Ben-Gvir: «Siamo i padroni del Monte del Tempio»
Hamas «voleva vincere. Li abbiamo sconfitti, innanzitutto qui sul Monte del Tempio», ha affermato il ministro della Sicurezza nazionale israeliano.
di David Isaac
Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, durante una visita al Monte del Tempio lunedì in occasione della festa di Sukkot, ha dichiarato che, nonostante l’«enorme dolore» causato dal massacro del 7 ottobre 2023, c’è molto da festeggiare da quel tragico evento.
«Hamas voleva sconfiggerci. L’hanno definita [l’invasione di Hamas] la “Inondazione di Al-Aqsa”», ha detto Ben-Gvir. «Ma oggi siamo noi i padroni di casa sul Monte del Tempio».
Ben-Gvir ha anche affermato che Israele è «il padrone di casa nelle prigioni», riferendosi alle restrizioni più severe che ha imposto alle condizioni di vita dei detenuti per motivi di sicurezza nel 2023. Ha ridotto i tempi per la doccia, chiuso i forni delle carceri e vietato le visite dei familiari. Il suo divieto relativo alle visite dei membri della Knesset ai detenuti è stato annullato dalla Corte Suprema di Israele, riunita in qualità di Alta Corte di Giustizia, nell’aprile 2026. «Abbiamo trasformato la vita dei loro terroristi in un inferno», ha affermato.
Il ministro ha parlato anche del suo impegno per allentare le leggi sulle licenze al fine di aumentare il numero di armi da fuoco in possesso dei civili. Ha ampliato il numero di località in cui i residenti possono ottenere la licenza di porto d’armi da sei nel 2021 a 126 nel 2026. «Abbiamo distribuito armi e istituito squadre di pronto intervento», ha dichiarato. «Tre anni dopo, il popolo di Israele sta marciando verso la vittoria totale.»
Ben-Gvir ha concluso: «E in questa festività, sto pregando qui sul Monte del Tempio, nel luogo più importante, per la vittoria totale, per la redenzione completa, per la morte di tutti i terroristi e per la sovranità qui, nel luogo più importante per il popolo ebraico. Volevano vincere. Li abbiamo sconfitti, prima di tutto qui sul Monte del Tempio.»
Sempre lunedì, decine di migliaia di fedeli si sono radunati al Muro del Pianto a Gerusalemme per la cerimonia del Birkat Kohanim di Sukkot, alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Ben-Gvir, il ministro della Difesa Israel Katz, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, il sindaco di Gerusalemme Moshe Lion e l’ex ambasciatore statunitense in Israele David Friedman.
La cerimonia si è svolta nell’ambito delle preghiere previste in quel luogo per il Chol Hamoed di Sukkot.
Katz, che ha partecipato alla benedizione in qualità di kohen, ha affermato di aver recitato una preghiera per la sicurezza dei soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), del personale di sicurezza e di tutti i cittadini israeliani. «Che il Signore vi benedica e vi protegga», ha detto.
Friedman, anch’egli kohen, ovvero discendente diretto in linea paterna dal biblico Aaronne, ha sottolineato che questo era il suo decimo anno consecutivo di partecipazione alla cerimonia, descrivendo l’affluenza di quest’anno come «la più grande della storia» e aggiungendo: «Israele è tornato!».
Nel frattempo, l’ufficio del presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato lunedì che martedì il capo di Stato e la first lady ospiteranno il pubblico nella loro tradizionale sukkah aperta presso la Residenza Presidenziale a Gerusalemme.
L’evento di Sukkot avrà inizio alle 9:30 del mattino ed è organizzato in collaborazione con il Ministero della Cultura e dello Sport. Il tema di quest’anno è “Lo spirito israeliano: un viaggio attraverso la cultura e lo sport verso un domani israeliano condiviso”.
Il presidente e la first lady usciranno periodicamente per salutare i visitatori. Herzog visiterà inoltre la sukkah alle 8:45 del mattino.
(Israel Heute, 28 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Irlanda, il calcio si trasforma in protesta pro-Palestina: gesti eclatanti contro Israele
Ennesima dimostrazione di come la propaganda pro-Palestina abbia ben poco a che vedere con lo sport.
Durante la partita di UEFA Nations League tra Irlanda e Israele, terminata 3-0 per l’Irlanda, i giocatori irlandesi hanno indossato una fascia nera al braccio in memoria delle vittime di Gaza, come se le vittime del 7 ottobre non fossero mai esistite.
Durante l’inno israeliano, inoltre, diversi giocatori irlandesi hanno chinato la testa in segno di protesta contro la guerra a Gaza e successivamente, il capitano dell’Irlanda si è rifiutato di stringere la mano al capitano israeliano, Manor Solomon.
Ancora una volta, la politica è entrata direttamente in campo, trasformando un momento sportivo in un gesto di protesta politica.
(HaKol, 28 settembre 2026)
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È odio. Puro odio rivestito di ipocrisia. Pagheranno. M.C.
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A quasi tre anni dal 7 ottobre, Israele continua a cercare i responsabili dei rapimenti
di Anna Balestrieri
A quasi tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, la caccia agli uomini coinvolti nei rapimenti degli ostaggi israeliani continua. Domenica 27 settembre l’esercito israeliano e lo Shin Bet hanno annunciato l’uccisione di Saher Nidal Latfi Sakr, identificato come uno degli uomini che rapirono Noa Argamani e il suo compagno Avinatan Or dal festival Nova. Secondo l’IDF, Sakr era affiliato a organizzazioni jihadiste attive nella Striscia di Gaza e durante la guerra avrebbe inoltre fornito armi ad Hamas e contribuito alla preparazione di attacchi contro militari e civili israeliani.
Il suo nome era già legato a una delle immagini più riconoscibili del 7 ottobre: Argamani e Or vengono portati via su una motocicletta mentre lei tende le braccia verso il compagno. Argamani sarebbe rimasta prigioniera per 246 giorni, fino al salvataggio dell’8 giugno 2024, mentre Or è stato liberato nell’ottobre 2025.
• Il rapimento di Noa
Le immagini del rapimento trasformarono rapidamente Noa Argamani in uno dei volti più conosciuti della crisi degli ostaggi. La giovane era al festival musicale Supernova, vicino al confine con Gaza, quando fu catturata insieme ad Avinatan Or.
Secondo quanto comunicato dalle autorità israeliane, Sakr è stato identificato attraverso le immagini del rapimento e successivamente localizzato nella Striscia. L’IDF sostiene inoltre che l’uomo avesse continuato a rappresentare una minaccia anche dopo il 7 ottobre, partecipando alla fornitura di armi e alla preparazione di nuovi attacchi. Queste informazioni provengono dalle autorità israeliane e non sono state presentate dal Jerusalem Post come risultati di un’indagine indipendente.
• Non è l’unico responsabile dei rapimenti
Nello stesso giorno le autorità israeliane hanno annunciato anche l’uccisione di Muhammad Hamad Muhammad Gabain, comandante dell’ala militare di Hamas, indicato come coinvolto nella detenzione di nove ostaggi catturati il 7 ottobre: Ziv e Gali Berman, Eitan Mor, Liri Albag, Agam Berger, Matan Angrest, Omri Miran, Keith Siegel e Alon Ohel. Secondo l’IDF, Gabain è stato ucciso in un attacco nel nord della Striscia di Gaza martedì.
La notizia arriva dopo altre operazioni contro persone accusate di aver partecipato ai rapimenti. A luglio, per esempio, le forze israeliane avevano annunciato l’uccisione di Ahmed Hussein Mohammed Kafina, comandante delle Brigate Mujahideen, anch’egli indicato come coinvolto nel rapimento di Argamani e Or.
La vicenda mostra così come, mentre la questione degli ostaggi è entrata in una nuova fase, le operazioni israeliane continuino a concentrarsi anche sugli uomini identificati come responsabili delle catture del 7 ottobre.
• Una memoria ancora presente
Il caso di Argamani ha però una particolarità: il rapimento fu documentato quasi in tempo reale e quelle immagini sono diventate una delle rappresentazioni visive più riconoscibili del 7 ottobre. La notizia della morte di Sakr riporta quindi alla superficie una vicenda che per milioni di persone era rimasta legata proprio a quelle immagini.
Il percorso dei due ostaggi ha inoltre seguito due tempi completamente diversi. Argamani è stata liberata nel giugno 2024 durante l’operazione Arnon, insieme ad Andrey Kozlov, Almog Meir Jan e Shlomi Ziv. Or è invece rimasto a Gaza fino all’ottobre 2025, quando è stato liberato nell’ambito dell’accordo per Gaza mediato dagli Stati Uniti.
A quasi tre anni dal 7 ottobre, dunque, la storia dei rapimenti non si è conclusa con la liberazione degli ostaggi: per Israele continua anche attraverso la ricerca e l’eliminazione degli uomini che le autorità identificano come responsabili delle loro catture.
(Bet Magazine Mosaico, 28 settembre 2026)
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Ebreo 151
È bene essere scettici riguardo alla lettera aperta di “150 ebrei berlinesi” in risposta alle accuse di antisemitismo mosse contro la Sinistra. Infatti, non tutti i firmatari vivono nella capitale federale.
di Michail Kantor
Dopo le elezioni del Parlamento di Berlino, 150 ebrei hanno firmato una lettera aperta. In essa si afferma, in sostanza, che gli avvertimenti sulla sinistra berlinese sono esagerati e che le accuse di antisemitismo mosse al partito sono in parte strumentalizzate a fini politici. In molti media ciò si è rapidamente trasformato in uno slogan ad effetto: “150 ebrei berlinesi”.
Non condivido la loro valutazione. Con me siamo 151.
La mia voce non vale più della loro. Ma già un solo voto contrario dimostra quanto poco un numero possa rivelare su «gli ebrei».
Ho vissuto a Berlino per più di 45 anni. Lì ho frequentato l’asilo e la scuola, sono stato al centro giovanile della comunità ebraica e sono ancora oggi profondamente radicato in questa città e nella sua vita ebraica.
Ora vivo a Düsseldorf. Proprio per questo non accetterei di essere inserito come «ebreo berlinese» in una lista che dovrebbe rappresentare gli ebrei di questa città. Non vivo più lì e comunque non parlo a nome della comunità ebraica di Berlino. Ma nemmeno i 150 lo fanno. Alcuni di loro hanno ben meno legami con Berlino di me.
• Ebrei berlinesi provenienti da Chemnitz e Canterbury
Non occorre cercare a lungo. Al numero 111 della lista figura Robert Rotifer, musicista e giornalista musicale di Vienna. Vive in Inghilterra dal 1997, attualmente a Canterbury. Al numero 133 si trova l’attrice e cantante Nirit Sommerfeld. In passato ha vissuto a Berlino, poi ha trascorso molti anni nei pressi di Monaco e nel 2024 si è trasferita a Chemnitz.
Entrambi possono naturalmente esprimersi sulla politica berlinese. Ma chi li definisce «ebrei berlinesi» non ha controllato. Eppure sarebbero bastati pochi minuti, poiché entrambi i luoghi di residenza sono riportati nelle loro biografie accessibili al pubblico. Altri firmatari si sono trasferiti a Berlino solo di recente o hanno più residenze.
Non si tratta di cavilli. L’etichetta «ebrei berlinesi» conferisce alla lettera un peso che non ha. Sembra la voce di una comunità. In realtà è la voce di 150 singoli individui, e non tutti sono berlinesi, tutt’altro. Le redazioni hanno evidentemente ripreso questa etichetta senza verificarla, perché si adattava bene alla storia.
Non si sa nemmeno come sia nata la lettera. Chi l’ha scritta? Chi ha contattato i firmatari e attraverso quali reti? Per quanto tempo sono state raccolte le firme e a chi non è stato chiesto nulla? Anche questo si sarebbe potuto chiarire prima di trasformarla nella voce di un’intera comunità.
• L’antisemitismo non è una votazione
Il mio vero problema non sono i firmatari, ma ciò che viene fatto della loro lettera. Da 150 nomi si ricava in un batter d’occhio un argomento: se così tanti ebrei non hanno problemi con la sinistra, l’antisemitismo lì non può essere poi così diffuso.
Ma da quando il numero delle firme ebraiche determina se un’affermazione è antisemita? L’antisemitismo non diventa reale solo perché 150 ebrei lo riconoscono. E non scompare perché 150 ebrei non lo vedono.
Chi accusa la sinistra berlinese che singoli funzionari, gruppi o posizioni superino il confine tra critica a Israele e antisemitismo legato a Israele, deve verificare proprio questo. Cosa è stato detto? Con chi ci si è alleati, a quali manifestazioni si è partecipato? Quale definizione di antisemitismo riconosce il partito e quale no? E come reagisce quando dalle proprie file escono frasi discutibili? Una lettera aperta non fornisce risposta a nessuna di queste domande.
• Chi manca nella lista?
La vita ebraica a Berlino è variegata. Ci sono famiglie che vivono qui da decenni e persone con radici in Polonia. Ci sono i tanti che sono arrivati dall’Unione Sovietica e dai suoi Stati successori a partire dagli anni Ottanta e soprattutto Novanta. Israeliani, americani, credenti e laici, membri della comunità e coloro che non hanno nulla a che fare con essa.
Nella lista figurano invece soprattutto scrittori, giornalisti, artisti, musicisti e scienziati. Dove sono gli imprenditori, le dottoresse, gli avvocati, gli insegnanti? I pensionati, gli impiegati, i genitori degli alunni delle scuole ebraiche, le persone che ogni Shabbat siedono in sinagoga?
Forse molti di loro la pensano come i 150. Forse no. Non lo sappiamo, perché nessuno glielo ha chiesto. Una lettera non è un sondaggio
Una lettera aperta dice qualcosa su chi la firma. Non dice nulla su un intero gruppo della popolazione. Se 150 medici si opponessero a una riforma sanitaria, a nessuno verrebbe in mente di ritenere che ciò rappresenti l’opinione della «corpo medico». Perché dovrebbe essere diverso per gli ebrei?
Gli ebrei non sono un’unità politica. Votano in modo diverso, vedono Israele in modo diverso e valutano l’antisemitismo in modo diverso. Questa non è una debolezza, ma semplicemente la normalità.
• Anche gli ebrei possono sbagliare
Che anche gli ebrei possano sbagliare lo dimostra non da ultimo la storia tedesca. L’«Associazione degli ebrei nazionali tedeschi» guidata da Max Naumann era radicalmente nazionalista tedesca e combatteva il sionismo. Alcuni esponenti di quell’ambiente sottovalutarono il pericolo rappresentato dai nazionalsocialisti in un modo che oggi lascia sbalorditi.
Con questo non sto equiparando la sinistra berlinese al NSDAP. Sarebbe assurdo. Si tratta esclusivamente dell’argomento: anche i membri di una minoranza minacciata non hanno un istinto politico infallibile. Essere ebrei non rende un’analisi né giusta né sbagliata.
Per questo motivo la frase «150 ebrei dicono che la sinistra non è un pericolo» non mi convince. Io sono l’ebreo numero 151 e la vedo diversamente. Ciò non dimostra che io abbia ragione. Dimostra solo che quei 150 non parlano a nome di tutti.
Non si dovrebbe dare più peso di così a questa lettera. E certamente non si dovrebbe parlare di «150 ebrei berlinesi».
(Israelnetz, 28 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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I candidati a primo ministro di Israele: Avigdor Lieberman
di Ugo Volli
Fra circa un mese, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni politiche, certamente le più importanti della storia recente perché decideranno chi guiderà la strategia futura e dunque in che direzione andrà lo Stato ebraico. Alle elezioni si sono presentate ben 38 liste, ma di queste probabilmente solo una dozzina entreranno in parlamento. I blocchi principali sono ancora meno: la destra religiosa di Smotrich e Ben Gvir e ora Winter, il centrodestra del Likud (Netanyahu), i due partiti charedì (“ultraortodossi”) le due liste arabe, i quattro partiti fra il centro e la sinistra unificati dal rifiuto di Netanyahu (Bennett/Lapid, Lieberman, Golan, Eisenkot). Fra i quattro candidati che hanno dichiarato di aspirare a diventare il nuovo primo ministro, oltre a Netanyahu, tre vengono proprio da quest’area dell’opposizione: Eisenkot, Bennett e Lieberman. Shalom dedicherà loro dei ritratti, per permettere ai lettori italiani che non li conoscono di capire meglio la scelta dell’elettorato israeliano. Dopo gli articoli su Eisenkot e Bennett, il terzo di questa serie è dedicato ad Avigdor Lieberman.
• Una candidatura difficile ma non impossibile
Quasi tutti i sondaggi gli danno solo 8 seggi sui 120 della Knesset e i 61 richiesti per la maggioranza. Del resto, il suo partito “Israel Beitenu” (Israele è la nostra casa) non ne ha mai avuti di più dopo le elezioni del 2013, in cui era apparentato al Likud. Ciononostante, Avigdor Lieberman si candida a fare il primo ministro dello schieramento oggi di opposizione e il più accreditato giornalista israeliano di politica interna, Amit Segal, ritiene che questa candidatura abbia discrete possibilità di successo, forse più di quelle del leader del partito maggiore dell’opposizione, Eisenkot. La ragione è che sul piano numerico i suoi seggi sarebbero certamente necessari a far raggiungere al “fronte del cambiamento” la maggioranza, anche se, secondo gli ultimi sondaggi, non è affatto detto che bastino, anche con l’aggiunta del partito arabo Ra’am. E sul piano politico Lieberman è il solo leader che possa controbilanciare la presenza di Ra’am e della sinistra estrema dei “democratici” di Golan.
• Prima della politica
Lieberman è il più anziano dei candidati dell’opposizione a primo ministro e anche il solo immigrato, visto che è nato nel 1958 a Chisinau, in Moldavia (che allora era parte dell’URSS). All’ebraismo russo e moldavo Lieberman è sempre rimasto profondamente legato. Arrivato in Israele a vent’anni, ha fatto il servizio militare in artiglieria e si è laureato in scienze politiche all’Università ebraica di Gerusalemme. È sposato con Ella, proveniente anche lei dalla Moldavia, con cui ha avuto tre figli. Vive a Nokdim, un insediamento nel deserto della Giudea oltre la linea verde. Prima di dedicarsi alla politica ha fatto l’importatore di legname dall’Unione Sovietica. Energico, poco propenso ai compromessi, facile alle polemiche, Lieberman è un uomo che suscita grandi fedeltà e dure avversioni, difficilmente resta indifferente, nel bene e nel male è assai popolare anche se appartiene alla vecchia scuola della politica dei discorsi e non ama le nuove tecnologie della comunicazione. Il suo ambiente è quello russofono, che ha conquistato un peso notevole in Israele dopo la caduta dell’Unione Sovietica e l’immigrazione di massa in Israele e ancora lo mantiene. Il suo ebraismo è fiero e combattivo, sviluppato sul piano storico e nazionale e non su quello religioso; anzi è uno dei politici più diffidenti verso il rabbinato e i charedim.
• La carriera politica
Già a metà degli anni Ottanta, durante e dopo la vita universitaria Lieberman si accostò al Likud e personalmente a Netanyahu: con lui fu direttore generale del partito e poi dell’ufficio del primo ministro fra il 1993 e il 1997. Ma il rapporto si interruppe quando Netanyahu, sotto forti pressioni da Clinton e dall’Unione Europea, firmò il memorandum di Wye River con l’Autorità Palestinese. Questo accordo avrebbe dovuto sviluppare gli accordi di Oslo assegnando nuovi territori all’amministrazione dell’AP, ma poi divise la maggioranza provocando la caduta del primo governo Netanyahu e comunque fallì a causa della ripresa del terrorismo palestinese. Nel 1998 Lieberman fondò il suo partito “Israel Beitenu”, con una base fortemente radicata fra gli immigrati dell’ex Unione Sovietica. Fu ministro dei Trasporti con Sharon, ma poi si oppose all’abbandono di Gaza ed uscì dalla sua maggioranza. Rientrò al governo con Olmert come vicepremier e Ministro degli Affari Strategici incaricato di occuparsi della minaccia iraniana, che già nel 2006 denunciava come la minaccia più pericolosa per Israele; ma ne uscì di nuovo nel 2008 perché contrario ai negoziati di pace con l’Autorità Palestinese. Israel Beitenu contribuì alla vittoria di Netanyahu del 2009 con un grande successo (15 deputati, il massimo mai raggiunto). Lieberman divenne Ministro degli Esteri e di nuovo vicepremier. Nel 2013 Likud e Israel Beitenu si presentarono assieme alle elezioni, vincendole largamente; nel 2016 Lieberman divenne Ministro della Difesa. In questa qualità fu il solo a opporsi alla “concepzia”, l’idea che il conflitto con i terroristi andasse gestito con un misto di concessioni e rappresaglie e che non bisognasse cercare di distruggere Hamas ma di indurlo alla convivenza. Di recente è uscito un suo documento del 2016 (ironicamente recapitato a Netanyahu e al capo di stato maggiore del tempo, Eisenkot, oggi i suoi avversari elettorali), in cui ammoniva sul pericolo di un’invasione con presa di ostaggi di Hamas, proprio come poi accadde sette anni dopo. Proprio la conclusione di un cessate il fuoco con Hamas, che Lieberman giudicava sbagliato e pericoloso, portò nel novembre 2018 alla sua nuova uscita dal governo e alla rottura definitiva con Netanyahu.
• Le prospettive
La carriera di Lieberman, piena di rotture e di dure polemiche, condotte di solito da una chiara posizione di destra ma anche laicista, fa capire perché la sua candidatura a primo ministro è difficile. In teoria le sue posizioni non dovrebbero consentirgli di governare con l’appoggio di partiti arabi e islamisti (ma è stato parte del governo Bennett cui partecipava Ra’am, legato ai Fratelli Musulmani) né con quello dei charedim (ma ci ha convissuto nei governi del Likud). Ed egli ha spesso dichiarato negli ultimi otto anni di non voler entrare in una maggioranza con Netanyahu. Ciò dovrebbe escluderlo da ogni coalizione di governo. D’altro canto, Lieberman è abile politico, almeno quando non si superano le sue “linee rosse”, il più esperto in campo dopo Netanyahu; ha coperto tutti i principali ruoli governativi, è in qualche modo una garanzia per la maggioranza dell’elettorato di Israele che considera la sicurezza il primo problema; potrebbe insomma spuntare come il punto di equilibrio di una “coalizione del cambiamento” che per il momento è assai disunita e litigiosa. E questo ciclo elettorale, che forse non si concluderà con le elezioni di ottobre ma chiederà altre votazioni per uscire dallo stallo che si profila, come accadde sei anni fa, è probabilmente la sua ultima occasione per arrivare al posto di primo ministro.
(Shalom, 28 settembre 2026)
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Le parabole di Gesù in Matteo 25
di Samuele Negri
L'apostolo Paolo nello scrivere la sua seconda lettera a Timoteo afferma che: "Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, ad educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona" (2 Timoteo 3:16-17). Perciò è buona norma tenere presente questi obiettivi di carattere positivo e costruttivo. Dobbiamo assolutamente evitare di fare della Scrittura un motivo di scontro; oppure avvicinarci ad essa senza quella dovuta riverenza che deve caratterizzare ogni nostro incontro con il Signore. Il Salmista scrive che le Scritture hanno lo scopo di donarci "saggezza, illuminazione e vita" (Salmi 119:98, 105,154). Perciò dobbiamo aspettarci che l'esaminarla ed il confrontarsi con essa, ci renda sempre più zelanti e più conformi alla volontà perfetta del Signore. È importante che queste raccomandazioni siano tenute presenti proprio mentre cerchiamo di comprendere le parole di Gesù in Matteo 25.
Si tratta di un testo che è stato variamente interpretato. A volte con rigore esegetico, altre volte estraendolo dal suo contesto e facendone un generico messaggio esortativo. Con questo non si vuol dire necessariamente che siano state dette delle cose sbagliate. Trattandosi della parola di Gesù è evidente che noi troviamo in essa esortazioni che sono sempre valide e che ci impegnano. Tuttavia sono convinto che trarremo il massimo di insegnamenti, se ci impegneremo a comprendere questo testo con discernimento per "dispensare rettamente la parola della verità" (2 Timoteo 2:15).
Potrà capitare di comprendere cose che forse abbiamo inteso diversamente. Ebbene sarà un'occasione per esercitare la nostra maturità. Nessuno, nemmeno lo studioso più quotato delle Scritture, potrà mai affermare di aver capito tutto perfettamente in questo caso dobbiamo ritenere la raccomandazione dell'apostolo Paolo: "Se in qualche cosa voi pensate altrimenti, Dio vi rivelerà anche quella. Soltanto, dal punto a cui siamo arrivati, continuiamo a camminare per la stessa via" (Filippesi 3:15-16). In questo modo non ci lasceremo turbare dai nostri limiti. Stiamo camminando verso il giorno in cui "conosceremo pienamente" (1 Corinzi 13:12).
Si ripropone l'interrogativo: "A chi si sta rivolgendo Gesù? Di chi e di che cosa sta parlando? Si riferisce ad Israele, oppure alla chiesa? Si rivolge alla collettività, oppure agli individui?" Per rispondere a questi interrogativi dobbiamo prendere in esame il contesto. Risulta evidente che Gesù sta continuando a rivolgere precise esortazioni su come prepararsi per la sua venuta in "gloria e potenza" (Matteo 24:3, 14, 27, 30, 39, 42, 44), per stabilire il suo regno. Non ci sono elementi per dire che l'argomento principale sia mutato. Anzi il testo prosegue proprio dicendo "il regno dei cieli sarà simile a ... " v. 1.
Perciò i primi destinatari di questo messaggio continuano ad essere gli ebrei, per i quali la speranza di un regno messianico continua ad essere futura (Atti 1:6-7). Per cui, se volessimo introdurre, a questo punto, la chiesa, faremmo un'operazione che sconvolgerebbe tutti i principi per un'interpretazione corretta. Questo non significa che pur avendo letto questo testo diversamente, non siano state dette delle cose utili e positive sulla necessità di essere pronti per la venuta del Signore. Si tratta di applicazioni possibili ed assolutamente lecite, che però non devono farci perdere di vista il significato primario di queste parole. Gesù, nel rispondere alle domande di alcuni suoi discepoli, ha già rivolto degli importanti insegnamenti:
- Ha indicato i segni e gli eventi che precederanno il momento della sua venuta (Matteo 24:4-31).
- Ha rivolto una serie di esortazioni pratiche tramite cinque illustrazioni: la similitudine del fico, i giorni di Noè, i due che saranno nel campo o al mulino, il padrone di casa ed il ladro e il servitore fedele e prudente (Matteo 24:32-51).
Ora Gesù continua con le sue esortazioni con due parabole molto ricche di insegnamenti:
- La parabola delle dieci vergini.
- La parabola dei talenti.
Queste parabole potranno essere di arricchimento spirituale a condizione che siano interpretate correttamente, non trascurando il loro obiettivo principale. In esse Gesù parla della necessità di una preparazione individuale in vista dell'incontro con Lui.
• LA PARABOLA DELLE DIECI VERGINI
- “Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo.
- Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute;
- le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell'olio,
- mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell'olio nei vasi.
- Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono.
- Verso la mezzanotte si alzò un grido: 'Ecco lo sposo, uscitegli incontro!'.
- Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade.
- E le stolte dissero alle avvedute: 'Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono'.
- Ma le avvedute risposero: 'No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!'.
- Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze e la porta fu chiusa.
- Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: 'Signore, Signore, aprici!'.
- Ma egli, rispondendo, disse: 'Io vi dico in verità: Non vi conosco'.
- Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora”.
Dopo le sue esortazioni Gesù prosegue con una parabola, cioè un breve racconto allegorico per impartire un insegnamento morale. La base per questa affermazione la troviamo nell'espressione iniziale: "Allora il regno dei cieli sarà simile a ... " v. 1. Naturalmente perché l'insegnamento fosse efficace era necessario che la parabola traesse spunto da qualcosa di ben conosciuto da parte degli ascoltatori. Perciò se vogliamo comprenderla bene è necessario ricordare quali erano gli usi ed i costumi concernenti un matrimonio ebraico di quel tempo. Esso comprendeva due fasi:
- Anzitutto lo sposo si recava presso l'abitazione della sposa per prenderla e per adempiere ad alcune cerimonie religiose (Genesi 29:21-28).
- Poi con la sposa ritornava a casa sua per il banchetto ed i festeggiamenti che duravano sette giorni (Genesi 29:26, 28; Giovanni 2:1-12).
Naturalmente la parte pubblica del matrimonio era quest'ultima, cioè quella concernente i festeggiamenti. Ecco perché la gente si riuniva in attesa dello sposo o gli andava incontro, per poter entrare insieme nella sala delle nozze v.10 (Matteo 22:1-12). Questa è appunto la situazione descritta in questa parabola.
Un altro particolare degno di nota è che in questa parabola non si fa menzione della sposa. Non perché lei non sia importante, ma perché ella è già con lo sposo. Tutto questo si attaglia perfettamente con la lettura che stiamo facendo di questo testo. Infatti se accostiamo tutti quei brani della Parola di Dio· che parlano di questi avvenimenti, emerge il fatto che quando il Signore Gesù Cristo tornerà con "gran potenza e gloria" (Matteo 24:30), in realtà la sposa, cioè la chiesa (Efesini 5:23, 25, 32; 2 Corinzi 11:2; Apocalisse 19:7-9), sarà già con lo sposo. Ne condivide la gloria (1 Tessalonicesi 3:13; 2 Tessalonicesi 1:10), perché è già stata rapita in precedenza (1 Tessalonicesi 4:13-17). Mi sembra perciò evidente che il messaggio di questa parabola, al di là delle cose positive che dice a tutti, è concepita in modo particolare per parlare "agli amici dello sposo" (Giovanni 3:29), cioè agli ebrei, rappresentati qui dalle "dieci vergini", chiamati a partecipare e ad entrare nel regno ormai imminente.
Perciò lo scopo dell'insegnamento del Signore Gesù in questa occasione è quello di mostrare che non è sufficiente appartenere genericamente al popolo ebraico per avere la garanzia di partecipare al regno del Signore. Vi sono delle condizioni morali, interiori, da soddisfare, pena l'esclusione definitiva dalla "sala delle nozze" (v. 12; Matteo 22:11-14). Non v'è dubbio che se facciamo un'applicazione sbagliata di questa parabola applicandola alla chiesa, rischiamo di giungere a conclusioni ancora più errate. Come ad esempio quella di affermare che la metà dei cristiani non saranno salvati!
Stabiliti gli obbiettivi generali della parabola, passiamo ai particolari di essa. Gesù narra di "dieci vergini", un numero che parla di completezza (Esodo 34:28; Daniele 1:15, 20; Zaccaria 8:23; Apocalisse 2:10), per indicare un gruppo ben determinato (Rut 4:2; Luca 19:13). In questo caso, dato il contesto, ci si riferisce all'insieme della nazione ebraica. Ma di queste "dieci vergini" che vanno incontro allo sposo, perché tutte condividono la stessa attesa e· speranza, cinque sono definite avvedute, e cinque stolte v. 2. Questa valutazione viene fatta sulla base della loro previdenza o imprevidenza, ovvero sulla base della concretezza o meno della loro fede. Cinque si sono assicurate una scorta d'olio sufficiente per le loro lampade, mentre le altre non l'hanno fatto vv. 1-4. Tutto ciò focalizza la nostra attenzione sul fatto che l'apparenza esteriore, "dieci vergini", non è sufficiente per affrontare l'evento atteso. È assolutamente necessario possedere una risorsa interiore, l'olio nei vasi, che permetta di perseverare. Perciò l'apostolo sarà condotto a scrivere: "Giudeo infatti non è colui che è tale all'esterno ... ma Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera ... " (Romani 2:28-29). Difatti, come vediamo in questo racconto, solo questa risorsa interiore permette di essere realmente pronti per l'incontro con lo sposo. Difatti c'è un ritardo v. 5, almeno questa è l'impressione, soprattutto quando si è in attesa. Ed allora tutte non solo divennero sonnacchiose, ma si addormentarono.
Per secoli, durante la sua dispersione, Israele è sembrato addormentato. Ma ecco che viene il momento in cui risuona il grido: "Ecco lo sposo" v. 6, e dato che è notte fonda, probabilmente un'allusione ai momenti difficili e di prova che questa nazione deve ancora affrontare, avere dell'olio nelle lampade per essere illuminati è indispensabile. Di fronte a questa esigenza imprescindibile avrà luogo una selezione. Verrà messo in evidenza chi si è realmente preparato in vista dell'adempimento della speranza messianica e chi invece si è accontentato di una generica identità nazionale o di un formalismo religioso senza contenuti (2 Timoteo 3:5; Tt 1:16). Non v'è dubbio che Israele per entrare nel regno dovrà subire un esame, una prova su base individuale (Ezechiele 20:33-38). È scritto che "In quel giorno vi sarà una fonte aperta per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme, per il peccato e per l'impurità" (Zaccaria 13:1). Questa tensione affannosa viene descritta molto bene dai versetti 7-10. Inoltre, dobbiamo rilevare che, poiché qui si parla di olio, è stato detto che, essendo simbolo dello Spirito Santo (Atti 10:38; 2 Corinzi 1:21-22), questo si riferisce a lui. Ma direi che questa spiegazione, forse suggestiva per molti, non è necessariamente una indicazione contenuta nel testo. Questa è una di quelle eventuali applicazioni spirituali dei molteplici insegnamenti e lezioni che si possono trarre dalla parabola. Osserviamo ancora che l'apice, ovvero il culmine solenne di questa parabola è contenuto nei vv. 10-12, dove ci viene spiegato che l'essere pronti per la venuta dello sposo non è solo un fatto moralistico, ma fondamentale. Perché viene il momento in cui lo sposo arriva e chi è pronto entra, mentre gli altri saranno esclusi, perché l'uscio fu chiuso v. 10. I piani di Dio, come la sua pazienza hanno una scadenza (Genesi 7:16), e le vergini stolte non poterono più entrare.
Ma non semplicemente perché erano in ritardo, ma perché lo Sposo "non le conosce" v. 12, un'espressione significante che non sono mai entrate in una vera relazione con lui. Qui riecheggiano le stesse parole che Gesù aveva pronunciate nel "Sermone sul monte": "Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli ... Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?». Allora dichiarerò loro: «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!»" (Matteo 7:21-23). Anche per Israele viene richiesta la conversione. Perciò Gesù ripete l'invito a "vegliare" v. 13, cioè a riesaminare la propria vita per vedere se esiste una reale preparazione spirituale o se ci si è accontentati di apparenze e di una pietà esteriore. Stabilito il senso vero della parabola si possono poi trarre molti insegnamenti paralleli che valgono per tutti.
• LA PARABOLA DEI TALENTI
- “Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servitori e affidò loro i suoi beni:
- a uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.
- Subito, chi aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare e ne guadagnò altri cinque.
- Allo stesso modo, quello dei due ne guadagnò altri due.
- Ma quello che ne aveva ricevuto uno, andò e, fatta una buca in terra, vi nascose il denaro del suo padrone.
- Dopo molto tempo, il padrone di quei servitori ritornò a fare i conti con loro.
- E colui che aveva ricevuto i cinque talenti, venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: 'Signore, tu mi affidasti cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque'.
- E il suo padrone gli disse: 'Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore'.
- Poi, presentatosi anche quello dei due talenti, disse: 'Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due'.
- Il suo padrone gli disse: 'Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore'.
- Poi, accostatosi anche quello che aveva ricevuto un solo talento, disse: 'Signore, io sapevo che tu sei uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso;
- ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo'.
- E il suo padrone, rispondendo, gli disse: 'Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso;
- dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri e, al mio ritorno, avrei ritirato il mio con interesse.
- Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti.
- Poiché a chiunque ha sarà dato ed egli sovrabbonderà, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
- E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridore dei denti'”.
Se la parabola delle "dieci vergini" , aveva lo scopo di sottolineare l'importanza e l'esigenza di essere pronti e di essere "conosciuti" (Galati 4:9 dal Re per poter partecipare al banchetto ed entrare nel regno, la parabola dei "talenti" vuole insegnare che la vera preparazione e la sincerità dell'attesa di esprimono con l'impegno ed il servizio. Non c'è spazio per l'ozio e l'indifferenza; la fede biblica è sempre attiva ed operante (Filippesi 2:13; Geremia 2:17, 26).
Anche in questa parabola dobbiamo vedere due linee di pensiero.
- Dobbiamo tenere presente il suo significato primario che riguarda la responsabilità degli ebrei. Un popolo che ha ricevuto da Dio grandi privilegi. Come ricorda l'apostolo Paolo: "A loro furono affidate le rivelazioni di Dio" (Romani 3:2). A loro appartengono: "l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro, le promesse ... e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno" (Romani 9:4-5). Perciò questi ebrei si trovano nella stessa condizione dei servi della parabola che si sono visti affidare dal Padrone partito per un viaggio v. 14, dei talenti, secondo le loro capacità vv. 14-15.
- In secondo luogo, in questa parabola sono contenuti dei principi eterni che travalicano la situazione specifica e riguardano anche noi membri della chiesa. Le parole contenute qui devono condurci ad un serio esame di noi stessi. Anche a noi sono stati fatti dei doni specifici in vista del nostro servizio (Efesini 4:7-16). Fra l'altro un insegnamento simile lo troviamo nella "parabola delle dieci mine" (Luca 19:11-27), raccontata in un'altra occasione, sebbene con una diversa enfatizzazione.
Quindi questo ci mostra con quale diligenza ed attenzione dobbiamo ascoltare .(Matteo 25:14-30). Cerchiamo allora di sottolineare gli insegnamenti di fondo di questa parabola. Se ne possono menzionare almeno quattro.
- A tutti i servi sono stati affidati dei talenti.
Sebbene non sia sempre facile stabilire il valore esatto del talento, data la svalutazione continua della nostra moneta, pure si tratta di una somma non indifferente v.14-15: un capitale con cui lavorare. La differenza di denaro consegnato ai servi, non dipende dalla parzialità del padrone, ma dalle capacità di ciascuno v. 15. Dobbiamo stare poi attenti a non fare subito l'equazione: talenti uguale doni dello Spirito Santo. Questo insegnamento lo troviamo altrove. La parabola si rivolge in primo luogo al popolo ebraico che, come tale, ha ricevuto privilegi e benedizioni indipendentemente dalla sua fede. Ricordiamoci che Dio ritiene gli uomini responsabili anche per i doni naturali (Matteo 11:20-21). La parabola ci informa che almeno due servi hanno capito questo fatto e si misero subito all'opera, mentre il terzo andò a nascondere il talento ricevuto (v. 16-18).
 - Vi sarà una resa dei conti indipendentemente· dalla salvezza o dalla perdizione, (Atti 24:25).
Nessuno può beffarsi di Dio (Galati 6:7). Si tratta di una verità solenne che nessuno può ignorare. Tutti quanti, nel momento stabilito dal Signore, dovremo essere giudicati: "affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male" (2 Corinzi 5:10). Ed infatti vediamo che in questo caso c'è stato un esame personale vv. 19-25. Tutto subirà una valutazione imparziale (1 Corinzi 3:8-15). La consapevolezza di questo fatto deve orientare e condizionare positivamente il nostro comportamento (2 Corinzi 5:11).
- Vi sarà plauso e ricompensa per chi ha operato secondo i talenti ricevuti, (Romani 2:5-11).
Questo ci mostra che esiste un diretto collegamento tra la fedeltà, l'impegno spiegato e gli incarichi che verranno affidati in futuro vv. 21, 23 (Luca 19:17, 19). È una visione che deve aiutarci a non perdere coraggio di fronte alle difficoltà o all'ingratitudine dei nostri contemporanei. Il Signore tiene conto di ogni cosa ed ogni impegno verrà ricompensato (Matteo 10:42).
- La punizione per il servo malvagio e fannullone è senza appello, v. 26-30.
Davanti al padrone è inescusabile (Romani 1:21), perciò viene gettato nelle "tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridore dei denti" v. 30. Un'espressione che parla di perdizione eterna (Matteo 13:42). Tutto ciò sarebbe la dimostrazione che non era salvato. Ci ricorda pure che, sebbene le opere in loro stesse non diano la salvezza (Efesini 2:9), il fatto di essere sterili ed improduttivi, dimostra che probabilmente non siamo mai stati raggiunti dalla grazia di Dio che vivifica e rende capaci di ''fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo" (Efesini 2:10). Se il Signore abita in noi non resteremo "né pigri, né sterili" (2 Pietro 1:8; Geremia 2:18, 22). Questa parabola quindi aveva lo scopo di incoraggiare gli ebrei ad operare e ad essere attivi, nonostante le difficoltà dei giorni che precederanno la venuta del Figlio dell'uomo con "gran potenza e gloria". Essi devono ricordare che l'ingresso nel regno non è automatico, ma richiede una fede operante. Perché soltanto la vera fede può rendere capaci di azioni e di un impegno che diversamente mancherebbe di motivazioni. Da questa considerazione è facile capire che questi principi divini valgono anche per noi e ci riguardano (1 Corinzi 15:58).
(da "I cinque discorsi di Gesù in Matteo", MBG Rimini 1995)
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Gli Emmy guardano Israele attraverso Gaza
Tre produzioni dedicate al conflitto entrano nelle nomination internazionali, mentre per la prima volta dopo anni nessun titolo israeliano figura tra i candidati
di Shira Navon
Tre produzioni che raccontano Israele, Gaza e la Cisgiordania sono entrate nelle nomination agli International Emmy Awards 2026. Nessuna di esse è israeliana. La lista annunciata dall’International Academy of Television Arts & Sciences comprende invece un’inchiesta britannica costruita sulle testimonianze di soldati israeliani, un documentario di Louis Theroux sui coloni in Cisgiordania e un servizio di Al Jazeera dedicato ai dispersi nella Striscia. Un quadro che, dopo le polemiche suscitate alla Mostra di Venezia da NAZA, riapre inevitabilmente in Israele la discussione su come la guerra venga raccontata e premiata fuori dal Paese.
Il titolo destinato a suscitare le reazioni più forti è Breaking Ranks: Inside Israel’s War, prodotto da Zandland per ITV1 e candidato nella categoria Current Affairs. Diretto da Benjamin Zand e trasmesso nel Regno Unito nel novembre 2025, il film raccoglie le testimonianze di coscritti, riservisti e veterani delle Forze di difesa israeliane che hanno combattuto a Gaza. Alcuni compaiono con il proprio nome, altri in forma anonima.
Le accuse contenute nel documentario sono gravissime. I militari intervistati parlano di bombardamenti indiscriminati, uccisioni di civili e impiego di palestinesi come scudi umani. Sono testimonianze che il film presenta come elementi di una più ampia indagine sulla condotta dell’esercito durante la guerra seguita al massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Le IDF hanno respinto la rappresentazione di un esercito privo di regole, ribadendo di operare nel rispetto del diritto internazionale, di vietare l’uso di civili come scudi umani e di sottoporre a verifica le denunce di comportamenti illeciti.
Breaking Ranks aveva già ottenuto una forte attenzione nel Regno Unito. Nel 2026 è stato candidato ai BAFTA Television Awards e ai premi della Royal Television Society; ora arriva la candidatura agli International Emmy, uno dei riconoscimenti televisivi più prestigiosi per le produzioni realizzate fuori dagli Stati Uniti.
Nella categoria Documentary compare invece Louis Theroux: The Settlers, prodotto da Mindhouse. Il documentarista britannico torna in Cisgiordania, dove aveva già lavorato anni fa, e incontra esponenti del movimento dei coloni israeliani, seguendone idee, attività e progetti di espansione degli insediamenti. Anche in questo caso Israele viene osservato dall’esterno e attraverso uno dei nodi più controversi del conflitto israelo-palestinese.
A completare il quadro c’è Missing in Gaza, realizzato da Al Jazeera e candidato nella categoria News. Il servizio della rete qatariota è dedicato alla ricerca delle persone scomparse nella Striscia. Il Qatar figura tra i 22 Paesi rappresentati nelle nomination di quest’anno.
L’International Academy ha selezionato complessivamente 64 programmi e interpretazioni, distribuiti in 16 categorie. I vincitori saranno annunciati il 23 novembre a New York. Nell’elenco ufficiale non compare alcuna produzione israeliana, un’assenza che risalta anche alla luce dei risultati degli anni precedenti. Nel 2025 Bad Boy era stata candidata come miglior serie drammatica; Tehran aveva vinto nella stessa categoria nel 2021 e Nevsu aveva conquistato l’International Emmy per la commedia nel 2018.
Le candidature del 2026 confermano così una tendenza ormai evidente nel circuito internazionale dei festival e dei premi televisivi. Israele continua a essere molto presente sugli schermi, mentre le produzioni israeliane quest’anno scompaiono dalla competizione. Al loro posto avanzano opere straniere che concentrano l’attenzione sulla condotta dell’esercito a Gaza, sugli insediamenti in Cisgiordania e sulle conseguenze della guerra per la popolazione palestinese.
Dopo le polemiche che hanno accompagnato NAZA a Venezia, la questione è destinata quindi a ripresentarsi. Il 23 novembre sapremo quali di questi titoli saranno premiati. Intanto le nomination dicono già qualcosa sul modo in cui una parte importante dell’industria culturale internazionale ha scelto, nel 2026, di mettere Israele davanti alla macchina da presa.
(Setteottobre, 26 settembre 2026)
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Battere il tempo: la corsa per vendere le “Quattro Specie” di Sukkot
(JNS) Eliran Nachmias è un insegnante che, da 15 anni, affitta i seminterrati di due sinagoghe a Netanya e trascorre le settimane precedenti allo Yom Kippur selezionando i set delle “Quattro Specie” menzionate nella Bibbia in relazione alla festa di Sukkot.
Durante la settimana della festività, gli ebrei agitano durante le preghiere un ramo di palma da dattero, un etrog (cedro), rami di mirto e rami di salice. Questa antica tradizione religiosa è al centro di un’attività commerciale stagionale specializzata, nella quale coltivatori, grossisti, rivenditori e consumatori partecipano a un mercato che opera con scadenze molto rigide.
«I coltivatori portano i prodotti nei magazzini di tutto il Paese, soprattutto a Bnei Brak e Gerusalemme», ha raccontato Nachmias a TPS-IL. «Quei magazzini contengono centinaia di migliaia di set. Circa una settimana prima di Rosh HaShanah, i rivenditori e i piccoli commercianti arrivano e iniziano a selezionare gli etrogim. Un commerciante può acquistare da 200 a 500 set, o persino 1.500, e poi venderli direttamente ai consumatori».
Secondo stime riportate dai media ebraici, il mercato globale delle Quattro Specie vale tra i 40 e i 60 milioni di dollari, poiché milioni di ebrei acquistano set prima di Sukkot, con prezzi che vanno dai 50 dollari fino a centinaia o persino migliaia di dollari. Tuttavia, è difficile quantificare con precisione il mercato, perché i set non vengono valutati come normali prodotti agricoli. I prezzi dipendono invece da criteri religiosi e qualità estetiche. Un etrog con imperfezioni può valere molto poco, mentre un etrog perfetto, dalla forma armoniosa e con il picciolo intatto, può far costare un set delle Quattro Specie molte volte di più.
• Una stagione di vendita di quattro giorni
C’è anche il fattore tempo. Il mercato delle Quattro Specie opera principalmente nei quattro giorni compresi tra Yom Kippur e Sukkot e deve chiudere entro il pomeriggio precedente all’inizio della festività, che quest’anno cade il 25 settembre. Con l’avvicinarsi della scadenza, i venditori sono sottoposti a una pressione crescente affinché abbassino i prezzi, piuttosto che ritrovarsi con set che, una volta iniziata la festa, avranno poco o nessun valore.
Ron Nave gestisce tre bancarelle che vendono le Quattro Specie per un’organizzazione che le affitta dal comune di Ra’anana, vicino a Tel Aviv. Ha raccontato a TPS-IL: «Da una parte, hai pochi giorni per vendere. Dall’altra, la domanda è limitata. Quindi, ogni volta che qualcuno arriva alla bancarella, cerchiamo di capire come possiamo aiutarlo nel modo migliore. Impari anche che i clienti arrivano a ondate in determinate ore, mentre in altre il movimento è più tranquillo. Devi sapere quando fare una pausa e quando essere pronto per la prossima ondata».
Quest’anno, l’attenzione dei venditori era concentrata sul venerdì alle 14:00, quando i mercati degli etrog chiudono tradizionalmente fino all’anno successivo.
«Lavoro in questo settore da diversi anni e, finora, siamo sempre riusciti a vendere la merce fino alla fine», ha detto Nave.
«Che i prezzi scendano effettivamente con l’avvicinarsi di Sukkot dipende dal luogo», ha spiegato Nachmias. «Nel mercato di Netanya c’è uno schema molto chiaro. Alle 11 del mattino della vigilia di Sukkot, i venditori hanno già iniziato ad abbassare i prezzi. Man mano che si avvicina l’orario di chiusura, i prezzi continuano a scendere perché la polizia farà chiudere tutto alle 14:00. Alla fine, alcuni venditori possono arrivare a prezzi che equivalgono sostanzialmente al costo». La chiusura alle 14:00 è imposta dal comune.
Nachmias ha tuttavia aggiunto che nelle comunità chassidiche, dove un etrog può costare più di 200-300 shekel (66-100 dollari), i prezzi generalmente non scendono. «Il prezzo rimane fisso fino alla fine. Non c’è alcuna riduzione. Il prezzo è quello».
«Conosco venditori che si sono ritrovati con 200 o 300 set invenduti e si sono comunque rifiutati di abbassare il prezzo anche di un solo shekel. La merce va sprecata, ma i clienti sanno che il venditore non può essere manipolato. Capiscono che il prezzo è quello», ha detto. «Alla fine, è una questione di carattere».
• Il boom degli etrog marocchini
Negli ultimi anni, l’etrog marocchino è diventato una componente molto più importante del mercato globale delle Quattro Specie, grazie a una particolarità del calendario ebraico chiamata shemitah. Questo precetto biblico stabilisce che, ogni sette anni, i prodotti agricoli della Terra d’Israele devono diventare di proprietà di tutti, senza un proprietario esclusivo.
«Un importante punto di svolta è stato l’ultimo anno di shemitah, nel 2021», ha detto Nachmias.
Durante l’anno di shemitah, le autorità rabbiniche acquistano tutti i prodotti destinati a Sukkot coltivati in Israele, obbligando i venditori a commercializzare gli etrogim in scatole chiuse e a prezzi prestabiliti. Gli etrog coltivati fuori da Israele non sono soggetti a queste restrizioni.
«Una volta che le persone hanno conosciuto quel tipo di etrog e hanno apprezzato ciò che vedevano, molti hanno continuato ad acquistarlo anche dopo l’anno di shemitah», ha spiegato Nachmias.
Gli etrog marocchini sono più costosi di quelli coltivati in Israele e costano tra i 250 e i 1.000 shekel (82-328 dollari).
Oggi, ha detto, sul mercato ci sono decine di migliaia di etrog marocchini.
«Di solito non c’è altrettanto movimento per quanto riguarda gli hadassim [mirti] o le aravot [salici]», ha detto Nachmias.
Gli hadassim e le aravot vengono confezionati sottovuoto, spesso diversi mesi prima della vendita. Iniziano a perdere la loro freschezza poco dopo essere stati estratti dalla confezione, il che spiega il piccolo mercato della sostituzione dei rami durante i giorni intermedi di Sukkot.
(HaKol, 25 settembre 2026)
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Susan Sarandon arrestata durante una manifestazione contro Israele.
Durante il discorso del primo ministro Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite si sono svolte due manifestazioni contro Israele. In una di queste è stato lanciato un appello all’omicidio del primo ministro.
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Susan Sarandon arrestata durante una manifestazione contro Israele
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Le attrici Susan Sarandon e Hannah Einbinder sono state arrestate giovedì a New York durante una manifestazione contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Anche altre personalità di spicco hanno partecipato alla manifestazione tenutasi nei pressi della sede delle Nazioni Unite. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa «Reuters», la polizia ha inizialmente arrestato almeno 30 persone. Il «Times of Israel» e il «New York Post» hanno poi riferito di un totale di 104 arresti.
La manifestazione si è svolta in concomitanza con l’intervento di Netanyahu davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. I manifestanti hanno bloccato la First Avenue a sud del palazzo delle Nazioni Unite e, secondo quanto riferito dalla polizia, si sono rifiutati di sgomberare la carreggiata. Di conseguenza, gli agenti sono intervenuti contro il blocco stradale e hanno condotto numerosi partecipanti, con le mani ammanettate, verso i furgoni della polizia.
Susan Sarandon, nota da anni per il suo attivismo anti-israeliano, è stata portata via. Le immagini mostrano la vincitrice del premio Oscar in mezzo ai manifestanti e, in seguito, durante l’arresto da parte della polizia di New York. Anche Einbinder, nota per la serie HBO «Hacks», è stata arrestata. Secondo quanto riportato da «Reuters», inizialmente non era chiaro se le celebrità arrestate sarebbero state incriminate.
• Page e Nixon
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L’attrice Susan Sarandon partecipa a una manifestazione contro Benjamin Netanyahu a New York
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Tra gli altri partecipanti figuravano gli attori Elliot Page e Cynthia Nixon. Erano presenti anche diversi politici americani. Tra le persone arrestate figuravano Darializa Avila Chevalier, candidata democratica alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, e il consigliere comunale newyorkese Chi Ossé. Secondo quanto riportato dal «New York Post», anche altri membri del Consiglio comunale e la deputata di sinistra Emily Gallagher sono stati temporaneamente posti in stato di fermo.
La manifestazione era stata organizzata dal gruppo Jewish Voice for Peace e dai Democratic Socialists of America. Inizialmente si sono radunate circa 200 persone con magliette bianche recanti scritte come «Fund people not bombs», «No war» e «Free Palestine». I partecipanti hanno intonato, tra l’altro, slogan come «Smettete di armare Israele» e hanno chiesto la fine delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.
I manifestanti hanno chiesto l’arresto del primo ministro israeliano. Secondo il «New York Post», i partecipanti gridavano: «Netanyahu, non puoi nasconderti! Ti accusiamo di genocidio!»
• Appelli all’omicidio di Netanyahu
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Durante il discorso di Netanyahu all’ONU si sono svolte ben due manifestazioni contro Israele.
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Il «Times of Israel» ha nel frattempo riferito di un’altra manifestazione di protesta, decisamente più aggressiva, tenutasi proprio nei pressi della sede delle Nazioni Unite. Lì è stata esposta una figura a grandezza naturale di Netanyahu in abiti da detenuto, con un cappio al collo. Sulla targhetta con il nome della figura c’era scritto «Satana». I partecipanti hanno gridato, tra l’altro, «Netanyahu nel bunker, ti seppelliremo a due metri sotto terra» e, in alcuni casi, addirittura «Uccidetelo».
Durante la manifestazione sono stati inoltre intonati slogan come «Globalize the intifada» e «Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera». Un manifestante ha definito i «sionisti» «nazisti». Sono stati inoltre esposti un manichino di plastica raffigurante una testa di maiale con la scritta «Bibi» e una figura con il volto imbrattato di sangue.
In seguito, una folla molto più numerosa ha sfilato per Manhattan. Questa marcia è stata organizzata dal Palestine Youth Movement. Secondo la polizia di New York, più di 2.000 persone hanno partecipato alla manifestazione, che si è snodata da Bryant Park verso la sede delle Nazioni Unite. Intorno alla stazione di Grand Central si sono verificati notevoli disagi al traffico.
• «Zionism will fall»
Anche in questa manifestazione il governo israeliano è stato duramente attaccato. I partecipanti hanno gridato, tra l’altro, «Brick by brick, wall by wall, Zionism will fall» e «Israel no more». Un oratore ha dichiarato: «Il sionismo, in tutte le sue forme, non sarà mai benvenuto a New York City».
Nel suo discorso all’Assemblea Generale, Netanyahu ha anche menzionato il sindaco di New York Zohran Mamdani, che in precedenza lo aveva criticato aspramente. Mamdani non ha partecipato personalmente alla manifestazione. Ha invece pubblicato, poco prima dell’inizio del discorso, un video che lo ritrae durante un incontro con alcune famiglie palestinesi nella residenza ufficiale del sindaco di New York.
(Jüdische Allgemeine, 25 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L'espressione di folle odio che alcune donne hanno per Israele ha qualcosa di voluttuoso. Un po' come l'espressione di folle amore che avevano certe tedesche per Hitler negli anni '30. C'è in entrambi i casi qualcosa di sovrumano. Di diabolico, appunto. M.C. ->
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Drakon, il nuovo gigante sottomarino di Israele
La sesta unità della Marina arriva ad Haifa mentre il confronto con Iran, Houthi e Turchia sposta una parte crescente della sicurezza israeliana sotto la superficie del mare
di Shira Navon
La nuova frontiera strategica di Israele è sotto il mare. L’arrivo ad Haifa dell‘INS Drakon, sesto sottomarino della Marina israeliana e terza unità della classe Dolphin dotata di propulsione indipendente dall’aria, coincide con una profonda revisione della dottrina navale del Paese. Costruito in Germania da TKMS e partito da Kiel il 1° settembre, il Drakon è lungo più di 70 metri, circa il 30 per cento più grande dei primi Dolphin e potrà rimanere immerso per periodi molto prolungati grazie al sistema AIP.
La sua importanza, tuttavia, si comprende guardando la carta geografica più che la scheda tecnica. Israele dipende dal mare per circa il 98 per cento del proprio commercio e si trova oggi davanti a minacce che vanno dal Mar Rosso al Mediterraneo orientale, fino allo Stretto di Hormuz. Gli Houthi hanno dimostrato quanto sia possibile condizionare una delle grandi arterie commerciali mondiali controllando di fatto l’accesso meridionale al Mar Rosso attraverso Bab el-Mandeb. Il precedente preoccupa Gerusalemme perché trasforma il blocco delle rotte marittime da ipotesi teorica in strumento concretamente utilizzabile contro Israele.
C’è poi la Turchia. Ankara dispone attualmente di dodici sottomarini e punta ad aggiungerne altri sei nei prossimi anni, all’interno della dottrina della “Patria blu”, che assegna al controllo del mare un ruolo centrale nella proiezione della potenza turca. Per una Marina israeliana numericamente molto più piccola, l’espansione della flotta turca impone una riflessione che va ben oltre i rapporti diplomatici contingenti tra i due Paesi. Il Drakon è stato concepito molto prima del 7 ottobre, ma arriva in un Israele diverso. Dal massacro del 2023 i sottomarini israeliani hanno accumulato circa 10 mila ore di navigazione all’anno e la Flottiglia 7 ha operato, secondo fonti della sicurezza citate da Ynet, in quattro teatri nei quali Israele non aveva mai agito in precedenza. Almeno due unità sarebbero costantemente in mare. Le missioni comprendono raccolta di intelligence e capacità d’attacco, comprese operazioni nel Mar Rosso contro gli Houthi.
La Marina sta preparando per questo una trasformazione più ampia. Il comandante, generale Eyal Harel, ha avviato un gruppo di lavoro incaricato di elaborare entro la fine dell’anno una nuova concezione della sicurezza marittima. Rafforzamento dell’intelligence, aumento delle unità disponibili, capacità clandestine, mezzi autonomi e cooperazione internazionale sono i cardini del progetto. L’obiettivo riguarda anche la protezione delle infrastrutture invisibili sulle quali viaggia una parte essenziale della vita contemporanea, a cominciare dai cavi sottomarini di comunicazione, già diventati altrove obiettivi della guerra ibrida.
La costruzione di una forza del genere richiede però tempi lunghissimi. Il Drakon fu ordinato quattordici anni fa e diventerà pienamente operativo soltanto dopo l’installazione in Israele di ulteriori sistemi. Nel frattempo è già iniziata in Germania la costruzione della futura classe Dakar, composta da tre sottomarini di nuova generazione, la cui prima consegna è prevista all’inizio degli anni Trenta. TKMS definisce il Drakon una delle unità più complesse mai realizzate dall’azienda.
È questa distanza tra il tempo necessario per costruire la potenza militare e la velocità con cui cambia il Medio Oriente a spiegare l’urgenza israeliana. Un alto responsabile della sicurezza ha avvertito che la Marina oggi riesce a rispondere alle minacce, mentre l’immobilità aprirebbe progressivamente un divario con le capacità degli avversari.
Il Drakon arriva dunque ad Haifa come una macchina militare e insieme come il segnale di un cambiamento. Per decenni la superiorità israeliana è stata identificata soprattutto con il cielo. Le guerre degli ultimi anni stanno obbligando Israele a guardare sempre più lontano, verso Hormuz, Bab el-Mandeb e il Mediterraneo orientale. E sempre più in profondità.
(Setteottobre, 25 settembre 2026)
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Netanyahu all’Onu: “Vinceremo, non abbiamo altra scelta”
di Ugo Volli
• L’importanza dell’Assemblea Generale
L’assemblea Generale dell’Onu non ha poteri effettivi di decisione (che nel sistema delle Nazioni Unite sono riservate al Consiglio di Sicurezza) e ormai da molti decenni è dominata da un blocco anti-israeliano automatico, composto dai paesi arabi, dai comunisti ed ex comunisti rimaste dittatura come la Russia, dalla maggioranza degli Stati del Terzo Mondo, e di recente anche da alcuni paesi europei. Dunque parlare a questa assemblea può sembrare inutile. Ma la sessione autunnale, riservata ai discorsi dei capi di Stato e di governo, è diventata l’occasione fondamentale per tutti i paesi del mondo per esprimere la propria posizione sui problemi internazionali, rivolgendosi non solo agli altri Stati, ma all’opinione pubblica mondiale, che per una volta può accedere in diretta alle dichiarazioni di tutti. Inoltre è il tempo e il luogo dove si intrecciano fittamente incontri di vertice e si conducono, se non vere e proprie trattative, almeno incontri informali anche con i nemici. Per questo Israele non può mancare a queste sessioni e non l’ha mai fatto il suo primo ministro Benjamin Netanyahu, nemmeno nei momenti più tesi della guerra e neanche quest’anno, mentre si sviluppa in Israele una tesa campagna elettorale e forse si prepara un nuovo scontro diretto con l’Iran. Netanyahu si è trattenuto a New York poche ore, incontrandosi prima del suo discorso con un certo numero di rappresentanti di altri stati (per esempio Slovenia e Grecia) ma questa volta senza vedere Trump e altri personaggi americani amici, per ripartire subito dopo.
• I “codardi morali”
Come sempre, all’ingresso in aula e all’inizio del discorso di Netanyahu, numerose delegazioni sono uscite dall’aula in segno di dissenso; ma quest’anno vi sono state alcune eccezioni notevoli, per esempio gli Emirati, che hanno rotto così la tradizionale unità araba. E Netanyahu, iniziando così un discorso tutto di attacco, ha qualificato coloro che uscivano come “codardi morali”, ricordando che alcuni dei Paesi fra quelli che stavano abbandonando l’aula avevano nel passato recente richiesto l’aiuto israeliano e hanno usufruito dalle azioni israeliane contro l’Iran. E proprio dall’Iran è iniziato il cuore del discorso: attaccare le istallazioni nucleari degli ayatollah è stato certamente un compito assai difficile per le forze armate di Israele, ha detto Netanyahu, ma la decisione è stata invece “una delle scelte più facili della mia vita politica”, perché lasciare che si sviluppasse un armamento atomico iraniano avrebbe voluto dire mettere a rischio mortale l’esistenza di Israele.
• Il 7 ottobre
La guerra è iniziata però con l’attacco a freddo dei terroristi il 7 ottobre. Netanyahu ha ricordata la crudeltà delle azioni di quel giorno, ha menzionato i numeri delle vittime e dei rapiti, ha richiamato qualche nome e qualche vicenda. I terroristi e lo schieramento nemico che gli stava dietro, ha detto, pensavano che con questa violenza Israele sarebbe crollato; invece il paese ha resistito, ha saputo combattere e vincere su sette fronti e grazie all’eroismo dell’esercito di Israele chi è collassato sono i movimenti terroristi e gli stati che li sostenevano. Per rendere evidenti le risorse di Israele e la sconfitta dei suoi nemici, Netanyahu ha mostrato un cercapersone, uno di quegli strumenti trasformati in bombe dai servizi israeliani, che due anni fa hanno decimato i quadri di Hezbollah. La polemica è proseguita con chi accusa Israele di colonialismo, in particolare Francia e Gran Bretagna, cui il primo ministro ha ricordato il loro passato e in parte anche il loro presente di potenze coloniali. In risposta alla aberrante dichiarazione di Macron sull’inesistenza di Hamas in Giudea e Samaria, Netanyahu ha ricordato che gli attentati perpetrati dai terroristi in questo territorio sono molto più numerosi e mortali delle violenze compiute da una minoranza degli israeliani che abitano oltre la linea verde, e che comunque lo Stato di Israele combatte e reprime.
• Contro Qatar, Turchia, Siria
Di qui la polemica è passata agli stati della regione ostili a Israele. Alla Siria Netanyahu ha detto che Israele ha un diritto storico al Golan (che era stato rivendicato nel precedente discorso del dittatore siriano Ahmed al-Sharaa, con la richiesta del ritiro israeliano). Al Qatar ha rinfacciato di investire somme enormi per diffondere propaganda contro Israele finanziando le università Usa per influenzarle e usando Al Jazeera non solo contro Israele, ma anche contro gli Stati Uniti e il modello della democrazia occidentale. Sulla Turchia ha messo in evidenza che essa è oggi la base di Hamas, dunque un paese che aiuta il terrorismo, ma ha ricordato anche la guerra senza quartiere condotta contro i curdi, l’occupazione della metà di Cipro, l’aggressività con la Grecia e le ondate di arresti interni di politici e giornalisti. Ha infine riposto a Erdogan che si propone di riprendere il dominio ottomano su Gerusalemme: “Nossignore. Non accadrà. La città è nostra”. L’attacco poi è andato al sindaco di New York Mamdani (“antisemita e vicino a Hamas”), alla dirigenza dell’Unione Europea che “cede di fronte alle pressioni di folle antisemite”), a coloro che accusano Israele di genocidio a Gaza (la menzogna del secolo”), a chi manifesta in Occidente per i diritti umani ignorando la repressione in Iran e le vittime cristiane. In contrapposizione a questi nemici di Israele, Netanyahu ha caldamente ringraziato il presidente Trump e ha ricordato ancora una volta che la guerra non è contro il popolo iraniano, ma contro un regime che “presto crollerà sotto il peso dei suoi crimini, delle sue bugie e della sua crudeltà”.
Una parte del discorso è stata dedicata al ricordo degli eroi dell’esercito israeliano, a partire dal fratello Yoni, per proseguire con il figlio dell’Ambasciatore israeliano negli Usa Yechiel Leiter, gravemente ferito in un recentissimo attentato. Il suo sacrificio non sarà inutile, ha detto, e ne ha tratto spunto per fare appello all’unità del popolo israeliano al di là della fazioni politiche, unendo destra e sinistra, laici e religiosi, come fa l’esercito israeliano. E proprio dalle parole del fratello ucciso nell’audace operazione contro il dirottamento di un areo a Entebbe poco più di 50 anni fa, è venuta la conclusione del discorso: “Vinceremo, non abbiamo altra scelta”. Questo è il messaggio e la missione personale di Netanyahu, in un discorso fiero e coraggioso, rivolto tanto al pubblico internazionale e in particolare alla politica americana, quanto al popolo israeliano che con le prossime elezioni deve decidere non solo chi governerà in futuro, ma quale sarà la sua linea politica.
(Shalom, 25 settembre 2026)
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 Il discorso di Netanyahu
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Ultimissime
Notizie raccolte da Emanuel Segre Amar
Alcune brevi dall’Assemblea
dell’ONU:
- Netanyahu ha iniziato il suo discorso dicendo: Israele difende la maggior parte delle nazioni che hanno abbandonato la sala
- L’essenza del conflitto è di assicurare l’esistenza di Israele; il problema non sono i territori
- Noi vinceremo, non abbiamo altra scelta (frase simbolo del suo discorso, ripetuta molte volte, in ricordo di suo fratello Yoni che disse a lui, giovane studente negli USA rientrato in Israele, quelle parole pochi giorni prima che scoppiasse la guerra dei sei giorni)
- Dopo il 7 ottobre non siamo affondati, ma ci siamo battuti come dei leoni
- Mostrando uno dei famosi biper, ha detto: Hezbollah voleva ucciderci, i suoi dirigenti sono stati eliminati
- La Giudea è la nostra terra, la Giudea è la terra dei giudei
- Erdogan è un tiranno che ogni giorno fa appelli per la distruzione di Israele
- Quale regime genocidario invia milioni di tonnellate di viveri (una tonnellata per ogni abitante) e vaccini contro la polio ad un popolo che vuole distruggere, e cura nei propri ospedali le loro donne e i loro bambini)?
- Accusare Israele di genocidio è la menzogna del secolo
- Il Qatar ha speso miliardi per diffondere menzogne su Israele in giro per il mondo (anche nelle università americane e di tutto l’Occidente)
- Da quando Mamdani è stato eletto sindaco di New York molti ebrei non si sentono più sicuri (ed ha ricordato alcune frasi sue e di sua moglie e le sue frequentazioni)
- Il tempo nel quale gli ebrei camminavano verso il mattatoio è terminato
- Il popolo ebraico ha una storia vecchia di 3000 anni, e noi parliamo sempre la stessa lingua
- Noi siamo dei pionieri della salute e dell’innovazione
- Rivolgendosi a coloro che hanno abbandonato la sala ha detto: dove eravate voi quando gli iraniani si facevano massacrare?
- É vicino il giorno in cui gli iraniani saranno liberi, il popolo iraniano è un nostro amico.
(Notizie su Israele, 24 settembre 2026)
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L’odio antiebraico non si ferma mai agli ebrei
L’antisemitismo non è mai un fenomeno isolato: accompagna le grandi crisi dell’Occidente e prepara catastrofi che finiscono per travolgere anche chi ebreo non è. Dalla propaganda alla falsificazione della storia, fino alla normalizzazione dell’odio nelle università e nell’industria culturale, il disprezzo per gli ebrei diventa il segnale di una più generale dissoluzione della ragione e della civiltà.
di Sergio Caldarella
Salus ex Judaeis est.
Nei momenti in cui il male e l’orrore emergono nella storia occidentale, l’odio antiebraico, in una forma o nell’altra, curiosamente è sempre presente. Sia che si tratti delle persecuzioni romane, degli autodafé medievali, dei pogrom zaristi o dei totalitarismi nazifascisti e stalinisti, l’odio contro l’ebreo è sempre lì a far brutta mostra di sé.
Al tempo stesso, questi momenti storici hanno portato con sé orrori, lutti e distruzioni anche per quelli che ebrei non erano. Già partendo da questa constatazione bisognerebbe intendere quanto sia essenziale rigettare l’antisemitismo e opporsi a coloro i quali se ne fanno allegri portatori, poiché l’ebreo è solo il punto di partenza di catastrofi delle quali fanno poi tutti le spese.
Nessuno, tra i tanti che vi hanno provato, riuscirà però efficacemente a rispondere alla domanda: “Perché gli ebrei?”. Coloro i quali sono assillati dall’odio contro questo minuscolo popolo, il quale ha enormemente contribuito alla storia umana, non hanno alcuna base razionale per la loro ossessione, altrimenti non sarebbe un’ossessione che alcuni hanno giustamente classificato anche come psichiatrica.
In una realtà culturalmente debilitata, l’antisemitismo diventa un luogo comune, una parola d’ordine a cui si lasciano andare anche degli insospettabili, i quali dovrebbero essere in possesso degli strumenti culturali e concettuali per andare oltre la caligine e il rumore della disinformazione.
In Raccontare il mare, un libriccino di Bjorn Larsson, pubblicato nel 2015, d’un tratto l’autore svedese sbotta: “Quanti sono gli scrittori israeliani che tentano di calarsi nella pelle di personaggi palestinesi?”. Larsson scrive con la solita correttezza scandinava, poiché aggiunge un “viceversa”, ma perché parte proprio dai “palestinesi”?
Si può ipotizzare, in primo luogo, che ciò avvenga poiché questo popolo, inventato a tavolino da esperti propagandisti, ha assunto, nell’immaginario di certi gruppi, una legittimità politica che non possiede. Tanto quanto i tedeschi dei Sudeti non hanno alcuna valida rivendicazione sui territori dell’Europa dell’Est, i fakestinesi non ne dovrebbero avere sui territori che appartengono de jure e de facto allo Stato d’Israele.
L’equazione dovrebbe essere semplice, ma non lo è a causa del pietoso stato culturale e intellettuale di un’epoca ormai incapace persino di leggere come si deve una ricetta di cucina.
Un altro autore, questa volta però uno dei sospettabili, ossia il cileno Luis Sepúlveda, in un libraccio di articoletti che l’editore Guanda, bontà sua, ha voluto tradurre, ha scritto: “Una situazione di ingiustizia volutamente mantenuta trascina i palestinesi nel tunnel senza uscita del terrorismo…”.
Poverini. Ieri l’altro, una situazione di ingiustizia, poiché alcuni stavano gustando delle prelibatezze, ha trascinato lo scrivente verso una pasticceria per ingozzarsi di dolciumi. Questa è, in sostanza, seppur attraverso l’ironia, la “logica” proposta dal compagno Sepúlveda. Anche qui la logica è evidente, ma invisibile nel tempo degli ubriachi.
Il problema della storia, della scelta politica, dell’autonomia, del confronto con altre epoche e luoghi in cui si vedono, pari pari, gli stessi copioni, sembra non avere alcun posto nelle teste di questi maître à penser che l’industria culturale propone o impone.
Per indirizzare la gran parte dei benpensanti bastano, del resto, gli strilloni delle gazzette e delle redazioni televisive per condurli dove si vuole e, come si può osservare, questa manipolazione e le sue parole d’ordine – dal finto genocidio alla finta carestia del gazaismo – affliggono anche le cosiddette “teste pensanti”.
La domanda che si dovrebbe legittimamente porre è: ma si può essere delle teste pensanti senza un pensiero autonomo, fattuale e coerente? A quanto pare, in quest’evo tutto è possibile. Nel mondo di ieri si sarebbe invece risposto negativamente, mentre oggi la prima domanda che si pone è: “Ma da che parte sta?”. L’appartenenza ideologica, oggi come in altre disdicevoli epoche, diventa il solo criterio essenziale.
Il recente tragico caso di un poveretto di nome Jason Arday, il più giovane cattedratico nella storia dell’Università di Cambridge, coinvolto in vari scandali di plagio e poi suicidatosi, ma anche quello di altri suoi colleghi, come Priyamvada Gopal, la quale, nel 2020, ha pubblicato alcuni famigerati tweet in cui dichiarava: “White lives don’t matter. As white lives. Le vite dei bianchi, in quanto vite dei bianchi, non contano” e “Abolish whiteness. Aboliamo la bianchezza”, qualunque cosa significhino queste trovate da circo equestre, sono esempi paradigmatici che passano però in sordina o per il loro contrario.
Oppure, dall’altro lato dell’oceano, la nota audizione al Congresso del dicembre 2023, in cui Claudine Gay, Liz Magill e Sally Kornbluth, rispettivamente rettrici di Harvard, UPenn e MIT, di fronte alla domanda “L’incitamento al genocidio degli ebrei costituisce una violazione del codice di condotta della vostra università?”, hanno arrogantemente quanto scioccamente risposto all’unisono: “Dipende dal contesto”.
Quando però la sciocchezza domina, questa appare come una nuova normalità cui adeguarsi.
Queste sono solo le più vistose punte di un iceberg variopinto contro cui sta nuovamente cozzando la civiltà occidentale. Pensiamo all’ulteriore esempio della Comunità europea, la quale mette ponti e viadotti sulle sue banconote perché non è più in grado di celebrare il retaggio artistico e intellettuale di tale continente, e questo proprio perché le cosiddette élite hanno proliferato attraverso il mantenimento di una specifica ignoranza strumentale, veicolata velenosamente a partire dai sussidiari delle elementari.
Le consorterie – non vi è un metodo di aggregazione più efficace nelle società storiche – che compongono l’iceberg dell’industria culturale negano tassativamente persino il concetto stesso di “cultura occidentale”, da qui anche le banconote con viadotti e cavalcavia.
A questo si aggiunge l’effetto distruttivo di acclamati fantasisti quali Edward Said, Ilan Pappé, Norman Finkelstein e troppi altri, il cui compito è minare il discorso pubblico attraverso l’illazione o la falsificazione. Questo può avvenire solo quando, come dicono alcuni, ci si è accomiatati dalla realtà fattuale della storia o dalla semplice logica elementare.
L’elemento curioso non è che esistano tali soggetti; quello che è, invece, segno di una letale crisi è osservare come tali ricostruzioni ideologiche trovino tanto spazio e diffusione, tornando ancora una volta al mostruoso ruolo che l’industria culturale gioca nell’abbattimento del discorso civile e nell’abbrutimento del cittadino.
Nel cuore di Londra, nell’anno che ha aperto questo tragico millennio, si celebrò un processo per diffamazione intentato da David Irving contro Deborah Lipstadt e l’editore Penguin per la pubblicazione, nel 1993, del libro Denying the Holocaust, in cui l’autrice lo definiva un negazionista dell’Olocausto, un falsificatore della storia e un pericoloso portavoce delle opinioni dell’antisemitismo.
Le esorbitanti tesi di Irving negavano che la Shoah fosse realmente avvenuta, pretendendo persino che le camere a gas nel campo di sterminio di Auschwitz servissero alla mera disinfestazione dei cadaveri e non all’eliminazione sistematica di bambini, uomini e donne di ogni età.
Il tribunale mise fine alle tesi rocambolesche del negazionista Irving, accertando che egli aveva consapevolmente distorto le evidenze storiche, diffuso opinioni antisemite e agito come negazionista dell’Olocausto e falsificatore della storia.
In questo contesto, uno degli elementi che emergono in maniera particolare è che agli ebrei si vuol togliere tutto, non solo i beni o la terra, ma anche la memoria degli spaventosi crimini commessi contro di loro. A pochi importa, poiché pochi intendono che cosa ha significato e significa Auschwitz per la storia del mondo, ossia per la storia di ogni essere umano senziente e di buona volontà.
L’obiettivo degli antisemiti, i quali infettano il discorso pubblico con asserzioni in cui il vero diventa il falso e viceversa, è quello di disinformare, confondere e, al tempo stesso, preparare il terreno per ulteriori sviluppi, come sta infatti avvenendo nel mondo occidentale, in cui un rabbino non è più libero di portare a passeggio i suoi figli in una via centrale della bella Milano senza correre il rischio di venire aggredito dalla teppaglia.
L’attività dei propagandisti ha il doppio obiettivo di insultare, vilipendere e colpire gli ebrei, da una parte, e, dall’altra, raggruppare la canaglia antisemita sotto il vessillo nero della menzogna, ringalluzzita dal numero di sventati che si porta dietro.
Quanti più sono coloro che applaudono una pellicola indegna, sia essa Jud Süß, il film antisemita presentato da Goebbels in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia l’8 settembre 1940, o siano i recenti exploit nella stessa sede, tanto più a costoro sembra di poter trasformare la realtà in un vile contrario.
Nel corso della storia questo procedimento è stato variamente ripetuto e, da ultimo, proprio nel sovvertimento dei ruoli e degli eventi dopo i massacri compiuti da Hamas e dalla popolazione civile di Gaza che li accompagnava o ha celebrato le violenze il 7 ottobre.
Sembra, però, che proprio la data dell’8 settembre abbia portato un po’ male a quelli che tre anni prima del 1943 celebravano e applaudivano, in camicia nera e bruna, a Venezia.
Quasi un’eco o un monito riecheggiante da quei versetti in Genesi o in Numeri: “Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà (12:3). Chi ti benedice sia benedetto e chi ti maledice sia maledetto! (24:9)”.
(InOltre, 25 settembre 2026)
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È notevole il fatto che l'articolo inizi con una parola di Gesù, che correttamente scritta in latino è "salus ex Iudaéis ist": la salvezza viene dagli ebrei (Giovanni 4:22)), e conclude con altre due citazioni, questa volta dell'Antico Testamento. Purtroppo l'autore non fa riferimento esplicito a queste parole bibliche per portare avanti il suo discorso, e questa è una lacuna fondamentale. Perché non si può arrivare al centro di un discorso sugli ebrei senza fare un corretto riferimento a Gesù; come non si può arrivare al centro della persona di Gesù senza inserirlo correttamente in un discorso sugli ebrei. M.C.
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Semplice, ma meraviglioso
Sukkot non crea la felicità dal nulla. Ci indica dove si trova davvero.
di Rabbi Yossy Goldman
Un uomo va dal suo rabbino e gli dice: «Sono infelice da anni. I miei affari vanno male, i miei figli non mi chiamano, mi fanno male le ginocchia. Cosa devo fare?»
Il rabbino risponde: «La Torah ci impone di essere gioiosi durante Sukkot. È una mitzvah».
L’uomo dice: «Rabbi, questa è una notizia meravigliosa. Quando è Sukkot?»
Il rabbino risponde: «Tra sei mesi».
L’uomo dice: «Perfetto. Allora soffrirò fino ad allora».
Ebbene, Sukkot è alle porte, quindi i suoi sei mesi sono finiti. E questo solleva una domanda concreta. La Torah ci dice: v’samachta b’chagecha – «Ti rallegrerai nella tua festa» (Deuteronomio 16,14). Non è un suggerimento, ma una mitzvah. Ci viene comandato di essere gioiosi.
Questo solleva una domanda ovvia. Come si può comandare esattamente un sentimento? La felicità non è un interruttore della luce. Non è qualcosa che si può evocare per ordine. Sale e scende con le circostanze della nostra vita – una buona giornata al lavoro, una telefonata di un figlio, una diagnosi difficile, una relazione finita. Come può quindi la Torah semplicemente prescrivere un sentimento?
Penso che la risposta sia questa: la Torah non ci comanda di essere felici su comando. Ci dice piuttosto che la gioia si trova se la cerchiamo nei posti giusti – integrata nella struttura stessa della festa e in attesa di essere scoperta da noi. Sukkot non crea la felicità dal nulla. Ci indica dove si trova effettivamente la vera felicità.
C’è una vecchia storia su una coppia in uno shtetl dell’Europa orientale. Lui era uno studioso del Talmud, sempre immerso nei suoi libri. Lei guadagnava da vivere gestendo un piccolo negozio. Due volte all’anno, nella città vicina, si teneva una grande fiera, dove lei acquistava merci all’ingrosso e le portava a casa per rivenderle con un guadagno. E questo era, in sostanza, il loro mezzo di sussistenza.
Un anno la fiera si tenne nella grande città, e lei chiese al marito di accompagnarla e di darle una mano. Lui acconsentì. Arrivarono al mattino, e lui andò alla sinagoga a pregare, promettendole che l’avrebbe raggiunta al mercato non appena avesse finito. Ma una volta che iniziò a pregare, non smise più. E quando ebbe finito di pregare, aprì la sua Gemara e non rispose più a nessuno. Si immerse completamente nel volume del Talmud, mentre le ore scivolavano via: il mercato, la moglie e lo scopo del loro viaggio erano stati completamente dimenticati.
Quando lei lo trovò quella sera, fuori di sé dalla rabbia, lui le offrì la seguente giustificazione filosofica. «Dimmi», disse, «a cosa ti servivo al mercato?» «Perché mi aiutassi a comprare il formaggio e la merce.» «E poi?» «Poi li vendiamo.» «E poi?» «Poi avremo dei soldi.» «E poi?» «Poi compriamo altra merce, la vendiamo e abbiamo più soldi.» «E poi?»
Lei esitò. «E poi… saremo felici.»
Lui rispose: «Perché devo comprare e vendere, comprare e vendere, per essere felice? Ero già felice – lì nella casa di studio, sopra la Gemara, durante la preghiera. Tu vuoi inseguire la felicità attraverso il mercato. Io l’ho già trovata gratuitamente.»
La «ricerca della felicità» è, a ben pensarci, una formulazione strana. Se si insegue direttamente la felicità, questa continua a sfuggirci sempre di più.
