Israele come ponte tra le nazioni. Si sta realizzando un’antica visione?
Già ai tempi biblici il Medio Oriente era un crocevia di importanti rotte commerciali. Le carovane attraversavano il territorio di Israele collegando Asia, Africa ed Europa.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Alla luce dei conflitti militari intorno allo Stretto di Hormuz, in Iran cresce la preoccupazione di poter perdere uno dei propri principali vantaggi strategici. Finora, la capacità di minacciare la libertà di navigazione nello stretto è servita al regime dei mullah come una sorta di assicurazione sulla vita. Fonti ben informate riferiscono ai media israeliani che nelle ultime settimane si sono intensificati i segnali di crescente preoccupazione all’interno della leadership iraniana. Secondo queste notizie, a Teheran sta aumentando la pressione a causa dei rapidi progressi del progetto IMEC, che mira a creare un’alternativa stabile e praticabile per il commercio internazionale e il trasporto globale di energia, aggirando così lo Stretto di Hormuz.
Il piano, presentato solo un mese prima del 7 ottobre 2023, ha acquisito notevole slancio negli ultimi mesi. Il progetto ha ricevuto una spinta decisiva in seguito alla chiusura dello Stretto di Hormuz e alla consapevolezza, ormai matura a livello mondiale, della necessità urgente di creare rotte commerciali sicure e resistenti alle crisi per l’economia globale.
• Corridoio economico India–Medio Oriente–Europa (IMEC)
Dietro questo titolo provvisorio si nasconde un progetto infrastrutturale ed economico internazionale, lanciato in occasione del vertice del G20 nel settembre 2023 da India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Unione Europea, Germania, Francia e Italia. L’obiettivo del progetto è quello di creare un corridoio commerciale e di trasporto tra l’India, il Medio Oriente e l’Europa, al fine di trasportare merci, energia e dati in modo più rapido, sicuro ed efficiente. È prevista una combinazione di rotte marittime e collegamenti ferroviari. Le merci dovrebbero essere trasportate via mare dall’India agli Emirati Arabi Uniti, quindi via ferrovia attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino a Israele e infine imbarcate dai porti mediterranei israeliani, in particolare da Haifa, per raggiungere l’Europa.
Inoltre, il progetto prevede il potenziamento di linee elettriche, gasdotti per l’idrogeno e cavi in fibra ottica, al fine di collegare le infrastrutture energetiche e digitali tra le regioni coinvolte. Progetti complementari, quali oleodotti o collegamenti ferroviari dagli Stati del Golfo al Mediterraneo, potrebbero poi trasportare petrolio o altre merci senza dover dipendere dallo Stretto di Hormuz.
• Il porto di Haifa
Israele svolge un ruolo centrale in questo contesto. Sebbene non abbia firmato il Memorandum of Understanding originale, ovvero la dichiarazione d’intenti, Israele è comunque una componente essenziale del corridoio a causa del percorso previsto. Il porto di Haifa è destinato a fungere da snodo per collegare l’Europa. In questo modo, Israele potrebbe diventare un ponte terrestre strategico tra l’Asia e l’Europa e acquisire una notevole importanza sia dal punto di vista economico che geopolitico.
Il porto di Haifa, di grande importanza strategica, è stato acquisito già all’inizio del 2023 da un consorzio guidato dal gruppo indiano Adani. Gautam Adani è un imprenditore indiano. Il consorzio ha acquistato la Haifa Port Company per circa 4,1 miliardi di shekel (circa 1,18 miliardi di dollari USA). Adani detiene il 70%, mentre il Gadot Group il 30%. La concessione di gestione è valida fino al 2054. Il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva già affermato anni fa che Haifa avrebbe potuto diventare la porta d’accesso per le merci provenienti dagli Stati del Golfo verso l’Europa. Questa idea è stata ora ripresa nel progetto IMEC. Il fatto che un investitore indiano controlli il previsto punto terminale mediterraneo del corridoio IMEC sottolinea l’interdipendenza economica e geopolitica tra India e Israele.
Una volta completata la sua realizzazione, il corridoio IMEC dovrebbe aggirare i punti di strozzatura marittimi vulnerabili come lo Stretto di Hormuz, lo Stretto di Bab al-Mandab e il Canale di Suez. I sostenitori del progetto prevedono che ciò consentirà di ridurre i tempi di trasporto tra l’India e l’Europa fino al 40 per cento e di abbassare i costi logistici di circa il 30 per cento. Inoltre, l’IMEC è considerato un’alternativa, sostenuta dall’Occidente, alla «Belt and Road Initiative» (BRI) cinese, nota come «Nuova Via della Seta». A differenza della BRI, il nuovo corridoio dovrebbe porre particolare enfasi sullo sviluppo sostenibile, sulle infrastrutture di alta qualità, sull’energia pulita, sulla connettività digitale e sulla cooperazione economica tra gli Stati coinvolti.
La «Nuova Via della Seta» cinese è un programma globale di infrastrutture e investimenti lanciato dalla Cina già nel 2013. L’obiettivo è quello di potenziare i collegamenti commerciali tra Cina, Asia, Africa, Europa e America Latina attraverso la costruzione di porti, linee ferroviarie, strade e progetti energetici. Allo stesso tempo, la Cina rafforza così la propria influenza economica e geopolitica nei paesi coinvolti.
Tutto ciò ridurrebbe notevolmente l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz. Teheran perderebbe la leva con cui esercita pressione a suo piacimento sulla comunità internazionale. Alla luce degli attuali scontri a fuoco nello Stretto di Hormuz, è evidente quanto l’Iran tema la perdita di questo vantaggio strategico. Fino ad oggi, la capacità di minacciare il traffico marittimo nello stretto è stata considerata una sorta di polizza assicurativa, nonché uno scudo militare e diplomatico che ha aiutato il regime ad attenuare le sanzioni e a scoraggiare le contromisure internazionali. Se questo mezzo di pressione venisse a mancare, l’Iran sarebbe più vulnerabile che mai.
• Alleanza regionale
Inoltre, a Teheran prevale la preoccupazione che il coinvolgimento di Israele in questo grande progetto non possa che rafforzare la sua posizione economica e in materia di sicurezza. Allo stesso tempo, ciò favorirebbe la formazione di una forte alleanza regionale di Stati moderati, che agiscano congiuntamente contro le organizzazioni proxy iraniane nella regione.
Fino a poco tempo fa, la leadership iraniana traeva ancora una certa fiducia dalla possibilità che potessero essere sviluppati corridoi alternativi, ad esempio attraverso la Turchia e la Siria. Tali rotte avrebbero potenzialmente escluso Israele, indebolendo così il potenziale di un’alleanza regionale. Gli ultimi sviluppi hanno tuttavia vanificato tali aspettative. Le dichiarazioni dei ministri israeliani, che sottolineano la necessità di perseguire con coerenza il coinvolgimento di Israele nell’IMEC, segnalano al regime iraniano che Gerusalemme non intende rinunciare a questo obiettivo.
• Crocevia geografico
Israele si trova geograficamente al crocevia tra Asia, Africa ed Europa. Già nell’antichità le rotte commerciali più importanti del mondo di allora attraversavano il Paese. La Via Maris («Via del Mare») collegava l’Egitto alla Siria e alla Mesopotamia lungo la costa mediterranea, mentre la Via dei Re si snodava a est del Giordano e consentiva gli scambi commerciali tra l’Arabia e Damasco. Mercanti, carovane, eserciti e sovrani hanno utilizzato queste vie per secoli. Chi controllava questa zona esercitava un’influenza notevole sul commercio, sulla prosperità e sulla politica.
Anche la Bibbia descrive il paese di Israele non come una regione isolata, ma come un luogo in cui i popoli si incontrano. In Isaia 2 viene descritta una Gerusalemme futura, verso la quale «affluiranno tutte le nazioni» per ricevere istruzioni. Isaia 19 dipinge l’immagine di una strada tra l’Egitto e l’Assiria, lungo la quale i popoli sono uniti tra loro e servono Dio insieme. Molti esegeti biblici interpretano questo passo come un simbolo di riconciliazione e collaborazione tra ex avversari. Altri vi vedono anche un accenno a futuri legami economici e politici.
Questo contesto conferisce al progetto IMEC un forte valore simbolico. Dopo un’interruzione durata molti secoli, Israele potrebbe tornare a essere un ponte terrestre centrale tra i continenti, non come corridoio militare, ma come snodo per il commercio, l’energia e le infrastrutture digitali. Indipendentemente dall’interpretazione dei testi biblici, emerge un parallelo degno di nota: Israele ricopre nuovamente un ruolo chiave in uno dei principali assi di collegamento tra Oriente e Occidente.
I prossimi mesi saranno quindi cruciali. Israele dovrà adoperarsi con flessibilità diplomatica affinché il corridoio economico previsto non bypassi in alcun modo il Paese.
(Israel Heute, 26 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele evacua il complesso dell’UNRWA a Gerusalemme
(JNS) Le forze di sicurezza israeliane hanno evacuato un complesso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) a Kafr Aqab, a Gerusalemme, dopo che una legge israeliana ha vietato all’agenzia di operare nel Paese.
Israele ha promosso la sostituzione dell’agenzia, i cui dipendenti sono stati direttamente collegati al terrorismo palestinese, anche attraverso la partecipazione agli attacchi del 7 ottobre. Lo Stato ebraico ha comunicato alle Nazioni Unite che la sua agenzia deve cessare le attività a Gerusalemme e lasciare il complesso.
«Un’organizzazione i cui dipendenti sono stati coinvolti nel massacro del 7 ottobre non avrà posto nella capitale di Israele», ha dichiarato Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite a New York.
La missione israeliana presso le Nazioni Unite ha inoltre comunicato ad António Guterres, segretario generale dell’organizzazione internazionale, che l’UNRWA non possiede alcun diritto di proprietà sul complesso e che le era stato ordinato di lasciarlo.
Sul sito è prevista la costruzione di una struttura educativa, che comprenderà sei scuole con 140 aule, e di un centro comunitario. Il progetto prevede inoltre «strutture aggiuntive» per i residenti di Kafr Aqab, ha dichiarato la missione israeliana.
(HaKol, 26 agosto 2026)
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Il rapporto che smentisce la carestia a Gaza
di Stefano Magni
Non c’è una carestia a Gaza. Chiunque, al di fuori della piccola cerchia di amici di Israele, rimarrebbe scandalizzato da un’affermazione simile, come se avesse appena sentito urlare una bestemmia. Eppure sono i dati che stanno bestemmiando: i dati raccolti da un team dell’Onu, guidato dall’Unicef. Il rapporto, pubblicato il 22 luglio scorso, intitolato Risultati dell’indagine SMART sulla nutrizione a Gaza dimostrano che a Gaza non ci sia un problema di denutrizione. Lo rivela un’inchiesta di The Free Press, una delle poche testate che hanno parlato del nuovo documento (e incontrando anche non poche difficoltà a reperirlo).
Secondo la squadra di ricercatori, che ha potuto condurre un’indagine sul campo a Gaza, la situazione è la seguente: malnutrizione infantile acuta nello 0,5% dei bambini, ritardo della crescita (altro sintomo di grave malnutrizione) nel 12% dei bambini. Questi dati, se confrontati con quelli medi della regione mediorientale, rivelano uno dei tassi di malnutrizione più bassi di tutta la regione mediorientale. In compenso, il 4% dei bambini di Gaza presenta problemi di sovrappeso e obesità.
Eppure l’accusa a Israele di avere provocato una carestia a Gaza, con intenti genocidi, era stata lanciata proprio dalle Nazioni Unite, il 22 agosto 2025, con la pubblicazione del Rapporto IPC (Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare). In quel caso, il rapporto attestò lo stato di carestia in una zona di Gaza. Oltre mezzo milione di palestinesi si trovavano “in condizioni catastrofiche, caratterizzate da fame, miseria e morte”, affermava il rapporto IPC. Il documento si concludeva in modo drammatico ed emergenziale: la popolazione di Gaza era impegnata in “una corsa contro il tempo” e che l’unico modo per impedire che la carestia si diffondesse ulteriormente era un “cessate il fuoco immediato”. La gravità della situazione era data soprattutto dalla sua gravità. La dichiarazione di carestia fatta l’anno scorso dal rapporto IPC è stata la quinta in assoluto, la prima al di fuori dell’Africa.
La pubblicazione dei nuovi dati del luglio scorso getta una luce sinistra su quel rapporto. Come è possibile una differenza così abissale fra il 2025 (carestia) e il 2026 (anche alcuni problemi di obesità)? C’è chi assolve il lavoro degli esperti, come l’antropologo britannico Alex de Waal che, intervistato da The Free Press, ha dichiarato che nessuno dei nuovi dati era “motivo di mettere in dubbio l’accuratezza” della precedente dichiarazione di carestia dell’IPC. “I bambini possono riprendersi molto rapidamente dalla malnutrizione acuta”. Ma nella stessa inchiesta, una ricercatrice che ha supervisionato squadre di raccolta dati sulla malnutrizione nel Corno d’Africa ha osservato di non aver “mai visto” la comparsa di obesità e sovrappeso in un luogo che solo un anno prima era stato dichiarato colpito dalla carestia. “In Africa ci sono persone che mangiano erbe selvatiche solo per sopravvivere”, ha detto. “Non c’è un problema di obesità”.
Forse, allora, il problema risiedeva nella metodologia usata nel rapporto IPC del 2025? Forse sì. Perché il team di esperti di allora: non aveva accesso alle zone di guerra, ha potuto o voluto esaminare solo bambini iscritti a un programma di prevenzione della malnutrizione (dunque bambini che avevano già problemi) e hanno scelto quelli come campione della popolazione. Si può solo intuire quanto sia poco rappresentativo un campione di persone che già soffrono di quel problema per misurare il livello di malnutrizione in tutta la popolazione. Ma in più, gli esperti dell’anno scorso non hanno nemmeno usato la misurazione classica per capire se un bambino era malnutrito o meno (il rapporto peso/altezza), bensì hanno preso la misura della circonferenza del braccio. Che è un parametro che tende a sovrastimare, anche raddoppiandolo, la stima del numero di malnutriti: l’ultimo rapporto di luglio lo dimostra, poiché calcolando il rapporto peso/altezza risulta che lo 0,5% dei bambini siano malnutriti, ma misurando la circonferenza del braccio risulta che sia denutrito l’1,3% dei bambini di Gaza, dunque più del doppio. E infine, visto che anche così non bastava: gli autori del rapporto IPC hanno dimezzato il parametro per stabilire l’inizio dello stato di carestia, invece del canonico 30% dei bambini malnutriti, lo hanno abbassato al 15%.
Questi non sono errori semplici. E probabilmente non sono neppure semplicemente errori. L’Onu ha torturato le statistiche finché queste non hanno dato la risposta desiderata: che a Gaza c’era una carestia provocata da Israele. Sulla base di questo “fatto”, si è aggravata l’accusa di genocidio nei confronti del governo Netanyahu. Il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, con consueta teatralità, aveva tweettato: “Proprio quando sembra che non ci siano più parole per descrivere l’inferno in terra a Gaza, se ne è aggiunta una nuova: carestia”. Quanto odio per Israele e per gli ebrei hanno scatenato queste false certezze? Abbastanza da non rientrare più, nemmeno dopo questa smentita. Che comunque non fa notizia, come tutte le smentite.
(L'informale, 26 agosto 2026)
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Gaza, la forza internazionale resta senza soldati
Uganda pronta a inviare 1.200 uomini, il Burundi valuta l’adesione. Il contingente voluto dagli Stati Uniti resta però lontano dall’obiettivo di 20 mila militari
di Alessandro Carmi
La forza internazionale chiamata a garantire la sicurezza di Gaza dopo il disarmo di Hamas continua a esistere soprattutto sulla carta. Washington ha fissato l’obiettivo a 20 mila uomini, ha stanziato i primi fondi e indicato una catena di comando americana, mentre gli Stati disposti a mettere davvero soldati sul terreno rimangono pochi. L’ultima speranza arriva dall’Africa orientale, dove Uganda e Burundi stanno valutando un coinvolgimento diretto nella missione.
Ufficiali dei due Paesi hanno visitato Israele nei giorni scorsi per discutere modalità e condizioni del dispiegamento. Kampala è già molto più avanti. Il Parlamento ugandese ha autorizzato il 6 agosto l’invio delle proprie forze armate nella Striscia e il contingente previsto dovrebbe essere di circa 1.200 militari. Secondo funzionari citati dall’Associated Press, è già cominciata la selezione degli uomini destinati alla missione. Il Burundi, che ha partecipato ai colloqui con una delegazione di alti ufficiali, deve ancora assumere una decisione formale, anche se i segnali provenienti da Bujumbura indicano un interesse concreto.
Per l’amministrazione Trump ogni adesione conta. La International Stabilization Force, affidata al comando del maggior generale statunitense Jasper Jeffers, costituisce infatti uno dei pilastri del progetto americano per il dopoguerra. Dovrebbe sorvegliare il cessate il fuoco, garantire la sicurezza nelle aree progressivamente lasciate dalle forze israeliane, contribuire alla formazione della polizia palestinese e proteggere la distribuzione degli aiuti. Sullo sfondo rimane la condizione dalla quale dipende l’intero meccanismo, cioè il disarmo di Hamas.
Il problema è che tra i progetti diplomatici e gli uomini disponibili sul terreno resta una distanza enorme. Il Marocco ha promesso fino a 500 militari, mentre Kosovo, Kazakistan e Albania hanno offerto complessivamente una ottantina di uomini. L’Indonesia aveva annunciato la disponibilità a inviarne 8 mila, il contributo di gran lunga più consistente, salvo congelare il progetto dopo l’escalation militare con l’Iran. Anche contando l’apporto ugandese, il traguardo dei 20 mila resta dunque molto lontano.
Washington ha intanto cominciato a mettere denaro sul tavolo. Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno destinato oltre 200 milioni di dollari alla futura forza, per infrastrutture, equipaggiamenti, attività operative e mezzi blindati. Il finanziamento dimostra quanto la Casa Bianca consideri decisiva la missione, senza risolvere però il nodo più delicato. Servono governi pronti ad assumersi un rischio politico e militare considerevole in un territorio nel quale ogni incidente potrebbe trasformarsi rapidamente in una crisi internazionale.
Uganda e Burundi possiedono, da questo punto di vista, un’esperienza che spiega l’interesse americano. Entrambi hanno partecipato a lungo a missioni africane di peacekeeping, soprattutto in Somalia, affrontando organizzazioni jihadiste e contesti nei quali il confine fra stabilizzazione e combattimento è spesso sottile. Per Kampala l’intervento a Gaza offrirebbe anche l’occasione di rafforzare il rapporto con Washington e di accrescere il proprio peso internazionale.
Resta da vedere quale Gaza troverebbero quei soldati. Israele lega il proprio ritiro al disarmo effettivo di Hamas, mentre la nuova amministrazione palestinese prevista dal piano americano dovrebbe assumere gradualmente il controllo delle zone evacuate dall’Idf. Finché questi passaggi resteranno incompiuti, la forza internazionale rischierà di trovarsi sospesa fra un mandato ambizioso e una realtà molto più pericolosa.
L’arrivo di 1.200 ugandesi e l’eventuale adesione del Burundi sarebbero quindi un segnale politico importante, ancora insufficiente a trasformare il progetto americano in una presenza credibile sul terreno. La partita decisiva comincia proprio qui. Il futuro della Striscia dipenderà anche dalla capacità di trovare Paesi disposti a fare a Gaza ciò che molti governi, almeno per ora, preferiscono limitarsi a sostenere da lontano.
(Setteottobre, 26 agosto 2026)
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Germania - «L’Islam politico vuole modificare le leggi in linea con la sharia»
Il giornalista Sascha Adamek riferisce sulla costante infiltrazione islamista nella società. Il rischio di attentati non è mai stato così alto da molto tempo a questa parte
di Ninve Ermagan
- Signor Adamek, la Germania è infiltrata dagli islamisti?
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Il giornalista Sascha Adamek
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Abbiamo un grave problema di infiltrazione. Lo afferma ormai apertamente anche il presidente dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, Sinan Selen: gli islamisti, in particolare quelli vicini alla Fratellanza Musulmana, prendono di mira in modo mirato istituzioni e partiti. Ciò avviene attraverso le cosiddette «offerte di dialogo», con cui cercano di diffondere la loro concezione reazionaria dell’Islam e di indurre la politica e la società a mostrarsi il più tolleranti possibile nei suoi confronti. In sostanza, si tratta di modificare a lungo termine le leggi e i regolamenti tedeschi in linea con la sharia – ne è un esempio la richiesta di abolire il divieto di indossare il velo nel settore pubblico. In questo contesto, l’infiltrazione si rivolge in primo luogo alle comunità arabe e turche. Il messaggio degli islamisti è: «Loro appartengono a noi, non a voi». E purtroppo questo fenomeno sta prendendo piede. Gli studi in merito sono pochissimi, il che è già di per sé deplorevole. Tuttavia, un sondaggio condotto su 784 insegnanti ha rivelato, ad esempio, che il 56 per cento osserva un forte rifiuto da parte delle ragazze che indossano il velo nei confronti delle lezioni di nuoto e di educazione fisica, mentre il 52 per cento lo riscontra durante le gite scolastiche. È un dato preoccupante, soprattutto considerando che la maggioranza dei musulmani conduce una vita laica.
- Quanto è grande il pericolo in realtà? Stiamo parlando di qualcosa che si manifesta attraverso gli attentati – o di un fenomeno che si sviluppa più lentamente?
Entrambe le cose. Il rischio di attentati è più alto che mai. I dati più recenti del Procuratore generale federale, competente in materia di reati di terrorismo, mostrano che nel 2025 ci sono stati 114 procedimenti per estremismo estero, tra cui rientrano anche i reati di matrice islamista – contro i nove procedimenti per estremismo di destra e i due per estremismo di sinistra. Si vede chiaramente dove risiede il vero pericolo. Il pericolo molto più impercettibile è l’infiltrazione strisciante e pacifica da parte dei cosiddetti islamisti legalisti. È un processo talmente insidioso che spesso non ce ne accorgiamo nemmeno – oppure diventa visibile solo nei focolai delle società parallele.
- Ha un esempio?
Per quanto riguarda il marchio halal, ad esempio, cresce la pressione sui commercianti turchi e arabi affinché lo espongano. Per dirla in modo forte: a un certo punto, al chiosco del döner non ci sarà più birra.
- Lei sostiene che la politica di integrazione faccia parte della strategia dei Fratelli Musulmani. Come funziona concretamente?
Un documento strategico segreto individua due ambiti centrali: l’istruzione, per instillare determinati valori, e l’integrazione, per influenzare la società tedesca maggioritaria – partiti, istituzioni, autorità. È esattamente ciò che sta accadendo. Ne è un esempio il concetto di «razzismo anti-musulmano», sviluppato in larga misura da persone vicine alla rete ideologica dei Fratelli Musulmani. Una cosa è chiara: l’ostilità verso i musulmani esiste e va denunciata. Ma il concetto stesso è contraddittorio, perché la religione non descrive un’appartenenza etnica. Serve soprattutto a bollare come razzisti i critici dell’Islam reazionario. Con questo termine si fa politica: compare nella comunicazione del governo federale e dei Länder, e per questo vengono stanziati fondi alle ONG – secondo i miei calcoli circa 25 milioni di euro dal governo federale e dal Land di Berlino in dieci anni, in parte anche ad associazioni vicine all’Islam politico.
- Lei ha scoperto che a partire dal 2010 circa, sempre più associazioni sono gradualmente scomparse dai rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione di Berlino, senza che nulla fosse cambiato nella sostanza. Com’è possibile?
Per me questo dimostra soprattutto quanto sia efficace l’attività di lobbying in questo ambito: ci si avvicina in modo mirato a determinati protagonisti dell’amministrazione del Senato, si cerca di convincerli – «Non siamo poi così male, le nostre donne non indossano nemmeno il velo» – e alcuni finiscono per lasciarsi coinvolgere.
- In che senso?
Lo stesso Ufficio per la protezione della Costituzione ha resistito a lungo alle pressioni. Nel 2015 ci fu un grande polverone perché un imam con legami con questo ambiente ricevette un’onorificenza statale al merito. A seguito di ciò, a quanto pare persino il capo del protocollo della Cancelleria del Senato chiamò il capo dell’Ufficio per la protezione della Costituzione e gli chiese di cancellare l’associazione in questione dal rapporto. Questi rifiutò indignato. Alla fine, l’associazione stessa intentò una causa per essere rimossa dal rapporto. Il Tribunale amministrativo superiore ha stabilito che l’associazione può continuare a essere monitorata, ma può essere menzionata solo se vengono chiarite le sue funzioni nell’ambito dell’Islam politico. Ciò non era avvenuto. Anche tutte le altre associazioni facenti parte di quella rete sono scomparse dal rapporto dell’Ufficio per la protezione della Costituzione. La politica, evidentemente, non ha più alcun interesse per questo tema.
- In che modo la politica può contrastare le organizzazioni che minacciano il nostro ordine costituzionale liberale e democratico?
Innanzitutto, reintroducendo una dichiarazione di democrazia: chi non si dichiara chiaramente a favore dell’ordinamento liberale e democratico o ha legami con quell’ambiente, non riceve fondi. Tutti i finanziamenti alle ONG devono essere sottoposti a verifica: chi lavora davvero contro la misantropia continuerà a ricevere sostegno, chi veicola idee dell’Islam politico, no. Eliminerei completamente i programmi incentrati sul concetto di «razzismo anti-musulmano», poiché tale termine non è scientifico. Inoltre: l’Ufficio per la protezione della Costituzione deve disporre di competenze investigative in materia finanziaria per bloccare i finanziamenti dall’estero, ad esempio dalla Turchia o dal Qatar. Bloccando questi fondi, si frena anche l’Islam reazionario.
(Jüdische Allgemeine, 26 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La “Altalena”, ritrovata, ci ricorda ciò di cui avevamo paura – e ciò che ancora oggi ci spaventa
Il corrispondente di Israel-Heute parla del ritrovamento di “Altalena”, della controversia politica sulla storica imbarcazione e di una paura che accompagna Israele dal 1948: quella di una violenta divisione interna.
di Itamar Eichner
78 anni dopo il suo affondamento al largo della costa di Tel Aviv, ieri la nave «Altalena» è stata localizzata nel Mediterraneo a oltre 500 metri di profondità.
Normalmente, una simile scoperta archeologico-storica avrebbe dovuto suscitare un senso comune di entusiasmo. Questa volta, però, ha riacceso una domanda che accompagna Israele dal giugno 1948: quanto è vicino questo Paese, in ogni generazione, a una violenta divisione interna?
• Che cos’era l’«Altalena»?
Nel giugno 1948, poche settimane dopo la dichiarazione d’indipendenza, una nave carica di armi chiamata «Altalena» raggiunse le coste di Israele. Era stata noleggiata dall’Irgun sotto il comando di Menachem Begin. Il giovane esercito, che nel nuovo Stato sovrano avrebbe dovuto essere l’unica autorità competente in materia di armi, considerò questo evento una minaccia. David Ben-Gurion ordinò di aprire il fuoco contro la nave al largo della costa di Tel Aviv. Ci furono delle vittime: ebrei contro ebrei, a pochi giorni dalla fondazione di uno Stato ebraico indipendente.
Begin, che si rifiutò di dare l’ordine di rispondere al fuoco, trasformò quel momento in un simbolo: decise di non trascinare il giovane Stato in una guerra civile – pagando un prezzo elevato sia sul piano personale che su quello politico.
Da allora, «Altalena» è diventata una parola in codice nel discorso israeliano. Quando qualcuno vuole mettere in guardia da una vera e propria divisione interna – non da una semplice disputa politica, ma da qualcosa che potrebbe sfociare in violenza tra cittadini –, dice: «È come Altalena». Così è stato durante le proteste contro il ritiro dalla Striscia di Gaza nel 2005, e così è emerso nuovamente, con grande forza, durante le proteste contro la riforma giudiziaria del 2023, quando ufficiali e cittadini hanno parlato apertamente della loro paura di una guerra civile.
• La nave è stata ritrovata – e con essa è riaffiorata la politica
Ieri il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, e il ministro del Patrimonio culturale, Amichai Eliyahu, in una dichiarazione drammatica diffusa dall’ufficio stampa del partito Otzma Yehudit e non dall’ufficio del primo ministro, hanno annunciato che la nave era stata localizzata nella sua interezza.
Ben Gvir si è affrettato a pubblicare un video in cui si attribuiva il merito della scoperta della nave: «Abbiamo trovato l’Altalena… Proprio il fatto che l’Altalena sia stata ritrovata in questo momento contiene un certo messaggio. Possono esserci divergenze di opinione, possono esserci punti di vista diversi, ma non deve esserci una guerra civile».
Ben Gvir ed Eliyahu si erano semplicemente dimenticati di informare il primo ministro Benjamin Netanyahu del ritrovamento della nave – il che è sembrato un tentativo evidente di sottrarre a Netanyahu il merito e di appropriarsi della storia dell’Altalena a favore del partito Otzma Yehudit.
Netanyahu è apparso sorpreso e sconvolto dal fatto che Ben Gvir gli avesse «rubato» il merito. Durante la conferenza stampa convocata nel pomeriggio al Museo dell’Irgun, ha evitato di farsi fotografare insieme a Ben Gvir e ha rilasciato una dichiarazione registrata separatamente all’esterno della sala. Da parte sua, Ben Gvir non ha lasciato la questione senza risposta e dal palco ha lanciato una frecciatina riferendosi al boicottaggio subito all’epoca da Begin – un’allusione che non è stata difficile da decifrare per il pubblico.
L’opinione pubblica ha potuto constatare in diretta quanto Israele sia diviso e lacerato – non solo tra destra e sinistra, ma anche all’interno degli stessi blocchi politici.
Storici e ricercatori che si occupano da decenni dell’argomento, tra cui il giornalista Shlomo Nakdimon, hanno nel frattempo avvertito che molto probabilmente si tratta solo di resti e non di una nave «nella sua interezza», come era stato inizialmente descritto.
• Dove è stata trovata esattamente la nave?
Secondo quanto riportato, i resti della nave sono stati localizzati a circa 20 chilometri al largo della costa di Tel Aviv-Herzliya, a una profondità di circa 503 metri. Non si tratta della «scoperta» della nave completa, come inizialmente descritto, ma principalmente di resti. Una parte della nave affondò sul posto nel 1948, mentre altre parti furono smantellate e bruciate già all’epoca, per cui al momento si sta ancora chiarendo cosa sia stato trovato esattamente.
Netanyahu ha immediatamente dichiarato di essere determinato a recuperare la nave nella sua interezza. Gli esperti di operazioni subacquee sostengono tuttavia che ciò sia irrealistico e che non sarà possibile recuperare l’intera nave. Al massimo, si potrebbe segare via una piccola parte e trasformarla in un monumento. Se si tentasse di recuperare i resti della nave, è probabile che questi si frantumino o si disgreghino a causa della corrosione e dei danni causati dal lungo lasso di tempo trascorso.
• La paura che si tramanda di generazione in generazione
In un articolo pubblicato sul «Yedioth Ahronoth» dopo il ritrovamento, l’esperto giornalista Nahum Barnea descrive come la paura di una guerra civile non sia rimasta limitata alla generazione che aveva vissuto in prima persona l’Altalena, ma sia stata tramandata come eredità trasversale alle generazioni – anche ai figli e ai nipoti sia dei membri dell’Irgun che di quelli del Palmach e dell’IDF.
Barnea sottolinea che questa paura non è limitata a un unico schieramento politico: riemerge ogni volta che si approfondiscono le divisioni all’interno della società israeliana – tra religiosi e laici, tra Mizrahim e Ashkenazim, tra destra e sinistra – e non necessariamente in relazione alla controversia concreta sul bombardamento della nave.
Sia le proteste contro il ritiro dalla Striscia di Gaza del 2005 sia quelle contro la riforma giudiziaria del 2023 hanno fatto riemergere lo stesso linguaggio della paura di una divisione violenta, sebbene le circostanze politiche fossero completamente diverse da quelle del 1948.
• L’ironia che è difficile non notare
In ciò risiede un’ironia che fa più male di quanto non faccia ridere: la nave che più di ogni altra cosa simboleggiava la decisione di Begin di non lasciare che uno scontro violento tra ebrei degenerasse, è diventata nel giro di poche ore teatro di una lotta politica per il riconoscimento – proprio tra gli eredi ideologici di quel momento storico.
Invece di un momento di unità nazionale attorno a un’eredità comune, abbiamo assistito a un ulteriore capitolo del conflitto in corso tra Netanyahu e Ben Gvir – due politici che, alla vigilia delle elezioni, si contendono l’identità della destra israeliana.
Per chi segue Israele da lontano, questa vicenda merita attenzione non solo come aneddoto. Essa illustra qualcosa di più profondo riguardo alla società israeliana del 2026: la paura di una guerra civile non è scomparsa dal 1948 – assume semplicemente nuove forme.
Allora si trattava di una nave da guerra al largo delle coste. Oggi può essere una disputa sulla riforma della giustizia, sulla coscrizione degli ultraortodossi o semplicemente, come è successo questa settimana, una disputa partitica su chi possa rivendicare il merito della storia comune.
Il simbolo è simile, ma la domanda che solleva rimane aperta: lo Stato di Israele ha imparato la lezione dell’Altalena – o la impara di nuovo in ogni generazione?
(Israel Heute, 25 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Gaza, Amnesty scopre gli ostaggi palestinesi di Hamas
Esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari, interrogatori e violenze contro i palestinesi accusati di tradimento. Anche le Nazioni Unite documentano la repressione nella Striscia
di Andrea Morigi
Finalmente Amnesty se n’è accorta: gli abitanti di Gaza sono ostaggio di Hamas. Quando non ne diventano complici, ne subiscono la persecuzione sistematica, fino all’effusione del sangue. Per trovare il coraggio di ammetterlo, in un lungo comunicato di venerdì 21 agosto, l’ong crede opportuno ripetere all’infinito il ritornello del “genocidio israeliano”, salvo poi raccontare una storia del tutto diversa: gli assassini di Hamas compiono uccisioni illegittime, sono responsabili di arresti arbitrari, commettono gravi violazioni dei diritti umani e puniscono collettivamente intere famiglie.
Non sarebbe nemmeno necessario riferirne, dato che su Telegram l’organizzazione terrorista islamica ha annunciato l’avvio di una campagna di sicurezza su vasta scala, iniziata il 1° luglio 2026 con l’eliminazione di un uomo, esponendo la sua famiglia al rischio di vendette. In realtà, dal 7 ottobre 2023, riporta la stessa Amnesty International, è in corso una caccia all’uomo da parte di strutture parallele, che compiono incursioni in abitazioni private, sottopongono i sospetti “traditori” a interrogatorio, li minacciano e, al termine di una sommaria istruttoria, li fanno fuori. Ovviamente la colpa viene fatta ricadere su Israele, per aver provocato il collasso del sistema giudiziario nella Striscia. Come se l’emergenza imponesse la barbarie e la sospensione del diritto.
Un triste pretesto per mettere al muro coloro che non hanno collaborato e si sono sottratti alle richieste di ospitare lanciamissili in cortile, di trasformare la propria cantina in un arsenale, di scavare tunnel nel pavimento della cameretta dei figli e di tenere prigionieri ebrei nel sottoscala, come è emerso in seguito dalle ricognizioni dell’Idf nei luoghi nei quali i terroristi si servivano di scudi umani.
Da quelle parti il rifiuto di diventare obiettivi di una legittima azione militare di Tsahal costituirebbe quindi una colpa da punire con la pena capitale. Una circostanza che rende sempre più evidente la necessità di liberare il territorio – ma prima ancora la popolazione – dalla presenza di coloro che Francesca Albanese ritiene rappresentanti politici dei palestinesi, se non addirittura loro benefattori. A smentirla è la stessa Onu di cui è relatrice speciale per la cosiddetta Palestina.
Un rapporto dell’8 maggio 2026 a cura della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato (Gerusalemme Est compresa) segnala 249 casi di esecuzioni extragiudiziali e gravi violenze fisiche fra agosto 2024 e gennaio 2026, che hanno provocato 108 morti. Martiri sì, ma contro la loro volontà, per mano di chi sacrifica la vita degli altri, non la propria.
(Setteottobre, 25 agosto 2026)
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Tardivo “ravvedimento operoso” di Israele sul Qatar. Serve una commissione d’inchiesta
Israele non è stato ingannato dal Qatar. Ha scelto deliberatamente questa politica. Chi lo ha deciso? Per quali motivi? Ecco perché serve una commissione d'inchiesta.
di Yoel Gozansky
Sono trascorsi quasi tre anni dal 7 ottobre, e solo ora lo Stato di Israele ha scoperto che forse c’è qualcosa di inopportuno nella vendita di sistemi di difesa al Qatar. La scorsa settimana, Channel 12 ha riportato che Israele ha deciso di sospendere in modo generalizzato le esportazioni di materiale militare verso il principato, compresa l’esecuzione dei contratti firmati in passato. Secondo quanto riportato, gli ambienti della sicurezza descrivono il Qatar come uno «Stato ostile» che opera contro Israele.
La grande domanda è: com’è possibile che una decisione del genere venga presa solo ora? I legami del Qatar con Hamas non sono certo una novità per i servizi segreti. Da anni Doha ospita la leadership dell’organizzazione, le offre una tribuna attraverso la rete Al-Jazeera di sua proprietà e le ha fornito generosi finanziamenti nel corso degli anni. Il Qatar ha trasformato il legame con Hamas in uno strumento per accrescere la propria influenza regionale e internazionale, mentre Israele gli ha permesso di farlo prima della guerra e durante la stessa.
Il Qatar ha certamente promosso i propri interessi, ma la responsabilità del fallimento è israeliana. Per anni i governi israeliani non solo hanno tollerato il coinvolgimento del Qatar a Gaza, ma lo hanno anche incoraggiato. I trasferimenti di denaro sono stati istituzionalizzati, approvati dall’apparato di sicurezza e l’accordo è sopravvissuto a diversi governi e cicli di combattimenti – fino alla mattina del 7 ottobre 2023. Israele ha persino convinto il Qatar a continuare a finanziare la Striscia, e alti funzionari israeliani si sono recati a Doha esortando i qatarioti a proseguire gli aiuti.
Israele non è stato ingannato dal Qatar. Ha scelto questa politica.
Il 7 ottobre avrebbe dovuto segnare la fine immediata di questa politica, ma nemmeno il massacro è bastato. Questi legami non sono una novità: anche dopo la guerra, anche dopo il massacro, i rapporti politici, commerciali e di sicurezza sono apparentemente proseguiti dietro le quinte, comprese le esportazioni di equipaggiamento militare israeliano verso il Qatar.
Si può capire perché Israele abbia bisogno di un canale di comunicazione con Doha. Il Qatar è un importante alleato degli Stati Uniti, ospita forze americane e possiede la capacità di mediare con Hamas. Pertanto, una politica seria nei suoi confronti non può limitarsi a slogan su uno «Stato nemico».
Ma c’è una differenza tra dialogare con un avversario e rafforzarlo; tra avvalersi di un mediatore e vendergli capacità di sicurezza.
La decisione di sospendere le esportazioni di materiale militare è giusta. Proprio per questo è un segno di debolezza da parte del governo e dell’apparato che l’hanno adottata con tanto ritardo. Prima che il governo presenti il divieto come prova della propria determinazione, deve rispondere ad alcune semplici domande: chi ha autorizzato le transazioni, chi ha deciso di continuare a portarle a termine dopo il 7 ottobre, cosa è stato venduto esattamente – e, soprattutto, cosa è emerso ora che non era noto l’8 ottobre 2023?
Il Qatar non ha mai nascosto di giocare su più fronti. È il suo modus operandi. Chi ha insistito per anni a vivere nella menzogna è stato Israele. Pertanto, il blocco delle esportazioni di materiale militare verso il Qatar non è un successo politico. È una correzione tardiva di un’assurdità che avrebbe dovuto concludersi la mattina dopo il 7 ottobre. Se ci sono voluti quasi tre anni per attuare anche solo questa correzione ovvia, non c’è motivo di festeggiare. C’è invece un motivo in più per istituire una commissione d’inchiesta.
--- Yoel Gozansky è un esperto dei Paesi del Golfo e ricercatore senior presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale (INSS) dell’Università di Tel Aviv. Ha prestato servizio presso il Consiglio di sicurezza nazionale ed è ricercatore senior (non residente) presso l’Istituto per gli studi sul Medio Oriente a Washington, negli Stati Uniti.
(Rights Reporter, 25 agosto 2026)
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Tanti israeliani all’estero nascondono la propria nazionalità
Dall’Italia agli Stati Uniti, negli ultimi mesi diversi turisti israeliani hanno affrontato proteste, intimidazioni e minacce. Se il caso più violento si è registrato in Thailandia – due donne israeliane sono state picchiate da un cittadino francese – quello più eclatante arriva dalla Grecia, dove di recente la comunità ebraica locale ha lanciato l’allarme per «una serie di gravi episodi» contro persone identificate come israeliane. Una situazione tanto tesa da spingere la ministra del Turismo Olga Kefalogianni a intervenire pubblicamente: «La Grecia garantisce la sicurezza di tutti i visitatori». Il caso greco è il riflesso di un’inquietudine più ampia, confermata da un recente sondaggio: per molti israeliani mostrare la propria identità quando viaggiano all’estero è diventato motivo di crescente preoccupazione. Secondo un’indagine condotta tra luglio e agosto dal Center for Jewish Impact di Tel Aviv, oltre la metà degli israeliani teme di dichiarare la propria nazionalità quando si trova all’estero. Dal 7 ottobre 2023, il 52% degli intervistati afferma di provare almeno qualche esitazione nel presentarsi come israeliano durante un viaggio, mentre il 41% ha modificato concretamente le proprie abitudini: cambiando destinazione, cancellando partenze già programmate o rinunciando a determinate attività. Timori che, spiegano gli autori della ricerca, si inseriscono in un quadro segnato dall’aumento dell’antisemitismo, da una diffusa ostilità anti-israeliana e dal deterioramento dei rapporti tra Israele e diversi Paesi.
• La diplomazia pubblica bocciata
Il sondaggio, dedicato anche alla coesione sociale, alle tensioni religiose e ai rapporti con la diaspora, restituisce un giudizio particolarmente severo sulla capacità di Israele di raccontare le proprie ragioni all’estero. Se il 64% considera solida la relazione strategica con gli Stati Uniti, appena il 23% ritiene efficace la comunicazione del Paese verso l’opinione pubblica internazionale. Nel complesso, il 70% boccia la diplomazia pubblica israeliana. Il pessimismo, tuttavia, non si traduce nella convinzione che il danno sia irreversibile. Per il 33% degli intervistati, il passo più importante sarebbe costruire una strategia di comunicazione di lungo periodo; il 25% indica invece la necessità di cambiare alcune scelte politiche del governo. Solo il 14% ritiene ormai molto difficile recuperare la posizione internazionale di Israele.
• I numeri del ministero degli Esteri
A indicare che non si tratta soltanto di percezioni sono anche i dati del ministero degli Esteri israeliano. Tra luglio 2025 e luglio 2026, 45 cittadini israeliani vittime di episodi antisemiti all’estero hanno chiesto l’intervento del Dipartimento per gli Israeliani in Difficoltà: un fenomeno che, sottolineano dal ministero, negli anni precedenti era quasi inesistente. Le segnalazioni riguardano aggressioni fisiche, risse, sputi, insulti, rifiuti di servizio ed espulsioni da hotel, caffè e ristoranti. «Nell’ultimo anno ci siamo trovati di fronte a una problematica di portata mai vista prima: israeliani che ci contattano dopo aver subito episodi antisemiti durante i loro soggiorni all’estero», ha spiegato a Ynet Eli Yifrah, vicedirettore generale per gli Affari consolari. In diversi Paesi «sono stati segnalati casi in cui gli israeliani sono stati identificati a causa della loro identità o di caratteristiche israeliane visibili e sono stati presi di mira con molestie, minacce e persino aggressioni fisiche». Tra gli Stati da cui è arrivato il maggior numero di richieste di assistenza figurano Emirati Arabi Uniti (615), Thailandia (347), Grecia (206), Stati Uniti (202), Italia (181) e Georgia (166).
(Pagine Ebraiche, 25 agosto 2026)
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Siria: incontro di alto livello con Israele per “ridurre le tensioni”
Dopo i recenti attacchi israeliani in Siria, Gerusalemme e Damasco si sono incontrati in Giordania con la mediazione americana con lo scopo di allentare la tensione
di Sarah G. Frankl
GERUSALEMME – Delegazioni siriane e israeliane di alto livello si sono incontrate in Giordania grazie alla mediazione degli Stati Uniti per raggiungere una “riduzione delle tensioni” a seguito dei recenti attacchi israeliani sul territorio siriano. Lo ha riferito una fonte del Ministero degli esteri siriano.
La delegazione siriana era guidata dal ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani e comprendeva i capi della Direzione generale dei servizi segreti e dell’intelligence militare, ha precisato la fonte del ministero degli Esteri.
L’incontro si è tenuto a seguito dei «recenti bombardamenti israeliani sul territorio siriano e delle crescenti tensioni nel sud della Siria» e nell’ambito degli sforzi volti a «sostenere la stabilità in Siria e nella regione», ha osservato la fonte.
Le discussioni si sono concentrate sulla definizione di «meccanismi concreti per porre fine agli attacchi, agli arresti e alle operazioni mirate da parte di Israele» e sul rilancio dei negoziati volti a raggiungere un accordo di sicurezza che possa costituire la base per «un accordo futuro più completo».
La delegazione siriana ha sottolineato che la Siria è «uno Stato sovrano» con «il pieno diritto di ricostruire e sviluppare il proprio esercito nazionale e di determinare le proprie alleanze e partnership in conformità con i propri interessi nazionali».
Damasco «non accetterà alcun accordo o meccanismo che limiti tali diritti sovrani», ha aggiunto la fonte.
• Lo status delle Alture del Golan
La Siria ha inoltre ribadito la propria posizione secondo cui «il Golan occupato è territorio siriano», sottolineando che la discussione sul suo status definitivo e sul processo che vi porterà rimane «prematura nella fase attuale».
«La priorità immediata è il ritiro delle forze israeliane alle linee detenute prima dell’8 dicembre 2024, nonché la riattivazione e la piena attuazione dell’Accordo di disimpegno del 1974», ha affermato la fonte.
I colloqui hanno inoltre affrontato l’importanza di «sostenere la stabilità della Siria e preservare la sicurezza regionale», compresi gli sforzi volti a «avvicinare le posizioni della Turchia e di Israele e garantire che le tensioni tra i due paesi non si estendano al territorio siriano».
L’incontro si è concentrato sull’adozione di «misure concrete volte all’allentamento delle tensioni», discutendo al contempo le modalità per riprendere i negoziati, con la Siria che ha sottolineato come «qualsiasi accordo in materia di sicurezza debba rispettare la sua sovranità, integrità territoriale e diritti sovrani»
(Rights Reporter, 24 agosto 2026)
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CAIR, la lobby anti-Israele e pro-Hamas che sta conquistando l’America
di Nathan Greppi
Ha fatto discutere la recente vittoria, alle primarie democratiche in Michigan per un seggio in Senato in vista delle elezioni di midterm, del candidato Abdul El-Sayed, noto per le sue posizioni anti-Israele. Dopo l’attentato a marzo contro una sinagoga a West Bloomfield, in Michigan, pur condannando il fatto ne ha attribuito la responsabilità all’intervento militare israeliano in Libano.
Tuttavia, si è parlato molto meno del ruolo svolto dal Council on American-Islamic Relations (CAIR), una delle più importanti organizzazioni musulmane negli Stati Uniti. Questa annovera tra i suoi dirigenti in Michigan Tayeb Jukaku, il suocero di El-Sayed.
• Cos’è il CAIR
Fondato nel 1994, il CAIR si presenta come un’organizzazione nata per combattere sul piano legale le discriminazioni nei confronti dei musulmani negli Stati Uniti, con iniziative volte a educare l’opinione pubblica sull’Islam e combattere l’islamofobia. Secondo una mappa che si può trovare sul loro sito, nel momento in cui scriviamo contano 32 sezioni sparse tra diversi Stati americani.
Nel corso della guerra tra Israele e Hamas, le loro attività sono finite sempre di più sotto i riflettori, principalmente per il coinvolgimento nelle manifestazioni contro Israele, tanto da mettere in atto delle campagne per difendere il “diritto di parola” degli studenti pro-Palestina nei campus universitari, nonché per il loro sostegno anche economico ai candidati vicini alle loro istanze.
• Influenza politica
Nel novembre 2025, in occasione delle elezioni di New York, l’attivista palestinese-americana Linda Sarsour ha sostenuto che il CAIR fosse stato il principale finanziatore della campagna elettorale dell’attuale sindaco Zohran Mamdani. Mentre in Michigan, El-Sayed avrebbe ricevuto ingenti donazioni da parte di comitati legati al CAIR (oltre 115.000 dollari secondo Fox News, 175.000 secondo il Washington Free Beacon).
CAIR Action, il braccio politico del CAIR, non ha sostenuto né i repubblicani né i democratici durante le elezioni presidenziali del 2024, in quanto riteneva sia Donald Trump che Kamala Harris troppo vicini a Israele. Invece, ha invitato a votare Jill Stein, candidata presidente del Partito Verde e nota per le sue posizioni antisioniste. Stando all’organizzazione, la Stein sarebbe stata votata dal 53% degli elettori musulmani, contro una media nazionale inferiore allo 0,6%.
• Legami con Hamas
Secondo il Jerusalem Post, tra i co-fondatori del CAIR figurano Omar Ahmad, Nihad Awad e Rafiq Jaber. Ahmad, che ne ha presieduto il consiglio direttivo dalla fondazione fino al 2005, è stato indagato dall’FBI per aver organizzato nel 1993 una conferenza a Philadelphia a sostegno di Hamas.
Alla conferenza avevano partecipato esponenti di organizzazioni dichiaratamente filo-Hamas, come la Holy Land Foundation for Relief and Development (HLF) e l’Islamic Association of Palestine (IAP). Jaber e Awad hanno lavorato anche per l’IAP, ricoprendo rispettivamente i ruoli di presidente e responsabile delle pubbliche relazioni.
Da presidente dell’IAP, Jaber si è rifiutato di condannare pubblicamente gli attentati suicidi, affermando: “Non credo che siamo nella posizione (per) giudicare le persone per ciò che fanno o non fanno. Perché quello che sta sul campo è diverso da quello seduto su una sedia come me qui”.
L’HLF è designata come organizzazione terroristica da parte degli Stati Uniti dal 2001, e nel 2008 cinque suoi membri sono stati condannati per aver inviato oltre 10 milioni di dollari a Hamas. Inoltre, assieme all’IAP è stata giudicata colpevole per aver fornito supporto all’organizzazione terroristica in occasione dell’omicidio di David Boim, uno studente americano di 17 anni che il 13 maggio 1996 è stato assassinato ad una fermata degli autobus vicino a Gerusalemme da membri di Hamas, a colpi d’arma da fuoco.
Boim è stato uno dei primi cittadini americani a morire per mano di Hamas. I suoi genitori, Stanley e Joyce Boim, hanno intentato una causa legale durata anni contro le organizzazioni no profit americane che avevano fornito supporto materiale ai terroristi, e nel 2004 l’HLF e l’IAP sono state condannate a pagare un risarcimento di 156 milioni di dollari. Tuttavia, il risarcimento non è stato mai pagato, perché nel frattempo le due organizzazioni si erano già sciolte.
Nel 2025 il CAIR è stato designato come organizzazioni terroristica dagli Stati del Texas e della Florida. Più di recente, l’Oklahoma ha avviato delle indagini per valutare se le loro attività rappresentano una minaccia per la sicurezza. Mentre all’estero, già nel 2014 gli Emirati Arabi Uniti hanno classificato il CAIR come gruppo terroristico a causa dei suoi legami con i Fratelli Musulmani.
• Fatti recenti
Dopo il 7 ottobre 2023, Awad ha elogiato i massacri commessi da Hamas: il 24 novembre di quell’anno, ospite di un convegno a Chicago dell’associazione Americans for Muslims for Palestine (AMP), ha dichiarato che il 7 ottobre “ero felice di vedere la gente rompere l’assedio e gettare le catene della propria terra”. Ha aggiunto che “il popolo di Gaza ha il diritto all’autodifesa” mentre “Israele, in quanto potenza occupante, non ha diritto all’autodifesa”, e che “Gaza è diventata la fonte della liberazione, un’ispirazione per la gente”.
I dirigenti locali non sono meno estremi di quelli nazionali: il vicepresidente del direttivo della sezione CAIR di New York, Ibrahim Mossalam, ha twittato che le azioni di Hamas del 7 ottobre erano atti di “resistenza di uomini coraggiosi che hanno subito decenni di occupazione”. Per questo, nel novembre 2023 è stato sospeso dalla compagnia aerea United Airlines, dove lavorava come pilota.
Il direttore esecutivo della sezione CAIR di Los Angeles, Hussam Ayloush, dopo il 7 ottobre ha sostenuto che il diritto di difendersi d’Israele fosse un “mito”, e che invece “Israele dovrebbe essere attaccato”. Prima ancora, nel 2015, dopo che due jihadisti hanno fatto una strage a San Bernardino, in California, ha detto che l’Occidente era “in parte responsabile” per l’aumento del terrorismo islamico. Ma nonostante queste dichiarazioni, dopo le elezioni del 2024 Ayloush è stato accolto in Campidoglio con altri esponenti del CAIR dal deputato democratico californiano Derek Tran.
Episodi controversi si erano già verificati anche prima del 7 ottobre: Zahra Billoo, che dirige la sezione CAIR dell’area di San Francisco, è finita al centro dell’attenzione nel dicembre 2021, dopo che alla conferenza annuale dell’AMP ha affermato che oltre ai fascisti di estrema destra, ad essere responsabili per la diffusione dell’islamofobia fossero i “sionisti cortesi”, facendo rientrare in questa categoria le federazioni ebraiche americane, i centri Hillel, l’ADL e quelle che lei chiamava “sinagoghe sioniste”, aggiungendo che tutte queste istituzioni “non sono vostri amici”.
• Attacchi contro gli ebrei
Ufficialmente, il CAIR ha denunciato l’antisemitismo; solo questa estate, sono usciti tre comunicati ufficiali da parte delle loro sezioni locali per condannare atti di vandalismo contro una sinagoga a Pasadena, in California, e la distribuzione di volantini antisemiti nelle località di Southfield e Berkley, in Michigan, nonché per accogliere con favore l’arresto di un uomo responsabile di minacce online contro la comunità ebraica nell’area di Pittsburgh.
Tuttavia, a dispetto di questa linea ufficiale, il CAIR ha preso le difese della Billoo dopo i suoi attacchi contro le istituzioni ebraiche americane, sostenendo che il suo discorso era stato riportato male. Hanno aggiunto che “continueremo a schierarci orgogliosamente con Zahra e tutti i leader musulmani americani che subiscono calunnie e minacce perché osano esprimere un’opinione sui diritti umani dei palestinesi”.
In un tweet del 26 settembre 2022, Nihad Awad ha elogiato l’imam egiziano-qatariota e leader spirituale dei Fratelli Musulmani Yusuf al-Qaradawi, deceduto quel giorno, definendolo “il più influente studioso musulmano contemporaneo”.
al-Qaradawi ha difeso gli attentati suicidi della Seconda Intifada, da lui definiti “operazioni di martirio”. E nel gennaio 2009, ospite su Al Jazeera, ha dichiarato: “Nel corso della storia, Dio ha mandato loro (agli ebrei) delle persone che li punissero per la loro corruzione. L’ultima punizione fu quella di Hitler. Quello che ha fatto loro — anche se esagerano la questione — è riuscito a mettere un limite a ciò che stavano facendo. Questa fu una punizione divina nei loro confronti. La prossima volta, se Dio vuole, sarà fatto per mano dei giusti credenti”.
In almeno un caso, un ex-dipendente del CAIR è stato arrestato per crimini d’odio: è successo a Noora Shalash, dopo che nel febbraio 2025 ha aggredito un ebreo ortodosso in un edificio a Manhattan, dicendogli frasi come “Fanculo gli ebrei” e “Voglio che l’ISIS vi ammazzi tutti!”.
Alcuni esponenti dell’organizzazione sono arrivati a dire che gli israeliani non sarebbero veri ebrei. Il 14 novembre 2023 Abdullah Jaber, all’epoca direttore esecutivo della sezione CAIR della Florida, ha detto in una manifestazione nella città di Tallahassee: “Prima che qualcuno dica ‘antisemita’ […] Israele non è un seguace di Abramo, Mosé e Gesù”.
• Vecchie e nuove lobby
Alcuni osservatori hanno visto nella vittoria di El-Sayed una vittoria delle attività di lobbismo del CAIR contro quelle di lobby filoisraeliane tradizionali come l’AIPAC. Tuttavia, mentre l’AIPAC agisce attraverso canali ufficiali e regolamentati dalle leggi americane, non sempre si può dire lo stesso dei suoi avversari.
Nel dicembre del 2025, un’inchiesta del Washington Free Beacon ha spiegato che CAIR Action avrebbe agito “senza le licenze, le registrazioni o l’autorità legale necessarie in nessuno dei 22 stati in cui raccoglie fondi o svolge attività politiche”, aggirando le leggi statali e federali per appoggiare i candidati e le loro campagne elettorali in maniera illegale.
(Bet Magazine Mosaico, 24 agosto 2026)
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Iran a caccia di spie tra gli haredi
Lo Shabak coinvolge rabbini, giornalisti e amministratori per fermare i reclutamenti di Teheran nella comunità ultraortodossa
di Rosa Davanzo
Lo Shabak [o Shin Bet, servizio di sicurezza interna] ha avviato una campagna specifica nella comunità haredi per contrastare i tentativi dell’intelligence iraniana di reclutare cittadini israeliani. Agenti del servizio di sicurezza hanno incontrato rabbini, giornalisti, amministratori locali e personalità influenti del mondo ultraortodosso, chiedendo loro di diffondere un avvertimento molto concreto: dietro una proposta di lavoro, una richiesta di fotografie o un contatto apparentemente innocuo sui social può nascondersi un reclutatore al servizio di Teheran.
L’iniziativa nasce dalla constatazione che anche il mondo haredi è entrato nel mirino iraniano. Secondo informazioni emerse negli ultimi mesi, almeno nove membri della comunità ultraortodossa sarebbero stati coinvolti in casi di presunto spionaggio per l’Iran, all’interno di un fenomeno più ampio che ha portato all’incriminazione di decine di persone in Israele.
Per raggiungere un settore della popolazione che possiede propri giornali, radio e reti di autorità religiose, lo Shabak ha scelto strumenti diversi dalle consuete campagne istituzionali. Il quotidiano YatedNe’eman, vicino a Degel HaTorah, ha dedicato spazio ai tentativi di reclutamento; il settimanale Rega ha portato l’argomento in copertina, mentre il giornalista Israel Cohen ne ha parlato alla radio Kol Barama e sui social. Contatti sono stati avviati anche con rabbini e responsabili delle amministrazioni locali.
Tra gli interventi più espliciti c’è quello del rabbino Yigal Cohen, membro del Consiglio del Gran Rabbinato e figura conosciuta nel mondo sefardita haredi. «Gli iraniani cercano spie», ha avvertito, spiegando che possono chiedere di fotografare luoghi o trasferire armi. Il suo appello ha spostato deliberatamente il problema anche sul terreno religioso, definendo il tradimento del proprio popolo una gravissima profanazione del nome di Dio.
Il metodo utilizzato da Teheran aiuta a capire l’allarme. Da anni lo Shabak documenta operazioni nelle quali agenti iraniani avvicinano israeliani attraverso Telegram, WhatsApp, Facebook, Instagram e altre piattaforme, spesso utilizzando falsi profili o annunci di lavoro. Il primo incarico può sembrare insignificante e prevedere una piccola ricompensa. Una fotografia, la consegna di un pacco, informazioni su un indirizzo. Una volta stabilito il rapporto, le richieste possono diventare progressivamente più sensibili.
In un caso reso pubblico a luglio, un cittadino tagiko con passaporto russo è stato arrestato con l’accusa di avere lavorato per un agente iraniano. Secondo gli investigatori aveva fotografato il porto di Haifa, trasmesso le coordinate delle torri Azrieli, documentato luoghi colpiti dai missili iraniani e tentato di fotografare un sito sensibile nel nord del Paese. Il contatto, hanno precisato le autorità, era cominciato con un’offerta di lavoro apparentemente innocua.
Lo schema è ormai ricorrente. Nel febbraio scorso lo Shabak e la polizia hanno arrestato due giovani israeliani dell’area di Gerusalemme accusati di avere ricevuto denaro attraverso portafogli digitali in cambio di attività per conto dell’intelligence iraniana. Nello stesso mese il servizio di sicurezza ha inoltre riferito di centinaia di tentativi, compiuti nell’arco di un anno, di violare gli account e i telefoni di funzionari pubblici, esponenti della sicurezza, giornalisti, accademici e altri cittadini israeliani.
Il caso haredi presenta tuttavia una difficoltà particolare. Secondo Yedidya Lau, consulente del Centro per il governo locale che ha partecipato agli incontri con lo Shabak, alcuni settori della comunità risultano meno esposti alle informazioni sulle tecniche utilizzate dagli iraniani e possono quindi sottovalutare richieste che sembrano innocue. È precisamente su questa vulnerabilità che punta la campagna.
Lo Shabak evita di fornire dettagli operativi e si limita a confermare di svolgere attività di sensibilizzazione nei diversi settori della società israeliana. Il messaggio rivolto agli haredi è però inequivocabile. La guerra d’intelligence con l’Iran passa ormai anche attraverso un telefono, un annuncio di lavoro e poche centinaia di shekel offerti per una fotografia. E la prima difesa consiste nel riconoscere chi sta dall’altra parte dello schermo.
(Setteottobre, 24 agosto 2026)
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Un test del DNA porta una discendente dell’Olocausto a scoprire 50 parenti in tutto il mondo
Adriana Turk credeva di essere l’ultima sopravvissuta della famiglia di suo padre ebreo. Un test del DNA ha portato alla luce una storia di famiglia di cui lei non sapeva nulla.
