First”. Netanyahu sembra voler disinnescare questa dinamica.
• Il conto israeliano: la coperta è corta
C’è però un problema strutturale. L’accordo in vigore, firmato nel 2016, prevede quasi 40 miliardi di dollari fino al 2028 e rappresenta un elemento strutturale della pianificazione della difesa israeliana. Dire “arriviamo a zero” mentre si discute di rafforzamento militare nazionale apre inevitabilmente un quesito fiscale: chi paga la transizione, con quali imposte, quali tagli e quali priorità? Globes riporta che il Ministro della Finanze Smotrich ha apertamente parlato della necessità di “tasse più alte o una riduzione della spesa pubblica altrove.”
• Il contesto americano: lavoro e crescita
C’è poi un ultimo livello, che spiega perché Trump tenda a ricondurre tutto al tema degli aiuti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno creato 584.000 posti di lavoro, circa 49.000 al mese, un dato molto basso rispetto agli anni immediatamente precedenti. È scritto nero su bianco nel comunicato del Bureau of Labor Statistics, che ricorda anche che nel 2024 l’aumento era stato di 2,0 milioni. Se allarghiamo l’arco agli ultimi anni, i numeri che contano per l’americano medio sono questi: nel 2021 circa 6,7 milioni di posti in più, nel 2022 circa 4,5 milioni, nel 2023 circa 2,7 milioni, nel 2024 circa 2,0 milioni, nel 2025 584.000. Ciononostante, la crescita del PIL ha continuato a sorprendere. Il punto è che sempre più osservatori descrivono una crescita concentrata su high tech, data center, semiconduttori e investimenti legati all’AI, con un resto dell’economia assai meno brillante.
È qui che la politica estera torna a essere, per Trump, materia interna. Se la percezione diffusa è che lavoro, salari e costo della vita decidano le elezioni di midterm più di qualunque “spettacolo geopolitico” permanente allora la voce “aiuti all’estero” diventa un bersaglio naturale. Netanyahu, proponendo una traiettoria di riduzione, prova a togliere alla Casa Bianca un argomento facile e a trasformarlo in merce di scambio nel negoziato sui dazi.
In sintesi, l’annuncio del primo ministro israeliano va letto come un’offerta fatta nel linguaggio dell’America First per ottenere margini sul commercio. Il vero test arriverà dopo, quando la tattica negoziale dovrà diventare politica di bilancio e la promessa di autonomia dovrà passare dai titoli alle scelte concrete.
(Bet Magazine Mosaico, 15 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 24
Davide, nella caverna di En-Ghedi, risparmia la vita a Saul
- Poi Davide partì di là e si stabilì nelle roccaforti di En-Ghedi. Quando Saul fu tornato dall'inseguire i Filistei, gli vennero a dire: “Ecco, Davide è nel deserto di En-Ghedi”. Allora Saul prese tremila uomini scelti fra tutto Israele, e andò in cerca di Davide e della sua gente fin sulle rocce delle capre selvatiche; e giunse ai recinti di pecore che erano presso la via; là c'era una caverna, nella quale Saul entrò per fare i suoi bisogni. Davide e la sua gente se ne stavano in fondo alla caverna. La gente di Davide gli disse: “Ecco il giorno nel quale l'Eterno ti dice: 'Vedi, io do nelle tue mani il tuo nemico; fa' di lui quello che ti piacerà'”. Allora Davide si alzò e, senza farsi scorgere, tagliò il lembo del mantello di Saul. Ma dopo il cuore gli batté per aver tagliato il lembo del mantello di Saul. E Davide disse alla sua gente: “Mi guardi l'Eterno, dall'agire contro il mio signore, che è l'unto dell'Eterno, mettendogli le mani addosso; poiché egli è l'unto dell'Eterno”. Con le sue parole Davide dissuase la sua gente e non le permise di gettarsi su Saul. Saul si alzò, uscì dalla caverna e continuò il suo cammino.
- Poi anche Davide si alzò, uscì dalla caverna, e gridò dietro a Saul, dicendo: “O re, mio signore!”. Saul si guardò indietro, e Davide si inchinò con la faccia a terra e si prostrò. Davide disse a Saul: “Perché dai retta alle parole della gente che dice: 'Davide cerca di farti del male?'. Ecco in quest'ora stessa, tu vedi con i tuoi propri occhi che l'Eterno ti aveva dato oggi nelle mie mani in quella caverna; qualcuno mi ha detto di ucciderti, ma io ti ho risparmiato, e ho detto: 'Non metterò le mani addosso al mio signore, perché egli è l'unto dell'Eterno'. Ora, padre mio, guarda qui nella mia mano il lembo del tuo mantello. Se io ti ho tagliato il lembo del mantello e non ti ho ucciso, da questo puoi vedere chiaramente che non c'è né malvagità né ribellione nella mia condotta, e che io non ho peccato contro di te, mentre tu mi tendi insidie per togliermi la vita! L'Eterno sia giudice fra me e te e l'Eterno mi vendichi di te; ma io non ti metterò le mani addosso. Dice il proverbio antico: 'Il male viene dai malvagi'; io quindi non ti metterò le mani addosso. Contro chi è uscito il re d'Israele? Chi stai perseguitando? Un cane morto, una pulce. L'Eterno sia dunque arbitro e giudichi fra me e te, veda e difenda la mia causa e mi renda giustizia, liberandomi dalle tue mani”.
- Quando Davide ebbe finito di dire queste parole a Saul, Saul disse: “Questa è la tua voce, figlio mio Davide?”. Saul alzò la voce e pianse. E disse a Davide: “Tu sei più giusto di me, poiché tu mi hai reso bene per male, mentre io ti ho reso male per bene. Tu hai mostrato oggi la bontà con la quale ti comporti verso di me; poiché l'Eterno mi aveva dato nelle tue mani, e tu non mi hai ucciso. Se uno incontra il suo nemico, lo lascia forse andare in pace? L'Eterno ti renda dunque la ricompensa del bene che mi hai fatto quest'oggi! Ora, ecco, io so che per certo tu regnerai, e che il regno d'Israele rimarrà stabile nelle tue mani. Ora dunque giurami nel nome dell'Eterno che non distruggerai la mia progenie dopo di me e che non cancellerai il mio nome dalla casa di mio padre”. Davide lo giurò a Saul. Poi Saul se ne andò a casa sua, e Davide e la sua gente risalirono alla loro roccaforte.
(Notizie su Israele, 15 gennaio 2026)
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Israele, tensione in aumento per l’attacco americano contro l’Iran. Netanyahu si mette in salvo?
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - In Israele la tensione è in aumento. Un eventuale attacco americano contro l’Iran — più volte evocato da Donald Trump come possibile risposta alla repressione violenta delle proteste interne — potrebbe innescare una reazione diretta contro lo Stato ebraico. In particolare, si teme il lancio di missili balistici verso i centri abitati israeliani, sia da parte iraniana sia attraverso i suoi proxy regionali. Per questo Israele si trova in uno stato di massima allerta, anche se in parte mascherato.
A Tel Aviv come a Gerusalemme, almeno in apparenza, la popolazione continua a vivere la quotidianità, come spesso accaduto alla vigilia di conflitti precedenti. Tuttavia, sotto la superficie, i segnali di allarme non mancano. In questo contesto si inseriscono voci non confermate secondo cui il primo ministro Benjamin Netanyahu sarebbe volato a Creta per motivi di sicurezza, nell’eventualità di un attacco iraniano. Il decollo accertato dell’aereo ufficiale ha suscitato curiosità e interrogativi. Nonostante la smentita del governo, la coincidenza temporale con l’attuale escalation regionale rende l’episodio quantomeno significativo. Secondo alcune ipotesi, a bordo potrebbe non esserci stato lo stesso Netanyahu.
Israele, in questa fase, è costretta ad affidarsi a una strategia di pazienza e coordinamento, soprattutto con Washington. Trump ha ormai alzato la posta e in gioco non c’è solo il confronto con Teheran, ma anche la sua credibilità internazionale. Le promesse di agire contro il regime iraniano, qualora la repressione delle proteste proseguisse, hanno creato aspettative non solo tra gli oppositori interni al regime, ma anche tra gli alleati regionali degli Stati Uniti. Le vittime delle repressioni in Iran sono difficili da quantificare, ma le testimonianze parlano di migliaia di morti e di un sistema carcerario ormai saturo. Non è chiaro se Trump opterà per interventi limitati e mirati, come in Venezuela e in Iran durante la guerra dei 12 giorni, o per un’operazione più ampia che colpisca infrastrutture strategiche, programmi nucleari, sistemi missilistici e risorse chiave del Paese. Qualunque scenario implicherebbe un coordinamento strettissimo tra Stati Uniti e Israele, data la quasi certezza di ritorsioni che coinvolgerebbero il territorio israeliano.
A Gerusalemme, intanto, le scuole cristiane non hanno potuto riaprire per il secondo semestre perché le autorità israeliane hanno sospeso o limitato i permessi di lavoro per circa 171 insegnanti provenienti dalla Cisgiordania, lasciando molte classi senza docenti. Il legame con le tensioni regionali è indiretto e riguarda soprattutto l’attuale clima di sicurezza generale. A complicare ulteriormente il quadro si sovrappone l’annunciato avanzamento del piano di pace americano per Gaza. Proprio nelle ore di massima tensione con l’Iran, Trump potrebbe presentare la fase 2 del piano, articolata in circa venti punti, dedicata alla gestione del dopoguerra. Si parlerebbe di smilitarizzazione, governance e ricostruzione, con l’obiettivo di delineare una roadmap politica credibile. Fonti egiziane hanno rivelato che sono state individuate quindici personalità palestinesi che potrebbero far parte del nuovo governo tecnico, incaricato, secondo il piano Trump, per la gestione degli affari correnti di Gaza.
Le due dinamiche — Iran e Gaza — non sono legate da un nesso causale diretto, ma possono essere lette come parte di una strategia più ampia volta a riaffermare il ruolo centrale degli Stati Uniti nella regione. Un messaggio rivolto tanto a Hamas quanto a Israele, ma anche all’intero Medio Oriente. Resta il nodo iraniano: per Washington è diventato sempre più difficile ignorare le aspettative della maggioranza della società iraniana che guarda all’Occidente come a un possibile sostegno. Senza un aiuto esterno, il popolo iraniano rischia di non avere scampo, stretto tra un regime sanguinario e una repressione senza limiti.
(Il Riformista, 15 gennaio 2026)
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“Lo Stato di Israele sarà immediatamente riconosciuto”
Il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià, ha presentato una visione di ampio respiro per un Iran post-regime, alla luce delle proteste che da settimane scuotono il Paese. In un recente videomessaggio in inglese con sottotitoli in persiano, ampiamente diffuso sui social media, Pahlavi ha delineato un cambiamento radicale nella politica estera iraniana in caso di crollo della Repubblica Islamica. Ha promesso il riconoscimento immediato di Israele e la fine del sostegno di Teheran al terrorismo e al suo programma nucleare.
Pahlavi, che dalla sua residenza negli Stati Uniti è diventato una voce di spicco dell'opposizione, ha descritto l'attuale regime guidato dalla Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei come uno che ha trasformato l'Iran in un simbolo di “terrorismo, estremismo e povertà”. A ciò ha contrapposto quella che ha definito la vera identità storica del Paese: una nazione pacifica, prospera e ricca di cultura, così come era prima della rivoluzione islamica del 1979. “Il vero Iran è un Iran diverso”, ha affermato, esprimendo la fiducia che esso “risorgerà dalle ceneri” non appena finirà il dominio clericale.
Al centro del suo messaggio c'era l'impegno per la pace regionale e la responsabilità globale. Pahlavi ha dichiarato che un “Iran libero” avrebbe immediatamente interrotto il suo programma nucleare militare e cessato ogni sostegno ai gruppi militanti che agiscono per suo conto. Il Paese dovrebbe invece posizionarsi come forza stabilizzatrice e combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di droga e le ideologie estremiste insieme ai partner regionali e internazionali. Ha definito la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti e il riconoscimento esplicito di Israele come priorità fondamentali.
“Lo Stato di Israele sarà immediatamente riconosciuto”, ha affermato Pahlavi. Ha inoltre proposto di ampliare gli attuali accordi di Abramo – accordi di pace tra Israele e diversi Stati arabi – e di trasformarli in quelli che lui ha definito “accordi di Ciro”. Prendendo il nome dall'antico re persiano Ciro il Grande, noto per la sua tolleranza e per aver permesso agli ebrei in esilio di tornare a Gerusalemme, questo nuovo quadro dovrebbe unire un Iran democratico, Israele e il mondo arabo in una cooperazione reciproca basata sulla sovranità e sugli interessi comuni.
Pahlavi ha inoltre sottolineato il potenziale dell'Iran come fornitore affidabile di energia per il mondo, che sfrutta le sue vaste riserve di petrolio e gas con regole trasparenti e prezzi stabili. Ha promesso di rispettare gli standard internazionali nella lotta al riciclaggio di denaro e alla corruzione e ha annunciato l'apertura dell'Iran al commercio, agli investimenti e all'innovazione, per sostituire l'isolamento con nuove opportunità. “Un Iran libero sarà una forza per la pace, la prosperità e la collaborazione”, ha concluso, sostenendo che questi cambiamenti andranno a beneficio non solo degli iraniani, ma dell'intera regione e della comunità internazionale.
La dichiarazione arriva sullo sfondo delle proteste in corso in tutto il Paese, inizialmente scatenate da emergenze economiche come l'iperinflazione e il crollo del rial, ma che ora includono richieste più ampie per porre fine al dominio clericale. Le manifestazioni si sono estese alle grandi città come Teheran, Mashhad e altre; secondo alcune fonti, gli scioperi stanno paralizzando i mercati e i negozi. La risposta del regime è dura: le stime sul numero delle vittime variano notevolmente, da migliaia a cifre molto più elevate, a cui si aggiungono arresti di massa e numerosi feriti.
La visione di Pahlavi trova riscontro in una parte dei manifestanti, come dimostrano i cori “ œJavid Shah” (“Lunga vita allo Scià”) in diverse città, diffusi dagli attivisti della diaspora. Tuttavia, secondo sondaggi indipendenti, il ripristino della monarchia continua ad essere considerato una posizione minoritaria; molti sono favorevoli a una repubblica laica o sono ancora indecisi.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso cautela sulla situazione. In recenti dichiarazioni ha definito Pahlavi “molto simpatico”, ma si è mostrato incerto sul suo sostegno all'interno dell'Iran e ha osservato: “Non so come se la caverebbe nel suo Paese”. Trump ha ammesso la possibilità di un crollo del regime alla luce dei disordini, ma ha sottolineato che “ogni regime può fallire” e ha sottolineato che un eventuale intervento degli Stati Uniti dovrebbe essere rapido e deciso, piuttosto che rischiare un conflitto di lunga durata.
(Israel Heute, 15 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Rapinatori travestiti da soldati israeliani
HEBRON – Martedì alcuni rapinatori travestiti da soldati israeliani hanno assaltato una gioielleria palestinese in Cisgiordania. L'esercito e le forze di sicurezza palestinesi hanno arrestato diversi sospetti. Si tratta di beduini provenienti dal Negev, nel sud di Israele, e di almeno un palestinese.
La rapina è avvenuta nella città palestinese di Daharia, a nord-ovest di Hebron. Le riprese video mostrano alcuni dei rapinatori che, armi in pugno, sorvegliano l'area antistante il negozio. Gli altri fanno irruzione nel negozio e rubano gioielli e oro.
• Collaborazione con le forze di sicurezza palestinesi
Per la fuga, i malviventi hanno utilizzato un veicolo con lampeggianti e targa israeliana, simile ai fuoristrada dell'esercito. Dopo la rapina, è stato allertato l'esercito.
Secondo un articolo del quotidiano “Ma'ariv”, i soldati hanno arrestato quattro sospetti che viaggiavano a bordo del veicolo. Altri due presunti rapinatori sono stati catturati dalle forze di sicurezza palestinesi e consegnati alla polizia israeliana.
I malviventi indossavano giubbotti antiproiettile, uniformi e elmetti dell'esercito. Erano mascherati con passamontagna neri.
I soldati hanno recuperato parte del bottino e lo hanno restituito ai proprietari palestinesi. Mercoledì a mezzogiorno si stava ancora cercando il resto. Nel veicolo sono stati trovati sette fucili M16, due pistole, parti di armi e munizioni. I sospetti sono ancora sotto interrogatorio da parte della polizia israeliana.
(Israelnetz, 15 gennaio 2026)
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Be’eri, una sola casa resterà in piedi: la memoria del 7 ottobre e la scelta di guardare avanti
di Nicole Nahum
Nel kibbutz Be’eri, uno dei luoghi più duramente colpiti dal massacro del 7 ottobre, resterà in piedi una sola abitazione. Tutte le altre case verranno demolite e ricostruite, in un tentativo di conciliare memoria e futuro. L’edificio che non sarà abbattuto è la casa della famiglia Dvori, destinata a rimanere per almeno cinque anni come testimonianza di quanto la comunità ha vissuto. Successivamente, secondo gli impegni dello Stato, dovrebbe essere trasferita in un’area commemorativa o in un museo dedicato alle vittime del kibbutz. La decisione è maturata dopo settimane di dibattito interno, spesso aspro. Le posizioni erano divergenti: alcuni chiedevano di conservare tutte le case distrutte, altri solo alcune, altri ancora volevano cancellare ogni traccia visibile della distruzione. Alla votazione finale hanno partecipato centinaia di membri del kibbutz, 196 dei quali hanno votato a favore e 146 contro. Tra le argomentazioni contrarie, Yogev Dvori ha spiegato come “la commemorazione deve riguardare le persone che abbiamo perso, non gli edifici. Be’eri deve tornare a vivere”. Una posizione condivisa dalla leadership del kibbutz, che ha sottolineato come la presenza di case bruciate possa risultare insopportabile per molti dei sopravvissuti. La soluzione di compromesso è stata lasciare una sola casa come simbolo di memoria. La casa dei Dvori è stata scelta perché si trova ai margini del quartiere Carmela, una delle zone da cui è partita l’infiltrazione dei terroristi, vicino ai campi agricoli, e non farà parte del paesaggio quotidiano dei residenti quando torneranno a vivere nel kibbutz. Inoltre, il 7 ottobre la famiglia non era in casa: due giorni prima era partita per una breve vacanza a Paphos, a Cipro. Yogev racconta: “Ognuno di noi aveva con sé solo un piccolo bagaglio a mano. In pratica, è tutto ciò che ci è rimasto”. Nonostante l’assenza delle persone, i terroristi incendiarono la casa prima di proseguire il massacro nel resto del kibbutz. Soggiorno, cucina e camere da letto furono distrutte, mentre solo la stanza sicura riportò danni minori. In totale, oltre 130 abitazioni saranno demolite. Anche la casa dei Dvori non è destinata a restare lì per sempre, sebbene Yogev esprima forti dubbi sulla possibilità concreta di spostarla: “Non vedo come riusciranno a trasferirla. Non ne è rimasto nulla”. La famiglia tornerà a vivere a Be’eri nel 2027, in una nuova abitazione in un altro quartiere. Nonostante il legame profondo con il kibbutz, il peso del trauma è ancora enorme. “Non passa un solo giorno senza che il 7 ottobre venga nominato”, dice Yogev. Anche sul piano economico la ferita è aperta. L’officina di riparazione motociclette gestita da Yogev fatica a riprendersi: molti clienti sono stati uccisi o non sono tornati. “Ho cancellato uno per uno i nomi dei clienti morti”, ricorda. “Abbiamo perso persone, amici, e anche il nostro lavoro ne porta i segni”. Per molti abitanti, il punto non è come ricordare, ma come rientrare in possesso della propria vita. A Be’eri la ricostruzione riguarda non solo le case, ma anche e soprattutto le persone. La memoria non va cancellata, ma nemmeno deve imprigionare chi vuole tornare a vivere.
(Shalom, 15 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 23
Davide salva Cheila e fugge nel deserto di Zif e di Maon- Poi vennero a dire a Davide: “Ecco, i Filistei hanno attaccato Cheila e saccheggiano le aie”. E Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo andare a sconfiggere questi Filistei?”. L'Eterno rispose a Davide: “Va', sconfiggi i Filistei e salva Cheila”. Ma la gente di Davide gli disse: “Tu vedi che qui in Giuda abbiamo paura; e che sarà se andiamo a Cheila contro le schiere dei Filistei?”. Davide consultò di nuovo l'Eterno, e l'Eterno gli rispose e gli disse: “Alzati, scendi a Cheila, perché io darò i Filistei nelle tue mani”. Davide dunque andò con la sua gente a Cheila, combatté contro i Filistei, portò via il loro bestiame e inflisse loro una grande sconfitta. Così Davide liberò gli abitanti di Cheila.
- Quando Abiatar, figlio di Aimelec, si rifugiò da Davide a Cheila, portò con sé l'efod. -
- Saul fu informato che Davide era giunto a Cheila. E Saul disse: “Iddio lo dà nelle mie mani, poiché è venuto a rinchiudersi in una città che ha porte e sbarre”. Saul dunque convocò tutto il popolo per andare alla guerra, per scendere a Cheila e cingere d'assedio Davide e la sua gente. Ma Davide, venuto a conoscenza che Saul macchinava del male contro di lui, disse al sacerdote Abiatar: “Porta qua l'efod”. Poi disse: “Eterno, Dio d'Israele, il tuo servo ha sentito come cosa certa che Saul cerca di venire a Cheila per distruggere la città a causa mia. Gli abitanti di Cheila mi daranno nelle sue mani? Saul scenderà come il tuo servo ha sentito dire? O Eterno, Dio d'Israele, ti prego, fallo sapere al tuo servo!”. L'Eterno rispose: “Scenderà”. Davide chiese ancora: “Quelli di Cheila daranno me e la mia gente nelle mani di Saul?”. L'Eterno rispose: “Vi daranno nelle sue mani”. Allora Davide e la sua gente, circa seicento uomini, si alzarono, uscirono da Cheila e andarono qua e là a caso e Saul, avvertito che Davide era fuggito da Cheila, rinunciò alla sua spedizione. Davide rimase nel deserto in luoghi sicuri; e se ne stette nella regione montuosa del deserto di Zif. Saul lo cercava continuamente, ma Dio non glielo diede nelle mani.
- E Davide, sapendo che Saul si era mosso per togliergli la vita, restò nel deserto di Zif, nella foresta. Allora Gionatan, figlio di Saul, si alzò e si recò da Davide nella foresta. Egli fortificò la sua fiducia in Dio, e gli disse: “Non temere, poiché Saul, mio padre, non riuscirà a metterti le mani addosso: tu regnerai sopra Israele, e io sarò il secondo dopo di te; e lo sa bene anche Saul mio padre”. E i due fecero alleanza in presenza dell'Eterno; poi Davide rimase nella foresta, e Gionatan se ne andò a casa sua.
- Ora gli Zifei salirono da Saul a Ghibea e gli dissero: “Davide non sta forse nascosto fra noi, nei luoghi sicuri della foresta, sul colle di Achila che è a mezzogiorno del deserto? Scendi dunque, o re, poiché tutto il desiderio della tua anima è di scendere, e penseremo noi a darlo nelle mani del re”. Saul disse: “Siate benedetti dall'Eterno, voi che avete pietà di me! Andate, vi prego, informatevi ancora con più certezza per sapere e scoprire il luogo dove è solito fermarsi, e chi l'abbia visto là; poiché mi dicono che egli è molto astuto. Vedete di conoscere tutti i nascondigli dove lui si rifugia; poi tornate da me con notizie sicure, e io verrò con voi. Se è nel paese, io lo cercherò fra tutte le migliaia di Giuda”. Quelli dunque si alzarono e se ne andarono a Zif, davanti a Saul; ma Davide e i suoi erano nel deserto di Maon, nella pianura a mezzogiorno del deserto.
- Saul con la sua gente partì in cerca di Davide; ma lui, che ne fu informato, scese dalla roccia e rimase nel deserto di Maon. E quando Saul lo seppe, andò in cerca di Davide nel deserto di Maon. Saul camminava da un lato del monte e Davide con la sua gente dall'altro lato; e mentre Davide affrettava la marcia per sfuggire a Saul e Saul e la sua gente stavano per circondare Davide e i suoi per prenderli, arrivò a Saul un messaggero che disse: “Affrettati a venire, perché i Filistei hanno invaso il paese”. Così Saul cessò di inseguire Davide e andò ad affrontare i Filistei; perciò quel luogo fu chiamato Sela-Ammalecot.
(Notizie su Israele, 14 gennaio 2026)
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Gantz apre le porte a un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu
Il leader dell'opposizione Benny Gantz non esclude un governo di unità nazionale guidato da Benjamin Netanyahu e mette in guardia da una pericolosa divisione interna di Israele.
Il leader dell'opposizione Benny Gantz non esclude un governo di unità nazionale guidato da Benjamin Netanyahu e mette in guardia da una pericolosa divisione interna di Israele.
Il panorama politico israeliano potrebbe essere sul punto di subire una svolta sorprendente. Il leader del partito Blu-Bianco, Benny Gantz, ha dichiarato di essere aperto a un governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, se ciò potesse contribuire a contenere l'estremismo e a prevenire un'ulteriore escalation delle tensioni interne.
• Abbandono del principio “Tutti tranne Netanyahu”
In un'intervista alla rete televisiva israeliana Channel 12, Gantz ha affermato che è giunto il momento di abbandonare il paradigma politico “Tutti tranne Bibi”. L'attenzione dovrebbe invece concentrarsi su “Tutti tranne gli estremisti”. Ha avvertito che Israele si sta avvicinando pericolosamente a una situazione in cui le tensioni politiche potrebbero sfociare in violenze reali.
Gantz ha sottolineato che non garantirà automaticamente a Netanyahu la maggioranza decisiva di 61 seggi alla Knesset. In passato, ha partecipato ai governi solo quando non c'era un'alternativa realistica. L'obiettivo non è quello di bloccare gli avversari politici, ma di evitare danni al Paese.
• Un governo di unità nazionale come rimedio alla divisione politica
Se Netanyahu dovesse ottenere la maggioranza parlamentare, Gantz ha dichiarato che incoraggerebbe anche altri politici dell'opposizione ad aderire a un governo di unità nazionale. Tra questi ha citato Yair Lapid, Avigdor Liberman e Gadi Eisenkot. Una coalizione ampia potrebbe contribuire a calmare il clima politico e a ripristinare la stabilità dello Stato.
Gantz ha anche chiarito che non sosterrà un governo di minoranza che dipenda dai voti dei partiti arabi. Le decisioni, ha affermato, devono essere prese alle urne. Ha inoltre criticato le forze politiche che, a suo avviso, si concentrano più sul rifiuto personale di Netanyahu che sul bene del Paese.
Queste dichiarazioni segnano un notevole cambiamento di tono nella politica israeliana. Resta da vedere se si arriverà effettivamente a un governo di unità nazionale. È chiaro, tuttavia, che con la sua posizione Gantz amplia il margine di manovra politico e rilancia il dibattito sui possibili modelli di governo.
Le prossime elezioni per la Knesset si terranno nell'ottobre di quest'anno.
(Israel Heute, 14 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il turismo in Israele è in ripresa
Dopo diversi anni di crisi, il numero di visitatori in Israele è nuovamente in aumento. I turisti provenienti dai paesi di lingua tedesca contribuiscono in modo significativo a questo risultato.
GERUSALEMME – Nel 2025 circa 1,3 milioni di turisti hanno visitato Israele. Si tratta di un aumento del 35% rispetto all'anno precedente, quando i turisti erano stati circa 961.000. L'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo vede in questi dati “chiari segni di ripresa”.
Nella lista dei visitatori, i paesi di lingua tedesca occupano il quinto posto: secondo i dati, lo scorso anno 67.300 visitatori provenienti da Germania, Austria e Svizzera hanno viaggiato in Israele. La Germania ha contribuito con 43.100 visitatori, la Svizzera con 15.400 e l'Austria con 8.800.
• I legami personali come motore
Secondo un comunicato dell'Ufficio del Turismo, la responsabile per la regione DACH, Ksenia Kobiakov, si è detta fiduciosa che l'interesse continuerà ad aumentare quest'anno. I legami personali sono un motore fondamentale per i visitatori. Il 45% dei viaggiatori ha dichiarato di essere andato a trovare amici e parenti. Questo valore è rimasto stabile rispetto all'anno precedente.
La maggior parte dei turisti proveniva dagli Stati Uniti (400.000), dalla Francia (159.000) e dalla Gran Bretagna (95.000). Questi paesi rappresentano insieme il 55% di tutti gli arrivi. Seguono nella lista dei singoli paesi la Russia, la Germania, l'Ucraina, il Canada e la Romania.
• Ampliamento dell'offerta
Anche il ministro del Turismo Chaim Katz (Likud) prevede che il numero di turisti continuerà ad aumentare quest'anno. Ciò è dovuto alla diminuzione delle avvertenze di viaggio e all'ampliamento dell'offerta di voli. Inoltre, il Ministero del Turismo ha stanziato circa 49 milioni di euro per ampliare la capacità ricettiva con 2.050 nuove camere d'albergo.
Tuttavia, Israele è ancora lontano dall'anno record del 2019, con 4,5 milioni di turisti. Le crisi degli ultimi anni hanno causato un calo. Dopo aver toccato il minimo nel 2021 con 396.000 turisti a causa della pandemia di coronavirus, i numeri sono tornati a salire prima dello scoppio della guerra di Gaza, raggiungendo 2,7 milioni (2022) e 3 milioni (2023).
(Israelnetz, 14 gennaio 2026)
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Per la libertà
Da settimane migliaia di persone in tutto l'Iran protestano contro il regime. La Germania e l'Europa devono finalmente reagire: con la massima severità.
di Shahrzad Eden Osterer *
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Shahrzad Eden Osterer
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Ciò che attualmente, a pochi giorni dalle proteste nazionali, trapela dall'Iran è frammentario, ma inequivocabile: video e foto di sacchi per cadaveri allineati davanti agli istituti di medicina legale, nei cimiteri e persino ai bordi delle strade. Parenti che cercano i loro cari tra foglietti con la scritta “sconosciuto”. Allo stesso tempo, un blackout quasi totale di telefoni e Internet impedisce che si veda la portata di questa violenza. Non si tratta di un guasto tecnico, ma di uno strumento politico: l'isolamento serve a nascondere al mondo un massacro. In questo contesto, il 13 gennaio Exilmedium Iran International ha pubblicato un rapporto che cerca di quantificare la portata della repressione. Secondo le proprie ricerche, basate su personale medico, testimoni oculari e fonti interne, durante la repressione delle proteste all'inizio di gennaio sarebbero state uccise fino a 12.000 persone in due giorni. Verifiche indipendenti sono difficilmente possibili nelle condizioni di blackout. Ma la storia di questo regime dimostra che le fucilazioni di massa, i funerali segreti e l'insabbiamento sistematico non sono eccezioni, ma una pratica di governo collaudata. Parlando con testimoni oculari che in questi giorni sono riusciti a lasciare l'Iran, gravemente traumatizzati, spesso incapaci di esprimere a parole ciò che hanno vissuto, emerge un quadro che va ben oltre qualsiasi cifra. Raccontano di sparatorie mirate contro i manifestanti, di persone colpite in strada, di forze di repressione che non disperdono, ma uccidono. E sempre la stessa frase: è molto peggio di quanto possiate immaginare. A questo si aggiunge la ricerca disperata di bambini e familiari scomparsi negli ospedali, dove la Guardia Rivoluzionaria continua a fare irruzione per portare via i feriti direttamente dai tavoli operatorio. Nessuno sa esattamente quante migliaia di persone siano state arrestate e dove si trovino molte di loro. Parallelamente inizia la fase successiva della repressione. Le prime condanne a morte vengono pronunciate in processi sommari, in udienze che spesso durano solo pochi minuti, senza difesa, senza prove. Il regime fa capire che alle pallottole seguiranno le forche. Non scrivo di questo da lontano. Sono iraniana. Ho vissuto metà della mia vita in Iran. I miei genitori vivono a Teheran. Questo blackout non è astratto per persone come me. Significa incertezza, paura, impotenza e la consapevolezza che lo Stato uccide mentre si sottrae al mondo. Mentre in Iran si spara, il linguaggio politico all'estero, almeno negli Stati Uniti, sta cambiando. Il presidente americano Donald Trump ha pubblicamente esortato il popolo iraniano a continuare a protestare contro la Repubblica islamica e a prendere il controllo delle sue istituzioni. Ha sospeso i colloqui con Teheran e ha annunciato che seguiranno aiuti. Non si tratta di una frase retorica. È un annuncio di intervento politico e forse militare. Per molte persone in Iran, proprio quest'uomo, che non è esattamente sinonimo di principi democratici o Stato di diritto, è ormai considerato l'ultima speranza per porre fine al massacro e abbattere il sistema della Repubblica Islamica. E l'Europa? In Germania, il più grande partner commerciale della Repubblica Islamica dell'Iran all'interno dell'UE, il ministro degli Esteri Johann Wadephul (CDU) ha dichiarato che il regime di Teheran non ha più alcuna legittimità. È una frase storica. È la prima volta che un ministro degli Esteri tedesco afferma così apertamente che questo governo non ha più il diritto di governare il Paese. Ma le parole da sole non hanno protetto il popolo iraniano. Durante le proteste “Donna, Vita, Libertà”, esiliati iraniani, attivisti, giornalisti, giuristi e gruppi per i diritti umani hanno presentato alla politica europea le richieste concrete della popolazione civile in Iran. In innumerevoli colloqui, lettere e incontri, la politica dell'UE è stata sollecitata, spesso addirittura implorata, ad aiutare la popolazione. Sanzioni mirate contro l'élite politica. L'isolamento del sistema attraverso la rottura delle normali relazioni politiche ed economiche. L'inserimento delle Guardie Rivoluzionarie nella lista delle organizzazioni terroristiche. Ma quasi nulla di tutto ciò è stato realizzato. Al contrario, sono seguite sanzioni poco incisive e dichiarazioni morali. Questo ha lasciato il segno nella società iraniana. Molti hanno chiuso con l'Europa. Sui social network, nelle conversazioni con gli attivisti e la società civile e nei commenti sotto i video non domina più la speranza, ma l'amarezza e il disprezzo. L'Europa è considerata esitante, ipocrita, irrilevante, in parte persino amica della Repubblica Islamica.
• Eppure l'Europa ha ancora delle responsabilità.
Mentre vedo queste immagini, sacchi per cadaveri, ferite da arma da fuoco, famiglie disperate, mentre in Iran le persone vengono uccise e contemporaneamente condannate a morte in processi farsa, rimane solo un ultimo appello. L'Europa può agire. Non in modo simbolico, ma istituzionale. Ogni Stato può adire il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza può trattare questa situazione per quello che è: una grave minaccia alla vita umana in un contesto di isolamento sistematico. Il diritto internazionale non lo impedisce. La strada è aperta. Gli strumenti esistono. Il ricorso al Consiglio di sicurezza non sarebbe un atto formale, ma l'inizio di una procedura che, secondo la Carta delle Nazioni Unite, può arrivare fino all'autorizzazione di un intervento militare. È proprio per questo che è stato creato il principio della responsabilità di proteggere: per situazioni in cui uno Stato uccide la propria popolazione su larga scala e allo stesso tempo si sottrae al mondo. Un massacro accompagnato da un blackout di Internet non è un evento interno. È una prova per l'ordine internazionale. E l'Europa non deve perderla di nuovo, semplicemente distogliendo lo sguardo.
* L'autrice è redattrice presso la Bayerischer Rundfunk (BR) e vive a Monaco di Baviera.
(Jüdische Allgemeine, 14 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele, analisi di uno Stato perfettamente normale
di Alessandro Verdoliva *
Ogni analisi dovrebbe reggersi su una solida domanda di studio; invece, nel caso di Israele, prima avviene l’affermazione e solo dopo la domanda. La vera domanda non è “perché Israele attua determinati comportamenti?”; la vera domanda dovrebbe essere: “come si comporterebbe qualsiasi soggetto internazionale sottoposto alle stesse contingenze storiche di Israele in un ordinamento internazionale anarchico?”. Da questo ritorno al rigore analitico prende forma questo breve articolo.
• Introduzione: il rifiuto dell’eccezionalismo morale
L’analisi contemporanea su Israele è inquinata da un grave vizio metodologico originario: la premessa, esplicita o latente, è che lo Stato ebraico sia un’anomalia storica, una deviazione dai valori universali o un’eccezione morale. Questa visione, dominante nei circoli intellettuali post-modernisti, ha contaminato la letteratura scientifica e giuridica. Israele è trattato in modo speciale? Assolutamente sì, ma esattamente nel modo opposto a quello inteso nella narrazione dominante.
Lo scopo di questo studio è dimostrare che, applicando il principio del ceteris paribus (a parità di condizioni), Israele opera secondo le medesime logiche di sopravvivenza, sicurezza e potenza che governano qualunque Stato in un sistema anarchico. Non è Israele a essere “eccezionale”, ma la situazione strutturale in cui si colloca; di riflesso, è la percezione occidentale a risultare distorta.
• Geografia e vincoli materiali: il fattore spazio
Occorre partire dalle condizioni materiali per comprendere se Israele sia uno Stato “normale”; a tal fine è necessario chiarire dove questo soggetto è collocato. A differenza delle grandi potenze protette da ampie linee difensive, Israele soffre di un’assoluta assenza di profondità strategica.
La profondità strategica non è un requisito universale: ne hanno bisogno solo quei soggetti caratterizzati da specifiche condizioni. La necessità di profondità strategica dipende dal peso specifico di un soggetto geopolitico: essere un egemone, detenere grandi risorse, possedere un valore simbolico. Queste tre categorie definiscono quali attori abbiano una necessità vitale di profondità strategica.
È evidente che soggetti come il Lussemburgo, privi di peso strategico, di risorse e di un ruolo egemonico, non presentano alcuna necessità vitale di profondità strategica. Israele, al contrario, pur povero di risorse minerarie e ancora immaturo per ergersi a egemone, possiede un valore simbolico: la sacralità totemica dello spazio che occupa.
Questo spazio ha un valore geopolitico definibile come “discorsivo” o “immateriale”. È il valore simbolico a forgiare la retorica anti-israeliana, non le questioni umanitarie legate ai conflitti che vi si sono succeduti. Nessun valore simbolico è attribuito alle terre abitate dai curdi; nessun valore simbolico è attribuito ai curdi stessi. Gli ebrei, invece, detengono un elevato valore simbolico nel secolare conflitto religioso.
La posta in gioco è immateriale, ma per ampie componenti del mondo musulmano — dai Fratelli Musulmani agli sciiti — tale posta è centrale, e intorno ad essa ruota l’intera macchina della comunicazione politica. Israele, dunque, necessita di profondità strategica; allo stesso tempo, dispone di un territorio minuscolo e stretto, in cui la distanza tra le linee nemiche e i centri densamente popolati è ridotta a pochi chilometri.
Questa vulnerabilità ha plasmato la dottrina di sicurezza nazionale fin dalle origini: laddove lo spazio manca, si interviene sul tempo o sullo spazio altrui. Ne deriva una politica che può apparire aggressiva, ma che è in realtà fisiologica alla condizione di qualsiasi soggetto caratterizzato da elevatissimo peso strategico e nulla profondità territoriale.
Uno dei primi a comprendere questo vincolo strutturale, e a formalizzarne la dottrina, fu David Ben-Gurion: non disponendo di spazio per assorbire le ripetute aggressioni dei vicini, Israele doveva strutturarsi per portare il conflitto sul campo avverso.
Il concetto di “confini difendibili” trova la sua formulazione più autorevole nel discorso di Yitzhak Rabin alla Knesset del 5 ottobre 1995, nel quale la Valle del Giordano veniva indicata come margine di sicurezza imprescindibile per compensare l’assenza di profondità territoriale. Questa visione si salda storicamente al principio strategico di Ben-Gurion, documentato negli archivi di sicurezza fin dagli anni Cinquanta, secondo cui l’esiguità dello spazio difensivo impone la proiezione della guerra nel territorio nemico per evitare l’annientamento immediato.
Come confermano le analisi di Efraim Inbar e Charles D. Freilich (Oxford University Press, 2018), esiste una continuità strutturale tra queste radici storiche e la dottrina contemporanea: la sicurezza nazionale di Israele si fonda su una sintesi di deterrenza credibile, superiorità operativa e azione preventiva, elementi che compensano la vulnerabilità geografica.
L’azione preventiva, scarsamente tollerata dalla dottrina giuridica, trova la propria razionalità in questo frame strategico: se non è possibile ottenere profondità in termini di spazio fisico, essa deve essere acquisita in termini temporali, anticipando il nemico prima che colpisca, poiché un attacco riuscito comprometterebbe l’esistenza stessa dello Stato.
• Razionalità strategica in un sistema anarchico
In politica internazionale, la condotta degli Stati non è determinata da astrazioni etiche, ma dai vincoli del sistema. Seguendo i modelli di Morgenthau, Bull, Waltz e Mearsheimer, gli attori rispondono alle minacce strutturali con strategie che, isolate dal contesto, possono apparire discutibili, ma che risultano pienamente razionali se analizzate come strumenti di sopravvivenza.
Questo sistema interpretativo ha senso solo se inserito nel realismo del diritto internazionale. Il comportamento di Israele risulterebbe altrimenti incomprensibile senza una conoscenza preliminare delle caratteristiche dell’ordinamento internazionale e della natura della cosiddetta “società anarchica”.
In un sistema privo di un’autorità superiore in grado di garantire l’incolumità dei singoli soggetti, l’accumulo di potenza, la deterrenza e la difesa preventiva non rappresentano opzioni ideologiche, ma imperativi categorici volti a evitare l’estinzione.
Non esiste oggi un’altra democrazia i cui vicini non avanzino richieste di concessioni politiche o territoriali, bensì invochino esplicitamente la distruzione totale dello Stato in virtù della sua composizione etnica.
L’esposizione a una minaccia esistenziale permanente — dai razzi di Gaza agli arsenali di Hezbollah — rende la sicurezza una necessità empirica. In tale contesto, la risposta militare costituisce l’esercizio del diritto-dovere di protezione dei civili. Come stabilito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, la legittima difesa è un diritto inalienabile contro attacchi armati, statuali o ibridi.
Negare questo diritto a Israele significa negare il principio di realtà che governa ogni Stato sovrano e applicare, ancora una volta, un parametro speciale esclusivamente allo Stato ebraico.
• Il peccato storico
Un ulteriore marchio attribuito a Israele è quello del colonialismo. Anche accettando le ragioni strategiche, resta un altro peccato, più radicale: l’esistenza stessa. Anche in questo caso, l’interpretazione terzomondista, ripresa dal discorso woke e post-modernista, utilizza categorie selettive per descrivere come anormale ciò che è strutturalmente normale.
La narrativa post-moderna legge l’azione israeliana attraverso la lente della “colonialità”, ignorando che Israele rappresenta, al contrario, un esito del processo di decolonizzazione e che opera in un contesto di minacce senza equivalenti in Occidente. Si omette inoltre che il Medio Oriente e la regione MENA ((Middle East North Africa) non sono mai stati oggetto di colonialismo occidentale, bensì di colonialismo arabo.
Quando si parla impropriamente di colonialismo, ci si riferisce in realtà ai regimi amministrativi mandatari sotto l’egida della Società delle Nazioni, che costituiscono una categoria storica e giuridica distinta dal colonialismo propriamente detto.
Un ulteriore elemento sistematicamente rimosso riguarda la dimensione cronologica ed etnica. Al di là della natività degli ebrei in Medio Oriente e nel Levante meridionale — le lingue semitiche sono native della regione, non dell’Europa orientale — è spesso ignorato che lo stesso Corano riconosce tale continuità storica.