La felicità non è una meta che si raggiunge dopo un numero sufficiente di transazioni – abbastanza denaro, abbastanza acquisti, abbastanza successi. È un sottoprodotto. Scaturisce in modo del tutto naturale da una vita vissuta con senso – una vita che è giusta agli occhi di Dio e agli occhi degli altri.
Si manifesta, senza essere invitata, ma benvenuta, quando la vita è degna di essere vissuta.
Ci sono innumerevoli esempi di persone che possiedono tutto il denaro che potrebbero mai sognare, eppure per le quali la gioia rimane difficile da trovare.
Un marito benestante, che non aveva mai trascorso molto tempo con sua moglie, si rese conto che lei – cosa poco sorprendente – era piuttosto infelice. Quando finalmente capì che era infelice, le chiese stupito: «Cosa vuoi? Una nuova casa? Diamanti? Dimmi solo cosa vuoi e lo avrai!»
Lei lo guardò e disse: «Tieniti la tua casa. Tieniti i tuoi diamanti. Trovami solo un avvocato. Quello che voglio davvero è il divorzio». Il denaro, evidentemente, non era mai stato il problema – e non sarebbe mai stato la soluzione.
Penso alla sukkah di mio nonno, quando ero ragazzo. Era stata messa insieme alla bell’e meglio con vecchie porte e infissi di finestre spaiati, ognuno di un colore diverso, tenuta insieme più dalla speranza che dall’abilità artigianale. Secondo ogni criterio oggettivo era malandata. Eppure, quando ci si entrava, c’era una luce, un calore – qualcosa che si poteva percepire, ma che non si riusciva davvero a spiegare. In qualche modo, quella copertura celeste ci proteggeva e ci riscaldava nel suo abbraccio.
Confrontatela con i palazzi che tanti di noi costruiscono oggi: case enormi dotate di ogni lusso immaginabile, fatte di granito, marmo e vetro. Riflettono la ricchezza esteriore, ma troppo spesso la povertà interiore. Uno strano vuoto si insinua in mezzo a tutto questo comfort. Il calore non cresce con il numero di metri quadrati.
Vivo in Sudafrica e ho visto persone che non possiedono praticamente nulla – alcune nemmeno le scarpe – e che ballano, cantano e danzano il toyi-toyi con gioia inconfondibile. Nessuna casa. Nessun denaro. Nessuna scarpa. Eppure sono lì e danzano di gioia.
Sukkot è chiamato Z’man Simchatenu, il «tempo della nostra gioia», perché ci insegna esattamente da dove proviene la gioia. Non è la grandezza della sukkah a contare, ma ciò che la riempie. Non conta ciò che possediamo, ma ciò secondo cui viviamo: lo Shabbat, le nostre tradizioni, la nostra Torah e le mitzvot, i valori che ci sono stati tramandati da un nonno con una sukkah traballante e da un sapiente così immerso nella Torah da non accorgersi nemmeno del mercato.
Osservate i comandamenti. Vivete una vita che abbia un significato, con le persone e con uno scopo. Educate i vostri figli in questo spirito e, indipendentemente dalle circostanze esterne, la felicità arriverà – in modo del tutto naturale, senza che si debba mai inseguirla.
(Israel Heute, 25 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Gli Houthi mettono radici in Iraq
Uomini, basi e missili al fianco delle milizie sciite. Teheran rafforza la rete regionale che collega Yemen, Iraq e Hezbollah
di Costantino Pistilli
La presenza degli Houthi in Iraq avrebbe ormai una dimensione stabile, politica e di sicurezza, con uomini, strutture e collegamenti operativi che coinvolgono le milizie sciite locali e Hezbollah libanese. Lo riferisce Al Arabiya English citando fonti irachene, che indicano anche un coordinamento diretto da parte di un rappresentante dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, noto come Haji Hamid.
Il nome potrebbe riferirsi a Hajji Hamid Nasseri, generale della Forza Quds già indicato dal Combating Terrorism Center di West Point come uno dei principali responsabili dell’IRGC delle operazioni in Iraq. La sua funzione comprende il raccordo con le maggiori milizie filo-iraniane irachene. Nel 2021 Nasseri intervenne anche per mediare una crisi interna a Kataib Hezbollah.
Il quadro aveva cominciato a emergere già alla fine di luglio. Reuters ha riferito che attacchi contro l’Arabia Saudita erano stati lanciati da territorio iracheno con il coinvolgimento degli Houthi, in coordinamento con gruppi armati filo-iraniani e sotto supervisione dell’IRGC, secondo fonti regionali. Negli stessi giorni The National ha documentato una presenza houthi sempre più visibile in Iraq, con uffici e abitazioni nel sud del Paese e consiglieri tecnici impegnati ad assistere le milizie locali nell’impiego di missili da crociera.
Uno dei nodi principali sarebbe Jurf al-Sakhr, a sud di Baghdad, roccaforte di Kataib Hezbollah. Rapporti pubblicati a luglio indicavano l’apertura di un nuovo centro operativo houthi nell’area, destinato al coordinamento con le milizie irachene. Gli stessi rapporti segnalavano una sede anche nel quartiere Jadriyah della capitale. La cooperazione comprende il trasferimento di personale, il supporto logistico, l’addestramento e la condivisione di competenze su droni e missili.
Al Arabiya aggiunge un elemento ulteriore: diversi comandanti houthi sarebbero stati uccisi in raid statunitensi nella provincia di Diyala nel mese di luglio. Su questo punto mancano per ora conferme indipendenti con lo stesso livello di dettaglio. Fonti iraniane e analisi del Critical Threats Project hanno però riferito che i raid di fine luglio in Diyala uccisero almeno quattro ufficiali della Forza Quds; altre fonti hanno segnalato la morte, negli stessi giorni, di almeno un esponente houthi di alto livello in Iraq.
La rete mostra quanto l’Iraq sia diventato un punto di collegamento tra le diverse componenti dell’asse sostenuto da Teheran. Gli Houthi possono sfruttare il territorio, le infrastrutture e le milizie locali per ampliare il raggio delle proprie operazioni oltre lo Yemen, mentre l’IRGC mantiene un ruolo di raccordo tra gruppi formalmente separati. Il 22 settembre i ministri degli Esteri del G7 hanno chiesto all’Iran di interrompere il sostegno militare agli Houthi, collegando le loro capacità offensive alla sicurezza regionale e alle rotte commerciali.
Per Baghdad il problema è ormai interno oltre che regionale. Una presenza armata straniera collegata a fazioni irachene riduce il controllo dello Stato su alcune aree e complica i rapporti con Arabia Saudita e Stati Uniti. I rapporti emersi tra luglio e settembre documentano una cooperazione più stretta tra Houthi, milizie irachene, Hezbollah e apparati iraniani, senza provare una catena di comando unica per ogni operazione. È questa infrastruttura transnazionale a porre oggi la questione più delicata per le autorità irachene.
(Setteottobre, 24 settembre 2026)
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Se Berlino ridefinisce l’antisemitismo
La Sinistra rifiuta la definizione di antisemitismo dell’IHRA. Se dovesse formare un governo a Berlino, l’amministrazione potrebbe in futuro considerare l’odio verso gli ebrei con occhi diversi.
di Michail Kantor
Uno Stato può combattere l’antisemitismo in due modi: può agire con maggiore determinazione contro di esso oppure può modificare la propria definizione di antisemitismo. La seconda opzione è più comoda. Non costa nulla, non fa notizia e, alla fine, migliora persino le statistiche.
Berlino potrebbe essere sul punto di intraprendere questa strada comoda.
Da marzo 2019, il piano d’azione regionale contro l’antisemitismo stabilisce che la definizione operativa dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), nella versione ampliata dal governo federale, costituisce la base dell’azione amministrativa berlinese. A essa si ispirano la prevenzione, nonché la formazione iniziale e continua nel settore pubblico. Così recita ancora oggi il sito web del Senato.
Domenica la Sinistra ha vinto le elezioni per il Parlamento regionale con un ampio margine. È ora possibile un Senato composto da Sinistra, Verdi e SPD, guidato dalla Sinistra. E il partito ha preso una posizione chiara: al suo congresso federale del maggio 2025 ha aderito alla «Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo» (JDA) e ha espressamente respinto l’IHRA come parametro vincolante per le autorità, i comuni e le decisioni in materia di finanziamenti. Anche Die Linke di Berlino fa riferimento alla JDA.
La cosa piccante è che nel 2019 La Sinistra sedeva essa stessa al tavolo del Senato quando Berlino si è dichiarata favorevole all’IHRA.
La cosa davvero pericolosa è quanto facilmente ciò potrebbe cambiare. Il piano regionale è una delibera del Senato, non una legge e tantomeno una norma costituzionale. Un nuovo Senato potrebbe riscriverlo con una sola frase. Nessun dibattito parlamentare, nessuna audizione, nessuna protesta. Un paragrafo in un nuovo piano, approvato in un normale martedì mattina, e l’amministrazione berlinese in futuro guarderà all’antisemitismo con occhi diversi.
• Ciò di cui davvero si tratta: Israele
La controversia non riguarda le svastiche sui muri delle sinagoghe. Quelle sono riconosciute da qualsiasi definizione. Riguarda soprattutto una forma di manifestazione che dal 7 ottobre è diventata particolarmente visibile a Berlino: l’antisemitismo legato a Israele.
L’IHRA lo definisce chiaramente. Tra i suoi esempi figurano: negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, applicare a Israele criteri che non valgono per nessun altro Stato, equiparare Israele ai nazisti e ritenere collettivamente gli ebrei responsabili della politica di Israele. L’Ufficio per la protezione della Costituzione di Berlino cita proprio questi esempi.
Naturalmente è lecito criticare il governo israeliano: il primo ministro Benjamin Netanyahu, la condotta della guerra, la politica degli insediamenti; pure in modo aspro e senza riserve. Lo afferma la stessa IHRA. Chi le attribuisce un significato diverso non l’ha letta.
Il confine si trova là dove la critica a un governo si trasforma nella richiesta che l’unico Stato ebraico al mondo debba scomparire. Oppure nell’aspettativa che il vicino ebraico debba giustificarsi per Gaza. È proprio questo confine che la JDA traccia in modo diverso nei punti cruciali.
Non tutti gli antisionisti odiano gli ebrei, anche questo è vero. Ma chi nega proprio al popolo ebraico, e solo a lui, il diritto a uno Stato proprio, deve accettare la domanda: perché proprio a questo?
Per correttezza va detto che la sinistra sottolinea di voler combattere l’antisemitismo da ogni parte, proteggere la vita ebraica e sostenere il diritto all’esistenza di Israele. A seguito delle critiche alla risoluzione del congresso del partito, il suo comitato esecutivo federale ha annunciato colloqui con le organizzazioni ebraiche. Si può prendere la loro parola. Ciò però non risponde alla domanda cruciale: quale slogan, quale manifesto, quale discorso, che oggi è considerato antisemita, domani non lo sarà più?
• Lo slogan rimane lo stesso
Una definizione non elimina l’antisemitismo. Decide solo se lo Stato lo riconosce come tale. Lo stesso slogan che oggi l’amministrazione valuta come possibile antisemitismo legato a Israele, domani potrebbe passare per un’opinione legittima. Non sarebbe cambiato nulla, se non il punto di vista delle autorità.
Per le persone coinvolte non si tratta di un argomento da seminario. È ciò che determina se la direzione scolastica interviene, se un ente di finanziamento eroga fondi a un’associazione, se la polizia documenta il movente di un reato. E si chiuderebbe un occhio proprio là dove, dal 7 ottobre, le donne e gli uomini ebrei di Berlino sono oggetto di ostilità particolarmente frequenti.
Il Senato potrebbe poi continuare ad assicurare, in occasione di ogni cerimonia commemorativa, quanto gli stia a cuore la vita ebraica. Ma quella promessa varrebbe ben poco.
• SPD e Verdi devono scoprire le loro carte
La Sinistra ha messo le carte in tavola. La vera domanda è rivolta ai suoi possibili partner. SPD e Verdi insistono affinché la delibera del 2019 rimanga in vigore? Oppure la sacrificano in cambio di qualche incarico di senatore?
Questa domanda non deve sparire a pagina 143 di un accordo di coalizione. Deve essere messa sul tavolo adesso, prima delle trattative preliminari. Non solo quando la prima controversia su una manifestazione, un finanziamento o un’aula occupata si aggraverà.
Allora, cari SPD, cari Verdi: la definizione dell’IHRA rimarrà alla base dell’azione amministrativa berlinese? Sì o no?
L’antisemitismo non scompare se lo si ridefinisce. Si smette semplicemente di vederlo.
(Israelnetz, 24 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’affermazione (falsa) di Guterres e la realtà dei numeri
di Stefano Magni
Antonio Guterres, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “I have never seen killing and destruction like Gaza in all my years as Secretary-General”. Tradotto: “In tutti i miei anni come Segretario Generale non ho mai assistito a scene di morte e distruzione come quelle di Gaza”. In tutti i suoi anni da Segretario Generale? Cioè da quando? Dal 1 gennaio 2017. Allora, dal 2017 ad oggi non c’è stata guerra più sanguinosa e distruttiva rispetto a quella combattuta a Gaza negli ultimi tre anni?
Se vogliamo prendere la stima più alta, quella diffusa da Hamas (il cosiddetto “Ministero della salute palestinese”), a Gaza si registrano circa 73mila morti. La percentuale di terroristi armati uccisi in azione varia a seconda della fonte. Per le fonti israeliane, circa la metà (14mila) sono terroristi armati, l’altra metà (16mila) sono civili disarmati uccisi come vittime collaterali e i morti, in tutto (30mila), sono meno della metà di quelli dichiarati da Hamas. Ma ammettiamo anche che Hamas abbia ragione, che i morti siano 73mila e che la maggioranza di questi siano civili disarmati. Stiamo parlando del conflitto più sanguinoso che Guterres abbia visto nel corso del suo mandato?
Impossibile, perché, secondo stime conservative il conflitto civile nel Sudan, scoppiato anche quello nel 2023, sei mesi prima del pogrom del 7 ottobre, ha già provocato 150mila morti. E queste sono, appunto, stime conservative, quelle più alte parlano di 400mila vittime, quasi 9 milioni di sfollati interni e 3 milioni e mezzo di rifugiati.
La guerra civile dello Yemen, che proprio in queste settimane sta vivendo una grave recrudescenza con l’offensiva degli Houthi (sciiti, filo-iraniani e nemici di Israele) ha provocato, dal 2014, 150mila morti e se si sommano le vittime della malnutrizione per l’embargo imposto al paese e per il collasso generale delle infrastrutture, si arriva alla cifra enorme di 377mila morti. A cui si aggiungono 5 milioni di profughi, fra sfollati interni e rifugiati.
La guerra civile in Etiopia (governo centrale contro separatisti del Tigray), scoppiata nel 2018, un anno dopo l’insediamento di Guterres dunque, ha finora provocato un numero non noto di vittime. Ma la stima più conservativa parla già di 100mila morti, oltre a 2 milione e 750mila sfollati interni e quasi 1 milione di rifugiati.
La guerra in Ucraina, il più grande conflitto convenzionale in Europa, tuttora in corso, scoppiato nel 2022 (cinque anni dopo l’insediamento di Guterres) ha causato un numero di vittime ancora sconosciuto. Sia ucraini che russi tendono a non diffondere i numeri veri e a gonfiare le perdite dell’avversario. Ma le stime più neutrali (BBC e CSIS) parlano di 125-200mila caduti ucraini e 400-560mila caduti russi. I civili uccisi sono stimati in 16mila, quasi tutti ucraini.
La guerra civile nel Myanmar, iniziata con il golpe militare del 2021 (quattro anni dopo l’insediamento di Guterres) ha causato sinora, secondo la stima più conservativa, 89.200 morti. I civili uccisi sono circa 6mila e i profughi 3 milioni e mezzo.
Guterres ha anche potuto assistere agli ultimi 7 anni della guerra civile in Siria, durata dal 2011 al 2024: 656mila morti, di cui almeno la metà sono civili, e 6 milioni e 700mila sfollati interni e un numero analogo di rifugiati all’estero.
Il lettore stupido, a questo punto, potrebbe obiettare: “Ah allora secondo voi a Gaza è una scampagnata? Adesso ci venite a dire che i palestinesi stanno bene!” No. Semplicemente, questi numeri dimostrano, oggettivamente, che la frase “In tutti i miei anni come Segretario Generale non ho mai assistito a scene di morte e distruzione come quelle di Gaza” è falsa. O Guterres non ha visto nulla delle altre guerre in corso (e allora è un errore di omissione grave, per una carica come la sua), oppure sta facendo politica.
La conclusione più logica è che Guterres stia facendo politica e voglia tenere sveglio e attivo il movimento antisionista nel mondo. La guerra a Gaza non fa più notizia? Non ci sono più foto di macerie, morti e fame che provengono dalla Striscia? Allora si butta lì la frase ad effetto, così da accontentare anche quelli che sono i veri protagonisti dell’Assemblea Generale: i paesi arabi e islamici, il “sud globale” capitanato dal Sud Africa, a cui si aggiunge il fronte delle dittature anti-occidentali, guidato da Russia e Cina. È a quell’audience che Guterres si rivolge. E già dire “Gaza” è come mostrare una bandiera.
Però a pagare sono gli ebrei, in tutto il mondo. Che siano ebrei di Belleville, Canada, che pregano in una sinagoga nel giorno dello Yom Kippur, bersagli dell’ultimo attentato. O che sia un rabbino che attende l’autobus a Milano, aggredito da tre maranza. Ma comunque sono gli ebrei che pagano questa ondata di antisionismo, alimentata sin dai massimi vertici dell’Onu. Perché, dopo quasi tre anni di lavaggio del cervello, alle persone comuni resta in mente un solo concetto: che gli ebrei di Israele sono autori della peggior “morte e distruzione” del mondo. E di lì il passo è brevissimo per arrivare all’accusa di genocidio, cioè la nuova versione della calunnia del sangue.
(L'informale, 24 settembre 2026)
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Sukkot, la stabilità controvento
di Ariela Piattelli
Quando studiavo teatro, il mio maestro ci ripeteva spesso una lezione che, allora, a noi giovani studenti sembrava affascinante: la teoria dell’attore secondo Eugenio Barba, fondatore dell’Odin Teatret. Diceva che il corpo dell’attore in scena non deve mai trovare l’equilibrio comodo della vita quotidiana. Deve invece cercare un equilibrio precario, sostenuto da uno sforzo costante, da una tensione tra forze opposte. È proprio quella instabilità controllata, quel “vivere in bilico”, a generare l’energia che il pubblico percepisce come presenza scenica. L’attore fermo, comodo, “al sicuro”, non comunica nulla. È l’attore che lotta contro una forza invisibile — un vento immaginario — per restare in piedi, ed è proprio in quella lotta che diventa vivo agli occhi di chi guarda.
Ricordo il mio maestro, Franco Ruffini, camminare tra una mattonella e l’altra, sul filo immaginario che le divideva, a piedi nudi, con i suoi sandali, che indossava anche con le temperature più rigide. Lo faceva per spiegarci questa ricerca della stabilità controvento e camminava come se fosse in equilibrio su un filo sospeso tra una montagna e l’altra, a centinaia di metri da terra.
In questi anni difficili per tutti noi, questa lezione “laica” di Ruffini mi è tornata più volte in mente. E quando si avvicina Sukkot, ripenso a quelle parole con occhi diversi.
La sukkà è una capanna fragile, con pareti sottili, un tetto fatto di rami attraverso cui si devono vedere le stelle, una struttura pensata per non resistere del tutto agli elementi. Eppure è lì, in quella precarietà voluta, che si celebra zman simchateinu, il tempo della nostra gioia. Non ci rifugiamo nella sukkà per sentirci al sicuro in senso assoluto: la abitiamo per ricordare che la vera stabilità ebraica non è mai stata quella delle mura spesse, ma quella di un popolo che ha imparato a restare in equilibrio anche quando il vento soffia forte, quando le bufere sono all’orizzonte e minacciano di travolgerlo.
Quest’anno cade il terzo anniversario dal 7 ottobre. Tre anni in cui Israele ha dovuto combattere minacce esistenziali e in cui l’antisemitismo è riemerso con una violenza e una rapidità drammatiche: il vento ha cambiato direzione più volte, spesso in poche settimane, persino in pochi giorni. Per gli ebrei di tutto il mondo, la sfida è stata ancora una volta quella di conquistare continuamente la stabilità. Come l’attore di Barba, come le pareti della sukkà. Dentro il vento.
E in questa ricerca di stabilità dinamica, il motore è l’identità ebraica: la capacità di mantenerla e di rafforzarla, in una ricerca costante, anche quando il vento vorrebbe portarla altrove o persino spazzarla via. La storia ebraica è fatta di esodi, ricostruzioni, cadute e rialzate. La stabilità si cerca, si esercita, giorno dopo giorno.
Viviamo in un’epoca di ribaltamenti veloci della storia, in cui ciò che sembrava acquisito — la sicurezza per strada, certi ambienti un tempo amici, persino il linguaggio — può capovolgersi in un istante. E la sukkà continua a consegnarci una lezione preziosa: la stabilità non sempre nasce dalla solidità delle nostre pareti, ma dalla consapevolezza della loro fragilità. La stabilità ebraica non ha mai abitato nell’assenza di vento, ma si realizza nella capacità, rinnovata ogni giorno, di restare in piedi dentro di esso. Anche controvento.
Chag Sameach a tutti voi.
(Shalom, 24 settembre 2026)
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“Ricerca della stabilità controvento - conquistare continuamente la stabilità - ricerca di stabilità dinamica - la stabilità si cerca, si esercita - la stabilità non sempre nasce dalla solidità delle nostre pareti - la stabilità ebraica non ha mai abitato nell’assenza di vento”. Quante parole! Sembra un esercizio letterario per riuscire a dire qualcosa che riguarda Israele senza porlo in alcuna connessione con il Dio di Israele e la sua storia. È la forma woke dell’ebraismo italiano? M.C.
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Scatto di orgoglio di Milano. Più di cinquecento kippot in piazza contro l’antisemitismo
di Antonio Picasso
Una kippà sulla testa, molte bandiere italiane e una Milano che reagisce. Finalmente. Erano oltre cinquecento i partecipanti a “Milano indossa la kippà”, il presidio organizzato in piazza San Carlo, dalla Comunità ebraica milanese (Cem), come reazione all’aggressione subita da Rav Tzemach, il rabbino picchiato e insultato mentre aspettava l’autobus in piazzale Bande Nere, la scorsa settimana.
Ebrei e non ebrei, politici di destra e di sinistra, rappresentanti della società civile. Un messaggio condiviso: a Milano nessuno deve aver paura di mostrare la propria identità.
A scandirlo è stato Walker Meghnagi, presidente della Cem. «Siamo stanchi di non poter andare in giro normalmente come gli altri cittadini», ha detto. Per poi ricordare le scuole e le sinagoghe sorvegliate, la scorta con cui lui stesso deve muoversi. Meghnagi ha chiesto alla politica un segnale concreto, a partire dall’approvazione del Ddl contro l’antisemitismo. Un appello, il suo, rivolto al Pd, ancora in forse nel votarlo, e al presidente Mattarella. Accanto a lui la vicepresidente della Cem, Dalia Gubbay, tra le promotrici della mobilitazione. Nei giorni precedenti, Gubbay aveva descritto una quotidianità fatta ormai anche di scritte sui muri, insulti e ragazzi costretti a nascondere la kippà sotto il cappuccio.
A sua volta, il rabbino capo della comunità milanese, Alfonso Arbib, ha messo in guardia soprattutto dalla normalizzazione dell’odio. «L’aggressione in Bande Nere potrebbe sembrare semplice teppismo», ha osservato. «Ma il pericolo nasce quando alla violenza viene fornito un alibi ideologico».
È stata poi la volta della politica. Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) ha attaccato l’assenza della giunta comunale. Pietro Bussolati (Partito democratico) ha invitato a unire le forze di destra e di sinistra, distinguendo la legittima critica al governo israeliano dall’odio contro gli ebrei. Daniele Nahum (Azione) ha chiesto di passare «dalle chiacchiere» ai fatti e approvare il Ddl antisemitismo. «Non sono scaramucce. Questo è antisemitismo». Ha insistito Samuele Piscina (Lega). Il consigliere regionale Manfredi Palmeri ha portato con sé ben tre pagine di episodi antisemiti registrati a Milano negli ultimi quattro anni. «Vi sfido a ricordarne anche soltanto uno», ha detto, per poi indirizzarsi a Palazzo Marino. «È urgente rendere operativo il gemellaggio con Tel Aviv». Roberto Cenati, già presidente dell’Anpi milanese, ha ricordato il contributo degli ebrei alla Resistenza. Infine, Carlo Giovanardi è tornato alla memoria della Shoah e al dovere di impedire che la storia riprenda quella strada.
Finiti gli interventi, il pubblico si è sparpagliato continuando a indossare con fierezza (e sicurezza) la sua kippà. Nelle strade del centro, in metropolitana. A Milano.
(HaKol, 23 settembre 2026)
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Gli ebrei americani continuano a votare democratico
A due mesi dalle elezioni di medio termine, un sondaggio rivela che la maggioranza degli elettori ebrei negli Stati Uniti intende sostenere i democratici. Il loro legame con Israele rimane forte. Allo stesso tempo, una maggioranza disapprova la politica israeliana.
di Francis Moritz
I dibattiti su Israele stanno scuotendo il Partito Democratico negli Stati Uniti. Il crescente antisemitismo preoccupa le comunità ebraiche. Alcuni ne deducono che gli elettori ebrei potrebbero passare in gran numero ai repubblicani alle elezioni di novembre. Un nuovo sondaggio non conferma questo scenario.
Si tratta del sondaggio a livello nazionale pubblicato il 9 settembre 2026 dal «Jewish Voters Resource Center» (JVRC). A tal fine, l’istituto di ricerca GBAO Strategies ha intervistato, tra il 26 agosto e il 1° settembre, un totale di 800 elettori statunitensi registrati che si definiscono ebrei. Sono stati contattati tramite SMS e hanno compilato il questionario online. Il margine di errore indicato per l’intero campione è pari a ± 3,5 punti percentuali. Il questionario e i risultati dettagliati sono accessibili al pubblico.
Secondo il sondaggio, il 67% degli intervistati intende sostenere un candidato democratico alle elezioni del Congresso, mentre il 26% un candidato repubblicano. Già a maggio un precedente sondaggio del JVRC aveva registrato un 67% a favore dei democratici. A due mesi dalle elezioni, ciò che colpisce è soprattutto la stabilità dei dati. Si tratta tuttavia di intenzioni di voto, non di un risultato elettorale.
• Israele è importante, ma non determina da solo l’esito delle elezioni
Un voto per i democratici non significa affatto che Israele sia indifferente agli elettori. Il 71% degli intervistati si sente emotivamente legato a Israele. Questo legame, tuttavia, non equivale ad un’approvazione del governo israeliano: il 67% ha un’opinione negativa del primo ministro Benjamin Netanyahu e il 65% disapprova la politica del suo governo nei confronti di Gaza e della Cisgiordania.
Queste posizioni non si escludono a vicenda. È possibile sentirsi legati a Israele, essere preoccupati per la sua sicurezza e allo stesso tempo criticare le decisioni del suo governo.
Anche ai fini della scelta elettorale, Israele riveste un’importanza minore di quanto spesso si pensi. Alla domanda sui due temi più importanti per il loro voto a novembre, gli intervistati citano in primo luogo il costo della vita (37%), seguito dal futuro della democrazia (36%). L’antisemitismo raggiunge il 25%, Israele il 16%. Ciò non significa che Israele non sia importante per il resto degli intervistati. I dati mostrano quali temi considerano prioritari nella scelta di un candidato.
• Maggioranza contraria all’intervento militare statunitense in Iran
Il sondaggio contiene anche una domanda specifica sull’impiego delle forze armate americane al di fuori degli Stati Uniti: «È favorevole o contrario all’intervento militare statunitense in Iran?». Il 63% degli intervistati è contrario, di cui il 47% in modo deciso. Il 37% la sostiene.
La distinzione è fondamentale: l’affinità con Israele non implica automaticamente l’approvazione di un intervento militare americano in Iran. Il questionario, tuttavia, non indaga sulle ragioni alla base del rifiuto. Non è quindi possibile ricondurle a un unico motivo, né interpretarle come un rifiuto di principio di tutti gli interventi all’estero.
Per quanto riguarda la scelta elettorale, l’Iran non è comunque al centro dell’attenzione: il 5% degli intervistati considera la guerra in Iran uno dei due temi più importanti per novembre. L’11% cita, in termini più generali, la sicurezza nazionale e la politica estera.
• Una preoccupazione comune, risposte politiche diverse
L’antisemitismo occupa un posto particolare nel sondaggio: l’89 per cento degli intervistati ne è preoccupato. Questa preoccupazione diffusa, tuttavia, non porta tutti gli elettori ebrei a votare per lo stesso partito.
La comunità non è affatto politicamente omogenea. Nel sondaggio, gli intervistati ortodossi tendono nettamente di più verso i repubblicani rispetto ad altri gruppi. Citano inoltre Israele come uno dei loro due temi elettorali più importanti con una frequenza notevolmente maggiore rispetto agli intervistati senza una specifica appartenenza religiosa. I risultati relativi a questi sottogruppi più piccoli vanno tuttavia interpretati con maggiore cautela.
• Il fattore Trump
Un altro dato aiuta a comprendere il vantaggio dei Democratici: il 75% degli intervistati disapprova l’operato di Donald Trump come presidente. Il 70% teme che egli possa non accettare il risultato delle elezioni del 2026.
Il sondaggio non può dimostrare cosa determini la scelta di ogni singolo elettore. Mostra però che il giudizio sul presidente, il costo della vita e il futuro delle istituzioni democratiche giocano un ruolo centrale per gli intervistati. Israele e la politica militare americana fanno parte di questo quadro, ma non lo spiegano da soli.
Il risultato del sondaggio JVRC–GBAO di settembre 2026 è quindi inequivocabile: nonostante le tensioni relative a Israele, una netta maggioranza degli elettori ebrei intervistati intende continuare a votare in modo democratico. Resta da vedere se questa intenzione troverà conferma a novembre.
(Israelnetz, 23 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Germania, il voto che allarma gli ebrei
di Rosa Davanzo
La Germania uscita dalle elezioni di domenica 20 settembre ha due vincitori lontanissimi fra loro e un problema che li attraversa entrambi. In Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD ha conquistato circa il 38 per cento dei voti, mentre a Berlino Die Linke è diventata per la prima volta il primo partito della capitale con il 25,7 per cento. In mezzo, schiacciati da una polarizzazione sempre più evidente, arretrano i partiti che hanno governato per decenni la Repubblica federale. Per gli ebrei tedeschi, tuttavia, il risultato contiene un segnale ulteriore, perché l’antisemitismo è ormai entrato direttamente nella discussione sulla formazione del prossimo governo berlinese.
Il dato più clamoroso arriva dal Nord-Est. L’AfD ha più che raddoppiato i consensi nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, precedendo la SPD della presidente uscente Manuela Schwesig, ferma al 35,5 per cento. La CDU del cancelliere Friedrich Merz si è invece arrestata al 4,9, restando per la prima volta nella sua storia fuori da un parlamento regionale. Un risultato che Merz stesso ha definito un «disastro» e che segue di appena due settimane la forte affermazione dell’AfD in Sassonia-Anhalt.
Berlino racconta un fenomeno diverso. Die Linke ha ottenuto il miglior risultato della propria storia nella capitale, staccando nettamente la CDU, seconda con il 18,8 per cento. L’AfD ha raggiunto il 16,3, i Verdi il 14,3 e la SPD è precipitata al 12,1 per cento, il suo minimo storico in città. Il successo della sinistra radicale è stato particolarmente forte fra i giovani e consegna alla candidata Elif Eralp la possibilità di tentare la formazione di una maggioranza con socialdemocratici e Verdi.
Proprio qui comincia la questione più delicata. Una parte di Die Linke berlinese è da mesi al centro di polemiche per le posizioni espresse su Israele e per i rapporti di alcuni suoi esponenti con ambienti dell’attivismo palestinese radicale. Durante la campagna elettorale si sono verificati episodi che hanno provocato dure reazioni, comprese manifestazioni nelle quali sono state pronunciate espressioni inneggianti all’Intifada e alla morte dei soldati israeliani. La direzione del partito ed Eralp hanno preso le distanze dagli appelli alla violenza, e la candidata ha ribadito il proprio sostegno al diritto di Israele all’esistenza. Le contestazioni, però, sono arrivate fino al tavolo delle future alleanze.
SPD e Verdi, indispensabili a Die Linke per governare Berlino, si trovano così davanti a una questione che supera la normale trattativa su case, trasporti e bilancio. I socialdemocratici hanno chiesto garanzie precise sul contrasto all’antisemitismo, mentre anche il cancelliere Merz è intervenuto denunciando la crescita di forme aperte di ostilità antiebraica nella capitale. Le accuse rivolte a settori di Die Linke costituiscono quindi uno dei principali ostacoli politici alla costruzione della nuova maggioranza.
Il quadro nazionale rende il passaggio ancora più significativo. A Est cresce l’AfD, che resta isolata dalle altre forze politiche e difficilmente potrà trasformare il primo posto nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore in una maggioranza di governo. A Berlino avanza invece una sinistra che ha saputo intercettare soprattutto il voto giovane, la protesta sul costo delle abitazioni e il malessere verso i partiti tradizionali. Due movimenti differenti che mostrano quanto rapidamente si stia restringendo lo spazio occupato dal vecchio centro politico tedesco.
Per la comunità ebraica la domanda riguarda ormai qualcosa di molto concreto. La Germania del dopoguerra ha costruito una parte essenziale della propria identità democratica sulla responsabilità verso gli ebrei e sulla sicurezza della vita ebraica nel Paese. Oggi quella promessa viene sottoposta a una pressione crescente proveniente da ambienti ideologicamente diversi. Le prossime trattative a Berlino diranno anche quanto le forze destinate a governare considerino questo problema una condizione politica vincolante, anziché una questione da sistemare ai margini di un accordo di coalizione.
(Setteottobre, 23 settembre 2026)
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Fede antica, vite moderne: i samaritani si preparano per lo Yom Kippur e il Sukkot
Dalle sukkot cariche di frutta a un’app che funge da libro di preghiere digitale, una comunità divisa tra Holon, nel centro di Israele, e il Monte Gerizim in Samaria coniuga le antiche tradizioni israelite con la vita moderna israeliana.
di Tania Shalom Michaelian
Mentre la maggior parte degli israeliani inizia questa settimana a costruire le proprie sukkot, una piccola comunità che fa risalire le proprie radici agli antichi israeliti aspetterà fino alla fine di ottobre.
I samaritani (Shomronim in ebraico) celebrano le festività prescritte dalla Torah, ma non sempre nelle stesse date degli ebrei. Il loro anno inizia con il mese ebraico di Nissan in primavera, anziché con il mese di Tishrei in autunno. I loro sacerdoti calcolano gli anni bisestili in modo indipendente, basandosi su un conteggio che ha inizio con l’ingresso degli Israeliti nella Terra d’Israele sotto Giosuè. In alcuni anni le festività coincidono; in altri, come nel 2026, cadono a distanza di quasi un mese l’una dall’altra.
Quest’anno, lo Yom Kippur samaritano cadrà il 20 ottobre e Sukkot inizierà il 25 ottobre.
Durante una recente visita al quartiere samaritano di Holon, JNS ha incontrato Shahar Yehoshua, un uomo affabile sulla settantina che ha accolto i visitatori nella sua casa e ha illustrato le usanze di una delle comunità religiose più piccole al mondo.
Dopo il servizio militare, Yehoshua ha lavorato in una banca per 36 anni. Da quando è andato in pensione, ha fatto conoscere la vita dei samaritani a migliaia di visitatori attraverso visite guidate a Holon e sul Monte Gerizim, in particolare durante il Sukkot.
Anziché erigere capanne temporanee all’aperto, le famiglie samaritane costruiscono i propri sukkot all’interno delle loro case. Una robusta struttura viene sospesa sotto il soffitto e ricoperta con rami di palma, vegetazione e centinaia di frutti disposti secondo motivi elaborati.
L’usanza di costruire all’interno risale generalmente ai periodi di persecuzione, quando i sukkot all’aperto erano esposti ad atti di vandalismo. Oggi le famiglie aprono le loro case ai numerosi visitatori che vengono a vedere i loro soffitti ricoperti di frutta.
• Fede antica, israeliani moderni
Yehoshua ha tenuto a sfatare l’idea che i samaritani vivano isolati dalla società contemporanea. Svolgono le stesse professioni degli altri israeliani, tra cui il settore bancario e quello dell’alta tecnologia. Uomini e donne della comunità di Holon prestano servizio nelle Forze di Difesa di Israele, e le giovani donne si vestono in modo molto simile alle loro coetanee ebree laiche.
La comunità conta meno di 1.000 persone, suddivise più o meno equamente tra Neve Pinchas a Holon e Kiryat Luza sul Monte Gerizim, che domina Nablus. Gli abitanti di Kiryat Luza si muovono tra il mondo di lingua ebraica e quello di lingua araba. Un tempo concentrata nella stessa Nablus, la comunità si è trasferita sulla montagna tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, avvicinando i propri membri al luogo più sacro della fede samaritana. Il sommo sacerdote risiede lì e l’intera comunità si riunisce sulla montagna per il sacrificio annuale della Pasqua ebraica.
I samaritani sono discendenti delle antiche tribù israelite di Efraim, Manasse e Levi, che rimasero nella terra dopo la conquista assira del Regno settentrionale di Israele nell’VIII secolo a.C. Gli studiosi continuano a discutere su quando le tradizioni samaritane ed ebraiche si siano separate, ma l’archeologia conferma che già nel V secolo a.C. sul Monte Gerizim sorgeva un importante santuario samaritano. Il sovrano asmoneo Giovanni Ircano lo distrusse intorno al 111 a.C. Secoli di rivolte, persecuzioni e conversioni ridussero gradualmente quella che un tempo era una popolazione numerosa a un piccolo residuo.
Yehoshua ha tre figli. I suoi due figli hanno sposato donne ebree, mentre sua figlia ha sposato un samaritano. Tutti i loro figli sono considerati membri della comunità.
Yehoshua ha parlato con entusiasmo delle dieci donne della comunità attualmente in stato di gravidanza, una cifra notevole per una popolazione di meno di 1.000 persone.
• Una sinagoga senza sfarzo
Dalla casa di Yehoshua, il tour è proseguito verso la sinagoga situata sulla stessa strada dove vive la maggior parte della comunità di Holon. In conformità con l’usanza samaritana, i visitatori si sono tolti le scarpe prima di entrare.
Un cartello blu eretto dalla Società per la Conservazione dei Siti del Patrimonio di Israele (SPIHS) nel cortile riporta che la comunità si era ridotta a sole 105 persone nel 1910. Decenni dopo, il secondo presidente di Israele, Yitzhak Ben-Zvi, studioso del patrimonio samaritano, contribuì a fondare un quartiere permanente per le famiglie samaritane sparse nel centro di Israele. Fu lui stesso a posare la prima pietra della sinagoga.
All’interno si trova un’unica grande sala di preghiera, arredata in modo semplice e ricoperta di moquette. Tutti i fedeli sono vestiti interamente di bianco.
«In questo modo, tutti sono uguali», ha spiegato Yehoshua. «Non c’è distinzione tra ricchi e poveri».
La maggior parte dei fedeli si siede sul pavimento; ci sono solo poche sedie per chi ne ha bisogno. Non c’è una sezione separata per le donne, né è richiesto un minyan (quorum) di 10 uomini affinché la preghiera comunitaria abbia luogo.
La semplicità è voluta. Un luogo di preghiera, ha detto Yehoshua, non deve necessariamente essere maestoso. In primo piano si trova l’arca che contiene i rotoli della Torah.
I samaritani riconoscono Mosè come l’unico vero profeta e la Torah come l’unica scrittura rivelata da Dio. I loro rotoli della Torah e i libri di preghiera sono scritti in caratteri samaritani, derivati dall’antico alfabeto ebraico, e il testo viene recitato in ebraico samaritano.
Fino a poco tempo fa, realizzare un nuovo libro di preghiere significava copiarlo a mano nell’antica scrittura, un processo che poteva richiedere mesi. Il figlio di Yehoshua ha sviluppato un’applicazione che permette di digitare le preghiere e stamparle in caratteri samaritani.
A differenza delle cerimonie ebraiche del bar e bat mitzvah, che si svolgono all’età di 13 anni per i ragazzi e di 12 per le ragazze, la cerimonia samaritana non segna un’età particolare, ma il raggiungimento di un importante traguardo: la lettura dell’intero Pentateuco. A partire dai quattro o cinque anni, i bambini studiano con un hakham, ovvero un sacerdote, imparando le tradizioni e le credenze samaritane e padroneggiando l’antica scrittura ebraica e la pronuncia caratteristica. Possono completare il percorso in un arco di tempo compreso tra i sei e i dieci anni.
La comunità venera in modo particolare il Rotolo di Abisha sul Monte Gerizim, che la tradizione samaritana attribuisce al pronipote di Aronne. Secondo Yehoshua, il rotolo ha 3.700 anni, sebbene gli studiosi contestino tale datazione tradizionale. Esso occupa comunque un posto centrale nella memoria religiosa samaritana.
La comunità non ha rabbini. L’autorità religiosa spetta ai kohanim (sacerdoti), guidati dal sommo sacerdote sul Monte Gerizim, che sovrintendono al calendario e alle celebrazioni legate al ciclo della vita, quali la circoncisione, il matrimonio e la morte.
• Un digiuno mentre Israele va al lavoro
Quest’anno, lo Yom Kippur samaritano cade in un normale giorno lavorativo per il resto di Israele. Si tratta di un digiuno eccezionalmente rigoroso per la comunità. Ad eccezione di coloro la cui salute sarebbe a rischio, tutti digiunano, dai bambini svezzati agli anziani. Gran parte della giornata viene trascorsa nella sinagoga in prolungate preghiere comunitarie, prostrazioni, confessioni e recitazione della Torah.
Di tanto in tanto, ha osservato Yehoshua, i calendari ebraico e samaritano coincidono. È successo sabato 6 ottobre 1973, quando l’Egitto e la Siria lanciarono l’attacco che diede inizio alla guerra dello Yom Kippur.
• Meno di 1.000, ma in crescita
Con meno di 1.000 membri, trovare un partner all’interno della comunità può essere difficile. Generazioni di matrimoni all’interno di un numero ristretto di famiglie allargate hanno aumentato il rischio di malattie ereditarie nella comunità, rendendo sempre più importanti la consulenza genetica e lo screening. La comunità ha inoltre permesso ad alcuni uomini samaritani di sposare donne al di fuori della fede, tra cui diverse provenienti dall’Ucraina che hanno accettato di adottare le pratiche religiose samaritane e di vivere all’interno della comunità.
Ma Yehoshua ha respinto l’idea che i membri della comunità possano essere definiti solo da queste sfide.
«Ognuno ha le proprie difficoltà, proprio come in qualsiasi altra parte del Paese», ha affermato. «Per qualcuno, la cosa più importante è sposare una donna samaritana, e in fretta. Un altro non ha fretta di sposarsi, anche se la donna non appartiene alla comunità. Uno vuole un governo di destra, un altro vuole l’opposto. Non siamo diversi da qualsiasi altra comunità».
Le antiche scritture, il sacerdozio e il calendario religioso contraddistinguono i samaritani. Sotto quasi tutti gli altri aspetti, ha insistito Yehoshua, sono normali israeliani con lavori, opinioni e ambizioni diverse.
Semplicemente, costruiranno le loro sukkot un mese più tardi.
(JNS, 22 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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I candidati a primo ministro di Israele: Naftali Bennett
di Ugo Volli
Fra poco più di quaranta giorni, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni politiche, certamente le più importanti della storia recente del Paese perché decideranno chi guiderà la strategia futura e dunque in che direzione andrà lo Stato ebraico. Alle elezioni si sono presentate ben 38 liste, ma di queste probabilmente solo una dozzina entreranno in parlamento. I blocchi principali sono ancora meno: la destra religiosa di Smotrich, Ben Gvir e ora Winter, il centrodestra del Likud (Netanyahu), i due partiti charedì (“ultraortodossi”), le due liste arabe, i quattro partiti fra il centro e la sinistra unificati dal rifiuto di Netanyahu (Bennett/Lapid, Lieberman, Golan Eisenkot). Fra i quattro candidati che hanno dichiarato di aspirare a diventare il nuovo primo ministro, oltre a Netanyahu, tre vengono proprio da quest’area dell’opposizione: Eisenkot, Bennett e Lieberman. Shalom dedicherà loro dei ritratti, per permettere ai lettori italiani che non li conoscono di capire meglio la scelta dell’elettorato israeliano. Dopo l’articolo dedicato a Eisenkot lunedì scorso, il secondo di questa serie è dedicato a Naftali Bennett.
• Militare e imprenditore
Nato a Haifa il 25 marzo 1972, terzogenito di due genitori ebrei americani che immigrarono in Israele da San Francisco poco dopo la guerra dei Sei Giorni, Naftali Bennett è coi suoi 54 anni ben portati il più giovane dei candidati alla carica di primo ministro; ed è anche il più ricco, avendo fondato e amministrato negli anni fra il 1999 e il 2013 alcune startup di software, di cui almeno due furono vendute per cifre superiori ai cento milioni di dollari: capitali che Bennett ha ancora moltiplicato reinvestendoli con successo nel mercato delle imprese tecnologiche. Prima di questa esperienza imprenditoriale, fra il 1990 e il 1999 Bennett ha svolto una notevole carriera militare, raggiungendo il grado di maggiore nelle forze speciali della Sayeret Matkal (le stesse in cui ha servito Benjamin Netanyahu e al comando delle quali è morto a Entebbe suo fratello Yonatan) e diventando poi comandante di compagnia nell’unità d’élite Maglan, specializzata nell’azione oltre le linee. Dopo il congedo fu richiamato in azione diverse volte, nel 2002 partecipò all’operazione “Scudo difensivo” in Giudea e Samaria, organizzata per porre fine all’ondata di attacchi terroristici arabi. Partecipò a diverse missioni. Una di queste, nel 1996, a Qana, nel Libano meridionale, finì però con un grave incidente che alcuni gli rimproverano, perché il reparto da lui guidato a quanto pare superò il limite stabilito della missione, finì in un’imboscata e Bennett dovette chiedere l’appoggio dell’artiglieria, la quale colpì un rifugio dell’Onu provocando parecchie vittime. Dopo il servizio militare si è laureato in Giurisprudenza all’Università Ebraica di Gerusalemme, si è sposato e ha quattro figli. Ora vive a Ra’anana, una cittadina qualche chilometro a nord di Tel Aviv, subito dopo Herzliya. Bennett porta sempre una kippà piccola e di maglia intrecciata attaccata con qualche trucco molto indietro sulla testa quasi calva. Nella vita israeliana il copricapo è un simbolo importante e questo rende evidente la sua appartenenza all’ala più modernista dei sionisti religiosi.
• La vita politica
Il giovane imprenditore Bennett entra in politica nel 2006, iscrivendosi al Likud e diventando capo dello staff di Netanyahu. La collaborazione però si concluse presto: nel 2010 viene nominato direttore dello Jesha Council, l’organizzazione ombrello degli insediamenti oltre la linea verde e fonda con Ayelet Shaked un movimento chiamato “Israel shelì – mio Israele”. Questo l’anno dopo si fonde con “Habayit ha Yehudì – casa ebraica”, di cui Bennett diviene il leader, ottenendo nelle elezioni del 2013 un grande successo con 12 seggi (sui 120 della Knesset). Bennett, rieletto anche nel 2015 e nel 2017 entra nei governi di Netanyahu prima come ministro dell’Economia poi di Gerusalemme, degli Affari Religiosi, della Diaspora, dell’Educazione. Nel 2018 guida una scissione del suo stesso partito costituendo “Yamina – A destra”, che nelle prime elezioni del 2019 non supera lo sbarramento elettorale, ma ci riesce in quelle tenute di nuovo lo stesso anno, a causa dell’impossibilità di costituire una maggioranza. È di nuovo brevemente ministro, questa volta della Difesa, fino a rompere definitivamente con Netanyahu. Dopo nuove elezioni nel 2021, Bennett, che aveva ottenuto sei seggi, fa un patto per un governo a rotazione con Yair Lapid, il leader del più importante partito di centrosinistra, e il 13 giugno 2021 diviene primo ministro: il primo nella storia di Israele a portare la kippà. La sua maggioranza dura però appena un anno, perché troppo composita, riunendo la sua forza di destra con la sinistra anche estrema, i nazionalisti antireligiosi di Lieberman e perfino con Ra’am, un partito arabo legato alla Fratellanza Musulmana. La defezione di alcuni suoi parlamentari porta alle dimissioni di Bennett, a qualche mese di governo Lapid e a nuove elezioni, in cui Bennett non si presenta e Netanyahu vince, costituendo il governo ancora in carica. Ora Bennett è rientrato in politica, per i mesi iniziali della campagna elettorale ha guidato i sondaggi, anche assorbendo il partito di Lapid che rischiava di finire sotto la soglia di sbarramento. La mossa non ha impedito che Eisenkot lo affiancasse e rapidamente lo superasse nei sondaggi. Ma la partita non è chiusa e nelle ultime settimane si vede qualche segno di possibile nuova inversione delle posizioni nel fronte delle opposizioni.
• Le prospettive
Valeva la pena di elencare, anche se sommariamente, le mosse complicate della frastagliata vicenda politica di Bennett, sia perché queste illustrano il carattere molto personalistico e pieno di colpi di scena della politica israeliana, sia perché la storia di un leader della destra ed ex rappresentante dei cosiddetti “coloni” che ha raggiunto i suoi risultati politici apparentandosi strettamente con il centrosinistra e facendo un governo appeso alla benevolenza di un partito integralista islamico incide ancora profondamente sulla sua immagine. Bennett ha molti punti forti: è già stato primo ministro, ha notevoli esperienze militari, di innovazione tecnologica e di business, ha guidato numerosi ministeri importanti salvo gli Esteri, ha buona conoscenza degli Usa e solide relazioni internazionali, è certamente brillante, ricco e molto intelligente ed ha legami autentici con la tradizione e la religione. I punti deboli che gli vengono rimproverati sono il suo percorso politico a zig-zag, in particolare il non aver mantenuto il suo impegno a non allearsi con partiti islamici, in generale una certa discrepanza fra le sue mosse pratiche e l’ideologia che ancora rivendica, cioè una posizione che i suoi avversari presentano come inaffidabile, influenzabile, guidata soprattutto dall’ambizione. È abbastanza chiaro che i suoi elettori sono sempre meno i sionisti religiosi o i nazionalisti che lo hanno portato al successo nel primo decennio della sua carriera politica. La sua eventuale vittoria dipende dalla capacità di recuperarli, senza perdere i centristi che apprezzano il suo pragmatismo e la sua modernità tecnologica ed economica.
(Shalom, 20 settembre 2026)
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Tensione tra Mamdani e Netanyahu, botta e risposta alla vigilia del discorso all’ONU
Si riaccende lo scontro tra Zohran Mamdani e Benjamin Netanyahu in vista dei lavori dell’Assemblea Generale dell’ONU. Il sindaco della Grande Mela ha infatti attaccato il Primo Ministro israeliano in una dichiarazione rilasciata alla giornalista Christiane Amanpour della CNN: «Per quanto riguarda Benjamin Netanyahu, l’ho descritto come credo che sia: un criminale di guerra e l’architetto di un genocidio orribile del popolo palestinese».
Dopo poche ore è arrivata la risposta del premier israeliano: «Vergognati, Mamdani. Vergognati per aver sostenuto i mostri terroristi di Hamas che hanno massacrato la nostra gente. Vergognati per aver istigato disordini contro gli ebrei di New York. Verrò all’ONU. Dirò la verità sui nostri eroici soldati e dirò la verità su di te».
Il discorso del Primo Ministro israeliano al Palazzo di Vetro è atteso per giovedì, giornata in cui sono state annunciate diverse manifestazioni in vista della sua comparsa.
A reagire a queste proteste era stato, giovedì, l’ambasciatore d’Israele presso le Nazioni Unite, Danny Danon, che aveva accusato Zohran Mamdani di istigare le persone a manifestare contro Netanyahu anziché garantire il regolare svolgimento dei lavori.
(HaKol, 22 settembre 2026)
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Quando Berlino non sembra più casa propria
In ampi strati della popolazione della capitale tedesca, una forma di antisemitismo è tornata ad essere socialmente accettabile. Riflessioni dopo le elezioni di Berlino.
di Michail Kantor *
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I dissuasori proteggono la Nuova Sinagoga di Berlino dagli attacchi
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Le elezioni berlinesi del 20 settembre 2026 sono state, per la maggior parte degli abitanti di questa città, un voto sugli affitti, sulla disuguaglianza sociale, sul traffico e sulla sicurezza – sul futuro di una città che da anni è alla ricerca di sé stessa. Per me questo risultato ha anche un secondo significato. Lo vedo anche con gli occhi di un ebreo tedesco, per il quale Berlino non è una qualsiasi grande città tedesca, ma la patria: la città in cui la vita ebraica è rinata dopo la sua quasi totale distruzione, in cui per decenni gli ebrei hanno potuto contare sul fatto di non dover spiegare perché appartengono a questo luogo.
Questa fiducia non è scomparsa. Ma ha subito delle crepe.
• Il divario tra aspirazioni e realtà
Il 20 settembre Die Linke, con il 25,7 per cento dei voti, è diventata per la prima volta la forza politica più forte nel Parlamento di Berlino. Particolarmente degno di nota è il suo successo tra gli elettori giovani: secondo infratest dimap, il 43 per cento dei giovani sotto i 25 anni e il 48 per cento dei 25-34enni hanno votato per il partito. Si potrebbe obiettare che pochissimi abbiano votato a motivo di Israele o della sua posizione nei confronti degli ebrei: sarebbero stati determinanti i temi sociali e la politica abitativa. Ciò può essere vero per gran parte dell’elettorato. Tuttavia, ciò non esonera il partito stesso dalle sue responsabilità.
La candidata di punta della Sinistra a Berlino, Elif Eralp, ha presentato un piano in cinque punti per la tutela della vita ebraica e ha dichiarato che la vita ebraica a Berlino deve essere visibile e protetta. Di per sé, questa è un’affermazione corretta. Solo che: poche settimane prima, secondo quanto riportato all’unanimità dai media, durante un comizio elettorale del proprio partito a Neukölln sono stati intonati cori che invocavano la morte dei soldati israeliani, senza che i politici presenti intervenissero immediatamente. Tra l’impegno a proteggere la vita ebraica e ciò che, sulle stesse tribune del partito, è rimasto inizialmente senza contraddizione, si apre un divario che non può essere colmato con un comunicato stampa a posteriori.
Questo divario ha un nome: antisionismo. La Sinistra sottolinea regolarmente di distinguere nettamente tra critica a Israele o al sionismo e antisemitismo – la prima sarebbe politica legittima, il secondo inaccettabile. Raramente ci si chiede, però, in base a quale definizione il partito tracci effettivamente questo confine. Nel 2017 il governo federale ha adottato la definizione operativa dell’IHRA come parametro di riferimento a cui da allora devono attenersi le autorità, gli apparati di sicurezza e la formazione politica; anche il Consiglio centrale degli ebrei la sostiene. Essa riconosce espressamente che l’antisemitismo può manifestarsi anche come demonizzazione di Israele o come messa in discussione del suo diritto all’esistenza.
A quanto pare, questo criterio non vale per Die Linke: durante il suo congresso federale, la maggioranza del partito non ha aderito alla definizione dell’IHRA, ma ha invece sottoscritto la cosiddetta «Dichiarazione di Gerusalemme», che definisce l’antisemitismo in modo più restrittivo – come discriminazione, ostilità o violenza contro gli ebrei «in quanto ebrei» – ed esclude espressamente da tale definizione le critiche rivolte a Israele e al sionismo. In questo modo, il partito si è liberato proprio di quel criterio che il resto della Repubblica si è dato e in base al quale si potrebbe verificare oggettivamente quando la critica si trasforma in odio. Da allora è il partito stesso a stabilire dove si trova il confine – e in modo palesemente generoso a proprio vantaggio.
• Non è un fenomeno marginale
Ciò che emerge da tutto questo non è un fenomeno marginale, bensì un quadro dell’umore collettivo: in ampie fasce della popolazione berlinese, una variante dell’antisemitismo è tornata ad essere socialmente accettabile. La situazione diventa problematica laddove, sotto concetti come «resistenza» o «decolonizzazione», vengono legittimate posizioni che non mettono più in discussione la politica di un governo israeliano, bensì l’esistenza stessa di Israele. Il fatto che «sionista» venga sempre più usato come sinonimo di fascismo o oppressione non cambia nulla; semplicemente non corrisponde alla verità.
Ma anche se si volesse seguire quella logica che distingue tra ebrei berlinesi, che vanno protetti, e «sionisti», contro i quali la resistenza politica sarebbe legittima – in base a quali criteri dovrebbe avvenire tutto ciò? Basta una bandiera israeliana sul bavero? Una frase del tipo «Ritengo giusta l’esistenza di Israele»? Chi decide a partire da quando un ebreo è considerato sionista – e quindi, nel vocabolario di molti oppositori di Israele, sostenitore di un genocidio?
In ogni caso, per strada nessuno chiede spiegazioni prima di aggredire: chi attacca una persona che indossa la kippah non si ferma a farsi spiegare la sua posizione sul Medio Oriente. Alla fine, agli ebrei di Berlino rimane solo una delle due possibilità: rinnegare completamente Israele – oppure essere sospettati in modo generalizzato di essere proprio quel «sionista» contro cui sono rivolte le immagini nemiche politiche e, sempre più spesso, anche le ostilità personali.
Eppure c’è un’esperienza storica che vale la pena ricordare – un’esperienza che ha inizio ben prima di qualsiasi persecuzione da parte dello Stato. Inizia lì dove le persone cominciano a chiedersi se qui possano ancora sentirsi a casa come un dato di fatto.
• Quanto può essere visibile un ebreo a Berlino?
Un ebreo può vivere a Berlino per lo più in totale tranquillità – almeno finché nessuno si accorge che è ebreo. La questione cruciale si pone quando la vita ebraica diventa visibile: quando un uomo indossa una kippah, una donna una stella di David al collo, quando qualcuno parla in ebraico o dichiara pubblicamente di avere amici o parenti in Israele, di sentirsi legato a Israele.
Questa preoccupazione non è frutto di fantasia. La polizia di Berlino ha registrato nel 2025 un totale di 2.268 reati antisemiti, con un aumento del 24,3 per cento rispetto all’anno precedente; lo stesso anno, il centro di ricerca RIAS di Berlino ha documentato 2.197 episodi antisemiti, in media sei al giorno. Nel settembre 2026, secondo quanto riferito dalla polizia, una donna di 43 anni è stata insultata in modo antisemita nel quartiere di Berlin-Mitte a causa della sua stella di David e successivamente aggredita con una bottiglia di vetro rotta; ha riportato ferite da taglio e ha dovuto ricevere cure ospedaliere.
Incidenti di questo tipo cambiano più della vita della vittima diretta. Cambiano il comportamento di un’intera comunità. Indosso oggi apertamente la stella di David? Mio figlio attraversa Neukölln con la kippah? Parlo in ebraico nella metropolitana, mostro pubblicamente solidarietà verso Israele – o faccio meglio a evitare? È proprio qui che sta il vero problema: una città può proteggere ufficialmente la vita ebraica e tuttavia creare condizioni sociali in cui gli ebrei iniziano a rendersi invisibili.
• L’antisemitismo di sinistra funziona in modo diverso
L’antisemitismo di destra è relativamente facile da riconoscere. Chi parla di un complotto ebraico mondiale, usa la simbologia nazista o esalta la Shoah, lascia poco spazio all’interpretazione. I modelli di pensiero antisemiti in alcuni settori della sinistra politica sono invece spesso più difficili da cogliere, proprio perché si presentano in un linguaggio politico diverso – come critica, come solidarietà, come posizione anticolonialista o antisionista.
Deve essere consentito criticare Israele. Il governo israeliano non è un’istituzione sacra: si può criticare Benjamin Netanyahu, i ministri israeliani, la politica degli insediamenti, le operazioni militari; si può discutere di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Una democrazia deve essere in grado di sopportarlo. Ho descritto dove finisce esattamente questa critica e dove inizia qualcos’altro. Ciò che nella maggior parte dei casi manca nel dibattito pubblico è una risposta onesta alla domanda su cosa significhi effettivamente il sionismo.
• Cosa significa realmente il sionismo
In alcuni ambiti del dibattito odierno, il sionismo viene presentato come se fosse una forma di razzismo, colonialismo o addirittura fascismo. Questa equiparazione tralascia la sua idea storica di fondo: il sionismo indica innanzitutto il movimento nazionale ebraico e la convinzione che anche gli ebrei abbiano diritto all’autodeterminazione politica in una propria comunità. Si può discutere sulla configurazione di questo Stato – sui confini, sul rapporto con i palestinesi, su uno Stato palestinese, sugli insediamenti, sui governi. La domanda fondamentale, tuttavia, è questa: si riconosce in linea di principio anche agli ebrei il diritto all’autodeterminazione nazionale?
È degno di nota il fatto che proprio questo conflitto si sta svolgendo ora all’interno della stessa sinistra berlinese. A marzo, il gruppo di lavoro interno al partito LAG Shalom ha espressamente messo in guardia dall’antisionismo, che nega proprio agli ebrei il diritto a un proprio Stato nazionale sovrano, e ha chiesto di respingerlo all’interno del partito.
Altre correnti argomentano piuttosto da una prospettiva di «solidarietà con la Palestina» e criticano il fatto che le accuse di antisemitismo vengano utilizzate per delegittimare le critiche legittime alla politica israeliana; al contempo, il comitato esecutivo regionale di Berlino ha espressamente sottolineato sia il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi sia il diritto degli ebrei in Israele a una vita in sicurezza. La Sinistra non è un blocco omogeneo su questa questione – tanto più che è determinante quale corrente dà il tono politico.
• Cosa è successo durante la campagna elettorale a Berlino
Questa preoccupazione non nasce dal nulla. Durante un comizio elettorale della Sinistra a Neukölln, alla fine di agosto, è intervenuto il rapper Dahabflex che, secondo quanto riportato all’unisono dai media, ha cantato tra l’altro «Yalla Yalla Intifada» e «Death to the IDF». I politici presenti inizialmente non sono intervenuti.
Elif Eralp ha poi preso chiaramente le distanze, definendo «assolutamente inaccettabili» gli incitamenti alla violenza e all’omicidio, chiedendo chiarimenti e conseguenze e ribadendo il proprio impegno a tutela della vita ebraica. Questo fa parte della verità. Ma ne fa parte anche il fatto che una situazione del genere abbia potuto verificarsi in un comizio elettorale. Per un osservatore ebreo conta quindi meno ciò che viene poi riportato in un comunicato stampa, quanto piuttosto la domanda su quale cultura politica renda possibili, in primo luogo, situazioni del genere.
• Il test di lealtà
Forse è proprio qui che risiede il vero problema. Per molti ebrei tedeschi, Israele non è una semplice questione di politica estera: lì vivono parenti e amici, lì affondano le radici delle loro storie familiari e la semplice esistenza di Israele, dopo secoli di espulsioni, pogrom e infine della Shoah, riveste un significato che permane, anche quando si critica aspramente il governo israeliano di turno.
Ecco perché si crea una sensazione opprimente non appena ci si aspetta che gli ebrei tedeschi dimostrino innanzitutto la loro distanza politica da Israele: Stai prendendo abbastanza le distanze? Condanni Israele? Sei sionista? Parli di genocidio? Da che parte stai? Da domande del genere può facilmente scaturire una sorta di test di lealtà politica, in cui l’ebreo socialmente accettato è, a un certo punto, colui che dichiara ostentatamente di avere il meno possibile a che fare con Israele.
L’ebreo più scomodo dice invece: «Sono tedesco, sono berlinese, posso criticare il governo israeliano – e sono comunque sionista, perché ritengo giusta l’esistenza di uno Stato ebraico». Queste due affermazioni non devono escludersi a vicenda.
• E che dire della vita dei musulmani?
Quando gli ebrei esprimono tali preoccupazioni, spesso si sente dire che anche la vita dei musulmani deve essere protetta. È vero: i musulmani hanno lo stesso diritto alla protezione dalla violenza e dall’odio, e il razzismo anti-musulmano è reale.
Ciononostante, questa obiezione offusca una differenza fondamentale: l’effettiva situazione di minaccia. Da decenni, davanti a praticamente ogni sinagoga e ogni scuola ebraica in Germania è parcheggiata in modo permanente un’auto della polizia – una normalità, non un’eccezione. Una sorveglianza analoga e capillare non fa parte della quotidianità delle moschee. Ciò non sminuisce ciò che i musulmani subiscono a causa della discriminazione e di episodi isolati di violenza: gli attentati alle moschee e la violenza razzista, come a Hanau, dimostrano un pericolo reale. La differenza istituzionale rimane comunque.
Non si risponde alla paura di una minoranza facendo riferimento alla paura di un’altra. Ma non si deve nemmeno fingere che le due situazioni di minaccia siano uguali – ciò significherebbe banalizzare ciò che oggi rappresenta la vita ebraica in Germania: una vita dietro vetri blindati e dissuasori di cemento.
• La patria significa più della sicurezza
Forse questa è la domanda cruciale dopo queste elezioni – non se domani qualcuno proibirà la vita ebraica (ovviamente no), ma quale tipo di Berlino prenderà forma nei prossimi anni. Una città in cui la stella di David possa rimanere visibile senza che ciò desti scalpore, in cui un ebreo possa dire apertamente di amare Israele e allo stesso tempo criticare il governo israeliano, in cui il sionismo non sia automaticamente considerato una macchia morale e i cittadini ebrei non siano ritenuti responsabili della politica di un altro Stato. Oppure una città in cui gli ebrei imparino che è meglio non rivelare troppo di sé.
* Michail Kantor, è avvocato a Düsseldorf
(Israelnetz, 22 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Mossad. I retroscena dei cercapersone contro Hezbollah
A due anni dall’attacco emergono nuovi dettagli sulla preparazione dell’operazione che colpì migliaia di uomini dell’organizzazione libanese e precedette l’uccisione di Hassan Nasrallah
di Shira Navon
Un’officina segreta allestita persino nella palestra del quartier generale del Mossad, tecnici al lavoro ventiquattr’ore su ventiquattro e migliaia di cercapersone modificati uno per uno prima di essere fatti arrivare nelle mani di Hezbollah. A due anni dalle esplosioni del 17 settembre 2024, nuovi dettagli israeliani ricostruiscono la lunga preparazione di una delle più complesse operazioni d’intelligence condotte contro l’organizzazione sciita libanese.
L’idea aveva cominciato a prendere forma anni prima e, secondo le ricostruzioni pubblicate dopo l’attacco, il Mossad aveva studiato a fondo i sistemi di approvvigionamento di Hezbollah, sfruttando proprio la diffidenza del gruppo verso telefoni cellulari e strumenti facilmente localizzabili.
I cercapersone modello AR-924 apparivano robusti, affidabili e soprattutto sicuri agli occhi dei loro utilizzatori. All’interno nascondevano invece una piccola quantità di esplosivo e un sistema che permetteva di attivarli a distanza. Fonti citate dal Washington Post hanno collocato l’origine del progetto nel 2022 e riferito che i dispositivi vennero assemblati sotto supervisione israeliana.
Il nuovo resoconto pubblicato da Walla aggiunge particolari sulla fase industriale dell’operazione. Prima del 7 ottobre 2023 sarebbero stati prodotti circa cinquecento apparecchi. Dopo l’attacco di Hamas, il direttore del Mossad David Barnea ordinò di accelerare drasticamente il programma, mentre cresceva la probabilità di un confronto aperto con Hezbollah. La necessità di aumentare la produzione fu tale che, mancando spazi disponibili, la palestra della sede del servizio venne svuotata delle attrezzature e trasformata in una linea di assemblaggio, con turni continui.
Il 17 settembre 2024 arrivò l’ordine di attivazione. Migliaia di dispositivi esplosero quasi simultaneamente in Libano e in Siria, colpendo soprattutto membri e quadri dell’organizzazione, insieme a civili che si trovavano nelle vicinanze. Anche l’ambasciatore iraniano a Beirut, Mojtaba Amani, rimase ferito. Il giorno seguente una seconda ondata investì le ricetrasmittenti utilizzate da Hezbollah. Le cifre iniziali variarono considerevolmente, mentre il ministero della Salute libanese indicò almeno 12 morti e circa 2.800 feriti nella prima giornata e almeno 25 morti e 450 feriti nella seconda.
L’effetto andò molto oltre le perdite immediate. Hezbollah si trovò improvvisamente nell’impossibilità di fidarsi degli strumenti utilizzati per comunicare e coordinare i propri uomini. Secondo fonti d’intelligence israeliane, le esplosioni investirono anche persone molto vicine a Hassan Nasrallah, aumentando nel leader di Hezbollah la percezione che Israele fosse riuscito a penetrare ambienti che fino a quel momento riteneva protetti.
Dieci giorni dopo, il 27 settembre, Nasrallah venne ucciso in un massiccio bombardamento israeliano contro il quartier generale sotterraneo di Hezbollah nella periferia meridionale di Beirut. Le due operazioni erano diverse, tuttavia la crisi provocata dai cercapersone contribuì a una fase nella quale Israele intensificò rapidamente la pressione sulla struttura di comando dell’organizzazione.
Il valore strategico dell’operazione resta oggetto di discussione anche negli ambienti militari e d’intelligence. Il risultato più evidente fu la dimostrazione di quanto profondamente fosse stata penetrata la catena logistica di Hezbollah, fino a trasformare strumenti scelti per sottrarsi alla sorveglianza israeliana in un punto di vulnerabilità. È questa, probabilmente, l’eredità destinata a durare più a lungo. Dopo il settembre 2024, per Hezbollah il problema riguarda anche qualcosa di più elementare e inquietante, la possibilità di sapere quali strumenti, fornitori e canali di comunicazione possano ancora essere considerati sicuri.
(Setteottobre, 22 settembre 2026)
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All’ombra del 7 ottobre: come il giorno di Kippur è cambiato per alcuni israeliani laici
L’attacco del 7 ottobre ha avuto un impatto, in un modo o nell’altro, su tutti gli israeliani. Alcuni hanno iniziato a interrogarsi sull’esistenza di Dio; altri si sono avvicinati alla religione e hanno cercato un legame più profondo con la spiritualità.
di Linda Gradstein – Jerusalem Post
Adele Raemer è un’ebrea dichiaratamente laica del kibbutz Nirim, al confine con Gaza, e si sta preparando a Yom Kippur.
«Non sono una persona religiosa e non digiuno a Yom Kippur, perché penso che sarebbe ipocrita», ha raccontato al Jerusalem Post. «Per me è una giornata di silenziosa introspezione. A volte organizziamo dei gruppi di discussione, ma è un giorno in cui apprezzo il fatto di essere nel mio kibbutz, nel mio Paese e di appartenere al popolo ebraico».
Il 7 ottobre 2023, circa 150 terroristi di Hamas penetrarono nel kibbutz Nirim, uccidendo cinque membri della comunità e rapendone altri cinque, portandoli a Gaza. Tre di loro, tutte donne, furono liberate nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco con Hamas; i due uomini furono invece uccisi nei tunnel.
Durante i combattimenti nel kibbutz morirono anche tre soldati israeliani. Raemer rimase nascosta per molte ore nella stanza protetta della sua abitazione, prima di essere tratta in salvo dai soldati israeliani e trasferita a Eilat.
«Quando finalmente arrivammo a Eilat, presi il telefono e cercai su Google Birkat HaGomel, la tradizionale benedizione ebraica che si recita dopo essere scampati a un pericolo potenzialmente mortale», ha raccontato. «Fu un gesto del tutto istintivo. I terroristi avevano cercato di uccidermi perché sono ebrea, e il mio istinto fu quello di fare proprio questo».
L’attacco del 7 ottobre 2023 ha toccato tutti gli israeliani in qualche modo, perché praticamente ognuno conosce qualcuno che è stato ucciso o preso in ostaggio. Per alcuni, questa esperienza ha persino messo in discussione la fede in Dio.
«Dov’era Dio il 7 ottobre?», si è chiesto Jonathan Livny, avvocato di Gerusalemme. «Io penso che abbiamo inventato Dio, perché non può essere che un Dio permetta che una simile catastrofe accada senza impedirla».
Altri, pur non essendo religiosi nel senso tradizionale del termine, osservano comunque Yom Kippur.
«Quest’anno non potrò digiunare perché sarò all’ottavo mese di gravidanza, ma andrò in sinagoga», ha raccontato Danielle Glickman, 34 anni, aggiungendo che normalmente digiuna. «Penso che cercherò di non usare la tecnologia. Dal 7 ottobre credo che sia ancora più importante mantenere le tradizioni, soprattutto mentre stiamo costruendo la nostra famiglia».
Altri ancora, compresi alcuni degli ex ostaggi, si sono avvicinati alla religione.
Al suo recente matrimonio, l’ex ostaggio Eliya Cohen, rimasto per più di 500 giorni nei tunnel di Hamas e convinto che la sua compagna, Ziv Abud, fosse stata uccisa, ha raccontato di aver fatto una promessa: se fosse mai riuscito a sposare Ziv, avrebbe recitato pubblicamente lo Shema Yisrael. E così ha fatto, davanti a più di mille invitati, in un momento particolarmente emozionante.
Agam Berger ha raccontato di aver osservato lo Shabbat durante la prigionia, mentre Daniella Gilboa ha parlato di come, durante la prigionia, cantasse in arabo Shalom Aleichem. Altri ostaggi hanno raccontato di aver digiunato a Yom Kippur.
• Il rapporto speciale degli israeliani con Yom Kippur
Gli israeliani hanno sempre avuto un rapporto particolare con yom kippur. in quel giorno il paese si ferma completamente, aeroporto compreso, e i bambini percorrono in bicicletta le grandi autostrade normalmente trafficate.
Un recente studio dell’Israel Democracy Institute ha rilevato che il 60% degli israeliani digiuna completamente a Yom Kippur, mentre un ulteriore 5% non mangia ma assume liquidi. Eppure, secondo la Pew Research Foundation, meno del 25% degli israeliani si definisce «ortodosso».
Diversi rabbini hanno affermato che, dopo il 7 ottobre, un numero crescente di israeliani sta cercando un legame con l’ebraismo, anche se non necessariamente attraverso le forme della religiosità tradizionale.
La rabbina Haviva Ner David dirige Shmaya: A Mikveh for Mind, Body, and Soul, presso il kibbutz Hanaton. Nell’ambito del suo lavoro, accompagna al mikveh – il bagno rituale – le persone che si convertono all’ebraismo attraverso il movimento riformato. Ha raccontato di aver registrato, dopo il 7 ottobre, un aumento delle conversioni, soprattutto tra i non ebrei sposati con israeliani ebrei.
«Molti di loro vivono in Israele da anni e dicono che, dopo il 7 ottobre, vogliono condividere fino in fondo il destino del popolo ebraico», ha dichiarato al Post.
• Dopo il 7 ottobre è cresciuta la ricerca della spiritualità
Yom Kippur è spesso il giorno più intenso dell’anno al mikveh, ha spiegato Ner David, perché esiste la tradizione di immergersi nell’acqua rituale alla vigilia di Yom Kippur come parte del processo di espiazione.
La rabbina Yael Vurgan, che lavora con tutti i kibbutzim della zona di Gaza nell’ambito del Consiglio regionale di Sha’ar HaNegev, ha osservato a sua volta una crescente ricerca di forme non tradizionali di connessione con l’ebraismo. Ha spiegato che il movimento riformato organizza da tempo, in uno dei kibbutzim, celebrazioni alternative di Yom Kippur e che quest’anno saranno due i kibbutzim nei quali verranno organizzati questi servizi.
Pochi giorni prima del 7 ottobre, Vurgan aveva officiato una cerimonia di bar e bat mitzvah per persone tra gli ottanta e i novant’anni che non avevano mai celebrato questo tradizionale rito di passaggio ebraico. Aveva preparato il gruppo, composto da sei persone, per tre mesi; il 3 ottobre 2023 si era quindi svolta la celebrazione.
Dal 7 ottobre, ha raccontato, nella sua zona è cresciuto il desiderio di trovare un maggiore contatto con la spiritualità. Sono nate iniziative e incontri che possono comprendere canti, poesie e altre forme di espressione collettiva.
Lo scoppio della guerra, e soprattutto la sorte degli ostaggi, ha portato alla preghiera e alla recitazione dei Salmi in quasi tutte le sinagoghe.
«Molte persone hanno sentito un bisogno sempre più forte di trovare modi per esprimere i propri sentimenti, insieme alla comunità, attraverso la cultura e la spiritualità», ha detto.
«Ho avuto la sensazione che le persone desiderassero ciò che io potevo offrire: una spiritualità espressa attraverso voci liberali, testi e canti».
(Kolòt - Morashà, 20 settembre 2026)
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L’ebraismo come grande pedagogia dell’Occidente
di Massimiliano Pappalardo
Dalla centralità del testo alla tradizione profetica, dalla discussione talmudica al pensiero di Spinoza, Freud, Arendt e Levinas, l’ebraismo ha consegnato all’Occidente strumenti decisivi per interrogare il potere, costruire il dissenso e cercare la verità nel confronto. Dimenticarlo significa smarrire una parte essenziale della nostra stessa civiltà.
C’è un paradosso che vale la pena mettere a fuoco, oggi che l’antisemitismo torna a insinuarsi anche in ambienti che si dichiarano progressisti e filopalestinesi: l’Occidente ha imparato a pensare se stesso, in larghissima misura, attraverso categorie che l’ebraismo gli ha consegnato.
Non si tratta di una tesi apologetica o di circostanza, ma di un dato storico-filosofico che meriterebbe di essere insegnato con la stessa naturalezza con cui si insegna l’eredità greca o romana.
• Il popolo del libro come modello educativo
L’ebraismo ha inventato, prima di chiunque altro nel mondo mediterraneo, un’idea di civiltà fondata non sul sangue, non sul territorio, non sulla forza militare, ma sul testo. La Torah non è un codice di leggi tra gli altri: è un dispositivo pedagogico permanente, che obbliga ogni generazione a interrogare di nuovo ciò che crede di sapere.
Il Talmud, con la sua architettura di commenti sui commenti, è forse il primo grande esempio nella storia umana di comunità interpretativa: una comunità che si tiene insieme non perché pensa le stesse cose, ma perché discute nello stesso modo.
È difficile non vedere in questa struttura l’archetipo lontano di ogni università, di ogni tribunale, di ogni parlamento che funzioni per argomentazione e non per imposizione.
• L’invenzione della coscienza critica
I profeti d’Israele hanno introdotto qualcosa che il mondo antico non conosceva in questa forma: la possibilità che un singolo individuo, senza potere, senza esercito, denunci il re, la corte, l’ingiustizia sociale, in nome di un principio che sta sopra ogni potere costituito.
Amos, Isaia, Geremia sono i primi intellettuali dissidenti della storia occidentale. Quando pensiamo alla figura moderna dell’intellettuale che parla «contro» il proprio tempo e il proprio potere – da Zola a Solženicyn – stiamo ancora abitando, spesso senza saperlo, uno spazio aperto dalla profezia biblica.
• La modernità come eredità marrana
Il filo si allunga fino a noi. Spinoza inventa la critica biblica e insieme il liberalismo filosofico proprio a partire dalla sua rottura con e dentro la tradizione ebraica. Freud legge il disagio della civiltà con strumenti che devono molto all’ermeneutica rabbinica del sospetto.
Einstein, Arendt, Levinas, Rosenzweig, Benjamin, l’intera Scuola di Francoforte: pensatori diversissimi tra loro, ma accomunati da quella che George Steiner ha chiamato l’«extraterritorialità» ebraica – la condizione di chi pensa sempre un po’ da fuori e, per questo, vede meglio le crepe del sistema.
Hannah Arendt teorizza la banalità del male; Levinas fonda un’intera etica sul volto dell’altro come ciò che precede ogni mia libertà. Non sono aggiunte marginali alla cultura occidentale: ne sono, in punti decisivi, l’architrave.
• Perché questo conta oggi
Ricordare tutto questo non serve a blindare nessuno Stato o nessun governo da critiche legittime: la distinzione tra critica politica a Israele e antisemitismo è reale e va difesa con precisione, non liquidata.
Ma proprio per questo va nominato con chiarezza un fenomeno diverso: quando l’indignazione per una guerra scivola nella riesumazione di stereotipi vecchi di secoli – l’ebreo come potere occulto, come corpo estraneo, come somma di ogni colpa – non siamo più nel campo della politica, siamo tornati nel campo del mito.
E il mito, si sa, non discute: accusa. È il rovescio esatto di ciò che la pedagogia ebraica ha insegnato all’Occidente, cioè l’arte di discutere invece di accusare.
Difendere questa eredità non è un esercizio di pietà verso un popolo, è un atto di autodifesa culturale: significa difendere l’idea stessa che la verità si costruisca nel confronto argomentato e non nell’individuazione di un colpevole predestinato.
Chi oggi getta a mare questa distinzione, da qualunque parte politica provenga, non sta colpendo solo gli ebrei: sta disimparando la lezione più antica e più utile che l’ebraismo ha lasciato in eredità a tutti noi.
(InOltre, 22 settembre 2026)
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È un articolo che certamente piacerà agli ebrei laici occidentali, ma c’è da chiedersi quale sia la relazione tra questo ebraismo e Israele. Si potrebbe dire al più che è un effetto secondario del vero Israele formato e scelto da Dio per i suoi scopi. M.C.
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Yom Kippur, il 74% digiuna e il 57% va in sinagoga
Secondo un nuovo sondaggio dell’Israel Democracy Institute (IDI), la maggior parte della popolazione ebraica in Israele osserverà il digiuno di Yom Kippur e una parte significativa parteciperà alle funzioni in sinagoga. Il rapporto mostra infatti che il 74%, osserverà il digiuno: il 63% per l’intera giornata e l’11% solo in parte.
Le percentuali cambiano sensibilmente a seconda dell’appartenenza religiosa. Tra gli haredi (ultraortodossi), i sionisti religiosi e gli ebrei religiosi tradizionalisti, il digiuno completo viene osservato dal 97-98% degli intervistati. Anche tra gli ebrei tradizionalisti non religiosi l’osservanza rimane molto diffusa: il 90% afferma di digiunare, di cui il 77% per l’intera giornata e il 13% solo parzialmente. Tra la popolazione laica, invece, il 47% osserva il digiuno almeno in parte: il 28% completamente e il 19% solo parzialmente.
L’indagine mette in luce anche una marcata differenza tra gli ebrei mizrahi e quelli ashkenaziti. Nel complesso, tra gli ebrei mizrahi l’88% osserva il digiuno e l’81% lo fa per l’intera giornata. Tra gli ashkenaziti, invece, la percentuale di chi digiuna scende al 64%, mentre il digiuno completo riguarda il 50,5%. Il divario resta netto anche considerando il solo campione laico: il 63% dei laici mizrahi digiuna, contro il 39% dei laici ashkenaziti.
L’IDI fotografa anche la partecipazione alle funzioni religiose in sinagoga. Nel complesso, il 57% degli ebrei israeliani dichiara di partecipare alle funzioni di Yom Kippur: il 51% a quelle ortodosse e il 6% a quelle riformate o conservative.
Anche in questo caso emergono differenze significative in base all’osservanza religiosa. Partecipa alle funzioni il 90% degli ebrei religiosi tradizionalisti e il 67% di quelli tradizionalisti non religiosi, mentre tra la popolazione laica la partecipazione scende al 20%.