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All’aeroporto Ben-Gurion, Adriana Turk ha incontrato per la prima volta il suo cugino di terzo grado Ra’anan Gidron
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SYDNEY – Per decenni Adriana Turk ha creduto che l’Olocausto avesse quasi completamente spazzato via la famiglia di suo padre. Hans Turk, ebreo tedesco, era fuggito in Nuova Zelanda nel 1937. Parlava a malapena del suo passato. Dopo la sua morte e quella del suo unico fratello Julian, alla fine del 2024, la Turk era rimasta con la sensazione di essere l’ultima sopravvissuta di quel ramo della famiglia.
Poi la 74enne ha effettuato un test del DNA. Il risultato ha stravolto la sua storia familiare: la Turk ha scoperto più di 50 parenti ancora in vita in Germania, Israele, Brasile e altri paesi. Da allora ha viaggiato dalla sua nuova patria, l’Australia, verso l’Europa e Israele per conoscere di persona la sua famiglia appena ritrovata. «Ho la sensazione che questa esperienza mi abbia fatto rinascere», ha dichiarato la Turk al portale di notizie “Times of Israel”.
• Un padre che taceva sul proprio passato
Il padre di Turk, Hans – che in seguito si fece chiamare John – lasciò la Germania nel 1937 e si costruì una nuova vita in Nuova Zelanda. Sposò una neozelandese non ebrea e parlava raramente della sua famiglia e del periodo precedente alla fuga. Per sua figlia, quindi, molte cose rimasero nell’oscurità.
Dopo la guerra, Hans Turk venne a sapere che sua madre era morta nel ghetto di Varsavia. Sua sorella, suo marito e i loro due bambini piccoli furono uccisi ad Auschwitz nel 1944. «Non ne ha mai parlato e io non gliel’ho mai chiesto», ricorda Adriana. Sapeva solo che la famiglia di suo padre era stata praticamente sterminata.
• Il test del DNA porta una sorpresa
Quando suo fratello Julian morì ad Auckland alla fine del 2024, si rese particolarmente conto di quella che credeva fosse la definitiva conclusione di questa storia familiare. In un blog sul sito web «MyHeritage», dove ha condiviso la sua storia, parla di un vuoto travolgente che ha provato. Si è sentita molto sola.
Qualche mese dopo, Turk decise di sottoporsi a un test del DNA su «MyHeritage». Voleva saperne di più sulle sue radici europee. Non nutriva grandi aspettative. Il risultato fu una sorpresa. Invece di legami familiari ormai quasi inesistenti, Turk trovò numerose corrispondenze con persone in diversi paesi. Grazie a questi legami genetici, iniziò a mettersi in contatto con parenti lontani.
• Da sopravvissuto a soccorritore in Israele
In questo modo si è imbattuta in una storia di famiglia che suo padre non le aveva mai raccontato. Il suo prozio Max Gusdorf era stato assassinato nel 1943 nel campo di sterminio di Sobibor. Ma i suoi tre figli erano sopravvissuti all’Olocausto. Uno rimase in Germania, un altro si trasferì in Brasile. Il terzo, Hans Reuven Rudolph, giunse in Israele. Lì assunse il nome di Reuven Gidron. Combatté nella guerra d’indipendenza dello Stato fondato nel 1948 e in seguito si impegnò a favore dei sopravvissuti all’Olocausto. Inoltre, partecipò alla ricerca dei criminali nazisti.
Grazie a «MyHeritage», Adriana Turk è stata infine messa in contatto con Ra’anan, il figlio di Gidron. I due sono cugini di terzo grado. All’inizio hanno fatto conoscenza tramite videochiamate. Successivamente hanno deciso di incontrarsi di persona. Per la Turk, questa scoperta ha significato molto più di una semplice voce in un albero genealogico. Ha scoperto che parte della sua famiglia era sopravvissuta all’Olocausto e aveva costruito nuove famiglie in diversi continenti.
• Dalla Nuova Zelanda alla Germania, fino a Israele
Turk si è infine messa alla ricerca della sua famiglia appena scoperta. Per prima cosa si è recata in Germania, dove ha trascorso due settimane con i parenti, cercando di colmare le lacune nella storia di suo padre. Successivamente è volata in Israele, dove è stata accolta all’aeroporto Ben-Gurion da Ra‘anan Gidron.
In seguito, la Turk ha incontrato altri parenti. Insieme a Gidron ha inoltre visitato il memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme e ha esplorato il Paese. L’incontro si è trasformato in una piccola riunione di famiglia con una storia che abbraccia il mondo intero. Parenti di cui la Turk non sapeva nulla da decenni sono diventati improvvisamente parte della sua vita.
E così un test del DNA, che in realtà avrebbe dovuto fornire solo risposte sulle sue origini, ha avuto per la settantaquattrenne un effetto ben più grande: da presunta ultima sopravvissuta di un ramo familiare estinto, è diventata una donna che improvvisamente fa di nuovo parte di una famiglia dai rami molto estesi. (tko)
(Israelnetz, 24 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Imparate da Israele»! Un tabù cade nel mondo arabo
Qualcosa sta cambiando nel mondo arabo, ancora in sordina, ancora ben lungi dal trovare il consenso della maggioranza, ma ormai impossibile da ignorare.
di Aviel Scneider
GERUSALEMME - Un cristiano libanese è seduto davanti a una telecamera e parla di Israele. Non dell’«nemico sionista», non della «resistenza» e nemmeno della liberazione di Gerusalemme. Dice che vorrebbe andare a Tel Aviv, bere un whisky e visitare la tomba di Ariel Sharon. Vuole persino farsi un tatuaggio di Ariel Sharon e lo ha annunciato davanti alla telecamera. Il suo nome è Ruwad Nassar (رواد نصار), un attivista vicino alle Forze Libanesi cristiane. Ciò che ha detto nei mesi scorsi sui media libanesi sarebbe stato socialmente e politicamente quasi impensabile per decenni. Israele, dice Nassar, non è una potenza occupante, ma uno «Stato civile e grande». Gli ebrei avrebbero diritto a questa terra. Auspica addirittura che Israele non si ritiri dal Libano finché Hezbollah non avrà consegnato le armi. E chiede l’abolizione della legge libanese che criminalizza i contatti con gli israeliani.
Si tratta di ben più di una classica critica a Hezbollah. Nassar parla con una vera simpatia per Israele. In una precedente intervista ha persino affermato che Israele è una «colomba della pace». Ha raccontato con entusiasmo di una foto di una soldatessa israeliana su un carro armato a Bint Jbeil e ha annunciato che avrebbe pregato sulla tomba di Ariel Sharon. La cosa fondamentale non è nemmeno se si sia d’accordo con le espressioni spesso provocatorie di Nassar. Ciò che conta è dove le pronuncia: nel cuore del Libano, in arabo, davanti a un pubblico arabo.
Ancora più degno di nota è il caso dello sciita iracheno Ghaith al-Tamimi (غيث التميمي). Proviene da un ambiente politico in cui per decenni Israele è stato considerato non solo un avversario, ma l’incarnazione del male. Oggi al-Tamimi chiede apertamente un avvicinamento tra l’Iraq e Israele. In un’intervista ha persino affermato che l’Iraq è tra i paesi della regione più disposti a instaurare relazioni con Israele. Il suo messaggio forse più forte è rivolto direttamente al mondo arabo: «Imparate da Israele». Anche chi considera Israele mille volte un nemico, secondo al-Tamimi, dovrebbe imparare come questo Stato abbia fatto leva sul proprio territorio e sulla propria popolazione per costruire la propria forza e imparare a confidare su di sé.
Proprio in Iraq questa non è un’innocua provocazione. Nel 2024 al-Tamimi è stato bandito per tre mesi dai media iracheni a causa del suo sostegno a Israele; contro di lui sono state anche avviate azioni legali ai sensi della legge irachena contro la normalizzazione. Ma lui non tace. Al contrario: nel dibattito arabo, al-Tamimi è ormai sinonimo di una domanda a dir poco rivoluzionaria: perché gli arabi dovrebbero continuare a odiare Israele, se allo stesso tempo possono imparare dalla sua forza nazionale, dalla sua coesione e dalla sua volontà di sopravvivenza?
Da qualche tempo, sulla televisione libanese e nei podcast arabi ricorre sempre più spesso un’espressione che per decenni è stata quasi un sacrilegio politico: سلام مع إسرائيل – pace con Israele. Il giornalista libanese Tony Boulos lo afferma ormai con assoluta lucidità: «Il nostro interesse risiede nella pace con Israele». A giugno, durante un’intervista alla storica emittente radiofonica Voice of Lebanon, ha affermato che il conflitto con Israele è stato sostanzialmente imposto al Libano dalle milizie armate. Dal punto di vista strategico, economico e tecnologico, il futuro del Paese risiede piuttosto in una collaborazione tra Libano, Israele e Cipro. Ancora più degna di nota è la sua valutazione della società libanese: secondo lui, tra tutti i popoli della regione, i libanesi sarebbero particolarmente disposti alla pace con Israele. Alcune settimane prima, Boulos si era spinto ancora oltre. In una lunga intervista in lingua araba, la tesi centrale era già espressa nel titolo: «L’unica soluzione per salvare il Libano: la pace con Israele.»
Si tratta di un cambiamento notevole. Infatti, l’argomentazione non è più: «Israele non ci piace, ma forse dobbiamo stipulare un accordo». È sempre più: «E se Israele non fosse affatto il nostro vero problema? E se l’Iran, Hezbollah, il collasso economico, la corruzione e le guerre permanenti avessero danneggiato il Libano ben più di uno Stato ebraico dall’altra parte del confine?». È proprio questa domanda che sta cominciando a diffondersi in alcuni settori del dibattito libanese. «Sono a favore della pace con Israele». Anche Ziad Noujeim, noto giornalista libanese e conduttore televisivo di lunga data, lo ha affermato pubblicamente. In una trasmissione della grande emittente televisiva libanese Al Jadeed ha dichiarato senza mezzi termini di essere a favore della pace con Israele. Si è espresso in modo simile anche il noto attore libanese Assaad Rashdan. Anche lui è apparso su Al Jadeed e ha apertamente messo in discussione la tradizionale formula libanese di «resistenza, dignità e orgoglio nazionale». È ora di parlare di pace.
Nessuno di questi uomini rappresenta automaticamente «il Libano». Non si deve dedurre l’esistenza di una maggioranza sociale sulla base di singole interviste. Ma è proprio questo il punto cruciale: non è affatto necessario che siano una maggioranza per rendere visibile un cambiamento. Dieci o venti anni fa, il tabù consisteva già nel definire Israele uno Stato normale. Oggi i libanesi discutono davanti alle telecamere se si possa commerciare con Israele, instaurare relazioni diplomatiche o, un giorno, semplicemente viaggiare da Beirut a Tel Aviv.
Un saudita parla ebraico. Il cambiamento nel Golfo è ancora più evidente. Il linguista e influencer saudita Loay Alshareef (لؤي الشريف) ha imparato l’ebraico e ha iniziato a parlare pubblicamente della storia semitica comune ad arabi ed ebrei. In alcuni settori della stampa araba proprio questo gli è stato rimproverato. Già nel 2020 Al-Araby Al-Jadeed descriveva come Alshareef rappresentasse Israele come un vicino pacifico e parlasse del diritto storico degli israeliani su quella terra. Dopo il massacro del 7 ottobre, il suo tono è diventato ancora più chiaro. Per Alshareef, la linea di demarcazione morale non era più tra arabi ed ebrei, ma tra civiltà e islamismo radicale. Particolarmente simbolico è il suo interesse per la lingua ebraica. Per generazioni di nazionalisti arabi, l’ebraico era la lingua del nemico. Alshareef la parla pubblicamente, spiega termini ebraici al pubblico arabo e cerca collegamenti linguistici tra Bibbia, Corano, arabo ed ebraico.
Ancora più aggressivo è l’analista bahreinita-britannico Amjad Taha (أمجد طه). Dopo il 7 ottobre ha scritto agli israeliani, in sostanza: «Rimanete forti e rispondete con forza». Ha definito Hamas una milizia barbara sostenuta dall’Iran e ha affermato che nel mondo arabo e musulmano ci sono persone che sostengono Israele. È degno di nota il fatto che queste dichiarazioni non siano apparse solo sui media israeliani. Gli oppositori arabi di Taha documentano ampiamente le sue dichiarazioni, naturalmente accusandolo di essere «sionista» o un «agente della normalizzazione».
Già durante una precedente visita in Israele, Taha, insieme a un altro arabo del Golfo, aveva elogiato apertamente i soldati israeliani. All’epoca i media arabi reagirono con indignazione al fatto che proprio due arabi avessero messo in risalto il lato umano dei soldati israeliani.
I vecchi trattati di pace di Israele con l’Egitto e la Giordania erano prevalentemente accordi di pace tra governi. I confini si sono stabilizzati, sono state aperte ambasciate e firmati trattati, ma gran parte della società continuava a mantenere emotivamente l’immagine del nemico. Il nuovo sviluppo è in parte l’opposto. Qui sono innanzitutto le persone a parlare. E solo in seguito, eventualmente, i governi. Ricordo ancora come, negli anni ’90, il defunto re giordano Hussein affermasse che Israele fa la pace con i governi e non con i popoli, e questa è una verità complessa. Ma oggi, grazie ai social network e ai media, molte cose sembrano cambiare, e le persone hanno il potere di parlare anche positivamente di Israele, cosa che si nota sempre più spesso, soprattutto negli ultimi tre anni di guerra.
Il cambiamento ha diverse ragioni. La prima è l’Iran. Per molti libanesi, siriani, arabi del Golfo e iracheni è diventato sempre più chiaro negli ultimi anni che la minaccia strategica alla loro vita non proviene necessariamente da Israele. Le milizie iraniane hanno influenzato in modo determinante il Libano, la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Hezbollah ha ripetutamente trascinato il Libano in scontri militari. Di conseguenza, la domanda centrale cambia. Non è più automaticamente: «Come combattiamo Israele?», ma sempre più spesso: «Perché dovremmo combattere contro Israele per l’Iran?»
La seconda ragione è il crollo delle vecchie ideologie. Il panarabismo, il baathismo e l’idea che il conflitto con Israele sia la questione centrale dell’identità araba hanno perso notevolmente di forza. I giovani arabi ragionano maggiormente in termini di futuro economico, tecnologia, libertà personale e qualità della vita. Ed è lì che Israele appare improvvisamente sotto una luce completamente diversa: come Stato high-tech, potenza militare, centro di innovazione e società che funziona nonostante le guerre permanenti. Ciò non significa che queste persone sostengano automaticamente la politica israeliana. Ma Israele viene sempre più distaccato dal mito. Israele viene osservato. E talvolta persino ammirato.
Poi arriva il confine forse più importante: i palestinesi. Proprio su questo punto si nota una differenza evidente. Oggi si sentono voci del genere da Beirut, Dubai, Bahrein, Arabia Saudita, Iraq o dai media arabi in esilio. Si sentono libanesi discutere se Israele possa essere un futuro partner economico. I sauditi parlano ebraico. Gli arabi del Golfo frequentano le sinagoghe e gli israeliani si recano ad Abu Dhabi. Tuttavia, dichiarazioni pubbliche simili continuano a essere estremamente rare nel mainstream palestinese.
Sarebbe stato giornalisticamente eccessivo affermare che nessun palestinese la pensi così. Naturalmente ci sono palestinesi che intrattengono rapporti personali con gli israeliani. Ma tra l’atteggiamento privato e il dibattito pubblicamente legittimato c’è un’enorme differenza. Nel discorso palestinese organizzato, già il normale dialogo sociale con gli israeliani è spesso considerato «Tatbi’a», normalizzazione, e quindi qualcosa di moralmente riprovevole. Non si tratta di un’affermazione israeliana. Il movimento palestinese BDS ha elaborato criteri espliciti contro la «normalizzazione nei media». Ancora nell’estate del 2026 ha esortato a isolare le organizzazioni palestinesi che partecipano a progetti di pace congiunti israelo-palestinesi. Ad agosto ha espressamente messo in guardia contro un «Peace Building Lab», poiché, a suo avviso, il dialogo congiunto con gli israeliani favorisce la normalizzazione dello status quo.
Mentre in alcune parti del mondo arabo il vecchio tabù su Israele comincia a sgretolarsi, nel discorso palestinese continua a essere difeso a livello istituzionale. Proprio in questo potrebbe risiedere uno dei maggiori ostacoli a una pace autentica. La pace, infatti, non inizia con un trattato, ma con la disponibilità a non considerare più l’altro esclusivamente come un nemico. Ruwad Nassar, Tony Boulos, Loay Alshareef, Amjad Taha, Ghaith al-Tamimi e altri non costituiscono ancora un movimento di massa. Ma dimostrano che è diventato possibile qualcosa che una generazione fa era difficilmente immaginabile: gli arabi possono parlare pubblicamente in modo positivo di Israele e altri arabi li ascoltano. Gli Accordi di Abramo hanno quindi cambiato molto più delle semplici relazioni diplomatiche. Hanno scosso un dogma vecchio di decenni: quello secondo cui un arabo può considerare Israele solo come un nemico. Forse è proprio qui che ha inizio la rivoluzione più profonda in Medio Oriente: non è solo Israele a cambiare la regione. È la regione stessa che sta iniziando a cambiare il proprio modo di vedere Israele.
(Israel Heute, 24 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Con l’Unità 585, soldati beduini e arabi nell’esercito israeliano
L’Unità 585 dell’IDF è composta soprattutto da beduini, affiancati da arabi musulmani e cristiani e da una minoranza di ebrei. Richiamata il 7 ottobre per combattere gli assalitori di Hamas, racconta una realtà quasi assente dai media italiani: quella delle minoranze arabe che scelgono di servire Israele, tra integrazione, sacrifici e problemi disciplinari.
di Nathan Greppi
Quando i media italiani riportano notizie sull’IDF, generalmente dimenticano che nelle forze armate israeliane non servono solo soldati ebrei, ma anche membri di minoranze quali arabi, beduini, drusi e circassi.
Ciò è particolarmente evidente per quanto riguarda l’Unità 585, nota anche come Gadsar 585, formata prevalentemente da militari beduini. A questi si aggiungono anche diversi arabi musulmani e cristiani, così come una quota minoritaria di ebrei.
Questa unità viene da anni impiegata in particolare per sorvegliare la zona al confine con Gaza. Per questo, il 7 ottobre 2023, nonostante fossero in licenza, i suoi membri sono stati subito richiamati in servizio per affrontare i terroristi entrati in territorio israeliano.
Ciò si inserisce in un quadro più ampio: durante gli attacchi, diversi beduini prestarono soccorso agli ebrei attaccati dai terroristi vicino al confine. Non a caso, secondo fonti come JNS e il Jerusalem Post, almeno 21 beduini sono stati uccisi da Hamas il 7 ottobre.
Intervistato nel luglio 2024 dal Times of Israel, il comandante di battaglione dell’Unità 585, Nader Iada, è arrivato a dire che quelli di Hamas «non sono musulmani», sostenendo che nessun insegnamento del Corano possa giustificare le stragi, gli stupri e i rapimenti di quel giorno.
Arabi e beduini in Israele sono statisticamente più svantaggiati rispetto alla media sul piano socioeconomico e dell’istruzione. Per questo, oltre alle loro classiche mansioni militari, i soldati di questa unità ricevono diversi tipi di sostegno: lezioni di ebraico, corsi di guida, seminari di leadership e opportunità per completare gli studi superiori.
Vengono anche offerte loro borse di studio e programmi di formazione che li aiutano a reintegrarsi nella società civile una volta terminato il servizio militare.
Questo non significa che non ci siano stati problemi: a inizio agosto, Ynetnews ha riportato che per sette mesi l’Unità 585 è rimasta sostanzialmente senza un comandante, dopo che quello precedente era rimasto ferito. In quell’arco di tempo, si sarebbe verificato un deterioramento della disciplina che ha portato a uno scandalo per il coinvolgimento di alcuni soldati in un giro di contrabbando tra Israele e Gaza.
Dopo un’indagine interna, è stato nominato un nuovo comandante, Adir Portugal, anche per riportare la disciplina tra i militari e riabilitare l’immagine dell’unità. Inoltre, sono stati implementati nuovi servizi di assistenza per aiutare quei militari che soffrono di problemi legati alla salute mentale.
I beduini che decidono di arruolarsi come volontari nell’IDF non servono solo nell’Unità 585, e alcuni di loro hanno perso la vita in guerra: Ahmad Abu Latif, sergente di prima classe della 261ª Brigata di fanteria, aveva solo 26 anni quando è rimasto ucciso assieme ad altri venti suoi commilitoni nell’esplosione di un edificio a Gaza, il 22 gennaio 2024.
(InOltre, 23 agosto 2026)
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Da Giacobbe a Israele
Come Dio conduce alla conoscenza del Messia attraverso la sofferenza.
di Nathanael Winkler
La storia di Giacobbe è ben più di una semplice storia di vita personale. È un archetipo, un modello profetico. Giacobbe è il padre di Israele. Allo stesso tempo, Giacobbe stesso è un’immagine di Israele. Lo dimostra l’uso successivo del suo nome nelle Scritture. «Giacobbe» non indica solo il patriarca, ma anche il popolo di Israele. Geremia, ad esempio, dice:
«Guai! Poiché grande è quel giorno, nessuno gli è pari, ed è un tempo di angoscia per Giacobbe; ma egli ne sarà salvato» (Geremia 30,7).
Qui non si intende la singola persona, ma il popolo nel suo insieme. La profezia parla di Israele, ma lo chiama «Giacobbe». Perché? Perché Israele, nel suo stato spirituale, è spesso ancora Giacobbe: eletto, ma in lotta; benedetto, ma ostinato; chiamato, ma non ancora completamente contrito davanti a Dio. Il cammino di Giacobbe rivela una linea salvifica che va da Betel, attraverso un periodo di transizione, fino a Peniel, verso un nuovo nome e un nuovo mattino. Betel mostra l’elezione sovrana di Dio. Il periodo intermedio mostra la protezione di Dio. Peniel mostra la rottura di Dio. Il nuovo nome mostra la trasformazione di Dio. E il nuovo mattino mostra la restaurazione di Dio. Questa linea non vale solo per Giacobbe personalmente. Essa rimanda profeticamente a Israele. Dio sceglie Israele per grazia, lo preserva nel corso della storia, lo conduce attraverso la rottura al pentimento e lo porta infine alla conoscenza di Gesù come Messia.
• Betel: elezione per grazia
Giacobbe giunse a Betel come profugo. Aveva ricevuto la benedizione, ma il percorso per arrivarci era stato segnato da astuzia, inganno e frattura familiare. Fuggì da Esaù e si stabilì in un luogo che inizialmente non significava nulla per lui. Eppure proprio lì incontrò Dio. Betel significa «casa di Dio». Il nome è composto dal termine ebraico Bayit, casa, e El, Dio. Giacobbe giunse in un luogo ordinario, ma Dio lo trasformò in un luogo di rivelazione.
«E fece un sogno: ed ecco, una scala era appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Genesi 28,12).
Questa scala non era un prodotto casuale e mistico, ma rivestiva un significato teologico fondamentale. Essa mostrava il legame tra cielo e terra, tra Dio e l’uomo. Giacobbe fuggì da Esaù sul piano orizzontale, ma Dio aprì il cielo sopra di lui sul piano verticale. Questo legame tra cielo e terra non fu creato da Giacobbe. Fu Dio stesso a farlo. Il Signore Gesù riprese in seguito questa immagine, indicando il suo adempimento in se stesso:
«In verità, in verità vi dico: d’ora in poi vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo» (Giovanni 1,51).
Ciò che Giacobbe vide in sogno a Betel trova il suo adempimento più profondo in Cristo. Gesù è la vera scala. Egli è il collegamento dato da Dio tra cielo e terra. Non è l’uomo che si fa strada verso Dio; è Dio che, in Cristo, scende verso l’uomo. A Betel Dio rivelò a Giacobbe la sua fedeltà al patto:
«Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco; il paese su cui giaci, lo darò a te e alla tua discendenza» (Genesi 28,13);
ֵֵֵe aggiunse:
«Ecco, io sono con te; ti proteggerò ovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese; poiché non ti lascerò finché non avrò compiuto ciò che ti ho promesso» (Genesi 28,15).
Dio non si presentò come un Dio dei forti, degli immacolati o dei devoti, ma come Dio della linea del patto: il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe. Il suo patto si fonda sulla grazia, non sui meriti. La risposta di Giacobbe mostra tuttavia che il suo cuore non era ancora completamente contrito:
«Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto compiendo, se mi darà il pane da mangiare e le vesti da indossare, e se tornerò in pace alla casa di mio padre, allora il Signore sarà il mio Dio» (Genesi 28,20-21).
Sì, è una fede, ma ancora una fede subordinata a delle condizioni. Giacobbe voleva Dio e allo stesso tempo voleva rimanere Giacobbe. Accettò la promessa, ma non si affidò ancora completamente. Aveva vissuto l’esperienza di Betel, ma non ancora quella di Peniel. Betel rappresenta quindi l’elezione, il patto, la promessa e la protezione. Ma Betel non significa ancora automaticamente conversione. Lo stesso vale per Israele. Mosè sottolineò:
«Non è perché siete più numerosi di tutti i popoli che il Signore vi ha prediletti e scelti – poiché voi siete il più piccolo di tutti i popoli –, ma per l’amore del Signore verso di voi» (Deuteronomio 7,7-8).
Israele è stato scelto non perché fosse più forte, più grande o più giusto degli altri popoli. Israele è stato scelto perché Dio lo ama e rimane fedele al suo patto.
• Giacobbe: l’identità dell’uomo vecchio
Il nome Giacobbe racchiude già di per sé un significato spirituale ed è legato al campo semantico ebraico di «tallone», «ingannare» e «soppiantare». Già alla sua nascita, Giacobbe afferra il tallone di Esaù: «Poi uscì suo fratello, e la sua mano afferrava il tallone di Esaù; e gli fu dato il nome di Giacobbe» (Genesi 25,26). Giacobbe è colui che tiene il tallone. Colui che arriva da dietro. Colui che afferra. Colui che soppianta. Esaù in seguito comprese l’amaro significato di quel nome: «Non si chiama forse giustamente Giacobbe? Poiché mi ha ingannato ben due volte» (Genesi 27,36). Giacobbe è colui che afferra. Vuole la benedizione di Dio, ma la afferra con mani carnali. Crede nella promessa, ma non si fida ancora completamente del Dio della promessa. Vuole il dono, ma non ancora il Donatore senza riserve. Cerca di afferrare la benedizione, ma non riesce a raggiungere Dio. Questa è la tragedia spirituale di Giacobbe: vuole la cosa giusta, ma segue la strada sbagliata. Vuole l’obiettivo di Dio, ma con le proprie forze. Conosce la promessa, ma cerca di assicurarsela con strategie, astuzia e manipolazione. In questo modo Giacobbe diventa l’immagine dell’uomo naturale rivestito di un abito religioso. Rappresenta l’uomo che conosce il piano di Dio, ma vuole realizzarlo da sé. Rappresenta la vocazione senza contrizione, la promessa senza totale abbandono e l’identità spirituale senza vera sottomissione a Dio. Paolo descrive così questo problema in riferimento a Israele:
«Poiché, non avendo riconosciuto la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio» (Romani 10,3).
Questo è Giacobbe: religioso, eletto, zelante, ma non ancora spezzato. È portatore della promessa, ma il suo cuore è ancora in lotta con Dio.
• Il periodo di transizione: salvaguardia senza completa libertà
Tra Betel e Peniel si estende un lungo periodo di transizione. Giacobbe era al servizio di Labano. Lì fu ingannato, messo alla prova, castigato e plasmato. Ciò che egli stesso aveva seminato, ora gli si ritorceva contro. L’ingannatore subì l’inganno. Lo stratega si scontrò con uno stratega ancora più astuto. Giacobbe è capace, di successo e saggio. La sua famiglia cresce. I suoi greggi si moltiplicano. «E quell’uomo si arricchì grandemente, e ottenne molte pecore, serve e servi, cammelli e asini» (Genesi 30,43). Eppure Giacobbe non è ancora libero. Esternamente i suoi beni aumentano, interiormente la sua lotta continua. È benedetto, ma non ancora trasformato. È protetto, ma non ancora spezzato. Anche in questo si trova un parallelo profetico con Israele. Israele vive per lunghi periodi tra le nazioni: protetto, ma oppresso; disperso, ma non sterminato; sotto pressione, ma non rigettato. Gesù dice:
«E Gerusalemme sarà calpestata dalle nazioni, finché non si compiano i tempi delle nazioni» (Luca 21,24).
Eppure, anche in questo lungo periodo intermedio, il patto di Dio rimane in vigore. Geremia dice:
«Se queste leggi scompariranno davanti a me, dice il Signore, allora anche la discendenza d’Israele cesserà di essere una nazione davanti a me per sempre» (Geremia 31,36).
In altre parole: così come il sole, la luna e le stelle sono saldi nell’ordine di Dio, così rimane salda la fedeltà di Dio, il patto con Israele. Israele non viene preservato per la propria fedeltà, ma per quella di Dio. Dio preserva Israele come preservò Giacobbe presso Labano: non perché Giacobbe fosse fedele, ma perché Dio è fedele.
• Peniel: il luogo della presenza di dio
Poi giunse a Peniel. Dio aveva già dato in precedenza a Giacobbe l’ordine di tornare indietro: «Io sono il Dio di Betel, dove hai consacrato un monumento commemorativo e dove mi hai fatto un voto. Ora alzati, parti da questo paese e torna nel paese dei tuoi parenti» (Genesi 31,13). Giacobbe obbedì, ma la svolta spirituale decisiva doveva ancora avvenire. Doveva incontrare Esaù. Ancora più in profondità: doveva incontrare Dio. Peniel significa «volto di Dio». Il nome è composto dall’ebraico panim, volto, e El, Dio. Giacobbe chiamò così quel luogo perché disse: «Poiché ho visto Dio faccia a faccia, e la mia anima è stata salvata» (Genesi 32,31). Peniel fu più di un semplice momento sacro. Peniel segnò un confronto nell’ambito del patto. Dio non si presentò a Giacobbe in modo blando per confortarlo, ma per spezzarlo. Eppure non voleva distruggerlo, bensì trasformarlo. Prima di questo incontro, Giacobbe fu lasciato solo: «E Giacobbe rimase solo» (Genesi 32,25). Dio lo isolò. Famiglia, beni, servi, greggi, strategie: tutto rimase dall’altra parte del fiume. Giacobbe si trovò da solo davanti a Dio. Questo è spesso l’inizio del vero pentimento. Finché l’uomo può ancora fare affidamento sui propri mezzi, sulle proprie relazioni, sulle proprie certezze e sui propri piani, rimane padrone della propria storia. Ma Peniel inizia proprio lì dove Dio mette da parte ogni cosa, finché non rimane che una sola domanda: Chi sei tu davanti a me? Questo è significativo anche dal punto di vista profetico. Israele, nella sua ultima angoscia, viene condotto a un punto in cui tutte le certezze umane vanno in frantumi. Zaccaria sottolinea:
«E avverrà in quel giorno che io renderò Gerusalemme una pietra d’inciampo per tutte le nazioni; tutti quelli che cercheranno di sollevarla si feriranno sicuramente. E tutte le nazioni della terra si raduneranno contro di essa» (Zaccaria 12,3).
Israele sarà messo alle strette. Rimarrà solo. Ma proprio lì Dio agirà.
• La lotta con Dio e la frantumazione della forza naturale
A Peniel un uomo lottò con Giacobbe: «Un uomo lottò con lui fino al sorgere dell’alba» (Genesi 32,25). Osea interpreta espressamente questo evento in chiave spirituale:
«Nel grembo materno afferrò il tallone di suo fratello, e nella sua forza di uomo lottò con Dio. Lottò con l’angelo e prevalse» (Osea 12,4-5).
Giacobbe qui non incontrò un avversario qualsiasi. Era Dio, con cui lottò in una misteriosa teofania. Il Dio che gli aveva dato la promessa a Betel gli si presentò ora a Peniel per trasformarlo. Poi arrivò il colpo decisivo:
«E vedendo che non riusciva a sopraffarlo, gli colpì l’articolazione dell’anca; e l’articolazione dell’anca di Giacobbe si lussò mentre lottava con lui» (Genesi 32,26).
L’anca simboleggia stabilità, forza e saldezza. Chi viene colpito all’anca non può più camminare come prima. Giacobbe non perse la promessa, ma perse il suo dominio su se stesso. Rimase benedetto, ma la benedizione giunse accompagnata da una limitazione. Da quel momento in poi zoppicò. Questo è il metodo di Dio: Egli non toglie la vocazione, ma l’autosufficienza. Egli non annulla la promessa, ma l’orgoglio di chi ne è oggetto. Non distrugge Giacobbe, ma spezza l’essenza stessa di Giacobbe. Così anche la frattura escatologica di Israele non significherà distruzione, ma preparazione alla conoscenza. Dio condurrà Israele al punto in cui non potrà più confidare nelle proprie forze, nella propria giustizia, nelle sicurezze politiche o nella forza nazionale. La rottura aprirà il cuore alla verità che Israele non ha riconosciuto per molto tempo: Gesù è il Messia.
• «Come ti chiami?» – La confessione del vecchio nome
Il culmine della notte risiedeva in una domanda: «Allora gli disse: “Qual è il tuo nome?” E lui rispose: “Giacobbe”» (Genesi 32,28). Dio non lo chiese perché avesse bisogno di informazioni. Lo chiese perché Giacobbe doveva confessarlo. Giacobbe doveva pronunciare il proprio nome. Doveva confessare chi era: «Io sono Giacobbe. Sono colui che afferra. Sono l’ingannatore. Sono colui che si impone. Sono colui che voleva la benedizione di Dio, ma voleva strapparsela con le proprie forze». Questo è pentimento. Il pentimento non inizia con il fatto che l’uomo si giustifica, si difende o edulcora la propria condotta. Il pentimento inizia quando l’uomo pronuncia davanti a Dio il vero nome della propria condizione. Solo dopo aver confessato il suo vecchio nome, Giacobbe riceve quello nuovo.
• Israele: il nuovo nome come promessa del patto
Dio disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele; poiché hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto» (Genesi 32,29). Il nome Israele è ricco di significato. È legato alla lotta, alla contesa, al dominio e al principato. Può essere inteso come «colui che lotta con Dio», «Dio lotta» o «principe di Dio». Ma il messaggio teologico è inequivocabile: Dio conferisce a Giacobbe una nuova identità. Giacobbe ha vinto. Ma non perché fosse più forte di Dio. Non perché la sua forza naturale avesse trionfato. Al contrario: egli vince proprio là dove la sua forza naturale viene spezzata. La sua vittoria consiste nel non mollare: «Non ti lascerò, fino a che tu non mi abbia benedetto» (Genesi 32,27). Questa è fede. Non più auto-salvezza, ma dipendenza. Non più manipolazione, ma supplica. Non più controllo, ma aggrapparsi a Dio. Giacobbe diventa Israele quando smette di voler salvare se stesso, Giacobbe, con le proprie forze. In questo sta il significato profetico per Israele. Alla fine Israele non trionferà grazie all’esercito, alla politica, alle alleanze o alla propria giustizia, ma grazie allo Spirito di grazia e di supplica.
Zaccaria dice:
«Ma sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme riverserò lo Spirito di grazia e di supplica; e guarderanno a me, colui che hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e ne porteranno amaro lutto come si porta amaro lutto per un primogenito» (Zac 12,10).
Questo è il Peniel di Israele.
• L’angoscia per Giacobbe: la frattura che porta alla conoscenza di Gesù
Geremia parla espressamente dell’«afflizione di Giacobbe»:
«Guai! Poiché grande è quel giorno, nessuno gli è pari, ed è un tempo di afflizione per Giacobbe; ma da essa sarà salvato» (Geremia30,7).
Questa angoscia non è il rifiuto di Israele. Né è il giudizio definitivo di Dio che porta alla distruzione. È la via di Dio verso la restaurazione. Dio conduce Giacobbe al punto in cui ogni forza propria, ogni tentativo di autosalvezza e ogni falsa sicurezza vengono frantumati. Questa frantumazione ha un obiettivo chiaro: Israele deve riconoscere chi è Gesù.
L’angoscia escatologica non solo scuoterà Israele esternamente, ma lo risveglierà spiritualmente. Il popolo riconoscerà che Gesù di Nazaret, colui che Israele come nazione non ha riconosciuto per molto tempo, è in verità il Messia promesso. Il Rifiutato è l’Inviato di Dio. Il Crocifisso è il Re d’Israele. Il Trafitto è il Redentore. Il Figlio di Davide è al tempo stesso il Signore. È proprio ciò che descrive Zaccaria:
«Guarderanno a me, colui che hanno trafitto» (Zaccaria 12,10).
Questa consapevolezza è la vera svolta. Israele non solo sarà salvato dall’angoscia esteriore, ma sarà anche liberato dalla cecità spirituale. La frattura gli aprirà occhi per riconoscere il Messia. Ecco perché Peniel è un’immagine così potente. Giacobbe viene spezzato durante la notte, ma proprio lì incontra Dio faccia a faccia. Allo stesso modo, Israele, nella sua ultima angoscia, viene condotto al punto in cui non può più sfuggire al Messia. L’angoscia diventa il luogo della rivelazione. La frattura diventa la via della conoscenza. Paolo descrive la condizione attuale di Israele con queste parole:
«Non voglio infatti, fratelli, che vi sia ignoto questo mistero, affinché non vi riteniate saggi: un indurimento parziale è venuto su Israele, finché non sia entrata la totalità delle nazioni» (Romani 11,25).
Israele, quindi, non è stato definitivamente ripudiato. Su Israele grava un indurimento parziale, ma questo indurimento ha un limite: «finché». Dopodiché Dio agirà. Paolo prosegue:
«E così tutto Israele sarà salvato, come sta scritto: “Da Sion verrà il Redentore, che allontanerà le iniquità di Giacobbe”» (Romani 11,26).
È degno di nota il fatto che Paolo dica «Giacobbe». Il Redentore allontanerà le iniquità di Giacobbe. Ciò significa che Dio rimuove la condizione di Giacobbe, l’ostinazione, l’ipocrisia, il non riconoscere il Messia, affinché Israele si riveli come Israele. Per Israele quindi la distruzione non è un segno che Dio ha abbandonato il suo popolo. Al contrario: fa parte della sua fedele azione. Dio distrugge per salvare. Ferisce per guarire. Conduce nella notte affinché Israele riconosca Colui che è il vero mattino: Gesù Cristo, il Messia e Re d’Israele.
• Il trafitto: Gesù come centro della ripresa
Zaccaria 12,10 è uno dei passi centrali per comprendere la futura conversione di Israele. Lì Dio stesso dice: «Guarderanno a me, colui che hanno trafitto». Queste parole conducono direttamente alla croce. Israele riconoscerà che il Trafitto non era un qualsiasi sofferente, ma il Messia stesso. Lo sguardo rivolto a Colui che è stato trafitto è il momento della presa di coscienza, del lutto e del pentimento. Anche Apocalisse 1,7 riprende questa attesa:
«Ecco, egli viene con le nuvole, e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo hanno trafitto, e tutte le tribù della terra si lamenteranno per causa sua».
Questo passo mostra che il riconoscimento di Gesù non rimarrà nascosto. Il Cristo che verrà si manifesterà visibilmente. Allora Israele riconoscerà colui che ha trafitto. Gesù, il rifiutato, apparirà come il Re che viene. Questo è il punto di arrivo della storia della salvezza nella rottura: non la semplice salvezza nazionale, non solo la restaurazione politica, ma il riconoscimento messianico: Israele riconoscerà Gesù.
• Il mattino dopo la notte
Dopo la notte di Peniel si legge: «E il sole sorse mentre passava per Peniel; ed egli zoppicava per l’anca» (Genesi 32,32). È un’immagine potente. Da quella notte Giacobbe non uscì indenne, ma benedetto. Il suo orgoglio era stato spezzato, il suo essere rinnovato. Non era più lo stesso, ma proseguì il suo cammino. Il sole sorse su un uomo zoppicante che portava un nuovo nome. Allo stesso modo anche Israele uscirà dalla tribolazione: non indenne, ma salvato; non orgoglioso, ma rinnovato; non nella propria giustizia, ma con lo sguardo rivolto al Messia. L’anca slogata rimane come segno:
«Per questo i figli d’Israele, fino ad oggi, non mangiano il tendine dell’anca, che si trova sopra l’articolazione dell’anca, perché egli toccò l’articolazione dell’anca di Giacobbe, il tendine dell’anca» (Genesi 32,33).
È un ricordo della frattura. Israele deve ricordare: la benedizione non è venuta attraverso una forza indomita, ma attraverso l’umile dipendenza da Dio. Anche i profeti parlano di questo mattino che verrà. Zaccaria descrive il giorno in cui il Signore stesso interverrà:
«E i suoi piedi si poseranno in quel giorno sul Monte degli Ulivi, che si trova a est di Gerusalemme» (Zaccaria 14,4).
E ancora:
«E il Signore regnerà su tutta la terra; in quel giorno il Signore sarà uno solo e il suo nome uno solo» (v. 9).
Questo è il mattino dopo la notte. Questa è la pienezza dopo l’angoscia. Questo è il Regno del Messia.
• Betel per la seconda volta: la conferma della chiamata
La storia non finisce a Peniel. In Genesi 35 Dio appare nuovamente a Giacobbe a Betel. Lì il Signore conferma il nuovo nome e ribadisce la promessa del patto:
«E Dio gli disse: “Il tuo nome è Giacobbe; d’ora in poi non ti chiamerai più Giacobbe, ma il tuo nome sarà Israele”. E gli diede il nome di Israele» (Genesi 35,10).
Peniel rappresenta la frattura personale. Betel in Genesi 35 è la conferma ufficiale del patto. Dio chiarisce: il nuovo nome non si limita solo a un evento avvenuto in una notte, ma porta con sé una vocazione duratura. Poi Dio aggiunge:
«Io sono Dio, l’Onnipotente. Sii fecondo e moltiplicati; da te nascerà una nazione e una moltitudine di nazioni, e dai tuoi lombi usciranno re» (Genesi 35,11).
Qui la promessa è espressamente collegata alla regalità. La discendenza conduce al Messia, il Re d’Israele. In termini tipologici: Peniel rappresenta il pentimento nazionale. Betel in Genesi 35 rappresenta la vocazione del patto confermata. E il regno messianico sarà la piena realizzazione di ciò che Dio ha promesso.
• Giacobbe e Israele nei profeti
I profeti non usano i nomi Giacobbe e Israele per caso. Spesso «Giacobbe» simboleggia debolezza, afflizione, giudizio, frantumazione e immaturità spirituale. «Israele», invece, sottolinea l’elezione, la dignità del patto e la gloria futura. Geremia parla della «angoscia di Giacobbe», perché il popolo in quel momento si trova in una situazione di lotta: «È un tempo di angoscia per Giacobbe; ma egli ne sarà salvato» (Geremia30,7). Isaia consola il popolo nella sua debolezza: «E ora, così dice il Signore, che ti ha creato, Giacobbe, e che ti ha formato, Israele: Non temere, perché io ti ho redento; ti ho chiamato per nome, tu sei mio» (Is 43,1). Osea ricorda volutamente Giacobbe come colui che lotta: «Nel grembo materno afferrò il tallone di suo fratello, e nella sua forza d’uomo lottò con Dio» (Osea 12,4). A volte entrambi i nomi compaiono uno accanto all’altro: «E ora ascolta, Giacobbe, mio servo, e Israele, che ho scelto» (Isaia 44,1) . Non si tratta semplicemente di una ripetizione poetica, ma ciò evidenzia la tensione: Dio si rivolge a un popolo che vive ancora nella condizione di Giacobbe, ma che porta già la vocazione di Israele. Giacobbe è il servo debole e lottatore. Israele è il partner eletto del patto. Paolo riprende questa differenza in Romani 11: «Da Sion verrà il Redentore, che allontanerà le empietà di Giacobbe» (Romani 11,26). Perché Paolo non dice semplicemente «Israele»? Perché «Giacobbe» qui descrive la condizione dalla quale Dio salva il suo popolo. Dio eliminerà la condizione di Giacobbe: ostinazione, ipocrisia e mancata riconoscimento del Messia. Allora Israele si rivelerà come Israele.
• Il messaggio centrale
Betel mostra che Dio sceglie in modo sovrano. Peniel mostra che Dio trasforma attraverso la rottura. Giacobbe rappresenta l’uomo che desidera la benedizione di Dio, ma che a lungo si aggrappa alle proprie forze. Israele rappresenta l’uomo che viene spezzato da Dio e proprio per questo viene benedetto. Ma, guardando a Israele, questa linea va ancora oltre. La frantumazione escatologica di Israele ha un obiettivo chiaro: Israele giungerà alla conoscenza di Gesù. Il popolo riconoscerà che Gesù è il Messia promesso, il Figlio di Davide, il Trafitto, il Redentore di Sion e il Re che verrà. La rottura di Israele non è un rifiuto di Dio nei confronti del suo popolo. È la via verso la restaurazione. Israele sarà scosso, ma non respinto. Sarà spezzato, ma non distrutto. Sarà condotto attraverso la notte, affinché riconosca Colui che è la luce del mondo. L’anca di Giacobbe fu lussata, ma egli proseguì il suo cammino benedetto. Israele sarà spezzato, ma rinnovato. La notte è reale, ma l’alba sta arrivando. Paolo riassume la certezza di questa speranza: «Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Romani 11,29). Per questo il futuro di Israele è sicuro. Non perché Giacobbe sia forte, ma perché Dio è fedele. Non perché Israele possa salvarsi da solo, ma perché il Redentore viene da Sion. Non perché l’uomo raggiunga il cielo, ma perché Dio stesso, in Cristo, ha creato il legame tra cielo e terra. Da Giacobbe nasce Israele. Da chi afferra nasce chi è benedetto. Dall’ostinazione nasce la comprensione. Dall’angoscia nasce la salvezza. Dalla notte nasce l’alba. E su tutto regna la fedeltà irrevocabile di Dio.
(Nachrichten aus Israele, agosto 2026)
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Gaza. All’ospedale Nasser Hamas tortura
Tsahal e Shin Bet diffondono nuove informazioni sul complesso di Khan Younis. Un rapporto ONU aveva già documentato violenze di Hamas all’interno dell’ospedale
di Paolo Montesi
Hamas utilizza l’ospedale Nasser di Khan Younis come luogo di interrogatorio, tortura e controllo della popolazione palestinese. L’accusa arriva da una dichiarazione congiunta delle Forze di difesa israeliane e dello Shin Bet, che hanno reso pubbliche nuove informazioni di intelligence sul funzionamento del principale complesso sanitario ancora attivo nel sud della Striscia di Gaza.
Secondo le autorità israeliane, interrogatori condotti dalla sicurezza interna e dall’intelligence militare di Hamas avverrebbero nell’edificio Yassin, al secondo piano dell’area destinata agli ambulatori. Un’altra struttura del complesso, utilizzata nel tempo come ufficio, caffetteria e successivamente luogo di preghiera, sarebbe stata trasformata anch’essa in centro per gli interrogatori. Hamas, sostengono Tsahal e Shin Bet, utilizzerebbe inoltre l’ospedale per riscuotere denaro e svolgere attività di governo prive di relazione con la funzione sanitaria.
La denuncia israeliana acquista particolare rilievo perché una parte sostanziale del quadro trova riscontro in fonti indipendenti. Nel giugno scorso la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi ha concluso, sulla base delle prove esaminate, che uomini dell’unità Sahm di Hamas avevano interrogato e maltrattato civili palestinesi all’interno del complesso Nasser tra il 2024 e il 2025.
Il rapporto dell’ONU descrive episodi di estrema violenza. In un caso un uomo, accusato di vendita illegale di tabacco, sarebbe stato legato in una posizione dolorosa e colpito ripetutamente con un tubo metallico mentre veniva costretto a confessare. In un altro, uomini armati avrebbero immobilizzato una persona accusata di traffico di droga e simpatia per Israele e gli Stati Uniti, colpendole le gambe con un blocco di cemento e una sbarra. Un altro palestinese sarebbe stato gambizzato davanti al complesso ospedaliero, in presenza anche di bambini. La Commissione ONU riferiva inoltre della testimonianza di una persona che aveva sentito più volte urla provenire da uno degli edifici e aveva visto uscire uomini mascherati riconducibili all’apparato di sicurezza di Hamas.
Segnali analoghi erano arrivati anche da Médecins Sans Frontières. Nel gennaio di quest’anno l’organizzazione aveva sospeso le attività mediche non essenziali al Nasser dopo avere segnalato la presenza di uomini armati e mascherati in alcune parti del complesso, episodi di intimidazione, arresti arbitrari di pazienti e sospetti movimenti di armi. Le attività principali sono state riprese in aprile, dopo che MSF aveva registrato miglioramenti nelle condizioni di sicurezza.
La novità delle informazioni diffuse da Israele riguarda soprattutto la dimensione attribuita a queste attività e il loro collegamento con la crisi interna di Hamas. Secondo Tsahal e Shin Bet, l’organizzazione sarebbe sempre più preoccupata dall’erosione del consenso tra gli abitanti della Striscia e dal rischio di perdere il controllo sulla popolazione. Per questo avrebbe rafforzato i propri apparati di sicurezza e intensificato interrogatori e intimidazioni.
Il tema è particolarmente sensibile perché gli ospedali sono protetti dal diritto internazionale umanitario. La stessa Commissione d’inchiesta dell’ONU, pur avendo accertato interrogatori e maltrattamenti compiuti da Hamas al Nasser, ha precisato che le condotte da essa documentate contro civili palestinesi non erano sufficienti, in quanto tali, a far perdere all’ospedale la protezione riconosciuta alle strutture sanitarie. È quindi necessario distinguere l’accertamento dell’utilizzo illecito di alcune aree del complesso dalla questione, giuridicamente diversa, della sua eventuale qualificazione come obiettivo militare.
Il Nasser Hospital era già stato al centro di accuse israeliane durante la guerra. Israele aveva sostenuto che Hamas ne utilizzasse alcune strutture per attività operative e che vi fossero stati tenuti anche ostaggi israeliani. La vicenda era diventata uno dei casi più discussi del conflitto, proprio per la difficoltà di separare la funzione medica di un grande ospedale da eventuali attività clandestine dell’organizzazione che governa Gaza.
Le nuove rivelazioni spostano però l’attenzione anche sul rapporto fra Hamas e la popolazione palestinese. Se le informazioni diffuse oggi saranno ulteriormente confermate, l’ospedale Nasser apparirà anche come uno dei luoghi attraverso i quali un’organizzazione indebolita dalla guerra cerca di conservare il proprio potere coercitivo.
È forse questo l’aspetto politicamente più significativo. A quasi tre anni dal 7 ottobre, Hamas deve fare i conti con una Striscia devastata e con una popolazione esausta, mentre il controllo interno diventa per l’organizzazione una questione di sopravvivenza. Il ricorso ad arresti, interrogatori e violenze contro gli stessi palestinesi mostra quanto quella battaglia si combatta ormai anche all’interno di Gaza.
(Setteottobre, 22 agosto 2026)
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L’uomo di Trump per la Siria e la Turchia: perché Tom Barrack preoccupa Israele
A Gerusalemme cresce la preoccupazione per la linea adottata dall’inviato di Trump in Siria e ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia, Tom Barrack. Itamar Eichner parla di un diplomatico che intende attribuire ad Ankara un ruolo centrale nel nuovo ordine regionale – e della questione cruciale: quanto sia effettivamente grande la sua influenza sul presidente degli Stati Uniti.
di Itamar Eichner
GERUSALEMME - Il recente scontro tra Israele e l’inviato in Siria del presidente statunitense Donald Trump, Tom Barrack, non è un caso isolato. L’attacco israeliano alla base di Abu al-Duhur, nel nord-ovest della Siria, martedì scorso, ha messo nuovamente in luce le divergenze tra Gerusalemme e l’inviato americano – riguardo al futuro della Siria, al ruolo della Turchia nella regione e alla libertà d’azione di Israele.
Barrack ha reagito in modo relativamente duro all’attacco, affermando che esso ha comportato un «rischio concreto» di una rapida escalation verso uno scontro diretto tra Israele, Turchia e Siria. Allo stesso tempo, ha avvertito che la mancanza di comunicazione tra le parti avrebbe potuto portare a una reazione errata da parte della Turchia. Secondo quanto da lui riferito, gli Stati Uniti stanno ora lavorando alla creazione di un meccanismo per evitare attriti tra Israele, Siria e Turchia.
A Gerusalemme, tuttavia, l’incidente viene visto da una prospettiva diversa. Dall’ufficio del primo ministro si afferma che la Siria avrebbe ignorato gli avvertimenti israeliani riguardo a un possibile dispiegamento di truppe turche nella base e che l’attacco sarebbe servito a impedire un cambiamento nell’equilibrio di potere in materia di sicurezza sul posto. Secondo quanto riferito, l’attacco ha comportato otto incursioni che hanno colpito la pista di decollo e atterraggio e le strutture di stoccaggio della base. Non sono state segnalate vittime. Alti funzionari israeliani hanno chiarito che l’attacco mirava innanzitutto a trasmettere il messaggio che Israele non accetterà alcuna compromissione della propria supremazia aerea nella regione – in particolare perché tale compromissione renderebbe più difficile un futuro attacco all’Iran attraverso il corridoio aereo che attraversa la Siria.
In Israele si ritiene che la preoccupazione principale non riguardi solo le dichiarazioni di Barrack, ma piuttosto la visione che egli sostiene: la Turchia e, in particolare, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan occupano per lui un posto estremamente centrale nella definizione dell’ordine regionale. «Barrack è considerato una figura che promuove negli Stati Uniti gli interessi di Erdoğan e del regime siriano», afferma un rappresentante israeliano che conosce bene le relazioni israelo-turche. Secondo lui, «dimostra scarsa sensibilità nei confronti delle preoccupazioni israeliane. Si concentra sul profitto immediato che gli Stati Uniti possono trarre dalla Siria».
Un alto funzionario israeliano ha dichiarato: «Netanyahu non apprezza Barrack perché ritiene che questi sia dietro al sostegno di Trump ad al-Julani e che lo stia avvicinando a Erdoğan».
In Israele regna il disaccordo sull’effettiva portata dell’influenza di Barrack su Trump. Da un lato, egli fa parte da decenni della cerchia delle persone vicine al presidente. Barrack era a lui strettamente legato già molto prima di entrare nell’apparato governativo e nel corso degli anni ha funto da tramite con il mondo arabo e con gli attori degli Stati del Golfo.
D’altra parte, a Gerusalemme si sottolinea che la vicinanza personale non implica necessariamente un’influenza sul processo decisionale. In Israele si afferma che «non è affatto chiaro quanto egli influenzi Trump. Su Rubio di certo non ha alcuna influenza». A riprova di ciò, si fa notare che, dopo la condanna da parte di Barrack dell’attacco alla base aerea, né Trump né il Dipartimento di Stato americano hanno espresso alcuna condanna.
Alti diplomatici occidentali, invece, tracciano un quadro diverso e ritengono che Trump consideri Barrack il suo uomo di riferimento per l’arena turca e siriana. Dal loro punto di vista, il solo fatto che Trump gli abbia affidato contemporaneamente la carica di ambasciatore ad Ankara e la missione speciale per la Siria dimostra quanto sia grande la fiducia che ripone in lui.
Le divergenze tra Barrack e Gerusalemme erano già emerse chiaramente quando Ahmed al-Sharaa era salito al potere a Damasco. In Israele, inizialmente, regnava grande preoccupazione per il nuovo approccio americano nei confronti della leadership siriana, che gode di un sostegno considerevole da parte della Turchia. Lo stesso Trump ha incontrato al-Sharaa e ha promosso un cambiamento radicale nella politica americana nei confronti di Damasco. Barrack è diventato uno dei principali artefici dei contatti tra Israele, Siria e Turchia.
Nel corso di questi contatti, tuttavia, è emerso chiaramente che Barrack non intende limitarsi a impedire una guerra tra Israele e Siria. Egli persegue una visione più ampia: l’integrazione della Siria nel sistema regionale, la ricostruzione economica, il rafforzamento delle relazioni con la Turchia e una riduzione il più possibile estesa della presenza militare americana e israeliana.
In passato, Barrack ha addirittura definito il conflitto tra Israele e Siria un «problema che può essere risolto» e ha invitato a stipulare innanzitutto un accordo di non aggressione. Israele, invece, vuole assicurarsi che il nuovo ordine non trasformi la Siria in uno Stato vassallo della Turchia e non consenta ad Ankara di costruire un’infrastruttura militare che minaccerebbe la libertà d’azione di Israele.
Una delle dichiarazioni che ha particolarmente inasprito i rapporti tra Barrack e Israele è stata rilasciata nel dicembre 2025 in occasione di un forum a Doha. Barrack affermò allora: «Israele può sostenere di essere una democrazia», aggiungendo però che nella regione «ciò che ha funzionato meglio», secondo le sue parole, fosse una «monarchia benevola». Le dichiarazioni scatenarono in Israele un’ondata di indignazione e furono interpretate a Gerusalemme come un’insolita svalutazione del carattere democratico del Paese.
La dichiarazione non è rimasta confinata al livello accademico. È diventata il simbolo di come Barrack viene percepito in Israele: come un diplomatico americano disposto a guardare alla regione attraverso il prisma di «ciò che funziona» – anche quando la conclusione che ne deriva contraddice le convinzioni fondamentali di Israele.
Dopo queste dichiarazioni, Barrack si è recato in Israele e ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu. A dicembre è stato riferito che l’incontro avrebbe riguardato, tra le altre cose, le «linee rosse» di Israele in Siria e il tentativo di evitare un confronto tra Gerusalemme e Washington. Dopo l’incontro, la conversazione è stata pubblicamente definita «costruttiva».
Una delle questioni più delicate dal punto di vista israeliano è il tentativo americano di riavvicinare la Turchia al sistema di sicurezza statunitense.
Barrack si è espresso pubblicamente a favore di progressi verso un possibile ritorno della Turchia nel programma dei caccia F-35. Ha affermato che tra Washington e Ankara sono in corso colloqui produttivi e ha sottolineato l’atmosfera positiva creatasi grazie alle relazioni tra Trump ed Erdoğan. Israele si oppone a questa mossa, tra l’altro a causa del potenziamento militare della Turchia e del crescente coinvolgimento di Ankara in Siria.
Non si tratta solo di una questione teorica. Lo scorso anno la Turchia è diventata uno degli attori più influenti nella ricostruzione dell’esercito siriano e delle infrastrutture di sicurezza del Paese. Nella base di Abu al-Duhur, al centro del recente attacco israeliano, sono stati effettuati lavori di ricostruzione con il sostegno turco.
Oltre al rapporto personale di Barrack con Trump, in Israele vi sono anche voci che guardano con diffidenza al suo background imprenditoriale. Barrack è un uomo d’affari e miliardario americano di origini libanesi-maronite, che per anni è stato coinvolto in affari e relazioni commerciali in Medio Oriente. In passato ha intrattenuto ampie relazioni commerciali negli Stati del Golfo, tra cui anche il Qatar.
Questi legami, di per sé, non dimostrano che Barrack promuova interessi stranieri a scapito della politica americana o israeliana. Infatti, lo stesso Barrack ha dichiarato nel corso degli anni di voler promuovere gli interessi commerciali americani nella regione.
In Israele, tuttavia, vi sono esponenti che ritengono che il suo background imprenditoriale spieghi almeno in parte la sua visione del mondo: meno enfasi sulle alleanze storiche e più su accordi, stabilità, investimenti e sulla possibilità di trarre profitto economico dagli accordi regionali.
• «Non è necessariamente contro Israele – semplicemente non lo vede con gli occhi israeliani»
E questo è forse il punto centrale nella valutazione di Barrack. Anche i rappresentanti israeliani che lo criticano non sostengono necessariamente che sia «anti-israeliano» nel senso classico del termine. Il problema, dal loro punto di vista, risiede piuttosto nel fatto che Barrack non condivide il punto di vista israeliano secondo cui la minaccia alla sicurezza deve avere la precedenza sulle considerazioni relative alla stabilità regionale e all’economia.
Egli considera la Turchia una potenza regionale con cui è possibile e opportuno collaborare. Vede nel nuovo regime siriano un’opportunità da consolidare, e non una minaccia da contenere. Ed è dell’opinione che accordi economici, meccanismi di coordinamento e diplomazia diretta possano sostituire in parte il ricorso alla forza militare.
Ad esempio, dopo l’attacco ad Abu al-Duhur, Barrack non si è concentrato sulla questione se Israele avesse agito correttamente dal punto di vista dell’intelligence o operativo. Si è concentrato sul rischio che l’attacco potesse portare a uno scontro con la Turchia e sulla necessità di istituire un meccanismo permanente per evitare attriti. Ha persino proposto un meccanismo attivo 24 ore su 24, in cui dovessero operare collaboratori che parlassero ebraico, arabo, inglese e turco.
• La grande domanda: quanto c’è di Barrack in Trump?
In definitiva, a Gerusalemme non ci si chiede solo chi sia Tom Barrack, ma anche quanto di Tom Barrack ci sia nella politica di Trump. Se Barrack è soprattutto un inviato che attua la linea del presidente, ciò significa che Trump stesso punta a un ordine regionale in cui la Turchia assuma un ruolo centrale, la Siria venga rapidamente ricostruita e Israele debba adattarsi alla nuova realtà. Se invece Barrack godesse di un maggiore margine di manovra, i recenti scontri potrebbero essere soprattutto il risultato di una discrepanza tra l’inviato e altre parti del governo.
Un diplomatico europeo di alto rango ha ipotizzato che Barrack non avrebbe osato condannare Israele in modo così duro dopo l’attacco alla base aerea in Siria se non avesse avuto l’approvazione di Washington. È possibile che a Washington faccia addirittura comodo che Barrack interpreti il ruolo del «poliziotto cattivo» nei confronti di Israele e Rubio quello del «poliziotto buono».
Attualmente vi sono indicazioni in entrambe le direzioni. Da un lato, Barrack è un fidato collaboratore di lunga data di Trump e gli è stato affidato un portafoglio particolarmente delicato. Dall’altro lato, parallelamente a lui agiscono Trump, Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner, e in alcuni casi i messaggi del governo non coincidono pienamente con quelli di Barrack. Lo stesso Barrack in passato ha sottolineato il lavoro di squadra con Rubio e Witkoff.