I principali insediamenti israeliani, come Tel Aviv, non furono fondati durante il mandato britannico, bensì sotto l’Impero ottomano. Viene inoltre rimosso il fatto che gran parte delle terre fu acquistata legalmente dal Fondo della Diaspora, e non sottratta con la forza, come frequentemente sostenuto.
Infine, tutti gli Stati sorti dai mandati franco-britannici sono entità politiche create ex novo. La tradizione istituzionale arabo-musulmana non conosce la forma dello Stato-nazione, bensì quella della Ummah e del Califfato. Le categorie di Stato e di nazione sono categorie occidentali attraverso cui si tenta di interpretare realtà storiche differenti, spesso senza comprenderle.
Se dunque Israele, nato dalle ceneri del mandato britannico, viene definito uno Stato coloniale creato dagli europei, la medesima definizione dovrebbe applicarsi al Libano, all’Iraq, alla Siria e alla Giordania. In un’analisi coerente e razionale non possono esistere figli di un dio minore: se la legittimità di Israele viene messa in discussione, lo stesso criterio deve valere per i suoi vicini.
* Analista geopolitico e internazionale AIAIG e presidente di The Delphi Institute, è autore di Contropotere e collaboratore in ambito di diritto internazionale presso Università di Bologna. Si occupa di geopolitica strutturale, diritto internazionale e forecasting strategico.
(InOltre, 12 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 22
Davide ad Adullam e nel paese di Moab. 22:1 Davide partì di là e si rifugiò nella caverna di Adullam; quando i suoi fratelli e tutta la famiglia di suo padre lo seppero, scesero là per unirsi a lui. 2 E tutti quelli che erano in ristrettezze, che avevano dei debiti o che erano scontenti, si radunarono presso di lui, ed egli divenne loro capo, ed ebbe con sé circa quattrocento uomini. - 3 Di là Davide andò a Mispa di Moab e disse al re di Moab: “Ti prego, permetti che mio padre e mia madre vengano a stare da voi, fino a quando io sappia quello che Iddio farà di me”. 4 Egli dunque li condusse davanti al re di Moab, ed essi rimasero con lui tutto il tempo che Davide fu nella sua fortezza.
- 5 Il profeta Gad disse a Davide: “Non stare più in questa fortezza; parti e recati nel paese di Giuda”. Davide allora partì, e andò nella foresta di Cheret.
- 6 Saul seppe che Davide e gli uomini che erano con lui erano stati scoperti. Saul si trovava allora a Ghibea, seduto sotto la tamerice che è sull'altura; aveva in mano la lancia, e tutti i suoi servi gli stavano intorno. 7 Saul disse ai servi che gli stavano intorno: “Ascoltate ora, Beniaminiti! Il figlio di Isai darà forse a tutti voi dei campi e delle vigne? Farà di tutti voi dei capi di migliaia e dei capi di centinaia, 8 che avete tutti congiurato contro di me, e non c'è nessuno che mi abbia informato dell'alleanza che mio figlio ha fatto con il figlio di Isai, e non c'è nessuno di voi che mi compianga e mi informi che mio figlio ha sollevato contro di me il mio servo perché mi tenda insidie come fa oggi?”.
- 9 E Doeg, l'Idumeo, il quale era preposto ai servi di Saul, rispose e disse: “Io vidi il figlio di Isai venire a Nob da Aimelec, figlio di Aitub, 10 il quale consultò l'Eterno per lui, gli diede dei viveri, e gli diede la spada di Goliat il Filisteo”.
Saul fa uccidere i sacerdoti e gli abitanti di Nob
- 11 Allora il re mandò a chiamare il sacerdote Aimelec, figlio di Aitub, e tutta la famiglia di suo padre, vale a dire i sacerdoti che erano a Nob. E tutti andarono dal re. 12 E Saul disse: “Ora ascolta, figlio di Aitub!”. Ed egli rispose: “Eccomi, signore mio!”. 13 E Saul gli disse: “Perché tu e il figlio d'Isai avete congiurato contro di me? Perché gli hai dato del pane e una spada e hai consultato Dio per lui affinché insorga contro di me e mi tenda insidie come fa oggi?”. 14 Allora Aimelec rispose al re, dicendo: “E chi c'è fra tutti i tuoi servi, fedele come Davide, genero del re, pronto al tuo comando e onorato nella tua casa? 15 Ho io forse cominciato oggi a consultare Iddio per lui? Lungi da me il pensiero di tradirti! Non imputi il re nulla di simile al suo servo o a tutta la famiglia di mio padre; perché il tuo servo non sa nessuna cosa, né piccola né grande, di tutto questo”. Il re disse: “Tu morirai senz'altro, Aimelec, tu con tutta la famiglia di tuo padre!”.bsp;E il re disse alle guardie che gli stavano intorno: “Avvicinatevi e uccidete i sacerdoti dell'Eterno, perché anche loro sono d'accordo con Davide; sapevano che egli era fuggito, e non mi hanno informato”. Ma i servi del re non vollero mettere le mani addosso ai sacerdoti dell'Eterno. Il re disse a Doeg: “Avvicinati tu, e colpisci i sacerdoti!”. E Doeg, l'Idumeo, si avvicinò, si avventò addosso ai sacerdoti e uccise in quel giorno ottantacinque persone che portavano l'efod di lino. Saul passò a fil di spada anche Nob, la città dei sacerdoti, uomini, donne, fanciulli, lattanti, buoi, asini e pecore: passò tutto a fil di spada.
- Tuttavia, uno dei figli di Aimelec, figlio di Aitub, di nome Abiatar, scampò e si rifugiò presso Davide. Abiatar riferì a Davide che Saul aveva ucciso i sacerdoti dell'Eterno. Davide disse ad Abiatar: “Io sapevo bene quel giorno che Doeg, l'Idumeo, era là, e che avrebbe senza dubbio avvertito Saul; io sono la causa della morte di tutte le persone della famiglia di tuo padre. 23 Resta con me, non temere; chi cerca la mia vita cerca la tua; con me sarai al sicuro”.
(Notizie su Israele, 13 gennaio 2026)
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Teheran troppo debole, Hamas pronto a lasciar Gaza
di Francesca Musacchio.
Hamas prepara il passaggio dei poteri a Gaza mentre il regime degli ayatollah trema sotto i colpi delle proteste popolari. La decisione annunciata dal movimento islamista di consegnare l’amministrazione della Striscia a un comitato indipendente di tecnocrati palestinesi, che dovrebbe amministrare l’enclave in base al piano di cessate il fuoco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, potrebbe segnare una svolta per il destino di Gaza. Il portavoce di Hamas, Hazem Kassem, in una dichiarazione video ha chiarito: «Questa decisione è chiara e definitiva e contiene anche istruzioni per facilitare il successo del lavoro di questa agenzia palestinese, in linea con il superiore interesse nazionale e con il piano per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza».
L’organizzazione terroristica, fino a poche settimane fa, respingeva qualsiasi ipotesi di disarmo o arretramento politico. Ma adesso la scelta di lasciare il potere arriva mentre a Teheran il regime è sotto pressione interna ed esterna e mentre i segnali militari attorno all’Iran si moltiplicano. Un caso probabilmente, ma secondo alcuni analisti dietro questa decisione ci sarebbe la consapevolezza che, caduto il regime iraniano, anche per Hamas sarebbe più complicato andare avanti.
Hamas, proxy strategico della Repubblica islamica e beneficiario diretto del suo sostegno politico, finanziario e militare, sembra infatti muoversi come se il centro di gravità stesse cedendo. Dietro l’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele c’era l’Iran. Oggi, nel momento in cui Teheran appare più vulnerabile, Hamas compie un passo che somiglia più a una presa di distanza che a una mossa tattica volontaria. Il contesto regionale, infatti, è incandescente. Secondo segnalazioni circolate nelle ultime ore l’Iran, con il supporto pare della Turchia, starebbe coordinando preparativi ostili verso Nato e Israele, mentre militanti di Hamas verrebbero trasferiti a Cipro del Nord con l’ipotesi di attacchi contro obiettivi israeliani in caso di un’azione iraniana. Sullo sfondo, il movimento incessante di assetti militari statunitensi racconta una regione in allerta. Dal Golfo Persico al confine tra Iran e Pakistan, l’attività aerea americana è fuori dall’ordinario. Aerei cisterna KC-135R sarebbero decollati dal Qatar, insieme a bombardieri strategici B-52. I droni MQ-4C Triton monitorano l’Iran meridionale. Velivoli di rifornimento e sorveglianza entrano e rientrano ripetutamente dallo spazio aereo iraniano, suggerendo la presenza di caccia stealth non rilevabili dai radar. In parallelo, aerei speciali statunitensi sono atterrati in Pakistan, alimentando l’ipotesi che quelle basi siano nuovamente a disposizione di Washington per un’eventuale operazione contro Teheran, dopo contatti tra i vertici militari pakistani e una delegazione israelo-americana.
Mentre lo scenario esterno si fa minaccioso, all’interno l’Iran mostra il volto più cupo. L’Organizzazione di intelligence dei Pasdaran avrebbe diffuso direttive operative che ordinano l’infiltrazione delle proteste con agenti travestiti da manifestanti, incaricati di guidare i cortei e persino di scandire slogan monarchici a favore dei Pahlavi, nel tentativo di delegittimare la rivolta. La repressione intanto si inasprisce. Sono iniziate impiccagioni pubbliche di manifestanti condannati per apostasia dopo processi per direttissima. E il ministero dell’Intelligence di Teheran ha fatto sapere che dieci persone sono state arrestate perché considerate «terroristi» aiutati da attori esterni.
Intanto Israele si prepara allo scenario peggiore. Il Ministero della Salute ha infatti ordinato agli ospedali di passare in modalità emergenza, richiamando le lezioni dell’operazione «Rising Lion» contro l’Iran.
(Il Tempo, 13 gennaio 2026)
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Hamas deve decidere: accordo o no?
L'organizzazione terroristica non rispetta l'accordo di cessate il fuoco con Israele e ne ritarda l'attuazione. È ora indispensabile aumentare la pressione su Hamas.
di Sarah Cohen-Fantl
In Israele esiste un proverbio che dice «Kol akawa le towa», che significa «Ogni ritardo è utile a qualcosa», ed è probabilmente questo il motivo per cui qui non abbiamo ancora perso completamente la fede. Infatti, il piano di pace di Trump per Gaza è in ritardo già da tre mesi.
Nella prima fase, tutti gli ostaggi vivi e morti avrebbero dovuto tornare a casa, ma il poliziotto israeliano assassinato Ran Gvili è ancora nelle mani di Hamas, che avrebbe dovuto deporre le armi – cosa a cui nessuno in Israele ha mai creduto –, non l'ha ancora fatto e ha annunciato che non intende farlo.
Al contrario: la scorsa settimana Hamas ha lanciato un razzo verso Israele che, secondo l'IDF, è caduto proprio a Gaza. Le azioni di Hamas parlano chiaro e non hanno nulla a che vedere con il ben intenzionato piano di pace di Trump.
Tutto questo non è sorprendente. Ma il fatto che Donald Trump, uno degli uomini d'affari di maggior successo e più assertivi al mondo, voglia ora avviare la seconda fase dell'accordo senza che Hamas rispetti la sua parte dell'intesa e continui a minacciare di terrore Gaza e la popolazione locale e circostante, è deludente e viene respinto dal governo israeliano, dalla maggioranza della popolazione e dalla famiglia di Ran Gvili.
Cosa succederà ora? È una domanda che ci poniamo ogni giorno. Desideriamo la pace e la sicurezza per i nostri figli. Con Hamas non avremo né l'una né l'altra. Spetta a Trump e ai partner arabi come l'Egitto e la Giordania inviare un segnale chiaro a Hamas: se non rispettate l'accordo, non ci sarà uno Stato palestinese. E anche se non vogliamo la guerra, alla fine combatteremo, perché un futuro di Gaza con Hamas al potere significherebbe, prima o poi, un altro 7 ottobre. Un futuro di Israele con Hamas come vicino? No deal.
* L'autrice è una giornalista freelance e vive in Israele.
(Jüdische Allgemeine, 13 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Cristiani olandesi regalano bulbi di tulipani
GERUSALEMME – Più di 50.000 tulipani stanno sbocciando lungo il confine con la Striscia di Gaza, ricordando che un nuovo inizio e forse anche la guarigione sono possibili. Dietro questo splendido spettacolo floreale c'è l'organizzazione olandese “Christenen voor Israel” (CVI, Cristiani per Israele). Alla fine di novembre 2025 ha organizzato un viaggio per portare i bulbi di tulipano nei kibbutz.
• Organizzazione cristiana: i fiori dimostrano solidarietà con Israele
Il progetto non è nuovo: da ormai 25 anni l'organizzazione cristiana porta bulbi di tulipano in Israele come segno di amicizia e solidarietà.
Per la consegna, ogni autunno CVI organizza i cosiddetti “tour dei tulipani”. In questo modo, ogni anno più di 100.000 bulbi di fiori arrivano in Israele. I partecipanti aiutano a piantarli e possono anche conoscere Israele “al di là dei titoli dei giornali”, ha spiegato domenica il responsabile del progetto Johan van der Ham, secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano “Times of Israel”.
Dal 7 ottobre 2023, l'attenzione si è concentrata sui luoghi che sono stati duramente colpiti dal massacro di Hamas. Dei circa 150.000 bulbi di tulipano che CVI ha portato in Israele lo scorso autunno, circa un terzo è andato nella regione di confine di Gaza, ha spiegato van der Ham. In alcuni luoghi anche gli asili partecipano all'iniziativa.
• Commovente incontro con Sharabi
Durante l'ultimo “tour dei tulipani”, il gruppo ha incontrato l'ex ostaggio Eli Sharabi, l'israeliano liberato nel febbraio 2025. In un articolo pubblicato sul sito web della CVI, il responsabile del progetto ha espresso la sua gratitudine per l'incontro. I bulbi di tulipano sono “un regalo semplice ma simbolico dai Paesi Bassi e dal Belgio: un segno di affetto, amore e solidarietà. I tulipani, che rifioriscono dopo l'inverno, ci ricordano la guarigione, la resilienza e la nuova vita”.
Van der Ham cita poi un versetto della Bibbia tratto da Amos 9,15: “Li pianterò nel loro paese, perché non siano più sradicati dal paese che ho dato loro, dice il Signore, tuo Dio”. La storia di Eli è una testimonianza vivente di questa promessa. “Il popolo ebraico vive e ritorna”.
L'organizzazione “Cristiani per Israele” è stata fondata nel 1979 nei Paesi Bassi e ha sede a Nijkerk. Si considera un movimento interconfessionale ed è presente in tutto il mondo, tra cui negli Stati Uniti e nella Corea del Sud. Nel maggio 1998 è nata l'organizzazione tedesca “Cristiani al fianco di Israele”.
(Israelnetz, 13 gennaio 2026)
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L'Europa non capisce il Medio Oriente, ma agisce comunque
Perché le buone intenzioni da sole non garantiscono la sicurezza: l'approccio dell'Europa al Medio Oriente.
di Dov Eilon
Non è un caso che io stia scrivendo questo testo proprio ora. Proprio ieri [domenica] Israele e Germania hanno firmato a Gerusalemme un nuovo patto di sicurezza. Si tratta di cooperazione, sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture critiche e responsabilità condivisa. La Germania ha ribadito ancora una volta che la sicurezza di Israele è più di una semplice frase politica.
Proprio questo momento rende visibile una tensione che si avverte da tempo in Israele. Mentre a livello bilaterale si sottolineano il partenariato e gli interessi di sicurezza, a livello europeo si inasprisce il tono politico nei confronti di Israele. Entrambe le cose procedono in parallelo e caratterizzano attualmente il rapporto tra Israele ed Europa.
• Dopo il patto con la Germania: due linee europee
Il patto con la Germania rappresenta una linea chiara e statale: sicurezza, cooperazione, interessi comuni. A livello europeo la situazione è diversa. Qui dominano procedure, valutazioni e segnali politici. Sostegno e critica coesistono, spesso senza un coordinamento riconoscibile.
Dal punto di vista israeliano, ciò appare contraddittorio. Non necessariamente perché l'Europa sarebbe contro Israele, ma perché logiche politiche diverse agiscono contemporaneamente. Per l'Europa ciò è spiegabile. Per Israele rimane difficile da classificare.
• Il linguaggio dell'Europa – la realtà di Israele
Sono cresciuto in Germania e conosco bene il linguaggio politico europeo. È un linguaggio di compromessi, dialogo e processi. I conflitti devono essere gestiti, possibilmente senza escalation. È comprensibile. È il risultato della storia europea.
Vivo in Israele da quasi quattro decenni. E qui ho imparato che il Medio Oriente funziona in modo diverso. Non meglio, non peggio, ma diverso. Qui la sicurezza non è una grandezza teorica. Si decide nella vita quotidiana.
In questa regione raramente vince l'argomento migliore. Ciò che conta è chi è credibile nel dissuadere, chi stabilisce confini chiari e chi è disposto a far rispettare questi confini. La debolezza non è vista come un invito al dialogo, ma come un'opportunità. Non si tratta di un'affermazione ideologica, ma della realtà quotidiana.
• Cosa ne consegue?
Nel giugno 2025, il Consiglio europeo ha dichiarato nuovamente che la situazione a Gaza era “inaccettabile”. Ha chiesto un cessate il fuoco, il rilascio di tutti gli ostaggi e ha esortato Israele a rispettare il diritto internazionale umanitario. Tali dichiarazioni sono moralmente comprensibili. Tuttavia, dal punto di vista politico cambiano poco.
Spesso, infatti, l'Europa non è d'accordo su quanto sia disposta ad andare oltre e quali conseguenze sia pronta ad accettare.
Le conseguenze della guerra di Gaza ne sono l'esempio più recente. Quasi nessun altro conflitto è stato commentato così intensamente in Europa. Dichiarazioni del Consiglio europeo, riunioni straordinarie dei ministri degli Esteri, risoluzioni e ammonimenti pubblici si susseguono in rapida successione. Sempre le stesse richieste: cessate il fuoco, pause umanitarie, protezione della popolazione civile.
Sembra giusto, e in gran parte lo è. Ma qui in Israele ci si pone inevitabilmente una semplice domanda: cosa ne consegue?
Ciò è emerso anche dal dibattito sull'accordo di associazione tra l'Unione Europea e Israele. Si esaminano le indicazioni, si formulano raccomandazioni, si avviano procedure. Allo stesso tempo, alcuni Stati membri frenano. Alla fine si crea una situazione intermedia: molta pressione politica, poca chiarezza. In Israele questo non appare neutrale, ma indeciso.
Un'esperienza personale vissuta a Gerusalemme mi ha fatto capire in modo particolarmente chiaro questo modo di pensare europeo. Qualche tempo fa ho riferito di un evento organizzato dall'ambasciata norvegese. Si è svolto in una mattinata e ha riguardato il “Piano d'azione contro l'antisemitismo 2025-2030” della Norvegia. Si è parlato di responsabilità, di antisemitismo in Europa e di posizione politica.
I rappresentanti norvegesi si sono mostrati seri e impegnati. Ascoltavano, volevano capire. Eppure mi è rimasta questa sensazione di fondo molto europea: la convinzione che alla fine dovrebbero bastare un piano, parole chiare e impegni politici. Durante i colloqui è emerso chiaramente quanto sia ormai grande il divario tra i concetti politici e la vita quotidiana degli ebrei in Europa. Le parole creano consapevolezza, ma non garantiscono la sicurezza.
La differenza tra il pensiero europeo e la realtà regionale è particolarmente evidente nel caso dell'Iran. L'Europa continua a puntare sulla diplomazia, sul dialogo e sugli accordi. È comprensibile. In Israele non si mette fondamentalmente in discussione questo atteggiamento. Ma si pone una semplice domanda: cosa succede se la diplomazia fallisce? E chi è disposto ad accettarne le conseguenze?
L'Europa ragiona in termini di processi. Il Medio Oriente ragiona in termini di risultati. L'Europa crede nel potere delle parole. Il Medio Oriente nel potere della deterrenza. Israele vive proprio tra questi due mondi.
Qui le decisioni non vengono prese per fare bella figura a livello internazionale, ma per proteggere la propria popolazione. Spesso sotto pressione. Spesso sotto minaccia. E spesso con la consapevolezza che gli errori non rimangono teorici.
Non lo scrivo per difendermi, ma per esperienza. Conosco il desiderio europeo di ordine, regole ed equilibrio. Ma vivo in una regione in cui l'ordine non è scontato.
L'Europa non diventa rilevante in Medio Oriente perché ha ragione dal punto di vista morale. Diventa rilevante quando agisce in modo chiaro, compatto e coerente. Finché ciò non accadrà, l'Europa continuerà ad agire, ma ignorando la realtà di questa regione.
(Israel Heute, 12 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Se non capisci il 1929, non capirai mai il 7 ottobre”
In un'intervista al JNS Book Club, l'autrice americana Yardena Schwartz ha sostenuto che il massacro di Hebron del 1929 è stato il “punto zero” del conflitto arabo-israeliano.
di Steve Linde
Quando la pluripremiata giornalista e autrice Yardena Schwartz ha iniziato a fare ricerche sul massacro degli ebrei a Hebron nel 1929, non aveva idea che avrebbe scoperto quello che ora definisce il “punto zero” del conflitto arabo-israeliano. Né immaginava che, quasi un secolo dopo, gli schemi che aveva individuato sarebbero riemersi con devastante chiarezza il 7 ottobre 2023.
Il suo libro, Ghosts of a Holy War, esplora come l'omicidio di 67 ebrei a Hebron, un tempo considerata una delle comunità ebraiche più sicure della Palestina mandatoria, abbia dato il via a incitamenti religiosi, campagne di disinformazione e politiche di rifiuto che, secondo lei, continuano a plasmare il conflitto ancora oggi.
“Mi sono resa conto che questo massacro a Hebron del 1929, a lungo dimenticato, è in realtà l'unico contesto necessario per comprendere le forze motrici di questo conflitto”, ha detto Schwartz durante un'intervista al JNS Book Club il 7 gennaio. “Tutto è iniziato lì”.
Ghosts of a Holy War: The 1929 Massacre in Palestine That Ignited the Arab-Israeli Conflict, pubblicato il 1° ottobre 2024 e presentato in Israele al Menachem Begin Heritage Center di Gerusalemme lo scorso maggio, non è un libro di facile lettura. Ma Schwartz ritiene che confrontarsi con la sua storia sia essenziale.
“Se non si capisce il 1929”, ha detto a JNS, “non si capirà mai il 7 ottobre, né perché questo conflitto continui a tornare allo stesso punto mortale”.
Nel 1929, la scintilla fu l'accusa che gli ebrei intendessero impadronirsi del Monte del Tempio e della Moschea di Al-Aqsa. Hamas avrebbe poi dato a questo mito un nome moderno: “Al-Aqsa Flood”.
Il libro ha ricevuto ampi consensi, in particolare nel mondo ebraico.
“Se volete leggere un libro che vi aiuti a comprendere l'attuale tragedia mediorientale, questo è quello che fa per voi”, ha affermato lo scrittore Yossi Klein Halevi, senior fellow presso lo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme.
• L’autrice
Nata e cresciuta nel New Jersey, Schwartz si è laureata alla Columbia Journalism School, dove ha ottenuto il massimo dei voti nel 2011. In seguito ha ricevuto una nomination agli Emmy per il suo lavoro come produttrice alla MSNBC e un premio per l'eccellenza nel giornalismo televisivo.
Ha vissuto in Israele per un decennio fino al 2023, dove ha scritto numerosi articoli sulla regione per vari quotidiani e riviste, e ora vive nella Hudson Valley di New York con il marito e i figli.
Ha trascorso cinque anni a fare ricerche e a scrivere Ghosts of a Holy War, il suo primo libro, che rintraccia le radici della violenza moderna non nei confini o nel nazionalismo, ma nella disinformazione religiosa, in particolare nelle false affermazioni secondo cui gli ebrei avrebbero cercato di impossessarsi dei luoghi sacri dell'Islam.
• Tutto è iniziato con una scatola di lettere
Inizialmente Schwartz non aveva intenzione di scrivere una storia definitiva del conflitto arabo-israeliano. Il progetto è iniziato nel 2019 con una scatola di lettere scoperta in una soffitta a Memphis, nel Tennessee. Le lettere appartenevano a David Shainberg, un ebreo americano di 22 anni arrivato a Hebron nel 1928 per studiare nella prestigiosa yeshiva di Hebron. Fu assassinato un anno dopo durante il massacro.
“Le sue lettere sono state una rivelazione”, ha detto Schwartz. “Descrivono una Hebron che era un faro di convivenza, qualcosa che oggi è quasi impossibile immaginare”.
Gli scritti di Shainberg dipingono un vivido ritratto della vita ebraica nella Palestina mandatoria, dai kibbutz a Rishon LeZion, e alla città di Abramo, dove ebrei e arabi avevano vissuto fianco a fianco per secoli. Essi rivelano anche una mentalità sconosciuta a molti lettori odierni: Shainberg era profondamente religioso e legato alla Terra di Israele, ma apertamente antisionista.
“Descriveva il sionismo come un movimento vile e antiebraico”, ha detto Schwartz. “E quello che ho imparato è che questa percezione era piuttosto comune tra i vecchi Yishuv, ebrei religiosi, sefarditi e mizrahi che consideravano il sionismo pericolosamente laico”.
Il massacro cambiò le cose. In seguito, molti ebrei che si erano opposti al sionismo si schierarono a suo favore, rendendosi conto che né le autorità britanniche né la buona volontà internazionale li avrebbero protetti.
“Gli inglesi si dimostrarono non solo incapaci di proteggere gli ebrei”, ha detto Schwartz, “ma anche riluttanti a farlo, per paura di provocare la violenza araba”.
• Il Gran Muftì di Gerusalemme
La ricerca di Schwartz ha scoperto un altro filo conduttore che rimane inquietantemente attuale: il potere della disinformazione. Nel 1929, molto prima dei social media, le menzogne si diffondevano attraverso i giornali, i sermoni e i discorsi pubblici. La figura centrale era Haj Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme, che sosteneva che gli ebrei stavano complottando per distruggere Al-Aqsa e ricostruire il Tempio.
“Quella menzogna alimentò l'odio che si era accumulato nel corso di un anno”, ha detto Schwartz, “non solo a Gerusalemme, ma anche a Hebron, dove i leader musulmani locali sostenevano che gli ebrei stavano per impadronirsi della Tomba dei Patriarchi”.
Per 700 anni agli ebrei era stato vietato l'accesso al sito e potevano pregare solo fuori dalle mura, spesso subendo vessazioni. L'idea che volessero impossessarsene era sufficiente per scatenare violenze di massa.
Schwartz ha affermato di essere rimasta scioccata dalla profondità dell'influenza di al-Husseini e da quanto poco sia compresa oggi la sua eredità.
“È stato il primo leader arabo a rifiutare la pace con gli ebrei di Palestina”, ha affermato. “Non si è limitato a opporsi a uno Stato ebraico, ma ha respinto l'idea stessa che gli ebrei rimanessero in Palestina”.
Secondo lei, questo rifiuto arabo è una linea retta che va dal 1929 alla rivolta araba, al rifiuto della spartizione nel 1947, ai “tre no” di Khartoum e ai ripetuti rifiuti delle offerte di uno Stato nel 2000 e nel 2008.
• La Commissione Peel
Il libro include la testimonianza agghiacciante della Commissione Peel del 1936, in cui i leader sionisti Chaim Weizmann e Ze'ev Jabotinsky avvertirono i funzionari britannici che gli ebrei europei stavano esaurendo i luoghi in cui fuggire. La risposta del Gran Muftì fu secca: gli ebrei non avevano alcun diritto sulla Palestina e quelli che già vi si trovavano non potevano rimanere.
Schwartz inizialmente intendeva far terminare il libro alcuni decenni prima. Poi arrivò il 7 ottobre 2023.
“Non avrei mai immaginato che ciò che era accaduto nel 1929 potesse ripetersi”, ha detto. “Non in questo modo”.
“Nel 1929, in un certo senso, fu peggio, perché non c'erano armi da fuoco”, ha detto Schwartz. “Le persone venivano massacrate vive con spade e asce. I neonati venivano uccisi tra le braccia delle loro madri. Le donne venivano violentate. Gli uomini venivano castrati”.
Ciò che ha cambiato il libro, ha detto, è stata la consapevolezza che la storia si stava ripetendo, non solo nella violenza, ma anche nelle conseguenze.
“L'accusa alle vittime, la negazione, la punizione delle vittime: abbiamo visto tutto questo nel 1929”, ha detto.
C'erano differenze cruciali. Nel 1929 non esisteva lo Stato di Israele e, due decenni prima dell'Olocausto, la stampa internazionale riportò il massacro in modo chiaro e comprensivo. Un secolo dopo, la negazione e la giustificazione si sono diffuse a livello globale in poche ore, alimentate dai social media.
Schwartz ha affermato di aver tagliato interi capitoli dopo il 7 ottobre, compreso uno sulla comunità ebraica contemporanea di Memphis e un altro su un giovane palestinese di Hebron che, secondo lei, avrebbe potuto rappresentare una futura leadership moderata.
“Non era più appropriato”, ha riflettuto.
• Rimodellare il sionismo e l'identità ebraica
Il massacro del 1929, secondo Schwartz, ha rimodellato il sionismo stesso. Ha rafforzato la Haganah, accelerato la formazione dell'Irgun e rafforzato la convinzione che la sopravvivenza ebraica richiedesse sovranità e autodifesa.
“Il Gran Muftì ha usato la religione come arma per distruggere il sionismo”, ha detto. “E gli si è ritorto contro”.
Oggi vede una dinamica simile.
“Dopo il 7 ottobre, gli ebrei di tutto il mondo che erano distaccati dalla loro identità hanno improvvisamente capito quanto fosse importante”, ha detto. “All'interno di Israele, c'è una rinnovata consapevolezza che proteggeremo noi stessi, indipendentemente dalle pressioni internazionali”.
Alla domanda sul perché la gente comune possa rivolgersi con tanta crudeltà ai propri vicini, Schwartz ha indicato nuovamente l'incitamento religioso. A Hebron nel 1929, ha scoperto che i musulmani che hanno salvato gli ebrei avevano profondi legami personali con loro, mentre gli aggressori spesso avevano solo rapporti transazionali.
“Un uomo si è opposto alla folla e ha detto: ‘Questa famiglia è la mia famiglia’”, ha ricordato. “Quella differenza era importante”.
In definitiva, lei rifiuta l'interpretazione del conflitto come meramente territoriale o nazionalista.
“Nessun arabo in Palestina allora, e nessun arabo a Gaza o in Cisgiordania oggi, definisce questa una guerra di liberazione”, ha affermato. “La chiamano jihad. L'Occidente non vuole sentirlo, perché rende il conflitto molto più difficile da risolvere”.
Schwartz ha affermato che, al di là delle lezioni storiche, le conseguenze del 7 ottobre hanno anche ridefinito l'identità ebraica per molti in tutto il mondo. “Molti ebrei che erano distaccati da Israele e dalle loro radici ebraiche hanno capito dopo il 7 ottobre quanto sia importante quel legame”.
(JNS, 9 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 21
Fuga di Davide a Nob e a Gat
- Davide andò a Nob dal sacerdote Aimelec; Aimelec gli venne incontro tutto tremante e gli disse: “Perché sei solo e non hai nessuno con te?”. Davide rispose al sacerdote Aimelec: “Il re mi ha dato un incarico e mi ha detto: 'Nessuno sappia nulla dell'affare per cui ti mando e dell'ordine che ti ho dato'; e quanto alla mia gente, le ho detto di trovarsi in un certo luogo. E ora che cos'hai tu sotto mano? Dammi cinque pani o quelli che si potrà trovare”. Il sacerdote rispose a Davide, dicendo: “Non ho sotto mano del pane comune, ma c'è del pane consacrato; ma la tua gente si è almeno astenuta da contatto con donne?”. Davide rispose al sacerdote: “Da quando sono partito, tre giorni fa, siamo rimasti senza donne; e quanto ai vasi della mia gente erano puri; e se anche la nostra incombenza è profana, essa sarà oggi santificata da quello che si porrà nei vasi”. Il sacerdote gli diede dunque del pane consacrato perché non c'era altro pane tranne quello della presentazione, che era stato tolto davanti all'Eterno, per mettervi invece del pane caldo nel momento in cui si toglieva l'altro.
- Quel giorno, un certo uomo tra i servi di Saul si trovava là, trattenuto alla presenza dell'Eterno; si chiamava Doeg, era Edomita e capo dei pastori di Saul. Davide disse ad Aimelec: “Non hai tu qui disponibile una lancia o una spada? Perché io non ho preso con me né la mia spada né le mie armi, tanto premeva l'incarico del re”. Il sacerdote rispose: “C'è la spada di Golia, il Filisteo, che tu uccidesti nella valle dei terebinti; è là avvolta in un panno dietro all'efod; se la vuoi prendere, prendila, perché qui non ce n'è un'altra all'infuori di questa”. Davide disse: “Nessuna è pari a quella; dammela!”.
- Allora Davide si alzò, e quel giorno fuggì per timore di Saul, e andò da Achis, re di Gat. I servi del re dissero ad Achis: “Non è costui Davide, il re del paese? Non è colui del quale cantavano nelle loro danze: 'Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila?'”.
- Davide si tenne in cuore queste parole ed ebbe grande timore di Achis, re di Gat. Cambiò il suo modo di fare in loro presenza, faceva il pazzo in mezzo a loro, tracciava dei segni sui battenti delle porte, e si lasciava scorrere la saliva sulla barba. Achis disse ai suoi servi: “Guardate, è un pazzo; perché me lo avete condotto? Mi mancano forse dei pazzi, che mi avete condotto questo a fare il pazzo in mia presenza? Costui non entrerà in casa mia!”.
(Notizie su Israele, 12 gennaio 2026)
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Rubio ha telefonato a Netanyahu per discutere di un possibile intervento degli Stati Uniti
Sullo sfondo delle proteste, in Israele cresce la preoccupazione per un'escalation regionale. Il primo ministro Benjamin Netanyahu: «L'Iran dovrà affrontare gravi conseguenze se attaccherà Israele».
di Sabine Brandes
Parallelamente alle proteste in corso in Iran, cresce in Israele la preoccupazione per un'escalation regionale. In questo contesto, il governo di Gerusalemme ha ordinato ai propri ministri di non esprimersi pubblicamente su possibili interventi stranieri in relazione ai disordini, come riportato domenica dall'emittente pubblica Kan.
Tra i fattori che hanno contribuito all'aumento della tensione vi è una telefonata avvenuta sabato tra il segretario di Stato americano Marco Rubio e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo le informazioni dell'agenzia di stampa Reuters, la conversazione avrebbe riguardato anche possibili scenari di un intervento americano in Iran. Un rappresentante del governo americano ha confermato la telefonata, ma non ha fornito dettagli sul suo contenuto. Secondo Reuters, in Israele è stato quindi aumentato lo stato di allerta.
• Nessun indizio che Israele stia valutando un intervento militare
La cautela di Gerusalemme fa seguito a chiari avvertimenti da Teheran. Se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse ordinare un attacco militare contro l'Iran, il regime attaccherà le installazioni militari israeliane e americane in Medio Oriente, secondo quanto riportato dai media citando fonti governative nella capitale iraniana. Nonostante la situazione tesa, secondo Kan non ci sono attualmente indicazioni che Israele stia valutando un proprio intervento militare.
Tuttavia, alcuni membri della coalizione israeliana hanno espresso simpatia per il movimento di protesta. Il ministro della Scienza e della Tecnologia Gila Gamliel aveva precedentemente espresso solidarietà ai manifestanti. Gamliel è inoltre in contatto con il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, uno dei più noti oppositori del regime, che sostiene le proteste.
La situazione è ulteriormente aggravata dalle dure dichiarazioni provenienti da Washington. Secondo Trump, «l'esercito statunitense sta valutando opzioni molto forti» nei confronti di Teheran, alla luce della violenta repressione dei manifestanti da parte delle forze di sicurezza iraniane.
Secondo gli attivisti, dall'inizio delle proteste il 28 dicembre sono state uccise almeno 538 persone. Il crescente numero di vittime aumenta la pressione internazionale sull'Iran e allo stesso tempo aumenta il rischio che la crisi interna si trasformi in un conflitto regionale.
• Netanyahu e Trump sono d'accordo
Il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva già avvertito una settimana fa che l'Iran avrebbe dovuto aspettarsi «conseguenze molto gravi» se avesse attaccato Israele. In un dibattito speciale alla Knesset, al quale hanno partecipato anche i leader dell'opposizione, ha affermato che, dopo il loro incontro nella tenuta di Trump a Mar-a-Lago in Florida, Israele e il presidente degli Stati Uniti sono sostanzialmente d'accordo sulla questione iraniana e sui problemi regionali.
«Per quanto riguarda l'Iran, che tira le fila del terrorismo in Medio Oriente e oltre, il presidente Trump e io abbiamo assunto una posizione chiara», ha affermato Netanyahu. «Non permetteremo all'Iran di ricostruire la sua industria missilistica e tanto meno di riprendere il suo programma nucleare».
(Jüdische Allgemeine, 12 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Discriminazione sanitaria e antisemitismo. Un evento dell’AME
Dopo il 7 ottobre l’odio contro gli ebrei ha avuto dei risvolti anche in un settore, quello medico e sanitario, dove in teoria tutti dovrebbero avere diritto alle stesse cure a prescindere da etnia, religione o posizioni politiche. L’evento ha analizzato diversi aspetti di questo tema con interventi prestigiosi.
di Nathan Greppi
 In un’epoca in cui a parole si vuole combattere tutte le forme di odio, paradossalmente è stata sdoganata la più antica al mondo, quella nei confronti degli ebrei. Un fenomeno che dopo il 7 ottobre ha avuto dei risvolti anche in un settore, quello medico e sanitario, dove in teoria tutti dovrebbero avere diritto alle stesse cure a prescindere da etnia, religione o posizioni politiche.
Di questo e molto altro si è parlato nel corso di un evento tenutosi domenica 11 gennaio presso la sede della Comunità Ebraica di Milano, organizzato dall’AME (Associazione Medica Ebraica) e intitolato Quando la cura incontra l’odio. Discriminazione sanitaria e antisemitismo. Tutti i relatori sono stati moderati dalla psicanalista Simonetta Diena.
• Il pregiudizio dei media
Alla radice di questo odio vi è una narrazione distorta della guerra tra Israele e Hamas, che in questi due anni è diventata egemone sui media mainstream. Stefano Gatti, ricercatore dell’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC, ha spiegato che dopo il 7 ottobre, “inizialmente i mezzi di comunicazione […] rimasero sconvolti. Ma questo sconvolgimento è durato un battito di ciglia”. Già il 10 ottobre 2023, “si è tenuta la prima manifestazione propal”.
Diversi miti delle narrazioni antigiudaiche sono state dissotterrate, compresa l’immagine dell’ebreo vendicativo e deicida rispolverata da diversi alti prelati. Oggi, per difendersi da accuse di antisemitismo, dicono di prendersela con i “sionisti” ed etichettano come “buoni” solo gli ebrei che prendono le distanze dal sionismo. “Come ha detto l’ex-presidente del Consiglio Conte che, in un modo esplicito, ha detto ‘cari ebrei, dovete prendere le distanze dal vostro Stato, sennò siete complici’”, ha ricordato Gatti.
In tutto questo, “hanno avuto un peso centrale i mezzi di comunicazione, […] che sono diventati come dei postini dei mezzi di comunicazione propal”. Ha fatto l’esempio dei molti media che citano Al Jazeera, “che a sua volta fa riferimento al Ministero della Sanità di Gaza”, controllato da Hamas.
• L’odio antisraeliano in medicina
A causa di questo clima d’odio imperante, sono aumentati gli episodi di discriminazione nel settore sanitario, con una crescente politicizzazione della medicina. Il pediatra Daniele Radzik, membro del consiglio direttivo dell’AME e consigliere della Comunità Ebraica di Venezia, ha spiegato che “il confine tra informazione, ideologia e scienza è diventato sempre più sottile” dopo il 7 ottobre.
“Il punto di origine di questa ondata di delegittimazione di Israele”, ha affermato, “a mio parere è stata la pubblicazione del rapporto di Amnesty International nel dicembre 2024 dal titolo Ti senti come fossi un subumano”. Una analisi che, tramite interviste ad operatori sanitari di Gaza, ha accusato Israele di genocidio e apartheid.
“In realtà, questo rapporto di Amnesty ha molte criticità metodologiche e scientifiche”, ha dichiarato Radzik, spiegandone il motivo tramite una serie di slide. In questo come in altri rapporti analoghi, erano presenti numerose lacune: viene ignorato il contesto geopolitico, non vengono menzionati gli aiuti umanitari israeliani né l’utilizzo di strutture civili per scopi militari da parte di Hamas. Nonostante ciò, “il rapporto è diventato la base per campagne di boicottaggio e accuse contro medici e ricercatori israeliani, quando sappiamo che la cura non può convivere con l’odio”.
• Il punto della situazione sui boicottaggi
A dispetto di questa situazione, non in tutti gli ambiti vengono toccati allo stesso modo. Rosanna Supino, presidente dell’AME, ha raccontato qual è la situazione del boicottaggio antisraeliano in vari paesi, basandosi sugli scambi avuti con colleghi da tutto il mondo: “Recentemente, in Inghilterra per la prima volta il tribunale ha dichiarato esplicitamente che il comportamento di un medico universitario, lanciando un boicottaggio, aveva minato la fiducia pubblica nella professione medica”.
Guardando ai singoli Stati, la Supino ha detto: “Il governo italiano, in nome della libertà di espressione, ha lasciato libertà alle imprese e alle università. Per cui, le attività BDS e propal sono legali”. Di contro, in Germania sono stati messi al bando, mentre in Francia i boicottaggi sono stati perseguiti penalmente nel timore che alimentino l’antisemitismo. Guardando ad altri continenti, negli Stati Uniti il BDS è presente soprattutto nei campus ma poco influente nella società, mentre in Australia gode di maggiore libertà. Mentre in Asia e in Africa, è presente soprattutto in India e in Sudafrica.
• Il caso della Toscana
Dopo aver guardato la situazione a livello nazionale e internazionale, si è provato a restringere la visuale su un contesto locale, quello di una regione storicamente di sinistra come la Toscana. “Vivendo in una città dove gli ebrei sono pochi, la maggior parte delle relazioni sociali che ho sempre portato avanti riguarda non ebrei, e dopo il 7 ottobre mi sono ritrovato inaspettatamente a rimodulare queste relazioni, perché mi veniva richiesto di esprimere una critica nei confronti d’Israele”, ha raccontato Federico Prosperi, membro del direttivo AME e segretario della Comunità Ebraica di Pisa.
Ha ricordato l’aumento considerevole di aggressioni antisemite avvenute in Toscana, come quella avvenuta a settembre contro due turisti ebrei americani a Firenze. Un fenomeno che si è manifestato anche in ambito sanitario: a tal proposito, Prosperi ha fatto diversi esempi, tra cui la decisione del sindaco di Sesto Fiorentino di bloccare la vendita di farmaci israeliani nelle farmacie comunali, o il video di una dottoressa e un’infermiera a Pratovecchio Stia, in provincia di Arezzo, che buttano nel cestino i farmaci prodotti dall’azienda israeliana Teva.