Per una parte degli ebrei israeliani, Yom Kippur rappresenta inoltre un’occasione per recarsi in sinagoga pur senza frequentarla abitualmente durante il resto dell’anno. Il 18% degli intervistati partecipa alle funzioni di Yom Kippur senza andare in sinagoga in nessun altro momento dell’anno. La percentuale sale al 37% tra i tradizionalisti non religiosi e raggiunge il 16% tra i laici.
Considerando invece esclusivamente coloro che partecipano alle funzioni di Yom Kippur, il 32% non frequenta la sinagoga nel resto dell’anno. Tra i partecipanti laici, la percentuale raggiunge il 79%.
(Shalom, 20 settembre 2026)
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Yom Kippur: pentimento o espiazione? Considerazioni di un gentile
di Marcello Cicchese
«Che cosa ha da dire un goy sul nostro Yom Kippur? - potrebbe pensare un ebreo - Che c'entra lui? Sono fatti nostri. Gli altri farebbero meglio a starne fuori».
Una reazione come questa sarebbe comprensibile, ma non del tutto giustificata. Israele è l'unico popolo che ha ricevuto direttamente da Dio la luce, e proprio per questo è destinato a rimanere sotto la luce dei riflettori. Quello che fa Israele e quello che gli accade non è cosa che riguardi soltanto lui. Il mondo guarda, giudica e agisce, ma non per questo si trova in una posizione di superiorità. Anzi, nazioni e individui porteranno, ciascuno per parte propria, la responsabilità di quello che avranno detto e fatto nei riguardi del popolo che Dio ha scelto.
Un primo fatto politico salta subito agli occhi riguardo a Yom Kippur: Israele è l'unica nazione al mondo in cui la festa più solenne dell'anno non consiste nell'autoglorificazione per qualche vittorioso avvenimento nazionale, con l'inevitabile accompagnamento di pantagrueliche mangiate, ma è dedicata al pentimento e alla ricerca del perdono dei peccati in un clima di umiliazione favorito dal digiuno e da altre forme di volontaria scomodità. Un fatto indubbiamente unico, che di per sé dovrebbe essere motivo di riflessione.
Un secondo aspetto che interessa soprattutto chi, come cristiano, ha ricevuto con gratitudine dal popolo ebraico gli scritti sacri dell'Antico e Nuovo Testamento, è il fatto che di questa festa si parli esplicitamente nella Bibbia, cosa che invece non si può dire delle cosiddette feste "cristiane". In realtà, di feste liturgiche "cristiane" nel Nuovo Testamento non si parla affatto. Certo, non sono vietate, ma neppure sono ordinate. E per come sono festeggiate, in molti casi sarebbe meglio che fossero evitate.
La possibilità di riferirsi a un testo biblico consente inoltre anche a chi non appartiene al popolo ebraico, e quindi non è partecipe della tradizione secolare collegata a questa festa, di fare qualche considerazione comparativa.
I passi biblici in cui si parla della festa del "decimo giorno del settimo mese" si trovano in Esodo 30:10, Levitico 16:1-34, 23:27-31, 25:9, Numeri 29:7-11. Stando ai testi, si può dire che non è un giorno di pentimento per evitare un giudizio, ma un giorno di purificazione mediante sacrifici di espiazione. L'accento non è messo sullo sforzo spirituale che il singolo israelita deve fare per ottenere il perdono di Dio, ma sulle indicazioni che Dio dà ai sacerdoti affinché tutto il popolo, nel suo insieme, riceva la purificazione che il Signore, nella sua sovrana e benefica volontà, ha fin dall'inizio deciso di dare al suo popolo. In poche parole, al centro di tutto non ci sono le opere umane, ma la grazia divina.
La riconciliazione con Dio non è raggiunta mediante atteggiamenti di personale mortificazione per tentare di rimettersi spiritualmente in riga, ma è ricevuta da Dio come partecipazione al perdono che il Signore ha deciso di concedere a tutto il popolo. Quello che Dio vuole è che il popolo dimostri la volontà di accogliere la sua grazia sottomettendosi fedelmente alle indicazioni che ha dato a Mosè.
Le indicazioni di quello che deve essere fatto riguardano soprattutto il Sommo Sacerdote, perché il problema che il singolo israelita deve affrontare non è la sua permanenza individuale nel "libro della vita" (cosa di cui non si parla in quei testi), ma la partecipazione all'opera di purificazione del popolo che Dio ha deciso di fare.
I precetti pratici rivolti a tutti gli israeliti sono soltanto tre, riassunti in quest'unico versetto:
"Il decimo giorno di questo settimo mese avrete una santa convocazione e vi umilierete; non farete nessun lavoro" (Numeri 29:7).
Certo, la pena per chi non osservava questi ordini era severa, perché non attenersi a queste semplici prescrizioni avrebbe significato disprezzare la misericordia che Dio aveva deciso di mostrare verso il suo popolo. L'umiliazione doveva esprimere la consapevolezza della propria indegnità e la gratitudine per la partecipazione al perdono di Dio.
"Ogni persona che non si umilierà in quel giorno, sarà sterminata di fra il suo popolo. E ogni persona che farà in quel giorno qualsivoglia lavoro, io la distruggerò di fra il suo popolo. Non farete alcun lavoro. È una legge perpetua, di generazione in generazione" (Levitico 23:29-31).
Il peccato non genera soltanto colpa, cioè non manifesta soltanto una volontà negativa che si chiama "peccato" da sostituire con una volontà positiva che si chiama "pentimento". Il peccato è atto che modifica la realtà. Il peccatore potrà anche modificare la sua volontà pentendosi, ma sarà in grado di ristabilire la realtà danneggiata dal suo peccato? Il peccato insudicia, genera impurità, e questo è un fatto particolarmente grave per un popolo a cui Dio ha detto: "Siate santi, perché io sono santo" (Levitico 11:45). Il pentimento può manifestare la nuova buona disposizione interna del peccatore, ma chi potrà togliere l'impurità generata dal suo peccato?
Proprio per questo è stato introdotto da Dio quel particolare giorno che non per nulla si chiama "giorno dell'espiazione" e non "giorno del pentimento". Il pentimento modifica la volontà, l'espiazione modifica le cose. Soltanto l'espiazione compiuta dal Sommo Sacerdote può purificare il santuario contaminato dai peccati del popolo, non la compunzione del singolo. L'espiazione è opera di Dio, non dell'uomo, Mosè lo dice chiaramente:
"Poiché in quel giorno si farà l'espiazione per voi, affin di purificarvi; voi sarete purificati da tutti i vostri peccati, davanti all'Eterno" (Levitico 16:30).
"Voi sarete purificati", non "voi vi dovete purificare", perché l'uomo, per quanto si penta, non può purificarsi da solo.
Prima di ogni altra cosa il Sommo Sacerdote doveva fare l'espiazione per la tenda di convegno, perché i peccati del popolo rendevano impuro lo stesso santuario, con l'unica eccezione del luogo santissimo, in cui continuava ad essere presente la Shekinah. Il peccatore che entrava in contatto con la santità di Dio in modo sbagliato restava fulminato all'istante, come infatti era accaduto poco prima dell'istituzione di questa festa ai due figli di Aaronne, Nadab e Abihu. L'ordine di Dio riguardante Yom Kippur inizia con queste parole:
"L'Eterno parlò a Mosè dopo la morte dei due figli di Aaronne, i quali morirono quando si presentarono davanti all'Eterno. L'Eterno disse a Mosè: 'Parla ad Aaronne, tuo fratello, e digli di non entrare in ogni tempo nel santuario, di là dal velo, davanti al propiziatorio che è sull'arca, onde non abbia a morire; poiché io apparirò nella nuvola sul propiziatorio. Aaronne entrerà nel santuario in questo modo..." (Levitico 16:1-3).
Attraverso una serie di sacrifici, e seguendo un rigoroso rituale, Aaronne, e in seguito il Sommo Sacerdote, doveva entrare una volta all'anno nel luogo santissimo con il sangue della vittima e compiere su ordine di Dio i diversi riti di espiazione.
"Così farà l'espiazione per il santuario, a motivo delle impurità dei figli d'Israele, delle loro trasgressioni e di tutti i loro peccati. Lo stesso farà per la tenda di convegno che è stabilita fra loro, in mezzo alle loro impurità" (Levitico 16:16).
Nel testo biblico dunque l'accento non è messo sul soggettivo pentimento personale, ma sull'oggettiva purificazione operata da Dio mediante l'espiazione dei peccati del popolo. Non è l'uomo che purifica sé stesso con il suo pentimento, ma è Dio che purifica il popolo mediante l'espiazione. Il singolo può soltanto decidere di non accogliere la purificazione offerta esprimendo la sua ribellione a Dio con il rifiuto di umiliarsi. In tal caso resterà nella sua impurità e quindi dovrà essere eliminato dal popolo.
L'impurità nella Bibbia non è in primo luogo un fatto igienico, ma giuridico. Il frasario e i gesti simbolici possono avere forme igieniche, ma il nocciolo della questione è giuridico. Se uno ha la "fedina sporca", l'unico modo per ripulirla è l'espiazione della pena. I gesti simbolici di purificazione igienica possono esprimere l'avvenuta purificazione giuridica, ma non operarla. Dio l'aveva detto a Israele:
"Quand'anche tu ti lavassi col nitro e usassi molto sapone, la tua iniquità lascerebbe una macchia dinanzi a me, dice il Signore, l'Eterno" (Geremia 2:22).
Nella legislazione di Dio ogni trasgressione ha come punizione la morte. Dio l'aveva detto ad Adamo quando gli aveva mostrato il frutto proibito: "Nel giorno che ne mangerai, certamente morirai" (Genesi 2:17). Non si può dire "no" al datore della vita e continuare a vivere. Dio però ha progettato un piano di salvezza per l'umanità centrato su una morte espiatoria sostitutiva. Per questo l'opera di purificazione mediante espiazione richiedeva il compimento di sacrifici cruenti, perché solo il sangue di animali uccisi esprimeva il fatto che una morte era avvenuta in conseguenza delle trasgressioni commesse, come Dio aveva detto a Mosè:
"La vita della carne è nel sangue. Per questo vi ho ordinato di porlo sull'altare per fare l'espiazione per le vostre persone; perché il sangue è quello che fa l'espiazione, per mezzo della vita" (Levitico 18:11).
Oggi però in Israele non c'è più un Tempio in cui si possano compiere sacrifici in modo conforme alla legge di Mosè. Certo, i fedeli possono esprimere pentimento mediante forme di personale umiliazione, ma in che modo potrà avvenire la purificazione? La risposta è impegnativa. La cosa migliore sarebbe leggere la spiegazione che ha dato ad altri ebrei molti secoli fa un ebreo che era un profondo conoscitore delle cose che qui sono state dette in modo lacunoso e riassuntivo:
"Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato l'universo. Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver fatto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi" (Ebrei 1:1-3).
"Perciò, egli [Gesù] doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele Sommo Sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l'espiazione dei peccati del popolo" (Ebrei 2:17).
"Ma venuto Cristo, Sommo Sacerdote dei futuri beni, egli, attraverso il tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto con mano, vale a dire, non di questa creazione, e non mediante il sangue di becchi e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, è entrato una volta per sempre nel santuario, avendo acquistata una redenzione eterna. Perché, se il sangue di becchi e di tori e la cenere d'una giovenca sparsa su quelli che son contaminati santificano in modo da dar la purità della carne, quanto più il sangue di Cristo che mediante lo Spirito eterno ha offerto se stesso puro d'ogni colpa a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire all'Iddio vivente?" (Ebrei 9:11-14).
E' consolante sapere che oggi esiste uno Stato d'Israele in cui ci sono ebrei che partecipano con convinzione allo Yom Kippur in atteggiamento di sincera solidarietà con la nazione a cui appartengono, e nello stesso tempo ringraziano Dio per la purificazione ricevuta con parole come queste:
"Avendo dunque un grande Sommo Sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, ma senza peccare. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno" (Ebrei 4:14-16).
(Notizie su Israele, 21 settembre 2026)
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Per un approfondimento sulla Lettera agli Ebrei: "Perché Dio ha creato il mondo?"
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Israele - Eletto, afflitto e benedetto
di Ariel Winkler
Israele non è un paese qualsiasi tra tanti, ma il centro delle promesse bibliche, della storia della salvezza e del futuro compimento dei piani di Dio. Per questo non possiamo fare a meno di parlare di Israele. La realtà odierna ci spinge proprio a guardare a Israele con occhi nuovi, non solo dal punto di vista politico, ma anche e soprattutto spirituale. Nella Bibbia vediamo Israele come popolo eletto, afflitto e benedetto. Queste tre dimensioni descrivono l’opera di Dio con il suo popolo: Dio ha eletto Israele, esso soffre di continue opposizioni e attacchi, eppure su di esso riposa la benedizione speciale di Dio. Chi osserva Israele ottiene una visione profonda delle vie di Dio con il suo popolo e del suo piano di salvezza per il mondo intero.
• Eletto: la scelta divina di israele
Deuteronomio 7,7-8 chiarisce che Israele è un popolo santo per il Signore, suo Dio. Dio ha scelto Israele tra tutti i popoli che sono sulla terra, affinché fosse il suo popolo di proprietà. Questa elezione non avvenne perché Israele era più importante di tutte le altre nazioni – al contrario, era il più piccolo tra tutti i popoli –, ma perché il Signore amava Israele e voleva mantenere il giuramento che aveva fatto ai padri. Per questo il Signore condusse il suo popolo fuori dall’Egitto con mano potente e lo liberò dalla casa della schiavitù e dalla mano del Faraone. Dio è sovrano. Non è tenuto a spiegarci perché compie una determinata scelta o perché fa questo o quello. Ha scelto Abramo, gli ha fatto delle promesse e ha stretto un’alleanza con lui, sebbene il termine «scegliere» non compaia espressamente nel testo. Non ci viene fornita una vera e propria motivazione del perché Dio ha scelto Abramo. Dio gli promise una terra (Genesi 12,7; 15,18), benedizioni (Genesi 12,2-3; 26,4; 28,14) e promise di essere il Dio del suo popolo (Genesi 17,7 e altri). L’elezione di Israele non si basava sui suoi meriti, ma sulla libera e amorevole decisione di Dio e sulle sue promesse irrevocabili ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Questa elezione, tuttavia, non significa un comodo privilegio, ma una grande responsabilità. Quando Dio elegge, ciò ha sempre delle conseguenze per l’eletto. Già Adamo ed Eva erano stati destinati a servire nel giardino dell’Eden e avevano la responsabilità di coltivare e custodire il giardino (Genesi 2,15). Lo stesso vale per Israele: attraverso la sua elezione, Israele è chiamato ad essere un popolo santo, un popolo di proprietà speciale e un «regno di sacerdoti» (Esodo 19,6). Deve riflettere la santità di Dio e fungere da mediatore tra Dio e gli uomini in mezzo alle nazioni. Allo stesso tempo, Dio rispetta il libero arbitrio dell’uomo. L’elezione non annulla la decisione personale. Quando Dio sceglie, anche l’altra parte deve scegliere. Adamo ed Eva si trovarono di fronte alla decisione di obbedire a Dio, di custodire il giardino e di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. Il profeta Giona fu chiamato da Dio ad andare a Ninive, ma inizialmente decise di non obbedire. La sua disobbedienza ebbe conseguenze per lui stesso e per chi lo circondava. Dio è consapevole di questa tensione e per questo esorta con forza anche Israele a prendere una decisione: «Scegli la vita…» (Deuteronomio 30,19). L’elezione è sempre una chiamata all’obbedienza e alla santità. Quando Dio chiama, chiama a fidarsi di Lui, a obbedire ai Suoi comandamenti e a consacrarsi a Lui. L’elezione non è un lasciapassare, ma una chiamata di grazia a vivere nell’amore di Dio e a rendere visibile la Sua santità.
• Controversia: la lotta spirituale e politica
Fin dai tempi di Abramo esiste una tensione tra il popolo di Dio e il resto del mondo. Abramo viveva sì nella terra di Canaan, ma non si mescolava con gli abitanti del luogo. Fece giurare al suo servo di cercare una moglie per Isacco tra le donne del suo paese e rifiutò di accettare doni quando i figli di Heth gli offrirono un luogo di sepoltura. Questa separazione proseguì nella vita di Isacco e si manifestò in modo ancora più marcato in Giacobbe, il quale, dopo le azioni dei suoi figli Simeone e Levi, temeva la vendetta del popolo di Sichem. È da notare il fatto che proprio i discendenti dei patriarchi che non erano eredi della Promessa – Ismaele ed Esaù – presero in moglie le figlie del paese, fondendosi così con i popoli di Canaan e dei dintorni. Nella sua storia, Israele si trova ad affrontare una duplice lotta. Da un lato, Israele è un popolo infedele. Già Mosè lo aveva annunciato in Deuteronomio 30-32 e in Levitico 26. Dio agisce in questo caso come un padre che rimprovera e castiga suo figlio. Per questo nel Libro dei Giudici Israele cade ripetutamente in schiavitù, viene attaccato nei Libri dei Re e infine è condotto in esilio. D’altro lato, Israele deve costantemente combattere contro nemici che si ribellano contro di lui: a partire dal Faraone, che fa uccidere tutti i neonati maschi, passando per Amalek, che attacca Israele nel deserto, Golia di Gat, Haman nel Libro di Ester, Antioco Epifane, l’imperatore Adriano, fino ad arrivare a Hitler. Oggi Israele è sotto la pressione dell’Iran e dei suoi proxy, Hamas e Hezbollah, ma anche di molti Stati del mondo che non capiscono l’odio e la volontà di Satana di annientare Israele. Dal Faraone a Hitler, da Amalek a Hamas, è evidente: Israele è costantemente esposto ad attacchi – politici, militari ed esistenziali. Ma questi attacchi non sono solo di natura fisica, bensì anche ideologica e spirituale. Da un lato, dobbiamo riconoscere con lucidità che Israele, come popolo, è ancora molto lontano da Dio. Come Saulo prima della sua conversione, molti sono sì zelanti, ma non hanno ancora riconosciuto la luce e non hanno ancora accolto il loro Salvatore. Eppure Israele rimane il popolo di Dio. Proprio per questo Satana cerca ripetutamente di distruggere Israele. Il suo obiettivo è chiaro: se il popolo d’Israele non dovesse più esistere, Dio non potrebbe adempiere le promesse fatte ai padri; evidentemente allora non avrebbe amato il suo popolo, ma lo avrebbe abbandonato alla morte, e non potrebbe più realizzare le numerose profezie dell’Antico Testamento ancora in sospeso –che in gran parte devono ancora realizzarsi. Come leggiamo in Efesini 6,12 e vediamo in Daniele 10, Satana è molto attivo e impiega tutte le sue forze per attaccare Israele; dietro ogni potere terreno e ogni regno c’è anche una dimensione spirituale. Di questa lotta spirituale fanno parte: l’antisemitismo mondiale, la delegittimazione di Israele da parte dei media e dell’ONU, nonché correnti teologiche come la teologia della sostituzione nelle chiese. Tali dottrine, che mirano a cancellare Israele dal piano di Dio o a sminuirne l’importanza, fanno parte dello stesso attacco: costituiscono, per così dire, la silenziosa invasione di Satana nella chiesa. Nonostante tutto ciò, Dio non abbandona il suo popolo. In ogni situazione Egli rimane fedele e sovrano. Anche quando indurisce il cuore del faraone o quando Israele deve attraversare momenti difficili, Dio mantiene il controllo. Il profeta Isaia dice:
«Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato un piccolo resto, saremmo diventati come Sodoma, come Gomorra!» (Isaia 1,9).
Allo stesso modo, il profeta Abacuc, dopo aver lamentato i Caldei, la loro crudeltà e la situazione nel paese, giunge alla consapevolezza che Dio regna. Per questo, nonostante tutto, può rallegrarsi e professare:
«Ma io mi rallegrerò nel Signore e gioirò nel Dio della mia salvezza!» (Abacuc 3,18).
Così si vede: Israele è messo alla prova – sia politicamente che spiritualmente –, ma la fedeltà e la sovranità di Dio prevalgono su ogni attacco.
• Benedetto: la grazia di Dio nonostante tutto
Isaia riassume in una frase breve e intensa ciò che si snoda come un filo conduttore attraverso la storia di Israele: «Un residuo tornerà, il residuo di Giacobbe, al Dio potente» (Isaia 10,21). Anche nel testo ebraico questo motivo viene sottolineato: she’ar yashuv, she’ar Ya’akov el El gibbor – un residuo tornerà al Dio potente. Come nel caso di Abacuc, anche Isaia e gli altri profeti raramente si schierano dalla parte della maggioranza. Anche quando il popolo nel suo insieme è infedele, Dio ha comunque sempre un residuo fedele che non si adegua e non segue la massa, ma nuota controcorrente. Possiamo osservare questo residuo lungo tutta la storia. Dio agisce per grazia, e questa grazia si manifesta nel fatto che un residuo fedele rimane. Già durante l’esodo dall’Egitto si vede quanto sia problematico il cuore del popolo: ci si lamenta costantemente per la mancanza d’acqua o di carne, e il suo grido di aiuto durante la schiavitù viene presto dimenticato. Pensiamo al vitello d’oro, con cui il Dio vivente viene sostituito da un’immagine. Si ha quasi l’impressione che in tutto il popolo non si trovi un solo giusto, un solo fedele. Mosè deve intercedere ripetutamente per il suo popolo. Eppure c’è una luce nell’oscurità: c’è un residuo. Sia nell’episodio del vitello d’oro che in quello del peccato degli esploratori vediamo Giosuè (in seguito insieme a Caleb), che rimane fedele al Signore e non si lascia trascinare dall’incredulità della maggioranza. Lo stesso accadde a Elia. Dopo il culmine del suo ministero, quando Dio fece scendere il fuoco dal cielo e Israele esclamò: «Il Signore è Dio!», vide che esteriormente nulla era cambiato. Il re e la regina continuavano a praticare l’idolatria, il popolo continuava a vacillare da una parte e dall’altra, e Jezabel cercava di togliergli la vita. Elia si sentiva completamente solo, come se fosse rimasto soltanto lui. Ma Dio gli aprì gli occhi: in Israele c’era un gruppo di 7.000 persone che non avevano piegato le ginocchia davanti a Baal – un residuo nascosto che Dio si era riservato (1 Re 19). Anche Daniele e i suoi amici facevano parte di questo residuo fedele. Provenivano dalla famiglia reale, da un ambiente in cui il peccato e la ribellione contro Dio erano all’ordine del giorno. Durante l’esilio a Babilonia, furono sottoposti a una pressione enorme affinché abbandonassero i comandamenti di Dio, smettessero di pregare e rinnegassero la loro identità di ebrei. Ciononostante, Daniele e i suoi amici rimasero saldi. Erano disposti a rischiare la vita pur di non rinnegare il Signore, come quando si rifiutarono di adorare l’idolo o quando Daniele continuò a pregare il Signore nonostante il divieto. Questa linea si protrae fino alla storia più recente. Dio provvede sempre a mantenere un residuo fedele in Israele. Poco dopo l’Ascensione di Gesù, il popolo ebraico si ribellò all’Impero Romano. Quando, nell’anno 67 d.C., l’esercito romano giunse davanti a Gerusalemme per assediare la città, i credenti ricordarono le parole di Gesù sul giudizio imminente e lasciarono Gerusalemme per recarsi oltre il Giordano. Così la comunità di Gerusalemme fu preservata. Nel corso della storia della chiesa incontriamo ripetutamente ebrei che hanno creduto in Gesù come Messia: ad esempio Hillel II, il quinto patriarca dell’epoca amoraica in Israele e riformatore del calendario ebraico, che credeva segretamente in Gesù e si fece battezzare poco prima della sua morte: Giacobbe ben Chajim, un importante masoretico ed editore delle «Mikra'ot Gedolot» nel XVI secolo; Samuel Isaak Joseph Schereschewski (1831-1906), fondatore di un’università in Cina e traduttore della Bibbia in cinese; oppure il dottor Benjamin Disraeli (1804-1881), primo ministro della Gran Bretagna, che disse di sé stesso di essere il foglio bianco tra l’Antico e il Nuovo Testamento – un’immagine che illustra come egli conciliasse le sue origini ebraiche e la sua fede in Cristo. Tutti questi esempi dimostrano che la grazia di Dio fa sì che anche nel popolo d’Israele ci sia sempre un residuo che crede in Lui. Questa grazia di Dio si manifesta in modo particolare nelle promesse relative al Messia. In tutta la Scrittura, in mezzo al giudizio e alle conseguenze, Dio dona ripetutamente speranza al suo popolo attraverso promesse e parole profetiche. Già nel primo libro della Genesi, quando Adamo ed Eva si opposero consapevolmente al comandamento di Dio e le conseguenze della loro disobbedienza, ancora oggi tangibili, furono gravi, Dio fece una promessa in mezzo al giudizio:
«E io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua discendenza e la sua discendenza; egli ti schiaccerà il capo» (Genesi 3,15).
Anche nell’annuncio della maledizione si celava un raggio di speranza: sarebbe venuto un discendente che avrebbe schiacciato definitivamente la testa del nemico. Quella fu la prima promessa messianica. Anche in Isaia, in una fase molto buia della storia di Giuda sotto il re Acaz, Dio incoraggiò il suo popolo con promesse messianiche. Acaz inaugurò un’epoca particolarmente tenebrosa; dopo di lui, solo pochi re furono definiti timorati di Dio. Molti camminavano nella malvagità. Proprio in quel periodo Dio parlò attraverso Isaia e promise un re che sarebbe venuto:
«Poiché un bambino è nato per noi, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposa sulle sue spalle; e il suo nome sarà: Consigliere meraviglioso, Dio potente, Padre dell’eternità, Principe della pace» (Isaia 9,6).
Nel mezzo dell’instabilità politica e dell’apostasia spirituale, Dio rivolse lo sguardo al Messia che sarebbe venuto. La situazione era simile ai tempi del profeta Malachia. Solo pochi tornavano in Israele dall’esilio. Il paese era piccolo e debole, ben lontano da come lo si ricordava dal glorioso passato di Davide e Salomone. La pressione dell’ambiente ostile cresceva, e all’interno del paese stesso molti si preoccupavano solo della propria casa, mentre la fede e i valori andavano scemando. Eppure le parole di monito e di giudizio pronunciate da Dio contenevano potenti immagini di speranza:
«Ecco, io mando il mio messaggero, che preparerà la via davanti a me; e improvvisamente verrà al suo tempio il Signore che voi cercate, e il messaggero dell’alleanza che voi desiderate; ecco, egli viene! dice il Signore degli eserciti» (Malachia 3,1).
Dio promise un messaggero che avrebbe preparato la via al Signore stesso, che sarebbe venuto al suo tempio – un chiaro riferimento all’arrivo del Messia. La grazia di Dio si manifesta anche nelle feste da Lui istituite, che illustrano la via della salvezza. In Israele, ad esempio, celebriamo solo a settembre la cosiddetta Festa del Capodanno, Rosh ha-Shana. A rigor di termini, tuttavia, Dio non ha dato a Israele un Capodanno nel senso moderno del termine: il primo giorno festivo del ciclo annuale è la Pasqua ebraica, che si celebra in primavera. A questa seguono la Festa dei Pani Azzimi e la Festa delle Primizie; più tardi segue la Festa delle Settimane (Shavuot). Queste quattro feste cadono nel primo e nel terzo mese dell’anno. Sono tutte legate al passato (l’Esodo dall’Egitto) e all’agricoltura (il raccolto), ma hanno al contempo un significato profetico che si è già adempiuto in Gesù e nella chiesa: la Pasqua ebraica rimanda a Gesù come Agnello pasquale; la primizia del grano rimanda a lui come primogenito della risurrezione; Shavuot è un’immagine della nascita della chiesa come primizia. Rosh Ha-Shana, invece, inaugura le ultime tre feste, che non si sono ancora adempiute. Nella Bibbia questa festa si chiama «Zikaron Teruah» – Ricordo del suono del corno. Abbiamo solo poche indicazioni bibliche su questa festa: il nome e il comandamento di suonare lo shofar. Forse è proprio questa scarsa informazione uno dei motivi per cui la festa si è trasformata, nel corso del tempo, in una festa di Capodanno. È degno di nota il fatto che questa festa viene celebrata durante la luna nuova – nell’oscurità, quando la luna non è visibile nel cielo. In tale oscurità simbolica, poco prima del grande Giorno dell’Espiazione e della Festa delle Capanne, Dio dice, per così dire, a Israele: «Ricordatevi, non dimenticate: Ho un piano. Non dimenticate che vi ho preservati.» Egli parla così anche a noi, proprio nello spirito delle parole che Paolo scrive a Timoteo:
«Ricordati di Gesù Cristo, discendente di Davide, risorto dai morti» (2Timoteo 2,8).
Allo stesso modo, Gesù ammonisce la comunità di Efeso:
«Ma ho questo contro di te: hai abbandonato il tuo primo amore. Ricordati dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima» (Apocalisse 2,4-5).
Rosh Hashanah è quindi un richiamo alla memoria e alla conversione – nell’oscurità, nell’angoscia, di fronte ai giudizi imminenti. A Yom Kippur, il grande Giorno dell’Espiazione, Israele si radunava attorno al Santuario per attendere l’apparizione del Sommo Sacerdote, che, dopo aver svolto il suo ministero nel Santo dei Santi, usciva nuovamente dal Santuario. Questa sua uscita indicava al popolo: Dio ha perdonato. Allo stesso modo, sappiamo che Gesù si trova ora nel Santuario celeste e lì svolge il suo ministero. Egli intercede presso il Padre per i suoi, e noi attendiamo con ardente desiderio che esca da quel Santuario e ritorni al suo popolo, che ripone in lui la propria speranza. La Festa delle Capanne (Sukkot), infine, preannuncia il regno futuro del Messia, il Regno di Dio. Il profeta Amos lo esprime con l’immagine della «capanna di Davide»:
«In quel giorno, io rialzerò la capanna di Davide che è caduta, ne riparerò i danni, ne rialzerò le rovine, la ricostruirò com'era nei giorni antichi» (Amos 9,11).
Ciò che è crollato verrà restaurato: la regalità della casa di Davide sarà rinnovata e il Regno di Dio sarà visibilmente ristabilito. Così si è dimostrato nel corso dei secoli: nonostante l’infedeltà, il giudizio, la persecuzione e le tenebre, Dio rimane.
• Il nostro tempo
Il nostro tempo è per molti aspetti profetico, stimolante e al tempo stesso pieno di speranza. In un certo senso ci troviamo – per quanto riguarda Israele – in una sorta di «Sikaron Terua», nel ricordo dello shofar: una fase in cui l’angoscia è grande, ma il ricordo, la speranza e la profezia si intensificano. Da un lato vediamo molto di buono, perché le promesse bibliche cominciano ad adempiersi sotto i nostri occhi; dall’altro, stiamo vivendo uno dei periodi più difficili in assoluto per Israele. Un segno visibile di ciò è il ritorno del popolo ebraico nella sua terra. Con il movimento sionista è iniziato un processo di ritorno in Israele, che può essere inteso come l’inizio dell’adempimento delle promesse profetiche. Questo processo di ricongiungimento non è ancora concluso. Oggi, sebbene gran parte del popolo ebraico vive nuovamente in Israele, più che ai tempi di Bar Kochba, molti ebrei continuano a vivere nella diaspora. Il ritorno in patria è in corso, ma non è ancora completato. Parallelamente, nel corso degli ultimi 150 anni la pressione sul popolo ebraico si è intensificata in modo massiccio. Il movimento sionista è stato accompagnato dai pogrom nell’Europa orientale, dal nazionalismo e dall’antisemitismo in Occidente, dalle crescenti tensioni tra ebrei e arabi all’interno del Paese, dalla Shoah, dalla guerra d’indipendenza, dagli attacchi terroristici in tutto il mondo e dalle varie guerre di Israele. Oggi Israele combatte su più fronti: contro l’Iran e i suoi alleati come Hezbollah, Hamas e i ribelli Houthi, contro il crescente antisemitismo a livello mondiale e contro una propaganda sempre più intensa che demonizza e delegittima Israele. Terrore, guerra e incitamento mediatico costituiscono lo sfondo del nostro presente. In questa situazione viviamo nella «memoria dello shofar». È un’epoca in cui la luce sembra mancare, in cui l’oscurità e la confusione aumentano, ma allo stesso tempo si ode un richiamo. Questa memoria del suono dello shofar vuole esortare Israele a tornare in sé: «Ricordati da dove sei caduto. Torna indietro». Vuole dire al popolo: non sei solo, sei amato da Dio; non dimenticare chi è il tuo Dio. Così il ricordo dello shofar diventa una luce nelle tenebre. E proprio nel mezzo di tutto ciò Dio grida: «Torna indietro. Ricordati. Abbi fiducia.» Ciò ci pone di fronte alla domanda: Qual è il nostro compito come credenti? Cosa significa tutto questo concretamente per noi come discepoli di Gesù, e in che modo dovrebbe plasmare il nostro modo di pensare e di agire? Innanzitutto, non dobbiamo e non possiamo dimenticare ciò che abbiamo visto riguardo a Israele secondo la Parola di Dio. Israele è il popolo amato da Dio; a lui sono rivolte promesse e profezie che Dio non ha revocato. Il ricordo dello shofar è anche per noi un richiamo a ricordare e a non dimenticare come Dio guarda a Israele. Purtroppo sentiamo sempre più spesso voci nelle chiese e nelle comunità che hanno dimenticato di guardare a Israele con gli occhi di Dio. Paolo scrive in Romani 11,11 che, attraverso la salvezza delle nazioni, Israele deve essere stimolato alla gelosia. Il nostro compito è quello di rendere Israele «geloso» – non con arroganza, ma con amore, sincerità e fedeltà alla Parola di Dio. Proprio il nostro amore per l’intera Bibbia, compreso l’Antico Testamento, stupisce molti ebrei. Si chiedono perché i cristiani leggano il Tanach, pur avendo il Nuovo Testamento. Quando i credenti apprezzano la Bibbia ebraica, la studiano e la interpretano alla luce del Messia, questo diventa un segno forte per gli ebrei. Allo stesso tempo, siamo chiamati a essere luce in un’epoca di confusione spirituale. Dobbiamo sostenere Israele perché la Parola di Dio ci esorta a farlo, ma senza chiudere gli occhi sul fatto che, dal punto di vista spirituale, Israele è ancora molto lontano da Dio e che la maggioranza non riconosce Gesù come Messia. Il vero amore per Israele non significa idealizzazione romantica, ma avere una visione chiara della sua necessità spirituale e mantenere la fedeltà al Vangelo. Lo sviluppo profetico in Israele è al tempo stesso un serio monito per noi stessi. Ciò che vediamo oggi nel popolo ebraico non è solo incoraggiamento, ma anche un avvertimento. Più ci avviciniamo al Giorno del Signore e al ritorno del nostro Signore Gesù, più difficile diventa anche per la chiesa. Paolo scrive in 2 Tessalonicesi 2,3: «Non lasciatevi ingannare da nessuno in alcun modo! Perché prima deve necessariamente avvenire l’apostasia». Già ora vediamo come il rapporto con Israele porti a divisioni, incomprensioni ed errori. Alcuni sostengono che Dio ha ripudiato il suo popolo, che è cambiato, che non ama più Israele; che il Dio dell’Antico Testamento è il Dio d’Israele, mentre oggi è «solo» il Dio della chiesa. Israele sarebbe diventato irrilevante. Ma Dio non è cambiato. Egli è amore. L’amore è stato il motivo per cui Israele è stato scelto, e l’amore è il motivo per cui siamo stati scelti noi. Non c’è amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici. Dio è amore – come testimonia la Prima Lettera di Giovanni – e questo amore permane anche nel suo rapporto con Israele. È proprio nel rapporto con Israele che si rivela il vero carattere della fede. Spesso ex nemici degli ebrei, ad esempio di origine musulmana, raccontano come il loro atteggiamento nei confronti di Israele e del popolo ebraico sia cambiato radicalmente dopo aver conosciuto Gesù: l’odio si trasforma in amore, l’ostilità in intercessione. In questo senso, Israele è oggi un segnale di avvertimento e una pietra di paragone per la chiesa, un assaggio degli sviluppi che precederanno il ritorno di Cristo. Eppure, nonostante ogni seduzione e ogni allontanamento, la chiamata di Dio rimane: «Ricordati dello shofar» – ricorda il piano di salvezza di Dio, la tua fede iniziale, il Regno che verrà. Alla fine, per noi, lo sguardo è rivolto verso l’alto. Dobbiamo imparare a vedere che ogni giorno ci avviciniamo alla nostra redenzione definitiva. Proprio quando ci schieriamo al fianco di Israele e riconosciamo la fedeltà di Dio verso il suo popolo, possiamo trarne incoraggiamento: la nostra redenzione si avvicina. Gesù stesso dice in Luca 21,28: «Alzate il capo, perché la vostra redenzione è vicina». Il nostro Padre celeste veglia su di noi, come veglia sul suo popolo Israele. Israele non è stato dimenticato; è il popolo eletto, messo alla prova e benedetto. E la Scrittura non lascia alcun dubbio sul fatto che presto si adempirà ciò che i profeti e gli apostoli hanno annunciato: Zaccaria 12, Ezechiele 37 e Romani 11 indicano il tempo in cui Israele riconoscerà il Messia che ha trafitto. Fino a quel giorno siamo chiamati a rimanere fedeli: pieni di speranza, vigili e saldamente radicati nella Parola di Dio. Ricordiamo il piano di Dio, restiamo fedeli al nostro primo amore, stiamo al fianco di Israele senza relativizzare il Vangelo e rivolgiamo continuamente lo sguardo verso l’alto, nella certezza che Colui che ha promesso tutto è anche fedele e adempirà la sua Parola nei confronti di Israele e di noi.
(Nachrichten aus Israel, febbraio 2026)
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Israele e Marocco: ambasciatori, voli e nuovi accordi
I due Paesi concordano il rafforzamento delle relazioni diplomatiche sei anni dopo gli Accordi di Abramo. Previste visite ad alto livello e nuove intese economiche entro la fine dell’anno
di Paolo Montesi
Israele e Marocco compiono un nuovo passo nel consolidamento delle loro relazioni. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar (גדעון סער) e il suo omologo marocchino Nasser Bourita hanno concordato la nomina di ambasciatori e la trasformazione delle rispettive rappresentanze diplomatiche in vere e proprie ambasciate.
L’intesa è stata raggiunta mercoledì 16 settembre a New York, durante un incontro ospitato dall’ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mike Waltz, il giorno successivo al sesto anniversario degli Accordi di Abramo. Secondo il ministero degli Esteri israeliano, il colloquio è stato dedicato a una serie di misure concrete destinate ad approfondire i rapporti bilaterali. Il programma va ben oltre il semplice innalzamento del livello delle rappresentanze diplomatiche. Israele e Marocco intendono aumentare il numero dei collegamenti aerei, organizzare visite politiche di alto livello nei prossimi mesi e concludere entro la fine del 2026 accordi riguardanti gli investimenti e la fiscalità.
«L’amicizia tra i popoli marocchino ed ebraico ha radici profonde e una storia ricca», ha dichiarato Sa’ar, aggiungendo che il documento firmato a New York individua «modi concreti per migliorare le relazioni tra Israele e Marocco a beneficio di entrambi i popoli». Il rilancio arriva in una fase particolarmente significativa. I voli diretti tra i due Paesi sono ripresi soltanto il mese scorso, dopo essere rimasti sospesi per quasi tre anni in seguito al massacro del 7 ottobre 2023 e alla guerra scoppiata a Gaza. Prima dell’attacco di Hamas, il Marocco era diventato una delle destinazioni più frequentate dagli israeliani: secondo il ministero del Turismo marocchino, circa 200.000 cittadini israeliani avevano visitato il Paese nell’anno precedente il 7 ottobre.
La guerra aveva inevitabilmente raffreddato la dimensione pubblica dei rapporti. In Marocco le operazioni israeliane a Gaza hanno provocato grandi manifestazioni di protesta e il rappresentante marocchino in Israele ha evitato per lungo tempo gli eventi pubblici. Una parte importante delle relazioni tra Gerusalemme e Rabat è così proseguita lontano dai riflettori. I rapporti, tuttavia, non si sono interrotti. La cooperazione militare è continuata e, nel gennaio scorso, Israele e Marocco hanno firmato un piano di lavoro congiunto per il 2026 durante la terza riunione del Comitato militare congiunto. Al centro dei colloqui figuravano il rafforzamento delle capacità militari e gli obiettivi strategici condivisi. L’IDF ha definito in quell’occasione il Marocco «un partner fondamentale per la stabilità regionale».
Il passaggio deciso a New York assume dunque un significato che supera il protocollo diplomatico. Gli Accordi di Abramo hanno attraversato tre anni segnati dal 7 ottobre, dalla guerra di Gaza e da fortissime tensioni nell’opinione pubblica araba. Il rapporto israelo-marocchino ha rallentato e si è fatto più discreto, senza essere smantellato.
Ora Gerusalemme e Rabat scelgono di riportarlo apertamente su un livello superiore. Ambasciatori, ambasciate, voli, investimenti e visite politiche indicano la volontà dei due governi di trasformare una relazione sopravvissuta alla crisi in un rapporto più strutturato. Sei anni dopo gli Accordi di Abramo, è un segnale significativo sulla loro capacità di resistere anche alla più grave crisi regionale degli ultimi anni.
(Setteottobre, 19 settembre 2026)
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Il silenzio degli alleati e il nuovo ruolo di Israele
L’attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest è ben più di un semplice colpo alle infrastrutture energetiche del Regno. È stata colpita proprio quella arteria strategica che l’Arabia Saudita aveva creato per poter aggirare lo Stretto di Hormuz in caso di emergenza.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - L’attacco all’oleodotto est-ovest saudita è ben più di un altro colpo alle infrastrutture energetiche del Regno. È stata colpita proprio quell’arteria strategica che l’Arabia Saudita ha creato per poter aggirare lo Stretto di Hormuz in caso di emergenza.
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| Le rotte strategiche di trasporto del petrolio dell’Arabia Saudita con l’oleodotto est-ovest verso Yanbu, nonché i due colli di bottiglia marittimi: lo Stretto di Hormuz e Bab al-Mandab |
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Il gasdotto, lungo circa 1.200 chilometri, collega i grandi giacimenti petroliferi nella parte orientale del Paese al porto di Yanbu sul Mar Rosso, consentendo così l’esportazione indipendentemente dal Golfo Persico. Da quando la guerra con l’Iran ha compromesso pesantemente il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, questa rotta alternativa è diventata ancora più importante. Secondo le ultime stime, ogni giorno sarebbero transitati attraverso il gasdotto circa quattro-cinque milioni di barili di petrolio. Adesso anche questo oleodotto è stato colpito da un attacco con droni provenienti dal territorio iracheno ed è stato temporaneamente messo fuori servizio. Si delinea così una strategia pericolosa: l’Iran e le sue milizie, gli Houthi, stanno mettendo sotto pressione l’Arabia Saudita contemporaneamente su diversi punti deboli geografici. A est si trova lo Stretto di Hormuz, a sud gli Houthi minacciano Bab al-Mandab e, nel mezzo, ora anche il principale collegamento terrestre con il Mar Rosso sta diventando vulnerabile.
Ed è proprio qui che entra in gioco Israele. Più l’Iran minaccia le tradizionali rotte di esportazione saudite, più Israele diventa importante come partner strategico e come possibile corridoio terrestre dal Golfo, attraverso la Giordania, fino ai porti israeliani sul Mediterraneo. Proprio il nemico comune potrebbe quindi accelerare il riavvicinamento tra Gerusalemme e Riad. L’Arabia Saudita sta cadendo sempre più in una trappola geografica con tre strozzature e Israele potrebbe diventare parte della via d’uscita da questa trappola.
A proposito: dove è finita la tanto invocata alleanza della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan? Se persino a La Mecca scatta l’allarme missilistico e gli Houthi attaccano direttamente l’Arabia Saudita, perché allora Ankara e Islamabad non si schierano al fianco di Riad per difendere il Regno, come ci si aspetterebbe in base agli impegni reciproci in materia di sicurezza?
A est, lo Stretto di Hormuz. È l’uscita naturale dei giacimenti petroliferi sauditi dal Golfo Persico verso l’Asia. Il traffico marittimo è attualmente fortemente ridotto. Tuttavia, occorre precisare che lo stretto non è chiuso ermeticamente. Anche di recente alcune navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, sebbene in numero notevolmente inferiore rispetto alle condizioni normali. Prima della guerra, circa 125 navi attraversavano quotidianamente quella zona; allo stesso tempo, lì transitava circa un quinto del commercio mondiale di petrolio greggio e GNL.
Al centro, l’oleodotto est-ovest. Era la valvola di sicurezza dell’Arabia Saudita: se l’Iran avesse bloccato lo Stretto di Hormuz, Riad avrebbe potuto trasportare il proprio petrolio via terra fino a Yanbu e caricarlo lì su petroliere nel Mar Rosso. Ora anche questa via alternativa è stata colpita. Secondo le stime attuali, le riparazioni potrebbero richiedere diverse settimane.
A sud, Bab al-Mandab. Qui entrano in gioco gli Houthi. La loro presenza sull’isola di Perim/Mayyun e in altre zone della costa yemenita aumenta la loro capacità di minacciare la rotta marittima strategica tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Ma anche in questo caso vale quanto detto prima: Bab al-Mandab non è attualmente completamente chiuso al traffico marittimo internazionale. Le navi continuano a transitare nello stretto.
Gli Houthi hanno tuttavia dichiarato espressamente che il loro blocco è diretto in particolare contro l’Arabia Saudita. Ed è proprio qui che risiede il successo strategico dell’Iran. Non è necessario chiudere fisicamente e completamente ogni rotta marittima. È sufficiente rendere tutte e tre le rotte contemporaneamente pericolose, costose e inaffidabili.
• Perché l’attacco al gasdotto è così significativo?
Perché il gasdotto rappresenta di fatto la rotta alternativa a Hormuz. L’Iran esercita pressione a est attraverso il controllo e la minaccia militare nell’area di Hormuz. Gli Houthi, alleati di Teheran, esercitano pressione a sud, intorno a Bab al-Mandab. E ora si sospetta che anche le forze filo-iraniane in Iraq abbiano attaccato il corridoio terrestre che avrebbe dovuto offrire all’Arabia Saudita un’alternativa a questi due colli di bottiglia marittimi. Per l’Arabia Saudita ne deriva un problema particolarmente complesso: un oleodotto lungo 1.200 chilometri è praticamente impossibile da proteggere nella sua interezza. Anche se il tratto ora danneggiato venisse riparato, basterebbero dei droni relativamente economici contro una stazione di pompaggio o un altro punto nevralgico lungo il percorso per interrompere nuovamente il trasporto di petrolio. Una protezione permanente dell’intero oleodotto tramite sistemi di difesa antidrone richiederebbe un dispendio enorme di risorse.
• E che dire del Canale di Suez?
Qui occorre distinguere due aspetti. Il petrolio che raggiunge Yanbu può, in linea di principio, essere trasportato verso nord attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez fino all’Europa. Per i destinatari europei, Suez rappresenta quindi un’opzione importante. Tuttavia, per i grandi clienti dell’Arabia Saudita in Asia – Cina, India, Giappone, Corea del Sud e altri – la rotta naturale da Yanbu conduce verso sud attraverso Bab al-Mandab nell’Oceano Indiano. Se questa rotta diventasse troppo pericolosa, una petroliera dovrebbe teoricamente dirigersi prima verso nord attraverso il Canale di Suez nel Mediterraneo e poi aggirare l’Africa per raggiungere l’Asia, una deviazione estremamente lunga e costosa. Dal punto di vista economico, ciò indebolirebbe notevolmente il vantaggio strategico di Yanbu.
La mappa illustra quindi un problema quasi paradossale: l’Arabia Saudita possiede il petrolio, ma la questione cruciale diventa sempre più quella di come riuscire a immetterlo sul mercato mondiale.
L’Iran ha quindi «completamente strangolato» l’Arabia Saudita? Non ancora. Una conclusione del genere sarebbe al momento troppo affrettata. L’Arabia Saudita dispone di ingenti riserve valutarie, imponenti infrastrutture energetiche, notevoli capacità di riparazione, nonché partnership internazionali in ambito economico e di sicurezza. Anche l’oleodotto non è stato «distrutto» nel senso di una perdita definitiva. È stato danneggiato e messo fuori servizio; secondo le stime attuali, potrà essere riparato nel giro di poche settimane. Tuttavia, la situazione strategica di Riad è effettivamente estremamente grave. Per decenni l’Arabia Saudita ha deliberatamente creato delle ridondanze: se lo Stretto di Hormuz venisse bloccato, c’è Yanbu; se il Mar Rosso fosse minacciato, c’è lo Stretto di Hormuz. Ora l’Iran e i suoi alleati riescono a esercitare pressioni quasi simultaneamente sul Golfo Persico, sulle infrastrutture terrestri e sul Mar Rosso.
Anche i mercati reagiscono a questa situazione. A questo proposito, non è determinante solo un’effettiva carenza di petrolio. Anche i premi assicurativi, i costi delle petroliere, i costi del carburante e dei trasporti aumentano non appena queste rotte diventano insicure.
• E cosa significa questo per NEOM?
Anche in questo caso occorre precisare: NEOM non è stato «distrutto» da questi eventi, ma gli sviluppi colpiscono una parte importante della logica strategica ed economica alla base del progetto. La visione di Mohammed bin Salman consisteva nello sviluppare la parte occidentale dell’Arabia Saudita, il Mar Rosso, NEOM, il turismo, i porti, l’energia e le infrastrutture come nuovo motore economico del Regno, riducendo così la dipendenza dal petrolio e dal Golfo Persico. Tuttavia, se anche la costa occidentale viene sempre più minacciata dagli Houthi e le rotte marittime intorno a Bab al-Mandab diventano insicure, il rischio per gli investitori e per i giganteschi progetti infrastrutturali aumenta notevolmente.
L’Iran non ha bisogno di conquistare l’Arabia Saudita per destabilizzare il Regno. Può invece attaccare la geografia su cui si fonda l’economia saudita. Hormuz a est, Bab al-Mandab a sud e l’oleodotto est-ovest nel mezzo formano insieme un triangolo strategico di pressione. Se Teheran e i suoi alleati riuscissero a compromettere tutti e tre contemporaneamente, non si tratterebbe più solo del conflitto tra Iran e Arabia Saudita. Si tratterebbe allora delle arterie energetiche dell’economia mondiale. Chi controlla lo Stretto di Hormuz e Bab al-Mandab, o anche solo è in grado di minacciarli in modo credibile, e allo stesso tempo è in grado di attaccare la rotta alternativa terrestre dell’Arabia Saudita, detiene una leva sui prezzi dell’energia in Europa, in Asia e negli Stati Uniti. In questo modo, la guerra in Medio Oriente si sposta dal fronte militare direttamente alle stazioni di servizio, ai costi di trasporto e, in ultima analisi, all’inflazione dell’economia mondiale.
• E Israele? Da avversario bellico a via d’uscita strategica.
Per Israele questo sviluppo riveste un significato particolare. Infatti, ciò che l’Iran sta tentando oggi con l’Arabia Saudita, Israele lo conosce da anni: Teheran non si avvale solo della propria potenza militare, ma di una rete di forze alleate per circondare e mettere sotto pressione gli avversari. Ma proprio in questo la strategia iraniana potrebbe avere un effetto collaterale indesiderato. Più lo Stretto di Hormuz, Bab al-Mandab e le rotte energetiche saudite vengono minacciate, più Israele diventa importante per gli Stati arabi come partner strategico.
Israele dispone di sistemi avanzati di difesa contro missili e droni, di esperienza militare nella lotta diretta contro l’Iran e, cosa altrettanto decisiva, di un accesso geografico al Mediterraneo. I futuri corridoi terrestri, ferroviari ed energetici che dal Golfo attraversano la Giordania e Israele fino ai porti mediterranei israeliani potrebbero quindi essere più che semplici grandi progetti economici. Con l’India–Middle East–Europe Economic Corridor (IMEC) sta nascendo un nuovo corridoio economico che potrebbe trasformare nuovamente Israele in un ponte terrestre strategico tra Oriente e Occidente. Questo potrebbe diventare un’arteria vitale strategica che aggira lo Stretto di Hormuz e quello di Bab al-Mandab. Ne deriva una situazione paradossale: l’Iran cerca di esercitare pressioni contemporaneamente su Israele e sull’Arabia Saudita e, proprio così facendo, potrebbe accelerare il loro avvicinamento strategico. Proprio Teheran fornisce a Riad un argomento sempre più forte a sostegno del motivo per cui l’Arabia Saudita ha bisogno di Israele.
Fonti arabe hanno riferito martedì che Israele sta segretamente sostenendo l’Arabia Saudita nella lotta contro l’organizzazione terroristica degli Houthi. La notizia giunge in un momento in cui le tensioni tra le due parti hanno raggiunto il culmine e gli Houthi hanno ottenuto importanti successi sul campo di battaglia.
Né l’Arabia Saudita né Israele hanno finora commentato o confermato la notizia.
(Israel Heute, 18 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Liberate Gaza da Hamas
Parla Moumen al-Natour, avvocato palestinese oppositore dei terroristi che governano la Striscia, torturato più di venti volte e costretto a nascondersi in Italia per non essere ammazzato. «Per mettere fine alla guerra con Israele dobbiamo liberarci di questa tirannia»
di Leone Gratti
«Come ho fatto a sopravvivere? Non ne ho la minima idea». Qualunque palestinese costretto negli ultimi tre anni a fuggire da una parte all'altra della Striscia di Gaza dalla guerra tra Israele e Hamas, con il suo terribile bilancio di sangue, potrebbe ripetere le stesse parole di Moumen al-Natour. Ma sulla bocca del giovane avvocato palestinese. nato a Gaza City 31 anni fa, il termine "sopravvivenza" assume un significato diverso: difendere i diritti umani nel feudo di Hamas è un mestiere ingrato e Al-Natour, prima che da Israele, ha sempre dovuto fuggire dalla feroce rappresaglia dei terroristi islamici. «Chiunque si opponga al regime viene considerato da Hamas come un traditore, una spia di Israele. Purtroppo, ho imparato a mie spese che anche tanti occidentali pensano la stessa cosa», dichiara a Tempi Al-Natour davanti a una tazzina di caffè in un bar italiano. Insieme alla madre, sei fratelli e un nipotino, l'avvocato è stato accolto dal nostro paese come perseguitato politico nell'ottobre 2025, al termine di un'odissea che ha poco da invidiare a quella omerica. Ma anche in Italia l'avvocato riceve minacce da Hamas e per questo non è possibile rivelare dove abita insieme alla sua famiglia. «Sono grato al vostro paese che mi ha accolto», premette subito. «Io però vorrei tornare a Gaza, anche se so che fino a quando Hamas resterà al potere non sarà possibile: sono sulla loro lista nera e mi ucciderebbero».
• I nemici della convivenza
Perché il movimento terroristico che ha preso il potere nella Striscia con la forza nel giugno 2007 si dà tanta pena per braccare e uccidere un semplice avvocato? «Negli anni sono stato arrestato e torturato da Hamas più di 20 volte. A Gaza viviamo sotto un regime e questa è la sorte che attende tutti quelli che non si allineano o osano protestare». Di critiche Al-Natour ne ha sempre avanzate tante perché «sono un po' pazzo». E non si è limitato a condividerle con la sua cerchia di amici o professionisti: negli anni a Gaza ha organizzato movimenti e manifestazioni di piazza, arrivando a scrivere appelli pubblicati da giornali come Washington Poste Wall Street ]oumal. Il succo dei suoi articoli è sempre lo stesso: «Sono convinto che palestinesi e israeliani possano vivere insieme in pace. Ma a Gaza abbiamo bisogno di liberarci dalla tirannia di Hamas».
Fin da quando Al-Natour ha iniziato a studiare e si è poi laureato in Giurisprudenza nel 2016 presso l'Università della Palestina, ha sognato di diventare procuratore. Ma si è presto accorto che non era possibile. «Per ottenere un qualsiasi lavoro governativo nella Striscia di Gaza bisogna diventare membri di Hamas», spiega l'avvocato. «Devi andare in una delle moschee controllate dai terroristi e ottenere dall'emiro la tazkiyah, l'approvazione. Io non ho mai voluto farlo, perché non voglio diventare uno di loro».
Per questo nel biennio 2017-2018 Al-Natour ha intrapreso la carriera di avvocato, diventando però negli anni sempre più insofferente alle angherie dei terroristi. «Nella Striscia ci sono tanti giovani, molti laureati che vogliono lavorare, ma la disoccupazione è altissima. Quel poco che abbiamo, dobbiamo versarlo in tasse su acqua, elettricità, gas. Hamas ha sempre lucrato sui palestinesi, facendo entrare beni a prezzi stracciati nella Striscia per poi rivenderli a cifre esorbitanti». Un esempio? «Prendiamo le sigarette: Hamas importava un pacchetto a 1,5 shekel [meno di 50 centesimi di euro, nda] e ce lo rivendeva a 22 shekel [6,30 euro]. Solo così guadagnava 100 milioni di dollari al mese». Il fiume dei finanziamenti nella Striscia non si è mai seccato: «Hamas ha sempre guadagnato una fortuna, senza contare i 30 milioni di dollari che - con il consenso israeliano - il Qatar faceva pervenire nella Striscia». E dove sono finiti tutti questi soldi? «Mentre noi palestinesi facevamo la fame, Hamas costruiva tunnel e armi. Perché loro vogliono una sola cosa: la guerra».
Il controllo del gruppo terroristico su ogni aspetto della vita dei palestinesi è assoluto. Al-Natour e la sua famiglia hanno sempre vissuto nel campo profughi di Al-Shatì, affacciato sul Mar Mediterraneo, costruito nel 1948 per i palestinesi cacciati dalle loro case in seguito alla nascita dello Stato di Israele. «Io e i miei fratelli abitavamo nella casa che mio padre ha tirato su con le sue mani», ricorda l'avvocato. «Io però volevo costruirne una tutta per me. E volevo anche comprare un'automobile. Ma solo i membri di Hamas hanno accesso a questi privilegi».
• La religione monopolizzata
Perfino la religione nella Striscia è monopolizzata dal gruppo terroristico. «Hamas concepisce le moschee come strumento di controllo della popolazione. Per questo ne ha sempre costruite tantissime: ne avevamo più di mille prima della guerra, in un territorio di appena 360 chilometri quadrati. E per diventare membro di Hamas, sei obbligato ad andare in moschea cinque volte al giorno. Anch'io sono musulmano, ma nessuno può ordinarmi quando pregare».
Un giorno, nel 2019, stanco di vedere la sua gente che soffriva, Al-Natour decise di distribuire da mangiare durante il mese di Ramadan alle tante donne che chiedevano l'elemosina. Il giorno successivo alla consegna del primo pasto, il telefono di Al-Natour squillò: la sicurezza interna di Hamas voleva vederlo. «Mi portarono in una stanza per interrogarmi e mi tempestarono di domande: "Vuoi forse diventare un leader? Perché aiuti la gente?" Io risposi che era Ramadan e che era normale sostenere le persone in questo mese speciale. Loro mi accusarono di essere una spia di Israele. Mi intimarono di lasciare perdere, poi mi spogliarono, mi gettarono un secchio di acqua gelida addosso e mi torturarono».
Non era la prima volta. Sempre nel 2019 Al-Natour aiutò a fondare il movimento "Vogliamo vivere" e organizzò una manifestazione contro Hamas a Gaza alla quale parteciparono migliaia di persone. «Siamo scesi in piazza a protestare per chiedere più lavoro e meno tasse», ricorda. «Gli uomini di Hamas si sono infuriati, sono venuti a casa mia, hanno spaccato tutto, poi hanno rapito mio fratello per costringermi a costituirmi. Per farlo liberare, mi sono autodenunciato: sono stato picchiato e torturato ancora».
• Vittime due volte
La guerra tra Israele e Hamas non ha fatto che peggiorare le cose. Al-Natour, come tanti altri palestinesi, è scappato dalle bombe israeliane passando di città in città. Gaza City, Rafah, Khan Younis, poi ancora Gaza, dove solo due stanze della sua abitazione, la cucina e il bagno, erano rimaste in piedi. «È stata una tragedia», commenta con la morte nel cuore e nella voce. «Dicono che le vittime della guerra siano 75 mila, ma per me sono molte di più». Con il conflitto e la distruzione è arrivata anche la fame: gli aiuti internazionali entravano a singhiozzo. «Hamas se ne impadroniva e li rivendeva al mercato nero. Il costo di tutto è più che raddoppiato. Se prima per mangiare un mese ci servivano duemila dollari, dopo la guerra sono diventati cinquemila. Per ritirare contanti in banca, l'Istituto trattiene il 50 per cento della somma. Come si può vivere così?».
Il racconto dell'avvocato non fa sconti a nessuno: ai suoi occhi non esiste una sofferenza di serie A e una di serie B. «Gli attentati del 7 ottobre 2023 non si possono giustificare: c'è chi parla di "resistenza", per legittimarli. ma è soltanto terrorismo. Perché uccidere i civili? Perché rapire anziani, donne e bambini? L'occupazione è sbagliata, ma che cosa c'entrano i massacri di innocenti con la resistenza?» Allo stesso modo, «Israele doveva separare i civili dai terroristi e combattere soltanto Hamas. Invece ha compiuto innumerevoli crimini di guerra. La verità è che soprattutto la destra al governo ha usato i bombardamenti per vendicarsi contro tutta la popolazione palestinese. Ma che cos'hanno a che fare i civili con questo conflitto? Hamas ci ha usati come scudi umani. Si nasconde tra i palazzi, nelle moschee, nelle scuole, negli ospedali. Per questo i palestinesi non vogliono più saperne di loro».
• Nelle mani di Abu Shabab
AI-Natour non parla per sentito dire, ma per esperienza. «Prima e dopo la firma degli accordi di pace del 9 ottobre 2025, il regime ha messo in piedi carceri e sale per gli interrogatori negli ospedali». L'avvocato, rientrato in quello che rimaneva della sua casa dopo la tregua, ha continuato a scrivere per gli organi di stampa internazionali, chiedendo la liberazione di Gaza da Hamas. E «un giorno di luglio dello scorso anno due uomini mascherati si sono presentati alla porta di casa mia. Mi hanno ordinato di seguirli all'ospedale AI-Shifa per essere interrogato. Io mi sono rifiutato, mia madre è intervenuta, cacciandoli, e loro se ne sono andati, dicendo: "Non vuoi seguirci? Peggio per te"».
Era arrivato il momento di fuggire.
Al-Natour sapeva che dall'ospedale Al-Shìfa sarebbe uscito, nel migliore dei casi, con gli arti spezzati come il giornalista Ahmed al-Masri, Nel peggiore, invece, avrebbe fatto la fine di Uday al Rubaie, l'attivista gettato dal tetto di una casa dai terroristi. L'avvocato ha vagato nei campi profughi, «di tenda in tenda», fino a quando il Center for Peace Communication, con cui collaborava, gli ha trovato un "riparo" nella zona di Rafah controllata dal jihadista Yasser Abu Shabab, conosciuto come il "Pablo Escobar di Gaza", a capo di una milizia palestinese antì-Hamas sostenuta da Israele. «Abu Shabab, ucciso in un'imboscata nel dicembre scorso, era un trafficante di droga legato all'Isìs», sottolinea AI-Natour. «Mi chiese di collaborare con lui, di entrare a far parte della sua milizia. Io non volevo e sono stato trattenuto come ostaggio per settimane in un seminterrato, con poco cibo. Venivo minacciato, maltrattato: è stata dura». Alla fine, con l'aiuto dell'avvocato Alessandra Casula, Al-Natour è stato evacuato in Italia con la famiglia. Ma la moglie, il marito di sua sorella e la consorte di suo fratello sono rimasti indietro: «Spero che il governo mi aiuti a portare qui anche loro». ammette.
Oggi Al-Natour si trova al sicuro ma si sente sulla sponda sbagliata del Mediterraneo. «Io vorrei tornare a Gaza, ma non posso fino a quando ci sarà Hamas».
• «Una soluzione è possibile
Il processo di pace portato avanti dal Board of Peace di Trump lo convince? «No», dichiara. «Hamas non accetterà mai volontariamente il disarmo. L'unica soluzione per me è trasferire tutta la popolazione di Gaza all'interno della Linea gialla. che delimita l'area della Striscia sotto il controllo israeliano e che deve però essere amministrata da un governo tecnocratico palestinese, non da Tel Aviv. Allora, senza civili, Israele potrà regolare i conti con Hamas. So che è difficile, ma non vedo altra soluzione».
La pace per l'avvocato non è un miraggio, è l'unica alternativa. «Palestinesi e israeliani possono vivere in pace. L'accordo di Oslo è morto, è stato distrutto, ma se ne può fare un altro. A Gaza sogniamo elezioni senza Hamas e senza Fatah, perché di Abu Mazen non possiamo più fidarci, è troppo corrotto. Allora l'occupazione potrà finire e noi ricostruire tutto».
L'Occidente può favorire questo processo, insiste l'avvocato, ma serve «equilibrio». Quello che non hanno, ad esempio, personaggi come Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. «Molti sostengono l'idea della Palestina più di quanto sostengano il popolo palestinese. Lei parla sempre dei crimini di Israele, ma non cita mai quelli di Hamas. L'occupazione è sbagliata, va combattuta, ma non con gli attacchi ai civili. Ho scritto più volte ad Albanese chiedendole di parlare di noi palestinesi perseguitati da Hamas. Non mi ha mai risposto. In mezzo alla guerra peggiore della nostra storia è importante riconoscere gli errori e gli orrori di tutti, non solo di una parte. Altrimenti non avremo mai la pace».
(Tempi, settembre 2026)
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7 ottobre, tre anni dopo: le vittime continuano a convivere con i traumi
A quasi tre anni dal 7 ottobre, i sopravvissuti tornati dalla prigionia a Gaza continuano a confrontarsi con traumi che incidono sulla loro vita quotidiana e richiedono ancora psicoterapia, fisioterapia e cure mediche. Le loro testimonianze sono state al centro del webinar organizzato il 17 settembre dal Milton Friedman Institute, durante il quale sopravvissute, ex ostaggi, soccorritori ed esperti israeliani hanno risposto per due ore alle domande dei giornalisti di diverse testate nazionali.
Nel corso delle due ore, le testimonianze hanno ricostruito quanto accaduto il 7 ottobre e ciò che è seguito: le violenze sessuali, la prigionia degli ostaggi, i bambini rapiti, il recupero e l’identificazione dei corpi e i traumi con cui i sopravvissuti continuano a convivere. Ilana Gritzewsky e Shoshan Haran hanno raccontato la loro esperienza durante la prigionia; Shari Mendes e Simcha Greiniman ciò che hanno visto lavorando sui corpi delle vittime e nei luoghi degli attacchi; Orit Sulitzeanu, CEO dell’Association of Rape Crisis Centers in Israel, ha parlato delle conseguenze delle violenze e della difficoltà che ancora oggi molte vittime incontrano nel raccontarle.
«Sono qui oggi per parlare di 1.200 israeliani che sono stati uccisi in un solo giorno e non possono parlare», ha detto Ilana Gritzewsky. «Ho subito abusi sessuali, ma sono sopravvissuta per poterlo raccontare. Decine di persone come me non sono sopravvissute. E chi è sopravvissuto spesso non osa parlare».
Nata in Messico, Gritzewsky si è trasferita da sola in Israele a 16 anni e ha costruito la propria vita con il compagno Matan Zangauker nel kibbutz Nir Oz. Alle 6.30 del 7 ottobre 2023 sono stati svegliati dalle sirene, dagli spari e dalle urla in arabo. Si sono chiusi nella stanza protetta, con Matan che cercava di tenere chiusa la porta mentre Ilana calmava il loro cane. Quando gli assalitori sono entrati nell’abitazione, i due sono saltati dalla finestra. Ilana ha perso il contatto con Matan, si è nascosta nella veranda dei vicini ed è stata scoperta, afferrata per i capelli, picchiata, trascinata sul pavimento e scaraventata contro un muro.
È stata caricata su una motocicletta e portata verso Gaza. Ha raccontato di essere stata palpeggiata e abusata sessualmente durante il tragitto fino a perdere conoscenza. Si è risvegliata seminuda in una casa distrutta, circondata da terroristi di Hamas. «Non sapevo esattamente cosa fosse stato fatto al mio corpo nei minuti in cui ero priva di conoscenza. Ma la mia anima lo sapeva già: nulla sarebbe più stato come prima».
È entrata in prigionia con la mandibola e il bacino fratturati, danni a un orecchio e una gamba ustionata. Nei 55 giorni di prigionia ha perso 12 chili, ha ricevuto pochissimo cibo e acqua e non ha avuto cure adeguate. Uno dei carcerieri, ha raccontato, le diceva che non sarebbe mai uscita, che l’avrebbe sposata e avrebbe avuto figli con lei. Durante uno spostamento è stata costretta a camminare per Gaza tenendolo per mano «come se fossi sua moglie».
Dopo oltre 50 giorni ha scoperto che anche Matan era ostaggio e si trovava poco distante. Ha chiesto ripetutamente di vederlo. I rapitori le hanno risposto «più tardi» e le hanno fatto anche pulire la cucina, lasciandole credere che poi l’avrebbero portata da lui. L’incontro non è mai avvenuto. Quando le hanno comunicato che sarebbe stata liberata, inizialmente non voleva partire senza Matan. «Sapevo che, se fossi uscita, la mia anima sarebbe rimasta lì, a Gaza». Matan è stato liberato dopo 738 giorni. Oggi i due sono fidanzati e si sposeranno. Ilana continua il proprio percorso di recupero tra psicoterapia, fisioterapia, visite e cure mediche.
Shoshan Haran, scienziata e fondatrice di Fair Planet, è stata sequestrata nel kibbutz Be’eri insieme alla figlia e ai nipoti ed è rimasta ostaggio per 50 giorni. Suo marito Avshalom, sua sorella Lilach, il cognato Evyatar e altri familiari sono stati uccisi. Haran ha raccontato la necessità di proteggere i bambini durante la prigionia, convivendo con la paura e senza conoscere la sorte dei propri familiari. Durante il webinar si è parlato anche dei bambini israeliani rapiti e dei giocattoli che erano stati preparati a Gaza per loro.
Simcha Greiniman, volontario di ZAKA da oltre trent’anni, ha raccontato ciò che ha trovato entrando nelle case dopo gli attacchi. In una stanza, ha riferito, il sangue ricopriva il pavimento al punto che i volontari scivolavano e non riuscivano a camminare. Per assorbirlo e poter continuare il lavoro hanno dovuto utilizzare venti sacchi di riso. Greiniman ha parlato di corpi mutilati, vittime con le gambe spezzate e frammenti umani che dovevano essere raccolti e identificati. I volontari di ZAKA raccolgono corpi, tessuti e sangue per contribuire all’identificazione e consentire la sepoltura secondo la halakhah, la legge religiosa ebraica.
Shari Mendes, riservista delle Forze di Difesa Israeliane nel Casualty Care Team, ha raccontato il lavoro alla base militare di Shura, dove sono state portate le salme per essere identificate e preparate alla sepoltura. Il processo ha coinvolto personale medico, dentisti e altri specialisti, con la priorità di identificare le vittime, informare le famiglie e consentire la sepoltura. Mendes ha parlato delle condizioni dei corpi femminili e delle lesioni osservate dopo gli attacchi, comprese quelle interpretate come compatibili con violenze sessuali.
Orit Sulitzeanu, CEO dell’Association of Rape Crisis Centers in Israel, ha spiegato quanto possa essere lungo il percorso necessario a una vittima di violenza sessuale prima di riuscire a raccontare ciò che ha subito. Molte delle possibili vittime del 7 ottobre sono state uccise e non potranno testimoniare. «Siamo cittadini, siamo civili. Non rappresentiamo nessuno. Nessuno ci paga per farlo», ha detto parlando dell’impegno di sopravvissuti, soccorritori e volontari che continuano a raccontare quanto accaduto.
Una delle domande dei giornalisti ha riguardato la risposta internazionale: il mondo ha dimenticato le vittime del 7 ottobre oppure non ha mai compreso pienamente quanto accaduto? Nella risposta è stato chiamato in causa anche il Qatar. Secondo quanto sostenuto durante il webinar, Doha avrebbe investito ingenti risorse nella diffusione di una narrazione favorevole alla causa palestinese attraverso social network, TikTok e campus universitari, raggiungendo soprattutto le generazioni più giovani.
Lo stesso tema è tornato nelle conclusioni di Gritzewsky. Dopo due anni trascorsi a battersi per il ritorno degli ostaggi, ha spiegato che oggi la loro lotta riguarda anche il modo in cui verrà ricordato il passato. «Qualcuno ricorda ancora il nostro dolore?», ha chiesto, interrogandosi poi sulle ragioni per cui Hamas venga considerato da troppe persone in Occidente un’organizzazione di liberazione.
A quasi tre anni di distanza, cure, riabilitazione e traumi fanno ancora parte della quotidianità di molti sopravvissuti. Ex ostaggi, familiari e soccorritori continuano a raccontare ciò che hanno vissuto e visto, anche per dare voce alle persone uccise e a quelle che ancora non riescono a parlare.
(HaKol, 18 settembre 2026)
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Se gli ebrei dopo il 7 ottobre non si sentono al sicuro neanche dallo psicologo
Dopo il 7 ottobre, due psicologhe di New York hanno fondato Gesher Community Care, una rete di terapeuti formati sull’antisemitismo e sul trauma collettivo ebraico. Il caso di una studentessa israelo-americana della Columbia mostra il problema: perfino nello studio di uno psicologo, alcuni ebrei temono di dover spiegare o difendere la propria identità prima di poter abbassare la guardia.
di Filippo Piperno
Negli Stati Uniti esiste ormai una rete di psicologi alla quale un ebreo può rivolgersi con una garanzia piuttosto singolare: non dover giustificare al terapeuta perché essere ebrei, oggi, possa fare paura.
Si chiama Gesher Community Care ed è nata dopo il 7 ottobre 2023, inizialmente per studenti e docenti dei campus americani. A fondarla sono state Jessica Zmood e Shelly Steinwurtzel, due psicologhe cliniche di New York con una lunga esperienza professionale: Steinwurtzel ha lavorato anche al Columbia University Medical Center, mentre Zmood esercita privatamente dal 2010.
Non arrivavano dall’attivismo politico, ma dalla pratica clinica. E proprio lì raccontano di aver cominciato a ricevere testimonianze di pazienti ebrei che si erano sentiti giudicati o non creduti dai propri terapeuti quando parlavano di antisemitismo, di Israele e del trauma seguito al 7 ottobre.
Il caso forse più significativo è quello di una studentessa israelo-americana della Columbia. Raccontò alla propria terapeuta che alcuni amici minacciavano di troncare i rapporti con lei se non avesse preso le distanze da Israele e dalla propria identità israeliana.
Secondo la sua testimonianza, la terapeuta le rispose di comprendere la reazione degli amici. La ragazza interruppe le sedute. Quando successivamente arrivò da Zmood, prima ancora di raccontarle che cosa stesse vivendo, le chiese se fosse a suo agio nel parlare del Medio Oriente.
Sul sito di Gesher campeggia infatti una domanda che probabilmente racconta più di qualsiasi statistica la condizione che l’associazione vuole affrontare: «Sarò compreso e mi sentirò al sicuro?»
Andare dallo psicologo significa già riconoscere una fragilità. Significa entrare in una stanza nella quale, almeno per un’ora, si dovrebbe poter abbassare la guardia. Se invece, prima di raccontare la propria paura, bisogna verificare che cosa pensi chi abbiamo davanti, la terapia aggiunge una nuova paura.
Immaginiamo allora un ragazzo ebreo particolarmente fragile. Negli ultimi tre anni ha visto il 7 ottobre, gli ostaggi, la guerra, manifestazioni nelle quali Israele viene indicato come uno Stato criminale, aggressioni a persone che portavano segni riconoscibili della propria identità ebraica, discussioni nelle quali sionismo, Israele ed ebraismo finiscono continuamente per sovrapporsi.
Ha visto amici prendere posizione, altri allontanarsi. Magari ha cominciato a chiedersi se mostrare una stella di David sia prudente, se dire di essere stato in Israele richieda una spiegazione, se prima di parlare debba precisare che cosa pensa di Netanyahu.
Non è necessario stabilire che ogni sua paura sia fondata per capire che quella paura esiste.
Ed è proprio una delle ragioni per cui esiste la terapia. Si entra nello studio di uno psicologo anche per chiedere: sto esagerando? Sto leggendo il mondo attraverso la mia angoscia? Posso fidarmi ancora degli altri?
Gesher sostiene che, dopo il 7 ottobre, anche questa certezza sia venuta meno per alcuni pazienti ebrei. Uno studio pubblicato nel 2025 sulle esperienze dei professionisti ebrei della salute mentale ha rilevato tra gli intervistati maggiore preoccupazione per l’antisemitismo, la necessità di proteggere la propria identità ebraica e, in oltre metà del campione, un aumento di burnout e compassion fatigue.
È uno studio limitato, non la fotografia di un’intera professione. Ma il segnale esiste.
Perché l’antisemitismo, per chi ne avverte continuamente la possibilità, può cominciare molto prima di un’aggressione. Comincia nel calcolo: posso dire questa cosa? Posso mettere quella collana? Se difendo Israele, devo prima dimostrare di avere compassione per i palestinesi? Se racconto di avere paura, verrò ascoltato oppure mi verrà spiegato che la mia paura è politicamente sbagliata?
Ed è qui che l’esistenza stessa di Gesher diventa una notizia. Non perché dimostri che molti psicologi americani siano antisemiti. Ma perché abbastanza ebrei hanno sentito il bisogno di cercare un terapeuta sapendo in anticipo che la propria identità non sarebbe diventata materia d’accusa.
Fuori da quella stanza si può discutere di Netanyahu, Gaza, Israele e sionismo. Nello studio di uno psicologo dovrebbe accadere qualcosa di diverso.
Gesher nasce dentro questa crepa. E forse la domanda più inquietante non è quanti ebrei abbiano incontrato davvero un terapeuta incapace di comprenderli.
È che qualcuno abbia sentito il bisogno di costruire un’intera rete affinché un ebreo, nel momento in cui è più vulnerabile, possa entrare in una stanza, chiudere la porta e pensare: almeno qui la mia identità non rischierà di diventare il problema da curare.
(InOltre, 19 settembre 2026)
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Riad a Washington: «Noi sauditi abbandonati»
di Shira Navon
A Riad crescono la frustrazione e il senso di isolamento. Dopo la conquista dello stretto di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi e i nuovi attacchi contro l’Arabia Saudita, fonti saudite vicine alla famiglia reale descrivono un clima di rabbia e di crescente preoccupazione per quella che considerano l’assenza di una risposta americana efficace.
«In Arabia Saudita c’è delusione per la posizione degli Stati Uniti e si diffonde un senso di impotenza», ha dichiarato a N12 una fonte vicina alla casa reale. Secondo il funzionario, gli Houthi stanno approfittando dell’indecisione di Washington per ampliare la propria forza e il proprio raggio d’azione nella regione. «Finché Washington non prenderà una decisione concreta, saremo noi a pagarne il prezzo sul terreno».
La preoccupazione saudita riguarda un quadro regionale sempre più complesso. A nord c’è Hezbollah, sostenuto dall’Iran; in Iraq operano milizie sciite legate a Teheran; a sud incombe la minaccia degli Houthi; anche in Sudan, secondo la fonte saudita, si fanno sentire l’influenza iraniana e quella dei Fratelli Musulmani.
Per Riad il nodo strategico è soprattutto Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e rappresenta una delle arterie fondamentali del commercio mondiale. Il controllo degli Houthi mette sotto pressione la navigazione saudita e incide direttamente sulla sicurezza del Regno. «L’Arabia Saudita si trova circondata da ogni parte», ha osservato la fonte, sottolineando la necessità di ripensare la postura strategica saudita e quella degli altri Stati del Golfo.
A rendere ancora più inquietante la situazione sono state le sirene d’allarme risuonate alla Mecca. Per la fonte saudita, l’episodio dimostrerebbe che lo scontro in corso non avrebbe il carattere di una guerra religiosa, come sostiene la propaganda iraniana, quanto quello di una lotta per il controllo della regione. «I luoghi santi non interessano loro, neppure il sito più sacro per tutti i musulmani», ha affermato.
A Riad si guarda ora alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, nella speranza che dopo il voto Washington assuma una posizione più definita sulla prosecuzione della guerra e sulla strategia da adottare contro gli Houthi.
Una seconda fonte saudita interpellata da N12 parla apertamente di «preoccupazione e rabbia» per il rifiuto del presidente Donald Trump di fornire il sostegno richiesto. Negli ultimi tempi sarebbe iniziata una certa cooperazione, ma il punto decisivo resta la possibilità di condurre attacchi congiunti.
Il malcontento riguarda anche gli alleati regionali. Secondo la stessa fonte, da Pakistan e Turchia sarebbero arrivate soprattutto dichiarazioni, senza una reale cooperazione operativa. «Vogliono soltanto vendere armi», ha accusato il funzionario.
L’Arabia Saudita sta quindi valutando nuove formule per garantire la sicurezza del Mar Rosso. Sono in corso colloqui con l’Egitto e con altri attori regionali, ma per ora, secondo le fonti citate da N12, non esiste ancora un piano operativo condiviso per intervenire nello stretto di Bab el-Mandeb.
Il giudizio che arriva da Riad è netto: in assenza di una strategia comune e di una decisione americana, la situazione resta estremamente caotica. E mentre gli Houthi consolidano la propria presenza, l’Arabia Saudita teme di trovarsi sempre più esposta su più fronti contemporaneamente.
(Setteottobre, 18 settembre 2026)
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Se l’Iran usa l’Intelligenza Artificiale per prendere di mira gli ebrei
Un rapporto di Anthropic rivela che operatori legati all’Iran hanno usato Claude per schedare israeliani, ebrei della diaspora e dissidenti iraniani, automatizzando la raccolta di informazioni pubbliche e la creazione di profili. L’operazione mostra come l’intelligenza artificiale possa rendere più rapide ed economiche la sorveglianza di massa e le campagne di propaganda.
di Nathan Greppi
Una recente indagine dell’azienda Anthropic ha rivelato che agenti iraniani hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per schedare centinaia di israeliani ed ebrei della diaspora in seno a una più ampia campagna di sorveglianza di massa e guerra informatica.
Come riporta la rivista americana “Algemeiner”, gli agenti hanno utilizzato il chatbot Claude di Anthropic per automatizzare la raccolta e l’analisi delle informazioni pubbliche disponibili sui loro obiettivi, realizzando in breve tempo quella che in condizioni normali sarebbe stata un’operazione di intelligence lunga e faticosa e che avrebbe richiesto il lavoro di diversi analisti e programmatori umani.
I bersagli includevano figure legate al governo israeliano, semplici civili israeliani e membri delle comunità ebraiche all’estero.
Anthropic ha attribuito l’operazione a un attore legato all’Iran noto come GTG-30004. Secondo il rapporto, i responsabili hanno usato Claude per costruire un sistema di intelligence open-source automatizzato in grado di raccogliere elenchi di obiettivi e stilare profili dettagliati su di essi.
Tra i bersagli identificati non figurano solo ebrei e israeliani, ma anche dissidenti iraniani e oppositori del regime che vivono all’estero. In un caso, gli operativi iraniani hanno analizzato più di 155.000 post su X e individuato decine di account di dissidenti della diaspora iraniana, in modo da monitorarli in maniera più efficiente.
Anthropic ha affermato che hanno anche sviluppato strumenti in grado di collegare i numeri di telefono alle loro identità e raccogliere informazioni sui social network.
L’azienda ha dichiarato di aver identificato 16 account Claude gestiti da due unità collegate tra loro e associate ad agenzie paramilitari e di sicurezza interna iraniane.
Inoltre, sono state identificate operazioni di influenza legate all’Iran che utilizzavano Claude per diffondere propaganda, creando false identità e diffondendo messaggi governativi spacciandoli per post di giornalisti indipendenti o semplici utenti.