Pertanto, per Gerusalemme rimane difficile stabilire se Barrack sia colui che convince Trump, o semplicemente colui che Trump ha scelto per attuare una politica che ha già deciso. La differenza tra queste due possibilità è di grande importanza per Israele.
Infatti, se Barrack è solo l’inviato, è possibile aggirarlo, creare un contrappeso nei suoi confronti e rivolgersi direttamente al presidente. Se invece Barrack è l’uomo di cui Trump si fida per plasmare la realtà in Siria e in Turchia, allora il recente scontro su Abu al-Duhur non è solo una disputa su un attacco o su un meccanismo per evitare attriti. È il segno di una lotta più ampia su chi plasmerà il nuovo ordine in Siria – Israele, la Turchia o gli Stati Uniti – e su chi spiegherà a Trump ciò di cui Israele ha bisogno da lui.
Lo stesso Barrack ha affermato in un’intervista a i24NEWS che l’attacco aereo israeliano alla base aerea militare di Abu al-Duhur in Siria ha comportato «un rischio reale di una rapida escalation verso uno scontro militare diretto tra Israele e la Turchia, nonché con la Siria».
Secondo lui, «le forze armate turche non sapevano che gli aerei israeliani fossero diretti verso quella specifica base siriana e non sapevano quale obiettivo stessero perseguendo. Pertanto, avrebbero potuto decidere di far decollare i propri aerei da combattimento, credendo di essere essi stessi sotto attacco. Gli eventi di ieri sono stati gravi e preoccupanti. Ciononostante, siamo sollevati dal fatto che non si siano registrate vittime e che la situazione non sia degenerata».
Barrack ha affermato che la mancanza di canali di comunicazione chiari avrebbe potuto far sì che la situazione diventasse «molto più grave» – e che questo debba cambiare.
«Stiamo attualmente conducendo colloqui discreti con tutte le parti interessate in merito alla ripresa di un meccanismo volto a evitare attriti tra Israele e la Siria. La Turchia potrebbe essere invitata a partecipare direttamente o indirettamente». Secondo le sue parole, «avrebbe un chiaro valore rendere tale accordo un meccanismo permanente, operativo a tempo pieno, con un centro di coordinamento presidiato 24 ore su 24 da personale che parla ebraico, arabo, inglese e turco – sia in un contesto formale sia attraverso un canale più flessibile e informale. Una comunicazione affidabile rimane indispensabile.»
L’inviato di Trump ha affermato che già la mancanza di canali di comunicazione affidabili crea un rischio inutile. «Non vi è alcun ostacolo fondamentale che impedisca a queste parti di mantenere aperti i canali di comunicazione. Il dialogo diplomatico è il modo migliore per prevenire interazioni cinetiche», ha detto.
(Israel Heute, 21 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Quasi il 20% dei crimini d’odio a Seattle quest’anno ha preso di mira gli ebrei, che rappresentano circa l’1% della popolazione dell’area metropolitana della città
JNS ha riferito lunedì che, dal 1° gennaio 2023 al 31 gennaio di quest’anno, gli ebrei sono stati vittime del 9,1% dei crimini d’odio a Seattle. Martedì, la città ha pubblicato le statistiche sui crimini registrati dal 1° gennaio al 31 luglio di quest’anno, e il quadro è diventato considerevolmente più grave — oltre il 115% in più — per gli ebrei di Seattle.
Dei 66 crimini d’odio registrati a Seattle nei primi sette mesi di quest’anno, 13 (19,7%) hanno preso di mira gli ebrei.
Gli ebrei rappresentano circa l’1% della popolazione dell’area metropolitana di Seattle, secondo il Religious Landscape Study 2023-24 del Pew Research Center.
Da gennaio alla fine di luglio, il 7,2% di tutti i 511 episodi — comprendenti i crimini con quelli che Seattle definisce “elementi di pregiudizio” e gli episodi non criminali che coinvolgono forme di pregiudizio — registrati dalla città ha avuto come vittime gli ebrei, secondo i dati ufficiali della città.
Dei 259 crimini con “elementi di pregiudizio”, termine utilizzato dalla città per indicare i crimini nei quali il pregiudizio costituisce una motivazione secondaria, registrati a Seattle finora quest’anno, 11 (4,2%) hanno preso di mira gli ebrei. Inoltre, 13 (7%) dei 186 episodi di pregiudizio hanno avuto come vittime gli ebrei, secondo i dati di Seattle.
Le statistiche ufficiali di Seattle indicano che la situazione è meno pericolosa per arabi e musulmani nella città. Secondo i dati del Pew Research Center, i musulmani rappresentano il 2% della popolazione dell’area di Seattle, ovvero circa il doppio della popolazione ebraica.
Nei primi sette mesi del 2026, 23 episodi (4,5%), considerando tutte e tre le categorie, hanno avuto come vittime arabi e musulmani: cinque (7,6%) crimini d’odio, nove (3,5%) crimini con elementi di pregiudizio e nove (4,8%) episodi di pregiudizio.
Questi dati suggeriscono che un ebreo a Seattle ha il 420% di probabilità in più rispetto a un arabo o musulmano di essere vittima di un crimine d’odio. Gli ebrei hanno avuto una probabilità di essere vittime di crimini con elementi di pregiudizio circa il 144% maggiore, e di essere presi di mira in un episodio di pregiudizio quasi il 189% maggiore rispetto ad arabi o musulmani nella città.
(HaKol, 21 agosto 2026)
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Tempo di penitenza e di conversione
I preparativi per il Capodanno ebraico iniziano all’inizio dell’ultimo mese. Al centro vi sono le preghiere di penitenza.
di Gundula Madeleine
Le Festività Solenni sono alle porte. Quest’anno, dall’11 al 13 settembre, gli ebrei e le ebree celebreranno Rosh HaShana, il Capodanno ebraico. Il «Capo dell’Anno», secondo la traduzione letterale, ricorda anche la creazione del mondo.
I preparativi e la preparazione interiore iniziano già all’inizio del mese di Elul. Essendo l’ultimo mese dell’anno, Elul è tradizionalmente un periodo di raccoglimento e di riflessione personale – un momento per ripensare alle proprie azioni e a quelle che non si sono compiute, nonché ai propri progressi spirituali dell’anno passato. Un periodo per prepararsi spiritualmente ai prossimi «Jamim Nora’im», letteralmente: «giorni terribili», da Rosh HaShana a Yom Kippur.
I nomi dei mesi del calendario ebraico hanno origine babilonese; Elul deriva dall’accadico elūlu. Elul è il dodicesimo e ultimo mese del calendario ebraico civile e il sesto secondo il conteggio del calendario biblico. Ha 29 giorni e, nel calendario gregoriano, ricade nel periodo tra agosto e settembre. Secondo la fede ebraica, l’anno «zero» è quello in cui Dio avrebbe creato il mondo – così è scritto nelle Scritture ebraiche. Secondo il calendario secolare, ciò avvenne 3.761 anni prima della nascita di Cristo. A Rosh Hashanah del 2026, secondo il calendario ebraico, avrà inizio l’anno 5787.
• Spesso attribuito un significato mistico
Nelle opere teologiche e filosofiche, così come nella Kabbalah, spesso viene attribuito loro anche un significato mistico. Riguardo al significato di Elul circolano una serie di spiegazioni e interpretazioni: La più nota vede nel nome Elul un acronimo della frase tratta dal libro «Cantico dei Cantici» (Cantico di Salomone) – «Shir HaShirim»: «Ani Ledodi Wedodi Li» – in italiano: «Io al mio amato e il mio amato a me». Secondo questa interpretazione, il mese di Elul è un periodo di amore tra Dio e il suo popolo d’Israele.
Secondo altre fonti, Elul significa, tradotto, «ricerca», poiché in questo periodo l’uomo dovrebbe prepararsi ai giorni imminenti del giudizio e della riconciliazione.
In quanto mese della grazia e del perdono divini, Elul è un periodo dedicato alla «Tshuva», al «ritorno» a Dio: preghiera, tzedakà – letteralmente: giustizia nel senso dell’assistenza sociale ebraica e della cura dei poveri – e la crescita di Ahavat Yisrael, l’amore per Israele – unito alla ricerca del miglioramento personale e dell’avvicinamento a Dio.
Il profeta Geremia ammonì (31,21–22):
Poni dei segnali lungo il cammino, stabilisci dei punti di riferimento, / presta attenzione alla strada, / al sentiero che hai percorso! Torna indietro, Vergine d’Israele, / torna nelle tue città! Per quanto tempo ancora ti opporrai, / figlia ribelle? Poiché il Signore sta creando qualcosa di nuovo nel paese: / la donna circonderà l’uomo.
Il rabbino Schneor Salman di Liadi (1745–1812), allievo di Israel Ben Elieser, fu il capo del movimento chassidico in Bielorussia. È noto anche come Baal Shem Tov (Portatore del buon nome) e fondatore del chassidismo. Il rabbino Schneor, il cui nome significa «due luci», paragona il mese di Elul a un periodo in cui «il re è nei campi». A differenza di quando il re si trova nel palazzo, nel mese di Elul tutti, uomini e donne, hanno la possibilità di incontrare Dio.
Il suo nome Schneor deriva dalle sue due opere principali, Shulchan Aruch HaRav e Il Libro di Tanya sulla Kabbalah. Suo padre Baruch era un discendente del rabbino e filosofo praghese Judah Löw.
• Invito al pentimento
Tra i minhagim (usanze) particolari per il mese di Elul vi è il suono quotidiano dello shofar, come invito al pentimento. Il Baal Shem Tov stabilì l’usanza di recitare ogni giorno tre salmi in più: dal 1° Elul fino a Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, vengono recitati i restanti 36 salmi, completando così l’intero libro.
Nel mese di Elul, gli ebrei e le ebree devoti recitano le Slichot, le preghiere di pentimento, solitamente anche in tutti i giorni di digiuno, ad eccezione di Tisha beAv. L’inizio della recita delle Slichot dipende dalla tradizione che si segue.
Gli ebrei e le ebree sefarditi iniziano all’inizio del mese di Elul e si alzano già prima dell’alba per recitare le Slichot. Così si legge nello Shulchan Aruch (Orach Chajim 581,1), letteralmente «tavola imbandita». Questa autorevole raccolta di prescrizioni religiose dell’ebraismo fu redatta nel XVI secolo da Josef Karo (1488–1575) e successivamente rielaborata da diverse generazioni di rabbini.
Gli ebrei ashkenaziti iniziano le Slichot sabato sera dopo la Havdalah dello Shabbat che precede Rosh Hashanah, per la precisione: alla mezzanotte halachica. Si tratta del momento che si trova esattamente a metà strada tra il tramonto e l’alba. Se il sole tramontasse alle 20:00 e sorgesse di nuovo alle sette, ciò avverrebbe quindi verso l’una e mezza di notte.
Già il Machzor di Vitry – un’opera liturgica per le Festività Solenni, redatta in Francia nell’XI secolo – menziona l’usanza di «alzarsi presto, prima dell’alba, nella notte dopo lo Shabbat che precede Rosh Hashanah e chiedere misericordia». Nei giorni successivi è sufficiente recitare le Slichot prima della preghiera del mattino. Questa pratica si è affermata in molte comunità, anche per non sconvolgere completamente il bioritmo.
Nello Shulchan Aruch si legge invece: «È consuetudine alzarsi durante il periodo dell’“Ashmoret”, ovvero l’ultimo terzo della notte, per recitare le Slichot e le preghiere di supplica dall’inizio del mese di Elul fino a Yom Kippur».
• Usanze diverse
Il rabbino Mosè Isserles (1530–1572) stabilì la Halachà per l’area ashkenazita. Il termine ebraico significa «la via» o «il cammino». La Halachà è la legge religiosa ebraica, che comprende l’insieme di tutti i precetti e i divieti religiosi, nonché le regole per la vita quotidiana, l’etica e il rituale.
Isserles aggiunse il seguente commento: «L’usanza degli ebrei ashkenaziti non è quella sopra menzionata, bensì – durante il mese di Elul – quella di suonare lo shofar dopo la preghiera del mattino… e di svegliarsi durante l’Ashmoret la domenica prima di Rosh HaShana. Nel caso in cui Rosh Hashanah cada di lunedì o martedì, iniziamo dalla domenica della settimana precedente.»
In un certo senso, la pratica ashkenazita è un’estensione dell’usanza menzionata da Maimonide, il Rambam (1135–1204), nelle Hilchot Teshuva (3, Halachà 4): «È consuetudine di tutti svegliarsi di notte durante i dieci giorni, tra Rosh Hashanah e Yom Kippur, e recitare preghiere di supplica e parole di risveglio fino al sorgere del giorno».
La pratica ashkenazita aggiunge almeno quattro giorni. Questi quattro giorni, come spiega la Mishnah Berurah, hanno lo scopo di sostituire i quattro giorni tra Rosh Hashanah e Yom Kippur in cui non ci è permesso digiunare. Infatti, è consuetudine digiunare durante l’Aseret Yemei Teshuvah, i dieci giorni di pentimento.
Gli ebrei sefarditi, invece, recitano preghiere di penitenza durante l’intero mese di Elul in preparazione a Rosh Hashanah. Il digiuno nei giorni in cui si recitano le Slichot non è più molto diffuso oggi: ciò spiega tuttavia perché le Slichot vengano recitate in questo periodo come preghiere dei giorni di digiuno.
• Le qualità di Dio
Il nucleo delle Slichot è costituito dalle «shlosh esre middot» – le «13 attributi» di Dio – citate in Esodo 34,6–7:
E il Signore passò davanti a lui e proclamò]: Signore, Signore, Dio misericordioso e clemente, lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà], che conserva la misericordia per migliaia ⟨di generazioni⟩, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato, ma non lascia affatto impunito, ⟨anzi⟩ punisce l’iniquità dei padri sui figli e sui figli dei figli, fino alla terza e alla quarta ⟨generazione⟩.
Il Talmud (Rosh HaShana 17b) menziona già le 13 qualità e racconta che Dio stesso le abbia insegnate a Mosè.
Rabbi Yochanan ben Zakkai fu un importante saggio ebreo del tardo periodo del Secondo Tempio e il primo saggio ebreo a cui nella Mishnah fu attribuito il titolo di «Rabbi». Egli riferisce quanto segue: dopo l’episodio del Vitello d’oro, Mosè avvertì che il peccato del popolo era così grande che egli stesso doveva intercedere per Israele. Allora Dio gli insegnò le 13 qualità e disse: «Ogni volta che Israele pecca, fa’ che lo reciti nell’ordine corretto, e io li perdonerò».
Rabbi Jochanan definisce questo un patto con Dio. Esso garantisce al popolo ebraico che la via verso il perdono sia sempre aperta. Tuttavia, il patto non sostituisce la tšuva personale, la «conversione». L’ex Gran Rabbino della Gran Bretagna Jonathan Sacks (1948–2020) definì le 13 qualità una «autodefinizione» di Dio.
Già il Talmud traccia un collegamento tra le 13 qualità e la penitenza e la conversione, così come vengono richieste alle persone in occasione delle Festività Solenni: «Dio indossò un tallit come un cantore e insegnò a Mosè l’ordine della preghiera. Ogni volta che Israele pecca, dovrà pregare davanti a me secondo questo ordine, e io gli perdonerò i suoi peccati».
• Meno di 13 attributi
Chi conta gli attributi dell’elenco noterà che sono meno di tredici. Questa discrepanza è stata notata anche dai saggi ebrei, così come il fatto che una parte del testo della Torah non sia riportata; essa recita: «E tuttavia non lascia impunito; punisce la colpa dei padri sui figli e sui figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione.»
La spiegazione è la seguente: le caratteristiche elencate non si riferiscono solo agli aggettivi citati nel testo, ma piuttosto all’intero testo e quindi anche alla doppia menzione del nome di Dio. In un caso, il nome di Dio simboleggia la misericordia prima del peccato – così recita una interpretazione – mentre in un altro caso il Suo nome simboleggia la misericordia dopo il peccato.
Il mese di Elul, legato alla recita delle Slichot, è un periodo molto solenne nel calendario ebraico: le Slichot dovrebbero rappresentare un risveglio alla Tshuva, alla «conversione» e quindi al pentimento. Ci ricordano che – quando abbiamo peccato – ci troviamo in una «notte della vita» e dobbiamo invocare Dio affinché ci guidi e ci sostenga nel nostro ritorno a Lui. La festa ebraica del Capodanno, Rosh haShana, è definita anche come il Giorno del Giudizio Divino. Se l’uomo riconosce i propri peccati e si ravvede, gli viene promesso il perdono grazie alle Shlosh Esrei Middot.
Il mese di Elul è iniziato quest’anno la sera del 13 agosto. La Festa di Capodanno inizia la sera dell’11 settembre. Yom Kippur cade il decimo giorno dell’anno ebraico.
(Israelnetz, 21 agosto 2026)
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Iran. Cyberattacchi: nel mirino anche le università israeliane
Una rete legata ai Guardiani della Rivoluzione ha violato migliaia di account accademici nel mondo sottraendo oltre 31 terabyte di ricerche e proprietà intellettuale.
di Alessandro Carmi
Università israeliane sono finite nella gigantesca operazione di spionaggio informatico attribuita dagli Stati Uniti al Mabna Institute, organizzazione di hacker con base a Teheran che per anni ha sottratto ricerche scientifiche, proprietà intellettuale e credenziali accademiche in tutto il mondo. Secondo le accuse americane, l’operazione era condotta anche per conto dei Guardiani della Rivoluzione iraniani e ha consentito di compromettere circa 8.000 account universitari, sottraendo almeno 31,5 terabyte di materiale.
L’inchiesta affonda le sue radici nel 2018, quando il dipartimento di Giustizia statunitense incriminò nove cittadini iraniani collegati al Mabna Institute. L’organizzazione, fondata a Teheran nel 2013, era stata creata per procurare illegalmente a università e istituti scientifici iraniani l’accesso a risorse accademiche straniere. Secondo gli investigatori, lavorava contemporaneamente per organismi governativi, tra i quali i Guardiani della Rivoluzione, e per clienti interessati ad acquistare il materiale trafugato.
Le dimensioni dell’operazione erano enormi. Più di 100 mila account di docenti furono individuati come possibili bersagli e circa 8.000 vennero effettivamente violati. Negli Stati Uniti furono colpite 144 università; altre 176 istituzioni accademiche furono compromesse in 21 Paesi, tra i quali Israele e Italia. Le autorità americane non hanno reso pubblici i nomi degli atenei israeliani coinvolti né il numero degli account sottratti in ciascuna istituzione.
L’obiettivo era molto più ampio della ricerca militare o delle tecnologie immediatamente utilizzabili per la difesa. Gli hacker cercavano pubblicazioni e documenti relativi a scienze, ingegneria, medicina, discipline professionali e scienze sociali. Una volta ottenute le credenziali di un professore potevano accedere alle biblioteche digitali dell’università, scaricando articoli scientifici, libri elettronici, tesi e dissertazioni. Il dipartimento di Giustizia ha calcolato che le sole università americane avevano speso circa 3,4 miliardi di dollari per procurarsi e mantenere l’accesso alle risorse depredate.
Il metodo utilizzato contro gli accademici faceva leva soprattutto sullo spear phishing. Gli hacker studiavano il lavoro del ricercatore scelto come bersaglio, quindi gli inviavano un messaggio apparentemente proveniente da un collega interessato a una sua pubblicazione. Il collegamento inserito nell’e-mail conduceva a una falsa pagina di accesso, costruita per assomigliare a quella dell’università. Inserendo nome utente e password, la vittima consegnava inconsapevolmente le proprie credenziali.
Il materiale sottratto seguiva poi percorsi differenti. Una parte, secondo l’accusa americana, veniva acquisita per conto dei Guardiani della Rivoluzione e di altri clienti iraniani; un’altra diventava merce. Attraverso i siti Megapaper.ir e Gigapaper.ir venivano venduti documenti accademici oppure l’accesso agli account universitari compromessi, permettendo ai clienti in Iran di entrare direttamente nelle biblioteche digitali straniere.
La campagna andò inoltre molto oltre le università. Il Mabna Institute colpì decine di aziende negli Stati Uniti e in Europa e organismi pubblici, tra i quali il dipartimento del Lavoro americano, la Federal Energy Regulatory Commission, le amministrazioni delle Hawaii e dell’Indiana, le Nazioni Unite e l’UNICEF. In questi casi veniva utilizzato anche il cosiddetto password spraying, con tentativi di accesso a numerosi account attraverso password comuni o predefinite. Una volta penetrati nelle caselle di posta, gli aggressori potevano scaricarne l’intero contenuto e impostare inoltri automatici delle nuove comunicazioni.
Il caso Mabna mostra con particolare chiarezza quanto la ricerca universitaria sia diventata un obiettivo strategico della guerra informatica condotta dagli Stati. Il valore di un’incursione cyber, infatti, può risiedere nella possibilità di appropriarsi in poche ore di anni di lavoro scientifico, competenze e investimenti altrui.
Per Israele il dato assume un significato ulteriore. Il confronto con l’Iran si combatte da tempo anche nel cyberspazio e università, centri di ricerca e aziende tecnologiche rappresentano obiettivi particolarmente appetibili. Il furto di proprietà intellettuale compiuto attraverso il Mabna Institute dimostra che il confine tra spionaggio, acquisizione tecnologica e criminalità informatica è diventato sempre più sottile. E che anche un professore davanti alla propria posta elettronica può trovarsi, senza saperlo, sulla prima linea di questo conflitto.
(Setteottobre, 21 agosto 2026)
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Bergamo blindata per Atalanta-Hapoel Tel Aviv
Protesta pro-Palestina e tensioni tra tifosi
di Anna Balestrieri
Una partita di calcio trasformata, per un giorno, in un delicato banco di prova per l’ordine pubblico. A Bergamo, l’andata dei playoff di Conference League tra Atalanta e Hapoel Tel Aviv, disputata giovedì 20 agosto alla New Balance Arena e conclusa sullo 0-0, è stata preceduta da una manifestazione pro-Palestina e accompagnata da un imponente dispositivo di sicurezza. Durante la gara si sono registrati anche attimi di tensione tra le due tifoserie, mentre la Digos ha sequestrato 45 chili di fumogeni e fuochi d’artificio in un bed and breakfast dove alloggiavano due sostenitori israeliani. (RaiNews)
• La protesta contro la partita: «Fuori il sionismo dallo sport»
Già nei giorni precedenti alla gara era apparso chiaro che Atalanta-Hapoel non sarebbe stata una normale serata di calcio. La Rete Bergamo per la Palestina aveva indetto un presidio nelle vicinanze dello stadio, contestando lo svolgimento della partita e la partecipazione delle squadre israeliane alle competizioni UEFA.
Gli organizzatori avevano scelto uno slogan esplicito: «Show Hapoel the red card – Fuori il sionismo dallo sport». La mobilitazione chiedeva, tra le altre cose, la sospensione delle squadre israeliane dalle competizioni europee e criticava l’idea che lo sport potesse essere separato da quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Alla vigilia della partita, inoltre, la scritta luminosa «Boycott Israel» era stata proiettata sulle pareti esterne della New Balance Arena, iniziativa rivendicata dall’Equipaggio di Terra di Bergamo della Global Sumud Flotilla. Un boicottaggio dal sapore paradossale nei confronti dell’Hapoel Tel Aviv, storicamente la squadra di calcio israeliana più inclusiva, che vanta molti calciatori arabi.
Il presidio si è svolto nel tardo pomeriggio a circa un chilometro dallo stadio. Secondo le ricostruzioni disponibili, non si sono verificati scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, anche se il passaggio dei pullman diretti allo stadio con a bordo i tifosi dell’Hapoel ha provocato alcuni momenti di tensione, rapidamente rientrati.
• Bergamo sotto stretta sorveglianza
La città era stata preparata da giorni a un appuntamento considerato particolarmente sensibile. Il piano di sicurezza era stato discusso prima in Questura e poi in Prefettura. Per l’occasione erano stati schierati centinaia di agenti, con personale specializzato nell’ordine pubblico, nell’antiterrorismo e nei controlli anti-esplosivo.
Particolare attenzione era stata riservata anche allo spazio aereo: erano stati predisposti dispositivi anti-drone e limitazioni al sorvolo dell’area dello stadio. I sostenitori israeliani sono stati accompagnati lungo un percorso organizzato appositamente e concentrati in un’area diversa rispetto a quella utilizzata per altre partite.
Alla vigilia erano attesi circa mille tifosi dell’Hapoel, ma all’interno dell’impianto la presenza israeliana è risultata più ampia: secondo RaiNews, circa 1.700 sostenitori hanno assistito alla partita, con 1.300 nel settore ospiti e altri in Tribuna Centrale attraverso biglietti messi a disposizione dall’UEFA.
• Il divieto delle bandiere palestinesi
Uno degli aspetti più discussi è stato il divieto di introdurre bandiere palestinesi all’interno della New Balance Arena. La misura è stata applicata nell’ambito delle regole UEFA sulle bandiere di nazionalità diverse da quelle delle squadre impegnate in campo e ha comportato controlli rafforzati agli ingressi.
La decisione aveva suscitato ulteriori polemiche, proprio perché all’esterno dello stadio era prevista una manifestazione espressamente dedicata alla causa palestinese. Dentro l’impianto, tuttavia, il messaggio politico non avrebbe dovuto tradursi nell’esposizione di simboli nazionali palestinesi.
• Gli attimi di tensione tra le tifoserie
Le tensioni più concrete della serata non si sono però verificate tra manifestanti e polizia, bensì all’interno dello stadio. Pochi minuti dopo l’inizio dell’incontro, un gruppo di tifosi dell’Atalanta si è avvicinato alla balaustra che delimitava la Curva Sud.
Secondo la ricostruzione riportata dalle fonti di stampa, la reazione sarebbe stata provocata da uno sputo che sarebbe partito dal settore occupato dai tifosi israeliani. Gli steward sono intervenuti per impedire che la situazione degenerasse. Non risultano tuttavia scontri fisici generalizzati né feriti.
L’episodio è rimasto circoscritto, ma ha confermato il clima di forte tensione che aveva accompagnato l’intera giornata.
I tifosi dell’Hapoel avevano inoltre esposto tre striscioni con la scritta «Hapoel Ad HaMavet», «Hapoel fino alla morte», accendendo numerose torce rosse.
• Il sequestro di 45 chili di fumogeni e fuochi d’artificio
A rendere ancora più delicato il quadro della sicurezza è stato il ritrovamento, da parte della Digos, di 45 chili di fumogeni e fuochi d’artificio in un bed and breakfast del centro di Bergamo.
Il materiale si trovava nell’alloggio di due tifosi israeliani, che sono stati identificati dalle autorità. Il sequestro è avvenuto nell’ambito dei controlli predisposti in occasione della partita. Un quantitativo tale da
richiamare immediatamente l’attenzione delle forze dell’ordine, già impegnate in un dispositivo di sicurezza eccezionale per prevenire incidenti dentro e fuori dallo stadio.
• Una partita finita senza scontri generalizzati
Nonostante le preoccupazioni della vigilia, il presidio pro-Palestina, l’arrivo di migliaia di tifosi israeliani, le tensioni sugli spalti e il sequestro di materiale pirotecnico, la serata non è degenerata in scontri generalizzati tra manifestanti, tifosi e forze dell’ordine.
Il presidio si è concluso senza incidenti rilevanti e gli attimi di tensione nello stadio sono stati contenuti dall’intervento degli steward. Sky TG24 riferisce che, nel complesso, non si sono registrati scontri o ulteriori momenti di tensione fuori dall’impianto.
Sul terreno di gioco, invece, la partita si è chiusa con uno 0-0 che lascia completamente aperto il doppio confronto. L’Atalanta ha avuto alcune occasioni, soprattutto nel finale, senza riuscire a superare la difesa dell’Hapoel. Il ritorno si giocherà a Miskolc, in Ungheria.
A Bergamo, dunque, il risultato sportivo è stato soltanto una parte della storia. Per un’intera giornata, intorno ad Atalanta-Hapoel Tel Aviv si sono intrecciati calcio, sicurezza, protesta politica e le profonde divisioni legate alla guerra in Medio Oriente. Una tensione rimasta, almeno questa volta, sotto controllo, ma che ha trasformato uno spareggio europeo in uno degli eventi di ordine pubblico più delicati dell’estate italiana.
(Bet Magazine Mosaico, 21 agosto 2026)
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Sardegna, quando l’antisionismo supera il confine della critica politica
di Simonetta Rivka Pintor Diamanti
Sono sarda, sono di Cagliari e osservo con crescente preoccupazione ciò che sta accadendo nella mia terra.
Da tempo il dibattito su Israele ha oltrepassato il limite. Trasformando Israele nello Stato che deve continuamente giustificare la propria stessa esistenza, e utilizzare il termine “sionismo” come se fosse sinonimo di razzismo, colonialismo o criminalità.
Il sionismo è innanzitutto il movimento di autodeterminazione del popolo ebraico. E quando si nega agli ebrei quel diritto all’autodeterminazione che viene riconosciuto a tutti gli altri popoli, il problema è grave.
Ed è proprio qui che antisionismo e antisemitismo possono incontrarsi.
Esiste un antisionismo che utilizza stereotipi, demonizzazioni e doppi standard storicamente rivolti contro gli ebrei, trasferendoli oggi sullo Stato ebraico.
Quando Israele viene rappresentato come il male assoluto, quando se ne auspica la cancellazione, quando si considera illegittima la sua stessa esistenza come Stato del popolo ebraico, non siamo più davanti a una normale critica di politica internazionale.
In Sardegna questo clima sta diventando particolarmente preoccupante.
Manifestazioni, iniziative pubbliche e prese di posizione sempre più radicali contribuiscono a creare un ambiente nel quale chi difende Israele o semplicemente si dichiara sionista rischia di essere indicato come moralmente indegno, isolato o trasformato in bersaglio.
Tutto questo dovrebbe preoccupare le istituzioni regionali.
Il silenzio non è più sufficiente. La Regione Sardegna dovrebbe assumere una posizione chiara contro ogni forma di antisemitismo, senza ambiguità e senza accettare che l’odio venga giustificato attraverso il linguaggio della politica internazionale.
Difendere gli ebrei dall’antisemitismo significa anche comprendere le forme contemporanee attraverso le quali esso può manifestarsi.
La Sardegna è una terra che conosco . Proprio per questo ritengo necessario denunciare ciò che sta accadendo.
(Rights Reporter, 21 agosto 2026)
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Dai culti tollerati all’Islam senza intesa: la lunga storia italiana della libertà religiosa
di Stefano Piperno
Dallo Statuto Albertino, che riconosceva il cattolicesimo come unica religione dello Stato, alla Costituzione e alle intese con le confessioni acattoliche: il rapporto fra Stato, Chiesa e libertà religiosa attraversa tutta la storia italiana. Un percorso segnato da emancipazione, conflitti e ritardi, fino alla questione ancora aperta del riconoscimento unitario dell’Islam.
Nella Costituzione italiana i culti non cattolici sono definiti più propriamente «confessioni religiose diverse dalla cattolica» e sono pienamente tutelati.L’articolo 8 stabilisce: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge».
Le recenti vicende di Ceuta, che hanno coinvolto un Paese islamico tra i più moderati, come il Marocco, e un Paese europeo a maggioranza cattolica, come la Spagna, hanno riportato all’attenzione la vexata quaestio della penetrazione islamica nel nostro continente.
Il problema ha però dimensioni tali da non poter essere affrontato compiutamente nel breve spazio di un articolo. Ma, mentre cercavo di mettere ordine nelle mie riflessioni, mi sono accorto di non essermi mai interrogato a fondo su come l’Italia abbia affrontato, nel corso della sua storia unitaria, il rapporto con la Chiesa e la presenza e il riconoscimento delle religioni acattoliche.
È stato questo lo scatto mentale che ha determinato la direzione delle mie riflessioni.
Da una questione europea e contemporanea sono così arrivato a una domanda più vicina e interessante per noi: quale legislazione regola oggi in Italia i rapporti fra lo Stato e le religioni acattoliche e attraverso quale percorso storico siamo giunti all’attuale assetto?
Occorre partire dall’Italia postrisorgimentale: uno Stato laico, liberale e sostanzialmente anticlericale, impegnato in un duro confronto con la Chiesa nell’ambito della cosiddetta «Questione romana».
Credo che questo racconto riserverà non poche sorprese, sia sul piano legislativo sia per i fatti e gli eventi che ne hanno accompagnato l’evoluzione.
Due eventi rilevanti avvennero sull’onda dei grandi rivolgimenti europei del 1848.
Il 17 aprile Pio IX fece abbattere gli accessi e parte delle mura del ghetto di Roma. Nel Regno di Sardegna, invece, Carlo Alberto riconobbe, con due distinti provvedimenti, i diritti civili e politici prima ai valdesi, il 17 febbraio, e poi agli ebrei, il 29 marzo.
Non si trattava ancora di una piena libertà religiosa: lo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo, continuava infatti a proclamare la religione cattolica come la sola dello Stato, definendo gli altri culti semplicemente «tollerati». Era comunque un primo, fondamentale passo verso l’emancipazione.
Proprio a Carlo Alberto, fervente cattolico, Carducci avrebbe dedicato, nell’ode Piemonte, i celebri versi: «…che via passasti con la spada in pugno ed il cilicio al cristian petto, italo Amleto».
La Questione romana, che aveva accompagnato tutto il processo risorgimentale, entrò nella sua fase decisiva con la breccia di Porta Pia e la presa di Roma del 20 settembre 1870. Quell’avvenimento ebbe anche un risvolto poco noto, ma particolarmente significativo e quasi emblematico dei tempi nuovi.
La storia volle che ad aprire la breccia decisiva fosse la batteria comandata dal capitano Giacomo Segre, un ufficiale ebreo piemontese. Non era un bersagliere, come talvolta viene raccontato, ma un esperto artigliere: furono i suoi cannoni a colpire con particolare precisione le Mura Aureliane, preparando il varco attraverso il quale sarebbero entrati i bersaglieri.
La coincidenza assume quasi il valore di un simbolo: un ebreo contribuì ad abbattere le mura della Roma pontificia e, con esse, anche l’ultima barriera che teneva gli ebrei romani segregati nel ghetto. Una targa in via Nomentana 133 ricorda oggi il punto dal quale operò la batteria di Segre.
È invece una leggenda che la scelta di affidare le cannonate a un ufficiale di religione ebraica fosse dovuta alla volontà di evitare la scomunica minacciata da Pio IX contro chi avesse osato invadere lo Stato pontificio.
Dopo la proclamazione di Roma capitale del Regno d’Italia, avvenuta nel 1871, lo Stato tentò di risolvere unilateralmente la Questione romana con la legge n. 214 del 13 maggio 1871, nota come Legge delle guarentigie.
Al papa venivano riconosciuti l’inviolabilità personale, gli onori sovrani, la disponibilità dei palazzi apostolici anche extraterritoriali, la libertà delle comunicazioni e una cospicua dotazione annuale in denaro. Non gli veniva però riconosciuta alcuna sovranità territoriale.
Pio IX respinse la legge, rifiutò il contributo economico e si considerò da allora «prigioniero nel Vaticano». Il conflitto tra lo Stato italiano e la Chiesa sarebbe rimasto aperto per quasi sessant’anni, fino ai Patti Lateranensi del 1929.
Per comprendere la condizione delle religioni non cattoliche occorre ricordare che lo Statuto Albertino, divenuto nel 1861 la carta costituzionale del Regno d’Italia, proclamava il cattolicesimo «sola religione dello Stato», mentre gli altri culti erano semplicemente «tollerati».
A questa disuguaglianza formale si contrapponeva però la legge Sineo del 19 giugno 1848, secondo la quale la differenza di culto non poteva limitare i diritti civili e politici né l’accesso alle cariche pubbliche e militari.
Nonostante questo, qualcosa si muoveva. Quasi nessuno sa, infatti, che la Mole Antonelliana, oggi simbolo di Torino, nacque nel 1863 come progetto della nuova sinagoga cittadina.
L’aumento continuo dell’altezza, dei costi e dei tempi imposto dall’ambizioso progetto di Alessandro Antonelli costrinse però la Comunità ebraica ad abbandonare l’impresa. Nel 1878 l’edificio fu acquistato dal Comune, trasformato in monumento all’unità nazionale e completato nel 1889. La Mole, dunque, non fu mai utilizzata come sinagoga.
L’Italia liberale rimase confessionale nella lettera dello Statuto, ma divenne progressivamente laica nella legislazione. Questo orientamento fu confermato dal Codice penale Zanardelli del 1889, che assicurò una protezione sostanzialmente paritaria alla libertà dei diversi culti.
Durante quel lungo periodo si susseguirono numerosi eventi che videro contrapposti lo Stato e la Chiesa. Ne rammento i più rilevanti.
Nel 1889 fu inaugurato a Roma, in Campo de’ Fiori, nonostante la fiera opposizione del Vaticano, il monumento a Giordano Bruno, simbolo del libero pensiero.
Nel 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia, fu inaugurato al Gianicolo il monumento equestre a Giuseppe Garibaldi. Dopo i Patti Lateranensi del 1929, il regime fascista fece ruotare di 180 gradi il monumento: l’Eroe dei due mondi, che inizialmente guardava verso il Vaticano, fu rivolto dalla parte opposta per eliminare quello che la Santa Sede considerava un atteggiamento simbolicamente minaccioso.
Nel 1901, sempre a Roma, venne inaugurata la Fontana delle Naiadi in piazza dell’Esedra. Le sensuali figure femminili scolpite da Mario Rutelli suscitarono scandalo e le proteste degli ambienti clericali. La fontana fu quindi circondata da uno steccato di legno che impediva di vedere le quattro Naiadi nude.
I romani, tuttavia, sbirciavano tra le assi sconnesse; il 10 febbraio 1901, dopo una sorta di sollevazione popolare, lo steccato venne abbattuto. La fontana fu completata nel 1914 con la figura centrale del Glauco.
Nel 1904 venne aperta al culto una delle più grandi sinagoghe d’Europa: il Tempio Maggiore, costruito nell’area dell’antico ghetto e visitato ufficialmente, poco prima dell’inaugurazione, da Vittorio Emanuele III. Una solenne lapide, collocata sulla destra dell’ingresso, ricorda ancora oggi la visita compiuta dal re il 2 luglio 1904.
Fu però lo stesso Vittorio Emanuele III a firmare, nella tenuta di San Rossore, i decreti delle leggi razziali fasciste: il 5 settembre 1938 i primi provvedimenti riguardanti la scuola e, successivamente, il famigerato Regio Decreto-Legge n. 1728 del 17 novembre 1938, che sancì la persecuzione antisemita in Italia.
L’8 febbraio 1914 fu inaugurato il tempio valdese di piazza Cavour, segno evidente della presenza ormai riconosciuta delle religioni non cattoliche nella capitale del Regno.
Non va dimenticato che dal 1907 al 1913 Roma ebbe come sindaco Ernesto Nathan, repubblicano, mazziniano, ebreo laico e massone. La sua elezione rappresentò uno dei segni più evidenti della trasformazione della capitale: un esponente della comunità che fino al 1870 era stata confinata nel ghetto governava ora la città simbolo del cattolicesimo.
La sua amministrazione, fortemente laica e modernizzatrice, si impegnò soprattutto nella scuola pubblica, nei servizi municipali e nella lotta contro le rendite e i privilegi clericali.
Per Roma il cerchio si sarebbe chiuso in epoca repubblicana con la Grande Moschea, progettata dagli architetti Paolo Portoghesi, Sami Mousawi e Vittorio Gigliotti. Sorge ai piedi di Monte Antenne, tra i Parioli e l’Acqua Acetosa.
Il terreno fu concesso dal Comune nel 1974; la prima pietra venne posta nel 1984 alla presenza del presidente Sandro Pertini e l’inaugurazione avvenne il 21 giugno 1995. Finanziata in gran parte dall’Arabia Saudita e con il contributo di numerosi Paesi islamici, è sede del Centro islamico culturale d’Italia e principale luogo di culto musulmano della capitale.
In tema di multireligiosità della capitale, è opportuno segnalare anche la chiesa di Santa Sofia, cattolica di rito orientale, in via di Boccea. Ultimata nel 1968, è oggi un punto di raccolta per i rifugiati ucraini di Roma e non solo.
Il contenzioso tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica si concluse con la firma degli accordi che vanno sotto il nome di Conciliazione.
La svolta avvenne l’11 febbraio 1929 con la firma dei Patti Lateranensi, sottoscritti da Benito Mussolini, in rappresentanza di Vittorio Emanuele III, e dal cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato di papa Pio XI.
I Patti comprendevano tre atti distinti: il Trattato, con il quale l’Italia riconosceva la sovranità della Santa Sede sul nuovo Stato della Città del Vaticano, poneva fine alla Questione romana e riconosceva alla Santa Sede la proprietà di alcuni immobili extraterritoriali; la Convenzione finanziaria, che stabiliva l’indennizzo per la perdita dello Stato pontificio; il Concordato, che regolava i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, riconoscendo il cattolicesimo come sola religione dello Stato e attribuendo alla Chiesa particolari prerogative nel matrimonio, nell’istruzione e nell’organizzazione ecclesiastica.
La Conciliazione modificò anche la condizione delle altre religioni. Con la legge n. 1159 del 24 giugno 1929, i precedenti «culti tollerati» divennero «culti ammessi»: potevano essere esercitati pubblicamente e i loro matrimoni ottenere effetti civili, ma comunità e ministri restavano sottoposti al controllo dello Stato.
Il cambiamento di denominazione non significò dunque parità: rispetto alla religione cattolica, riconosciuta come religione dello Stato, le altre confessioni conservarono una posizione subordinata.
Un vero superamento di questo impianto si ebbe solo con la revisione del Concordato del 1929, firmata il 18 febbraio 1984 a Villa Madama da Bettino Craxi, presidente del Consiglio, e dal cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano.
L’accordo, recepito con la legge n. 121 del 25 marzo 1985, eliminò il principio della religione cattolica come religione di Stato e ridefinì i rapporti tra Stato e Chiesa in senso di reciproca indipendenza e collaborazione.
Nello stesso periodo si avviarono anche le intese con le altre confessioni religiose. Con la Tavola valdese l’intesa fu firmata il 21 febbraio 1984 da Craxi e dal moderatore Giorgio Bouchard e approvata con la legge n. 449 dell’11 agosto 1984.
Con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane l’intesa fu firmata il 27 febbraio 1987 e approvata con la legge n. 101 dell’8 marzo 1989, riconoscendo piena libertà organizzativa e parità di diritti.
Questo accordo causò molte polemiche all’interno delle comunità perché dall’iscrizione d’ufficio alla nascita si passò alla dichiarazione volontaria di appartenenza, con evidenti ricadute negative sulle loro entrate fiscali.
Per l’Islam non esiste ancora oggi un’intesa generale con lo Stato italiano: sono stati avviati nel templo tavoli di consultazione e proposte di accordo, ma la comunità musulmana non ha ancora ottenuto un riconoscimento unitario analogo a quello delle altre confessioni.
Questo è un grave problema, che ha contribuito alla proliferazione di moschee improvvisate anche in negozi e persino in appartamenti, spesso presentati come circoli ricreativi o culturali.
È ipotizzabile che sia la stessa controparte a trovarsi nell’impossibilità di stipulare un’intesa, non disponendo di una rappresentanza istituzionale unitaria.
Ciò comporta, per esempio, che un matrimonio islamico celebrato davanti a un imam, di norma, non abbia validità civile.
Questi sono i fatti.
(InOltre, 21 agosto 2026)
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“Questi sono i fatti” dice l’autore riferendosi alla “lunga storia italiana della libertà religiosa”. In realtà i fatti riportati sono davvero pochi, e soprattutto lacunosi in molti punti essenziali. Forse perché gli ebrei italiani quando parlano di religione cristiana hanno in mente soprattutto, se non soltanto, la chiesa cattolica. Ed essendo partecipi anche loro di quell’analfabetismo biblico degli italiani di cui abbiamo già detto altrove, ne consegue che hanno grandi difficoltà a capire quello che si muove nell’ampio ambito genericamente inteso come cristiano. Così potrà sembrare strano che quando Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, promulgò nel 1848 lo Statuto che nel 1861 sarà poi assunto anche dal futuro Regno d’Italia, in cui si diceva che “La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi”, in Italia erano già presenti gruppi di evangelici che non contavano tra i “culti ora esistenti”. E poiché per la legge non esistevano, ci fu in Italia un lungo periodo in cui, fino al tempo delle leggi razziali, i cristiani non cattolici erano considerati e trattati peggio degli ebrei. Le testimonianze storiche sarebbero molte, ma evidentemente non interessano, né a cattolici né a ebrei.
Segnaliamo un articolo pubblicato sul nostro sito scritto in occasione della celebrazione dell’unità d’Italia: «Oh, mia patria, sì bella e perduta!». PDF
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Dalla prigionia alla chuppah: Eliya Cohen e Ziv Abud convolano a nozze
di Michelle Zarfati
Ci sono storie d’amore che attraversano il tempo. E poi ci sono quelle che devono attraversare una guerra. Eliya Cohen e Ziv Abud si sono sposati in Israele, davanti a circa mille invitati, trasformando il loro matrimonio in uno dei momenti più simbolici della lunga storia degli ostaggi israeliani. Dieci mesi dopo la proposta di matrimonio, e dopo anni segnati dalla strage del 7 ottobre 2023 e dalla prigionia di Cohen a Gaza, la coppia è finalmente arrivata insieme alla chuppah, il tradizionale baldacchino nuziale ebraico. La loro storia era cominciata molto prima del 7 ottobre. Cohen e Abud stavano insieme da anni quando, la mattina della strage, si sono ritrovati al Nova Festival. Insieme ad amici e familiari hanno cercato rifugio in un piccolo bunker vicino al kibbutz Re’im. Quel rifugio sarebbe diventato uno dei luoghi simbolo della strage: delle 27 persone che vi si erano nascoste, 16 furono uccise. Ziv riuscì a sopravvivere. Eliya venne invece catturato e portato nella Striscia di Gaza.
Per Ziv, la tragedia ha avuto anche un’altra dimensione. Durante l’attacco aveva visto Eliya trascinato fuori dal rifugio e, per un periodo, aveva creduto che fosse stato ucciso. Soltanto successivamente aveva scoperto, attraverso un video diffuso online, che era stato portato via vivo. Lei è rimasta ferita e nascosta sotto i corpi delle vittime, mentre continuava a chiedersi quale sarebbe stata la sorte del suo compagno. Cohen è stato liberato nel febbraio 2025, dopo oltre sedici mesi trascorsi nelle mani di Hamas. Una delle prime cose che ha scoperto tornando in Israele è stata proprio quella che per tanto tempo aveva ritenuto impossibile: Ziv era viva.
La loro riunione, dopo più di un anno di separazione, è diventata una delle immagini più potenti del ritorno degli ostaggi. Ma la coppia aveva deciso di non fermarsi alla sopravvivenza. Dopo la liberazione, Cohen aveva infatti promesso che avrebbe aspettato il ritorno degli ostaggi ancora detenuti prima di sposare Ziv. La proposta è arrivata nell’ottobre 2025, quando le condizioni che aveva posto erano finalmente state rispettate. “Abbiamo vinto tutto insieme” hanno dichiarato gli sposi. Dieci mesi dopo quella proposta, il matrimonio. La cerimonia si è svolta a Havat Ronit, con circa mille persone tra familiari, amici e coloro che hanno accompagnato la coppia durante gli anni più difficili. A guidare la cerimonia è stato l’ex rabbino capo d’Israele David Lau, mentre il cantante Amir Benayoun ha accompagnato l’ingresso della coppia alla chuppah.
Ma dietro la gioia rimane il ricordo di ciò che è accaduto quel 7 ottobre. Uno dei gesti più significativi legati al matrimonio riguarda infatti la ketubah, il contratto matrimoniale ebraico. A scriverla è stato Moshe Shapira, padre di Aner Shapira, l’uomo che durante l’attacco al rifugio ha lanciato fuori le granate che i terroristi stavano gettando all’interno, cercando di proteggere le persone nascoste nel bunker. Aner morì nell’attacco. Il suo gesto ha contribuito a salvare diverse vite, tra cui quella di Ziv. La ketubah diventa così qualcosa di più di un documento matrimoniale: è il filo che collega la memoria di quella mattina alla scelta, oggi, di continuare a vivere. Il matrimonio di Eliya e Ziv non cancella ciò che è accaduto. Nel 2023 erano nascosti insieme in un rifugio mentre intorno a loro si consumava una strage. Lui veniva trascinato via verso Gaza; lei sopravviveva senza sapere se lo avrebbe mai più rivisto. Nel 2026 hanno camminato fianco a fianco verso la chuppah.
(Shalom, 20 agosto 2026)
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Nord Israele. La Galilea torna a vivere
Dopo i mesi della guerra, escursionisti e turisti riscoprono l’Alta Galilea. Sentieri, torrenti e piccole attività riaprono mentre la regione cerca di ripartire
di Shira Navon
I sentieri sono di nuovo percorribili, le riserve naturali hanno riaperto ai visitatori e lungo i corsi d’acqua dell’Alta Galilea sono ricomparsi gli escursionisti. Il Nord d’Israele, una delle regioni che più a lungo hanno pagato le conseguenze della guerra, sta lentamente recuperando una normalità che passa anche attraverso gesti semplici come una passeggiata lungo un torrente o un bagno nelle acque gelide che scendono dalle pendici dell’Hermon.
Il ritorno rimane graduale. Molte località sono ancora lontane dall’affollamento che caratterizzava le estati precedenti al 7 ottobre 2023 e proprio questa situazione, paradossalmente, consente di riscoprire una Galilea insolitamente silenziosa. Ynet ha raccolto le indicazioni di Ben Pershitz, 42 anni, guida escursionistica e responsabile del gruppo Facebook “La guida del Nord”, rimasto nella regione durante la guerra. Secondo Pershitz, in alcuni punti l’assenza prolungata dei visitatori è ancora visibile nei sentieri invasi dalla vegetazione e negli accessi all’acqua quasi scomparsi tra l’erba.
Uno degli angoli meno conosciuti si trova lungo il torrente Ayun, vicino al cimitero di Kfar Yuval, a pochi chilometri dal confine libanese. Dal bordo della strada bastano pochi passi per raggiungere un tratto ombreggiato, con acqua bassa, accanto a un vecchio ponte. È un volto dell’Ayun diverso da quello più celebre della riserva naturale, conosciuta soprattutto per le sue cascate.
Più a sud scorre lo Snir, il nome israeliano dell’Hasbani, uno dei principali corsi d’acqua che alimentano il Giordano. Dalla zona di Gan HaTzafon si possono raggiungere diversi punti lungo il fiume, mentre nei pressi di Beit Hillel si trova la cosiddetta Columbia Beach, frequentata soprattutto dai giovani. Anche il Banias, il torrente Hermon, offre numerosi itinerari. La riserva ufficiale è regolarmente aperta e durante l’estate l’Autorità israeliana per la natura e i parchi ha predisposto nel Nord punti informativi destinati agli escursionisti, compreso quello del basso Banias.
Il ritorno dei visitatori possiede però un significato che va oltre una giornata trascorsa all’aperto. Per mesi l’Alta Galilea è stata una terra di evacuazioni, allarmi e attività economiche paralizzate. Nei primi tre mesi successivi all’attacco del 7 ottobre circa 210 mila israeliani lasciarono le proprie case nel Nord e nel Sud, secondo i dati successivamente raccolti dal Controllore dello Stato. Migliaia di imprese settentrionali, dagli alberghi ai ristoranti, dagli agriturismi alle aziende agricole, continuano ancora oggi a subire le conseguenze economiche di quel lungo periodo. A luglio il ministero del Turismo ha invitato esplicitamente gli enti pubblici a organizzare nel Nord vacanze aziendali, convegni e altre iniziative per contribuire alla ripresa dell’economia locale.
Anche le piccole attività raccontano questa lenta riconquista della quotidianità. Al kibbutz Dan, il Galileo Winery, azienda familiare nata nel 2004 accanto a un ramo del torrente Dan, ha trasformato la propria posizione in una piccola attrazione. I visitatori possono sedersi vicino al corso d’acqua e, in alcuni punti, sistemare le sedie direttamente nel torrente, tenendo i piedi immersi mentre assaggiano vino e formaggi.
Resta indispensabile la prudenza. La balneazione in molti tratti dei torrenti avviene senza sorveglianza e durante l’estate le autorità sanitarie effettuano controlli periodici sulla qualità dell’acqua. Nei mesi scorsi alcuni campionamenti hanno rilevato valori batterici anomali in diversi corsi d’acqua settentrionali, con conseguenti avvisi temporanei, per cui prima di entrare in acqua è necessario verificare gli aggiornamenti del ministero della Salute.
La Galilea che riappare nell’estate del 2026 porta ancora addosso i segni della guerra. Proprio per questo il ritorno di famiglie, escursionisti e turisti ha assunto un valore particolare. Ogni sentiero riaperto, ogni tavolo occupato e ogni piccolo tratto di fiume tornato a riempirsi di persone rappresentano anche una parte della difficile ripartenza del Nord d’Israele.
(Setteottobre, 20 agosto 2026)
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La bandiera più alta di Israele svetta a 61 metri di altezza
Alla presenza del presidente Isaac Herzog, nell’ente regionale di Lev HaSharon è stata issata la bandiera israeliana più alta del Paese. È destinata a essere visibile da lontano come simbolo di orgoglio, memoria e speranza.
di Itamar Eichner
Lev HaSharon, Israele: Martedì sera, nell’ambito di una cerimonia solenne alla presenza del presidente Isaac Herzog, l’ente regionale di Lev HaSharon e l’organizzazione «Otef Israel» hanno issato la bandiera israeliana più alta del Paese. Alla cerimonia hanno partecipato anche il presidente del Fondo Nazionale Ebraico KKL, Eyal Ostrinsky, il presidente dell’ente regionale Eli Aton, membri dell’organizzazione e 200 ospiti invitati. Tra questi c’erano i familiari dei caduti e delle vittime dell’Unione regionale, che hanno perso la vita durante la guerra «Spade di Ferro» e negli eventi del 7 ottobre, nonché sindaci e altre personalità della vita pubblica.
La bandiera sventola su un imponente pennone alto 61 metri, eretto nei pressi del monumento dedicato ai soldati della 5ª Brigata nel moshav Nitzanei Oz, nel distretto regionale di Lev HaSharon. È stata progettata per essere visibile da grande distanza dalle principali arterie di traffico della regione. Il progetto nasce dalla visione e dall’iniziativa dell’organizzazione «Otef Israel», guidata dal suo amministratore delegato Yoav Lazar, ed è stato realizzato in stretta collaborazione con l’ente regionale di Lev HaSharon.
Il momento clou dell’evento è stato quello in cui, dopo circa due anni di lavori di ingegneria e progettazione a Lev HaSharon, l’enorme bandiera è stata issata in cima al pennone illuminato. L’impianto è stato realizzato secondo standard rigorosi e rimane illuminato in modo permanente per tutta la notte. Si trova in un punto strategico con vista sulle principali arterie di traffico della regione e dovrebbe essere visibile da lontano nel centro del Paese.
Il presidente Isaac Herzog ha dichiarato:
«Se volete, non è una favola. Era un detto di Herzl. Herzl disegnò il blu e il bianco, da qui tutto ebbe inizio. E quando parliamo della bandiera, in questo momento pensiamo al ritorno di Yehuda Katz, di benedetta memoria, un soldato dell’IDF, l’ultimo dei combattenti di Sultan Yacoub, le cui spoglie mortali sono state riportate in Israele per la sepoltura dopo 44 anni – il che dimostra quanto sia sacro e duraturo l’impegno a riportare tutti a casa. Ha combattuto per la bandiera e sarà sepolto avvolto nella bandiera. Questa bandiera è la nostra bandiera. Questa bandiera esprime l’eternità di Israele. Il 28 maggio 1948, un gruppo molto ristretto di combattenti si trovava qui e fermò la 5ª brigata irachena. Penso al fatto che oggi siamo qui, quasi 80 anni dopo, a innalzare la bandiera e a dire al mondo intero, al popolo ebraico e a tutto il popolo di Israele: l’eternità di Israele non mentirà. La bandiera non mentirà. Questa bandiera abbraccia tutti i cittadini e le cittadine di Israele. È la bandiera di tutti e per questo la innalziamo con orgoglio.”
(Israel Heute, 20 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La Siria nega di voler mettere a disposizione della Turchia la base di Abu Duhur
Il ministro degli Esteri siriano Asaad Al-Shaibani nega che ci siano piani per la concessione della base di Abu Duhur alla Turchia, ma rivendica le prerogative di uno stato sovrano
di Sarah G. Frankl
Il ministro degli Esteri siriano Asaad Al-Shaibani nega ad Axios che vi siano piani per lo schieramento delle forze turche in una base aerea in Siria che Israele ha bombardato questa settimana, cosa che, secondo lui, Damasco avrebbe comunicato a Gerusalemme prima dell’attacco.
«Non vi era alcun rafforzamento militare turco presso la base, in alcun senso tale da giustificare una simile interpretazione», dichiara al sito di notizie. «La base era, infatti, in gran parte vuota. Non era ancora stata completamente ripristinata né era diventata pienamente operativa, e i lavori in loco erano ancora in fase di ripristino».
«Pertanto, collegare l’attacco a una presenza militare turca presso la base non trova riscontro nella situazione sul campo così com’era in quel momento», aggiunge Al-Shaibani, pur riconoscendo che ufficiali dell’esercito turco hanno visitato la base di Abu Duhur alcuni giorni prima degli attacchi nell’ambito di quella che egli descrive come «una cooperazione militare in corso nei settori dell’addestramento e dello scambio di competenze».
«La Siria sta attualmente lavorando alla ricostruzione delle proprie istituzioni militari e civili e allo sviluppo delle loro capacità. Trae quindi beneficio da programmi di cooperazione e addestramento con diversi paesi, non solo con la Turchia. Una cooperazione simile ha avuto luogo e continua con l’Arabia Saudita, la Giordania, il Qatar e la Russia», continua. «La Siria è uno Stato sovrano e ha il diritto di stabilire relazioni di cooperazione e alleanza con qualsiasi paese, compresa la Turchia».
Al-Shaibani ha inoltre dichiarato ad Axios che il suo governo ha informato l’amministrazione Trump «che non ci fidiamo delle intenzioni di Israele nei confronti della Siria e che riteniamo che l’attuale politica israeliana, compresa l’escalation militare e le azioni sul campo, non contribuisca alla stabilità in Siria né nella regione».
«La sicurezza non può essere unilaterale. Proprio come noi teniamo conto delle preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza, anche Israele deve tenere conto delle preoccupazioni della Siria in materia di sicurezza e affrontare seriamente le nostre preoccupazioni riguardo alla sua politica espansionistica e alle operazioni militari all’interno del territorio siriano», afferma.
(Rights Reporter, 20 agosto 2026)
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KKL: un nuovo percorso dedicato alle persone con disabilità sul fiume Tzippori
di Michelle Zarfati
Dopo anni di lavori e un investimento di considerevole di Shekel il Keren Kayemeth LeIsrael–Jewish National Fund (KKL-JNF) ha inaugurato un nuovo percorso accessibile lungo il fiume Tzippori e nell’area forestale del nord d’Israele. L’intervento consentirà a persone con disabilità, famiglie, anziani e visitatori di ogni età di accedere più facilmente a uno degli spazi naturali della Valle di Jezreel.
Il percorso circolare, lungo 4,2 chilometri, attraversa boschi naturali, una pineta e l’alveo del torrente, offrendo scorci sulla valle, sui vigneti e sui siti archeologici della zona. Lungo il tracciato sono state realizzate aree di sosta e punti di riposo, con panchine accessibili, corrimano nei tratti in pendenza e nuovi punti panoramici pensati per rendere la visita più agevole e sicura. Un elemento distintivo del percorso sono inoltre i mosaici artistici realizzati in collaborazione con veterani dell’IDF con disabilità del Centro di riabilitazione di Ein Hamifratz. Le opere contribuiscono a integrare nel progetto anche una dimensione artistica e sociale, rafforzando il legame tra il percorso e la comunità. L’obiettivo del progetto, secondo KKL-JNF, è stato quello di conciliare l’accessibilità con la tutela del paesaggio, del patrimonio e dei valori ambientali dell’area. L’iniziativa è stata guidata da KKL-JNF in collaborazione con la Kishon Drainage and River Authority e il Consiglio regionale della Valle di Jezreel. La conclusione dei lavori è stata celebrata con una cerimonia inaugurale alla presenza del presidente di KKL-JNF Eyal Ostrinsky, di Yaron Ohayon, responsabile della Divisione Sviluppo del Territorio di KKL-JNF, di Shelli Ben Yishai, direttrice della Regione Nord, di Erez Moshe, direttore dell’area Gilboa, della presidente del Consiglio regionale della Valle di Jezreel Shlomit Shihor Reichman, dell’amministratore delegato della Kishon Drainage and River Authority Uri Regev e del presidente di Access Israel Yuval Wagner. “Proteggere la natura non significa soltanto preservare il paesaggio, ma anche permettere a ogni persona di goderne”, ha detto Ostrinsky. Secondo il presidente di KKL-JNF, il percorso del fiume Tzippori rappresenta una concreta applicazione della visione secondo cui gli spazi naturali di Israele devono essere aperti, accessibili e accoglienti per tutti, unendo accessibilità, tutela della natura e valorizzazione del patrimonio.
Uri Regev, amministratore delegato della Kishon Drainage and River Authority, ha sottolineato il legame tra riqualificazione ambientale e fruizione pubblica. “Quando ripristiniamo un corso d’acqua, non miglioriamo soltanto l’ecosistema, ma restituiamo anche la natura alle persone”, ha commentato, definendo il progetto un esempio della forza della collaborazione tra le organizzazioni coinvolte. Shlomit Shihor Reichman, presidente del Consiglio regionale della Valle di Jezreel, ha definito l’inaugurazione un importante traguardo per le persone con disabilità, le famiglie con passeggini, gli anziani e il pubblico in generale. Il nuovo tracciato, ha sottolineato, è il più lungo percorso circolare accessibile della Regione Nord e si aggiunge alla rete di itinerari escursionistici, turistici e ricreativi della valle, offrendo a un numero crescente di visitatori la possibilità di vivere i suoi spazi aperti e i suoi paesaggi. Con l’apertura del nuovo percorso, il fiume Tzippori diventa così un punto di incontro tra natura, accessibilità e fruizione pubblica. Un progetto che punta a rendere il paesaggio della Valle di Jezreel più facilmente accessibile, senza rinunciare alla tutela dell’ambiente e del patrimonio che lo caratterizzano.