• L’odio nel mondo della psicologia
Anche nel settore della psicologia ci sono state diverse manifestazioni d’odio nei confronti d’Israele e degli ebrei. Lo ha testimoniato la psicoterapeuta Dalia Segrè, la quale ha spiegato che nei due anni successivi al 7 ottobre “non abbiamo visto comunicati del CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi) che parlassero di guerra. Solo dopo l’insediamento del nuovo consiglio, intorno agli inizi del 2025, osserviamo invece un comunicato del maggio 2025 che parla della guerra a Gaza”, che sosteneva posizioni fortemente propal e invitava i vari ordini regionali a fare altrettanto.
In questo modo, secondo la Segré, “il CNOP ha abdicato al suo ruolo di cura e di tutela di tutti gli iscritti indistintamente. […] Il CNOP, da un punto di vista deontologico, ha tradito il suo stesso codice etico, specialmente negli articoli 3 e 4, esprimendo proprio un posizionamento che non rappresenta la totalità degli iscritti”. In tale appello si esprime solidarietà per Gaza, ma non vengono citate le vittime israeliane del 7 ottobre né le azioni terroristiche di Hamas.
Guardando in generale a cos’è successo nella società di psicologia in Italia dopo il 7 ottobre, ha raccontato che “abbiamo osservato dei comportamenti gravi. Per fare un esempio, la chat della Società Psicanalitica Italiana, dove sono comparse offese anche a sfondo antisemita verso autorevoli colleghi ebrei”. Mentre nel 2024, è saltata una conferenza a Roma promossa dall’Associazione italiana di psicologia analitica (Aipa) e dall’Associazione per la ricerca in psicologia analitica (Arpa), a causa della presenza di relatori israeliani
• Antisemitismo consapevole o inconsapevole
Un tema emerso più volte, è che oggi molte esternazioni antisemite avvengono inconsciamente: se il neonazista con la svastica e il braccio teso è facilmente riconoscibile, al contrario in molti non si rendono conto che ritrarre gli israeliani come i persecutori di Gesù, come fanno molti vignettisti, richiama l’antica accusa di deicidio che per quasi due millenni è stata alla base dell’antigiudaismo cristiano.
A tal proposito, lo psicanalista Yasha Reibman ha spiegato: “Per definizione, dell’inconscio non abbiamo accesso diretto, possiamo coglierne solo i derivati. […] E tutti i pregiudizi seminano lì e nei meccanismi che usiamo per difenderci dalle irruzioni dell’inconscio nella nostra vita quotidiana”. Ha aggiunto che “ciascuno di noi ha i propri pregiudizi”, ma anche che “più siamo consapevoli dei nostri pregiudizi, e meno questi ci controllano nella nostra vita. Viceversa, ciò che non riconosciamo dentro di noi finisce per governarci”.
Rifacendosi ad altri interventi precedenti, ha sottolineato che “molti colleghi non ebrei sono anche dalla nostra parte, ci stanno aiutando in questo momento e ci hanno dato un supporto preziosissimo”. Ha fatto un esempio relativo alle tifoserie nel calcio: “Le curve dello stadio in Germania non sono antisemite. Diverse squadre tedesche hanno esposto in questi anni striscioni di supporto alle comunità ebraiche, a Israele e agli israeliani”.
Ha fatto l’esempio della squadra del Werder Brema, che ha reso omaggio all’ostaggio israeliano ucciso da Hamas Hersh Goldberg-Polin, che era un loro tifoso. “E dopo quello che è successo in Australia, i tifosi del Werder Brema hanno esposto uno striscione dove hanno detto ‘globalizzare l’Intifada significa uccidere gli ebrei’”. Sul versante opposto, “subito dopo il 7 ottobre a Roma hanno iniziato a bruciare e a rovinare le pietre d’inciampo, che nulla c’entrano con Israele”.
(Bet Magazine Mosaico, 12 gennaio 2026)
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Israele e Germania rafforzano la cooperazione in materia di sicurezza informatica
La Germania intende imparare da Israele come potenziare la sicurezza informatica. Il ministro federale dell'Interno Dobrindt si reca a Gerusalemme proprio per questo motivo.
GERUSALEMME – Israele e Germania hanno concordato di ampliare la cooperazione nel campo della sicurezza informatica e dell'intelligenza artificiale (IA). Il ministro federale dell'Interno Alexander Dobrindt (CSU) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) hanno firmato domenica a Gerusalemme un accordo in tal senso.
Nell'ambito di questo accordo, i due paesi intendono creare un centro comune per l'IA e l'innovazione informatica. È previsto anche uno scambio di informazioni sul progetto tedesco “Cyberdome”. Altri aspetti riguardano la difesa dai droni, la protezione civile, la lotta al terrorismo e la lotta all'antisemitismo.
La cooperazione tra Germania e Israele è già ‘eccellente’, ha comunicato il Ministero federale dell'Interno. Dobrindt ha dichiarato: “Abbiamo un grande interesse a imparare come Israele ha costruito il Cyberdome”.
• Sa'ar: classificare la Guardia rivoluzionaria iraniana come gruppo terroristico
Netanyahu ha sottolineato davanti ai giornalisti che attribuisce grande importanza alla cooperazione tra Germania e Israele; i due paesi sono “partner naturali”. Il settore cibernetico rappresenta tuttavia una delle maggiori minacce per la sicurezza interna e le infrastrutture. Netanyahu ha definito Dobrindt “amico di Israele” e ha aggiunto: “Grazie per la vostra amicizia, grazie per il vostro sostegno”.
Durante il suo soggiorno in Israele, Dobrindt ha incontrato anche il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar (Nuova Speranza). Durante l'incontro, quest'ultimo ha dichiarato che l'Unione Europea deve classificare la Guardia Rivoluzionaria Iraniana come gruppo terroristico. “Questa è da tempo la posizione della Germania e ora anche altri paesi ne comprendono l'importanza”.
• Unanimità necessaria per la classificazione
Il Parlamento europeo ha ripetutamente invitato il Consiglio dell'UE a inserire la Guardia rivoluzionaria nella lista delle organizzazioni terroristiche, l'ultima volta nell'aprile 2025. Gli Stati Uniti hanno classificato la Guardia rivoluzionaria come organizzazione terroristica nell'aprile 2021.
La base per la classificazione da parte dell'UE può essere una sentenza relativa al tentato incendio doloso della sinagoga di Bochum nel 2022. Nella sua sentenza, la Corte d'appello di Düsseldorf ha stabilito che la pianificazione dell'attacco risale a un'agenzia governativa iraniana. Per la classificazione è necessario un voto unanime del Consiglio dell'UE.
• Previsto l'ampliamento di Arrow 3
Nel frattempo, la Germania sta ampliando il sistema di difesa missilistica Arrow 3, acquistato da Israele e messo in servizio a dicembre. Domenica, il gruppo industriale Israel Aerospace Industries ha annunciato un accordo in tal senso con il Ministero della Difesa israeliano. Si tratta di un “significativo aumento del tasso di produzione di missili e lanciamissili”.
Già a metà dicembre il Ministero della Difesa israeliano aveva annunciato l'ampliamento. Secondo quanto comunicato, l'accordo ha un valore di circa 2,7 miliardi di euro. Insieme all'accordo originale Arrow 3, il valore complessivo del sistema Arrow 3 ammonta quindi a circa 5,8 miliardi di euro: si tratta del più grande accordo nel settore degli armamenti nella storia di Israele.
(Israelnetz, 12 gennaio 2026)
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Intesa record tra Germania e Israele: nuovo contratto da 3,1 miliardi per l’Arrow 3
di Luca Spizzichino
La cooperazione strategica tra Germania e Israele compie un nuovo passo in avanti. Berlino e Israel Aerospace Industries hanno firmato un contratto da 3,1 miliardi di dollari che amplia l’accordo già in vigore sul sistema antimissile Arrow 3. L’estensione si aggiunge al contratto iniziale da 3,5 miliardi siglato due anni fa, portando il valore complessivo dell’operazione a oltre 6,5 miliardi di dollari, il più grande accordo di esportazione militare mai concluso da Israele.
La firma è arrivata dopo l’approvazione del Bundestag, che lo scorso 17 dicembre ha dato il via libera all’intesa, e a poche settimane dal dispiegamento operativo della prima batteria Arrow 3 in Germania, avvenuto con una cerimonia ufficiale presso la base aerea di Holzdorf.
Il nuovo accordo prevede un aumento significativo della produzione di intercettori e lanciatori Arrow 3 destinati alle forze armate tedesche. Secondo i ministeri della Difesa dei due Paesi, la misura consentirà di rafforzare in modo sostanziale la capacità di difesa aerea e antimissile della Germania. “Abbiamo concordato un incremento rilevante dei ritmi produttivi, così da garantire alla Germania un livello di protezione più elevato e tempestivo”, ha fatto sapere il Ministero della Difesa israeliano in una nota congiunta con Berlino.
Per Israele, l’estensione del contratto rappresenta anche un segnale politico. “L’ampliamento dell’accordo sull’Arrow 3 è un altro traguardo significativo nel rafforzamento della nostra partnership strategica con la Germania, il nostro principale alleato in Europa”, ha dichiarato il direttore generale del Ministero della Difesa israeliano, Amir Baram. “Un’intesa di questo valore riflette la strategia di Israele di espandere le esportazioni nel settore della difesa, rafforzando al contempo la sicurezza nazionale e l’industria del Paese”. Sulla stessa linea il capo della Direzione Ricerca e Sviluppo del ministero, Daniel Gold, che ha sottolineato la valenza simbolica e operativa del sistema: “L’Arrow è una componente centrale della nostra architettura di difesa multilivello, che ha protetto i cittadini israeliani durante il conflitto. Oggi questo sistema è schierato anche a difesa dei cieli tedeschi”.
Il presidente e amministratore delegato di IAI, Boaz Levy, ha evidenziato il rapporto di fiducia costruito con Berlino. “Il ruolo di IAI nel sistema di difesa aerea tedesco dimostra la fiducia del governo tedesco nelle nostre capacità tecnologiche”, ha affermato. “La consegna dell’Arrow 3 appena due anni dopo la firma del contratto iniziale è la prova della nostra affidabilità”. Levy ha aggiunto che “la fiducia reciproca, le capacità tecnologiche dimostrate sul piano operativo e il rispetto delle tempistiche hanno portato la Germania ad approvare questa nuova fase di acquisizione del sistema Arrow”.
Il comandante della difesa aerea tedesca, colonnello Dennis Kruger, ha spiegato che Berlino ha colmato una lacuna strategica e che altri Paesi europei potrebbero seguire lo stesso percorso. “La Germania si è mossa per prima e sta dando un esempio”, ha detto. “Le minacce non riguardano solo noi, ma tutta l’Europa. È realistico pensare che altri Stati prenderanno la stessa direzione”. In prospettiva, ha aggiunto Kruger, la Germania potrebbe guardare anche alle future evoluzioni del programma, inclusi i sistemi Arrow 4 e Arrow 5, una volta che saranno pienamente operativi.
(Shalom, 12 gennaio 2026)
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Come il 7 ottobre ha cambiato il modo in cui gli ebrei israeliani “piuttosto osservanti” praticano il giudaismo
Dai pop-up sui tefillin all'accensione delle candele dello Shabbat, molti israeliani - tra cui pop star ed ex ostaggi - si sono sempre più rivolti alla religione durante la guerra: “La fede ha fornito un punto di riferimento”.
di Deborah Danan
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La conduttrice televisiva israeliana Ofira Asayag è laica, ma nel 2024, durante la guerra tra Israele e Hamas, ha acceso le candele dello Shabbat in diretta televisiva, riflettendo una tendenza diffusa tra gli israeliani.
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JTA — Nelle settimane successive all'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, sui social media hanno iniziato a circolare video dal forte contenuto religioso. Decine di giovani donne hanno pubblicato video in cui tagliavano i loro abiti “immodesti”, jeans, top corti, minigonne, giurando di sostituirli con gonne modeste e copricapi.
In un video virale su TikTok, una giovane influencer taglia solennemente il suo guardaroba a brandelli, dichiarando che si tratta di un'offerta per la liberazione nazionale. “Creatore del mondo, mentre taglio questi vestiti, taglia via i severi decreti contro Israele”, dice, spiegando che non donerebbe nemmeno gli indumenti per non “far inciampare qualcun altro” indossandoli.
Sono circolate anche altre immagini, di tefillin pop-up, challah cotte nel quartiere e, sia sui social media che per strada, un notevole aumento di amuleti e ciondoli religiosi. Hamsas, stelle di David e collane a forma di mappa di Israele o dell'antico Tempio di Gerusalemme sono apparse ovunque.
Due anni dopo, mentre la guerra devastante a Gaza si è in gran parte conclusa, quelle prime scene hanno assunto il sapore di un momento specifico nel tempo. Tuttavia, lo shock spirituale di quelle prime settimane non è ancora completamente svanito e l'aumento della pratica religiosa è diventato parte del ritmo quotidiano del Paese.

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Un uomo indossa i tefillin per le strade di Tel Aviv, 25 marzo 2025.
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Un sondaggio pubblicato a novembre dal Jewish People Policy Institute ha rilevato che il 27% degli israeliani ha aumentato la propria osservanza delle usanze religiose dall'inizio della guerra. Circa un terzo degli ebrei israeliani afferma di pregare più frequentemente rispetto a prima della guerra e circa il 20% riferisce di leggere più spesso il Tanach o i salmi.
Il direttore del JPPI, Shuki Friedman, ha affermato che molti israeliani, soprattutto i giovani, ritengono che la guerra li abbia ricollegati alla tradizione e all'identità ebraica “non necessariamente in modo halachico, ma in un modo che si manifesta con grande forza nella loro vita e nello spazio pubblico”.
Fondamentalmente, il cambiamento è stato più drammatico tra gli israeliani che avevano già un piede nella tradizione, ovvero quelli cresciuti in famiglie “masorti” o tradizionali ma non rigorosamente osservanti. Sebbene la categoria masorti abbia le sue radici nelle comunità mediorientali e nordafricane (Mizrahi), dove l'osservanza religiosa era storicamente più integrata nella vita quotidiana ma meno rigida rispetto all'ortodossia europea, oggi gli israeliani masorti abbracciano tutti i settori della società israeliana. (La categoria è distinta dal movimento Masorti, il nome dato al giudaismo conservatore in Israele e in Europa). Circa un terzo degli ebrei israeliani si identifica come masorti, con il JPPI che divide il gruppo in due categorie: “abbastanza religiosi” e “non così religiosi”.
Il demografo ebreo Steven M. Cohen una volta ha scherzato dicendo che gli israeliani masorti sono coloro che “violano le leggi che non desiderano cambiare”, nel senso che accettano la legge ebraica tradizionale, nota come halacha, come valida, ma la osservano in modo selettivo nella pratica. Cohen ha anche osservato che non esiste un vero equivalente americano, anche se il parallelo più vicino potrebbe essere “ortodosso non osservante”.
Tra i giovani ebrei che si identificano come masorti “abbastanza religiosi”, il 51% degli intervistati nel sondaggio ha riferito di aver approfondito le proprie pratiche religiose durante la guerra.
David Mizrachi è uno di loro. Cresciuto in una famiglia masorti, Mizrachi non era mai stato costante nella frequenza alla sinagoga, nell'osservanza dello Shabbat o nell'indossare i tefillin. Dal 7 ottobre, ha detto, fa tutte e tre le cose - religiosamente.
Per lui, il cambiamento è nato dallo shock degli attacchi e dalle perdite che hanno colpito la sua cerchia di conoscenti. Conosceva personalmente i gemelli Vaknin, uccisi alla festa Nova, ed Elkana Bohbot, l'ostaggio rapito dal rave, che è stato rilasciato dopo due anni di prigionia. Questi eventi, ha detto, lo hanno spinto al “cheshbon nefesh”, una riflessione ebraica sulla sua identità.
“Ho capito che questi nemici e terroristi sono venuti perché eravamo ebrei, non perché eravamo israeliani”, ha detto.
In alcune famiglie la risposta è andata ancora oltre. Rozet Levy Dy Bochy, cresciuta masorti e sposata con un uomo olandese non ebreo che dopo il 7 ottobre ha deciso di convertirsi, ha detto che il 7 ottobre l'ha spinta ad approfondire la sua osservanza.
“Ci sembrava di essere in un film dell'orrore, ma la fede ci ha fornito un punto di riferimento”, ha detto. “Sapere che tutto faceva parte del piano di Dio e che alla fine ci aspettava qualcosa di diverso, qualcosa di buono, era confortante”.
La dinamica vissuta da Mizrachi, plasmata dalla violenza che ha colpito persone che conosceva personalmente, è in linea con un altro sondaggio pubblicato a settembre dall'Università Ebraica, che ha rilevato che l'esposizione diretta alla guerra, sia attraverso il lutto che attraverso le ferite, era strettamente associata a cambiamenti nella religiosità e nella spiritualità. Circa la metà degli intervistati ha riportato livelli più elevati di religiosità e spiritualità, tra cui un quarto che ha dichiarato di essere diventato più religioso e un terzo che ha descritto un aumento della spiritualità.
Questa tendenza si è riflessa in modo particolarmente evidente nei resoconti degli ostaggi liberati che hanno riempito i media ebraici nell'ultimo anno, con ex ostaggi che hanno descritto di aver fatto il kiddush sull'acqua, di aver osservato lo Shabbat per la prima volta o di aver rifiutato le pita durante la Pasqua ebraica nei tunnel sotto Gaza.
Questo fenomeno ha avuto ripercussioni anche sulla cultura popolare. L'attrice Gal Gadot ha detto ai suoi 106 milioni di follower su Instagram che, pur non essendo “una persona religiosa”, aveva deciso di accendere una candela e pregare per il ritorno sano e salvo di tutti gli ostaggi.
La più grande pop star israeliana, Noa Kirel, non nota per la sua osservanza religiosa, ha celebrato il suo matrimonio a novembre con un'immersione nel mikveh, un raduno hafrashat challah (separazione della challah) e una festa con l'henné, tipica degli ebrei mizrahi.
Un altro dei cantanti più popolari di Israele, Omer Adam, a lungo considerato laico, ora indossa lo tzitzit, studia la Torah e osserva lo Shabbat.
Ora è comune vedere celebrità israeliane condividere i rituali dell'accensione delle candele dello Shabbat, tra cui la conduttrice televisiva laica Ofira Asayag, che, a un anno dall'inizio della guerra, si è impegnata a farlo in diretta fino al ritorno degli ostaggi.
Per il sociologo Doron Shlomi, che studia la religiosità israeliana, nulla di tutto ciò è sorprendente, perché le crisi collettive spesso producono effetti simili. Basandosi su ricerche relative a terremoti, guerre e pandemia di Covid-19, ha descritto i due anni di guerra come “una sorta di laboratorio” per osservare come le persone si rivolgono alla fede.
“La guerra porta sempre con sé due cose”, ha affermato. “Più religiosità e più gravidanze”.
Shlomi ha tuttavia sostenuto che gli ostaggi e le loro famiglie sono un caso a parte rispetto al resto della popolazione. Per molti di loro, ha detto, il ricorso alla religione è stato uno strumento di sopravvivenza, e si aspetta che alcuni continueranno a vivere una vita pienamente osservante.
Ma nel pubblico più ampio vede due modelli principali. Il primo è la pietà come forma di servizio pubblico e solidarietà che si manifesta in abitudini personali, come osservare un singolo Shabbat o indossare tzitzit in onore degli ostaggi, dei caduti e dei soldati.
L'altro modello attraversa istituzioni e organizzazioni che hanno colto l'attimo, dai gruppi ultraortodossi come Chabad che organizzano barbecue nelle basi militari ai cristiani evangelici che si uniscono agli sforzi di sostegno.
Sebbene gli aumenti abbiano superato i cali, sia lo studio dell'Università Ebraica che quello del JPPI hanno riscontrato una piccola controcorrente. Circa il 14% dei rispondenti laici in entrambi i sondaggi ha dichiarato che la propria religiosità si era indebolita, e il 9% dei rispondenti ebrei nel sondaggio del JPPI ha riportato un calo nella fede in Dio, una cifra che è salita al 16% tra gli ebrei laici.
I ricercatori dell'Università Ebraica hanno inquadrato i loro risultati attraverso una lente psicologica, attingendo alla teoria della gestione del terrore, secondo la quale il confronto con la mortalità spinge le persone a raddoppiare le loro visioni del mondo esistenti, approfondendo la pratica religiosa per alcuni e indebolendola per altri.
“Durante i periodi di stress prolungato, gli individui possono riorganizzare i loro orientamenti religiosi o spirituali aumentando o diminuendo la loro importanza”, ha detto Yaakov Greenwald, che ha guidato lo studio.
Non è la prima volta che la guerra spinge gli israeliani verso la fede. Dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, Israele ha registrato un notevole aumento delle persone che sono tornate alla religione, comprese figure laiche di alto profilo. Il regista Uri Zohar ha scioccato la nazione diventando ultraortodosso nel 1977. Un anno dopo, Effi Eitam, un brigadiere generale decorato e in seguito politico, ha fatto lo stesso.
Gli storici discutono su quanto fosse realmente grande quell'ondata post-'73, ma all'epoca si diffuse la narrazione secondo cui l'esperienza di morte imminente dello Stato – Israele fu colto alla sprovvista e temette l'annientamento nei primi giorni di quella guerra – seguita da una svolta contro ogni previsione, fu percepita da molti come un miracolo.
Shlomi ha affermato che è ancora troppo presto per fare previsioni certe sulla durata dell'attuale tendenza, dato che il Paese sta solo ora uscendo dalla crisi. Ciononostante, ritiene che la portata della guerra e l'ondata religiosa che ha prodotto siano state così profonde che, tra dieci anni, saranno ancora presenti
E se l'esperienza del marito di Rozet Levy Dy Bochy, Peter Griekspoor, è indicativa, la guerra potrebbe lasciare il Paese non solo più osservante, ma anche con un numero maggiore di ebrei.
All'inizio, ha detto Rozet, suo marito ha reagito in modo “molto europeo”, cercando un equilibrio e “prendendo le parti di entrambi” nella situazione. Lei gli ha detto che quello era un lusso che poteva permettersi solo chi non era ebreo, ma che “per noi, qualcosa nel nostro DNA reagisce in momenti come questo. Ci siamo già passati”.
Ma non ci è voluto molto perché l'equilibrio si inclinasse. Mentre le proteste si diffondevano in Europa e Nord America e le teorie del complotto sugli israeliani e gli ebrei circolavano online, Peter ha detto che “cominciava a sentirsi parte della narrazione”.
“Sentivo che l'antisemitismo era personale”, ha detto. “Ora mi sento davvero ebreo. Sento di voler far parte di questo popolo. Sono belli, sono forti, sono resilienti”, ha detto, prima di aggiungere con una risata: “E sono anche orribili. Litigano sempre, combattono sempre tra loro”.
Shlomi ha detto che, mentre gran parte della rinascita è nata da un desiderio reale di unità e appartenenza, in parte ha acquisito un carattere coercitivo, con alcuni rabbini e altri che trattano il “ritorno” alla fede come l'unica risposta legittima e investono ingenti fondi per amplificarlo. “I tefillin e i barbecue costano un sacco di soldi”, ha detto.
Ha anche osservato che l'aumento della pratica religiosa spesso è andato di pari passo con un riallineamento politico, con alcune figure pubbliche che hanno abbracciato apertamente l'osservanza. Nel programma di attualità di punta del Canale 14, “Patriots”, il conduttore di destra Yinon Magal ora parla spesso di essere diventato più osservante dopo la guerra, un cambiamento che collega la fede alla politica nazionalista.
Numerosi sopravvissuti dei kibbutz tradizionalmente di sinistra al confine con Gaza, attaccati il 7 ottobre, hanno descritto un movimento simile nelle loro vite, adottando pratiche più religiose, come risposarsi con una cerimonia ortodossa, e identificandosi più fortemente con la destra. I dati del sondaggio JPPI mostrano la stessa tendenza tra i giovani ebrei, con una chiara deriva verso destra nella maggior parte dei campi politici.
Mizrachi, tuttavia, va contro questa tendenza. Attivista per la pace e membro del consiglio di Standing Together, un movimento popolare ebraico-arabo che ha fatto campagna contro la guerra, è diventato più osservante senza cambiare le sue idee politiche.
“Sono prima di tutto ebreo, poi israeliano, poi democratico, poi mizrahi”, ha detto. "Vedo Dio in ogni aspetto della vita. Ma mi chiedo anche: fino a quando vivremo con la spada e saremo pieni di odio per i gazawi? Questo non è il modo di vivere ebraico".
Per Griekspoor, il modo di vivere ebraico significava il modo halachico, e negli ultimi sei mesi si è iscritto a un programma di conversione ortodosso sotto il rabbinato israeliano, un percorso che impone la piena osservanza della legge ebraica. Dice di sapere che la sua scelta di diventare ebreo sfida la logica.
“Ci sono le persecuzioni, l'odio, l'antisemitismo... e non si possono mangiare i cheeseburger”, ha detto. “Ma non c'è una spiegazione razionale. È più forte di me”.
(The Times of Israel, 11 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Comprensione e disperazione
“La possibilità del cambiamento costituisce per ogni uomo, in qualunque posizione si trovi, un invito alla speranza che è nello stesso tempo un richiamo alla sua responsabilità.”
di Marcello Cicchese
Chi sa dare soltanto comprensione non fa che diffondere disperazione.
La vita è piena di problemi. Ciascuno di noi ha i suoi problemi personali. Ma uno dei problemi più grossi è quello di dover aver a che fare con i problemi personali di un altro. Infatti, per quanto è possibile, cerchiamo di evitare simili situazioni. "I dolori sono come i soldi: chi ce li ha se li tiene", dice un proverbio tutt'altro che biblico; e anche se il detto si riferisce ai dolori corporali, in pratica viene esteso volentieri a tutti i tipi di sofferenze. E' buona regola - così si pensa - evitare di farsi invischiare nei guai altrui.
Ma certamente non può essere questo il principio a cui si ispira la condotta dei cristiani, i quali hanno conosciuto qualcuno che si è talmente immedesimato nei loro problemi da dare la sua vita per loro. Nel loro stare insieme i cristiani sono chiamati a "servirsi gli uni gli altri" (Galati 5.13), a "portare i pesi gli uni degli altri" (Galati 6.2), a "sopportarsi gli uni gli altri" (Efesini 4.2), a "sottoporsi gli uni agli altri" (Efesini 5.21), ad "esortarsi gli uni gli altri" (Ebrei 3.13), ad "ammaestrarsi ed ammonirsi gli uni gli altri" (Colossesi 3. 16), a "consolarsi gli uni gli altri" (1 Tessalonicesi 4.18).
Non c'è quindi alcun dubbio che la famosa regola del "ciascuno per sé e Dio per tutti" sia quanto di meno biblico ci possa essere in fatto di saggezza. Quando è necessario, i cristiani devono essere pronti a lasciarsi coinvolgere nelle difficoltà personali dell'altro.
Però la cosa non è molto semplice, perché il prossimo da servire non sempre è paragonabile all'incolpevole uomo ferito sulla strada di Gerico, di cui parla la parabola del buon samaritano. I problemi dell'altro sono spesso di natura tale da non poter escludere una sua parte di responsabilità. Non è certo facile sapere come ci si deve comportare quando si viene a contatto con crisi matrimoniali, problemi di omosessualità, questioni di droga, tanto per fare degli esempi. Ha senso parlare di peccato e di colpa? E' giusto invitare al pentimento?
Si può fare appello alla volontà del singolo? Nel Vecchio Testamento molte questioni venivano risolte sulla base del precetto: "L'anima che pecca sarà quella che morrà" (Ezechiele 8.4). Nell'antico patto la trasgressione della legge introduceva un elemento di ingiustizia e di disordine che poteva essere eliminato soltanto con la punizione del peccatore. Nel caso dell'omicidio, per esempio, il sangue sparso contaminava il paese, e questa contaminazione poteva essere cancellata soltanto mediante lo spargimento di altro sangue: quello dell'uccisore (Numeri 35.33).
A noi, uomini d'oggi, questo modo d'agire appare barbaro e primitivo. Come credenti, però, non dobbiamo dimenticare che proprio questo è stato il modo d'agire di Dio con l'uomo in un certo periodo della storia. Soltanto Dio, e non l'uomo, può dichiarare "antico" il suo patto; ed Egli lo ha fatto presentandoci un "nuovo" patto (Ebrei 8.13), che certamente è "migliore", perché "fondato su migliori promesse" (Ebrei 8.6). Ma se siamo noi a giudicare antiche delle soluzioni che Dio per un certo tempo ha scelte, sulla base di nostre, autonome, progredite, moderne visioni, possiamo essere certi che ricadremo nei mali antichi dell'uomo e continueremo a restare schiavi del nostro peccato e della nostra cecità. Il modo d'agire di Dio nell'antico patto ci ricorda che il peccato è una cosa grave, e che la sua realtà non può essere cancellata abolendone il concetto o cambiando la disposizione d'animo di coloro che stanno attorno al peccatore. "L'occhio tuo non ne avrà pietà" (Deuteronomio 19.13). "Così toglierai via il male di mezzo a te" (Deuteronomio 19.20).
Ecco qual era il fatto importante: togliere il male. E questo non poteva avvenire senza togliere di mezzo il peccatore.
Oggi, a causa di una sensibilità che certamente è dovuta anche all'influsso del vangelo, l'interesse generale è rivolto al peccatore (che per la verità nessuno si sogna più di chiamare così). Di fronte a chi, per esempio, pratica l'omosessualità o mantiene una relazione extraconiugale non avrebbe senso parlare di "colpa": chi ha certi comportamenti sarebbe già così aggravato da situazioni pesanti e angosciose, che a nulla servirebbe la "colpevolizzazione" da parte dell'ambiente circostante. Il compito di chi è vicino a queste persone sarebbe principalmente quello di accoglierle, ascoltarle, comprenderle, solidarizzare con loro, liberarle dai loro complessi di colpa, favorirne l'inserimento nella società; parlare di "peccato" e di "pentimento" non potrebbe che peggiorare le cose, perché introdurrebbe un elemento di giudizio e di condanna in una situazione già abbastanza intricata.
Questo atteggiamento di comprensione potrebbe sembrare molto cristiano; in realtà, se proprio non si vuol dire che è "anticristiano", si potrebbe chiamarlo "acristiano", il che è la stessa cosa.
L'atteggiamento di indulgente comprensione è il più nobile comportamento possibile per chi non crede che il male possa essere tolto, che i peccati possano essere rimessi, che le cose possano veramente cambiare. Infatti, se il male non può essere tolto, perché si dovrebbe ancora chiamarlo "male"? E perché chiamare peccatore colui che ha soltanto il torto di soffrire? Perché non cercare invece di lenire le sue sofferenze accogliendolo così com'è? Perché non togliergli almeno il sentimento di colpa che si aggiunge alle sue altre numerose disgrazie?
Resi sensibili da queste domande, davanti a certe situazioni critiche che vediamo intorno a noi, nelle nostre famiglie e nelle nostre chiese, forse ci limitiamo a tacere, indulgenti e comprensivi ma anche impotenti. Siamo disposti ad accogliere l'altro così com'è; ma ben presto l'altro s'accorge che, per quanto dipende da noi, è destinato a rimanere così com'è. E siccome così com'è non vive affatto bene, la nostra comprensione non lo aiuta molto, perché anche se può dargli un sollievo momentaneo, alla lunga non può che confermarlo nella convinzione che la sua situazione non ha vie di scampo. "Non è colpa tua - gli diciamo -, non dipende da te". Ma se è vero che non dipende da lui, è anche vero che lui non può farci niente e quindi è destinato a rimanere così com'è.
La nostra indulgente comprensione, con cui gli abbiamo tolto la responsabilità, gli ha tolto anche la speranza.
Se, per esempio, a un drogato sappiamo soltanto dire che la causa per cui lui si droga risiede nella società, gli diamo un motivo in più per continuare a drogarsi.
«Un uomo si trovava in prigione. Un amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "Se sei in prigione è perché ti sei comportato male. La colpa è tua. Sei in prigione e ci resterai, perché è giusto che tu subisca le conseguenze del tuo comportamento sbagliato". Parole dure, che certamente non migliorarono la situazione del prigioniero, ma anzi, alla costrizione fisica della prigione aggiunsero il peso morale della condanna.
Un altro amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "La prigione è il frutto di una società violenta e ingiusta. Tu non sei peggiore né di me né dei magistrati che ti hanno condannato. Hai tutta la mia comprensione e solidarietà". Parole nobili, senza dubbio, che furono di conforto al prigioniero. Dopo qualche tempo, però, l'uomo non poté fare a meno di osservare che mentre l'amico e i magistrati se ne stavano tranquillamente in libertà, lui, che non era peggiore di loro, continuava a stare in prigione. E poiché la società che l'aveva condannato era ingiusta, non c'era nemmeno da sperare che si preoccupasse troppo di questa ingiustizia e si desse troppa pena per le sue sofferenze. E così, alla costrizione fisica della prigione si aggiunse la rabbia della disperazione.
Un altro amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "La società in cui sei vissuto è certamente violenta e ingiusta. Tu però, da parte tua, non ti sei affatto distinto, ma anzi hai dato il tuo particolare e originale contributo di cattiveria e ingiustizia. Sei stato un mascalzone e non meriti niente di meglio di quello che hai. Se però ammetti francamente la tua colpa e desideri tornare in libertà per ricominciare una vita nuova, ti posso indicare un'autorità che è superiore a chi ti ha condannato, a cui potrai rivolgere una domanda di grazia".»
Quale dei tre amici è stato il prossimo per l'uomo che si trovava in prigione?
Gesù non ha mai mostrato verso i peccatori quella morbida comprensione che tutto accetta, tutto giustifica e tutto lascia come prima. Gesù ha rimesso i peccati e ha operato guarigioni. Qualche volta ha guarito le persone senza alcun intervento della loro volontà, per dimostrare che se esiste una realtà di male che non dipende dai peccati del singolo, esiste anche la realtà del regno di Dio che non dipende dagli sforzi di buona volontà del singolo. Altre volte ha guarito le persone in risposta alla loro fede, per dimostrare che l'unico atteggiamento giusto dell'uomo che vive nel male è quello del pentimento e della fiducia in Dio.
Gesù non ha accettato il lebbroso "così com'è", non si è limitato a favorire il suo reinserimento nella società religiosa di quel tempo cercando di abbattere i pregiudizi verso i lebbrosi: Gesù ha liberato il lebbroso dalla sua lebbra e ne ha fatto un uomo nuovo.
Gesù non si è limitato a "comprendere" l'adultera, non ha cercato per lei delle attenuanti, non ha cercato di indurre il marito a darle l'atto di divorzio, non ha tentato di modificare la legislazione in modo che l'adulterio non figurasse più tra i reati punibili con la pena capitale. Gesù ha perdonato; e con il suo perdono ha ridato la vita ad una persona, perché ne ha cancellato un passato che nulla e nessuno avrebbe potuto modificare. Se Gesù non avesse perdonato, a niente sarebbero valsi gli sforzi della donna per cambiare vita: sarebbe comunque rimasta un'adultera, degna di essere lapidata in ogni momento. Il perdono di Gesù le ha offerto la possibilità di un nuovo inizio: da quel momento poteva andare e "non peccare più".
Gesù ha eseguito in modo perfetto e definitivo il comandamento che era già stato dato nell'antico patto: "Così toglierai via il male di mezzo a te" (Deuteronomio 19.20). Se adesso il male può essere tolto via senza richiedere la morte del peccatore, è soltanto perché Gesù stesso è morto per tutti noi. Ma resta il fatto che il male non può essere né compreso, né abbellito, né accettato: deve essere tolto. Questo è possibile soltanto attraverso il pentimento e la fiducia in Gesù Cristo, "il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Romani 4.25).
Si può quindi dire che la legge che dà la morte, elemento fondamentale dell'antico patto, è stata superata nel nuovo patto dalla grazia che dà la vita. La grazia di Dio in Gesù Cristo è la vera novità che è stata introdotta nel mondo.
Chi, invece, accantona le disposizioni legali del Vecchio Testamento soltanto perché culturalmente superate, dimostra di non capire la profondità del messaggio contenuto in quelle leggi: il male ha radici profonde tra gli uomini, e il toglierlo di mezzo non è mai un'operazione indolore: "Senza spargimento di sangue, non c'è remissione di peccato" (Ebrei 9.22).
In Gesù Cristo le catene del male sono state spezzate, il peccato è stato vinto, il perdono è a portata di mano, il cambiamento è possibile. Questa possibilità di cambiamento costituisce per ogni uomo, in qualunque posizione si trovi, un invito alla speranza che è, nello stesso tempo, un richiamo alla sua responsabilità. Non gli è più lecito continuare a lamentarsi di un destino ineluttabile e crudele: adesso può e deve incamminarsi in un sentiero di speranza, sulle orme di Gesù Cristo.
I cristiani, dunque, non solo possono, ma devono parlare di peccato. Agli adulteri, agli omosessuali, ai drogati bisogna saper dire che il loro problema è fondamentalmente un problema di peccato. Dire "peccato" non equivale a dire "colpa", perché anche la malattia e la morte sono manifestazioni del peccato. Ma il peccato che ci circonda e ci attanaglia comincia a diventare il nostro peccato quando non lo riconosciamo come tale, quando reagiamo ad esso in modo sbagliato e cominciamo ad elaborare teorie con cui tentiamo di difendere e giustificare i nostri comportamenti presentandoli come inevitabili. Di tali persone la Scrittura dice che "pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno queste cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette" (Romani 1.32).
I cristiani possono parlare di peccato perché possono parlare di grazia. Le situazioni di peccato non si modificano con gli atteggiamenti di comprensiva complicità, ma con il ravvedimento e la fede nel Signore. Chi nasconde agli uomini la gravità del loro peccato, impedisce loro di ricevere la grazia liberante di Dio. Il peccato deve diventare "estremamente peccante" affinché la grazia di Dio possa "sovrabbondare". A chi soffre e vive male perché si trova in una posizione di disubbidienza alla volontà di Dio, qualche volta bisogna avere il coraggio di dire: "E' responsabilità tua se ti trovi in questa condizione, e non ne verrai fuori fino a che non lo riconoscerai pienamente e non ti rivolgerai a Dio per essere perdonato e aiutato: perché Dio può e vuole perdonarti e aiutarti in Gesù Cristo".
Parole come queste possono apparire dure, ma sono tali solo per chi non crede che Dio possa veramente trasformare le cose e le persone. Chi non crede nella potenza trasformante del perdono di Dio non può che sminuire la gravità del peccato e manifestare il massimo della sua umanità nel non giudicare l'altro, nel non rifiutarlo, nell'accettarlo "così com'è". Ma proprio questa è la tragedia: "così com'è!'. Non si parla più di peccato che può essere perdonato e cancellato, ma di "diversità", di "particolarità" che deve essere riconosciuta e accettata. E colui che soffre perché in realtà vive al di fuori della volontà di Dio viene confermato nell'opinione che tutto è normale e che non ha da cercare e sperare niente di meglio.
Davanti alla tentazione di praticare un cristianesimo di questo tipo, fluido e inconsistente, che non osa parlare di peccato perché non sa parlare di grazia, che si rifugia nella comprensione e nell'accettazione dell'altro così com'è perché non sa offrirgli una speranza di cambiamento, dobbiamo crescere nella conoscenza "per esperienza" del Dio che può e vuole trasformare uomini e cose. Solo così potremo sperare di contagiare gli altri con la nostra fiducia nella realtà della presenza di Dio. Non limitiamoci a offrire la nostra comprensione, ma indichiamo la via di Dio che conduce al perdono e alla speranza.
(“Credere e comprendere”, novembre 1984) - PDF
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 20
Patto fra Davide e Gionatan
- Davide fuggì da Naiot, presso Rama, andò a trovare Gionatan e gli disse: “Che cosa ho fatto? Qual è la mia colpa, qual è il mio peccato verso tuo padre, che egli vuole la mia vita?”. Gionatan gli rispose: “Non sia mai! tu non morirai; ecco, mio padre non fa nessuna cosa, né grande né piccola, senza rendermene partecipe; perché dovrebbe nascondermi questa? Non è possibile”. Ma Davide replicò, giurando: “Tuo padre sa molto bene che io ho trovato grazia agli occhi tuoi; perciò avrà detto: 'Gionatan non sappia questo, affinché non ne abbia dispiacere'; ma com'è vero che l'Eterno vive e che vive l'anima tua, fra me e la morte non c'è che un passo”.
- Gionatan disse a Davide: “Che cosa desideri che io ti faccia?”. Davide rispose a Gionatan: “Domani è la luna nuova, e io dovrei sedermi a mensa con il re; lasciami andare e mi nasconderò per la campagna fino alla terza sera. Se tuo padre nota la mia assenza, tu gli dirai: 'Davide mi ha pregato con insistenza di poter fare una scappata fino a Betlemme, sua città, perché c'è il sacrificio annuale per tutta la sua famiglia'. Se egli dice: 'Va bene', il tuo servo avrà pace; ma, se si adira, sappi che il male che mi vuole fare è deciso. Mostra dunque la tua bontà verso il tuo servo, poiché hai fatto entrare il tuo servo in un patto con te nel nome dell'Eterno; ma se c'è in me qualche colpa dammi tu la morte; perché dovresti condurmi da tuo padre?”. Gionatan disse: “Lungi da te questo pensiero! Se io venissi a sapere che da parte di mio padre il male è deciso e sta per venirti addosso, non te lo farei sapere?”. Davide disse a Gionatan: “Chi mi informerà nel caso che tuo padre ti dia una risposta dura?”. Gionatan disse a Davide: “Vieni, andiamo fuori alla campagna!”. E andarono entrambi fuori alla campagna.
- Gionatan disse a Davide: “L'Eterno, l'Iddio d'Israele, mi sia testimone! Quando domani o dopodomani, a quest'ora, io avrò indagato le intenzioni di mio padre, se egli è ben disposto verso Davide, e io non mando a fartelo sapere, l'Eterno tratti Gionatan con tutto il suo rigore! Nel caso poi che mio padre voglia farti del male, te lo farò sapere e ti lascerò partire perché tu te ne vada in pace; e l'Eterno sia con te, come è stato con mio padre! E, se sarò ancora in vita, non agirai verso di me con la bontà dell'Eterno, affinché io non sia messo a morte? Non cessare mai di essere buono verso la mia casa, neppure quando l'Eterno avrà sterminato dalla faccia della terra fino all'ultimo i nemici di Davide”. Così Gionatan strinse alleanza con la casa di Davide, dicendo: “L'Eterno faccia vendetta dei nemici di Davide!”. E, per l'amore che gli portava, Gionatan fece di nuovo giurare Davide; perché egli lo amava come l'anima propria.
- Poi Gionatan gli disse: “Domani è la nuova luna e la tua assenza sarà notata, perché il tuo posto sarà vuoto. Dopodomani dunque tu scenderai giù fino al luogo dove ti nascondesti il giorno del fatto e rimarrai presso la pietra di Ezel. Io tirerò tre frecce da quel lato, come se tirassi a segno. Poi subito manderò il mio ragazzo, dicendogli: 'Va' a cercare le frecce'. Se dico al ragazzo: 'Guarda, le frecce sono di qua da te, prendile!', tu allora vieni, perché tutto va bene per te e non hai nulla da temere, come l'Eterno vive! Ma se dico al ragazzo: 'Guarda, le frecce sono di là da te', allora vattene, perché l'Eterno vuole che tu parta. Quanto a quello che abbiamo convenuto fra noi, fra me e te, ecco, l'Eterno ne è testimone per sempre”.