Il rapporto di Anthropic sottolinea il fatto che l’IA sta rendendo certe operazioni di intelligence sempre più economiche e veloci. Invece di cercare manualmente centinaia di persone, un operativo può utilizzare un sistema di IA per automatizzare le ricerche, catalogare informazioni e stilare rapporti.
L’azienda ha dichiarato di aver chiuso gli account coinvolti nelle operazioni e di aver sviluppato nuovi sistemi di rilevamento basati su quanto appreso da questi casi. Ha aggiunto di aver condiviso le informazioni su queste attività con le autorità americane.
(InOltre, 18 settembre 2026)
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«Erano orgogliosi di quello che mi stavano facendo, mentre nessuno è intervenuto». Parla il rabbino aggredito a Milano
«Non hanno nascosto i volti e non hanno neppure cercato di farmi cancellare il video», racconta a Mosaico Bet Magazine. E lancia un messaggio: «pur continuando la mia vita è giusto stare sempre in guardia ma penso che se troviamo uno squilibrato in mezzo alla strada dobbiamo trovare un modo di rimuovere lui e non di nascondere chi siamo».
di Pietro Baragiola
«Era davvero una giornata bellissima, avevo presieduto una circoncisione in Guastalla e stavo andando a prendere i miei figli a scuola». Così racconta a Bet Magazine Mosaico Rav Tzemach, il rabbino aggredito mercoledì 16 settembre a Milano in piazza Bande Nere.
Il rabbino stava aspettando l’autobus e nel frattempo si stava scrivendo con uno studente per organizzare lo Yom Kippur a La Spezia quando «tre uomini sulla ventina si sono avvicinati».
«Hanno iniziato a circondarmi e hanno usato parole che non capivo per farmi alzare gli occhi dal cellulare. Io li ho ignorati e allora uno di loro ha preso il mio cappello e se lo è messo in testa iniziando a ridere e prendendomi in giro» ha raccontato il rabbino che a quel punto ha ripreso il cappello e, con il cellulare, ha iniziato a filmare queste provocazioni. «Lo hanno notato subito e uno mi ha dato un calcio da dietro spingendomi dal marciapiede alla strada. Ho continuato a non reagire tra le botte e gli insulti e persino nessuna delle 20 persone che erano attorno a noi ad aspettare l’autobus è intervenuta per paura di essere coinvolta».
La cosa che più ha sorpreso Rav Tzemach è stato il fatto che gli aggressori non hanno mai cercato di rompergli il cellulare o di strapparglielo dalle mani, come se in fondo non fosse davvero un problema per loro essere filmati.
«Era come se fossero orgogliosi di quello che facevano- ha precisato il rabbino -. Non hanno nascosto i volti e non hanno neppure cercato di farmi cancellare il video come altri hanno fatto in altre occasioni simili».
Il video del rabbino è servito alle forze dell’ordine per individuare ed arrestare subito i tre delinquenti che, come se niente fosse successo, erano ancora rimasti nell’area della scena del crimine. Rav Tzemach ha passato le successive 6 ore in questura a presentare la sua denuncia per aggressione.
Quando gli abbiamo chiesto se questa vicenda cambierà il suo modo di manifestare la sua fede nella vita quotidiana il rabbino ha voluto lasciare un messaggio di speranza per noi del magazine: «dobbiamo continuare a diffondere bene, luce e amore tra le persone anche di diverse culture. Io compro sempre la frutta e la verdura dai miei amici egiziani e ci rispettiamo a vicenda. Sono stato sommerso da messaggi di affetto dalla mia comunità, da amici e parenti e questo amore dobbiamo mostrarlo al prossimo. Ovvio, pur continuando la mia vita è giusto stare sempre in guardia ma penso che se troviamo uno squilibrato in mezzo alla strada dobbiamo trovare un modo di rimuovere lui e non di nascondere chi siamo».
(Bet Magazine Mosaico, 17 settembre 2026)
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Nietzsche, il risentimento gregario e l’antisemitismo
di Gustavo Micheletti
Il razzismo, normalmente, disprezza colui che considera inferiore. Lo rappresenta come arretrato, ignorante, incapace, primitivo. L’antisemitismo possiede invece una caratteristica singolare: riesce a considerare l’ebreo contemporaneamente inferiore e superiore. Lo disprezza, ma lo teme; lo considera moralmente corrotto, ma gli attribuisce qualità così eccezionali da risultare pericoloso. Lo accusa di essere un parassita della società, ma nello stesso momento gli attribuisce il controllo della finanza, della stampa, della politica, talvolta addirittura del mondo.
Naturalmente, si tratta di una contraddizione soltanto apparente, e forse Friedrich Nietzsche, che detestava profondamente l’antisemitismo del proprio tempo, ci ha lasciato alcuni degli strumenti più penetranti per comprenderla.
Nietzsche non elaborò mai una teoria sistematica dell’antisemitismo come espressione della morale del gregge. Sarebbe scorretto attribuirgliela, ma se mettiamo accanto ciò che scrisse sugli antisemiti, sul ressentiment, sull’invidia e sulla psicologia gregaria, emerge un meccanismo sorprendentemente coerente, che potremmo definire come “la stupidità antiebraica”.
In Al di là del bene e del male Nietzsche osserva con crescente irritazione il nazionalismo che attraversa la Germania appena unificata. Lo considera una specie di malattia collettiva. Parla di una “febbre nervosa nazionale” e degli improvvisi “accessi di stupidità” che colpiscono lo spirito tedesco. Fra le manifestazioni di questa febbre colloca esplicitamente ora la “stupidità antifrancese”, ora quella “antiebraica”.
La scelta delle parole è significativa. L’antisemitismo non gli appare come il prodotto di individui particolarmente forti e sicuri della propria identità. Appare piuttosto come un fenomeno di contagio collettivo: uomini che cominciano a pensare, temere e odiare insieme. Ma nello stesso paragrafo 251 fa un’osservazione ancora più interessante: gli antisemiti temono che gli ebrei possano acquistare una posizione dominante in Europa, e Nietzsche risponde provocatoriamente che gli ebrei, se volessero, potrebbero già possedere una considerevole “preponderanza” sull’Europa, ma aggiunge immediatamente che non stanno affatto cercando di conquistarla.
Sono gli antisemiti che hanno bisogno di attribuire all’ebreo una forza straordinaria per giustificare il loro risentimento. Nella prima dissertazione della Genealogia della morale, Nietzsche descrive infatti come uno dei processi psicologici più inquietanti quello grazie al quale persino il ressentiment riesce a diventare “creativo”.
L’individuo incapace di affermare direttamente la propria forza non si limita a soffrire della propria impotenza. Compie un’operazione più complessa: trasforma il proprio rapporto con colui che percepisce come superiore. La morale del ressentiment procede infatti attraverso azioni che sono reazioni. Se in una morale aristocratica io stabilisco chi sono e successivamente incontro l’altro, nella morale del risentimento io ho bisogno dell’altro per stabilire chi sono. Il nemico diventa cioè necessario alla mia identità.
È difficile trovare una descrizione psicologica più adatta a comprendere certi fenomeni di odio collettivo che ancora oggi hanno uno strepitoso successo. Non basta infatti che esista qualcuno diverso da me: ho bisogno che quel qualcuno diventi responsabile di ciò che non riesco ad essere. La mia debolezza ha finalmente una spiegazione.
Nella terza dissertazione della Genealogia Nietzsche porta il ragionamento ancora più avanti. Parla di una “congiura dei sofferenti contro i ben riusciti e i vittoriosi” e aggiunge una frase straordinariamente rivelatrice: “qui viene odiato l’aspetto stesso del vittorioso”. Non occorre che il vittorioso abbia fatto qualcosa contro di me. Può bastare che esista. La sua riuscita rende visibile la mia mancata riuscita. La sua forza mi ricorda la mia debolezza. La sua sicurezza rende più dolorosa la mia insicurezza.
Sebbene il ressentiment e l’invidia non siano proprio la stessa cosa, si assomigliano molto. L’invidia è un sentimento più circoscritto, mentre il ressentiment nietzscheano è un processo psicologico e morale più complesso. Hanno tuttavia qualcosa in comune perché nascono entrambi da un confronto nel quale ciò che l’altro possiede diventa doloroso per me.
Esistono allora almeno due modi per elaborare questo stato d’animo: posso ammirarlo, oppure posso svalutarlo. L’ammirazione riconosce la superiorità senza viverla come un’offesa e può persino trasformarla in emulazione: vorrei diventare anch’io capace di ciò che ammiro. Il ressentiment compie l’operazione opposta: se non posso raggiungere ciò che possiedi, posso convincermi che ciò che possiedi sia moralmente spregevole. La superiorità viene trasformata in colpa, ma per farlo deve far leva sullo spirito gregario.
Nietzsche descrive ripetutamente la morale europea come una Herdenmoral, una morale del gregge. Nei frammenti postumi la formula diventa ancora più esplicita: parla dell’“istinto del gregge contro i forti e gli indipendenti” e dell’“istinto dei mediocri contro le eccezioni”.
Si tratta di appunti, non di un’opera pubblicata da Nietzsche, e non vanno trasformati in una teoria dell’antisemitismo che Nietzsche non scrisse, ma il meccanismo è chiarissimo. L’eccezione inquieta il gregge precisamente perché è eccezione.
Chi non ha bisogno dell’approvazione collettiva, chi appare capace di riuscire in qualcosa pur agendo in solitudine o in un’esigua minoranza, chi mantiene una propria identità, chi sembra possedere un coraggio morale e intellettuale che gli altri non possiedono formula una sorta di accusa implicita per il semplice fatto di esistere, perché introduce una differenza là dove il gregge cerca somiglianza.
Nietzsche associa a questa reazione due sentimenti particolarmente interessanti: l’invidia e la paura. A un primo sguardo sembrano sentimenti molto diversi. La paura guarda ciò che l’altro potrebbe farmi, mentre l’invidia guarda ciò che l’altro possiede e io non possiedo. Ma possono convergere sullo stesso oggetto. Se considero qualcuno più potente di me, posso temerlo, e se considero qualcuno più riuscito di me, posso invidiarlo.
E se la stessa persona o lo stesso gruppo mi appare contemporaneamente potente e in qualche modo vincente, paura e invidia possono rafforzarsi reciprocamente. Il ressentiment compie allora un passaggio successivo: trasforma la superiorità percepita in una colpa morale. Non penso più: “È più forte di me”. Penso: “Il suo potere è illegittimo”. Non penso: “Possiede qualcosa che io non possiedo”. Penso: “Deve averlo ottenuto con l’inganno”. Non penso: “Ha avuto successo”. Penso: “Il suo successo dimostra che controlla il sistema”. La psicologia diventa così ideologia, e l’ebreo diventa quasi onnipotente.
È precisamente questo meccanismo che può aiutarci a comprendere una delle caratteristiche più singolari dell’antisemitismo moderno. L’ebreo immaginario dell’antisemita possiede qualità contraddittorie. È debole e onnipotente; è degenerato e intelligentissimo; è estraneo alla società e contemporaneamente ne controlla le istituzioni; è una minoranza minuscola e tuttavia sarebbe capace di governare maggioranze immensamente più numerose.
La contraddizione non indebolisce il pregiudizio, e anzi lo alimenta, perché l’antisemita non sta descrivendo l’ebreo reale: sta costruendo l’avversario di cui ha bisogno. Più l’avversario viene immaginato potente, e in particolare subdolamente potente, più diventa capace di spiegare le mie sconfitte. E più riesce a spiegare le mie sconfitte, meno sono costretto a interrogarmi sulle mie responsabilità.
La teoria del complotto costituisce forse il compimento perfetto di questo processo. Niente accade semplicemente: qualcuno lo ha voluto. E quel qualcuno deve essere abbastanza intelligente, organizzato e potente da produrre effetti enormemente superiori alla propria consistenza numerica. L’invidia gli riconosce il successo, la paura lo etichetta come pericoloso.
C’è qualcosa di storicamente ironico in tutto questo. Pochi filosofi sono stati utilizzati, dopo la loro morte, dalla cultura nazionalista e infine nazista quanto Nietzsche; eppure Nietzsche nutriva per gli antisemiti tedeschi un disprezzo difficilmente equivocabile.
La rottura con l’ambiente della sorella Elisabeth e del cognato Bernhard Förster, militante antisemita, fu profondissima. Nel dicembre 1887 Nietzsche scrive alla sorella che considera una “questione d’onore” mantenere nei confronti dell’antisemitismo una posizione assolutamente limpida e inequivocabile. In altre lettere parla apertamente del proprio “disgusto” per il movimento antisemita.
Questo non significa trasformare Nietzsche retrospettivamente in un pensatore liberale della tolleranza. Non lo era. E soprattutto non significa cancellare le pagine violentissime che dedicò all’ebraismo antico nella propria genealogia della morale occidentale.
Nietzsche poteva essere radicalmente ostile a ciò che considerava l’origine giudaica della rivolta morale degli schiavi e contemporaneamente disprezzare l’antisemitismo razziale e nazionalistico dei propri contemporanei. Anzi, proprio questa distinzione rende la sua testimonianza più interessante, perché non difendeva gli ebrei perché condividesse la loro religione o la loro morale. Disprezzava gli antisemiti perché vedeva in loro qualcosa che la sua filosofia aveva imparato a riconoscere molto bene: il risentimento travestito da superiorità.
Possiamo allora tornare alla domanda iniziale: perché l’antisemita ha così spesso bisogno di immaginare l’ebreo potente? Nietzsche non ci ha lasciato una risposta esplicita, ma ci ha lasciato qualcosa che forse vale altrettanto: una psicologia capace di aiutarci a costruirla.
Il gregge cerca sicurezza nella somiglianza, e dunque l’eccezione provoca inquietudine. La riuscita dell’altro genere un implicito confronto, e il confronto può generare invidia, così come la forza attribuita all’altro può generare paura.
L’impotenza prolungata trasforma questi sentimenti in ressentiment, e il ressentiment ha bisogno di trasformare chiunque non lo condivida in un nemico. Non necessariamente perché sia davvero potente, ma perché abbiamo bisogno che lo sia. Non necessariamente perché controlli qualcosa, ma perché abbiamo bisogno di qualcuno che controlli ciò che noi non riusciamo a controllare. Non necessariamente perché sia responsabile della nostra condizione, ma perché attribuirgli quella responsabilità ci libera dalla fatica assai più dolorosa di cercarla altrove.
Forse è questo il contributo più profondo che Nietzsche può offrire alla comprensione dell’antisemitismo. Il gregge teme l’eccezione, e il ressentiment la trasforma in colpa. E quando paura e invidia riescono a compiere insieme questa trasformazione, l’uomo che odia può finalmente compiere il più rassicurante dei rovesciamenti: non sentirsi più inferiore a colui che invidia, e anzi sentirsi moralmente superiore a colui che ha imparato a odiare.
Aggiornato il 16 settembre 2026 alle ore 13:38
(l'Opinione delle Libertà, 16 settembre 2026)
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Milano indossa la Kippà per contrastare l’antisemitismo
Manifestazione di solidarietà dopo l’attacco antisemita a Milano
di Dalia Gubbay
Il 22 settembre, in Piazza San Carlo, Milano scenderà in piazza. Non per una ricorrenza, non per una festa: per dire, semplicemente, che chi porta una kippa per strada ha il diritto di farlo senza guardarsi alle spalle. “Milano indossa la Kippa” non è solo lo slogan di una manifestazione: è un titolo che pesa, perché racconta con una sola immagine quello che tante parole faticano a dire. L’aggressione odiosa ad un rabbino avvenuta solo pochi giorni rappresenta un episodio intollerabile, la misura è decisamente colma. Perché la verità è che l’antisemitismo, in questi mesi, sta crescendo e lo sappiamo tutti. Non parlo di un sentimento astratto. Parlo di scritte sui muri, di bambini che nascondono la kippa sotto un cappuccio, delle piccole rinunce quotidiane di chi ha imparato, di nuovo, a rendersi invisibile per sentirsi al sicuro. E chi come me vive ogni giorno la comunità ebraica milanese, le sue scuole, le sue famiglie, i suoi ragazzi. sa che questa non è percezione: è la cronaca di tutti i giorni.
I milanesi ebrei non chiedono privilegi. Chiedono una cosa sola, elementare: poter vivere la propria identità alla luce del sole. Senza paura. È una richiesta minima. Lo dico senza mezzi termini: siamo stanchi. Stufi. Stufi di dover spiegare, ogni volta, che la lotta all’antisemitismo non è una questione di parte, non è un tema che riguarda altri. Stufi di leggere ricostruzioni che minimizzano, relativizzano, o peggio ancora invertono le responsabilità tra chi subisce e chi odia. Ed è proprio per questo che Piazza San Carlo, il 22 settembre, non può essere una piazza di soli ebrei. Sarebbe un fallimento, prima ancora che una piazza vuota. La lotta all’antisemitismo, come ogni lotta contro il razzismo e l’intolleranza, riguarda la tenuta democratica di un’intera città, non di una sola comunità che si difende da sola.
Per questo l’appello è rivolto a tutta Milano: ai cattolici e ai musulmani, ai laici e ai credenti, a chi non ha mai messo piede in una sinagoga e forse non conosce nessun ebreo. Scendere in piazza il 22 settembre, indossando, chi vuole, anche solo simbolicamente una kippa, non è un gesto di appartenenza religiosa: è un gesto di cittadinanza. Se questa piazza resta un affare tra ebrei, avremo già perso.
Ma tutto questo non sarà comunque sufficiente. Ora serve che il ddl contro l’antisemitismo, già approvato dal Senato e ora fermo alla Camera, arrivi finalmente in porto, senza ulteriori rinvii. Milano è chiamata a indossare la kippa. Tutta Milano. E il Parlamento, dal canto suo, è chiamato a indossare la responsabilità che gli è propria, portando a casa una legge che dica, senza ambiguità, che l’odio antiebraico non ha cittadinanza in questo Paese.
(HaKol, 18 settembre 2026)
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Gruppo evangelico a Gerusalemme intende opporsi alle sanzioni europee contro Israele
L’Ambasciata Cristiana Internazionale di Gerusalemme ha annunciato che, in occasione dell’evento di quest’anno per la Festa delle Capanne, venderà prodotti provenienti dalla Giudea e dalla Samaria.
di Etgar Lefkovits
La più grande organizzazione cristiana evangelica della Terra Santa ha dichiarato giovedì di volersi opporre alle sanzioni europee contro le comunità israeliane nel cuore della Terra Santa.
La mossa arriva una settimana dopo che undici paesi europei e il Canada avevano annunciato piani coordinati per vietare l’importazione di merci provenienti dalla Giudea e dalla Samaria.
L’Ambasciata Cristiana Internazionale di Gerusalemme (ICEJ) ha dichiarato che approfitterà della sua celebrazione annuale della Festa delle Capanne a Gerusalemme, in programma questo mese, per prendere una posizione decisa contro le sanzioni insieme alle comunità ebraiche.
L’evento, della durata di una settimana, che si svolge in concomitanza con la festa ebraica di Sukkot, avrà inizio il 25 settembre. Sono attesi circa 3.000 pellegrini cristiani provenienti da oltre 70 paesi. L’evento è tradizionalmente il più grande evento turistico dell’anno a Gerusalemme.
«Siamo lieti di celebrare nuovamente la festa biblica di Sukkot con cristiani provenienti da tutto il mondo», ha affermato il presidente dell’ICEJ Jürgen Bühler. «Tuttavia, la nostra festa si svolge anche nel contesto di una serie di sanzioni estremamente preoccupanti che gli Stati europei stanno imponendo agli ebrei che vivono in Giudea e Samaria, sulle alture del Golan e persino a Gerusalemme».
«Queste misure discriminatorie mirano a soffocare l’esistenza delle comunità ebraiche che, dopo secoli di esilio ebraico sotto nazioni non ebree spietate, sono straordinariamente rinate nell’antico cuore di Israele», ha aggiunto. «Questi atti di guerra economica, diretti contro centinaia di migliaia di ebrei israeliani, sono razzisti e ricordano fin troppo i precedenti boicottaggi contro gli ebrei, per cui non possiamo rimanere in silenzio».
Regno Unito, Francia e Canada si sono impegnati a introdurre divieti totali sui beni prodotti nelle comunità israeliane al di là della Linea Verde. Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno aderito a una dichiarazione congiunta a sostegno di restrizioni nazionali o europee più ampie per tale commercio.
Le violazioni intenzionali del divieto olandese di commercio di merci provenienti dagli insediamenti israeliani possono essere punite con una pena detentiva massima di sei anni.
Nonostante il divieto di legge, l’organizzazione cristiana – che è stata insignita di un riconoscimento dal governo israeliano per il suo sostegno di lunga data, basato sulla fede, allo Stato ebraico – metterà in vendita prodotti provenienti dal cuore della Terra Santa nella sala espositiva principale della manifestazione. Inoltre, organizzerà tour per cristiani provenienti dall’Europa e da altre parti del mondo, durante i quali saranno visitati negozi, aziende vinicole e siti biblici della regione.
«Non possiamo semplicemente tacere e lasciare che ciò accada», ha dichiarato giovedì a JNS David Parsons, vicepresidente senior e portavoce dell’ICEJ. «Dobbiamo opporci».La celebrazione evangelica annuale evidenzia come il sostegno a Israele, fondato sulla fede, da parte di milioni di cristiani che credono nella Bibbia in tutto il mondo, costituisca un contrappeso alla condanna internazionale in Occidente per la guerra di Gaza, scatenata dal massacro di Hamas del 7 ottobre 2023. I rappresentanti delle comunità locali colpite dalle sanzioni, così come l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, pastore battista e convinto sostenitore di Israele, dovrebbero intervenire davanti ai partecipanti.
Oltre a concentrarsi sulle sanzioni, l’evento di quest’anno metterà in evidenza anche gli sforzi compiuti dall’organizzazione negli ultimi tre anni per aiutare le comunità israeliane lungo il confine con la Striscia di Gaza a riprendersi dall’invasione del 7 ottobre e a ricostruire le loro case e i loro villaggi.
La più grande organizzazione evangelica di Israele ha organizzato per la prima volta nel 1980 una celebrazione pubblica della Festa delle Capanne a Gerusalemme e da allora organizza l’evento ogni autunno, sia in tempo di pace che in tempo di guerra.
(JNS, 17 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Rabbino aggredito a Milano
Arbib, «Non è un episodio isolato. C’è un clima di antisemitismo».
di Micol Silvera
La fermata dell’autobus Bande Nere a Milano è diventata l’ennesimo sfondo della violenza antisemita in Italia: nel pomeriggio di mercoledì 16 settembre un rabbino sessantenne della comunità ebraica è stato insultato e aggredito da tre ragazzi, che lo hanno accerchiato prendendolo a calci e pugni. “L’episodio è particolarmente grave. È un’aggressione violenta che purtroppo si inserisce in una serie di episodi e in un clima di antisemitismo” ha dichiarato a Shalom il Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Milano, Rav Alfonso Arbib. Non si tratta difatti di un caso isolato, ma dell’ultimo tassello in una serie di aggressioni antisemite avvenute in Italia nell’ultimo periodo. “Quello che preoccupa è che questo clima viene negato o legittimato per via dell’ostilità nei confronti di tutto ciò che è israeliano o ebraico in assoluto, e spesso la gravità di ciò che sta succedendo viene ridimensionata” ha aggiunto Rav Arbib alla luce della tendenza a minimizzare questo fenomeno in crescita. Ma da questo clima deriva anche un ulteriore fattore preoccupante, che si traduce nella libertà di manifestare la propria identità ebraica attraverso simboli riconoscitivi. Rav Arbib ha commentato: “C’è sicuramente una preoccupazione nell’indossare dei simboli ebraici. È un forte limite alla libertà degli ebrei di essere se stessi”. Il Rabbino Capo ha inoltre espresso la sua gratitudine nei confronti di chi ha da subito dimostrato la propria vicinanza, tenendo ferma però la necessità di un riconoscimento del grave pericolo in cui vertono gli ebrei italiani. “Ho ricevuto molti messaggi di solidarietà, soprattutto da autorità religiose che ringrazio. Ma credo sia giunto il momento di non fermarsi al singolo episodio e capire che c’è un allarme antisemitismo in Italia”. Walker Meghnagi, Presidente della Comunità Ebraica di Milano, ha reso nota l’aggressione, esprimendo il proprio sgomento in merito. “Una cosa così violenta non è mai successa. Lo hanno preso a calci e pugni, gli hanno tolto il cappello, lo hanno calpestato e gli hanno sputato addosso. Da quello che mi hanno riferito si tratterebbe di tre persone di origine araba”. Gli aggressori sono stati individuati dalle forze dell’ordine e portati in questura poco dopo il fatto, grazie alla descrizione fornita dal rabbino e alle foto scattate durante la fuga dei tre ragazzi. È stato arrestato un ventenne tunisino e sono stati denunciati gli altri due ragazzi, di 19 e 22 anni, di origini tunisine e marocchine. Victor Fadlun, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, ha mostrato la propria vicinanza alla Comunità Ebraica di Milano in merito all’accaduto, e ha dichiarato: “Quello che più ci preoccupa e ferisce è l’indifferenza con la quale il moltiplicarsi di episodi di antisemitismo e la virulenza dell’odio antiebraico vengono ormai accolti”. Fadlun ha inoltre rimarcato l’importanza di reagire all’odio nei confronti degli ebrei in nome della Costituzione e ai diritti di tutti i cittadini: “L’antisemitismo è un crimine che non colpisce solo gli ebrei, ma incide sulla coesione sociale e mette a repentaglio le regole e i valori fondamentali su cui si basa il patto repubblicano”. Questa aggressione si fa testimone del contesto di grave antisemitismo in Italia che sta sfociando nella sua forma più temibile: la violenza fisica.
(Shalom, 17 settembre 2026)
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L’antisemitismo entra negli ospedali britannici
di Paolo Montesi
L’antisemitismo nel Regno Unito ha varcato anche una soglia che dovrebbe essere inviolabile: quella degli ospedali. Un nuovo rapporto sul National Health Service, il sistema sanitario pubblico britannico, raccoglie numerose testimonianze di pazienti e professionisti ebrei che denunciano insulti, minacce, discriminazioni e un clima diventato sempre più pesante dopo il 7 ottobre 2023.
I dati contenuti nel rapporto Antisemitism in the National Health Service, ripresi dal Daily Telegraph, sono particolarmente allarmanti. Quasi un terzo degli ebrei britannici che hanno avuto bisogno di cure mediche dall’ottobre 2023 afferma di essersi sentito a disagio a causa della propria identità religiosa o etnica. Oltre il 40 per cento dichiara di aver preferito nascondere la propria identità ebraica per paura di subire discriminazioni o, ancora peggio, di ricevere cure di qualità inferiore.
Il rapporto raccoglie episodi che danno la misura del problema. Un’infermiera ebrea ha denunciato un collega che avrebbe fatto il saluto nazista. L’uomo, secondo quanto riferito, avrebbe ammesso il gesto e sarebbe tuttavia rimasto al proprio posto. Un professore racconta di aver ricevuto minacce contro di sé e i propri beni, mentre un soccorritore ebreo afferma di essere stato aggredito fisicamente da un collega.
Particolarmente inquietante è la testimonianza di Saul Freeman. Il paziente racconta di essere stato sottoposto a un piccolo intervento chirurgico alla fronte quando il medico che lo stava operando, con il bisturi in mano, avrebbe cominciato a parlargli della guerra a Gaza e dei bambini che vi vengono uccisi.
Poi la frase che ha trasformato una situazione già sconcertante in qualcosa di molto più grave. Il medico avrebbe osservato che «si potrebbe pensare che abbiano imparato la lezione da ciò che è accaduto loro in Europa». Freeman gli ha chiesto a chi si riferisse. La risposta sarebbe stata: «Agli ebrei».
Il paziente ha raccontato di essere stato preso dal panico. In quel momento si trovava infatti in una condizione di totale vulnerabilità, affidato a un medico che lo stava operando e che contemporaneamente esprimeva nei confronti degli ebrei un giudizio legato alla Shoah e alla guerra in corso. Freeman ha presentato una denuncia formale. Lo Sheffield Teaching Hospitals NHS Foundation Trust ha annunciato l’apertura di un’indagine urgente, assicurando di considerare accuse di questo genere con la massima serietà e di voler adottare i provvedimenti necessari sulla base delle conclusioni dell’inchiesta.
Il caso si inserisce in un quadro più ampio descritto dal rapporto. Dopo il 7 ottobre e l’inizio della guerra tra Israele e Hamas, una parte degli ebrei britannici sostiene di vivere con crescente disagio anche il rapporto con il sistema sanitario. Un luogo nel quale ogni paziente dovrebbe potersi sentire protetto rischia così, per alcuni, di diventare un ambiente nel quale nascondere la propria identità appare la scelta più prudente.
Gli autori del rapporto chiedono quindi ai responsabili del NHS di rafforzare le procedure disciplinari e i meccanismi di segnalazione. La questione, ormai, riguarda qualcosa di elementare: garantire che un ebreo possa entrare in un ospedale britannico per curarsi senza chiedersi se dichiarare chi è possa trasformarsi in un rischio.
(Setteottobre, 17 settembre 2026)
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Israele è piccolo. Come mai sconvolge il mondo intero?
Dalla Striscia di Gaza allo Stretto di Hormuz: come mai Israele, nonostante le sue dimensioni ridotte, si trova sempre più al centro di crisi globali e delle loro conseguenze.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Una guerra combattuta a migliaia di chilometri dall’Europa può improvvisamente far aumentare i prezzi della benzina, dell’elettricità, dei biglietti aerei e delle merci. E a un certo punto il cittadino comune a Berlino, Londra o Parigi si chiede: che cosa ha a che fare questo eterno conflitto con la mia vita? O, per dirla in modo molto più crudo: perché questo minuscolo Israele rovina la vita al mondo? La domanda è ingiusta. Ma proprio per questo bisogna porla. Perché descrive una percezione che può diffondersi in Occidente.
Eppure, solo pochi anni fa, tutto sembrava completamente diverso. Gli Accordi di Abramo sembravano inaugurare una nuova era. Israele normalizzava i propri rapporti con gli Stati arabi, gli israeliani volavano a Dubai, il commercio e la cooperazione in materia di sicurezza si sviluppavano e persino un avvicinamento tra Gerusalemme e Riad appariva improvvisamente possibile. La speranza era rivoluzionaria: Israele avrebbe potuto trasformarsi da corpo estraneo del Medio Oriente a parte integrante di un nuovo ordine regionale.
Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. Con il massacro perpetrato da Hamas, questa nuova realtà è andata in frantumi. Israele è entrato in guerra contro Hamas. Hezbollah ha aperto un altro fronte dal Libano. Gli Houthi hanno attaccato navi nel Mar Rosso. Le milizie filo-iraniane in Iraq e in Siria si sono attivate. Dietro questa rete c’era sempre la stessa potenza strategica: il regime dell’Ayatollah a Teheran. La guerra di Israele nella Striscia di Gaza si è trasformata, passo dopo passo, in una guerra regionale. E dalla guerra regionale, infine, in una crisi con conseguenze globali. Perché il Medio Oriente possiede un’arma che va ben oltre i missili e i droni: la sua geografia.
Lo Stretto di Hormuz è una delle rotte energetiche più importanti del pianeta. Dall’altra parte della Penisola Arabica si trova Bab al-Mandab, la porta tra l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e il Canale di Suez. Entrambi questi stretti sono arterie dell’economia mondiale. Chi li blocca o li minaccia non colpisce solo Israele. Colpisce l’Europa, l’Asia, la navigazione internazionale e l’approvvigionamento energetico. Improvvisamente, la guerra non raggiunge più l’Occidente solo attraverso le immagini televisive. Lo raggiunge alla stazione di servizio. Se le petroliere non possono più attraversare in sicurezza lo Stretto di Hormuz e le navi mercantili devono evitare il Mar Rosso, i costi di trasporto e di assicurazione aumentano. Le catene di approvvigionamento si allungano. L’energia diventa più costosa. Le aziende pagano di più e, alla fine, a pagare è il consumatore.
Di conseguenza, cambia anche la percezione di Israele. L’europeo medio non si occupa quotidianamente della strategia delle Guardie della Rivoluzione iraniane. Non conosce l’intero arsenale missilistico di Hezbollah e comprende a malapena la complessa rete di milizie sciite che si snoda tra Teheran, Baghdad, Damasco, Beirut e Sanaa. Vede qualcosa di molto più semplice. Vede la Striscia di Gaza. Vede gli aerei da combattimento israeliani. Vede Benjamin Netanyahu. Vede la guerra. L’ondata di proteste contro Israele nelle grandi città europee sta crescendo. E a un certo punto si ritrova con la bolletta da pagare.
Allora sorgono altre domande: perché l’energia sta diventando di nuovo più cara? Perché le navi da guerra europee devono recarsi nel Mar Rosso? Perché le nostre rotte commerciali sono minacciate? Perché Israele ha sempre bisogno del sostegno americano? Perché questa guerra non finisce mai? E infine: perché, in fin dei conti, tutto ruota sempre intorno a Israele? È proprio qui che inizia il problema politico. Chi osserva attentamente gli eventi, vede una complessa catena di cause. Hamas ha deciso di sferrare l’attacco del 7 ottobre. Hezbollah ha deciso di attaccare Israele. L’Iran ha costruito nel corso di decenni un anello militare intorno a Israele. Gli Houthi decidono di attaccare le navi internazionali. Teheran decide la propria politica nello Stretto di Hormuz.
Ma l’opinione pubblica raramente ragiona in termini di contesti complessi. Alla fine rimane un semplice denominatore comune: Israele. Gaza? Israele. Libano? Israele. Iran? Israele. Mar Rosso? Ancora Israele. Hormuz? Ancora una volta una guerra in cui Israele è al centro. E così la domanda cruciale si sposta lentamente dalla causa alla colpa. Questo spiega anche un cambiamento notevole avvenuto dal 7 ottobre. Subito dopo il massacro di Hamas, per gran parte dell’Occidente era chiaro: Israele era stato attaccato e aveva il diritto di difendersi. Le guerre hanno una caratteristica pericolosa: più durano, più il loro inizio svanisce dalla memoria. Il 7 ottobre risale ormai a anni fa. L’Israele attaccato è diventato, nella percezione di molte persone, l’Israele che combatte. E dall’Israele che combatte si arriva infine all’Israele che, a quanto pare, destabilizza l’intera regione.
Forse è proprio qui che risiede il vero pericolo. Un tempo si diceva che gli ebrei fossero responsabili delle crisi bancarie, delle rivoluzioni, delle guerre o del declino sociale. Oggi questa affermazione può assumere una formulazione più moderna: Israele è responsabile di Gaza, del Libano, dell’Iran, delle rotte commerciali interrotte e, alla fine, persino del mio conto più salato. I tempi e i concetti sono cambiati. Il meccanismo è lo stesso. Una crisi complessa viene ridotta a un unico colpevole ebreo. Proprio per questo Israele deve difendere non solo i propri confini, ma anche la verità su causa ed effetto.
Quale governo europeo, dopo un massacro come quello del 7 ottobre, avrebbe dichiarato: «Non reagiremo, perché una guerra potrebbe pesare sull’economia mondiale»? Quale Stato accetterebbe che centinaia di migliaia dei propri cittadini debbano abbandonare le loro case al confine, perché al di là di esso un’organizzazione terroristica altamente armata ha dispiegato decine di migliaia di razzi? E cosa deve fare Israele se l’Iran minaccia apertamente la sua distruzione e, allo stesso tempo, potenzia le capacità militari per farlo?
Si può discutere sulla strategia di Israele. Lo facciamo noi stessi ogni giorno. Ma la richiesta che Israele lasci semplicemente fare ai propri nemici, affinché il petrolio rimanga a basso costo e le navi portacontainer possano navigare indisturbate, non è una politica di pace. È qui che risiede la vera ironia di questa storia. Israele non possiede né enormi riserve di petrolio né un vasto territorio. Non ha la popolazione dell’Iran, della Turchia o dell’Egitto e non è una superpotenza globale. Sulla mappa del mondo, Israele è poco più di una stretta striscia di terra. Eppure Washington, Londra, Parigi, Berlino, Ankara, Riyadh e Teheran discutono su cosa farà Gerusalemme prossimamente. Israele attaccherà di nuovo l’Iran? Fino a dove si spingerà Israele in Libano? Cosa accadrà nella Striscia di Gaza? Cosa accadrà in Giudea e Samaria? Gli Accordi di Abramo sopravviveranno? Dopo le guerre si arriverà a un nuovo ordine regionale o a una guerra ancora più vasta? Israele è diventato minuscolo dal punto di vista geografico, ma enorme dal punto di vista geopolitico.
Per chi guarda alla storia di questo paese anche attraverso la Bibbia, ciò rappresenta un’ironia quasi incredibile. Questo paese non è mai stato importante per le sue dimensioni. Si è sempre trovato tra imperi, continenti e culture. Egizi, Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Romani, Arabi, Crociati, Ottomani e Britannici hanno combattuto per o attraverso questa terra. Oggi gli imperi hanno altri nomi. I carri da guerra sono stati sostituiti dagli aerei da combattimento, la cavalleria dai droni, le carovane dalle petroliere.
Già la Bibbia descrive questo paradosso. Israele è piccolo, ma la sua storia tocca i popoli. Zaccaria vede addirittura Gerusalemme come una «pietra d’inciampo per tutte le nazioni». Non occorre vedere in ciò una profezia diretta per l’attualità politica per coglierne l’ironia. Gli imperi vanno e vengono, ma questo minuscolo lembo di terra biblica nel cuore del mondo antico costringe ripetutamente le grandi potenze a confrontarsi con esso. Israele non è mai stato abbastanza grande da dominare il mondo, ma a quanto pare nemmeno abbastanza insignificante da poter essere ignorato dal mondo.
Pertanto: Gerusalemme è ancora Gerusalemme. E questo minuscolo Paese continua a non lasciare il mondo indifferente. Solo che ora si aggiunge qualcosa di nuovo: il mondo non si limita più a stare a guardare. Contribuisce anche finanziariamente. Ed è proprio qui che risiede un enorme pericolo per Israele. Finché il conflitto mediorientale era per un europeo principalmente una notizia in televisione, era possibile giudicarlo dal punto di vista morale. Si poteva manifestare a favore di Israele o dei palestinesi, approvare risoluzioni e indignarsi. Ma non appena il conflitto fa aumentare i prezzi della benzina, dell’elettricità, dei beni e dei posti di lavoro, la morale ha un prezzo.
Allora la domanda occidentale potrebbe cambiare. Non più: «Chi ha iniziato questa guerra?», ma: «Chi fa in modo che non finisca?». E poiché Israele è democratico, militarmente forte, visibile e strettamente legato all’Occidente, questa domanda verrà posta soprattutto a Gerusalemme, non ad Hamas, a Hezbollah, agli Houthi o ai mullah di Teheran. Questo può sembrare ingiusto. Ma la politica internazionale è raramente giusta.
Per questo a Israele non basta vincere militarmente le proprie guerre. Israele deve essere in grado di spiegare perché combatte, per cosa combatte e quale dovrebbe essere l’esito finale. Perché la narrazione più pericolosa dei prossimi anni potrebbe essere spaventosamente semplice: senza Israele non ci sarebbe la guerra a Gaza. Senza Israele non ci sarebbe la guerra in Libano. Senza Israele non ci sarebbe la guerra con l’Iran. Senza questa guerra non ci sarebbe la crisi a Hormuz e nel Mar Rosso. Quindi il problema è Israele. È proprio questo il circolo vizioso che Israele deve spezzare.
È proprio qui che sta il paradosso. Israele è un paese minuscolo, ma quando qui c’è un incendio, lo sente il mondo intero: nelle borse, sulle rotte marittime e nei prezzi dell’energia. A un certo punto l’europeo si chiede: perché questo piccolo Paese mi costa così tanto? La risposta di Israele deve essere chiara: non è la forza di Israele a destabilizzare il Medio Oriente, ma le forze che costringono ripetutamente Israele a ricorrere alla propria forza.
(Israel Heute, 17 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele e Marocco intendono scambiarsi gli ambasciatori
NEW YORK – Israele e Marocco continuano ad avvicinarsi. Mercoledì, in occasione di un incontro a New York, i ministri degli Esteri dei due Paesi hanno dichiarato di voler scambiarsi gli ambasciatori per la prima volta. Le rappresentanze diplomatiche dovrebbero quindi essere elevate al rango di ambasciate.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar (Nuova Speranza) ha dichiarato che sono in corso ulteriori accordi: il numero dei voli diretti dovrebbe essere aumentato e, inoltre, entrambe le parti intendono concludere entro la fine dell’anno due importanti accordi di cooperazione in ambito economico. Tra le altre cose, si mira a evitare la doppia imposizione per promuovere gli investimenti. Sono inoltre previste visite di Stato di politici di alto livello.
L’incontro è stato organizzato dall’ambasciatore americano presso l’ONU Mike Waltz. Sa’ar lo ha ringraziato per l’iniziativa. Le relazioni tra Israele e il Marocco sono importanti e «racchiudono un grande potenziale per entrambi i popoli».
• Portare avanti lo «spirito degli Accordi di Abramo»
In una dichiarazione congiunta dei tre paesi, i partecipanti hanno sottolineato di voler ribadire lo «spirito degli Accordi di Abramo». L’instaurazione di relazioni diplomatiche a pieno titolo, pacifiche e amichevoli è nell’interesse comune del Marocco e di Israele.
Negli Stati Uniti e Israele ribadiscono nella dichiarazione il loro riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara occidentale. L’autonomia proposta dal Marocco sarebbe l’unica soluzione per risolvere il conflitto nella regione. La milizia Polisario, sostenuta dall’Algeria, rivendica il territorio.
Il riconoscimento del Sahara occidentale come territorio marocchino era una condizione per l’adesione del Marocco agli Accordi di Abramo, concordata alla fine del 2020. Da allora, Israele e il Marocco hanno stipulato una serie di accordi successivi, tra cui uno in ambito di difesa.
(Israelnetz, 16 settembre 2026)
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Lo Scudo di Achille cambia gli equilibri nel Mediterraneo orientale
La nuova difesa greca basata su tecnologia israeliana rafforza l’asse tra Atene e Gerusalemme e accende la competizione strategica con Ankara
di Mariano Giustino
Israele ha preparato il suo “cavallo di Troia” nel Mediterraneo orientale attraverso lo “Scudo di Achille”, presentato come un progetto puramente difensivo tra Atene e Gerusalemme, ma destinato a modificare gli equilibri regionali e ad alimentare la corsa agli armamenti.
L’accordo, del valore di circa 3,1 miliardi di euro, prevede la realizzazione in Grecia di una rete nazionale di difesa multilivello contro missili balistici, velivoli e droni. Il sistema integrerà le tecnologie israeliane David’s Sling, Barak MX e Spyder, radar avanzati e una struttura unificata di comando e controllo. Per Israele rappresenta la più importante esportazione militare nei rapporti con Atene; per la Grecia segna l’ingresso in una “nuova realtà”, diventando il primo Paese dell’Unione europea a riunire diverse piattaforme israeliane in un unico scudo nazionale.
Diciannove imprese greche parteciperanno al programma con una quota superiore a 750 milioni di euro, circa il 25% dell’investimento. La parte principale delle risorse sarà comunque destinata all’industria israeliana. Il progetto rientra nell’“Agenda 2030”, il piano di modernizzazione militare greco da circa 30 miliardi di euro entro il 2036, che comprende fino a quaranta caccia F-35, nuove fregate, sottomarini e droni. Lo scudo dovrebbe essere operativo entro il 2029.
La cooperazione tra Grecia e Israele si estende all’addestramento, alle esercitazioni, alla ricerca militare, alla difesa informatica e al contrasto degli sciami di droni e dei mezzi sottomarini senza pilota. Un ulteriore accordo da circa 650 milioni riguarda il sistema missilistico PULS. Grecia e Cipro vengono così inserite in un’architettura strategica sostenuta dagli Stati Uniti e idealmente estesa dall’India agli Emirati Arabi Uniti fino al Mediterraneo.
Formalmente la rete è rivolta soprattutto contro l’Iran, ma nei fatti altera anche i rapporti di forza con la Turchia. Israele utilizza le proprie tecnologie per accreditarsi come partner indispensabile dell’Europa e della Nato, dopo le vendite dell’Arrow 3 alla Germania e del David’s Sling alla Finlandia. Washington conserva un ruolo decisivo, poiché il trasferimento di alcune tecnologie richiede l’autorizzazione statunitense. Le esportazioni militari diventano inoltre uno strumento politico con cui Israele cerca di attenuare l’isolamento internazionale legato alla guerra di Gaza.
Ankara osserva con preoccupazione la collaborazione greco-israeliana. Il ministro della Difesa turco Yaşar Güler, rispondendo a un’interpellanza parlamentare, ha ammesso che le istituzioni dello Stato stanno valutando scenari che vanno dalla crisi alla guerra. Pur non annunciando un conflitto, il documento rappresenta un raro riconoscimento ufficiale dell’inclusione di questa eventualità nella pianificazione strategica turca. La preoccupazione riguarda soprattutto la possibile installazione di sistemi israeliani sulle isole greche vicine alla costa anatolica, insieme alla costruzione di infrastrutture sotterranee, depositi di munizioni, centri di comando e piste per aerei militari. Ankara contesta da tempo la militarizzazione delle isole dell’Egeo orientale richiamandosi ai trattati di Losanna e Parigi. Atene sostiene invece che alle isole si applichino regimi giuridici differenti e rivendica il diritto all’autodifesa.
Al centro dello scontro rimane anche la delimitazione delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive (ZEE). La Grecia ritiene di poter estendere le proprie acque fino a dodici miglia nautiche, mentre la Turchia considera questa prospettiva un tentativo di porre sotto controllo greco oltre il 70% dell’Egeo, limitando il proprio accesso alle risorse energetiche del Mediterraneo orientale. Ankara continua, perciò, a indicare tale eventualità come possibile causa di guerra.
Le tensioni si sono riaccese con la creazione, da parte turca, di due parchi marini nell’Egeo nord-orientale e nel Mediterraneo orientale, in aree contese presso Lemno, Samotracia, Rodi e Kastellorizo. Atene ha giudicato illegale l’iniziativa. Anche la Grecia aveva istituito parchi nelle Isole Ionie e nelle Cicladi meridionali. La tutela ambientale rischia così di diventare uno strumento attraverso il quale entrambi i Paesi cercano di consolidare le rispettive rivendicazioni senza ricorrere direttamente alla forza. Atene interpreta le mosse turche come un’applicazione della dottrina della “Mavi Vatan”, la “Patria Blu”.
La rivalità turco-israeliana si estende intanto alla Siria. Il 18 agosto aerei israeliani hanno colpito la base di Abu el-Zuhur, sostenendo che fosse in corso l’installazione di radar e il dispiegamento di forze turche. Israele vuole conservare il controllo dei cieli siriani per neutralizzare le minacce jihadiste e mantenere l’Iran sotto pressione. Ankara ha negato la presenza di una propria delegazione e condannato l’attacco. Gli Stati Uniti hanno quindi cercato di rafforzare i meccanismi di de-escalation per evitare incidenti tra le forze israeliane, turche e siriane.
La competizione coinvolge ormai contemporaneamente Egeo, Mediterraneo orientale e Siria. La Grecia, sentendosi minacciata da una Turchia più popolosa e meglio armata, considera indispensabile colmare il divario militare. Anche le sue alleanze rispondono a questa logica, come dimostrò nel 2021 l’invio di batterie Patriot in Arabia Saudita. Nonostante le critiche dell’opinione pubblica greca per Gaza, il premier Kyriakos Mitsotakis mantiene stretti rapporti con Benjamin Netanyahu. Le elezioni previste entro la primavera del 2027 potrebbero inoltre favorire posizioni più nazionaliste verso Ankara.
Lo “Scudo di Achille” aumenterà le capacità difensive greche e sosterrà l’industria nazionale, ma spingerà la Turchia a sviluppare nuove contromisure. Ogni iniziativa viene presentata come difensiva da chi la adotta e interpretata come offensiva dalla controparte. Senza un serio percorso diplomatico tra Grecia, Turchia e Israele, lo scudo rischia quindi di trasformarsi da strumento di sicurezza in un moltiplicatore dell’instabilità e nel simbolo di un Mediterraneo orientale diviso in schieramenti contrapposti.
(Setteottobre, 16 settembre 2026)
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Donna che indossa una stella di David aggredita a Berlino
I due uomini si sono avvicinati alla donna e le hanno rivolto insulti antisemiti. Uno dei sospettati ha poi attaccato la donna con una bottiglia di vetro rotta. La vittima ha subito diversi tagli alla mano mentre cercava di difendersi ed è stata portata in ospedale.
di Nina Prenda
Una donna di 43 anni che indossava una collana con la Stella di David è stata ferita in un attacco antisemita nel centro di Berlino venerdì 11 settembre, quando due uomini l’hanno insultata e uno l’ha aggredita con una bottiglia di vetro rotta, secondo le autorità.
La polizia di Berlino ha detto che l’attacco è avvenuto intorno alle 2:30 del mattino, venerdì, nel quartiere di Mitte.
I due uomini si sono avvicinati alla donna e le hanno rivolto insulti antisemiti. Uno dei sospettati ha poi attaccato la donna con una bottiglia di vetro rotta.
La vittima ha subito diversi tagli alla mano mentre cercava di difendersi ed è stata portata in ospedale. Non c’è stato alcun aggiornamento sulle sue condizioni da parte delle autorità.
Bild ha riferito che i due sospettati sono fuggiti dalla scena e apparentemente sono rimasti non identificati.
L’assalto è arrivato tra livelli persistentemente alti di antisemitismo in Germania dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele e alla guerra che ne è seguita.
L’Associazione federale dei dipartimenti per la ricerca e l’informazione sull’antisemitismo, nota come RIAS, ha dichiarato a maggio che molti membri della comunità ebraica in Germania evitano di mostrare simboli religiosi o parlare apertamente ebraico tra molestie, intimidazioni e violenza negli spazi pubblici.
Secondo un rapporto di luglio della J7 Task Force, un’organizzazione che rappresenta le principali comunità ebraiche in sette nazioni, la Germania ha documentato 8.725 incidenti antisemiti nel 2025, segnando un picco del 215% in cinque anni. Ciò ha rappresentato il più alto tasso pro capite del mondo, con quasi 70 incidenti ogni 1.000 residenti ebrei.
(Bet Magazine Mosaico, 16 settembre 2026)
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Come si imparava l’ebraico mille anni fa
di Ruben Caivano
Un affascinante frammento di vita quotidiana emerge dalla Genizah del Cairo: i manoscritti conservati per secoli nella sinagoga Ben Ezra di Fustat rivelano come, circa mille anni fa, i bambini ebrei del mondo islamico medievale imparassero a scrivere in ebraico. Tra i materiali ritrovati figurano numerosi quaderni scolastici dell’epoca: fogli con l’alfabeto ripetuto più volte, talvolta accompagnato da disegni infantili, oppure singole lettere riprodotte in forme diverse o con le vocalizzazioni. Alcune lettere apparivano ingrandite, incorniciate o colorate, segno che già allora gli insegnanti cercavano di rendere l’apprendimento più efficace e coinvolgente.
Oltre alla semplice copiatura dell’alfabeto, maestri e allievi medievali idearono un sistema più elaborato: frasi in rima costruite in modo da contenere, una sola volta ciascuna, tutte le lettere dell’alfabeto ebraico. Copiando questi versi, i bambini esercitavano l’intero alfabeto senza limitarsi a un elenco meccanico. Tra i frammenti della Genizah se ne conservano decine di esempi, noti agli studiosi da decenni.
Questi versi non erano solo esercizi tecnici: veicolavano anche messaggi educativi. Uno invitava il bambino a svegliarsi presto e a non essere pigro; un altro affermava che il desiderio di conoscenza è un dono divino e che il sapere vale più dell’argento. Quest’ultima frase è stata individuata dalla professoressa Shulamit Elizur, esperta di poesia liturgica ebraica all’Università Ebraica di Gerusalemme, in un frammento conservato a Cambridge. La studiosa sottolinea come questi esercizi unissero l’addestramento alla scrittura a un invito alla costanza nello studio e alla priorità della conoscenza sui beni materiali.
(Shalom, 16 settembre 2026)
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Israele non combatte affinché i propri figli continuino a combattere
Dopo quasi tre anni di guerra, Israele si trova ad affrontare una nuova sfida: trasformare i successi militari in sicurezza, ricostruzione e un futuro in cui la prossima generazione debba combattere meno.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Israele ha cambiato la realtà strategica in Medio Oriente. Eppure, Israele si avvia verso il quarto anno di guerra, mentre praticamente tutti i fronti rimangono aperti: la Striscia di Gaza, il Libano, la Siria, l’Iran e, non da ultimo, la Giudea e la Samaria. La domanda cruciale, quindi, non è più solo: «Come fa Israele a vincere le guerre?», ma piuttosto: «Come fa Israele a tornare alla vita normale dopo la guerra?». La Bibbia conosce molto bene questa transizione. Israele ha ora bisogno di una leadership politica che sappia riconoscere quando i successi militari devono tradursi in una nuova realtà strategica. Una nazione, infatti, non può vivere per sempre in stato di guerra.
Tra gli obiettivi bellici iniziali, finora ne è stato raggiunto pienamente solo uno: il ritorno degli ostaggi. Altri obiettivi strategici rimangono ancora in sospeso. La sfida dei prossimi mesi consiste quindi nel chiudere i vari fronti, per quanto possibile, attraverso accordi di sicurezza solidi. Ciò non significa barattare la sicurezza di Israele con promesse politiche. Al contrario, ogni accordo deve essere valutato in base alla possibilità che gli israeliani possano tornare a vivere in sicurezza a Sderot, Metulla, Kiryat Shmona e nelle altre località di confine.
Ma la sicurezza significa più di una recinzione di confine tranquilla. Le persone devono poter tornare a casa. Le case devono essere ricostruite, devono essere creati posti di lavoro, le scuole devono essere potenziate, le strade migliorate e l’assistenza sanitaria ampliata. Dopo la guerra, il sud e il nord non devono tornare a essere una periferia dimenticata. Qui si cela una dimensione profondamente biblica. I profeti d’Israele descrivono la redenzione, con sorprendente frequenza, non in modo astratto, ma molto concreto: le persone tornano a casa, si costruiscono case, si piantano vigneti e i bambini giocano di nuovo per le strade. Il profeta Zaccaria descrive Gerusalemme dopo un periodo di catastrofe con un'immagine meravigliosa: «Anziani e anziane siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme… e le piazze della città saranno piene di ragazzi e ragazze che vi giocano» (Zaccaria 8). Forse è proprio questa la definizione di una vittoria israeliana: non solo sconfiggere il nemico, ma anche permettere ai bambini di tornare a giocare all’aperto. Per questo, però, anche l’esercito stesso deve recuperare le forze. Dopo anni di impiego continuo, i soldati di carriera e i riservisti hanno bisogno di tempo per l’addestramento, il riposo e la famiglia. Un esercito non può combattere in modo permanente e prepararsi contemporaneamente alla prossima guerra.
Soprattutto i riservisti hanno pagato un prezzo enorme. Dietro ogni riservista c’è una famiglia, un posto di lavoro, un’azienda e una vita che è stata interrotta più e più volte. Per questo anche il dibattito sulla chiamata alle armi degli uomini ultraortodossi non è più una questione marginale. Il peso della difesa di Israele non può essere sostenuto a lungo termine sempre dagli stessi settori della popolazione. Non si tratta di una questione tra religiosi e laici. È una questione di responsabilità reciproca. La Bibbia formula questo principio con straordinaria chiarezza. Quando le tribù di Ruben e Gad vollero stabilirsi a est del Giordano, Mosè chiese loro: «I vostri fratelli andranno in guerra mentre voi resterete qui seduti?» (Numeri 32). Questa domanda ha più di 3.000 anni e suona spaventosamente attuale. Tutti e tre i nostri figli sono stati in guerra, così come nostro genero e nostra nuora. Oggi, come genitori, vediamo come questi anni abbiano cambiato i nostri figli e con quali cicatrici, visibili e invisibili, tornino nelle loro famiglie, nei loro luoghi di lavoro e nella loro vita quotidiana. Allo stesso tempo, Israele deve prendersi cura di coloro che tornano feriti da questa guerra. Non solo i feriti fisicamente, ma anche coloro le cui ferite nessuno vede. Migliaia di soldati, riservisti e civili ne porteranno le conseguenze ancora per molto tempo. La loro riabilitazione non è un atto di beneficenza sociale. È un dovere nazionale.
La grande sfida per Israele consiste quindi nel porre fine alla guerra e nel raggiungere, sui singoli fronti, accordi di sicurezza o almeno intese sostenibili. In questo contesto, la capacità di influenza di Israele non è la stessa ovunque. Per quanto riguarda l’Iran, molto dipende dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal modo in cui Washington continuerà a condurre e a plasmare la guerra. In questo ambito, la capacità di influenza di Israele è relativamente limitata. Sugli altri fronti, Gerusalemme dispone di un margine di manovra molto più ampio. Sia nella Striscia di Gaza che in Libano sono già stati avviati dei processi, ma il loro successo dipende da due fattori: la disponibilità al compromesso e il coraggio politico della leadership. La questione decisiva è se l’attuale leadership israeliana, o quella che le subentrerà dopo le elezioni, sarà disposta ad adottare anche misure impopolari, qualora queste fossero necessarie per la sicurezza a lungo termine di Israele.
Un altro fronte aperto si trova nel cuore biblico della Giudea e Samaria. Lì Israele non può limitarsi a gestire il conflitto a lungo termine. Il terrorismo palestinese deve essere combattuto con coerenza. Lo stesso vale, tuttavia, per gli estremisti ebrei che credono di poter prendere la legge nelle proprie mani in nome della patria stessa. Uno Stato ebraico non può accettare che ciascuno faccia «ciò che è giusto ai propri occhi». È proprio questa formulazione che il Libro dei Giudici descrive come segno di disgregazione sociale. Proprio perché consideriamo questa terra il nostro cuore biblico, lì deve prevalere la legge. L’amore per la terra non deve mai diventare una giustificazione per l’illegalità.
Infine, Israele deve preservare le sue alleanze regionali. La collaborazione con la Grecia e Cipro, con gli Stati arabi e i paesi del Golfo ha dimostrato che Israele non deve necessariamente rimanere per sempre isolato in questa regione. Gli Accordi di Abramo hanno aperto una porta che, nonostante la guerra, la sfiducia e le battute d’arresto politiche, non deve essere richiusa. Forse qui si cela addirittura una delle maggiori opportunità dei prossimi anni. Israele ha dimostrato di sapersi difendere. Il prossimo compito consiste nel trasformare la forza militare in opportunità politiche.
Dopo quasi tre anni di guerra, Israele ha quindi bisogno di una nuova missione nazionale: passare dalla sopravvivenza alla ricostruzione. Ciò non significa diventare ingenui. L’Iran rimane pericoloso, Hamas non è scomparso, il Libano rimane instabile e la Siria imprevedibile. Israele continua a vivere in un contesto in cui la forza militare è vitale. Ma la forza da sola non può essere l’obiettivo.
Una nazione non ha solo bisogno di una risposta alla domanda contro cosa sta combattendo. Deve anche sapere per cosa sta combattendo. Israele non combatte affinché i suoi figli diventino un giorno guerrieri migliori. Israele combatte affinché i suoi figli debbano combattere meno un giorno.
Questa sarebbe la vera vittoria dopo il 7 ottobre: un esercito forte che possa riprendersi, riservisti che tornino alle loro famiglie, soldati feriti che ritrovino la loro vita, comunità fiorenti nel nord e nel sud e sicurezza in Giudea e Samaria. Abbiamo dimostrato di saper combattere. Ora dobbiamo dimostrare che siamo anche in grado di costruire un futuro. Perché l’obiettivo biblico di Israele non è la guerra eterna. È una terra in cui le persone possano tornare a seminare, a raccogliere, a fondare famiglie e a vedere crescere i propri figli senza paura. Forse questa è, in fin dei conti, la più grande vittoria sul 7 ottobre: che i nostri nemici ci abbiano costretto alla guerra, ma non determineranno come sarà il nostro futuro.
(Israel Heute, 16 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Abbiamo dimostrato di saper combattere. Ora dobbiamo dimostrare che siamo anche in grado di costruire un futuro». No, caro Schneider, il futuro non si costruisce con le proprie mani, tanto meno nel caso di Israele. Non c'è un "sol dell'avvenire" umano per il popolo di Dio. Che fare dunque? Nella Bibbia si possono trovare altre citazioni, oltre a quelle scelte ad arte dall'autore. Alcune di queste hanno un invito comune: "Cercate”. “Cercate l'Eterno e vivrete, affinché egli non si avventi come un fuoco sulla casa di Giuseppe e la consumi” (Amos 5:6).
“Cercate l'Eterno, voi tutti umili della terra, che mettete in pratica i suoi precetti! Cercate la giustizia, cercate l'umiltà! Forse sarete messi al riparo nel giorno dell'ira dell'Eterno” (Sofonia 2:3). “Cercate l'Eterno mentre lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Lasci l'empio la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri: si converta all'Eterno che avrà pietà di lui e al nostro Dio che è largo nel perdonare. ‘Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie’, dice l'Eterno. ‘Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri’” (Isaia 55:6-9). M.C.
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Gli israeliani tornano in Marocco
Tre collegamenti diretti alla settimana tra Tel Aviv e Marrakech. Il settore turistico marocchino aspetta il ritorno dei visitatori israeliani e punta a recuperarne 20 mila entro fine anno
di Rosa Davanzo
Quasi tre anni dopo il 7 ottobre e l’interruzione dei collegamenti diretti, gli israeliani stanno tornando in Marocco. Ad agosto sono ripresi i voli fra Tel Aviv e Marrakech e oggi sono disponibili tre collegamenti diretti alla settimana, operati da compagnie israeliane. Un ritorno ancora limitato nei numeri, ma importante anche per il significato dei rapporti fra Israele e uno dei Paesi arabi che hanno normalizzato le relazioni con lo Stato ebraico.
Secondo le previsioni del settore turistico, entro la fine dell’anno potrebbero arrivare direttamente in Marocco circa 20 mila israeliani. Una cifra ancora lontana dai livelli precedenti alla guerra, quando i visitatori provenienti da Israele erano arrivati a circa 100 mila, ma la domanda iniziale lascia intravedere una ripresa significativa. I voli disponibili, secondo gli operatori, registrano già un’elevata occupazione e altri israeliani raggiungono il Paese facendo scalo in aeroporti intermedi.
«Vediamo che c’è domanda e ci aspettiamo che continui a crescere», spiega Yishai Molad, responsabile del settore viaggi attivi del gruppo Issta Sport.
Il Marocco occupa un posto particolare nell’immaginario e nella storia di molti israeliani. Centinaia di migliaia di cittadini dello Stato ebraico hanno origini marocchine e per loro un viaggio a Marrakech, Casablanca o nei villaggi dell’Atlante può significare anche ritrovare luoghi legati alla storia familiare.
È il caso di Uri Attias, guida turistica nato da genitori marocchini e da oltre trent’anni accompagnatore di gruppi nel Paese. Ad aprile tornerà in Marocco con una comitiva dopo un’assenza di circa tre anni e mezzo.
«Per me tornare in Marocco è come tornare a casa», racconta. Attias parla marocchino e conserva nel Paese una vasta rete di amicizie. I suoi viaggi cercano di andare oltre gli itinerari turistici tradizionali: visite nelle case, nei villaggi e nelle scuole, incontri con famiglie locali, pasti condivisi e contatti con la comunità ebraica.
Il rapporto personale, racconta, è rimasto intatto anche durante gli anni della guerra. «Gli amici sono come una famiglia, sia gli ebrei sia i musulmani. Quando mi ospitano alla fine del digiuno del Ramadan, ai matrimoni o alle feste familiari, sono uno di casa».
Anche sul versante marocchino il ritorno dei turisti israeliani è molto atteso. Negli anni precedenti alla guerra si era sviluppato un intero settore economico rivolto ai visitatori provenienti da Israele: ristoranti kosher, alberghi, società specializzate in escursioni in fuoristrada, autisti e guide. L’improvvisa scomparsa di quel mercato ha rappresentato per molte attività una perdita considerevole.
«Ci sono molte imprese in Marocco che aspettano davvero i turisti israeliani. Per loro sono una fonte di ossigeno», afferma Attias. Alcune società organizzavano due o tre viaggi al mese destinati esclusivamente a gruppi israeliani prima che tutto si interrompesse. Secondo la guida, l’atteggiamento della popolazione locale nei loro confronti non è sostanzialmente cambiato: «Aspettano che tornino i gruppi organizzati». La ripresa sta inoltre riportando sul mercato forme di turismo diverse dai tradizionali circuiti fra Marrakech, Casablanca e le città imperiali. Gli operatori propongono escursioni in bicicletta, viaggi in fuoristrada e itinerari attraverso i villaggi e le montagne dell’Atlante, con una particolare attenzione agli incontri con le comunità locali.
Per molti israeliani resta centrale anche il turismo delle radici. C’è chi cerca il villaggio dal quale partirono genitori o nonni, chi visita le tombe di rabbini e tzaddikim e chi vuole ricostruire una parte della propria storia familiare. In Marocco la presenza ebraica risale a molti secoli fa e ha lasciato sinagoghe, cimiteri, quartieri e luoghi di pellegrinaggio ancora profondamente legati alla memoria degli ebrei marocchini trasferitisi in Israele.
Il ritorno dei voli diretti assume così un significato che va oltre il turismo. Dopo quasi tre anni di guerra, tensioni regionali e drastica riduzione dei viaggi degli israeliani in molti Paesi della regione, la rotta Tel Aviv-Marrakech riapre un canale rimasto congelato dal 7 ottobre. Per ora i numeri sono piccoli rispetto al passato. Ma gli aerei hanno ricominciato a volare e, dall’altra parte del Mediterraneo, c’è un settore turistico che aspetta gli israeliani con una frase molto semplice: tornate.
(Setteottobre, 15 settembre 2026)
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La sinagoga del Michigan ripone la Torah nell’Arca per la prima volta dopo l’attacco terroristico
(JNS) I rotoli della Torah sono stati riportati nell’Arca del Tempio Israel di West Bloomfield Township, nel Michigan, venerdì sera, mentre i membri della comunità si riunivano nel santuario della sinagoga per la prima volta dall’attacco terroristico di marzo.
«Bentornati a casa», ha detto il cantore Neil Michaels alla comunità durante la funzione dello Shabbat, che segnava anche l’inizio di Rosh Hashanah. «Per mesi abbiamo pregato in santuari messi a nostra disposizione; abbiamo cantato in sale che non conoscevamo. Abbiamo portato la Torah da un luogo all’altro e abbiamo riscoperto, ancora una volta, qualcosa che il nostro popolo conosce da migliaia di anni: una comunità sacra non è definita dalle mura».
«Eppure, c’è qualcosa nel tornare a casa», ha aggiunto.
Il ritorno è avvenuto quasi sei mesi dopo che un attentatore aveva lanciato un camion contro la sinagoga riformata, una delle più grandi sedi di culto ebraiche del Michigan. Il Temple Israel aveva annunciato che quest’anno le funzioni dell’Alta Festività sarebbero tornate nel santuario.
Il 12 marzo, Ayman Mohamad Ghazali, 41 anni, cittadino statunitense naturalizzato nato in Libano, sfondò con il suo camion le porte della sinagoga e percorse circa 60 metri lungo un corridoio mentre all’interno si trovavano circa 140 bambini e membri del personale. Secondo l’FBI, il camion era carico di esplosivi artigianali. Dopo aver colpito con il veicolo un addetto alla sicurezza e aver sparato con la sua arma attraverso il parabrezza, Ghazali si tolse la vita con un colpo di pistola.
Durante la funzione di venerdì sera, alcuni membri della comunità che avevano partecipato alla ricostruzione della sinagoga hanno portato i rotoli della Torah lungo la navata e li hanno collocati nell’Arca, mentre i cantori intonavano i canti.
Jonathan Greenblatt, amministratore delegato e direttore nazionale dell’Anti-Defamation League, ha dichiarato di essere stato «profondamente commosso» dal ritorno.
«Sia questo un monito per coloro che cercano di minacciare il popolo ebraico o di minimizzare il pericolo che affrontiamo», ha dichiarato. «Il terrore non ci farà desistere. La nostra fede e la nostra determinazione sono più forti del vostro odio».
(HaKol, 15 settembre 2026)
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Norvegia, fino a tre anni di carcere per chi commercia con gli insediamenti israeliani
di Anna Balestrieri
Oslo valuta una legge che vieterebbe il commercio con gli insediamenti israeliani e potrebbe punire le violazioni con pene fino a tre anni di carcere. L’annuncio del ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide segna un ulteriore irrigidimento della politica di Oslo nei confronti di Israele e ha provocato una dura reazione dell’ambasciata israeliana in Norvegia.
«Gli argomenti a favore della legge sono diventati ancora più forti perché la situazione in Cisgiordania è ulteriormente peggiorata», ha dichiarato Eide alla radiotelevisione pubblica norvegese NRK. Secondo il ministro, inoltre, il fatto che un numero crescente di Paesi stia adottando o valutando misure analoghe rafforzerebbe la scelta di Oslo.
La proposta, che secondo NRK riguarderebbe tanto le persone quanto le aziende che commerciano con gli insediamenti, potrebbe dunque trasformare il boicottaggio commerciale in una questione penale. Chi violasse il divieto rischierebbe fino a tre anni di prigione. Il provvedimento comprenderebbe anche Gerusalemme Est annessa da Israele nel 1980.
Il volume degli scambi interessati sarebbe peraltro limitato. Lo stesso Eide ha riconosciuto che il commercio tra la Norvegia e gli insediamenti israeliani non è particolarmente consistente e riguarda, tra gli altri prodotti, vino e alcune produzioni agricole.
La legislazione era già stata annunciata da Oslo nel giugno scorso. Il governo norvegese aveva allora presentato una proposta per vietare il commercio con gli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria e con i quartieri ebraici di Gerusalemme Est, senza però prevedere esplicitamente pene detentive. Il testo è stato sottoposto a una consultazione pubblica di tre mesi, destinata a concludersi il 19 settembre.
La Norvegia si inserisce così in un fronte occidentale sempre più ampio. Dopo il recente pacchetto di sanzioni britanniche contro gli insediamenti israeliani, Oslo si è unita a Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia in una dichiarazione congiunta nella quale i Paesi hanno manifestato l’intenzione di adottare o sostenere misure analoghe.
Eide ha accompagnato l’annuncio con parole particolarmente dure nei confronti di Israele. Secondo il ministro, per troppo tempo Israele avrebbe potuto «intimidire» i Paesi occidentali accusandoli di antisemitismo quando criticavano le sue politiche. «Quella copertura protettiva di cui Israele ha goduto in molti modi è ormai scomparsa», ha sostenuto Eide.
La risposta israeliana non si è fatta attendere. L’ambasciata israeliana a Oslo ha definito la proposta di criminalizzare il commercio con gli insediamenti «l’ultimo esempio dell’attivismo anti-israeliano ossessivo del ministro degli Esteri norvegese sulla scena internazionale».
La posizione di Oslo non nasce tuttavia oggi. Nel maggio 2024 la Norvegia aveva riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina, contemporaneamente a Irlanda e Spagna, provocando una dura reazione da parte del governo israeliano. La scelta aveva ulteriormente allontanato Oslo dalla tradizionale posizione dei Paesi occidentali che subordinavano il riconoscimento palestinese a un accordo negoziato tra israeliani e palestinesi.
C’è inoltre un episodio, meno noto ma significativo, che aveva già mostrato quanto la questione israeliana fosse diventata politicamente sensibile in Norvegia all’indomani del 7 ottobre. Secondo quanto emerso allora, il governo norvegese intervenne per impedire al compianto re Harald V di inviare a Israele una lettera personale di condoglianze dopo il massacro del 7 ottobre. L’episodio suscitò interrogativi sul rapporto tra la tradizionale funzione rappresentativa della monarchia e la linea politica del governo norvegese in una fase di eccezionale tensione.
Oggi quella distanza sembra essersi ulteriormente ampliata. La possibile introduzione di un divieto commerciale accompagnato da sanzioni penali rappresenterebbe infatti un passo ulteriore rispetto alla semplice condanna politica degli insediamenti: il comportamento di cittadini e imprese norvegesi verrebbe sottoposto a un divieto specifico e, nelle ipotesi più gravi, alla minaccia del carcere.
La misura riguarderebbe anche Gerusalemme Est, territorio che Israele considera parte della propria capitale dopo l’annessione del 1980, mentre numerosi Stati continuano a considerarlo territorio palestinese destinato a far parte di un futuro Stato palestinese. Una questione territoriale e diplomatica irrisolta diventerebbe così anche materia di diritto commerciale e penale norvegese.
Il provvedimento dovrà ora completare l’iter previsto dal governo di Oslo. Ma il significato politico dell’iniziativa è già evidente: la Norvegia non si limita più a criticare la politica israeliana degli insediamenti; sta valutando di trasformare il sostegno economico a quelle realtà in una condotta perseguibile penalmente.
(Bet Magazine Mosaico, 15 settembre 2026)
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Fino a che punto può spingersi l’eccezione religiosa?
Israele si interroga su come possa essere al tempo stesso uno Stato ebraico e uno Stato democratico. Gli ultraortodossi rivendicano per sé il diritto a delle eccezioni, ad esempio per quanto riguarda il servizio militare.
di Francis Moritz
In Israele, il dibattito sugli ultraortodossi viene spesso presentato come uno scontro tra religiosi e laici. Questa interpretazione è riduttiva. Al centro si contrappongono due diverse forme di legittimità: quella di una comunità che vuole preservare la propria identità e quella di uno Stato che finanzia, protegge e mobilita l’intera popolazione in nome di doveri comuni.
Dietro le controversie sull’istruzione, sui finanziamenti pubblici e sul servizio militare emerge quindi una questione più fondamentale: quale posto deve occupare la religione in un Paese che, nonostante le sue imperfezioni, rimane la più importante democrazia pluralistica del Medio Oriente e allo stesso tempo si definisce uno «Stato ebraico»?
• Finanziamenti pubblici e libertà di istruzione
Il primo punto di scontro riguarda le scuole ultraortodosse.
L’argomentazione civica sembra a prima vista semplice: un’istituzione finanziata dalla collettività deve renderne conto alla collettività stessa. Lo Stato può controllare l’utilizzo dei fondi pubblici, ma anche esigere l’insegnamento di un bagaglio minimo di conoscenze che consenta ai bambini di vivere in futuro come adulti autonomi.
A ciò si contrappone un’obiezione altrettanto seria: il controllo finanziario non giustifica necessariamente un controllo ideologico. Lo Stato può sorvegliare l’utilizzo dei fondi senza però decidere ciò in cui i bambini devono credere, cosa devono pensare o cosa devono diventare.
Il vero conflitto inizia nel momento in cui il programma scolastico comune non viene più percepito come trasmissione di conoscenze indispensabili, ma come strumento di assimilazione. A quel punto non si tratta più di quante ore di matematica o di inglese debbano essere insegnate. La questione è più profonda: chi ha il diritto di determinare la futura identità di un bambino?
La posizione ultraortodossa diventa tuttavia difficile da difendere quando combina un finanziamento pubblico consistente, un’autonomia pedagogica quasi totale e il rifiuto degli obblighi legati al sostegno statale.
Si può pretendere che lo Stato sia presente quando paga, ma rimanga assente quando controlla? Una comunità può pretendere protezione senza obblighi, riconoscimento senza supervisione e autonomia senza separazione?
D’altra parte, lo Stato deve dimostrare che l’insegnamento delle materie fondamentali ha lo scopo di offrire ai bambini la possibilità di scegliere autonomamente la loro vita futura, e non mira ad allontanarli dalla loro identità.
• Il servizio militare obbligatorio come punto di rottura
La questione diventa ancora più grave quando si tratta del servizio militare.
Per decenni i governi israeliani hanno rinviato una decisione per preservare le loro coalizioni ed evitare uno scontro con i partiti religiosi. Tuttavia, la guerra, il crescente fabbisogno di personale dell’esercito e la mobilitazione prolungata dei riservisti rendono questo compromesso sempre più insostenibile.
Gli studenti religiosi sono convinti che lo studio della Torah contribuisca alla protezione spirituale di Israele. Nell’ambito della fede, questa convinzione è logica. Una democrazia non ha l’autorità di decidere sull’esistenza o sull’efficacia dell’aiuto divino.
Il problema sorge quando questa convinzione si trasforma in un argomento giuridico che permette a un determinato gruppo di sottrarsi a un dovere imposto a tutti gli altri.
Il soldato apporta un contributo riconoscibile, obbligatorio, pericoloso e controllato dallo Stato. Lo studente religioso rivendica un contributo spirituale, definito dalla propria comunità, non verificabile pubblicamente e che potrebbe rimanere illimitato nel tempo.
Entrambe le forme di impegno possono avere un valore per chi le assume. Tuttavia, non hanno le stesse conseguenze concrete. Una fede può determinare il comportamento personale; difficilmente può obbligare un altro cittadino a rischiare la vita al posto del credente.
Dietro l’argomento spirituale si celano inoltre timori molto concreti: la paura che il servizio militare possa allontanare i giovani dalla loro comunità; il timore della secolarizzazione; la salvaguardia dell’autorità rabbinica; la sopravvivenza di un sistema educativo chiuso.
L’aiuto divino appare quindi meno come l’unico fondamento dell’esenzione, quanto piuttosto come la formulazione sacrale di una strategia volta a preservare la comunità.
• Due categorie di cittadini?
La divisione si acuisce quando alcuni cittadini interrompono la propria formazione o carriera professionale, mettono a rischio la propria salute o la propria vita e, allo stesso tempo, con le loro tasse finanziano le istituzioni di coloro che sono esentati dal servizio militare.
A quel punto non si tratta più solo di una differenza culturale. Si rischia che emergano due forme di cittadinanza: quella dei cittadini protetti e al tempo stesso contributori e quella dei cittadini protetti, ma esentati in modo permanente.
Una democrazia può riconoscere diversi stili di vita e istituire forme adeguate di servizio civile. Tuttavia, le differenze permanenti in materia di istruzione, tassazione o difesa nazionale sono molto più difficili da giustificare.
I partiti religiosi possono naturalmente invocare la propria legittimità democratica. Tuttavia, una maggioranza parlamentare non rende automaticamente giusta ogni decisione. In un sistema di coalizione, un partito di minoranza può esercitare un’influenza che va ben oltre la sua forza numerica, poiché il suo sostegno è indispensabile per la formazione del governo.
C’è una differenza tra i voti necessari per l’approvazione di una misura e una legittimità sufficiente per imporre in modo permanente ad altri cittadini i costi di un’eccezione.
• Cosa significa uno «Stato ebraico»?
Il dibattito, tuttavia, va oltre la posizione degli ultraortodossi. Costringe Israele a definire cosa significhi effettivamente la parola «ebraico» nella denominazione «Stato ebraico».
Si può intendere uno Stato che garantisca la sicurezza e l’autodeterminazione del popolo ebraico; una nazione fondata sulla storia e sulla memoria ebraica; una società la cui lingua, calendario e simboli esprimano la cultura ebraica; oppure uno Stato le cui leggi debbano trarre ispirazione dall’ebraismo religioso.
Questi significati possono coesistere, ma non conducono allo stesso sistema politico.
Israele può essere ebraico in senso nazionale, storico e culturale senza diventare una teocrazia. Può adottare l’ebraico come lingua ufficiale, celebrare le festività ebraiche, riconoscere lo Shabbat come giorno di riposo comune e offrire rifugio agli ebrei perseguitati, proteggendo al contempo l’uguaglianza civica e la libertà di coscienza.
Se però il carattere ebraico dello Stato implica che le autorità religiose debbano decidere in materia di matrimonio, conversione, istruzione o obblighi militari, la natura della questione cambia. Allora non si tratta più solo di preservare un’identità, ma di stabilire chi ha il diritto di interpretare tale identità e di imporre le conseguenze della propria interpretazione.
• Chi ha il diritto di parlare a nome dell’ebraismo?
L’ebraismo è al tempo stesso religione, cultura, memoria, discendenza e fondamento di una rivendicazione nazionale. Non può quindi essere completamente relegato alla sfera privata secondo una concezione rigorosa del secolarismo.
Riconoscere questa dimensione non significa tuttavia lasciare la vita pubblica nelle mani delle autorità religiose.
Il mondo ebraico comprende ebrei ultraortodossi, ebrei ortodossi moderni, tradizionalisti, liberali, ebrei conservatori e laici che si definiscono in base alla loro storia o alla loro appartenenza nazionale, senza seguire i precetti religiosi.
Quando un partito ultraortodosso afferma di difendere il carattere ebraico di Israele, difende quindi una determinata interpretazione dell’ebraismo. La sua rappresentanza democratica gli conferisce il diritto di partecipare al governo; tuttavia, non gli dà il diritto di stabilire per tutti gli israeliani cosa debba significare l’identità ebraica.
Il carattere ebraico dello Stato appartiene al popolo ebraico nella sua intera diversità, oppure alle istituzioni religiose che rivendicano di fornirne l’autentica interpretazione? È forse qui che risiede il punto cieco del dibattito.
• Ebraico e democratico
I concetti di «ebraico» e «democratico» non sono necessariamente in contraddizione tra loro.
Israele può essere ebraico perché realizza il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione – ed essere democratico perché garantisce a ogni cittadino pari diritti civili e politici.
La contraddizione sorge non appena uno dei due principi prevale sull’altro. Se la democrazia richiedesse l’annullamento di ogni identità storica e nazionale, Israele perderebbe parte della sua ragion d’essere. Se invece il carattere ebraico dello Stato consentisse di distribuire diritti e doveri in modo differenziato in base all’appartenenza religiosa, l’uguaglianza democratica ne risulterebbe notevolmente indebolita.
La sfida consiste quindi nel distinguere l’identità dello Stato dal potere della religione all’interno dello Stato. Un Paese può proteggere una tradizione senza sottomettere tutti i cittadini a coloro che rivendicano per sé il diritto esclusivo di interpretare tale tradizione.
Questa distinzione riguarda anche le minoranze arabe, musulmane, cristiane, druse e altre. L’identità nazionale dello Stato può essere ebraica; la cittadinanza deve rimanere uguale per tutti e la libertà di culto deve essere garantita.
Quanto più il carattere ebraico dello Stato assume un’interpretazione religiosa vincolante, tanto più i cittadini non ebrei possono sviluppare la sensazione di appartenere allo Stato dal punto di vista giuridico, ma non pienamente alla nazione a cui esso si professa di appartenere.
• Cosa intende il mondo per «Stato ebraico»
Al di fuori di Israele, questa denominazione non ha un significato univoco.
Per gran parte del mondo ebraico essa indica innanzitutto un rifugio: la garanzia che, dopo le persecuzioni, le espulsioni e la Shoah, gli ebrei dispongano di una terra in grado di accoglierli e difenderli.
Per gli alleati di Israele, il riconoscimento del suo carattere ebraico significa in generale riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico. Da ciò non deriva l’approvazione di ogni politica dei suoi governi.
Per i palestinesi e per parte del mondo arabo, invece, la stessa formulazione può essere intesa come un rifiuto della loro stessa narrativa nazionale, come un pericolo per l’uguaglianza dei cittadini arabi di Israele o come un tentativo di porre fine prematuramente al dibattito sul ritorno dei rifugiati palestinesi.
Ciò che molti israeliani interpretano come una garanzia della loro sopravvivenza, viene percepito da altri come l’istituzionalizzazione della loro esclusione. Le stesse parole racchiudono due ricordi opposti: per gli uni la fine della vulnerabilità ebraica, per gli altri la conferma di un’espropriazione.
• Fino a che punto può spingersi l’eccezione?
La posizione religiosa è legittima quando esige il rispetto di una fede e di uno stile di vita. Perde però gran parte della sua legittimità quando trasforma tale fede in un diritto permanente di far ricadere sugli altri gli oneri materiali della nazione.