(Shalom, 20 agosto 2026)
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Antropologia della sinistra amica di Israele. Che di quell’amicizia si vergogna
La difesa progressista di Israele sembra spesso richiedere un rito preliminare: condannare Netanyahu e «i coloni» per ottenere il diritto di parola. Ma il lessico non è neutro e l’odio contro Israele non nasce da un governo né scomparirà con un voto.
di Filippo Piperno
Negli anni Cinquanta Raymond Aron descrisse un tipo umano: l’intellettuale progressista inflessibile con l’America del senatore McCarthy e improvvisamente prudente davanti ai gulag sovietici. Non era necessariamente uno stalinista filosovietico. Più spesso temeva di essere scambiato per un reazionario, e la repulsione per l’anticomunismo diventava la quota associativa della sua rispettabilità: non ciò che pensava, ma ciò che era tenuto a dire per non essere etichettato.
Era, prima ancora che un giudizio, un’osservazione di antropologia politica: la descrizione di un costume, delle sue regole e del suo prezzo.
Settant’anni dopo, quel costume ha cambiato oggetto ma non struttura, e uno dei suoi esempi più istruttivi si osserva in molte persone di sinistra che sostengono la causa di Israele (sconsiglio loro di definirsi come «amici d’Israele», che suona davvero male).
Anche tra costoro sembra esserci una quota associativa da versare alla rispettabilità sociale. Ha la forma di una clausola di stile: prima di difendere il diritto di Israele a esistere e a difendersi, devono mettere a verbale il proprio orrore per Netanyahu, per “il governo più a destra della storia israeliana” e, negli ultimi tempi, per “i coloni”.
La struttura è fissa come quella di una liturgia e l’ordine viene invertito di rado: l’orrore precede la difesa, come l’abluzione precede l’ingresso nel tempio.
Un paio di giorni fa Giorgio Gori, europarlamentare del PD e già sindaco di Bergamo, talmente accreditato come amico d’Israele da essersi guadagnato pochi mesi fa una contestazione propal all’università della sua città, ha scritto su X: «Poche persone mi fanno orrore come i coloni suprematisti ebrei (sic). Pazzi fanatici, crudeli criminali».
Già, i coloni, «quest’immensa vergogna». La clausola di stile non prescrive soltanto una condanna. Prescrive un vocabolario. «I coloni» vi compaiono come un soggetto collettivo, omogeneo e già giudicato: non una categoria amministrativa o geografica, ma un tipo morale.
Eppure quella parola – colono – comprime realtà diversissime. Nei grandi blocchi vicini alla Linea Verde, la linea d’armistizio del 1949, vivono famiglie spinte dal costo delle abitazioni più che dal messianismo, in aree generalmente destinate a Israele, nei piani di pace, attraverso scambi territoriali.
Altrove i «coloni» sono i discendenti di comunità espulse con la violenza: da Hebron dopo il massacro del 1929, dal Gush Etzion e dal Quartiere ebraico di Gerusalemme nel 1948. Definire allo stesso modo chi è tornato in quei luoghi significa assumere il 1967 come punto zero della storia e adeguarsi pedissequamente alla propaganda arabo-palestinese più spudorata.
Lo stesso sostantivo comprende poi i residenti di insediamenti decisi dallo Stato, gli abitanti di avamposti illegali anche per Israele, i militanti messianici e anche quei gruppi responsabili di violenze contro i palestinesi.
La pensionata di Ma’ale Adumim, il discendente degli espulsi di Hebron e il fanatico che incendia un uliveto non appartengono alla stessa categoria morale, giuridica o politica. Trattarli come figure intercambiabili non aiuta a capire: serve a costruire un colpevole collettivo.
Anche alla luce di questi fatti, Fiamma Nirenstein ha proposto di abbandonare del tutto il termine «coloni» e la sua obiezione lessicale tocca un punto reale: nell’uso politico corrente «colono» funziona come una condanna incorporata nel sostantivo.
È proprio certo, l’amico d’Israele, di volersi prestare a questa narrativa che, come capita sistematicamente con Israele e gli ebrei, è un tantino sbrigativa?
E però sembra essere più forte di lui: distinguere viene considerato un’attenuante e l’attenuante una complicità. Per evitare il sospetto, conviene dunque non distinguere: «i coloni» diventano tutti suprematisti, fanatici e criminali.
Così l’adesione a quel vocabolario assolve il parlante prima ancora che cominci il discorso e attesta che, pur difendendo Israele, resta membro a pieno titolo della comunità morale progressista.
Tutto questo ci rivela, soprattutto, che nella sinistra «progressista» la difesa di Israele è una posizione sospetta per impostazione predefinita e richiede attenuanti da produrre prima ancora di entrare nel merito.
Non c’è bisogno di supporre malafede. Al contrario, il meccanismo è tanto più interessante quanto più è sincero. Le clausole sociali efficaci non costringono a mentire: selezionano, fra le cose vere che una persona pensa, quelle che devono essere pronunciate per prime e con maggiore enfasi.
La questione non è se Gori detesti davvero i violenti israeliani. La questione è perché quel disgusto debba assumere la forma di una professione di appartenenza, mentre altre verità altrettanto rilevanti non ricevono lo stesso trattamento rituale.
Scrivere un tweet costa un minuto. Negli stessi sessanta secondi impiegati a pregare per il «riscatto» di Israele si potrebbe ricordare che non si tengono elezioni presidenziali palestinesi dal 2005 né legislative dal 2006; che Abu Mazen, eletto per un mandato quadriennale, è al ventunesimo anno; che Hamas conquistò il controllo esclusivo di Gaza nel 2007 e non ha più sottoposto il proprio potere a un voto generale; che non esiste oggi una leadership palestinese investita di un mandato recente e capace di impegnare insieme Cisgiordania e Gaza in un accordo.
E non si sta parlando di tirare in ballo l’intento distruttivo, l’unico fin qui visibile e agli atti, espresso dalla società palestinese nei confronti d’Israele.
Eppure il vuoto di rappresentanza palestinese non è un dettaglio amministrativo del conflitto: è uno dei suoi architravi e questa constatazione non richiede fonti riservate né particolare coraggio analitico.
E tuttavia, nel linguaggio pubblico del genere politico che stiamo osservando, ricorre assai meno della condanna dei coloni e soprattutto non svolge mai la stessa funzione preliminare.
Fin qui la clausola come codice linguistico e segnale di appartenenza. Ma le parole di un politico non restano confinate alla semantica: incorporano una diagnosi della realtà e da quella diagnosi discendono previsioni e scelte. È qui che il rito smette di essere soltanto un fatto di costume e diventa un problema politico ancora più grave.
La diagnosi implicita nella clausola di stile è condensata nel verbo scelto da Gori: «riscattarsi». Il verbo stabilisce una relazione causale precisa: Israele porta una vergogna nazionale e il voto può purificarlo, rimuovendo Netanyahu, i suoi alleati e i violenti che essi proteggono.
Sembrerebbe quasi che, se la «colpa» venisse rimossa, il problema del conflitto israelo-palestinese verrebbe risolto (e, soprattutto, cesserebbe l’imbarazzo ambientale di Gori nel difendere Israele).
Anche questa è un’altra delle imperdonabili bestialità degli «amici d’Israele» dal pedigree progressista, che lascia intendere che l’ostilità antisraeliana sia soprattutto il prodotto contingente del governo israeliano in carica e delle sue politiche.
Claudio Velardi, sul Riformista, lo ha definito il «capro espiatorio degli ipocriti». Caricargli addosso ogni colpa consente di immaginare che basti rimuoverlo perché Israele si «riscatti» e il conflitto cambi natura.
Ma l’odio per Israele non nasce con Netanyahu e non scomparirà quando Netanyahu non governerà più. L’odio viscerale nei confronti d’Israele precede Netanyahu e sopravviverà alla sua uscita di scena.
Se un amico d’Israele non è in grado di capirlo, occorre che riveda la propria amicizia e Israele, ne siamo certi, se ne farà una ragione.
Il 27 ottobre gli israeliani voteranno, alla scadenza della legislatura, con esito aperto. È ragionevole che ciascuno speri nell’esito che preferisce.
Non è ragionevole aspettarsi che quel voto arresti la marea montante dell’odio contro Israele, nella quale sempre più spesso si saldano antisemitismo viscerale, antioccidentalismo e un terzomondismo rivoluzionario che non contesta allo Stato ebraico ciò che fa, ma ciò che è.
Una mobilitazione di questa natura non protesta contro un programma di governo e non si placa con un’alternanza elettorale: auspica che lo Stato d’Israele venga cancellato dalle mappe.
Il voto potrà cambiare il governo. Non potrà riscattare Israele dalla colpa di esistere. Con i suoi cittadini e con i suoi coloni.
(InOltre, 19 agosto 2026)
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Un enorme errore degli israeliani “democratici” è di non aver avvertito subito, né prima né dopo, che nel linguaggio dei nemici di Israele Netanyahu è una metonimia. Si dice Netanyahu per indicare Israele. Semplice. Piperno si affatica ora a tentare di separare i due termini, ma sarà una fatica immane. Per i devoti al culto della “democrazia”, Netanyahu è un falso profeta che si nasconde sotto le spoglie di primo ministro di Israele, paese che o è il primo in fatto di democrazia oppure … non è degno di esistere. No, forse no, forse fino a questo punto gli israeliani, anche se di sinistra, non ci arrivano. Ma ci arrivano gli altri. E qui sta il problema. M.C.
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Israele al voto. Prove di sabotaggio da Teheran
Reti di profili falsi, intelligenza artificiale e provocazioni costruite per esasperare le divisioni. L’allarme sulle interferenze straniere cresce alla vigilia del voto
di Shira Navon
Le prossime elezioni israeliane si combatteranno anche su un fronte invisibile, dove l’avversario può fingersi un elettore di destra, un manifestante contro il governo, un attivista arabo o un familiare degli ostaggi. L’obiettivo è entrare nelle fratture della società israeliana e allargarle. L’Iran lo fa da anni e oggi dispone di strumenti assai più sofisticati, dall’intelligenza artificiale alle reti coordinate di account falsi. A poche settimane dall’avvio della campagna per la 26ª Knesset, il rischio di interferenze straniere è diventato ufficialmente un problema di sicurezza nazionale.
Alla fine di luglio la sottocommissione parlamentare per l’intelligence ha dedicato una riunione riservata proprio alla protezione delle elezioni, alla presenza del direttore dello Shin Bet David Zini e del presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg. Il presidente della sottocommissione, Boaz Bismuth, ha avvertito che la campagna elettorale sarà «un obiettivo primario per i nemici di Israele».
Il pericolo riguarda ormai molto più della sicurezza informatica tradizionale. Per anni si è temuto soprattutto che una potenza straniera potesse violare sistemi informatici, sottrarre dati o compromettere le infrastrutture elettorali. La minaccia che preoccupa oggi gli specialisti è diversa e viene indicata con l’acronimo FIMI, Foreign Information Manipulation and Interference. Consiste nell’infiltrarsi nel dibattito pubblico, creare identità credibili, diffondere informazioni false o manipolate e soprattutto esasperare conflitti che esistono già.
David Siman-Tov, ricercatore dell’Institute for National Security Studies e dell’Institute for the Study of Intelligence Methodology, studia da anni le operazioni iraniane sulle reti sociali israeliane. Una ricerca dell’INSS dedicata alle attività condotte fra il 2020 e il 2022 ha mostrato un dato essenziale per comprenderne la logica. Gli operatori stranieri non hanno necessariamente interesse a sostenere una parte politica precisa. Cercano piuttosto di approfondire le divisioni interne e indebolire la società israeliana nel suo complesso.
L’Iran ha imparato rapidamente. Le prime operazioni erano relativamente facili da riconoscere, tradite da un ebraico incerto e da errori grossolani. L’intelligenza artificiale ha cambiato il quadro, permettendo di produrre testi plausibili, immagini e identità virtuali difficili da distinguere a prima vista da quelle di utenti israeliani autentici. Le campagne possono inserirsi nella protesta contro il governo, nel conflitto sulla leva degli haredim, nelle tensioni tra destra e sinistra o nella tragedia degli ostaggi. Il contenuto ideologico conta fino a un certo punto. Conta la capacità di provocare rabbia, paura e sfiducia.
Uno degli episodi più inquietanti ha superato la frontiera tra mondo virtuale e vita reale. Nell’aprile 2024 alla famiglia di Liri Albag, allora ostaggio di Hamas a Gaza, fu recapitata una corona funebre con un messaggio che dava per morta la ragazza e aggiungeva che «il Paese è più importante». Lo Shin Bet concluse che con elevata probabilità dietro la provocazione vi erano agenti iraniani. Persino il fioraio israeliano utilizzato per la consegna era stato ingannato da chi aveva effettuato l’ordine.
È precisamente questo passaggio a rendere l’interferenza difficile da neutralizzare. Una falsificazione fabbricata all’estero può essere ripresa in buona fede da israeliani autentici, oppure rilanciata consapevolmente perché utile alla propria battaglia politica. A quel punto l’origine straniera scompare e il messaggio comincia a vivere di vita propria dentro il sistema politico israeliano.
Il precedente che inquieta maggiormente gli esperti arriva dalla Romania. Nel dicembre 2024 la Corte costituzionale annullò le elezioni presidenziali dopo la sorprendente vittoria al primo turno di Călin Georgescu, candidato ultranazionalista e critico della NATO, emerso grazie a una formidabile campagna sui social. Documenti dell’intelligence desecretati indicarono una vasta operazione di influenza attribuita alla Russia e il voto fu ripetuto.
Israele ha cominciato a reagire anche sul piano legislativo. Il 16 luglio la Knesset ha approvato nuove disposizioni per le elezioni della 26ª legislatura che impongono di segnalare chiaramente determinati contenuti elettorali creati o modificati digitalmente, compresi quelli prodotti con l’intelligenza artificiale e capaci di apparire autentici. È un primo argine alla diffusione dei deepfake, destinato però a intervenire soltanto su una parte del problema.
La difficoltà maggiore resta infatti stabilire chi stia parlando. Una fotografia falsa può essere contrassegnata; molto più complicato è scoprire che dietro un profilo apparentemente israeliano opera una struttura collegata a Teheran, oppure capire quando un messaggio nato in una centrale straniera è ormai diventato materiale della normale propaganda politica.
Ed è qui che si giocherà una delle battaglie più delicate delle prossime elezioni. L’Iran ha scoperto che per colpire Israele non occorrono sempre missili e droni. Può bastare convincere gli israeliani che la voce che stanno ascoltando appartenga davvero a uno di loro.
(Setteottobre, 19 agosto 2026)
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Commissione di Stato sul 7 ottobre: secondo Baharav-Miara, la decisione dovrà attendere il prossimo governo
Il procuratore generale ha ribadito l’importanza di una commissione d’inchiesta nazionale, ma ha sottolineato che avrebbe dovuto essere nominata già da tempo.
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Il procuratore generale Gali Baharav-Miara
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Mercoledì, il procuratore generale Gali Baharav-Miara ha dichiarato che il governo dovrebbe attendere la fine delle elezioni prima di istituire una commissione d’inchiesta sul pogrom perpetrato dal gruppo terroristico palestinese Hamas il 7 ottobre 2023, rimproverando al contempo i leader politici di non averlo fatto finora.
In un parere sulla questione presentato all’Alta Corte di Giustizia, Baharav-Miara ha osservato che le elezioni si avvicinano e che, di conseguenza, dato il tempo già trascorso, «propone di lasciare al prossimo governo il compito di esaminare la questione e prendere una decisione al riguardo».
Il governo si è sempre rifiutato di nominare una commissione d’inchiesta nazionale su questa catastrofe, preferendo promuovere un’indagine governativa il cui mandato sarebbe definito dalla coalizione al potere, il che le conferirebbe un maggiore controllo su conclusioni potenzialmente sconcertanti.
Nel suo parere, la signora Baharav-Miara ha indicato che una commissione di Stato era «chiaramente lo strumento giuridico più appropriato per indagare sugli eventi del 7 ottobre e sulla guerra», ma che avrebbe dovuto essere nominata già da tempo.
«Sono passati due anni e dieci mesi dallo scoppio della guerra e il governo non ha ancora preso alcuna decisione», ha scritto.
«Questa situazione, di per sé estremamente insolita, solleva numerosi problemi e potrebbe compromettere l’efficacia di una futura indagine e causare pregiudizi in materia di prove. »
Le elezioni legislative sono previste per il 27 ottobre, anche se la formazione di un governo potrebbe richiedere più di un mese.
(The Times of Israel, 19 agosto 2026)
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Il team di Trump sostiene Israele a Gaza: prima bisogna disarmare Hamas
Israele afferma che la ricostruzione della Striscia di Gaza non sarà possibile finché Hamas rimarrà armato, e l’amministrazione Trump sembra ora condividere questa posizione.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Le notizie su una nuova frattura tra Stati Uniti e Israele sulla questione di Gaza possono anche essere politicamente opportune, ma non rispecchiano il punto centrale emerso dai colloqui di questa settimana: Hamas deporrà le armi per primo. Solo dopo Israele si ritirerà. La ricostruzione di Gaza avverrà solo quando la minaccia terroristica sarà stata eliminata.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu si è incontrato lunedì per quattro ore con l’inviato di Trump, Jared Kushner, per discutere il piano di pace per Gaza del presidente Donald Trump. Netanyahu ha ribadito con forza che Israele non lascerà la Striscia di Gaza solo per poi assistere al riarmo, alla riorganizzazione e al ritorno al potere di Hamas.
Per Israele, l’ordine di attuazione è fondamentale.
Israele chiede che Hamas si disarmi completamente, e solo allora avrà luogo un ritiro significativo delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). La ricostruzione della Striscia di Gaza avverrà dopo la smilitarizzazione, non prima. Qualsiasi altra soluzione equivarrebbe a ricostruire il campo di battaglia per lo stesso esercito terroristico che ha perpetrato il massacro del 7 ottobre.
Dopo il suo incontro maratona con Netanyahu, Kushner ha dichiarato a Fox News che Gerusalemme e Washington sono sulla stessa linea a questo riguardo.
«Non permetteremo la ricostruzione della Striscia di Gaza finché non sarà avvenuta la smilitarizzazione», ha affermato, aggiungendo che Washington non intende ricostruire la Striscia di Gaza solo per vederla nuovamente conquistata dai terroristi o distrutta in un’altra guerra.
Ha inoltre chiarito che gli Stati Uniti non limiteranno la capacità di Israele di difendersi dalle minacce immediate. E se Hamas non dovesse rispettare i propri impegni, ha affermato Kushner, Israele riceverebbe il sostegno degli Stati Uniti per «portare a termine il compito in modo adeguato».
In breve: l’amministrazione Trump è d’accordo con Israele: la ricostruzione a Gaza non può iniziare finché Hamas mantiene intatte le proprie armi, i tunnel e le strutture di comando.
Nonostante la concordanza tra Israele e l’amministrazione Trump, molti titoli dei giornali hanno dipinto un quadro di disaccordo, suggerendo ancora una volta che Gaza stia creando una frattura tra gli alleati.
L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, era presente all’incontro tra Netanyahu e Kushner e ha sottolineato che le notizie relative a tensioni tra le due parti sono «fake news».
Huckabee ha descritto i colloqui come «intensi e approfonditi, ma rispettosi» e ha affermato che le notizie su una frattura tra gli Stati Uniti e Israele sono «prive di fondamento».
Permangono questioni spinose relative all’attuazione, alla tempistica e alla verifica. Hamas ha già fatto promesse in passato. Israele ha seppellito le vittime di quelle promesse. Kushner ha affermato che gli Stati Uniti non si fanno illusioni e non si fidano di Hamas, ma sono disposti a darle una possibilità.
Ed è proprio per questo che l’ordine di attuazione è così importante. Poiché non ci si può fidare di Hamas, è Hamas che deve «fare il primo passo» e deporre le armi prima che si possa procedere alle fasi successive del piano. Su questo punto non sembrano esserci divergenze tra Israele e Washington. Almeno per il momento.
(Israel Heute, 18 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Perché l’IRGC ha tutto l’interesse che la guerra in Iran continui
Per il Corpo dei Guardiani della rivoluzione (IRGC) la fine della guerra in Iran vorrebbe dire la fine del loro controllo totale su tutto, forse la fine delle stesse IRGC.
di Sadira Efseryan
C’è un motivo fondamentale per cui la guerra in Iran non è finita: l’Iran non vuole che finisca.
Il fatto è che, al momento, la guerra serve gli scopi del regime di Teheran molto meglio di quanto farebbe la pace. La scadenza, questa settimana, del termine di 60 giorni per un accordo di pace – stabilito in un memorandum d’intesa ormai privo di valore tra gli Stati Uniti e l’Iran – non è motivo di rammarico per i leader iraniani della linea dura, che sono incalliti sostenitori della guerra.
A prima vista ciò potrebbe sorprendere. La guerra ha ucciso migliaia di iraniani, ne ha feriti altre decine di migliaia e ha causato cento miliardi di dollari di danni a ponti, autostrade, ferrovie e aeroporti. La leadership militare e politica del Paese è stata decimata, con un leader supremo morto e il suo successore invisibile. Le vendite di petrolio si sono arrestate, devastando l’economia iraniana.
Di fronte a tali perdite, qualsiasi modello di comportamento razionale suggerirebbe che Teheran chieda la pace. Ma la pace indebolirebbe in modo critico i pilastri su cui si regge il regime, privando il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche — recentemente rafforzato — dello stato di emergenza bellica che gli ha permesso di calpestare il presidente, il parlamento e il ministero degli Esteri del Paese.
Immaginate l’alternativa. In tempo di pace, un Mojtaba Khamenei indebolito — che molti ritengono menomato da un infortunio — dovrebbe alla fine uscire dall’ombra. Uno stato di relativa normalità metterebbe a nudo la situazione precaria dell’economia iraniana e le sue cause profonde, da ricercarsi nella cattiva gestione e nella corruzione piuttosto che nella guerra. Ogni percorso verso il negoziato minaccia il modello di controllo del regime in tempo di guerra.
Il regime ha tutte le ragioni per far proseguire questa guerra. Ecco tre motivi:
(1) Potere: la sopravvivenza istituzionale dello Stato militare
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) è ormai uno Stato nello Stato. Con i suoi tentacoli che si estendono in profondità in ogni aspetto dell’economia iraniana e della vita quotidiana della popolazione, controlla la produzione di petrolio e gas, i progetti edilizi, le telecomunicazioni, le istituzioni finanziarie e una miriade di altri settori.
Questo sviluppo, in atto da tempo, ha subito un’accelerazione negli ultimi anni. L’allora ministro degli Esteri Javad Zarif si lamentò nel 2021 del fatto che l’IRGC esercitasse un’influenza maggiore sulla politica estera dell’Iran rispetto al Ministero degli Esteri.
A maggior ragione ora che la guerra ha creato una crisi di successione di cui l’IRGC ha approfittato. In seguito alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei all’inizio della guerra, suo figlio Mojtaba è stato insediato come successore di facciata dai comandanti dell’IRGC guidati dal generale di brigata Ahmad Vahidi.
La scorsa settimana, Vahidi, comandante fondatore della Forza Quds ed ex ministro dell’Interno, è stato nominato comandante in capo dell’IRGC, nell’ambito di un rimpasto del regime che ha portato una mezza dozzina di figure di spicco di lunga data dell’IRGC a ricoprire posizioni di vertice. Mohsen Rezaei, ex comandante della Guardia Rivoluzionaria, è stato nominato nuovo segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e rappresentante personale della Guida Suprema Mojtaba Khamenei in seno all’organismo.
Anche se fosse in buona salute, Mojtaba non avrebbe le credenziali rivoluzionarie né l’autorità indipendente di suo padre. Continua a ricoprire nominalmente il ruolo più potente del Paese, una figura misteriosa il cui volto e la cui voce sono rimasti nascosti al pubblico sin da quando ha assunto la carica, solo perché i comandanti dell’IRGC lo sostengono nel contesto di una crisi bellica. Senza una minaccia esterna, altri potrebbero contendere l’influenza e contestare la legittimità di Mojtaba.
Con l’ascesa dell’IRGC, il potere del presidente Masoud Pezeshkian è crollato. Prima dell’inizio delle ostilità, egli esercitava un’autentica autorità esecutiva sulle nomine di gabinetto e sulla governance civile. Dall’inizio della guerra, l’IRGC ha bloccato le sue nomine e limitato la sua autorità. Né il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf né il ministro degli Esteri Abbas Araghchi possono agire senza l’approvazione dell’IRGC.
In sostanza, l’IRGC ora risponde solo a una guida suprema invisibile. È grazie alla guerra se ha ricevuto uno stanziamento di oltre 3,11 quadrilioni di rial (6 miliardi di dollari) nel bilancio attuale, quasi il doppio rispetto ai 1,77 quadrilioni di rial (3,4 miliardi di dollari) destinati all’esercito regolare.
In assenza di una minaccia esterna concreta, il controllo totale dell’IRGC potrebbe benissimo vacillare. Pezeshkian potrebbe tentare di riappropriarsi dell’autorità esecutiva e altre istituzioni potrebbero premere per un ritorno ai processi costituzionali.
(2) Combattimento: la rete di proxy e l’influenza regionale
Grazie a questa guerra, l’Iran mantiene la propria rilevanza strategica. Sebbene la Repubblica Islamica non possa sconfiggere gli Stati Uniti o Israele in termini militari convenzionali, può rimanere una forza regionale con cui fare i conti attraverso i suoi proxy, gli attacchi transfrontalieri e una dimostrata volontà di andare fino in fondo. Come ha sintetizzato in modo succinto Mona Yacoubian, direttrice del Programma sul Medio Oriente del CSIS: «La strategia di guerra dell’Iran: non calibrare – intensificare».
Il protrarsi del conflitto permette all’Iran di amplificare il suo ruolo di «guastafeste», che svolge da decenni, rendendo il Medio Oriente ancora di più una «zona off-limits» per i suoi avversari. L’IRGC ora esercita con gioia la sua capacità di bloccare lo Stretto di Hormuz, detenendo il potere di veto su un quinto del transito petrolifero globale e offrendo un’enorme capacità di destabilizzazione sull’economia mondiale.
Il protocollo d’intesa (MOU) negoziato dai mediatori il 14 giugno offriva all’Iran una via per porre fine alla guerra. Accettarlo, però, avrebbe richiesto a Teheran di rinunciare alla leva strategica che il Canale di Hormuz rappresenta in tempo di guerra. Teheran ha rifiutato, ribadendo la propria posizione con attacchi alla navigazione nel mese di luglio per far fallire completamente i negoziati.
La pace secondo i termini suggeriti nel protocollo d’intesa significherebbe restituire la carta di Hormuz senza ottenere nulla in cambio, dal punto di vista dell’Iran. Nel momento in cui lo stretto riaprirà liberamente in condizioni di pace, l’Iran cederà il potere di destabilizzazione che ora detiene sugli Stati Uniti, sui produttori del Golfo e sugli acquirenti asiatici.
Per la prima volta nella sua storia, la Repubblica Islamica ha attaccato tutti e sei gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman. L’Iran ha lanciato una raffica senza precedenti di missili e droni, prendendo di mira raffinerie di petrolio e installazioni militari in tutta la regione. Ha dimostrato di poter neutralizzare contemporaneamente ogni principale obiettivo economico e militare in tutto il Golfo. Il protrarsi della guerra mantiene quella minaccia incombente sulla regione.
La guerra mantiene inoltre i gruppi proxy regionali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), tra cui Hezbollah in Libano, le milizie in Siria e Iraq, gli Houthi nello Yemen e Hamas in Palestina, dipendenti da Teheran per armi, finanziamenti e coordinamento. In tempo di guerra, Teheran ha un incentivo ancora maggiore a finanziare i propri alleati per attaccare i propri nemici.
Non più tardi dello scorso novembre, il Medio Oriente occupava il quarto posto – dopo l’Emisfero Occidentale, l’Asia e l’Europa – nelle priorità regionali dell’amministrazione Trump, come delineato nella strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca. «L’Iran – la principale forza destabilizzante della regione – è stato notevolmente indebolito dalle azioni israeliane a partire dal 7 ottobre 2023 e dall’Operazione Midnight Hammer del presidente Trump del giugno 2025, che ha compromesso in modo significativo il programma nucleare iraniano», secondo quanto riportato in quel documento.
In tempo di guerra, gli Stati Uniti hanno aumentato il proprio dispiegamento di truppe in Medio Oriente a 50.000, e due gruppi da battaglia di portaerei americane sono stati trasferiti nella regione.
Teheran probabilmente non avrebbe voluto vedere questa concentrazione di potenza militare statunitense nella regione, ma ora che è lì, potrebbe benissimo avere interesse a che gli Stati Uniti rimangano. Ogni giorno in più di guerra mantiene una forza statunitense concentrata ed esposta nel raggio d’azione dei missili e dei droni iraniani e dei loro alleati. Teheran dispone di quelle che in gergo militare vengono definite «linee interne»: il vantaggio di operare vicino al proprio territorio, alle catene di rifornimento e ai rinforzi.
Probabilmente, a Teheran basta rendere costoso lo schieramento statunitense, e così è stato. Le scorte statunitensi di intercettori Patriot sono scese a poco più di un terzo di quanto fossero prima della guerra. All’inizio di giugno, il capo economista di Moody’s Analytics ha stimato il costo della guerra per gli Stati Uniti a 100 miliardi di dollari, e da allora tali costi non hanno fatto che aumentare.
La pace ostacolerebbe il programma nucleare iraniano anche più di quanto abbiano fatto le bombe. Ogni settimana senza un accordo è una settimana senza ispettori dell’AIEA. Teheran ha sfruttato il vuoto creato dalle condizioni di guerra per continuare a costruire in siti come Pickaxe Mountain. Qualsiasi accordo di pace comporterebbe un intensificarsi delle ispezioni che il regime preferirebbe evitare.
(3) Controllo: oppressione interna
La storia ci offre numerosi precedenti di minacce esterne, reali o inventate, che giustificano un ruolo preminente delle istituzioni di stampo militare in uno Stato autoritario: vengono in mente Hitler, Stalin e Franco. Possiamo trovare echi di questa situazione nell’Egitto, nel Myanmar e nel Pakistan di oggi.
Il conflitto esterno consente al regime di attribuire le difficoltà economiche alle sanzioni piuttosto che alla cattiva gestione e alla corruzione che affliggono la Repubblica Islamica sin dalla sua fondazione. La guerra permette al regime di eludere ogni responsabilità per quasi cinque decenni di fallimenti economici.
La guerra è iniziata appena sette settimane dopo che, l’8 e il 9 gennaio, le forze di sicurezza iraniane avevano ucciso migliaia dei propri cittadini. Eppure, meno di due mesi dopo, l’attenzione mondiale si è spostata sui leader iraniani assassinati e sullo Stretto di Hormuz.
In tempo di guerra, è possibile giustificare restrizioni di sicurezza più severe, mobilitare il sentimento nazionalista e dipingere l’opposizione come antipatriottica e traditrice. Solo nei primi tre mesi di guerra, più di 6.000 persone sono state arrestate arbitrariamente, tra cui manifestanti, giornalisti e difensori dei diritti umani. Le autorità hanno usato le minacce esterne come pretesto per procedere ad arresti di massa, provocare sparizioni forzate e accelerare i processi.
• Perché Teheran teme la pace: lezioni dalla guerra dei 12 giorni
A seguito del breve conflitto dello scorso anno tra Israele e gli Stati Uniti da un lato e l’Iran dall’altro, il regime si è trovato a dover raccogliere i cocci senza dover affrontare alcuna minaccia esterna immediata. La strada da seguire non era chiara. Nel giro di pochi mesi, la pressione interna è diventata insostenibile. La valuta iraniana è entrata in caduta libera. La spirale economica ha portato allo scoppio di proteste alla fine di dicembre, che si sono rapidamente diffuse in tutto il Paese.
Il regime ha risposto con arresti ed esecuzioni per mantenere il controllo. Ecco come si presenta la pace agli occhi di Teheran: dissenso incontrollato, crollo della valuta, conflitti tra fazioni interne e la necessità di uccisioni di massa per reprimere l’opposizione.
In tale contesto, la guerra è preferibile, e più dura, meglio è. «Un modo è prolungare questa guerra fino al prossimo mandato presidenziale e causare logoramento», ha affermato un ufficiale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) in un’intervista alla PBS la scorsa settimana. «State tranquilli, anche se questa guerra dovesse durare anni, fino all’ultimo giorno, i razzi iraniani continueranno a essere lanciati.»
La fiamma è stata accesa il 28 febbraio. A quasi mezzo anno dall’inizio, l’IRGC ha meno motivi per spegnerla che per alimentarla, per tenere i propri nemici sotto pressione e rimanere al potere.
(Rights Reporter, 18 agosto 2026)
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Perché l’America cerca di dare lezioni a Israele sul terrorismo?
Dopo trilioni di dollari e una guerra dopo l’altra, che non hanno portato al risultato auspicato da Washington, questo non è il momento giusto per dare lezioni allo Stato ebraico.
di Duvi Honig
(JNS) Da decenni gli Stati Uniti d’America dispongono dell’esercito più potente del mondo, in grado di annientare eserciti, strutture di comando e governi con straordinaria rapidità. Ma vincere battaglie non equivale a vincere guerre.
Il vero metro di misura di una vittoria è se un Paese raggiunge l’obiettivo per il quale sono state sacrificate vite umane e risorse finanziarie. A questo proposito, Washington dovrebbe usare cautela quando impone a Israele come comportarsi con Hamas, Hezbollah e l’Iran.
Il Vietnam avrebbe dovuto dare una lezione agli americani già anni fa. Morirono più di 58.000 americani, ma non si riuscì a impedire la caduta del Vietnam del Sud sotto il dominio comunista. L’America si ritirò e Saigon cadde.
La guerra del Golfo del 1991 ebbe l’esito opposto. L’America si era prefissata l’obiettivo limitato di cacciare le forze armate irachene dal Kuwait, lo raggiunse e poi si fermò.
Ma l’Iraq si è poi trasformato in un altro fallimento.
La destituzione del dittatore Saddam Hussein nel 2003 è durata settimane. Ciò che ne è seguito si è protratto per oltre due decenni. Washington aveva immaginato un Iraq stabile e democratico. Invece si sono verificate rivolte, guerre di religione, l’ISIS e un’enorme influenza iraniana. Mentre gli Stati Uniti si preparano a ritirare le truppe rimanenti, le milizie sostenute dall’Iran, tra cui anche gruppi che hanno attaccato gli americani, rimangono saldamente radicate. Gli Stati Uniti sapevano come rovesciare Saddam. Tuttavia, non sapevano come trasformare l’Iraq nel Paese che avevano sperato di vedere.
L’Afghanistan ha seguito lo stesso schema. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti hanno rapidamente distrutto il rifugio di Al-Qaeda e destituito il governo talebano che aveva protetto il gruppo terroristico. Successivamente, gli Stati Uniti hanno impiegato 20 anni per costruire un nuovo Stato afghano e un nuovo esercito afghano. Durante il ritiro statunitense, il governo e l’esercito sono crollati quasi immediatamente e i talebani sono tornati al potere.
Gli Stati Uniti hanno speso circa 8 trilioni di dollari per le guerre successive all’11 settembre. Ciononostante, il terrorismo non è scomparso. I talebani e le milizie sostenute dall’Iran sono sopravvissuti; è sorto l’ISIS; gli Houthi sono diventati una minaccia regionale; Hamas ha continuato a esistere; e Hezbollah ha costituito un enorme arsenale missilistico non statale.
Il fallimento non è stato una questione di coraggio, ma di strategia.
Washington ha ripetutamente dato per scontato che sicurezza, denaro e opportunità a sufficienza avrebbero alla fine indotto i propri avversari a pensare come gli americani. Ma il tentativo di imporre il pensiero occidentale agli estremisti ideologici è come cercare di trasformare un gatto in un cane o un leone in un elefante. La loro natura è diversa.
L’America guarda ai conflitti da una prospettiva occidentale. Hamas, Hezbollah e la leadership iraniana considerano la loro lotta in chiave ideologica.
Questa differenza è fondamentale. Per gli estremisti ideologici, l’inganno, il rinvio, gli accordi temporanei e i negoziati possono servire a un obiettivo superiore. Un negoziatore occidentale potrebbe considerare un accordo come un fine in sé. Un movimento estremista lo vede piuttosto come un’opportunità per guadagnare tempo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta imparando questa lezione in prima persona proprio in Iran. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato la leadership iraniana e le infrastrutture militari, Teheran non è diventata un partner negoziale occidentale. L’Iran ha continuato a ricorrere a pressioni, minacce, ritardi, negoziati e manovre di influenza.
Mentre Trump osserva l’Iran giocare a questo gioco, l’America spinge Israele verso accordi che dipendono da garanzie internazionali, ritiri graduali e varie promesse riguardo a Hamas e Hezbollah.
Nella Striscia di Gaza, il Consiglio di pace di Trump si basa su impegni di disarmo, mentre Hamas rimane armato al confine con Israele. In Libano, Israele è sotto pressione affinché si ritiri, mentre la minaccia di Hezbollah e l’influenza iraniana permangono.
L’Iran, Hamas e Hezbollah non devono sconfiggere l’America o Israele in modo convenzionale. Devono sopravvivere, aspettare, riorganizzarsi e sfruttare il desiderio dell’Occidente di raggiungere un accordo. Ma l’America può fare i conti sbagliati, spendere trilioni e alla fine tornare a casa. Israele non può farlo. Israele è già a casa.
Se Washington valuta male l’Iran, ne pagherà il prezzo strategico. Se mette sotto pressione Israele a causa di un errore di valutazione americano su Hamas o Hezbollah, gli israeliani potrebbero pagare con la vita.
Per questo Israele agisce in modo diverso. Ha compreso ciò per cui l’America ha speso trilioni: un documento firmato non cambia necessariamente l’ideologia di un nemico. Hamas e Hezbollah non sono aziende che negoziano accordi. Le loro definizioni di vittoria e la loro tolleranza per le vittime sono diverse. Misurano il tempo in generazioni, non in cicli elettorali.
Per affrontare questa situazione, la deterrenza significa rendere le violazioni più costose del rispetto degli accordi. Significa comprendere che la distruzione delle capacità militari è più importante di un’altra promessa di pace.
L’America vorrebbe dare consigli a Israele. Gli amici danno consigli agli amici. Ma dopo trilioni di dollari, migliaia di vite umane e una guerra dopo l’altra che non hanno portato al risultato auspicato da Washington, questo non è il momento giusto per dare lezioni a Israele o esercitare pressioni su quel Paese.
È giunto il momento che l’America impari qualcosa da Israele.
(Israel Heute, 18 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Da New York 47 ebrei iraniani fanno aliyah
di Paolo Montesi
Quarantasette ebrei americani di origine iraniana hanno lasciato New York e si sono trasferiti insieme in Israele, scegliendo Ra’anana per cominciare una nuova vita. Appartengono alla comunità degli ebrei di Mashhad, una delle più antiche e singolari della diaspora persiana, e sono arrivati la scorsa settimana con un’aliyah collettiva organizzata con l’assistenza di Nefesh B’Nefesh. Entro la fine di agosto altri 28 nuovi immigrati, appartenenti alla comunità ebraica siriana degli Stati Uniti, dovrebbero raggiungere la stessa città.
Il trasferimento assume un significato particolare per la storia delle famiglie coinvolte. La comunità ebraica di Mashhad, città santa dell’islam sciita nell’Iran nordorientale, si formò nel XVIII secolo e attraversò uno dei momenti più drammatici della propria storia nel 1839. Durante il pogrom ricordato come Allahdad, decine di ebrei furono uccisi e la comunità venne costretta a convertirsi all’islam. Per decenni molti dei convertiti continuarono però a praticare segretamente l’ebraismo, dando vita a una forma di cripto-ebraismo che sarebbe diventata un elemento decisivo della loro identità collettiva.
La progressiva emigrazione da Mashhad accelerò dopo un nuovo episodio di violenza antiebraica nel 1946. Molte famiglie si trasferirono a Teheran, altre raggiunsero Israele e gli Stati Uniti. La rivoluzione islamica del 1979 provocò infine l’uscita dall’Iran di gran parte di quanti vi erano rimasti. A New York, soprattutto a Great Neck e nel Queens, gli ebrei mashhadi hanno costruito negli anni una comunità prospera e fortemente coesa, conservando legami familiari, tradizioni religiose e una memoria comune che gli studiosi hanno indicato come uno dei suoi tratti distintivi.
Proprio questa coesione spiega la particolarità dell’aliyah appena avvenuta. Le famiglie hanno preparato insieme il trasferimento, compiendo anche un viaggio esplorativo in Israele per scegliere dove stabilirsi. Alla fine ha prevalso Ra’anana, città del distretto Centrale che ospita una consistente popolazione di origine anglosassone e offre ai nuovi arrivati la possibilità di inserirsi in un ambiente israeliano mantenendo una rete comunitaria capace di accompagnare soprattutto i bambini nei primi mesi.
La decisione era maturata da tempo, anche se il 7 ottobre e gli anni di guerra hanno accelerato un processo già in corso. Jordan Carmeli, arrivato con la moglie e sei figli, ha spiegato di avere avvertito sempre più profondamente la contraddizione tra la vita tranquilla a New York e quanto stava accadendo agli israeliani. Ariel Delmani, 33 anni, che in passato aveva già servito per quattordici mesi nell’esercito israeliano come soldato senza famiglia nel Paese, ha raccontato invece di avere sempre considerato Israele il luogo nel quale avrebbe voluto crescere i propri figli.
La scelta acquista ulteriore rilievo perché avviene mentre Israele affronta anche il problema opposto, quello dell’emigrazione di una parte dei suoi cittadini dopo anni di guerra e instabilità. Queste famiglie hanno deciso di compiere il viaggio inverso, lasciando una delle comunità ebraiche più ricche e organizzate degli Stati Uniti per trasferirsi in un Paese che continua a confrontarsi con difficoltà economiche e problemi di sicurezza. Nessuno dei nuovi arrivati nasconde le incognite. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il lavoro, l’integrazione dei figli e l’adattamento a una società molto diversa da quella americana.
Il progetto collettivo serve anche a ridurre questi rischi. Nefesh B’Nefesh, che accompagna l’immigrazione dal Nord America, insiste da tempo sull’importanza delle reti sociali nella fase successiva all’arrivo, quando occorre affrontare questioni che vanno dai documenti all’assistenza sanitaria, dalla scuola alla ricerca di un’occupazione. Nel caso dei mashhadi, tuttavia, il trasferimento porta con sé qualcosa che supera le difficoltà pratiche dell’immigrazione. È l’ennesima tappa di una comunità che ha attraversato persecuzioni, conversioni forzate, clandestinità religiosa e migrazioni successive riuscendo a conservare una fortissima identità ebraica.
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Un'altra foto fatta con l'intelligenza artificiale. Viva la finzione! Abbasso la realtà! Viene il dubbio che anche la notizia sia stata assemblata nello stesso modo.
Non riporteremo più simili finzioni
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Tra i nuovi israeliani rimane persino un desiderio che oggi può sembrare remoto. Un giorno, ha raccontato Carmeli, vorrebbe poter prendere un aereo all’aeroporto Ben Gurion e atterrare direttamente a Teheran, per vedere i luoghi nei quali sono cresciuti i suoi genitori. Dentro quella speranza si riassume forse l’intero percorso di queste famiglie, che hanno lasciato l’Iran, costruito una nuova esistenza in America e ora scelto Israele come destinazione definitiva.
(Setteottobre, 18 agosto 2026)
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Assassinio sul Medio Orient Express: chi ha ucciso il Captagon?
di Emma Zaira
Dopo il 7 ottobre 2023 il Captagon era ovunque: sui giornali, nelle analisi e nel racconto dei miliziani di Hamas. Poi è scomparso. Una congiura del silenzio con molti possibili moventi, proprio come sull’Orient Express.
C’è una vignetta famosissima che gira sul web, con una tizia che vorrebbe dormire, ma il suo cervello glielo impedisce, sadico, bersagliandola a tradimento con domande assurde. La mia personale versione si è manifestata l’altra notte, quando di colpo, senza una ragione precisa, mi sono chiesta: ma il Captagon, che fine ha fatto?
Ricordo i giorni di metà ottobre 2023: era ovunque. Tutti i media riportavano che nelle tasche dei miliziani di Hamas uccisi o catturati dopo il 7 ottobre erano state rinvenute pasticche di un eccitante dal nome vagamente star trekkiano: il Captagon.
Sky TG24, La Stampa, la Repubblica, Vanity Fair, Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Focus.it. Tutti ci spiegavano cos’era la “droga della jihad”, la “cocaina dei poveri”, con toni che sfioravano la pubblicità occulta per chi ha problemi di autostima: una sostanza così potente come compressore delle inibizioni da trasformarti in una macchina, seppure di morte, inarrestabile. C’era quasi da farci un pensiero.
E per qualche settimana, in effetti, non c’era testata italiana o estera che sfuggisse al fascino del Captagon: Jerusalem Post, Semafor, USA Today, Haaretz. Tutte le fonti ci vendevano la tesi di una torma di assassini spietati che planava dal cielo in parapendio in preda a una furia genocidaria chimicamente indotta.
Poi, a un certo punto, più niente. Una sparizione repentina quanto misteriosa.
In Italia e in Europa, il Captagon si dissolve già a partire dal dicembre 2023. Se ne trovano tracce solo su testate locali: il Captagon, a furia di promuoverne le strabilianti proprietà, era finito nella movida notturna israeliana.
Nei club di Tel Aviv lo chiamavano “Nukhba drug” e ci si sballavano in nome della vita, anziché della morte, come in una sorta di nemesi. Altrove, invece, era semplicemente evaporato.
Per capire chi avesse avuto interesse a toglierlo dai radar, va fatto un passo indietro. Fino agli anni 2000 la Siria di Assad produceva fino all’80% del Captagon mondiale. Produzione industriale, protetta, gestita in larga parte dalla 4ª Divisione di Maher al-Assad.
Hezbollah ne era parte integrante, coinvolta nella logistica e nella protezione dei laboratori. Le rotte del traffico puntavano verso il Golfo, ma anche verso Gaza, dove risultavano sequestri significativi ai valichi di Rafah, Kerem Shalom, Allenby. Quantità più piccole rispetto a quelle più importanti dirette in Arabia Saudita, ma costanti.
L’IDF documentava a più riprese l’uso massiccio del Captagon tra gli scavatori dei tunnel di Gaza. Un lavoro estenuante, sotto terra, lungo interminabili turni in assenza d’aria. Molti minori ne morivano, per via della sostanza stessa, a causa di crolli o semplicemente sfiniti.
Mi colpisce la continuità simbolica: la stessa droga che inondava le sinapsi delle Brigate Al-Qassam durante Al-Aqsa Flood era già servita come stimolante per scavare le infrastrutture dell’assalto, immolando i più invisibili fra i martiri, quindicenni con il piccone in mano invece dell’AK-47.
Ancora più strano, dunque, che nessuno, da due anni a questa parte, parli più di questo filo stupefacente, soprattutto in considerazione del dibattito che la virulenta risposta israeliana ha scatenato nel frattempo.
L’opinione pubblica, divisa tutt’altro che equamente tra le ragioni dei palestinesi e quelle di Israele, ha dimenticato il Captagon, grande assente nel profluvio di tesi innocentiste e colpevoliste che invadono la rete. Nessuna argomentazione, da qualsiasi parte provenga, ne menziona mai il ruolo, come se non fosse mai esistito.
Un silenzio bipartisan che riecheggia la congiura del silenzio del celebre romanzo di Agatha Christie. Così come sull’Orient Express, non c’è un solo colpevole, ma tutti hanno un movente: le autorità israeliane, impegnate in una campagna militare di recupero degli ostaggi, temevano probabilmente che la droga diventasse un’attenuante; il fronte pro-pal non poteva ammettere che quelli che nel frattempo erano diventati gli eroi della resistenza avessero bisogno di aiutini; i media, infine, di fronte a un tema scomodo per entrambi i poli, hanno semplicemente voltato pagina.
La purezza ideologica e l’abnegazione che arriva al sacrificio di sé si appannano un po’ e la retorica non regge se qualcuno, a monte, aveva deciso di caricarli chimicamente.
Tutti, insomma, hanno inferto la loro coltellata e, anche se non troveremo prove sul cadavere ormai stecchito del Captagon, si possono fare supposizioni fondate: è morto, in definitiva, perché nessuno aveva interesse a tenerlo in vita.
Israele, nei giorni e nelle settimane successive al 7 ottobre, era un Paese scioccato. Non si aspettava che il consenso internazionale venisse meno così in fretta e in modo così brutale, finendo per isolarlo.
In quella fase era comprensibile che non volesse offrire alibi a chi l’aveva ferito in modo così devastante. Non voleva che il massacro venisse in qualche modo “spiegato” o ammorbidito. Del resto, troppo spesso l’instabilità psichica viene usata come scusa. Lo vediamo ancora oggi. Lo vediamo da decenni.
Come molti prima di lui, l’attentatore di Modena del maggio 2026 ne è un esempio: l’auto che, a giudicare dai titoli, “si lancia sulla folla”, quasi dotata di autonoma volontà. Perché chi la guida non è, del resto, in sé: ha un profilo problematico, è un “cane sciolto”, un disadattato che nulla ha mai a che fare con radicalizzazione e jihad.
Come se la malattia mentale esaurisse la questione, si puntano i riflettori su un’alterazione psicofisica e si evita così il confronto con un’ideologia violenta che ha causato centinaia di migliaia di morti.
Ma chi mette il Captagon a disposizione dei terroristi e degli scavatori è in realtà lucidissimo. Non si fida abbastanza della loro sola determinazione. Non basta l’odio. Non bastano l’indottrinamento, la gloria o la promessa di un aldilà pieno di sensuali delizie.
Serve qualcosa che spenga la coscienza, giusto in caso. È lo stesso sadismo che spinge a usare civili come scudi umani: un sistema che tratta la vita del miliziano e quella del civile come materiale di consumo.
Questo è il pezzo di verità che perdiamo quando accettiamo tesi comode e lacunose, sterilizzate dai nostri bias, quando “ci dimentichiamo” del Captagon e ci scopriamo indifferenti al suo ruolo, così rivelatore del cinismo calcolatore di chi usa i palestinesi da decenni come carne da cannone o come mascotte, sbandierandone le sofferenze a beneficio del proprio narcisismo morale.
Perché se Poirot avesse potuto fare due chiacchiere con Kay Scarpetta, avrebbe scoperto che non tutte le coltellate sono ugualmente letali e che alcuni colpevoli sono più colpevoli di altri.
Difficile riunirli tutti in una stanza, come Ellery Queen, visto il numero, e tantomeno riuscire a farli confessare, ma ognuno di noi, ci scommetto, ne ha in mente qualcuno.
(InOltre, 18 agosto 2026)
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Giochi del Mediterraneo ancora senza Israele
Della Pergola: «Prevale ancora l’opportunismo»
Dal 21 agosto al 3 settembre Taranto ospiterà la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo. Si tratta della quarta volta per l’Italia dopo le edizioni organizzate a Napoli (1963), Bari (1997) e Pescara (2009). Per la ventesima volta su venti, non per sua scelta, al torneo non parteciperà un Paese che sul Mediterraneo, a ben guardare la mappa, si affaccia: Israele. La questione tecnica è che l’ammissione dipende dal plenum «ma nel plenum ci sono molti Paesi arabi che da sempre ostracizzano Israele; il problema sono però i Paesi occidentali, come l’Italia, che a questa politica di boicottaggio non si oppongono», sottolinea il demografo italo-israeliano Sergio Della Pergola. Esponente di spicco della comunità degli Italkim, Della Pergola parla non solo da appassionato di sport ma anche da figlio di uno dei più autorevoli giornalisti sportivi italiani del Novecento, Massimo Della Pergola, inventore tra gli altri del Totocalcio e molto attivo nel rafforzamento dei legami tra Israele e Italia. L’ammissione di Israele ai Giochi «è un tema per il quale mio padre si è sempre speso molto, relazionandosi direttamente con il Coni: dai vertici dello sport italiano ha sempre ascoltato belle parole e promesse, ma tutto è rimasto teoria; ci vorrebbe un atto di coraggio, ma prevale l’opportunismo». È una questione di lungo corso che inizia già con la prima edizione del 1951, disputata ad Alessandria d’Egitto con dieci nazioni e soli maschi in gara, e che prosegue di edizione in edizione con la stessa trama, passando anche da quella del 1967 di Tunisi, la prima aperta alle donne. Dal 1993 i Giochi si svolgono con cadenza quadriennale e sempre nel segno di un rifiuto arabo di Israele, un boicottaggio “a prescindere” che precede l’emergere, nel dibattito anche europeo, di qualunque discussione attorno alla “questione palestinese”. Nel 2025 l’attuale ministro italiano dello Sport, Andrea Abodi, disse di auspicare la presenza di atleti israeliani e palestinesi a Taranto. «Non è la prima volta che sento discorsi del genere. Anche mio padre se lo sentì ripetere tante volte: vedrai, questa è l’ultima volta senza Israele; vedrai, la situazione cambierà. Ne parlò anche con Mario Pescante, che negli anni Novanta guidava il Coni e che lo stimava molto: voleva una statua per lui in ogni piazza italiana». Eppure, rileva il figlio, «siamo sempre al solito punto ed è curioso come per i Paesi arabi sia più importante escludere Israele piuttosto che prevedere la partecipazione di atleti palestinesi, in nome di uno Stato che comunque non esiste». Il problema, accusa, «è però soprattutto l’Europa, Italia inclusa, che non fa niente» contro tale postura. Ventisei le nazioni in gara a Taranto, dove accorreranno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la premier Giorgia Meloni. Ci saranno delegazioni di Paesi dove il radicalismo islamico imperversa come Siria, Libano e Libia. Ci saranno l’Egitto di Al Sisi e la Turchia di Erdogan. Ma non ci sarà Israele. a.s.
(Pagine Ebraiche, 18 agosto 2026)
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Gaza. Fronte arabo-islamico contro Israele e dimentica Hamas
Otto Paesi chiedono conto a Gerusalemme delle violazioni mentre il disarmo di Hamas resta il nodo decisivo del piano americano
di Shira Navon
Otto Paesi arabi e islamici tornano a mettere Israele sotto accusa proprio mentre il futuro della Striscia di Gaza dipende da una questione che nessun accordo può permettersi di aggirare: il disarmo di Hamas. Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Turchia, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto hanno denunciato le violazioni israeliane e chiesto che i responsabili di quelle definite «gravi violazioni» siano chiamati a risponderne. Nel documento, tuttavia, la pressione esercitata sul movimento islamista palestinese appare assai meno esplicita.
La contraddizione pesa soprattutto perché il nuovo tentativo di stabilizzare Gaza ruota esattamente intorno alle armi. La roadmap elaborata nell’ambito del piano del presidente americano Donald Trump prevede una cessazione delle operazioni militari, il progressivo ritiro israeliano, il trasferimento dell’amministrazione della Striscia al National Committee for the Administration of Gaza e un processo verificato di smilitarizzazione. La sicurezza dovrebbe essere sostenuta da una forza internazionale, mentre un apposito comitato avrebbe il compito di certificare il rispetto degli impegni assunti dalle parti.
È precisamente qui che emerge il problema politico. Hamas ha accettato la roadmap, secondo quanto riferito a fine luglio, dopo mesi nei quali suoi dirigenti avevano respinto uno dei punti essenziali del progetto americano, cioè la rinuncia al proprio apparato militare. Il testo oggi sul tavolo parla di raccolta, deposito e messa fuori uso delle armi e prevede la distruzione delle infrastrutture militari, compresi i tunnel. Senza l’attuazione verificabile di questi passaggi, l’intero meccanismo rischia di restare sospeso.
La questione riguarda direttamente alcuni dei firmatari delle dichiarazioni contro Israele. Qatar, Turchia ed Egitto partecipano infatti alla complessa architettura diplomatica costruita attorno alla tregua e hanno preso parte ai colloqui con le fazioni palestinesi. Il Cairo, per bocca del ministro degli Esteri Badr Abdelatty, ha riconosciuto pubblicamente che Hamas deve procedere alla dismissione delle armi.
Resta quindi da capire quanto gli Stati della regione siano disposti a trasformare questo principio in una pressione politica effettiva. Una Gaza nella quale Hamas conservasse una struttura militare autonoma riprodurrebbe infatti la condizione che ha accompagnato la Striscia per quasi vent’anni, dalla presa del potere del movimento islamista nel 2007 fino alla guerra seguita al massacro del 7 ottobre 2023.
Nelle dichiarazioni diffuse ad Amman è riemerso anche un altro terreno di scontro, quello di Gerusalemme e del Monte del Tempio, Haram al-Sharif per i musulmani. I ministri hanno denunciato le iniziative israeliane che, a loro giudizio, minacciano l’identità araba, islamica e cristiana della città e hanno condannato le visite di ebrei al complesso religioso. Il linguaggio utilizzato mostra quanto la dimensione religiosa continui a sovrapporsi al conflitto politico, rendendo ancora più difficile la ricerca di un equilibrio regionale.
Il problema supera però la disputa diplomatica delle ultime settimane. Dopo il 7 ottobre qualsiasi progetto di sistemazione politica dei territori palestinesi deve rispondere a una domanda che per Israele è diventata esistenziale: chi garantirà che un territorio dal quale l’esercito israeliano si ritira non venga nuovamente trasformato in una base armata?
La prospettiva dei due Stati continua a essere indicata dai governi arabi e da buona parte della comunità internazionale come approdo politico finale. Prima di arrivarci, la partita concreta si gioca sulla capacità di costruire un’autorità palestinese che possieda davvero il monopolio della forza. Se Hamas manterrà armi, strutture militari e capacità coercitiva, qualunque nuovo assetto istituzionale rischierà di nascere già condizionato.
Per questo la credibilità dei Paesi arabi e islamici impegnati nella mediazione si misurerà anche sulla loro disponibilità a rivolgere a Hamas richieste altrettanto nette di quelle indirizzate a Israele. La roadmap americana ha messo il disarmo al centro del processo. Adesso occorre verificare chi sia davvero disposto a farlo rispettare.
(Setteottobre, 17 agosto 2026)
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L’Iran si prepara a un’escalation del conflitto
Si ritiene che il regime dei mullah si sia preparato, durante il periodo di 60 giorni previsto da un memorandum concordato con Washington, all’eventualità di un nuovo conflitto militare
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A Teheran, alla fine di luglio, una ragazzina posa davanti a dei missili esposti
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A quanto pare, l’Iran ha sfruttato gli ultimi due mesi per prepararsi a una possibile ulteriore escalation. Allo stesso tempo, secondo quanto riferito da Israele, si osserva un coordinamento più stretto tra l’organizzazione terroristica palestinese Hamas, Hezbollah e Teheran.
Alla base di questa nuova valutazione vi sono, tra l’altro, le informazioni dei servizi segreti arabi secondo cui la leadership iraniana avrebbe ridefinito la propria strategia. Secondo un articolo del «Wall Street Journal», Teheran avrebbe preso precauzioni durante il periodo di 60 giorni previsto da un memorandum concordato con Washington in caso di un nuovo conflitto militare.
Le autorità iraniane avrebbero evidentemente ritenuto che anche gli Stati Uniti considerano l’accordo solo come un modo per guadagnare tempo e stanno preparando un ulteriore attacco. Secondo l’articolo, per questo motivo è stata intensificata la produzione di missili e droni e sono stati nominati esponenti della linea dura in posizioni chiave.
• Grande conflitto
Il termine di 60 giorni stabilito nel memorandum sta ora per scadere. Rappresentanti dei servizi segreti arabi parlano di una «svolta strategica» all’interno della leadership iraniana. L’obiettivo sarebbe quindi quello di schierare le proprie forze armate in vista di un’estensione del conflitto.
Anche in Iran stesso sarebbe diffusa l’aspettativa di un nuovo grande conflitto. Secondo il WSJ, l’analista di difesa Mohammad Hassan Sangtarash, con sede a Teheran, ha affermato che lì prevale ampiamente l’opinione che la vera guerra «non sia ancora nemmeno iniziata».
Parallelamente agli sviluppi in Iran, secondo un articolo del «Jerusalem Post», l’esercito israeliano rileva una crescente collaborazione tra Hamas e Hezbollah. Secondo le stime dell’IDF, Teheran sostiene questo coordinamento. Israele teme che ciò serva a ricostruire un’alleanza già indebolita contro lo Stato ebraico.
• Attacco con droni da parte di Hezbollah
Secondo le informazioni fornite dai militari, la situazione si è aggravata in particolare nella cosiddetta «altura di Ali Taher», nel Libano meridionale. Lì, i terroristi di Hezbollah starebbero cercando di individuare dove sono di stanza le truppe israeliane e quando si spostano. Sabato mattina, secondo fonti israeliane, l’organizzazione terroristica ha impiegato un drone controllato tramite cavo in fibra ottica. Tre soldati dell’unità speciale Jahalom sono rimasti feriti.
Le forze armate israeliane (IDF) ritengono inoltre che Hezbollah stia cercando di rifornire i combattenti bloccati in strutture sotterranee. Le unità israeliane stanno cercando i tunnel, le vie di rifornimento nascoste e altre attività dell’organizzazione terroristica, al fine di distruggerne le infrastrutture.
Un alto ufficiale militare israeliano ha dichiarato, riferendosi ai combattenti circondati: «Chi esce dal sottosuolo e si arrende verrà interrogato in Israele. Chi rimane lì morirà o verrà ucciso da noi.»
(Jüdische Allgemeine, 17 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Una delegazione statunitense intende visitare il villaggio palestinese di Qusra
La situazione a Qusra rimane tesa. I coloni se ne sono andati, ma gli abitanti temono il loro ritorno non appena l’esercito si ritirerà. Nel frattempo, il ministro della Difesa Katz intende rafforzare le forze di polizia in Cisgiordania. [Nel corpo dell’articolo il termine “coloni” è stato ovunque sostituito con “pionieri”. Legenda.].
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Soldati israeliani davanti a una casa assediata a Qusra
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NABLUS / QUSRA – Una delegazione di funzionari statunitensi intende recarsi nel villaggio palestinese di Qusra, nei pressi di Nablus , per farsi un’idea della situazione sul posto. Secondo quanto riferito, il gruppo avrebbe chiesto ad alti funzionari della sicurezza israeliani di accompagnarli nella visita.