- Davide dunque si nascose nella campagna; e quando venne il novilunio, il re si mise a sedere a mensa per il pasto. Il re, come al solito, si mise a sedere sulla sua sedia che era vicina al muro; Gionatan si alzò per mettersi di fronte, Abner si sedette accanto a Saul, ma il posto di Davide rimase vuoto. Tuttavia Saul non disse nulla quel giorno, perché pensava: “Gli è successo qualcosa ed egli non deve essere puro; per certo egli non è puro”. Ma l'indomani, secondo giorno della luna nuova, il posto di Davide era ancora vuoto; e Saul disse a Gionatan, suo figlio: “Perché il figlio d'Isai non è venuto a mangiare né ieri né oggi?”. Gionatan rispose a Saul: “Davide mi ha chiesto con insistenza di lasciarlo andare a Betlemme; e ha detto: 'Ti prego, lasciami andare, perché abbiamo in città un sacrificio di famiglia e mio fratello mi ha raccomandato di andarci; ora dunque, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, ti prego, lasciami fare una scappata per vedere i miei fratelli'. Per questa ragione egli non è venuto alla mensa del re”. Allora l'ira di Saul si accese contro Gionatan, e gli disse: “Figlio perverso e ribelle, non lo so io forse che prendi le parti del figlio d'Isai, a tua vergogna e a vergogna del seno di tua madre? Poiché fino a quando il figlio d'Isai avrà vita sulla terra non ci sarà stabilità né per te né per il tuo regno. Mandalo dunque a cercare e fallo venire da me, perché deve morire”. Gionatan rispose a Saul suo padre e gli disse: “Perché dovrebbe morire? Che ha fatto?”. Saul impugnò la lancia contro di lui per colpirlo. Allora Gionatan riconobbe che suo padre aveva deciso di far morire Davide. Acceso d'ira, si alzò dalla mensa, e non mangiò nulla il secondo giorno della luna nuova, addolorato com'era per l'offesa che suo padre aveva fatto a Davide.
- La mattina dopo, Gionatan uscì fuori alla campagna, al luogo fissato con Davide, e aveva con sé un ragazzetto. Disse al ragazzo: “Corri a cercare le frecce che tiro”. Mentre il ragazzo correva, tirò una freccia che passò di là da lui. Quando il ragazzo fu giunto al luogo dove era la freccia che Gionatan aveva tirato, Gionatan gli gridò dietro: “La freccia non è di là da te?”. Gionatan gridò ancora dietro al ragazzo: “Via, fa' presto, non ti trattenere!”. Il ragazzo di Gionatan raccolse le frecce e tornò dal suo padrone. Ora il ragazzo non sapeva nulla; soltanto Gionatan e Davide sapevano di che si trattasse. Gionatan diede le sue armi al suo ragazzo e gli disse: “Va', portale alla città”. E quando il ragazzo se ne fu andato, Davide si alzò da dietro il mucchio di pietre, si gettò con la faccia a terra e si prostrò tre volte; poi i due si baciarono l'un l'altro e piansero insieme; Davide soprattutto pianse dirottamente. Gionatan disse a Davide: “Va' in pace, ora che abbiamo fatto entrambi questo giuramento nel nome dell'Eterno. L'Eterno sia testimone fra me e te e fra la mia progenie e la tua progenie, per sempre”.
- Davide si alzò e se ne andò, e Gionatan tornò in città.
(Notizie su Israele, 10 gennaio 2026)
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Germania - Consiglio centrale degli ebrei: «Il regime dei mullah deve cadere adesso»
È necessario porre fine alla cautela nei confronti di Teheran e inviare un chiaro segnale politico dalla Germania, chiede il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster
Alla luce delle massicce proteste in Iran e delle notizie di manifestanti uccisi, il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, ha espresso parole dure. Sul quotidiano «Bild» chiede la fine della cautela nei confronti di Teheran e un chiaro segnale politico dalla Germania.
Schuster ha sottolineato che attualmente centinaia di migliaia di persone in Iran si oppongono apertamente alla leadership della Repubblica Islamica. Con coraggio sfidano la morte per chiedere la caduta dei mullah e la fine di uno Stato terroristico che da anni opprime brutalmente la propria popolazione, in particolare le donne, e che allo stesso tempo è uno dei più pericolosi finanziatori del terrorismo a livello internazionale.
In questa situazione, la Germania non deve più esitare. Si tratta di un «momento storico» in cui la cautela diplomatica è fuori luogo, ha spiegato Schuster. Ora sono necessarie azioni decisive e coraggio civile. Qualsiasi forma di attesa invia un segnale sbagliato.
Il governo federale deve schierarsi inequivocabilmente dalla parte della popolazione iraniana, così come degli iraniani in esilio in Germania, che da anni lottano a rischio della vita per la libertà e il cambiamento politico. Il segnale da parte della politica e della società civile deve essere chiaro: «È giunto il momento. Il regime dei mullah deve cadere ora».
(Jüdische Allgemeine, 10 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Così la propaganda di Hamas ha fatto breccia a sinistra. L’analisi di Bertolotti
L’inchiesta su Hannoun riaccende i riflettori sui canali di finanziamento di Hamas che operano attraverso associazioni formalmente lecite e campagne di donazione pubbliche. Claudio Bertolotti analizza il doppio pilastro finanziario e organizzativo del sistema, tra bonifici tracciati, contante e reti transnazionali, evidenziando il ruolo della propaganda e della guerra cognitiva sostenuta dall’Iran. Preoccupano la saldatura tra movimenti pro Pal e frange estremiste della sinistra europea e le ricadute sulla sicurezza interna, con episodi di violenza che vanno oltre il dissenso politico
di Federico Di Bisceglie
Chiamatelo sistema. I flussi finanziari apparentemente leciti, la guerra cognitiva e la saldatura tra attivismo radicale e terrorismo. L’inchiesta su Hannoun, emersa anche grazie al monitoraggio israeliano sui canali di finanziamento di Hamas, riporta al centro una zona grigia che da anni attraversa l’Europa: associazionismo caritatevole, propaganda politica e reti transnazionali che operano sotto copertura formale. Formiche.net ne ha parlato con Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight, direttore dell’Osservatorio ReAct e membro esperto della Commissione europea per il contrasto al terrorismo.
- Che cosa ci dice il caso Hannoun, al di là dell’esito giudiziario?
Il punto centrale non è solo l’esito processuale, quanto il modello che viene contestato. Non siamo di fronte a una struttura clandestina classica, ma a un sistema che utilizza infrastrutture formalmente lecite: associazioni regolarmente registrate, campagne di donazione pubbliche, conti correnti ufficiali. È un paradigma che Hamas utilizza da tempo e che ho analizzato anche nel mio libro Gaza Underground: la guerra si combatte nella dimensione sotterranea, ma con strumenti apparentemente trasparenti.
- Quindi la raccolta fondi non avviene nell’ombra?
Esattamente. Spesso parliamo di bonifici tracciabili, donazioni pubbliche, flussi che transitano attraverso canali bancari ordinari. Il problema è che verso queste associazioni non c’è un livello di attenzione adeguato. Il primo passaggio è la raccolta, il secondo è il trasferimento dei fondi verso soggetti riconducibili ad Hamas, anche con passaggi diretti dall’Italia verso l’estero.
- Lei parla di due “pilastri” del sistema. Quali sono?
Il primo è finanziario. Si lega all’associazionismo caritatevole, spesso facendo leva su crisi umanitarie reali o enfatizzate dalla propaganda di Hamas. Dopo determinati eventi si registrano picchi di raccolta fondi. Poi c’è la riallocazione: rotte bancarie complesse, passaggi multipli, transiti frequenti dalla Turchia, che riconosce Hamas come soggetto politico. Una commistione anomala di contante e bonifici rende difficile risalire alla destinazione finale.
- E il secondo pilastro?
È quello organizzativo e politico. Serve a garantire una copertura istituzionale attraverso reti ombrello e relazioni transnazionali. In Europa esistono associazioni che costruiscono una narrazione funzionale alla legittimazione di Hamas, mascherandola come sostegno alla causa palestinese. Qui entra in gioco la guerra cognitiva, nella quale Hamas beneficia anche del supporto iraniano.
- La procura di Genova ha contestato in particolare il canale del contante. Milioni di euro. Perché è così rilevante?
Perché è il più opaco. Nella fase iniziale dell’inchiesta si parla di denaro raccolto in contanti e trasferito illecitamente, brevi manu, per sostenere Hamas. È il canale che sfugge maggiormente ai controlli ed è quello che, storicamente, porta i fondi direttamente all’organizzazione terroristica.
- Quanto pesa il contesto politico e militante occidentale in questo schema?
Molto. Sono preoccupato dal fatto che una parte della sinistra occidentale abbia progressivamente sposato frange estremiste, facendole diventare parte integrante del movimento pro Pal. Askatasuna è un emblema: vecchio e nuovo antagonismo che si saldano con lotte locali, dal No Tav alle mobilitazioni pro Palestina.
- Non tutta la sinistra ha assunto queste posizioni però.
C’è una sinistra moderata che mantiene una posizione coerente di tutela, dialogo e amicizia verso ebrei e Israele. Ma la sinistra progressista tende spesso a convergere con le frange più rivoluzionarie e violente. In Italia questo è evidente: il Pd e il centrosinistra mostrano derive che io definisco senza ambiguità antisemite. Il caso di Torino è allarmante: l’amministrazione ha di fatto sposato le istanze politiche di Askatasuna, fortemente legate al mondo pro Pal.
- Esiste un legame tra il movimento pro Pal e quelli che sono scesi in piazza a sostegno del dittatore venezuelano Maduro?
Certo che c’è una convergenza di intenti tra movimenti pro Pal e pro Maduro. La Cgil ha aderito a una manifestazione proclamando uno sciopero generale su richiesta dell’Associazione Palestinesi Italia (Api). A quello sciopero hanno aderito i centri sociali, e da lì sono scaturite violenze: danneggiamenti a treni, aeroporti, infrastrutture.
- Questo è dissenso o qualcos’altro?
Questo è terrorismo. Non è dissenso. È uno scenario estremamente preoccupante per la sicurezza interna. Abbiamo visto anche il coinvolgimento dei cosiddetti “maranza” nelle spaccate durante le manifestazioni: azioni mirate, non casuali. Sullo sfondo c’è l’Iran, con la sua propaganda e la sua capacità di influenzare e orientare questi movimenti.
- Come si contrasta tutto questo?
Serve una risposta multilivello: intelligence finanziaria più efficace, maggiore attenzione sull’associazionismo, contrasto alla propaganda e alla guerra cognitiva. Ma serve soprattutto chiarezza politica: distinguere tra legittimo sostegno umanitario e supporto, diretto o indiretto, a un’organizzazione terroristica. Senza ambiguità.
(Formiche.net, 10 gennaio 2026)
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“Ritorno a casa” è la parola dell’anno scelta dall’Accademia della Lingua Ebraica
di Jacqueline Sermoneta
La parola simbolo del 2025 è “habaita”, che in ebraico significa “ritorno a casa” o “verso casa”. A renderlo noto l’Accademia della Lingua Ebraica, che annualmente invita gli utenti, attraverso una votazione online, a suggerire termini capaci di riassumere i mesi trascorsi, selezionando poi dieci parole candidate. Tra queste, “habaita” ha ottenuto il maggior numero di preferenze, conquistando il 25% dei voti.
Il termine è stato scelto per il suo forte valore simbolico ed emotivo per il 2025, legato al ritorno a casa di tutti gli ostaggi vivi e delle salme (l’unica ancora non rientrata in Israele è quella del sergente maggiore della polizia di frontiera, Ran Gvili), degli sfollati e dei soldati.
Al secondo posto si è classificata l’espressione “intelligenza artificiale”, con il 15,2% dei voti, seguita da “tikva” (“speranza”), che ha raccolto il 14,6%.
Fra le altre parole segnalate, ciascuna con una percentuale compresa tra il 5% e l’8%, figurano “leva obbligatoria”, “indagine”, “trauma”, “normalizzazione”, “Rising Lion”, “rimpatriati” e “riabilitazione”, riflesso di un altro anno segnato dal conflitto.
La scelta di “habaita” segna un cambio di tono rispetto all’anno precedente. Nel 2024, infatti, la parola dell’anno è stata “hatufim” (“ostaggi”), simbolo del trauma nazionale seguito all’attacco del 7 ottobre. Nel 2023, proprio a causa dello shock collettivo provocato dai terribili eventi di ottobre, non è stata proclamata alcuna parola.
Negli anni precedenti, invece, erano stati scelti termini molto diversi: nel 2022 “bolan” (“crollo”, “crisi”), nel 2021 “tirlul”, neologismo che indica un tradizionale grido celebrativo nei matrimoni mediorientali, e nel 2020, in piena pandemia, “matosh” (“tampone”).
L’iniziativa rientra nelle celebrazioni della Giornata della Lingua Ebraica, che si tiene il 21 del mese ebraico di Tevet, anniversario della nascita di Eliezer Ben-Yehuda (1858-1922), figura centrale nella rinascita dell’ebraico come lingua parlata moderna. La ricorrenza è stata istituita ufficialmente dalla Knesset nel 2012.
(Shalom, 9 gennaio 2026)
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Alyah e demografia in Israele: indicatori da non trascurare
Mentre l'antisionismo si confonde sempre più con l'antisemitismo, la drammatica situazione all'interno dello Stato ebraico pone nuove sfide ai candidati all'immigrazione.
di Stéphanie Bitan
«Le autorità australiane, che hanno definito l'attentato “antisemita” e “terroristico”, hanno dichiarato che l'attacco mirava a seminare il panico tra gli ebrei del Paese, ma finora hanno fornito pochi dettagli sulle motivazioni profonde degli aggressori». Ecco come l'agenzia France Presse (AFP) descrive, tre giorni dopo i fatti, ovvero il 17 dicembre, la strage compiuta a Bondi Beach che ha preso di mira l'accensione delle candele durante la festa ebraica di Hanukkah, causando 15 morti e decine di feriti.
E se copiate e incollate questo passaggio su Google, lo troverete ovunque... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
Ma non sono solo le agenzie di stampa o i gruppi giornalistici come la BBC a non riuscire o semplicemente a rifiutarsi di vedere la realtà.
“Sono qui stasera per dire, a voce alta e chiara, che l'oscurità non avrà l'ultima parola”, ha dichiarato il rabbino Yehoram Ulman durante una cerimonia in onore delle vittime, tra cui suo genero Eli Schlanger. Per mantenere questa promessa: “la decisione quotidiana di respingere l'oscurità, una fiamma alla volta”.
Il rabbino Yehoram Ulman, suocero del rabbino Eli Schlanger, vittima della sparatoria di massa a Bondi Beach, mentre parla al suo funerale, in una sinagoga di Bondi, a Sydney, in Australia, il 17 dicembre 2025. (Credito: Mark Baker/Pool/AP Photo)
Ma gli hanukkiah hanno continuato a essere vandalizzati e le mezuzah sono state strappate dai frontoni delle porte a Toronto.
Recentemente, un tribunale è arrivato al punto di ritenere che l'avvelenamento di una famiglia ebrea di Levallois-Perret da parte della tata che si occupava dei tre bambini e che affermava di averlo fatto “perché hanno soldi e potere, non avrei mai dovuto lavorare per un'ebrea”, non fosse antisemitismo... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
Le difese stanno crollando, sempre più democratici americani voltano le spalle allo Stato ebraico, la destra è ridotta quasi a un gruppo di podcaster che moltiplicano le teorie del complotto e, per coronare il tutto, un sindaco apertamente anti-Israele, che ha orgogliosamente invocato la «globalizzazione dell'Intifada», è ora a capo di New York, il secondo centro ebraico al mondo dopo Israele. Inqualificabile. Impensabile eppure vero.
Gli ebrei sono “sionisti”, “zio” da evitare a tutti i costi. E alcuni ebrei stessi si precipitano sui social network per dire che non sono ‘sionisti’, che odiano il “genocida” Benjamin Netanyahu e/o l'esercito israeliano, a scelta.
• “We will dance again”? Quando esattamente?
Sembra che non sia stata imparata alcuna lezione: gli israeliani continuano a essere presi di mira all'estero. Non possono né organizzare un festival di danza in Thailandia, né scendere da una nave attraccata al porto di Agios Nikolaos, sull'isola di Creta.
In Germania, Anna Frank viene raffigurata con un kefiah nell'ambito di una mostra a dir poco controversa.
In Spagna, oltre alle numerose sanzioni contro Israele e a un governo ferocemente contrario allo Stato ebraico, ora si sta creando “una mappa collaborativa dell'economia sionista di Barcellona”.
In Savoia, una turista ha urlato agli ebrei venuti a sciare di fare discrezione «soprattutto dopo quello che è successo in Australia». All'aeroporto di Roissy, un bambino ebreo che giocava con una console è stato invitato a ballare «per liberare la Palestina» mentre veniva chiamato «maiale». Nella Saona e Loira, Grégory Violland, 20 anni, ha ritenuto opportuno fare il saluto nazista davanti al cartello del comune chiamato Juif, vedendo nel suo gesto «un lato ironico»... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
E ci si stupisce del balzo del 45% nelle cifre dell'alyah proveniente dalla Francia. Mi aspettavo di più, voi no?
Ora, se tutti hanno parlato dell'aumento dell'immigrazione in Israele proveniente da alcuni paesi occidentali, Israele non attrae più come prima, nonostante i numerosi sforzi compiuti dal ministro Ofir Sofer.
Inoltre, un nuovo rapporto del Centro Taub rivela che il tasso di crescita demografica di Israele dovrebbe scendere sotto l'1% per la prima volta nella sua storia quest'anno, attestandosi allo 0,9%.
Lo studio indica che il tasso di crescita è già sceso due volte al di sotto dell'1,5% nella storia di Israele, entrambe le volte all'inizio degli anni '80.
Secondo lo stesso rapporto, il tasso di crescita eccezionalmente basso di quest'anno è dovuto principalmente al saldo migratorio di Israele, poiché i dati mostrano che il numero di persone che lasciano il Paese è superiore a quello delle persone che vi arrivano.
Nel 2024, 82.700 israeliani hanno lasciato il Paese, circa 50.000 in più rispetto al numero di immigrati arrivati in Israele, e questa tendenza dovrebbe continuare, hanno osservato i demografi.
I tassi di natalità, storicamente elevati in Israele rispetto ai paesi occidentali, sono rimasti stabili, mentre il tasso di mortalità sta aumentando lentamente, secondo il rapporto Taub.
Se a questo si aggiunge la fuga dei cervelli, il costo della vita esorbitante e una situazione politica catastrofica in cui il governo è concentrato esclusivamente sulla propria sopravvivenza invece di rispondere alle esigenze legittime e più che urgenti dell'esercito, del sistema giudiziario e dei cittadini, il 32% dei quali ha dichiarato di aver bisogno di sostegno psicologico, questa tendenza dovrebbe davvero continuare.
Mentre i primi immigrati [«olim» in ebraico] in Israele nel 2026 provenivano dall'Australia, le famiglie delle vittime della strage di Bondi Beach hanno recentemente chiesto al loro primo ministro Anthony Albanese (che ritiene che l'attacco sia legato a un problema di legislazione sulle armi da fuoco) di istituire una commissione reale federale per indagare su “il rapido aumento dell'antisemitismo” nel Paese noto per essere una terra di accoglienza per gli ebrei dalla fine del XIX secolo, ma non dal 7 ottobre.
Diciassette famiglie gli chiedono quindi di «istituire immediatamente una Commissione reale del Commonwealth sul rapido aumento dell'antisemitismo in Australia» e di esaminare «le carenze delle forze dell'ordine, dei servizi segreti e della politica che hanno portato al massacro di Bondi Beach».
In Australia, le commissioni reali sono comitati di inchiesta pubblica di alto livello con ampi poteri per trattare casi di corruzione, pedocriminalità o protezione dell'ambiente.
“Ci dovete delle risposte. Ci dovete delle spiegazioni. E dovete la verità agli australiani”, hanno scritto queste famiglie, ricordando che l'aumento dell'antisemitismo rappresenta una “crisi nazionale” e una “minaccia persistente”.
Una richiesta quanto mai giustificata, che ne ricorda un'altra: in Israele, il primo ministro si rifiuta categoricamente di creare una commissione degna di questo nome per indagare sulle imperdonabili mancanze che hanno portato al pogrom del 7 ottobre, uccidendo più di 1.200 persone e rapendo altre 251 - il peggior massacro di ebrei dalla Shoah.
(The Times of Israël, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 19
Saul attenta alla vita di Davide. Fuga di Davide
- Saul confidò a Gionatan, suo figlio, e a tutti i suoi servi, che voleva far morire Davide. Ma Gionatan, figlio di Saul, che voleva un gran bene a Davide, informò Davide della cosa e gli disse: “Saul, mio padre, cerca di farti morire; ora dunque, ti prego, sta' in guardia domani mattina, rimani in un luogo segreto e nasconditi. Io uscirò e starò accanto a mio padre, nel campo dove sarai tu; parlerò di te a mio padre, vedrò come vanno le cose e te lo farò sapere”. Gionatan dunque parlò a Saul, suo padre, in favore di Davide e gli disse: “Il re non pecchi contro il suo servo, contro Davide, perché egli non ha peccato contro di te, anzi il suo servizio ti è stato di grande utilità. Egli ha messo la propria vita a repentaglio, ha ucciso il Filisteo e l'Eterno ha operato una grande liberazione in favore di tutto Israele. Tu l'hai visto e te ne sei rallegrato; perché dunque dovresti peccare contro il sangue innocente, facendo morire Davide senza ragione?”.
- Saul diede ascolto alla voce di Gionatan e fece questo giuramento: “Com'è vero che l'Eterno vive, egli non morirà!”. Allora Gionatan chiamò Davide e gli riferì tutto questo. Poi Gionatan ricondusse Davide da Saul ed egli rimase al suo servizio come prima.
- Ricominciò di nuovo la guerra; e Davide uscì a combattere contro i Filistei, inflisse loro una grave sconfitta e quelli fuggirono davanti a lui. E uno spirito cattivo, permesso dall'Eterno, si impossessò di Saul. Egli sedeva in casa sua avendo in mano una lancia e Davide stava suonando l'arpa. Saul cercò di inchiodare Davide al muro con la lancia, ma Davide schivò il colpo e la lancia andò a conficcarsi nel muro. Davide fuggì e si mise in salvo in quella stessa notte.
- Saul inviò dei messaggeri a casa di Davide per tenerlo d'occhio e farlo morire la mattina dopo; ma Mical, moglie di Davide, lo informò della cosa, dicendo: “Se in questa stessa notte non ti salvi la vita, domani sei morto”. E Mical calò Davide da una finestra ed egli se ne andò, fuggì, e si mise in salvo. Poi Mical prese l'idolo domestico e lo pose nel letto; gli mise in testa un cappuccio di pelo di capra e lo coprì con un mantello. Quando Saul inviò dei messaggeri a prendere Davide, lei disse: “È malato”.
- Allora Saul inviò di nuovo i messaggeri perché vedessero Davide, e disse loro: “Portatemelo nel letto, perché io lo faccia morire”. E quando giunsero i messaggeri, ecco che nel letto c'era l'idolo domestico con in testa un cappuccio di pelo di capra. E Saul disse a Mical: “Perché mi hai ingannato così e hai dato modo al mio nemico di fuggire?”. Mical rispose a Saul: “È lui che mi ha detto: 'Lasciami andare; altrimenti ti ammazzo!'”.
- Davide dunque fuggì, si mise in salvo, e andò da Samuele a Rama e gli raccontò tutto quello che Saul gli aveva fatto. Poi, lui e Samuele andarono a stare a Naiot. Ciò fu riferito a Saul, dicendo: “Ecco, Davide è a Naiot, presso Rama”.
- Allora Saul inviò dei messaggeri per prendere Davide; ma quando questi videro l'assemblea dei profeti che profetizzavano, con Samuele che teneva la presidenza, lo Spirito di Dio investì i messaggeri di Saul che si misero a profetizzare anche loro. Ne informarono Saul, che inviò altri messaggeri, i quali pure si misero a profetizzare. Saul ne mandò ancora per la terza volta, e anche questi si misero a profetizzare.
- Allora si recò egli stesso a Rama e, giunto alla grande cisterna che è a Secu, chiese: “Dove sono Samuele e Davide?”. Gli fu risposto: “Ecco, sono a Naiot, presso Rama”. Egli andò dunque là, a Naiot, presso Rama; e lo Spirito di Dio investì anche lui; ed egli continuò il suo viaggio, profetizzando, finché giunse a Naiot, presso Rama. Anche lui si spogliò delle sue vesti, anche lui profetizzò alla presenza di Samuele e rimase steso per terra nudo tutto quel giorno e tutta quella notte. Da qui viene il detto: “Saul è anche lui tra i profeti?”.
(Notizie su Israele, 9 gennaio 2026)
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Israele-Giappone: un riscaldamento diplomatico segnato dalla visita di un'importante delegazione parlamentare
Le relazioni tra Israele e Giappone stanno vivendo un netto riscaldamento, come dimostrano la visita in Israele di una delegazione parlamentare giapponese di portata senza precedenti e l'imminente annuncio di un viaggio del ministro degli Esteri giapponese.
In vista della visita ufficiale del capo della diplomazia giapponese, Toshimitsu Motegi, prevista per domenica, quindici membri del Parlamento giapponese hanno soggiornato questa settimana in Israele. Si tratta della più importante delegazione di parlamentari giapponesi mai ricevuta nel Paese e, per la maggior parte di loro, di una prima visita.
I parlamentari hanno incontrato diversi leader israeliani di primo piano, tra cui il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il presidente della Knesset Amir Ohana e il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar. L'obiettivo dichiarato: approfondire la cooperazione bilaterale e comprendere meglio le sfide di sicurezza che Israele deve affrontare.
Uno dei momenti salienti del viaggio è stata la visita ai luoghi colpiti dall'attacco del 7 ottobre, in particolare il kibbutz Kfar Aza e il sito del festival Nova. I parlamentari hanno incontrato i sopravvissuti e hanno assistito, di propria iniziativa, alla proiezione di immagini che documentano le violenze, un'esperienza descritta come profondamente significativa da diversi membri della delegazione. Si sono recati anche a Yad Vashem, il memoriale della Shoah.
Sul piano politico, Tokyo continua ad adottare una linea considerata equilibrata da Gerusalemme. L'anno scorso, il Giappone non si è unito al riconoscimento di uno Stato palestinese da parte di alcuni paesi del G7, nonostante le pressioni internazionali. Il nuovo governo giapponese, in carica da ottobre, sembra voler rafforzare ulteriormente i legami con Israele.
Questa dinamica si riflette anche sul piano civile ed economico: partecipazione israeliana di rilievo all'Esposizione Universale di Osaka, aumento degli scambi turistici e successo dei voli diretti tra i due paesi. Tutti segnali di un partenariato destinato a rafforzarsi in modo duraturo.
(i24, 9 gennaio 2026)
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Iran – Proteste e pressione esterna: analisti israeliani invitano alla cautela
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Una manifestazione anti-regime a Mashhad
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Il regime di Teheran tenta di delegittimare in ogni modo le proteste che attraversano l’Iran e che hanno raggiunto il dodicesimo giorno consecutivo. Dopo aver chiamato in causa Stati Uniti e Israele come presunti registi delle rivolte, la Guida suprema Ali Khamenei alza il tiro contro i manifestanti, accusandoli di voler «compiacere» il presidente Usa Donald Trump. Una linea che mira a screditare centinaia di migliaia di dimostranti e a ricondurre il malcontento interno a una cospirazione esterna, mentre nelle strade le mobilitazioni si allargano e a Gerusalemme, al contrario, prevale la cautela. Secondo l’emittente Kan, alti funzionari israeliani invitano a mantenere il silenzio, per non offrire al regime iraniano l’alibi di un’ingerenza straniera e legittimare una repressione più dura.
A suggerire prudenza sull’evoluzione della situazione iraniana sono anche alcuni analisti intervistati dalla testata israeliana Yedioth Ahronoth. Questa ondata di proteste, pur inserendosi in un contesto del tutto nuovo – segnato dalla pressione esterna degli Stati Uniti e dai colpi inferti da Israele al regime di Teheran – non raggiunge ancora, per ampiezza e capacità di mobilitazione, i livelli delle rivolte precedenti. Come osserva Meir Litvak, storico dell’Iran e direttore del Centro di studi iraniani dell’Università di Tel Aviv, «l’attuale ondata di protesta in Iran non è la più dura» degli ultimi decenni, e quella del 2022-2023 era stata più vasta e sanguinosa. Un dato che invita a distinguere tra intensità del malcontento e possibilità concreta di un cambio di regime.
Il nodo centrale resta l’assenza di una guida politica alternativa all’attuale potere degli ayatollah. «In Iran c’è libertà di espressione, ma non c’è libertà dopo essersi espressi», spiega Lior Sternfeld, storico israeliano e docente alla Pennsylvania State University. La repressione immediata, sottolinea Sternfeld, rende quasi impossibile la formazione di una leadership di opposizione organizzata. Non a caso, aggiunge Sternfeld, «la protesta è spontanea, simultanea e senza una regia», con mobilitazioni che si sviluppano in contesti sociali e geografici molto diversi senza convergere, almeno per ora, in una piattaforma politica comune. D’altra parte, prosegue lo storico, «anche se l’attuale protesta dovesse spegnersi, i problemi di fondo restano» e «ogni ondata di rivolte riparte da dove si è fermata la precedente».
Per Sima Shine, già a capo della Divisione ricerca del Mossad, la novità di questo ciclo di rivolte è la pressione esterna. «La protesta interna è un fenomeno noto, che il regime sa reprimere con la forza», spiega l’ex analista del Mossad, ma a Teheran c’è «una preoccupazione autentica» che Israele e Stati Uniti «possano approfittare della debolezza attuale» per colpire obiettivi sensibili, in particolare «siti nucleari o missilistici». Questo timore, aggiunge Shine, alimenta il rischio di scelte azzardate: «Può passare per la testa degli iraniani l’idea di un colpo preventivo contro Israele», soprattutto attraverso «missili a lungo raggio, che si sono dimostrati il mezzo più efficace nell’ultimo scontro». Ma è una tentazione frenata dalla consapevolezza che «una mossa del genere provocherebbe un colpo devastante» e potrebbe «portare davvero alla fine del regime».
(moked, 9 gennaio 2026)
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Responsabile per l'antisemitismo: «Non vedo perché dovrei lasciarmi intimidire»
La notte stessa dell'aggressione, la sua famiglia lo ha incoraggiato a continuare il suo lavoro, racconta Andreas Büttner. «Mi hanno detto che dovevo andare avanti. Anzi, che dovevo alzare ancora di più la voce», ha dichiarato in un'intervista al «Tagesspiegel».
Dopo l'incendio doloso alla sua abitazione e la successiva minaccia di morte, Andreas Büttner, incaricato della lotta all'antisemitismo nel Brandeburgo, si mostra determinato e irremovibile. Non intende lasciarsi intimidire, ha dichiarato Büttner in un'intervista al «Tagesspiegel». Ha definito quanto gli è accaduto un attacco alle istituzioni democratiche. « Non vedo perché dovrei lasciarmi spaventare da persone del genere".
Nella notte tra sabato e domenica, un edificio annesso alla sua proprietà a Templin, nell'Uckermark, è stato dato alle fiamme. Büttner ha raccontato di essersi addormentato nel soggiorno nella tarda serata di sabato e di essersi svegliato verso le tre del mattino per il rumore di un vetro che si rompeva alla porta d'ingresso. Guardando fuori, ha visto che il magazzino era in fiamme.
Ha immediatamente avvertito la sua famiglia. La situazione era particolarmente drammatica perché suo figlio maggiore stava ancora cercando di spegnere l'incendio con un secchio. «Gli ho gridato: fermati. Non so se ci sono ancora persone nella proprietà». I vigili del fuoco sono arrivati circa dieci minuti dopo la chiamata di emergenza e hanno recuperato due taniche di benzina e una bombola di gas dall'edificio in fiamme. Ciononostante, ci sono volute più di due ore per spegnere completamente l'incendio.
• «Sono ancora vivo»
Mentre la famiglia aspettava al freddo davanti alla casa, ha scoperto un triangolo rosso sulla porta d'ingresso. «Allora ho capito: ora sono anch'io un bersaglio». Il simbolo è utilizzato dall'organizzazione terroristica palestinese Hamas per contrassegnare gli obiettivi degli attacchi.
La situazione è particolarmente difficile per il figlio più piccolo, ha detto Büttner nell'intervista al «Tagesspiegel». Il quindicenne ha paura e, a causa di una disabilità mentale, al momento non può rimanere da solo. «Al momento dorme nel letto con mia moglie». Gli altri membri della famiglia hanno superato lo shock relativamente bene. La notte stessa dell'attacco, la sua famiglia lo ha incoraggiato a continuare il suo lavoro. “Mi hanno detto che dovevo andare avanti. Anzi, che dovevo alzare ancora di più la voce.”
Il lunedì dopo l'attentato, Büttner ha ricevuto un'altra minaccia. Nella posta del Landtag ha trovato una busta senza mittente da cui fuoriusciva una polvere bianca e nera. «Ho immediatamente allertato il servizio di sicurezza». La polizia criminale regionale ha aperto la lettera e vi ha trovato una minaccia di morte e nuovamente il simbolo del triangolo. Secondo le informazioni disponibili finora, la polvere è una sostanza innocua. Büttner ha commentato seccamente: «Sono ancora vivo. Quindi va tutto bene».
• La polizia davanti alla porta
Büttner ha spiegato la sua relativa calma con il suo passato professionale. Ha lavorato per 25 anni come agente di polizia a Berlino e ha sviluppato un meccanismo di difesa. «Domenica ho guardato l'incendio doloso dall'alto, come se fosse un intervento». Come si sentirà davvero, forse lo si vedrà solo quando tornerà la calma.
Büttner ha respinto con forza le accuse dell'AfD secondo cui il ministro dell'Interno del Brandeburgo René Wilke non lo avrebbe protetto a sufficienza. Wilke ha reagito molto rapidamente e con empatia, ha detto Büttner. È stata immediatamente disposta una protezione della polizia specifica per l'immobile. «La polizia è davanti alla nostra porta. Questo rassicura anche la mia famiglia». Anche il primo ministro Dietmar Woidke lo ha chiamato più volte.
Büttner ha ricordato che già poco dopo il suo insediamento nel giugno 2024 era stato oggetto di un attacco antisemita. Allora erano state incise sulla vernice della sua auto delle svastiche e una stella di David barrata. Il procedimento era stato successivamente archiviato. “Presumo che qualcuno avesse un problema con me e abbia approfittato della situazione”.
• Kippa o stella di David
Riguardo agli autori degli attacchi attuali, Büttner ha dichiarato al «Tagesspiegel» che finora non ci sono prove certe. Tuttavia, ha osservato che la maggior parte delle minacce contro di lui provengono da ambienti di sinistra e anticolonialisti. «Ho un'opinione chiara e non mi faccio impedire di esprimerla».
Allo stesso tempo ha sottolineato che i reati antisemiti continuano ad essere commessi prevalentemente da estremisti di destra. Tuttavia, l'antisemitismo sta crescendo anche negli ambienti islamisti e di sinistra, nonché nella società civile. Büttner ha descritto la situazione della sicurezza per gli ebrei nel Brandeburgo come tesa. «Sono protetti nella sinagoga, ma non mentre vi si recano».
Dovrebbe essere ovvio poter indossare pubblicamente una kippah o una stella di David. «Se ciò non è possibile, abbiamo un grave problema di antisemitismo».
Nonostante le minacce, intende continuare a svolgere il suo compito. Il suo lavoro è volto a rendere visibile e proteggere la vita ebraica, soprattutto in una regione estesa come il Brandeburgo. «Il mio compito è fare in modo che gli ebrei si sentano a proprio agio e al sicuro qui». Al momento si sente ben protetto dal suo ministero e dalla polizia. Sono allo studio ulteriori misure di sicurezza, ma non vuole rivelarne i dettagli. «Non vogliamo invitare nessuno».
(Jüdische Allgemeine, 9 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele distribuisce migliaia di fucili alle squadre di sicurezza civili
L'iniziativa fa parte di una più ampia strategia di difesa dello Stato basata sulle lezioni apprese dalla guerra durata due anni.
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Fucile Arad prodotto dalla Israel Weapon Industries
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Il Ministero della Difesa e le Forze di Difesa Israeliane hanno completato la distribuzione di migliaia di fucili Arad avanzati alle squadre di pronto intervento in tutto il Paese come parte della strategia di difesa della comunità, ha dichiarato giovedì il ministero.
La distribuzione fa parte di un'iniziativa più ampia del ministero e del Comando delle forze di terra dell'IDF volta a rafforzare le capacità di sicurezza nelle comunità di tutto il paese all'indomani della guerra.
Le armi sono state acquistate dalla Israel Weapon Industries (IWI), un produttore israeliano di armi da fuoco, con un accordo del valore di circa 31 milioni di dollari, ha dichiarato il ministero.
L'accordo include il supporto per la manutenzione per il prossimo decennio, nonché la manutenzione dei mirini ottici Meprolight M5 che possono essere montati sui fucili.
L'Arad è un fucile d'assalto progettato nel 2019 dalla IWI. È prodotto principalmente per l'esportazione, mentre i fucili Tavor di fabbricazione israeliana e M16 di fabbricazione statunitense sono utilizzati dalla maggior parte delle unità di combattimento dell'IDF.
L'iniziativa di armare le squadre di pronto intervento fa parte della più ampia strategia di difesa adottata dal governo all'indomani dell'invasione del Negev nord-occidentale guidata da Hamas il 7 ottobre 2023.
Queste squadre di difesa civile composte da volontari sono state tra le prime a combattere le migliaia di terroristi palestinesi che si sono infiltrati nelle comunità ebraiche lungo il confine con Gaza.
(JNS, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 18
Amicizia tra Gionatan e Davide. Gelosia di Saul 1 Quando Davide ebbe finito di parlare con Saul, l'anima di Gionatan rimase così legata all'anima di Davide, che Gionatan lo amò come l'anima sua. Da quel giorno Saul lo tenne presso di sé e non permise più che egli se ne tornasse a casa di suo padre. E Gionatan fece alleanza con Davide, perché lo amava come l'anima propria. Quindi Gionatan si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide; e così fece con le sue vesti, fino alla sua spada, al suo arco e alla sua cintura. Davide andava e riusciva bene dovunque Saul lo mandava: Saul lo mise a capo della gente di guerra ed egli era gradito a tutto il popolo, anche ai servi di Saul. - All'arrivo dell'esercito, quando Davide faceva ritorno dopo aver ucciso il Filisteo, le donne uscirono da tutte le città d'Israele incontro al re Saul, cantando e danzando al suono dei timpani e dei triangoli e alzando grida di gioia; le donne, danzando, si rispondevano a vicenda e dicevano: “Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila”. Saul si irritò moltissimo; quelle parole gli dispiacquero, e disse: “Ne attribuiscono diecimila a Davide, e a me non ne attribuiscono che mille! Non gli manca altro che il regno!”. E Saul, da quel giorno in poi, guardò Davide di mal occhio.
- Il giorno dopo, un cattivo spirito, permesso da Dio, si impossessò di Saul che era come fuori di sé in mezzo alla casa, mentre Davide suonava l'arpa, come era solito fare tutti i giorni. Saul aveva in mano la sua lancia; e la scagliò, dicendo: “Inchioderò Davide al muro!”. Ma Davide schivò il colpo per due volte. Saul aveva paura di Davide, perché l'Eterno era con lui e si era ritirato da Saul; perciò Saul lo allontanò da sé e lo fece capitano di mille uomini; ed egli andava e veniva alla testa del popolo. Davide riusciva bene in tutte le sue imprese, e l'Eterno era con lui. Quando Saul vide che egli riusciva splendidamente, cominciò ad avere timore di lui; ma tutto Israele e Giuda amavano Davide, perché andava e veniva alla loro testa.
- Saul disse a Davide: “Ecco Merab, la mia figlia maggiore, io te la darò in moglie; soltanto sii valoroso per me, e combatti le battaglie dell'Eterno”. Ora Saul diceva tra sé: “Non sia la mia mano che lo colpisca, ma sia la mano dei Filistei”. Ma Davide rispose a Saul: “Chi sono io, che cos'è la vita mia, e che cos'è la famiglia di mio padre in Israele, perché io debba essere genero del re?”. Quando Merab, figlia di Saul, doveva essere data a Davide, fu invece data in sposa ad Adriel di Meola.
- Ma Mical, figlia di Saul, amava Davide; lo riferirono a Saul, e la cosa gli piacque. E Saul disse: “Gliela darò, perché sia per lui un'insidia ed egli cada sotto la mano dei Filistei”. Saul dunque disse a Davide: “Oggi, per la seconda volta, tu puoi diventare mio genero”. Poi Saul diede quest'ordine ai suoi servitori: “Parlate in segreto a Davide, e ditegli: 'Ecco, tu sei nelle grazie del re, e tutti i suoi servi ti amano, diventa dunque genero del re'”. I servi di Saul riportarono queste parole a Davide. Ma Davide replicò: “Vi sembra cosa da poco diventare genero del re? Io sono povero e di umile condizione”. I servi riferirono a Saul: “Davide ha risposto così e così”. E Saul disse: “Dite così a Davide: 'Il re non chiede dote; ma domanda cento prepuzi di Filistei, per fare vendetta dei suoi nemici'”. Ora Saul aveva in animo di far cadere Davide nelle mani dei Filistei.
- I servitori dunque riferirono quelle parole a Davide, e a Davide piacque di diventare genero del re in questo modo. Prima del termine fissato Davide si alzò, partì con la sua gente, uccise duecento uomini dei Filistei, portò i loro prepuzi e ne consegnò il numero preciso al re, per diventare suo genero. E Saul gli diede per moglie Mical, sua figlia. Saul vide e riconobbe che l'Eterno era con Davide; e Mical, figlia di Saul, lo amava. Saul continuò più che mai a temere Davide, e gli fu sempre nemico.
- Ora i prìncipi dei Filistei uscivano a combattere; e ogni volta che uscivano, Davide riusciva meglio di tutti i servi di Saul, così che il suo nome divenne molto famoso.
(Notizie su Israele, 8 gennaio 2026)
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Accordi Siria–Israele: intelligence condivisa, piste da sci, e normalizzazione senza riconoscimento
Israele e Siria stanno avviando una forma di normalizzazione funzionale che salta la fase del riconoscimento reciproco, politicamente troppo costosa per Ahmed al-Sharaa, e passa direttamente alla gestione pratica del territorio e della sicurezza. Questo processo non corrisponde alla “pace calda” degli Accordi di Abramo, ma configura un nuovo modello di condominio forzato, promosso sotto l’egida di Trump, in cui — in pieno stile trumpiano — business, sicurezza e intelligence sostituiscono i trattati diplomatici formali.
di Sofia Tranchina
Il quinto round di colloqui riservati tra Siria e Israele si è svolto a Parigi il 6 gennaio, dopo mesi di paralisi negoziale. Due giorni di incontri a porte chiuse, mediati dagli Stati Uniti, si sono conclusi con comunicati improntati a un cauto ottimismo.
Dietro il linguaggio misurato della diplomazia, però, è emerso un nuovo paradigma di convivenza forzata, che aggira la politica e la sostituisce con una combinazione di sicurezza operativa e interesse economico. I due Paesi — formalmente in guerra dal 1948 — non hanno discusso soltanto di de-escalation militare, ma anche di cooperazione tecnologica avanzata: data center, impianti farmaceutici e infrastrutture strategiche.