La maggioranza non ultraortodossa è legittima quando esige un contributo comune. Lo sarebbe molto meno se utilizzasse questa richiesta per dissolvere un’identità religiosa.
Israele deve quindi conciliare tre dimensioni: lo Stato dei suoi cittadini, basato su pari diritti e doveri; lo Stato nazionale del popolo ebraico, fondato su una storia comune e sul diritto all’autodeterminazione; e uno Stato caratterizzato da una tradizione religiosa ancora viva.
Queste tre dimensioni possono coesistere fintantoché nessuna di esse tenti di eliminare le altre due. Il loro equilibrio diventa impossibile quando l’autorità religiosa rivendica privilegi politici in nome dell’identità nazionale o quando la maggioranza civica considera ogni particolarità religiosa come un’anomalia da eliminare.
La questione non è quindi solo quale posto debba occupare la religione nello Stato ebraico. Si può formulare in modo più preciso:
Israele è ebraico perché fa parte della storia e dell’autodeterminazione del popolo ebraico, oppure deve diventare sempre più religioso per rimanere veramente ebraico?
Da ciò deriva una seconda domanda:
una democrazia può accettare che una comunità invochi la protezione divina per sottrarsi in modo permanente alla difesa umana di quello Stato di cui, al contempo, rivendica la protezione?
Il modo in cui Israele risponderà a queste due domande determinerà la forma dello Stato che intende diventare.
(Israelnetz, 15 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Un'osservazione: in tutto l'articolo non è stato fatto alcun riferimento a Dio.
Una domanda: è ragionevole continuare a discutere sulla retta interpretazione da dare al concetto di "Stato ebraico" senza chiedersi quale potrerbbe essere l'opinione di Dio in proposito. Un'affermazione: alla fine sarà il "problema Dio" ad essere posto al centro dell'interesse in Israele. Se non vorrano farlo gli uomini, sarà Dio stesso a farlo. M.C.
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I candidati a primo ministro di Israele: Gadi Eisenkot
Fra poco più di quaranta giorni, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni politiche, certamente le più importanti della storia recente del Paese perché decideranno chi guiderà la strategia futura e dunque in che direzione andrà lo Stato ebraico. Alle elezioni si sono presentate ben 38 liste, ma di queste probabilmente solo una dozzina entreranno in parlamento. I blocchi principali sono ancora meno: la destra religiosa di Smotrich e Ben Gvir e ora Winter, il centrodestra del Likud (Netanyahu), i due partiti charedì (“ultraortodossi”) le due liste arabe, i quattro partiti fra il centro e la sinistra unificati dal rifiuto di Netanyahu (Bennett/Lapid, Lieberman, Golan, Eisenkot). Fra i quattro candidati che hanno dichiarato di aspirare a diventare il nuovo primo ministro, oltre a Netanyahu, tre vengono proprio da quest’area dell’opposizione: Eisenkot, Bennett e Lieberman. Shalom dedicherà loro dei ritratti, per permettere ai lettori italiani che non li conoscono di capire meglio la scelta dell’elettorato israeliano. Il primo di questa serie è dedicato a Gadi Eisenkot.
di Ugo Volli
• Sefardita
Sessantasei anni, generale, anzi ex Capo di Stato maggiore delle Forze Armate, leader di un partito nuovo che ha chiamato Yashar, cioè “dritto” cioè “retto”, “giusto”, “onesto”. Il dato da cui partire per comprendere Gadi Eisenkot è però piuttosto la sua origine geografica: nato a Tiberiade nel 1960 cresciuto Eilat (quando ancora era periferia povera e non meta di turismo internazionale), figlio di genitori immigrati in Israele dal Marocco, Eisenkot è un ebreo sefardita, dunque un outsider. Sefarditi e mizrachi sono metà della popolazione ma non hanno mai espresso finora un primo ministro. Anche la scuola in cui si è diplomato in “studi marittimi”, la Goldwater High school, è molto diversa dalle scuole dove si forma l’élite del Paese. Tutta la sua carriera successiva, inclusi gli studi universitari è stata compiuta durante la sua vita militare, che l’ha portato dalla gavetta al comando delle forze armate.
• La carriera militare
Arruolatosi nel 1978 come soldato semplice nella Brigata di fanteria Golani, vi è stato promosso prima capo squadra; poi divenne comandante di compagnia. Durante la guerra del Libano, fu promosso comandante di brigata di vari reparti, fino a tornare nel 1997 alla Golani diventandone il comandante. Nel 1999 fu scelto dal primo ministro Ehud Barak come suo segretario militare e quindi promosso generale. Fu poi capo della divisione operativa dell’esercito, responsabile del comando settentrionale, dal 2013 vicecapo di stato maggiore. Nel 2014, il ministro della difesa Moshe Ya’alon lo scelse come successore di Benny Gantz a fare il capo dello stato maggiore (Ramatkal) delle Forze di difesa israeliane, un ruolo che ha occupato fino a gennaio 2019, quando si è congedato dall’esercito. Come capo delle forze armate ha gestito l’operazione “Margine di protezione” a Gaza (luglio-agosto) e soprattutto il suo seguito, in cui si consolidò l’idea che non si potesse eliminare Hamas e che lo si dovesse “gestire” con la dissuasione e le concessioni economiche. A parte la sua partecipazione a questa dottrina ora molto criticata, il contributo di Eisenkot riguardò soprattutto il rafforzamento della fanteria e delle forze corazzate e l’istituzione di un comando cibernetico unificato. Eisenkot ha lavorato anche per integrare le donne nelle forze di combattimento e si è spesso scontrato per questa ragione con i religiosi.
• La carriera politica
Uscito dall’esercito e superato il periodo di lontananza dalla vita pubblica obbligatorio per i militari di alto grado, nel 2022 Eisenkot è diventato deputato nella lista di Benny Gantz e dopo il 7 ottobre è entrato con lui nel governo di unità nazionale come ministro senza portafoglio. Dopo aver criticato molto duramente già a partire dal gennaio 2024 la gestione della guerra di Netanyahu si è dimesso dal governo a giugno del 2025 e poi però è uscito subito dopo anche dal movimento di Gantz, costituendo a settembre dello stesso anno il suo partito. All’inizio sembrava un movimento fra i tanti dell’opposizione, con poco peso. Ma poi progressivamente è accaduto un fenomeno non raro nella politica israeliana e cioè che il pubblico si è appassionato per la sua presenza “nuova” e “diversa”. La solidarietà per un uomo che in guerra ha perso un figlio e due nipoti, insomma ha partecipato di persona alla tragedia collettiva, ha certamente contribuito alla sua popolarità. Ora più o meno in tutti i sondaggi, Eisenkot è il candidato più accreditato per sostituire Netanyahu, se vincerà il blocco che gli si oppone.
• I punti forti e quelli deboli
Eisenkot, in testa ai sondaggi, ha evidentemente molti punti forti. Come ex generale, proietta una impressione di forza e sicurezza, che si rispecchia anche nella sua figura fisica, sempre un po’ impacciata, ma solida, quasi incrollabile. A differenza di molti concorrenti non solo non è stato coinvolto in scandali o sospetti di corruzione e affarismo, ma non appartiene a quel mondo della politica le cui trattative e i cui compromessi destano sempre sospetto nell’opinione pubblica. È un “uomo nuovo” dunque, che si è fatto da sé e non appartiene alla tradizionale aristocrazia politica e sociale israeliana. Il suo patriottismo appare fuori di dubbio e il prezzo personale che ha pagato alla guerra lo mette vicino alle famiglie dei rapiti e dei caduti. La sua figura politica ha però parecchi punti deboli. Novizio della politica e delle sue manovre, Eisenkot non ha neppure mai amministrato nessuna istituzione civile, non è stato a capo di un dicastero, né ha governato una città. Non ha relazioni internazionali fuori dall’ambiente militare, manca totalmente di esperienza diplomatica ed economica.
• Il futuro politico
A metà fra punti deboli e forti c’è il fatto di non avere espresso finora posizioni nette su molti temi controversi. Il suo programma politico non è affatto chiaro, anche se certamente è il personaggio più di sinistra fra i candidati principali di queste elezioni. Ha appoggiato in passato la soluzione a due Stati, ma oggi sostiene che sotto la sua presidenza non vi sarà uno Stato palestinese; spera nell’appoggio di almeno una parte degli “ultraortodossi”, ma predica una politica rigorosa sugli arruolamenti, il tema che sta più a cuore ai charedim. Non ha chiarito mai completamente la sua proposta su Gaza e Hamas. Non lui stesso ma altri esponenti del suo partito hanno parlato di una smobilitazione degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria legalizzati dal governo attuale, che invece sono sostenuti da parte della sua futura coalizione. Per quanto riguarda la difficile composizione di un governo dopo le elezioni, dove difficilmente l’opposizione ebraica disporrà della maggioranza assoluta anche in caso di vittoria, Eisenkot ha fatto capire che intenderebbe costituire un governo di minoranza che si regga sull’astensione dei partiti arabi o addirittura sul sostegno esterno di uno di loro: una soluzione difficile in un momento in cui Israele si scontra con Hamas e anche in parte con l’Autorità Palestinese, già fallita del resto con il governo Bennett ed esplicitamente esclusa da alcuni dei suoi possibili alleati. Non è detto insomma che un suo governo si riesca a costituire davvero e che riesca a funzionare. Le sue posizioni si prestano alla propaganda critica dell’attuale maggioranza e probabilmente non soddisfano un’opinione pubblica che la guerra ha ancora spostato in direzione della sicurezza. Ma la politica israeliana crede più alle persone che ai programmi e riserva molte sorprese: il generale venuto dalla gavetta con l’aria decisa gode di un capitale di fiducia che probabilmente non si esaurirà prima delle elezioni.
(Shalom, 14 settembre 2026)
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Chi sapeva qualcosa prima del 7 ottobre?
Improvvisamente la terra trema di nuovo. Non nella Striscia di Gaza, né in Libano, né in Iran, ma nel bel mezzo della campagna elettorale israeliana.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Secondo quanto riferito da giornalisti militari israeliani, tra cui Doron Kadosh, già all’inizio di settembre 2023 il servizio di sicurezza israeliano Shin Bet aveva ricevuto un avvertimento dall’Egitto. Hamas, secondo il messaggio, avrebbe voluto «far tremare la terra». Questo avvertimento è stato trasmesso al primo ministro Netanyahu e agli altri organi di sicurezza. Questo è un punto importante. Infatti, così nessuno può più semplicemente affermare che non ci fossero affatto segnali di allarme. Ma altrettanto importante è l’altra metà della storia. L’avvertimento egiziano era generico. A quanto pare non conteneva né una data per l’attacco, né un piano operativo concreto, né la descrizione di un attacco su larga scala imminente.
L’apparato di sicurezza israeliano lo interpretò in modo errato. L’allora capo dello Shin Bet Ronen Bar collegò apparentemente l’avvertimento alla ricercatrice israeliana Elizabeth Tsurkov, rapita in Iraq. All’epoca erano disponibili informazioni dei servizi segreti secondo cui il leader di Hamas Yahya Sinwar stava tentando di coinvolgere la Tsurkov nelle trattative per uno scambio di prigionieri. A Gerusalemme si diffuse quindi l’idea che il «terremoto» annunciato da Sinwar potesse essere una mossa spettacolare nel gioco degli scacchi sui prigionieri. Oggi sembra quasi grottesco: Israele pensava a un accordo. Sinwar pensava al 7 ottobre.
Ed è proprio qui che inizia il problema politico. Da tre anni in Israele si discute su chi sia responsabile del 7 ottobre. Lo Shin Bet? I servizi segreti militari Aman? Lo Stato Maggiore? La leadership politica? Benjamin Netanyahu? La verità potrebbe essere più scomoda di qualsiasi slogan elettorale: l’intero sistema ha fallito. Già pochi giorni dopo il 7 ottobre, durante la nostra riunione su Zoom, avevo detto: in realtà, l’intera leadership israeliana dovrebbe essere spedita sulla luna. Perché la responsabilità non ricade solo su Netanyahu, ma sull’intero apparato politico e di sicurezza. Di fronte a un fallimento di questa portata, tutti devono rendere conto delle proprie azioni: governo, esercito e servizi segreti.
I servizi segreti disponevano di informazioni e le hanno interpretate in modo errato. I segnali di allarme militari sono stati forzati per adattarsi a una visione preesistente. Hamas era considerato un soggetto dissuaso. Sinwar era visto come un attore razionale, interessato alla stabilità economica nella Striscia di Gaza. E la leadership politica si è attenuta proprio a questa visione. Al vertice di questo sistema: Benjamin Netanyahu.
Pertanto, sarebbe poco serio oggi immaginare che all’inizio di settembre 2023 Netanyahu avesse avuto sulla scrivania un biglietto su cui c’era scritto: «Il 7 ottobre alle 6.29 Hamas attaccherà Israele». Non disponeva di un avvertimento così concreto. Ma sarebbe altrettanto poco serio affermare ora che non ci fossero stati avvertimenti di alcun tipo.
È proprio questa zona grigia a diventare ora un campo di battaglia politico.
Ancora più pericoloso per Netanyahu potrebbe rivelarsi un secondo episodio: secondo un articolo di Haaretz, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe avvertito personalmente Netanyahu, poco prima del massacro, di una grande operazione di Hamas. Se ciò fosse vero, sarebbe una vera e propria bomba politica. Ex funzionari di alto livello della sicurezza affermano di non essere stati a conoscenza di tale avvertimento. Uno di loro ha spiegato, in sostanza, che se ne fossero stati a conoscenza, forse anche gli strani segnali nella notte del 7 ottobre sarebbero stati interpretati in modo completamente diverso.
Ma finora non si tratta di un fatto provato. Netanyahu nega categoricamente questa notizia. Il suo ufficio ha dichiarato che una verifica delle relative registrazioni telefoniche non ha rilevato alcuna chiamata del genere. Netanyahu parla di un'invenzione motivata politicamente e ha annunciato azioni legali. Questa distinzione non deve andare persa, soprattutto in piena campagna elettorale: l’avvertimento egiziano fa parte della catena di informazioni documentata. Il presunto avvertimento personale di Mohammed bin Zayed è invece controverso.
Dal punto di vista politico, tuttavia, entrambe le vicende stanno già iniziando a fondersi in un’unica domanda: cosa sapeva Netanyahu? È proprio questa domanda che deve rimanere impressa. Perché ormai non si tratta più esclusivamente di fare i conti con il passato. Si tratta di elezioni. Gli avversari di Netanyahu non devono dimostrare che il primo ministro fosse a conoscenza del piano operativo di Hamas. Dal punto di vista politico, per ora basta una frase molto più semplice: «Era stato avvertito». Se questa frase rimane impressa nella coscienza degli israeliani, l’intera discussione cambia. Allora la domanda non sarà più, in primo luogo, perché lo Shin Bet abbia fallito, perché i servizi segreti militari Aman abbiano valutato male Hamas o perché l’IDF non fosse preparata la mattina del 7 ottobre. La domanda sarà invece: perché Netanyahu non ha fatto nulla?
Si tratta di una differenza politica enorme. Si può quindi tranquillamente parlare di una «smantellamento politico» di Netanyahu, ma non nel senso di una grande cospirazione. La questione funziona in modo più sottile. Informazioni, dichiarazioni, verbali e resoconti dei mesi precedenti il 7 ottobre vengono ora resi pubblici, nel bel mezzo della campagna elettorale. Ogni pubblicazione aggiunge un altro tassello al quadro. E lentamente la narrazione cambia.
La difesa di Netanyahu dopo il 7 ottobre si basava essenzialmente sull’affermazione che gli organismi di sicurezza professionali avessero valutato male il pericolo e non lo avessero avvertito in tempo di un attacco su larga scala imminente. Ora questa storia comincia a cambiare. L’Egitto aveva avvertito. Forse anche gli Emirati avevano avvertito. Ex funzionari della sicurezza affermano che sarebbero mancate loro informazioni importanti. Ne deriva l’impressione politica che Netanyahu potesse sapere più di quanto fosse finora noto al pubblico. Se questa narrazione corrisponda alla verità storica dovrà chiarirlo un’indagine.
Perché gli avversari di Netanyahu hanno trovato il suo tallone d’Achille. Per decenni il suo marchio politico è consistito essenzialmente in una sola parola: sicurezza. Bibi capisce gli arabi. Bibi capisce l’Iran. Bibi riconosce i pericoli prima degli altri. Bibi è in grado di guidare Israele attraverso un Medio Oriente pericoloso. Poi è arrivato il 7 ottobre. Quella mattina, questa immagine è andata in frantumi.
Ma in seguito Netanyahu è riuscito a compiere un’impresa politica degna di nota. Ha spostato progressivamente l’attenzione dell’opinione pubblica dal fallimento del 7 ottobre ai successi militari successivi. Hamas è stata duramente colpita sul piano militare.
Hezbollah ha perso gran parte delle sue capacità strategiche. Israele ha combattuto una guerra contro l’Iran. La mappa strategica del Medio Oriente è cambiata. Il messaggio di Netanyahu agli israeliani è quindi, in sostanza: non guardate solo alla mattina dello Shabbat in cui siamo stati colti di sorpresa. Guardate a ciò che abbiamo fatto in seguito.
I suoi avversari vogliono impedire proprio questo. Vogliono riportare Israele al 6 ottobre. Ed è per questo che Gadi Eisenkot è attualmente più pericoloso per Netanyahu di molti dei suoi precedenti avversari. Eisenkot non è un classico candidato di sinistra, ma un politico di centro. È stato capo di Stato Maggiore, parla il linguaggio della sicurezza e ha perso suo figlio Gal nella guerra di Gaza. Può attaccare Netanyahu proprio dove per decenni è sembrato quasi inattaccabile: sulla sicurezza nazionale.
Ecco perché, in realtà, stiamo assistendo a due campagne elettorali. La prima si svolge apertamente sotto i nostri occhi: Likud contro Yashar, Netanyahu contro Eisenkot, destra contro centro, coalizione contro opposizione. Ma sotto la superficie si svolge una seconda campagna elettorale, forse molto più significativa. Ruota attorno a un’unica domanda: a chi appartiene la storia del 7 ottobre?
Netanyahu vorrebbe che gli israeliani considerassero il 7 ottobre come un catastrofico fallimento degli apparati di sicurezza, al quale il suo governo ha poi reagito con la forza militare. I suoi oppositori vorrebbero farne il giudizio definitivo sull’era Netanyahu: la politica condotta per anni nei confronti di Hamas era sbagliata, la deterrenza era un’illusione, gli avvertimenti non sono stati presi abbastanza sul serio e alla guida del sistema c’era Benjamin Netanyahu.
Si tratta di due narrazioni completamente diverse sugli stessi tre anni appena trascorsi. Il 27 ottobre gli israeliani voteranno anche su quale di queste storie credono.
Fino ad allora, ogni nuova rivelazione diventerà immediatamente un’arma elettorale. Ogni verbale, ogni testimonianza, ogni telefonata e ogni avvertimento saranno strumentalizzati politicamente. Gli oppositori di Netanyahu cercheranno di dipingere l’immagine di un primo ministro che è stato avvertito eppure non ha agito. Il campo di Netanyahu, al contrario, vedrà in ciò il tentativo da parte dell’establishment della sicurezza e dei media dell’opposizione di scaricare le proprie responsabilità sul capo del governo. Entrambe le parti hanno un interesse politico. Proprio per questo ora dobbiamo distinguere con particolare attenzione tra fatti, interpretazioni e campagna elettorale.
In parole povere: Israele ha bisogno di un’indagine vera e propria sul 7 ottobre. Non l’indagine della sinistra, non quella della destra, non la verità di Netanyahu e non quella dei suoi oppositori. Israele ha bisogno di risposte. Chi sapeva cosa e quando? Quali avvertimenti c’erano stati? Chi li ha interpretati male? Cosa sapeva il primo ministro? Cosa sapevano lo Shin Bet e l’Aman? E perché uno Stato dotato di uno dei servizi segreti più efficienti al mondo non si è accorto di ciò che si stava preparando a pochi chilometri oltre la sua recinzione di confine?
Un’indagine vera e propria potrebbe pesare molto su Netanyahu. Ma potrebbe anche dimostrare che la responsabilità era distribuita in modo molto più ampio di quanto i suoi oppositori suggeriscano oggi. Probabilmente dimostrerà entrambe le cose. Perché un’indagine del genere non si limiterebbe a indagare su un solo uomo. Indagherebbe su un intero sistema.
Ed è proprio questo il punto centrale di queste elezioni. Alcuni chiedono: chi ha permesso che si verificasse questa catastrofe? Netanyahu risponde: chi ha poi portato Israele alla vittoria? Gran parte della campagna elettorale israeliana si deciderà proprio tra queste due domande.
Fino al 27 ottobre assisteremo quindi a molte altre «rivelazioni». Alcune saranno vere. Alcune saranno interpretazioni. Alcune saranno mosse elettorali. E alcune saranno tutte e tre le cose allo stesso tempo.
In poche parole: la battaglia sul 7 ottobre è ben lungi dall’essere finita. Ha solo cambiato campo di battaglia, passando dalla Striscia di Gaza alle urne elettorali israeliane.
(Israel Heute, 14 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’IDF respinge le accuse del film premiato a Venezia
L’esercito contesta punto per punto “Naza”, basato sulle testimonianze anonime di 24 militari e ufficiali. Sotto accusa le ricostruzioni sulle operazioni a Gaza, l’intelligenza artificiale e le vittime civili.
di Shira Navon
L’IDF ha respinto in modo dettagliato le pesanti accuse contenute in Naza, il film dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Shor premiato al Festival del cinema di Venezia e realizzato in collaborazione con il quotidiano britannico The Guardian. In una risposta diffusa in inglese nella notte tra domenica e lunedì, l’esercito israeliano sostiene che numerose affermazioni contenute nel documentario siano prive di elementi che consentano di verificarle e, in alcuni casi, fondate su interpretazioni errate delle procedure militari e del diritto internazionale.
Il film presenta le testimonianze di 24 soldati e ufficiali dell’intelligence israeliana che hanno prestato servizio durante la guerra nella Striscia di Gaza. Le loro dichiarazioni riguardano la scelta degli obiettivi, le modalità di autorizzazione degli attacchi, l’impiego dell’intelligenza artificiale e le conseguenze delle operazioni sulla popolazione civile.
Secondo il portavoce dell’IDF, il primo problema riguarda proprio la natura delle testimonianze. Le persone intervistate rimangono anonime e la loro identità non può quindi essere verificata. Di conseguenza, sostiene l’esercito, non è possibile accertare se abbiano effettivamente prestato servizio nell’IDF, in quali unità e con quali responsabilità.
La risposta militare contesta anche la possibilità che soldati di grado relativamente basso possano conoscere le decisioni riguardanti la strategia nazionale e militare descritte nel film. Alcune testimonianze attribuite a militari dell’intelligence, aggiunge l’IDF, riguarderebbero situazioni nelle quali, per la natura stessa delle loro mansioni, gli intervistati non avrebbero avuto un coinvolgimento diretto.
L’esercito segnala inoltre un uso che giudica improprio della terminologia giuridica e diverse contraddizioni interne. Tra gli esempi citati c’è l’interpretazione delle vittime civili provocate involontariamente durante attacchi contro obiettivi militari legittimi come conseguenza di una volontà deliberata di colpire i civili o come elemento di un presunto “genocidio”. Secondo l’IDF, conclusioni del genere dimostrerebbero una comprensione insufficiente del significato giuridico dei termini utilizzati.
Uno dei punti centrali del documentario riguarda l’intelligenza artificiale e il suo ruolo nell’individuazione e nell’approvazione degli obiettivi. Anche su questo l’esercito respinge la ricostruzione proposta. I sistemi informatici utilizzati dall’IDF, precisa la risposta, non prendono autonomamente decisioni sull’esecuzione degli attacchi.
“Le decisioni relative alla selezione e all’approvazione degli attacchi nell’IDF vengono prese esclusivamente da personale umano”, afferma l’esercito. Gli strumenti tecnologici possono assistere il processo, ma l’autorizzazione finale rimane affidata a persone e deve rispettare le direttive e le procedure militari.
L’IDF ribadisce inoltre che le operazioni nella Striscia di Gaza sono dirette contro le organizzazioni terroristiche, a cominciare da Hamas, e vengono condotte nel rispetto del diritto internazionale. Secondo l’esercito, vengono adottate misure senza precedenti per ridurre i danni alla popolazione civile, mentre Hamas continua a operare all’interno di aree densamente abitate e a sfruttare infrastrutture civili per le proprie attività militari.
La risposta affronta anche una questione che riguarda direttamente i soldati intervistati. L’IDF sottolinea che ogni sospetto di violazione della legge da parte di un militare può essere sottoposto a indagine attraverso meccanismi indipendenti. Le disposizioni militari impongono inoltre a chi assista a una possibile violazione di segnalarla affinché possa essere valutata l’apertura di un’inchiesta. Un obbligo che, osserva l’esercito, vale anche per coloro che hanno fornito le testimonianze utilizzate nel film.
La vittoria del documentario a Venezia ha intanto provocato forti polemiche in Israele. Il ministro della Cultura e dello Sport Miki Zohar ha definito il premio “sconvolgente” e il film “spregevole”, accusando i suoi autori di danneggiare il proprio paese per ottenere l’approvazione degli antisemiti. Zohar si è spinto fino ad annunciare l’intenzione di agire per privare i registi della cittadinanza israeliana.
Yuval Abraham ha reagito alle critiche invitando gli israeliani a vedere il documentario prima di giudicarlo. Secondo il regista, il punto centrale del film sono proprio le testimonianze dei soldati e degli ufficiali, che hanno scelto di parlare in ebraico perché vogliono rivolgersi alla società israeliana e raccontare ciò che sostengono di avere fatto e visto a Gaza.
Abraham ha annunciato che i realizzatori cercheranno di garantire al film la più ampia distribuzione possibile in Israele. Il confronto, dunque, si sposta ora sul contenuto delle testimonianze: da una parte gli autori chiedono che vengano ascoltate, dall’altra l’IDF contesta la possibilità stessa di verificarne l’attendibilità e respinge le conclusioni che il documentario ne ricava.
(Setteottobre, 14 settembre 2026)
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Contenuti antisemiti rimossi nell’ambito della riforma dell’istruzione
I libri di testo in Arabia Saudita promuovono sempre più la tolleranza e il rispetto nei confronti dei non musulmani. Uno studio evidenzia miglioramenti e potenzialità di sviluppo nel materiale didattico.
RIAD – L’istituto di ricerca IMPACT-se rileva progressi nei libri di testo utilizzati in Arabia Saudita. I risultati delle sue ricerche sono stati pubblicati a luglio dall’«Istituto per l’osservazione della pace e della tolleranza culturale nell’istruzione scolastica». Lo studio si intitola «Analisi dei libri di testo sauditi 2024–2026».
Oggetto dell’analisi sono stati 136 libri di testo, principalmente di materie umanistiche, provenienti dai programmi scolastici degli anni accademici 2024/25 e 2025/26. Particolare attenzione è stata dedicata alle modifiche apportate a passaggi di testo che, in precedenti rapporti dell’Istituto, erano stati segnalati come suscettibili di miglioramento.
• Rimosso ogni contenuto antisemita
I non musulmani sarebbero responsabili della caduta dell’Impero ottomano, mentre i seguaci del cristianesimo e dell’ebraismo sarebbero paragonati ad animali «mutilati»: Questi contenuti, presenti nei libri di testo delle classi 7ª e 8ª, sono stati eliminati nel corso delle recenti revisioni. Secondo lo studio, «tutti i casi di antisemitismo evidenziati nel precedente rapporto di IMPACT-se sono stati nel frattempo rimossi dal programma scolastico».
Dal punto di vista della geografia, gli autori dei libri di testo hanno inoltre apportato modifiche alle mappe che mostrano l’area circostante l’Arabia Saudita: il territorio che in precedenza era indicato solo come «Palestina» e che ometteva di menzionare Israele, nelle nuove edizioni rimane in parte senza nome. Nei testi, il termine «occupazione israeliana» sostituisce quello di «nemico sionista». Israele viene ora menzionato, ma finora in modo negativo.
Anche nell’ambito della parità di genere i responsabili hanno apportato adeguamenti. Alcuni stereotipi di genere tradizionali sono stati ora attenuati. Da un libro di testo di educazione islamica della 12ª classe, ad esempio, è stato rimosso un hadith che normalizzava una forte gerarchia tra marito e moglie. Un hadith è un racconto tramandato sulle parole o sulle azioni del profeta Maometto che non compare nel Corano.
• Impegno per la convivenza pacifica
Nei materiali didattici si stanno affermando sempre più atteggiamenti positivi. IMPACT-se aveva già rilevato questa tendenza nel 2024. La convivenza e il dialogo vengono definiti bisogni umani fondamentali e in diversi punti viene incoraggiato un approccio aperto nei confronti dei non musulmani: «Un libro di testo per l’11ª classe mette in risalto gli accordi di pace che Maometto stipulò con ebrei, cristiani e tribù arabe, presentandoli come esempi di convivenza pacifica».
I contenuti didattici sottolineano inoltre l’importanza delle donne per il rafforzamento dell’economia e della società saudite. Il Paese intende consentire alle donne una partecipazione sempre maggiore. Dalle ricerche emerge inoltre che durante le lezioni viene data maggiore importanza al pensiero critico e al rispetto delle opinioni diverse.
• Non perfetto, ma sulla buona strada
Nel suo rapporto, IMPACT-se valuta nel complesso con favore gli sviluppi nel programma scolastico saudita. In alcuni punti, tuttavia, l’istituto individua margini di miglioramento: un libro di testo di educazione civica omette di menzionare l’Olocausto quando tratta il tema della Seconda guerra mondiale. Alcuni materiali didattici continuano a rappresentare l’ateismo come fonte di depravazione sociale e morale. Anche l’approccio nei confronti di Israele è più moderato, ma non si intravede ancora alcun riconoscimento dello Stato ebraico.
L’istituto di ricerca trae comunque una conclusione positiva: «Sebbene permangano alcune aree problematiche, il programma scolastico saudita si trova oggi in una posizione nettamente più solida rispetto agli anni precedenti e continua a testimoniare un impegno costante a favore della riforma dell’istruzione e della modernizzazione». IMPACT-se riconosce, alla luce di precedenti studi, la graduale riorganizzazione in atto.
• Sviluppi conseguenti a riforme di ampio respiro
La modernizzazione dei contenuti didattici avviene nel quadro dell’iniziativa di riforma «Saudi Vision 2030», avviata nel 2016. Il principe ereditario e di fatto sovrano dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman al-Saud, ha presentato il programma alla luce della forte dipendenza del Paese dai proventi del petrolio. L’obiettivo della riforma è diversificare l’economia e, al contempo, migliorare la qualità della vita, l’occupazione e la partecipazione sociale nel Paese.
Secondo IMPACT-se, la «Vision 2030» riconosce «che le ideologie radicali e gli approcci politici si oppongono agli obiettivi di pace e prosperità». Il programma è stato tuttavia recentemente oggetto di critiche per non aver raggiunto gli obiettivi prefissati nonostante gli ingenti investimenti.
Per i bambini e gli adolescenti delle scuole saudite, invece, ha già ottenuto risultati significativi. Essi beneficiano di contenuti didattici più tolleranti e orientati al futuro, che trasmettono una visione del mondo più aperta.
(Israelnetz, 14 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Addio a Yehuda Widawski, il più anziano sopravvissuto alla Shoah in Israele
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Yehuda Aharon Widawski
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Nel 1978 Yehuda Aharon Widawski tornò in Polonia per cercare la tomba della nonna, Hinda Ordinans, nel cimitero ebraico di Łódź. Sopravvissuto ad Auschwitz ed emigrato in Israele nel Dopoguerra, trovò il luogo in stato di abbandono e decise di occuparsene. «Quella ricerca divenne la missione della sua vita: per decenni Yehuda si è adoperato per individuare e restaurare cimiteri e tombe ebraiche in Polonia, contribuendo a identificarne oltre tremila», ha ricordato il presidente israeliano Isaac Herzog. Widawski è morto il 13 settembre all’età di 107 anni. I media israeliani lo hanno ricordato come il più anziano sopravvissuto alla Shoah residente nello Stato ebraico.
• La vita in Polonia e l’occupazione nazista
 Nato il 26 luglio 1919 a Turek, vicino a Łódź, Widawski era il secondo di quattro figli di una famiglia ebraica sionista. Nel 1933 si trasferì con i genitori e i fratelli a Łódź, dove entrò nel Hashmonaim, movimento giovanile ebraico di orientamento religioso-sionista. A 17 anni Widawski aprì un’impresa tessile che impiegava 38 sarte nella produzione di camicie e biancheria per l’esercito polacco. Della città prima della guerra conservava il ricordo della vita ebraica. «Di sabato i negozi del centro erano chiusi e si respirava l’atmosfera dello Shabbat», raccontò a Ynet. «C’erano yeshivot, rebbe e molti studiosi della Torah, tra cui mio fratello Gabriel, allievo della celebre Yeshivat Chachmei Lublin». Con l’occupazione nazista del settembre 1939 tutto cambiò. I Widawski acquistarono un appartamento nella zona destinata a diventare il ghetto di Łódź e vi si stabilirono in 15, continuando a lavorare nel settore tessile e aprendo in casa una delle prime mense del ghetto per aiutare amici e conoscenti.
• La deportazione
Nell’agosto 1944, durante la liquidazione del ghetto, la famiglia fu deportata ad Auschwitz-Birkenau. Sul treno, ricordò Widawski nella sua testimonianza per Yad Vashem, uno zio vide il crematorio e il fumo. «Yehuda, lo vedi? Dev’essere un forno per il pane», gli disse. «Che scherzi fa la mente! Tutto ciò a cui riuscivamo a pensare era il pane». I genitori, Abraham e Leah, e il fratello maggiore Gabriel furono assassinati all’arrivo in una camera a gas. Il fratello Chaim Moshe morì a Buchenwald, la sorella Yocheved a Stutthof. Yehuda e il fratello minore Jehoszua superarono la selezione. Otto giorni dopo furono trasferiti nel campo di lavoro di Friedland, vicino a Breslavia, dove i prigionieri costruivano ali per gli aerei tedeschi. Quando fu chiesto ai deportati di indicare le proprie competenze, tutti si presentarono come ingegneri, operai o specialisti dell’aviazione. Widawski ammise di essere un commerciante. «Ero convinto che quell’onestà mi sarebbe costata la vita», raccontò a Ynet. Il nazista, invece, accusò gli altri di mentire e ordinò di assegnargli una doppia razione di cibo caldo. A Friedland Widawski divenne il punto di riferimento del gruppo di deportati. Quando i tedeschi aumentarono da sei a otto la quota giornaliera, Widawski escogitò un sistema per proteggere il gruppo: nelle giornate più produttive i prigionieri nascondevano due ali già completate, per consegnarle quando non riuscivano a raggiungere l’obiettivo imposto. Alla fame e al lavoro forzato si aggiungevano diciotto chilometri di marcia quotidiana tra il campo e la fabbrica. «Era terribile, ma vivevamo con la speranza di farcela». A sostenerli, spiegò, era anche la fede. «Nel campo eravamo centinaia di prigionieri e molti continuavano a pregare. Non da un siddur, perché non c’era, ma la fede ci ha tenuti in vita». Nel maggio 1945 i tedeschi abbandonarono Friedland, lasciando i prigionieri rinchiusi. Il giorno successivo arrivò l’Armata Rossa. Yehuda e il fratello tornarono a Łódź, trovarono il loro appartamento occupato e appresero che quasi tutta la famiglia era stata assassinata. «Non lo rivivo soltanto ogni giorno, ma ogni ora. Li vedo tutti davanti ai miei occhi», avrebbe poi spiegato a Yad Vashem. Nel Dopoguerra Widawski riaprì una fabbrica tessile, sposò Lea Dobrysz e aiutò l’Irgun a trasferire armi nella Palestina mandataria. Nel 1950 emigrò in Israele con la moglie e il figlio Avraham. La famiglia si stabilì a Tel Aviv, dove nacque la figlia Leah, chiamata così in memoria della madre di Widawski, assassinata nella Shoah.
• Il ritorno in Polonia
A partire dal 1978, Widawski trasformò il ritorno a Łódź in un lavoro sistematico di recupero della memoria ebraica. Ottenuto dal sindaco l’accesso agli archivi municipali, attraverso registri e documenti iniziò a ricostruire la posizione delle tombe nell’area del cimitero riservata alle vittime del ghetto, dove tra il 1939 e il 1944 erano stati sepolti circa 50 mila ebrei. Nei decenni successivi si recò decine di volte in Polonia, restaurando anche luoghi di sepoltura di importanti maestri chassidici e aiutando molte famiglie a ritrovare le tombe dei propri cari. Yad Vashem ricorda il suo contributo alla sistemazione di circa settemila sepolture. Nel 2012 Yad Vashem scelse Widawski come uno dei sei tedofori della cerimonia ufficiale di Yom HaShoah. Nel 2023 fu ricevuto con la famiglia alla Residenza presidenziale. Nel messaggio di cordoglio Herzog ha ripreso le parole con cui Widawski spiegava il proprio riscatto: «La mia vendetta contro i nazisti è che loro hanno perso e noi abbiamo lo Stato d’Israele. Siamo liberi e forti e nessuno potrà più distruggerci». La sua vita, ha concluso il presidente, è stata «una straordinaria testimonianza della vittoria della vita, della memoria e della rinascita nazionale».
(Pagine Ebraiche, 14 settembre 2026)
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Il consenso culturale e la sua propedeutica omicida
di Niram Ferretti
Il nuovo e omogeneo conformismo culturale che si è fatto strada in Occidente esige che, quando si sente nominare Israele, scatti immediatamente l’automatismo pavloviano dell’esecrazione. Si tratta di uno “Stato criminale” colpevole di “genocidio”, ma è soprattutto il secondo termine, consustanziale alla definizione che lo precede, che la fa da padrone incontrastato.
I venticinque minuti di applausi tributati al docu-film “Naza” presentato in questi giorni al Festival del cinema di Venezia, in cui Israele viene presentato appunto come Stato genocida e criminale, è solo l’ennesimo e certo non ultimo esempio del fenomeno in corso.
I due autori godono del vantaggio di essere ebrei israeliani, ovvero rientranti nella categoria degli “ebrei meritevoli” come li ha definiti Iuri Maria Prado, ovvero quegli ebrei, invariabilmente di sinistra, e in questo caso di estrema sinistra, che mostrificando Israele si trasformano subito agli occhi dell’opinione pubblica, in indomiti alfieri della verità. Non ha alcuna importanza se il loro precedente docu-film, “No other land”, insignito dell’Oscar nel 2024, e nel quale Israele viene raccontato già come criminale, sia un puro prodotto di propaganda, zeppo di omissioni e falsificazioni, come lo è “Naza” d’altronde, l’unica cosa che vale è la tesi proposta, quella che ormai è diventata koinè.
Come siamo giunti a questo punto?
Il terreno è stato arato dal 1967, quando Israele vinse la Guerra dei sei giorni. Da allora venne messa in moto senza sosta la formidabile macchina della sua distruzione in effige, non essendo gli arabi stati in grado di eliminarlo fisicamente (ci riprovarono ancora, senza successo, nel 1973). Si attivò subito la lawfare, la guerra giuridica, di cui l’ONU fu ed è ancora la principale cinghia di trasmissione. Piano piano, con acribia, con attivismo costante, Israele viene trasformato in una entità coloniale, razzista, criminale e infine, dulcis in fundo genocida (anche se il termine circolava già dal 1982, anno della prima guerra in Libano), e i palestinesi, in vittime, popolo autoctono della regione, espropriato di terra, diritti, dignità.
La differenza fondamentale, il salto di qualità, se si può dire, giunge dopo il 7 ottobre 2023, ovvero dopo il più sanguinoso pogrom antiebraico dalla fine del nazismo. Giunge a seguito della risposta israeliana a Gaza, della guerra voluta e provocata da Hamas.
E qui, per la prima volta, soprattutto a causa della durata della guerra, due anni e mezzo nella sua fase bellica pesante, anche se ci sono ancora in corso operazioni militari circoscritte, viene dispiegato un arsenale diffamatorio e demonizzante mastodontico.
La velocità e la capillarità diffusiva dei mezzi di comunicazione odierni, senza pari con nessun altro periodo della storia, ha permesso l’incistamento nelle menti delle parole d’ordine contro lo Stato ebraico, delle quali, “genocidio” è quella che ha avuto maggiore successo.
Il consenso culturale, l’omologazione dell’opinione pubblica, la sua supina, asinina accettazione di una narrazione, non è un fatto che arriva repentino, o meglio non sempre, e non in questo caso. L’esecrazione degli ebrei come popolo deicida si sedimenta nei secoli, lentamente, implacabilmente, per giungere poi al suo esito finale, la Shoah, che non ha avuto lo scopo di punirli per avere ucciso Cristo, ma per essere semplicemente ebrei. Ma la Shoah non avrebbe potuto generarsi se alle sue spalle l’antisemitismo, la “colpevolezza” ebraica non si fossero già cristallizzati da lungo tempo.
Oggi assistiamo a un fenomeno esattamente parallelo. La distruzione in effige di Israele è propedeutica alla sua distruzione fisica. Se gli ebrei, per i nazisti, erano colpevoli di essere ebrei, e prima dei nazisti, per i Padri della Chiesa, erano colpevoli per avere ucciso Dio, adesso sono colpevoli (tutti fuorché quelli meritevoli) per il loro Stato, ma più di tutti sono colpevoli quelli che ci vivono e non lo ripudiano, come i due autori ebrei di “Naza”.
E’ in questo modo, non in altro, che si prepara una soluzione dolorosa ma necessaria. Attraverso il consenso culturale. Attraverso l’accettazione supina dell’antisemitismo, nella sua nuova veste, l’antisionismo. Israele deve scomparire, è necessario, così come, per Hitler, era necessario che scomparissero gli ebrei (nel suo caso, di meritevole non ce ne era nessuno, se non solo Otto Weininger).
Il consenso culturale all’esecrazione nei confronti di Israele serve esattamente a questo. E’ stato prodotto unicamente a questo scopo.
(L'informale, 13 settembre 2026)
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Gesù, il Messia ebreo
Dalla tribù di Giuda al regno
di Andreas Heimbichner
• Un ricordo dimenticato
Verso la fine della sua vita, Paolo scrive una lettera al suo fedele collaboratore Timoteo: la Seconda Lettera a Timoteo. Questa lettera si differenzia nettamente dalla prima. Non si tratta più di problemi concreti della comunità, ma della vita spirituale dello stesso collaboratore. Ciò non sorprende, poiché Paolo vedeva avvicinarsi la fine della sua vita (2 Timoteo 4,6-8). Per questo scrive una lettera d’addio al suo collaboratore e amico più caro. Questa lettera è come un testamento spirituale. Paolo fa il bilancio della sua vita e sottolinea ciò che conta davvero nella vita. Inoltre, incoraggia il suo collaboratore a essere un fedele discepolo di Gesù. Per questo troviamo molti imperativi che dicono: «Fai questo» o «Fai quello». Un incoraggiamento di questo tipo lo leggiamo in 2 Timoteo 2,8:
«Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, della stirpe di Davide, secondo il mio Vangelo».
Qui ci sono parole chiave che ci sono familiari: Gesù Cristo o Vangelo. Sono cose che conosciamo e dobbiamo tenere presenti. Saltano subito all’occhio. Ma proprio qui c’è qualcosa che tendiamo a trascurare: Gesù «della stirpe di Davide» – ovvero della discendenza di Davide.
Paolo dice: «Ricorda Gesù, l’ebreo!» Sottolinea consapevolmente che Gesù era ebreo. È una consapevolezza che emerge chiaramente nel Nuovo Testamento. Gesù era ebreo. Anzi, di più: era il Messia ebreo della tribù di Giuda.
• L’origine ebraica della fede cristiana
Se leggiamo il Nuovo Testamento senza pregiudizi, ci rendiamo subito conto di una cosa:
La fede cristiana è nata dal giudaismo ed era strettamente legata ad esso nei primi tempi. Gesù Cristo era ebreo ed è nato in Israele. Veniva definito il «Re dei Giudei» (Matteo 2,2; 27,11.29). Egli stesso disse di essere stato mandato alle «pecore della casa d’Israele» (Matteo 15,24). Era sua abitudine recarsi in sinagoga il sabato (Luca 4,16). Anche i suoi dodici discepoli erano ebrei. Furono inviati inizialmente alla casa d’Israele (Matteo 10,5-6). Il loro ministero avrebbe dovuto avere inizio a Gerusalemme per poi estendersi fino agli estremi confini della terra (Atti 1,8). Tutti gli autori della Bibbia – con la possibile eccezione di Luca – erano ebrei. Due terzi della Bibbia, l’Antico Testamento, furono scritti in primo luogo per Israele. Anche diversi libri del Nuovo Testamento si rivolgono espressamente ai cristiani di origine ebraica, ad esempio il Vangelo secondo Matteo, la Lettera agli Ebrei e la Lettera di Giacomo. Inoltre, il Nuovo Testamento è profondamente intrecciato con l’Antico Testamento ed è ricco di citazioni da quest’ultimo. I primi credenti erano ebrei (Atti 2). Inizialmente costituivano la maggioranza della comunità. Solo grazie ai viaggi missionari di Paolo – che era egli stesso ebreo e fariseo – i gentili si unirono sistematicamente alla comunità di Gesù.
La comunità di Gerusalemme era la cosiddetta «comunità madre» di tutte le comunità del mondo. Paolo vi si recò ripetutamente (Atti 15,2; 20,16). Lì venivano prese decisioni importanti per le comunità delle nazioni. Il concilio degli apostoli descritto in Atti 15 verteva sulla questione di quali precetti della Torah dovessero essere imposti ai pagani.
La decisione di questo concilio era vincolante per le comunità (Atti 15,28-31). Anche la guida delle prime comunità era di impronta ebraica. Lo storico della Chiesa Eusebio riferisce che, fino alla sottomissione degli ebrei sotto l’imperatore Adriano, a Gerusalemme prestavano servizio quindici vescovi – e che tutti erano ebrei di nascita. All’inizio, quindi, la Chiesa era fortemente influenzata dall’ebraismo. Ma la situazione cambiò relativamente presto.
• L’allontanamento dalle radici ebraiche
La giovane comunità si allontanò relativamente in fretta dalle proprie radici ebraiche. Questo allontanamento avvenne in più fasi e a diversi livelli. In molti scritti teologici dei Padri della Chiesa gli ebrei venivano aspramente attaccati. Autori come Giustino il Martire, Melitone di Sardi, Tertulliano, Ambrogio, Agostino o Giovanni Crisostomo scrissero con evidente disprezzo del popolo ebraico. Si formò un’intera raccolta di scritti contro gli ebrei, la cosiddetta letteratura «Adversus Judaeos» («contro gli ebrei»).
Col tempo si affermò l’idea che la comunità avesse sostituito Israele. Questa visione è chiamata teologia della sostituzione. Già l’antica Lettera di Barnaba, datata all’incirca agli anni 115-117 d.C., sosteneva che Israele fosse stato sostituito dalla Chiesa. Anche altri autori noti come Giustino il Martire, Tertulliano, Ireneo, Origene e Agostino fecero propria questa dottrina.
Anche la filosofia greca influenzò profondamente molti Padri della Chiesa. Essi volevano dimostrare che il cristianesimo è la vera filosofia e che già i filosofi precristiani avevano preannunciato Cristo. Questa influenza portò a ulteriori cambiamenti nel pensiero e nell’interpretazione della Bibbia. Sotto l’influenza della filosofia si diffuse l’interpretazione allegorica, cioè figurativa e simbolica, della Bibbia. In questo modo fu possibile trasferire simbolicamente alla comunità le promesse che originariamente erano rivolte a Israele. Ciò favorì a sua volta la teologia della sostituzione.
Anche l’organizzazione della Chiesa subì dei cambiamenti. La struttura di governo assomigliava sempre meno al culto sinagogale e si adattava sempre più al sistema statale romano. La Chiesa era organizzata e amministrata da una gerarchia di ministri. Nell’Antico Testamento i sacerdoti non sono obbligati al celibato. Anche nel Nuovo Testamento gli anziani e gli apostoli possono essere sposati. Tuttavia, col passare del tempo si diffuse l’idea che il matrimonio e la vita familiare costituissero un ostacolo per i leader spirituali. Da ciò si sviluppò il celibato. Parallelamente nacque il monachesimo. Il corpo e il mondo venivano sempre più considerati come qualcosa di negativo, da cui bisognava fuggire.
Un passo decisivo avvenne nell’anno 325 in occasione del primo Concilio di Nicea. In quella sede la festa di Pasqua fu deliberatamente separata dalla Pasqua ebraica. Fino ad allora entrambe le feste venivano celebrate contemporaneamente. Da quel momento la Pasqua fu fissata alla prima domenica dopo il plenilunio del mese primaverile. La motivazione di questa decisione mostra chiaramente l’atteggiamento dell’epoca nei confronti degli ebrei. Si voleva deliberatamente non avere più nulla in comune con le tradizioni ebraiche.
Questo processo di allontanamento portò infine a un cambiamento dell’immagine di Gesù, che non era più visto come un rabbino ebreo della Galilea, ma veniva sempre più rappresentato come un filosofo che si era opposto a Israele e all’ebraismo del suo tempo.
• L’immagine di Gesù nel corso del tempo
Con la crescente separazione dalle radici ebraiche, cambiò anche l’immagine di Gesù. Non solo la teologia si trasformò, ma anche la rappresentazione di Gesù nell’arte e nel pensiero si evolse passo dopo passo.
Nei primi secoli, Gesù veniva spesso raffigurato come il Buon Pastore. Questa immagine era semplice, serena e strettamente ispirata ai motivi biblici.
Mostrava Gesù come un pastore premuroso che si prende cura del suo gregge. Più tardi ci imbattiamo in un’altra immagine: nelle raffigurazioni del IV secolo Gesù viene rappresentato con lunghe vesti, simile a un filosofo greco. Questa immagine si adatta bene alla crescente influenza della filosofia greca sul pensiero della Chiesa. Ancora più tardi emerge un’altra immagine: a partire dal VI secolo, Gesù viene sempre più raffigurato come un re: maestoso, potente e dominante. Queste rappresentazioni riflettono l’immagine che la Chiesa aveva di sé, sempre più legata al potere politico. Anche le raffigurazioni di Gesù bambino – ad esempio nelle grandi chiese come la Cattedrale di Strasburgo – mostrano quanto la rappresentazione artistica si sia evoluta nel corso dei secoli.
Uno sviluppo particolarmente allarmante si verificò nel XIX e XX secolo. In quel periodo alcuni teologi e ideologi cercarono di separare deliberatamente Gesù dalle sue radici ebraiche. Nacque così la cosiddetta teologia del «Gesù ariano». Si sosteneva che la Galilea fosse stata colonizzata da immigrati biondi e dagli occhi azzurri – molto prima della nascita di Gesù. Da ciò si deduceva l’assurda affermazione secondo cui Gesù non avrebbe avuto sangue ebraico, bensì ariano. Queste idee non solo erano scientificamente errate, ma anche teologicamente pericolose. Furono portate avanti in particolare nella Germania nazista.
Se Gesù viene separato dalla sua origine ebraica, si perde la comprensione della sua identità e della sua missione. Un altro sviluppo moderno è l’affermazione secondo cui Gesù non sarebbe stato ebreo, bensì palestinese. I sostenitori di questa visione sostengono che Gesù era un uomo del Medio Oriente e che pertanto aveva un’identità regionale generica più che un’appartenenza a un concreto popolo ebraico. Questa visione facilita il coltivare tendenze antiebraiche e antiisraeliane.
Alla luce di tutti questi sviluppi storici, sorge una domanda fondamentale: cosa dice la Bibbia stessa riguardo al Messia ebreo e al suo futuro? Paolo esorta Timoteo: «Ricorda Gesù Cristo […] della stirpe di Davide».
Questa affermazione rimanda alla discendenza messianica. Il Messia doveva provenire dalla stirpe di Davide. Questa promessa ricorre in tutto l’Antico Testamento. Ma la Bibbia non parla solo della prima venuta di Gesù in relazione al popolo ebraico, bensì anche della sua futura venuta in relazione a Israele. Numerosi passi profetici lo confermano: Gesù tornerà, e precisamente a Gerusalemme (Atti 1,10-11). Anche il profeta Zaccaria afferma che un giorno i suoi piedi si poseranno sul Monte degli Ulivi (Zaccaria 14,4). Un giorno Gesù siederà sul trono di Davide. Questo trono simboleggia il regno su Israele e sulle nazioni. Il Salmo 72 descrive questo regno futuro. Qui risulta chiaro che il Messia eserciterà un regno mondiale. Questo regno avrà origine da Sion, come sottolinea Sofonia:
«Il Re d’Israele, il Signore, è in mezzo a te; non vedrai più sventura» (Sofonia 3,15).
In quel periodo Israele svolgerà un ruolo speciale. Le promesse di Dio a Israele si adempiranno pienamente. Il Messia ebreo Gesù e il popolo ebraico rimarranno legati l’uno all’altro anche in futuro – durante il Millennio. Ma che dire dell’eternità? L’identità ebraica di Gesù non sarà forse superata in quella dimensione?
Una delle ultime cose che sentiamo dire nel Nuovo Testamento riguardo a Gesù Cristo – anzi, l’ultima cosa che egli stesso afferma sulla propria identità – la troviamo in Apocalisse 22,16. Lì incontriamo il Cristo glorificato, non più nell’umiltà, ma nella gloria dell’eternità. Lì egli attesta:
«Io, Gesù, ho mandato il mio angelo a testimoniarvi queste cose per le chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino» (Apocalisse 22,16).
Proprio queste parole sono degne di nota. Nella prospettiva dell’eternità, dopo la croce, la risurrezione e l’ascensione, dopo il giudizio e la consumazione, Gesù continua a definirsi «la radice e la discendenza di Davide». In altre parole:
Egli sottolinea la sua discendenza dalla stirpe di Davide – la sua identità ebraica. Non si tratta di un dettaglio secondario. Non solo nel passato, non solo per il periodo della sua opera terrena, ma anche nel futuro Gesù mantiene questa identità. La sua appartenenza al popolo d’Israele non è stata una fase transitoria, ma fa parte in modo permanente della sua essenza nella storia della salvezza. Egli è e rimane il Figlio promesso a Davide, il Messia d’Israele. Anche alla fine dell’Apocalisse, nella prospettiva della nuova creazione, Gesù non appare distaccato da Israele, ma come Colui che è uscito da Israele e ne adempie le promesse.
Proprio per questo non si può considerare il legame tra Cristo e Israele come un capitolo puramente storico, che si sarebbe concluso a un certo punto. Quando Gesù stesso, alla fine di ogni cosa, dice: «Io sono la radice e la discendenza di Davide», chiarisce che la storia di Dio con Israele non è secondaria, ma ha un significato duraturo – che si estende fino all’eternità.
Resta alla fine una chiara verità biblica:
Gesù era ebreo.
Gesù è rimasto ebreo.
Gesù tornerà come ebreo e rimarrà ebreo per l’eternità.
(Nachrichten aus Israele, luglio 2026 - - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La corsa a mostrificare Netanyahu che assolve Hamas. . L'inchiesta
L'errore di Haaretz: ingentilire Hamas per demonizzare Bibi. Per Sinwar l'attacco ai kibbutz era la missione della vita, per quale ragione avrebbe avvertito Israele?
di Micol Flammini
ROMA - Si pensava che il 7 ottobre potesse finire lo scorso anno, quando un accordo per la liberazione di tutti gli ostaggi vivi e la restituzione dei corpi dei morti era stato concluso fra Israele e Hamas e con vari mediatori coinvolti dagli Stati Uniti. Invece il giorno atroce di Israele ha continuato a vivere nella quotidianità del paese e si è fatto fantasma e vicolo cieco della campagna elettorale per il voto del 27 ottobre. Si è visto questa settimana con l'articolo pubblicato dal quotidiano Haaretz. L'esclusiva, che racconta l'avvertimento che Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, si è aggiunta al supplizio di una campagna elettorale diventata il barometro delle divisioni nel paese, delle rabbie accumulate, delle paure che da tre anni non si placano. Un'autoanalisi continua, una colpevolizzazione straziante incline all'autoflagellazione che sta cambiando i tratti di quello che avvenne quel giorno: un massacro perpetrato da Hamas che intendeva colpire cittadini israeliani e sorprenderli assopiti nei loro letti oppure sballati alla luce dell'alba nel deserto del Negev - i ragazzi del Supernova festival, in realtà furono un dono inatteso per i piani di mattanza dei terroristi di Hamas che vedendo tanti giovani insonni si fermarono e tardarono l'assalto contro alcuni dei kibbutz. Uno dei problemi dell'inchiesta di Haaretz, giornale di opposizione dura al premier Benjamin Netanyahu, è che, per demonizzare il primo ministro, indulge nei confronti dell'organizzazione terroristica e del suo leader, Yahya Sinwar, che emerge come dedito ai negoziati economici e ansioso di concluderli prima dell'attacco e incline a rilasciare gli ostaggi quasi nell'immediato dopo il pogrom. Michael Milshtein, ex ufficiale dell'intelligence, capo del Forum per gli studi palestinesi del Centro Moshe Dayan, ha trascorso la sua vita professionale a studiare Hamas e, leggendo l'inchiesta, "non ho potuto non pormi delle domande", ammette parlando con il Foglio. Le sue domande non sono sulle responsabilità del primo ministro, "credo che il cuore del rapporto sia vero, che un avvertimento da parte degli Emirati gli sia arrivato, riguardava qualcosa di preoccupante che accadeva a Gaza. Ma dubito che Bin Zayed conoscesse i dettagli".
Per Milshtein non è ragionevole che Sinwar abbia cercato di comunicare a Israele le sue intenzioni, "credo piuttosto che gli avvertimenti arrivati fino agli Emirati fossero una ricostruzione fatta da Mohammed Dahlan - ex funzionario di Fatah, compagno di università di Sinwar, fuggito dalla Striscia perché diventato bersaglio degli islamisti - che parlando con i leader di Hamas ha iniziato a nutrire dei sospetti e li ha fatti arrivare fino a Bin Zayed. E' questa la ricostruzione che credo più accurata, non penso che Sinwar abbia voluto far sapere le sue intenzioni a Israele". Milshtein parte da un presupposto semplice: il 7 ottobre non è stato organizzato in due settimane o in un mese. Sinwar non si è messo a pensare a come ammazzare quanti più israeliani possibili quando Netanyahu smise di prestare attenzioni ai negoziati per la tregua nella Striscia, "ha passato anni ad architettare ogni singolo elemento e ora, secondo l'inchiesta, voleva che Israele sapesse e arrivasse a bloccare il suo piano? E lo manda a dire agli Emirati? Per Sinwar il 7 ottobre era la missione della sua vita, l'offensiva su cui ha messo la firma, è forse ragionevole credere che improvvisamente volesse rinunciarci per le relazioni economiche di Gaza, per i contratti dei lavoratori?" Non è Sinwar l'uomo che manda un messaggio per veder fallire la sua offensiva distruttiva che tanto aveva pensato e di cui aveva parlato e che aveva promosso. "Dai documenti portati fuori da Gaza, si legge che non erano certo i lavoratori l'oggetto della sua attenzione. Alcune parti dell'articolo sono strane, a volte suonano ridicole". E' mentalità, è costruzione di una carriera, "Sinwar lavorava per il jihad, non per gli accordi economici". Ha avuto pazienza, ha atteso, ha stravolto Israele e ha causato una guerra che ha distrutto la Striscia. "Pianificava tutto per motivi ideologici, un terrorista ragiona così, non cerca ragioni per essere fermato, non rinuncia alla sua guerra per il benessere economico". Secondo l'inchiesta anche il capo dei servizi segreti dello Shabak era stato allertato, prima di Netanyahu, e comunque non avrebbe fatto nulla. Soltanto a quel punto, Bin Zayed si decise a chiamare il premier, "gli Emirati sapevano qualcosa, avevano più percezioni che evidenze. Non esiste che un capo dello Shabak rimanga immobile di fronte un forte avvertimento". Tutto il medio oriente guarda questa campagna elettorale che procede a schiaffi (figurati), anche i leader del mondo arabo hanno le loro preferenze, "vorrebbero un altro governo, pur sapendo che la politica estera sarebbe identica, ma Netanyahu è visto come un fattore di instabilità soprattutto interna. Nessuno si farà promotore di una politica estera diversa, questo lo sanno. Preferire chiunque basta che non sia l'attuale premier, per il mondo arabo vuol dire cercare la soluzione meno peggiore". Quello che si capisce, anche dal canale diretto creato da Bin Zayed con Netanyahu, è che un Israele instabile ora non lo vuole nessuno, "se non le bande dei terroristi di Gaza".
Il Foglio, 12 settembre 2026)
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Un tunnel a cinque metri dalla barriera di Gerusalemme
Scoperto vicino a Givat Ze’ev un passaggio clandestino scavato dalla Cisgiordania. La polizia avverte che può servire anche a terroristi e al traffico di armi
di Rosa Davanzo
Mancavano appena cinque metri. Un tunnel scavato nei pressi di al-Jib, a nord-ovest di Gerusalemme, era ormai arrivato a ridosso della barriera di sicurezza che separa quella zona della Cisgiordania dal territorio israeliano. L’ingresso era stato accuratamente nascosto all’interno di un’antica cisterna ormai asciutta. La polizia di frontiera e le forze dell’IDF lo hanno sigillato dopo un’operazione di sorveglianza che ha portato anche all’arresto di un uomo sorpreso con attrezzi da scavo.
Il tunnel era stato individuato il 28 agosto nelle vicinanze di Givon e Givat Ze’ev. Gli uomini della polizia di frontiera avevano deciso di non intervenire immediatamente, mantenendo invece sotto osservazione l’area per capire chi utilizzasse il passaggio e come procedessero i lavori. La scelta ha permesso di sorprendere un giovane mentre scavava sul lato palestinese. L’ispezione successiva ha mostrato che i lavori erano ormai in una fase avanzata.
Il colonnello Eliahu Tubul, comandante del battaglione settentrionale della polizia di frontiera responsabile dell’area di Gerusalemme, ha spiegato a Ynet che episodi del genere vengono considerati innanzitutto come una minaccia alla sicurezza. Molti passaggi clandestini vengono utilizzati da palestinesi che cercano di raggiungere illegalmente Israele per lavorare, ma la stessa infrastruttura, ha ricordato l’ufficiale, può essere sfruttata per infiltrare terroristi o trasferire armi.
Il precedente del 7 ottobre rende inevitabile una valutazione del rischio molto più severa. Anche perché quello di al-Jib non sarebbe un caso isolato. Secondo Tubul, circa dieci mesi fa le forze di sicurezza avevano scoperto un altro tunnel scavato attraverso un condotto fognario e diretto oltre la barriera. Più recentemente sono state individuate attività di scavo nell’area di Qalandiya, mentre a Kafr Aqab alcuni agenti, dopo avere notato un deterioramento della barriera e udito rumori provenienti dal sottosuolo, sono entrati in un passaggio e hanno arrestato due sospetti.
Dietro queste attività esiste anche un’economia clandestina. Le organizzazioni che gestiscono l’ingresso illegale di palestinesi in Israele chiederebbero, secondo la polizia, tra gli 800 e i 1.200 shekel a persona. In passato bastavano spesso una scala appoggiata alla barriera o la conoscenza di un punto meno sorvegliato. Il rafforzamento dei controlli, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, ha reso quei sistemi più rischiosi e spinto i trafficanti a cercare soluzioni differenti.
Le modalità scoperte negli ultimi anni mostrano una continua capacità di adattamento. Persone travestite per eludere i controlli, nascoste nei camion dei rifiuti o all’interno di vani ricavati nei veicoli, fino ai tunnel scavati sfruttando fognature, cisterne abbandonate e terreni particolarmente friabili. La drastica riduzione dell’ingresso dei lavoratori palestinesi in Israele dopo il massacro di Hamas ha aumentato la domanda di questi passaggi clandestini e, con essa, il valore economico delle reti che li organizzano.
Per le forze di sicurezza la distinzione tra immigrazione clandestina per motivi di lavoro e minaccia terroristica diventa però difficile da accettare sul piano operativo. Un percorso capace di far passare un lavoratore può consentire l’ingresso di un uomo armato e può essere utilizzato nella direzione opposta per il traffico di materiale bellico. Per questo l’area della barriera viene controllata con pattugliamenti a piedi, telecamere e droni, prestando particolare attenzione a pozzi, condotte e terreni nei quali sia relativamente facile scavare.
Il tunnel di al-Jib è stato chiuso prima di raggiungere la barriera. Cinque metri, in questo caso, hanno separato un tentativo di infiltrazione scoperto in tempo da un nuovo passaggio verso Israele. È una distanza minima, che spiega meglio di molte dichiarazioni perché, a quasi tre anni dal 7 ottobre, ogni buco nel terreno lungo quel confine venga ormai guardato come una possibile falla nella sicurezza del Paese.
(Setteottobre, 12 settembre 2026)
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La difesa in Europa compra da Israele mentre la politica prende le distanze
Mentre i rapporti politici con Israele si incrinano, l’Europa continua a comprare le tecnologie di difesa dello Stato ebraico, evidenziando una contraddizione tra le relazioni diplomatiche e la cooperazione industriale.
di Marco Orioles
L’ultimo giorno di agosto una delegazione militare greca è arrivata a Tel Aviv guidata dal maggior generale Ioannis Bouras. L’oggetto della visita era la firma di Achilles Shield, un accordo da 3 miliardi di euro destinato a fornire alla Grecia un pacchetto di tecnologie israeliane contro missili, aerei e droni. Per Atene e per Israele si tratta di uno dei più grandi affari di esportazione della difesa mai conclusi.
Non si tratta di un caso isolato, sottolinea Politico in un nuovo report. Mentre l’Europa si riarma e continua a dipendere dagli Stati Uniti per piattaforme pesanti come carri armati, aerei e armamenti convenzionali, su una fascia meno visibile ma oggi decisiva fatta di sensori, intercettori, sorveglianza, guerra elettronica e cybersecurity, i governi europei si rivolgono sempre più spesso a Israele.
Il paradosso è netto. I rapporti politici tra Unione Europea e governo israeliano si sono incrinati dopo le guerre a Gaza e in Libano; i contratti bilaterali, invece, non solo tengono, ma si moltiplicano. Chi osserva soltanto Bruxelles vede tensione. Chi guarda le capitali vede memorandum, forniture e assegnazioni dirette.
• L’accordo greco e il nuovo baricentro degli acquisti
Achilles Shield risponde a un’esigenza reale: dare alla Grecia uno scudo credibile su più livelli di minaccia. Israele, dal canto suo, vende sistemi già collaudati in scenari operativi concreti.
Il significato politico dell’affare tuttavia va oltre Atene. Il Vecchio Continente sta riempiendo sale operative e architetture di comando con componenti israeliane perché, su certe famiglie di prodotto, l’offerta di Tel Aviv arriva prima, risulta più integrata e porta con sé un curriculum che l’industria europea fatica ancora a eguagliare.
L’ambasciatore israeliano presso l’Unione, Avi Nir-Feldklein, riconosce che con l’Ue in quanto tale esistono difficoltà, mentre con i singoli Stati membri la cooperazione “è intensa e fiorente”.
• Le ragioni del vantaggio israeliano
Il vantaggio di Tel Aviv, sottolinea Politico, parte dalle sue Forze di difesa. Giovani ingegneri passano anni in unità di intelligence e cyber, lavorano su minacce concrete e, una volta congedati, vengono reclutati dai big della difesa come Israel Aerospace Industries, Rafael Advanced Defense Systems e Elbit Systems o fondano in proprio start-up della sicurezza.
Le tre grandi aziende della difesa sono pubbliche o comunque saldate all’establishment militare; nei loro organi amministrativi siedono figure uscite dalle forze armate. Kaupo Rosin, capo dell’intelligence estera estone, lo descrive come un modello di integrazione tra difesa e impresa privata che si rivela particolarmente efficace.
Attorno a questo nucleo si è sviluppato un ecosistema capace di attrarre capitali. Secondo il report 2025 dell’Israel Innovation Authority, le imprese israeliane assorbono quasi un quarto degli investimenti mondiali in cybersecurity. L’acquisto di Wiz da parte di Google, un affare da 32 miliardi di dollari, è soltanto il segnale più evidente.
Hiba Tareef, portavoce della missione israeliana presso Ue e Nato, insiste sul triangolo tra Stato, università e settore privato, e sull’esperienza accumulata: i partner, sostiene, possono così passare da una postura reattiva a una proattiva.
• Gare evitate e contratti opachi
Molti contratti con Tel Aviv restano coperti per ragioni di sicurezza nazionale. Nel database delle gare dell’Unione, tuttavia, le imprese israeliane compaiono con frequenza crescente in campi quali le comunicazioni militari, la sorveglianza e la guerra elettronica.
Una parte rilevante di questi incarichi è stata assegnata in via diretta, senza apertura alla concorrenza. Le regole europee considerano la gara lo strumento ordinario anche in materia di difesa e sicurezza; le assegnazioni dirette sono eccezioni, ammesse solo in presenza di esclusività tecnica o di esigenze strette di sicurezza nazionale. Annette Rosenkoetter e Andrea Pomana, dello studio tedesco FPS Law, lo ribadiscono con chiarezza: le vie “senza gara” devono essere eccezionali e motivate.
Il fatto è che, quando un sistema è concepito in modo che solo il fornitore originario possa mantenerlo o aggiornarlo, il cliente resta agganciato. La Corte di giustizia dell’Unione, nel gennaio 2025, ha riconosciuto proprio questo rischio sui sistemi altamente specializzati.
Gli esempi non mancano. Nel 2025 Elbit Systems C4I and Cyber ha ottenuto 25 milioni di euro dai Paesi Bassi per sistemi di gestione del campo di battaglia: anche in questo caso c’è stata assegnazione diretta, giustificata dal fatto che il ministero aveva già quel fornitore e richiedeva servizi aggiuntivi.
Nel 2024 il ministero della Difesa spagnolo ha assegnato a Rafael un contratto da 1,17 milioni senza concorrenza, sostenendo che fosse l’unico soggetto in grado di fornire l’equipaggiamento richiesto. A settembre 2025 Elbit Systems ha chiuso un affare da 6,5 milioni con la Danimarca per un dispositivo destinato all’analisi dei segnali elettronici.
• Un doppio binario tra condanna politica e urgenza operativa
La tensione politica tra Israele e Unione Europea non ha rallentato il flusso degli accordi, rimarca Politico.
A gennaio Germania e Israele hanno firmato un memorandum per realizzare un “cyber dome” con tecnologia israeliana sul territorio tedesco. Un mese dopo Israele, Grecia e Cipro hanno inaugurato a Nicosia un centro marittimo di cybersecurity. L’Italia, nel 2024, ha introdotto un incentivo di gara che mette i software di cybersecurity israeliani sullo stesso piano di quelli provenienti da Ue e Nato.
La Spagna è il caso più nitido di questa contraddizione. Il governo di Pedro Sánchez ha cancellato contratti di difesa con Israele per un miliardo di euro, parlando di embargo totale motivato dall’indignazione per il presunto “genocidio” a Gaza. Nello stesso periodo l’amministrazione regionale di Madrid ha chiesto e ottenuto assistenza dal Cyber Directorate israeliano per proteggere infrastrutture critiche. Se glielo si chiede però, il ministero della Difesa nazionale precisa di non avere contratti di cybersecurity con aziende israeliane.
Per molti Paesi il calcolo è secco. Juha Martelius, direttore del servizio di sicurezza finlandese, spiega che il suo Paese non ha mai potuto comprare in quantità; compra qualità, e la qualità la prende dove la trova.
• Le critiche
Le obiezioni sono naturalmente numerose e non riguardano solo i singoli contratti. Li Andersson, eurodeputata finlandese della sinistra, avverte che non ha senso inseguire l’autonomia europea sostituendo una dipendenza con un’altra.
L’eurodeputata contesta inoltre il modo in cui alcune aziende israeliane promuovono i propri sistemi, presentandoli come collaudati in condizioni operative reali, in certi casi contro i palestinesi sotto occupazione. Per Andersson non si dovrebbe commerciare in armi con un attore più volte ritenuto in violazione del diritto internazionale.
Hannah Neumann, eurodeputata tedesca dei Verdi, allarga il ragionamento: quanto più i governi dipendono da Israele, tanto più diventa difficile fargli pagare un prezzo sulle presunte violazioni dei diritti umani. Preferirebbe che risorse ed energie tedesche andassero a rafforzare l’autonomia europea.
Sul versante opposto, Niclas Herbst, parlamentare tedesco di centrodestra, sostiene che Israele offre ciò che all’industria europea ancora manca, soprattutto in materia di cybersecurity e difesa aerea. Una relazione stabile, a suo avviso, conviene all’Europa.
Quanto all’argomento dei “test sul campo” in Palestina, Herbst precisa che i governi stanno acquistando soprattutto software specializzati e suite di sensori a vocazione difensiva. La domanda, per lui, è se si intenda comprare una buona coscienza oppure prodotti di difesa.
Israele respinge la cornice accusatoria. Quando Ursula von der Leyen ha proposto sanzioni e una sospensione parziale dell’accordo commerciale per la condotta di Israele a Gaza, il ministro degli Esteri di Tel Aviv Gideon Sa’ar ha parlato di accuse false, ha rivendicato il rispetto del diritto internazionale e ha sostenuto che quelle misure avrebbero solo rafforzato Hamas.
Intanto la Francia ha limitato la partecipazione governativa israeliana ai grandi saloni delle armi, e la Finlandia è stata criticata per aver co-organizzato un seminario di defense-tech con il ministero della Difesa israeliano.
Tutto questo convive, senza soluzione di continuità, con i contratti in corso, in cui secondo Politico si parla una lingua diversa.
(START Magazine, 12 settembre 2026)
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Rosh Hashanah: la preghiera di Anna viene esaudita
La storia biblica di Anna, madre di Samuele, riveste un significato importante in occasione del Capodanno ebraico. Esiste anche un collegamento con Sara.
di Gundula Madeleine Tegtmeyer
Il primo giorno del Capodanno ebraico, Rosh Hashanah, la storia di Anna viene letta nelle sinagoghe come Haftarà. La parola ebraica «Haftarà», plurale Haftarot, significa «conclusione» e «congedo». Nel giudaismo, con questo termine si intende la lettura aggiuntiva delle Scritture nelle sinagoghe durante lo Shabbat, nei giorni festivi e in alcuni giorni di digiuno. Questa lettura attinge dai libri profetici, che costituiscono la seconda parte del canone biblico ebraico.
La Bibbia ebraica presenta un ordine dei singoli libri diverso rispetto alle Bibbie cristiane; tra i «Profeti» non figurano solo i profeti scritturali, ma anche vari «libri storici» come il Libro di Giosuè e il Libro dei Giudici. Nella Torah è stabilito che l’Haftarà debba essere letta pubblicamente, una disposizione che i rabbini in seguito estendevano alle letture settimanali dello Shabbat e, più tardi, anche ai giorni di mercato, il lunedì e il giovedì.
Quando i sovrani stranieri proibirono agli ebrei, sotto pena di punizione, lo studio della Torah, i rabbini ordinarono la lettura di un brano tratto dai libri dei Profeti che fosse tematicamente affine alla Torah. Quando il divieto di studiare la Torah fu revocato, la lettura delle Haftarot fu mantenuta e ancora oggi segue ogni lettura della Torah. Un’altra tradizione sostiene che la lettura delle Haftarot sia stata introdotta per contrastare l’influenza di sette ebraiche che insegnavano che solo la Torah è una scrittura sacra.
Il nome Hanna, in ebraico Channa, può derivare dalla radice ebraica CH N N, che significa «essere benevolo verso qualcuno», «essere incline a qualcuno» o anche «avere pietà». Significa «Dio ha avuto pietà». Altre fonti interpretano il significato del nome con «favore», «grazia» o anche «bellezza». Nella Bibbia ebraica il nome compare 14 volte, un numero relativamente frequente se si considera la lunghezza del racconto su Hanna e il suo desiderio di avere figli.
• Anna e Sara
Perché a Rosh Hashanah viene letta la Haftarà di Anna? È una disposizione dei Saggi (Talmud babilonese, Megillah 31a), poiché nel Capodanno ebraico nelle sinagoghe viene letto il brano della Torah che narra della nascita del nostro capostipite Yitzhak (Isacco). Questa lettura inizia in Genesi 21,1 con le parole: «E il Signore visitò Sara, come aveva detto, e il Signore fece a Sara come aveva promesso».
Sara, senza figli e in età avanzata – all’epoca ancora Sarai – fu benedetta da Dio a Rosh Hashanah. Come afferma il Talmud (Rosh Hashanah 10b e 11a), anche la preghiera di Anna, che non aveva figli, fu esaudita da Dio in occasione di Rosh Hashanah. La moglie di Elkana soffriva sempre più a causa della sua sterilità. A Silo, nella casa dell’Eterno, pregò per avere un figlio (1 Samuele 2,1–11):
Allora Anna pregò e disse: “Il mio cuore esulta nell'Eterno, l'Eterno mi ha dato una forza vittoriosa, la mia bocca si apre contro i miei nemici perché gioisco per la liberazione che tu mi hai concesso. Non c'è nessuno che sia santo come l'Eterno, poiché non c'è altro Dio fuori di te; né c'è rocca pari al nostro Dio. Non parlate più con tanto orgoglio; non esca più l'arroganza dalla vostra bocca; poiché l'Eterno è un Dio che sa tutto, e da lui sono pesate le azioni dell'uomo. L'arco dei potenti è spezzato, e i deboli sono rivestiti di forza. Quelli che una volta erano sazi si offrono a giornata per il pane, e quelli che soffrivano la fame non la soffrono più; perfino la sterile partorisce sette volte, mentre quella che aveva molti figli diventa fiacca. L'Eterno fa morire e fa vivere; fa scendere nel soggiorno dei morti e ne fa risalire. L'Eterno fa impoverire e arricchisce, egli abbassa e innalza. Rileva il misero dalla polvere e tira su il povero dal letame, per farli sedere con i prìncipi, per farli eredi di un trono di gloria; poiché le colonne della terra sono dell'Eterno, e sopra queste egli ha poggiato il mondo. Egli veglierà sui passi dei suoi fedeli, ma gli empi periranno nelle tenebre; poiché l'uomo non trionferà per la sua forza. Gli avversari dell'Eterno saranno frantumati. Egli tuonerà contro di loro dal cielo; l'Eterno giudicherà gli estremi confini della terra, darà forza al suo re, farà grande la potenza del suo unto”. Elcana se ne andò a casa sua a Rama, e il fanciullo rimase a servire l'Eterno sotto gli occhi del sacerdote Eli.
Il sacerdote Eli, vedendo Anna pregare in silenzio, le rimprovera di essere ubriaca. Allora Anna parla per la prima volta nel racconto. In 1 Samuele 1,15 leggiamo:
Ma Anna, rispondendo, disse: “No, signor mio, io sono una donna tribolata nello spirito e non ho bevuto né vino né bevanda alcolica, ma stavo spandendo la mia anima davanti all'Eterno.
Eli assicura ad Anna che Dio ascolterà e esaudirà la sua richiesta. Anna rimane effettivamente incinta e dà alla luce il figlio tanto atteso, che chiama Shmuel (Samuele). Motiva la sua scelta del nome: «L’ho chiesto a Dio», cosa che in ebraico fa piuttosto pensare al nome Shaul (Saul), che significa «chiesto», ma che forse è un’allusione al seguito della storia.
• Anna come modello
Nel trattato talmudico Berachot (31a) leggiamo: Rav Hamnuna sottolineò che molte importanti halachot, prescrizioni della legge religiosa, derivano dai versetti di Anna: «Parlava nel suo cuore» – da ciò si deduce che chi prega deve mettere il proprio cuore in uno stato di raccoglimento. «Solo le sue labbra si muovevano» – da ciò si deduce che chi prega deve parlare chiaramente con le labbra. E la sua voce non fu udita – da ciò si deduce che durante la preghiera non si deve alzare la voce. E Eli la considerò un’ubriaca – da ciò si deduce che l’ubriaco non può recitare la preghiera.
Anna aveva legato la sua lode a Dio a un voto (1 Samuele 1,11):
E fece un voto, dicendo: «Signore degli eserciti! Se guarderai alla miseria della tua serva, se ti ricorderai di me, se non dimenticherai la tua serva e mi darai un figlio maschio, io lo consacrerò al Signore per tutti i giorni della sua vita. E nessun rasoio toccherà il suo capo».
Anna dichiarò solennemente di essere disposta a una dolorosa rinuncia: se infatti ciò che desiderava e per cui pregava si fosse avverato, avrebbe consacrato suo figlio a Dio.
Riguardo a Sara, nella Torah si legge: Allora Sarai, moglie di Abramo, prese Agar l’egiziana, sua serva, (…) e la diede ad Abramo, suo marito, come moglie. (Genesi 16,3). Anche Rachele, la moglie prediletta di Giacobbe, rimase a lungo senza figli, tollerando che sua sorella Lea fosse la sua concubina. Nel loro desiderio di avere un figlio, Sara, Rachele e Anna erano tutte disposte a compiere un doloroso sacrificio.
• Fondamento delle benedizioni
Sebbene Anna non sia una «madre arcana», le sue prove rivestono un’importanza centrale per gli eventi di Rosh HaShana. Anna menziona il nome di Dio nove volte nella sua preghiera, il che costituisce la base per il contenuto delle nove benedizioni, le Berachot, e delle tre sezioni aggiuntive: Malchujot – versetti su Dio come Re; Sichronot – versetti in ricordo dell’anno passato; Schofarot – versetti per il miglioramento della nostra condotta.
Questa è la preghiera Musaf di Rosh Hashanah. La parola Musaf significa «aggiunta». La preghiera aggiuntiva viene recitata durante lo Shabbat, nei giorni festivi (Yom Tov) e in occasione di Rosh Chodesh (luna nuova) subito dopo la preghiera del mattino, lo Shacharit. La preghiera fu introdotta come sostituto spirituale delle offerte supplementari che un tempo venivano presentate nel Tempio di Gerusalemme in giorni speciali.
La lode e la preghiera di Anna furono esaudite e lei mantenne il proprio voto. La moglie di Elkana diede alla luce un bambino straordinario, un figlio che divenne il grande profeta Samuele (Shmuel) e una figura poliedrica nel periodo di transizione dall’Israele pre-statale a quello statale, intorno al 1000 a.C.: Samuele viene presentato come sacerdote, profeta, giudice, salvatore, «creatore di re» e «destituitore di re». A nessun altro personaggio della Bibbia ebraica – eccetto Mosè – vengono attribuiti così tanti ruoli e compiti.
La festa di Capodanno 5787 inizia la sera dell’11 settembre. Shana tova umetuka! Un buon e dolce anno nuovo!
(Israelnetz, 11 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele supera i 10,3 milioni di abitanti
Alla vigilia del nuovo anno ebraico l’Ufficio Centrale di Statistica (CBS) ha diffuso i dati ufficiali sulla popolazione d’Israele. Gli abitanti sono 10,305 milioni, con un incremento dell’1,2 % (124.000 persone) rispetto allo scorso anno.
Gli ebrei e le persone classificate nella categoria “altri” – cittadini non ebrei e non arabi – sono 7.828.000, il 78,3% della popolazione; gli arabi sono 2.173.000, pari al 21,7%, mentre 304mila sono cittadini stranieri residenti nel Paese.
Nel corso dell’ultimo anno ebraico sono state registrate circa 182mila nascite, mentre i decessi sono stati 50mila. L’aspettativa di vita è di 81,4 anni per gli uomini e 85,9 per le donne.