Secondo quanto riportato dall’emittente “Canale 12”, dovrebbero illustrare come intendono procedere in futuro contro i pionieri estremisti, ha scritto lunedì il sito di notizie israeliano “Times of Israel”. Per circa una settimana, pionieri estremisti hanno assediato due case del villaggio palestinese, allestendo un avamposto nei cortili.
Per allontanare i pionieri da lì, venerdì i soldati sono entrati nel villaggio e hanno occupato diverse case. Nel corso dell’operazione, le famiglie coinvolte sono state temporaneamente evacuate. Nel frattempo sono tornate nelle loro case, ma, secondo quanto da loro stesso dichiarato, non possono lasciarle perché l’esercito ha dichiarato la zona area militare vietata.
Anche i soldati sono ancora sul posto per impedire il ritorno degli estremisti. Questo timore non sembra infondato: domenica alcuni pionieri sarebbero stati nuovamente avvistati nei pressi del villaggio. La situazione rimane quindi tesa.
• Lo Shabak raccoglie prove contro i pionieri estremisti
Nel frattempo, l’esercito ha consegnato alla polizia israeliana «decine di foto» delle persone che avevano partecipato all’assedio delle abitazioni. Secondo il «Times of Israel», tuttavia, la polizia ha dichiarato che le immagini sono troppo generiche per giustificare un arresto. I servizi segreti interni, lo Shabak, stanno lavorando per raccogliere prove contro i responsabili.
La violenza da parte dei pionieri estremisti è aumentata notevolmente negli ultimi anni, in particolare dopo il 7 ottobre 2023. Ad esempio, nel 2025 gli attacchi contro i palestinesi sono aumentati del 27 per cento rispetto all’anno precedente. Anche l’andamento nei primi sei mesi del 2026 va nella stessa direzione.
• Nessuna reazione da parte di Netanyahu e Trump
La scorsa settimana l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee aveva definito i pionieri violenti «terroristi israeliani» e aveva condannato con forza l’assedio. Anche il suo omologo israeliano a Washington Jechiel Leiter si è espresso in modo critico, parlando di una «banda di teppisti» che, con violenza insensata, provoca gravi danni.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu (Likud) non si è ancora espresso sugli incidenti di Qusra. Non c’è nemmeno una presa di posizione ufficiale da parte degli Stati Uniti. A differenza del suo predecessore Joe Biden (Democratici), il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Repubblicani) ha finora evitato di criticare pubblicamente Israele per via dei pionieri violenti. Secondo alcune fonti, tuttavia, dietro le quinte la situazione sarebbe molto tesa.
• Katz: unità contro la violenza dei pionieri
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz (Likud) ha nel frattempo dichiarato che la polizia israeliana è responsabile dei conflitti tra palestinesi e pionieri, non l’esercito. Quest’ultimo ha il compito di combattere il terrorismo palestinese e proteggere i confini di Israele.
L’esercito dovrebbe ora aiutare le forze di sicurezza civili a costituire un’unità di polizia in grado di gestire questo tipo di questioni. Tale unità riceverà i poteri e i finanziamenti necessari per svolgere il compito.
I critici obiettano tuttavia che la polizia abbia già ora il potere di far rispettare le leggi. Semplicemente non le applica nei confronti dei pionieri. Al «Times of Israel», una fonte anonima proveniente dalle file della polizia ha accusato il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir di aver favorito questa situazione. Il leader di «Ozma Jehudit» avrebbe creato un clima favorevole agli estremisti.
Il vicepresidente dell’Autorità palestinese Hussein al-Sheikh ha condannato il piano di Katz definendolo una «violazione del diritto internazionale» e dei trattati in vigore. Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, il politico di Fatah vede in questo un tentativo di introdurre la legge israeliana in Cisgiordania.
(Israelnetz, 17 agosto 2026)
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“Costringere” Israele
Ieri, Jared Kushner, genero di Trump e inviato in Medioriente, ha incontrato il nuovo leader di Hamas, Khalil al-Hayya, nella città egiziana di El-Alamein.
Fa parte della nuova prassi introdotta da Steve Witkoff, aprire un canale diretto con Hamas, dialogare con i terroristi faccia a faccia. Per Witkoff, come per Trump, si può e si deve negoziare con chiunque.
Hamas avrebbe ribadito il suo impegno nei confronti del piano di pace in 15 punti proposto da Trump e sul quale Netanyahu ha messo il freno. A Kushner, Hamas ha chiesto di «costringere» Israele ad «approvare la tabella di marcia» e a «iniziare a stabilire un calendario per la sua attuazione».
“Costringere” è verbo forte, ed evidenzia come Hamas abbia tutto l’interesse a che il piano venga applicato come è concertato. Potrebbe così allungare i tempi del disarmo, confidando anche che a novembre, quando negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di Mid Term, Trump perda sia al Senato che alla Camera, o in uno solo dei due rami del Congresso, ed esca indebolito. Un eventuale rimonta dei democratici per il gruppo jihadista sarebbe certamente un punto a favore.
Israele non chiede un disarmo progressivo a cui dovrebbe corrispondere il proprio progressivo arretramento, ma un disarmo immediato e senza prolungamenti, ed è quello che Hamas non vuole fare per continuare a giocare un ruolo all’interno della Striscia. Fa sorridere che Kushner dica al nuovo leader di Hamas che «Gaza non potrà mai più essere una fonte di terrore per Israele», come rivela una fonte anonima. Non fa sorridere l’affermazione in sé, più che ragionevole, ma il pensare o credere che una organizzazione antisemita dedicata alla distruzione di Israele, intenda rinunciare a questo obiettivo.
E’ la conseguenza della “dottrina Trump-Witkoff”, in base alla quale tutti gli attori politici, anche quelli motivati dal fanatismo religioso e sterminazionista, siano alla fine, soggetti razionali con i quali è possibile trovare una convergenza.
Non avere capito che Hamas, come l’ISIS, come Al Qaeda, condivide il medesimo oltranzismo, (lo stesso dell’Iran), e che unicamente la forza può essere risolutiva, è la ragione per la quale Hamas vorrebbe che gli USA “costringessero” Israele ad accettare ciò che l’Amministrazione Trump ha proposto.
(L'informale, 17 agosto 2026)
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Sderot, la città ferita dal 7 ottobre che torna a crescere
di Micol Silvera
Nel 2023, secondo i dati demografici, Sderot contava 35.477 abitanti. Oggi, secondo il vicesindaco Elad Kalimi, la popolazione è arrivata a 42.000 residenti: un aumento di quasi il 20% in meno di tre anni.
Una crescita che dimostra la capacità di resilienza della città dopo la tragedia del 7 ottobre 2023. «È un miracolo», ha affermato Kalimi, definendo la comunità un simbolo di «forza» e di «superamento delle difficoltà».
I dati del CBS, l’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, mostrano che Sderot aveva già registrato una crescita significativa tra il 2021 e il 2023, quando la popolazione aumentò di 5.000 abitanti. Kalimi ha annunciato la costruzione di cinque nuovi quartieri che, secondo le sue previsioni, potrebbero portare la città a 70.000 abitanti.
«Vogliamo che i visitatori che vengono qui possano vedere e conoscere l’eroismo e la forza della nostra comunità», ha affermato Kalimi, invitando a conoscere la realtà di Sderot e a celebrarne la rinascita nonostante le difficoltà. «Non ci pieghiamo. Mai, mai», ha continuato il vicesindaco. «È qualcosa di unico a Sderot, ed è ciò che spinge le persone a venire qui. Persone da tutto il Paese. Persone di ogni tipo: religiose e non, giovani e anziani, vengono qui perché percepiscono questo spirito unico».
Ma nella ripresa dopo il 7 ottobre non vengono dimenticati gli eroi locali che si sono sacrificati, come il capitano Shiloh Cohen, comandante dell’unità Shaldag, soprannominato “Chico”. Shiloh aveva 24 anni quando è stato ucciso mentre combatteva i terroristi nel kibbutz Be’eri il 7 ottobre 2023. In suo ricordo è stato dedicato il locale “Café Chico”, con una targa in suo onore accanto a un albero di clementine trasferito da Be’eri a Sderot.
«Shiloh capì quel giorno che non c’era tempo di aspettare istruzioni dai comandanti», ha ricordato il padre, Aryeh Cohen, ripercorrendo le sue azioni nel giorno dell’attacco. «Shiloh si è svegliato verso le 7 del mattino, è uscito di casa alle 9:30 e, verso le 11:30, stava già combattendo a Mefalsim». Dopo aver combattuto in quella zona, il capitano è riuscito a raggiungere Be’eri, dove fu ucciso intorno alle 17:30, secondo quanto raccontato dal padre.
La guerra ha segnato profondamente i cittadini di Sderot. Karen Kalfa, insegnante trasferitasi in Israele da Montreal 25 anni fa, ha raccontato come il terrorismo abbia rappresentato per anni una minaccia costante per la sua famiglia. «Ho sei figli. Il mio figlio maggiore ha 18 anni e mezzo e, mentre cresceva, è stato esposto a molti attacchi con razzi Qassam e ai tanti periodi di guerra vissuti in Israele».
Il 7 ottobre, Kalfa ha chiamato i suoi studenti per assicurarsi che stessero bene. Alcuni non hanno mai risposto. «Ho perso moltissimi dei miei studenti, dei miei colleghi, dei miei amici e dei miei vicini», ha raccontato. Un giorno doloroso, che ha rappresentato «non solo un lutto per la mia città, ma anche per la comunità in cui lavoro».
Kalfa ha però sottolineato come la condivisione di quel dolore abbia contribuito a rafforzare gli abitanti di Sderot. «Vivere a Sderot è sempre stato qualcosa di speciale, perché i razzi e tutto il trauma che la comunità ha dovuto affrontare sono stati un elemento di unione per noi».
Sderot prova così a trasformare il dolore della guerra in una forza collettiva, capace di sostenere la rinascita della città. Oggi la forte crescita della popolazione alimenta anche il desiderio di far conoscere questa realtà ai visitatori, attraverso percorsi e iniziative dedicate alla memoria, alla resilienza e alla vita quotidiana della comunità. Tra queste, l’evento previsto martedì 11 agosto, che includerà un tour guidato della città e una visita al Café Chico.
(Shalom, 17 agosto 2026)
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Chiesa e Israele, un confronto
di Marcello Cicchese
“Poiché, visto che nella sapienza di Dio il mondo non ha conosciuto Dio con la propria sapienza, è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la pazzia della predicazione. Poiché i Giudei chiedon de' miracoli, e i Greci cercan sapienza; ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i Gentili, pazzia; ma per quelli i quali son chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più savia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Colossesi 1:22-25).
Da queste parole dell’apostolo Paolo dovrebbe risultare chiaro che la retta predicazione evangelica di Cristo crocifisso non si presta a placare gli animi e a favorire educati incontri ecumenici. Non bisogna quindi farsi illusioni e cullarsi nell’idea che una spiegazione chiara di come stanno effettivamente le cose secondo la Scrittura porti automaticamente a una maggiore comprensione tra ebrei e gentili. Può anche essere vero il contrario. Il gentile può essere infastidito dall’ebreo che continua a considerarsi parte di un popolo eletto da Dio; l’ebreo può essere irritato dal gentile che vuole convincerlo che Gesù, il Signore e il Salvatore del mondo, è proprio il Messia che Israele aspettava e ancora aspetta. Ma è importante che lo scandalo per l’ebreo, se deve esserci, sia provocato dall’annuncio veritiero del Vangelo e non dal comportamento scandaloso di antisemiti che si dicono cristiani. E’ importante allora che i discepoli di Cristo siano ben consapevoli dei privilegi e dei limiti che implica la loro appartenenza al corpo del Servo-Messia. Esaminiamo allora alcune differenze fondamentali che esistono tra la Chiesa e Israele. La Chiesa opera in un periodo della storia in cui persiste un distacco tra il Servo-Messia e il servo-popolo. In questo tempo, che Dio ha previsto e voluto nel suo piano di salvezza universale, il compito che Gesù ha dato alla sua Chiesa prima di salire al cielo è sostanzialmente uno solo:
“E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato»” (Marco 16:15-16).
L’indurimento temporaneo che “si è prodotto in una parte d’Israele” deve servire, nel piano di Dio, a far entrare nella salvezza“la totalità dei gentili”; dopo di che “tutto Israele sarà salvato” (Romani 11:25-26), cioè il Messia Gesù ritornerà, purificherà il suo popolo, lo libererà dalla mano dei suoi nemici e instaurerà il Regno messianico in cui Egli siederà sul “trono di Davide”, come ripetutamente promesso dai profeti e annunciato a Maria dall’angelo Gabriele (Luca 1:32). Ma prima che questo avvenga, affinché negli ultimi tempi risulti chiara l’originaria volontà di Dio che ha scelto Israele, il corpo di Cristo, costituito da ebrei e gentili, sarà tolto da questa terrà ed andrà “a incontrare il Signore nell’aria:
“Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché vi diciamo questo fondandoci sulla parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore. Incoraggiatevi dunque gli uni gli altri con queste parole” (1 Tessalonicesi 4:13-18).
Due compiti invece la Chiesa non ha ricevuto da Gesù: la Chiesa non ha il compito di esprimere sulla terra la regalità politica di Dio; la Chiesa non ha il compito di costituire sulla terra un’istituzione unitaria riconoscibile dal mondo e con un suo centro territoriale. Il primo punto dipende dal fatto che il Regno messianico annunciato dai profeti non è presente oggi sulla terra e la sua venuta implicherà l’instaurazione del trono di Davide e il ristabilimento di Israele come popolo guida delle nazioni. Quando questo avverrà, il centro del mondo non sarà né Roma, né Bruxelles, né New York, ma Gerusalemme:
“Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del Signore si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. Molti popoli vi accorreranno, e diranno: «Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri». Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra” (Isaia 2:2-4).
Nel tempo attuale invece la sovranità di Dio è nascosta agli uomini: quindi ai discepoli di Gesù non è consentito l’uso della forza perché sono chiamati a seguire le orme del loro Maestro, e a camminare come Egli ha camminato su questa terra, nella debolezza fisica e con la sola autorità della Parola di Dio:
“Un discepolo non è superiore al maestro, né un servo superiore al suo signore.” (Matteo 10:24).
Il secondo punto evidenzia in modo ancora più marcato la differenza tra Chiesa e Israele. Mentre per Israele la diaspora è un giudizio, per la Chiesa è un ordine. A rappresentare la Chiesa universale, nel libro dell’Apocalisse vengono presentate sette chiese locali, senza nessuna istituzione globale che le unisca e le rappresenti. In mezzo a loro, nella visione che appare a Giovanni, si muove, come unico elemento di unità, una figura terrificante:
“Fui rapito dallo Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una voce potente come il suono di una tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea». Io mi voltai per vedere chi mi stava parlando. Come mi fui voltato, vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai sette candelabri, uno simile a un figlio d’uomo, vestito con una veste lunga fino ai piedi e cinto di una cintura d’oro all’altezza del petto. Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana candida, come neve; i suoi occhi erano come fiamma di fuoco; i suoi piedi erano simili a bronzo incandescente, arroventato in una fornace, e la sua voce era come il fragore di grandi acque. Nella sua mano destra teneva sette stelle; dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata, e il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza. Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: «Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e del soggiorno dei morti. Scrivi dunque le cose che hai viste, quelle che sono e quelle che devono avvenire in seguito, il mistero delle sette stelle che hai viste nella mia destra, e dei sette candelabri d’oro. Le sette stelle sono gli angeli delle sette chiese, e i sette candelabri sono le sette chiese.” (Apocalisse 1:10-20).
Non esiste, non deve esistere sulla terra un’istituzione unitaria visibile che si presenti al mondo come la “Chiesa” e ne pretenda il riconoscimento. La Chiesa, come corpo di Cristo, ha il suo centro unitario nel Capo che si trova nel cielo e siede alla destra del Padre. Un’istituzione che si autonomini Chiesa di Gesù Cristo, che abbia un suo Stato territoriale e un’organizzazione che pretenda di estendersi su tutto il globo, costituisce per questo stesso fatto un’illecita anticipazione e una sostituzione del Regno messianico promesso a Israele, e pertanto è inevitabilmente destinata ad assumere un atteggiamento antisemita. Per un’istituzione simile l’antisemitismo non è un incidente: è un destino.
(da "La superbia dei Gentili")
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Israele alle urne, viaggio dentro una giornata elettorale
Dai bigliettini con le lettere alle buste azzurre, dalle scuole ai seggi per soldati e sfollati, così gli israeliani scelgono i 120 membri della Knesset
di Alessandro Carmi
Il giorno delle elezioni Israele si sveglia in una specie di festa nazionale molto rumorosa. È un giorno festivo, le scuole sono chiuse perché molte diventano seggi, le strade si riempiono dei colori dei partiti e davanti agli edifici dove si vota volontari e militanti cercano fino all’ultimo di convincere gli indecisi. Famiglie intere arrivano insieme, spesso con i bambini. Poi, oltre la porta del seggio, tutto torna improvvisamente molto semplice.
Per votare bisogna avere almeno 18 anni ed essere cittadini israeliani iscritti nel registro elettorale. Ogni elettore viene assegnato a un seggio in base alla residenza e può identificarsi con un documento valido. Il diritto di voto riguarda anche gli arabi israeliani, i drusi e gli altri cittadini dello Stato esattamente alle stesse condizioni degli ebrei. Per candidarsi alla Knesset occorre invece aver compiuto 21 anni.
La prima sorpresa per chi è abituato alle elezioni italiane arriva entrando nella cabina. Non esiste una grande scheda con simboli e nomi da barrare con la matita. Davanti all’elettore ci sono tanti piccoli rettangoli di carta bianca, uno per ogni lista, disposti in caselle separate. Su ciascuno sono stampati il nome della lista e soprattutto una, due o, dalle elezioni del 2026, fino a tre lettere ebraiche che la identificano. Il Likud è מחל, Machal; Shas è שס; altri partiti possiedono combinazioni altrettanto riconoscibili, che durante la campagna finiscono sui manifesti e diventano quasi un secondo nome della formazione politica.
L’elettore prende il bigliettino della lista scelta, lo mette nella busta fornita dal seggio, la chiude e la deposita nell’urna. Nessuna preferenza da scrivere, nessun candidato da scegliere. Se per qualche motivo manca il bigliettino desiderato, sono disponibili anche fogli bianchi sui quali si può scrivere a mano la sigla ufficiale della lista. Il voto resta valido purché l’indicazione sia inequivocabile.
La semplicità della scheda racconta molto del sistema politico israeliano. Tutto il Paese costituisce infatti un unico collegio elettorale. Un voto espresso a Eilat pesa esattamente quanto uno espresso a Haifa, Tel Aviv o Gerusalemme. L’elettore sceglie una lista nazionale e i 120 seggi della Knesset vengono distribuiti proporzionalmente fra quelle che superano la soglia del 3,25 per cento dei voti validi. La successiva ripartizione utilizza il metodo Bader-Ofer, versione israeliana del sistema D’Hondt, e può essere influenzata dagli accordi preventivi sulle eccedenze di voti stipulati fra le liste.
Gli israeliani, quindi, non eleggono direttamente il primo ministro. Votano la Knesset e soltanto dopo comincia la partita per costruire una maggioranza di almeno 61 deputati. È una distinzione fondamentale, perché spiega quelle lunghe trattative postelettorali che dall’estero possono apparire incomprensibili. Il nome del candidato premier domina la campagna, sulla scheda elettorale quel nome può anche non comparire affatto.
Anche i luoghi del voto raccontano il Paese. Migliaia di seggi vengono allestiti soprattutto nelle scuole e negli edifici pubblici, mentre procedure particolari permettono di votare negli ospedali, nelle carceri e nelle basi militari. Per le elezioni della ventiseiesima Knesset sono state inoltre introdotte disposizioni specifiche per gli israeliani evacuati dalle proprie abitazioni a causa della situazione di sicurezza, che potranno utilizzare seggi dedicati o quelli accessibili agli elettori con difficoltà motorie. In questi casi entra in gioco la famosa “doppia busta”, che permette di verificare l’identità dell’elettore evitando che possa votare anche nel seggio nel quale risulta normalmente registrato.
Esistono poi i seggi diplomatici per una categoria molto circoscritta di israeliani all’estero, come diplomatici e altri dipendenti pubblici autorizzati. Per il normale cittadino israeliano residente temporaneamente fuori dal Paese, invece, non esiste il voto postale generalizzato. Se vuole partecipare alle elezioni deve tornare in Israele.
Alla chiusura delle urne comincia un rito sorprendentemente analogico per un Paese che ha fatto dell’alta tecnologia uno dei propri marchi. Le buste vengono aperte e i bigliettini contati materialmente dai componenti delle commissioni, sotto gli occhi dei rappresentanti delle diverse liste. Schede bianche, biglietti alterati, combinazioni irregolari o buste che permettano di identificare l’elettore possono essere dichiarati nulli. I verbali passano poi alle commissioni regionali e i risultati confluiscono nella Commissione elettorale centrale.
È un sistema quasi spartano nella sua materialità. Carta, busta, urna, scrutinatori e un piccolo rettangolo con poche lettere ebraiche. Intorno, però, c’è una delle società politicamente più accese del mondo, dove le elezioni possono decidere il futuro dei rapporti fra religiosi e laici, ebrei e arabi, centro e periferia, oltre alle grandi questioni della sicurezza e della guerra.
Forse è proprio questo il dettaglio più curioso delle elezioni israeliane. Dopo settimane di sondaggi, coalizioni, veti, comizi e discussioni furibonde, il cittadino entra dietro un paravento e compie un gesto elementare. Cerca una sigla fra decine di bigliettini, ne prende uno e lo chiude dentro una busta. Da quel piccolo pezzo di carta comincia la complicatissima operazione di costruire un governo d’Israele.
(Setteottobre, 15 agosto 2026)
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L’ex capo del Mossad, Yossi Cohen, si racconta in un podcast del Times
L’ex capo del Mossad, Yossi Cohen, svela come l’intelligence israeliana abbia sventato decine di attentati in Gran Bretagna e critica le parole del Primo Ministro britannico Andy Burnham
di Paola P. Goldberger
L’ex capo del Mossad, Yossi Cohen, ha concesso un’intervista approfondita al podcast britannico “The General and the Journalist” (Il generale e il giornalista), prodotto dal quotidiano “The Times”. Nell’intervista, Cohen ha parlato a lungo degli stretti rapporti di intelligence con la Gran Bretagna, pur sottolineando le critiche politiche provenienti da Londra; ha descritto in dettaglio la profondità della penetrazione dei servizi segreti in Iran nel corso di decenni e ha parlato con franchezza delle mancanze dei servizi segreti che hanno portato agli eventi del 7 ottobre.
Cohen ha illustrato la stretta collaborazione con i servizi di sicurezza britannici: «Lavorando con i vostri meravigliosi MI5 e MI6, ho sempre avuto la profonda sensazione che fossimo partner a tutti gli effetti. Non solo abbiamo condiviso informazioni di intelligence, ma abbiamo letteralmente lavorato insieme». Ha menzionato anche la collaborazione contro l’ISIS in tutto il mondo.
Tuttavia, Cohen ha criticato aspramente la posizione del primo ministro britannico, Andy Burnham, che ha criticato la condotta di Israele durante la guerra: «È giusto che la Gran Bretagna sia più dura nei confronti di Israele? Assolutamente no. La Gran Bretagna deve dimostrare pieno sostegno allo Stato di Israele, proprio come noi vi abbiamo sostenuto quando avete subito atti di terrorismo sul vostro territorio. Posso citare l’ex capo dell’MI5 che mi ha detto: ‘Yossi, ti meriti un Oscar, hai sventato un numero enorme di atti terroristici in Gran Bretagna. Grazie mille per questo’».
Cohen ha poi aggiunto una critica alla situazione interna del Regno Unito: «La critica è legittima, ma l’opposizione a ciò che stiamo facendo è inaccettabile. Lo Stato di Israele non ha mai dato inizio a questa guerra a Gaza: sono state le organizzazioni terroristiche di Hamas e della Jihad Islamica a farlo. Il governo britannico deve capire che seguiamo da vicino ciò che fanno. Oggi in Gran Bretagna avete un enorme problema interno: semplicemente non è sicuro andare in giro per le strade di Londra o Manchester, che si sia ebrei o meno».
Alla domanda sull’affermazione secondo cui alcuni esponenti dei servizi segreti britannici temono talvolta che le operazioni del Mossad «superino i limiti morali», Cohen ha risposto: «La maggior parte di ciò che facciamo, lo facciamo da soli. Abbiamo un sistema morale interno molto rigoroso. Non abbiamo il grilletto facile e non agiamo a nostro piacimento. Discutiamo al nostro interno: qual è l’obiettivo, cosa ne ricaviamo e se l’operazione sia moralmente giustificata. Dobbiamo farlo? Sì. Qualcun altro lo farebbe al posto nostro? No».
Cohen ha rivelato dettagli sulla strategia operativa alla base dell’operazione dei cercapersone esplosivi e delle apparecchiature di comunicazione di Hezbollah, spiegando che si trattava di un’operazione messa a punto nel corso di oltre due decenni: «All’inizio degli anni 2000, quando ero capo divisione al Mossad, abbiamo creato un nuovo concetto che combinava agenti umani e tecnologia. Avevamo capito che tutto ruotava attorno alla tecnologia e che i nostri nemici acquistavano attrezzature in tutto il mondo. Dovevamo studiare la loro catena di approvvigionamento, e siamo arrivati al punto in cui, quando Stati, soggetti e organizzazioni terroristiche ordinavano componenti di cui erano sprovvisti, li ordinavano direttamente da società di copertura del Mossad. È qualcosa che abbiamo preparato per oltre 20, quasi 25 anni».
In risposta alle accuse relative alle vittime civili in Libano, Cohen ha affermato: «So con certezza che chiunque portasse con sé quelle apparecchiature di comunicazione era un terrorista. Israele non ha mai colpito intenzionalmente chi non fosse coinvolto nella rete terroristica».
Riferendosi al dibattito tra cyber e intelligence umana, Cohen ha criticato la tendenza globale ad abbandonare l’impiego di agenti sul campo, collegandola direttamente all’attacco del 7 ottobre:
«Molte agenzie ritenevano che l’HUMINT (intelligence umana) fosse una cosa obsoleta, folle e troppo pericolosa, e dicevano: “Perché mandare persone sul campo di battaglia quando si può stare seduti davanti a un portatile e hackerare i sistemi?”. Purtroppo, se facciamo un salto in avanti al 7 ottobre, credevamo che il SIGINT avrebbe risolto il problema. E l’unica cosa che non avevamo a disposizione in modo adeguato era proprio l’HUMINT. Dei 1.500 terroristi che hanno attraversato contemporaneamente il confine con Israele, e degli altri circa 2.000 che li hanno aiutati con la logistica, il comando e le munizioni – nessuno di loro è venuto a dirci in anticipo: “Ecco cosa faremo, questo è il nostro piano”. Ecco perché l’intelligence umana è estremamente importante”
Cohen ha sottolineato i successi dell’intelligence, tra cui l’intrusione nelle telecamere di sorveglianza di Teheran e l’eliminazione del leader iraniano Ali Khamenei nel primo giorno di guerra. Ha descritto la guerra psicologica condotta contro gli scienziati nucleari: «Volevamo che sapessero che ogni moto che circolava per le strade di Teheran poteva essere nostra. Abbiamo mandato dei fiori alle loro famiglie a casa e abbiamo detto: “Salve, sappiamo che lavorate per il programma nucleare e che potreste essere i prossimi sulla lista – fareste meglio a smettere di fare quello che state facendo”. E alcuni di loro se ne sono davvero andati».
Riguardo alle notizie secondo cui il Mossad avrebbe cercato di reclutare l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ha affermato: «Non posso né smentirlo né confermarlo. Ma considerando l’audacia del Mossad e ciò di cui siamo capaci, non lo escluderei a priori». Ahmadinejad era un obiettivo chiave per la raccolta di informazioni durante il mio mandato; a differenza di Rouhani, che sorrideva e affascinava il mondo all’ONU, nel caso di Ahmadinejad le minacce di annientamento di Israele erano assolutamente chiare».
Secondo Cohen, il rovesciamento del regime in Iran dipende esclusivamente dal popolo iraniano: «Ho sempre creduto che un cambio di regime non avverrà mai per merito nostro. Dipende esclusivamente dagli stessi iraniani: occorre vedere 30 milioni di cittadini scendere in piazza. La guerra e l’indebolimento della leadership possono costituire una spinta in tal senso, ma dal punto di vista dello Stato di Israele, finché l’Iran dichiara apertamente la nostra distruzione, la guerra non è finita».
Infine, a Cohen è stato chiesto delle sue intenzioni politiche e della possibilità che si candidi alla carica di primo ministro: «Ho servito lo Stato ininterrottamente per 42 anni. Non parteciperò alle elezioni di ottobre, perché ritengo che al momento sia quasi impossibile ottenere un cambiamento significativo nelle direzioni che ritengo opportune. Ma come si suol dire: mai dire mai, e forse un giorno, in futuro, cambierò idea».
(Rights Reporter, 15 agosto 2026)
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L’ambasciatore ebreo a Washington condanna i coloni «graziati» da Bibì
di Stefano Graziosi
Resta alta la tensione nel villaggio di Qusra, dopo che, nei giorni scorsi, alcuni coloni israeliani hanno bloccalo delle abitazioni palestinesi in loco. Ieri, il ministro della Difesa dello Stato ebraico, Israel Katz, ha annuncialo di voler trasferite il controllo dell'ordine in Cisgiordania dall'Idf alle forze di polizia israeliane. «Tutta la responsabilità per l'applicazione delle norme in materia civile e per il mantenimento della legge e dell'ordine sarà trasferita alla polizia», ha dichiaralo. Polizia che, secondo il Jerusalem Post, avrebbe tuttavia accolto con scetticismo il piano del ministro. Dal canto suo, il Times of Israel, pur precisando che una simile misura non sarà probabilmente attuata prima delle elezioni di ottobre per la Knesset, ha sottolineato che essa «sembrerebbe un ulteriore passo verso l'annessione della Cisgiordania. In tal senso, l'annuncio di Katz è stato bollato ieri come una «flagrante violazione del diritto internazionale» dal vicepresidente dell'Anp, Hussein al-Sheikh, secondo cui «Israele non ha alcuna sovranità su nessuna parte del territorio dello Stato di Palestina occupato nel 1967»·
Si tratta di una situazione che potrebbe rinfocolare le tensioni tra Washington e Gerusalemme. Giovedì, l'ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, aveva criticato gli atti dei coloni a Qusra, accusandoli di terrorismo. Tutto questo, mentre ieri il Times of Israel riferiva che l'amministrazione Trump stava esercitando pressioni, dietro le quinte, su Benjamin Netanyahu, affinché quest'ultimo condannasse pubblicamente quanto avvenuto nel villaggio. Probabilmente non a caso, proprio ieri pomeriggio, è arrivata la presa di posizione dell'ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter. «Quando una banda di teppisti semina il caos con violenza gratuita, distogliendo energie dall'esercito e dalle forze dell'ordine israeliane, e afferma di farlo per il bene della patria, si tratta di una distorsione, persino di un sacrilegio», ha detto.
Ma per quale ragione il nodo dei coloni ha messo Israele in rotta di collisione con gli Stati Uniti? In vista delle elezioni di ottobre, il premier israeliano ha necessità di non irritare l'ala destra della sua coalizione di governo, ragion per cui non può politicamente permettersi un approccio severo verso gli insediamenti colonici ed è contrario all'istituzione di uno Stato palestinese. Donald Trump, dal canto suo, ha tessuto, rispetto al primo mandato, dei rapporti migliori con l'Anp e punta a mantenerli buoni, anche in considerazione del piano di pace per Gaza (piano di cui suo genero, Jared Kushner, discuterà la prossima settimana, visitando Israele ed Egitto), Trump sa inoltre che l'Arabia Saudita ha posto come condizione per la propria adesione ai Patti di Abramo quella della creazione di uno Stato palestinese. Tra l'altro, le tensioni stanno coinvolgendo anche il Vecchio Continente. Ieri, la Francia ha invocato l'arresto dei coloni a Qusra. «La Francia condanna fermamente l'occupazione di diverse case palestinesi nel villaggio di Qusra, in Cisgiordania, da parte di coloni israeliani», ha tuonato il ministero degli Esteri di Parigi.
Nel frattempo, il Jerusalem Post ha riportato che l'Idf che giovedì ha ucciso un comandante di Hamas, condurrà un'indagine interna per far luce sul perché le forze militari dello Stato ebraico abbiano impiegato così tanto tempo per smantellare l'avamposto dei coloni nel villaggio. È stato frattanto reso noto che in una delle abitazioni assediate erano presenti cinque italiani. Il gruppo è stato evacuato e trasferito in un'altra casa, mentre la Farnesina sta monitorando la situazione. Frattanto, Haaretz ha riferito che, ieri mattina, i coloni avevano fatto ritorno a Qusra.
(La Verità, 15 agosto 2026)
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La somma di problemi che ruotano intorno a Israele è una questione di verità, non di moralità. I comportamenti morali dei soggetti che vi partecipano non hanno alcun peso. Anche il 7 ottobre, che nella sua atrocità ha visto arabi di Gaza assalire ebrei inermi nelle loro case, non aggiunge nulla al peso di diritto che ha il popolo ebraico su quella terra. Tanto meno vi toglie qualcosa il comportamento di ebrei che assalgono case in cui si trovano arabi. È la relazione con la verità che va seguita nell’esaminare i fatti.
Si usa il termine “coloni”, e ciò non è vero, perché non corrisponde al giuridico rapporto che gli assalitori hanno con quella terra, che non viene sottratta ad altri, ma in verità appartiene a loro.
Si usa il termine “Cisgiordania”, e questo non corrisponde al vero, perché è un uso fraudolento del linguaggio per indurre a pensare che si tratti di terra una volta appartenente alla Giordania. Il termine corrispondente al vero è “Giudea e Samaria”, terra appartenente da tempi biblici al popolo ebraico.
Nella Bibbia il contrario di verità è menzogna. E di menzogna si tratta nella maggior parte di articoli di stampa, dove si usa il richiamo alla moralità per calpestare la verità anche nelle parole.
Si sarebbe potuto dire: alcuni israeliani hanno dato un’impropria, esecrabile manifestazione del loro legittimo desiderio di vivere con pieno diritto sulla loro terra. E qui il richiamo alla moralità sarebbe stato pienamente giustificato. M.C.
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Mazal Tov! L’Islanda ha il suo Beit Shvidler Jewish Center, il primo centro ebraico della storia del Paese
Dopo oltre un secolo di presenza ebraica senza una sede stabile, la comunità di Reykjavik inaugura uno spazio dedicato alla preghiera, alla cultura e all’incontro. Un traguardo reso possibile dal lavoro dei rabbini Avraham e Mushky Feldman.
di Nina Deutsch
Abbiamo sognato questo momento per anni e ora ci troviamo immersi in questo sogno che è diventato realtà». Con queste parole il rabbino Avraham Feldman ha annunciato l’apertura del Beit Shvidler Jewish Center of Iceland, il primo centro ebraico permanente nella storia dell’Islanda. La struttura è dedicata al filantropo Eugene Shvidler, il cui contributo è stato determinante per l’acquisto e la ristrutturazione dello spazio. La notizia è stata pubblicata lo scorso luglio sul sito ufficiale Chabad.org, segnando una tappa destinata a entrare nella storia della piccola nazione nordica.
L’Islanda, con i suoi poco più di 390 mila abitanti, è spesso percepita come un’isola lontana, sospesa nel Nord Atlantico, distante dalle grandi rotte europee e raramente al centro dell’attenzione internazionale. Ancora meno si pensa alla presenza ebraica. Eppure gli ebrei vivono sull’isola da oltre un secolo, anche se per gran parte di questo tempo Reykjavik è rimasta l’unica capitale europea priva di un rabbino residente e di una sinagoga stabile. Una presenza discreta, spesso invisibile, che oggi trova finalmente un luogo capace di raccontarne la storia e di proiettarla nel futuro.
La svolta è arrivata nel 2018, quando Avraham e Mushky Feldman sono approdati in Islanda come emissari di Chabad-Lubavitch. Per anni hanno costruito la comunità partendo praticamente da zero: incontri nelle loro abitazioni, celebrazioni organizzate in sale di hotel e spazi temporanei, relazioni coltivate una persona alla volta. Un lavoro silenzioso, fatto soprattutto di ascolto e di legami personali.
«La nostra priorità principale era semplicemente quella di entrare in contatto con le persone a livello personale, a livello individuale, e scoprire cosa, secondo loro, mancasse», ha raccontato il rabbino Feldman in un’intervista al Jerusalem Post. Non era una questione di numeri. «Ogni individuo è un mondo intero», ha spiegato, sottolineando come offrire anche a una sola famiglia la possibilità di vivere pienamente la propria identità ebraica possa fare una differenza enorme.
Il nuovo centro non nasce soltanto come luogo di culto, ma anche come spazio culturale aperto al dialogo con la società islandese. La futura esposizione permanente dedicata alla vita ebraica sull’isola è stata infatti concepita per raccontare non solo le persecuzioni del passato, ma soprattutto la storia, i contributi e la vitalità della presenza ebraica in Islanda, con l’obiettivo di favorire la conoscenza reciproca e il confronto tra culture.
Quella rete di rapporti, costruita con pazienza, ha fatto emergere una realtà poco conosciuta: molti ebrei presenti in Islanda non si conoscevano neppure tra loro. Con il passare degli anni sempre più persone hanno iniziato a contattare i Feldman e oggi la comunità riunisce alcune centinaia di ebrei provenienti da Paesi, tradizioni e percorsi religiosi diversi, accomunati dal desiderio di avere finalmente un punto di riferimento stabile.
Il nuovo Beit Shvidler Jewish Center rappresenta il coronamento di questo percorso. Distribuito su tre piani e con una superficie di circa 836 metri quadrati, ospita un negozio di prodotti ebraici e kosher, spazi destinati a eventi comunitari, un’area pensata per un futuro caffè o ristorante kosher e la Galleria della Vita Ebraica in Islanda, una mostra permanente che racconta oltre cento anni di presenza ebraica sull’isola. È inoltre prevista la realizzazione di un mikveh, nell’edificio acquistato in precedenza dalla comunità.
La scelta dell’edificio non è stata immediata. In un primo momento la comunità aveva acquistato una struttura più piccola, ma durante la fase dei progetti e delle autorizzazioni si è presentata l’opportunità di acquisire uno spazio molto più grande. «Abbiamo dovuto chiederci se restare fedeli al piccolo sogno o trasformarlo in qualcosa di davvero speciale», ha ricordato Feldman. Una decisione che ha permesso di immaginare un centro non soltanto per le esigenze attuali, ma anche per quelle delle future generazioni.
Negli ultimi anni non sono mancati momenti destinati a lasciare il segno. Nel 2018 Reykjavik ha ospitato la prima accensione pubblica delle luci di Hanukkah della sua storia. Nel febbraio 2020 è stato completato il primo Sefer Torah mai inaugurato in Islanda: le ultime lettere sono state scritte dai membri della comunità e il rotolo è stato portato in processione lungo la via principale della capitale sotto una chuppah, attirando l’attenzione e la curiosità di numerosi cittadini.
Un altro passo storico è arrivato nel 2021, quando l’Islanda ha riconosciuto ufficialmente l’ebraismo come religione. Da quel momento matrimoni, cerimonie di imposizione del nome e funerali ebraici hanno ottenuto pieno riconoscimento civile, un passaggio che ha consolidato il percorso di crescita della comunità.
L’apertura del nuovo centro è stata accolta con messaggi di sostegno anche dalle istituzioni islandesi. In una lettera ufficiale, il primo ministro ha definito il Beit Shvidler Jewish Center «un’importante pietra miliare per la comunità ebraica e per la società islandese», aggiungendo che sarà «un luogo di cultura, apprendimento e dialogo, destinato ad arricchire la nostra comunità negli anni a venire».
Anche la presidente dell’Althing, il Parlamento islandese, ha sottolineato il valore dell’iniziativa, ricordando che per la prima volta gli ebrei dell’isola dispongono di uno spazio stabile dove riunirsi, celebrare le festività, trasmettere le proprie tradizioni e costruire il futuro della comunità.
Per il rabbino Feldman, però, il significato di questo progetto va oltre l’inaugurazione di un edificio. «Insieme stiamo scrivendo il capitolo islandese della storia del popolo ebraico», ha detto durante la cerimonia.
Un capitolo iniziato oltre cent’anni fa in modo silenzioso e che oggi, nel cuore di Reykjavik, trova finalmente una casa: un luogo destinato non solo a custodire la memoria, ma anche a dare nuovo slancio alla vita ebraica in una delle nazioni più remote d’Europa.
(Bet Magazine Mosaico, 14 agosto 2026)
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Arresti e torture: la morsa di Hamas su Gaza
di Shira Navon
Hamas sta approfittando della tregua per ricostruire il proprio apparato di controllo a Gaza e intensificare la repressione contro i palestinesi considerati oppositori o semplicemente sospetti.
L’allarme arriva dalle IDF, che hanno scelto una modalità insolita per renderlo pubblico: un messaggio rivolto direttamente agli abitanti della Striscia dalla tenente colonnello Ella Waweya, portavoce dell’esercito israeliano in lingua araba.
Secondo le informazioni diffuse dalle IDF e dallo Shin Bet, interrogatori violenti, arresti e torture sarebbero aumentati dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, mentre Hamas cerca di ristabilire un controllo capillare sulla popolazione dopo quasi tre anni di guerra.
Strutture civili — fra cui ospedali, scuole e moschee — verrebbero utilizzate anche per detenere e interrogare palestinesi sospettati di collaborazionismo, dissenso o attività ostili all’organizzazione.
Le accuse provengono da apparati israeliani direttamente coinvolti nel conflitto e richiedono quindi riscontri esterni.
Alcuni, tuttavia, esistono.
Lo scorso giugno la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi ha denunciato la «gravità e il carattere pubblico» delle misure punitive adottate da Hamas contro la popolazione di Gaza, attribuendo alle forze legate all’organizzazione omicidi e torture qualificabili come crimini di guerra.
Il rapporto dell’ONU descrive una popolazione palestinese intrappolata anche nel «governo fondato sulla paura» esercitato da Hamas.
Un altro segnale significativo era arrivato da Medici Senza Frontiere.
Nel gennaio scorso l’organizzazione aveva sospeso le attività mediche non essenziali all’ospedale Nasser di Khan Younis dopo aver segnalato gravi violazioni della neutralità della struttura.
Personale e pazienti avevano riferito della presenza di uomini armati, alcuni mascherati, oltre a intimidazioni e arresti arbitrari, e a un episodio che aveva fatto sospettare lo spostamento di armi all’interno del complesso.
La denuncia israeliana si inserisce dunque in un quadro più ampio.
Hamas governa Gaza dal 2007, quando estromise con la forza Fatah dopo la vittoria nelle elezioni legislative palestinesi dell’anno precedente.
Da allora nella Striscia non si sono più tenute elezioni nazionali e le organizzazioni internazionali che monitorano le libertà politiche hanno ripetutamente documentato repressione del dissenso, arresti arbitrari e violenze contro oppositori e manifestanti.
Freedom House continua a definire il governo di Hamas autoritario e fondato sulla soppressione delle critiche.
La guerra iniziata con il massacro del 7 ottobre 2023 ha sconvolto anche questo sistema di potere.
Gran parte delle strutture amministrative e militari dell’organizzazione è stata colpita, migliaia dei suoi uomini sono stati uccisi e la presenza delle IDF ha ridisegnato il controllo territoriale della Striscia.
Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ha però lasciato Hamas in controllo di fatto di una parte considerevole di Gaza, consentendogli di ricostituire gradualmente polizia, sicurezza interna e strutture amministrative.
È proprio questa capacità di rigenerazione a preoccupare Israele.
All’inizio di agosto Gerusalemme ha accusato Hamas di continuare a reclutare uomini, ricostruire tunnel e riarmarsi, sostenendo che tali attività violino gli impegni previsti dal piano americano per la smilitarizzazione della Striscia.
La repressione interna svolge in questo processo una funzione essenziale.
Un’organizzazione indebolita militarmente ha bisogno di impedire la nascita di poteri alternativi, neutralizzare le reti considerate ostili e dimostrare alla popolazione che la propria autorità è sopravvissuta alla guerra.
Le esecuzioni e le violenze compiute contro palestinesi accusati di collaborare con Israele o di opporsi al movimento hanno già mostrato quanto brutale possa diventare questa competizione.
Per Israele la questione investe direttamente qualsiasi progetto sul futuro di Gaza.
Se Hamas riesce a utilizzare il periodo di tregua per ricostruire gli strumenti attraverso i quali esercita il potere, la fine delle grandi operazioni militari rischia di restituire progressivamente all’organizzazione una parte di ciò che aveva perduto sul campo.
Per i palestinesi di Gaza il problema è ancora più immediato.
Dopo anni di guerra e devastazione, la ricostruzione dovrebbe coincidere con il recupero di una vita civile.
Il ritorno di interrogatori, arresti arbitrari e violenze politiche indica invece che, insieme agli edifici, Hamas sta cercando di ricostruire anche il sistema coercitivo con cui ha governato la Striscia per quasi vent’anni.
Il messaggio in arabo delle IDF ha evidentemente anche una funzione di guerra psicologica e politica contro Hamas.
Sarebbe però un errore liquidare per questo il problema che solleva.
Quando persino una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite parla apertamente di omicidi, torture e governo della paura, la repressione dei palestinesi da parte di Hamas smette di essere soltanto un’accusa israeliana.
Diventa uno dei nodi da sciogliere per capire chi governerà Gaza quando la guerra sarà davvero finita.
(Setteottobre, 14 agosto 2026)
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Il principale rabbino del Venezuela esorta a rinnovare i rapporti con Israele
Lunedì un importante rabbino del Venezuela ha chiesto alla presidente del Paese, Delcy Rodríguez, di ristabilire le relazioni diplomatiche con Israele, secondo quanto riferito domenica dal ministero degli Esteri venezuelano.
Il rabbino Isaac Cohen, rabbino capo dell’Israelite Association of Venezuela (AIV), ha consegnato a Rodríguez una lettera a lei indirizzata durante un incontro con il ministro degli Esteri venezuelano Félix Plasencia González presso la sede del ministero a Caracas, secondo una nota del ministero.
L’incontro aveva lo scopo di «affrontare le esigenze della comunità ebraica nel nostro Paese», ha dichiarato Plasencia, secondo quanto riferito dal ministero.
«Il Venezuela ha storicamente accolto a braccia aperte una grande comunità ebraica, i cui contributi hanno arricchito e continuano ad arricchire il benessere e lo sviluppo della nostra nazione», ha aggiunto.
Plasencia ha inoltre ribadito la gratitudine del governo venezuelano per l’assistenza fornita da Israele in seguito a due terremoti che hanno colpito il Paese il 24 giugno.
Il Venezuela interruppe le relazioni diplomatiche con Israele nel gennaio 2009, sotto l’allora presidente Hugo Chávez, che citò come motivazione l’operazione militare israeliana di quell’anno contro Hamas nella Striscia di Gaza. I rapporti tra Venezuela e Israele peggiorarono durante la presidenza di Chávez, morto nel 2013, e non migliorarono sotto il suo successore, Nicolás Maduro. Entrambi svilupparono stretti rapporti con l’Iran, condannarono ripetutamente Israele e furono accusati di alimentare l’antisemitismo.
Per anni, durante il governo Chávez, gli ebrei venezuelani subirono ripetute incursioni della polizia nelle istituzioni comunitarie.
La popolazione ebraica del Venezuela diminuì significativamente durante le epoche di Chávez e Maduro, entrambi inoltre fortemente ostili agli Stati Uniti.
A gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato un’operazione militare durante la quale Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sono stati prelevati da Caracas e trasferiti negli Stati Uniti per affrontare accuse di aver cospirato per introdurre cocaina negli Stati Uniti. I due hanno respinto le accuse mentre attendono il processo.
Il nuovo governo, sebbene guidato da esponenti provenienti dal regime di Maduro, ha adottato un approccio più pragmatico nei rapporti con gli Stati Uniti, compreso il ripristino delle relazioni diplomatiche e consolari con Washington.
(HaKol, 14 agosto 2026)
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El Al, conti in crescita e domanda alta per i voli verso Israele
di Ruben Caivano
El Al non arresta la sua crescita, nonostante un anno difficile per Israele tra la guerra e instabilità regionale. Nel secondo trimestre 2026 la compagnia ha registrato 986 milioni di dollari di ricavi, contro i 777 milioni dello stesso periodo del 2025. L’utile netto è arrivato a 132 milioni di dollari, il doppio rispetto ai 66 milioni di un anno prima.
Mentre molte compagnie straniere non sono ancora tornate stabilmente a volare su Tel Aviv, El Al ha rafforzato il suo ruolo di vettore strategico per Israele, garantendo i collegamenti anche nei momenti più critici. Segno che la domanda di volare verso Israele resta alta, soprattutto tra la diaspora.
Il conflitto con l’Iran, l’operazione “Leone Ruggente”, ha comunque avuto un costo. El Al stima un impatto di circa 55 milioni di dollari nel secondo trimestre. Sommato ai 90 milioni persi nei primi tre mesi dell’anno, il totale nel semestre sale a quasi 145 milioni di dollari, per le restrizioni di sicurezza e i voli ridotti nelle settimane più critiche. Nonostante questo, la compagnia ha chiuso il trimestre con risultati positivi, con i posti occupati risaliti al 94% già a giugno.
Le prenotazioni già acquisite hanno toccato a fine giugno un massimo storico di 1,4 miliardi di dollari. La compagnia prevede una crescita della capacità fino al 10% nel terzo trimestre.
Sul piano industriale, El Al prosegue anche il rafforzamento della flotta, con l’ingresso di due nuovi Boeing 737 e il rinnovo dei 777. La compagnia ha inoltre lanciato El Al Travel, una piattaforma di servizi turistici per i 3,7 milioni di iscritti al programma fedeltà Matmid, e ha firmato un accordo con Starlink per il Wi-Fi a bordo.
(Shalom, 14 agosto 2026)
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Quattro contenuti antisemiti su cinque restano online. L’alibi di Gaza entra negli algoritmi
Un rapporto del World Jewish Congress mostra che oltre l’81 per cento dei contenuti antisemiti esaminati resta online. La scarsa efficacia delle segnalazioni riflette un’eccezione morale che, dietro la “contestualizzazione” politica, finisce per normalizzare l’odio contro gli ebrei.
di Filippo Piperno
Che cosa accade quando un utente segnala un contenuto antisemita a una piattaforma social? Nella grande maggioranza dei casi esaminati, quel contenuto rimane online.
Lo documenta un rapporto del World Jewish Congress, pubblicato il 12 agosto con il titolo Flagged and Failed. La ricerca ha analizzato 754 segnalazioni raccolte fra febbraio 2025 e aprile 2026 attraverso il sistema di monitoraggio HO, verificando nel maggio successivo quali post fossero ancora accessibili. In 613 casi, oltre l’81 per cento del campione, il contenuto risultava ancora online.
Soprattutto, la segnalazione diretta alla piattaforma non sembrava modificare in misura apprezzabile la probabilità di rimozione. I contenuti formalmente segnalati erano stati rimossi nel 19,5 per cento dei casi; quelli non segnalati nel 18,2. Tra i materiali rimasti online figuravano inviti espliciti a colpire gli ebrei e le sinagoghe. Sei condivisioni di una pubblicazione ufficiale dell’Isis che incitava ad attaccare luoghi e comunità ebraiche erano state segnalate a Facebook ed erano ancora accessibili al momento della verifica.
I contenuti antisemiti collegati a Israele erano quelli rimossi con minore frequenza: soltanto il 5,2 per cento. Nessuno dei 28 post che equiparavano le politiche israeliane a quelle della Germania nazista risultava rimosso.
Esiste un’eccezione significativa. TikTok aveva eliminato circa il 64 per cento dei contenuti censiti, mentre sulle altre principali piattaforme la quota oscillava fra il 12 e il 15 per cento. La differenza dimostra che non siamo di fronte a un’impossibilità tecnologica. Se una piattaforma rimuove la maggioranza dei contenuti e le altre poco più di uno su dieci, l’inerzia dipende dalle regole adottate e dal modo in cui vengono applicate.
Quelle segnalazioni inevase offrono un’indicazione diversa da quella ricavabile attraverso un sondaggio d’opinione. Le rilevazioni demoscopiche misurano le opinioni dichiarate; il sistema di moderazione registra invece comportamenti e decisioni: quali contenuti vengono segnalati, quali rimossi e quali lasciati circolare. Non ci dice che cosa gli europei pensino dell’antisemitismo, ma quanto concretamente le piattaforme social siano disposte a tollerarlo.
I sistemi di moderazione combinano regole aziendali, classificazioni automatiche, segnalazioni degli utenti e valutazioni umane. Gli algoritmi non possiedono una coscienza morale: applicano criteri, precedenti e soglie costruiti nel tempo. Finiscono così per riflettere, su scala industriale, una gerarchia culturale delle offese: quelle considerate intollerabili e quelle ritenute negoziabili. Il rapporto mostra da quale parte di questa gerarchia sia finito l’antisemitismo.
Nel linguaggio ufficiale, l’antisemitismo resta condannato quando porta una svastica, celebra Hitler o nega apertamente la Shoah. Diventa invece ambiguo, politico e bisognoso di «contestualizzazione» quando utilizza Gaza come premessa, il sionismo come bersaglio nominale e la condotta di Israele come giustificazione.
Questa deriva non nasce sulle piattaforme social e non si esaurisce in esse. A prepararla è stata anche una parte consistente della sinistra politica, culturale, accademica e giornalistica. La destra antisemita tradizionale continua a esistere, ma il suo linguaggio è riconoscibile e non ha bisogno di travestimenti. La normalizzazione più insidiosa avviene altrove: negli ambienti che rivendicano l’antirazzismo come propria identità e che proprio per questo dispongono dell’autorità morale necessaria a rendere presentabile ciò che, provenendo dall’estrema destra, verrebbe immediatamente respinto.
Non occorre dichiarare odio verso gli ebrei. È sufficiente descrivere Israele come uno Stato criminale per natura, presentare il genocidio come un fatto acquisito, trasformare la fame e la crisi umanitaria nella prova di un programma deliberato di sterminio e assimilare sistematicamente l’esercito israeliano al nazismo. Dentro questa rappresentazione, ogni persona collegata a Israele entra in una zona di sospetto. Non è più soltanto un individuo: diventa il rappresentante, il complice o almeno il beneficiario di un crimine assoluto.
La funzione di questa campagna non consiste soltanto nel condannare Israele. Consiste nel creare una franchigia per l’antisemitismo. Se Israele rappresenta il male assoluto, l’ostilità contro chiunque venga associato a Israele appare meno grave. Può essere deplorata, ma viene in qualche modo normalizzata. Ogni aggressione riceve il proprio contesto; ogni minaccia, la propria causa; ogni insulto, la propria attenuante.
L’ebreo aggredito viene così sottoposto a un esame politico prima di essere riconosciuto come vittima. Che cosa pensa di Netanyahu? Condanna la guerra? Ha preso posizione su Gaza? La solidarietà viene subordinata a una dichiarazione preventiva di estraneità, come se un cittadino ebreo dovesse rispondere delle decisioni di uno Stato per ottenere protezione nel proprio paese.
Non è ingenuità. È un’irresponsabilità canaglia, perché le conseguenze sono ormai visibili. Dopo ogni episodio antisemita arrivano, quando arrivano, condanne formalmente ineccepibili. La relativizzazione è più sottile: basta ricondurre subito l’accaduto a Gaza e alle politiche israeliane. L’aggressione non viene giustificata, ma una parte della responsabilità è già passata dall’aggressore alla vittima. Comunicano, quelle condanne, che l’aggressione è sbagliata, ma non del tutto inspiegabile; che la minaccia è inaccettabile, ma nasce da una rabbia comprensibile; che gli ebrei devono essere protetti, purché prima prendano le distanze da Israele.
Chi utilizza questo linguaggio conosce il peso delle parole. Lo conoscono i dirigenti politici, gli intellettuali, i giornalisti, i docenti, gli artisti e le organizzazioni che da anni presentano ogni controversia come una questione di rappresentazione e ogni parola come un possibile atto di violenza. Quando il bersaglio sono gli ebrei, la stessa sensibilità viene improvvisamente sospesa in nome del contesto.
Gli esiti della moderazione riflettono questa sospensione. Un insulto rivolto a una minoranza viene trattato come odio; lo stesso meccanismo applicato agli ebrei può essere riclassificato come critica al sionismo. Una minaccia accompagnata da un riferimento a Gaza può entrare nel territorio del discorso politico. La propaganda non deve più eludere la moderazione: le basta adottarne il vocabolario.
Per questo il pulsante «segnala» è così rivelatore. Alla vittima viene affidato il compito di individuare, conservare, classificare e denunciare il contenuto. La piattaforma acquisisce la segnalazione e il contenuto, nella maggior parte dei casi esaminati, rimane online. L’adempimento formale sostituisce la protezione, mentre l’inerzia viene attribuita alla complessità del caso.
Gli algoritmi finiscono così per certificare ciò che il dibattito pubblico ha già stabilito: l’antisemitismo è vietato in astratto, ma può essere ammesso quando dispone della giusta contestualizzazione. Gaza è diventata quella contestualizzazione.
L’indifferenza online non è la causa unica della violenza, ma ne abbassa il costo sociale. Chi minaccia vede che le proprie parole restano pubbliche. Chi diffonde stereotipi comprende che il riferimento a Gaza offre una copertura politica. Chi viene colpito scopre invece che persino la propria sicurezza è sottoposta a un giudizio sulle azioni di Israele.
I presagi più seri non si trovano soltanto nelle parole degli estremisti. Si trovano nell’opera di chi le rende spiegabili, nella rispettabilità di chi fornisce loro un contesto e nell’indifferenza di chi, dopo aver premuto un pulsante, considera assolto il proprio dovere.
L’antisemitismo non diventa normale quando tutti lo approvano. Diventa normale quando persone convinte di combattere ogni forma di razzismo costruiscono per quello contro gli ebrei un’eccezione morale.
(InOltre, 14 agosto 2026)
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Israele e Venezuela: dopo 17 anni riaprono i rapporti consolari tra i due Paesi
di Pietro Baragiola
Dopo una serie di colloqui tra i ministri degli Esteri Gideon Sa’ar e Félix Plasencia, martedì 11 agosto i governi di Israele e Venezuela hanno ufficialmente annunciato la ripresa dei rapporti consolari.
Si tratta del primo canale ufficiale tra i due Paesi dopo la rottura delle relazioni diplomatiche avvenuta 17 anni fa, nel 2009, durante la presidenza di Hugo Chávez.
La posizione anti-israeliana del Venezuela è cambiata dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e l’insediamento di Delcy Rodriguez alla guida del Paese. Pochi giorni dopo, il ministro Sa’ar ha auspicato una ripresa dei rapporti tra Gerusalemme e Caracas.
“Oggi entrambi i governi riconoscono l’importanza del legame tra lo Stato d’Israele e la comunità ebraica in Venezuela, che costituisce un importante ponte storico di amicizia ed è stato fondamentale in questo riavvicinamento” si legge nel comunicato congiunto rilasciato in questi giorni dai portavoce dei due Paesi.
L’intesa, tuttavia, non prevede per il momento il pieno ripristino dei rapporti diplomatici o la riapertura delle rispettive ambasciate.
• Il supporto umanitario israeliano
A favorire il riavvicinamento è stata anche la situazione d’emergenza provocata dal doppio terremoto che ha colpito il Venezuela lo scorso 24 giugno. In questa occasione Israele ha inviato una delegazione umanitaria per fornire assistenza professionale nelle operazioni di ricostruzione. Una mossa che avrebbe avuto molti risvolti positivi.
Lo stesso premier Benjamin Netanyahu, nel suo discorso rivolto alla delegazione israeliana, ha collegato esplicitamente il valore di questa missione ad un eventuale disgelo diplomatico: “state ricostruendo le rovine e anche le nostre relazioni. State mostrando al popolo del Venezuela, così come al suo governo, il vero volto dello Stato d’Israele.”
Secondo quanto rilasciato dalle autorità, gli interventi umanitari hanno infatti contribuito a permettere a decine di migliaia di venezuelani di tornare nelle proprie abitazioni ed oggi i due governi intendono proseguire questa cooperazione.
• Le reazioni al riavvicinamento
Il nuovo accordo annunciato martedì è stato accolto positivamente dalla comunità ebraica venezuelana, con il coordinatore della Confederazione delle Associazioni Ebraiche del Paese Miguel Truzman che ha ricordato il ruolo importante che gli aiuti israeliani hanno avuto nel “sostenere il Paese nel momento del bisogno”.
“Oggi inizia una nuova era” ha dichiarato Truzman sui social, definendo l’accordo “un primo passo in campo consolare” e auspicando che “nel prossimo futuro le relazioni diplomatiche tra entrambe le nazioni saranno pienamente ristabilite”.
Nelle ultime ore il quotidiano online Walla ha intervistato diversi residenti ebrei di Caracas per conoscere le loro reazioni al riavvicinamento dei due governi e tutti hanno ammesso che questa notizia “riempie di speranza e gioia”, sottolineando come la riapertura del canale consolare possa offrire soluzioni concrete alle famiglie che per anni hanno dovuto affrontare difficoltà burocratiche e amministrative.
(Bet Magazine Mosaico, 13 agosto 2026)
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Al lago Hula tornano i fenicotteri: al via la grande migrazione autunnale
di Nicole Nahum
C’è un segnale che, più di ogni calendario, annuncia l’arrivo dell’autunno: il ritorno degli uccelli migratori. Al lago Hula, nel nord di Israele, il viaggio è già cominciato. I primi otto fenicotteri hanno raggiunto lo specchio d’acqua, dando il via a una delle stagioni più spettacolari dell’anno per gli amanti della natura.
L’arrivo dei fenicotteri è solo l’inizio. Nelle prossime settimane la valle di Hula sarà attraversata da grandi stormi diretti tra Europa e Africa. Il lago è infatti uno dei principali punti di sosta lungo questa rotta: qui gli uccelli si fermano per riposare, alimentarsi e recuperare le energie prima di riprendere il viaggio.