A rappresentare Damasco erano presenti il ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani e il capo dell’intelligence Hussein al-Salama; per Israele, l’ambasciatore a Washington Yechiel Leiter, il segretario militare del primo ministro Roman Gofman e il capo ad interim del Consiglio di Sicurezza Nazionale Gil Reich. A rendere esplicita la natura dell’incontro è stata però la composizione della delegazione americana, che includeva figure tipiche del mondo dei grandi deal: Thomas J. Barrack Jr., inviato speciale per Siria e Libano, affiancato da Jared Kushner e Steve Witkoff. Una presenza che ha segnalato fin dall’inizio come l’obiettivo fosse proprio la progettazione di una gestione funzionale del conflitto.
• Il confine come asset
I colloqui avrebbero dovuto concentrarsi sulla riattivazione dell’Accordo di Disimpegno del 1974 e sul ritiro israeliano alle linee precedenti all’8 dicembre 2024. In realtà, secondo quanto riportato da Axios e dal giornalista israeliano Amit Segal, la trattativa ha rapidamente deviato verso il terreno economico.
Sul tavolo è emersa la proposta di creare una vasta zona economica congiunta lungo l’attuale fascia demilitarizzata: un corridoio che includerebbe un oleodotto, un grande parco eolico, impianti farmaceutici, data center e persino una stazione sciistica. Il piano prometterebbe alla Siria un aumento del PIL di circa 4 miliardi di dollari — pari a un balzo del 20 per cento —, 800 megawatt aggiuntivi di capacità energetica, 15.000 nuovi posti di lavoro e una riduzione del 40 per cento della dipendenza da farmaci importati. Per Israele, significherebbe trasformare una zona cuscinetto instabile in un corridoio economico controllabile.
Accettare di discutere persino della eventuale costruzione di una stazione sciistica o di un impianto farmaceutico lungo l’attuale linea di separazione implicherebbe l’accettazione da parte di Damasco dello status quo territoriale, ovvero accantonare la pretesa di riportare il confine alle linee precedenti al 1967 sulle Alture del Golan. Non è una rinuncia formale, ma una gerarchia di fatto: il PIL prima del territorio.
La dichiarazione congiunta non chiarisce se Israele si impegnerà a sospendere ulteriori attacchi. La proposta avanzata da Washington è piuttosto un freeze: congelare le attività militari di entrambe le parti nelle posizioni attuali, in attesa di definire i dettagli all’interno di una struttura di coordinamento comune.
Il conflitto cambia così linguaggio. Il confine conteso non è più trattato come una ferita storica, ma come un asset sottoutilizzato. Il business non accompagna la pace: la sostituisce.
La cooperazione economica può essere un incentivo alla stabilizzazione e, in molti casi, contribuisce a sostenere accordi di pace fragili. Qui, però, il processo procede al contrario: le due parti stanno saltando la parte politica per passare direttamente a quella operativa. Il paradosso è evidente. Si delinea una cooperazione avanzata in assenza di legittimazione politica. Damasco continua a non riconoscere ufficialmente Israele — un passo che costerebbe troppo capitale politico ad al-Sharaa — e non aderisce agli Accordi di Abramo; lo stato di guerra formale resta in vigore.
Eppure, secondo una dichiarazione congiunta diffusa al termine dei colloqui, Stati Uniti, Israele e Siria hanno concordato non solo la de-escalation militare e opportunità commerciali, ma anche l’istituzione di una cellula di comunicazione permanente per la condivisione continuativa di intelligence. Washington avrebbe inoltre proposto una struttura di coordinamento trilaterale ad Amman per supervisionare la sicurezza nel sud della Siria e gestire il ritiro israeliano. Secondo una fonte di i24news, è allo studio anche l’apertura di un ufficio di collegamento israeliano a Damasco, purché privo di status diplomatico.
Tutto funziona come se la pace esistesse, senza che la pace venga mai dichiarata.
• Accordi senza riconoscimenti
Il modello siriano non è una replica degli Accordi di Abramo, che prevedevano riconoscimento formale, relazioni diplomatiche piene e una “pace calda” con Emirati e Bahrein. Qui accade l’opposto: nessun riconoscimento, nessuna adesione, nessuna foto ufficiale.
La differenza è innanzitutto interna. I regimi del Golfo non rischiavano una rivolta per aver normalizzato con Israele. Ahmed al-Sharaa sì. Ex jihadista — noto come al-Jolani e continuamente etichettato come tale dalla stampa internazionale — oggi guida un Paese devastato, attraversato da una propaganda antisraeliana radicata e da una profonda diffidenza verso qualsiasi apertura. Un riconoscimento formale imploderebbe la sua già fragile legittimità.
Lo sforzo di al-Sharaa di adottare un approccio più conciliante rispetto all’intransigenza di Assad non risponde solo alla necessità, ma a una strategia di riabilitazione internazionale. La cooperazione tecnica con Israele, purché resti non formalizzata, diventa uno strumento per ottenere credito politico a Washington e in Europa e per smarcarsi dal passato jihadista senza pagarne il prezzo interno.
Per questo la cooperazione avanza come un segreto di Pulcinella: tutti sanno, nessuno legittima. Mentre funzionari israeliani progettano impianti eolici in territorio siriano, lungo il confine attorno a Quneitra continuano incursioni militari, vittime e instabilità, e cattivi presagi si addensano in nubi grigie.
Il filo rosso che tiene insieme il processo è la privatizzazione della diplomazia. Non si tenta di risolvere il contenzioso storico, ma di renderlo economicamente irrilevante. La diplomazia dei principi viene sostituita da quella del portafoglio: se la guerra diventa un pessimo investimento, l’ideologia può passare in secondo piano.
• Il nuovo (dis)ordine
Questo approccio è la conseguenza diretta della fine dell’ordine post-1974, fondato su una deterrenza statica e su una separazione fisica garantita dall’ONU. Con la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, quell’equilibrio si è dissolto. La Siria non è più uno Stato-nemico prevedibile, ma un’entità fragile, permeabile, potenzialmente ingestibile.
L’Accordo di Disimpegno del 1974, che aveva istituito una zona cuscinetto ONU sulle Alture del Golan — conquistate da Israele nel 1967 e annesse unilateralmente, con riconoscimento solo statunitense — è stato dichiarato temporaneamente nullo da Israele, che citando un vuoto di potere ha avviato un’occupazione preventiva: truppe dell’IDF fino a 15 chilometri all’interno del territorio siriano, sequestri di armi e centinaia di attacchi aerei, incluso un raid a luglio nei pressi del palazzo presidenziale di Damasco che ha danneggiato il Ministero della Difesa. Per Israele la stabilità non può più essere garantita da una linea di cessate il fuoco, ma solo dalla gestione attiva del territorio oltre il confine.
Ahmed al-Sharaa continua a dichiarare di rispettare l’armistizio ereditato, pur denunciando le violazioni israeliane. In un’intervista al Washington Post ha accusato Israele di voler seminare il «caos» in Siria e ha ironizzato sulla logica della sicurezza a cascata: Israele occupa il Golan per proteggersi, il sud della Siria per proteggere il Golan, e «di questo passo arriveranno a Monaco».
Al-Sharaa sostiene che Damasco debba mantenere il controllo militare del sud del Paese perché, se quel territorio venisse usato per lanciare attacchi contro Israele, la rappresaglia colpirebbe l’intera Siria. La logica è coerente. Il problema è l’apparato chiamato a garantirla.
Nella corsa a riempire il vuoto post-Assad, il nuovo potere ha arruolato in massa ex ribelli e combattenti di milizie disparate, inclusi ex jihadisti dell’ISIS, spesso senza adeguati controlli di background. Come ha osservato l’analista Amine Ayoub, la priorità è stata «la stabilità a qualsiasi costo», privilegiando la quantità sulla coesione. Il risultato è un esercito eterogeneo e fragile, potenzialmente permeabile all’islamismo radicale.
Questo rappresenta un rischio anche per al-Sharaa: se perde il controllo delle sue forze, perde anche la protezione americana. Ma è soprattutto una minaccia per Israele, che teme l’azione di soldati regolari con accesso ad armi e basi, capaci e magari intenzionati a colpire autonomamente. In questa prospettiva, a Gerusalemme è apparsa più razionale una strategia cautelare di indebolimento del potere centrale siriano, accompagnata dal rafforzamento di attori locali come drusi e curdi, anche mentre i negoziati proseguivano.
Fidarsi ciecamente sarebbe una scommessa troppo rischiosa. La Siria, dal canto suo, continua a rivendicare il rispetto della propria sovranità e a chiedere a Israele di non interferire negli affari interni del Paese.
• La partita regionale sulla Siria: l’ombra di Ankara
L’equilibrio emerso dai colloqui resta fragile anche perché non tutti gli attori regionali hanno interesse a una Siria economicamente normalizzata ma politicamente ambigua.
A complicare il quadro è soprattutto la Turchia, che ha sostenuto l’ascesa di Ahmed al-Sharaa e ora pretende un ritorno politico. L’ambizione di Ankara di proporsi come nuovo leader del mondo islamico, in una postura sempre più antisraeliana, entra in rotta di collisione con i deal mediati dagli Stati Uniti. Per la Turchia, un’intesa funzionale tra Siria e Israele sotto l’egida di Washington rappresenta una sconfitta geopolitica.
Parallelamente, la Siria è alla ricerca di capitali nel settore energetico. L’Arabia Saudita è già entrata nel comparto petrolifero, interpretando gli investimenti come uno strumento per sganciare Damasco dalla dipendenza russo-iraniana e dall’asse antioccidentale. La competizione per l’influenza sulla Siria si gioca sempre più sul terreno economico.
Ogni attore regionale punta a riportare Damasco nella propria orbita. Per Israele, allungare i tempi della mediazione significa rischiare di perdere una finestra strategica: una Siria che si consolida economicamente sotto altre tutele potrebbe diventare meno permeabile a un accordo pragmatico sul confine meridionale.
• Il prezzo interno della normalizzazione
All’interno, l’opinione pubblica siriana è profondamente divisa. C’è chi si affida all’uomo forte che ha rovesciato Assad e accetta qualsiasi scelta in nome della ricostruzione, convinto che ogni decisione del presidente sia necessaria per guadagnare tempo e evitare nuovi conflitti devastanti. In un Paese esausto, la stabilità è percepita da molti come un valore superiore a qualsiasi principio ideologico.
Ma c’è anche chi reagisce con ostilità e sarcasmo. Il presidente viene deriso storpiando il suo vecchio nom de guerre al-Jolani in “al-Jewlani”, “l’ebreo”, e diventa il bersaglio di teorie del complotto diffuse: al-Qaeda come presunto progetto israeliano per destabilizzare il Medio Oriente; al-Sharaa accusato di lavorare per Israele fin dalle sue prime esperienze jihadiste; qualcuno arriva persino a sostenere che sia stato Tel Aviv a “nominarlo” presidente.
• Sperando di non incontrarsi
Nelle strade continua la propaganda antisraeliana; lungo il confine, le incursioni militari israeliane non si fermano — nemmeno durante i colloqui di Parigi — mentre a porte chiuse si discute di data center, impianti energetici e collaborazioni.
Da Parigi non emerge una pace, ma una gestione pragmatica di un conflitto irrisolto: un condominio forzato in cui business, sicurezza e intelligence sostituiscono i trattati diplomatici. I vantaggi sono evidenti — de-escalation immediata, cooperazione sulla sicurezza, potenziale crescita economica. Per Israele, un vicino impegnato a costruire impianti eolici è meno propenso a costruire rampe di lancio per missili. Ma i rischi sono altrettanto evidenti: la fragilità interna di al-Sharaa, un esercito siriano eterogeneo e permeabile, la sfiducia israeliana strutturale e l’assenza di legittimazione popolare per questa cooperazione.
Le stazioni sciistiche progettate sotto l’artiglieria pesante restano la metafora perfetta di questo equilibrio precario. È il Medio Oriente del 2026: tutto è possibile, nulla è stabile, e business e guerra avanzano su binari paralleli sperando di non incontrarsi mai.
(Bet Magazine Mosaico, 8 gennaio 2026)
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«La causa di Israele è giusta, deve solo essere spiegata meglio»
L'influencer saudita Loay Alshareef parla della pace in Medio Oriente, del suo primo incontro con gli ebrei e del potere dell'esperienza personale
di Stefan Laurin
Loay Alshareef è considerato una delle voci arabe più autorevoli nel dialogo interreligioso. Con oltre 800.000 follower sui social media, ispira persone in tutto il mondo con i suoi post multilingue e cerca di aprire la strada alla comprensione reciproca. È nato in Arabia Saudita e oggi vive negli Emirati Arabi Uniti. La sua missione, che lo porta in giro per il mondo, è il desiderio di una convivenza tra ebrei e musulmani – non una «fredda pace», come lui stesso la definisce, ma relazioni strette, basate sulla comprensione, la curiosità e la simpatia.
- Signor Alshareef, nella sua giovinezza era molto critico nei confronti di Israele e degli ebrei. Cosa l'ha influenzata in quel periodo e cosa l'ha portata in seguito a riconsiderare le sue idee?
Sono stato influenzato soprattutto dalla scuola, non dalla mia famiglia. In molti paesi arabi, all'epoca, l'insegnamento scolastico era molto ostile a Israele e antiebraico. Ciò che ha cambiato il mio modo di pensare è stato un incontro personale: fino all'età di 27 anni non avevo mai incontrato un ebreo. Nel 2010 ho incontrato degli ebrei per la prima volta e questo ha cambiato la mia visione del mondo. Ho poi vissuto alcuni mesi in Francia con una famiglia ebrea e ho imparato molte cose che prima non sapevo.
- Ha capito che gli ebrei sono persone normali?
Certo, ma non solo. Ci sono ebrei buoni e cattivi, cristiani buoni e cattivi, musulmani buoni e cattivi. Ho vissuto da vicino la tradizione ebraica e ho visto quanto siamo simili. Ho avuto molte conversazioni intellettuali con la famiglia. Mi sono reso conto che alcuni studiosi islamici mi avevano fuorviato.
- Oggi si definisce un amico di Israele, persino un sionista. Come ha vissuto l'attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023?
Per me quel giorno è stato una prova: avrei taciuto o avrei difeso ciò in cui credo? Molti arabi hanno esultato perché pensavano che Israele sarebbe stato sconfitto. Mi sono chiesto: sono davvero cambiato? E la risposta è stata: sì. Per questo ho dovuto esprimere la mia opinione. Quando si attraversa un cambiamento profondo, ci si sente in dovere di stimolare anche gli altri a riflettere, attraverso la conoscenza, non con la coercizione o il proselitismo. Sono convinto che la causa di Israele sia giusta, ma debba essere spiegata meglio.
- Come ha reagito il suo entourage?
Ho perso degli amici. Nella mia famiglia era chiaro quale strada avrei intrapreso da quando sono tornato dalla Francia nel 2010: non c'erano compromessi. Ma alcuni amici non hanno più voluto avere nulla a che fare con me.
- Ha trovato nuovi amici?
Sì, molti. Non solo ebrei, ma anche cristiani, atei, intellettuali occidentali, persino persone di sinistra o nazionalisti che trovano ragionevoli le mie argomentazioni. Non faccio propaganda, né contro i palestinesi né contro altri. Il mio nemico non è il popolo palestinese, ma Hamas e l'islamismo radicale.
- Qual è l'impatto dei cosiddetti Accordi di Abramo sul pensiero nel mondo arabo, in particolare per quanto riguarda l'antisemitismo e l'educazione politica?
Hanno cambiato molte cose, soprattutto il concetto di pace. Quando l'Egitto e la Giordania hanno fatto pace con Israele, si è trattato di un accordo tra governi, non tra popoli. Gli Accordi di Abramo hanno cambiato le cose: le persone viaggiano, lavorano, investono, mangiano insieme, celebrano lo Shabbat. Emiratici, israeliani, bahreiniti: si riuniscono. È ancora tutto giovane, solo cinque anni, ma credo che crescerà, con l'aiuto di Dio e una forte leadership americana come quella che abbiamo ora.
- Lei dice che questa cooperazione potrebbe rafforzare notevolmente la regione dal punto di vista economico e tecnologico.
Assolutamente. Il conflitto ha indebolito la regione per decenni. Ora è necessario approfondire gli accordi di Abramo. Il suo pensiero è semplice: siamo i figli di Abramo. Gli ebrei appartengono al Medio Oriente tanto quanto gli arabi. Israele non è un progetto coloniale, ma ha 3000 anni – e 77 anni di giovinezza. L'idea è questa: che i figli di Abramo vivano insieme in pace e prosperino.
- Lei ha detto che gli accordi non sono solo un segno di normalizzazione, ma un modello per un nuovo ordine mondiale. Cosa intende dire?
Gli accordi di Abramo non sono più solo trattati di pace tra arabi e israeliani, ma tra musulmani ed ebrei. Da quando il Kazakistan, un Paese non arabo, ha aderito, hanno assunto una dimensione globale. Questo apre le porte ad altri Stati musulmani. Non sono quindi più un progetto esclusivamente arabo.
- Ad esempio l'Indonesia?
Lo spero. L'Indonesia, il Daghestan, l'Azerbaigian o altri paesi che in passato appartenevano all'Unione Sovietica.
- Vede nella cooperazione tecnica tra gli Stati arabi e Israele una via verso l'emancipazione regionale? Cosa dovrebbe accadere per garantire i progressi compiuti finora?
L'istruzione è fondamentale, così come la volontà politica di riconciliarsi veramente con Israele. Finché Israele sarà considerato un'entità straniera e coloniale, non ci sarà una pace autentica.
- Quando pensa che il suo Paese natale, l'Arabia Saudita, normalizzerà le relazioni con Israele?
Il principe ereditario è un uomo coraggioso, ma è sottoposto a una pressione enorme. È il custode dei luoghi sacri e il suo margine di manovra è limitato. Non voglio che gli succeda la stessa cosa che è successa ad Anwar Sadat. Sì, mi auguro che l'Arabia Saudita aderisca agli accordi di Abramo, ma senza mettere a rischio la sua vita. Per questo motivo sono necessarie alcune concessioni ai palestinesi, non necessariamente uno Stato proprio, che ormai è irrealistico. Servono altre soluzioni, come il modello degli Emirati Palestinesi Uniti proposto da Mordechai Kedar, o una confederazione di determinati territori con Israele. Uno Stato sarebbe stato possibile nel 2000, con il piano Barak-Clinton, ma questa opportunità è ormai sfumata. Mi auguro che l'Arabia Saudita faccia pace, ma che questa pace sia autentica, come quella tra Israele e gli Emirati, e non fredda come quella con l'Egitto o la Giordania. E prego Dio di dare al principe ereditario forza e saggezza.
- Lei parla apertamente di argomenti che in alcune parti del mondo arabo sono molto delicati. Questo le crea delle difficoltà?
Naturalmente. Mi rivolgo principalmente a un pubblico di lingua inglese, ma aggiungo sottotitoli in arabo affinché anche gli arabi possano ascoltarmi. Questo mi crea dei problemi: in molti paesi non potrei parlare in pubblico. Ma si aprono altre porte: recentemente sono stato in Germania, Lettonia, Estonia, Paesi Bassi, Polonia, Italia, Canada, Stati Uniti e presto andrò in Svezia. Alcune porte si chiudono, ma se ne aprono di nuove. Cerco di concentrarmi sulle opportunità, non su ciò che ho perso.
- Ha anche fatto un tour nelle università degli Stati Uniti. Qual è stata la risposta?
Per lo più positiva, ma in alcuni luoghi è stata difficile, ad esempio all'Università del Rhode Island, alla Columbia University o all'Università della California. Ma nel complesso l'interesse è stato grande. Penso che l'America dovrebbe ascoltare le voci provenienti dal Medio Oriente.
- E gli studenti vogliono ascoltare?
Lo spero.
(Jüdische Allgemeine, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Australia – Chabad accoglie a New York l’eroe di Bondi Beach
Il governo di Anthony Albanese cede su commissione di inchiesta
È arrivato negli Usa per sottoporsi ad alcune cure sanitarie Ahmed al-Ahmed, l’eroe che ha disarmato a mani nude uno dei terroristi della strage antisemita di Bondi Beach a Sidney alla vigilia di Chanukkah. Nelle sue prime ore a New York, l’uomo è stato accolto con gratitudine da alcune associazioni ebraiche ed esponenti del movimento Chabad del quale era emissario nella città australiana il rabbino Eli Schlanger, una delle vittime del massacro. Al suo fianco il suocero di Schlanger, il rabbino Yehoram Ulman, che ha viaggiato con al-Ahmed da Sidney. In una delle prime tappe i due hanno sostato davanti alla tomba del settimo leader della dinastia, Menachem Mendel Schneerson (1902-1994), meglio noto come “il Rebbe”.
«Non potevo sopportare di sentire bambini urlare e donne piangere», ha raccontato il 43enne di origini siriane e fede islamica al sito www.chabad.org. «Nessuno può togliere una vita umana: è solo nelle mani di Dio». Per Ulman, le azioni di al-Ahmed annunciano che la questione «non riguarda solo gli ebrei, ma tutta l’umanità: siamo tutti figli di Dio e ciascuno di noi è stato fornito della capacità di scegliere il bene rispetto al male». Durante una serata di gala il banchiere e filantropo Bill Ackman, tra i principali donatori di una sottoscrizione destinata ad al-Ahmed e alla sua famiglia avviata all’indomani della strage, ha consegnato all’uomo un riconoscimento speciale. «Il suo è un grande atto di eroismo», ha affermato Ackman, aggiungendo che «è gratificante avere davanti a noi qualcuno che si è schierato a favore della nostra comunità nel modo più profondo e attraverso l’affermazione della vita».
Dopo l’iniziale chiusura all’ipotesi e alcuni strascichi polemici, è notizia di queste ore il via libera del governo australiano all’istituzione di una commissione indipendente che indaghi sui fatti di Bondi Beach. Plaude alla decisione l’Executive Council of Australian Jewry (Ecaj), che ha sollecitato la commissione e incontrato la resistenza del primo ministro Anthony Albanese. L’Ecaj chiede «un esame onesto delle politiche governative e della condotta di istituzioni e figure chiave nei principali settori della nostra società» rispetto all’esplosione di antisemitismo degli ultimi due anni. È intanto tornato in Israele il 30enne Geffen Bitton, ferito dai terroristi mentre era impegnato nel salvataggio di civili. Colpito tre volte, Bitton ha subito finora otto interventi chirurgici ed è stato a lungo in condizioni critiche. Come riporta la stampa israeliana, la sua condizione di salute resta difficile. Ma è comunque in miglioramento.
(moked, 8 gennaio 2026)
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Nonostante le minacce, la maggior parte degli ebrei in Israele si sente al sicuro
Nuovi dati mostrano che dal 7 ottobre tra gli ebrei israeliani regna la chiarezza e una ferma convinzione del ruolo unico di Israele come protettore del popolo ebraico.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Anche in mezzo alla guerra e al trauma, gli ebrei israeliani si sentono più sicuri che mai: Israele rimane il luogo più sicuro per gli ebrei.
Secondo un nuovo sondaggio condotto dal Viterbi Center dell'Israel Democracy Institute nel dicembre 2025, il 76% degli ebrei israeliani ritiene che Israele sia il luogo più sicuro al mondo per gli ebrei, un aumento significativo rispetto al 68% registrato solo sette mesi prima.
I risultati sono stati pubblicati sullo sfondo di una nuova ondata di antisemitismo e attacchi violenti in tutto il mondo, tra cui il terribile massacro di Chanukkah a Sydney il mese scorso. Per molti israeliani la lezione è chiara: anche sotto attacco, Israele rimane l'unico Paese in cui la sicurezza degli ebrei è una questione nazionale.
Tra gli arabi israeliani le opinioni erano divise: il 32% ha affermato che Israele è più sicuro per gli arabi, il 35% ha affermato che altri paesi sono più sicuri e il 29% ha ritenuto che entrambi siano ugualmente sicuri.
• Sostenuti dallo Stato, non solo dalle speranze
Il sondaggio ha anche rivelato un sostegno schiacciante tra gli israeliani ebrei a un impegno diretto del governo a sostegno delle comunità ebraiche all'estero:
il 90% è favorevole a esercitare pressioni sui governi stranieri affinché proteggano meglio i loro cittadini ebrei.
L'80% è favorevole all'invio di inviati israeliani per aiutare le comunità della diaspora in difficoltà.
Questi dati riflettono più di una semplice solidarietà: riflettono una comprensione storica del fatto che la responsabilità degli ebrei non si ferma al confine e che il sionismo, correttamente inteso, comprende una rappresentanza globale degli interessi ebraici, radicata nella forza nazionale.
• Chiarezza in tempo di guerra
Dal massacro del 7 ottobre, nell'opinione pubblica israeliana si è diffuso un realismo disincantato: non c'è alcun sostituto alla sovranità ebraica. Nessuna diaspora, nessuna ambasciata, nessun servizio di sicurezza all'estero può sostituire ciò che l'IDF, la resilienza di Israele e l'unità degli ebrei sotto attacco nel proprio Paese sono in grado di fare.
La guerra ha acuito questa chiarezza, non l'ha indebolita.
I risultati di questo recente sondaggio confermano ciò che la storia ha già insegnato: la terra di Israele è l'unico rifugio veramente sicuro per il popolo ebraico. È l'unico luogo in cui la promessa di Dio può essere e sarà mantenuta.
(Israel Heute, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 17
Davide vince Golia
- I Filistei misero insieme i loro eserciti per combattere, si radunarono a Soco, che appartiene a Giuda, e si accamparono fra Soco e Azeca, a Efes-Dammim. Anche Saul e gli uomini d'Israele si radunarono, si accamparono nella valle dei terebinti e si schierarono in battaglia contro i Filistei. I Filistei stavano sul monte da una parte e Israele stava sul monte dall'altra parte; fra loro c'era la valle.
- Dall'accampamento dei Filistei uscì un campione, un guerriero di nome Golia di Gat, alto sei cubiti e un palmo. Aveva in testa un elmo di rame, era rivestito di una corazza a maglie il cui peso era di cinquemila sicli di rame, portava delle gambiere di rame e, sospeso dietro le spalle, un giavellotto di rame. L'asta della sua lancia era come un subbio di tessitore; la punta della lancia pesava seicento sicli di ferro, e chi portava il suo scudo lo precedeva.
- Egli dunque si fermò e, rivolto alle schiere d'Israele, gridò: “Perché uscite a schierarvi in battaglia? Non sono io il Filisteo, e voi dei servi di Saul? Scegliete uno fra voi e scenda contro di me. Se egli riuscirà a lottare con me e uccidermi, noi saremo vostri servi; ma se io sarò vincitore e lo ucciderò, voi sarete nostri sudditi e ci servirete”. Il Filisteo aggiunse: “Io lancio oggi questa sfida a disonore delle schiere d'Israele: Datemi un uomo e ci batteremo!”. Quando Saul e tutto Israele udirono le parole del Filisteo, rimasero sbigottiti e furono presi da grande paura.
- Ora Davide era figlio di quell'Efrateo di Betlemme di Giuda, di nome Isai, che aveva otto figli e che al tempo di Saul era vecchio, molto avanti negli anni. I tre figli maggiori di Isai erano andati in guerra con Saul; e i tre figli che erano andati in guerra si chiamavano: Eliab il primogenito, Abinadab il secondo e Samma il terzo. Davide era il più giovane; e quando i tre maggiori seguirono Saul, Davide partì da Saul, e tornò a Betlemme a pascolare le pecore di suo padre.
- Il Filisteo si faceva avanti la mattina e la sera, e si presentò così per quaranta giorni. Ora Isai disse a Davide, suo figlio: “Prendi per i tuoi fratelli quest'efa di grano arrostito e questi dieci pani, e portali presto ai tuoi fratelli all'accampamento. Porta anche queste dieci forme di formaggio al capitano del loro migliaio; vedi se i tuoi fratelli stanno bene e riportami una prova da parte loro. Saul con loro e con tutti gli uomini d'Israele sono nella valle dei terebinti per combattere contro i Filistei”.
- L'indomani Davide si alzò di buon mattino, lasciò le pecore a un guardiano, prese il suo carico e partì come Isai gli aveva ordinato; e quando giunse al parco dei carri, l'esercito usciva per schierarsi in battaglia e alzava grida di guerra. Israeliti e Filistei si erano schierati, esercito contro esercito. Davide, lasciate le cose che portava al guardiano dei bagagli, corse alla linea di battaglia e, appena vi giunse, chiese ai suoi fratelli come stavano.
- Mentre parlava con loro, ecco avanzare dalle file dei Filistei quel campione, quel Filisteo di Gat, di nome Golia, ripetendo le solite parole; e Davide le udì. E tutti gli uomini d'Israele, alla vista di quell'uomo, fuggirono davanti a lui, presi da grande paura. Gli uomini d'Israele dicevano: “Avete visto quell'uomo che avanza? Egli avanza per coprire di disonore Israele. Se qualcuno lo uccide il re lo farà grandemente ricco, gli darà la sua propria figlia ed esenterà la casa del padre di lui da ogni tributo in Israele”.
- Davide, rivolgendosi a quelli che gli erano vicini, disse: “Che si farà a quell'uomo che ucciderà questo Filisteo e toglierà la vergogna da Israele? E chi è dunque questo Filisteo, questo incirconciso, che osa insultare le schiere dell'Iddio vivente?”. E la gente gli rispose con le stesse parole, dicendo: “Si farà questo e questo a colui che lo ucciderà”.
- Eliab, suo fratello maggiore, avendo udito Davide parlare a quella gente, si accese d'ira contro di lui, e disse: “Perché sei sceso qua? E a chi hai lasciato quelle poche pecore nel deserto? Io conosco il tuo orgoglio e la cattiveria del tuo cuore; tu sei sceso qua per vedere la battaglia”. Davide rispose: “Che ho fatto ora? Non era che una semplice domanda!”. E, scostandosi da lui, si rivolse a un altro, facendo la stessa domanda; e la gente gli diede la stessa risposta di prima.
- Ora le parole che Davide aveva detto essendo state sentite, furono riportate a Saul, che lo fece venire. Davide disse a Saul: “Nessuno si perda d'animo a causa di costui! Il tuo servo andrà e si batterà con quel Filisteo”. Saul disse a Davide: “Tu non puoi andare a batterti con questo Filisteo; poiché tu non sei che un ragazzo, ed egli è un guerriero fin dalla sua giovinezza”. E Davide rispose a Saul: “Il tuo servo pascolava il gregge di suo padre; e quando un leone o un orso veniva a portare via una pecora dal gregge, io gli correvo dietro, lo colpivo, gli strappavo dalle fauci la preda; e se quello mi si rivoltava contro, io lo afferravo per le mascelle, lo ferivo e lo ammazzavo. Sì, il tuo servo ha ucciso il leone e l'orso; e questo incirconciso Filisteo sarà come uno di loro, perché ha coperto di vergogna le schiere dell'Iddio vivente”. Poi Davide aggiunse: “L'Eterno che mi liberò dalla zampa del leone e dalla zampa dell'orso, mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo”. Allora Saul disse a Davide: “Va', e l'Eterno sia con te”.
- Saul rivestì Davide della sua armatura, gli mise sul capo un elmo di rame e gli fece indossare una corazza. Poi Davide cinse la spada di Saul sopra la sua armatura e cercò di camminare, perché non aveva ancora provato; ma disse a Saul: “Io non posso camminare con quest'armatura; non ci sono abituato”. E se la tolse di dosso. E prese in mano il suo bastone, si scelse nel torrente cinque pietre ben lisce, le pose nella sacchetta da pastore, che gli serviva di bisaccia, e con la fionda in mano si diresse contro il Filisteo.
- Anche il Filisteo si fece avanti, avvicinandosi sempre di più a Davide, ed era preceduto dal suo scudiero. Quando il Filisteo ebbe scrutato Davide, lo disprezzò, perché egli non era che un ragazzo, biondo e di bell'aspetto. Il Filisteo disse a Davide: “Sono un cane, che tu vieni contro di me con il bastone?”. E il Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi; e il Filisteo disse a Davide: “Vieni qua, così che io dia la tua carne agli uccelli del cielo e alle bestie dei campi”.
- Allora Davide rispose al Filisteo: “Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con il giavellotto; ma io vengo a te nel nome dell'Eterno degli eserciti, dell'Iddio delle schiere d'Israele che tu hai insultato. Oggi l'Eterno ti darà nelle mie mani, e io ti abbatterò, ti taglierò la testa, e darò oggi stesso i cadaveri dell'esercito dei Filistei agli uccelli del cielo e alle bestie della terra; e tutta la terra riconoscerà che c'è un Dio in Israele; e tutta questa moltitudine riconoscerà che l'Eterno non salva per mezzo di spada né per mezzo di lancia; poiché l'esito della battaglia dipende dall'Eterno ed egli vi darà nelle nostre mani”.
- Quando il Filisteo si mosse e si fece avanti per avvicinarsi a Davide, anche Davide corse prontamente verso la linea di battaglia incontro al Filisteo; mise la mano nella sacchetta, prese una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo nella fronte; la pietra gli si conficcò nella fronte ed egli cadde con la faccia a terra. Così Davide, con una fionda e con una pietra, vinse il Filisteo; lo colpì e lo uccise, senza avere una spada in mano. Poi Davide corse, si gettò sul Filisteo, gli prese la spada, la sguainò, lo uccise e gli tagliò la testa. E i Filistei, vedendo che il loro eroe era morto, si diedero alla fuga.
- E gli uomini d'Israele e di Giuda si levarono alzando grida di guerra, e inseguirono i Filistei fino all'ingresso di Gat e alle porte di Ecron. I Filistei feriti a morte caddero sulla via di Saaraim, fino a Gat e fino a Ecron. E i figli d'Israele, dopo aver dato la caccia ai Filistei, tornarono e saccheggiarono il loro campo. E Davide prese la testa del Filisteo, la portò a Gerusalemme, ma ripose l'armatura di lui nella sua tenda.
- Quando Saul aveva visto Davide che andava contro il Filisteo, aveva chiesto ad Abner, capo dell'esercito: “Abner, di chi è figlio questo ragazzo?”. E Abner aveva risposto: “Com'è vero che tu vivi, o re, io non lo so”. E il re aveva detto: “Informati di chi sia figlio questo ragazzo”. Quando Davide fu di ritorno dopo aver ucciso il Filisteo, Abner lo prese e lo condusse alla presenza di Saul, mentre aveva ancora in mano la testa del Filisteo. E Saul gli disse: “Ragazzo, di chi sei figlio?”. Davide rispose: “Sono figlio del tuo servo Isai di Betlemme”.
(Notizie su Israele, 7 gennaio 2026)
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L'IDF stima che siano 7.000 i “soldati solitari” in servizio
Sempre più giovani uomini e donne senza sostegno familiare in Israele prestano servizio nell'esercito.
In Israele esiste un gruppo speciale di soldati che prestano servizio senza parenti stretti nel Paese: giovani che in parte sono immigrati dall'estero o che per motivi familiari non hanno genitori o fratelli in Israele. Nonostante queste difficoltà personali, prestano servizio militare, sono spesso impiegati in unità pesanti e, secondo l'esercito, contribuiscono in modo decisivo al successo nell'attuale situazione di sicurezza.
• Più che semplici numeri
Secondo i dati dell'esercito, circa 7.000 i “Lone Soldiers” (“soldati solitari”) che prestano servizio nell'esercito, circa un terzo dei quali in unità di combattimento come la fanteria e altre truppe di prima linea. Molti di loro sono venuti proprio perché desideravano prestare servizio nell'esercito israeliano, accettando consapevolmente le sfide di una vita senza il sostegno della famiglia.
L'anno scorso, circa 1.050 di questi soldati provenienti da comunità ebraiche della diaspora si sono arruolati nell'IDF, di cui un terzo dagli Stati Uniti, seguiti da Francia, Russia, Ucraina, Australia, Germania e Spagna. Questi giovani non hanno deciso di arruolarsi solo a causa della guerra, ma in molti casi già in precedenza, spinti da un profondo senso di appartenenza a Israele.
La durata del loro servizio varia a seconda dell'età e del programma: alcuni prestano servizio solo per un periodo ridotto, altri completano l'intero servizio come i loro compagni che hanno il sostegno della famiglia.
L'IDF sottolinea il proprio impegno a fornire un sostegno speciale a questi soldati. Il capo del dipartimento “Lone Soldiers”, il maggiore Lior Peretz Sheleg, ha dichiarato: “Ci impegniamo a garantire che nessun Lone Soldier sia mai solo”. Ha aggiunto che l'esercito apprezza molto il loro “importante contributo al successo della guerra e i valori che loro e le loro famiglie incarnano” e riconosce le “sfide molto profonde” che devono affrontare i genitori che vivono separati dai propri figli in altri continenti.
• Significato sociale e sfide
Il numero crescente di “soldati solitari” dimostra quanto sia forte il bisogno di molti giovani ebrei di tutto il mondo di partecipare attivamente alla protezione di Israele. Per molti, questi soldati incarnano non solo l'impegno militare, ma anche un forte impegno personale per lo Stato ebraico e la sua sicurezza.
Allo stesso tempo, il servizio senza il sostegno della famiglia pone questi giovani di fronte a grandi sfide, dalla separazione dai genitori e dai fratelli a problemi pratici come la situazione abitativa e gli ostacoli burocratici. Diverse iniziative e programmi di sostegno all'interno e all'esterno dell'esercito cercano quindi di offrire ulteriore aiuto per consentire loro di svolgere il proprio servizio e facilitare una transizione senza intoppi alla vita civile dopo il servizio militare.
Nel complesso, i dati e le dichiarazioni dimostrano che i “soldati solitari” hanno un posto fisso nelle forze di difesa israeliane e sono considerati dallo Stato e dalla società come elementi preziosi della capacità di difesa, non solo in tempo di pace, ma soprattutto alla luce delle continue sfide alla sicurezza.
(Israel Heute, 7 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Parigi – Israele e Siria, dialogo riaperto all’ombra dell’Iran
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Il confine tra Israele e Siria
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Dopo mesi di stallo, Israele e Siria hanno avviato a Parigi un nuovo round di negoziati indiretti, mediati dagli Stati Uniti. Non si parla di pace né di normalizzazione: l’obiettivo resta circoscritto a intese di sicurezza, in un contesto regionale ancora fragile. Israele chiede garanzie lungo il confine settentrionale e il contenimento di attori ostili – l’Iran e le milizie finanziate da Teheran – nel sud della Siria. Damasco punta invece a un rientro nel quadro dell’accordo di disimpegno del 1974 e a un ridimensionamento della presenza militare israeliana nelle aree oltre la linea di separazione, passate sotto controllo di Gerusalemme dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad a fine 2024.
Secondo i vertici delle Idf, Israele deve mantenere in Siria una presenza strutturata su tre livelli di sicurezza: una linea di contatto lungo il confine internazionale per proteggere le comunità del nord di Israele; una zona di sicurezza che si estende per circa 15 chilometri all’interno del territorio siriano, per impedire il radicamento di milizie e infrastrutture terroristiche; e una zona di influenza più ampia, dal sud di Sweida fino alla periferia di Damasco, dove monitorare gli sviluppi per prevenire l’introduzione di armi avanzate o la creazione di basi militari ostili.
La ripresa del dialogo tra Damasco e Gerusalemme è arrivata dopo il recente incontro a Mar-a-Lago tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Donald Trump. Durante la visita negli Stati Uniti, Netanyahu ha ribadito la linea del governo: «Il nostro interesse è avere un confine pacifico e sicuro con la Siria, senza terroristi vicino a noi», aggiungendo che Israele intende anche «garantire la sicurezza dei drusi e dei cristiani che vivono nella regione». L’amministrazione Trump, sottolineano i media israeliani, vorrebbe accelerare i contatti e favorire un accordo di sicurezza limitato, nella prospettiva di una possibile normalizzazione futura.
Ma la strada resta lunga e sulle trattative si allunga l’ombra dell’Iran. Secondo fonti delle IDF, riportate dal Jerusalem Post, Teheran starebbe cercando di destabilizzare il nuovo assetto siriano, arrivando a complottare per eliminare il presidente Ahmed al-Sharaa. Un allarme che rafforza, nell’establishment della sicurezza israeliano, la convinzione che qualsiasi riduzione della presenza militare in Siria, in questa fase, rappresenterebbe un rischio diretto per la sicurezza di Israele e per la stabilità regionale.
(moked, 7 gennaio 2026)
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“Simbolo del diritto inalienabile del nostro popolo all'indipendenza”
LONDRA – Da lunedì lo “Stato di Palestina” ha un'ambasciata a Londra. A settembre il Regno Unito lo aveva riconosciuto ufficialmente. Ora la precedente missione diplomatica è stata elevata al rango di ambasciata. Si trova a Hammersmith, nella parte occidentale della capitale britannica, come riporta il sito di notizie “Sky News”.
All'inaugurazione, l'ambasciatore Husam Zomlot ha parlato di “una tappa importante nelle relazioni tra Regno Unito e Palestina”. Ha aggiunto: “Siamo qui riuniti oggi per celebrare un momento storico, l'inaugurazione dell'ambasciata dello Stato di Palestina nel Regno Unito, con pieno status diplomatico e privilegi, simbolo del diritto inalienabile del nostro popolo alla sovranità e all'uguaglianza tra le nazioni”.
Il diplomatico palestinese ha poi aggiunto: “Per generazioni di palestinesi a Gaza, nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, nei campi profughi e nella diaspora, questa ambasciata rappresenta il fatto che la nostra identità non può essere negata, la nostra presenza non può essere cancellata e le nostre vite non possono essere svalutate”. Per un popolo a cui “da oltre un secolo viene negata l'autodeterminazione”, questo è un momento imponente.
• “Un pezzo di Palestina sul suolo britannico”
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L'ambasciatore Zomlot presenta con orgoglio la nuova targa
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Zomlot ha aggiunto: “Questo è un giorno di speranza, un giorno di fermezza e un giorno che ricorda al mondo che la pace non solo è possibile, ma inevitabile, se radicata nella giustizia, nella dignità e nell'uguaglianza”. Ha concluso il suo discorso con le parole: "La Palestina è qui. La Palestina continua ad esistere. La Palestina sarà libera“. Su X ha scritto che l'ambasciata è ”un pezzo di Palestina sul suolo britannico“.
Il riconoscimento dello ”Stato di Palestina“ si basa sui ”confini del 1967", ovvero le linee dell'armistizio del 1949. Secondo il punto di vista britannico, i confini definitivi dovranno essere stabiliti nel quadro di futuri negoziati.
• “Terra di diversità culturale e religiosa”
Il sito web della precedente missione e dell'attuale ambasciata invita gli interessati a scoprire la “Palestina, terra del cuore”:
"Con una storia che risale a migliaia di anni fa, la Palestina ha svolto a lungo un ruolo importante nella civiltà umana. Crogiolo di culture preistoriche, la Palestina è un punto cardine di una regione in cui si sono sviluppati per la prima volta una società stanziale, l'alfabeto, la religione e la letteratura. La Palestina stessa, conosciuta come tale almeno fin dai tempi degli antichi greci, è stata un crocevia di culture e idee che hanno plasmato il mondo così com'è oggi.
È sacra per le tre principali religioni monoteistiche del mondo ed è il luogo di nascita di Gesù Cristo. Il suo passato ricco e variegato, il suo patrimonio culturale traboccante e i suoi importanti siti archeologici e religiosi rendono la Palestina un centro unico nella storia mondiale.
Per i palestinesi, questa diversità culturale è fonte di orgoglio e prosperità. Ogni parte di questa storia millenaria gioca un ruolo inscindibile nel più ampio patrimonio umano di coloro che chiamano questa terra la loro patria. Questo passato è alla base della filosofia palestinese dello sviluppo sostenibile e sottolinea la nostra determinazione a mantenere l'identità culturale contemporanea del popolo palestinese vivace come lo è sempre stata.