Diverso il quadro sul fronte migratorio, che nel complesso ha comportato una perdita di circa 8mila persone. Nel corso dell’anno sono arrivati in Israele circa 24mila nuovi immigrati, ai quali si aggiungono circa 4mila persone giunte attraverso procedure di ricongiungimento familiare. Sono inoltre rientrati nel Paese circa 21mila israeliani che vivevano all’estero. Allo stesso tempo, però, circa 57mila israeliani hanno lasciato il Paese.
Dal 1948 a oggi, sono 3,51 milioni le persone immigrate in Israele. Secondo il rapporto, tra gli ebrei, il gruppo più numeroso è quello di chi si definisce non religioso, pari al 36,9 %. Un ulteriore 21,8 % si considera tradizionale ma non particolarmente religioso. Il 21,8% si definisce tradizionalmente religioso, mentre gli ortodossi sono il 12,4 % e gli ultraortodossi l’11,5%.
Secondo il CBS, al 1° gennaio 2026 nel mondo vivevano circa 15,9 milioni di ebrei, poco meno della metà, il 46%, risiede in Israele.
(Shalom, 11 settembre 2026)
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Dal nord incombe una minaccia! La nuova preoccupazione di Israele si chiama Turchia!
La crescente influenza turca in Siria allarma Gerusalemme. Sempre più israeliani vedono ad Ankara una minaccia strategica che potrebbe portare a uno scontro militare diretto.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - I re e i profeti di Israele hanno dovuto osservare più e più volte quale grande potenza si rafforzasse a nord di Israele, quali alleanze si formassero e quali eserciti stranieri si avvicinassero ai confini del Paese. Chi prendeva sul serio il pericolo solo quando il nemico era ormai alle porte di Gerusalemme, di solito aveva già perso dal punto di vista strategico. Proprio per questo oggi Israele dovrebbe guardare con attenzione a nord. Non perché domani i carri armati turchi saranno sulle Alture del Golan, né perché Ankara sarebbe già diventata una seconda Teheran. Ma perché proprio alle porte di Israele sta cambiando qualcosa di fondamentale: la Turchia, membro della NATO, potenza regionale e sostenitrice politica di Hamas, sta espandendo la propria influenza nella nuova Siria. Allo stesso tempo, gli interessi di Gerusalemme e di Ankara diventano sempre più contrastanti. L’opinione pubblica israeliana sembra averlo capito. Il 68 per cento degli israeliani considera ormai la Turchia una seria minaccia alla sicurezza; tra gli israeliani ebrei la percentuale sale addirittura al 77 per cento. Eppure, nella percezione dell’opinione pubblica, Ankara si colloca ancora nettamente dietro all’Iran e ad Hamas. Un nuovo sondaggio del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs (JCFA) mostra quanto sia già avanzato questo cambiamento. Forse è proprio qui che risiede l’avvertimento strategico: l’Iran è il nemico che Israele conosce. La Turchia potrebbe essere il pericolo che Israele riconoscerà solo quando si concretizzerà alle sue frontiere.
Il 60% sostiene addirittura misure militari per impedire la realizzazione di infrastrutture e basi militari turche in Siria. Il 70% chiede che Israele stabilisca chiare «linee rosse» nei confronti di Ankara e, al contempo, eserciti pressioni diplomatiche tramite Washington. È interessante, tuttavia, la contraddizione: quando agli israeliani viene chiesto di valutare tutti i pericoli per il prossimo governo, la Turchia si colloca ancora relativamente in fondo alla classifica con 2,8 punti su 6. Il programma nucleare e missilistico iraniano raggiunge 4,3 punti, la rinascita di Hamas 4,2. Gli israeliani riconoscono quindi la minaccia turca, ma non la considerano ancora la più urgente. Forse è proprio qui che sta il problema.
Innanzitutto occorre sottolineare una differenza importante: la Turchia non è l’Iran. Ankara non persegue una strategia ufficialmente dichiarata di annientamento di Israele. La Turchia è membro della NATO, una potenza economica di rilievo e uno Stato con cui Israele ha intrattenuto per decenni, nonostante tutte le crisi, relazioni diplomatiche, economiche e, a tratti, anche strette relazioni militari. Proprio per questo la sfida turca è più complessa. L’Iran è un nemico dichiarato. La Turchia potrebbe diventare un rivale strategico. E le rivalità tra due potenti potenze regionali possono diventare pericolose ben prima che una delle due parti pianifichi una guerra.
La ragione principale della crescente preoccupazione israeliana si trova proprio alle porte di Israele: la Siria. Dalla caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024, la mappa regionale è cambiata. L’influenza iraniana in Siria è stata fortemente ridimensionata, mentre Ankara è diventata uno dei principali sostenitori della nuova leadership di Damasco. La Turchia sta contribuendo alla ricostruzione delle strutture statali e militari siriane e sta addestrando le forze armate siriane. Per Israele si crea così una situazione paradossale: una minaccia scompare dalla Siria e un’altra potenza colma in parte il vuoto creatosi.
Dal punto di vista militare, tuttavia, la Turchia è di un ordine di grandezza completamente diverso rispetto ai proxy iraniani con cui Israele si è confrontato finora in Siria. Dispone infatti di un grande esercito regolare, di una moderna forza aerea, di un’efficiente industria dei droni e degli armamenti e di decenni di esperienza nella NATO.
Cosa accadrà quindi se i sistemi radar, la difesa aerea, i droni o i soldati turchi venissero dispiegati in modo permanente in Siria? Per Gerusalemme non si tratta più di una questione teorica. Ad agosto Israele ha bombardato la base aerea siriana di Abu al-Duhur. Il governo israeliano ha dichiarato che, nonostante gli avvertimenti, Damasco era sul punto di far stazionare truppe turche in quella sede. Ankara e Damasco hanno invece negato che sia stata pianificata una base turca permanente. Una cosa è certa, tuttavia: una delegazione militare turca aveva visitato la base e la questione delle crescenti attività militari turche in Siria era stata addirittura oggetto, pochi giorni prima, di un insolito colloquio tra il capo del Mossad Roman Gofman e il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha poi formulato in modo inequivocabile la linea rossa di Israele: Israele non tollererà alcuna presenza militare turca in Siria che minacci la sua sicurezza. Il conflitto israelo-turco ha così raggiunto una nuova dimensione.
Israele vuole preservare la propria libertà d’azione militare sulla Siria. Ankara, dal canto suo, vuole svolgere un ruolo di primo piano nella ricostruzione della nuova Siria. Questi due interessi possono entrare in conflitto diretto. Ed è proprio qui che risiede forse il pericolo più immediato. Non è necessario che esista un piano turco per una guerra contro Israele. Basterebbe che un giorno gli aerei da combattimento israeliani attaccassero un obiettivo in Siria protetto dai sistemi radar turchi. Oppure che dei soldati turchi siano di stanza in un luogo che Israele considera una minaccia immediata.
Da una rivalità strategica potrebbe scaturire, a causa di un unico errore di valutazione, uno scontro militare. Il fatto che questo scenario venga preso sul serio a Washington è dimostrato dalla mediazione americana: gli Stati Uniti stanno lavorando a un meccanismo di disimpegno militare tra Israele, Siria e Turchia, proprio per impedire scontri di questo tipo.
E ora passiamo ad Hamas. La Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan ha una visione diversa dell’organizzazione terroristica palestinese Hamas rispetto a Israele, agli Stati Uniti e all’Unione Europea. Ankara ha coltivato per anni rapporti con Hamas e ne ha sostenuto politicamente la leadership. Per Israele, dopo il massacro del 7 ottobre, non si tratta di una semplice divergenza di opinioni in materia di politica estera. Per Israele si crea così una contraddizione di fondo: Ankara è membro della NATO e allo stesso tempo partner politico di un’organizzazione terroristica che combatte lo Stato ebraico. Dal punto di vista israeliano è quindi determinante non solo ciò che fanno i carri armati o gli aerei turchi, ma anche quale spazio politico e organizzativo Ankara offre alle forze islamiste anti-israeliane.
A ciò si aggiungono la vicinanza di Erdogan all’Islam politico e la sua retorica sempre più conflittuale nei confronti di Israele. In questo modo, il potere militare si combina con uno sviluppo ideologico che viene guardato con occhio sempre più critico a Gerusalemme. L’INSS descrive espressamente la combinazione tra l’influenza turca in Siria, l’Islam politico e una visione regionale sempre più neo-ottomana come una crescente sfida per Israele.
La lotta per il nuovo ordine del Medio Oriente: Israele e la Turchia si contendono sempre più l’influenza nella stessa area. La Siria ne è l’esempio più evidente, ma non l’unico. Ankara sta espandendo la propria influenza militare e politica oltre i confini turchi. Allo stesso tempo, Israele sta approfondendo le proprie relazioni strategiche con la Grecia e Cipro, due Stati che a loro volta hanno rapporti difficili con la Turchia. Si stanno così formando assi di potere concorrenti. La domanda non è più solo: chi controlla la Striscia di Gaza, il Libano o la Siria? La domanda più importante è: come sarà il Medio Oriente dopo l’indebolimento dell’asse iraniano e chi colmerà il vuoto che ne deriverà? È proprio qui che le visioni israeliane e turche si scontrano sempre più.
A Gerusalemme ormai non si parla più solo di Erdogan, ma lo si mette in guardia. Il ministro della Difesa Israel Katz ha pubblicamente consigliato al presidente turco di «non mettersi contro di noi» e di non commettere lo stesso errore dell’Iran. Netanyahu, dal canto suo, ha di fatto dichiarato che un insediamento militare turco in Siria costituisce una linea rossa. E persino il politico dell’opposizione Naftali Bennett parla di una «nuova minaccia turca». Ciò comporta un cambiamento radicale nel linguaggio israeliano: Ankara non è più considerata solo un partner problematico della NATO, ma sempre più un rivale strategico, la cui avanzata militare in Siria Israele intende impedire, se necessario, con la forza.
Anche in Turchia stessa, un possibile scontro non è più considerato del tutto astratto. In un sondaggio turco del giugno 2026, il 42,4% degli intervistati riteneva possibile uno scontro militare tra Turchia e Israele nel prossimo futuro. Questo dato dovrebbe essere letto con attenzione qui a Gerusalemme. La minaccia più pericolosa è forse quella che ancora non lo è.
La Turchia non deve attaccare Israele oggi per diventare una minaccia strategica. È sufficiente che Ankara rafforzi in modo duraturo la propria presenza militare in Siria, limiti la libertà d’azione di Israele, offra spazio politico ad Hamas e miri a un ordine regionale in cui l’influenza turca cresca a scapito di Israele. Un partner difficile potrebbe così trasformarsi, passo dopo passo, in un rivale strategico e, nel momento sbagliato, la rivalità strategica potrebbe sfociare in uno scontro militare.
Forse questo spiega i dati apparentemente contraddittori del nuovo sondaggio. Il 68 per cento degli israeliani percepisce il pericolo. Ma quando mettono a confronto Iran, Hamas e Turchia, Ankara appare ancora meno urgente. L’Iran e Hamas sono pericoli che Israele conosce già. La Turchia, invece, potrebbe rappresentare una minaccia che sta appena emergendo. E a volte sono proprio queste minacce le più pericolose dal punto di vista strategico: quelle che si riconoscono, ma che si prendono davvero sul serio solo quando si trovano già alle proprie frontiere.
(Israel Heute, 11 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La Slovenia ha ufficialmente inaugurato la prima ambasciata israeliana
In precedenza, era l’ambasciata israeliana a Vienna a occuparsi delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Ora, per la prima volta, la Slovenia avrà un’ambasciata israeliana sul proprio territorio. Durante l’inaugurazione è stato inoltre firmato un accordo di collaborazione nei settori dello sport, dell’istruzione e della scienza.
di Michael Soncin
Israele ha aperto a Lubiana la sua prima ambasciata in Slovenia, rafforzando i rapporti con il Paese membro dell’UE in un momento di crescente isolamento diplomatico dello Stato ebraico in Europa.
Durante la visita di mercoledì scorso, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha definito l’apertura una «giornata storica», sottolineando l’amicizia tra i due Paesi: «La Slovenia. è stata al fianco di Israele e continua a esserlo quando è necessario. Israele non dimentica i suoi amici. Come voi siete stati al nostro fianco, così noi saremo al vostro fianco”.
Il ministro degli Esteri sloveno Tone Kajzer ha definito l’apertura un passo importante per rafforzare la cooperazione bilaterale: »Vogliamo che l’apertura di oggi segni l’inizio di un periodo di maggiore dialogo, di una cooperazione più forte e, soprattutto, di risultati più concreti a beneficio dei nostri popoli».
La nuova politica slovena, come riporta Algemeiner, rappresenta un’inversione di rotta rispetto al precedente governo di centrosinistra guidato da Robert Golob, che aveva adottato misure fortemente critiche verso Israele, tra cui il riconoscimento dello Stato palestinese, il divieto di importazioni dagli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria e il divieto d’ingresso per alcuni funzionari israeliani.
Con il ritorno al potere del governo di destra guidato da Janez Janša, Lubiana sta rivedendo queste politiche e puntando a rafforzare i rapporti diplomatici, politici ed economici con Israele. Durante la visita di Saar, i due Paesi hanno inoltre firmato un accordo di cooperazione nei settori dell’istruzione, della scienza, della cultura e dello sport.
Prima, era l’ambasciata israeliana a Vienna ad occuparsi delle relazioni diplomatiche con la vicina Slovenia, ma la nuova missione a Lubiana darà a Gerusalemme una presenza diplomatica diretta nel paese per la prima volta.
L’apertura avviene appena un giorno dopo che il Regno Unito ha vietato gli scambi commerciali con le comunità israeliane in Giudea e Samaria, con Canada, Francia e altri paesi europei che hanno appoggiato misure simili nell’ambito di una crescente campagna di boicottaggio contro lo Stato ebraico.
(Bet Magazine Mosaico, 11 settembre 2026)
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Il gestore gli chiede di cancellare la prenotazione accusando Israele di genocidio. Booking si limita a un avvertimento
di Rosa Davanzo
Aveva prenotato un soggiorno a Napoli, la prenotazione era stata regolarmente confermata e mancava soltanto il check-in. A quel punto Simcha Goldstein, turista israeliano, ha scoperto che il suo passaporto era diventato una ragione sufficiente per impedirgli di entrare. «Puoi cancellare la prenotazione, non accetto cittadini di Paesi colpevoli di genocidio», gli ha scritto il gestore del NAPOLI MOOD Il Golfo Apartments attraverso il sistema di messaggistica di Booking.com.
Il rifiuto, dunque, non lasciava spazio a interpretazioni. Goldstein non era stato escluso per un comportamento, per un problema amministrativo o per il mancato rispetto delle condizioni della struttura. Il motivo dichiarato era la sua cittadinanza israeliana.
La vicenda, resa nota dalla stampa israeliana, ha provocato l’intervento di Shai Glick, direttore generale dell’organizzazione israeliana B’Tsalmo, che ha chiesto a Booking di rimuovere la struttura dalla piattaforma, sostenendo che il comportamento del gestore costituisse una grave discriminazione basata sulla nazionalità e violasse le stesse regole imposte dalla società alle strutture che utilizzano il servizio.
La risposta di Booking è arrivata, anche se con conseguenze assai più limitate di quelle richieste. La società ha ricordato che ogni struttura che entra nella piattaforma si impegna contrattualmente a evitare comportamenti discriminatori nei confronti degli ospiti. Nel caso napoletano, tuttavia, ha deciso di inviare un avvertimento al gestore, precisando che, qualora episodi analoghi dovessero ripetersi, potranno essere valutati ulteriori provvedimenti.
Per ora il NAPOLI MOOD Il Golfo Apartments continua infatti a essere presente su Booking. La struttura, in via Alcide De Gasperi, nel centro di Napoli, risulta normalmente consultabile e prenotabile sulla piattaforma.
È proprio questo l’aspetto che rende la vicenda particolarmente significativa. La discriminazione è stata espressa per iscritto, attraverso il sistema interno della società e facendo esplicito riferimento alla nazionalità del cliente. Eppure la sanzione adottata è stata un richiamo, con l’eventualità di misure più severe affidata a una futura recidiva.
Il caso Goldstein arriva inoltre in un clima italiano nel quale l’ostilità nei confronti degli israeliani ha già oltrepassato in diverse occasioni il terreno della contestazione politica. La scorsa estate aveva suscitato allarme la circolazione online di un modulo anonimo attraverso il quale si invitavano gli utenti a segnalare la presenza di israeliani ed ebrei in alberghi, appartamenti turistici e attività commerciali, con l’obiettivo dichiarato di costruire una «mappatura del turismo sionista». L’iniziativa era stata poi rimossa e aveva provocato dure reazioni nelle comunità ebraiche italiane.
Il movimento BDS Italia aveva preso le distanze da quella specifica operazione di mappatura, ribadendo tuttavia la propria campagna internazionale «No Room for Genocide», che prende di mira anche piattaforme di prenotazione come Booking e Airbnb per la presenza sui loro siti di strutture situate negli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Il confine che il caso di Napoli porta in primo piano è però molto più elementare. Una battaglia politica contro il governo di uno Stato può essere condotta con tutti gli strumenti consentiti in una società democratica. Quando la responsabilità attribuita a quello Stato viene trasferita automaticamente sul singolo cittadino che possiede il suo passaporto, si entra nel terreno della discriminazione personale.
Goldstein voleva trascorrere qualche giorno a Napoli. Per il gestore dell’alloggio era invece il rappresentante di un Paese da giudicare e punire. E la piattaforma che impone ai propri partner il divieto di discriminare ha deciso, almeno per la prima volta, che per una risposta simile bastasse un avvertimento.
(Setteottobre, 11 settembre 2026)
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Non si può che prenderne atto: la slavina dell’odio antiebraico è ormai umanamente inarrestabile. Ha un canalone che si chiama genocidio e un punto d'arrivo che si chiama Israele. È una triste conclusione, che potrà essere contestata da entrambe le parti, ma saranno i fatti a confermarla. Perché è un odio di natura diabolica, e l’aggettivo usato non è una metafora. Azioni come quella sopra riportata sono atti di guerra: una guerra che per sua natura è spirituale, cioè si combatte a un livello superiore a quello umano, anche se si gioca sulla terra. I laici integrali sorrideranno, e questo ci sta, ma sarebbe grave se a sorridere fossero anche i cristiani, e i cristiani evangelici in particolare. Non riconoscere la natura spirituale di questa guerra significa quasi inevitabilmente andare a collocarsi dalla parte sbagliata. Senza accorgersene, naturalmente. È già accaduto in una storia non molto lontana da noi. Vogliamo che si ripeta? M.C.
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Rosh HaShanà: il coraggio di ricominciare
Memoria, responsabilità e teshuvà nel passaggio al nuovo anno ebraico, mentre lo shofar invita a trasformare le fratture del presente nella possibilità di un nuovo inizio
di Rav Roberto Della Rocca *
Rosh HaShanà, il Capodanno ebraico, che quest’anno cade sabato 12 e domenica 13 settembre, conserva da millenni una forza spirituale particolare. Non celebra semplicemente il passaggio da un anno all’altro e non affida l’inizio del nuovo anno all’euforia di una festa. Non ci sono fuochi d’artificio, né un conto alla rovescia festoso. Il nuovo anno comincia, piuttosto, con un invito a fermarsi, ricordare, ascoltare e interrogarsi su ciò che è stato e sulla direzione che vogliamo dare al tempo che viene.
Ci sono anni che si lasciano alle spalle con leggerezza e altri che continuano a pesarci addosso. Quello che si conclude appartiene certamente ai secondi. Abbiamo attraversato mesi segnati da guerre e conflitti, da violenze e sopraffazioni, da un antisemitismo tornato a manifestarsi apertamente e con inquietante disinvoltura. Abbiamo assistito al progressivo isolamento di Israele, alle paure e alle incertezze sul suo futuro, alle violenze contro le donne, alle discriminazioni e ai soprusi. E accanto alle tragedie che conquistano le prime pagine ce ne sono altre, più silenziose: solitudini, fragilità e paure che raramente diventano notizia, ma che fanno parte della vita delle personeÈ dentro questo tempo difficile che arriva Rosh HaShanà.
Una delle sue denominazioni è Yom HaZikaron, il “giorno del ricordo”. Il ricordo, nell’ebraismo, non è soltanto un esercizio rivolto al passato. È un atto che obbliga a dare significato a ciò che è accaduto e, proprio per questo, riguarda anche il presente e il futuro.
A Rosh HaShanà ricordiamo ciò che abbiamo vissuto, le nostre azioni, le occasioni colte e quelle perdute. Ricordiamo le persone care che non ci sono più e ciò che abbiamo condiviso con loro. Ma ricordiamo anche il mondo nel quale abbiamo vissuto durante l’anno che si conclude, perché nessun bilancio individuale può essere completamente separato dalla storia collettiva. Rosh HaShanà non ci chiede, tuttavia, di rimanere prigionieri del passato. Ci chiede di attraversarlo per poter guardare avanti con maggiore consapevolezza e assumere l’impegno di non ricadere negli stessi errori.
Nel calendario ebraico il nuovo anno arriva dopo Tishà BeAv, il giorno nel quale si ricordano alcune delle grandi tragedie della storia ebraica. Il passaggio dalla memoria della distruzione all’inizio di un nuovo anno suggerisce che il rinnovamento non nasce dalla cancellazione di ciò che è stato. Per ricominciare occorre riconoscere anche il dolore, conservarne la memoria e cercare di comprenderne il significato.
Con Rosh HaShanà iniziano gli Aseret YemèTeshuvà, i dieci giorni che conducono a Yom Kippur, il giorno dell’espiazione e del perdono. Teshuvà viene abitualmente tradotta con “pentimento”, ma il suo significato è innanzitutto quello di “ritorno”: tornare a sé stessi, riesaminare le proprie scelte, correggere una direzione e riparare, quando è ancora possibile, ciò che è stato danneggiato.
Questo processo riguarda ciò che abbiamo fatto, ma anche ciò che abbiamo omesso di fare. La responsabilità non si misura soltanto attraverso le azioni compiute. Esistono anche i silenzi, le occasioni nelle quali avremmo potuto intervenire e non lo abbiamo fatto, le parole che avremmo potuto pronunciare, le persone che avremmo potuto aiutare, le ingiustizie davanti alle quali abbiamo preferito guardare altrove. È una riflessione che riguarda il singolo, ma inevitabilmente anche la società. Perché l’indifferenza non è mai completamente neutrale: lascia spazio a ciò che avremmo potuto contrastare.
Al centro di Rosh HaShanà c’è il suono antichissimo dello shofar, il corno di montone che richiama anche la legatura di Isacco e la grande prova narrata dalla Torah.
I suoni dello shofar hanno forme diverse: teqià è un suono lungo e integro; shevarim è composto da suoni spezzati; teruà da note brevi e frammentate. Nella successione rituale, ai suoni spezzati segue nuovamente la teqià. È possibile leggervi anche un’immagine dell’esperienza umana: l’integrità, la frattura e, infine, la possibilità di ricomporre ciò che si è spezzato.
Anche la forma stessa dello shofar, stretto all’imboccatura e più largo all’uscita, richiama un’immagine profondamente radicata nella tradizione ebraica: il passaggio dalla ristrettezza all’apertura. Nel Salmo 118,5 leggiamo: “Dalla ristrettezza ho invocato il Signore; mi ha risposto nell’ampiezza”.
La ristrettezza non è soltanto quella delle circostanze esterne. Può essere la paura, l’angoscia, il pregiudizio, l’incapacità di vedere l’altro, ma anche la convinzione che nulla possa cambiare. L’apertura non cancella ciò che è accaduto, ma permette di immaginare una possibilità diversa. Il suono dello shofar assume un significato ancora più particolare nel tempo in cui viviamo. Siamo immersi in un rumore continuo: parole gridate, giudizi immediati, contrapposizioni, semplificazioni, rabbia e odio amplificati dai social. Prendere posizione è diventato spesso più facile che ascoltare, mentre comprendere le ragioni e le paure dell’altro richiede tempo, attenzione e disponibilità.
Eppure proprio il suono dello shofar può richiamare, per contrasto, un’altra immagine della tradizione ebraica: il koldemamàdakà, la “voce sottile del silenzio”. Non è un invito a tacere davanti all’ingiustizia. È, al contrario, la ricerca di un silenzio interiore che permetta di distinguere, comprendere e ascoltare prima di parlare e di agire.
Forse oggi abbiamo bisogno proprio di questo: fare abbastanza silenzio da riuscire nuovamente ad ascoltare. Entrare nel nuovo anno significa allora interrogarsi non soltanto su ciò che desideriamo ricevere, ma anche sulla responsabilità che siamo disposti ad assumere.
L’augurio è che diminuiscano le guerre e le persecuzioni; che l’umanità possa trovare sicurezza, pace e un futuro di serenità; che l’antisemitismo e ogni forma di odio non trovino nell’indifferenza lo spazio per crescere; che le donne non debbano vivere nella paura della violenza; che i più fragili trovino protezione e ascolto.
Ma accanto a questi desideri, che riguardano il mondo, Rosh HaShanà pone una domanda a ciascuno di noi: quale parte possiamo avere nel cambiamento che auspichiamo?
Non possiamo controllare gli eventi né sapere che cosa porterà l’anno che inizia. Possiamo però esaminare le nostre scelte, riconoscere le nostre omissioni, correggere ciò che è possibile correggere e decidere con quale responsabilità entrare nel tempo che viene.
È forse questo il senso più profondo della Teshuvà: non cancellare ciò che è stato, ma farne il punto di partenza per scegliere diversamente ciò che ancora può essere.
Shanàtovà. Che sia un anno buono. Per tutti.
* Direttore Area Formazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
(Setteottobre, 10 settembre 2026)
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Sventolare le bandiere di Hezbollah e Hamas in piazza, ma “non è antisemitismo”
di Elisabetta Fiorito
L’immagine che rimane della lunga giornata di ieri è quella di due signore attempate che inneggiano ad Hezbollah nella manifestazione contro il ddl antisemitismo davanti a Montecitorio. Due signore di quelle che incontri sul pianerottolo di casa, che saluti, alle quali chiedi magari le uova che ti sei dimenticata di comprare al supermercato. Ma poi ti rendi conto che tutto cambia e che ti sembra tornare il 1938. Perché quelle stesse signore, una con i capelli bianchi e l’altra tinti di rosso, vengono riprese dalle telecamere in piazza Montecitorio, sotto le bandiere di Hezbollah, Hamas e del regime iraniano, mentre cantano una filastrocca inquietante: viva Hezbollah, gloria eterna a Nasrallah urlando a tutto spiano. Un momento talmente imbarazzante che anche gli stessi organizzatori della manifestazione cercano di fermare per non inficiare la protesta di quella che viene definita una “legge bavaglio”. Purtroppo, inneggiare al gruppo terroristico libanese sotto anche la bandiera del regime iraniano non fa che ricordare, nella mente di chi scrive, il cappio al collo messo ai giovani e alle giovani che manifestano per la libertà nelle strade di Teheran. E che diventa l’ennesima occasione mancata a dimostrare ancora una volta che antisionismo e antisemitismo se, come dicono i manifestanti, non sono la stessa cosa, vanno troppo spesso a braccetto. Eppure, ci avevano provato le 300 sigle di associazioni a manifestare contro quello che definiscono un ddl antidemocratico, a difendere il diritto di critica con tanto di cartelli con la bocca coperta dal nastro adesivo nero o dalla kefiah che provocano brividi e rimandano alle vittime del sette ottobre legate e imbavagliate. A raggiungere il presidio anche qualche parlamentare del M5s (tra cui il capogruppo alla Camera Riccardo Ricciardi) e la dem Laura Boldrini. Intanto, all’interno di Montecitorio si assiste all’ennesimo rinvio, il ddl arriverà il 2 ottobre in aula alla Camera per l’approvazione definitiva, a prima firma del senatore della Lega Massimiliano Romeo. E, come al Senato, consegnandoci un centrosinistra spaccato. Se, infatti, Movimento 5 stelle e Avs sono dichiaratamente contro il provvedimento, tra i dem le posizioni sono articolate. Piero Fassino, membro di Sinistra per Israele Due popoli due Stati, a favore del sì, Laura Boldrini per il no. In mezzo la segretaria, Elly Schlein, che potrebbe dare indicazione al partito di astenersi. I centristi dell’opposizione invece sono a favore. Le divisioni nascerebbero dal fatto che nel ddl si è deciso di adottare come linee guida gli indicatori della definizione di antisemitismo proposta dall’IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto), rigidi nel condannare paragoni impropri tra governo israeliano e nazisti, ma che per i manifestanti non consentirebbero critiche al governo di Gerusalemme. Una narrativa contestata dalle comunità ebraiche. La presidente dell’Ucei Livia Ottolenghi attacca la Federazione Nazionale della Stampa per aver partecipato ai presidi. “Nessun bavaglio, nessuna censura, nessuna repressione. Il Ddl 1004 contro l’antisemitismo non prevede norme liberticide, né poteri di denuncia, pena o sanzione. Si può dissentire da una proposta di legge, ma manomettere i fatti è inaccettabile, tanto più se a farlo sono professionisti dell’informazione”. Divisioni che, almeno per quanto riguarda pd, m5s e avs, spariscono nel chiedere di calendarizzare la proposta di legge unitaria sul divieto di importazione e pubblicità di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel territorio palestinese occupato ad emulazione del Regno Unito. Una mossa che, ancora una volta, colpevolizza Israele senza se e senza ma. Maggioranza, invece, compatta sul ddl antisemitismo con Isabella De Monte di Forza Italia che chiosa: “La migliore risposta alle bandiere di Hamas che sventolavano durante la manifestazione arrivi dalla Camera è l’approvazione definitiva approvazione del testo”. Con buona pace delle signore attempate che inneggiavano a Nasrallah, alle quali, sia ben inteso, non chiederemmo mai un uovo né ci fermeremmo a parlare sul pianerottolo.
(Shalom, 10 settembre 2026)
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Dall’estremismo al dialogo. La storia del palestinese Mohammed Dajani Daoudi
Nato in un’importante famiglia, da giovane è stato un combattente di Fatah, salvo poi diventare maggiormente moderato con l’avanzare degli anni, tanto che nel marzo 2014, ha portato 30 studenti dell’Università al-Quds di Gerusalemme in visita ad Auschwitz. Costretto a lasciare l’insegnamento per le minacce ricevute, continua ad esporsi pubblicamente a favore della convivenza e della comprensione reciproca.
di Nathan Greppi
Quando, nel marzo 2014, l’accademico palestinese Mohammed Dajani Daoudi ha portato 30 studenti dell’Università al-Quds di Gerusalemme in visita ad Auschwitz guidati da due superstiti della Shoah, ciò ha avuto un impatto significativo su di loro.
“Le opinioni degli studenti palestinesi sono cambiate dopo la visita ad Auschwitz. Si sono resi conto che non avevano nulla da temere aprendo gli occhi su questi capitoli della tragica storia umana”, ha dichiarato Dajani nel settembre 2023, in un’intervista al Times of Israel. “A scuola, i palestinesi imparano: il nemico del mio nemico è mio amico; ad Auschwitz hanno imparato: il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico”.
• Chi è
80 anni, è nato in un’importante famiglia, i Dajani, che per secoli sono stati i custodi della tomba di Re Davide sul Monte Sion a Gerusalemme. Da giovane è stato un combattente di Fatah, salvo poi diventare maggiormente moderato con l’avanzare degli anni.
Già leader studentesco all’Università Americana di Beirut, passato alla carriera accademica negli anni ’80 dopo un master e due dottorati, negli anni ’90 ha lavorato come consulente per l’Autorità Nazionale Palestinese. È tornato alla vita accademica nel 2002, quando ha fondato il programma di studi americani dell’Università al-Quds. E nel 2007 ha fondato Wasatia, un movimento impegnato nella riconciliazione tra israeliani e palestinesi.
• La visita ad Auschwitz
Dopo aver portato i suoi studenti a vedere il campo di concentramento e sterminio per comprendere cos’è stata la Shoah, Dajani ha subito numerose minacce e pressioni da parte dei suoi colleghi. A causa di queste pressioni, meno di due mesi dopo la visita ha rassegnato le dimissioni dall’università. Infatti, la sua decisione è stata accolta prevalentemente con favore in Israele, ma è stata osteggiata da diversi palestinesi che lo hanno accusato di essere un traditore.
Come riportato da Algemeiner, prima di dimettersi, Dajani ha raccontato: “Nove organizzazioni studentesche politiche nel campus hanno rilasciato una dichiarazione pubblica contro di me intitolata Normalizzazione = Tradimento. Gli studenti hanno manifestato contro di me nel campus e hanno consegnato una lettera alla mia segretaria minacciando di uccidermi se fossi tornato a insegnare all’università.”
Gli attacchi nei suoi confronti sono arrivati al punto che, nel gennaio 2015, la sua macchina è stata bruciata davanti a casa sua a Gerusalemme Est.
Per le sue posizioni, è stato preso di mira anche all’estero: nel 2018, a lui e a degli accademici israeliani sono stati cancellati gli inviti per una conferenza alla quale avrebbero dovuto partecipare all’Università di Stellenbosch, in Sudafrica. Secondo il giornale South African Jewish Report, l’annullamento degli inviti era avvenuto dopo che l’università ha ceduto alle pressioni di sigle propal contrarie alla presenza di israeliani.
• Impegno per la pace
La fine della carriera universitaria e le minacce non hanno impedito a Dajani di continuare ad esporsi pubblicamente a favore della convivenza e della comprensione reciproca: nell’agosto 2020, ha criticato la dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese quando questa si è opposta all’instaurazione di relazioni diplomatiche tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti.
In quell’occasione, ha detto al Jerusalem Post che “sono fortemente favorevole a questa iniziativa di Abu Dhabi, perché sento che è un passo in avanti verso la riconciliazione. È importante avere sempre più paesi arabi coinvolti nel processo di pace”.
Questo non significa che non ci siano stati casi in cui ha difeso la propria parte. Nel dicembre 2013, ha contestato la decisione della Brandeis University di tagliare i rapporti con l’Università al-Quds, avvenuta dopo che un mese prima, studenti dell’ateneo palestinese avevano inscenato una manifestazione in cui portavano armi fasulle e facevano il saluto nazista. Dajani ha scritto in un’email che “questo attacco minerà tutto il lavoro che facciamo per promuovere una cultura moderata all’interno della comunità palestinese e darà potere alle forze radicali. Questa è la motivazione dietro la manifestazione”.
• Dopo il 7 ottobre
Intervistato il 26 ottobre 2023 dal quotidiano Avvenire, Dajani ha dichiarato: “Condanno con fermezza l’orribile massacro del 7 ottobre da parte di Hamas. Ma condanno anche la vendetta su Gaza. Se non lavoriamo per la pace, entrambi, […] il nostro futuro sarà la guerra”.
(Bet Magazine Mosaico, 10 settembre 2026)
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Solo la sicurezza (statuita dalla forza) è garanzia di pace
di Davide Cavaliere
Nella politica internazionale, come nella fisica, il vuoto non esiste. Dove si ritira una forza, immediatamente ne penetra un’altra. Si tratta di un principio cardine del realismo politico nelle relazioni internazionali, ed è necessario tenerlo a mente quando si valuta, al di là delle convenevoli ipocrisie «democratiche», la situazione che si presenta oggi nella Striscia di Gaza e nella Giudea e Samaria (segnatamente nell’area C). Le recenti dichiarazioni del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz non sono, come vorrebbero i loro detrattori, manifestazioni di un imperialismo irrazionale o di una pulsione vendicativa. Esse rappresentano, piuttosto, il riconoscimento tardivo ma necessario di una verità geopolitica ineludibile, ovvero che la sicurezza dello Stato ebraico non può più essere affidata a compromessi precari né a illusioni osannanti la «convivenza».
Coloro che invocano il ritiro immediato delle Forze di Difesa Israeliane da Gaza rivelano una mancata comprensione dei meccanismi della deterrenza. L’esperienza del 2005, il disimpegno unilaterale, il ritorno ai confini del 1967, la distruzione degli insediamenti di Gush Katif, non fu un passo verso la pace, bensì il preludio all’emirato islamista di Hamas a Gaza e agli orrori del 7 ottobre. Chi ha occhi e gli usa per vedere comprende che il ritiro militare non produce riconciliazione, ma crea un vuoto di potere che viene immediatamente occupato dalle fazioni più estremiste, più armate, più votate al martirio collettivo.
La presenza permanente dell’esercito israeliano a Gaza non è una scelta tra diverse opzioni plausibili; è la sola alternativa al terrorismo jihadista. Come insegnava Carl von Clausewitz nella sua Vom Kriege, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; ma quando l’avversario non persegue obiettivi razionali e negoziabili, ma si abbandona a un fanatismo distruttivo, la politica deve necessariamente tradursi in annientamento dell’avversario (e controllo del territorio nel caso specifico).
Veniamo ora a un argomento che suscita un ipocrita inorridimento nelle cancellerie occidentali, ma che ogni politico degno di questo nome dovrebbe affrontare con pragmatica determinazione: la demografia. L’area C, quel 60% della Cisgiordania rimasto sotto controllo israeliano secondo gli accordi di Oslo, vigenti ma superati dalla realtà, rappresenta il cuore strategico di Israele. Qui si gioca il destino dello Stato ebraico come entità demograficamente sostenibile e militarmente difendibile.
I critici parlano di «pulizia etnica» con la stessa leggerezza con cui si ordina un caffè al bar, dimenticando che la storia la si fa sul terreno, con i movimenti di popolazione, non certo coi trattati. Questo intendeva il ministro Katz quando dichiarò, nel maggio dello scorso anno, «riconosceranno uno Stato palestinese sulla carta e noi costruiremo lo Stato ebraico-israeliano sul campo. La carta verrà gettata nel cestino della storia e lo Stato di Israele prospererà e fiorirà». Il «trasferimento di popolazioni» (termine da preferire al più emotivo «espulsione») è da sempre uno strumento legittimo della politica. Dalle deportazioni assire agli scambi di popolazione greco-turchi del 1923, dall’esodo dei pieds-noirs dall’Algeria alle più recenti ricollocazioni nel Caucaso, la storia insegna che la stabilità regionale spesso richiede riallineamenti demografici dolorosi ma necessari.
Non si tratta di odio verso i palestinesi, al contrario, si tratta di riconoscere che due nazionalismi incompatibili non possono pacificamente coesistere nello stesso spazio fisico senza generare uno stato di guerra interminabile. Come ha scritto il filosofo israeliano Yoram Hazony in Le virtù del nazionalismo, la pace duratura richiede l’esistenza di stati-nazione omogenei, capaci di esercitare sovranità effettiva su territori definiti. La presenza di una popolazione ostile, numericamente significativa e armata di rivendicazioni irredentiste, all’interno dei confini di uno stato, costituisce una bomba politico-demografica destinata a scoppiare.
Si deve affermare, con la stessa fermezza che caratterizzava le posizioni di Vladimir Jabotinsky negli anni Venti e Trenta, che la soluzione duratura passa solamente attraverso tre tappe, la prima delle quali è l’annessione de facto dell’area C e di Gaza; la seconda, l’offerta di ricollocazione volontaria, con pacchetti di compensazione economica, per quei palestinesi che desiderino costruire il loro avvenire altrove; la terza, la naturalizzazione controllata di quella minoranza che accetti di vivere in pace sotto sovranità israeliana, alla stregua degli arabi israeliani di Haifa o di Jaffa.
Questa non è fantapolitica, ma realismo puro. Il Medio Oriente non è l’Europa occidentale, dove i confini sono diventati linee amministrative. Qui i confini sono ancora, nel senso weberiano, linee di demarcazione tra poteri sovrani capaci di esercitare il monopolio della violenza legittima. L’alternativa alla sovranità israeliana integrale non è uno stato palestinese democratico e prospero, illusione che solo i diplomatici di professione possono ancora coltivare, ma qualcosa di simile al caos libico o a una tirannia islamista.
È qualcosa che dovrebbero capire anche quegli intellettuali israeliani, o anche gli ebrei «progressisti», che affollano le università da Tel Aviv ad Harvard, che trovano più comodo predicare la resa morale che difendere l’esistenza del loro stesso popolo. Individui che invocano il «dialogo» con entità che nei loro statuti invocano esplicitamente l’eliminazione di tutti gli ebrei. La pace, quella vera, non nasce dalla simmetria dei deboli, ma dalla sicurezza dei forti.
Netanyahu e Katz hanno il merito storico di aver rotto il tabù, di aver detto ad alta voce ciò che molti pensano in segreto ma non osano pronunciare per paura delle sanzioni internazionali o delle condanne morali. Lascino l’esercito a Gaza come presidio di civiltà contro la barbarie. Annettano l’area C come atto di legittima difesa. Offrano alternative di vita, come gesto di umanità che riconosce l’impossibilità della coesistenza forzata, ai palestinesi che non accettano la sovranità israeliana.
Il destino di Israele non si gioca nelle aule del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Si gioca nelle stanze dei comandanti di brigata, nei consigli dei ministri che hanno il coraggio di guardare la realtà senza filtri, nelle decisioni che chiariranno se, nel ventunesimo secolo, ci sarà ancora spazio per gli ebrei.
La storia non perdona chi indugia. E il tempo, come ammoniva Machiavelli, non aspetta.
(L'informale, 10 settembre 2026)
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Cosa è più importante: come si vive in quella terra o a chi appartiene?
Quasi nessun’altra domanda ricorre con tanta forza nella Bibbia come questa. È la questione della patria, dell’identità, della promessa e della responsabilità.
di Aviel Schneider
La domanda accompagna Abramo nei suoi viaggi, ispira i profeti, plasma la storia di Israele e ancora oggi occupa politici, storici e teologi. Proprio per questo vale la pena esaminare più da vicino la prospettiva biblica. Infatti, sorprendentemente, la Bibbia non fornisce una risposta semplice a questa domanda. Da un punto di vista biblico, la terra di Israele appartiene innanzitutto a Dio stesso. L’affermazione più chiara al riguardo si trova in Levitico 25,23: «La terra non sarà venduta in modo definitivo, perché la terra è mia; voi siete per me stranieri e ospiti».
In questo modo la Bibbia chiarisce che nemmeno Israele è il proprietario assoluto della terra. Il popolo vi abita in virtù di una promessa divina, ma il vero proprietario rimane Dio. Questo pensiero ricorre in tutta la Bibbia. Il re Davide parla della terra (1 Samuele 26,19) come dell’«eredità del Signore», e i profeti ricordano ripetutamente che Israele può perdere la terra se trascura la propria responsabilità morale e spirituale. La storia dei due esili dimostra che la Bibbia non considera mai la terra come una proprietà automatica. Anche Israele può essere scacciato dalla terra se dimentica la propria missione. La visione biblica della terra è quindi più profonda di qualsiasi considerazione puramente politica o giuridica.
La Bibbia sottolinea che Dio ha promesso la terra ad Abramo, Isacco, Giacobbe e ai loro discendenti come eredità eterna. Da ciò deriva la tensione: la terra appartiene ancora a Dio, ma Egli l’ha affidata al popolo d’Israele nell’ambito di un’alleanza. La Bibbia non concepisce la terra d’Israele solo come territorio, ma come una missione. Il legame con la terra non si basa solo sul possesso o sul potere, ma sulla responsabilità di viverci in armonia con la volontà di Dio.
• Il vero proprietario
Quando Dio promette ad Abramo la terra di Canaan (Genesi 12,7), questi non ne diventa però immediatamente il proprietario: «A questa tua discendenza darò questo paese». Ciononostante, trascorre tutta la sua vita come straniero nella terra promessa. Vaga di luogo in luogo, piantando le sue tende e, alla fine, possiede solo la grotta di Macpela come luogo di sepoltura per la sua famiglia. La promessa è reale, ma non si trasforma immediatamente in possesso politico. Tra la promessa di Dio e il suo adempimento si frappongono generazioni, pazienza e storia.
Ancora più sorprendente è ciò che Dio dichiara secoli dopo riguardo alla legge che riguarda l’Anno Giubilare (Levitico 25,23b): «A me appartiene la terra; voi siete stranieri e residenti temporanei presso di me». In questo modo emerge un principio fondamentale della Bibbia. In definitiva, la terra non appartiene a Israele, né a un re né a una tribù. Il vero proprietario rimane Dio stesso, l’uomo ne è solo amministratore. Questa visione distingue fondamentalmente la Bibbia da molte ideologie politiche che intendono la terra esclusivamente come proprietà nazionale.
Ma la Bibbia va ancora oltre. Sebbene Dio abbia promesso la terra di Israele al suo popolo, chiarisce che questa promessa non è una carta bianca. I profeti Isaia, Geremia, Amos ed Ezechiele avvertono ripetutamente che l’ingiustizia, la corruzione, l’oppressione e l’idolatria hanno delle conseguenze. Alla fine, è proprio ciò che accade. Israele perde la terra e viene condotto in esilio a Babilonia. La Bibbia trasmette così una verità scomoda: anche il popolo eletto può perdere la propria patria se non adempie alle proprie responsabilità morali. La promessa non esclude la responsabilità.
Questo principio si manifesta anche nell’esempio del re Davide. Davide viene scelto da Dio, sconfigge i nemici di Israele e riceve la promessa di una dinastia eterna. Tuttavia, il suo desiderio di costruire una casa per l’Arca dell’Alleanza rimane insoddisfatto. Dio gli rivela che sarà un altro a costruire il tempio. Anche il più grande re di Israele rimane vincolato ai criteri divini. Nella Bibbia, l’elezione non significa mai un diritto illimitato.
Questa tensione emerge in modo particolarmente evidente nel libro di Giona. Giona non riesce ad accettare che Dio voglia mostrare misericordia agli abitanti di Ninive. La sua visione è ristretta in chiave nazionale. Per lui, i nemici di Israele meritano il giudizio. Ma Dio lo mette di fronte a una prospettiva più ampia. Alla fine chiede a Giona: «… e io non dovrei avere pietà di Ninive?». In questo modo la Bibbia chiarisce che l’interesse di Dio non si esaurisce ai confini di Israele. La giustizia e la misericordia di Dio abbracciano anche altri popoli.
• Responsabilità umana
È proprio qui che risiede la profonda tensione che attraversa l’intera Bibbia. La domanda cruciale non è solo: a chi appartiene la terra? È anche: come si vive in questa terra? La Bibbia coniuga la promessa divina con la responsabilità umana. Parla di elezione, ma allo stesso tempo esige umiltà. Promette il possesso, ma ricorda che il proprietario rimane Dio.
I rabbini dell’epoca moderna hanno fatto proprio questo monito. Il rabbino Abraham Isaac Kook insegnava che il ritorno in Terra d’Israele non fosse solo un processo politico, ma soprattutto spirituale. Suo figlio, il rabbino Zvi Yehuda Kook, sottolineò che la Terra di Israele è un dono divino legato alla responsabilità e che non può essere separato dalla condizione morale del popolo. L’ex gran rabbino sefardita Ovadia Yosef criticava regolarmente la corruzione e i malcostumi morali nella vita pubblica e metteva in guardia dal fatto che la debolezza interna è spesso più pericolosa dei nemici esterni. Il rabbino Jonathan Sacks ha spiegato che le società raramente vengono distrutte dall’esterno, ma per lo più si sgretolano dall’interno quando perdono i propri fondamenti morali. Il rabbino Yitzchak Ginsburgh, infine, sottolinea ancora oggi che il futuro di Israele non dipende solo dalla forza militare o dal potere politico, ma dallo stato spirituale del popolo. Tutti condividono la convinzione che la promessa della Terra non sia mai separata dalla responsabilità. La domanda decisiva non è quindi se Israele sia abbastanza forte militarmente da mantenere il controllo del territorio. La domanda è se Israele possieda la forza morale e spirituale per essere all’altezza della propria vocazione in questa terra.
Forse è proprio in questo che risiede la perenne attualità del messaggio biblico. Secondo la loro concezione, la Terra d’Israele non è solo un’area geografica né solo oggetto di rivendicazioni politiche. È un luogo di vocazione. Chi vi vive non si trova di fronte solo a questioni storiche o nazionali, ma anche a una sfida morale. La storia di Israele si muove tra promessa e responsabilità sin dai tempi di Abramo, e forse è proprio questo a spiegare perché la questione della Terra non abbia perso nulla della sua forza fino ad oggi.
(Israel Heute, 10 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dal libro “Le dieci parole”:
«I giuristi, che sono persone ben allenate a fare sottili distinzioni, dicono che c'è differenza tra «proprietà», «possesso» e «detenzione». Senza dilungarci in minuziose definizioni, spieghiamoci con qualche esempio. Una persona ha la proprietà dell'automobile che ha acquistato e interamente pagato, ha il possesso dell'appartamento in cui vive come inquilino e di cui paga regolarmente l'affitto, e detiene la bicicletta che ha rubato davanti alla stazione e nasconde accuratamente nel suo garage.
Tenuto conto di queste specificazioni, e stando a quello che afferma la Bibbia, si può dire che sulla terra non devono esserci «detentori» di cose rubate, perché ciò contrasta con l'ottavo comandamento, e non ci sono «proprietari», perché l'unico, vero proprietario di ogni cosa è Dio. Gli uomini hanno soltanto il compito di amministrare (e devono farlo con grande cura) i beni di cui godono il «possesso».
Il popolo d'Israele era entrato in possesso del paese non per la sua potenza o per la sua giustizia (Deuteronomio 9:4), ma perché Dio aveva dato quella terra al popolo.»
Applicazione:
Israele non detiene illegittimamente la terra “dal fiume al mare” perché non l’ha rubata a nessuno; Israele ne ha il possesso in forza di un originario contratto con il vero, unico Proprietario di quella terra. In alcuni periodi Israele è stato privato del possesso del bene pattuito per non aver ottemperato alle clausole del contratto, il quale tuttavia non è mai stato abrogato. Ultimamente, Israele ha riottenuto il possesso della terra per un atto di benevolenza del Proprietario, il quale ora si aspetta qualche segno di riconoscenza dall’affittuario, tuttora insolvente rispetto ai termini del contratto. L’affittuario però, invece di rimettere in ordine il suo rapporto con il Proprietario, passa il suo tempo a difendersi dai vicini che rivendicano un inesistente diritto di proprietà. E anche lui, come i vicini, combatte come se la proprietà fosse davvero sua, e competesse a lui, invece che al Proprietario, il compito di difenderla. A suo tempo il legittimo e unico Proprietario di quella terra farà sentire pesantemente la sua voce, e rimetterà tutti al loro posto: l’affittuario e i suoi vicini. M.C.
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Israele chiude il consolato britannico a Gerusalemme dopo le sanzioni sugli insediamenti
di Anna Balestrieri
Sale drasticamente la tensione tra Israele e Regno Unito dopo l’annuncio britannico di restrizioni commerciali contro i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania (Giudea e Samaria). Londra ha annunciato le proprie misure insieme ad altri undici Paesi; poche ore dopo, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha comunicato una serie di contromisure, tra cui la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme.
• Dodici Paesi contro gli insediamenti
La decisione britannica è arrivata nell’ambito di un’iniziativa coordinata con Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. I dodici governi hanno annunciato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o sostenere a livello europeo restrizioni commerciali contro i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Nel comunicato congiunto, i governi sostengono che l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni stiano compromettendo la possibilità di realizzare una soluzione a due Stati. I Paesi hanno citato in particolare il progetto di E1, nella Cisgiordania orientale, definendo inaccettabile la pubblicazione dei relativi bandi di gara. I governi hanno tuttavia ribadito il riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza di Israele e la condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre.
• Londra prepara le restrizioni
Il Regno Unito ha annunciato che introdurrà restrizioni sul commercio dei beni prodotti negli insediamenti e ulteriori misure contro persone e aziende coinvolte nell’espansione degli insediamenti. Le modalità precise delle restrizioni non sono ancora completamente definite. Uno dei problemi pratici sarà distinguere i prodotti provenienti dagli insediamenti da quelli fabbricati nel resto di Israele. La misura, secondo i governi che la sostengono, non costituisce un boicottaggio generale di Israele, ma è specificamente rivolta ai beni prodotti negli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
• La risposta di Gerusalemme
La risposta israeliana è arrivata poche ore dopo. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, con l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha annunciato quattro contromisure nei confronti del Regno Unito. La prima e più clamorosa è la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme. Israele ha inoltre deciso di rimuovere i rappresentanti britannici dal centro internazionale di coordinamento per Gaza a Kiryat Gat e di porre fine alle attività britanniche di addestramento delle forze dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania. Gerusalemme ha inoltre annunciato il divieto di ingresso in Israele per dodici parlamentari ed esponenti britannici, accusati di attività anti-israeliane o antisemite e di negare l’esistenza dello Stato di Israele.
• Sa’ar: «Non siamo tornati nella nostra terra dopo 2.000 anni per perderla»
Sa’ar ha accusato il governo laburista britannico di condurre una politica sistematicamente ostile nei confronti di Israele. Il ministro ha definito le nuove sanzioni «moralmente distorte» e una «palese interferenza» negli affari di uno Stato sovrano e nel suo processo elettorale. Secondo Sa’ar, la decisione britannica sarebbe stata presa anche per ragioni di politica interna, in vista della conferenza del Partito Laburista. Il ministro ha inoltre respinto l’accusa secondo cui Israele starebbe procedendo ora a nuove decisioni sul progetto E1, sostenendo che le decisioni fondamentali sul progetto erano state prese più di un anno fa e che il processo di gara era già in corso. Sa’ar ha poi rivolto un messaggio particolarmente duro al governo britannico: «Non siamo tornati nella nostra terra dopo 2.000 anni per perderla sotto la pressione di jihadisti, islamisti, antisemiti, estremisti di estrema sinistra e woke».
• I dodici britannici a cui sarà vietato l’ingresso
Tra le persone alle quali Israele intende negare l’ingresso figurano diversi parlamentari britannici. L’elenco comprende Jeremy Corbyn, Zarah Sultana, Diane Abbott, John McDonnell, Richard Burgon, Carla Denyer, Sian Berry, Ellie Chowns e Adrian Ramsay, oltre ad altri esponenti politici e attivisti. La decisione israeliana rappresenta un ulteriore salto di livello nello scontro con Londra: per la prima volta la risposta alle misure britanniche colpisce direttamente la presenza diplomatica del Regno Unito a Gerusalemme e alcuni suoi rappresentanti politici.
• Dallo scontro commerciale alla crisi diplomatica
Sa’ar ha ricordato una lunga serie di decisioni adottate dal governo britannico negli ultimi anni, tra cui il riconoscimento dello Stato palestinese, le restrizioni alle esportazioni militari verso Israele, le sanzioni contro ministri e cittadini israeliani, la sospensione dei negoziati per un accordo di libero scambio e il congelamento di alcune forme di cooperazione militare e di sicurezza. Il ministro ha accusato Londra di adottare un approccio unilaterale che, a suo giudizio, non tiene sufficientemente conto del terrorismo palestinese e del sostegno dell’Autorità Palestinese ai condannati per terrorismo. Ha inoltre sostenuto che le sanzioni contro gli insediamenti potrebbero avere conseguenze anche sui palestinesi: decine di migliaia di lavoratori palestinesi sono infatti impiegati nelle comunità israeliane in Cisgiordania. La crisi tra i due Paesi va dunque ben oltre il valore economico dei prodotti interessati dalle restrizioni. Il vero terreno dello scontro è ormai diplomatico e politico: Londra vuole utilizzare la pressione economica per frenare l’espansione degli insediamenti, mentre Gerusalemme considera queste misure un’ingerenza nelle proprie decisioni sovrane. La chiusura del consolato britannico a Gerusalemme segna così una nuova e significativa escalation nei rapporti tra Israele e uno dei suoi storici alleati occidentali.
(Bet Magazine Mosaico, 9 settembre 2026)
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Il grave conflitto diplomatico fra Israele e la Gran Bretagna
di Ugo Volli
• Una crisi annunciata
È la crisi più dura da molto tempo fra Israele e un paese occidentale importante come la Gran Bretagna: una crisi annunciata, minacciata, su cui si è tentato un negoziato con interventi di prevenzione dell’amministrazione americana, che è però esplosa con molta violenza. L’oggetto del contendere sono gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, cioè nel territorio rivendicato dall’Autorità Palestinese e la pretesa dei britannici che Israele accetti le rivendicazioni dell’AP. Nonostante la riaffermazione continua di molti Stati e anche dell’Onu che si tratti di “territori palestinesi occupati”, non vi è però nessuna base internazionale, nessun trattato o nessuna continuità giuridica che assegni questi territori a uno “Stato Palestinese” – che peraltro ancora non esiste secondo i criteri giuridici internazionale e secondo i fatti sul terreno.
• Le “colonie” in Giudea e Samaria
La crisi è nata a proposito delle “colonie”, cioè degli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria, quelle terre che impropriamente vengono chiamate “Cisgiordania” o “West Bank”. Vale la pena di ricordare i precedenti. Questo territorio, dopo essere stato governato dagli ottomani per cinque secoli, facevano parte del mandato britannico destinato alla costituzione di una “Casa Nazionale ebraica”; fu occupato militarmente fra il 1948 e il 1967 dalla Giordania senza riconoscimento internazionale; dopo la Guerra dei Sei Giorni fu amministrato da Israele. Negli accordi di Oslo del 1993 (dove non si parla mai di uno “stato Palestinese”) esso fu diviso in tre zone, quella A (18% circa) che doveva essere amministrata in esclusiva dall’Autorità Palestinese; quella B (22% circa) dove l’Autorità doveva gestire l’amministrazione e Israele avere il controllo militare e di sicurezza; e quella C (60%), esclusivamente affidata a Israele. È in questa zona C che a partire dagli anni Sessanta (anche con governi laburisti) furono costruiti gli insediamenti israeliani. Ormai gli israeliani che vivono oltre la “linea verde” degli accordi armistiziali del 1948 sono circa 800.000 (senza i sobborghi di Gerusalemme 550.000). Dopo anni di sospensione dovute alle pressioni politiche soprattutto dei democratici americani, il governo attuale ha ripreso ad autorizzare l’espansione degli insediamenti esistenti e la costruzione di nuovi, il che è pienamente legittimo, ma risulta intollerabile agli Stati e ai politici che vorrebbero che tutto il territorio al di là della linea verde costituisse “la Palestina” e che questo fosse, secondo le regole dell’Autorità Palestinese, Judenrein, come dicevano i nazisti, cioè “ripulito dagli ebrei”. Fra i sostenitori di questa linea vi sono stati decisamente anti-israeliani come Irlanda e Spagna, ma anche altri che hanno finora mantenuto posizioni più elastiche come Francia e soprattutto Gran Bretagna, con cui è esplosa la crisi attuale.
• La zona E1
La crisi sugli insediamenti continua da decenni, arricchita da polemiche sulle “violenze dei coloni” (che senza dubbio occasionalmente accadono, ma riguardano piccoli gruppi isolati e non hanno confronti per numeri e gravità con le violenze terroristiche (omicidi, stragi, rapimenti, attentati vari) che gli israeliani subiscono ad opera dei sudditi dell’Autorità Palestinese, al di qua e al di là del confine. Ma l’esplosione di questa crisi è dovuta a una singola decisione governativa di qualche mese fa, quella di attivare le procedure di costruzione nei pochissimi chilometri quadrati di una “zona E1” finora disabitata, che si trova fra la città di Ma’ale Adumim (circa 40.000 abitanti, fondata nel 1975) che sorge a Nord-Est di Gerusalemme, subito al di là della zona universitaria. È importante dire che entrambe queste località sono in zona C. La zona E1 è importante perché si trova sulla direttrice fra Ramallah (a nord di Gerusalemme) e Betlemme (a sud) e quindi potrebbe permettere di circondare la capitale, secondo un progetto demografico, urbanistico e in prospettiva militare che l’Autorità Palestinese nasconde sotto il nome ingannevole di “continuità dello Stato di Palestina”. In realtà questa continuità non è in gioco, perché già passa più a est, attraverso Gerico. La posta in gioco è il legame del territorio urbano di Gerusalemme con sobborghi ebraici o arabi, con le relative conseguenze demografiche.
• Le sanzioni britanniche
Il nuovo governo inglese e in particolare, il ministro degli esteri Ed Miliband (di origine ebraiche ma caratterizzato da posizioni di sinistra fortemente antisioniste) ha preso di petto la questione, anche se certamente la Gran Bretagna non ha interessi diretti nella zona, salvo le sue responsabilità di ex potenza coloniale. Miliband ha minacciato spesso nelle ultime settimane che non avrebbe accettato una situazione in cui lo Stato Palestinese diventasse impossibile e ha parlato di sanzioni per impedire le costruzioni di E1. Israele ha fatto sapere che in caso di sanzioni le avrebbe ricambiate e anche l’amministrazione americana ha appoggiato queste posizione. Ieri finalmente Miliband in un discorso ai Comuni ha annunciato una posizione durissima: “Pensiamo – ha detto – che in “Cisgiordania” sia in atto una “pulizia etnica” e agiamo per impedirla”. In particolare il governo britannico ha stabilito il divieto di importazione nel Regno Unito di beni prodotti negli insediamenti; ha deciso sanzioni economiche contro aziende e persone che forniscono servizi per la loro espansione (costruzioni, infrastrutture, finanziamenti, immobiliare) e sanzioni personali contro i dirigenti dei “coloni”; ha stabilito il blocco sulle forniture militari con rifiuto di tutte le richieste di licenza per armi e anche delle altre esportazioni che contribuiscono materialmente all’ “occupazione”. Questa decisione è stata annunciata insieme a un comunicato congiunto con una dozzina di stati, che in parte già boicottano Israele o intendono cominciare a farlo ora. Sono Islanda, Irlanda, Danimarca, Norvegia, Spagna, Polonia, Portogallo, Finlandia, Francia Canada e Svezia. È interessante notare che dall’elenco mancano altri stati importanti, come l’Italia, la Germania, l’Austria e che l’iniziativa in questa forma deriva dal fallimento inglese e francese di portare tutta l’Unione Europea al boicottaggio di Israele.
• La reazione israeliana
Israele ha immediatamente reagito con la chiusura del consolato britannico nella parte orientale di Gerusalemme, l’espulsione dei rappresentanti britannici dal Quartier Generale della forza di pace per Gaza situato a Kiryat Gat, l’interruzione dell’assistenza britannica per l’addestramento delle forze dell’Autorità Palestinese, la proibizione a un certo numero di politici britannici di entrare in Israele. Il Ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar ha dichiarato: “Non siamo tornati nella nostra terra dopo 2.000 anni per perderla sotto la pressione degli islamisti, antisemiti, jihadisti, e persone che promuovono ideologie progressiste di estrema sinistra.” La crisi probabilmente è solo incominciata.
(Shalom, 9 settembre 2026)
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L’Argentina presenterà accuse penali contro una società israeliana per le attività di trivellazione nelle Falkland
(JNS) Il governo argentino ha annunciato lunedì che presenterà accuse penali contro una società israeliana per le attività svolte nelle Isole Falkland.
La decisione è arrivata pochi giorni dopo che il presidente argentino Javier Milei si era impegnato a sanzionare le compagnie petrolifere che effettuano trivellazioni nel territorio britannico d’oltremare situato nell’Oceano Atlantico meridionale, inasprendo così la disputa sulle isole, che dura da due secoli.
L’azione legale prevista contro la società energetica israeliana Navitas Petroleum è stata annunciata dopo la notizia che l’azienda intende effettuare trivellazioni offshore nell’arcipelago insieme alla società britannica Rockhopper. La notizia aveva provocato una crisi diplomatica all’inizio di quest’anno, nonostante le relazioni bilaterali tra Israele e Argentina fossero in forte crescita.
All’epoca, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar aveva comunicato all’Argentina che il governo israeliano non era coinvolto nelle operazioni di Navitas e non aveva alcun controllo su di esse, dal momento che si tratta di una società quotata in borsa.
In precedenza, il governo argentino aveva sanzionato la società israeliana per aver effettuato attività di trivellazione petrolifera senza autorizzazione, sulla base di una risoluzione delle Nazioni Unite del 1976. Tale risoluzione stabilisce che né l’Argentina né il Regno Unito possono adottare decisioni unilaterali sul territorio finché proseguono i negoziati sulla sovranità delle Falkland.
La questione delle isole, note agli argentini come Las Malvinas, è un tema che suscita da sempre forti tensioni a Buenos Aires.
Un portavoce dell’ambasciatore argentino in Israele e l’ufficio del primo ministro israeliano a Gerusalemme hanno rifiutato di commentare la vicenda martedì.
(HaKol, 9 settembre 2026)
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Trump, Ciro e la responsabilità politica di Israele
di Avshalom Kapach
La storia di re Ciro racchiude un insegnamento senza tempo. Ciro permise agli ebrei di tornare a Gerusalemme e autorizzò la ricostruzione del Tempio. Ma la sua dichiarazione fu solo l’inizio. La vera sfida consisteva nel cogliere l’occasione, superare le resistenze politiche e trasformare la visione in realtà. Molti israeliani paragonano Donald Trump a Ciro. Trump ha concesso a Israele un sostegno politico, diplomatico e in materia di sicurezza come pochi presidenti americani prima di lui. Ma anche in questo caso vale quanto segue: nemmeno il più grande sostegno esterno può sostituire la responsabilità della leadership israeliana. Le porte possono essere aperte da altri. Ma è Israele stesso che deve percorrere la strada.
«Così dice il Signore al suo Unto, a Ciro, di cui ho afferrato la mano destra per abbattere le nazioni davanti a lui e sciogliere le cinture dei re, per aprire le porte davanti a lui, affinché le porte non rimangano chiuse». [1]
Queste parole furono pronunciate dal profeta Isaia. Pochissimi sovrani non ebrei hanno occupato nella storia ebraica un posto così speciale come Ciro, re di Persia. Il profeta Isaia lo definisce addirittura «Unto» di Dio. Non si tratta però del Messia. Si intende piuttosto un sovrano scelto da Dio per adempiere una missione storica concreta.
• Strumento di Dio
Ciro diventa lo strumento di Dio, con cui Egli determina il corso della storia a favore del popolo ebraico. Dio parla attraverso i profeti: «Per amore del mio servo Giacobbe e di Israele, il mio eletto, ti ho chiamato per nome; ti ho dato un nome d’onore, sebbene tu non mi conoscessi.»[2] La Bibbia trasmette così l’idea straordinaria che non solo Israele abbia un compito assegnato da Dio nella storia. Anche i popoli del mondo e i loro sovrani possono contribuire a plasmare il destino del popolo ebraico.
Infatti, dopo la distruzione del Primo Tempio e l’esilio babilonese, il re Ciro permise agli ebrei di tornare in patria. Nel primo capitolo del libro di Esdra viene descritta la famosa dichiarazione di Ciro. Essa non solo consentì agli ebrei di tornare a Gerusalemme, ma diede loro anche il permesso di ricostruire il Tempio del Dio d’Israele. Questa decisione faceva parte di una politica persiana di tolleranza religiosa. Ciro permise anche ad altri popoli del suo impero di tornare in patria e di restaurare i propri santuari. Nel 1879, tra le rovine di Babilonia, fu scoperto un cilindro di argilla, noto come «cilindro di Ciro». In esso, il re persiano stesso descrive come ricondusse i popoli deportati nelle loro terre d’origine e permise loro di ricostruire i propri templi.
• Un percorso arduo
Ma chi pensa che con la dichiarazione di Ciro la storia del ritorno a Sion si sia conclusa con successo, si sbaglia. Il libro di Esdra descrive il lungo e arduo percorso, costellato di intrighi politici, battaglie diplomatiche e ostacoli burocratici. Tra la posa della prima pietra del Tempio e la sua inaugurazione trascorsero ventidue anni. I popoli circostanti si opposero con decisione al ritorno degli ebrei. Tentarono con ogni mezzo di impedire la ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio.
Circoli influenti sfruttarono i propri legami con l’amministrazione persiana per sabotare il progetto ebraico. Gli oppositori del ritorno a Sion condussero un’intensa attività di lobbying e riuscirono a tratti persino a bloccare i lavori.
La missione storica del re Ciro consisteva quindi nell’aprire una porta. Ad attraversarla, però, dovevano essere altri. Secondo la dichiarazione di Ciro, la responsabilità ricadeva sui capi del popolo ebraico. Al loro vertice c’erano Zorobabele ben Shealtiel, un discendente della casa di Davide, e Gesù ben Jozadak, un discendente del sommo sacerdote. Il loro compito era quello di affrontare le realtà politiche del loro tempo e trasformare le condizioni favorevoli in risultati concreti. È interessante notare che in seguito Zorobabele scomparve quasi del tutto dalle fonti storiche. Se il suo compito fosse terminato, se avesse fallito, se fosse tornato a Babilonia o se avesse addirittura intrapreso un conflitto politico con il dominio persiano, è ancora oggi oggetto di discussioni scientifiche. L’unica cosa certa è che la leadership politica passò sempre più in secondo piano e che il sommo sacerdote e i suoi discendenti assunsero un ruolo sempre più importante.
• Intrighi
Il libro di Neemia riporta inoltre che gli intrighi di Geshem l’Arabo, Sanballat l’Horonita e Tobia l’Ammonita alla fine ebbero effetto. In qualità di avversario politico di Neemia, Geshem cercò di impedire la ricostruzione delle mura di Gerusalemme; i lavori di costruzione furono interrotti. Il governo persiano inviò quindi una commissione d’inchiesta in Giudea. Questa delegazione era guidata da Tattenai, il governatore «al di là del fiume», uno dei funzionari di più alto rango dell’Impero persiano. La sua giurisdizione comprendeva l’intera regione a ovest dell’Eufrate e del Tigri – tra cui l’odierna Siria, la Turchia, la Giordania, il Libano e la Terra d’Israele.
La commissione pose agli ebrei una domanda diretta: «Chi vi ha ordinato di costruire questa casa e di completare queste mura?»[3]. Dopo aver ascoltato le parti coinvolte, i lavori furono provvisoriamente sospesi. Contemporaneamente iniziò una ricerca negli archivi reali. Lì fu infine ritrovata la dichiarazione originale del re Ciro. Gli ebrei poterono dimostrare di agire legittimamente. Di conseguenza, la situazione cambiò radicalmente. I lavori di costruzione ripresero. Ma c’è di più: ora ricevevano persino sostegno finanziario e appoggio dalla corona persiana.
Nell’anno 516 a.C., durante il regno del re Dario, il tempio poté finalmente essere inaugurato. La visione di Ciro divenne realtà, sebbene non senza resistenze, battute d’arresto e decenni di lotte politiche.
• Dinamiche storiche
Molti secoli dopo, gli israeliani vedono un parallelo con un altro leader straniero: Donald Trump. Il 6 dicembre 2017 Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e ha ordinato il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. La decisione ha scatenato proteste in tutto il mondo. I critici hanno messo in guardia contro la violenza, lo spargimento di sangue e un incendio religioso in Medio Oriente. Ma le catastrofi previste non si sono verificate. Il 25 marzo 2019 è seguito un altro passo storico. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. Israele aveva conquistato il territorio durante la Guerra dei Sei Giorni e lo considera indispensabile dal punto di vista della sicurezza. Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato congiuntamente un’operazione militare contro l’Iran per indebolirne il programma nucleare e l’infrastruttura missilistica.
Per molti israeliani ne emerge un’immagine che ricorda Ciro.
Come un tempo il re persiano, anche Trump ha concesso allo Stato ebraico riconoscimento politico, sostegno diplomatico e aiuto in materia di sicurezza in una misura che non ha avuto eguali tra i suoi predecessori.
Naturalmente, Ciro e Trump non sono identici. La storia non si ripete mai alla lettera. Tuttavia, numerosi politici, commentatori e storici vedono in entrambi i casi la stessa dinamica storica: un sovrano straniero crea un’opportunità unica per il popolo ebraico.
• Superare gli ostacoli
Ma l’insegnamento biblico non si esaurisce nel sostegno di Ciro. Proprio il libro di Esdra chiarisce che una dichiarazione politica favorevole, da sola, non garantisce ancora un successo storico. La dichiarazione di Ciro era solo l’inizio. La vera sfida consisteva nel cogliere l’occasione, superare le resistenze e raggiungere l’obiettivo nonostante tutti gli ostacoli.
Ciro aprì la porta. Spettava agli ebrei stessi varcarla. È forse proprio qui che risiede l’insegnamento più importante per il presente. Gli Stati Uniti hanno concesso allo Stato di Israele, in momenti decisivi, sostegno politico, diplomatico e in materia di sicurezza. Gerusalemme è stata riconosciuta, le Alture del Golan confermate e Israele sostenuto in un periodo di crescenti minacce da parte dell’Iran. Ma, come un tempo con Ciro, il compito del sovrano straniero a un certo punto giunge al termine.
Da quel momento in poi, la responsabilità ricade sui leader di Israele. Devono sfruttare le opportunità create, dimostrare lungimiranza politica e mettere in pratica con visione a lungo termine i successi raggiunti. Anche i doni più grandi possono rimanere inutilizzati senza un’azione risoluta. Come Ciro aprì la via verso Gerusalemme senza costruire lui stesso il Tempio, anche gli statisti moderni possono solo aprire le porte. In definitiva, spetta a Israele percorrere da solo la strada che passa attraverso queste porte.
Forse è proprio questo il vero messaggio della storia di Ciro, allora come oggi. Non è il miracolo da solo a decidere il futuro, ma la capacità di trasformare il miracolo in realtà.
(Israel Heute, 9 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il paragone tra Donald Trump e il biblico re Ciro non sembra convincente. Ne proponiamo un altro: il corrispondente del re di Persia non sarebbe Donald Trump, ma le “Potenze alleate vincitrici della Prima Guerra Mondiale”; e l’«editto di Ciro” avrebbe come corrispondente il «Mandato per la Palestina» elaborato nella Risoluzione di Sanremo del 1920, con cui “è stato dato riconoscimento alla connessione storica del popolo ebraico con la Palestina e alle basi per ricostituire la loro nazione in quel paese”. Riportiamo di seguito un estratto del preambolo di Marcello Cicchese al fascicolo “Questa terra è la mia terra”.
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L'editto di Ciro e la Risoluzione di Sanremo del 1920
La distruzione del primo Tempio di Gerusalemme non è soltanto un increscioso incidente di percorso nella storia del popolo di Dio, ma ha il valore di una cesura epocale. Da quel momento cessa infatti il regime teocratico centrato su Israele e cominciano i tempi dei gentili, durante i quali Dio continua a prendersi cura del suo popolo e a proteggerne l'esistenza, ma lo fa in maniera diversa da prima. Non ordina più guerre sante e non cerca un nuovo Mosè a cui affidare il compito della riconquista del paese, ma desta lo spirito di un monarca pagano, Ciro re di Persia. A lui, non a un membro del suo popolo, il Signore si rivolge con un ordine preciso: gli ordina di edificargli una casa a Gerusalemme. Strano ordine per un ignorante pagano. Lo sprovveduto re non può far altro che spingere gli esiliati ebrei del suo impero ad eseguire il compito che il Signore aveva affidato a lui: riedificare il Tempio di Gerusalemme. Ed emette a questo scopo il ben noto editto di Ciro:
Così dice Ciro, redi Persia: L’Eterno, il Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di edificargli una casa a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, sia il suo Dio con lui, e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, ed edifichi la casa dell'Eterno, dell'lddio d'Israele, del Dio che è a Gerusalemme (Esdra 2:2-3).
I giudei cominciarono dunque a riedificare la casa di Dio a Gerusalemme, ma ben presto il lavoro trovò forti ostacoli negli abitanti della zona, che la Bibbia chiama i nemici di Giuda (Esdra 4: 1). Così il lavoro fu interrotto per diversi anni e non fu portato a compimento sotto il regno di Ciro. Ma durante il regno del suo successore, Dario re di Persia, i giudei, sospinti dai profeti Aggeo e Zaccaria, ripresero i lavori di edificazione della casa di Dio. A questo punto però i nemici di Giuda sollevarono una questione giuridica portando obiezioni di carattere legale: dicevano che le autorità persiane non avevano mai autorizzato la riedificazione di quella costruzione e quindi i giudei stavano operando contro il diritto internazionale di quel tempo. E minacciosamente pretesero di avere i nomi dei responsabili per poterli denunciare davanti alle autorità. I giudei invece sostenevano di essere nel loro pieno diritto, perché anni prima avevano ricevuto una specifica autorizzazione dal re Ciro attraverso la promulgazione del famoso editto. I nemici di Giuda però non erano convinti e inviarono una lettera al re Dario chiedendo che si facessero ricerche per accertare se fosse proprio vero che era stato dato un simile ordine. Ottennero quello che chiedevano, ma col risultato opposto a quello che speravano.
Allora il re Dario ordinò che si facessero delle ricerche negli archivi, dove erano conservati i tesori a Babilonia; e nel castello di Ameta, situato nella provincia di Media, si trovò un rotolo, nel quale stava scritto così: "Memoria. - Il primo anno del re Ciro, il re Ciro ha pubblicato questo editto, concernente la casa di Dio a Gerusalemme: La casa sia ricostruita per essere un luogo dove si offrono sacrifici; e le fondamenta che verranno poste, siano solide …” (Esdra 6:1-3).
Il lavoro dunque fu ripreso nella piena osservanza del diritto internazionale allora vigente. E i giudei ringraziarono il Signore che aveva piegato in loro favore il cuore del re d'Assiria (Esdra 6:22).
Si possono fare interessanti paragoni tra questi fatti storici presentati nella Bibbia e la situazione odierna.
Nel VI secolo a.C. la terra d'Israele era occupata dall'Impero Babilonese e gli ebrei erano in dispersione. Dio operò a favore del suo popolo facendo sconfiggere Babilonia dalla Persia e destando lo spirito (2 Cronache 36:22) del suo re, che promulgò un editto in cui invitava coloro che erano del suo popolo a salire a Gerusalemme e a ricostruirvi la casa di Dio.
Nel XX secolo d.C. la terra d'Israele era occupata dall'Impero ottomano e gli ebrei erano in dispersione. Dio ha operato in favore del suo popolo facendo sconfiggere il sultano ottomano da un nuovo re di Persia rappresentato dalle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale.
Il corrispondente dell'editto di Ciro può essere visto nel cosiddetto “Mandato per la Palestina”, elaborato nella Risoluzione di Sanremo del 1920 e successivamente approvato all'unanimità dal Consiglio della Società delle Nazioni nella riunione del 1922.
Nel testo che dispone questo Mandato si trova scritto:
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... le principali Potenze Alleate si sono anche accordate che il Mandatario debba essere responsabile per dare effetto alla dichiarazione originalmente fatta il 2 Novembre 1917 dal Governo di Sua Maestà Britannica e adottata dalle dette potenze, in favore della costituzione in Palestina di una nazione per il popolo ebraico ...
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E a giustificazione di questa decisione viene aggiunto:
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... con ciò è stato dato riconoscimento alla connessione storica del popolo ebraico con la Palestina e alle basi per ricostituire la loro nazione in quel paese ...
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Queste parole sono di importanza capitale, perché per nessun'altra nazione nata in Medio Oriente dopo la Grande Guerra si possono dire le stesse cose. Come a suo tempo fece il re di Persia dopo la vittoria sull'Impero babilonese, così hanno fatto nel secolo scorso le Potenze Alleate dopo la vittoria sull'Impero ottomano: hanno riconosciuto la connessione storica tra il popolo ebraico e quella particolare terra con centro in Gerusalemme. Nel caso attuale, questo significa che la connessione storica precede i fatti avvenuti nella Prima Guerra Mondiale, e non è stata determinata, ma soltanto riconosciuta dalle nazioni.
La nazione ebraica non è dunque un'invenzione delle Potenze Alleate, tanto meno una concessione delle Nazioni Unite, ma è stata riconosciuta dalle nazioni vincitrici come appartenente storicamente, su quella terra, al popolo ebraico.
Molto interessante è anche un particolare articolo di questo Mandato:
Articolo 6 - L’Amministrazione della Palestina [ ... ] faciliterà l'immigrazione ebrea sotto condizioni appropriate e incoraggerà, in cooperazione con l'agenzia ebraica indicata nell'Articolo 4, la prossima sistemazione degli ebrei sulla terra ...
Gli ebrei dunque dovevano essere incoraggiati e aiutati dal Mandatario a sistemarsi su quella terra. Questo può essere paragonato all'invito, sopra ricordato, che fece la potenza vincitrice persiana agli ebrei di quel tempo:
Chiunque tra voi è del suo popolo, sia il suo Dio con lui, e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, ed edifichi la casa dell'Eterno.
Nel caso attuale vediamo le Potenze Alleate vincitrici della Prima Guerra mondiale invitare gli ebrei a trasferirsi in Israele per costruirvi la nazione ebraica.
Il paragone può essere spinto più avanti. Come allora i nemici di Giuda, così oggi i nemici di Israele continuano a sollevare obiezioni di carattere giuridico: Voi ebrei non avete alcun diritto di stabilire la vostra nazione in questo paese - dicono - i vostri insediamenti sono illegali; state edificando su territori occupati. Tutto questo è falso. Lo Stato d'Israele ha tutti i diritti legali internazionali per risiedere su quella terra; ed è soltanto per colpevole ignoranza o voluta mistificazione che questa realtà continua ad essere ignorata o negata.
(Notizie su Israele, 9 settembre 2026)
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L’economia israeliana non si ferma: PIL in crescita, investimenti record e shekel più forte
Dopo anni segnati dalla guerra, dall’incertezza e da una forte pressione sui conti pubblici, l’economia israeliana continua a mostrare segnali di tenuta. Alla vigilia di Rosh Hashanah 5787, il Ministero delle Finanze israeliano ha diffuso una serie di indicatori che restituiscono un quadro complessivamente positivo: crescita del PIL, forte aumento degli investimenti esteri, inflazione in calo e rafforzamento dello shekel. A trainare il sistema resta soprattutto il settore high-tech, con l’intelligenza artificiale sempre più al centro dell’economia israeliana. Dati che delineano un’economia che, pur continuando a sostenere i costi di un lungo conflitto e a fare i conti con l’incertezza geopolitica, mantiene una significativa capacità di attrarre investimenti, sostenere l’occupazione e alimentare la crescita.
Nel primo semestre del 2026 il PIL è cresciuto del 3,2% rispetto ai sei mesi precedenti. Ancora più significativo il dato sugli investimenti esteri: nel 2025 hanno raggiunto i 26 miliardi di dollari, segnando un aumento del 78%, e la dinamica positiva è proseguita anche nei primi sei mesi del 2026. Anche i principali indicatori finanziari mostrano segnali di rafforzamento. L’inflazione è scesa dal 2,5% all’1,5% nell’arco di un anno, mentre l’indice TA-125 della Borsa di Tel Aviv è salito del 35%. Nello stesso periodo, lo shekel ha guadagnato l’11% sul dollaro.
Migliorano anche alcuni indicatori relativi alla finanza pubblica. Il deficit è passato dal 4,7% al 3,3%, al di sotto dell’obiettivo del 4,9% fissato per il 2026. Il Ministero delle Finanze avverte tuttavia che il disavanzo potrebbe aumentare leggermente nei prossimi mesi. Il rapporto debito/PIL è pari al 67,9%, nettamente inferiore alla media OCSE del 111%.
Il mercato del lavoro continua a dimostrarsi particolarmente solido. La disoccupazione è al 3,3%, contro una media del 4,9% nei Paesi OCSE. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro tra gli israeliani dai 15 anni in su raggiunge il 62,5%, superiore alla media OCSE del 61%. Più contenuto, invece, il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni: 71% contro il 74% della media OCSE. Nel complesso, il mercato del lavoro è rimasto sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.
È soprattutto l’high-tech a continuare a rappresentare uno dei principali motori dell’economia. Nel primo semestre del 2026, il capitale raccolto dal settore è aumentato del 53,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Particolarmente rilevante il posizionamento di Israele nel campo dell’intelligenza artificiale. Secondo i dati del Ministero delle Finanze, il Paese è al terzo posto mondiale per commercializzazione dell’AI, al sesto per sviluppo e al settimo per ricerca, su 83 Paesi analizzati. Un risultato che conferma il peso dell’ecosistema tecnologico israeliano nell’attrazione di capitali e nella capacità di generare nuove attività ad alto valore aggiunto.