In questi giorni sono già state osservate diverse specie, tra cui limicoli, passeriformi, combattenti, chiurli, aironi cenerini e spatole. Il numero degli uccelli è destinato ad aumentare con il progressivo accorciarsi delle giornate, uno dei segnali ambientali che contribuiscono a regolare l’inizio della migrazione.
“È sempre emozionante osservare il lago riempirsi di vita”, racconta Inbar Shlomit Rubin, responsabile sul campo del parco del lago Hula. Ogni anno più di 500 milioni di uccelli, appartenenti ad almeno 390 specie, attraversano la valle.
Per avere un’idea della quantità e della varietà di uccelli che passano da questa piccola area, basta fare un confronto con il Nord America, circa mille volte più esteso di Israele, dove si registra appena il doppio delle specie. La migrazione richiama anche centinaia di migliaia di visitatori, che raggiungono la zona per osservare gli animali durante la sosta.
“Siamo ora in una stagione affascinante”, spiega Rubin. “Da un lato, gli ultimi uccelli che hanno nidificato si stanno ancora prendendo cura dei loro piccoli. Dall’altro, ogni mattina porta una nuova sorpresa, mentre scopriamo quali specie sono arrivate al lago durante la notte”.
La migrazione torna così a scandire il ritmo delle stagioni nella valle di Hula, seguendo un ciclo naturale che ogni anno porta sulle stesse rotte specie diverse e milioni di uccelli. Per qualche settimana, il loro passaggio sarà uno degli appuntamenti più significativi della stagione nell’Alta Galilea.
(Shalom, 13 agosto 2026)
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E via un altro
A Roma un giovane ebreo aggredito per due sere consecutive mentre indossava la kippah. Ogni volta il limite si sposta un po’ più avanti. E intorno cresce l’abitudine
di Daniele Scalise
Ventidue anni, francese, ebreo. Ha commesso l’imprudenza di passeggiare per Roma con una kippah in testa. Il 7 agosto, in piazza Cairoli, gli spruzzano spray urticante sul viso gridando «Free Palestine». Ventiquattr’ore dopo, a largo di Torre Argentina, lo circondano in quattro e lo prendono a calci. Lui riconosce fra gli aggressori lo stesso uomo della sera precedente. Ancora «Free Palestine». Un algerino di 31 anni è stato denunciato, gli altri vengono cercati dai carabinieri. E via un altro. È questa ormai la sensazione. Qualunque cosa accada, il giorno dopo sembra possibile qualcosa di peggio. Il limite viene spostato di qualche metro e nessuno lo rimette dov’era. Prima gli insulti. Poi le scritte. Poi le liste degli ebrei. Poi le mappe dei luoghi «sionisti». Poi le università nelle quali uno studente ebreo deve spiegare cosa pensa di Gaza prima di avere diritto alla parola. Poi le manifestazioni davanti alle sinagoghe. Poi le aggressioni. A Roma, ad aprile, era già stato aggredito un uomo riconoscibile dalla kippah. Adesso un ragazzo viene assalito due sere di seguito. La presidente dell’UCEI Livia Ottolenghi aveva avvertito mesi fa che in Italia gli episodi di antisemitismo erano cresciuti del 400 per cento rispetto al 2022 e che si era passati dall’odio prevalentemente digitale alle aggressioni contro cose e persone. A giugno parlava di almeno due episodi al giorno dall’inizio dell’anno. Gli ebrei italiani, diceva, riescono a vivere una vita normale grazie alla protezione dello Stato. Scuole sorvegliate, grate, scorte, controlli. Nel 2026. In Italia. Eppure continuiamo a stupirci. O fingiamo di farlo. Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, dopo l’aggressione ha usato parole che qualche anno fa sarebbero sembrate intollerabili: «È partita la caccia all’ebreo». Ha aggiunto di temere soprattutto l’indifferenza dell’opinione pubblica. È esattamente lì che fa male. Per anni mi sono chiesto come fosse stato possibile. Come avessero fatto i nostri padri e i nostri nonni, persone normali, persone che lavoravano, si innamoravano, portavano i bambini a scuola, leggevano il giornale, ad assistere al 1933, poi al 1934, al 1935, al 1936 e via via fino allo sterminio, quello – ahinoi – esatto. Come avessero potuto vedere il recinto stringersi intorno agli ebrei senza capire, oppure capendo benissimo e continuando ugualmente a cenare, andare al cinema, discutere d’altro. Adesso lo capisco un po’ meglio. L’indifferenza arriva per gradi. Si abitua. Ha sempre una spiegazione pronta. C’è una guerra. Ci sono i palestinesi. C’è Netanyahu. C’è Gaza. C’è qualcosa che consente di spostare per qualche minuto l’attenzione dall’uomo preso a calci alla politica di uno Stato distante migliaia di chilometri. Il ragazzo di Roma, però, aveva una kippah. Quella era la sua colpa. Ed è qui che «Free Palestine» cambia natura. Gridato mentre si manifesta per i palestinesi è uno slogan politico. Gridato mentre si spruzza spray urticante negli occhi di un ebreo diventa la colonna sonora di un’aggressione antisemita. Gridato mentre quattro persone prendono a calci un ragazzo perché lo hanno riconosciuto come ebreo significa una cosa semplicissima: quell’ebreo è stato trasformato in Israele e può dunque essere punito per Israele. La cosa che più impressiona è la disinvoltura. Si sentono autorizzati. Possono indicare un ebreo, seguirlo, insultarlo, censire i luoghi frequentati dagli israeliani, spiegargli dove può andare e dove sarebbe meglio che sparisse. Possono farlo conservando perfino la convinzione di stare dalla parte giusta della storia. È questa una delle caratteristiche più inquietanti dell’antisemitismo di oggi. Ha una bella presenza. Si presenta con le parole dei diritti, della giustizia, della compassione. Ama i miserabili, purché siano i miserabili giusti. Per gli altri conserva una sorprendente riserva di crudeltà. E quando l’ebreo diventa il colpevole universale, anche prenderlo a calci può essere trasformato nella mente dell’aggressore in un gesto di liberazione. Intorno, noi. Scriviamo. Protestiamo. Discutiamo. Litighiamo, persino fra di noi, su quale parola usare, su quanto forte possiamo dirla, su quando diventa sconveniente alzare la voce. Facciamo quel poco, quel misero poco che possiamo fare mentre la marea sale. E qualche volta ci sentiamo ridicoli. Poi penso che proprio questo sarebbe l’errore peggiore. Considerare inutile parlare perché gli altri sono troppi, rumorosi, sicuri di sé. Credere che la marea sia invincibile perché oggi sembra esserlo. Ne abbiamo già vista una che si credeva invincibile. Questa è diversa. Ha altri simboli, altre parole, altri alleati. Sa fotografarsi meglio. Sa presentare l’odio come virtù e la discriminazione come coscienza morale. È capace di far sentire progressista chi chiede a un ebreo di nascondere la kippah. Passerà anche questa. Verrà fermata, perché le società democratiche possiedono ancora gli strumenti per fermarla, se decidono di usarli. La domanda è quanto dovremo lasciare accadere prima di deciderci. Perché ieri era una scritta. Oggi è un ragazzo preso a calci nel centro di Roma. E domani, di questo passo, rischiamo di dover scrivere ancora una volta la stessa frase. E via un altro.
(Setteottobre, 13 agosto 2026)
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Una scuola palestinese voluta da Israele e osteggiata dall’ONU
di Nathan Greppi
Secondo funzionari israeliani, le Nazioni Unite tentano di fermare l’apertura di un nuovo campus a Kafr Aqab, rivendicando la proprietà dell’ex complesso dell’UNRWA. Israele accusa l’ONU di anteporre lo scontro politico alle esigenze di oltre 140 studenti palestinesi già iscritti.
Le Nazioni Unite stanno cercando di bloccare la costruzione, da parte d’Israele, di una scuola per bambini e ragazzi palestinesi indigenti in un vecchio complesso inutilizzato dell’UNRWA. A riportarlo, citando funzionari israeliani, è il New York Post.
Il sito scelto per il campus si trova a Kafr Aqab, un quartiere di Gerusalemme Est. L’obiettivo è accogliere gli studenti all’inizio del nuovo anno scolastico, il 1° settembre. L’ONU, tuttavia, si starebbe mobilitando per impedirlo, accusando lo Stato ebraico di aver sottratto il complesso all’UNRWA.
Secondo la versione israeliana, le Nazioni Unite intenderebbero opporsi al progetto dopo la decisione d’Israele di mettere al bando le attività dell’UNRWA all’interno del Paese, in seguito alle notizie sul coinvolgimento di alcuni dipendenti dell’agenzia nei massacri del 7 ottobre 2023.
«Quando la politica viene prima dei bambini, l’ONU ha perso di vista le sue responsabilità fondamentali. Dovrebbe aprire le porte ai bambini, non tenere chiuse quelle delle scuole per ragioni politiche», ha dichiarato al New York Post un funzionario israeliano.
• La situazione a Kafr Aqab
Più di 140 ragazzi sono già iscritti alle classi dalla settima alla decima — secondo il sistema scolastico statunitense, corrispondenti indicativamente alla fascia di età compresa tra i 12 e i 16 anni — e la scuola prevede di estendere negli anni l’offerta fino al dodicesimo grado, frequentato da studenti di 17-18 anni. Secondo i funzionari, una volta completati, il campus educativo e il centro comunitario dovrebbero servire circa 22.000 residenti.
Il progetto è destinato a uno dei quartieri arabi più densamente popolati di Gerusalemme, dove molti bambini impiegano complessivamente due o tre ore al giorno per raggiungere la scuola e tornare a casa, perché nelle vicinanze non ci sono aule sufficienti. Il complesso, tuttavia, è rimasto per molto tempo in gran parte inutilizzato, fatta eccezione per un piccolo centro di formazione gestito dall’UNRWA.
L’ONU ha cercato di impedire la costruzione del nuovo centro educativo, sostenendo che il terreno sia di sua proprietà. Dopo aver esaminato l’atto di proprietà originale, tuttavia, il New York Post e i funzionari israeliani affermano che il terreno fu acquistato dal Fondo Nazionale Ebraico nel 1937, durante il Mandato britannico. Anche nel periodo in cui la Giordania occupò Gerusalemme Est, dal 1948 al 1967, la titolarità legale della proprietà sarebbe rimasta invariata.
• I precedenti
Oltre a quanti vi avrebbero partecipato direttamente, secondo un’indagine di UN Watch ci sono stati diversi casi di insegnanti sul libro paga dell’UNRWA che hanno inneggiato sui social ai massacri del 7 ottobre.
Tra questi, Waseem Ula, che ha pubblicato la foto di un giubbotto esplosivo da kamikaze scrivendo: «Aspettate, figli del giudaismo». Shatha Husam Al Nawajha, invece, ha elogiato in un gruppo Telegram gli autori dei massacri, scrivendo: «Possa Allah garantire loro la vittoria».
(InOltre, 13 agosto 2026)
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Gerusalemme non mi lascia mai andare
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Quando molti anni fa ascoltai per la prima volta «Eccomi», ebbi la sensazione che qualcuno avesse messo in musica la mia stessa vita. È molto più di una canzone su due città. Racconta la tensione che molti gerosolimitani portano dentro di sé, tra la pesantezza di Gerusalemme e la leggerezza di Tel Aviv, tra sacralità e quotidianità, storia e presente, fede e libertà. Chi conosce Gerusalemme solo da turista difficilmente capirà questa tensione. Chi vive qui la porta dentro di sé ogni giorno. Forse è per questo che questa canzone non racconta solo la mia storia, ma dice qualcosa anche sull’anima di Israele. Gerusalemme esige. Tel Aviv seduce.
Chi è cresciuto a Gerusalemme conosce questa tensione. Gerusalemme non è semplicemente una città santa. Gerusalemme ti mette alla prova, la città spesso ci stanca. Qui quasi nulla è neutrale. Religione, politica, storia, identità: tutto è in bella vista per le strade. Ebrei e arabi, religiosi e laici, autoctoni e nuovi immigrati, Oriente e Occidente si incontrano in uno spazio ristretto. Gerusalemme è una città che appartiene a persone estreme o, per dirla meglio, che attira persone estreme come una calamita. A volte insieme, a volte fianco a fianco e a volte l’una contro l’altra. Persino Dio sembra qui, come dice così bene la canzone, vibrare sulla stessa frequenza. Inoltre, ho tutti i miei amici nella Città Santa di Gerusalemme, e questo non rende santo nessuno di loro, nemmeno me.
A solo un’ora di distanza eppure sembra che lì inizi un altro mondo. Il mare al posto delle montagne. La spiaggia al posto delle antiche pietre del Tempio. La cultura al posto delle sinagoghe. Il presente al posto del passato. Tel Aviv dice: «Vivi il presente». Gerusalemme chiede: «Da dove vieni e dove vai? Santifica il passato».
Gerusalemme e Tel Aviv incarnano due visioni del mondo, forse addirittura due anime, che convivono nel nostro Paese e in molti di noi. Gerusalemme rappresenta la memoria, la tradizione, la responsabilità, la fede e l’appartenenza. Tel Aviv rappresenta la libertà, l’individualità, l’autorealizzazione, la modernità e il desiderio di liberarsi dal peso del passato. Naturalmente la realtà è più complessa: anche Gerusalemme è moderna e ribelle, e anche Tel Aviv possiede profondità, tradizione e fede. Ma come simboli, le due città raccontano qualcosa di essenziale su Israele.
Ed è proprio in questo che mi riconosco. Ci sono momenti in cui Gerusalemme diventa troppo angusta. Troppo pesante. Troppo religiosa, troppo politica, troppo tesa. Viene voglia di scendere giù, al mare, respirare a pieni polmoni e vivere semplicemente, senza che ogni pietra ti racconti cosa è successo in quel luogo duemila o tremila anni fa. E so che i turisti, specialmente i cristiani devoti, amano particolarmente la Città Santa di Gerusalemme, ed è giusto che sia così. Ma chi vive qui vede anche l’altro lato della Città Santa. Gerusalemme mi fa impazzire, ed è proprio per questo che amo questa città.
Di tanto in tanto mi viene in mente l’idea di trasferirmi a Tel Aviv, perché quella vivace città costiera mi affascina. Da kitesurfer amo il mare, ma c’è qualcosa che mi manca in quella città costiera senza tregua: la sacralità, l’estremo, la storia, il volto di Dio o l’aria fresca d’estate. La spensieratezza da sola non basta più. Si comincia a sentire la mancanza delle montagne. Dell’aria secca e limpida. Del silenzio di una serata gerosolimitana. Delle pietre. Delle persone, dei miei amici. Persino delle tensioni. E forse anche di quella sensazione difficile da spiegare, che la propria vita faccia parte di qualcosa di più grande e più antico di sé stessi.
La canzone «Eccomi che arrivo» degli Hadag Nahash racconta esattamente ciò che provo, questo movimento con umorismo e autoironia: via da Gerusalemme, verso il presunto paradiso di Tel Aviv e, prima o poi, di nuovo indietro. È solo da lontano che ci si rende conto di ciò che si è lasciato. Ciò che prima sembrava grigio e noioso acquista improvvisamente un altro valore.
Hadag Nahash è una band hip-hop israeliana fondata a Gerusalemme nel 1996, che fonde hip-hop, funk, rock e reggae con sonorità orientali. Con testi arguti, divertenti e di critica sociale, le loro canzoni raccontano delle tensioni politiche, sociali e culturali di Israele e sono considerate la voce musicale della Gerusalemme moderna. La loro famosa canzone «Hine Ani Ba» (Eccomi che arrivo) descrive in modo divertente il conflitto interiore tra la pesantezza di Gerusalemme e la leggerezza di Tel Aviv, colpendo così nel segno per molti israeliani.
Forse questo descrive anche Israele stesso. Oscilliamo costantemente tra Gerusalemme e Tel Aviv, tra sacralità e vita quotidiana, tradizione e modernità, comunità e individualismo, passato e futuro, Dio e l’uomo. Vogliamo essere liberi e allo stesso tempo sapere a quale luogo apparteniamo. Vogliamo essere la luce delle nazioni, ma allo stesso tempo essere come tutte le altre nazioni. Vogliamo reinventarci senza perdere le nostre radici. Ecco perché per me questa canzone non è solo una canzone su due città. Racconta qualcosa del nostro io più profondo. Dell’anima israeliana e anche della mia. Tra Gerusalemme e Tel Aviv vive l’anima di Israele.
«ECCOMI CHE ARRIVO…»
Gerusalemme, una città pazzesca.
Cammino per la zona pedonale e mi sento come nel crogiolo del mondo. Mille culture, ognuno ha un fratello e nove sorelle. Gli arabi sono al loro posto, gli ultraortodossi nelle loro stanze e tutti qui accolgono Dio sulla stessa lunghezza d’onda.
Dopo Teddy (Kollek) le cose a Gerusalemme sono andate rapidamente giù, mentre Tel Aviv brillava sempre di più, giorno dopo giorno. Gli amici se ne andavano o si avvicinavano al Creatore dei cieli. Grigio, noioso, niente mare.
Pensieri di andarmene. Mi ci sono voluti tre anni per prendere la decisione. Metto le mie cose in valigia, dal villaggio alla città, in discesa.
Tel Aviv, eccomi che arrivo. Sono venuto per sudare, eccomi che arrivo. Perché tu sei l’unica, lo giuro.
Mi sono messo in cammino verso la pianura costiera. Che shock mi aspetterà? E ora che finalmente sono a Tel Aviv, mi adatto al paesaggio, tutto è fresco e bello. Wow, quanti seni, mi bruciano gli occhi.
Dopo due anni di Sodoma e Gomorra non mi riconosco più allo specchio. Conosco gente, mi mescolo tra loro, mi fondo con loro, stringo amicizia con tutti i proprietari delle discoteche.
Ora che ne faccio parte, capisco: non brilla affatto. Quanto rumore, quanta fuliggine, dammi un po' d'erba, dammi un albero. L’intera giornata è sprecata con «Shalom, Shalom». L’affitto costa una fortuna, l’umidità e la follia. E poi il sasso mi è caduto: il paradiso che avevo tra le mani.
Pensieri di andarmene. Mi ci sono voluti tre anni per prendere la decisione. Metto i miei peccati in valigia, dalla città alla campagna, in direzione…
Gerusalemme, eccomi che arrivo. Torno da te, eccomi che arrivo. Alle tue mura, eccomi che arrivo. Perché sei l’unica, lo giuro.
Sono tornato a Gerusalemme. Qui l’hummus è buono, è un dato di fatto. Mi dà pace, mi dà silenzio, anche uno sbadiglio non guasta. Quando è stata l’ultima volta che ho infilato un bigliettino nel Muro del Pianto? Ho investito in cibo, ho trovato nuovi amici. Questa città mi restituirà il controllo della mia vita. Ci fonderemo con se stessi, invece di mescolare l’acqua tra di noi. Respiriamo un po’ d’aria di montagna, limpida come il vino.
Yella Beitar! Yella, la vita di paese! L’importante è essere felici.
Eccomi che arrivo… Tel Aviv, eccomi che arrivo. Arrivo, eccomi che arrivo. Sono venuto per sudare, eccomi che arrivo. Perché tu sei l’unica, lo giuro.
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(Israel Heute, 13 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Gaza: tra disarmo mancato di Hamas, veti e vuoto politico
Tra l’annuncio americano sul disarmo di Hamas, il rifiuto di Netanyahu e l’assenza di una leadership palestinese autorevole, Gaza resta sospesa tra occupazione militare, vuoto istituzionale e crisi umanitaria. Le elezioni israeliane e statunitensi possono decidere se il conflitto scivolerà verso una tregua fragile o una nuova escalation.
di Luca longo
Il paesaggio urbano della Striscia di Gaza si presenta oggi come un’infinita distesa di macerie e polvere di cemento, sormontata da montagne di rifiuti accumulati da oltre due milioni di persone in quasi tre anni di totale paralisi dei servizi di raccolta e discarica.
Sono passati oltre trentaquattro mesi da quando quattromila terroristi di Hamas, seguiti da migliaia di civili pronti alla razzia, hanno invaso il territorio di Israele distruggendo interi villaggi, hanno massacrato 1.195 persone e hanno rapito e torturato 251 ostaggi.
Oggi, dopo ininterrotte operazioni militari ad altissima intensità, l’inquadramento geografico dell’enclave risulta profondamente alterato. L’esercito israeliano mantiene il controllo tattico e strategico su oltre il 60% del territorio, isolando la Striscia con cuscinetti di sicurezza lungo il perimetro di demarcazione che conosciamo come «Linea Gialla».
Intanto, in uno spazio via via più ristretto, si ammassano quasi 2,3 milioni di sfollati, stipati in tendopoli improvvisate a Khan Younis, Deir al-Balah e nelle aree costiere di Al-Mawasi, in condizioni alimentari, igieniche e sanitarie assolutamente critiche.
La traiettoria bellica degli ultimi mesi registra una transizione complessa. Da una parte, l’azzeramento della catena di comando di Hamas – culminato nella morte di figure chiave come Yahya Sinwar e, nel maggio del 2026, del comandante delle Brigate Qassam, Izz al-Din al-Haddad – riduce le capacità operative del gruppo miliziano a tattiche di guerriglia asimmetrica.
Dall’altra parte, il mantenimento di sacche di resistenza tra i tunnel non ancora identificati e demoliti – e l’assenza di un’alternativa di governo strutturata – impediscono la chiusura definitiva del conflitto. Sul piano istituzionale, il 6 luglio 2026 Hamas compie la mossa formale di sciogliere il proprio organo esecutivo a favore del Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, una struttura tecnica affiancata dalle Nazioni Unite. Tuttavia, senza un effettivo trasferimento delle armi, il controllo politico reale rimane indefinito.
• La diplomazia di luglio e la svolta del Board of Peace
Il 31 luglio 2026, dalla sua piattaforma Truth, il presidente Trump lancia un annuncio destinato a scuotere i canali diplomatici. Attraverso il Board of Peace, il consiglio di pace istituito da Trump stesso per gestire la transizione postbellica, gli Stati Uniti proclamano il raggiungimento di un accordo per il completo disarmo di Hamas e delle altre fazioni armate presenti a Gaza. Il piano in 15 punti delineato dalla diplomazia americana – elaborato in intesa con i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia – prospetta una scansione progressiva.
Il percorso prevede il ritiro scaglionato delle forze israeliane dalle posizioni occupate nella Striscia, affiancato dal dispiegamento di una Forza Internazionale di Stabilizzazione con il compito di presidiare i punti nevralgici e addestrare una nuova polizia civile palestinese. A questo si aggiungono la consegna verificabile delle armi pesanti, dei razzi e il definitivo smantellamento delle infrastrutture sotterranee.
L’ipotesi di una svolta immediata trova tuttavia un ostacolo nell’atteggiamento della leadership politica di Hamas. Il gruppo, riorganizzato attorno a Khalil al-Hayya, sessantacinquenne tra i fondatori storici del movimento e già braccio destro di Sinwar, risponde ponendo condizioni rigide.
La dirigenza palestinese fa sapere di escludere la cessione delle armi o la rinuncia alla resistenza senza la garanzia vincolante di un ritiro totale delle truppe israeliane e la cessazione permanente delle operazioni aeree. Per un’organizzazione che – dalla presa del potere a Gaza nel 2007 – ha fondato la propria identità sull’annientamento di Israele, il disarmo senza contropartita equivale a una resa politica. Inoltre, gli analisti si chiedono che concretezza possa avere l’offerta di consegnare le armi pesanti, quando la loro eliminazione è sostanzialmente già quasi totale, come dimostrano gli ultimi attacchi, sempre compiuti da piccole squadre di terroristi armati di armi leggere – queste ultime non considerate negli accordi.
• Il no di Gerusalemme e i calcoli di Netanyahu
Se la risposta di Hamas si rivela rigida, la reazione di Gerusalemme appare netta. Il 9 agosto 2026, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu respinge la proposta americana in 15 punti, ridimensionando gli annunci della Casa Bianca. Netanyahu ribadisce che nessun soldato israeliano lascerà la Striscia finché il disarmo di Hamas non sarà integralmente completato e verificato, confermando al contempo la contrarietà alla nascita di uno Stato palestinese sia a Gaza sia in Cisgiordania.
Questa linea trova sponda diretta nella destra di governo. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, definisce inaccettabile l’ipotesi di accordo, chiedendo la prosecuzione delle incursioni mirate. Sullo sfondo di questa chiusura si collocano le scadenze elettorali israeliane fissate per il 27 ottobre 2026. Incalzato nei sondaggi e sollecitato dalle componenti ultranazionaliste della sua coalizione, pronte a mettere in discussione la tenuta dell’esecutivo, Netanyahu sceglie la fermezza per preservare la maggioranza parlamentare.
Ricordiamo che Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio: la fine della sua carriera politica corrisponderebbe esattamente alla perdita dei privilegi che gli hanno permesso di sottrarsi e di ritardare i tre processi ora in corso.
Nonostante la divergenza diplomatica tra Washington e Gerusalemme, la Casa Bianca tenta di mantenere aperti i canali. Interpellato dai giornalisti l’11 agosto, Donald Trump dichiara che i rapporti personali con Netanyahu restano buoni, nell’intento di evitare che le differenze tattiche compromettano il coordinamento di sicurezza tra i due Paesi.
Non dimentichiamo che Trump sta battendo record su record di antipatia nei sondaggi sul gradimento dell’operato presidenziale e rischia di perdere il controllo della Camera nelle elezioni del prossimo 3 novembre: questo per lui significherebbe passare gli ultimi due anni a difendersi dai veti e dalle richieste di impeachment.
• La leadership palestinese e la lezione di Ben Gurion
La dinamica del conflitto mostra un nodo politico che va oltre i tempi dei calendari militari. Per mesi, il dibattito diplomatico internazionale ha individuato in Benjamin Netanyahu il principale elemento di stallo dei negoziati, attribuendo all’esecutivo israeliano la responsabilità del mancato raggiungimento della pace. Sebbene le opzioni tattiche di Gerusalemme abbiano allungato i tempi delle operazioni e reso complessa la gestione del post-conflitto, questa lettura rischia di trascurare i limiti strutturali del fronte palestinese.
Come evidenziato da diversi osservatori della regione, la causa palestinese affronta da tempo la mancanza di una coraggiosa leadership in grado di passare dalla logica del confronto armato permanente alla costruzione di istituzioni di governo funzionali. Le vicende di Gaza mostrano le conseguenze dell’assenza di una figura paragonabile all’israeliano David Ben Gurion nel 1948, un leader capace di accettare compromessi territoriali e istituzionali per fondare uno Stato reale, superando le posizioni massimaliste. Come diceva Yitzhak Rabin: «La pace si fa con il nemico».
Ricordiamo che sono stati i leader palestinesi stessi ad aver puntualmente fatto saltare gli accordi per la creazione di uno Stato palestinese in cambio dell’ovvio riconoscimento reciproco fra i due Stati. Hanno rifiutato prima la risoluzione 181 dell’ONU del 1947, poi gli accordi di Oslo del 1993, poi quelli del vertice di Camp David del 2000 e infine la proposta Olmert del 2008.
Senza un’alternativa politica palestinese autorevole, in grado di offrire garanzie di sicurezza e di gestire le fazioni armate, i piani di disarmo predisposti dall’esterno rischiano di rimanere progetti teorici. Le posizioni diplomatiche che chiedono la fine delle ostilità senza sollecitare un rinnovamento delle strutture di potere palestinesi finiscono per prolungare lo stato di fatto attuale.
• Gli scenari per la Striscia di Gaza
L’insieme dei veti incrociati, dei passaggi elettorali e dei vuoti istituzionali delinea tre possibili percorsi per i prossimi mesi.
La prima ipotesi, e la più probabile nel breve termine, vede il mancato perfezionamento del piano di disarmo e il mantenimento dell’assetto corrente. Israele conserva la presenza militare sulla maggior parte del territorio, conducendo interventi periodici contro singole cellule residue.
L’amministrazione civile rimane divisa tra il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza e le reti sotterranee delle milizie, lasciando la Striscia in una condizione di precarietà istituzionale e dipendenza dai soccorsi internazionali.
Questa è probabilmente la strategia di Hamas stessa: con Israele diviso dalle imminenti elezioni e senza una maggioranza stabile all’orizzonte, con Trump azzoppato dalle elezioni di midterm, con la pressione internazionale che monta sempre di più, devono solo restare tranquilli per qualche anno e poi potranno comunque prendere il controllo finanziario e materiale degli aiuti che torneranno ad arrivare nella Striscia e ricostruire i loro bunker e le loro scorte di armamenti in vista di un nuovo assalto. Nel frattempo, ogni martirio di palestinesi non potrà che aumentare l’odio per Israele.
Un secondo scenario è legato anch’esso all’esito delle elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre. Un eventuale riassetto politico a Gerusalemme potrebbe portare a una riapertura del confronto sul piano del Board of Peace. Un esecutivo con un diverso equilibrio interno potrebbe valutare un ritiro progressivo a fronte del dispiegamento della Forza Internazionale di Stabilizzazione, a condizione che il disarmo delle fazioni venga gestito direttamente dai contingenti internazionali e arabi.
La terza prospettiva riguarda la ripresa di un’escalation militare aperta, innescata da nuovi attacchi ad alto impatto o da un’ulteriore intensificazione delle operazioni di bombardamento. In questa circostanza, il rifiuto di Hamas di consegnare le armi e di cedere il proprio assoluto controllo delle istituzioni civili favorirebbe un’estensione della presenza territoriale israeliana, allontanando la prospettiva di un accordo strutturale e confermando un assetto regionale basato sul controllo militare e sulla contrapposizione permanente.
Ma, come la storia ci insegna – in particolare quella che scorre fra il ritiro unilaterale di Israele da Gaza nell’agosto 2005 e il 7 ottobre 2023 – Hamas ha dimostrato di essere capace di attendere nell’ombra.
(InOltre, 12 agosto 2026)
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Abbas arriva ad Ankara per una visita ufficiale di due giorni
(JNS) Il leader dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas è arrivato martedì pomeriggio ad Ankara, in Turchia, per una visita di due giorni, ha riferito l’agenzia ufficiale palestinese Wafa di Ramallah.
Secondo quanto riportato dall’agenzia, Abbas è stato accolto in aeroporto dal ministro turco del Commercio Ömer Bolat e dall’inviato dell’Autorità Palestinese ad Ankara, Nasri Abu Jaish.
Durante la visita, il capo dell’Autorità Palestinese dovrebbe incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, in quello che Wafa ha descritto come parte delle «regolari consultazioni politiche» tra i due leader.
I colloqui dovrebbero riguardare gli sviluppi in Giudea e Samaria e a Gaza, nonché i rapporti tra l’Autorità Palestinese e Ankara, ha riferito Wafa.
Secondo Wafa, la delegazione dell’Autorità Palestinese comprende Ziad Abu Amr, membro del Comitato esecutivo dell’OLP; il membro del Comitato centrale di Fatah, il generale di divisione Majed Faraj, che dirige anche il Servizio di intelligence generale di Ramallah; e i consiglieri di Abbas, Majdi al-Khaldi e Mahmoud al-Habbash.
Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha condannato la visita di Abbas, definendo il leader dell’Autorità Palestinese «un nemico alla guida di un’autorità terroristica che incoraggia e finanzia il terrorismo contro lo Stato di Israele».
Smotrich ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di impedire ad Abbas di rientrare in Israele e in Giudea e Samaria, aggiungendo che l’Autorità Palestinese «deve essere smantellata».
Martedì il ministero degli Esteri israeliano ha accusato Erdoğan di un’aggressione militare «che non conosce confini», affermando che Ankara occupa circa il 36% di Cipro, il 5% della Siria e 2.000 chilometri quadrati dell’Iraq, con migliaia di soldati turchi dislocati nei tre Paesi.
Il ministero ha fatto questo paragone nel contesto delle critiche turche a Israele, scrivendo su X: «La Turchia ha l’audacia di criticare Israele. Ma quali sono i fatti sul terreno?»
Israele, al contrario, «controlla temporaneamente appena lo 0,1% della Siria», ha affermato il ministero, descrivendo l’area come «una zona cuscinetto per proteggere i propri cittadini da minacce alla sicurezza già comprovate».
(HaKol, 12 agosto 2026)
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Assad è caduto, la Russia resta in Siria
Il nuovo accordo con Damasco salva la presenza di Mosca a Tartous e Hmeimim e conferma il peso strategico del Cremlino nel Mediterraneo
di Costantino Pistilli
La Russia resta in Siria. È questo il dato più importante del nuovo accordo raggiunto pochi giorni fa tra Damasco e Mosca sulla presenza russa lungo la costa siriana. La caduta di Bashar Assad, nel dicembre 2024, aveva fatto pensare alla fine dell’alleanza che per anni aveva garantito al Cremlino una posizione strategica nel Mediterraneo orientale. L’accordo dimostra che la fine del regime di Assad non coincide con la fine della presenza russa nel Paese.
Il punto centrale riguarda le due principali installazioni russe: la base navale di Tartous e quella aerea di Hmeimim, vicino a Latakia. Secondo il ministero degli Esteri siriano, entro tre mesi diventeranno «centri di addestramento congiunti» sulla base di nuovi accordi destinati a tutelare gli interessi di entrambe le parti. La formula resta generica, soprattutto sulla futura presenza militare russa. Il significato strategico dell’accordo è chiaro: Tartous è il principale punto d’appoggio navale russo nel Mediterraneo, mentre Hmeimim offre capacità aeree, logistiche e collegamenti con il Medio Oriente e il Nord Africa. Per Mosca conservarle significa mantenere una presenza avanzata in un’area cruciale per gli equilibri regionali.
L’accordo acquista ancora maggiore rilievo considerando la storia dei rapporti tra Russia e Siria. Mosca ha sostenuto il regime di Assad per decenni. Dopo lo scoppio della guerra civile nel 2011, il Cremlino ha continuato a fornire sostegno politico e militare a Damasco. Nel 2015 la Russia è intervenuta direttamente nel conflitto con la propria aviazione, contribuendo alla riconquista di vaste aree del territorio siriano da parte delle forze governative. Tra gli avversari di Assad c’era Ahmad al-Sharaa, oggi presidente della Siria. Ex membro di al-Qaeda, al-Sharaa ha guidato Jabhat al-Nusra, organizzazione jihadista successivamente evoluta in Hayat Tahrir al-Sham. Le sue forze furono colpite dagli attacchi aerei russi durante la guerra. Nel dicembre 2024, quando il regime sembrava avere consolidato il proprio controllo sul Paese, l’offensiva guidata da al-Sharaa ha provocato il crollo di Assad e la sua fuga in Russia.
Per Mosca fu una pesante sconfitta politica: perse il suo principale alleato arabo e dovette confrontarsi con una nuova realtà a Damasco. Le basi divennero subito una questione decisiva. Il nuovo governo siriano, impegnato nella ricostruzione e nel riconoscimento internazionale, ha scelto di negoziare con Mosca invece di imporne l’uscita completa. Damasco ha chiesto contropartite, tra cui risarcimenti per i danni di guerra e persino l’estradizione di Assad. Quest’ultima non è avvenuta, né risulta inclusa nell’accordo appena raggiunto.
I negoziati sono arrivati anche al livello più alto. Nell’ottobre 2025 Vladimir Putin ha incontrato al-Sharaa al Cremlino. Dopo circa un anno e mezzo di trattative è arrivato il memorandum d’intesa che Damasco definisce il passaggio più importante nei rapporti con Mosca dalla caduta di Assad.
L’accordo distingue tra strutture civili e militari. La Siria assumerà il controllo delle infrastrutture civili, comprese le strutture di attracco del porto di Tartous e l’aeroporto internazionale di Latakia, già passato sotto l’autorità siriana.
La soluzione permette a Damasco di riaffermare la propria sovranità sulle infrastrutture e a Mosca di conservare una presenza strategica. La Russia non ha più il rapporto privilegiato costruito con Assad e deve trattare con un governo guidato da chi fino a poco tempo fa combatteva le forze sostenute da Mosca. Al-Sharaa considera utile mantenere aperto il canale con una potenza come la Russia, che conserva così ciò che più conta per la sua strategia regionale: un punto d’appoggio sul Mediterraneo.
(Setteottobre, 12 agosto 2026)
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Perché anche Dio ha bisogno di conforto
A volte una sola parola cambia la prospettiva sull’intera Bibbia.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Nelle parole del profeta Isaia: «Consolate, consolate il mio popolo», una parola viene pronunciata ben due volte: «Nachamu – Consolate». Non è una coincidenza, e tali ripetizioni non sono nemmeno un caso isolato. Dietro questa ripetizione si nasconde un pensiero che tocca il mistero del rapporto tra Dio e il suo popolo, un rapporto che non si è mai spezzato, nemmeno a causa dell’esilio, della distruzione del Tempio e della guerra. Proprio in un momento in cui Israele è in guerra dal 7 ottobre 2023, questo messaggio acquista una nuova attualità. Le parole di Isaia ci ricordano che la presenza di Dio non inizia solo dopo la sofferenza. È presente proprio nel mezzo della sofferenza. Forse il profeta parla due volte di consolazione perché non solo Israele attende la redenzione, ma anche il rapporto tra Dio e il suo popolo richiede guarigione.
In un altro passo il profeta dice: «Io, io sono il vostro consolatore!» (Isaia 51,12), e in Isaia 61,10 si legge in ebraico, in una ripetizione enfatica, più o meno: «Mi rallegro, mi rallegro nel Signore.» Tutte queste ripetizioni evidenti richiedono una spiegazione. A prima vista servono a rafforzare il messaggio. La redenzione imminente sarà così completa e travolgente che le semplici parole non bastano. Ma dietro a ciò si nasconde un messaggio ancora più profondo: la parola «Nachamu – Consolate» compare due volte perché due parti diverse hanno bisogno di consolazione. La prima è ovvia: il popolo d’Israele. Siamo noi che siamo stati condotti in esilio, che abbiamo assistito alla distruzione del Primo e del Secondo Tempio e che abbiamo portato per secoli il dolore di queste perdite e delle successive persecuzioni.
Ma c’è anche una seconda parte che ha bisogno di consolazione, ed è Dio stesso. Infatti, la tradizione biblica insegna che la Shechinah, la Presenza divina, andò in esilio insieme a Israele. Gli studiosi ebrei spiegano: «Venite e vedete quanto Israele sia amato dal Santo, sia benedetto. Poiché ovunque Israele andasse in esilio, anche la Shechinah di Dio andava con loro.» Ciò viene spiegato in un bellissimo midrash, che mostra quanto Dio stesso desideri essere consolato: «Il Santo, sia benedetto, disse: “Quando a un uomo muore la moglie, chi ha bisogno di consolazione? Non è forse l’uomo stesso? Così è anche in questo caso. Sion giace nelle tenebre. Io stesso ho bisogno di consolazione. Consolatemi, consolatemi, popolo mio.”»
Letto in questo modo, il versetto non si rivolge solo al profeta affinché consoli Israele. Dio stesso si rivolge al suo popolo e chiede: «Consolatemi.»
A un livello più profondo e mistico, la distruzione del Tempio e l’esilio provocano addirittura una sorta di separazione all’interno della rivelazione di Dio. Un aspetto della presenza divina rimane in cielo, mentre un altro aspetto scende con Israele in esilio e accompagna il popolo nel suo calvario. Si possono vedere entrambe le dimensioni come un lato maschile e uno femminile della rivelazione divina.
Il Santo, sia lodato, rimane in cielo come aspetto trascendente, mentre la Shekhinah, la presenza immanente di Dio, accompagna Israele nell’esilio. In senso figurato, entrambi appaiono separati l’uno dall’altro.
Il messaggio di «Nachamu, Nachamu» è quindi duplice. Il conforto è rivolto al popolo d’Israele e, al tempo stesso, a Dio stesso. Entrambi attendono la redenzione. È proprio in questo che risiede l’unicità del rapporto tra Dio e il suo popolo: Egli non abbandona Israele nemmeno in esilio. Soffre con il suo popolo e gli rimane fedele. È proprio questo malinteso che il duplice invito «Consolate, consolate» vuole evitare. Quando Israele attraversa momenti difficili – e la nostra storia ne conosce molti –, ciò non significa che Dio ci abbia abbandonati. Il legame può essere appesantito dal dolore, ma non si è mai spezzato. Dio non è rimasto a Gerusalemme quando Israele è stato disperso in Babilonia, in Spagna o in Polonia. È entrato con il suo popolo nell’oscurità dell’esilio. Egli condivide il nostro dolore, come esprime il Salmo 91,15: «Io sono con lui nella sventura.»
Questo pensiero ci sfida e allo stesso tempo ci dona speranza. Non ci troviamo davanti a una porta chiusa, sperando che Dio prima o poi ascolti le nostre grida. Siamo partner in una relazione che, pur essendo messa a dura prova, non si è mai spezzata. Il conforto non ci viene semplicemente concesso dall’alto. Nasce da una relazione viva. Riceviamo conforto da Dio e allo stesso tempo confortiamo Dio con la nostra fedeltà, la nostra fede e la nostra speranza.
Proprio in questi giorni questo pensiero assume una particolare attualità. Israele sta vivendo nuovamente un periodo pieno di dolore, guerra, incertezza e profonde tensioni sociali. Molti si chiedono dove sia Dio. Ci ha abbandonati? Ascolta ancora le nostre preghiere? Il messaggio di «Nachamu, Nachamu» risponde con un chiaro no. Dio non è lontano dalla nostra sofferenza. Egli la attraversa in prima persona. Dal 7 ottobre 2023 soffre insieme alle famiglie dei caduti, agli ostaggi, ai feriti, agli sfollati e a chiunque abbia il cuore spezzato. La sua Shekhinah non si allontana mai dal suo popolo.
Forse è proprio questo a cambiare il nostro modo di vedere la consolazione. Non aspettiamo solo che Dio ci consoli. Anche noi siamo chiamati a consolare Dio, rimanendo fedeli a Lui, anche se molte cose non le capiamo. Continuando a pregare, a sperare e a credere. Ogni atto d’amore, ogni gesto di misericordia, ogni impegno a preservare l’unità del nostro popolo diventa così una consolazione per la Presenza divina, che soffre con Israele.
Forse è per questo che la redenzione non inizia solo il giorno in cui tutte le lacrime saranno asciugate. Forse inizia già ora, là dove Dio e il suo popolo, nonostante tutta l’oscurità, non si lasciano andare l’uno dall’altro. È proprio questa la promessa di «Nachamu, Nachamu»: non solo Israele sarà consolato. Non solo Israele ha bisogno di rinnovamento. Anche il rapporto, apparentemente lacerato, tra Dio e il suo popolo attende il suo compimento. Solo quando entrambi saranno nuovamente pienamente uniti, la redenzione definitiva diventerà realtà.
(Israel Heute, 12 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’autore mostra di conoscere la Scrittura, e la cosa non è strana essendo cresciuto in una famiglia evangelica ebrea (ho conosciuto il padre), ma resta lacunoso su punti importanti che gravitano intorno al punto più importante di tutti: il Messia. Parla di “rapporto apparentemente lacerato fra Dio e il suo popolo”, ma non ne indica le ragioni. Dice che Dio può essere consolato, ed è vero, ma questo avviene forse quando Dio vede che gli israeliani si comportano bene fra di loro? È proprio questo il punto? È dal rapporto fra gli uomini che dipende tutto? M.C.
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Turista francese denuncia duplice aggressione antisemita in centro
Un turista francese di 22 anni con la kippah in testa è stato aggredito nel centro di Roma da un gruppo di persone al grido di “Free Palestine”. La vittima, riportano gli organi di stampa, ha denunciato due violenze: la prima con lo spray al peperoncino, la seconda con calci e pugni. I fatti risalgono allo scorso fine settimana, sono avvenuti tra piazza Cairoli e largo di Torre Argentina e una prima persona del branco, si apprende, è in stato di fermo. Si tratta di un 31enne algerino senza dimora e con dei precedenti.
In una nota la presidente Ucei, Livia Ottolenghi, esprime «solidarietà e vicinanza» al giovane, qualifica l’episodio come «gravissimo» e una dimostrazione ulteriore di come l’antisemitismo «sia ormai sempre più diffuso» e «arrivi a manifestarsi anche attraverso aggressioni e violenze contro le persone». Ottolenghi ringrazia le forze dell’ordine «per il tempestivo intervento» e richiama «l’importanza di strumenti efficaci di prevenzione e contrasto dell’antisemitismo» a partire dal disegno di legge all’esame del Parlamento, che ritiene un «passo necessario per riconoscere e combattere un fenomeno che non può essere più né sottovalutato né tollerato». «Anche per le strade di Roma purtroppo è arrivata la caccia all’uomo, la caccia all’ebreo», ha affermato il presidente della Comunità ebraica Victor Fadlun. «Speriamo, da italiani, di non dover assistere a una reazione di crescente indifferenza da parte dell’opinione pubblica».
(Pagine Ebraiche, 11 agosto 2026)
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Un 7 ottobre politico? L’avvertimento di Israele sul piano ingannevole di Hamas
Mentre la comunità internazionale parla di un nuovo inizio politico nella Striscia di Gaza, gli apparati di sicurezza israeliani mettono in guardia da un pericoloso errore.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Gli ambienti della sicurezza israeliani avvertono: Hamas sta sfruttando il piano di pace per riarmarsi. Mentre a livello internazionale si discute del futuro della Striscia di Gaza e di una tabella di marcia politica per il periodo postbellico, le autorità di sicurezza israeliane mettono in guardia da uno sviluppo pericoloso. Secondo le loro informazioni, Hamas sta sfruttando i colloqui sul cosiddetto «piano di pace» per guadagnare tempo, ripristinare le proprie capacità militari e prepararsi al prossimo scontro con Israele. Un classico piano di inganno.
Secondo fonti dei servizi di sicurezza, Hamas continua a contrabbandare armi nella Striscia di Gaza dall’Egitto tramite droni, costruisce nuovi tunnel, produce armi – in parte ricavate da munizioni inesplose dell’esercito israeliano – e recluta nuovi combattenti. Secondo le valutazioni israeliane, i colloqui politici in corso forniscono all’organizzazione terroristica il margine di manovra necessario per ricostruire le proprie strutture. Il capo dello Shin Bet israeliano, David Zini, si è espresso in modo particolarmente chiaro durante l’ultima riunione di gabinetto. Secondo quanto riferito da alti funzionari governativi, egli ha definito il piano di pace con queste parole: «Dal punto di vista di Hamas, questa tabella di marcia è un 7 ottobre politico». Zini ha quindi messo in guardia dal fraintendere l’approvazione da parte di Hamas della proposta del cosiddetto Consiglio di pace come un segno di cambiamento di rotta.
Si tratterebbe piuttosto di una strategia mirata di inganno. «È un unico processo di inganno ai nostri danni», avrebbe dichiarato Zini durante la riunione di gabinetto. «L’obiettivo principale di Hamas è guadagnare tempo, nella speranza che Israele non intraprenda azioni militari di rilievo fino a dopo le elezioni».
Al centro dell’attenzione israeliana c’è attualmente Ali al-Amoudi, che secondo le valutazioni delle autorità di sicurezza è ormai la figura di spicco di Hamas nella Striscia di Gaza. Dopo che il comandante militare di Hamas Mohammed Oudeh è stato ucciso da Israele alla fine di maggio, l’organizzazione terroristica non ha ancora nominato un nuovo comandante in capo ufficiale della propria ala militare. Si discute invece della formazione di un comitato direttivo.
Sul piano politico, tuttavia, Ali al-Amoudi ha assunto sempre più il controllo. L’ex detenuto, rilasciato dal carcere israeliano nel 2011 nell’ambito dello scambio di Schalit, ha acquisito notevole influenza dopo l’uccisione di Yahya Sinwar e le gravi perdite subite dalla leadership di Hamas. Solo il mese scorso, al-Amoudi è stato ufficialmente eletto, nelle elezioni interne di Hamas, a capo dell’organizzazione nella Striscia di Gaza. È considerato uno stretto alleato del defunto Yahya Sinwar e di Khalil al-Hayya e incarna quindi la linea intransigente di Hamas, nonché gli stretti legami con il regime iraniano.
Un’ironia della storia: sia Ali al-Amoudi che Yahya Sinwar devono la loro libertà allo stesso scambio di prigionieri. Nel 2011, sotto il primo ministro Benjamin Netanyahu, Israele liberò più di 1.000 prigionieri palestinesi per riportare a casa il soldato rapito Gilad Shalit. Oggi, proprio gli ex prigionieri liberati figurano tra le principali menti terroristiche di Hamas e plasmano la guerra contro Israele. Gli eventi odierni costringono a porsi una domanda dolorosa: l’accordo su Shalit è stato un successo umanitario, ma un errore strategico? Infatti, molti dei terroristi rilasciati all’epoca non solo sono tornati a praticare il terrorismo, ma sono anche saliti ai vertici di Hamas e continuano a plasmare la sanguinosa guerra contro Israele ancora oggi.
• Architetto di una strategia di inganno
Secondo le valutazioni degli ambienti di sicurezza israeliani, sarebbe proprio al-Amoudi a coordinare l’attuazione di ciò che a Gerusalemme viene ormai definito il «piano di inganno di Hamas». Secondo tale valutazione, l’organizzazione terroristica intende dare l’impressione di disarmarsi e di trasferire la propria amministrazione civile a un comitato tecnocratico indipendente, che dovrebbe operare sotto la supervisione del Consiglio di pace guidato dall’ex inviato speciale delle Nazioni Unite Nikolaj Mladenov.
I servizi di sicurezza israeliani ritengono tuttavia che questo scenario sia una messinscena teatrale. Secondo la loro valutazione, Hamas manterrebbe le proprie strutture di potere politico e militare dietro le quinte, mentre all’esterno darebbe l’impressione di essere stato destituito. Il fatto che proprio al-Amoudi assuma questo ruolo non sorprende affatto le autorità di sicurezza israeliane. Già nel 2021, secondo documenti di Hamas sequestrati, aveva assunto la direzione del dipartimento di propaganda e media dell’organizzazione. La sua esperienza nel campo della comunicazione e della guerra psicologica lo renderebbe l’organizzatore ideale di una simile strategia di inganno. «Questo piano di inganno gli calza a pennello», affermano fonti dei servizi di sicurezza.
Israele sta valutando ulteriori omicidi mirati nella Striscia di Gaza. Secondo le stime delle autorità di sicurezza israeliane, un omicidio mirato di al-Amoudi indebolirebbe notevolmente la struttura di comando politico di Hamas nella Striscia di Gaza. Allo stesso tempo, mettono espressamente in guardia dal classificarlo come un rappresentante moderato dell’organizzazione solo perché non proviene direttamente dall’ala militare. Al-Amoudi sarebbe parte integrante della leadership terroristica e rappresenterebbe la stessa linea ideologica e strategica del resto della leadership di Hamas.
Secondo la visione israeliana, l’eliminazione di al-Amoudi comprometterebbe in modo significativo la capacità di Hamas di mantenere il proprio controllo politico sulla Striscia di Gaza. Allo stesso tempo, una mossa del genere potrebbe complicare notevolmente la road map per la pace, vista con occhio critico da Israele. La decisione finale se Israele agirà contro al-Amoudi spetta alla leadership politica di Gerusalemme.
(Israel Heute, 11 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Netanyahu il capro espiatorio degli ipocriti
di Claudio Velardi
Che cada per sempre la vergogna sugli ipocriti. Sui farisei delle cancellerie che riconoscono la Palestina sapendo che un riconoscimento, da solo, non crea uno Stato. Sugli imbroglioni della politica globale che votano risoluzioni per assolvere se stessi. Sui sepolcri imbiancati del commento mediatico. E la vergogna più nera cada sui cinici residuati del dibattito italico che propongono il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: poveri untorelli del pietismo, simboli della più perversa delle ipocrisie contemporanee, che trasformano i piccoli morti in medaglie e chiedono un premio al martirio al posto di ciò che a quei bambini è stato negato, uno Stato in cui vivere.
Sempre tutti a recitare lo stesso salmo: è Netanyahu l’ostacolo alla nascita dello Stato palestinese. D’altronde — dicono oggi — come negarlo, visto che lo ha appena confermato respingendo il piano di Trump e dichiarando che, finché sarà premier, quello Stato non nascerà? Eppure tutti sanno di mentire. Dichiarare solennemente che Bibi è l’ostacolo serve a nascondere una verità elementare: oggi non esiste una leadership palestinese capace di fondare e governare quello Stato.
Partiamo dall’abc, per gli ignoranti e gli ipocriti. Uno Stato non si riconosce, si fonda. Richiede un territorio controllato, un governo effettivo, il monopolio della forza. La Palestina non dispone di questa sovranità unitaria. A Gaza Israele controlla parti del territorio mentre Hamas conserva le armi — che non intende mollare — e la capacità coercitiva. La Cisgiordania è spartita tra insediamenti e un’Autorità screditata che non comanda nemmeno su se stessa. Mezzo mondo può scrivere “Palestina” negli atlanti. Ma non crea uno Stato.
Uno Stato, poi, richiede un fondatore. Israele nacque perché Ben-Gurion nel 1948 fece la scelta tragica che fonda ogni Stato vero: accettò la parte rinunciando al tutto, un territorio mutilato invece della terra intera. La leadership palestinese ha fatto per ottant’anni la scelta opposta: la causa contro lo Stato, il rifiuto del possibile in nome dell’intero. Dal no alla spartizione del ’47 a Camp David, fino all’offerta di Olmert del 2008 che Abbas rifiutò. L’unico che provò la via ben-gurioniana, Salam Fayyad, costruì istituzioni certificate dalla Banca Mondiale come “pronte per la statualità”, e fu liquidato dai suoi, perché il coraggio di dire al proprio popolo che il ritorno è un lutto da elaborare e non un diritto da esercitare nessuno l’ha mai avuto.
Ecco perché il no di Netanyahu a Trump non rappresenta un “ostacolo”. È propaganda elettorale, e la sua efficacia sarà sancita tra qualche mese dai liberi elettori di Israele, non dai nostri moralisti in ciabatte. Tutt’al più si può considerare una posizione politicamente parassitaria, perché vive delle armi di Hamas, si nutre del massimalismo altrui. “Niente Stato finché sarò premier” è una frase pronunciabile solo finché dall’altra parte ci sono i razzi e il rifiuto. Il giorno in cui a Ramallah sedesse un Ben-Gurion palestinese — uno che disarma le milizie, riconosce Israele senza riserve mentali, sceglie lo Stato possibile — quel veto crollerebbe sotto il proprio peso, e a Bibi non resterebbe che prenderne atto.
Ma la cialtroneria dei benpensanti globali, politici e mediatici, consiste proprio in questo: fingere che il problema sia un uomo, per non dire che il problema è un vuoto. Usare Netanyahu come capro espiatorio è comodo, gratuito e assolutorio: assolve Hamas, assolve l’ANP, assolve soprattutto chi riconosce e non costruisce. La verità è più severa e più semplice: gli Stati non li fanno le risoluzioni, li fanno i fondatori. E finché il popolo palestinese non ne esprimerà uno, la Palestina resterà ciò che è oggi: una causa eterna, che è la forma più crudele di negarle un futuro.
(Il Riformista, 11 agosto 2026)
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Golan. Israele si prepara al nemico che non conosce
Fossati, terrapieni e nove avamposti oltre il confine siriano. Dopo il 7 ottobre l’IDF abbandona le vecchie certezze e costruisce la difesa sulle capacità del nemico, chiunque esso sia
di Rosa Davanzo
La nuova frontiera israeliana con la Siria ha fossati profondi quattro metri, grandi terrapieni, sistemi di osservazione e artiglieria pronti a battere i punti più vulnerabili.
E soprattutto nasce da una convinzione maturata il 7 ottobre 2023: il pericolo maggiore comincia quando si crede di sapere che cosa farà il nemico.
Due anni fa l’IDF ha avviato lungo il Golan il progetto Mizrach Hadash, “Nuovo Oriente”, un gigantesco intervento destinato a rafforzare la barriera lungo la frontiera siriana.
Secondo quanto riferisce Ynet, circa l’80 per cento dei fossati previsti, larghi e profondi quattro metri, è ormai completato, da Majdal Shams fino alla zona meridionale vicina al punto d’incontro tra Israele, Siria e Giordania.
Anche l’IDF ha confermato nelle sue comunicazioni ufficiali il progressivo rafforzamento dell’ostacolo ingegneristico denominato “Mizrach Hadash”.
È però soltanto la parte visibile di una trasformazione assai più profonda.
La caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 ha cancellato in poche ore un equilibrio durato decenni.
Israele è entrato nell’area di separazione istituita dall’accordo del 1974 e ha creato una presenza militare avanzata oltre la Linea Alpha.
Oggi la brigata territoriale 474, sotto la divisione 210, opera in territorio siriano e mantiene una rete di postazioni che consente all’IDF di controllare il terreno prima che un’eventuale minaccia raggiunga il confine israeliano.
L’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo censisce nove postazioni militari israeliane, dal monte Hermon attraverso l’area di Quneitra fino alla parte occidentale della provincia di Daraa.
L’idea è semplice e rappresenta quasi il rovesciamento della dottrina che precedette il massacro del 7 ottobre.
«Non definiamo più la risposta difensiva sulla base di chi sia il nemico», ha spiegato a Ynet un alto ufficiale del comando settentrionale.
Può essere Hezbollah, l’esercito siriano, una formazione jihadista, una milizia locale.
La domanda decisiva è un’altra: che cosa è capace di fare?
È una frase che contiene una piccola rivoluzione militare.
Prima del 7 ottobre l’intelligence israeliana aveva costruito una parte della propria sicurezza sulla capacità di interpretare intenzioni, convenienze e comportamenti dell’avversario.
Hamas era considerato interessato a governare Gaza, a preservare ciò che aveva ottenuto, a evitare una guerra devastante.
Il 7 ottobre ha dimostrato quanto possa essere letale trasformare una valutazione dell’intenzione del nemico in una certezza.
Sul Golan si cerca adesso di ragionare al contrario. Non importa stabilire in anticipo quale sigla comparirà dall’altra parte della frontiera.
Si osservano uomini, armi, terreno e possibilità operative. Un pastore può essere un pastore. Un civile armato può difendere il proprio villaggio.
Una piccola formazione apparentemente irrilevante può diventare il nucleo di una struttura jihadista.
Il sistema difensivo deve reggere in tutti questi casi.
Il problema è reso ancora più complesso dalla Siria post-Assad.
Il presidente Ahmed al-Sharaa sta cercando contemporaneamente di consolidare il nuovo Stato siriano e di arrivare a un’intesa di sicurezza con Israele.
A fine luglio ha confermato pubblicamente che Damasco persegue un accordo che possa stabilizzare i rapporti tra i due Paesi.
Sul terreno, però, il mosaico resta pericolosamente mobile: gruppi jihadisti, milizie locali, civili armati e residui delle reti costruite negli anni dall’Iran convivono in uno spazio nel quale le fedeltà possono cambiare rapidamente.
Per questo Israele ha spostato in avanti la propria linea di difesa.
Le pattuglie della 474 operano nei villaggi siriani, sequestrano armi, individuano infrastrutture militari e cercano di impedire che organizzazioni ostili possano insediarsi vicino al Golan.
Già nel 2025 l’IDF documentava decine di operazioni mirate e il sequestro di armi abbandonate dalle forze del vecchio regime.
È una presenza destinata inevitabilmente a produrre attriti con la popolazione locale e contestazioni internazionali.
Damasco chiede il ritorno alla situazione precedente alla caduta di Assad e considera la presenza israeliana una violazione della propria sovranità.
Israele, dopo ciò che è accaduto lungo il confine di Gaza, considera invece intollerabile affidare nuovamente la sicurezza delle proprie comunità di frontiera alla speranza che dall’altra parte qualcuno mantenga l’ordine.
È qui che il Golan diventa qualcosa di più di un fronte militare. Il 7 ottobre ha lasciato a Israele una lezione terribile: una frontiera può sembrare tranquilla fino alla mattina in cui smette di esserlo. Fossati, terrapieni e avamposti di “Mizrach Hadash” sono la traduzione materiale di quella lezione. Israele non pretende più di conoscere il prossimo nemico. Vuole essere pronto se mai dovesse arrivare.
(Setteottobre, 11 agosto 2026)
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Quando la storia torna a perseguitare la Spagna
Nel giudicare la propria storia, la Spagna applica criteri diversi rispetto a quelli utilizzati nei confronti di Israele. Lo dimostra l’esempio di Ceuta. Un’analisi commentata
di Francis Moritz
Lo spettacolare afflusso di migranti che ha appena colpito Ceuta è ben più di un’ennesima crisi alle frontiere dell’Europa. Solleva tre questioni che non dovrebbero essere considerate separatamente: la vulnerabilità del confine europeo con il Marocco, il possibile utilizzo della migrazione come strumento di pressione politica e, cosa ancora più fondamentale, la questione della sovranità sulle due enclavi spagnole nel Nord Africa.
Proprio quest’ultima questione porta inevitabilmente a un paragone scomodo per Madrid. Sotto il governo di Pedro Sánchez (Partito Socialista Operaio Spagnolo), la Spagna è diventata uno degli Stati europei che criticano più aspramente Israele. Madrid condanna regolarmente l’«occupazione illegale» dei territori palestinesi e la politica di insediamento israeliana in Cisgiordania.
Quando si tratta però di Ceuta e Melilla, Madrid fa appello proprio a ciò che nel dibattito su Israele viene spesso relativizzato: la storia.
• Ceuta: un confine scompare nel giro di poche ore
Il 30 luglio 2026, nel giro di poche ore, decine di migliaia di persone, per lo più marocchini, sono entrate a Ceuta dal Marocco. La portata dell’evento è stata straordinaria. Secondo le stime più recenti, nel giro di 24 ore circa 72.000 persone sono giunte nella città spagnola – quasi tante quanti sono gli abitanti di Ceuta stessa.
La maggior parte di loro è poi tornata in Marocco. Tuttavia, durante gli eventi hanno perso la vita decine di persone, soprattutto per annegamento. Allo stesso tempo, Ceuta ha dovuto accogliere un gran numero di minori non accompagnati.
Come è potuto un confine esterno dell’Unione Europea, normalmente sorvegliato rigorosamente da entrambe le parti, praticamente scomparire per alcune ore per poi tornare ad essere controllabile? La domanda rimane aperta.
• Una sentenza diventa un fattore di attrazione
Poche settimane prima, la Corte Suprema spagnola aveva emesso un’importante sentenza sui migranti che tentano di raggiungere Ceuta o Melilla via mare.