I visitatori della Palestina incontreranno una miriade di siti religiosi, storici e archeologici. Oltre alle attrazioni storiche, la Palestina offre passeggiate ed escursioni nelle sue vaste vallate, lungo le coste e attraverso il deserto, sulle colline, attraverso città e antichi mercati nel cuore di città e villaggi immersi in paesaggi mozzafiato.
I visitatori potranno gustare la ricca cucina palestinese e, soprattutto, godere del calore e dell'ospitalità dei palestinesi, cristiani e musulmani. Condivideranno con loro le speranze e i desideri di una nazione in fase di ricostruzione. Abbiamo millenni di esperienza nell'accogliere i visitatori con una ricca ospitalità. Tutti si sentiranno a casa.
La Palestina è una culla di civiltà.
È anche al centro della fede: il cristianesimo, l'islam e l'ebraismo hanno tutti profondi legami con questa terra.
I palestinesi sono orgogliosi della loro ospitalità. Autentici, calorosi e accoglienti, faremo in modo che ogni visitatore si senta a casa.
Visitate la Palestina. Lasciatevi incantare dal suo straordinario passato, dalla sua incredibile gente e dal suo dinamico presente“.
Dopo la scopertura della targa, anche il diplomatico britannico Alistair Harrison ha parlato di un ”momento storico per la Palestina". Le relazioni britannico-palestinesi sarebbero cambiate.
All'inaugurazione dell'ambasciata ha preso la parola anche Obaidah, un quattordicenne palestinese di Gaza. Ha detto: “Sono sopravvissuto al genocidio, ma il mio corpo porta ancora ferite profonde”. Suo padre si trova ancora nella Striscia di Gaza. “Un giorno spero di diventare ambasciatore, forse anche nel Regno Unito, in modo da poter lavorare per aiutare il mio popolo e far sentire la nostra voce in tutto il mondo”.
(Israelnetz, 7 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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"Sono sopravvissuto al genocidio". Non si sa più cosa dire. Qui non c'è Hamas. Qui siamo in Occidente. È per questo Occidente che Israele dovrebbe ergersi a baluardo difensivo contro la barbarie che viene dall'Oriente? M.C.
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Il messaggio di Rom ai terroristi: “Non riuscirete a spezzarci”
di Michelle Zarfati
In un video diretto ai suoi ex rapitori, Rom Braslavski, sopravvissuto alla prigionia nelle mani di Hamas dopo esser stato rapito il 7 ottobre, ha lanciato un messaggio di resilienza e sfida. Nel filmato, rivolgendosi ai terroristi di Hamas e della Jihad Islamica in lingua araba, Braslavski afferma con fermezza: “Pensavate di poter spezzare i nostri spiriti e distruggere le nostre anime, ma eccoci qui: vivi, presenti e felici”. L’ex prigioniero si rivolge ai suoi aguzzini sottolineando come questi abbiano fallito nei loro intenti criminali e bestiali: “non uno di voi terroristi è riuscito a piegare lo spirito del popolo d’Israele”.
Il video si chiude con Braslavski che danza sulle note di un canto tradizionale, accompagnato da immagini di lui e di altri sopravvissuti alla cattività, visibilmente uniti. “Am Israel Chai” – “Il popolo di Israele vive” – è il messaggio conclusivo pronunciato con orgoglio, diventato rapidamente simbolo di resistenza per molti cittadini israeliani e sostenitori d’Israele nel mondo. La pubblicazione del video non solo offre un momento di sollievo per le famiglie e gli amici degli ex ostaggi, ma rappresenta anche una dichiarazione simbolica sulla volontà di resistere e superare le più drammatiche circostanze che hanno interessato lo Stato d’Israele e tutto il mondo ebraico negli ultimi anni.
(Shalom, 6 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 16
- Davide unto re da Samuele
L'Eterno disse a Samuele: “Fino a quando farai cordoglio per Saul, mentre io l'ho rigettato perché non regni più sopra Israele? Riempi di olio il tuo corno e va'; io ti manderò da Isai di Betlemme, perché mi sono provveduto un re tra i suoi figli”. Samuele rispose: “Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà”. L'Eterno disse: “Prenderai con te una giovenca, e dirai: 'Sono venuto a offrire un sacrificio all'Eterno'. Inviterai Isai al sacrificio; io ti farò sapere quello che dovrai fare, e ungerai per me colui che ti dirò”. - Samuele dunque fece quello che l'Eterno gli aveva detto; si recò a Betlemme, e gli anziani della città gli si fecero incontro tutti turbati, e gli dissero: “Porti tu pace?”. Ed egli rispose: “Porto pace; vengo a offrire un sacrificio all'Eterno; purificatevi e venite con me al sacrificio”. Fece purificare anche Isai e i suoi figli e li invitò al sacrificio.
- Mentre entravano, egli osservò Eliab, e disse: “Certo, ecco l'unto dell'Eterno davanti a lui”. Ma l'Eterno disse a Samuele: “Non badare al suo aspetto né all'altezza della sua statura, perché io l'ho scartato; infatti l'Eterno non guarda a quello a cui guarda l'uomo: l'uomo guarda all'apparenza, ma l'Eterno guarda al cuore”. Allora Isai chiamò Abinadab e lo fece passare davanti a Samuele; ma Samuele disse: “L'Eterno non si è scelto neppure questo”. Isai fece passare Samma, ma Samuele disse: “L'Eterno non si è scelto neppure questo”. Isai fece passare così sette dei suoi figli davanti a Samuele; ma Samuele disse a Isai: “L'Eterno non si è scelto questi”. Poi Samuele disse a Isai: “Sono questi tutti i tuoi figli?”. Isai rispose: “Resta ancora il più giovane, ma è a pascolare le pecore”. E Samuele disse a Isai: “Mandalo a cercare, perché non ci metteremo a tavola prima che sia arrivato qua”. Allora Isai lo mandò a cercare, e lo fece venire. Egli era biondo, aveva dei begli occhi e un bell'aspetto. L'Eterno disse a Samuele: “Alzati, ungilo, perché è lui”. Allora Samuele prese il corno dell'olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli; e, da quel giorno in poi, lo Spirito dell'Eterno investì Davide. E Samuele si alzò e se ne andò a Rama.
Lo Spirito dell’Eterno si ritira da Saul
- Ora lo Spirito dell'Eterno si era ritirato da Saul, che era turbato da un cattivo spirito permesso dall'Eterno. I servitori di Saul gli dissero: “Ecco, un cattivo spirito permesso da Dio ti turba. Il nostro signore ordini ora ai tuoi servi che ti stanno davanti, di cercare un uomo che sappia suonare l'arpa; e quando il cattivo spirito permesso da Dio ti investirà, l'arpista si metterà a suonare, e tu ti sentirai sollevato”. Saul disse ai suoi servitori: “Trovatemi un uomo che suoni bene e portatelo da me”.
- Allora uno dei domestici prese a dire: “Ecco io ho visto un figlio di Isai, il betlemmita, che sa suonare bene; è un uomo forte, valoroso, un guerriero, parla bene, è di bell'aspetto e l'Eterno è con lui”. Saul dunque inviò dei messaggeri a Isai per dirgli: “Mandami Davide, tuo figlio, che è con il gregge”. Allora Isai prese un asino carico di pane, un otre di vino, un capretto, e mandò tutto a Saul per mezzo di Davide suo figlio. Davide arrivò da Saul e si presentò a lui; e Saul gli si affezionò molto e lo fece suo scudiero. E Saul mandò a dire a Isai: “Ti prego, lascia Davide al mio servizio, poiché egli ha trovato grazia ai miei occhi”. Ora quando il cattivo spirito permesso da Dio investiva Saul, Davide prendeva l'arpa e si metteva a suonare; Saul si sentiva sollevato, stava meglio, e il cattivo spirito se ne andava da lui.
(Notizie su Israele, 6 gennaio 2026)
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Un paese dove scorre latte, ma per quanto tempo ancora?
di Ryan Jones
GERUSALEMME - “Siamo l'Iron Dome della sicurezza alimentare di Israele”, sottolineano gli agricoltori che protestano contro le riforme nel settore lattiero-caseario • Ma l'aumento dei prezzi e la carenza di latte hanno irritato l'opinione pubblica.
Lunedì centinaia di agricoltori israeliani sono scesi in strada e hanno versato migliaia di litri di latte per protestare contro le riforme agricole previste che colpiscono il settore lattiero-caseario.
Le riforme guidate dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich abolirebbero le attuali normative e aprirebbero il mercato lattiero-caseario israeliano alla concorrenza straniera.
Si tratta di una risposta alle ricorrenti carenze a livello nazionale di latte a prezzo regolamentato, che costringono molti consumatori ad acquistare prodotti alternativi sempre più costosi. L'industria lattiero-casearia israeliana è controllata da una piccola manciata di grandi aziende, il che ha portato anche a un aumento dei prezzi.
L'aumento dei prezzi del latte ha provocato una serie di manifestazioni di massa negli ultimi anni e la situazione è regolarmente classificata come una delle principali preoccupazioni degli elettori israeliani.
Tuttavia, gli agricoltori che riforniscono queste aziende lattiero-casearie sostengono che le riforme previste e l'improvviso afflusso di concorrenza straniera siano un approccio distruttivo che li costringerebbe a chiudere e distruggerebbe l'industria lattiero-casearia locale nel suo complesso.
Agli incroci di tutto il Paese hanno esposto cartelli con slogan come “Lottiamo per il futuro dell'agricoltura” e “Il sionismo e la sicurezza non si possono importare”.
Amit Yifrach, presidente dell'Associazione degli agricoltori israeliani, ha dichiarato durante una manifestazione di protesta: “Gli agricoltori e i produttori di latte sono l'Iron Dome della sicurezza alimentare dello Stato di Israele”.
In una dichiarazione pubblicata dal portale di notizie israeliano Ynet, Yifrach ha aggiunto che il governo "non può abolire un prodotto blu e bianco che esiste da 100 anni. Non permetteremo al ministro delle Finanze di calpestare e distruggere circa 400 aziende lattiero-casearie a favore di una riforma che non comporta una riduzione dei costi, ma crea una pericolosa dipendenza dalle importazioni“.
Il presidente del Consiglio regionale di Asher, Moshe Davidovich, ha sottolineato che l'agricoltura locale è ”un'ancora di presenza e sicurezza" a cui Israele non deve rinunciare.
Il ministro dell'Agricoltura Avi Dichter ha dichiarato lunedì durante la riunione della commissione finanziaria della Knesset di opporsi alle riforme previste e di aver presentato invece un piano per “migliorare il mercato del latte, non distruggerlo”. Non sono stati forniti ulteriori dettagli su come raggiungere questo obiettivo.
Dichter si è detto fiducioso che le riforme del ministero delle Finanze saranno cancellate dall'ordine del giorno.
• Un difficile equilibrio
Queste sfide non sono specifiche solo per l'industria lattiero-casearia. Israele è un mercato piccolo, quindi i produttori locali, che dipendono principalmente dal consumo locale (anziché dalle esportazioni), devono applicare prezzi sufficientemente alti per mantenere la loro attività.
Allo stesso tempo, il costo della vita in Israele è già tra i più alti dell'OCSE e qualsiasi aumento può essere doloroso per la maggior parte della popolazione.
Israele potrebbe decidere semplicemente di rinunciare a un proprio settore lattiero-caseario locale al di fuori dei produttori boutique e puntare invece sulle importazioni. Tuttavia, data la storica ostilità nei confronti di Israele, questo è considerato un rischio che non può essere corso. Israele deve mantenere almeno un livello minimo di sicurezza alimentare.
(Israel Heute, 6 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dopo la caduta di Maduro, gli ebrei del Venezuela non osano ancora gioire
Dopo decenni di repressione, discorsi antisemiti e violenze politiche, i leader ebrei esitano a gioire per il cambio di regime
di Zev Stub
Nel complesso, la piccola comunità ebraica del Venezuela ha assunto un atteggiamento piuttosto attendista dopo la cattura del dittatore Nicolas Maduro durante un'operazione militare statunitense condotta sabato scorso.
Gli ebrei di Caracas, la capitale venezuelana, mostrano un cauto ottimismo riguardo alle prospettive di un cambio di regime, tenuti nella paura di ritorsioni da decenni di repressione e da un apparato statale sostanzialmente immutato, con un futuro ancora incerto all'orizzonte.
“Tutti sono felici di questa notizia, ma bisogna essere molto cauti”, afferma Daniel Behar, che ha lasciato il Venezuela per Israele 20 anni fa, quando il regime autoritario si stava formando attorno al predecessore di Maduro, Hugo Chávez. "Si teme che la comunità ne pagherà le conseguenze un po' più tardi. »
Maduro, che si era alleato con l'Iran e aveva fatto proprio un discorso largamente antisionista, è stato catturato dai militari americani durante un'operazione a sorpresa condotta a Caracas e dintorni nelle prime ore del giorno, sabato scorso. Il leader deposto e sua moglie sono stati trasferiti a New York per essere entrambi processati da un tribunale federale per traffico di stupefacenti.
Quando si è diffusa la notizia della cattura di Maduro, gli esiliati venezuelani sono scesi in strada per sventolare bandiere e festeggiare la notizia a Madrid o Santiago. Si stima che otto milioni di venezuelani siano fuggiti dall'estrema povertà e dalla repressione politica, a cominciare da gran parte della comunità ebraica, che un tempo contava decine di migliaia di membri.
A Caracas, invece, le strade sono rimaste tranquille dopo questa operazione a sorpresa, e l'esercito venezuelano ha annunciato di riconoscere Delcy Rodriguez, vice presidente di Maduro, come presidente ad interim, invitando la popolazione a riprendere la vita normale.
L'amministrazione Trump afferma di essere pronta a collaborare con ciò che resta del governo Maduro, a condizione che siano garantiti gli obiettivi di Washington, a cominciare dall'accesso degli investimenti americani alle enormi riserve di petrolio greggio del Venezuela.
Le violenze e le minacce passate delle autorità nei confronti delle istituzioni ebraiche – minacce di espropriare scuole o ristoranti di proprietà di ebrei – spiegano perché i membri della comunità esitano a rallegrarsi troppo presto, ritiene Behar.
«Il gran rabbino della comunità ha raccomandato più volte di non opporsi pubblicamente al governo», ricorda. «Per paura che, se succede qualcosa, il resto della popolazione se la prenda con Israele e gli ebrei». »
La comunità ebraica del Venezuela è in allerta da quando Rodríguez ha accusato l'attacco americano contro Maduro di avere «una connotazione sionista».
Gustavo Aristegui, diplomatico e analista spagnolo molto prolifico sulla questione del regime venezuelano, la considera «uno dei membri più pericolosi dell'attuale regime».
«La popolazione ebraica è in attesa», ritiene Samy Yecutieli, membro del Forum sulla sicurezza della Camera di commercio Israele-America Latina. «Tutti si mostrano piuttosto discreti. Il regime continua a controllare tutto e la repressione potrebbe ancora rivelarsi molto dura».
Tuttavia, regna anche una forma di cauto ottimismo, aggiunge Yecuteli. L'ex deputata María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la pace, si è detta favorevole alla ripresa delle relazioni diplomatiche con Israele.
«Sarebbe molto vantaggioso per Israele e per la comunità ebraica locale», ritiene Yecutieli.
Per Donna Benzaquen, una ragazza di 17 anni originaria di Caracas che studia al Midreshet Lindenbaum, membro della rete Ohr Torah Stone a Gerusalemme, i prossimi mesi saranno determinanti per il suo paese natale, di cui osserva i tumulti a distanza.
«Amo il Venezuela, ma non riesco a immaginarmi un futuro lì», confida. «Spero solo che le cose migliorino per la mia famiglia e il resto della popolazione».
• Maree mutevoli
La presenza ebraica in Venezuela risale ad almeno 200 anni fa, più o meno al momento in cui il Paese ottenne l'indipendenza dalla Spagna, nel 1821. Sebbene gli ebrei convertiti con la forza al cristianesimo potessero essere arrivati secoli prima, la prima menzione dell'esistenza di comunità ebraiche li colloca in città costiere come Coro o Caracas, nella persona di ebrei sefarditi molto attivi nel commercio e negli affari.
Nel XX secolo, secondo diverse stime, le successive ondate di immigrazione hanno gonfiato le fila della comunità, che prima dell'ascesa al potere di Chávez, nel 1999, contava tra i 25.000 e i 45.000 ebrei.
Negli anni successivi, molti venezuelani hanno lasciato il Paese quando il governo ha iniziato ad attaccare apertamente i suoi oppositori e a nazionalizzare l'economia, confiscando le ricchezze e riducendo la popolazione alla povertà, una tendenza che si è solo accentuata quando Maduro è succeduto a Chávez nel 2013.
Si stima che il 25% della popolazione venezuelana abbia abbandonato il Paese negli ultimi vent'anni, con una comunità ebraica che secondo le ultime stime conta ormai solo 4.000-6.000 persone.
Durante il mandato di questi due leader, il Paese si è apertamente avvicinato all'Iran ed è diventato un rifugio per il gruppo terroristico libanese Hezbollah: entrambi utilizzano infatti le sue vaste reti di traffico di droga e riciclaggio di denaro a vantaggio delle loro attività terroristiche. Il Venezuela ha inoltre adottato una posizione ferocemente anti-israeliana e filopalestinese.
“Un tempo era il Paese più ricco del Sud America e uno dei più ricchi del mondo”, ricorda Arie Kacowicz, titolare della cattedra di relazioni internazionali Chaim Weizmann e professore di relazioni internazionali all'Università Ebraica di Gerusalemme. «La comunità ebraica era piuttosto ricca e per lo più filoisraeliana, ma dieci anni dopo l'ascesa al potere di Chávez, il Paese ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. Da allora, l'antisemitismo è stato sporadico».
Oggi, l'antisemitismo in Venezuela è essenzialmente opera del potere politico ed è legato al conflitto israelo-palestinese, mentre i media ufficiali diffondono un discorso antisionista basato sui classici cliché antisemiti.
«Il governo rivoluzionario di sinistra nutre una sfiducia e un odio intrinseci nei confronti della comunità ebraica, che tuttavia non è perseguitata a causa della sua ebraicità», afferma Aristegui, che aggiunge: «Sono perseguitati soprattutto perché si oppongono al regime e alle sue relazioni con l'Iran e Hezbollah». »
Behar è pienamente d'accordo con questo modo di vedere le cose.
«L'antisemitismo in Venezuela non ha nulla a che vedere con quello che prevale in Europa», spiega. «È legato soprattutto alla questione palestinese, incoraggiata dalla dittatura. La popolazione ha problemi ben più importanti da affrontare».
• Una violenta repressione
A causa della repressione politica endemica in tutto il Paese, gli ebrei non possono esprimersi liberamente contro le posizioni o le politiche anti-israeliane che privano la comunità delle sue risorse.
«Bisogna tenere presente che stiamo parlando di uno dei Paesi più violenti al mondo», sottolinea Aristegui.
«Il regime continua a brandire la minaccia della violenza per reprimere il popolo».
Se è vero che i crimini violenti sono diminuiti notevolmente dal loro picco storico, a metà dello scorso decennio, il tasso di omicidi rimane uno dei più alti al mondo. Secondo Aristegui, il governo ne approfitta per mettere a tacere i suoi oppositori.
“Spesso, ciò che sembra un'aggressione per strada o una rapina a mano armata che costa la vita a un'intera famiglia, è in realtà un omicidio politico”, sostiene. “La comunità ebraica è particolarmente vulnerabile a questi attacchi, il che spiega perché prendono posizione contro il regime solo dopo aver lasciato il Paese”.
Secondo Aristegui, il Venezuela ospita campi di addestramento terroristici di Hezbollah e gestisce una vasta rete di traffico di Captagon, uno stimolante illegale.
«Il Venezuela è il più importante alleato di Teheran in America Latina», riassume Aristegui. «Da 27 anni, il suo rapporto con Hezbollah e l'Iran si è rivelato molto redditizio».
«Speriamo che tutto questo finisca con la caduta del regime», conclude.
(The Times of Israel, 5 gennaio 2026)
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Proteste dopo il riconoscimento israeliano del Somaliland
GERUSALEMME / HARGEISA – Il riconoscimento della Repubblica del Somaliland da parte di Israele ha scatenato proteste. Martedì, in diverse città somale, la popolazione ha manifestato contro questa decisione. A Guriceel, uno dei leader religiosi locali, lo sceicco Ahmed Moalim, ha dichiarato: «Non abbiamo nulla in comune con Israele». Ha messo in guardia la popolazione del Somaliland dall'avvicinarsi a Israele. Anche nella capitale Mogadiscio si sono tenute manifestazioni di protesta.
Il 26 dicembre il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu (Likud), il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar (Nuova Speranza) e il presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi hanno firmato un accordo. In esso dichiarano il reciproco riconoscimento dei due paesi e annunciano l'apertura di ambasciate.
Il Somaliland si trova di fronte allo Yemen, nell'Africa orientale, e la sua capitale è Hargeisa. Confina con Gibuti, l'Etiopia e la Somalia. Già nel 1960 aveva dichiarato la sua indipendenza dal Regno Unito. All'epoca, 35 paesi riconobbero lo Stato, tra cui Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Israele. Tuttavia, dopo solo un mese, il Somaliland, di impronta democratica, entrò in “unione” con la Somalia e da allora appartenne al paese governato in parte da un regime musulmano repressivo. Quando nel 1991 dichiarò nuovamente la propria indipendenza, questo passo non ottenne più il riconoscimento internazionale.
Il vice ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Jonathan Miller ha fatto riferimento a questo contesto storico in una sessione speciale del Consiglio di sicurezza mondiale. Il riconoscimento non sarebbe quindi “né provocatorio né innovativo”, ma piuttosto la “conferma di una realtà consolidata da tempo”. La mossa è “in linea con i valori che questo Consiglio deve sostenere”. Potrebbe rafforzare la stabilità nel Corno d'Africa.
• “Un paese, un popolo, una religione”
Il diplomatico somalo Abukar Dahir Osman ribatte che è scandaloso che un paese che “lascia morire di fame Gaza” “ci dia lezioni oggi”. La Somalia è “un paese, un popolo, una religione”. I cittadini hanno lottato insieme per l'indipendenza. Sono uniti nella lotta al terrorismo nel Corno d'Africa.
Molti inviati al Consiglio di sicurezza hanno condannato la decisione israeliana. Durante la riunione sono state anche sollevate accuse secondo cui Israele vorrebbe insediare i palestinesi della Striscia di Gaza in Somaliland contro la loro volontà.
L'ambasciatrice aggiunta degli Stati Uniti, Tammy Bruce, ha invece dichiarato che Israele ha “lo stesso diritto di intrattenere relazioni diplomatiche di qualsiasi altro Stato sovrano”. Negli ultimi mesi diversi paesi hanno riconosciuto uno “Stato palestinese inesistente”. “Non è stata convocata alcuna riunione d'urgenza per esprimere il disappunto di questo Consiglio”.
Bruce ha aggiunto: “Il persistente doppio standard di questo Consiglio e la sua attenzione fuorviante lo distraggono dal suo compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali”. Tuttavia, non ha rilasciato alcuna dichiarazione sul Somaliland. Ha sottolineato che non vi è alcun cambiamento nella politica americana.
• “Israele ha portato alla luce la verità soppressa”
L'ufficio presidenziale del Somaliland ha sottolineato su X: “Israele ha portato alla luce la verità soppressa e la legittimità storica del Somaliland, a lungo negata. Per la prima volta da quando il Somaliland ha ripristinato la sua indipendenza, il Consiglio di sicurezza ha discusso lo status del Somaliland sulla base di prove documentate, continuità storica e fatti accertati”. Il Consiglio non ha adottato misure legali, motivo per cui lo status della Repubblica non è più in discussione. L'azione di Israele nella riunione d'urgenza ha messo in luce la legittimità storica del Somaliland, che è stata ignorata per decenni.
Il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha condannato il riconoscimento, affermando che rappresenta una minaccia per la stabilità nel Corno d'Africa. Martedì si è recato in Turchia per delle consultazioni. Durante un incontro, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan gli ha dato ragione: “A nostro avviso, preservare l'unità e l'integrità della Somalia in ogni circostanza riveste un'importanza particolare. La decisione di Israele di riconoscere il Somaliland è illegittima e inaccettabile”.
Erdogan ha annunciato che la Turchia intende iniziare nel nuovo anno le trivellazioni al largo delle coste della Somalia alla ricerca di petrolio e gas. A tal fine è stato stipulato un accordo bilaterale. La sua flotta sarà ampliata con due nuove navi di trivellazione. Mohamud ha affermato che «la posizione aggressiva di Netanyahu, che coinvolge anche la Somalia, è inaccettabile». L'accordo viola il diritto internazionale. Con esso iniziano “insicurezza e instabilità, soprattutto per la Somalia e la regione africana”.
• Critiche da parte della Lega Araba, dell'UE e della Cina
Anche la Lega Araba, l'Unione Africana e l'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) hanno criticato l'accordo. L'Unione Europea ha chiesto che venga preservata l'integrità della Somalia. Ha invitato al dialogo tra il governo nazionale somalo e il Somaliland. Anche l'Iran, l'Arabia Saudita e la Cina si sono unite alle critiche.
Anche l'Autorità Palestinese (AP) e il gruppo terroristico Hamas hanno condannato la mossa diplomatica. Sabato la milizia somala Al-Shabab, legata alla rete terroristica Al-Qaeda, ha lanciato una minaccia: combatterà ogni tentativo israeliano di “rivendicare o utilizzare parti del Somaliland”, secondo quanto riportato dall'emittente qatariota “Al-Jazeera”.
• Taiwan accoglie con favore la decisione israeliana
Taiwan, rivendicata dalla Cina, ha invece accolto con favore la decisione israeliana. Il 28 dicembre il Ministero degli Esteri ha dichiarato che Taiwan, Israele e Somaliland sono tutti “partner democratici che condividono gli stessi valori di democrazia, libertà e Stato di diritto”. La mossa faciliterà la cooperazione trilaterale.
Nell'agosto 2020 Taiwan ha aperto una rappresentanza ufficiale a Hargeisa. Un mese dopo, la rappresentanza diplomatica del Somaliland ha iniziato la sua attività a Taipei. Lo scorso luglio Taiwan e Somaliland hanno firmato un accordo di cooperazione bilaterale in materia di guardia costiera: insieme vogliono garantire la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.
Oltre a Taiwan e ora Israele, nessun altro Paese ha finora riconosciuto il Somaliland. Netanyahu ha scritto su X: “Questa dichiarazione è nello spirito degli accordi di Abramo”. Questi accordi con Israele sono stati firmati dal 2020 dagli Emirati Arabi Uniti, dal Bahrein, dal Marocco, dal Sudan e dal Kazakistan.
Mercoledì il ministero degli Esteri israeliano ha sottolineato che l'Unione Africana ha cambiato rotta. Su X ha citato una dichiarazione dell'Unione del 2005: “Il fatto che l'unione tra Somaliland e Somalia non sia mai stata ratificata e non abbia funzionato quando è entrata in vigore dal 1960 al 1990 rende la ricerca del riconoscimento da parte del Somaliland storicamente unica e giustificata dalla storia politica dell'Africa”.
(Israelnetz, 5 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Prima o poi la politica delle chiacchiere deve finire”
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Sia l'intervento americano in Venezuela che la decisa azione militare di Israele in Medio Oriente segnano il passaggio da una politica di “pazienza strategica”, o meglio, da una politica di “bla bla bla”, a un'era di distruzione proattiva. L'arresto di Nicolas Maduro e di sua moglie da parte delle forze speciali americane e l'eliminazione sistematica dei leader terroristici da parte delle forze di sicurezza israeliane negli ultimi due anni segnano la fine delle minacce vuote. Stiamo assistendo al passaggio a una politica mondiale basata su fatti concreti, in cui la fusione operativa tra Washington e Gerusalemme crea una nuova e inesorabile realtà. L'immunità dei leader autocratici e dei signori del terrore è stata definitivamente revocata. La fase delle vuote minacce e delle lunghe dichiarazioni diplomatiche è finita. Oggi ciò che conta è l'esecuzione immediata. Come ha detto ieri il senatore repubblicano Lindsay Graham ai media israeliani: “Se fossi il leader dell'Iran, andrei in moschea a pregare”.
Questo nuovo ordine mondiale abolisce l'immunità di cui godevano finora i regimi autocratici. Chi esporta il terrorismo o mina la stabilità globale sarà ora chiamato a rispondere personalmente delle proprie azioni, invece di essere combattuto solo tramite dei rappresentanti. Il messaggio a Teheran è inequivocabile: gli Stati Uniti e Israele agiscono come due bracci della stessa unità strategica. Mentre Washington smantella i nodi finanziari e logistici in America Latina, Gerusalemme neutralizza le infrastrutture militari sul posto. Questo attacco coordinato priva Hezbollah della sua base finanziaria globale e lo indebolisce direttamente ai confini di Israele.
Particolarmente profonde sono le ripercussioni sui movimenti di protesta interni in Iran. Il caso di Maduro funge da potente catalizzatore per la resistenza civile, dimostrando che anche le dittature più radicate possono crollare in brevissimo tempo se viene meno la protezione esterna e la pressione internazionale si traduce in azioni concrete. La barriera psicologica dell'invincibilità del regime è stata infranta.
Quando l'“asse della resistenza” in un luogo così centrale come il Venezuela crolla come un castello di carte, il coraggio del popolo iraniano di rivendicare il destino di Maduro anche per i propri leader aumenta. Ricordiamo che, dopo una settimana di sanguinosi disordini in Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha già tracciato tre giorni fa una nuova linea rossa con una minaccia inequivocabile su Truth Social, che ora appare ancora più rossa di prima. Se il regime dei mullah aprirà il fuoco sui manifestanti pacifici, gli Stati Uniti interverranno direttamente. “Siamo pronti ad agire”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti.
Con la destituzione del regime di Maduro da parte dei commando statunitensi, è stato distrutto il più importante avamposto finanziario dell'“asse della resistenza” nell'emisfero occidentale. Questo colpo ha un effetto sinergico con la strategia israeliana in Medio Oriente. Mentre Israele decima l'infrastruttura militare di Hezbollah e dell'Iran sul posto ed elimina i loro vertici, il governo statunitense, con l'intervento a Caracas, priva questi attori del terrorismo della loro struttura logistica e finanziaria. Per anni il Venezuela è stato il centro nevralgico del riciclaggio dell'oro e del traffico di droga, con cui veniva finanziato il terrorismo contro Israele. Questo “bancomat globale” è ora sigillato.
Dopo l'intervento in Venezuela, questo avvertimento è molto più che retorica. Mentre Trump dichiara ufficialmente l'offensiva contro il Venezuela come una guerra contro il terrorismo della droga, i cartelli e la criminalità transfrontaliera, ciò serve principalmente come pretesto negoziabile dal punto di vista del diritto internazionale e della politica interna. Tuttavia, chi si ferma all'analisi della lotta alla droga non comprende la dimensione del gioco. La criminalità legata alla droga è solo la chiave per aprire la porta. Secondo diversi esperti nel Paese e negli Stati Uniti, dietro di essa si nasconde una lotta di potere molto più violenta per la supremazia energetica, la sovranità tecnologica e il riassetto del controllo globale. Il Venezuela è un crocevia energetico strategico. Nell'ultimo decennio, circa il 90% del petrolio venezuelano è stato esportato in Cina, non attraverso il libero mercato, ma come rimborso diretto del debito. Ciò ha garantito a Pechino un approvvigionamento energetico economico, stabile e protetto dal punto di vista geopolitico. Per Donald Trump, questo radicamento energetico di una grande potenza rivale nel mezzo dell'emisfero occidentale rappresenta un superamento inaccettabile dei limiti.
In definitiva, non importa se la motivazione ufficiale di Washington corrisponda alla verità o serva solo come alibi strategico. Nella dura valuta della geopolitica, i pretesti sono spesso solo gli strumenti necessari per creare fatti irreversibili. L'intervento coordinato degli Stati Uniti in Venezuela e l'azione risoluta di Israele in Medio Oriente dimostrano che ci troviamo in una fase in cui gli obiettivi strategici non vengono più raggiunti con frasi diplomatiche di circostanza, ma con l'esecuzione operativa.
Lo smantellamento del regime di Maduro sotto la bandiera della lotta alla droga è l'alibi perfetto per eliminare la testa di ponte energetica della Cina nell'emisfero occidentale e, allo stesso tempo, privare Hezbollah della sua base finanziaria. È una politica d'azione che rompe lo stallo decennale. Questa nuova dinamica tra Washington e Gerusalemme mira a smantellare fisicamente le reti destabilizzanti da Teheran a Caracas. Alla fine, ciò che conta è solo il risultato, la creazione di un nuovo ordine globale che, secondo le legittime speranze, porterà a un mondo più sicuro e stabile per tutti noi grazie alla destituzione delle reti autocratiche e delle strutture terroristiche. Ma, onestamente, nessuno può davvero garantirlo, e sono ben consapevole che l'intera analisi potrebbe rivelarsi un fallimento e portare a una guerra globale. Ma a un certo punto bisogna davvero smetterla con le chiacchiere diplomatiche in politica e passare all'azione.
I capi di Stato europei si trovano di fronte a una decisione esistenziale: vogliono continuare a perseguire una politica di infinite chiacchiere mentre il mondo intorno a loro viene riorganizzato dai fatti? L'era degli avvertimenti senza conseguenze è finita. Di fronte alla massiccia pressione esercitata dai problemi irrisolti della migrazione araba all'interno e dalla nuova determinazione dell'asse Washington-Gerusalemme all'esterno, l'esitazione finora è diventata un lusso pericoloso. Naturalmente tutto ha i suoi rischi, ma ancora più pericoloso è non fare nulla. L'Europa non può più permettersi di stare ai margini della storia. Mentre gli Stati Uniti e Israele tracciano la rotta strategica con operazioni militari in Venezuela e in Medio Oriente, Bruxelles deve decidere: o si aderisce a questa politica dell'azione per salvaguardare i propri interessi di sicurezza e la stabilità interna, oppure si sprofonda nell'irrilevanza geopolitica.
Penso che sia chiaro: chi in un mondo di fatti si limita a parlare, non solo viene ignorato, ma perde anche il controllo sul proprio futuro.
(Israel Heute, 4 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“… gli Stati Uniti e Israele agiscono come due bracci della stessa unità strategica... la nuova determinazione dell’asse Washington-Gerusalemme... ” E questo dovrebbe rassicurare chi ha a cuore la sorte di Israele? Trump ha fatto un discorso in stile hitleriano: esaltazione di una real politik che trova la sua giustificazione nel fatto compiuto. Vincere è il nostro destino, pensa l’hitleriano, perché la nostra nazione lo vuole, per il suo bene, che naturalmente coincide con il bene del mondo, o dell’emisfero occidentale, che per i liberal è la stessa cosa. L’impresa venezuelana degli Stati Uniti può essere interpretata come un'espressione di debolezza, non di forza: un segno avanzato di declino. E non è consolante sapere che gli Usa si presentano o sono pensati in simbiosi con Israele. M.C.
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 15
Secondo peccato di Saul dopo la sua vittoria su Amalec
- Samuele disse a Saul: “L'Eterno mi ha mandato per ungerti re del suo popolo Israele; ascolta dunque quello che ti dice l'Eterno. Così parla l'Eterno degli eserciti: 'Io ricordo ciò che Amalec fece a Israele quando gli si oppose nel viaggio mentre saliva dall'Egitto. Ora va', sconfiggi Amalec, vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene; non lo risparmiare, ma uccidi uomini e donne, fanciulli e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini'”.
- Saul dunque convocò il popolo e ne fece la rassegna in Telaim: erano duecentomila fanti e diecimila uomini di Giuda. Saul giunse alla città di Amalec, tese un'imboscata nella valle, e disse ai Chenei: “Andatevene, ritiratevi, allontanatevi dagli Amalechiti, perché io non vi distrugga insieme a loro, poiché voi avete usato benevolenza verso tutti i figli d'Israele quando salirono dall'Egitto”. Così i Chenei si ritirarono dagli Amalechiti. Saul sconfisse gli Amalechiti da Avila fino a Sur, che sta di fronte all'Egitto. Prese vivo Agag, re degli Amalechiti, e votò allo sterminio tutto il popolo, passandolo a fil di spada. Ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio delle pecore, dei buoi, gli animali della seconda figliatura, gli agnelli e tutto quel che c'era di buono; non vollero votarli allo sterminio, ma votarono allo sterminio tutto ciò che non aveva valore ed era scadente.
- Allora la parola dell'Eterno fu rivolta a Samuele, dicendo: “Io mi pento di avere stabilito re Saul, perché si è sviato da me e non ha eseguito i miei ordini”. Samuele ne fu irritato e gridò all'Eterno tutta la notte. Poi si alzò la mattina di buon'ora e andò incontro a Saul; ma vennero a dire a Samuele: “Saul è andato a Carmel, e là si è eretto un monumento; poi se n'è ritornato e, passando oltre, è sceso a Ghilgal”. Samuele si recò da Saul; e Saul gli disse: “L'Eterno ti benedica! Io ho eseguito l'ordine dell'Eterno”. E Samuele disse: “Che cos'è dunque questo belare di pecore che mi giunge agli orecchi e questo muggire di buoi che sento?”. Saul rispose: “Sono bestie condotte dal paese degli Amalechiti; perché il popolo ha risparmiato il meglio delle pecore e dei buoi per farne dei sacrifici all'Eterno, al tuo Dio; il resto, però, l'abbiamo votato allo sterminio”.
- Allora Samuele disse a Saul: “Basta! Io ti annuncerò quello che l'Eterno mi ha detto stanotte!”. E Saul gli disse: “Parla”. E Samuele disse: “Non è forse vero che quando ti reputavi piccolo sei divenuto capo delle tribù d'Israele, e l'Eterno ti ha unto re d'Israele? L'Eterno ti aveva dato una missione, dicendo: 'Va', vota allo sterminio quei peccatori degli Amalechiti, e fa' loro guerra finché siano sterminati'. E perché dunque non hai ubbidito alla voce dell'Eterno? Perché ti sei gettato sul bottino e hai fatto ciò che è male agli occhi dell'Eterno?”.
- E Saul disse a Samuele: “Ma io ho ubbidito alla voce dell'Eterno, ho compiuto la missione che l'Eterno mi aveva affidato, ho condotto qui Agag, re di Amalec, e ho votato allo sterminio gli Amalechiti; ma il popolo ha preso, fra il bottino, delle pecore e dei buoi come primizie di ciò che doveva essere sterminato, per farne dei sacrifici all'Eterno, al tuo Dio, a Ghilgal”.
- Allora Samuele disse: “L'Eterno gradisce gli olocausti e i sacrifici quanto l'ubbidire alla sua voce? Ecco, l'ubbidienza è meglio del sacrificio, e dare ascolto vale più del grasso dei montoni; poiché la ribellione è come il peccato della divinazione, e l'ostinatezza è come l'adorazione degli idoli e degli dèi domestici. Poiché tu hai rigettato la parola dell'Eterno, anch'egli ti rigetta come re”.
- Allora Saul disse a Samuele: “Io ho peccato, poiché ho trasgredito il comandamento dell'Eterno e le tue parole; io ho temuto il popolo, e ho dato ascolto alla sua voce. Ora dunque, ti prego, perdona il mio peccato, ritorna con me, e io mi prostrerò davanti all'Eterno”. Samuele disse a Saul: “Io non ritornerò con te, poiché hai rigettato la parola dell'Eterno, e l'Eterno ha rigettato te perché tu non sia più re sopra Israele”. E come Samuele si voltava per andarsene, Saul lo prese per il lembo del mantello, che si strappò.
- Allora Samuele gli disse: “L'Eterno strappa oggi di dosso a te il regno d'Israele e lo dà a un altro, che è migliore di te. E colui che è la gloria d'Israele non mentirà e non si pentirà; poiché egli non è un uomo perché debba pentirsi”.
- Allora Saul disse: “Ho peccato; ma tu adesso onorami, ti prego, in presenza degli anziani del mio popolo e in presenza d'Israele; ritorna con me e io mi prostrerò davanti all'Eterno, al tuo Dio”. Samuele dunque ritornò, seguendo Saul, e Saul si prostrò davanti all'Eterno. Poi Samuele disse: “Conducetemi qui Agag, re degli Amalechiti”. E Agag venne da lui incatenato. E Agag diceva: “Certo, l'amarezza della morte è passata”. Samuele gli disse: “Come la tua spada ha privato le donne di figli, così tua madre sarà privata di figli fra le donne”. E Samuele fece squartare Agag in presenza dell'Eterno a Ghilgal.
- Poi Samuele se ne andò a Rama, e Saul salì a casa sua, a Ghibea di Saul. E Samuele, finché visse, non andò più a vedere Saul, perché Samuele faceva cordoglio per Saul; e l'Eterno si pentì di avere fatto Saul re d'Israele.
(Notizie su Israele, 5 gennaio 2026)
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ZAKA: l’organizzazione israeliana impegnata nelle emergenze e nel recupero delle vittime
di Michelle Zarfat
ZAKA è una delle principali organizzazioni di risposta alle emergenze e di recupero delle vittime in Israele e all’estero, nota per il suo intervento in scenari di eventi traumatici, catastrofi e attacchi terroristici. Fondata ufficialmente nel 1995, l’organizzazione ha le sue radici negli anni precedenti, quando già negli anni della Prima Intifada operava sul campo per dare dignità alle vittime di attentati e disastri. Il nome ZAKA deriva dall’acronimo ebraico di ‘Zihuy Korbanot Ason’, che si traduce in “identificazione delle vittime di disastri”. In linea con il suo motto operativo — “Salvare chi può essere salvato, onorare chi non ce l’ha fatta” — l’organizzazione svolge un lavoro specialistico nelle fasi più delicate di una crisi: dal primo soccorso, alla ricerca e al recupero dei corpi, fino al loro trattamento e al coordinamento con le autorità locali.
L’attività di ZAKA non si limita alla gestione delle conseguenze di atti di terrorismo: l’organizzazione interviene anche in disastri naturali, incidenti gravi, situazioni di emergenza civile e in eventi traumatici di varia natura. Nel corso degli anni, i volontari di ZAKA sono stati all’opera anche in missioni internazionali, dai terremoti in Asia alle operazioni di soccorso dopo attacchi in varie parti del mondo. Il gruppo è composto da migliaia di volontari che operano 24 ore su 24 e viene riconosciuto come parte fondamentale delle risposte civili alle emergenze in Israele. Nel 2025, secondo il rapporto annuale dell’organizzazione, ZAKA ha risposto a oltre 7.000 casi, mostrando l’ampiezza e la costanza del suo impegno sia a livello nazionale sia internazionale.
Il lavoro di ZAKA è noto anche grazie ad un contesto europeo recente: dopo la tragedia di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove un’esplosione e un incendio hanno causato numerose vittime e feriti, è stata inviata una squadra specializzata nel riconoscimento dei corpi carbonizzati grazie alla competenza specifica sviluppata negli anni nella gestione di scenari complessi e traumatici. Questa presenza internazionale non è un episodio isolato: il team di ZAKA è stato inviato anche in contesti di crisi all’estero, come è accaduto in Australia dopo un attacco a Bondi Beach, dove i volontari hanno affiancato le autorità locali nelle operazioni di ricerca e recupero, con particolare attenzione alla dignità delle vittime secondo usanze e procedure condivise. ZAKA è un’organizzazione di volontariato che, pur avendo un forte legame con le comunità locali in Israele, è aperta a persone di varia estrazione sociale, religiosa e culturale, unite dal principio di ‘Hessed veEmet’, un concetto che implica assistenza umana senza aspettative di ritorno. Nel corso degli anni, l’organizzazione ha ricevuto anche riconoscimenti internazionali, tra cui uno status consultivo presso l’ONU, riconoscimento che riflette l’importanza percepita del suo ruolo nelle operazioni umanitarie su scala globale.