Nel 2026 il PIL nominale pro capite israeliano dovrebbe raggiungere circa 70mila dollari, collocando il Paese tra le economie con i livelli più elevati al mondo. Se si tiene conto del diverso costo della vita attraverso la parità di potere d’acquisto, il PIL pro capite scende a circa 60mila dollari, circa 4mila dollari al di sotto della media OCSE.
(Shalom, 8 settembre 2026)
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Attacco terroristico in Samaria: accoltellato un israeliano, ucciso il terrorista
Un israeliano è rimasto gravemente ferito lunedì mattina in un attacco terroristico con coltello nella fattoria Maoz Yehuda, nei pressi di Kusra. Secondo le prime ricostruzioni, l’aggressore è arrivato alla fattoria a bordo di un’automobile e ha chiesto alla vittima, un uomo poco più che ventenne, se fosse armato. Subito dopo lo avrebbe aggredito con un coltello, per poi fuggire a bordo di un furgone bianco.
di Michele Di Benedetti
Un israeliano è rimasto gravemente ferito lunedì mattina in un attacco terroristico con coltello nella fattoria Maoz Yehuda, nei pressi di Kusra, in Samaria. L’aggressore è stato successivamente individuato e ucciso dai soldati delle Forze di difesa israeliane dopo circa un’ora di ricerca.
Secondo quanto riferito dall’IDF, i militari hanno localizzato il terrorista nei pressi del suo veicolo, nell’area di Qabalan. Alla vista dei soldati, l’uomo avrebbe tentato di accoltellarli e un comandante dell’IDF ha aperto il fuoco, uccidendolo.
• L’aggressione alla fattoria
Secondo le prime ricostruzioni, l’aggressore è arrivato alla fattoria a bordo di un’automobile e ha chiesto alla vittima, un uomo poco più che ventenne, se fosse armato. Subito dopo lo avrebbe aggredito con un coltello, per poi fuggire a bordo di un furgone bianco.
Secondo i media israeliani, la vittima sarebbe residente a Migdal HaEmek e si trovava a bordo di una Range Rover al momento dell’attacco.
L’uomo è stato soccorso sul posto e successivamente trasferito al Rabin Medical Center-Beilinson Campus di Petah Tikva, dove è stato ricoverato nell’unità traumatologica.
I soccorritori hanno riferito di aver trovato un giovane di circa 19 anni cosciente, ma con multiple ferite da arma da taglio alla testa, al collo e agli arti.
«In collaborazione con una squadra medica dell’IDF e con gli altri soccorritori arrivati sul posto, abbiamo fornito al ferito le prime cure», hanno spiegato i paramedici, che hanno provveduto a fermare l’emorragia, medicare le ferite e immobilizzare il paziente prima del trasferimento in ospedale.
Nel frattempo, le forze di sicurezza hanno istituito un blocco nell’area e avviato una vasta operazione di ricerca. Sul posto sono state dispiegate anche unità d’élite dell’IDF, tra cui Duvdevan, la brigata Nahal e l’Unità 636 dell’intelligence militare.
Secondo quanto riportato da KAN, durante la fuga il telefono del terrorista sarebbe caduto dalla tasca. Il dispositivo avrebbe permesso alle forze di sicurezza di identificare l’uomo, già noto all’apparato di sicurezza israeliano.
• Netanyahu: «Nessun terrorista può nascondersi»
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha elogiato i militari intervenuti e ha promesso una risposta dura.
«Nessun terrorista può nascondersi», ha dichiarato Netanyahu, elogiando i combattenti che hanno ingaggiato e ucciso l’autore dell’attacco. Il premier ha inoltre augurato una pronta guarigione al proprietario della fattoria rimasto ferito.
«Continueremo a eliminare i terroristi, a dare la caccia a chi li manda e a distruggere le infrastrutture terroristiche in Giudea e Samaria», ha affermato Netanyahu, aggiungendo che chiunque minacci Israele e i suoi cittadini «pagherà un prezzo pesante».
• Katz: «Guerra totale al terrorismo»
Il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che Netanyahu e lui stesso hanno ordinato all’IDF di prepararsi a una «guerra totale» contro il terrorismo in Cisgiordania e contro le strutture che, secondo Israele, lo sostengono.
Katz ha affermato che l’obiettivo sarà colpire «gli alti funzionari e i meccanismi dell’Autorità Palestinese» oltre alle infrastrutture terroristiche presenti nell’area, con l’obiettivo di ottenere rapidamente la loro «completa sconfitta».
Anche Yossi Dagan, presidente del Consiglio regionale di Samaria, ha definito l’attacco «molto grave» e ha chiesto una risposta militare di ampia portata.
Dagan ha invocato un’operazione che permetta di perquisire sistematicamente l’area, confiscare le armi e «distruggere le infrastrutture dei sostenitori del terrorismo». Ha inoltre chiesto la chiusura immediata delle strade della zona e che vengano individuate e perseguite tutte le persone che abbiano aiutato l’attentatore.
L’attacco riaccende così la tensione in una delle aree più sensibili della Cisgiordania, mentre le autorità israeliane preparano una possibile intensificazione delle operazioni contro le reti terroristiche presenti nella regione.
(Bet Magazine Mosaico, 8 settembre 2026)
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La Fondazione del Muro Occidentale completa la rimozione dei biglietti di preghiera dal luogo sacro prima delle festività
I biglietti di preghiera inseriti tra le pietre del Muro Occidentale di Gerusalemme negli ultimi sei mesi sono stati rimossi e portati alla sepoltura, come da tradizione ogni anno in vista delle festività ebraiche maggiori. Lo ha comunicato lunedì la Fondazione per il Patrimonio del Muro Occidentale.
Secondo la Fondazione, nell’ultimo anno sono stati inviati decine di migliaia di biglietti provenienti da 140 Paesi di tutto il mondo, con la richiesta di inserirli tra le pietre del Muro Occidentale.
I biglietti sono stati collocati fisicamente da leader mondiali, soldati israeliani, cittadini e turisti, ma sono arrivati anche da Paesi nemici o considerati ostili a Israele, tra cui Iran, Yemen, Iraq, Qatar, Libano, Pakistan, Sudan, Giordania, Egitto e Kazakistan, ha riferito l’ente statale.
Ogni giorno vengono inviati centinaia di biglietti attraverso il sito web della Fondazione per il Patrimonio del Muro Occidentale, a cui si aggiungono centinaia di migliaia di preghiere inserite personalmente tra le pietre da fedeli e visitatori nel corso dell’anno.
I biglietti spediti dai Paesi ostili contenevano richieste particolarmente toccanti, soprattutto preghiere per la pace, la riconciliazione e l’instaurazione di rapporti tra popoli e Paesi, ha aggiunto la Fondazione.
Tra i Paesi amici che hanno inviato biglietti figurano Stati Uniti, Brasile, Argentina, Germania, Ucraina e Canada. Altri sono arrivati da luoghi più lontani e «inaspettati», tra cui India, Sudafrica, Indonesia, Taiwan, Giamaica, Kenya e Nigeria, a testimonianza del legame globale e senza confini con il Muro Occidentale, ha spiegato l’ente.
La rimozione dei biglietti di preghiera è avvenuta alla presenza del rabbino Shmuel Rabinowitz, rabbino del Muro Occidentale e dei luoghi sacri.
Il rabbino ha recitato una preghiera per l’unità del popolo ebraico e affinché le preghiere contenute nelle migliaia di biglietti possano essere accolte, secondo quanto riferito dalla Fondazione.
I biglietti sono stati rimossi nel rispetto della legge ebraica, utilizzando guanti e strumenti monouso in legno, così da preservare la sacralità del luogo e il contenuto personale delle preghiere. Sono stati raccolti in appositi sacchi e saranno sepolti insieme a libri religiosi deteriorati e ad altri testi sacri, secondo la pratica ebraica della genizah, ovvero la conservazione e successiva sepoltura di testi e oggetti sacri.
I biglietti vengono raccolti due volte l’anno, prima di Rosh Hashanah e di Pesach, e sepolti nel cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi.
(HaKol, 8 settembre 2026)
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Se il boicottaggio contro Israele prende di mira un invalido: il caso Adidas
Adidas è finita al centro di una campagna di boicottaggio per aver scelto come testimonial Shalev Biton, ex soldato israeliano che perse una gamba nel 2021. L’iniziativa “Single Shoe”, pensata per le persone con disabilità, è stata trasformata sui social in un nuovo bersaglio antisraeliano. Nel 2024 l’azienda era stata contestata per ragioni opposte.
di Nathan Greppi
Adidas sta affrontando appelli al boicottaggio a causa di una campagna propal che vede come protagonista un suo testimonial, Shalev Biton, ex soldato dell’IDF che ha perso una gamba.
Secondo il “Jerusalem Post”, Biton ha perso la gamba sinistra nel maggio 2021 mentre prestava servizio nella Brigata Nahal dell’IDF durante l’Operazione Guardiani delle Mura.
Recentemente ha collaborato con Adidas per promuovere la campagna “Single Shoe”, pensata per rendere le calzature più accessibili alle persone con amputazioni parziali o totali degli arti inferiori.
Il servizio offre ai clienti qualificati la possibilità di acquistare soltanto la scarpa richiesta al 50% del prezzo indicato, invece di doverle acquistare entrambe. Altri dieci atleti disabili si sono uniti a Biton per la campagna pubblicitaria di Adidas Israel. I poster non sono stati utilizzati al di fuori di Israele.
Molti hanno falsamente affermato che Biton avesse prestato servizio come soldato durante l’attuale guerra di Gaza, quando in realtà ha perso la gamba nel 2021.
Negli ultimi giorni, personaggi pubblici noti per le loro posizioni antisraeliane, come l’attore spagnolo Javier Bardem – che ha ricondiviso un post che incolpava Israele della crisi migratoria a Ceuta -, hanno partecipato agli attacchi contro Biton sui social, scatenando una vasta campagna di boicottaggio.
Altri attivisti hanno pubblicato immagini e video nei quali incoraggiavano le persone a buttare le scarpe Adidas nella spazzatura o le gettavano loro stessi. Hanno accusato l’azienda di farsi rappresentare da un soldato israeliano mentre molti bambini a Gaza hanno perso degli arti durante la guerra.
In risposta agli attacchi nei suoi confronti, Biton ha dichiarato di essere stato «colpito da un’ondata assolutamente folle di odio e segnalazioni da tutto il mondo», composta da decine di migliaia di post, video e messaggi sui social.
«Alcune delle più grandi pagine filopalestinesi al mondo, con milioni di follower, like e condivisioni, hanno postato su di me più e più volte, e gli abusi e le segnalazioni non si fermano mai».
Paradossalmente, se oggi Adidas viene attaccata perché ritenuta vicina a Israele, nel luglio 2024 è stata criticata per ragioni diametralmente opposte.
L’azienda aveva realizzato una campagna in cui figuravano delle sneaker originariamente disegnate per le Olimpiadi di Monaco del 1972.
Oltre all’associazione con le Olimpiadi tristemente note per il massacro di 11 atleti israeliani da parte di terroristi palestinesi, a gettare ulteriore benzina sul fuoco è stata la scelta di includere come testimonial la modella palestinese-americana Bella Hadid, nota anche per i suoi frequenti attacchi pubblici contro Israele.
A causa delle reazioni sui social, l’azienda si è scusata per l’infelice associazione con il massacro di Monaco. Hadid ha detto di essere pentita di aver indossato quelle sneaker per la campagna pubblicitaria, affermando di non essere stata a conoscenza della storia del massacro del 1972.
(InOltre, 8 settembre 2026)
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Una conversazione ascoltata per caso in un caffè di Tel Aviv
Un ebreo ultraortodosso e un ebreo laico conversano in un caffè di Tel Aviv. Gli argomenti trattati sono il servizio militare obbligatorio, il carattere ebraico di Israele e la democrazia.
di Francis Moritz
Non avevo affatto intenzione di ascoltare la loro conversazione. Erano seduti al tavolo accanto al mio, in un caffè di Tel Aviv, come ce ne sono tanti lì: si parla un po’ troppo forte, il telefono interrompe le frasi e, a un certo punto la politica si intromette quasi inevitabilmente tra una tazza e l’altra di caffè. Uno era un haredi, ultraortodosso. L’altro apparteneva a quella parte della destra israeliana che si definisce nazionalista, legata allo Stato ebraico e all’esercito e al contempo impegnata nella responsabilità personale. Sembravano conoscersi da molto tempo. La loro discussione era evidentemente già iniziata prima del mio arrivo. «Continuo a non capire», disse il laico, «come possiate pretendere che lo Stato finanzi le vostre scuole, ma allo stesso tempo negargli il diritto di stabilire cosa vi venga insegnato». «Controllare i soldi? Certamente. Decidere sull’educazione dei nostri figli? No». «Ma se si tratta di denaro pubblico?» «Il denaro pubblico non conferisce allo Stato alcun diritto di proprietà sulla coscienza».
• Scegliere la propria vita
«Non sto parlando della coscienza. Sto parlando di matematica, inglese, scienze naturali. Di un livello minimo di istruzione che permetta in seguito a un bambino di scegliere da sé la propria vita.» L’uomo religioso sorrise. «Vedi? Tu dici: scegliere da sé la propria vita. Con questo hai già deciso che la nostra forse non è la vita che dovrebbe scegliere.» «No. Voglio proprio che possa scegliere la vostra.» «A condizione che conosca il vostro mondo abbastanza bene da poter abbandonare il nostro.» «A condizione che possa abbandonare anche il vostro, se lo desidera.» Una pausa. Il cameriere posò due bicchieri d’acqua sul tavolo. «È proprio qui che sta la nostra differenza», proseguì il religioso. «Tu la chiami autodeterminazione del bambino. Noi a volte ci vediamo il tentativo dello Stato di cambiare una comunità che non comprende.» «E voi la chiamate libertà di istruzione quando lo Stato finanzia un’educazione su cui non può dire quasi nulla.» «Perché una democrazia deve poter finanziare anche cose che essa stessa non condivide.» «Sì. Ma può finanziare senza condizioni istituzioni che rifiutano le sue condizioni?» Il religioso alzò le spalle. «Quindi voi volete che siamo liberi – ma a modo vostro.» «E voi volete lo Stato quando paga, ma non quando controlla.» Questa volta non rispose subito.
• «E l’esercito?»
L’altro si sporse leggermente verso di lui. «Ma in realtà la scuola non è più da tempo il problema principale.» «Lo so. Ora tocca all’esercito.» «Naturalmente.» Il volto del religioso si fece serio. «Ne parliamo da cinquant’anni.» «Appunto. Da cinquant’anni la decisione viene rimandata. I governi hanno comprato la pace nelle loro coalizioni rimandando sempre più a lungo la questione. Ma ora c’è la guerra, i riservisti vengono richiamati più e più volte, le famiglie vivono per mesi con la loro assenza. A questo non si può più rispondere come trent’anni fa.» «Perché? La nostra Torah è cambiata?» «No. È cambiata la realtà.» «Per noi lo studio della Torah contribuisce alla protezione di Israele.» «Rispetto il fatto che voi ci crediate.» «Lo dici come se fosse una superstizione.» «Niente affatto. Dico solo che lo Stato non può misurare la protezione divina.» «Non tutto si può misurare.» «Certo che no. Ma il servizio militare sì. Si sa chi parte, per quanto tempo presta servizio e, purtroppo, a volte anche chi non torna.» L’uomo religioso abbassò lo sguardo. «Quindi secondo te chi studia non dà alcun contributo?» «Non ho detto questo.» «Ma lo pensi.»
• Differenza tra contributo spirituale e materiale
«Sto dicendo che c’è una differenza tra un contributo spirituale, che la vostra comunità definisce autonomamente, e un obbligo materiale imposto dallo Stato. Un soldato non può semplicemente dire: “Ritengo che il mio contributo alla nazione sia un altro, quindi non mi presenterò al servizio.”» «Perché tu non riconosci lo studio della Torah come parte della difesa del Paese.» «Non spetta a me decidere se Dio protegga Israele grazie a coloro che studiano la Torah.» «Allora perché vuoi decidere il contrario?» «Non lo faccio. Dico solo che questa convinzione non può diventare una norma giuridica che costringa un altro cittadino a rischiare la vita al posto tuo.» Calò di nuovo il silenzio.
• «Volete che noi spariamo»
Alla fine, l’uomo religioso riprese a parlare. «Sai di cosa abbiamo davvero paura?» «Dell’esercito?» «Di ciò che rappresenta. Prendete un diciottenne che ha trascorso tutta la sua vita nel nostro mondo e lo mandate in un’istituzione con altre regole, un altro rapporto tra uomini e donne, un’altra concezione dell’autorità, un altro modo di vivere. E poi vi stupite che abbiamo paura di perderlo.» «Ora ti capisco meglio.» «Davvero?» «Sì. Perché ora non stiamo più parlando del fatto che Dio protegga i confini. Stiamo parlando della vostra paura della secolarizzazione.» «E questa paura sarebbe illegittima?» «No. È perfettamente comprensibile. Ma così il dibattito cambia. Non chiedete più l’esenzione dal servizio militare perché lo studio della Torah protegge Israele. La chiedete per proteggere la vostra comunità da Israele.» Il religioso lo contraddisse. «Da una certa società israeliana.» «Bene. È più preciso.» Esitò un attimo. «Ma allora ditelo chiaramente.»
• Due classi di cittadini?
Nel frattempo il caffè si era riempito. Ciononostante i due continuarono a parlare come se fossero soli. «C’è una cosa che non volete sentire», disse l’uomo di destra. «Un giovane israeliano interrompe gli studi. Lascia il suo lavoro. Sua moglie rimane sola con i bambini. Lui indossa di nuovo l’uniforme per settimane o mesi. Può essere ferito. Può morire. E allo stesso tempo, con le sue tasse, finanzia istituzioni i cui studenti sono esentati proprio da questo obbligo.» «Tu riduci tutto all’esercito.» «Perché in guerra l’esercito ha la sgradevole caratteristica di riportare la retorica alla realtà.» «Anche noi paghiamo le tasse.» «Non è questo il punto.» «Abbiamo famiglie, organizzazioni umanitarie, istituzioni sociali. Diamo il nostro contributo alla società.» «Non lo nego. Ma perché il vostro contributo dovrebbe darvi diritto a un’esenzione che il resto della popolazione non può scegliere?» «Perché siamo una comunità speciale.» «Israele è composto da comunità speciali.» «Non come la nostra.» «È proprio qui che inizia il problema.» L’uomo religioso lo guardò. «Intendi dire che ci sono due classi di cittadini.» «Temo che le stiamo creando proprio ora: coloro che vengono protetti e contribuiscono alla propria protezione, e coloro che vengono protetti, ma possono essere esentati in modo permanente dal contribuire.» «Questa è una caricatura.» «Forse. Ma spiegami come dovrei spiegarlo al riservista che viene chiamato alle armi per la terza volta.» L’uomo religioso tacque.
• «Abbiamo deputati eletti»
Dopo un po’ proseguì: «Una cosa la stai dimenticando. Siamo cittadini. Votiamo. I nostri deputati sono eletti. I nostri partiti fanno parte di coalizioni di governo. Quello che otteniamo non lo strappiamo di nascosto allo Stato. È il risultato della democrazia.» «È vero.» «Allora qual è il problema?» «Una maggioranza può approvare una legge. Ma questo non rende automaticamente giusta quella legge.» «Quindi ora non accetti più i risultati elettorali?» «Sì. Mi rifiuto solo di ridurre la democrazia a un’aritmetica parlamentare.» «È comodo quando la maggioranza non ti piace.» «Ed è comodo per un piccolo partito diventare indispensabile per una coalizione e ottenere così molta più influenza di quanta ne corrisponda al suo peso nel Paese.» «Questa è politica.» «Sì. Ma qui si tratta dei doveri che i cittadini hanno gli uni verso gli altri. Se esigete che gli altri sostengano in modo permanente i costi della vostra eccezione, la questione della legittimità non scompare solo perché in Parlamento si sono alzate abbastanza mani.» «Quindi i nostri voti contano meno?» «No. Contano esattamente quanto tutti gli altri. È proprio questa la mia argomentazione.»
• Cosa significa in realtà uno «Stato ebraico»?
Il religioso rise brevemente. «Sei strano per essere uno di destra.» «Perché?» «Perché ragioni come un laico.» «Io sono laico.» «Eppure sostieni di difendere uno Stato ebraico.» «Certo.» «Ebraico in che senso?» La domanda lasciò l’altro senza parole per un attimo. «Forse è proprio questa la vera domanda», disse infine. «Ti ascolto.» «Israele è lo Stato del popolo ebraico. La sua patria nazionale. Il suo rifugio. Il luogo in cui, dopo duemila anni, gli ebrei non dipendono più dalla buona volontà degli altri quando si tratta della loro sicurezza.» «Fin qui siamo d’accordo.» «La sua lingua è l’ebraico. Il suo calendario è ebraico. Lo Shabbat scandisce il ritmo della settimana. Le festività ebraiche scandiscono l’anno. La sua storia e i suoi simboli sono ebraici.» «Sono ancora d’accordo.» «Ma nulla di tutto ciò significa che i rabbini debbano governare.» L’uomo religioso sorrise. «Eccoci qui, allora.» «Perché? Credi che Israele debba diventare sempre più religioso per rimanere veramente ebraico?» «Credo che uno Stato ebraico in cui l’ebraismo non abbia alcuna influenza sulla vita pubblica, a un certo punto sarà ebraico solo sui suoi francobolli.»
• Tra francobolli e teocrazia
«Tra francobolli e teocrazia dovrebbero esserci ancora un paio di possibilità.» «Nessuno chiede una teocrazia.» «Allora chi decide? Sul matrimonio? Sulla conversione? Sui mezzi pubblici durante lo Shabbat? Sull’istruzione? Sul servizio militare? Chi può dire: “Questo è ebraico, quindi lo Stato deve imporlo”?» «Abbiamo una tradizione.» «Abbiamo diverse tradizioni.» «C’è solo una Torah.» «Forse. Ma ci sono molti modi ebraici di conviverci – o addirittura di farne a meno.»
• Chi parla a nome dell’ebraismo?
L’uomo laico proseguì: «Guarda questo Paese. Haredim, ebrei ortodossi moderni, tradizionalisti, Masorti, liberali, laici. Alcuni credono profondamente, altri a malapena. Alcuni non mettono mai piede in una sinagoga eppure si sentono pienamente ebrei.» «Questo non significa che ogni interpretazione abbia lo stesso valore.» «Dal punto di vista religioso, è una questione vostra. Dal punto di vista politico, è una questione che riguarda tutti noi.» «Cosa intendi dire?» «Il vostro partito può rappresentare i propri elettori. Ma non può decidere da solo cosa significhi essere ebrei per tutto Israele.» «E la maggioranza laica può farlo?» «No.» Il religioso sembrò sorpreso. «Allora chi?» «Forse nessuno. Oppure il popolo ebraico in tutta la sua diversità.» «Questa è una formula.» «Forse. Ma è meglio che conferire a un’istituzione religiosa il monopolio sulla nostra identità.»
• E i cittadini non ebrei?
L’uomo religioso mescolò il suo caffè. «Se porti a termine il tuo ragionamento, Israele non è più uno Stato ebraico.» «Al contrario. Ma dobbiamo distinguere tre cose l’una dall’altra.» «Quali?» «Nazione, cittadinanza e fede.» «Spiegami meglio.» «Israele può essere lo Stato nazionale del popolo ebraico. La cittadinanza deve essere uguale per tutti. E la fede religiosa deve rimanere libera.» «Sembra molto semplice.» «Non lo è affatto. Perché ci sono anche cittadini arabi, musulmani, cristiani e drusi. Vivono in uno Stato che si definisce ebraico, anche se loro stessi non sono ebrei.» «È uno Stato ebraico. Lo sanno bene.» «Appunto. La nostra responsabilità consiste nel garantire che “ebraico” non significhi mai che siano cittadini di seconda classe.» «Altrimenti negheresti il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio Stato.» «No. Faccio una distinzione tra autodeterminazione nazionale e discriminazione civica.» «E i nostri nemici faranno questa distinzione?» «Alcuni mai.» «Allora perché dovremmo facilitare loro il compito?» «Perché non definisco la democrazia israeliana in base a ciò che i nostri nemici pensano di noi.»
• Il bar stava per chiudere
Il cameriere venne a sparecchiare le tazze. Nessuno dei due sembrava aver convinto l’altro. Il religioso si infilò la giacca. «In definitiva, quindi, tu vuoi uno Stato ebraico senza che la religione possa determinare cosa significhi essere ebrei.» «E tu vuoi uno Stato democratico in cui una comunità possa decidere autonomamente a quali obblighi comuni sottomettersi. » «Non è la stessa cosa.» «No. È per questo che stiamo discutendo da un’ora.» Entrambi risero. Poi l’uomo religioso tornò serio. «Sai cosa mi infastidisce del tuo ragionamento?» «Dimmelo.» «Tu accetti la nostra identità fintanto che non comporta conseguenze che ti risultano sgradevoli.» L’altro rifletté. «È un’ottima obiezione.» «E sai cosa mi disturba del tuo ragionamento?», aggiunse. «Immagino che me lo dirai tu.» «Voi chiedete alla democrazia di proteggere la vostra specificità. Ma fate fatica ad accettare che quella stessa democrazia possa chiedersi quale sia il costo di questa specificità per gli altri.» L’uomo religioso tacque. Si alzarono. Pensavo che la conversazione fosse terminata, quando lui si voltò ancora una volta. «Allora dimmi una cosa. Per te Israele è ebraico perché appartiene al popolo ebraico – o perché obbedisce all’ebraismo?» Il suo interlocutore si mise il telefono in tasca. «Era proprio quello che volevo chiederti.» Uscirono. Rimasi seduto ancora un attimo davanti al tavolo vuoto, con la sensazione che la loro disputa andasse ben oltre l’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare. Perché dietro al loro scontro c’era una domanda alla quale Israele non ha ancora dato una risposta completa: Può uno Stato essere profondamente ebraico per la sua storia, la sua cultura e la sua vocazione nazionale, senza concedere alla religione il potere di determinare i diritti e i doveri dei propri cittadini? E viceversa: può una democrazia accettare a lungo termine che, in nome della protezione divina, una parte dei suoi cittadini non sia tenuta a partecipare alla difesa umana di quello stesso Stato di cui essa stessa beneficia la protezione?
(Israelnetz, 8 settembre 2026) - PDF
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La doppia domanda finale sembra indicare il centro del problema. Ma ci sono problemi, come la quadratura del cerchio, che all’interno di un dato sistema non hanno soluzione. Si può passare un'eternità a cercarla, ma invano. La soluzione si trova soltanto all’interno di un sistema allargato. Nel sistema in cui dibattono i due amici sembra che manchi qualcosa. Forse qualcuno. Qualcuno che avrebbe dovuto esserci e non c’è. M.C.
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Il punto di vista di Israele sul trionfo dell’AfD: «Un vero e proprio allarme per la Germania»
Mentre l’AfD festeggia la sua storica vittoria elettorale in Sassonia-Anhalt, i media israeliani e i rappresentanti della comunità ebraica reagiscono con preoccupazione – nonostante la dimostrata solidarietà verso Israele da parte di ampie fasce del partito.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Circa tre settimane fa ero seduto a tavolino con il deputato dell’AfD al Bundestag Dr. Malte Kaufmann per un podcast. Nel podcast il Dr. Kaufmann si è schierato inequivocabilmente a fianco di Israele. Pochi giorni dopo ho preso un caffè a Gerusalemme con il politico dell’AfD del Baden-Württemberg Stephan Köthe e anche lì ho riscontrato un chiaro sostegno a Israele. E ora quella stessa AfD vince in Sassonia-Anhalt un’elezione regionale storica con quasi il 44 per cento dei voti, mentre i media israeliani parlano di un «terremoto politico» e di un «vero e proprio allarme» per la Germania.
È proprio in questo campo di tensione che si colloca il vero tema. Quale AfD ho conosciuto nei miei incontri personali e quale AfD vedono molti ebrei e israeliani quando guardano alla Germania? È davvero uno dei più convinti sostenitori politici di Israele in Germania, oppure dietro la sua solidarietà verso Israele si nasconde un partito la cui ala nazionalista e in parte revisionista fa suonare un campanello d’allarme proprio tra gli ebrei? Mettere semplicemente le due cose l’una contro l’altra sarebbe troppo semplicistico. La storica vittoria elettorale in Sassonia-Anhalt ci costringe quindi anche noi in Israele a guardare più da vicino. Infatti, un partito votato da quasi un elettore su due non può essere spiegato né con un muro di contenimento né con una singola etichetta.
La storica vittoria elettorale dell’AfD nella Sassonia-Anhalt non viene percepita in Israele come una semplice protesta alle urne. Da Ynet a Walla fino ai media religiosi, il tenore è simile: il muro di contenimento politico della Germania vacilla e con esso il senso di sicurezza di molti ebrei. L’esito elettorale in Sassonia-Anhalt ha fatto notizia anche in Israele. Con il 44 per cento, l’Alternativa per la Germania è diventata di gran lunga la forza politica più forte, quasi raddoppiando il proprio risultato del 2021. Sebbene l’AfD abbia mancato la maggioranza assoluta per tre seggi, mai prima d’ora un partito classificato come di estrema destra dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione era stato così vicino a assumere da solo il governo in un Land tedesco. Ma per i commentatori israeliani la cifra decisiva non è il 43,8 o il 44,5 per cento. Ciò che conta è che quasi un elettore su due in Sassonia-Anhalt abbia votato per un partito che in Germania viene criticato da anni a causa delle dichiarazioni nazionaliste, revisioniste e in parte antisemite dei suoi esponenti.
• Ynet: «Un vero e proprio allarme»
Ynet ha intitolato il proprio articolo con le parole: «Storia in Germania: vittoria schiacciante per il partito di estrema destra». Particolarmente chiara è stata la reazione di un alto funzionario israeliano citato dal giornale: il risultato non sarebbe più un avvertimento teorico, ma un «vero e proprio allarme».
Ynet ha sottolineato non solo l’enorme aumento dei consensi, ma anche la posizione di politica estera dell’AfD. Il giornale ha ricordato che il partito sostiene un embargo sulle armi contro Israele. Dal punto di vista israeliano, ciò rivela una contraddizione: l’AfD si presenta spesso come una forza protettrice della vita ebraica e come oppositrice dell’antisemitismo islamista, ma allo stesso tempo sostiene posizioni che limiterebbero la capacità di difesa di Israele.
«Si tratta di un’estrema destra che mette in pericolo la vita degli ebrei in Germania», è stata la dura valutazione data a Ynet da un rappresentante israeliano. Il giornale ha così spostato l’attenzione oltre la politica interna tedesca su una questione che riguarda direttamente Israele: cosa significa l’ascesa dell’AfD per le relazioni tedesco-israeliane e per la sicurezza della comunità ebraica?
• Walla: «L’AfD è alle porte del potere»
Anche Walla ha parlato di una «vittoria storica» e ha puntato i riflettori sul candidato di punta Ulrich Siegmund, di soli 35 anni. Quest’ultimo ha dichiarato dopo il successo elettorale: «Abbiamo scritto la storia». Il vero sconvolgimento politico, tuttavia, sta nel fatto che l’AfD non è più solo un partito di opposizione chiassoso. In Sassonia-Anhalt è ormai alle porte del potere. Ciò mette sotto pressione il cosiddetto «muro di contenimento», quel consenso trasversale che esclude qualsiasi collaborazione con l’AfD.
Il risultato non è ancora sufficiente per un governo di maggioranza. Tuttavia, i partiti finora al governo si trovano di fronte a un dilemma: o formano un’alleanza politica estremamente complessa contro l’AfD, oppure singoli deputati, con le loro astensioni, rendono possibile un governo di minoranza guidato da Siegmund. Lo stesso vincitore delle elezioni considera il risultato come un chiaro mandato di governo. Non è una novità storica il fatto che l’AfD sia diventata per la prima volta la forza politica più forte in un’elezione regionale tedesca; ci era già riuscita nel 2024 in Turingia. La novità è piuttosto la portata della vittoria e la concreta vicinanza alla formazione di un proprio governo regionale.
• I media israeliani guardano al passato della Germania
I portali di notizie religiose Kikar HaSchabbat e ICE hanno sottolineato soprattutto la dimensione storica. Entrambi hanno collegato direttamente il risultato elettorale al passato tedesco e alla preoccupazione per la vita ebraica. ICE ha ricordato le richieste provenienti dagli ambienti dell’AfD di ridurre l’attenzione dedicata al nazionalsocialismo e all’Olocausto nelle scuole. La formula «più Bismarck, meno Hitler» è emblematica del desiderio di una cultura della memoria tedesca più nazionalista. Ciò che per alcuni sostenitori dell’AfD rappresenta un ritorno alla consapevolezza nazionale, in Israele suscita il sospetto che la responsabilità unica della Germania possa essere relativizzata.
Questa preoccupazione non viene espressa solo nelle redazioni israeliane. Anche il Consiglio centrale degli ebrei in Germania ha reagito con sgomento. Il presidente Josef Schuster ha messo in guardia in particolare da una possibile influenza dell’AfD sulle scuole e sui programmi scolastici. L’istruzione è il fondamento di una società aperta e della lotta contro l’antisemitismo; il danno potenziale di un governo guidato dall’AfD sarebbe «immenso».
È degno di nota il fatto che all’interno dell’AfD vi siano anche membri ebrei: nell’associazione «Ebrei nell’AfD» sono attivi, tra gli altri, il presidente Artur Abramovych, il deputato del Landtag dell’Assia Dimitri Schulz, Marcel Hirsch, Alexander Beresowski e Wolfgang Fuhl, che in passato faceva parte del Consiglio centrale degli ebrei. Allo stesso tempo, il Consiglio centrale degli ebrei e altre organizzazioni ebraiche respingono con fermezza l’AfD. Anche questo dimostra quanto la percezione del partito all’interno della comunità ebraica sia contrastante.
• C14: Terremoto politico e la fine del «muro di contenimento»?
Il canale israeliano di destra Channel 14 ha definito il risultato un «terremoto politico nella Germania orientale». Al centro della sua cronaca c’è la domanda se il «muro di contenimento» tedesco contro l’AfD possa resistere alla pressione di questo risultato elettorale. Il cancelliere federale Friedrich Merz si troverebbe di fronte a un dilemma storico: o la CDU e gli altri partiti mantengono il boicottaggio dell’AfD e cercano di formare una complessa coalizione dall’altra estremità dello spettro politico, oppure il muro di contenimento in vigore da decenni comincia a sgretolarsi.
C14 sottolinea una particolarità del sistema elettorale della Sassonia-Anhalt: il candidato di punta dell’AfD, Ulrich Siegmund, non ha necessariamente bisogno del sostegno attivo di un altro partito. In determinate condizioni parlamentari, le astensioni potrebbero essere sufficienti per aprirgli la strada verso un governo di minoranza. In questo modo, C14 descrive la vittoria elettorale non solo come un risultato record per un partito di estrema destra, ma come una prova di forza per l’intero sistema politico della Repubblica Federale. Quasi il 44 per cento dei voti non può più essere semplicemente escluso. Allo stesso tempo, qualsiasi forma di collaborazione con l’AfD toccherebbe un tabù politico che ha caratterizzato la Germania per decenni.
• AfD, un partito dalle due facce
Lo sguardo israeliano sull’AfD rimane tuttavia più complesso di quanto molti dibattiti tedeschi lascino intendere. Alcuni settori del partito si schierano apertamente a fianco di Israele, chiedono il divieto delle organizzazioni islamiste e si oppongono al movimento BDS. Allo stesso tempo, tra le sue file esistono forze che mettono in discussione la cultura della memoria tedesca, relativizzano la responsabilità storica o utilizzano un linguaggio che allarma gli ebrei.
È proprio questa doppia faccia a rendere l’AfD difficilmente prevedibile dal punto di vista israeliano. La solidarietà con Israele non protegge automaticamente dall’antisemitismo. Chi considera Israele principalmente come un alleato contro l’Islam non ha ancora dimostrato di avere un rapporto positivo con gli ebrei e con l’ebraismo. A ciò si aggiunge l’orientamento filorusso di ampie fasce del partito. Mentre la Germania e Israele si trovano ad affrontare nuove sfide in materia di politica di sicurezza, l’AfD chiede un avvicinamento a Mosca e un allontanamento dalle linee fondamentali della politica estera tedesca finora perseguita.
• La Germania ha votato! Israele sente il segnale d’allarme!
I media israeliani non riportano le notizie sulla Sassonia-Anhalt in modo neutrale e distaccato. I loro titoli riflettono l’esperienza storica, la diffidenza e la preoccupazione. Espressioni come «terremoto politico», «vittoria storica» e «allerta» mostrano come venga percepito l’esito elettorale in un Paese per il quale il passato della Germania non potrà mai essere solo passato. Non tutti gli elettori dell’AfD sono antisemiti o estremisti di destra. Molti hanno probabilmente votato per protestare contro l’immigrazione, l’insicurezza economica e il fallimento dei partiti tradizionali.
C’è una cosa che bisogna comprendere riguardo alla reazione di Israele all’AfD, ed è proprio ciò che ho ripetuto più volte ai miei interlocutori del partito AfD: Israele non guarda mai alla destra tedesca senza l’ombra della storia tedesca. Il passato non può essere cancellato dalla memoria ebraica. Quando in Germania si torna a parlare di estremismo di destra, nazionalismo e relativizzazione della cultura della memoria, in Israele suonano quindi i campanelli d’allarme più rapidamente che altrove. Dal punto di vista tedesco ciò può talvolta sembrare un’ipersensibilità, ma dal punto di vista israeliano è un’esperienza storica.
(Israel Heute, 7 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Video e necrologi di Hamas documentano l’impiego di combattenti sedicenni a Gaza
Filmati e necrologi diffusi nell’ecosistema mediatico delle Brigate al-Qassam documentano l’arruolamento di minorenni durante la guerra di Gaza. Il caso più netto è quello di Suhaib Labad, ripreso a 16 anni mentre attacca un blindato israeliano. Un secondo sedicenne, Hazem Al-Arini, è stato celebrato come membro dell’ala militare di Hamas.
di Nathan Greppi
Video e necrologi riconducibili alle Brigate Izz al-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas, documentano l’impiego di combattenti sedicenni durante la guerra iniziata il 7 ottobre 2023.
Non esistono invece elementi che dimostrino la partecipazione di questi ragazzi agli attacchi compiuti in Israele il 7 ottobre. La distinzione è necessaria: le prove riguardano il loro coinvolgimento nella successiva guerra di Gaza.
Secondo un’analisi di HonestReporting, sul canale Telegram Aqmar al-Tufan, dedicato alla memoria dei combattenti di al-Qassam, sono stati pubblicati un manifesto funebre e un video relativi a Hazem Shadi Al-Arini.
Il filmato mostra Al-Arini armato mentre svolge esercitazioni di tiro e di combattimento ravvicinato. Il ragazzo viene presentato come membro delle Brigate al-Qassam e combattente del Battaglione Martire Fawzi Abu al-Qara’ della Brigata Nord.
La data di nascita indicata nel video è il 2007. Due banche dati palestinesi riportano che Al-Arini aveva 16 anni quando fu ucciso, il 19 novembre 2023.
Una di queste, il Gaza International Gateway, afferma che morì nel bombardamento della casa della famiglia nel campo di Jabalia. Il necrologio di al-Qassam ne documenta quindi l’affiliazione militare, ma non dimostra che sia stato ucciso mentre combatteva.
Ancora più chiaro è il caso di Suhaib Labad. Gabriel Epstein, analista dell’Israel Policy Forum, lo aveva identificato in un filmato pubblicato il 12 agosto 2026 e dedicato a un altro combattente di Hamas, Anas Kamel Munir al-Darimi.
Nel video Labad viene indicato come «martire di al-Qassam» e appare armato di lanciarazzi. Il confronto con i dati del ministero della Salute di Gaza ha permesso di identificarlo come Suhaib Khalifa Harb Abu Labad, morto a 16 anni.
La vicenda è stata raccontata anche dall’edizione araba di Al Jazeera, che lo definisce esplicitamente un combattente palestinese di 16 anni.
Le immagini lo mostrano mentre partecipa a un’imboscata, si avvicina a un mezzo corazzato israeliano e spara un razzo anticarro Yassin 105. Secondo la ricostruzione della testata, Labad entrò nelle Brigate al-Qassam durante la guerra, dopo aver perso la madre e diversi fratelli in un bombardamento israeliano del 19 novembre 2023.
L’articolo di Al Jazeera presenta la sua storia attraverso le celebrazioni diffuse sui social network, senza sollevare il problema dell’arruolamento e dell’impiego in combattimento di un minorenne.
Secondo HonestReporting, il giornalista palestinese Mohammed Elsakany ha definito Labad su Facebook un «grande uomo d’azione per l’intera nazione». Il fotografo yemenita Ubad Ahmad Al-Fallahi lo ha descritto come un uomo di parola capace di agire contro l’ingiustizia.
Mohammed Haniya, giornalista dell’agenzia palestinese Shehab, ha invece scritto su X che il ragazzo si stava vendicando e che le «migliaia e migliaia» di persone in cerca di vendetta come lui non erano terroristi, ma il risultato delle azioni di Israele.
Sempre secondo HonestReporting, la Jihad islamica palestinese e il Fronte democratico per la liberazione della Palestina avevano già riconosciuto come propri combattenti altri minorenni impiegati durante la guerra.
La testata afferma di aver identificato complessivamente almeno 22 bambini soldato, in larga maggioranza affiliati alla Jihad islamica palestinese. Si tratta di un conteggio realizzato da HonestReporting e non ancora verificato in modo indipendente.
I singoli casi di Suhaib Labad e Hazem Al-Arini, tuttavia, poggiano su materiali diffusi dalle stesse organizzazioni palestinesi e su fonti arabe e palestinesi che ne confermano l’età. Il primo documenta inequivocabilmente la partecipazione di un sedicenne ai combattimenti; il secondo attesta l’affiliazione di un altro sedicenne alle Brigate al-Qassam.
(InOltre, 7 settembre 2026)
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Israele verso le elezioni: Yoav Segalovich, il candidato ebreo del partito arabo Ra’am
di Nathan Greppi
Ha fatto discutere la decisione di Mansour Abbas, leader del partito arabo israeliano Ra’am, di inserire al secondo posto nella lista elettorale del suo partito un candidato ebreo, Yoav Segalovich, ex-ufficiale di polizia nonché ex-deputato del partito centrista Yesh Atid. Una mossa tattica in vista delle prossime elezioni in Israele, previste per il 27 ottobre.
Secondo un’analisi del Jerusalem Post, questa scelta non è motivata tanto dalla presunta popolarità di Segalovich, il quale non possiede una base di voti solida, quanto dal desiderio di Abbas di legittimare ulteriormente Ra’am agli occhi del pubblico israeliano e dei partiti sionisti di centro, per aumentare le probabilità di riuscire ad entrare in un futuro governo.
Abbas ha già fatto parte del governo Bennett dal 2021 al 2022, come Ministro senza Portafoglio. Nello stesso governo, Segalovich è stato Viceministro della Sicurezza Nazionale. Attualmente Ra’am conta cinque seggi nella Knesset.
Segalovich è stato inserito nella loro lista, ma come indipendente. Ciò gli conferisce un margine di libertà sufficiente per votare diversamente dal resto del partito su tematiche sensibili quali la sicurezza, la separazione tra religione e Stato, i diritti LGBT e i doveri civici degli arabi israeliani. In questo modo, Abbas può dire alla sua base elettorale che il partito, espressione dei musulmani conservatori, non ha cambiato linea, mentre l’ex-esponente di Yesh Atid può cercare di dire lo stesso agli elettori ebrei.
Secondo un sondaggio interno condotto da Ra’am su 750 arabi israeliani, il 75% affermava che Segalovich fosse il politico ebreo più indicato per difendere i loro interessi. In particolare, per il suo passato da ufficiale di polizia sperano che una volta eletto possa lottare contro la criminalità diffusa nelle località a maggioranza araba. Per questo, inizialmente si è pensato di proporlo come possibile Ministro della Sicurezza Nazionale, ma su questo punto ci sono posizioni contrastanti all’interno di Ra’am.
Il calcolo di Abbas è che mentre gli altri partiti arabi come la lista Hadash-Ta’al potranno solo rimanere all’opposizione, attaccando il governo ma senza incidere davvero, al contrario Ra’am potrebbe entrare nella stanza dei bottoni, dove si prendono le decisioni vere.
Il Jerusalem Post fa notare che, a dispetto delle opportunità offerte dalla candidatura di Segalovich, essa comporta anche dei rischi: innanzitutto, che gli altri partiti arabi accusino Abbas di aver snaturato l’identità del suo partito per mero opportunismo. E anche il candidato ebreo mette a rischio la sua credibilità, passando da un partito centrista come Yesh Atid ad un partito arabo e islamico, dando vita ad un esperimento politico che non ha precedenti nella storia d’Israele.
La loro scommessa è che questa candidatura possa attrarre gli elettori arabi sensibili al problema della sicurezza e gli ebrei centristi che cercano degli alleati arabi con i quali è possibile dialogare. Ma il rischio è che si riveli troppo sionista per una parte degli elettori di Ra’am, e troppo vicina agli islamisti per gli elettori di centro.
(Bet Magazine Mosaico, 7 settembre 2026)
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Gece 2026. Brunori: «Israele ha perso la guerra della comunicazione. Ma la narrativa dominante contro Israele comincia ad avere qualche crepa»
Così Giovan Battista Brunori, Corrispondente Responsabile dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente, ha iniziato il suo attesissimo intervento alla XXVII Giornata Europea della Cultura Ebraica, durante la mattinata alla Sinagoga Centrale di Milano. Sollecitato da Paolo Salom, neo-direttore dei media della Comunità ebraica, Brunori ha spiegato al pubblico le principali sfide dello svolgere il suo lavoro in un teatro di guerra complesso come quello medio-orientale, andando anche incontro a veri e propri attacchi personali.
di Ilaria Myr
«Durante l’ultima guerra, la peggiore dello stato di Israele, noi giornalisti avevamo quasi esclusivamente solo fonti di Hamas, che aveva all’attivo 1600 addetti alla comunicazione, il triplo di quelli dell’esercito israeliano. Purtroppo se Israele dal punto di vista della deterrenza ha vinto, la guerra della propaganda l’ha persa». Così Giovan Battista Brunori, Corrispondente Responsabile dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente, ha iniziato il suo attesissimo intervento alla XXVII Giornata Europea della Cultura Ebraica, durante la mattinata alla Sinagoga Centrale di Milano.
Sollecitato da Paolo Salom, neo-direttore dei media della Comunità ebraica, Brunori ha spiegato al pubblico le principali sfide dello svolgere il suo lavoro in un teatro di guerra complesso come quello medio-orientale, andando anche incontro a veri e propri attacchi personali. Proprio di recente, come ha ricordato il presidente Walker Meghnagi, Brunori è stato oggetto di una campagna diffamatoria all’interno della Rai, che ha immediatamente preso le sue difese.
«Quello che mi anima è l’amore per il mio lavoro e sono grato alla Rai che mi consente di essere in mezzo ai fatti che coinvolgono la vita del pianeta e per la fiducia che mi ha accordato mandandomi tre anni fa in Medio Oriente e che continua a dimostrarmi tutt’oggi – ha esordito -. Il mio lavoro consiste nel mettere non me stesso in evidenza – anche se ho realizzato dal 7 ottobre più di 8.000 servizi – ma i fatti dove accadono e raccontare le sofferenze e le realtà delle persone. Questo mi dà ogni giorno la forza».
La maggiore difficoltà affrontata in questi anni è però la forza comunicativa di Hamas rispetto all’efficacia di quella di Israele, come è stato evidente il 17 ottobre 2023 con il bombardamento all’ospedale Al-Ahli di Gaza. «Dopo pochi minuti, Hamas aveva pronto un comunicato che diceva che era stato Israele a colpirlo e che aveva causato 500 morti, dando i dettagli di quanto uomini, donne e bambini – ha raccontato -. Con una velocità sorprendente, hanno subito dato una versione che è stata ripresa da quasi tutti i media per diverse ore. Solo dopo un po’ si è capito che era stato un razzo della Jihad Islamica andato fuori bersaglio a colpire l’ospedale, facendo qualche decina di morti. Purtroppo per molte ore l’altra versione è mancata, e questa è stata la difficoltà principale in questi anni».
Il risultato è stata una narrazione univoca dei fatti che ha sposato una sola versione dei fatti, mostrificando Israele, spesso fatta anche in nome dell’amore. «La tendenza ad attribuire la colpa solo a una parte ha rafforzato Hamas, che usa bambini come scudi e come soldati. Io stesso ho visto con i miei occhi Gaza trasformata in un’enorme piattaforma terroristica, con gli accessi ai tunnel piazzati davanti ad asili nido, sotto i letti di bambini, negli asili, nelle scuole. Ma la difficoltà nasce dal fatto che molta gente, pensando di fare un atto di amore verso i bambini, dà un’analisi dei fatti difettosa e carente. Molti che parlano di Gaza e Cisgiordania non si muovono dal loro divano. Non conoscono la situazione, molto spesso non sono mai stati in Medio Oriente, non hanno idea della realtà e distorcono, volutamente e no, i fatti, riproponendo cose che leggono sui social. Per questo, potere raccontare di prima mano i fatti è un’occasione preziosa, non perdendo di vista anche quello che di buono fa e ha fatto Israele per il mondo, in materia di salute, di tecnologie, ecc..».
Da parte della politica, però, c’è indubbiamente, ha osservato Paolo Salom, una distorsione nel raccontare questo conflitto rispetto ad altri. «Di recente il vicepresidente americano J.D Vance ha detto, riguardo a un bombardamento Usa su una festa di matrimonio in Iran, che in guerra sono cose che succedono. Ma perché questo non vale per Israele? Perché per tre anni ogni morto causato da Israele (e in alcuni casi anche non da Israele) in quello scenario di guerra veniva sbattuto in prima pagina?».
«Bisogna fare scudo e avere il coraggio di esporre le proprie idee – ha ribattuto Brunori , come hanno fatto Erri De Luca e Francesco De Gregori, che sapevano a cosa andavano incontro opponendosi alla narrativa dominante. Quell’approccio ha aperto una crepa credo significativa. Ci sono nell’informazione alcune luci che tengono aperta questa crepa, come Ernesto Galli della Loggia».
Certo, il conformismo è un problema, e arriva da più parti, con la riproposizione di pregiudizi che si pensavano superati. «Di recente ho letto su un giornale cattolico il titolo “In Israele cristiani perseguitati”, quando ogni domenica si sentono le campane delle chiese che suonano. Ma di cosa stiamo parlando? Per questo vorrei sentire da parte cattolica voci diverse, che rompano con questa narrazione, e sicuramente ci sono, ma non si sentono. Il problema è che se, anche in buona fede, si usa l’amore senza un’analisi vera della realtà, questo amore diventa tossico, come dimostra la “guerra santa” avviata in questi tre anni contro Israele e indirettamente contro gli ebrei, che ha appoggiato e favorito la peggiore ondata di antisemitismo dopo la Shoah».
Non poteva mancare un commento sulle prossime elezioni in Israele del 27 ottobre. «Oggi nessuno dei blocchi ha la maggioranza – ha spiegato -. Quello che è certo è che Netanyahu, secondo sondaggi, non è mai riuscito ad avere la maggioranza per governare. Sicuramente peserà sull’esito il fatto che lui era capo del governo il 7 ottobre, che i primi giorni è stato in una fase confusionale e non aveva idea di quello che si doveva fare, e nella valutazione finale questo avrà un peso. In generale, nella popolazione israeliana c’è una maggioranza che vuole cambiare pagina dopo 20 anni di lui al potere. Se non dovesse vincere, anche se l’opposizione non parla di alleanza con i partiti arabi, potrebbe esserci un appoggio esterno di partiti come Ra’am, che era in Parlamento nel governo Bennett. Non bisogna però aspettarsi dalle elezioni chissà quale miracolo».
In sintesi, la sfida oggi è riuscire a cambiare una narrativa dominante in cui Israele è presentato come la fonte di tutti i mali del mondo, e di conseguenza lo sono gli ebrei, e sicuramente se Israele rafforzasse la propria comunicazione sarebbe utile.
Indubbiamente l’odio antiebraico non è di oggi e dobbiamo aspettarci che non sparirà, ma molte cose si possono fare – ha spiegato Brunori -. Bisogna contrastare questa tendenza con un’informazione precisa e tempestiva, anche perché la propaganda antiisraeliana conta su una rete molto efficiente. Se c’è subito un video di Hamas, ci deve subito esserne uno con l’altra versione, se arriva il giorno dopo non serve più. Non bisogna, insomma, avere grandi eserciti ma anche una mira giusta come ebbe il piccolo e giovane David che centrò l’obiettivo sul gigante Golia».
(Bet Magazine Mosaico, 7 settembre 2026)
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A Casale le ketuboth raccontano due secoli di storia
Giornata della Cultura Ebraica
Sedici ketuboth, datate tra il 1780 e il 1925, raccontano quasi due secoli di storia della Comunità ebraica monferrina. La mostra Le Ketuboth dell’Archivio della Comunità Ebraica di Casale Monferrato, inaugurata in Sala Carmi e introdotta dall’archivista Michele Castelli, è stata uno dei primi appuntamenti della Giornata della Cultura Ebraica nella città piemontese. Contratti nuziali di particolare valore documentario e decorativo, capaci di restituire attraverso formule, nomi e immagini la vita della Comunità casalese. Il tema scelto per questa edizione, l’amore, è stato legato dalla presidente della Comunità ebraica Daria Carmi alla partecipazione civile e al presente. «Nel contesto di una comunità, l’amore contempla l’apertura e la partecipazione alla vita civile, un contributo che l’ebraismo porta da secoli in Italia e che oggi diventa fondamentale per mantenere l’attenzione sui valori della pluralità nel nostro Paese e in Europa». Carmi ha insistito sulla necessità di non ridurre l’amore a un concetto astratto. «È un momento storico in cui tutti abbiamo grandi ferite», ha ricordato, indicando nella pace la condizione perché «l’essere umano possa essere pienamente realizzato». La mattinata è proseguita al Museo degli Argenti con il ritorno in esposizione dell’abito da sposa di Annetta Treves Levi, dopo un lungo restauro. A illustrare l’intervento sono state le restauratrici Agata La Spina e Tiziana Assogna, insieme ad Annie Sacerdoti e Bianca Gabei. Il restauro è stato reso possibile da una donazione alla Fondazione Casale Ebraica ETS in memoria del notaio Roberto Gabei. Nel pomeriggio spazio alla musica con il concerto del duo violinistico Alberto Bologni e Cristina Papini. Nel programma anche la prima assoluta di Yom Hashoah del compositore americano Jerome N. Margolis. La Giornata si è aperta nel Cortile delle Api, accanto alla sinagoga, alla presenza del viceprefetto di Alessandria Eugenio Licata e del commissario capo Federica D’Amico, entrambi per la prima volta in visita al complesso ebraico di vicolo Olper, insieme al sindaco Emanuele Capra, al comandante dei Carabinieri di Casale Massimiliano Faraco, al vicecommissario della Polizia Municipale Roberto Giarola e a monsignor Francesco Mancinelli, in rappresentanza della Curia.
(Pagine Ebraiche, 6 settembre 2026)
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La parashà Vayelech - La Parola di Dio permane
di Ariel Winkler
La parashà Vayelech (Deuteronomio 31,1-30) è la decima parashà del Deuteronomio. In questa parashà Mosè comunica al popolo d’Israele che non lo condurrà più nella Terra Promessa e affida la guida a Giosuè, figlio di Nun. Inoltre, la parashà comprende il precetto di Hakhel, la consegna del libro della Legge ai sacerdoti e agli anziani, nonché l’incarico di mettere per iscritto il canto Ha’asinu (Deuteronomio 32) come testimonianza per Israele. Nell’anno 5786 (2026) la parashà Vayelech viene letta il 23 Elul 5786 (5 settembre), insieme alla parashà Nizavim. In alcuni anni le parashot Nizavim e Vayelech vengono lette separatamente, ma nel 2026 sono unite e vengono lette nello Shabbat che precede Rosh Hashanah. La parashah Vayelech prosegue l’esortazione di Dio, trasmessa da Mosè a Israele, a rimanere fedeli all’alleanza stipulata sul Sinai. Mosè rafforza e incoraggia il popolo prima dell’ingresso nella Terra Promessa e ricorda loro che Dio, che li ha condotti fuori dall’Egitto, li precederà e concederà loro la vittoria. Proprio come Dio ha consegnato nelle loro mani Sihon, re degli Amorei, e Og, re di Bashan (Numeri 21,21-35; Deuteronomio 2,26-3,11), così continuerà ad agire per loro anche durante la conquista della terra. Per questo Mosè esorta il popolo: «Siate forti e coraggiosi, non temete e non vi sgomentate davanti a loro; perché è il Signore, il tuo Dio, che cammina con te» (Deuteronomio 31,6). Come credenti, cerchiamo la volontà di Dio per la nostra vita. Nella nostra parashà vediamo che Dio stesso insegna al suo popolo qual è il fondamento della vita di fede. Egli comanda a Israele di riunirsi, alla fine di ogni anno sabatico, durante la festa di Sukkot, nel luogo che il Signore sceglierà, e di leggere la Torah davanti a tutto il popolo (Deuteronomio 31,1-13) - Hakhel. Questo comandamento sottolinea due principi fondamentali: l’incontro con Dio nel luogo da Lui scelto e l’ascolto della Sua Parola. In questo modo Dio insegna al Suo popolo che il rapporto con Lui e la conoscenza della Sua Parola non sono questioni secondarie, ma il fondamento della vita di fede. Più conosciamo Dio attraverso la Sua Parola, meglio possiamo comprendere la Sua volontà e camminare nelle Sue vie. L’importanza della Parola di Dio e della sua conoscenza in tutti gli ambiti della vita, specialmente per coloro che ricoprono ruoli di responsabilità e autorità – padri e madri, fratelli e sorelle, anziani e guide della comunità –, non la vediamo solo nella nostra parashà. In Deuteronomio 17,14-20, un brano talvolta definito «Legge del re», Dio ordina al re d’Israele di farsi una copia della Torah e di leggerla tutti i giorni della sua vita. Lo scopo di questo comandamento è che il re impari a temere il Signore e a osservare le sue parole e i suoi comandamenti. Troviamo un’applicazione pratica di questo principio nell’incoronazione del re Joas, quando il sacerdote Jehoiada consegnò al giovane re la «testimonianza» (2 Re 11,12). In questo modo si sottolineava che anche il re è soggetto all’autorità della Parola di Dio. Nel corso degli anni, il popolo d’Israele si allontanò dal proprio Dio e non osservò i suoi comandamenti. Questo processo ebbe inizio dopo la morte di Giosuè, come descritto nel Libro dei Giudici, e si aggravò nel corso delle generazioni. Portò dapprima alla deportazione del regno settentrionale d’Israele in Assiria e infine anche alla deportazione di Giuda a Babilonia, come avevano predetto Geremia e altri profeti. In 2 Cronache 36,21 leggiamo che una delle ragioni dell’esilio babilonese fu la mancata osservanza degli anni sabatici: «finché il paese non avesse recuperato i suoi sabati». Il mancato rispetto dell’anno sabatico non indica solo la trascuratezza di un precetto agricolo, ma anche il mancato rispetto dei precetti ad esso collegati, tra cui il precetto di Hakhel, in base al quale Israele doveva riunirsi davanti a Dio nel Tempio durante Sukkot e ascoltare la Parola di Dio alla fine dell’anno sabatico, come descritto nella nostra parashà (Deuteronomio 31,10-13). Con il ritorno a Sion ai tempi di Ciro iniziò un periodo di rinnovamento spirituale tra i rimpatriati di Giuda. Il Tempio fu ricostruito e il servizio a Dio rinnovato (Esdra 6,14-15). In seguito, Neemia si adoperò per la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e rafforzò la posizione della città tra le località di Giuda (Neemia 6,15-16; 7,4-5). Il culmine di questo risveglio spirituale si manifestò tuttavia nell’assemblea del popolo per la lettura della Parola di Dio e per il rinnovo dell’alleanza. Esdra, lo scriba, lesse la Torah davanti al popolo, e il popolo ascoltò la Parola di Dio e comprese ciò che era stato letto (Neemia 8,1-8). Durante questa lettura, il popolo scoprì che doveva celebrare la festa di Sukkot secondo la Torah. Di conseguenza, celebrarono la festa, costruirono capanne di fronde e si rallegrarono davanti al Signore. Si narra: «Gli Israeliti non avevano più fatto nulla di simile dai tempi di Giosuè, figlio di Nun» (Neemia 8,17). Così il ritorno alla Parola di Dio portò a un rinnovamento spirituale e a una rinnovata obbedienza ai suoi comandamenti, in particolare alla lettura della Torah durante la festa di Sukkot al cospetto di Dio. La lettura e la meditazione della Parola di Dio non sono semplicemente una possibilità o uno strumento ausiliario, ma una componente essenziale per preservare il nostro rapporto con Dio. Quando Giosuè stava per assumere il suo incarico di guida del popolo, Dio gli ordinò: «Questo libro della Legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte» (Giosuè 1,8). La Parola di Dio accompagna costantemente il credente e deve essere parte integrante della sua vita. Quando leggiamo la Sacra Scrittura con i nostri figli, li coinvolgiamo nel nostro rapporto personale con Dio e nella conoscenza della Sua Parola. Quando leggiamo insieme come comunità, ci riuniamo attorno alla Parola di Dio, ascoltiamo la Sua voce e impariamo a conoscerci meglio. La vera unità della comunità non nasce da sforzi umani, programmi o attività comuni, ma da Dio stesso, che è al centro e ci unisce attorno alla Sua Parola. Nella parashà Vayelech, Mosè, il servo del Signore, si avvicina alla fine del suo compito di guida di Israele. Proprio in quel momento egli sposta l’attenzione del popolo da sé stesso alla Parola di Dio. Il fondamento del rapporto di Israele con Dio non è la personalità di Mosè, per quanto grande possa essere stata, né i miracoli che avevano vissuto durante l’esodo dall’Egitto, l’attraversamento del Mar Rosso, sul Sinai o durante il viaggio nel deserto. Mosè consegna la Torah, ne ordina la lettura davanti al popolo e ricorda così che la Parola di Dio è il fondamento della vita di fede. La parashà ci ricorda l’importanza della Parola di Dio nella nostra vita – non solo quei passaggi che possiamo comprendere o accettare facilmente, ma l’intera Parola di Dio dall’inizio alla fine. Dio non cambia, il suo amore è fedele e non si pente della sua scelta. Pertanto, la via per conoscerlo, comprendere la sua volontà e camminare sulle sue vie è la sua Parola.
(Nachrichten aus Israel, settembre 2026)
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Giordania-Israele, la pace appesa al voto
di Alessandro Carmi
La Giordania aspetta le elezioni israeliane per decidere quanto futuro resti nel trattato di pace firmato con Israele nel 1994. Nel frattempo, mentre i rapporti politici tra Gerusalemme e Amman attraversano una delle fasi più difficili degli ultimi trent’anni, l’Iran sta ricordando ai due Paesi quanto i rispettivi interessi strategici continuino a essere intrecciati.
L’ultimo avvertimento è arrivato dal cielo. Nella notte tra il primo e il 2 settembre l’Iran ha lanciato una nuova ondata di missili contro obiettivi americani nella regione e lo spazio aereo giordano è stato nuovamente coinvolto. Le forze armate del regno hashemita hanno comunicato di avere individuato tredici missili balistici entrati nel Paese, abbattendone dieci. Gli altri tre sono caduti in zone disabitate, senza provocare vittime. Aqaba, dove si trovano installazioni militari americane e che rappresenta l’unico sbocco giordano sul Mar Rosso, è ormai direttamente esposta alle conseguenze dello scontro con Teheran.
Per re Abdullah II il problema supera largamente la dimensione militare. La Giordania deve proteggere un territorio stretto fra aree di crisi, con un’economia fragile e una popolazione nella quale la questione palestinese esercita un peso politico enorme. Aqaba, inoltre, è diventata ancora più importante da quando la crisi nello Stretto di Hormuz ha spinto una parte dei traffici commerciali verso rotte alternative attraverso il Mar Rosso.
In questo quadro Israele rimane un vicino con cui Amman ha pessimi rapporti politici e interessi di sicurezza difficili da separare. I canali tra gli apparati militari dei due Paesi continuano a funzionare, soprattutto davanti alla minaccia iraniana. È una cooperazione discreta, lontana dalle dichiarazioni pubbliche e resa ancora più delicata dal clima dell’opinione pubblica giordana, fortemente ostile a Israele dopo la guerra iniziata il 7 ottobre 2023.
Sul piano diplomatico, invece, il gelo è evidente. Le tensioni su Gaza, sulla Cisgiordania e sui luoghi santi di Gerusalemme hanno progressivamente svuotato il rapporto politico costruito dopo l’accordo firmato da re Hussein e Yitzhak Rabin. Anche la cooperazione economica è ridotta, mentre resta essenziale la questione dell’acqua. In base al trattato di pace Israele continua a fornire alla Giordania 50 milioni di metri cubi l’anno, una quantità vitale per uno dei Paesi con maggiore scarsità idrica al mondo. Negli ultimi anni erano state concordate forniture aggiuntive, diventate a loro volta oggetto delle tensioni tra i due governi.
È proprio questa contraddizione a spiegare la prudenza della monarchia hashemita. Amman può irrigidire il linguaggio politico verso Gerusalemme, ridurre i contatti diplomatici e prendere pubblicamente le distanze dal governo Netanyahu, mentre la geografia impedisce di cancellare gli interessi comuni. L’Iran rende questa realtà ancora più evidente. Ogni missile che attraversa lo spazio aereo giordano ricorda che la sicurezza del regno dipende anche da un sistema regionale nel quale Israele svolge un ruolo centrale.
Re Abdullah guarda perciò al 27 ottobre, quando gli israeliani saranno chiamati alle urne. Una nuova vittoria di Benjamin Netanyahu renderebbe difficile immaginare un rapido miglioramento dei rapporti. Ad Amman pesano le politiche israeliane in Cisgiordania, le tensioni intorno alla Spianata delle Moschee e un rapporto personale con il primo ministro israeliano deteriorato da anni.
Un cambiamento di governo aprirebbe invece uno spazio politico diverso. La corte giordana conosce bene i principali protagonisti della politica israeliana e segue con attenzione le possibili combinazioni del dopo voto. Qualunque esecutivo nascerà dalle urne dovrà comunque fare i conti con un rapporto che nessuno dei due Paesi ha interesse a spezzare.
Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti potrebbero avere un ruolo decisivo nel tentativo di ricucirlo. Washington considera da sempre la stabilità della Giordania un elemento essenziale dell’assetto regionale, mentre Abu Dhabi possiede oggi rapporti sufficientemente solidi con entrambe le parti per favorire una ripresa del dialogo.
La pace israelo-giordana è arrivata così a una condizione singolare. Politicamente è quasi congelata, sul terreno continua a produrre acqua, coordinamento militare e sicurezza di frontiera. Trentadue anni dopo la firma del trattato, sarà ancora una volta la politica israeliana a stabilire quanto di quel rapporto possa tornare visibile. Amman, per ora, osserva i missili iraniani e aspetta le urne.
(Setteottobre, 5 settembre 2026)
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I media “pacifisti” normalizzano la violenza jihadista e accusano l’autodifesa occidentale
di Davide Romano
Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi iraniani attorno allo Stretto di Hormuz. I titoli dei media? Quasi tutti uguali: “Gli Usa attaccano l’Iran”. Come se Washington avesse deciso, dal nulla, di bombardare un Paese senza motivo. La realtà è l’opposto: è stata una reazione al tentativo iraniano di posizionare mine navali nello Stretto di Hormuz, dopo mesi di attacchi alla navigazione commerciale. Non un’aggressione a freddo, dunque, ma una risposta a un pericolo militare concreto e imminente.
Minacciare lo Stretto peraltro non è un’azione diretta “solo” contro gli americani: è un ricatto contro l’intero pianeta, a partire dai Paesi più poveri, la cui agricoltura dipende dai fertilizzanti in transito su quelle rotte. Quando Teheran allarga il conflitto con missili sulla Giordania, sul Bahrain, sull’Iraq e sul Kuwait e droni contro gli Emirati Arabi Uniti, la notizia scivola in secondo piano, quasi fosse la reazione “comprensibile” di una vittima. Eppure questi Paesi arabi sono estranei alla crisi di Hormuz. È un’ulteriore prova che l’obiettivo dell’Iran non è solo difendersi, ma colpire l’islam moderato che dialoga con l’Occidente.
Questa inversione tra causa ed effetto è lo schema narrativo che si ripete da mesi. In realtà questo scontro nasce dalla natura stessa del regime teocratico. Dal 4 novembre 1979 — giorno in cui studenti khomeinisti occuparono l’ambasciata americana a Teheran tenendo in ostaggio 52 diplomatici per 444 giorni, in palese violazione del diritto internazionale — la Repubblica islamica ha fatto dell’aggressione unilaterale il pilastro della propria esistenza. Gli Ayatollah non “reagiscono”: attaccano per primi perché la loro ideologia lo impone. Per questo finanziano da decenni milizie che hanno come bersaglio Israele e gli Usa, da Beirut a Gaza fino a Baghdad. Agli occhi dei media, però, tutto questo non è mai “escalation”, lo è sempre e solo la risposta agli attacchi.
È lo stesso meccanismo applicato a Israele: si difende da terroristi fanatici che operano per eliminare “l’entità sionista”, ed è però sempre e solo Gerusalemme ad essere descritta come l’aggressore; chi attacca per primo scompare dai lanci di agenzia. La costante inversione non è un dettaglio stilistico: è il cuore di una narrazione che normalizza la violenza jihadista e mette sotto accusa l’autodifesa occidentale. Non è un caso che la tesi di una risposta americana “priva di giustificazione” sia la stessa linea usata dal regime iraniano: quando i media dipingono la ritorsione come un’aggressione a freddo, sdoganano le veline di Teheran.
Finché la stampa racconterà solo la reazione di chi si difende, lasciando nell’ombra chi ha sparato per primo, l’opinione pubblica occidentale continuerà a essere educata a un solo riflesso: sentirsi in colpa per essersi difesa. Con questo rovesciamento della realtà, per l’Occidente diventa quasi impossibile ottenere una vittoria netta, come accadde nel 1945: l’unico risultato che otterranno tanti media “pacifisti” sarà perpetuare la guerra che dicono di voler fermare.
(HaKol, 5 settembre 2026)
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«L’antisemitismo è antico. Il futuro non è ancora scritto. Siate orgogliosi di essere ebrei»
A 98 anni, Nate Leipciger, sopravvissuto ad Auschwitz, affida agli studenti ebrei di tutto il mondo un videomessaggio di coraggio: «Non lasciate che l’odio vi definisca». E una lettera che arriva nei campus in un tempo segnato da nuove forme di ostilità e intimidazione verso le giovani generazioni ebraiche.
di Nina Deutsch
«Il mio nome è Nate Leipciger e sono un sopravvissuto all’Olocausto di 98 anni. Molti di voi hanno affrontato antisemitismo e intimidazioni da parte di insegnanti, personale e studenti ostili. Miei cari studenti, lasciate che vi assicuri: non siete voi i responsabili di questo odio. Esiste da secoli. Voglio che tutti voi capiate di avere pari diritti, proprio come chiunque altro. Siate orgogliosi di essere ebrei. Opponetevi al razzismo e all’odio contro qualsiasi minoranza. Lottate e difendete i diritti umani per tutti. Ricordate: i diritti umani sono anche diritti degli ebrei. Imparate la nostra storia, non solo quella dell’Olocausto, ma quella che risale a migliaia di anni fa. Oggi Israele difende il suo diritto di essere uno Stato ebraico. Sta difendendo il nostro futuro. Restiamo uniti e portiamo avanti la nostra identità ebraica con coraggio, forza, compassione e orgoglio. Miei carissimi studenti, abbiate fiducia in voi stessi, così come io ho fiducia in voi. E se lo farete, so che il futuro dell’ebraismo sarà in ottime mani. Am Israel Chai. Il popolo di Israele vive».
Sono le parole di Nate Leipciger, 98 anni, sopravvissuto alla Shoah, educatore e testimone instancabile. Parole rivolte ai giovani ebrei che in questi giorni tornano nelle università di tutto il mondo, portando con sé non soltanto libri, progetti e ambizioni, ma anche il peso di un clima profondamente cambiato dopo il 7 ottobre 2023.

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Nate Leipciger alla Marcia della Vita)
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Centinaia di migliaia di studenti riceveranno la sua lettera personale e il videomessaggio realizzato per loro. L’iniziativa internazionale è promossa dalla International March of the Living, la Marcia Internazionale dei Vivi, e coinvolge numerose organizzazioni e realtà studentesche ebraiche, tra cui la World Union of Jewish Students, la Jewish Agency for Israel, la World Zionist Organization, IAC e Students Supporting Israel. La lettera è stata diffusa il 1° settembre, anniversario dell’inizio della Seconda guerra mondiale.
È una scelta simbolica potente: proprio mentre una nuova generazione entra nei campus, un uomo che ha conosciuto sulla propria pelle dove può condurre l’odio decide di parlarle non di paura, ma di coraggio.
Leipciger aveva quindici anni quando i nazisti deportarono lui e la sua famiglia dal ghetto ad Auschwitz-Birkenau. All’arrivo fu separato dalla madre e dalla sorella, che non avrebbe mai più rivisto. Lui e suo padre sopravvissero insieme ad Auschwitz, alla marcia della morte e ad altri campi di concentramento. Furono liberati dalle truppe americane il 2 maggio 1945.
Dopo la guerra, Leipciger emigrò in Canada. Ma non ha mai smesso di tornare là dove la sua adolescenza fu cancellata. Da quasi trent’anni accompagna i giovani della International March of the Living e racconta loro ciò che è accaduto.
Lo scorso aprile è tornato ancora una volta ad Auschwitz. Era la sua ventiduesima partecipazione alla Marcia dei Vivi, più di qualsiasi altro sopravvissuto della diaspora ad aver accompagnato i giovani attraverso questo percorso. A 98 anni ha camminato nuovamente da Auschwitz a Birkenau insieme a migliaia di persone.
È da questa storia che nasce oggi il suo messaggio.
Leipciger chiede agli studenti di non confondere la responsabilità con la colpa. Non sono loro responsabili dell’odio che viene rivolto contro di loro. Non devono nascondere una stella di David, una kippah, un cognome o la propria voce per conquistarsi il diritto di appartenere alla comunità in cui vivono.
E soprattutto non devono permettere a chi li odia di decidere chi sono.
Il punto centrale della sua lettera è una verità tanto semplice quanto spesso dimenticata: criticare un governo, anche quello israeliano, è legittimo; discriminare una persona perché è ebrea non lo è. Trasformare gli studenti ebrei nei rappresentanti di una colpa collettiva, escluderli, intimidirli o pretendere che rinuncino a una parte della propria identità non è dibattito politico. È discriminazione.
Ma Leipciger non invita i giovani a vivere soltanto sulla difensiva. Li esorta a conoscere.
A studiare la storia ebraica oltre la Shoah, a riscoprire le storie delle proprie famiglie, a ritrovare la cultura, la fede, la lingua, la musica e tutto ciò che ha permesso al popolo ebraico di sopravvivere e continuare a costruire la propria vita attraverso i secoli.
Perché l’identità ebraica, ricorda, non è soltanto la risposta a una persecuzione. È anche un patrimonio di conoscenza, creatività, memoria, giustizia e speranza.
C’è poi un altro invito, forse ancora più importante: non restare soli.
Cercarsi. Difendere il compagno che ha paura. Stare accanto a chi si sente isolato. Costruire alleanze. Opporsi all’antisemitismo, ma anche al razzismo, all’odio contro le altre minoranze e a ogni forma di disumanizzazione.
È qui che il messaggio di un uomo sopravvissuto alla più terribile persecuzione della storia europea assume un significato universale.
I diritti degli ebrei, scrive Leipciger, sono diritti umani. E difendere la dignità di una minoranza significa difendere il principio stesso secondo cui ogni persona deve poter vivere senza essere perseguitata per ciò che è.
Il suo appello arriva inoltre in un momento particolarmente doloroso per lo stesso Leipciger. Nel suo edificio di Toronto, alcuni mesi fa, furono strappate le mezuzah dalle porte degli appartamenti di residenti ebrei anziani, tra cui sopravvissuti all’Olocausto.
Eppure, dopo tutto ciò che ha visto, Leipciger continua a parlare di speranza.
La ragione è nei giovani che ha incontrato per quasi trent’anni durante la Marcia dei Vivi. Li ha visti arrivare ad Auschwitz, ascoltare, comprendere, interrogarsi e poi ripartire. Ha visto la memoria trasformarsi in consapevolezza e la consapevolezza in responsabilità.
È per questo che oggi affida a loro il futuro.
Non chiede ai ragazzi di vivere nella paura. Chiede loro di vivere pienamente. Di essere orgogliosi senza vergogna, forti senza diventare indifferenti, consapevoli della propria identità senza smettere di riconoscere quella degli altri.
La sua voce arriva da un luogo nel quale avrebbe potuto essersi spenta per sempre.
Invece è arrivata fino a 98 anni.
E oggi attraversa i campus del mondo per ricordare a una nuova generazione che nessuno può essere costretto a scegliere tra ciò che è e il diritto di appartenere.
Il messaggio di Leipciger è, in fondo, un passaggio di testimone: la memoria non deve restare chiusa nei luoghi della Shoah. Deve diventare coraggio nel presente e responsabilità per il futuro.
L’antisemitismo è antico. Il futuro, però, non è ancora scritto.
(Israelnetz, 4 settembre 2026)
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Primi arresti dopo gli episodi di violenza dei coloni a Qusra
NABLUS – A seguito degli episodi di violenza dei coloni nella località palestinese di Qusra, le forze di sicurezza israeliane hanno effettuato i primi arresti. Giovedì hanno arrestato cinque sospetti che avrebbero preso parte agli attacchi, tra cui un coscritto.
Secondo quanto riferito dalla polizia, due sospetti di 16 e 18 anni sono stati arrestati all’aeroporto Ben-Gurion. Erano in viaggio verso il luogo di pellegrinaggio di Uman, in Ucraina, in occasione del prossimo Capodanno ebraico. Dopo un interrogatorio, le forze di sicurezza hanno rilasciato il sedicenne, sottoponendolo a restrizioni alla libertà di movimento.
Gli altri arrestati sono due diciannovenni e un ventinovenne. Uno dei diciannovenni si era nascosto dalle forze di sicurezza in un cantiere nell’insediamento di Eli.
• Attenzione mondiale
Lo scorso fine settimana alcuni coloni estremisti si erano barricati in un edificio residenziale palestinese. L’esercito è intervenuto, ma per il momento non ha arrestato nessuno.
L’atto di violenza è stato l’ennesimo di una serie di episodi simili verificatisi nelle ultime settimane. Il presidente Yitzhak Herzog e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) hanno condannato gli episodi.
La violenza dei coloni attira regolarmente l’attenzione mondiale. Molti paesi condannano questi atti e chiedono un intervento deciso da parte di Israele.
• Herzog: grandi sforzi per arginare la violenza
Mercoledì Herzog ha dichiarato all’emittente americana CNN che gli autori delle violenze sono una vergogna per lo Stato di Israele. Allo stesso tempo, si tratterebbe di un fenomeno marginale legato ad alcuni «giovani delinquenti». Le autorità stanno compiendo grandi sforzi per impedire tali atti e arrestare i sospettati.
Nel frattempo, l’esercito continua a contrastare i tentativi terroristici palestinesi. Giovedì ha concluso un’operazione di due giorni nell’area metropolitana di Nablus. Nel corso dell’operazione, i soldati hanno arrestato dieci palestinesi e distrutto attrezzature per la fabbricazione di armi.
(Israelnetz, 4 settembre 2026)
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Le ombre del governo Meloni su Israele (ma l’alternativa sarebbe disastrosa)
di Stefano Magni
Il governo di Giorgia Meloni è il più longevo della storia repubblicana italiana. Proprio grazie a questa sua longevità, ha fatto in tempo a gestire tutta la crisi e la guerra mediorientale, dal suo nuovo scoppio il 7 ottobre 2023 ad oggi. Bilancio? Quasi tre anni di futili prediche ad Israele, anche se il governo ha resistito alla tentazione europea di schierarsi apertamente contro lo Stato ebraico, con boicottaggi e riconoscimenti azzardati di una Palestina che non ha nemmeno un confine.
Dal governo Meloni potevamo aspettarci di più e di meglio. La Lega è attualmente il partito più coerentemente filo-israeliano in Italia, l’unico che propone di trasferire l’ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme. E l’unica che, dal 7 ottobre, ha riconosciuto incondizionatamente il diritto di Israele a difendersi dal terrorismo islamico. La seconda forza della coalizione favorevole allo Stato ebraico è Forza Italia, nata come creatura di Silvio Berlusconi, amico del sionismo e personalmente anche di Benjamin Netanyahu. La forza principale di questo governo è Fratelli d’Italia, un partito giovane solo sulla carta, perché, oltre ad aver assorbito componenti di altri partiti di centrodestra, il suo nucleo duro è il Msi. E il Msi, da Almirante in avanti, è sempre stato ufficialmente dalla parte di Israele, se non altro in funzione anti-sovietica, quando l’Urss appoggiava le dittature arabe.
Queste buone aspettative sono state in gran parte deluse, proprio nel momento in cui Israele, attaccato militarmente su tutti i fronti ed ostracizzato politicamente, aveva maggior bisogno di amici veri. Dal governo Meloni, per quasi tre anni, sono arrivate solo prediche a Netanyahu. Sono giunte da parte del ministro della Difesa Guido Crosetto (Fratelli d’Italia), quello secondo cui Israele avrebbe “perso ragione e umanità” per le sue azioni a Gaza. E che ritiene che le decisioni di Netanyahu siano da ritenersi “un errore storico”, perché “isolano Israele” e “danneggiano il suo popolo”.
Sono stati quasi tre anni di ambiguità del ministro degli Esteri, Antonio Tajani (Forza Italia), quello che: “Solo l’America può frenare Netanyahu”. Dichiarazioni che sono tutte variazioni di questo adagio: “La nostra posizione è chiara. I bombardamenti devono fermarsi, serve un cessate-il-fuoco immediato e la liberazione degli ostaggi da Hamas, che deve uscire da Gaza: l’unico attore che riconosciamo è l’Autorità nazionale palestinese” (da un’intervista del 22 maggio 2025). Un equilibrismo da democristiano. Per molto meno, nel 2002, il premier Berlusconi aveva litigato con l’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, l’amico di Kissinger e degli Agnelli che sul Medio Oriente stava in equilibrio fra le due parti belligeranti.
Ricordiamo poi che il governo Meloni, rispondendo alle critiche dell’opposizione, ha sottolineato, in più occasioni, di non aver stipulato nuovi contratti di fornitura di armi a Israele dopo il pogrom del 7 ottobre. E ne fa un vanto: un abbandono di alleato, proprio nel momento del bisogno. Oggi solo la Lega scalpita e si dimostra capace di distinguere aggressori e aggredito, ma non ha voce in capitolo, tenuta fuori dai dossier esteri, forse a causa dei suoi scheletri nell’armadio di Mosca.
Insomma, poteva essere un governo alleato di Israele senza se e senza ma. Si è rivelato un governo di “amici di Israele, ma…”. Perché? I motivi non vanno cercati “nei soldi”, come farebbe un marxista, o in influenze straniere, come farebbe un “realista”. Gli interessi contano, sicuramente, ma arrivano dopo scelte di campo e le scelte di campo sono dettate soprattutto da un’idea, da una visione del mondo. La posizione incerta e tentennante del governo italiano su Israele deriva, evidentemente, da una visione poco chiara della questione mediorientale. E per capire quanta confusione ci sia sotto il cielo, basta tornare indietro nel tempo, al passato recente.