Ovviamente la Corte non ha dichiarato che l’ingresso illegale in Spagna via mare fosse improvvisamente legale. Ha tuttavia stabilito che le persone intercettate in mare non possono essere automaticamente sottoposte alla procedura speciale di respingimento immediato alla frontiera, applicabile in caso di determinati tentativi di superare il confine terrestre. Per loro si applica invece la normale procedura di rimpatrio con le relative garanzie giuridiche.
Dal punto di vista giuridico, questa differenza è significativa. Diffusa in pochi secondi sui social network, la questione appare diversa. In Marocco si sono rapidamente diffuse notizie secondo cui la via del mare verso Ceuta offrisse ora la possibilità di sfuggire al respingimento immediato. Le testimonianze raccolte dopo gli eventi indicano che questa interpretazione ha contribuito al movimento di massa.
• Il programma di regolarizzazione della Spagna: attenzione alle conclusioni affrettate
Contemporaneamente si è diffusa un’altra notizia: il governo Sánchez avrebbe deciso una regolarizzazione su larga scala degli stranieri privi di permesso di soggiorno.
Questa misura esiste effettivamente e potrebbe riguardare diverse centinaia di migliaia di persone. Tuttavia, non si applica ai migranti appena arrivati. Chi vuole beneficiarne deve, tra l’altro, dimostrare di trovarsi in Spagna già prima del 1° gennaio 2026. Sarebbe quindi errato affermare che la regolarizzazione abbia aperto legalmente le porte ai migranti arrivati a Ceuta nel mese di luglio.
Più difficile da valutare è l’effetto psicologico di una misura del genere. Tra il contenuto esatto di una legge e la sua percezione a centinaia o migliaia di chilometri di distanza può esserci una differenza notevole.
• Il Marocco era semplicemente sopraffatto?
Rimane una questione ben più delicata: come hanno potuto decine di migliaia di persone raggiungere una delle zone di confine più sorvegliate del Marocco senza essere fermate dalle autorità marocchine? Finora non ci sono prove accessibili al pubblico che dimostrino che Rabat abbia organizzato l’operazione. Un’affermazione del genere non sarebbe quindi giustificata.
La rapidità con cui il Marocco ha poi ripristinato il controllo dimostra tuttavia almeno una cosa: la cooperazione con il Marocco è indispensabile per la protezione di questo confine europeo. E, soprattutto, esiste un precedente.
• Il precedente del 2021
Già nel maggio 2021 migliaia di persone erano giunte a Ceuta dal Marocco. All’epoca Rabat e Madrid erano nel pieno di una grave crisi diplomatica, dopo che la Spagna aveva consentito a Brahim Ghali, leader del movimento indipendentista Polisario nel Sahara occidentale – osteggiato dal Marocco – di sottoporsi a cure mediche.
All’epoca il Parlamento europeo usò parole insolitamente chiare. In una risoluzione del 10 giugno 2021, ha condannato il ricorso ai controlli di frontiera e alla migrazione da parte del Marocco come strumento di pressione politica contro uno Stato membro dell’Unione Europea.
L’idea che la migrazione possa essere utilizzata come strumento di politica estera non è quindi una teoria sviluppata a posteriori. Esiste un precedente che è stato espressamente rilevato da un’istituzione europea.
• Una frontiera europea la cui chiave è in mano al Marocco
Ceuta rende visibile una realtà che raramente viene espressa in modo così chiaro. La frontiera spagnola non è protetta solo da poliziotti spagnoli, recinzioni e sistemi di sorveglianza. Dipende anche dalla disponibilità del Marocco a impedire le partenze. Se Rabat collabora, la frontiera regge. Se questa collaborazione viene meno, la Spagna si trova immediatamente di fronte alla propria vulnerabilità.
Il Marocco dispone quindi di un mezzo di pressione particolarmente efficace. Rabat non ha bisogno di mettere in discussione militarmente il dominio spagnolo su Ceuta o Melilla. È sufficiente, se necessario, dimostrare cosa potrebbe accadere se il Marocco smettesse di trattenere le persone in viaggio verso l’Unione Europea. È su questo punto che la crisi migratoria e la questione territoriale si incontrano.
• Ceuta e Melilla: a chi appartiene la storia?
Per la Spagna la risposta è inequivocabile: Ceuta e Melilla sono spagnole. Melilla è sotto il dominio spagnolo dal 1497. Ceuta fu conquistata dal Portogallo nel 1415 e passò successivamente sotto il controllo spagnolo, che il Portogallo riconobbe definitivamente nel XVII secolo.
Madrid sottolinea quindi che la sua presenza in questi territori è più antica di diversi secoli rispetto all’indipendenza dell’odierno Marocco, ottenuta nel 1956. Questo argomento non è affatto irrilevante.
In sostanza, la Spagna afferma: una sovranità che esiste da secoli non può essere liquidata senza ulteriori indugi come una moderna occupazione coloniale. Tuttavia, questo argomento diventa politicamente interessante non appena lo si confronta con la posizione della Spagna nei confronti di Israele.
• La Spagna, Israele e il linguaggio dell’occupazione
Sotto la guida di Pedro Sánchez, la Spagna ha assunto una delle posizioni più critiche in Europa nei confronti del governo israeliano. Nel maggio 2024 Madrid ha riconosciuto ufficialmente lo «Stato di Palestina». Il governo spagnolo condanna gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e parla di occupazione illegale dei territori palestinesi.
Va tuttavia sottolineato che la Spagna riconosce al contempo il diritto all’esistenza di Israele e ha condannato i massacri perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023. Non si tratta quindi di negare alla Spagna il diritto di criticare la politica israeliana. Si tratta piuttosto delle argomentazioni con cui tale critica viene motivata. Infatti, se la continuità storica costituisce un elemento essenziale della difesa spagnola di Ceuta e Melilla, la storia difficilmente può diventare irrilevante non appena si parla di Israele.
• La storia della Cisgiordania non inizia nel 1967…
Innanzitutto occorre sfatare una semplificazione. Israele non conquistò la Cisgiordania nel giugno 1967 da uno Stato palestinese sovrano. Dopo la guerra del 1948/49, la Cisgiordania e Gerusalemme Est passarono invece sotto il controllo giordano.
Il 24 aprile 1950 la Giordania unificò ufficialmente entrambe le sponde del Giordano, annettendo di fatto la Cisgiordania. Tale annessione ottenne un riconoscimento internazionale estremamente limitato e fu contestata persino da diversi Stati arabi. Per quasi 19 anni la Cisgiordania fu quindi amministrata dalla Giordania. In quella zona non esisteva uno Stato palestinese sovrano.
Poi arrivò il giugno 1967. Nella Guerra dei Sei Giorni, Israele conquistò la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania. La situazione creatasi a seguito di questa guerra costituisce la base per l’attuale classificazione, ai sensi del diritto internazionale, della Cisgiordania come territorio occupato. Questa denominazione è utilizzata dalle Nazioni Unite ed è stata confermata dalla Corte internazionale di giustizia.
Non è questo il punto. Tuttavia, l’attuale qualificazione giuridica e la cronologia storica che l’ha preceduta non coincidono. Definire la Cisgiordania come territorio occupato non significa che prima del 1967 fosse territorio sovrano di uno Stato palestinese, la cui esistenza sarebbe stata successivamente annullata da Israele. La storia è molto più complessa.
• … e non inizia nemmeno nel 1948
Bisogna risalire molto più indietro nel tempo. Il legame del popolo ebraico con questa regione non è iniziato con la fondazione dello Stato di Israele. I regni di Israele e di Giuda fanno parte della storia documentata dell’antico Medio Oriente. Gerusalemme era già, secoli prima dell’era cristiana, il centro politico e religioso del regno di Giuda – e più di un millennio prima della nascita dell’Islam.
Il dominio babilonese, persiano, ellenistico, romano, bizantino, arabo, crociato, mamelucco, ottomano e infine britannico ha profondamente trasformato la regione. La popolazione ebraica ha subito conquiste, distruzioni, espulsioni e diaspora. Tuttavia, il legame storico e religioso del popolo ebraico con questa terra non è mai scomparso del tutto – né tantomeno la presenza ebraica nella regione.
Ciò non significa, ovviamente, che l’antichità possa da sola determinare i confini del XXI secolo. Nessun conflitto territoriale moderno può essere risolto semplicemente stabilendo quale popolo vi abbia vissuto per primo. Ma questo ragionamento vale in entrambi i sensi.
• Quando è Madrid a decidere quando inizia la storia
È proprio qui che emerge la contraddizione della posizione spagnola. Quando si tratta di Ceuta e Melilla, Madrid esorta il Marocco a guardare indietro di cinque secoli. Quando si tratta di Israele, invece, il dibattito politico europeo spesso inizia solo nel 1967 – a volte nel 1948.
La storia, tuttavia, non può essere suddivisa in periodi temporali convenienti in base al risultato politico desiderato. Se cinque secoli di sovranità spagnola costituiscono un argomento rilevante contro l’accusa di colonialismo, quasi tre millenni di storia ebraica in questa regione non possono essere semplicemente dichiarati insignificanti non appena si utilizza il termine «colonialismo» nei confronti di Israele.
Ciò non legittima automaticamente ogni insediamento israeliano in Cisgiordania. Ciò non definisce i confini di un futuro Stato palestinese. E ciò non cancella né la storia né i diritti dei palestinesi.
Diventa tuttavia storicamente problematica una rappresentazione in cui gli ebrei appaiono semplicemente come stranieri europei giunti nel XX secolo in una terra con cui in precedenza non avevano alcun legame. Si può condannare la politica di un governo israeliano senza riscrivere la storia ebraica.
• Da Ceuta a Gerusalemme: i limiti del modello interpretativo coloniale
Ceuta pone così la Spagna di fronte a uno specchio inaspettato. Madrid respinge l’argomentazione marocchina secondo cui Ceuta e Melilla si troverebbero in Africa, dovrebbero quindi appartenere naturalmente al Marocco e la sovranità spagnola sarebbe di conseguenza un retaggio coloniale.
La Spagna risponde con il diritto – ma anche con la storia. Madrid fa riferimento a cinque secoli di sovranità, a una popolazione spagnola, a istituzioni spagnole e alla continuità politica e territoriale.
Questa difesa è comprensibile. Proprio per questo, però, Madrid dovrebbe essere più cauta quando utilizza altrove il concetto di colonialismo come argomento.
Israele si differenzia in un punto essenziale dal classico modello coloniale europeo: il popolo ebraico possiede un legame storico, religioso, culturale e politico con questa terra che precede di millenni il moderno Stato di Israele.
Si può discutere sullo status giuridico dei territori conquistati nel 1967. Si può discutere sui confini. Si può discutere sugli insediamenti. Allo stesso tempo, si può difendere il diritto dei palestinesi a uno Stato proprio. Tuttavia, descrivere la presenza ebraica in questa regione in modo generico come un’impresa coloniale presuppone di ignorare una parte essenziale della storia.
• Ceuta come laboratorio europeo
La crisi attuale va ben oltre i pochi chilometri quadrati di Ceuta. Essa evidenzia innanzitutto la dipendenza dell’Europa dagli Stati confinanti, che di fatto frenano i flussi migratori prima che questi raggiungano i confini europei. Dimostra inoltre quanto rapidamente la migrazione possa diventare uno strumento di politica estera. E ricorda che un confine non è mai solo una linea su una mappa.
È il risultato del diritto, della guerra, della storia e dei rapporti di forza. La Spagna lo sa meglio di molti altri Stati europei. Possiede due città sul continente africano, la cui sovranità difende, tra l’altro, con diversi secoli di storia alle spalle.
Ceuta e Melilla non sono la Cisgiordania. Le situazioni giuridiche non sono identiche. Un’equiparazione sarebbe artificiale. Il principio intellettuale, tuttavia, rimane valido. Non ci si può appellare alla storia quando essa sostiene la propria sovranità, per poi decidere che la storia inizi nel 1967 non appena complica la posizione di un altro.
Ceuta ci ricorda quindi, in definitiva, una semplice regola: la storia da sola non crea il diritto moderno. Chi però la chiama a testimoniare a difesa dei propri confini, difficilmente potrà allontanarla dall’aula di tribunale non appena si tratterà dei confini altrui.
(Israelnetz, 11 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Netanyahu: Israele respinge la roadmap del Board of Peace sul disarmo di Hamas
(JNS) Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) non effettueranno alcun ritiro dalla Striscia di Gaza finché l’organizzazione terroristica Hamas non sarà completamente disarmata, ha dichiarato domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
«Israele respinge il documento in 15 punti», ha detto Netanyahu durante una riunione del Consiglio dei ministri a Gerusalemme, riferendosi alla roadmap per il disarmo annunciata il 30 luglio dal Board of Peace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Disarmare il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran significa che Hamas rinuncia alle sue «armi pesanti, alle armi meno pesanti, a tutte le armi», ha ribadito Netanyahu, sottolineando che deve esserci «un disarmo reale, non un disarmo fittizio».
Gerusalemme sta discutendo la questione con l’amministrazione Trump, ha aggiunto il premier, spiegando che gli americani «hanno delle idee, alcune delle quali sono accettabili per noi e altre no».
L’IDF continuerà a neutralizzare le minacce contro le proprie forze e contro i civili israeliani, ha promesso.
Il ministro israeliano dell’Energia e delle Infrastrutture Eli Cohen ha dichiarato sabato che Gerusalemme si oppone alla Roadmap in 15 punti per Gaza «nella sua forma attuale», aggiungendo che «Hamas sta preparando un inganno».
Hamas «dirà di voler rispettare l’accordo, consegnerà alcune delle sue armi e otterrà quella che in passato chiamavamo, nel linguaggio di allora, una hudna. [Ma] l’era della hudna è finita», ha dichiarato Cohen all’emittente israeliana Channel 14.
«Hudna» significa tregua o armistizio in arabo. In passato Hamas ha utilizzato i cessate il fuoco soltanto per riorganizzarsi in vista di nuovi attacchi contro lo Stato ebraico.
Cohen ha proseguito: «In definitiva, Hamas è un’organizzazione terroristica assassina. Non crediamo a una singola parola di qualsiasi documento firmato da Hamas».
Hamas ha violato il cessate il fuoco a Gaza 17 volte in un solo giorno, ha dichiarato sabato Doron Spielman, portavoce internazionale di Netanyahu.
Citando un rapporto sulla situazione ricevuto poco prima di un’intervista con il conduttore di Newsmax Tom Basile, Spielman ha osservato che le violazioni di venerdì includevano tentativi di infiltrazione oltre la Linea Gialla per compiere attacchi contro israeliani, oltre ad attività di scavo di tunnel e al riarmo.
Ha aggiunto che l’organizzazione terroristica sta violando apertamente il piano in 20 punti mediato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che impone ad Hamas di deporre le armi.
Spielman ha sottolineato una netta distinzione tra il quadro proposto da Trump, al quale Israele ha aderito, e la proposta in 15 punti del Board of Peace, concordata con i terroristi di Hamas attraverso Qatar, Turchia ed Egitto. Gerusalemme, ha affermato, non è parte del nuovo piano.
Netanyahu ha respinto pubblicamente il quadro in 15 punti la scorsa settimana, dichiarando che non ci sarà alcun ritiro israeliano prima del completo disarmo di Hamas.
All’inizio di sabato, Hamas ha informato l’amministrazione Trump di accettare i termini della Roadmap, che richiede al gruppo terroristico di deporre le armi e trasferire il governo di Gaza a un organismo palestinese tecnocratico, ha riferito AFP.
«Hamas e le altre fazioni hanno confermato ai mediatori la loro disponibilità a iniziare ad attuare l’accordo e a passare alla seconda fase, a condizione che ricevano l’approvazione israeliana e che Israele inizi ad attuare l’accordo», ha dichiarato un funzionario di Hamas all’agenzia di stampa.
«Hamas chiede all’amministrazione statunitense di esercitare pressioni su Israele affinché lo costringa a rispettare l’accordo e a passare alla seconda fase», ha aggiunto il terrorista, rimasto anonimo.
Giovedì, Netanyahu aveva promesso che Israele non si ritirerà dalle attuali posizioni nella Striscia di Gaza finché Hamas non sarà completamente disarmata.
«Rimango fermo sui nostri interessi di sicurezza: non ci ritireremo dalle nostre attuali linee finché Hamas non sarà completamente disarmata», aveva dichiarato Netanyahu in un video in lingua ebraica pubblicato sulla sua pagina Facebook.
Aveva aggiunto che ai soldati dell’IDF era stato ordinato «di fare tutto il necessario per difendersi, per difendere il nostro territorio e per difendere i nostri cittadini».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo team ritengono di poter convincere Hamas a smilitarizzare la Striscia di Gaza, ha affermato Netanyahu, aggiungendo: «Stiamo valutando questa possibilità».
(HaKol, 10 agosto 2026)
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Milizie anti-Hamas. Dilemma israeliano per il futuro di Gaza
I clan beduini armati collaborano con Israele contro Hamas e controllano alcune aree della Striscia. Gli Stati Uniti puntano però al loro disarmo nel dopoguerra e nell’apparato di sicurezza israeliano cresce il timore per ciò che potrebbe accadere dopo.
di Alessandro Carmi
Hanno combattuto Hamas, ucciso suoi miliziani, individuato armi e infrastrutture terroristiche e oggi collaborano con le forze israeliane in alcune zone della Striscia di Gaza. Ma i clan beduini armati anti-Hamas, da risorsa tattica per Israele, rischiano di trasformarsi in uno dei problemi più delicati del futuro assetto di Gaza.
Secondo quanto riferisce il sito di informazione israeliano Walla, all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano le valutazioni sul loro futuro sono divergenti. Un responsabile della sicurezza definisce la loro attività «molto efficace» e sostiene che stia procedendo secondo i piani. La collaborazione viene mantenuta deliberatamente lontano dai riflettori: «È intima, resta nell’ombra ed è bene che sia così».
I gruppi operano in più di tre aree della Striscia e, durante le fasi più intense della guerra, si sono scontrati direttamente con l’ala militare di Hamas, provocandole diverse perdite. Dopo il cessate il fuoco hanno assunto altri compiti: contribuiscono alla sicurezza della cosiddetta linea gialla, operano nelle aree circostanti e partecipano alla localizzazione di armi e infrastrutture terroristiche, comprese quelle sotterranee.
La questione diventa molto più complicata quando si passa dall’utilità militare immediata al futuro politico della Striscia. Secondo Walla, esponenti di primo piano del Consiglio della Pace, sostenuti dagli Stati Uniti, vorrebbero infatti che nel «giorno dopo» questi clan fossero disarmati. Israele starebbe valutando una soluzione differente. Una parte dei gruppi potrebbe rimanere all’interno della linea gialla sotto la responsabilità operativa dell’IDF, anche per impedire che Hamas possa vendicarsi contro chi ha collaborato con Israele. Il Consiglio della Pace sarebbe invece orientato, in vista di un futuro ritiro israeliano verso il confine, a riportare i clan nelle aree palestinesi e a privarli delle armi. Ed è qui che emerge il dilemma.
Alcuni esponenti della sicurezza israeliana ricordano infatti che i capi di queste formazioni hanno alle spalle anche attività criminali contro le quali, in passato, hanno combattuto sia Hamas sia lo stesso esercito israeliano. Uno dei funzionari citati da Walla avverte che, una volta disarmati e privati della funzione acquisita durante la guerra, potrebbero semplicemente tornare alla loro vecchia attività: il contrabbando.
Per il governo israeliano si tratta dunque di una questione politicamente esplosiva che, secondo le fonti del quotidiano, il livello politico preferisce per il momento lasciare aperta. L’esistenza di forze palestinesi armate ostili a Hamas costituisce inoltre uno strumento di pressione tanto sulla leadership dell’organizzazione terroristica quanto sui soggetti impegnati nella definizione del futuro assetto della Striscia.
Il fenomeno aveva cominciato ad assumere dimensioni rilevanti già nel settembre 2025. Durante l’offensiva terrestre israeliana, alcune grandi famiglie avevano schierato centinaia di uomini armati agli ingressi dei territori sotto il loro controllo, opponendosi ai tentativi degli apparati di sicurezza di Hamas di ristabilire la propria autorità. Tra questi apparati figura la cosiddetta Unità Freccia, utilizzata da Hamas per arrestare, aggredire e, secondo fonti israeliane, uccidere palestinesi accusati di collaborare con Israele.
Per ora nessuno avrebbe preso seriamente in considerazione la possibilità di trasferire in territorio israeliano i membri dei clan più esposti. La cooperazione quotidiana con l’IDF, gli altri organismi di sicurezza israeliani e funzionari americani prosegue. Il problema arriverà quando si dovrà decidere chi eserciterà realmente il potere a Gaza. Israele ha interesse a impedire che Hamas torni a dominare la Striscia e i clan armati contribuiscono oggi a questo obiettivo. Ma una Gaza disseminata di milizie autonome, armate e legate a interessi familiari o criminali difficilmente può rappresentare un assetto stabile per il futuro.
È uno dei paradossi del «giorno dopo»: gli uomini che oggi servono per indebolire Hamas potrebbero diventare domani un nuovo problema da risolvere.
(Setteottobre, 10 agosto 2026)
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L'era della “Hudna” è finita
I politici israeliani dichiarano che non accetteranno alcuna soluzione per la Striscia di Gaza che consenta nuovamente a Hamas di continuare a esistere come minaccia armata.
di Ryan Jones
Israele avverte che Hamas sta cercando di trasformare il piano quadro per Gaza del presidente Donald Trump in un’altra tregua temporanea, che lasci l’organizzazione terroristica in vita e armata, in attesa del prossimo round.
Il ministro dell’Energia e delle Infrastrutture Eli Cohen ha dichiarato sabato che Gerusalemme respinge il piano in 15 punti per la Striscia di Gaza proposto dal comitato di pace «nella sua forma attuale», sostenendo che Hamas stia preparando l’ennesimo inganno.
Il raggiungimento di una hudna – un concetto islamico di tregua temporanea mentre le forze musulmane si riorganizzano – rappresenterebbe una vittoria indiscutibile per Hamas. E lo schema con cui lo ottiene è ormai del tutto prevedibile. Hamas segnala disponibilità alla cooperazione, offre concessioni parziali, si assicura una tregua dalla pressione israeliana e poi sfrutta il tempo per ricostituirsi.
Israele ha pagato un alto tributo in termini di vite umane perché si è lasciato spingere dal mondo ad accettare queste tregue come un progresso. Ora basta, ha sottolineato Cohen in una dichiarazione a Channel 14, aggiungendo: «L’era della hudna è finita».
La controversia non verte sul fatto che la Striscia di Gaza debba essere ricostruita o che le forze armate israeliane debbano rimanervi per sempre. L’obiezione di Israele è rivolta contro qualsiasi piano che crei un divario tra le promesse sulla carta e la realtà sul campo.
Secondo quanto riferito, Hamas avrebbe comunicato ai mediatori di essere disposta ad avviare l’attuazione della fase successiva dell’accordo quadro sostenuto dagli Stati Uniti, a condizione che Israele acconsenta a tale passo e adempia alla propria parte dell’accordo. I rappresentanti del governo israeliano sostengono tuttavia che Hamas stia già violando l’attuale cessate il fuoco, tra l’altro con tentativi di oltrepassare la «linea gialla», la continua costruzione di tunnel e il riarmo.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele non si ritirerà dalle sue attuali posizioni nella Striscia di Gaza finché Hamas non sarà completamente disarmato.
Una consegna simbolica di alcune armi da parte di Hamas non è sufficiente. Né lo è il semplice stoccaggio di tali armi in depositi nella Striscia di Gaza sotto la presunta supervisione di un nuovo governo tecnocratico palestinese. Hamas ha già rovesciato in passato un governo palestinese rivale e lo rifarà alla prima occasione.
L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha sottolineato che un vero disarmo significa che le armi di Hamas devono essere completamente rimosse dalla Striscia di Gaza e portate fuori dalla portata del gruppo.
La capacità del Consiglio di pace di Trump di attenersi a questa condizione è la vera pietra di paragone per qualsiasi accordo postbellico nella Striscia di Gaza.
Se ciò dovesse fallire, la Striscia di Gaza ricadrebbe inevitabilmente in un ciclo ben noto di sfruttamento terroristico e guerra con Israele.
Per Israele, la lezione del 7 ottobre è che non può più accettare soluzioni che mantengano in vita Hamas – nemmeno in una forma indebolita o «più moderata». La sopravvivenza significa la possibilità di riarmarsi un giorno, e il riarmo significa che il prossimo massacro è solo una questione di tempo.
Il piano di Trump potrebbe ancora offrire un quadro per una Striscia di Gaza diversa. Ma solo se la comunità internazionale capisce ciò che Israele già sa.
Hamas non ha bisogno di un’altra tregua. Deve essere privato del potere e messo fuori gioco.
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Sull'autore, Ryan Jones:
«Sono un cristiano non ebreo proveniente dagli Stati Uniti che vive in Israele dal 1996. Quello fu l’anno in cui la mia comunità locale si rese improvvisamente conto che Israele esiste e che la sua storia biblica e la sua missione continuano ancora oggi. Successivamente, a Gerusalemme, ho conosciuto mia moglie, una cristiana nata in Israele di origini olandesi, i cui genitori erano giunti nello Stato ebraico per gli stessi motivi, solo alcuni decenni prima. Io e mia moglie viviamo con i nostri sette figli nel sobborgo di Gerusalemme chiamato Tzur Hadassah. Siamo membri attivi della comunità ebraica messianica locale”.
Ryan lavora dal 2007 come autore e redattore per Israel Heute. In precedenza ha scritto per una serie di altre testate online e cartacee che trattano l’attualità in Medio Oriente.
(Israel Heute, 10 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Le 111 verità nascoste di Fauci riscrivono la storia della pandemia
L'uomo sul quale si reggeva l'intera vulgata pandemica si è rifiutato di rispondere al Congresso americano. Le pagine lo hanno fatto per lui. Rivelando la sua doppia faccia: quello che sosteneva in pubblico era l'opposto di quel che pensa.
di Silvana De Mari
Un bel tacer non fu mai scritto: frase nata per invitare al silenzio di qualità, evitare pettegolezzi, limitare le scemenze, che diventa un caposaldo giuridico quando si tratta di appellarsi al quinto emendamento per non compromettersi. L'intera vulgata pandemica si reggeva sulla parola di un uomo. Anthony Fauci. Oggi Fauci è al centro di un'inchiesta del Congresso americano parallela a quella della Commissione parlamentare italiana sul Covid. La sua audizione di poche settimane fa è stata surreale: si è avvalso della facoltà di non rispondere 111 volte, come un capomafia qualsiasi, e questo benché, in quanto graziato da Biden, non possa essere inquisito. La «scienza» che per cinque anni ci è stata imposta come indiscutibile ora tace davanti al Congresso. Nel suo diario Fauci ammette, sbugiardando tutte le sue dichiarazioni pubbliche dal 2020 in poi, che il virus era di origine artificiale e non veniva dal salto di specie da pipistrello o pangolino; che aveva finanziato il laboratorio di Wuhan violando la legge americana; che «distanziamento sociale», obbligo di mascherina e sicurezza dei vaccini a mRna erano raccomandazioni senza attendibilità scientifica; che aveva usato il proprio dipartimento per farsi assegnare oltre un milione di dollari in premi pagati dai contribuenti; che aveva falsificato la mortalità del virus dallo zero virgola tre al tre per cento. È il testimone che si autoaccusa. Il suo diario è la sua confessione. E non è una confessione estorta, è una confessione scritta di suo pugno. Il quotidiano La Verità e la trasmissione Fuori dal Coro di Mario Giordano sono stati gli unici megafoni della verità. La cosiddetta gestione pandemica non aveva base scientifica. La affermo oggi come l'affermavo nella primavera del 2020. Bastava guardare i dati Istat degli ultimi due mesi del zoiq e del gennaio 2021 per accorgersi che la mortalità italiana non era aumentata rispetto alle normali influenze stagionali. Bastava leggere le prime perizie sierologiche per sapere che il tasso di letalità reale della Sars-Co V-2. era intorno allo zero virgola sette per cento, cioè quello di un'influenza cattiva, non di una peste bubbonica. Ma Anthony Fauci, allora capo del Niaid americano, decise di gonfiare quel numero a un inesistente tre per cento, e da quel numero falsato discese l'intero apparato normativo che avrebbe distrutto la vita quotidiana di centinaia di milioni di persone in Occidente, La menzogna iniziale è documentata oggi nel suo stesso diario, pubblicato pochi mesi fa e reperibile integralmente su YouTube. Il Italia i dati sono stati falsificati per ordine di circolari che ordinavano di calcolare come morto da Covid i morti di qualsiasi natura con un tampone positivo. La mortalità è stata oggettivamente aumentata non facendo immediatamente le autopsie che avrebbero immediatamente indicato la cura corretta e dando protocolli sbagliati. Sono stati ordini sbagliati che medici hanno eseguito, preferendo l'obbedienza alla scienza e coscienza. Rinchiudere milioni di italiani in casa per mesi era una scelta idiota. Il termine più corretto è criminale. Il sistema immunitario ha bisogno di aria aperta, di luce solare, di movimento. Chiuderlo in un appartamento significa danneggiarlo. Costringere alla sedentarietà una popolazione significa creare in pochi mesi un aumento drammatico di obesità, di depressione, di malattie cardiovascolari, di disturbi psichiatrici nei bambini e negli adolescenti. In Svizzera e in Germania era raccomandato di uscire almeno due ore al giorno proprio per sostenere il sistema immunitario. In Italia si mandavano i vigili urbani a inseguire i podisti solitari sulle spiagge deserte. In Italia si multavano i padri che passeggiavano con i figli. Era psicosi collettiva orchestrata dallo Stato e applicata per la connivenza dei medici del cosiddetto Comitato medico scientifico, che non dava consigli ai politici ma avallava i loro ordini e per la connivenza de presidenti degli Ordini dei medici. Il Comitato tecnico scientifico, l'organo che avrebbe dovuto consigliare il governo Conte con la voce della migliore medicina disponibile, ha applaudito ogni decreto restrittivo, ha taciuto sulle terapie domiciliari precoci che salvavano vite con pochi euro di farmaci, mentre imponeva alla popolazione «tachipirina e vigile attesa», cioè un protocollo che portava migliaia di persone in ospedale quando ormai era troppo tardi. I presidenti degli Ordini dei medici anziché difendere il corpo dei loro iscritti dall'inoculazione di farmaci sperimentali privi di qualsiasi capacità di bloccare la trasmissione della malattia, hanno calpestato anche la libertà terapeutica dei propri iscritti, che è il fondamento stesso della professione, hanno ringhiato contro chiunque osasse dire che le regole erano fesserie. Hanno firmato lettere che obbligavano colleghi a subire un farmaco genico sperimentale che non fermava la trasmissione della malattia, e questo era noto già alla fine del 2021 dai dati israeliani, britannici e islandesi, un farmaco a mRna con effetti collaterali sconosciuti a lungo termine. Quei presidenti degli Ordini che firmarono quelle lettere devono rispondere, in tribunale civile e penale, con il proprio patrimonio personale, dei danni da vaccino subiti dai colleghi che loro obbligarono a inocularsi sotto minaccia di sospensione e radiazione. Miocarditi, pericarditi, trombosi da seno venoso, porpore trombocitopeniche, sindromi autoimmuni insorte dopo la seconda o la terza dose: ogni caso documentato è un capo di responsabilità. Chi ha firmato quelle lettere sapeva. Se non sapeva, era incompetente, e l'incompetenza in medicina è una colpa. Se sapeva ed ha firmato lo stesso, è complicità in lesioni personali gravi. I vari Pregliasco, Lopalco, Bassetti, Galli, Crisanti, e Burioni, ospite fisso di Fabio Fazio, hanno ripetuto le fesserie di Fauci. C'è una seconda vigliaccheria che affianca quella dei medici, ed è la vigliaccheria dei giornali. Ogni giorno la Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid scopre qualcosa: contratti segretati, verbali del Comitato tecnico scientifico che raccomandavano restrizioni senza uno straccio di evidenza scientifica, mail interne al ministero della Salute che confessano l'inutilità delle misure imposte con la forza dei carabinieri, documenti che dimostrano l'obbligo vaccinale come atto politico e non sanitario. Nulla di tutto questo arriva sulle prime pagine, con la sola eccezione della Verità. Nulla nei tg. Nulla nei talk-show. Le stesse redazioni che per due anni hanno inseguito con il megafono ogni sputo di Fauci, Pregliasco e Burioni, oggi che quegli stessi santoni vengono smentiti in commissione parlamentare fingono di non vedere. Ciò che ci è stato imposto durante il Covid non era Scienza, e solo degli incompetenti o dei corrotti potevano scambiarla per tale. Chi lo ha ripetuto è responsabile moralmente e giuridicamente di quanto è accaduto. lo sono stata radiata per aver detto tutto questo con qualche anno d'anticipo. Oggi lo ammette il diario di Fauci. Domani lo ammetteranno anche i colleghi che oggi tacciono. Nel frattempo sono orgogliosa di non far più parte di un Ordine che ha tradito il giuramento di lppocrate. E se qualcuno tra i colleghi vaccinati con danni gravi vuole intentare un'azione civile collettiva contro i presidenti che firmarono la lettera dell'obbligo, ha in me una testimone disponibile e una sostenitrice pubblica. I nomi di quei presidenti sono nella firma delle lettere di ingiunzione. I danni sono nei registri Aifa e nei referti ospedalieri. La responsabilità civile e penale personale esiste ancora. Antony Fauci è stato dichiarato colpevole di oltraggio al congresso per le sue 111 non risposte, per i suoi 111 silenzi. Un bel tacer non fu mai scritto, e non è detto che sia sempre impunito.
(La Verità, 10 agosto 2026)
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Non sono soltanto i silenzi di Fauci a colpire. Dove sono coloro che esponevano al ludibrio i malfamati no-vax che si opponevano alla magica puntura salva-covid “scientificamente imposta”? Nessuno li chiami si-vax: non si imiti il loro sprezzante e ottuso modo di fare. Meglio sarebbe ricordare loro gli effetti di quella allucinante stagione di psicosi collettiva invitandoli a leggere il resoconto che ne fece a suo tempo il giornale La Verità con la documentazione "Gli invisibili”. Buona lettura. M.C.
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«Si moltiplichino abbondantemente sulla terra»
GENESI 48
- Dopo queste cose, avvenne che fu detto a Giuseppe: “Ecco, tuo padre è ammalato”. Ed egli prese con sé i suoi due figli, Manasse ed Efraim.
- Giacobbe ne fu informato, e gli fu detto: “Ecco, tuo figlio Giuseppe viene da te”. Allora Israele raccolse le sue forze, e si mise a sedere sul letto.
- Giacobbe disse a Giuseppe: “L'Iddio Onnipotente mi apparve a Luz nel paese di Canaan, mi benedisse,
- e mi disse: 'Ecco, io ti farò fruttare, ti moltiplicherò, ti farò diventare una moltitudine di popoli, e darò questo paese alla tua progenie dopo di te, come una proprietà perenne.
- E ora, i tuoi due figli che ti sono nati nel paese d'Egitto prima che io venissi da te in Egitto, sono miei. Efraim e Manasse saranno miei, come Ruben e Simeone.
- Ma i figli che hai generato dopo di loro saranno tuoi; essi saranno chiamati con il nome dei loro fratelli, quanto alla loro eredità.
- Quanto a me, quando tornavo da Paddan, Rachele morì, nel paese di Canaan, durante il viaggio, a qualche distanza da Efrata; e la seppellii lì, sulla via di Efrata, che è Betlemme.
- Israele guardò i figli di Giuseppe, e disse: “Questi, chi sono?”.
- E Giuseppe rispose a suo padre: “Sono miei figli, che Dio mi ha dato qui”. Ed egli disse: “Falli avvicinare a me, e io li benedirò”.
- Ora gli occhi d'Israele erano annebbiati a motivo dell'età, tanto che non ci vedeva più. E Giuseppe li fece avvicinare a lui, ed egli li baciò e li abbracciò.
- Poi Israele disse a Giuseppe: “Io non pensavo di rivedere più la tua faccia; ed ecco che Dio mi ha concesso di vedere anche la tua progenie”.
- Giuseppe li ritirò dalle ginocchia di suo padre e si prostrò con la faccia a terra.
- Poi Giuseppe li prese entrambi: Efraim alla sua destra, alla sinistra d'Israele; e Manasse alla sua sinistra, alla destra d'Israele; e li fece avvicinare a lui.
- E Israele stese la sua mano destra, e la posò sul capo di Efraim che era il più giovane; e posò la sua mano sinistra sul capo di Manasse, incrociando le mani; poiché Manasse era il primogenito.
- E benedisse Giuseppe, e disse: “L'Iddio, nel cui cospetto camminarono i miei padri Abraamo e Isacco, l'Iddio che è stato il mio pastore da quando esisto fino a questo giorno,
- l'angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi fanciulli! Siano chiamati con il mio nome e con il nome dei miei padri Abraamo e Isacco, e moltiplichino copiosamente sulla terra!”.
- Ora quando Giuseppe vide che suo padre posava la mano destra sul capo di Efraim, provò dispiacere, e prese la mano di suo padre per levarla dal capo di Efraim e metterla sul capo di Manasse.
- E Giuseppe disse a suo padre: “Non così, padre mio; perché questi è il primogenito; metti la tua mano destra sul suo capo”.
- Ma suo padre rifiutò e disse: “Lo so, figlio mio, lo so; anche egli diventerà un popolo, e anche egli sarà grande; tuttavia, suo fratello più giovane sarà più grande di lui, e la sua progenie diventerà una moltitudine di nazioni”.
- E in quel giorno li benedisse, dicendo: “Di voi si servirà Israele per benedire, dicendo: 'Dio ti faccia simile a Efraim e a Manasse!'”. E mise Efraim prima di Manasse.
- Poi Israele disse a Giuseppe: “Ecco, io muoio; ma Dio sarà con voi, e vi ricondurrà nel paese dei vostri padri.
- E io ti do una parte di più rispetto ai tuoi fratelli: quella che conquistai dalle mani degli Amorei, con la mia spada e con il mio arco”.
GENESI 35
- Poi partirono, e un terrore mandato da Dio invase le città che erano intorno a loro; così non inseguirono i figli di Giacobbe.
- Giacobbe giunse a Luz, cioè Betel, che è nel paese di Canaan: egli con tutta la gente che aveva con sé
; - lì costruì un altare e chiamò quel luogo El-Betel, perché lì Dio gli era apparso, quando egli fuggiva davanti a suo fratello.
- Allora morì Debora, balia di Rebecca, e fu sepolta al di sotto di Betel, sotto la quercia, che fu chiamata Allon-Bacut.
- Dio apparve ancora a Giacobbe, quando questi veniva da Paddan-Aram; e lo benedisse.
- Dio gli disse: “Il tuo nome è Giacobbe; tu non sarai più chiamato Giacobbe, ma il tuo nome sarà Israele”. E lo chiamò Israele.
- Poi Dio gli disse: “Io sono l'Iddio Onnipotente; sii fertile e moltiplicati; una nazione, anzi una moltitudine di nazioni discenderà da te, e dei re usciranno dai tuoi lombi;
- e darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese che diedi ad Abraamo e a Isacco”.
- Dio andò via da lui risalendo dal luogo dove gli aveva parlato.
- Allora Giacobbe eresse un monumento di pietra nel luogo dove Dio gli aveva parlato; fece su di esso una libazione e sparse su dell'olio.
- E Giacobbe chiamò Betel il luogo dove Dio gli aveva parlato.
MICHEA 5
- “Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.
MARCO 6
- Gli apostoli, essendosi raccolti intorno a Gesù, gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato.
- Ed egli disse loro: “Venitevene ora in disparte, in luogo solitario, e riposatevi un po'”. Difatti era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure tempo di mangiare.
- Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte.
- Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero là a piedi e vi giunsero prima di loro.
- E come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
- Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: “Questo luogo è deserto ed è già tardi;
- congedali, affinché vadano per le campagne e per i villaggi nei dintorni a comprarsi qualcosa da mangiare”.
- Ma egli rispose loro: “Date loro voi da mangiare”. Ed essi a lui: “Andremo noi a comprare duecento denari di pane e daremo loro da mangiare?”.
- Egli domandò loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. Ed essi, accertatisi, risposero: “Cinque, e due pesci”.
- Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull'erba verde
- e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta.
- Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani e li diede ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti.
- Tutti mangiarono e furono sazi
- e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche i resti dei pesci.
- Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
GIOVANNI 6
- Gesù disse loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà mai più sete.
- Ma io ve l'ho detto: 'Voi mi avete visto, eppure non credete!'.
- Tutto quello che il Padre mi dà, verrà a me e colui che viene a me, io non lo caccerò fuori,
- perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
- E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di tutto quello che egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno.
- Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”.
- È scritto nei profeti: 'Saranno tutti istruiti da Dio'. Ogni uomo che ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.
- Perché nessuno ha visto il Padre, se non colui che è da Dio; egli ha visto il Padre.
- In verità, in verità io vi dico: Chi crede ha vita eterna.
- Io sono il pane della vita.
- I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono.
- Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia.
- Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo”.
MATTEO 16
- I farisei e i sadducei si accostarono a lui per metterlo alla prova e gli chiesero di mostrare loro un segno dal cielo.
- Ma egli, rispondendo, disse loro: “Quando si fa sera, voi dite: 'Bel tempo, perché il cielo rosseggia!'
- e la mattina dite: 'Oggi tempesta, perché il cielo rosseggia cupo!'. L'aspetto del cielo lo sapete dunque discernere e i segni dei tempi non arrivate a discernerli?
- Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno e segno non le sarà dato, se non quello di Giona”. E, lasciatili, se ne andò.
- I discepoli, passati all'altra riva, si erano dimenticati di prendere dei pani.
- E Gesù disse loro: “Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”.
- Ed essi ragionavano fra loro e dicevano: “Egli parla così perché non abbiamo preso dei pani”.
- Ma Gesù, accortosene, disse: “O gente di poca fede, perché ragionate fra voi del non avere dei pani?
- Non capite ancora e non vi ricordate dei cinque pani, dei cinquemila uomini e quante ceste ne portaste via?
- Né dei sette pani, dei quattromila uomini e quanti panieri ne portaste via?
- Come mai non capite che non è di pani che io vi parlavo? Ma guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”.
- Allora compresero che non aveva loro detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei.
ISAIA 53
- Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? e a chi è stato rivelato il braccio dell'Eterno?
- Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo desiderare.
- Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo nessuna stima.
- Tuttavia, erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato, ma noi lo reputavamo colpito, percosso da Dio e umiliato!
- Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione.
- Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via, ma l'Eterno ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.
- Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.
- Dall'oppressione e dal giudizio fu portato via; e fra quelli della sua generazione chi rifletté che egli era strappato dalla terra dei viventi e colpito a causa delle trasgressioni del mio popolo?
- Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli empi, ma, nella sua morte, egli è stato con il ricco, perché non aveva commesso violenze né c'era stato inganno nella sua bocca.
- Ma all'Eterno è piaciuto di stroncarlo con dolori. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni e l'opera dell'Eterno prospererà nelle sue mani.
- Egli vedrà il frutto del tormento della sua anima e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, e si caricherà egli stesso delle loro iniquità.
- Perciò io gli darò in premio le moltitudini e riceverà i potenti come bottino, perché ha dato sé stesso alla morte ed è stato annoverato fra i trasgressori, perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i trasgressori.
(Notizie su Israele, 9 agosto 2026)
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Elezioni. Israele richiama i suoi cittadini alle urne
Decine di migliaia di israeliani residenti all’estero sono pronti a tornare nel Paese per votare il 27 ottobre, affrontando spese elevate pur di partecipare a elezioni considerate decisive
di Daniel Bettini
In Israele, a differenza di molti Paesi sviluppati del mondo occidentale, un cittadino residente all’estero non può votare alle elezioni presso ambasciate o consolati, ma deve recarsi fisicamente in Israele per esercitare il proprio diritto di voto. Possono votare nei consolati all’estero soltanto i diplomatici, i militari di stanza in altri Paesi e alcune altre categorie titolari di incarichi particolari.
In passato la questione è stata discussa molte volte e più volte si è cercato, alla Knesset, di modificare la legge per consentire agli israeliani che lo desiderano di votare più facilmente anche dal luogo in cui risiedono all’estero. Naturalmente si è sempre posta anche una questione politica: il voto degli israeliani residenti all’estero favorirebbe la sinistra o la destra? È un interrogativo antico. A questo se ne aggiunge un altro, di principio: una persona che non vive in patria e non sperimenta la complessità della sua realtà quotidiana, anche se vi è nata ma ha poi scelto, per varie ragioni, di trasferirsi all’estero, ha il diritto di partecipare alle decisioni sul destino dello Stato?
La legge israeliana, su questo punto, è molto semplice: chiunque possieda un passaporto israeliano ha diritto di votare alle elezioni in Israele. Ma deve recarsi fisicamente nel Paese. Le prossime elezioni si terranno il 27 ottobre e si sta verificando un fenomeno senza precedenti. Migliaia di israeliani residenti all’estero vogliono esercitare questo diritto e tornare in patria per votare. Sembra che moltissimi comprendano perfettamente quanto saranno decisive queste elezioni.
Nelle conversazioni e nelle interviste rilasciate nelle ultime settimane ai media israeliani, tutti hanno sottolineato il dovere morale e il peso storico della decisione di recarsi in Israele per partecipare alle elezioni e contribuire a definire il Paese che emergerà dalle urne. Tutti sentono il bisogno di esserci e avvertono la responsabilità legata al modo in cui Israele si presenterà in futuro.
Secondo i dati ufficiali dell’anagrafe dello Stato di Israele, oggi circa 650.000 israeliani vivono all’estero. Se si considerano anche i loro discendenti, i figli nati fuori da Israele, il numero potrebbe superare i 900.000. Secondo quanto riportato nelle ultime settimane, questa volta decine di migliaia di loro intendono recarsi in Israele per votare.
Queste elezioni sono considerate troppo importanti e decisive, sotto ogni punto di vista, per rimanere indifferenti. Nell’Israele successivo alla rivoluzione giudiziaria iniziata quattro anni fa con l’insediamento dell’attuale governo, e soprattutto dopo il massacro del 7 ottobre, moltissimi israeliani residenti all’estero, alcuni dei quali ormai da moltissimi anni, sentono di non poter restare indifferenti e comprendono quanto ogni singolo voto sia importante per determinare il volto dell’Israele di domani.
In Europa e negli Stati Uniti esistono persino alcune organizzazioni, come “Aid Coalition“, che hanno avviato iniziative per fornire assistenza logistica agli israeliani intenzionati a recarsi in patria per votare, verificando tra l’altro i prezzi dei voli e cercando le soluzioni più economiche possibili, in modo da consentire al maggior numero possibile di affrontare il viaggio e partecipare alle elezioni.
Secondo un sondaggio pubblicato recentemente da uno dei media israeliani, sulla base dei dati della stessa organizzazione, circa l’84% degli israeliani residenti all’estero che hanno partecipato all’indagine ritiene che queste elezioni siano particolarmente «critiche» per il futuro del Paese. Il 73% degli intervistati ha dichiarato di voler tornare per votare e il 54% ha indicato nel prezzo dei voli il principale ostacolo che potrebbe impedirgli di farlo. E infatti, negli ultimi giorni, sono stati pubblicati innumerevoli articoli su israeliani disposti a pagare anche migliaia di dollari per raggiungere Israele da ogni angolo del mondo pur di votare. Si è parlato di persone che hanno pagato da 500 dollari per una sola tratta fino a 1.900 dollari da New York e da altre località degli Stati Uniti, e persino di cittadini che hanno speso 4.000 dollari pur di partecipare.
Se già due settimane fa si erano registrati 25.000 israeliani, oggi si stima che il numero effettivo di coloro che stanno programmando di tornare per le elezioni e votare in Israele possa avvicinarsi a 70.000. È anche l’obiettivo delle organizzazioni che li stanno aiutando a rientrare. Circa la metà degli israeliani che arriveranno dovrebbe provenire dagli Stati Uniti e l’altra metà da diversi Paesi del mondo, soprattutto europei, tra cui Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera, Italia e altri Paesi. Va precisato che le organizzazioni coinvolte sottolineano come l’assistenza fornita a questi israeliani sia del tutto priva di finalità politiche e che a nessuno viene chiesto per chi intenda votare.
Nel sistema politico israeliano, e soprattutto nell’area di destra, si tende a ritenere che la maggioranza degli israeliani residenti all’estero intenzionati a tornare appartenga all’elettorato di centro-sinistra. Questa volta, tuttavia, si registra un fortissimo interesse anche in aree che non possono certo essere considerate roccaforti della «sinistra», come la Florida e la California.
Alcuni israeliani intervistati dai media nazionali hanno dichiarato esplicitamente che la loro intenzione è rafforzare il primo ministro Netanyahu e la sicurezza di Israele. Altri hanno invece spiegato di sentire la necessità di contribuire a cambiare la situazione attuale, riportare Israele sulla giusta strada e determinare un cambiamento negli equilibri politici. In ogni caso, questa volta il voto degli israeliani che non vivono in patria è caratterizzato da una fortissima partecipazione emotiva e dalla sensazione di condividere un destino comune.
Sono già emerse, tuttavia, accuse secondo cui molti israeliani incontrerebbero difficoltà logistiche nell’ottenere dal ministero dell’Interno la documentazione necessaria per individuare ufficialmente il seggio presso il quale potranno votare. Il ministero dell’Interno sostiene che si tratti principalmente di problemi tecnici e che ogni israeliano dovrebbe ricevere una risposta. Molti, però, accusano esponenti politici all’interno del dicastero di cercare deliberatamente di rendere più difficile il percorso di questi elettori, sottoponendoli a una trafila burocratica complicata, senza assistenza umana e attraverso applicazioni e siti internet che non funzionano, con l’obiettivo di sfiancarli e impedire loro di verificare per tempo tutti i propri diritti.
Un fenomeno piacevole e commovente accompagna infine l’ondata di israeliani che si prepara a raggiungere il Paese, mettendo da parte il lavoro e gli altri impegni. Decine di israeliani hanno creato gruppi dedicati su Facebook nei quali offrono gratuitamente le proprie abitazioni a chi arriverà in Israele durante il periodo elettorale. Tutto questo per alleggerire il peso economico di questa grande mobilitazione per il voto.
(Setteottobre, 8 agosto 2026)
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Dove benedizione e maledizione si incontrano
Due popoli guardano allo stesso risultato storico, ma lo interpretano in modo completamente opposto. Ciò che gli ebrei celebrano come ritorno, redenzione e realizzazione di una speranza millenaria, molti palestinesi lo percepiscono come perdita, espulsione e catastrofe nazionale. L’indipendenza di Israele è per loro una «Nakba». È qui che risiede la tragedia di questo Paese. Maledizione e benedizione si contendono ancora oggi la stessa Terra Promessa. Entrambi i popoli portano dentro di sé ricordi, ferite e rivendicazioni. Entrambi si sentono storicamente legati a questa terra. Ma al centro del conflitto non c’è solo la politica, bensì una questione ben più profonda che riguarda la storia, l’identità e la promessa.
di Aviel Schneider
Da un punto di vista biblico, la terra d’Israele non è mai stata un luogo come un altro sulla superficie della terra. Anzi, è sempre stata la terra della promessa, la terra dell’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele. Già nella Bibbia risulta chiaro che questa terra non è definita semplicemente dal potere o dal possesso, ma dalla vocazione e dalla promessa divina. «Mia è la terra», dice Dio nel Terzo Libro di Mosè. L’uomo rimane sempre un ospite in questa terra, nel migliore dei casi un amministratore.
• Tensioni e conflitti
Proprio per questo motivo, nel corso dei millenni questa terra è diventata teatro di tensioni e conflitti permanenti. Infatti, ogni promessa divina comporta anche resistenza. La storia di Israele è piena di lotte per una terra che non è mai stata solo di interesse geopolitico, ma è sempre rimasta carica di significato spirituale. Abramo, Isacco e Giacobbe ricevettero la promessa, ma allo stesso tempo iniziò anche il conflitto con i vicini, i fratelli e i popoli circostanti. Già Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù rispecchiano questa lotta interiore della storia. Maggiore è la vicinanza, più indissolubile sembra essere la rivalità.
Ismaele nacque dalla serva Agar, Isacco dalla moglie di Abramo, Sara. Sebbene avessero lo stesso padre, ben presto sorse un conflitto riguardo all’eredità, alla promessa e al futuro. Nel Libro della Genesi, i capitoli dal 16 al 21 descrivono come le tensioni tra Sara e Agar portino alla separazione. Tuttavia, Dio promette anche a Ismaele che da lui nascerà un grande popolo. Isacco, invece, è il portatore dell’alleanza e della promessa. Già la Bibbia mostra quindi il tema di due linee imparentate che hanno la stessa origine, ma seguono percorsi diversi.
Lo stesso vale per Giacobbe ed Esaù in Genesi 25-33. Esaù è il primogenito, ma Giacobbe riceve il diritto di primogenitura e la benedizione. Ne derivano odio, fuga e decenni di allontanamento. In seguito, nella tradizione ebraica, Esaù viene associato a Edom, mentre Giacobbe diventa Israele. I fratelli si incontrano nuovamente in seguito, ma la tensione tra loro persiste. Da ciò si evince che, in una prospettiva biblica, i conflitti in Medio Oriente non sono solo contrapposizioni politiche o territoriali, ma sembrano profondamente radicati in origini comuni, legami familiari e rivendicazioni contrastanti. Proprio perché i protagonisti sono fratelli, il conflitto è così intenso: vicinanza e rivalità coesistono.
• Ritorno a Sion
Per gli ebrei il ritorno a Sion non è solo un progetto politico, ma la ripresa di una storia interrotta. Per molti palestinesi, invece, lo stesso sviluppo significa la perdita della loro patria e della loro continuità storica. Israele e i palestinesi si scontrano frontalmente perché entrambi vogliono esistere sullo stesso territorio.
Eppure né la Bibbia né il Corano menzionano i «palestinesi» come popolo. Il Corano, invece, parla più volte dei figli d’Israele e del loro legame con la terra. Anche dal punto di vista storico, l’identità nazionale palestinese è emersa solo in epoca moderna e non nell’antichità o nel periodo biblico. Ed è proprio per questo che il conflitto non può essere risolto con la definizione dei confini, la diplomazia o la forza militare. Infatti, qui non sono solo due movimenti nazionali a combattere l’uno contro l’altro. Qui si scontrano due narrazioni, due memorie e due destini, all’ombra di una promessa biblica.
Il conflitto mediorientale è da tempo inteso da entrambe le parti non solo in termini politici, ma anche religiosi e storici. Ecco perché è così fortemente carico di emotività. I politici israeliani fanno sempre più spesso riferimento alla Bibbia per sottolineare il legame storico e spirituale del popolo ebraico con la terra di Israele. Benjamin Netanyahu parla di Gerusalemme come della «capitale eterna del popolo ebraico» e definisce la Giudea e la Samaria come la terra dei padri. Già Menachem Begin aveva affermato che il diritto del popolo ebraico alla Terra di Israele non deriva da risoluzioni internazionali, bensì dalla Bibbia stessa. Anche politici come Naftali Bennett utilizzano consapevolmente toponimi biblici come Giudea e Samaria per sottolineare la continuità ebraica in questa zona.
• Obbligo religioso?
Da parte palestinese, invece, Gerusalemme e la Terra di Israele vengono spesso associate alla storia islamica e alle concezioni coraniche. Yasser Arafat parlava di Gerusalemme come di un obbligo religioso, mentre Mahmoud Abbas definisce regolarmente Gerusalemme Est la capitale eterna della Palestina. I leader di Hamas Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar hanno illustrato il conflitto senza mezzi termini ricorrendo alla retorica islamista del martirio. Come per loro, anche per gli attuali leader la lotta contro Israele non è solo di natura territoriale, ma soprattutto religiosa.
È proprio in questo che risiede una delle ragioni più profonde per cui questo conflitto rimane così difficile da risolvere. Entrambe le parti considerano il proprio legame con la terra non solo come una questione politica, ma come parte della propria storia, identità e missione divina. Di conseguenza, qualsiasi discussione sui confini, sullo status di Gerusalemme o sui diritti nazionali diventa immediatamente una questione esistenziale.
• Differenza
In tutto ciò non bisogna trascurare la differenza fondamentale che esiste tra le due narrazioni nazionali:
il popolo d’Israele appare espressamente, sia nella Bibbia che nel Corano, come un popolo storico legato alla terra d’Israele. Il Corano menziona più volte i «figli d’Israele» e la loro storia in quella terra. Il legame ebraico con Gerusalemme, Sion e la terra di Canaan attraversa l’intera tradizione biblica ed è dato per scontato, senza alcuna menomazione, nel Corano. Un popolo palestinese, invece, non viene menzionato né dalla Bibbia né dal Corano. Se oggi esiste qualcosa di simile a un’identità nazionale palestinese, essa è emersa storicamente solo in epoca moderna, soprattutto nel XX secolo, ma in nessun caso nell’antichità o all’epoca dei racconti biblici.
Quando un popolo ritiene che la propria esistenza sia legata a una missione divina, ogni discussione politica assume immediatamente un carattere esistenziale. Per alcuni Israele è l’adempimento di una promessa. Per altri proprio questo adempimento è diventato l’inizio della loro sofferenza. Così la Terra Santa rimane ancora oggi un luogo in cui benedizione e maledizione, speranza e dolore, promessa e tragedia coesistono e si contendono lo stesso suolo.
(Israel Heute, 7 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Conclusione? "Entrambi ...". Uno a uno? Ci si poteva aspettare qualcosa di più. M.C.
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I nuovi dati nutrizionali su Gaza, coordinati con l’UNICEF, dimostrano che «i fatti prevalgono sulla propaganda», afferma Danon
(JNS) I nuovi dati nutrizionali raccolti attraverso un’indagine coordinata dall’UNICEF mettono in discussione le accuse internazionali secondo cui Israele avrebbe deliberatamente affamato la popolazione di Gaza, secondo quanto dichiarato da Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite a New York.
«Ancora una volta, i fatti prevalgono sulla propaganda», ha affermato Danon. «Gli organismi delle Nazioni Unite stanno riconoscendo che la falsa narrazione contro Israele si sta sgretolando. Israele non affama i bambini: combatte il terrorismo di Hamas, mentre Hamas utilizza i civili di Gaza come scudi umani.»
«Chi si è affrettato ad accusare Israele dovrebbe ora essere chiamato a rispondere per aver diffuso menzogne», ha aggiunto.
L’indagine è stata condotta nell’ambito del Nutrition Cluster guidato dalle Nazioni Unite, utilizzando i metodi di valutazione nutrizionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Sono stati analizzati peso, altezza e circonferenza del braccio di bambini per misurare la malnutrizione acuta. I risultati hanno mostrato tassi di malnutrizione acuta compresi tra lo 0,2% e lo 0,8% nell’intera Striscia di Gaza.
La missione israeliana all’ONU ha evidenziato che questi dati dimostrerebbero come gli attuali livelli di malnutrizione infantile siano ben al di sotto delle soglie normalmente associate a un’emergenza nutrizionale. Secondo i funzionari israeliani, i tassi sono inoltre paragonabili o inferiori a quelli registrati a Gaza prima della guerra e inferiori a quelli di diversi Paesi vicini, tra cui Egitto e Giordania.
La pubblicazione del rapporto arriva mentre continua il dibattito sulla valutazione internazionale della situazione umanitaria a Gaza.
Nell’agosto 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema internazionale di monitoraggio della sicurezza alimentare utilizzato da agenzie ONU e organizzazioni umanitarie, aveva affermato che in alcune aree della Striscia si erano verificate condizioni di carestia, sulla base di indicatori quali consumo alimentare, malnutrizione acuta e mortalità. I critici hanno osservato che l’IPC aveva modificato uno dei propri parametri di valutazione.
Israele ha ripetutamente contestato tale analisi, sostenendo che non rappresentasse accuratamente la situazione sul terreno e che le operazioni di Hamas all’interno delle aree civili abbiano contribuito in modo determinante alla crisi umanitaria. Le autorità israeliane hanno inoltre presentato prove secondo cui Hamas avrebbe sottratto parte degli aiuti umanitari.
Negli ultimi mesi, diverse organizzazioni umanitarie hanno segnalato un miglioramento degli indicatori relativi alla sicurezza alimentare e alla nutrizione, grazie all’aumento degli aiuti e delle forniture commerciali successivo al cessate il fuoco dell’ottobre 2025. L’UNICEF ha comunque precisato che, pur essendo migliorate le condizioni nutrizionali, la situazione resta fragile: molti abitanti di Gaza continuano a dipendere dagli aiuti umanitari e sarà necessario mantenere un accesso costante agli aiuti per evitare un nuovo peggioramento.
(HaKol, 7 agosto 2026)
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Madre e figlio sfuggono a un tentativo di linciaggio dopo essersi persi a Jenin
«Decine di arabi hanno cercato di aprire le portiere, ci hanno lanciato pietre e hanno cercato di fermarci», racconta la donna
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L’auto della donna, che si era recata per errore a Jenin, ha riportato danni ingenti.
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Una madre israeliana e suo figlio hanno dichiarato di essere sfuggiti per un soffio a un tentativo di linciaggio, dopo che il loro navigatore satellitare li aveva condotti per errore nella città palestinese di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Entrambi sono rimasti illesi, ma la loro auto è stata gravemente danneggiata. Lo ha riferito «Ynet».
I due stavano andando a trovare degli amici ad Afula quando, secondo quanto da loro riferito, la loro app di navigazione li ha indirizzati verso la città. Nel traffico congestionato, secondo quanto riferito dalla madre, si sono resi conto di trovarsi a Jenin. Poco dopo, decine di persone si sarebbero radunate attorno all’auto.
«Mi sono resa conto che Waze ci aveva condotti a Jenin», ha raccontato la donna. «Decine di arabi hanno cercato di aprire le portiere, ci hanno lanciato pietre e hanno cercato di fermarci». Durante l’aggressione, la donna ha contattato la centrale di sicurezza del Consiglio regionale di Samaria, i cui operatori l’hanno guidata fuori dalla zona di pericolo. «Ho guidato a tutta velocità e siamo riusciti a uscire», ha detto.