(Shalom, 5 gennaio 2026)
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La fuga dei cervelli accademici diventa un pericolo strategico
TEL AVIV / GERUSALEMME – Israele sta perdendo sempre più uno dei suoi pilastri fondamentali: gli scienziati altamente qualificati. Nuovi dati dell'Ufficio centrale di statistica (CBS) mostrano che dal 2023, per la prima volta, il numero di accademici israeliani che lasciano il Paese è superiore a quello di coloro che vi fanno ritorno. Particolarmente colpiti sono settori chiave come la matematica, l'informatica, le scienze naturali e la medicina, ovvero proprio quei campi su cui si basa la forza economica, tecnologica e di sicurezza di Israele.
Secondo i dati del CBS, nel 2024 circa 54.800 laureati delle università israeliane vivevano all'estero da almeno tre anni. Ciò corrisponde al 6,2% di tutti i laureati, ma quasi al 12% di tutti i dottori di ricerca. In alcune discipline le cifre sono nettamente più elevate: più di un quarto dei dottori di ricerca in matematica e quasi il 22% degli informatici hanno lasciato Israele.
• Inversione di tendenza dal 2023
Per anni l'emigrazione dal mondo scientifico è stata considerata un fenomeno temporaneo: molti israeliani acquisivano esperienza all'estero e poi tornavano. Ma questa dinamica si è invertita. Dal 2022 il numero di rimpatriati è in calo, mentre quello degli emigranti a lungo termine è in aumento. Il 2023 segna una svolta: per la prima volta il numero di emigranti supera quello dei rimpatriati.
I comitati direttivi accademici parlano di un segnale d'allarme. Il Consiglio dei presidenti delle università di ricerca israeliane ha dichiarato al quotidiano “Yediot Aharonot” che Israele investe ingenti fondi pubblici nella formazione dei suoi migliori cervelli, ma li perde “nel momento della verità”. Ciò riguarda in egual misura l'alta tecnologia, la ricerca, la sicurezza e la resilienza nazionale.
• Guerra, insicurezza e isolamento internazionale
Le cause sono molteplici e derivano in parte da fattori strutturali e in parte da fattori esterni al sistema. Negli ultimi anni, la guerra, l'instabilità politica e, sempre più, anche la pressione internazionale sulle università israeliane hanno favorito il trasferimento all'estero.
Per molti scienziati israeliani, una carriera accademica all'estero è più attraente per ragioni strutturali. Le università internazionali di punta, in particolare negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale, offrono molti più posti di lavoro a tempo indeterminato, migliori prospettive di carriera e stipendi più alti.
E anche coloro che rimangono sono spesso critici nei confronti del proprio governo. Ad esempio, il presidente dell'Accademia israeliana delle scienze David Harel, che si è apertamente espresso a favore di un cambio di governo e in un articolo pubblicato sul quotidiano FAZ ha affermato: “Il danno che l'attuale governo ha arrecato alla nostra democrazia dal suo insediamento alla fine del 2022 è grave”. L'insoddisfazione politica è quindi un'altra causa dell'emigrazione.
Allo stesso tempo, si moltiplicano le misure di boicottaggio contro le istituzioni accademiche israeliane. Università e associazioni professionali in Norvegia, Spagna, Belgio, Irlanda, Paesi Bassi e Brasile hanno sospeso o interrotto le collaborazioni. Anche grandi associazioni scientifiche rifiutano di collaborare. La motivazione addotta è che le università israeliane sarebbero “coinvolte” nella politica statale o nelle strutture militari.
Sebbene molte istituzioni rifiutino un boicottaggio accademico generalizzato e facciano riferimento alla libertà di ricerca e insegnamento, di fatto la pressione sta aumentando, soprattutto sui programmi di finanziamento internazionali.
• Pericolo per la ricerca e l'innovazione
Particolarmente esplosivo è lo sviluppo a livello europeo. Lo Stato ebraico è stato finora un partner importante nel programma di ricerca dell'UE “Horizon Europe” e dal 2021 ha ricevuto circa 876 milioni di euro netti in finanziamenti. Si sta discutendo una sospensione temporanea di Israele dal programma, in particolare in settori con potenziali applicazioni militari come l'intelligenza artificiale, la sicurezza informatica o la tecnologia dei droni.
Non tutti i ricercatori israeliani considerano i boicottaggi accademici un fattore decisivo. Tuttavia, anche i critici ammettono che, se le collaborazioni, i finanziamenti e i progetti prestigiosi venissero a mancare, Israele perderebbe attrattiva come sede di ricerca, indipendentemente dalla valutazione politica.
• Quando i talenti se ne vanno e non tornano
All'interno di Israele, l'effetto è amplificato da un'ondata generale di emigrazione. Tra l'inizio del 2022 e la metà del 2024, più di 125.000 israeliani hanno lasciato il Paese: la più alta perdita di capitale umano in un periodo di tempo così breve. Secondo uno studio dell'Istituto israeliano per la democrazia, il 27% della popolazione sta ora prendendo in considerazione un passo del genere.
Per la scienza questo significa che chi se ne va oggi spesso non torna più. Le reti internazionali, le attrezzature migliori, le strutture di sostegno stabili e la tranquillità politica rendono le università occidentali sempre più attraenti.
• Un pericolo per il futuro
La fuga dei cervelli non è solo una conseguenza di circostanze esterne, ma anche una conseguenza delle strutture carenti all'interno del sistema. Senza investimenti mirati nella ricerca, nei collegamenti internazionali e nella stabilità a lungo termine, Israele rischia di perdere un pilastro fondamentale della sua forza.
(Israelnetz, 5 gennaio 2026)
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Un padre palestinese rivela come Hamas manipola e ricatta gli adolescenti di Gaza per arruolarli nelle fila del terrorismo
di Dana Ben Shimon
Mentre Israele e Stati Uniti continuano a insistere sulla necessità che Hamas deponga le armi, il gruppo terrorista sta riaffermando il controllo su alcune parti della Striscia di Gaza reclutando nuovi membri sia nella sua ala militare che nelle strutture civili.
Un padre palestinese, che chiameremo Mustafa per motivi di sicurezza, afferma che Hamas offre denaro agli adolescenti per convincerli ad arruolarsi nel gruppo.
Parlando al Jerusalem Post, Mustafa descrive come Hamas abbia cercato di reclutare suo figlio 16enne nel centro di Gaza.
“Un giorno, tre uomini si sono avvicinati a mio figlio – racconta il padre palestinese – Non indossavano uniformi di Hamas, solo abiti normali, e gli hanno dato 200 shekel. Gli hanno detto: ‘Prendi questi soldi, comprati qualcosa’.”
Confuso il ragazzo ha chiesto loro perché gli avessero dato quei soldi. “Aiutiamo la gente”, è stata la risposta. E si sono offerti di dargli altri 1.500 shekel se avesse accettato di lavorare per loro, nelle “forze di polizia” o partecipando ad altre attività di Hamas.
“Mio figlio non sapeva cosa fare ed era spaventato – continua Mustafa – Tornato a casa, ha raccontato al fratello maggiore quello che era successo. Il fratello si è arrabbiato e ha capito subito che qualcosa non andava. Quindi gli ha detto: ‘Se tornano, non prendere niente e non parlare con loro. Digli solo che ce la caviamo e che nostro padre ci mantiene’.”
Mustafa è un sostenitore di Fatah che attualmente vive vicino a Ramallah. Ha fatto parte delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza fino al 2007, quando Hamas rovesciò l’Autorità Palestinese e prese il controllo della Striscia.
Dopo il sanguinoso colpo di stato di Hamas, come centinaia di membri delle forze di sicurezza fuggì in Cisgiordania, lasciandosi alle spalle la famiglia.
“Hamas approfitta della indigenza e delle famiglie che non hanno abbastanza cibo e altri beni di prima necessità – spiega Mustafa – Hamas ha detto a mio figlio che avrebbe addestrato all’uso delle armi lui, che ha 16 anni, e il fratello 18enne, e che avrebbe dato loro tutto ciò che volevano”.
Ma non è finita qui. Più tardi, alcuni membri di Hamas si sono recati a casa della famiglia a Gaza e hanno offerto farina e provviste alimentari alla moglie di Mustafa. “Mia moglie ha detto loro: ‘Non abbiamo bisogno di niente, mio marito ci manda dei soldi’.”
Quando lo zio del ragazzo è venuto a sapere della vicenda, si è recato a casa di uno degli agenti di Hamas e lo ha avvertito di non avvicinare più la famiglia. C’è stata un’accesa discussione, ma da allora nessuno di Hamas ha più cercato di contattare i fratelli.
“Hamas fa il lavaggio del cervello alle persone, soprattutto agli adolescenti di Gaza” dice Mustafa, aggiungendo che il gruppo terroristico inizialmente li attira con incentivi economici, ma poi li ricatta, rendendo loro quasi impossibile andarsene una volta coinvolti.
“Hamas trova il modo di attirarli – sottolinea – promettono loro cose che desiderano, ma poi se qualcuno cerca di andarsene o non vuole più essere coinvolto, iniziano a minacciarlo: ‘restituisci tutto quello che ti abbiamo dato: i soldi, le provviste di cibo’.”
Mustafa spiega che la maggior parte dei giovani non è in grado di restituire tutto, quindi non hanno altra scelta che rimanere con Hamas, anche se non vogliono.
E aggiunge: “Hamas continua a ripetergli: ‘Gli ebrei hanno preso la nostra terra, sarete degli eroi se li combatterete’. A Hamas non importa nulla della vita di questi adolescenti. Io ho spiegato ai miei figli che c’è una lotta politica tra noi e gli ebrei, ma che la resistenza deve essere pacifica. Perché dovrei mandare mio figlio a morire? Ho cresciuto i miei figli perché vivessero, si sposassero e costruissero il loro futuro, non perché andassero a morire”.
Mustafa descrive anche un altro metodo che Hamas usa per reclutare giovani palestinesi. Il gruppo arresta gli adolescenti con l’accusa di furto o possesso di droga, poi li ricatta e li costringe a lavorare per l’organizzazione.
“Un altro parente della nostra famiglia, un 17enne, è stato arrestato da Hamas – racconta – Gli hanno detto: ‘o lavori per noi o ti spariamo alle gambe’.”
Il giovane ha accettato di unirsi al gruppo dopo il rilascio. “Nel suo caso – dice Mustafa – è vero che aveva rubato qualcosa. È più che altro un ragazzo di strada. Quindi Hamas prende di mira anche i ragazzi emarginati e vulnerabili che possono essere facilmente condizionati, non solo quelli poveri”. …
Secondo fonti palestinesi, Hamas rimane particolarmente forte nella zona centrale della Striscia di Gaza, dove mantiene uno stretto controllo sulla popolazione. Stando alle fonti, il gruppo opera più liberamente in quella zona che in altre aree della Striscia e continua a utilizzare ampiamente le infrastrutture civili per riorganizzarsi e ricostruirsi.
“Se Israele non vuole un altro 7 ottobre – conclude Mustafa – deve distruggere Hamas nella zona centrale di Gaza. Se rimane potente in quest’area, sarà difficile per qualsiasi altro gruppo sostituirla e assumere il controllo”.
(Da: Jerusalem Post, 1.1.26)
(israelnet.it, 4 gennaio 2026)
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Calcio – Solomon conquista Firenze, per lui solo applausi
«Gol di Moise su cross di Solomon: una vittoria biblica». La battuta circola da ieri sera su alcuni social legati alla Curva Fiesole, a incorniciare un pomeriggio di ritrovata speranza in casa Fiorentina. Ancora ultima in classifica, anche se non più in solitaria, la squadra viola torna a credere nella salvezza grazie a una vittoria ottenuta in extremis nella gara casalinga contro la Cremonese nel 18esimo turno di serie A. Moise naturalmente è Kean, il bomber ritrovato. Solomon è invece Manor da Kfar Saba, primo acquisto del mercato invernale (è in prestito dal Tottenham via Villareal) per portare estro e imprevedibilità a un reparto offensivo finora sofferente. Buona la prima, visto che proprio Solomon ha propiziato la marcatura di Kean con un chirurgico traversone, con buona pace di alcuni esponenti politici locali insofferenti all’acquisto del calciatore israeliano e protagonisti per questo di una campagna volta a descriverlo come un sostenitore di «politiche genocidarie». Campagna strumentale e che non sembra aver attecchito negli ambienti del tifo. Alla fine della partita, per lui, ci sono stati solo applausi. a.s.
(moked, 5 gennaio 2026)
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Rallegrati pure, o giovane
di Marcello Cicchese
Rallegrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza; cammina pure nelle vie dove ti conduce il cuore e seguendo gli sguardi dei tuoi occhi; ma sappi che, per tutte queste cose, Iddio ti chiamerà in giudizio! Bandisci dal tuo cuore la tristezza, e allontana dalla tua carne la sofferenza; poiché la giovinezza e l'aurora sono vanità. Ma ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i cattivi giorni e giungano gli anni dei quali dirai: “Io non ho più alcun piacere”. (...)
Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo”. Poiché Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male. (Ecclesiaste 12:1-4,15-16).
• RALLEGRATI pure, o giovane, perché Dio ha piacere che i giovani siano allegri e si divertano; vuole che per quanto possibile tengano lontano da loro la tristezza e la sofferenza; vuole che abbiano il coraggio di desiderare la loro felicità e di ricercarla. I giovani sani ridono, scherzano e si divertono perché Dio ha voluto farli così. La naturale allegria dei giovani ci ricorda che in origine Dio ha fatto l'uomo per la gioia. La gioventù sana e allegra ci parla di un Dio che è vita, gioia, bellezza, e di un Dio che desidera ardentemente trasmettere qualcosa di queste sue qualità alle sue creature. Il profeta Zaccaria annuncia la pienezza di vita che negli ultimi tempi tornerà a pulsare in Gerusalemme con queste parole:
"E le piazze della città saranno piene di ragazzi e di ragazze che si divertiranno nelle piazze" (Zaccaria 8:5).
Ma se è volontà di Dio che i giovani siano allegri e si divertano, questo significa che i giovani non hanno alcun bisogno di cercare il loro divertimento fuori di Dio e della sua volontà. L'immagine classica di Dio come di un austero vegliardo con la barba bianca, serio e rispettabile, ma alla lunga anche un po' noioso, è difficile da cancellare dalle pieghe profonde del nostro animo. E così anche i giovani cristiani si abituano a pensare che per divertirsi hanno bisogno di "distrarsi", cioè di "tirarsi fuori" dalle cose riguardanti Dio, che per loro natura sono serie e impegnative. Si sentono un po' come a scuola: le cose serie appartengono al mondo degli adulti, e loro le accettano perché un giorno toccherà anche a loro di entrare in quel mondo, ma finita la lezione, si ricordano di essere giovani e ricominciano a scherzare. Il giovane quindi corre il rischio di considerare il suo giovanile divertirsi come una zona sua propria, un momento di distacco da quel mondo degli adulti in cui ha relegato anche Dio e tutto ciò che ha a che fare con Lui. Corre il rischio di volersi divertire dimenticando la presenza di Dio e della sua legge. E questo lo mette in una situazione infida e pericolosa, che precede l'avvicinarsi di un'infinità di dolori. Un efficace rimedio sta proprio nel permettere a Dio di rinnovare continuamente il suo invito: "Rallegrati". Il giovane che si diverte nell'ambito della legge di Dio può farlo con la buona coscienza di star ubbidendo a un ordine. Dio vuole che il giovane si rallegri. Ma forse è proprio questo che fa sembrare meno divertente il divertimento in Dio. Non è forse vero che il divertimento dei giovani è spesso legato all'idea di trasgressione? e che uno dei giochi più eccitanti sta proprio nell'infrangere le norme fissate dagli adulti? e che si ride più di gusto quando si ride in luoghi e in momenti in cui non si dovrebbe? Come si fa a divertirsi per ordine di Dio? Molto più bello è divertirsi alle spalle di Dio. Per questo è necessario che dopo aver detto: "Rallegrati", si dica anche: "Ma sappi".
• SAPPI, o giovane, che per tutto quello che fai Dio ti chiamerà in giudizio. Se per divertirti hai bisogno di stordirti, di dimenticare che esiste un Dio che ha una sua precisa volontà per te, un giorno sarai costretto a ricordare che i comandamenti di Dio non si possono trasgredire impunemente. Dio è misericordioso, ma non è un bonaccione. L'immagine del vecchio con la barba, oltre a dare l'idea di un Dio che non ha niente da spartire con l'allegria e il divertimento, favorisce anche il pensiero che con un po' di scaltrezza e furberia si possa riuscire a raggirare e abbindolare Dio, proprio come si fa con un vecchio professore rincitrullito. Ma questo è un errore fatale. Dio è misericordioso, ma per conoscere la sua misericordia l'uomo ha soltanto una possibilità: giocare a carte scoperte. Con Dio non si può barare. E neppure si può fingere, o sperare che sia distratto da questioni più importanti.
“Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male" (Ecclesiaste 12:16).
Non è forse venuto il tempo di ricordare anche ai giovani, anche a loro che ritengono di avere il diritto di non pensarci perché vogliono essere liberi di godersi la loro gioventù, che esiste un giudizio eterno, e che ad esso nessun uomo può scampare? Ma questo non è attuale, né sul piano evangelistico né su quello educativo. Oggi nessuno è disposto a stare a sentire qualcuno che gli parli di giudizio. Le persone sono al più disposte a subire un'opera di persuasione. Accettano di ascoltarci quando tentiamo di convincerle che quello che gli stiamo proponendo, sia esso l'ultimo modello di aspirapolvere o la salvezza eterna, è proprio quello che ci vuole per loro. E naturalmente si riservano di decidere se accettare o no le nostre proposte. Qualcosa di simile può succedere anche con i nostri figli, che, se va bene, ci stanno a sentire fino a che ci affatichiamo a spiegare loro quanto è bello e vantaggioso seguire il Signore, ma che ritengono chiuso il discorso quando, non essendo convinti dalle nostre parole, pensano di avere il diritto di cercare a modo loro la via che ritengono più consona alla loro felicità. Forse non avremo né la forza né il diritto di trattenerli, ma a noi spetta il compito di dire loro: "sappi". Sappi che Dio ti chiamerà in giudizio, perché le cose stanno così, che tu ne sia convinto o no. Così sta scritto. Anche nel suo amore e nel suo abbassamento in Cristo, Dio resta Dio. E l'uomo resta uomo. Per questo è necessario che la testimonianza cristiana non trascuri di annunciare il giudizio di Dio, perché anche se adesso sembra che sia l'uomo ad avere la possibilità di giudicare se è il caso o no di prendere in considerazione la parola di Dio, verrà il giorno in cui le cose saranno rimesse al loro posto, e sarà la parola di Dio a giudicare le azioni e le parole dell'uomo, e non viceversa. Ma perché lasciarsi andare a pensieri tetri? Perché non godersi in pace la gaia spensieratezza giovanile, visto che alla "gioconda gioventù" segue ineluttabilmente la "molesta vecchiaia"? Chiediamoci allora: perché s'invecchia? Perché siamo fatti in modo che si comincia bene e si finisce male? Perché non avviene il contrario? Perché non avviene che col passar del tempo gli uomini diventano sempre più sani, più belli, più radiosi? Evitando di cercare risposte profonde, l'uomo di oggi si accontenta della spiegazione tecnologica: il pezzo si usura. E nonostante le amorevoli cure, si logora sempre di più fino a che, prima o poi, qualcosa cede definitivamente e il meccanismo si rompe. E' triste, ma è così. Tanto vale quindi non pensarci troppo e godersi il più possibile gli anni migliori. Vecchiaia e morte vengono visti soprattutto come sgradevoli problemi tecnici con ripercussioni in campo sociale; e la ricerca dei rimedi viene lasciata agli esperti di settore: i medici, i politici, gli assistenti sociali. Ma per la Bibbia le cose non stanno così. Se la giovinezza ci parla della vita, della gioia, della bellezza che sono in Dio, la vecchiaia ci parla della morte, della sofferenza, della bruttezza che sono conseguenza del peccato dell'uomo. Se la gioventù è un invito a glorificare il Signore per la grandezza delle sue opere, la vecchiaia è un invito a fare cordoglio per la devastazione che ha compiuto il peccato dell'uomo. Per questo l'Ecclesiaste dice: "Ricordati".
• RICORDATI del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza. Dunque non dice: ricordati che devi morire, ricordati che un giorno dovrai soffrire. Non instilla nel giovane lo spauracchio dei dolori di domani per rovinargli i piaceri di oggi. Al contrario dice: ricordati del tuo Creatore. Ricordati, mentre stai godendo di cose buone, di Colui che te le sta dando e ti permette di goderne; ricordati di chi ha preparato per te cose piacevoli prima ancora che tu nascessi; ricordati di chi ti sta esprimendo il suo amore concedendoti tutte le cose belle che hai. Ma tu sei un peccatore, e quindi sperimenterai anche tu il giudizio di Dio sugli uomini superbi e ribelli, e te ne tornerai alla terra da cui sei uscito, percorrendo una strada di rinunce e di dolori. Tutto questo ti apparirà chiaro quando vedrai le cose belle e buone della giovinezza abbandonarti una dopo l'altra. Ma ricordati ora del tuo Creatore, perché anche se le cose che oggi ti allietano un giorno ti abbandoneranno, Lui non ti abbandonerà. Quindi, non essere spensierato e distratto: non hai bisogno di dimenticare per essere allegro; al contrario, hai bisogno di ricordare. Perciò, ricordati del tuo Creatore. Ma se il ricordo di Dio e della sua bontà agiscono come una forza di attrazione verso il bene, c'è anche qualcosa che agisce come una forza di repulsione nei confronti del male: il timore di Dio. Per questo l'Ecclesiaste dice anche: "Temi".
• TEMI Dio, cioè abbi la consapevolezza che Dio è il Creatore e tu sei una creatura; che Lui ha il diritto di parlare e tu hai il dovere di tacere e di ascoltare; che Lui conosce la realtà e sa qual è il tuo vero bene, mentre tu sei ottuso e cieco proprio quando presumi di saperla lunga. E se ti viene in mente l'idea di provare a vedere quello che succede a trasgredire le leggi di Dio, allora spaventati. Spaventati al pensiero che una piccola creatura come te possa disprezzare l'amore che il Creatore gli manifesta facendogli conoscere quello che è bene per lui, e decida di agire di testa sua su questioni in cui Dio ha già fatto sapere qual è la sua volontà. Spaventati pure, perché ne hai motivo; e questo spavento ti trattenga dal compiere atti insensati che inevitabilmente si ritorceranno contro di te. Ma anche questo è inattuale. Non ci hanno forse detto e ripetuto gli "esperti" che la paura non è mai educativa? Ma non è il caso di farsi intimidire dalle affermazioni sicure degli esperti: sulla base della parola di Dio possiamo tranquillamente dire che non è vero. Siamo così ciechi e presuntuosi, giovani e vecchi, che senza qualche limite esterno che si presenti a noi in forma di spavento non saremmo mai capaci di evitare certi mali da cui ci sentiamo fortemente attratti. Ai piedi del monte Sinai, in un terrificante scenario di lampi e tuoni, accompagnati da un assordante suono di tromba che continuamente e minacciosamente cresce di intensità, il popolo di Dio assiste tremante alla consegna da parte di Dio delle "dieci parole". Mosè si rivolge al popolo e dice:
"Non temete, poiché Dio è venuto per mettervi alla prova, e affinché il suo timore vi stia dinanzi, e così non pecchiate" (Esodo 20:20).
Al popolo giustamente terrorizzato dalla manifestazione della santità di Dio, Mosè comunica una parola di grazia: Non temete. E tuttavia aggiunge che il timore dell'Eterno deve restare "dinanzi a loro", perché sarà proprio questo timore che li tratterrà dal peccare contro Dio. Il timore di Dio serve quindi all'uomo per evitare i peccati futuri, e non per disperarsi di quelli passati. La tattica di Satana consiste nel dare all'uomo sicurezza e spavalderia prima di peccare, e terrore e disperazione dopo aver peccato. Dio fa il contrario: ci dice "temi" prima che compiamo il male, affinché ce ne asteniamo, e "non temere" dopo che abbiamo peccato, se andiamo a Lui per essere perdonati. L'Ecclesiaste conclude il suo discorso con un'ultima, fondamentale esortazione: "Osserva i comandamenti".
• OSSERVA I COMANDAMENTI, cioè prendi sul serio la volontà di Dio; e quando essa è espressa in modo chiaro ed univoco nelle Scritture, non metterti a ragionare: mettila in pratica, punto e basta. Abbi insomma, nei confronti dei comandamenti di Dio, un atteggiamento semplice. Ma - si dice oggi, usando un'argomentazione molto diffusa ma anch'essa tutta da dimostrare sulla base della Scrittura - per ubbidire bisogna prima capire. E per capire bisogna che qualcuno spieghi. E se chi spiega non viene giudicato sufficientemente chiaro e convincente, è ovvio che chi deve capire si sente libero di non ubbidire. Questo potrà anche essere vero in tanti casi, ma certamente non vale per i comandamenti di Dio. Per questi è vero esattamente il contrario: chi vuole capire deve prima ubbidire. Il cammino per fede di cui si parla tanto, spesso in modo teorico e astratto, comincia proprio da qui. Quando Dio ha dato un ordine chiaro nella Sua parola, noi che diciamo di credere in Lui dobbiamo essere convinti di due cose:
- che l'ordine dato è giusto e buono;
- che abbiamo da Dio la forza di metterlo in pratica.
Adamo ed Eva hanno cominciato a peccare quando hanno fatto del comandamento di Dio un oggetto di discussione. Se avessero ubbidito senza discutere avrebbero capito sempre più profondamente il motivo dell'ordine di Dio, ma avendo cercato di capire quando bisognava soltanto ubbidire, non hanno capito né allora né poi, perché dopo aver trasgredito il comandamento di Dio la strada della sua comprensione è sbarrata, come era sbarrata per Adamo ed Eva la strada del rientro nel giardino di Eden. Chi non si ravvede del suo peccato si immerge sempre di più nella menzogna, perché continua a elaborare teorie giustificative che lo avvolgono sempre di più nelle tenebre della falsità. In quelle condizioni, parlare di "capire prima di ubbidire" è solo un inganno diabolico. In conclusione, rallegrati pure, o giovane, negli anni della tua giovinezza, ma ricordati di Dio e della sua legge nel tempo in cui sono più evidenti i segni della sua bontà verso di te. E soprattutto, ricordati di quello che Dio ha fatto per te in Gesù Cristo. Dio si è ricordato di te. Non commettere il delitto, proprio a causa della forza e del benessere che Dio ti sta concedendo, di dimenticarti di Lui.
(Credere e comprendere, febbraio 1989) - PDF
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 14
Vittoria di Gionatan Un giorno, Gionatan, figlio di Saul, disse al suo giovane scudiero: “Vieni, andiamo verso la guarnigione dei Filistei, che è là dall'altra parte”. Ma non disse nulla a suo padre. Saul stava allora all'estremità di Ghibea sotto il melograno di Migron, e la gente che aveva con sé ammontava a circa seicento uomini; e Aia, figlio di Aitub, fratello d'Icabod, figlio di Fineas, figlio di Eli sacerdote dell'Eterno a Silo, indossava l'efod. Il popolo non sapeva che Gionatan se ne fosse andato. - Fra i passi attraverso i quali Gionatan cercava di arrivare alla guarnigione dei Filistei, c'era una sporgenza di roccia da una parte e una sporgenza di roccia dall'altra parte: una si chiamava Boses e l'altra Sene. Una di queste sporgenze di roccia sorgeva a nord, di fronte a Micmas, e l'altra a mezzogiorno, di fronte a Ghibea. Gionatan disse al suo giovane scudiero: “Vieni, andiamo verso la guarnigione di questi incirconcisi; forse l'Eterno agirà per noi, poiché nulla può impedire all'Eterno di salvare con molta o con poca gente”. Il suo scudiero gli rispose: “Fa' tutto quello che ti sta nel cuore; va' pure; ecco, io sono con te dove il cuore ti conduce”.
- Allora Gionatan disse: “Ecco, noi andremo verso quella gente e ci mostreremo a loro. Se ci dicono: 'Fermatevi finché veniamo da voi', ci fermeremo al nostro posto, e non saliremo fino a loro; ma se ci dicono: 'Venite su da noi', saliremo, perché l'Eterno li avrà dati nelle nostre mani. Questo ci servirà di segno”. Così si mostrarono entrambi alla guarnigione dei Filistei; e i Filistei dissero: “Ecco gli Ebrei che escono dalle grotte dove si erano nascosti!”. E gli uomini della guarnigione, rivolgendosi a Gionatan e al suo scudiero, dissero: “Venite su da noi, e vi faremo sapere qualcosa”. Gionatan disse al suo scudiero: “Sali dietro a me, poiché l'Eterno li ha dati nelle mani d'Israele”. Gionatan salì, arrampicandosi con le mani e con i piedi, seguito dal suo scudiero. E i Filistei caddero davanti a Gionatan; e lo scudiero dietro di lui li finiva.
- In questa prima disfatta, inflitta da Gionatan e dal suo scudiero, caddero circa venti uomini, sullo spazio di circa mezzo iugero di terra. Allora lo spavento si sparse nell'accampamento, nella campagna e fra tutto il popolo; la guarnigione e anche i razziatori furono spaventati; il paese tremò, fu uno spavento di Dio. Le sentinelle di Saul a Ghibea di Beniamino guardarono e videro la moltitudine che sbandava e fuggiva qua e là. Allora Saul disse alla gente che era con lui: “Fate la rassegna e vedete chi se n'è andato da noi”. E, fatta la rassegna, ecco che mancavano Gionatan e il suo scudiero. Saul allora disse ad Aia: “Fa' accostare l'arca di Dio!”, poiché l'arca di Dio allora era con i figli d'Israele. E mentre Saul parlava con il sacerdote, il tumulto andava aumentando nell'accampamento dei Filistei; e Saul disse al sacerdote: “Ritira la mano!”. Poi Saul e tutto il popolo che era con lui si radunarono e avanzarono fino al luogo della battaglia; ed ecco che la spada dell'uno era rivolta contro l'altro, e la confusione era grandissima. Ora gli Ebrei, che già prima si trovavano con i Filistei ed erano saliti con loro all'accampamento dal paese circostante, si voltarono e anche loro si unirono con gli Israeliti che erano con Saul e con Gionatan. Anche tutti gli Israeliti che si erano nascosti nella regione montuosa di Efraim, quando udirono che i Filistei fuggivano, si misero a inseguirli per combatterli.
Temerario giuramento di Saul
- In quel giorno l'Eterno salvò Israele, e la battaglia si estese fin oltre Bet-Aven. Gli uomini d'Israele, in quel giorno, erano sfiniti; ma Saul fece fare al popolo questo giuramento: “Maledetto l'uomo che toccherà cibo prima di sera, prima che io mi sia vendicato dei miei nemici”. E nessuno del popolo toccò cibo. Tutto il popolo giunse a una foresta, dove c'era del miele per terra. E quando il popolo entrò nella foresta, vide il miele che colava; ma nessuno si portò la mano alla bocca, perché il popolo rispettava il giuramento.
- Ma Gionatan non aveva sentito quando suo padre aveva fatto giurare il popolo e stese la punta del bastone che teneva in mano, la intinse nel miele che colava, portò la mano alla bocca, e gli si rischiarò la vista. Uno del popolo, rivolgendosi a lui, gli disse: “Tuo padre ha espressamente fatto fare al popolo questo giuramento: 'Maledetto l'uomo che toccherà oggi cibo, benché il popolo fosse estenuato'”. Allora Gionatan disse: “Mio padre ha recato un danno al paese; vedete come l'aver gustato un po' di questo miele mi ha rischiarato la vista! Ah, se il popolo avesse oggi mangiato a volontà del bottino che ha trovato presso i nemici! Non si sarebbe forse fatto una più grande strage dei Filistei?”.
- Essi dunque sconfissero quel giorno i Filistei da Micmas ad Aialon; il popolo era estenuato, e si gettò sul bottino; prese pecore, buoi e vitelli, li sgozzò sul suolo e li mangiò con il sangue. Questo fu riferito a Saul e gli fu detto: “Ecco, il popolo pecca contro l'Eterno, mangiando carne con il sangue”. Ed egli disse: “Voi avete commesso un'infedeltà; rotolate subito qua presso di me una grande pietra”. Saul soggiunse: “Andate in mezzo al popolo e dite a ognuno di condurmi qua il suo bue e la sua pecora e di sgozzarli qui; poi mangiate e non peccate contro l'Eterno, mangiando carne con sangue!”. E, quella notte, ognuno del popolo condusse di propria mano il suo bue e lo sgozzò in quel luogo. Saul costruì un altare all'Eterno: questo fu il primo altare che egli costruì all'Eterno.
- Poi Saul disse: “Scendiamo nella notte a inseguire i Filistei, saccheggiamoli fino alla mattina e facciamo in modo che non ne scampi neanche uno”. Il popolo rispose: “Fa' tutto quello che ti sembra bene”. Allora il sacerdote disse: “Avviciniamoci qui a Dio”. Saul consultò Dio, dicendo: “Devo scendere a inseguire i Filistei? Li darai tu nelle mani d'Israele?”, ma questa volta Iddio non gli diede nessuna risposta. Saul disse: “Avvicinatevi qua, voi tutti capi del popolo, riconoscete e vedete in cosa consista il peccato commesso quest'oggi! Poiché, com'è vero che l'Eterno, il salvatore d'Israele, vive, anche se il colpevole fosse Gionatan mio figlio, egli dovrà morire”. Ma in tutto il popolo non ci fu nessuno che gli rispondesse. Allora egli disse a tutto Israele: “Mettetevi da un lato, io e Gionatan mio figlio staremo dall'altro”. E il popolo disse a Saul: “Fa' quello che ti sembra bene”.
- Saul disse all'Eterno: “Dio d'Israele, fa' conoscere la verità!”. E Gionatan e Saul furono designati dalla sorte, e il popolo scampò. Poi Saul disse: “Tirate a sorte fra me e Gionatan mio figlio”. E Gionatan fu designato. Allora Saul disse a Gionatan: “Dimmi quello che hai fatto”. E Gionatan glielo confessò, e disse: “Sì, io ho assaggiato un po' di miele, con la punta del bastone che avevo in mano; eccomi qui: morirò!”. Saul disse: “Mi tratti Iddio con tutto il suo rigore, se non andrai a morte, Gionatan!”. E il popolo disse a Saul: “Gionatan, che ha compiuto questa grande liberazione in Israele, dovrebbe morire? Non sia mai! Com'è vero che l'Eterno vive, non cadrà a terra un capello del suo capo; poiché oggi egli ha operato con Dio!”. Così il popolo salvò Gionatan, che non fu messo a morte. Poi Saul tornò dall'inseguimento dei Filistei, e i Filistei se ne tornarono al loro paese.
- Ora Saul, quando ebbe preso possesso del suo regno in Israele, mosse guerra a tutti i suoi nemici circostanti: a Moab, ai figli di Ammon, a Edom, ai re di Soba e ai Filistei e dovunque si volgeva, vinceva. Mostrò il suo valore; sconfisse gli Amalechiti e liberò Israele dalle mani di quelli che lo depredavano. I figli di Saul erano: Gionatan, Isvi e Malchisua; e delle sue due figlie, la primogenita si chiamava Merab e la minore Mical. Il nome della moglie di Saul era Ainoam, figlia di Aimaaz, e il nome del capitano del suo esercito era Abner, figlio di Ner, zio di Saul. E Chis, padre di Saul, e Ner, padre di Abner, erano figli di Abiel.
- Per tutto il tempo di Saul, ci fu una guerra accanita contro i Filistei e, quando Saul scorgeva un uomo forte e valoroso, lo prendeva con sé.
(Notizie su Israele, 3 gennaio 2026)
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L’Iran. Rivolta senza precedenti nelle strade e nelle piazze
Contestazione potente e crisi economica. È davvero la fine del regime?
di Emanuele Ottolenghi
Da giorni la società civile iraniana si è riversata nelle strade in una contestazione politica senza precedenti contro il regime. La repressione ha già fatto decine di vittime confermate e ci sono migliaia di arresti. Non è la prima volta che la popolazione iraniana insorge. Dopo i moti studenteschi del 1999 e del 2003, duramente soffocati dal regime, il paese ha sfidato le autorità per molti mesi dopo le elezioni presidenziali del 2009. Ci sono stati altri moti periodici, inclusi, recentemente, nel 2022. Ogni volta la risposta violenta del regime ha prevalso sugli impulsi democratici di chi protestava. Questa volta, però potrebbe andare diversamente. Tre i temi da tener presente e seguire nei giorni a venire.
• Primo: le cause della rivolta.
Il catalizzatore delle proteste è stato principalmente il crollo del valore della moneta iraniana, il Rial. Frutto di una crisi economica cronica ma anche di una politica monetaria mirata a favorire le esportazioni a scapito di chi invece importa (la classe media dei commercianti e piccole e medie imprese), il collasso della valuta ha portato in piazza il bazaar, un’importante componente socioeconomica del paese che aveva finora per lo più sostenuto il regime. Ma la radice del malcontento non è solo economica, né tantomeno lo sono le rivendicazioni. Da mesi, la crisi idrica in Iran, frutto di decenni di gestione incompetente e avventurista, sta mettendo a dura prova la società. La repressione interna è aumentata dopo la guerra dei 12 giorni del giugno 2025, durante la quale non si era comunque manifestato il tanto previsto ma mai avveratosi slancio patriottico a sostegno del paese sotto attacco.
La recrudescenza della repressione ha portato a un numero record di esecuzioni e di detenzioni di attivisti per i diritti umani e dissidenti tra molteplici settori della società. Il malcontento provocato dal collasso della valuta è un catalizzatore, non la rivendicazione principale, che è ormai divenuta il rovesciamento del regime teocratico.
• Secondo: Chi Protesta
La partecipazione nelle proteste è trasversale. Siamo davanti a un fenomeno nuovo rispetto al passato: non sono solo più gli studenti come nel 1999 e 2003, o i riformisti privati del voto nel 2009, o istanze settoriali come minoranze etniche o categorie professionali a protestare per un tema specifico. Alle proteste partecipano il bazaar, i camionisti (asse portante del trasporto commerciale nel paese), le minoranze etniche (quasi il 50% della popolazione), le donne e gli studenti. Sono esplose proteste anche nelle roccaforti del regime – a Qom, città dei seminari religiosi, e a Mashhad, centro del misticismo sciita e sede importante del potere economico del regime grazie ai proventi legati al santuario del Imam Reza e le sue fondazioni. Gli slogan dei dimostranti invocano la caduta del regime e il ritorno dello Shah. Sono state attaccate sedi del governo e stazioni delle forze impiegate nella repressione. Sono stati abbattuti simboli del regime. Non è più riformismo, ma insurrezione contro le fondamenta teocratiche e autoritarie del regime.
• Terzo: chi reprime
Il regime iraniano ha sempre saputo rispondere ai moti di piazza in passato. L’uso di una violenza inaudita ma mirata ha efficacemente indebolito il dissenso, mai sconfinando nelle ecatombi attuate da altri regimi della regione, preferendo invece una strategia di logoramento dell’opposizione che mirava meno all’eliminazione indiscriminata di manifestanti e più alla neutralizzazione dei nodi di comando all’interno della protesta, insieme al terrore infuso nell’opinione pubblica da susseguenti detenzioni, torture, processi ed esecuzioni di attivisti. Questa volta però l’apparato repressivo gestisce l’insurrezione senza molti dei suoi leader storici, un terzo dei quali è stato eliminato da Israele durante la guerra dei 12 giorni; ha di fronte un’esplosione di proteste molto più diffusa rispetto al passato, sia geograficamente che in termini socioeconomici; e il malcontento economico che ha innescato la scintilla impatta anche la truppa inviata a reprimere chi protesta.
Il regime non cadrà facilmente e i suoi alleati sono già mobilitati a salvarlo – dal 27 dicembre 2025 è iniziato un ponte aereo dalla Bielorussia a Teheran, per il trasporto d’armi russe e cinesi da usarsi nella gestione delle sommosse. Tuttavia, questa è una sollevazione senza precedenti, più simile alla mobilitazione trasversale che spodestò lo Shah nel 1978-79 che alle proteste settoriali, economiche e riformiste, sempre soffocate dalla Repubblica Islamica. E se riuscisse a rovesciare il regime, provocherebbe un terremoto epocale nella regione.
(Setteottobre, 3 gennaio 2026)
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1 israeliano e 3 ebrei dispersi: Israele offre aiuto alla Svizzera dopo il mortale incendio a Crans-Montana
Isaac Herzog esprime le sue condoglianze e sottolinea l'esperienza israeliana; le autorità continuano a identificare le vittime.
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Una donna depone dei fiori vicino al luogo in cui un incendio ha devastato un bar affollato durante i festeggiamenti di Capodanno nella località sciistica alpina di Crans-Montana, il 1° gennaio 2026.
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Il presidente Isaac Herzog ha parlato con il suo omologo svizzero, Guy Parmelin, e ha offerto l'aiuto di Israele dopo che circa 40 persone che festeggiavano il Capodanno sono state uccise e 115 ferite in un incendio in un bar nella località sciistica svizzera di Crans-Montana.
L'organizzazione israeliana di servizi di emergenza ZAKA ha già inviato una squadra sul posto.
L'offerta di Herzog è arrivata dopo l'incendio divampato giovedì mattina presto durante una festa di Capodanno, una delle peggiori tragedie che abbia mai colpito il Paese alpino. Béatrice Pilloud, procuratrice generale del cantone del Vallese, nel sud-ovest della Svizzera, ha dichiarato che è troppo presto per determinare la causa dell'incendio, poiché gli esperti non hanno ancora potuto accedere all'interno delle macerie.
“Non si tratta in alcun modo di un attentato”, ha precisato.
In un comunicato, l'ufficio di Herzog ha dichiarato che il presidente ha presentato le sue condoglianze a Parmelin a nome di Israele e gli ha fatto sapere che il suo Paese è pronto a fornire tutto l'aiuto possibile, mentre le autorità svizzere sono impegnate nel doloroso compito di identificare le vittime.
Herzog ha dichiarato al suo omologo che lo Stato ebraico dispone sia «di esperienza che di capacità avanzate», acquisite nel corso degli anni «nei settori della localizzazione e dell'identificazione delle vittime di incendi, nonché nella cura dei ustionati in incidenti legati al fuoco».
Secondo l'ufficio presidenziale, Parmelin ha ringraziato Herzog e ha indicato che il ministero degli Affari esteri svizzero ha ricevuto istruzioni, se necessario, di rimanere in contatto con l'ambasciata israeliana in Svizzera. Ha aggiunto che anche squadre provenienti dalla vicina Francia e dall'Italia stanno fornendo assistenza. La Francia ha preso in carico diversi feriti.
Il comandante della polizia cantonale vallesana, Frédéric Gisler, ha dichiarato in una conferenza stampa che sono in corso le operazioni di identificazione delle vittime e di informazione delle loro famiglie, aggiungendo che la comunità è “devastata”.
Secondo la stampa israeliana, tra i dispersi figurano tre persone di religione ebraica. L'organizzazione di ricerca e soccorso ZAKA ha inviato una squadra della sua sezione internazionale per partecipare alle operazioni di recupero.