Giorgia Meloni, durante la Guerra Civile in Siria, nel 2018 diceva di Hezbollah: “In Siria, se è ancora possibile fare i presepi, se ancora è possibile difendere la comunità cristiana, è anche grazie alle milizie libanesi di Hezbollah”. L’innamoramento del Msi per le milizie sciite e per l’Iran è iniziato già ai tempi di Khomeini e della Guerra Civile Libanese, da parte dell’ala giovanile del Movimento Sociale, della corrente di Pino Rauti e di buona parte del mondo intellettuale di destra, lo stesso che oggi difende strenuamente il regime di Teheran nella sua guerra contro gli Usa, Israele e il suo stesso popolo. Gli stessi ambienti hanno sempre avuto la medesima infatuazione per Arafat, l’Olp e quello che chiamavano “risveglio arabo”. Erano tutte cause funzionali alla loro battaglia contro la democrazia, la modernità e il “materialismo”.
In Forza Italia, l’impressione è che l’amico di Israele fosse Silvio Berlusconi. Morto il quale, pochi mesi prima del 7 ottobre, il partito non ha mantenuto la sua linea filo-sionista con la stessa coerenza di prima. La Lega è amica di Israele dal 2001, in funzione soprattutto anti-islamica. Prima dell’11 settembre, non si trovano molte tracce di un legame fra il partito che allora era guidato da Umberto Bossi e lo Stato ebraico. E risuona ancora nelle orecchie di tutti l’infame accusa di Bossi, in pieno raptus anti-occidentale nel 1999, contro “l’economia mondialista dei banchieri ebrei”. Roba che pareva uscita pari pari dalla propaganda nazista.
Ecco, se questo è il governo di destra, figuriamoci che cosa è l’opposizione di sinistra. Perché un terzo polo non esiste, e se esistesse sarebbe comunque anti-Israele. Consideriamo anche solo le equiparazioni impossibili fra Netanyahu e Hamas di cui è autore Carlo Calenda, o le sanzioni contro Israele proposte da Pina Picierno, per non parlare delle sfuriate contro Israele e le comunità ebraiche di Michele Boldrin. Se questo è il prossimo terzo polo, meglio tenercene due.
Ma si può far di peggio: si potrebbe votare a sinistra. E nella sinistra attuale, a parte qualche esponente della “sinistra per Israele” ancora vivo e non ancora cacciato, c’è praticamente un unico collante che regge forze molto eterogenee: la causa palestinese. Che è una causa implicitamente pro-Hamas, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo. Ed è comunque sufficientemente esplicita da non lasciare spazio alcuno per una battaglia politica in difesa di Israele. Un governo di sinistra riconoscerebbe immediatamente la Palestina. Lo ha chiesto espressamente Elly Schlein. Un governo di sinistra imporrebbe un embargo “totale” sulle armi a Israele. Parlamentari di Pd, Movimento 5 Stelle e Avs, hanno partecipato alla spedizione della Global Sumud Flotilla, la più ambiziosa e raffinata delle operazioni di guerra ibrida a sostegno di Hamas. L’opposizione di sinistra, in particolare Avs e Movimento 5 Stelle, accusa il governo Meloni di “complicità in genocidio” perché, a Gaza, crede per davvero (o dice di credere, comunque) che non sia in corso una guerra, ma un “genocidio”.
In questi quasi tre anni di guerra mediorientale, dunque, abbiamo visto all’opera un governo di centrodestra ambiguo e incoerente, incapace di schierarsi con Israele senza tentennamenti soprattutto per motivi ideologici interni. Ma è il meglio che possiamo permetterci, nello scenario politico italiano attuale. Ogni altra alternativa al centrodestra sarebbe costituita da nemici dichiarati dello Stato ebraico. Meno male che questo governo ha retto. Poteva andare peggio.
(L'informale, 5 settembre 2026)
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Articolo aderente ai fatti ed equilibrato. Non si può che condividere. M.C.
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Le Idf sgomberano Ali Taher «centro nevralgico di Hezbollah»
LIBANO - Le Idf hanno assunto il controllo della dorsale di Ali Taher, uno dei principali capisaldi militari di Hezbollah nel sud del Libano, e sgomberato gli operativi del gruppo terroristico dalla vasta rete di tunnel scavata sotto il rilievo. L’annuncio è arrivato nella serata del 3 settembre, dopo settimane di operazioni condotte dalla 36esima Divisione. Secondo l’esercito israeliano, alcuni terroristi di Hezbollah sono stati uccisi, mentre altri sono riusciti a fuggire. Ora è iniziata la demolizione del complesso sotterraneo, definito dalle Idf il «centro nevralgico» dell’unità Badr, responsabile delle attività del movimento sostenuto dall’Iran nell’area a nord del fiume Litani.
• Il centro nevralgico dell’unità Badr
La dorsale, alta circa 600 metri e situata nei pressi di Nabatiyeh, domina alcune delle principali vie di collegamento tra il sud del Libano, la costa e la Beqaa occidentale. Nei tunnel le Idf hanno trovato centri di comando, depositi di armi, generatori, alloggi, docce e una cucina: «un’infrastruttura costruita nell’arco di vent’anni con finanziamenti e pianificazione iraniani e progettata per consentire agli operativi di rimanere sottoterra per lunghi periodi» ha spiegato ai media israeliani una fonte dell’esercito. Per conquistare Ali Taher, nelle ultime settimane le forze israeliane hanno condotto imboscate contro gli uomini asserragliati nel complesso e colpito gli accessi con armi da fuoco, granate, droni e raid aerei. Hezbollah ha risposto con droni esplosivi contro i soldati, ma le Idf hanno minimizzato i danni e ottenuto il «controllo operativo» dell’area sia sopra sia sotto terra. In questo modo, proseguono le fonti militari, è stata neutralizzata la capacità del gruppo terroristico di utilizzare il sito per attacchi contro militari e civili israeliani.
• Doron: «Una doppia sfida per Hezbollah»
Pochi giorni prima dell’annuncio di Tsahal, l’analista Dror Doron dell’israeliano Amit Terrorism and Intelligence Research Institute indicava proprio Ali Taher come uno dei nodi decisivi del confronto in Libano. Per Doron la dorsale poneva Hezbollah davanti a una doppia difficoltà. «Sul piano militare, la perdita del controllo comprometterebbe la capacità dell’organizzazione di gestire i propri sistemi militari nel Libano meridionale», osservava l’analista. Una conquista israeliana avrebbe consentito alle Idf di ampliare le operazioni per smantellare altre infrastrutture del gruppo, in particolare nella Beqaa occidentale. Ma per Doron il significato di una eventuale conquista «sarebbe soprattutto politica». Ali Taher si trova a nord del fiume Litani, oltre l’area nella quale Hezbollah si è dichiarato disposto a trasferire le proprie infrastrutture all’esercito libanese nell’ambito dell’attuazione della risoluzione 1701. Per questo «qualsiasi decisione riguardante la dorsale costituirebbe un precedente che potrebbe essere applicato anche agli asset militari dell’organizzazione in altre parti del Libano».
• Il precedente temuto da Hezbollah
Anche per questa ragione, prosegue l’analista, nelle scorse settimane Hezbollah ha respinto la proposta del presidente libanese Joseph Aoun di evacuare la dorsale e consegnarla all’esercito regolare. Il piano aveva il sostegno degli Stati Uniti e di Nabih Berri, presidente del Parlamento e leader di Amal, storico alleato del movimento sciita. Per Hezbollah però Ali Taher rappresentava una linea rossa: cederla volontariamente avrebbe potuto spingere Israele a chiedere lo stesso nell’Iqlim al-Tuffah, nella Beqaa occidentale e in altre zone del paese. La questione, scriveva Doron, si era così trasformata in «un test della capacità del governo libanese di rispettare il proprio impegno a smantellare l’infrastruttura di Hezbollah». Le esitazioni dell’esercito di Beirut nell’affrontare direttamente gli uomini del gruppo terroristico e il timore di un possibile coinvolgimento iraniano mostravano, secondo l’analista, quanto Ali Taher fosse diventata centrale non solo nello scontro tra Israele e Hezbollah, ma anche negli equilibri interni libanesi e nel tentativo di arrivare a un’intesa tra Gerusalemme e Beirut.
• Il nodo iraniano
La possibile presenza iraniana aveva alimentato nelle ultime settimane interrogativi sull’operazione. Fonti libanesi avevano parlato di ufficiali e tecnici dei Guardiani della rivoluzione all’interno del complesso, mentre Hezbollah aveva smentito. Secondo le valutazioni israeliane riportate già alla fine di agosto, non vi erano ufficiali iraniani intrappolati nei tunnel. Dopo la conquista dell’area, le Idf hanno ribadito di non avere indicazioni sulla presenza di membri dei Guardiani della rivoluzione. L’operazione riporta così il dossier Ali Taher al centro dell’accordo quadro firmato a giugno tra Israele e Libano con la mediazione americana. L’intesa lega il progressivo ritiro israeliano al disarmo verificato di Hezbollah e degli altri gruppi armati. Israele ha lasciato tre aree pilota nelle quali è entrato l’esercito libanese, ma ha chiarito di non voler procedere con ulteriori ritiri senza nuovi passi sul disarmo.
(Pagine Ebraiche, 4 settembre 2026)
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Hezbollah apre il fronte cyber contro Israele
di Alessandro Carmi
Hezbollah continua ad attaccare Israele anche quando le armi tacciono. Il fronte è quello informatico, meno visibile di missili e droni e ormai stabilmente inserito nell’arsenale del movimento sciita libanese. Secondo nuovi dati delle Forze di difesa israeliane, durante la guerra sono stati registrati oltre 600 tentativi di attacco informatico attribuiti a Hezbollah, in un quadro nel quale l’Iran svolge un ruolo decisivo per capacità tecnologiche, coordinamento e sostegno ai gruppi che operano nella regione.
Finora Hezbollah non sarebbe riuscito a ottenere risultati significativi contro i sistemi israeliani, secondo la valutazione dell’Idf. Il dato, tuttavia, descrive soltanto una parte del problema. Per Teheran e i suoi alleati il cyberspazio offre la possibilità di proseguire lo scontro indipendentemente dall’andamento delle operazioni militari, mantenendo una pressione costante sul nemico e cercando vulnerabilità che, una volta individuate, possono consentire di colpire strutture civili, imprese, amministrazioni o infrastrutture strategiche.
La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha accelerato questa trasformazione. Già nel 2025 la Direzione nazionale israeliana per la cybersicurezza aveva segnalato che l’intensità degli attacchi provenienti dall’Iran e dai gruppi a esso collegati era triplicata rispetto al periodo precedente al conflitto. Hezbollah partecipava a questa offensiva insieme a gruppi iraniani e ad altre sigle che spesso rendono difficile stabilire immediatamente la provenienza di un’operazione.
La collaborazione fra Teheran e il movimento libanese ha precedenti concreti. Nel novembre 2023 un attacco contro lo Ziv Medical Center di Safed, attribuito dalle autorità israeliane all’Iran e al gruppo Lebanese Cedar legato a Hezbollah, riuscì a sottrarre informazioni mediche sensibili, pur senza compromettere il funzionamento dell’ospedale. È il genere di operazione che mostra quanto il confine tra obiettivo militare e civile diventi sottile nella guerra informatica.
La pressione è aumentata ulteriormente nel 2026. Yossi Karadi, direttore generale della Direzione nazionale israeliana per la cybersicurezza, ha riferito che nel giugno di quest’anno Israele ha registrato circa 4.800 incidenti informatici ostili riconducibili all’Iran, contro i circa 1.600 dello stesso mese del 2025. Gli obiettivi comprendevano infrastrutture critiche, organismi pubblici, aziende e studi professionali. Le difese delle strutture strategiche hanno retto, mentre organizzazioni meno protette hanno subito in alcuni casi la cancellazione di dati e la compromissione dei sistemi.
È proprio questa differenza di resistenza a rendere il cyber uno strumento particolarmente adatto alla strategia iraniana. Un attacco informatico costa relativamente poco, può essere condotto attraverso intermediari e permette di sperimentare migliaia di intrusioni alla ricerca dell’anello più debole. Inoltre rende più complicata l’attribuzione immediata della responsabilità e consente di mantenere lo scontro sotto la soglia che provocherebbe automaticamente una risposta militare.
A modificare ulteriormente l’equilibrio sta intervenendo l’intelligenza artificiale. Gli strumenti di AI possono accelerare la ricerca delle vulnerabilità, migliorare le campagne di phishing, automatizzare alcune fasi degli attacchi e rendere più credibili messaggi costruiti per ingannare le vittime. Il fenomeno riguarda ormai l’intero settore della sicurezza informatica e permette anche a gruppi con competenze tecniche limitate di utilizzare strumenti che fino a pochi anni fa richiedevano capacità molto più sofisticate.
Israele sta adattando di conseguenza la propria difesa. L’Idf impiega la Cyber Defense Brigade della Direzione C4I insieme agli altri organismi di sicurezza, con centri operativi dedicati, intelligence e squadre incaricate di simulare le tecniche degli aggressori per individuare preventivamente i punti vulnerabili.
Il dato dei 600 tentativi attribuiti a Hezbollah assume così un significato che supera il numero degli attacchi. Il movimento libanese, indebolito militarmente e sottoposto a una forte pressione israeliana, conserva uno strumento con il quale può continuare a colpire a distanza e con rischi molto inferiori rispetto a un confronto convenzionale. Come ha osservato Karadi parlando dell’offensiva iraniana, nel cyberspazio il cessate il fuoco semplicemente non esiste.
(Setteottobre, 4 settembre 2026)
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A Chicago inaugurati i primi frigoriferi comunitario kasher dedicato all’ostaggio HershGoldberg-Polin
di Maia Principe
Alle porte di Chicago è stato inaugurato ufficialmente il primo progetto di frigoriferi comunitari kasher negli Usa, in memoria di Hersh Goldberg-Polin, ucciso due anni fa in prigionia per Hamas. Lo riporta il Times of Israel.
Gli organizzatori stimano che i frigoriferi, situati in un parcheggio di fronte alla sinagoga Skokie Valley Agudath Jacob, vengano utilizzati circa 50 volte al giorno. Sebbene la presenza di soli prodotti kasher renda il frigorifero di Hersh particolarmente utile per gli ebrei osservanti bisognosi, il progetto è aperto a persone di ogni fede e provenienza.
I genitori di Goldberg-Polin, entrambi originari dell’area metropolitana di Chicago, hanno partecipato alla cerimonia e hanno parlato di come il progetto incarnasse i valori del loro defunto figlio. “Hersh era un idealista che cercava di rendere il mondo un posto migliore con piccoli gesti, e lo faceva senza mai parlare di come lo stesse rendendo”, ha detto il padre di Hersh, Jon.
Il rabbino Hody Nemes, uno dei principali artefici del progetto, ha ricordato una delle prime riunioni degli organizzatori, prevista per il 1° settembre 2024. Il giorno prima, Golberg-Polin e altri cinque ostaggi, sopravvissuti a 328 giorni di prigionia, erano stati giustiziati dai loro rapitori di Hamas al suono dell’avvicinarsi delle truppe israeliane.
Un anno dopo, il frigorifero di Hersh è entrato in funzione, offrendo pasti sigillati provenienti da ristoranti e servizi di catering kasher, piatti kosher casalinghi, prodotti freschi e generi alimentari sigillati.
“Ci avete davvero aiutato, me e la mia famiglia, in momenti molto difficili. Dall’aiuto durante lo Shabbat, agli spuntini per i bambini, alle cene settimanali, è stato incredibile”, ha detto una cliente, la cui testimonianza è stata letta ad alta voce durante la cerimonia.
“Sapere che esiste un’opzione a cui possiamo rivolgerci in modo anonimo, senza la preoccupazione di incontrare persone che conosciamo, ha dato a me e alla mia famiglia un senso di tranquillità”, ha aggiunto il cliente.
Nel corso dell’evento è stato anche svelato un ritratto di Hersh, appeso al muro del frigorifero.
La madre di Hersh, Rachel, ha letto ad alta voce un brano di un tema che suo figlio aveva scritto al liceo. “Ho voglia di vedere il mondo, senza telefoni, senza marchi, senza ricchi, senza poveri. Voglio una comunità tranquilla e pacifica, e la possibilità di vagabondare senza sosta. Ho voglia di liberarmi ed essere me stesso, e sarò libero. Voglio vedere cosa c’è là fuori quando la strada si fa stretta e scompare”, aveva scritto Hersh.
(Bet Magazine Mosaico, 4 settembre 2026)
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La vita ebraica dopo Orbán
Il nuovo governo promette una politica di tolleranza zero nei confronti dell’odio verso gli ebrei – e una collaborazione alla pari
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Il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar ha partecipato il 16 aprile alla cerimonia ufficiale di commemorazione dell’Olocausto.
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Budapest è probabilmente l’unica capitale europea in cui si può passeggiare senza imbattersi in graffiti anti-israeliani. A nessuno importa se si indossa una kippah o se si parla ebraico in pubblico. Nei pressi delle istituzioni ebraiche la presenza della polizia è scarsa o addirittura assente. Ma dietro questa facciata di sicurezza, la maggior parte degli ebrei nascondeva finora una profonda sfiducia nei confronti di una politica che promuoveva la vita ebraica, ma chiudeva un occhio quando veniva fomentato l’odio verso gli ebrei – a seconda di come conveniva al governo Orbán in quel momento.
Non c’è da stupirsi, quindi, che la maggior parte degli elettori ebrei ad aprile abbia scelto il partito liberal-conservatore Tisza di Péter Magyar – sebbene nessuno sapesse davvero quale fosse la posizione di Magyar nei confronti dell’ebraismo. Durante la campagna elettorale, infatti, non si era espresso nemmeno una volta sull’antisemitismo, su Gaza o su Israele.
• Vittoria elettorale schiacciante di Tisza
Ma subito dopo la prima conferenza stampa a seguito della schiacciante vittoria elettorale di Tisza, gli ebrei hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Il primo ministro designato Magyar ha annunciato una politica di tolleranza zero nei confronti dell’antisemitismo e si è spinto oltre: «Non faremo nemmeno qualcosa di simile a ciò che il governo Orbán ha fatto in determinate pubblicazioni di propaganda». Con ciò alludeva probabilmente ad azioni come le campagne antisemite velate contro il filantropo ebreo-americano di origini ungheresi George Soros.
Tre giorni dopo, Magyar ha lanciato un segnale chiaro: in occasione della Giornata della Memoria, ha partecipato senza preavviso alla cerimonia commemorativa organizzata dall’organizzazione ombrello delle comunità ebraiche, la Mazsihisz.
Il presidente dell’associazione, Andor Grósz, si è detto ottimista alla «Jüdische Allgemeine»: nel frattempo si sarebbero tenute più di una dozzina di riunioni di lavoro con il nuovo governo. «I rappresentanti di Mazsihisz siedono al tavolo delle trattative quando si discute delle proposte del governo in materia di vita religiosa, istruzione, politica di sicurezza, politica sociale, politica estera e di tutti i progetti di sviluppo per noi prioritari», ha sottolineato.
Durante un colloquio con la ministra degli Esteri e vice primo ministro Anita Orbán (nessuna parentela con il primo ministro uscente) è stata ribadita la politica di tolleranza zero: il governo si impegna affinché la comunità ebraica possa continuare a vivere in sicurezza anche in futuro. Grósz spera tuttavia in una revisione per quanto riguarda il sostegno finanziario. In passato, infatti, altre chiese e comunità religiose avrebbero ricevuto, in proporzione, più finanziamenti rispetto alla Mazsihisz.
È diventata instabile la piccola, ma tanto più rumorosa, Comunità religiosa ebraica unitaria ungherese. Essa sta ora cercando di prendere le distanze dal suo precedente sostenitore, il gabinetto Orbán. Alla filiale ungherese della comunità chassidica ortodossa Chabad, guidata dal rabbino capo Slomó Köves, è stato ripetutamente contestato di aver ricevuto somme sproporzionatamente elevate di fondi statali grazie alla sua stretta alleanza con Orbán, di aver agito in modo poco trasparente e di aver emarginato le istituzioni ebraiche tradizionali.
• Lo spostamento del Fidesz verso una direzione ancora più di destra, volgare e radicale
In un articolo pubblicato sulla rivista liberale «Magyar Narancs» (Arancia ungherese) ha scritto che sia a destra che a sinistra – con quest’ultima si riferisce presumibilmente al nuovo governo, che tuttavia è tutto tranne che di sinistra – sarebbero in atto processi ai quali gli ebrei ungheresi dovrebbero prepararsi. Nel suo testo, formulato in modo grossolano, ha scritto tra l’altro che i successi ottenuti potrebbero andare persi con la destra conservatrice. Come unico esempio ha citato il prevedibile spostamento del Fidesz verso una direzione ancora più a destra, volgare e radicale.
Il fatto che il nuovo primo ministro Péter Magyar non nutra alcun sentimento antisemita è stato dimostrato anche dal suo entusiastico sostegno a un’iniziativa promossa da 16 personalità della vita pubblica, tra cui scienziati, artisti e sportivi, e dalla sua nomina della grande maestra internazionale di scacchi Judit Polgár, che è ebrea, alla carica di capo di Stato. Come è noto, tuttavia, lei ha respinto questa proposta.
Il Ministero delle relazioni sociali e della cultura, competente in materia di affari religiosi, intende adottare un approccio sistematico nella lotta all’antisemitismo. In primo luogo, si vuole ottenere un quadro più preciso del fenomeno. «A tal fine è necessario rafforzare la collaborazione tra attori statali e specialisti e rendere più efficiente il flusso di informazioni», ha dichiarato un portavoce a questo giornale. Si intende dedicare particolare attenzione a Internet, dove l’odio verso gli ebrei imperversa liberamente. «Allo stesso tempo, ci stiamo adoperando affinché i giovani non conoscano l’ebraismo esclusivamente attraverso gli orrori dell’Olocausto, ma possano farsi anche un’idea della fiorente cultura ebraica, delle tradizioni e della vita religiosa», ha affermato il portavoce.
• Diverse posizioni politiche
Tuttavia, la comunità ebraica deve ancora abituarsi al fatto che sia lecito esprimere posizioni politiche diverse, anche se non le piacciono. Così, la settimana prima della scorsa, la comunità palestinese in Ungheria aveva indetto una manifestazione di solidarietà con i terroristi detenuti in Israele. Nonostante le veementi proteste di diverse istituzioni ebraiche, la manifestazione è stata autorizzata. Di conseguenza, è stata organizzata una manifestazione di protesta dal motto «Impegno per i diritti civili degli ebrei ungheresi».
L’emancipazione degli ebrei nel Paese non è messa in discussione e la decisione della polizia era conforme alla legge vigente – a differenza del precedente divieto emanato dal governo Orbán. Rispetto all’Occidente, in Ungheria semplicemente non esistono le condizioni sociali affinché tali manifestazioni possano rappresentare un vero pericolo per la popolazione ebraica. E il governo ha dato la sua parola che le cose rimarranno così.
(Jüdische Allgemeine, 3 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Netanyahu afferma che i vertici della sicurezza non lo avrebbero svegliato intenzionalmente il 7 ottobre
La novità principale è l’affermazione secondo cui i vertici della sicurezza non solo non lo avrebbero informato a causa di un errore di valutazione, ma avrebbero deliberatamente deciso di non farlo.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu inasprisce la sua versione dei fatti relativi alle ore precedenti il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023. Egli accusa ora i vertici della sicurezza di non averlo svegliato deliberatamente, nonostante fossero in possesso di indizi su un possibile attacco.
I vertici dell’esercito e dei servizi segreti dell’epoca sapevano che, in caso di allarme, egli avrebbe immediatamente ordinato uno stato di allerta militare totale. Tra le altre cose, avrebbe messo in stato di allerta l’aviazione e avrebbe fatto attaccare ogni combattente di Hamas che si fosse avvicinato alla recinzione di confine proveniente dalla Striscia di Gaza.
Netanyahu ha espresso la sua posizione martedì in una diretta su Instagram. Aveva già rilasciato dichiarazioni simili lunedì in un podcast e domenica sull’emittente filo-governativa Channel 14. La novità principale è l’affermazione secondo cui i vertici della sicurezza non solo non lo avrebbero informato a causa di una valutazione errata, ma avrebbero deliberatamente deciso di non farlo.
• Mobilitazione evitata?
Il capo del governo sostiene che quella notte diversi responsabili di alto livello avessero effettivamente individuato segnali di un attacco imminente. Ciononostante, avrebbero ritenuto che Hamas fosse stato scoraggiato. Secondo la sua versione, avrebbero voluto evitare una mobilitazione israeliana su larga scala perché temevano che ciò potesse provocare a sua volta un attacco o uno scontro a fuoco con l’organizzazione terroristica.
«Se mi avessero svegliato, tutto sarebbe stato diverso. Questa è la storia del 7 ottobre», ha affermato Netanyahu nelle sue recenti dichiarazioni. È evidente che Israele avrebbe potuto adottare misure aggiuntive. Tra queste, oltre a una maggiore prontezza militare, ha incluso anche una possibile cancellazione del festival musicale Nova, durante il quale il 7 ottobre centinaia di persone sono state uccise da terroristi palestinesi.
Netanyahu respinge al contempo l’accusa di voler attribuire un atto di tradimento agli allora capi della sicurezza. In un video pubblicato martedì ha spiegato che si è trattato di un «grave fallimento», non di tradimento. I responsabili, temendo un’escalation, avrebbero rinunciato a svegliarlo e a ordinare un attacco preventivo.
Tuttavia, le attuali dichiarazioni di Netanyahu sono in contraddizione con altre versioni note dei fatti precedenti. Lo scorso anno il suo ufficio aveva ammesso che un agente dei servizi segreti nell’ufficio del primo ministro aveva ricevuto, circa tre ore prima dell’inizio dell’attacco di Hamas, un documento dell’esercito contenente indicazioni su attività sospette. Questo documento non è stato inoltrato a Netanyahu perché, secondo quanto riferito dal suo ufficio, non era stato contrassegnato come urgente.
Anche i vertici della sicurezza dell’epoca hanno contraddetto la versione di Netanyahu, fornendo una diversa valutazione della situazione. L’ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha dichiarato in una dichiarazione giurata che nella notte del 7 ottobre, alle ore 3.03, era stato diramato un allarme alle autorità di sicurezza. In esso si parlava di «preparativi insoliti e della possibilità di intenzioni offensive da parte di Hamas». Alle ore 5.15 avrebbe inoltre ordinato di informare il segretario militare del primo ministro.
Bar ha sottolineato al contempo che nessuno si sarebbe aspettato un attacco delle dimensioni di quello del 7 ottobre. L’informazione trasmessa all’ufficio del primo ministro faceva parte di una serie di istruzioni che egli aveva impartito in seguito alla sua valutazione notturna della situazione. Secondo la sua versione, l’informazione in questione è stata trasmessa immediatamente.
• Discussione accesa
Le nuove accuse di Netanyahu giungono in un momento in cui il dibattito politico sulla responsabilità del fallimento prima dell’attacco di Hamas è nuovamente oggetto di accese discussioni. Da anni il primo ministro si oppone all’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sugli eventi.
Anche all’interno della famiglia Netanyahu la questione della responsabilità è attualmente oggetto di un acceso dibattito. Sua moglie Sara Netanyahu aveva recentemente insinuato, senza fornire prove, che il politico dell’opposizione Yair Golan potesse essere a conoscenza in anticipo dei piani di Hamas. Golan ha quindi annunciato che avrebbe intentato una causa per diffamazione qualora lei non si fosse scusata.
Allo stesso tempo, precedenti dichiarazioni di Netanyahu rimandano a una storia più complessa. In un documento da lui pubblicato sui retroscena politici del 7 ottobre, si è presentato come sostenitore di una linea più dura nei confronti di Hamas. Tuttavia, ha tralasciato, tra l’altro, il verbale di una riunione del 1° ottobre 2023, durante la quale, secondo un servizio di Channel 12, si discuteva di come preservare la relativa calma esistente nella Striscia di Gaza.
Netanyahu aveva inoltre sostenuto per anni la politica di far affluire aiuti finanziari del Qatar nella Striscia di Gaza controllata da Hamas. Egli giustificava questa scelta con l’obiettivo di prevenire una crisi umanitaria e un’ulteriore escalation. Dopo il 7 ottobre, questa politica è diventata sempre più oggetto di dibattito politico e di sicurezza.
(Jüdische Allgemeine, 3 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Budapest blocca il tentativo anti-israeliano di rovinare la festa ebraica
Il rabbino Shlomó Köves ha avvertito che organizzare proteste politiche in prossimità di eventi ebraici significa oltrepassare una linea rossa, trasformando l’attivismo anti-israeliano in ostilità diretta contro gli ebrei locali.
di David Isaac
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Festival del Cholent, Budapest, 30 agosto 2026
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Il tentativo di organizzare una manifestazione filopalestinese all’ingresso del Cholent Festival (Sólet Fesztivál), giunto alla sua decima edizione e tenutosi il 30 agosto al City Hall Park di Budapest, è stato sventato grazie all’intervento congiunto dei leader della comunità e delle autorità ungheresi.
Il rapper locale Gergely Komáromi (alias G Ras) ha tentato di organizzare una manifestazione a sostegno della Palestina proprio all’ingresso del festival con lo slogan «Insieme per la giustizia – Dalla Palestina a Budapest».
Komáromi, egli stesso ebreo, è un attivista politico e musicista che si è opposto all’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, un convinto sostenitore di Israele. Sostiene una serie di cause di sinistra e si è vantato di essersi recato al Cairo per partecipare alla «Marcia globale verso Gaza» del giugno 2025, che alla fine è fallita. Si definisce un rastafariano, sfoggia i dreadlocks e cerca persino di parlare inglese con un accento creolo giamaicano.
«È importante sottolineare che alle sue manifestazioni fino ad oggi, così come alle precedenti provocazioni da lui messe in atto, ha partecipato solo un numero molto esiguo di persone», ha dichiarato a JNS il rabbino Shlomó Köves, che guida l’Associazione delle Comunità Ebraiche Ungheresi (EMIH), un’organizzazione affiliata a Chabad che ha svolto un ruolo centrale nel rilancio della comunità ebraica ungherese.
«Ciò significa che l’opinione pubblica ungherese condanna dall’interno persone del genere. Non condivide opinioni estremiste come le sue», ha aggiunto.
Komáromi stava cercando «di mettere alla prova i limiti dell’Ungheria in relazione alla sicurezza degli ebrei che vivono qui», ha affermato Köves. Ha avvertito che organizzare proteste politiche in prossimità di eventi ebraici significa oltrepassare una linea rossa, trasformando l’attivismo anti-israeliano in ostilità diretta contro gli ebrei locali.
I rappresentanti della comunità hanno espresso la propria indignazione per la protesta in programma, definendola una provocazione ostile volta a disturbare una celebrazione religiosa locale.
Il Festival del Cholent, un evento gratuito all’aperto, fa parte della Settimana delle Sinagoghe della città, il 28° Festival Culturale Ebraico di quest’anno (dal 30 agosto al 10 settembre), che si svolge durante le Festività Solenni. L’evento è caratterizzato da concerti tenuti da musicisti di fama mondiale nelle sinagoghe di tutta la città, che vengono aperte al pubblico. Il festival è organizzato dall’EMIH.

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Festival del Cholent, Budapest, 30 agosto 2026
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La pressione dell’opinione pubblica ha indotto le autorità municipali a spostare il luogo della manifestazione lontano dall’area del festival. Köves ha elogiato la decisione. «Siamo lieti che abbia avuto una mano ferma. E siamo certi che continuerà così anche in futuro», ha affermato.
Köves ha ringraziato la città per il suo sostegno. «Abbiamo il sostegno del Comune e ringraziamo nuovamente il sindaco per la sua posizione ferma», ha dichiarato.
Il sindaco di Budapest Gergely Karácsony ha condannato un’altra recente manifestazione filopalestinese. Il 21 agosto, la Comunità dei palestinesi residenti in Ungheria ha organizzato una manifestazione per esprimere solidarietà a Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, nella Striscia di Gaza settentrionale. Abu Safiya è stato arrestato dalle autorità israeliane il 27 dicembre 2024. Ricopre il grado di colonnello nei servizi medici militari di Hamas.

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Festival del Cholent, Budapest, 30 agosto 2026
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Parlando della Settimana della Sinagoga, Köves ha affermato: «Ora abbiamo davanti a noi una serie di eventi legati alla comunità ebraica e, proprio come il Festival del Cholent, li stiamo organizzando pubblicamente e apertamente».
«Non ci nascondiamo, non abbiamo paura e non siamo preoccupati. L’Ungheria è ancora, e siamo certi che continuerà ad esserlo, il Paese più sicuro per gli ebrei in Europa», ha affermato.
(JNS, 3 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele e Grecia, intesa da 3,5 miliardi per lo scudo aereo “Achilles Shield”
di Michelle Zarfati
Un sistema multilivello di difesa aerea e antimissile, tecnologie israeliane e una cooperazione militare sempre più stretta. Israele e Grecia hanno siglato un accordo da 3,5 miliardi di dollari per la realizzazione dell’Achilles Shield, uno dei più importanti accordi di difesa mai conclusi tra i due Paesi. L’accordo è stato firmato il 31 agosto presso il ministero della Difesa israeliano, a Tel Aviv, e prevede che Israele realizzi per le Forze armate elleniche una rete integrata di difesa aerea e antimissile. Il progetto rappresenta il più grande accordo di esportazione nel settore della difesa nella storia delle relazioni tra Israele e Grecia e uno dei maggiori contratti di questo tipo mai conclusi da Israele.
Il cuore del programma sarà costituito da diversi sistemi israeliani, destinati a operare su differenti livelli contro minacce provenienti dal cielo. Tra questi figurano David’s Sling, progettato per intercettare missili e razzi a maggiore gittata, SPYDER, sistema mobile per la difesa aerea, e BARAK MX, piattaforma modulare sviluppata da Israel Aerospace Industries per contrastare aerei e missili. Il dispositivo comprenderà inoltre radar multifunzione prodotti da ELTA Systems e un nuovo sistema nazionale di comando e controllo. A completare il programma ci sarà un ulteriore accordo da circa 26 milioni di euro per la fornitura del sistema Drone Dome, destinato alla protezione contro droni e minacce aeree a bassa quota. L’obiettivo è creare un’architettura di difesa capace di integrare diversi sistemi e reagire a una gamma sempre più ampia di minacce, dai droni ai missili balistici.
L’intesa si inserisce in un più ampio processo di rafforzamento dei rapporti strategici tra Atene e Gerusalemme. La Grecia è impegnata in un vasto programma di modernizzazione delle proprie forze armate, con investimenti previsti per circa 28 miliardi di euro entro il 2036. Il piano comprende, tra l’altro, l’acquisizione di nuovi sistemi missilistici, aerei da combattimento F-35 e navi da guerra. Dietro la scelta di Atene c’è anche il mutamento dello scenario strategico nel Mediterraneo orientale. La Grecia mantiene da anni un rapporto complesso con la Turchia, mentre le recenti crisi regionali hanno aumentato l’attenzione verso la capacità di difendere il proprio territorio da missili, droni e altre minacce aeree. Pur non indicando formalmente Ankara come destinataria del programma, il rafforzamento della difesa ellenica si colloca in un contesto di persistenti tensioni regionali.
Per Israele, l’accordo conferma invece il peso crescente della propria industria della difesa sui mercati internazionali. L’esperienza operativa maturata negli ultimi anni ha accresciuto l’interesse verso i sistemi israeliani di difesa aerea e antimissile, trasformando queste tecnologie in uno degli strumenti principali della proiezione industriale e strategica di Gerusalemme. L’intesa non riguarda soltanto la vendita di sistemi militari. Israele e Grecia intendono ampliare anche la collaborazione tra le rispettive industrie della difesa, con un trasferimento di tecnologia e competenze alle aziende greche. L’obiettivo è sviluppare capacità locali di produzione e manutenzione e, al tempo stesso, costruire una cooperazione industriale destinata a proseguire oltre la semplice fornitura degli armamenti.
“Achilles Shield” assume così un significato che va oltre il valore economico del contratto. Per la Grecia rappresenta un passo importante verso una rete nazionale di difesa integrata e tecnologicamente avanzata; per Israele, un ulteriore consolidamento della propria presenza nel mercato europeo della sicurezza. In un Mediterraneo orientale segnato da una crescente competizione strategica e da minacce sempre più diversificate, Atene e Gerusalemme scelgono dunque di rafforzare la propria cooperazione. E lo fanno puntando su una tecnologia che, per Israele, è diventata una componente centrale della propria dottrina di sicurezza: una difesa multilivello capace di intercettare minacce diverse prima che possano raggiungere il territorio.
(Shalom, 3 settembre 2026)
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Leader cristiani africani visitano Israele nel quadro di una crescente attività diplomatica
(JNS) Una delegazione di 14 leader cristiani africani provenienti da quattro Paesi sta visitando Israele questa settimana, nel contesto di una crescente attività diplomatica rivolta alle decine di milioni di cristiani che sostengono Israele in tutto il continente.
Il viaggio, organizzato su base religiosa, mette in evidenza il confronto diplomatico tra sostenitori e oppositori dello Stato ebraico in Africa, il continente che ospita più cristiani di qualsiasi altro al mondo. Mentre il Sudafrica è emerso come uno dei più accesi critici di Israele a livello internazionale, altri Paesi africani hanno reagito in senso opposto e stanno ora rafforzando ulteriormente i propri legami con Israele, sulla base di una combinazione di interessi comuni e fede religiosa.
«Mi ha letteralmente lasciato senza parole vedere come si possa utilizzare il deserto e renderlo produttivo», ha dichiarato il vescovo keniota Paul Karanja, al suo primo viaggio in Terra Santa, esprimendo stupore davanti alle banane che crescono rigogliose nel deserto israeliano.
Karanja ha organizzato lo scorso anno una marcia a sostegno di Israele nella capitale del Kenya, per contrastare le attività locali e internazionali contro Israele. L’iniziativa ha sottolineato le basi bibliche del sostegno dei partecipanti allo Stato ebraico e mirava a suscitare un risveglio tra i cristiani africani.
«Il nostro destino non sarà garantito se non saremo in grado di collegarci a Israele», ha affermato.
«Come nessun altro luogo»
Il pastore ugandese Drake Kanaabo ha affermato che Israele deve intensificare il proprio impegno verso i giovani africani, che hanno meno familiarità con la Bibbia e con la storia delle relazioni tra Africa e Israele rispetto alle generazioni dei loro genitori e che, come i loro coetanei nel resto del mondo, sono esposti a notizie negative su Israele diffuse sui social media.
«Le giovani generazioni conoscono Israele attraverso i social media e ciò che vedono e sentono è negativo», ha dichiarato. «Israele deve fare di più per contrastare le cattive notizie con notizie positive».
Il pastore ha affermato che nulla è paragonabile a una visita in Terra Santa.
«Atterri nella terra del passato, del presente e del futuro, e questo ti offre il quadro biblico», ha detto. «Puoi studiare teologia, ma quando vieni qui senti lo spirito della Terra camminando nella terra della Bibbia. Non esiste un altro luogo simile al mondo».
Il tour, della durata di una settimana, è stato organizzato dall’ambasciata israeliana in Kenya in coordinamento con il Ministero degli Esteri di Gerusalemme e ha coinvolto leader cristiani provenienti da Kenya, Malawi, Tanzania e Uganda. La delegazione ha attraversato diverse parti del Paese, visitando luoghi santi, centri tecnologici e anche un sito legato agli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023.
Con 600 milioni di cristiani e 54 voti alle Nazioni Unite in gioco, tra cui quelli di 30 Paesi a maggioranza cristiana, Israele ha concentrato l’attenzione sul valore strategico della diplomazia religiosa nel continente, in un momento caratterizzato dalla condanna internazionale per le conseguenze della guerra a Gaza, dall’aumento dell’antisemitismo in Occidente e dalla continua persecuzione dei cristiani in Africa.
«Tra 30 anni, i cristiani dell’Africa subsahariana rappresenteranno il 40% di tutti i cristiani del mondo», ha dichiarato mercoledì a JNS l’inviato speciale di Israele per il mondo cristiano, l’ambasciatore George Deek. «Israele attribuisce grande importanza alle proprie relazioni con l’Africa e vuole che gli africani considerino Israele come la loro casa, se non dal punto di vista politico, almeno da quello biblico e culturale».
«Israele sta tornando in Africa e l’Africa sta tornando in Israele»
«Come malawiana, consideriamo Israele un partner», ha dichiarato la pastora Matilda Matabwa. «Si sente dire nelle notizie che l’Africa è isolata, ma l’Africa sostiene Israele».
«Siate forti», ha esortato il vescovo keniota Abraham Mulwa. «Siamo con voi».
Il pastore Kanaabo ha ricordato le parole pronunciate dal primo ministro Benjamin Netanyahu dieci anni fa, in occasione del 40º anniversario della missione di salvataggio di Entebbe: «Israele sta tornando in Africa e l’Africa sta tornando in Israele».
«Era solo questione di mettere tutto questo in pratica», ha detto Kanaabo. «Stiamo vedendo che ciò si sta realizzando».
(HaKol, 3 settembre 2026)
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“The Campaign”: il documentario che indaga sulla guerra della disinformazione dopo il 7 ottobre
The Campaign ricostruisce l’intera macchina comunicativa attribuita ad Hamas nelle ore e nei mesi successivi all’attacco del 7 ottobre 2023 e affronta anche il ruolo del Qatar, analizzando i finanziamenti provenienti dall’emirato e la loro possibile influenza sulla diffusione di determinate narrative ideologiche e sul dibattito nei campus universitari.
di Pietro Baragiola
“Non il massacro del 7 ottobre, ma quello che è accaduto subito dopo sulle piattaforme social”: è questo il punto di partenza di The Campaign: Disinformation in a Time of War, il documentario investigativo di 93 minuti che ricostruisce quella che viene descritta come una campagna di disinformazione e propaganda contro Israele partita in seguito all’attacco di Hamas.
Diretto da Kari Hollend, Cristina Bishai e narrato dall’avvocato, scrittore e consulente politico canadese Warren Kinsella, il film ha fatto il suo debutto sugli schermi il 19 agosto al festival Docu.Text della National Library of Israel dove è stato elogiato dalla critica per aver mostrato la capacità dei social di influenzare il dibattito internazionale e diffondere velocemente l’antisemitismo in tutto il mondo.
“È stato terrificante, ma anche rassicurante capire che tutto l’odio online che abbiamo visto negli ultimi anni era stato accuratamente pianificato e organizzato nei minimi dettagli” ha spiegato Hollend. “Quando sai qual è il problema, puoi affrontarlo!”
• La creazione di “The Campaign”
L’idea di The Campaign è nata all’inizio del 2024, quando Hollend ha incontrato per la prima volta Kinsella, allora impegnato nella stesura di un libro sulla disinformazione legata alla guerra. L’obiettivo è subito diventato quello di affiancare alla sua ricerca un documentario che prendesse in esame anche il Canada, identificato come uno degli epicentri della propaganda anti-israeliana.
Per Hollend, ebrea di Toronto e attiva da vent’anni nella produzione cinematografica, questo nuovo documentario prende ispirazione anche dall’esperienza personale vissuta dopo il 7 ottobre: “ero sotto shock. Dopo anni trascorsi a sostenere i diritti delle minoranze era come se la mia identità ebraica fosse stata di colpo esclusa dal dibattito. C’era così tanto odio senza alcuna empatia, nessun equilibrio. La gente aveva molto da dire contro Israele ma non menzionava minimamente il 7 ottobre e tutto questo non faceva altro che peggiorare”.
Il documentario parte dalla storia di Kinsella, che ricorda di uno scontro avuto da giovane con alcuni neonazisti, per poi passare all’invasione di Hamas e alla battaglia mediatica sui social scoppiata subito dopo.
Tra le testimonianze che si alternano al lavoro sul campo di Hollend e del suo collaboratore figurano quelle di esperti di media, politica, diplomazia e intelligenza artificiale come: l’ex direttore della CIA ed ex segretario alla Difesa americano Leon Panetta, l’attivista Brianna Wu, l’educatrice Aviva Klompas, l’ex portavoce israeliano Eylon Levy e i giornalisti Noam Sheizaf e Matti Friedman.
The Campaign ricostruisce così l’intera macchina comunicativa attribuita ad Hamas nelle ore e nei mesi successivi all’attacco del 7 ottobre 2023 e affronta anche il ruolo del Qatar, analizzando i finanziamenti provenienti dall’emirato e la loro possibile influenza sulla diffusione di determinate narrative ideologiche e sul dibattito nei campus universitari.
• Un documentario a 360°
Per rendere il documentario più completo possibile, Hollend e Kinsella hanno scelto di inserire anche le voci critiche nei confronti di Israele. Una decisione che, secondo la regista, serve a evitare che il progetto diventi a sua volta uno strumento di propaganda.
“L’obiettivo è quello di mostrare un mosaico di opinioni da entrambe le parti in modo da raggiungere anche il pubblico ostile alle posizioni israeliane” ha spiegato l’autrice. “Il nostro film mette davanti a uno specchio ciò che è scomodo in questo dibattito: costringe le persone a farsi domande e ad ascoltare l’altra parte”.
Oggi The Campaign è destinato ad una distribuzione internazionale, con proiezioni previste anche all’interno di scuole e università.
“Grazie a questo progetto ho ritrovato uno scopo, una connessione con il mio popolo e una prospettiva ancestrale su cosa significhi essere ebrei nel mondo di oggi” ha affermato Hollend. “Ho avuto il privilegio di appartenere alla Generazione X, quella che non è cresciuta attraverso la lente dell’antisemitismo e ora devo essere una combattente come lo sono stati i miei antenati”.
(Bet Magazine Mosaico, 3 settembre 2026)
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Hezbollah, che cosa resta della Forza Radwan
Israele ha colpito comando, tunnel e basi dell’unità d’élite, che ha perso gran parte della capacità di assaltare la Galilea ma resta una minaccia nel Libano meridionale
di Shira Navon
La Forza Radwan era stata costruita da Hezbollah per portare la guerra dentro Israele, attraversare il confine con centinaia di uomini, occupare per alcune ore località e postazioni militari della Galilea e trasformare l’incursione in un colpo strategico e psicologico. Nell’estate del 2026 quel progetto appare profondamente compromesso. L’unità d’élite dell’organizzazione sciita esiste ancora, dispone di uomini addestrati e conserva infrastrutture nel Libano meridionale; tuttavia, la capacità di realizzare l’operazione per la quale era stata preparata per quasi vent’anni è stata drasticamente ridotta.
Il cambiamento è cominciato molto prima delle attuali operazioni terrestri. Nel settembre 2024 Israele eliminò a Beirut Ibrahim Aqil, responsabile delle operazioni militari di Hezbollah e figura centrale nella preparazione del piano di invasione della Galilea. Nel medesimo attacco morirono numerosi comandanti della Radwan, compresi responsabili territoriali e ufficiali incaricati della pianificazione delle infiltrazioni oltre confine. La perdita simultanea di una parte così consistente della catena di comando ha costretto Hezbollah a sostituire quadri con anni di esperienza con uomini più giovani e meno preparati a dirigere operazioni complesse.
La pressione israeliana è proseguita anche nel 2026. A giugno l’IDF ha annunciato l’uccisione di oltre dieci comandanti sul campo impegnati nella gestione dei combattimenti nel sud del Libano, mentre il 15 agosto un attacco nei pressi di Tiro ha ucciso un comandante di battaglione della Radwan. Parallelamente le forze israeliane hanno continuato a individuare e demolire tunnel, depositi e postazioni contenenti razzi, missili anticarro e armi leggere.
È proprio il sottosuolo a mostrare quanto sarebbe prematuro considerare la Radwan neutralizzata. Nell’area della dorsale di Ali Taher, vicino a Nabatiyeh, l’esercito israeliano ritiene che rimangano strutture sotterranee estese e uomini di Hezbollah. Nei mesi scorsi si sono verificati scontri con combattenti usciti dai tunnel; a luglio un membro della Radwan è stato catturato dalle truppe israeliane nell’area di Bint Jbeil. Sono episodi che descrivono una forza costretta ad agire in condnzioni molto diverse rispetto al passato, ma ancora capace di sfruttare il territorio e le infrastrutture preparate negli anni.
La differenza decisiva riguarda l’iniziativa. Prima del 7 ottobre Hezbollah aveva concentrato uomini della Radwan vicino alla frontiera e costruito una dottrina basata su infiltrazioni simultanee in diversi punti, con combattenti destinati a penetrare nelle comunità israeliane e nelle basi dell’IDF. Oggi quella fascia di territorio è sottoposta a una sorveglianza militare israeliana molto più intensa, mentre una parte delle infrastrutture avanzate è stata distrutta e la libertà di movimento dei reparti si è ridotta.
Questo spiega anche perché il futuro della Radwan sia diventato inseparabile dalla partita politica sul disarmo di Hezbollah. Israele lega il proprio ritiro progressivo dal Libano meridionale alla consegna delle armi dell’organizzazione e alla verifica del processo, mentre Hezbollah continua a respingere l’ipotesi di disarmare prima del ritiro israeliano. I negoziati mediati dagli Stati Uniti stanno cercando di definire un meccanismo internazionale di controllo, con il governo libanese chiamato ad assumere una responsabilità molto maggiore nel sud del Paese.
Per Israele sarebbe però rischioso confondere l’indebolimento con la scomparsa della minaccia. La Forza Radwan ha perso comandanti, infrastrutture e soprattutto la possibilità di preparare indisturbata un attacco su vasta scala. Hezbollah possiede ancora uomini, armi e una lunga esperienza militare e potrebbe tentare negli anni di ricostruire ciò che è stato distrutto. La questione che si apre adesso riguarda quindi il tempo. Israele dovrà impedire che la tregua diventi l’intervallo nel quale l’unità d’élite sciita possa tornare lentamente verso il confine e ricostruire il progetto che per anni aveva trasformato l’invasione della Galilea in uno degli scenari più temuti dal comando israeliano.
(Setteottobre, 2 settembre 2026)
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L’Idf cattura il capo della sicurezza di Hamas
di Michelle Zarfati
Muein al-Arabid, figura di vertice dell’apparato di sicurezza interna di Hamas, è stato catturato dalle forze israeliane durante un’operazione a Gaza City. Netanyahu elogia Shin Bet e Idf: “Un’operazione audace”.
Un nuovo duro colpo ai vertici di Hamas arriva da Gaza City. Muein al-Arabid, indicato come capo dell’apparato di sicurezza interna dell’organizzazione terroristica, è stato catturato dalle forze israeliane durante un’operazione condotta nella mattinata di martedì 1° settembre. A confermare l’arresto sono stati il premier israeliano Benjamin Netanyahu, le Forze di difesa israeliane (Idf) e lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano.
Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità israeliane, le forze speciali dello Shin Bet hanno fatto irruzione in un edificio nei pressi dell’abitazione di al-Arabid, nella Striscia. Durante il raid l’Aeronautica israeliana ha effettuato attacchi contro diversi obiettivi militari nell’area, con l’obiettivo dichiarato di proteggere le forze impegnate nell’operazione. Secondo la dichiarazione congiunta di Idf e Shin Bet, nessun militare israeliano è rimasto ferito.
L’operazione era stata preceduta da una certa confusione sulle modalità del blitz. Nelle prime ore, alcuni media arabi avevano riferito del coinvolgimento di una milizia palestinese anti-Hamas sostenuta da Israele. Successivamente, però, le autorità israeliane hanno chiarito che la cattura era stata effettuata da forze speciali dello Shin Bet. Anche alcune ricostruzioni palestinesi avevano parlato dell’infiltrazione di una forza israeliana nella parte occidentale di Gaza City, seguita da intensi bombardamenti destinati a garantire la sicurezza degli uomini impegnati nell’operazione.
Al-Arabid viene descritto dalle autorità israeliane come uno dei membri più importanti della struttura di Hamas. Il suo ruolo alla guida della sicurezza interna comprendeva, secondo le informazioni diffuse da Israele, attività di controspionaggio, il controllo dell’ordine interno e la protezione degli esponenti di alto livello dell’organizzazione.
Israele gli attribuisce inoltre un ruolo nella gestione della rete utilizzata per nascondere e trasferire gli ostaggi israeliani, oltre che nelle attività finalizzate a proteggere i dirigenti di Hamas dai raid israeliani. Secondo l’Idf, negli ultimi mesi al-Arabid avrebbe lavorato anche per rafforzare nuovamente il controllo di Hamas nel nord della Striscia e per ricostruire le capacità operative dell’organizzazione nelle aree maggiormente colpite dalla guerra.
Il premier Netanyahu ha definito l’arresto un’operazione “audace”, elogiando pubblicamente lo Shin Bet e l’Idf. Il primo ministro ha ribadito che Israele continuerà a perseguire i vertici di Hamas e coloro che, secondo Israele, hanno avuto un ruolo nel massacro del 7 ottobre 2023. L’operazione si inserisce in una fase particolarmente delicata per la Striscia di Gaza. Il cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti e in vigore dall’ottobre 2025 ha fermato gran parte dei combattimenti su larga scala, ma non ha impedito il proseguimento di operazioni militari israeliane contro Hamas. Israele sostiene che il gruppo stia tentando di ricostruire le proprie capacità militari e di ristabilire il controllo sulla Striscia; Hamas, dal canto suo, accusa Israele di violare il cessate il fuoco.
Proprio nelle stesse ore della cattura di al-Arabid, l’Idf ha inoltre annunciato un attacco contro un comandante di Hamas nel nord della Striscia, a Jabalia, motivandolo con il tentativo di neutralizzare una minaccia alle truppe e ai civili israeliani. Secondo l’esercito, il comandante stava contribuendo alla ricostruzione delle capacità operative di Hamas e alla preparazione di nuovi attacchi.
La cattura di al-Arabid assume quindi un significato che va oltre l’arresto di un singolo esponente. Colpire il responsabile della sicurezza interna significa intervenire su una struttura che, oltre a occuparsi del controllo del territorio e della repressione dei sospetti collaboratori, svolge un ruolo centrale nella protezione dei vertici di Hamas e nel mantenimento della sua presenza organizzata nella Striscia. Per Israele, l’operazione rappresenta dunque un ulteriore tentativo di indebolire la capacità dell’organizzazione terroristica di ricostruire la propria struttura e di ristabilire il controllo su Gaza.
(Shalom, 2 settembre 2026)
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«Ci infangano tutti»: i leader dei coloni contro i teppisti ebrei
Il dibattito sulla «violenza dei coloni» in Giudea e Samaria è più complesso di quanto molti titoli dei giornali lascino intendere.
di Itamar Eichner & Aviel Schneider
Gli scontri violenti avvenuti sabato scorso nel villaggio palestinese di Qusra, in Samaria, hanno scatenato un acceso dibattito politico in Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato di una «manciata di teppisti» che violano la legge, arrecano un danno enorme alla popolazione dei coloni rispettosa della legge e, al contempo, ostacolano il lavoro dell’esercito israeliano. Ma dietro alla questione se gli israeliani abbiano agito illegalmente si nasconde una seconda questione, finora tutt’altro che chiarita in modo definitivo: chi ha dato inizio allo scontro? È proprio qui che le versioni si contraddicono.
• La versione ufficiale dell’esercito
Secondo le dichiarazioni dell’IDF e della polizia di frontiera, le forze di sicurezza sono state chiamate a Qusra dopo che alcuni teppisti israeliani si erano introdotti nella zona, provocando scontri violenti, compreso il lancio di pietre contro i palestinesi. All’arrivo delle forze di sicurezza, decine di israeliani si trovavano all’interno di un’abitazione palestinese, nella quale erano presenti anche residenti palestinesi. L’esercito ha dovuto far uscire gli israeliani dall’edificio e separare le due parti. Diversi palestinesi sono rimasti feriti, tra cui una donna che ha dovuto ricevere cure mediche. Tre veicoli di presunti coinvolti israeliani sono stati sequestrati e consegnati alla polizia per le indagini.
Israel Gantz ha dichiarato a Israel Heute: «Gli arabi hanno teso un'imboscata agli ebrei». Una versione nettamente diversa viene fornita da Gantz, presidente del Consiglio regionale di Benjamin e dell’organizzazione che riunisce le comunità di coloni in Giudea e Samaria. Gantz non nega che gli israeliani abbiano poi agito in modo illegale. Sostiene tuttavia che le immagini decisive siano state riprese solo dopo l’inizio dello scontro. Secondo la sua versione, gli israeliani si stavano spostando attraverso un wadi e non proprio lungo il villaggio, quando i palestinesi li hanno attaccati con pietre da un'imboscata preparata in anticipo. Gantz afferma: «Gli arabi hanno teso un agguato agli ebrei e li hanno bersagliati con pietre. Quando gli ebrei hanno reagito, le telecamere si sono accese».
Come indizio di un episodio premeditato, Gantz fa riferimento alla presenza di una troupe della CNN. Nelle riprese israeliane si vedrebbero palestinesi mentre lanciano pietre, mentre la troupe televisiva si trovava alle loro spalle. Gantz sostiene che queste prime scene non sono state diffuse in modo adeguato. Gli israeliani aggrediti avrebbero chiamato i rinforzi. L’esercito sarebbe arrivato circa un quarto d’ora dopo.
E poi, dice Gantz, sarebbe successo qualcosa che anche lui condanna espressamente. Altri israeliani sarebbero arrivati con dei veicoli e avrebbero deciso di non aspettare l’esercito, ma di reagire autonomamente. Ne è seguita una battaglia a sassi. Proprio in quel momento le telecamere internazionali avrebbero ripreso gli israeliani mentre lanciavano pietre. Gantz formula la sua critica in modo insolitamente aspro. Il gruppo avrebbe preso la legge nelle proprie mani, «facendo così un favore alla sinistra globale e danneggiando lo Stato di Israele». In questo modo, proprio uno dei più importanti esponenti del movimento dei coloni sostiene contemporaneamente due posizioni: i palestinesi avrebbero sferrato il primo attacco e la reazione israeliana sarebbe stata comunque illegale e dannosa.
• Un piccolo gruppo radicale, un danno enorme.
Ma il dibattito su Qusra va ormai ben oltre questo singolo episodio. Gli ambienti di sicurezza israeliani e i principali esponenti del movimento dei coloni mettono in guardia da tempo contro un gruppo relativamente piccolo di giovani ebrei radicali che, nel cuore biblico della Giudea e della Samaria, provoca ripetutamente scontri violenti. Secondo le stime dei responsabili della sicurezza, il nucleo duro è composto da circa 70-100 giovani, che a loro volta influenzano e mobilitano circa altri 300 giovani.
Un esponente di alto rango del movimento dei coloni descrive in modo drastico le conseguenze a Israel Heute: «Ci causano danni enormi. Imploriamo le forze dell’ordine di intervenire contro di loro. Ci fanno vergognare agli occhi del mondo. Ci infangano tutti». Secondo quanto riferito dagli ambienti di sicurezza israeliani, una parte di questi attivisti non mira solo all’espansione degli insediamenti ebraici. La loro ideologia sarebbe in parte fondamentalmente rivolta contro l’autorità dello Stato. Un rappresentante della sicurezza descrive così la loro posizione: non si interessano né allo Stato né all’IDF, ma vogliono creare di propria iniziativa una realtà diversa. È proprio questo che spiega perché le critiche provenienti dallo stesso movimento dei coloni siano ormai così evidenti.
Anche dal punto di vista biblico il confine è chiaro. L’amore per la terra non sostituisce l’autorità della legge. «Ciascuno faceva ciò che era giusto ai propri occhi» (Giudici 21) non descrive una situazione ideale, ma la disgregazione sociale. Chi si batte per la Giudea e la Samaria non deve quindi diventare egli stesso giudice e carnefice. La terra della Bibbia non ha bisogno di meno legge, ma, proprio per la sua importanza, di maggiore responsabilità.
• «Vogliono un regno. Lo Stato non li interessa»
Un funzionario della sicurezza ha dichiarato a Israel Heute: «Non sono interessati né allo Stato né all’IDF. Il loro obiettivo è creare sul posto una realtà diversa, una sorta di regno in cui i confini tra l’Area C e le Aree A e B diventano sempre più sfumati.» Alcuni dei principali attivisti sono classificati dalle autorità di sicurezza come cosiddetti «obiettivi personali». Contro una parte di loro sono già stati emessi mandati di arresto o imposte varie restrizioni; in alcuni casi sono state anche formulate accuse. Allo stesso tempo, i rappresentanti della sicurezza ammettono che si tratta di un fenomeno difficile da contenere e che occorre un impegno decisamente maggiore per contrastare questi teppisti.
La maggior parte degli episodi citati dagli ambienti della sicurezza si verifica nella zona B, che è sotto il controllo di sicurezza israeliano e l’amministrazione civile palestinese. In parte si tratta di regioni vicine ad avamposti e fattorie agricole, costruiti in profondità nel territorio e in prossimità di villaggi palestinesi.
Le autorità di sicurezza descrivono le centinaia di giovani che si recano sulle colline come un gruppo di popolazione giovanile, una parte del quale è caduta fuori dai contesti scolastici ed educativi. In alcuni casi si tratta anche di giovani che sono già entrati in conflitto con la legge. Sulle colline trovano una struttura sociale e ideologica che, ai loro occhi, conferisce senso e giustificazione alle loro azioni.
In alcune fattorie della Giudea e della Samaria esistono strutture organizzate con adulti responsabili e una chiara routine quotidiana. In altri avamposti, tuttavia, secondo quanto riferito dai rappresentanti del movimento dei coloni, la realtà è completamente diversa: i giovani si spostano da un luogo all’altro, raggiungono determinati avamposti seguendo le istruzioni del nucleo duro e vi rimangono fino al loro sgombero, dopodiché si spostano verso il punto successivo. Il cuore biblico della Giudea e della Samaria si trasforma così in un «Far West».
• Molti coloni non considerano affatto questi giovani come la loro avanguardia
Al contrario, vedono in loro sempre più un pericolo per l’intero progetto di insediamento. Per anni si sono costruite comunità, si è sviluppata l’agricoltura, si sono fondate nuove fattorie e si è lottato per la legittimità politica, sostiene lo stesso esponente di spicco del movimento dei coloni. Poi sono bastate poche decine di giovani e un unico video virale per compromettere a livello internazionale tutto questo lavoro. Dopo ogni episodio di questo tipo sono seguite condanne da Washington e da altre capitali occidentali. Immagini di veicoli in fiamme, giovani mascherati e lanci di pietre hanno fatto il giro del mondo nel giro di poche ore.
Il rappresentante dei coloni riassume la frustrazione in una semplice frase: «Gli insediamenti prosperano e questi teppisti ci danneggiano». La critica non è quindi rivolta solo alla violenza nei confronti dei palestinesi, ma anche a una strategia politica che molti all’interno del movimento degli insediamenti considerano autodistruttiva.
Non tutti i giovani sulle colline sono estremisti. Allo stesso tempo, i rappresentanti del movimento dei coloni mettono in guardia dal mettere tutti i cosiddetti «Hilltop Youth» nello stesso calderone. In numerose fattorie agricole esistono strutture chiare, responsabili adulti e routine quotidiane ben regolate. Il problema risiede soprattutto in determinati avamposti e gruppi in cui i giovani vivono senza una vera supervisione e si spostano da un luogo all’altro. Alcuni di loro sarebbero usciti dal sistema scolastico o familiare e, in alcuni casi, avrebbero già avuto a che fare con la legge. Sulle colline trovano comunità, identità e una missione ideologica. Per questo motivo alcuni rappresentanti dei coloni chiedono, oltre a un’azione penale coerente, anche interventi sociali e di assistenza ai giovani. Chi è raggiungibile deve essere accolto. Chi commette atti di violenza e non si lascia fermare, invece, deve essere affidato alla polizia.
• Qusra mette in luce due problemi contemporaneamente
Proprio per questo non si dovrebbe ridurre l’incidente alla semplice formula «violenza dei coloni». Due cose possono essere vere allo stesso tempo. I palestinesi possono aver dato inizio alla violenza e gli israeliani possono aver successivamente infranto la legge. Il compito dei media è quello di indagare su entrambi gli aspetti e non limitarsi a mostrare solo quelle immagini che si adattano già alla narrazione desiderata. E il compito di Israele è altrettanto chiaro: chi aggredisce gli ebrei deve essere perseguito. Chi, in quanto ebreo, crede poi di poter sostituirsi alla polizia e all’esercito, assumendo il ruolo di giudice e carnefice in uno Stato di diritto come Israele, deve anch’egli essere perseguito penalmente. Lo Stato di Israele, infatti, può difendere la propria sovranità in Giudea e Samaria solo se, alla fine, è lo Stato a far rispettare la legge e non chi in quel momento ha in mano il sasso più grande.
«In alcuni luoghi non esiste praticamente alcun quadro normativo. Nessuno li controlla, nessuno fornisce loro indicazioni e, alla fine, ognuno fa quello che vuole», ci ha detto lo stesso rappresentante di alto livello dei coloni, che preferisce rimanere anonimo poiché anche lui riceve minacce da circoli radicali all’interno del movimento dei coloni.
L’incidente a Qusra si inserisce in una lunga serie di episodi violenti in Giudea e Samaria, in cui hanno subito danni residenti palestinesi, proprietà e terreni agricoli. Secondo la valutazione degli ambienti della sicurezza, la sfida principale non risiede quindi solo nel fare luce sui singoli episodi, ma nel colpire quel piccolo nucleo ideologico che, a loro avviso, organizza una parte significativa di queste attività e influenza centinaia di altri giovani.
Il governo non deve tacere su questo tema per ragioni di tattica elettorale. Proprio perché molti di questi giovani provengono dal proprio stesso ambiente politico di destra, il confine deve essere inequivocabile: chi vuole rafforzare la Giudea e la Samaria non può creare lì un «Far West». La giustizia sommaria danneggia i coloni, mina l’autorità dello Stato e fornisce ai nemici di Israele le immagini che stanno aspettando. Essere di destra non significa stare al di sopra della legge.
(Israel Heute, 2 settembre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele promette una “risposta” alle misure sulla Giudea e Samaria prese in considerazione dal Regno Unito
(JNS) Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha dichiarato martedì che ci saranno conseguenze per Londra qualora il Regno Unito attuasse le misure contro la Giudea e Samaria che ha dichiarato di stare valutando.
Intervenendo al podcast 120 and One di Ynet, Sa’ar è stato interrogato sull’annuncio fatto martedì dal ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, secondo cui il Regno Unito si stava preparando a unirsi a Spagna, Paesi Bassi, Belgio e Irlanda nell’introduzione di misure contro i prodotti israeliani provenienti dalla Giudea e Samaria.
«Ci stiamo preparando. Spero che non commettano questo errore», ha dichiarato Sa’ar. «Se lo faranno, ci sarà una reazione. Sono finiti i giorni in cui si poteva agire contro Israele senza che Israele reagisse», ha aggiunto.
Secondo Sa’ar, un divieto britannico sui prodotti provenienti dalla Giudea e Samaria in questo momento sarebbe considerato un’ingerenza elettorale. Le elezioni politiche israeliane sono previste per il 27 ottobre.
Israele, per esempio, ha impedito ai rappresentanti olandesi e spagnoli di partecipare all’International Gaza Support Center, guidato dagli Stati Uniti, nella città israeliana meridionale di Kiryat Gat.
Miliband ha confermato martedì in Parlamento che il governo stava lavorando a «misure per vietare il commercio di beni provenienti dagli insediamenti illegali». Ha aggiunto che i ministri del governo stavano esaminando modalità per impedire alle aziende britanniche di finanziare, costruire o pubblicizzare attività nelle comunità israeliane in Giudea e Samaria.
La dichiarazione è arrivata in risposta all’avanzamento, da parte di Israele, dei piani per la costruzione di centinaia di abitazioni nell’area E1 di Ma’aleh Adumim, in Giudea, a est di Gerusalemme, avvenuto il mese scorso. I sostenitori della creazione di uno Stato palestinese, tra cui il Regno Unito, hanno protestato contro la decisione, sostenendo che avrebbe compromesso la continuità territoriale di tale Stato.
«La Gran Bretagna non resterà a guardare e non accetterà la distruzione della soluzione dei due Stati», ha scritto il Ministero degli Esteri britannico in una dichiarazione del 19 agosto. «Nelle prossime settimane presenteremo un insieme completo di misure per rispondere alle politiche del governo israeliano, tutelare la possibilità concreta di realizzare uno Stato palestinese, imporre sanzioni mirate a coloro che partecipano all’espansione illegale degli insediamenti e sostenere una pace giusta e duratura per israeliani e palestinesi».
Anche il governo norvegese sta promuovendo un divieto sui prodotti provenienti dalla Giudea e Samaria. La Slovenia ha revocato il proprio divieto all’inizio di quest’anno, quando il precedente governo di Robert Golob, critico nei confronti di Israele, è stato sostituito dal governo guidato dal politico filoisraeliano Janez Janša.
(HaKol, 2 settembre 2026)
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La Marina tedesca testa un missile israeliano nell’Atlantico settentrionale
La Germania si affida alle tecnologie israeliane per il proprio programma di armamento. L’ispettore della Marina si è detto entusiasta di un test condotto nell’Atlantico settentrionale.
di Daniel Frick
BERLINO – Nella notte tra martedì e mercoledì, la Marina tedesca ha testato con successo il missile LORA sviluppato in Israele. L’ispettore della Marina si è poi mostrato entusiasta: «Abbiamo scritto una pagina di storia della Marina», ha scritto il viceammiraglio Jan Christian Kaack su Instagram.
Kaack ha poi spiegato: «Il sistema può essere impiegato con successo dalle nostre unità e la gittata potenziale supera tutto ciò che conoscevamo finora. Per la protezione della Germania e dei nostri alleati, questo test rappresenta un nuovo capitolo in materia di deterrenza e prontezza difensiva in mare».
Il viceammiraglio si è detto «molto soddisfatto» dei risultati. Alla «Deutsche Presse-Agentur» ha parlato di una gittata di 500 chilometri. Ha aggiunto che ora saranno avviati i piani per l’acquisto delle armi.
• Missile di precisione a corto raggio
Il test si è svolto nell’Atlantico settentrionale, tra l’Irlanda e l’Islanda. È stato utilizzato il missile balistico LORA dell’azienda israeliana Israel Aerospace Industries (IAI).
Secondo le indicazioni del produttore, il missile è in grado di colpire obiettivi «nel cuore del territorio nemico». L’IAI dichiara una gittata di 430 chilometri. Il missile può essere lanciato da terra o da navi. Ha una precisione di 10 metri e può raggiungere tutti i suoi obiettivi entro 10 minuti.
• Potenziamento della capacità di attacco in profondità
In Israele il missile è entrato in servizio nel 2018. LORA sta per «Long Range Attack», ovvero attacco a lungo raggio. Secondo la classificazione tradizionale, si tratta di un missile a corto raggio. In ebraico, il nome ricorda l’espressione «non male».
Secondo la valutazione della rivista specializzata «Defence Network», il test rientra negli sforzi della Germania volti a potenziare le proprie capacità di attacco in profondità. Oltre al Taurus, la Germania disporrebbe quindi di un’ulteriore arma rapidamente disponibile per colpire obiettivi terrestri molto distanti.
• Progetti comuni nel settore degli armamenti
La Germania e Israele collaborano strettamente in ambito militare. Proprio martedì il sesto sottomarino prodotto in Germania è partito da Kiel alla volta del porto di base israeliano. Inoltre, a febbraio le forze armate dei due paesi hanno concordato una collaborazione.
All’inizio di dicembre la Germania ha messo in funzione a sud di Berlino il sistema di difesa missilistica Arrow 3, sviluppato in Israele. L’aeronautica militare tedesca ha definito questo evento una «pietra miliare strategica». (df)
(Israelnetz, 2 settembre 2026)
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Israele: è iniziato il nuovo anno scolastico
di Jacqueline Sermoneta
È tornata a suonare la campanella nelle scuole israeliane. Circa 2,6 milioni di studenti hanno iniziato oggi il nuovo anno scolastico. Per 180 mila bambini è il primo giorno in prima elementare, mentre circa 143 mila ragazzi affrontano l’ultimo anno delle superiori. In tutto il Paese sono operative 27.757 istituzioni educative, tra scuole dell’infanzia, primarie e secondarie. Sono circa 418 mila, pari al 16% del totale, gli studenti che hanno diritto a servizi di istruzione speciale, il 9% in più rispetto allo scorso anno. La prima settimana sarà dedicata non solo alla ripresa della routine, ma anche al rafforzamento del senso di appartenenza, delle relazioni sociali e della fiducia tra studenti e personale scolastico. Grande attenzione sarà riservata all’ascolto, alla resilienza e all’individuazione dei bisogni degli alunni. Tra le priorità anche la prevenzione della violenza, dell’emarginazione e del bullismo, dentro e fuori dalla scuola, compresi gli spazi digitali. Il tema scelto per il nuovo anno è “Futuro, Patrimonio e Iniziativa”, un percorso che unisce identità e patrimonio a leadership, responsabilità personale e impegno sociale. Sarà inoltre ampliato il programma “Percorsi del Patrimonio”, rivolto anche al settore druso con attività dedicate alla storia e all’identità della comunità. Tra le novità, il divieto per gli studenti delle scuole medie di utilizzare il cellulare all’interno degli istituti, anche durante gli intervalli. Debutta inoltre l’educazione finanziaria, inizialmente per gli studenti del primo anno delle superiori, con l’obiettivo di fornire strumenti pratici per una gestione finanziaria autonoma e preparare al mondo economico e al mercato del lavoro. Nel quadro della trasformazione del sistema educativo israeliano, il ‘Programma 720’ sarà ampliato per introdurre forme di apprendimento sempre più personalizzate e nuovi metodi nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Oltre 12 mila insegnanti di inglese, scienze e tecnologia riceveranno una formazione specifica, mentre gli studenti seguiranno un percorso di 20 ore sull’uso dell’IA, il pensiero critico, la disinformazione e le questioni etiche. L’intelligenza artificiale entrerà anche negli esami di maturità di oltre dieci indirizzi scientifici e tecnologici. Ventisette istituti avvieranno inoltre percorsi dedicati alle scienze dell’IA. Particolarmente significativo il ritorno a scuola nelle comunità vicine a Gaza. Nell’area del Consiglio regionale di Tekumah sono 22.233 gli studenti che tornano sui banchi, circa il 9% in più rispetto alla vigilia del 7 ottobre. L’aumento riflette il graduale rientro delle famiglie evacuate. Durante l’estate sono tornati residenti a Kissufim, Chulit e Kfar Aza, mentre i giovani di Nir Am sono rientrati a Eshkol per studiare. Nel 2026 saranno investiti 364 milioni di NIS (104,2 milioni di euro) per rafforzare l’istruzione nell’area di Tekumah: 184 milioni di NIS (53 milioni di euro) per l’istruzione, 103 milioni di NIS (circa 30 milioni di euro) per nuovi edifici scolastici e 54 milioni NIS (15,5 milioni di euro) per attività extrascolastiche e programmi per giovani.
(Shalom, 1 settembre 2026)
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I falsi rabbini dell’IA diffondono antisemitismo sui social
Milioni di utenti seguono personaggi inesistenti che dispensano consigli finanziari e trasformano i più antichi pregiudizi sugli ebrei in presunte confessioni dall’interno
di Rosa Davanzo
Hanno la barba bianca, il cappello nero, parlano con l’aria rassicurante di chi custodisce una saggezza antica e spiegano perché gli ebrei saprebbero diventare ricchi, aggirare le regole o controllare il denaro meglio degli altri. Sono rabbini perfetti, salvo un particolare. Non esistono. Volti, voci e spesso anche le loro biografie sono prodotti dell’intelligenza artificiale, mentre ciò che raccontano ripropone alcuni degli stereotipi antisemiti più antichi e resistenti.
Il fenomeno ha assunto dimensioni tali da attirare l’attenzione dell’Antisemitism Research Center del Combat Antisemitism Movement, che negli ultimi mesi ha seguito la proliferazione di questi personaggi sulle principali piattaforme. Su TikTok i ricercatori hanno individuato 49 account di falsi rabbini, capaci complessivamente di raccogliere oltre 950 mila follower e più di dieci milioni di «like». Un’altra indagine ha censito 63 canali YouTube, con oltre mezzo milione di iscritti e più di 30 milioni di visualizzazioni.
Il meccanismo è semplice e particolarmente insidioso. Il pregiudizio secondo il quale gli ebrei controllerebbero la finanza mondiale non viene più pronunciato da qualcuno che li accusa dall’esterno. È il presunto rabbino a raccontarlo, presentandolo come un segreto che finalmente decide di rivelare ai non ebrei. Lo stereotipo acquista così l’apparenza di una confessione.
Il caso più clamoroso è stato quello di «Rabbi Goldman», personaggio generato dall’intelligenza artificiale che su Instagram aveva superato 1,4 milioni di follower. Nei suoi video spiegava, tra l’altro, come gli ebrei utilizzerebbero aerei privati vuoti per evitare le tasse e prometteva di svelare i segreti finanziari della propria comunità. Dietro le presunte rivelazioni compariva anche un prodotto da acquistare, un manuale da nove dollari su come «fare e investire denaro come gli ebrei».
Meta ha rimosso l’account alla fine di marzo, dopo la pubblicazione delle prime inchieste. La cancellazione ha mostrato immediatamente i limiti della risposta. Nel giro di poco tempo sono comparsi profili sostitutivi con lo stesso personaggio e contenuti analoghi. L’intelligenza artificiale consente infatti di produrre a costi minimi nuovi volti, nuove voci e centinaia di video senza bisogno di attori, studi di registrazione o strutture organizzate.
La rete è molto più ampia di un singolo account. Le indagini hanno identificato personaggi chiamati Rabbi Rothstein, Rabbi Silverstein, Rabbi Menachem Goldberg e altri ancora. Su TikTok ricorrono formule linguistiche, immagini e sequenze quasi identiche. Secondo il Combat Antisemitism Movement, questa uniformità fa pensare almeno all’utilizzo di modelli comuni e, in alcuni casi, a una possibile produzione coordinata.
Il contenuto viene inoltre confezionato per confondersi con uno dei generi più popolari sui social, quello dei consigli sulla crescita personale e sul successo economico. Il falso rabbino può iniziare spiegando come risparmiare denaro, affrontare un fallimento o costruire una carriera. Poi introduce progressivamente l’idea che gli ebrei conoscano regole segrete, si aiutino esclusivamente fra loro, occupino posizioni decisive nell’economia e sappiano manipolare il sistema a proprio vantaggio.
È una trasformazione importante della propaganda antisemita. L’immagine caricaturale dell’ebreo dei manifesti e dei pamphlet viene sostituita da una figura apparentemente autorevole e amichevole, capace di parlare direttamente allo spettatore. L’odio perde perfino l’aspetto dell’odio e può presentarsi come educazione finanziaria, curiosità culturale o consiglio motivazionale.
A rendere il fenomeno ancora più difficile da controllare intervengono gli algoritmi. Contenuti brevi, provocatori e costruiti intorno alla promessa di rivelare qualcosa di proibito generano commenti e condivisioni, aumentando le probabilità di essere raccomandati ad altri utenti. La ripetizione completa il lavoro. Se decine di personaggi apparentemente differenti raccontano la stessa cosa, ciò che inizialmente sembra assurdo può finire per apparire plausibile.
L’intelligenza artificiale non ha inventato nessuno di questi pregiudizi. L’associazione fra ebrei, denaro e potere precede di secoli l’esistenza di Internet. La novità riguarda la possibilità di fabbricare in pochi minuti un testimone inesistente che li confermi, dargli un volto credibile e metterlo davanti a milioni di persone.
È probabilmente questo l’aspetto più inquietante dei falsi rabbini. La propaganda ha sempre avuto bisogno di qualcuno che la producesse e di qualcuno disposto a pronunciarla. Adesso può creare da sola anche il personaggio al quale affidare la parte.
(Setteottobre, 1 settembre 2026)
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Grecia: francese con cognome ebraico deve dissociarsi da Israele per noleggiare una barca
 Dopo aver effettuato la prenotazione, Yedidia Levy-Zauberman ha ricevuto un messaggio in inglese su WhatsApp dallo skipper che avrebbe dovuto accompagnare la sua famiglia. “Mi scusi per questa domanda tardiva e inopportuna. Il responsabile della base ha riferito che lei è di origine ebraica, quindi devo chiederle se appoggia l’occupazione di Gaza. L’ennesimo episodio di “collettivizzazione della colpa”.
di Maia Principe
Puoi noleggiare la barca, ma solo se tu – che hai un cognome ebraico – ti dissoci dal governo israeliano. È in sostanza quello che è successo a un francese, Yedidia Levy-Zauberman, in vacanza in Grecia quest’estate che voleva noleggiare una barca a vela con skipper per una gita in famiglia.
Per organizzare questa gita in mare, il francese si era avvalso di Click&Boat, una piattaforma che mette in contatto i proprietari di imbarcazioni con chi desidera noleggiarle. In questo caso, nella prenotazione era però copinvolta anche una base nautica greca responsabile della gestione delle imbarcazioni e della fornitura degli skipper.
Come riporta Le Point, dopo aver effettuato la prenotazione, Yedidia Levy-Zauberman ha ricevuto un messaggio in inglese su WhatsApp dallo skipper che avrebbe dovuto accompagnare la sua famiglia. “Mi scusi per questa domanda tardiva e inopportuna. Il responsabile della base ha riferito che lei è di origine ebraica, quindi devo chiederle se appoggia l’occupazione di Gaza. Mi dispiace farle una domanda del genere, mi trovo in una situazione difficile e sono sicuro che lo sia anche lei”, gli ha scritto, concludendo il messaggio con un’emoji imbarazzata.
Yedidia Levy-Zauberman ha affermato di essere rimasto particolarmente colpito dalla convinzione del suo interlocutore di agire in nome di principi morali.
«È sorprendente vedere come questo capitano esprima senza alcuna ambiguità, quasi fosse ovvio, che la moralità e la sua buona coscienza gli consentano di praticare questa discriminazione antisemita. L’odio non è mai così pericoloso come quando si maschera da virtù», afferma.
La famiglia francese alla fine ha deciso di non rinunciare al viaggio in mare, rimediando un’altra barca e un altro skipper dopo avere presentato un reclamo a Click&Boat.
Dopo che l’incidente è diventato di dominio pubblico, la piattaforma ha risposto sui social media, negando qualsiasi intento antisemita. L’azienda ha inoltre affermato di non avere alcuna responsabilità e ha offerto un gesto di buona volontà.
• Doversi giustificare perché ebrei
Non è la prima volta che una persona che si identifica come ebrea si trova a dover giustificare la propria appartenenza alla politica israeliana per poter accedere a un servizio turistico.
A giugno, a Yoni Birnbaum, un rabbino londinese la cui famiglia aveva prenotato un alloggio in affitto vicino a Vesoul, è stato ordinato di confermare la sua appartenenza a un movimento ebraico “progressista e liberale” e di condannare “le azioni violente dell’esercito israeliano compiute su ordine del governo israeliano”. Altrimenti, avrebbero annullato la prenotazione, poiché tale posizione “contraddiceva troppo fortemente i [loro] principi”.
Ma accade ogni giorno a ogni ebreo in qualsiasi ambito di doversi giustificare e prendere le distanze dal governo israeliano: come se tutti gli ebrei fossero uguali e la pensassero nello stesso modo. Un odioso meccanismo di colletitivizzazione che viene messo in pratica solo e unicamente con gli ebrei – forse ai musulmani viene chiesto di dissociarsi da quello che fa la Repubblica islamica in Iran alle donne e ai dissidenti? o ai cristiani ortodossi da quello che fa Putin in Ucraina? – che ha un solo e unico nome: antisemitismo.
(Bet Magazine Mosaico, 1 settembre 2026)
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Antisemiti di questo tipo suscitano un senso di estetica ammirazione. Hanno uno "sprezzo del ridicolo" davvero fuor dell'ordinario. Pur di colpire un ebreo sono disposti a tutto. Anche a fare una figura... una figura... non viene la parola. M.C.
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