Secondo il movimento chassidico Habad-Loubavitch, tra i feriti figurano diversi membri della comunità ebraica locale svizzera.
Venerdì pomeriggio il Ministero degli Affari Esteri ha dichiarato di aver ricevuto una segnalazione di scomparsa di un cittadino israeliano. Il Ministero ha comunicato di aver contattato la famiglia del cittadino israeliano presumibilmente scomparso, che possiede un'altra nazionalità.
Sono state mobilitate risorse importanti «per identificare le vittime e restituire i loro corpi alle famiglie il più rapidamente possibile», ha affermato Béatrice Pilloud. “Questo lavoro potrebbe richiedere diversi giorni”, ha precisato Gisler.
Secondo Mathias Reynard, presidente del governo del cantone del Vallese, almeno 80 dei 115 feriti sono in condizioni critiche, ha spiegato al quotidiano regionale Walliser Bote.
L'incendio è scoppiato intorno all'1:30 (00:30 GMT) di giovedì nel bar Le Constellation di Crans-Montana, frequentato da turisti, tra cui molti giovani venuti a festeggiare il Capodanno, secondo le autorità cantonali.
Il numero di persone presenti in questo bar a due piani, con una capienza di almeno 300 persone secondo il suo sito web, rimane sconosciuto.
“Abbiamo cercato di contattare i nostri amici. Abbiamo scattato tantissime foto. Le abbiamo pubblicate su Instagram, Facebook e tutti i social network possibili per cercare di ritrovarli”, racconta preoccupata Eléonore, 17 anni. “Ma non c'è niente. Nessuna risposta. Abbiamo chiamato i genitori. Niente. Nemmeno i genitori sanno nulla”, aggiunge.
“L'atmosfera è pesante”, ha dichiarato all'AFP Dejan Bajic, un turista di 56 anni proveniente da Ginevra che frequenta la stazione dal 1974. “È come un piccolo villaggio, tutti conosciamo qualcuno che conosce qualcuno che è stato colpito”, ha raccontato.
Nella strada di fronte al bar, le persone vengono a deporre dei fiori.
Diverse testimonianze diffuse da vari media concordano sulla possibile causa dell'incidente. Secondo loro, delle candele scintillanti fissate su bottiglie brandite da una persona hanno provocato l'incendio toccando il soffitto. Gli stessi testimoni hanno precisato che si trattava di uno “spettacolo” abituale nel locale.
L'incendio ha provocato «un incendio generalizzato che ha causato una o più esplosioni» nel bar, hanno indicato giovedì le autorità cantonali. È in corso un'indagine per determinare le cause dell'incendio, poiché le autorità hanno escluso la pista dell'attentato.
Venerdì, le pareti degli edifici adiacenti al bar non presentavano tracce nere che potessero essere state lasciate dalle fiamme. Anche l'insegna del bar sembra non essere stata toccata, così come la struttura in legno della terrazza del bar che è rimasta in piedi, segno che l'incendio ha interessato soprattutto il seminterrato.
I testimoni hanno descritto scene di orrore: alcune persone hanno cercato di rompere le vetrate del bar per fuggire, mentre altre, coperte di ustioni, si precipitavano in strada.
Un video sui social network mostra l'inizio dell'incendio del soffitto, con un giovane che cerca di spegnere il fuoco con una sorta di grande straccio bianco. Accanto a lui, altri giovani riprendono la scena ma continuano a ballare. In altri video si vedono i giovani che cercano disperatamente di uscire dal bar.
Le autorità ritengono che tra le vittime ci siano molti stranieri, ma non hanno ancora fornito alcuna informazione sulla loro identità. I feriti sono stati trasferiti in diversi ospedali, come quelli di Losanna, Ginevra o Zurigo, e persino nella vicina Francia e Italia.
Nove francesi figurano tra i feriti e altri otto non sono ancora stati localizzati, secondo il ministero degli Esteri francese, mentre il capo della diplomazia italiana Antonio Tajani, che venerdì si recherà a Crans-Montana, ha riferito che una «quindicina di italiani» sono rimasti feriti e altrettanti sono ancora dispersi.
La Svizzera ha chiesto alla Francia di accogliere altri otto feriti, oltre ai tre già presi in carico giovedì, ha dichiarato il portavoce del Quai d'Orsay, Pascal Confavreux, su BFM.
A Crans-Montana è stata allestita una cellula di crisi nel centro congressi per accogliere e orientare le famiglie.
Giovedì fonti concordanti hanno riferito all'AFP che i proprietari del bar erano di nazionalità francese: si tratta di una coppia originaria della Corsica. Secondo un loro parente, sarebbero illesi, ma rimangono irraggiungibili.
(The Times of Israel, 2 gennaio 2026)
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«No a un israeliano alla Fiorentina»
L'assessore di Sesto Fiorentino, Jacopo Madau, contesta l'arrivo di Solomon nel club viola: «Non è il benvenuto e non può rappresentare né la città né la squadra». La ragione sarebbe l'appoggio a Bibi
di Paolo Del Debbio
«Non sei benvenuto a Firenze». La genialata questa volta è frutto della mente di un personaggio noto in tutte le cancellerie internazionali, che terranno certamente conto del suo pronunciamento: l'assessore di Sesto Fiorentino alla Cultura, al Lavoro e alle Politiche giovanili, Jacopo Madau. Il suo bersaglio è il giocatore israeliano Manor Solomon, acquistato dalla Fiorentina per rinforzare la squadra che non è messa troppo bene. La questione è proprio data dalla sua origine israeliana. Il signor Madau sostiene, dall' alto della sua posizione, che Solomon avrebbe legittimato a varie riprese il genocidio di Gaza. A noi risulta, per la verità, che tutta questa propaganda pro Netanyahu in realtà non ci sia stata. Ci risulta invece che quando a Udine si è giocata la partita Italia-Israele Solomon, essendo il giorno della liberazione degli ostaggi israeliani, abbia molto giustamente esultato per il ritorno alla vita normale dei suoi connazionali tenuti in ostaggio da Hamas. Forse il signor assessore Madau trova in questo qualcosa di disdicevole. Sappia in tal caso che in tutto il mondo civile, dunque escluso quello terroristico, tutti, come Solomon, hanno gioito della liberazione degli ostaggi. Se fossi sindaco di Sesto Fiorentino, noto feudo «rossissimo» nella rossa Toscana, delegherei immediatamente l'assessore Madau anche agli affari internazionali del Comune e lo invierei a Gaza, certo che darebbe un contributo insostituibile alla causa della pace e soprattutto se lo toglierebbe dalle palle prima che facesse qualche altro danno.
A nome di chi parla il signor assessore Madau? A titolo personale? A nome di Sinistra italiana, partito di cui è segretario provinciale a Firenze? Dei cittadini di Sesto Fiorentino? Dei tifosi della Fiorentina? O di sé stesso? Il Madau ha pure respinto le critiche dicendo che «nel 25/26 Solomon ha giocato 146 minuti sugli oltre 2.000 disponibili». Sarebbe bello sapere quanti minuti l'assessore adoperi il cervello sui 1.440 disponibili ogni giorno. In attesa del dato, potrebbe fare un ripassino di dottrina dello Stato, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra nazione, popolo, Stato e governo, perché ci pare che abbia un po' di confusione in testa. Se ce l'avesse solo in testa e non ne parlasse, non ci sarebbe problema. Per carità, il signor Madau sarà intelligentissimo, ma da quel che dice qualche dubbio ci viene. Anche noi non condividiamo la reazione spropositata di Netanyahu. Né la condivide il governo italiano. Ma cosa c'entra Solomon? È un giocatore di calcio di valore, che ha giocato in squadre importanti. In campo bisogna saper giocare: la nazionalità non conta, conta il merito. La nazione è l'insieme di tutti i cittadini entro un determinato territorio e con tradizioni culturali comuni: in questo caso, si tratta delle tradizioni ebraiche. Allora, delle due l'una: o a Madau danno noia queste tradizioni (si chiama antisemitismo), e non le ritiene legittime ma anzi dannose, oppure ha preso una cantonata che per rinvenirsi dalla botta ci vorranno anni.
Il suo partito e la sinistra in generale, legittimamente, sostengono un'apertura delle frontiere contro ogni discriminazione, soprattutto razziale, etnica, religiosa. E come si chiama il contenuto della dichiarazione «Non sei benvenuto a Firenze»? Se Solomon non è ascrivibile alle politiche del governo israeliano, è certamente il suo essere israeliano a costituire la motivazione per la quale non è benvenuto a Firenze. Ma come si fa a sostenere una tesi del genere senza neanche porsi la questione della differenza tra essere cittadino israeliano - ed ebreo - e quella delle politiche del governo israeliano stesso? Si rivela un'ignoranza che non distingue perché non capisce: e non capisce o perché non ci arriva proprio, o perché capisce solo un'impostazione ideologica che niente ha a che fare con le caratteristiche di uno Stato di diritto nel quale non si possono identificare i cittadini con il governo ma, semmai con la nazione e con lo Stato. Sono istituzioni diverse e dalla loro distinzione viene fuori la baggianata che ha detto il signor assessore di Sesto.
Sarebbe come se nell'Italia fascista l'architettura di alcuni artisti italiani fosse stata e fosse valutata in relazione a quel periodo infame della nostra storia. Non c'è differenza. Qui si tratta di un giocatore di calcio, ma la questione non cambia. La Fiorentina ha valutato che questo giocatore è un giocatore bravo nel suo mestiere e per questo lo ha acquistato. Ci sorprende tutto questo casino perché sono concetti abbastanza semplici: non occorre essere particolarmente intelligenti o esperti. Basta utilizzare una minima parte di neuroni, quasi trascurabile, per capire le distinzioni e le differenze di cui abbiamo parlato. Evidentemente tutto ciò risulta difficile da comprendersi, e volendosi fare paladini dei diritti dei palestinesi abitanti nella striscia di Gaza, si finisce per ritenere inferiori i diritti degli abitanti di Israele. Questo è inammissibile. Purtroppo l'ignoranza in politica non è una virtù: è un vizio che si può curare, basterebbe sfogliare un testo sullo Stato di diritto. Ne esistono anche di semplici, che vengono forniti in preparazione a concorsi nella pubblica amministrazione. Delle specie di bignamini o, come si dice, «bigini».
(La Verità, 3 gennaio 2026)
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New York: Mamdani revoca l’adozione della definizione IHRA sull’antisemitismo
Giovedì 1 gennaio, il giorno stesso in cui si è insediato ufficialmente come nuovo sindaco di New York, una delle prime cose che Zohran Mamdani ha fatto è stata annullare tutta una serie di ordinanze firmate dal suo predecessore Eric Adams. Una di queste, come riporta il Jerusalem Post, riguarda l’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance).
di Nathan Greppi
• La definizione dell’IHRA
Tra le varie pratiche ritenute antisemite dall’IHRA, vengono elencati questi esempi: “Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista. […] Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione. […] Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”.
Già a settembre, in un’intervista al sito Bloomberg, Mamdani aveva detto che avrebbero abrogato l’adozione della definizione IHRA se fosse stato eletto sindaco. E la sua decisione segue i numerosi scandali per antisemitismo e posizioni filo-Hamas che hanno coinvolto diversi membri del suo entourage. Tanto che, secondo una ricerca dell’ADL (Anti-Defamation League), almeno il 20% delle persone nominate da Mamdani nei suoi comitati di transizione erano legate a gruppi antisionisti.
Sin da quando ha vinto le primarie per diventare il candidato sindaco del Partito Democratico a New York, i timori della comunità ebraica non hanno fatto che aumentare. A dicembre, un sondaggio del Jewish People Policy Institute (JPPI) ha rivelato che il 67% degli ebrei americani teme che renderà la città meno sicura per la comunità ebraica, e il 64% ritiene che sia anche antisemita, oltreché antisraeliano. E alle elezioni, il 64% degli elettori ebrei ha votato il candidato indipendente Andrew Cuomo, contro il 32% che ha votato Mamdani.
• Post filoisraeliani non cancellabili
Se Mamdani ha potuto cancellare l’eredità di Adams per quanto riguarda le ordinanze, paradossalmente non può farlo per i post sui canali social ufficiali del sindaco, in cui il suo predecessore dichiarava il proprio sostegno allo Stato Ebraico. Così, su X i profili ufficiali del sindaco aggiornati con nome e foto di Mamdani presentano ancora i tweet in cui il suo predecessore sosteneva il diritto d’Israele a difendersi ed eliminare Hamas, oltre a rivendicare l’aver incontrato Benjamin Netanyahu all’ONU. Quello stesso Netanyahu che Mamdani ha dichiarato di voler fare arrestare in campagna elettorale. Secondo il Financial Express, i profili cittadini non possono archiviare vecchi post, poiché le leggi di New York prevedono che le tracce di tutte le attività istituzionali vengano preservate.
(Bet Magazine Mosaico, 2 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 13
Primo peccato di Saul: l'offerta dell'olocausto
- Saul aveva trent'anni quando cominciò a regnare; e regnò quarantadue anni sopra Israele.
- Saul si scelse tremila uomini d'Israele: duemila stavano con lui a Micmas e sul monte di Betel e mille con Gionatan a Ghibea di Beniamino; e rimandò il resto del popolo, ognuno alla sua tenda. Gionatan batté la guarnigione dei Filistei che stava a Gheba, e i Filistei lo seppero e Saul fece suonare la tromba per tutto il paese, dicendo: “Lo sappiano gli Ebrei!”. E tutto Israele sentì dire: “Saul ha battuto la guarnigione dei Filistei e Israele si è reso odioso ai Filistei”. Così il popolo fu convocato a Ghilgal per seguire Saul.
- E i Filistei si radunarono per combattere contro Israele; avevano trentamila carri, seimila cavalieri e gente numerosa come la sabbia che è sulla riva del mare. Salirono, dunque, e si accamparono a Micmas, a oriente di Bet-Aven. Ora gli Israeliti, essendo in difficoltà, perché il popolo era messo alle strette, si nascosero nelle caverne, nelle macchie, tra le rocce, nelle buche e nelle cisterne. Ci furono degli Ebrei che passarono il Giordano, per andare nel paese di Gad e di Galaad. Quanto a Saul, egli era ancora a Ghilgal, e tutto il popolo che lo seguiva tremava.
- Egli aspettò sette giorni, secondo il termine fissato da Samuele; ma Samuele non giungeva a Ghilgal, e il popolo cominciò a disperdersi e ad abbandonarlo. Allora Saul disse: “Portatemi l'olocausto e i sacrifici di riconoscenza”; e offrì l'olocausto. E appena ebbe finito di offrire l'olocausto, ecco che arrivò Samuele; e Saul gli uscì incontro per salutarlo. Ma Samuele gli disse: “Che hai fatto?”, Saul rispose: “Siccome vedevo che il popolo si disperdeva e mi abbandonava, che tu non giungevi nel giorno stabilito, e che i Filistei erano adunati a Micmas, mi sono detto: 'Ora i Filistei mi piomberanno addosso a Ghilgal e io non ho ancora implorato l'Eterno!'. Così, mi sono fatto violenza e ho offerto l'olocausto”. Allora Samuele disse a Saul: “Tu hai agito stoltamente; non hai osservato il comandamento che l'Eterno, il tuo Dio, ti aveva dato. L'Eterno avrebbe stabilito il tuo regno sopra Israele per sempre; ma ora il tuo regno non durerà; l'Eterno si è cercato un uomo secondo il suo cuore, e l'Eterno lo ha destinato a essere principe del suo popolo, poiché tu non hai osservato quello che l'Eterno ti aveva ordinato”.
- Poi Samuele si alzò e salì da Ghilgal a Ghibea di Beniamino, e Saul fece la rassegna del popolo che si trovava con lui; erano circa seicento uomini. Ora Saul, Gionatan suo figlio, e la gente che si trovava con loro occupavano Ghibea di Beniamino, mentre i Filistei erano accampati a Micmas. Dall'accampamento dei Filistei uscirono dei razziatori divisi in tre schiere; una prese la via di Ofra, verso il paese di Sual; l'altra prese la via di Bet-Oron; la terza prese la via della frontiera che guarda la valle di Seboim, verso il deserto.
- Ora in tutto il paese d'Israele non si trovava un fabbro; poiché i Filistei avevano detto: “Impediamo agli Ebrei di fabbricarsi spade o lance”. E tutti gli Israeliti scendevano dai Filistei per farsi affilare chi il suo vomero, chi la sua zappa, chi la sua scure, chi la sua vanga. E il prezzo dell'arrotatura era di un pim per le vanghe, per le zappe, per i tridenti, per le scuri e per aggiustare i pungoli. Così il giorno della battaglia avvenne che in mano a tutta la gente che era con Saul e con Gionatan non si trovava né una spada né una lancia; se ne trovava soltanto in mano a Saul e a Gionatan suo figlio.
- Poi la guarnigione dei Filistei uscì a occupare il passo di Micmas.
(Notizie su Israele, 2 gennaio 2026)
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Israele al fianco della Svizzera dopo la tragedia di Crans-Montana
di Michelle Zarfati
Israele ha espresso una forte e immediata vicinanza alla Svizzera dopo la gravissima tragedia che ha colpito la località alpina di Crans-Montana durante la notte di Capodanno. Il presidente dello Stato ebraico Isaac Herzog ha inviato un messaggio ufficiale di cordoglio alle famiglie delle vittime, assicurando che “Israele prega per i feriti, per i soccorritori e per il popolo svizzero in questo momento di profondo dolore”.
Alle parole del Capo dello Stato si è aggiunta la presa di posizione del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, che ha confermato la disponibilità di Israele a fornire assistenza concreta, richiamando l’esperienza maturata dal Paese nella gestione di grandi emergenze civili e disastri complessi, sia sul piano medico sia su quello dell’identificazione delle vittime.
Secondo quanto riportato dal Times of Israel, nelle ore successive alla tragedia è partito verso la Svizzera anche un team di emergenza israeliano. Accanto alle strutture statali, si stanno mobilitando organizzazioni specializzate come ZAKA, note a livello internazionale per le operazioni di recupero, supporto post-emergenza e assistenza alle famiglie delle vittime in contesti di disastri di massa.
Nel quadro già drammatico dell’accaduto, emerge inoltre un elemento di particolare rilevanza per il mondo ebraico: una sinagoga di Crans-Montana è stata raggiunta dalle fiamme, riportando gravi danni strutturali. L’edificio di culto si trovava nelle immediate vicinanze dell’area interessata dal rogo ed è stato coinvolto dalla propagazione dell’incendio e dalle altissime temperature. Fortunatamente non si registrano feriti all’interno, ma la comunità ebraica locale ha espresso profondo sgomento per la perdita di un luogo simbolo della propria identità religiosa e culturale, proprio nel periodo di massima presenza turistica invernale.
Al momento si contano 47 morti e più di cento feriti. Le operazioni di identificazione delle vittime sono tuttora in corso e risultano particolarmente complesse. La tragedia di Crans-Montana ha scosso l’opinione pubblica internazionale. In questo scenario, la risposta israeliana, fatta di solidarietà, presenza concreta e attenzione anche alla dimensione spirituale e comunitaria, si inserisce in una lunga tradizione di impegno umanitario che va oltre i confini nazionali, riaffermando il valore della responsabilità condivisa di fronte al dolore e alla perdita di vite umane.
(Shalom, 2 gennaio 2026)
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Dall’Azerbaijan alla Siria: la sicurezza regionale di Israele passa (anche) da qui
L’alleanza ambigua con l’Azerbaijan, con i suoi valichi percorsi ogni giorno da camion tra Astara e il nord dell’Iran; le aperture del Kazakistan e le oscillazioni della Turchia; la Siria post Assad che tenta di riposizionarsi come attore sovrano in mano a un ex jihadista ospitato alla Casa Bianca. E ancora, il Libano stretto nella morsa di Hezbollah… Il futuro di Israele si decide anche, ma non solo, lungo una direttrice che unisce Caucaso, Asia centrale e Oriente. Un magma che lascia dubbi e speranze, prima fra tutte l’estensione degli Accordi di Abramo
di Davide Cucciati
Il futuro di Israele si decide anche, ma non solo, lungo una direttrice che unisce Caucaso, Asia centrale e Oriente. La Repubblica Islamica dell’Iran resta il grande sfidante sullo sfondo ma sono soprattutto Azerbaijan, Kazakistan, Siria, Turchia e Libano a muovere oggi le pedine intorno allo Stato ebraico, mentre Donald Trump prova a tessere un nuovo ordine regionale fatto di accordi di sicurezza, forze multinazionali e normalizzazioni calibrate. Spesso Israele si trova a reagire a iniziative altrui, come evidenziato anche dal Prof. Eyal Zisser dell’Università di Tel Aviv: «Il governo israeliano è tenuto a formulare una politica sulla questione siriana, cosa che non ha fatto finora. E in assenza di una politica israeliana, è Trump a decidere per noi, il mese scorso riguardo a Gaza e ora anche riguardo alla Siria».
• Un ponte tra Gerusalemme e Baku
Un recente report del Ministero degli Esteri israeliano ha riacceso i riflettori sulla partnership strategica tra Israele e Azerbaijan, paese a maggioranza sciita. Il documento sottolinea la cooperazione economica, diplomatica nonché di sicurezza e insiste sul ruolo dell’Azerbaijan nel garantire libertà religiosa e pieno sostegno alla comunità ebraica, storicamente radicata soprattutto nella zona di Quba. Lo Stato azero è il primo nel mondo musulmano a inserire l’educazione contro l’antisemitismo nei programmi scolastici e sostiene sinagoghe, scuole e istituzioni culturali ebraiche. Secondo alcune fonti, gli ebrei in Azerbaijan sarebbero tra i settemila e gli ottomila. Secondo altre stime, tra cui quella di Rav Segal che Mosaico ha potuto intervistare presso il tempio ashkenazita di Baku, nel paese vivrebbero circa venticinquemila ebrei, pienamente integrati nella società. Parallelamente, circa settantamila israeliani di origine azera rappresentano oggi un ponte umano tra le due nazioni. Il ministro degli Esteri Gideon Saar riassume questa visione definendo il partenariato tra Israele e Azerbaijan “un modello unico di cooperazione tra uno Stato ebraico e un paese a maggioranza musulmana”.
Fin dagli anni Novanta, con l’incontro tra Heydar Aliyev e Yitzhak Rabin, la cooperazione si è sviluppata su binari militari ed energetici. Si stima che quasi il settanta per cento delle importazioni di armi azere provenga da Israele, mentre oltre il quaranta per cento del fabbisogno petrolifero israeliano è coperto da Baku. Negli anni, il Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha cercato di mediare anche tra Israele e Turchia e, durante la guerra del Nagorno Karabakh del 2020, sia Gerusalemme sia Ankara hanno sostenuto l’Azerbaijan, scelta che ha acuito le tensioni con Teheran, che accusa Baku di permettere attività di intelligence israeliana lungo il confine settentrionale della Repubblica Islamica.
• Un confine strategico
La dimensione strategico-militare di questo rapporto è emersa con forza durante l’Operazione Rising Lion quando Israele ha colpito decine di obiettivi militari e nucleari iraniani.
L’Azerbaijan condivide oltre seicentoottanta chilometri di confine con l’Iran. Per Israele, Baku è al contempo un fornitore di petrolio e un potenziale avamposto di intelligence in una regione chiave.
Il 30 novembre, a nome di Mosaico, mi sono recato al valico di Astara, sul confine tra la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Azerbaijan, potendo così assistere al passaggio di camion tra i due paesi. Questo flusso costante di merci rende visibile quanto siano intrecciati i piani economici e strategici di un confine che per Israele è una possibile piattaforma di raccolta informazioni sulle mosse di Teheran.
Come ha scritto Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, in una guerra che ha superato la soglia della mera clandestinità l’Azerbaijan è diventato una delle piattaforme potenziali per la guerra segreta del Mossad contro i Pasdaran iraniani, con squadre infiltrate dal Kurdistan iracheno o dal territorio azero che agiscono in sincronia con gli attacchi aerei. Non stupisce, in questo quadro, che il dossier Baku sia arrivato anche a Washington, dove un gruppo di rabbini guidati da Marvin Hier ed Elie Abadi ha chiesto a Trump l’inclusione dell’Azerbaijan negli Accordi di Abramo e la revisione della Sezione 907 del Freedom Support Act che ancora formalmente limita gli aiuti diretti statunitensi al governo azero.
Al contempo, comunque, l’Azerbaijan e l’Iran stanno provando a preservare un rapporto di cooperazione sia con esercitazioni militari congiunte, sia con sforzi diplomatici. Non a caso, nella prima metà di dicembre, il presidente azero Ilham Aliyev ha sottolineato l’importanza del rapporto con Teheran. Durante un incontro con una delegazione guidata dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, Aliyev ha affermato che l’agenda bilaterale è ampia e copre numerosi ambiti. Entrambe le parti hanno valutato positivamente i progressi nella cooperazione bilaterale e discusso le prospettive di espansione dei legami nei settori del commercio, dell’economia, dell’energia e della gestione delle acque.
In sintesi, l’Azerbaijan è un teatro nel quale sia Israele sia l’Iran provano ad aver voce in capitolo. Non a caso, secondo quanto riferito dal Jerusalem Post, alcune minacce attribuite al regime iraniano avrebbero portato alla cancellazione della Conference of European Rabbis, prevista a Baku dal 3 al 6 novembre.
• Il Kazakistan e gli Accordi di Abramo
Il 6 novembre 2025, al termine di una telefonata a tre con il presidente Kassym Jomart Tokayev e Benjamin Netanyahu, Trump ha annunciato che il Kazakistan sarà il prossimo paese a unirsi agli Accordi di Abramo. Per Israele, sotto pressione internazionale dopo la guerra a Gaza, l’ingresso di un grande paese musulmano non arabo dell’Asia centrale ha un valore politico specifico. Parallelamente, la cooperazione tra l’Azerbaijan e il Kazakistan offre allo Stato ebraico una piattaforma pragmatica di dialogo con il mondo musulmano. Entrambi i paesi, infatti, mantengono relazioni bilanciate sia con Gerusalemme sia con le capitali arabe, riuscendo là dove molti altri hanno fallito: coniugare la partnership con Israele e l’appartenenza culturale all’Islam.
• Turchia e Siria, Israele osserva
Se il fronte caucasico e centroasiatico ruota attorno all’energia e all’Iran, il quadrante siriano e turco incrocia Gaza, la sicurezza di Israele e il ruolo degli Stati Uniti. In un’intervista al Washington Post di metà novembre, il presidente siriano Ahmad al Sharaa (al Jolani) ha subordinato ogni accordo di sicurezza con Israele al ritorno ai confini precedenti all’8 dicembre 2024, quando Tzahal ha occupato la zona cuscinetto nel sud della Siria dopo il crollo del regime di Bashar Assad. Secondo Ynet, il presidente siriano ha accusato Israele di aver effettuato oltre mille raid aerei dall’anno scorso e ha rivendicato di aver espulso le milizie sciite e Hezbollah: “Israele ha sempre sostenuto di temere l’Iran e Hezbollah ma siamo stati noi a rimuoverli. Ora Israele impone condizioni per difendere il Golan, domani lo farà per difendere il sud, e poi magari il centro della Siria. Di questo passo arriveranno a Monaco”.
Il 10 novembre al Sharaa ha incontrato Trump alla Casa Bianca. Il presidente americano ha dichiarato di fidarsi di lui e di voler vedere una Siria stabile che trovi un’intesa con Israele ma, in un successivo colloquio con Fox News, al Sharaa ha precisato che Damasco non è pronta, stante la questione del Golan occupato, ad aderire agli Accordi di Abramo (almeno per ora). Nello stesso giorno a Washington si è tenuto un vertice trilaterale tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al Shaibani, il ministro turco Hakan Fidan e il Segretario di Stato americano Marco Rubio, con l’obiettivo di tradurre in pratica gli impegni presi da Trump e Sharaa. Tra i dossier sul tavolo spicca l’idea di integrare le forze curde SDF all’interno dell’esercito siriano, chiudendo la frattura tra Damasco e i curdi filoccidentali con l’avallo di Washington e l’interesse di Ankara.
L’ambiguità permane: infatti, nella prima metà di dicembre, il giornalista israeliano Amit Segal ha così commentato un video in cui un convoglio fedele ad al Sharaa transita a pochi metri da soldati israeliani nella buffer zone: “Stiamo per assistere a un’altra violenta recrudescenza in Siria? Le incredibili riprese di ieri nella zona di Quneitra lo suggeriscono. Nel video, si vede un convoglio delle forze armate del presidente siriano Ahmed al-Sharaa passare accanto ai soldati dell’IDF a pochi metri di distanza. Bene, e allora? Il video mostra un fatto inquietante: non c’è una vera e propria repressione nella zona cuscinetto istituita da Israele dopo la caduta del regime di Assad lo scorso dicembre. Dopotutto, si tratta delle stesse Toyota e dello stesso islam radicale. Ho visitato la Siria a marzo e ho visto quanto fossero amichevoli gli abitanti, ma non potevo dimenticare che all’inizio della presenza dell’IDF in Libano, circa quarant’anni fa, la situazione era più o meno la stessa”.
• Il ruolo della Turchia
A descrivere il calcolo americano è stato Tom Barrack, ambasciatore in Turchia e inviato di Trump per la Siria, in un’intervista del Jerusalem Post pubblicata l’11 dicembre. Barrack presenta la Siria come un paese oggi più preoccupato dall’ISIS, dai foreign fighters e dai proxy iraniani che da Israele e rivela che, con il supporto dell’intelligence turca, Washington e Damasco hanno contribuito nelle ultime settimane a smantellare cellule di Hezbollah e dello Stato islamico. A suo giudizio sarebbe possibile tornare a una versione aggiornata dell’accordo di disimpegno del 1974, con zone a limitata presenza militare, regole per lo spazio aereo e più strati di demilitarizzazione verificabile.
Un secondo asse delle sue riflessioni riguarda il rapporto con Ankara. La Turchia ha avuto un ruolo importante nella prima fase dell’accordo su Gaza, insieme al Qatar, per il cessate il fuoco e la liberazione dei rapiti, e per Washington potrebbe avere un ruolo anche sul terreno nella International Stabilization Force che dovrà operare nella Striscia. Qui però i limiti emergono con chiarezza. Secondo quanto rivelato da i24NEWS, Israele respinge con fermezza l’idea che soldati turchi possano entrare a Gaza. Washington insiste sul carattere multinazionale della forza, sotto l’egida del Board of Peace, mentre secondo Al Akhbar anche l’Egitto si oppone a una presenza militare turca preferendo assegnare ad Ankara un ruolo nella ricostruzione.
• Hezbollah e la pressione su Israele
Mentre si tenta di aprire una finestra diplomatica sulla Siria, il fronte libanese resta il più instabile. Il 23 novembre un raid israeliano ha colpito Beirut uccidendo Ali Haytham Tabatabai, il “capo di stato maggiore” di Hezbollah, secondo solo a Naim Qassem, ed ex comandante dell’unità Radwan. È il più alto dirigente militare di Hezbollah eliminato dopo il cessate il fuoco del novembre 2024. Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato il raid come ennesima prova che Israele ignora gli appelli a cessare gli attacchi e il premier Nawaf Salam ha ribadito che solo l’applicazione integrale della Risoluzione 1701 e il pieno controllo statale del territorio possono garantire stabilità. Netanyahu ha risposto che Israele è responsabile della propria sicurezza e che Tzahal agisce in autonomia. Il ruolo americano resta ambiguo, con fonti citate dal Jerusalem Post che negano che gli USA fossero stati avvertiti anticipatamente del raid e Segal che parla di incoraggiamento statunitense a colpire con più forza Hezbollah.
Il ciclo di attacchi è proseguito. Il 9 dicembre l’esercito israeliano ha annunciato di aver colpito infrastrutture di Hezbollah in diverse aree del sud del Libano, compreso un compound di addestramento delle forze Radwan, altre strutture militari e una postazione di lancio, come riportato da Reuters. Questi raid sono giunti a meno di una settimana dall’invio di emissari civili israeliani e libanesi alla commissione militare che monitora il cessate il fuoco, un passo sollecitato da tempo da Washington per allineare il fronte nord all’agenda di pace regionale di Trump.
• Conclusioni
L’alleanza ambigua e a tratti sotterranea con l’Azerbaijan, con i suoi valichi percorsi ogni giorno da camion tra Astara e il nord dell’Iran, le aperture del Kazakistan, le oscillazioni della Turchia, la Siria post Assad che tenta di riposizionarsi come attore sovrano in mano a un ex jihadista ormai ospite alla Casa Bianca, il Libano stretto nella morsa di Hezbollah, compongono una mappa nella quale i paesi a maggioranza musulmana non sono più solo destinatari di processi di normalizzazione ma protagonisti di agende autonome.
Israele resta al centro ma le linee di forza del sistema si spostano verso est e verso nord, lungo un asse che attraversa Baku, Astana, Ankara, Damasco e Beirut. La capacità di leggere questo quadro complessivo senza farsi schiacciare dalla sola urgenza di Gaza sarà forse la vera prova strategica dei prossimi anni.
(Bet Magazine Mosaico, 2 gennaio 2026)
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Le vittime del terrorismo portano l’Autorità palestinese davanti ai giudici.
di Shira Navon
Non si tratta di una causa simbolica né di una mossa propagandistica. Quello delle duecentosettantatré vittime del terrorismo e familiari di persone assassinate hanno citato in giudizio l’Autorità palestinese davanti a un tribunale israeliano, chiedendo oltre 1,25 miliardi di shekel di risarcimenti vuole essere un vero e proprio atto giuridico pesante, costruito con numeri, nomi, ferite e conti bancari. Siamo di fronte a una delle azioni civili più rilevanti mai intentate contro Ramallah e si fonda su una legge recente, pensata per colpire il finanziamento del terrorismo non sul piano retorico ma su quello patrimoniale.
La norma è chiara: dieci milioni di shekel per ogni familiare di una persona uccisa in un attentato, cinque milioni per chi ha riportato un’invalidità permanente. I ricorrenti includono anche famiglie colpite dal massacro del 7 ottobre, e puntano il dito contro un sistema che da anni distribuisce stipendi e indennità a terroristi condannati e ai loro familiari. Il meccanismo è noto, documentato da report internazionali e da bilanci ufficiali palestinesi: più grave è l’attacco, più alto è il compenso. Un incentivo strutturale, non una deviazione.
Nell’atto di citazione, l’Autorità palestinese viene accusata di aver sostenuto, incoraggiato e premiato atti terroristici, contribuendo a perpetuare la violenza invece di contrastarla. Accanto a Ramallah compare anche Hamas, chiamata in causa per il suo ruolo diretto nella pianificazione e nell’esecuzione di attentati, inclusi quelli del 7 ottobre. Ma il cuore della causa resta politico oltre che giuridico: non si contesta solo chi spara o piazza una bomba, bensì chi crea le condizioni economiche perché farlo diventi una carriera.
L’avvocato Barak Kedem, che rappresenta i ricorrenti, parla apertamente di strategia. Il suo studio ha già avviato azioni per oltre 14 miliardi di shekel per conto di circa 2.800 vittime e ha ottenuto il sequestro di 4,5 miliardi di fondi palestinesi. L’obiettivo dichiarato è duplice: risarcire chi ha perso tutto e interrompere il flusso di denaro che alimenta il terrorismo. Non appelli morali, ma pignoramenti.
Sul piano politico, la causa mette in difficoltà la leadership di Mahmoud Abbas, che da anni chiede riconoscimento internazionale mentre continua a difendere il sistema dei cosiddetti “martiri”. Ogni volta che un governo occidentale chiude un occhio su questi pagamenti, lo fa in nome della stabilità. Ma la stabilità, qui, è costruita sulla ricompensa della violenza. La contraddizione è ormai difficile da sostenere, soprattutto dopo il 7 ottobre.
Non è un caso che iniziative simili si moltiplichino. Negli Stati Uniti e in Europa cresce l’attenzione legale sul tema del finanziamento indiretto del terrorismo, e diverse sentenze hanno già riconosciuto la responsabilità civile di enti e governi che sostengono gruppi armati. La differenza, in questo caso, è che il bersaglio non è un’organizzazione clandestina ma un’autorità che gode di fondi internazionali, relazioni diplomatiche e legittimazione politica.
Come è facile intuire, questa causa non fermerà da sola il terrorismo, introduce però un principio che a Ramallah si è sempre cercato di evitare: ogni attentato ha un costo, non solo umano ma anche economico, e qualcuno dovrà pagarlo. Per le vittime, è un passo verso il riconoscimento e per l’Autorità palestinese, un segnale che il tempo dell’impunità finanziaria potrebbe non essere infinito.
(Setteottobre, 2 gennaio 2026)
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Una benedizione da 3.500 anni: il momento in cui benedico i miei figli
Da migliaia di anni gli ebrei benedicono i propri figli, come prescritto da Giacobbe in Egitto.
di Michael Selutin
Nella nostra sezione settimanale della Torah “Wajechi” leggiamo di una situazione curiosa. La famiglia di Giacobbe si trova in Egitto da 17 anni e il vecchio patriarca sta per lasciare questa vita. Giuseppe, primo ministro d'Egitto, viene a saperlo e si reca con i suoi due figli Menashe ed Efraim dal nonno nella provincia di Goshen
"Ma quando Israele vide i figli di Giuseppe, chiese: Chi sono questi? Giuseppe rispose: Sono i miei figli, che Dio mi ha donato qui! Egli disse: Portali da me, che io li benedica! Gli occhi di Israele erano infatti diventati deboli per la vecchiaia, e non vedeva più bene. Quando li portò da lui, li baciò e li abbracciò.
E Israele disse a Giuseppe: «Non avrei osato chiedere di poter ancora vedere il tuo volto; e ora, ecco, Dio mi ha fatto vedere anche i tuoi figli!
Giuseppe li prese dalle sue ginocchia e si prostrò con la faccia a terra. Poi Giuseppe li prese entrambi, Efraim alla sua destra, alla sinistra di Israele, e Manasse alla sua sinistra, alla destra di Israele, e li portò da lui. Allora Israele stese la mano destra e la posò sul capo di Efraim, che era il più giovane, e la sinistra sul capo di Manasse, incrociando così le mani, sebbene Manasse fosse il primogenito...
Ma Giuseppe, vedendo che suo padre aveva posto la mano destra sul capo di Efraim, non gradì la cosa; perciò afferrò la mano di suo padre per spostarla dal capo di Efraim a quello di Manasse. Giuseppe disse a suo padre: «No, padre mio, perché questo è il primogenito; poni la tua destra sul suo capo!».
Ma suo padre rifiutò e disse: Lo so, figlio mio, lo so bene! Anche lui diventerà un popolo e anche lui sarà grande; ma suo fratello minore sarà più grande di lui e la sua discendenza sarà una moltitudine di popoli! Così li benedisse quel giorno e disse: Con te si benedirà in Israele e si dirà: Dio ti renda come Efraim e Manasse! Così pose Efraim davanti a Manasse. (Genesi 48: 17-20)
• La benedizione oggi
La scena sopra descritta si è svolta circa 3500 anni fa e ancora oggi benediciamo i nostri figli con le parole dei nostri antenati. La benedizione è formulata nel libro di preghiere e viene recitata all'inizio dello Shabbat, quando il padre torna a casa dalla sinagoga il venerdì sera. Il padre pone la mano sulla testa del figlio, come fece Giacobbe, e dice:
A una bambina, invece, il padre dice:
Che Dio ti renda come Sara, Rebecca, Rachele e Lea.
Dopo questa formula, il padre pronuncia per entrambi la benedizione sacerdotale con cui Aronne benedisse il popolo nel deserto:
Il Signore ti benedica e ti protegga. Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti conceda la sua grazia. Il Signore rivolga il suo volto verso di te e ti dia pace.
• Il collegamento
Non sappiamo se questa benedizione fosse già pronunciata da Efraim e Menashe stessi. È certo, tuttavia, che le benedizioni per i bambini sono già tematizzate nel Talmud.
Non è incredibile che pronunciamo ancora questa benedizione dopo così tanto tempo? Dopo millenni di esilio, con tutti i suoi pogrom e le espulsioni, gli ebrei continuano ad attenersi al comandamento dei loro antenati.
Come molte tradizioni ebraiche, anche questa benedizione ha un effetto positivo tangibile. Quando il venerdì sera torno a casa dalla sinagoga e vedo la tavola ben apparecchiata, i bambini vestiti a festa e sento il profumo della deliziosa challah e della zuppa di pollo, questa benedizione è una delle prime cose che faccio.
Per prima cosa metto la mano sulla testa di nostro figlio adolescente (ora devo allungarmi molto per farlo) e lo benedico. Quando era piccolo, girava in tondo come una trottola e poi gli davo un abbraccio.
Poi benedico le mie tre figlie. Metto una mano sulla testa di ciascuna di loro, recito la benedizione e, dato che sono delle ragazze dolcissime, le abbraccio forte e le stringo a me.
Ho sentito persone dire che questi momenti sono tra i loro ricordi d'infanzia preferiti e li capisco perfettamente.
È un momento in cui il padre inonda i propri figli di amore, perché i bambini percepiscono quando il padre è sincero. E come si può non essere sinceri quando si impartisce questa benedizione ai propri figli?
Il Signore ti benedica e ti protegga. Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti conceda la sua grazia. Il Signore rivolga il suo volto verso di te e ti dia pace.
Tra tutte le interazioni quotidiane con i bambini, mangiare, riordinare, lavarsi i denti, fare i compiti e così via, è questo il momento in cui posso dire loro ciò che vorrei dire loro davvero tutto il tempo.
Il padre lo percepisce e i figli lo percepiscono, è l'inizio perfetto dello Shabbat, in cui la famiglia si riunisce e cresce insieme.
(Israel Heute, 2 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
SALMO 1
Beato l'uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori; né si siede sul banco degli schernitori; ma il cui diletto è nella legge del Signore e su quella legge medita giorno e notte.
Egli sarà come un albero piantato presso a rivi d'acqua, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, e la cui fronda non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà.
Non così gli empi; anzi sono come pula che il vento porta via. Perciò gli empi non reggeranno davanti al giudizio, né i peccatori nell'assemblea dei giusti. Poiché l'Eterno conosce la via dei giusti, ma la via degli empi conduce alla rovina.
Versione poetica di Giovanni Diodati (1576-1649)
Beato l’huom che, dietro a la ria scorta Del consiglio degli empi, orma non preme. E ne la via dal ciel smarrita, e torta, Co’ peccatori non si ferma insieme. Né de la turba schernitrice siede Ne la profana e pestilente sede.
Ma ‘l sol diletto che gli stempra ‘l core In sacra gioia, è la Legge divina; E la mente devota, a tutte l’hore, Di notte e giorno, a meditarla inchina: A penetrar ne l’alto sentimento, E di pio zelo ad osservarla intento.
Quindi egli sie’ simil’ ad un frondoso Arbor, che posto in su le fresche rive D’acque correnti, s’erge prosperoso: Che ’n sua stagion largheggia in frutti e vive Serba le foglie del rotato cielo Non teme il variar’ in caldo o gelo.
E così d’esso avran l’opre e l’imprese Di venturoso fin bella corona. Agli empi queste sien gratie contese Con che ’l Signor i giusti guiderdona. Anzi fuscel che ‘l vento caccia e volve, Rassembreran, e lieve pula, e polve.
E per ciò non havran d’alzar la fronte, Nel giudizio final, cor, né baldanza: Né d’apparir, di colpe carchi e d’onte, Fra la beata giusta raunanza: Che de’ buoni il Signor la via gradisce Ma degli empi l’oprar con lor perisce.
 (Notizie su Israele, 1 gennaio 2026)
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Notizie archiviate
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