Secondo quanto riferito dall’esercito israeliano, gli aggressori hanno lanciato, tra l’altro, un mattone contro il veicolo, danneggiandolo in modo significativo. Poco dopo, madre e figlio hanno incontrato i soldati israeliani al valico di Gilboa.
Le forze armate hanno comunicato: «Recentemente è pervenuta una segnalazione riguardante due civili israeliani che erano entrati accidentalmente nel territorio della città di Jenin, nell’area di competenza della Brigata Menashe. I civili sono stati aggrediti da terroristi che hanno lanciato un mattone contro di loro. Il veicolo è stato danneggiato, ma non ci sono stati feriti». Dopo aver ricevuto la segnalazione, i soldati avrebbero avviato operazioni nella zona di Jenin e arrestato i sospetti ricercati. Allo stesso tempo, l’esercito ha ricordato che agli israeliani è vietato l’accesso alla cosiddetta Area A. Soggiornare in quella zona è pericoloso e viola la legge vigente.
Il presidente del Consiglio regionale di Samaria, Yossi Dagan, ha parlato di un «grave tentativo di linciaggio». L’incidente dimostra ancora una volta la situazione di sicurezza a Jenin. Allo stesso tempo, ha mosso gravi accuse contro l’Autorità Palestinese, la cui incitazione, a suo avviso, contribuisce a tali attacchi.
(Jüdische Allgemeine, 7 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Libano. Israele frena la risposta per salvare i colloqui di Roma
di Shira Navon
La morte di due soldati israeliani nel Libano meridionale ha rischiato di far deragliare il delicato negoziato in corso tra Israele e Libano. Secondo diverse fonti concordanti, Tsahal era pronta a lanciare una risposta militare molto più pesante di quella poi effettivamente realizzata, ma un intervento diplomatico degli Stati Uniti avrebbe convinto il governo israeliano a limitare l’operazione per non compromettere i colloqui in corso a Roma.
A rivelare per primo che l’esecutivo aveva frenato una vasta offensiva è stato il giornalista militare israeliano Yossi Yehoshua. Successivamente anche il quotidiano libanese Nidaa Al-Watan ha sostenuto che Washington avrebbe esercitato forti pressioni su Gerusalemme per evitare un’escalation capace di far naufragare il processo negoziale.
A rafforzare questa ricostruzione è stato anche il tono adottato dal ministro della Difesa Israel Katz, insolitamente prudente dopo l’attacco. Pur promettendo che Israele avrebbe risposto, Katz ha evitato di attribuire pubblicamente la responsabilità direttamente a Hezbollah, scelta interpretata da molti osservatori come un segnale della volontà di non compromettere il tavolo diplomatico.
I colloqui, ospitati a Roma sotto la mediazione degli Stati Uniti, riuniscono delegazioni israeliane, libanesi e americane nel tentativo di definire un nuovo assetto di sicurezza lungo il confine settentrionale di Israele.
Sul tavolo figurano alcuni dei dossier più delicati dell’intera crisi: il graduale ritiro delle forze israeliane da alcune aree del Libano meridionale, il dispiegamento dell’esercito regolare libanese nelle zone di confine, il progressivo disarmo di Hezbollah e la creazione di meccanismi di verifica capaci di impedire una nuova guerra.
Finora non sono stati annunciati accordi concreti, ma l’amministrazione americana continua a definire il negoziato un’occasione storica per stabilizzare uno dei fronti più esplosivi del Medio Oriente.
L’episodio dimostra però quanto il processo resti fragile. Un singolo attacco, con due soldati israeliani uccisi, è bastato a portare Israele sull’orlo di una risposta militare molto più ampia. Solo l’intervento di Washington avrebbe impedito che il conflitto tornasse rapidamente a intensificarsi, facendo saltare un negoziato che potrebbe ridisegnare gli equilibri lungo il confine israelo-libanese.
(Setteottobre, 7 agosto 2026)
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La vittoria di El-Sayed: come il 7 ottobre ha sbriciolato i freni inibitori dell’antisemitismo
di Filippo Piperno
La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche del Michigan non racconta soltanto la trasformazione del Partito Democratico. È il sintomo di qualcosa di più profondo: il 7 ottobre come banco di prova della coscienza occidentale e del progressivo crollo di quei freni culturali che, per decenni, avevano reso l’antisemitismo politicamente impronunciabile.
E se l’affermazione di Abdul El-Sayed nella corsa per la candidatura al Senato del Michigan per il Partito Democratico fosse, anche, un effetto del 7 ottobre? E se il 7 ottobre 2023 non fosse stato soltanto il più grande massacro di ebrei dalla Shoah, ma un esperimento condotto sulla coscienza dell’Occidente?
Hamas non ha compiuto il solito atto terroristico: ha messo in scena un massacro senza precedenti, una testimonianza di ciò che farebbe agli israeliani se solo ne avesse la possibilità. E ha atteso la risposta, contando – anche, ma non solo – sulla potentissima reazione militare di Israele. La vera posta in gioco era vedere da che parte si sarebbe schierata l’opinione pubblica occidentale davanti a una guerra impari nei fatti, ma già incorniciata da una retorica pronta all’uso.
Perché quella retorica non è nata il 7 ottobre. È il prodotto di decenni di lavoro culturale che ha riscritto il conflitto in uno schema binario – Israele avamposto coloniale, i palestinesi popolo oppresso che ha ragione qualunque cosa faccia – capovolgendo le parole con cura: il “genocidio” rivolto contro lo Stato degli ebrei, la “resistenza” a nobilitare il massacro di ragazzi a un festival musicale. Il 7 ottobre non doveva convincere nessuno: doveva essere versato in uno stampo che esisteva già.
E, a quasi tre anni di distanza, bisogna avere l’onestà di riconoscerlo: se questo era l’esperimento, per certi versi è riuscito. Perché ciò che ha davvero messo alla prova non sono state le opinioni dell’Occidente, ma la tenuta dei suoi freni inibitori. E li ha trovati scarichi.
I freni inibitori di una democrazia liberale non sono leggi. Sono convenzioni, pudori, costi reputazionali: le cose che non si dicono e le alleanze che non si stringono, perché chi le pratica paga un prezzo. E tra tutti ce n’era uno fondativo: il tabù dell’antisemitismo. Dopo la Shoah l’Occidente non ha estirpato il pregiudizio antiebraico, carsico e bimillenario; lo ha reso impronunciabile. È questo l’argine che il 7 ottobre ha testato per primo, e la scoperta è amara: il tabù non ha retto nemmeno davanti al più grande massacro di ebrei dalla Shoah.
Anzi, proprio quel massacro è diventato l’occasione per sfogarlo, come se una parte dell’Occidente aspettasse da tempo il permesso di tornare a dire ciò che non si poteva più dire. Ma il pregiudizio non è tornato con la sua faccia antica: è tornato travestito da virtù. Non più odiare gli ebrei, che resta indicibile, ma odiare il loro Stato, è diventato non solo lecito, ma meritorio. Lo abbiamo raccontato pochi giorni fa a proposito del caso Boy George: ricordare le vittime del Nova Festival e rifiutare la parola “genocidio” basta ormai per essere espulsi dal perimetro della rispettabilità.
In Michigan El-Sayed ha sconfitto Haley Stevens, esponente dell’ala moderata sostenuta dall’establishment di Washington e da quasi 100 milioni di dollari di spesa pubblicitaria – la terza primaria senatoriale più costosa della storia americana – in gran parte schierati contro di lui. Ha vinto comunque, facendo dell’accusa di genocidio a Israele e della contrapposizione ad AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) gli assi portanti della campagna: la retorica uscita dai campus è entrata, parola per parola, in una piattaforma elettorale vincente in uno swing state. E lui stesso, a TIME, aveva rivendicato la posta: i Democratici “dovrebbero davvero avere paura di ciò che rappresento per il loro sistema politico”.
La misura della caduta dei freni sta in un dettaglio. El-Sayed ha fatto campagna al fianco di Hasan Piker, lo streamer che ha elogiato Hamas e sostenuto che l’America si sarebbe meritata l’11 settembre – per Eli Lake, sulla Free Press, l’incarnazione di “una corrente della politica americana che demonizza la repubblica”.
Fino a ieri un’alleanza simile avrebbe avuto un prezzo politico immediato. El-Sayed non lo ha pagato: ne ha incassato un premio. Sia chiaro: non si sta dicendo che chi lo ha votato sia antisemita. Si sta dicendo qualcosa di più inquietante: che il costo reputazionale delle posizioni contigue all’antisemitismo è crollato. Un tempo la contiguità squalificava; oggi è irrilevante, quando non premiante. È la differenza tra un pregiudizio marginale e un argine sbriciolato.
Ecco allora il senso pieno dell’ipotesi di partenza. Il 7 ottobre è stato uno stress test: Hamas non ha creato l’odio, ha verificato la tenuta delle dighe che lo contenevano. Il massacro che avrebbe dovuto testimoniare le intenzioni dell’aggressore è stato ricacciato sullo sfondo; la risposta dell’aggredito è diventata l’unico oggetto del giudizio. Hamas non poteva vincere militarmente, ma non era quello il terreno della scommessa. Bastava dimostrare che una parte dell’Occidente non era più capace di frenare i propri istinti. Dimostrazione riuscita.
E c’è l’elemento più preoccupante di tutti. Le società liberali hanno già conosciuto stagioni di sbandamento, e le hanno superate quando esisteva qualcuno con l’autorevolezza per richiamare le regole del gioco. Oggi, nel campo democratico, quel qualcuno non c’è. Il centro liberale esiste ancora come elettorato, ma non ha una classe dirigente: Stevens aveva i soldi, l’establishment e il curriculum giusto, e ha perso, perché il centro non ha né idee mobilitanti né leader capaci di incarnarle. La deriva populista, antiliberale e antioccidentale non vince perché è forte. Vince perché il campo avverso è vuoto.
Resta novembre. Vincere una primaria con una base mobilitata è una cosa; convincere l’elettorato indipendente è un’altra, e i segnali di fragilità non mancano: El-Sayed ha sottoperformato i sondaggi, ha vinto con meno del 50 per cento e – ha notato il Washington Post – ha faticato proprio con la classe operaia che dice di voler aiutare. Le primarie premiano chi polarizza; le elezioni generali hanno spesso raccontato un elettorato più moderato di quanto la conversazione pubblica lasci intendere. Ma anche se a novembre quel centro silenzioso si facesse sentire, il problema resterebbe intero: il voto può punire gli estremi, non può inventare una leadership che non c’è.
Comunque vada, la vittoria di El-Sayed non è soltanto una notizia del Michigan. È il segnale che gli argini sono caduti anche dentro il partito che fu di Roosevelt e dei diritti civili, per un secolo la casa politica degli ebrei americani: i primi orfani, oggi, di un centro che non ha più voce. E se qualcuno, a Gaza, aveva scommesso proprio su questo, ha di che essere soddisfatto.
(InOltre, 7 agosto 2026)
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Finisce la favola dell’Occidente libero che in nome dei suoi valori sostiene Israele, e di Israele che in nome degli stessi valori è un baluardo contro la barbarie dei nemici della libera società occidentale. Il 7 ottobre fa finire anche questo. M.C.
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Israele guarda all’America Latina: il viaggio del ministro Sa’ar in Ecuador e Colombia
di Daniele Toscano
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Gideon Sa’ar all’apertura del Centro di Innovazione e Imprenditorialità dell’Ecuador a Gerusalemme.
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Israele conferma un sostanziale dinamismo nello scenario globale nonostante alcune tensioni. Lo dimostra il viaggio di questi giorni del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar in America Latina: la sua missione in Ecuador e Colombia non è soltanto una visita bilaterale, ma si inserisce in una strategia più ampia per rafforzare i rapporti con la regione.
Lo scorso febbraio, durante un incontro diplomatico a Washington con rappresentanti degli Stati Uniti e ministri latinoamericani, Sa’ar aveva indicato il 2026 come l’anno in cui la diplomazia israeliana avrebbe concentrato particolare attenzione sull’America Latina, valorizzando le opportunità di cooperazione economica, innovazione e partnership strategiche.
La prima tappa del viaggio è l’Ecuador, dove la visita di Sa’ar ha assunto un valore storico: si tratta della prima missione di un ministro degli Esteri israeliano nel Paese da 44 anni. A Quito, il capo della diplomazia israeliana ha incontrato le autorità ecuadoriane. Dopo il suo intervento all’Assemblea nazionale ecuadoriana, Sa’ar ha sintetizzato così il senso della visita: “Israele ed Ecuador affrontano sfide comuni. Approfondendo la cooperazione nell’antiterrorismo, nell’innovazione, nell’agricoltura e nel commercio, rafforziamo la partnership tra i nostri Paesi a beneficio di entrambi i popoli”.
Negli ultimi mesi Ecuador e Israele avevano lavorato al rafforzamento della cooperazione bilaterale. La Cancelleria ecuadoriana aveva annunciato un programma di cooperazione con Israele per il biennio 2026-2027, orientato a promuovere iniziative comuni in settori strategici come educazione, scienza, cultura e sport. Un precedente rapporto istituzionale ecuadoriano sulla visita del presidente Daniel Noboa in Israele aveva inoltre richiamato incontri con il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu e lo stesso Sa’ar, oltre alla cooperazione con MASHAV, l’Agenzia israeliana per la cooperazione internazionale allo sviluppo.
Ma è soprattutto la tappa colombiana di venerdì a dare al viaggio un forte significato politico. Sa’ar rappresenterà Israele all’insediamento del nuovo presidente Abelardo de la Espriella, considerato vicino a Gerusalemme e intenzionato a cambiare radicalmente rotta rispetto alla linea del predecessore Gustavo Petro. La Colombia, infatti, non è un Paese qualunque nella storia dei rapporti tra Israele e America Latina: per molti anni Bogotá è stata uno degli interlocutori più solidi dello Stato ebraico nella regione, in particolare durante la presidenza di Álvaro Uribe e poi negli anni successivi, quando la cooperazione si è sviluppata sui terreni della sicurezza, della difesa, dell’economia e della vicinanza strategica agli Stati Uniti.
A certificare la profondità di quel rapporto era stato anche il trattato di libero commercio tra Colombia e Israele, firmato a Gerusalemme e poi entrato in vigore l’11 agosto 2020.
Proprio per questo, la rottura impressa negli ultimi anni dal governo Petro ha rappresentato uno strappo significativo. Nell’ottobre 2025, la Presidenza colombiana aveva annunciato l’uscita immediata della delegazione diplomatica israeliana dal Paese e la conclusione del trattato di libero commercio con Israele.
La presenza di Sa’ar all’insediamento di de la Espriella diventa dunque il simbolo di una ricucitura. Secondo quanto emerge da fonti israeliane, Sa’ar e il futuro ministro degli Esteri colombiano Omar Bula Escobar avrebbero già concordato il ripristino delle relazioni diplomatiche ed economiche, dopo il congelamento seguito alla guerra a Gaza. Tra gli impegni annunciati dal nuovo corso colombiano ci sono anche il trasferimento dell’ambasciata colombiana a Gerusalemme e la rimozione dell’obbligo reciproco di visto.
Il viaggio di Sa’ar rientra quindi una dinamica più ampia, relativa all’apertura di nuovi spazi diplomatici e a collaborazioni su sicurezza, innovazione, agricoltura, tecnologia e sviluppo.
(Shalom, 7 agosto 2026)
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Riemerge la bimah della Grande Sinagoga di Vilna, distrutta da nazisti e sovietici
Era la più grande sinagoga del suo genere in Europa. Costruita nel Seicento in stile rinascimentale-barocco, a nove campate con quattro colonne centrali, sorgeva un piano sotto il livello del suolo: le autorità vietavano alla comunità ebraica di costruire edifici più alti delle chiese circostanti , e abbassare il pavimento di un piano era il solo modo per darle grandiosità interna senza infrangere la norma. Un accorgimento che secoli dopo ne avrebbe salvato le fondamenta. Attorno al tempio si stringeva lo Shulhoyf, il denso complesso comunitario dell’ebraismo lituano: case di studio, bagni rituali, banchi casher, la sede del consiglio della comunità e la sala di studio del Gaon di Vilna, rav Elijah ben Solomon Zalman (1720-1797). Per secoli, la Grande Sinagoga di Vilnius fu il cuore pulsante di una delle comunità ebraiche più vivaci d’Europa.
Di quel cuore, per settant’anni, non era rimasto nulla di visibile. Ora, per la prima volta, gli archeologi hanno riportato alla luce la bimah, l’altare centrale da cui si legge la Torah. Insieme sono emerse parti della sala di preghiera principale e del matroneo, pavimenti a terrazzo decorati con motivi floreali e geometrici, targhe che marcavano i posti dei fedeli e una lastra incisa con i Dieci Comandamenti. È il ritrovamento più importante da quando gli scavi nel complesso ebraico cominciarono, nel 2011.
Lo scavo è diretto da Jon Seligman dell’Israel Antiquities Authority, in collaborazione con l’organizzazione lituana per il patrimonio culturale KPIP e la comunità ebraica del Paese. L’avvio dei lavori è stato possibile solo di recente: l’edificio sovietico che sorgeva sopra il sito è stato demolito otto mesi fa, liberando il terreno per la prima volta dagli anni Cinquanta. «È stata la sinagoga più importante dell’ebraismo lituano per diversi secoli», ha spiegato Seligman. «Rappresentava questo popolo e faceva parte della sua identità. In un’epoca in cui gli ebrei erano il 40 per cento della città, questa era il loro cuore pulsante». Per l’archeologo il progetto ha anche un valore personale: «La mia famiglia veniva dai villaggi intorno a Vilnius. Sotto molti aspetti, per me è stato un ritorno a casa».
Alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli ebrei nella capitale lituana erano circa 60-70mila, quasi la metà degli abitanti, con circa 160 sinagoghe in città. Oggi ne resta una sola in uso per circa duemila ebrei. Dopo l’occupazione nazista del giugno 1941, gli ebrei di Vilna furono rinchiusi in due ghetti; la Grande Sinagoga si trovava nel «Piccolo Ghetto», dove furono deportati gli anziani e le donne con bambini. Nell’ottobre di quell’anno il ghetto fu liquidato e i suoi abitanti assassinati. L’edificio, saccheggiato e dato alle fiamme, era ancora in piedi e restaurabile alla fine della guerra. Furono i sovietici a cancellarlo: nel 1957 revocarono la tutela di cui godeva e lo demolirono per costruirvi sopra una scuola.
Tra i reperti figurano numerose targhe con i nomi dei fedeli, uomini e donne, e altre riservate ai membri dell’ente assistenziale Tsedakah Gedolah, che partecipava all’amministrazione della comunità. Una in particolare segnala il posto donato da «Gitel Klachek, moglie del defunto Yechezkel, shamash della città», la figura che si occupava della gestione pratica del tempio. I Klachek erano una famiglia ricca e influente, proprietaria di numerose attività nelle strade attorno alla sinagoga.
Sono emersi anche una piccola lastra metallica con i Dieci Comandamenti, uno stampo con la parola iniziale della Genesi e piatti usati durante la festività di Pesach. «I reperti ci restituiscono una vicinanza commovente, quasi familiare, con le persone che pregavano qui e con la vita comunitaria che ruotò attorno alla sinagoga per secoli», ha sottolineato Seligman.
Il sito non tornerà a essere un luogo di culto, ma diventerà uno spazio di memoria. «È importante non dimenticare la sinagoga, la sua importanza, e le persone che vi hanno vissuto e pregato», ha concluso l’archeologo. «È questo il senso del nostro lavoro». d.r.
(Pagine Ebraiche, 6 agosto 2026)
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«Particolarmente cinico»: Israele respinge le critiche arabe sulle preghiere al Monte del Tempio
Gerusalemme afferma che i ministri degli Esteri arabi e musulmani accusano Israele di violare la libertà di culto, mentre allo stesso tempo negano al popolo ebraico il legame più fondamentale con il suo luogo più sacro.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Mercoledì sera il Ministero degli Esteri israeliano ha respinto con forza una dichiarazione dei ministri degli Esteri arabi e musulmani che condanna l’operato di Israele a Gerusalemme. Le accuse sarebbero false, distorcono la storia e sono profondamente ciniche.
La dichiarazione è stata rilasciata al termine di un incontro tenutosi ad Amman, convocato dalla Giordania. Vi hanno partecipato i membri del Comitato ministeriale arabo per Gerusalemme, il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, nonché rappresentanti della Turchia, del Pakistan, dell’Indonesia e della Malesia.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa giordana Petra, i ministri hanno concordato l’istituzione di un meccanismo permanente, che includa una piattaforma mediatica internazionale, per documentare le presunte «violazioni» israeliane nei luoghi sacri di Gerusalemme. Hanno inoltre ribadito il loro sostegno alla tutela giordana dei luoghi islamici e cristiani della città – fondamento del cosiddetto «status quo».
Il Ministero degli Esteri israeliano ha invece dichiarato che la dichiarazione si basa su «accuse false, distorsioni storiche e un totale disprezzo dei fatti».
Gerusalemme ha criticato in modo particolarmente aspro la contraddizione secondo cui i ministri arabi e musulmani accusano Israele di violare la libertà di religione, ma allo stesso tempo insistono sul fatto che l’intero Monte del Tempio sia un luogo di preghiera esclusivamente musulmano.
«È particolarmente cinico accusare Israele di violare la libertà di culto e allo stesso tempo affermare che l’intero Monte del Tempio sia un luogo di preghiera esclusivamente per i musulmani», ha dichiarato il Ministero.
Secondo Israele, i ministri arabi e musulmani parlano sì il linguaggio della libertà di culto, ma solo in un senso. La preghiera musulmana sul Monte del Tempio è considerata inviolabile e scontata. La preghiera ebraica nel luogo in cui un tempo sorgevano entrambi i templi biblici viene invece presentata come una provocazione, una violazione o una minaccia.
Israele ribatte invece che «sotto la sovranità israeliana, Gerusalemme, la capitale eterna dello Stato di Israele, non è mai stata più aperta e accessibile ai fedeli di tutte le religioni».
Allo stesso tempo, Israele ha ribadito il proprio impegno a tutelare la libertà di culto, a mantenere lo status quo sul Monte del Tempio e a garantire l’ordine pubblico e la sicurezza per tutti i visitatori.
La controversia mette nuovamente in luce il doppio standard applicato in relazione a Gerusalemme. Da Israele ci si aspetta che garantisca l’accesso e la sicurezza ai fedeli di tutte le religioni, ma allo stesso tempo lo Stato ebraico viene condannato non appena gli ebrei rivendicano anche solo il più limitato legame con il loro luogo più sacro.
Non è possibile avere una discussione seria sulla libertà di culto a Gerusalemme se si parte dal principio di escludere il popolo ebraico dal Monte del Tempio.
(Israel Heute, 6 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Due soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono stati uccisi e quattro sono rimasti gravemente feriti nel Libano meridionale
(JNS) Due riservisti delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono stati uccisi in combattimento nel Libano meridionale, ha annunciato l’esercito giovedì mattina.
I militari caduti sono stati identificati come il maggiore della riserva Harel Birenstock, 34 anni, di Nokdim, e il primo maresciallo della riserva Tamir Vaknin, 33 anni, di Eilat.
Altri quattro riservisti dell’IDF sono rimasti gravemente feriti nello stesso episodio e sono stati evacuati al centro traumatologico del Rambam Health Care Campus di Haifa, ha riferito giovedì il portavoce dell’ospedale. Tutti e quattro restano in gravi condizioni.
Secondo i media in lingua ebraica, i soldati sono morti quando un edificio, minato con esplosivi, è esploso mentre la loro unità vi faceva ingresso. Israele non ha ancora stabilito se l’edificio fosse stato predisposto con gli ordigni prima o dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco.
«Harel e Tamir lasciano famiglie e vite piene, ma ogni volta si sono presentati al servizio di riserva con impegno, dedizione e un profondo senso della missione. Sono caduti difendendo la sicurezza dello Stato di Israele e dei residenti del Nord», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, esprimendo le proprie condoglianze e augurando una pronta guarigione ai feriti.
Con queste morti, il bilancio dei caduti dell’IDF su tutti i fronti dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 sale a 968.
Separatamente, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto mercoledì attacchi nel Libano meridionale in risposta a una «palese violazione» dell’accordo di cessate il fuoco da parte dell’organizzazione terroristica Hezbollah, sostenuta dall’Iran. Gli attacchi sono seguiti a un avviso di evacuazione emesso dall’IDF per i residenti di Al-Mansouri, un villaggio situato all’interno della Zona di Sicurezza.
L’IDF ha affermato di aver emesso l’avviso per tutelare la sicurezza dei civili. Secondo l’esercito, alcuni civili avevano raggiunto l’area sotto la protezione delle Forze Armate Libanesi, che avevano istituito un posto di blocco in violazione degli accordi esistenti.
Sul fronte diplomatico, il secondo giorno di colloqui tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, si è concluso anticipatamente mercoledì a Roma, dopo che lo Stato ebraico ha chiesto la sospensione dei negoziati, ha riferito a JNS una fonte della delegazione negoziale israeliana.
Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti e capo della delegazione israeliana, ha chiesto ai mediatori statunitensi di interrompere i colloqui circa tre ore prima della conclusione prevista. Secondo la fonte, la decisione è stata presa «a seguito delle ripetute fughe di notizie fuorvianti da parte della delegazione libanese».
Diversi organi di stampa hanno riportato presunti sviluppi emersi dai negoziati di martedì e mercoledì. Non è stato subito chiaro quali di queste indiscrezioni abbiano portato Leiter a chiedere la sospensione.
Secondo la stessa fonte, i colloqui dovrebbero riprendere giovedì, ultimo giorno previsto di questo ciclo di negoziati.
L’ufficio del presidente libanese ha dichiarato che «la parte americana ha chiesto alle delegazioni libanese e israeliana di interrompere l’incontro odierno». La pausa è stata richiesta «per completare i propri contatti», ha aggiunto l’ufficio.
Le delegazioni tecniche di Israele e Libano hanno avviato martedì a Roma il secondo ciclo di negoziati, il settimo round di colloqui facilitati dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di attuare l’accordo quadro trilaterale raggiunto all’inizio dell’estate.
L’attuale ciclo di negoziati segue gli incontri separati alla Casa Bianca tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente libanese Joseph Aoun, nonché tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ed è iniziato dopo l’avvio delle prime zone pilota nel Libano meridionale.
(HaKol, 6 agosto 2026)
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Irlanda e sport. La sorella della presidente: boicottiamo Israele
A meno di due mesi dalla Nations League cresce la pressione sull’associazione calcistica irlandese. Se Dublino rinunciasse alle sfide rischierebbe pesanti sanzioni UEFA
di Alessandro Carmi
La campagna per escludere Israele dalle competizioni sportive internazionali trova un nuovo fronte in Irlanda. A meno di due mesi dalle due partite di Nations League tra le nazionali dei due Paesi, si intensificano gli appelli affinché la federazione calcistica irlandese rinunci a scendere in campo contro Israele.
L’ultima voce a unirsi alla protesta è quella di Margaret Connolly, attivista filopalestinese e sorella della presidente della Repubblica d’Irlanda, Catherine Connolly. Arrestata da Israele durante l’ultima flottiglia diretta verso Gaza, Connolly ha accusato lo Stato ebraico di «genocidio» e ha chiesto pubblicamente l’annullamento delle due sfide. «Come madre non posso ignorare le conseguenze catastrofiche dell’occupazione israeliana a Gaza», ha dichiarato, sostenendo che disputare gli incontri significherebbe «legittimare un regime che commette un genocidio».
L’attivista ha inoltre richiamato il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu, affermando che l’Irlanda sarebbe pronta ad arrestarlo qualora mettesse piede nel Paese. Connolly ha poi invitato il governo irlandese a intervenire direttamente sulla federazione calcistica, ricordando il precedente del 1999, quando Dublino tentò di impedire lo svolgimento della partita di qualificazione agli Europei tra Irlanda e Jugoslavia durante la guerra del Kosovo.
La pressione politica si inserisce in un contesto già fortemente deteriorato nei rapporti tra Israele e Irlanda. Negli ultimi mesi Dublino è diventata uno dei governi europei più critici nei confronti dello Stato ebraico, sostenendo numerose iniziative diplomatiche e giudiziarie contro Israele.
Sul piano sportivo, tuttavia, il margine di manovra è molto limitato. Le norme UEFA vietano infatti alle federazioni affiliate di rifiutarsi unilateralmente di disputare incontri ufficiali. Un eventuale forfait comporterebbe la sconfitta a tavolino e potrebbe tradursi in pesanti sanzioni disciplinari, fino all’esclusione dalle competizioni europee. Le due partite, se confermate, non si disputeranno comunque né in Israele né in Irlanda. Israele continua infatti a giocare le gare casalinghe in campo neutro per motivi di sicurezza, mentre anche la federazione irlandese ha già comunicato che ospiterà Israele in uno stadio fuori dal territorio nazionale, per ridurre i rischi legati alle manifestazioni di protesta.
Il caso conferma come il tentativo di isolare Israele stia investendo sempre più anche il mondo dello sport, trasformando competizioni internazionali in terreno di scontro politico ben oltre il rettangolo di gioco.
(Setteottobre, 6 agosto 2026)
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Cuori senza frontiere: in Zambia la medicina israeliana forma i medici locali
Save a Child’s Heart è nata in Israele nel 1995. Da allora ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi nei quali l’accesso alla cardiochirurgia pediatrica è limitato o inesistente, e sviluppa programmi di formazione per medici e infermieri, soprattutto africani che tornano poi nei rispettivi Paesi per mettere a disposizione le competenze acquisite.
di Anna Balestrieri
Per arrivare a Lusaka, Richard Mbimbi ha percorso con il padre più di novecento chilometri, lasciandosi alle spalle un villaggio remoto dello Zambia nord-occidentale. Ha nove anni e una malattia cardiaca reumatica che ha compromesso due valvole del cuore. Tutto è cominciato con un’infezione alla gola apparentemente banale, rimasta senza cura perché la famiglia non aveva accesso agli antibiotici.
Il 13 luglio Richard è entrato nella sala operatoria del National Heart Hospital della capitale. Ad attenderlo c’era un’équipe composta da medici zambiani e specialisti arrivati da Israele. L’intervento a cuore aperto è riuscito.
«Mio figlio sta bene», ha raccontato il padre dopo l’operazione. Dietro la semplicità di queste parole c’è una storia che va oltre il destino di un singolo bambino.
La missione non si limita infatti a curare piccoli pazienti: punta a costruire in Zambia una competenza medica capace, un giorno, di camminare da sola.
• Non soltanto operare
Durante una settimana di attività a Lusaka, i cardiochirurghi pediatrici, gli anestesisti, gli intensivisti e gli infermieri di Save a Child’s Heart hanno partecipato a dieci interventi su bambini affetti da gravi patologie cardiache.
L’organizzazione umanitaria israeliana opera in collaborazione con il Sylvan Adams Children’s Hospital del Wolfson Medical Center di Holon. Ma il numero delle operazioni, per quanto importante, non rappresenta l’aspetto più significativo del progetto.
La priorità è un’altra: affiancare i professionisti locali, trasferire conoscenze e consolidare un reparto di cardiochirurgia pediatrica che possa diventare progressivamente autonomo.
Lo ha spiegato con chiarezza Hagi Dekel, cardiochirurgo pediatrico del Wolfson Medical Center: l’obiettivo delle missioni non è arrivare in Africa, operare e ripartire. È rafforzare i medici presenti sul territorio, accrescere la loro sicurezza professionale e permettere loro di assumersi direttamente la responsabilità delle cure.
Nella cooperazione sanitaria più efficace, il successo non coincide con la presenza permanente degli specialisti stranieri, ma con il momento in cui la loro presenza non è più indispensabile.
• Una macchina per tenere in vita il cuore
La missione di luglio ha coinciso con l’inaugurazione di una nuova macchina cuore-polmone, dal valore di circa duecentomila dollari.
Durante gli interventi a cuore aperto, questo dispositivo sostituisce temporaneamente le funzioni cardiache e respiratorie del paziente, consentendo ai chirurghi di lavorare sul cuore fermo. Per un ospedale specializzato si tratta di un’apparecchiatura essenziale. In Zambia, Paese con oltre ventidue milioni di abitanti, è soltanto la seconda disponibile.
La macchina è stata donata grazie al contributo dell’American Jewish Committee e della Bergman Family Charitable Foundation. Fa parte di un più ampio programma di cooperazione e sviluppo infrastrutturale, avviato nel 2007 e finanziato con circa tre milioni di dollari.
La tecnologia, tuttavia, da sola non basta. Un macchinario sofisticato richiede équipe preparate, manutenzione, protocolli, capacità anestesiologiche e assistenza intensiva postoperatoria.
Donare strumenti senza formare le persone rischia di produrre cattedrali tecnologiche nel deserto. Il progetto zambiano prova invece a far crescere insieme infrastrutture e competenze.
• I primi chirurghi pediatrici del Paese
Per lungo tempo lo Zambia non ha avuto nemmeno un cardiochirurgo pediatrico. I bambini affetti da malformazioni congenite o da patologie cardiache acquisite potevano sperare nelle cure soltanto viaggiando all’estero, quando le condizioni economiche e familiari lo permettevano.
Il primo specialista del Paese, Mudaniso Kunani Ziwa, ha completato nel 2024 un percorso di formazione di sei anni in Israele ed è poi tornato a lavorare al National Heart Hospital di Lusaka.
Ora sta per raggiungerlo Zakias Moonde Muulu, che sta completando il quinto anno della stessa fellowship al Wolfson Medical Center. Dopo il rientro, previsto al termine del percorso, diventerà il secondo cardiochirurgo pediatrico dello Zambia.
La formazione dura sei anni e comprende molto più della tecnica operatoria. Significa imparare a valutare i pazienti, selezionare i casi, coordinare l’équipe, gestire le emergenze e seguire i bambini nelle delicate ore successive all’intervento.
Dekel parla di una seconda generazione di specialisti: prima ha formato Ziwa, ora accompagna Muulu verso l’autonomia professionale.
Non è ancora una scuola nazionale strutturata, ma è il principio di una filiera. Due medici possono formare altri colleghi, sostenere nuovi reparti e cambiare la capacità di risposta dell’intero sistema sanitario.
• Sei anni lontano da casa
Muulu è arrivato in Israele nel 2022. Il suo apprendistato si è svolto durante alcuni degli anni più drammatici della storia recente del Paese: l’attacco del 7 ottobre 2023, la guerra e i successivi periodi di tensione regionale.
All’inizio, ha raccontato, vivere in un luogo coinvolto direttamente in un conflitto gli faceva paura. Con il tempo ha imparato ad adattarsi, condividendo la quotidianità dei colleghi israeliani anche nei momenti più difficili.
La sua permanenza al Wolfson Medical Center non è stata soltanto un percorso professionale. È diventata un’esperienza umana e culturale, segnata dalla distanza dal proprio Paese e dalla consapevolezza del compito che lo attende al ritorno.
In Zambia, ha spiegato, molti bambini continuano a essere trasferiti in Israele per ricevere le cure necessarie. Ma non tutte le famiglie possono affrontare un viaggio internazionale, né un modello fondato esclusivamente sull’invio dei pazienti all’estero può rispondere ai bisogni di un’intera popolazione.
Leggi anche: https://www.mosaico-cem.it/cultura-e-societa/salute/teva-il-colosso-israeliano-che-sostiene-la-sanita-italiana-con-oltre-11-miliardi-di-risparmi/
Formare un medico locale significa moltiplicare nel tempo il numero dei bambini curabili e ridurre la distanza, geografica ed economica, tra la malattia e la possibilità di guarire.
• Riparare cuori, costruire sistemi
Save a Child’s Heart è nata in Israele nel 1995. Da allora ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi nei quali l’accesso alla cardiochirurgia pediatrica è limitato o inesistente.
Accanto agli interventi, l’organizzazione ha sviluppato programmi di formazione per medici e infermieri, soprattutto africani. Più di 160 professionisti sanitari hanno partecipato alle sue attività, tornando poi nei rispettivi Paesi per mettere a disposizione le competenze acquisite.
Attualmente sono otto i medici inseriti nei programmi di formazione. Provengono, tra gli altri, da Zambia, Tanzania, Etiopia e Ruanda. L’organizzazione favorisce anche la creazione di rapporti tra questi specialisti, affinché possano collaborare oltre i confini nazionali.
È una forma di cooperazione fondata sulla circolazione del sapere. Al posto di un rapporto verticale, nel quale un Paese dona e l’altro riceve, prende forma una rete di professionisti che condividono protocolli, casi clinici ed esperienze.
Il bilancio annuale dell’organizzazione ammonta a circa otto milioni di dollari ed è sostenuto da donatori privati e fondazioni filantropiche.
• La diplomazia della cura
La missione sanitaria si inserisce anche nel progressivo rafforzamento dei rapporti tra Israele e Zambia. I due Paesi avevano ripristinato le relazioni diplomatiche da quasi trentacinque anni quando, nell’agosto 2025, Israele ha aperto un’ambasciata a Lusaka.
L’ambasciatrice israeliana Ofra Farhi ha definito l’iniziativa un esempio di cooperazione di lungo periodo, fondata su formazione, tecnologia e partenariato.
Il linguaggio ufficiale appartiene alla diplomazia, ma nelle corsie dell’ospedale assume una forma concreta: un medico che insegna a un altro medico, un’apparecchiatura che consente un intervento prima impossibile, un bambino che torna a respirare senza che il suo cuore debba più combattere contro una malattia non curata.
La sanità diventa così uno strumento di relazione internazionale. Non cancella le differenze politiche né risolve le disuguaglianze strutturali, ma costruisce un terreno comune nel quale la collaborazione produce risultati immediatamente riconoscibili.
• La misura del futuro
Richard è soltanto uno dei bambini operati durante la missione di luglio. La sua storia offre un volto a un problema molto più vasto: la scarsità di cure pediatriche specialistiche in molte aree dell’Africa e la distanza che separa una patologia curabile dalla possibilità concreta di ricevere un trattamento.
La risposta di Save a Child’s Heart parte dagli interventi, ma prova a spingersi oltre. Ogni fellowship dura anni, ogni reparto richiede investimenti e ogni nuova équipe nasce attraverso un lento trasferimento di responsabilità.
Non è un modello rapido. È però un modello capace di lasciare qualcosa quando la missione termina e gli specialisti tornano a casa.
Muulu lo riassume pensando al proprio futuro: il suo lavoro non riguarda soltanto un bambino o una famiglia, ma un intero Paese.
La vera eredità di un intervento riuscito non è soltanto il cuore che ricomincia a funzionare. È la possibilità che, la volta successiva, a salvarlo sia un medico nato e formato per restare lì.
(Bet Magazine Mosaico, 6 agosto 2026)
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Esplosione dei prezzi delle parrucche in Israele: 11.000 euro per uno sheitel
Anche i copricapi ortodossi per gli uomini stanno diventando sempre più costosi. Un’avvocatessa chiede che il tribunale rabbinico di Chabad introduca controlli sui prezzi
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Tradizionali sheitel
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Di fronte a questi prezzi le sono venuti i brividi: un’avvocatessa ortodossa ha lanciato una campagna per chiedere l’intervento dei rabbini a causa dell’aumento esorbitante dei costi delle parrucche e dei cappelli di pelliccia. Lo riporta il «Jewish Chronicle». Secondo quanto riportato, tali costi rappresenterebbero ormai un onere insostenibile per le famiglie religiose.
L’avvocatessa Nechama Tzivin, della località di Kfar Chabad, nel centro di Israele, avrebbe presentato istanza al tribunale rabbinico dei Chabad Lubavich affinché venga introdotto un controllo sui prezzi delle parrucche. I prezzi sarebbero passati da poche migliaia a diecimila shekel – pari a poco meno di 3.000 euro. Alcune parrucche arriverebbero ormai a costare fino a 40.000 shekel (oltre 11.500 euro). Non si intravede ancora un punto di massima in questa crescita dei prezzi.
Tzivin sostiene che gli aumenti non siano giustificati. Molte donne della comunità avrebbero la sensazione di essere sfruttate, poiché le parrucche sono considerate un bene essenziale per le donne ortodosse sposate.
Secondo il Jewish Chronicle, la questione ha scatenato un ampio dibattito nella comunità haredita, dove stili di vita modesti vanno spesso di pari passo con spese considerevoli per abiti e accessori religiosi. Mentre i dibattiti precedenti si concentravano sull’aumento del prezzo dei tradizionali cappelli di pelliccia da uomo, le parrucche da donna sono ormai diventate una delle spese più onerose per i membri della comunità.
I produttori di parrucche respingono tuttavia l’accusa di arricchirsi indebitamente grazie alle vendite. Essi sostengono che la domanda sia aumentata notevolmente negli ultimi anni, mentre le tecniche di produzione, l’artigianalità e la qualità dei capelli umani utilizzati abbiano fatto lievitare i costi di produzione. Anche il costo della manodopera e i prezzi per le personalizzazioni su misura sarebbero aumentati.
(Jüdische Allgemeine, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La maggioranza degli israeliani è favorevole alla pace con gli Stati arabi, ma rifiuta lo Stato palestinese
Un sondaggio mostra la chiara posizione dell’opinione pubblica israeliana: normalizzazione regionale sì, soluzione a due Stati no.
di Dov Eilon
Oggi più che mai, la popolazione israeliana distingue chiaramente tra la pace con il mondo arabo e la pace con i palestinesi. Mentre una maggioranza schiacciante sostiene l’estensione degli Accordi di Abramo e nuovi accordi di normalizzazione con gli Stati arabi, una maggioranza altrettanto netta rifiuta la creazione di uno Stato palestinese. È quanto emerge da un recente sondaggio rappresentativo condotto dal think tank americano Council for a Secure America.
L’indagine è stata condotta all’inizio di giugno su un campione di 557 israeliani ebrei. Il margine di errore statistico è pari al massimo a quattro punti percentuali. I risultati mostrano una società le cui priorità sono cambiate radicalmente dopo il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023: la sicurezza è al primo posto, mentre cresce il desiderio di un maggiore coinvolgimento regionale di Israele.
• Normalizzazione
Particolarmente evidente è il sostegno a un’ulteriore normalizzazione dei rapporti con gli Stati arabi. L’81 per cento degli intervistati si dichiara favorevole a un’estensione degli Accordi di Abramo. Il 78 per cento sostiene un accordo di pace con l’Arabia Saudita, il 72 per cento un accordo con il Libano e ben il 64 per cento degli intervistati è favorevole alla normalizzazione anche con la Siria. Molti israeliani associano a un avvicinamento all’Arabia Saudita sia opportunità economiche sia un rafforzamento dell’architettura di sicurezza regionale.
Gli Accordi di Abramo sono ormai considerati in Israele uno dei più significativi sviluppi di politica estera degli ultimi decenni. Dalla firma dei primi accordi con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein nel 2020, le relazioni con diversi Stati arabi sono state notevolmente rafforzate. Un possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita è considerato da molti politici una pietra miliare strategica, che potrebbe modificare in modo duraturo l’equilibrio di potere in Medio Oriente.
Il quadro dell’opinione pubblica è completamente diverso per quanto riguarda la questione palestinese. Il 63% degli intervistati si oppone alla creazione di uno Stato palestinese. Tra gli israeliani sotto i 44 anni, questa percentuale sale addirittura al 66%. Il sondaggio conferma così una tendenza già emersa in diversi sondaggi d’opinione a partire dal 7 ottobre 2023: in Israele la fiducia nella soluzione dei due Stati è drasticamente diminuita.
• Gaza e l’Iran
Anche sulla questione del futuro della Striscia di Gaza prevale la logica della sicurezza. Il 41% è favorevole a che in futuro sia Israele ad amministrare la Striscia di Gaza. Tra gli intervistati più giovani questa percentuale raggiunge addirittura il 54%. Solo un quarto preferisce un’amministrazione da parte di una coalizione di Stati arabi o di attori internazionali.
Il sondaggio evidenzia inoltre che molti israeliani continuano a considerare l’Iran la causa principale dell’instabilità regionale. Il 61% vede Teheran come la forza trainante dietro gli attacchi delle organizzazioni proxy iraniane Hamas, Hezbollah e Houthi. Allo stesso tempo, il 65% ritiene che una cooperazione coordinata tra gli Stati Uniti, le forze armate israeliane e l’esercito libanese potrebbe portare, a lungo termine, al disarmo di Hezbollah.
Quasi unanime è la valutazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Il 97% degli intervistati considera le strette relazioni con gli Stati Uniti fondamentali per la sicurezza di Israele. Nonostante le occasionali divergenze di opinione tra Gerusalemme e Washington, l’alleanza rimane, dal punto di vista dell’opinione pubblica israeliana, un pilastro indispensabile della sicurezza nazionale.
• Cambiamento
I risultati evidenziano un profondo cambiamento nel pensiero politico della società israeliana. Mentre le precedenti iniziative di pace spesso consideravano la risoluzione del conflitto israelo-palestinese come un presupposto per la normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo, molti israeliani ritengono ormai più realistico seguire il percorso inverso. La pace con gli Stati arabi confinanti non è più vista, dal loro punto di vista, come una conseguenza di un accordo con i palestinesi, ma come un obiettivo strategico a sé stante.
Per il governo israeliano ciò rappresenta una spinta a favore di una politica incentrata sul rafforzamento dei partenariati regionali. Allo stesso tempo, il sondaggio mostra quanto sia attualmente scarso il sostegno sociale alle iniziative internazionali incentrate sulla creazione di uno Stato palestinese. A quasi tre anni dal massacro perpetrato da Hamas, le preoccupazioni in materia di sicurezza continuano a influenzare il pensiero politico di ampie fasce della popolazione israeliana.
(Israel Heute, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele e Libano tornano al tavolo negoziale a Roma
Hezbollah attacca i colloqui, Beirut replica: “Ci avete trascinati in una guerra inutile”
di Anna Balestrieri
È iniziato nella capitale italiana un nuovo ciclo di negoziati indiretti tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di consolidare il fragile processo di de-escalation lungo il confine meridionale libanese. I colloqui, ospitati presso l’ambasciata americana, rappresentano il settimo round negoziale dall’inizio del conflitto scoppiato nel marzo scorso sono iniziati martedì 4 agosto e si protrarranno fino a giovedì.
La delegazione israeliana comprende anche rappresentanti delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), mentre Beirut punta a ottenere un ritiro graduale delle truppe israeliane dal Libano meridionale, nell’ambito di un’intesa più ampia che prevede anche il dispiegamento dell’esercito libanese nelle aree interessate.
• L’accordo quadro e il nodo delle “pilot zones”
I negoziati riprendono dopo l’accordo quadro raggiunto a Washington nel mese di giugno, che prevede il progressivo disarmo di Hezbollah, il ritiro graduale delle forze israeliane e il trasferimento del controllo del sud del Libano all’esercito regolare libanese, inizialmente attraverso specifiche aree sperimentali, le cosiddette pilot zones.
Secondo fonti israeliane, l’obiettivo di questa nuova fase è creare gruppi di lavoro incaricati di affrontare sei dossier principali: la delimitazione dei confini terrestri e marittimi, la valutazione delle zone pilota, il disarmo di Hezbollah, il blocco dei finanziamenti iraniani destinati al movimento sciita e l’accelerazione della ricostruzione del Libano meridionale.
• Hezbollah boccia i colloqui: “Solo vergogna e umiliazione”
L’apertura dei negoziati è stata accompagnata da un durissimo attacco del segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem.
“I negoziati diretti con Israele non porteranno al Libano altro che vergogna, umiliazione e continui compromessi”, ha dichiarato in un discorso televisivo.
Qassem ha inoltre criticato apertamente il presidente libanese Joseph Aoun, accusandolo di aver abbandonato il ruolo di garante dell’unità nazionale per assumere una posizione politica divisiva.
• La dura replica del governo libanese
Le dichiarazioni del leader di Hezbollah hanno provocato una pronta risposta del primo ministro Nawaf Salam.
Senza citare direttamente il movimento sciita, Salam ha affermato che “il più grande sostegno a Israele è stato fornito da chi ha trascinato il Libano in avventure militari inutili”, accusando implicitamente Hezbollah di aver offerto allo Stato ebraico il pretesto per l’offensiva militare che ha devastato vaste aree del Paese.
Il premier ha inoltre ribadito la necessità di “uno Stato con un solo esercito”, sottolineando che soltanto le forze armate regolari devono esercitare l’autorità su tutto il territorio nazionale.
• Il ruolo decisivo dell’esercito libanese
Uno dei principali punti di verifica dell’accordo riguarda la capacità delle Forze Armate Libanesi di sostituire efficacemente l’IDF nelle aree evacuate e, soprattutto, di impedire la ricostituzione delle infrastrutture militari di Hezbollah.
Poco prima dell’inizio dei colloqui di Roma, l’esercito libanese ha diffuso immagini del sequestro di razzi Grad da 122 millimetri introdotti clandestinamente dalla Siria, insieme all’arresto di due presunti trafficanti.
La pubblicazione dell’operazione è stata interpretata come un chiaro segnale rivolto sia agli Stati Uniti sia a Israele per dimostrare l’impegno concreto di Beirut nel contrasto al riarmo di Hezbollah, aumentando così le possibilità di ulteriori ritiri israeliani dalle zone pilota.
• I dubbi sull’attuazione dell’intesa
Nonostante i primi passi avanti, numerosi osservatori restano scettici sulla reale capacità dell’esercito libanese di procedere al disarmo di Hezbollah, che continua a rifiutare qualsiasi ipotesi di consegna delle proprie armi.
Anche il ritiro israeliano rappresenta un banco di prova, soprattutto quando interesserà aree ancora completamente controllate dall’IDF.
• Violenza in calo, ma la tensione resta alta
Dopo l’accordo israelo-libanese e l’intesa preliminare raggiunta tra Stati Uniti e Iran nel mese di giugno, gli episodi di violenza sono sensibilmente diminuiti.
Tuttavia, il Libano continua a denunciare raid aerei israeliani, bombardamenti intermittenti e demolizioni di edifici nel sud del Paese.
Dal canto suo, Israele sostiene di colpire esclusivamente postazioni di Hezbollah che rappresentano una minaccia per le proprie truppe e di proseguire nella distruzione di bunker, fortificazioni e tunnel ancora presenti nelle aree sotto controllo militare israeliano.
• Roma al centro della diplomazia regionale
Il nuovo ciclo di negoziati rappresenta uno dei più importanti tentativi diplomatici degli ultimi mesi per trasformare il cessate il fuoco in un accordo di sicurezza più stabile. Il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità delle parti di rispettare gli impegni assunti: il graduale ritiro israeliano, il rafforzamento dell’autorità dello Stato libanese e il delicato processo di disarmo di Hezbollah, elemento ritenuto essenziale per una stabilizzazione duratura del confine tra i due Paesi
(Bet Magazine Mosaico, 5 agosto 2026)
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L’antisemitismo a Sofia lancia un messaggio alla politica italiana
di Livia Ottolenghi
Gli ebrei italiani vivono ormai in una situazione di estrema incertezza segnata sempre più da un pericolo costante, palpabile e visibile: limitarsi a parlare di un clima velenoso significa sminuire, insultare la realtà dei fatti. Non c’è contingenza pubblica, religiosa e anche privata in cui ogni istituzione ebraica o singola famiglia non debba pensare alla sicurezza, a mettersi al riparo da possibili contestazioni, insulti, invettive, minacce, violenze. Lo abbiamo visto con chiarezza nei giorni scorsi con ciò che è avvenuto al termine del campeggio estivo del Bnei Akiva nei pressi di Sofia in Bulgaria. Si chiamano minacce antisemite, sono episodi che continuano a ripetersi in un crescendo sempre più preoccupante. Prima ancora dell’evidenza sottolineata dai dati ufficiali raccolti regolarmente dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane e dalla Fondazione Cdec – che segnalano una forte recrudescenza dell’antisemitismo e dell’antisionismo purtroppo non più solo sulle piattaforme social – sono gli ebrei stessi ad esserne coscienti, a sentire sulla propria pelle questo continuo stato di allerta. Certo, non è la prima volta che accade. Certo, ci sono corsi e ricorsi. Tuttavia, questa volta, la virulenza che registriamo è – pur in uno stato democratico – assoluta e totalizzante. L’episodio del campeggio di una delle organizzazioni giovanili ebraiche vicino Sofia ne è un’ulteriore riprova. Vengono colpiti i nostri giovani, le future generazioni di italiani che purtroppo non possono fare a meno di essere protetti per trascorrere qualche giorno insieme. L’onda lunga della situazione in medio oriente viziata dalla demagogia più spudorata, dalle falsità più grossolane, dalle ideologie nefaste a senso unico, da una propaganda ripugnante, e anche da un attacco teologico all’ebraismo stesso hanno riportato il capitano ebreo Dreyfus sul banco degli accusati. Il cosiddetto Tribunale della storia di questi mestatori di anime ha decretato che tutti gli ebrei sono sempre colpevoli.
La complessità non è più di moda, sopraffatta dalla univocità, la ragione ha lasciato il posto al pregiudizio a ogni costo, i fatti sono stati obliterati per far spazio al complottismo, al rovesciamento della storia, alle fake news. Oggi è di moda il test ideologico per essere ammessi al tavolo del confronto: al contrario si resta fuori. “Dimmi prima come la pensi, poi parliamo”: lo dimostrano alcuni talk-show, certi media, i social detonatori dell’insulto e dell’odio sistemico. La parola sionista è diventata un insulto, la cartina di tornasole dell’essere (finti) democratici. Ma è una semplice scusa per colpire gli ebrei, qualunque sia la loro posizione storica o quella nei confronti del governo di Israele. Come un tempo, basta essere ebrei. L’antisemitismo che oggi subiamo mischia caratteri antichi e caratteri nuovi: una specie di Idra che moltiplica le sue teste a dismisura. La lista di atti prodotti da questo mostro è lunga e cresce ogni giorno di più, ma al tempo stesso temo stia scemando la reazione, la capacità di mobilitazione della società civile. Perché – occorre ricordarlo – l’antisemitismo non riguarda solo gli ebrei ma l’intero convivere democratico. Non c’è società civile e libertà se esiste e cresce questo mostro dell’antisemitismo. Va battuto politicamente, ideologicamente, culturalmente, così come in tempi passati l’Italia ha saputo sconfiggere altri mali. Per questo mi auguro che il ddl sull’antisemitismo in discussione alla Camera sia approvato rapidamente e con larga maggioranza. Nella sua versione già licenziata al Senato: perché questa non reprime, non commina pene, non impedisce le critiche. E soprattutto non deve essere vissuto come un atto coraggioso, al contrario è un atto doveroso. Livia Ottolenghi presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane
Il Foglio, 5 agosto 2026)
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Sedici anni e la paura di essere ebreo in Europa
di Dalia Gubbay
Gabriel aspettava da tempo questo campeggio. Lui e i tutti i suoi compagni. La sua reputazione lo precedeva. Giovani ebrei provenienti da tutte le parti del mondo, camminate, sfide, falò, tende, amicizie per la vita. Nemmeno la nascita di un nuovo nipote poteva fermare un sedicenne sano ed entusiasta. E così è stato. Esperienza totalizzante, poco tempo per raccontare, nel gruppo arrivano foto splendide. Da madre non ansiosa lo lascio tranquillo. Che se poi mi dovessi preoccupare potrebbe essere per un’eventuale scivolata sui monti. Invece la sorpresa arriva l’ultima sera. La cronaca è tristemente nota. I ragazzi ebrei braccati. Messi in lockdown in hotel. Con diversi energumeni che inneggiano al nazismo. Urlano scomposti, volgari. Le reazioni sono molteplici. Confusione, ansia, sbigottimento. L’indomani vengono tutti scortati in aeroporto dalla polizia. Mio figlio come da suo temperamento non si scompone troppo. La consapevolezza arriva dopo. La notizia esplode. E lui, 16 anni, passa la giornata al telefono con i giornalisti. Io lo ascolto, con la morte nel cuore unitamente a una fierezza senza pari. Non mi aspettavo forse questa maturità, questa compostezza. Dignitoso racconta. E dice di essere preoccupato. Il saluto nazista lo aveva visto solo nei film. E se fossero entrati ? Cosa ci avrebbero fatto? E perché dopo il 7 ottobre succedono tutte queste cose? Io cosa c’entro? Posso ancora viaggiare ? Studiare? Vivere serenamente in Europa? Nel mondo? Lo guardo. So che sarà difficile. So che non avrei mai voluto che vedesse tutto questo. Ma non ci siamo mai pianti addosso e non lo faremo neanche oggi. La resilienza non gli manca. Lo sento dal tono della voce, dallo sguardo limpido. Non abbasseremo la testa. Nessuno di noi. Intanto aspettiamo. Leggi, decreti, sanzioni, controlli, educazione, cultura, attenzione. Tutto ciò che può e deve servire per fermare questa ignobile e inaccettabile deriva antisemita. Am Israel hai .
(HaKol, 5 agosto 2026)
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Quando la cucina supera i confini
BEN SCHEMEN – Cucinare insieme per la pace: circa 40 adolescenti ebrei e arabi provenienti da tutto Israele hanno partecipato la scorsa settimana a un campo estivo. Nel villaggio giovanile di Ben Schemen, nel centro di Israele, hanno seguito corsi di formazione con chef professionisti e hanno avuto modo di dialogare tra loro.
Era presente anche un ragazzo ebreo di New York, che durante le vacanze estive sta facendo visita ai parenti in Israele. Il giovane americano, Uri, era entusiasta al termine del campo: tutti i partecipanti si sono dimostrati cordiali. Vorrebbe rivedere molti di loro ed è sicuro che rimarranno amici per molti anni.
Gli adolescenti non hanno esitato ad affrontare anche argomenti più delicati, ha raccontato al «Jerusalem Post». Ad esempio, hanno condiviso le loro opinioni sui diritti delle donne e sui conflitti regionali.
Il campo di cucina per la pace è un’iniziativa della Rete dei Verdi. L’organizzazione è stata fondata nel 1988 e promuove l’educazione allo sviluppo sostenibile. Tra le altre cose, fornisce consulenza ai comuni su come affrontare il cambiamento climatico e offre corsi di formazione per educatori. Il programma comprendeva pratiche culinarie sostenibili e informazioni sulla nutrizione.
• La diversità come elemento della società israeliana
Durante una cerimonia di chiusura tenutasi venerdì, i partecipanti hanno potuto presentare le conoscenze appena acquisite. La responsabile del campo, Myriam Charbit, ha affermato che l’obiettivo principale era quello di instaurare il dialogo e costruire relazioni. In Israele esistono diversi sistemi scolastici; gli studenti arabi ed ebrei seguono di norma lezioni separate.
«Abbiamo collaboratori provenienti da tutti gli strati della società israeliana», ha aggiunto Charbit. Ci sono responsabili della formazione sia arabi che ebrei – sono presenti persino ebrei ultraortodossi. La diversità è un elemento della società israeliana «che ci rende migliori, più ricchi, più interessanti».
Ritiene che cucinare sia un mezzo ideale per costruire ponti tra le persone: «Cucinare apre gli occhi. Cucinare è gioia, legame, stare insieme, parlare e ridere e scambiarsi esperienze. Quando si cucina insieme, ci si può insegnare a vicenda».
La musulmana Maram Junis lavora da quasi dieci anni per l’organizzazione. Anche al campo ha dato una mano, questa madre di tre figli proveniente dal nord di Israele. «Per noi era importante basarci su valori che fossero importanti per entrambe le parti, quella araba e quella ebraica», ha affermato. «Per ogni gruppo avevamo due docenti: uno ebreo e uno arabo.»
• «Un incredibile linguaggio d’amore»
Tra le partecipanti c’era Noga, ebrea di Tel Aviv. Afferma: «Il cibo è un incredibile linguaggio d’amore. » I partecipanti avrebbero avuto interessi simili e gli stessi gusti in fatto di musica e cibo. Avrebbero imparato molto gli uni dagli altri. «Questo dimostra semplicemente che siamo tutti la stessa gente.»
Nuran è una ragazza musulmana di 15 anni di Acri. Durante il campo ha discusso delle rispettive religioni con un ragazzo ebreo. In questo modo hanno potuto imparare gli uni dagli altri e correggere idee sbagliate.
La ragazza araba è rimasta tuttavia sorpresa dal fatto che qualcuno potesse essere ebreo senza credere in Dio: «Il fondamento dell’Islam è credere in Dio. Se non si crede fondamentalmente in Dio, non si è musulmani. Ma nella loro religione va bene non credere in Dio ed essere comunque ebrei».
Anche la sedicenne Retal, della città israeliana di Taibeh, ha partecipato al campo di cucina e ne è rimasta entusiasta: gli altri partecipanti sono diventati «più che semplici amici», si è sentita «come a casa». «Ho imparato molto», ha aggiunto. «Siamo una nazione. Come una famiglia».
• Cantare in due lingue
In qualità di responsabile della formazione, Dscholjana Khalil ha partecipato al campo estivo. La cristiana araba originaria di Eilabun, nel nord del Paese, inizialmente era avvocato. Ha poi cambiato professione e ha seguito una formazione come cuoca a Tel Aviv. Successivamente ha ottenuto una borsa di studio per studiare arte culinaria e management in Francia. Il campo estivo è stato l’ultimo progetto di questo programma.
I corsi da lei tenuti hanno creato legami tra adolescenti ebrei e arabi, ha dichiarato al «Jerusalem Post». I ragazzi e le ragazze hanno interagito in ebraico e in arabo – e hanno cantato in entrambe le lingue mentre cucinavano. «È stato davvero bellissimo.»
(Israelnetz, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Da Gaza a Ceuta, la lunga frattura tra Israele e Spagna
di Anna Balestrieri
• Una crisi migratoria diventa incidente diplomatico
È bastato un messaggio pubblicato sui social perché l’emergenza migratoria di Ceuta si trasformasse nell’ennesimo terreno di scontro tra Israele e Spagna.
Di fronte all’arrivo di decine di migliaia di persone dal vicino Marocco nell’enclave spagnola sulla costa nordafricana, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha accusato Madrid di impartire lezioni a Israele mentre continua a controllare territori che ha definito «enclavi coloniali» in Africa.
Il riferimento era a Ceuta e Melilla, le due città spagnole situate sulla costa mediterranea del Marocco e rivendicate da Rabat. Le parole di Danon hanno immediatamente provocato reazioni indignate in Spagna e alimentato accuse, non sostenute da prove pubbliche, secondo le quali Israele e Stati Uniti avrebbero avuto un ruolo nell’ondata migratoria. L’ambasciatrice israeliana a Madrid, Dana Erlich, ha quindi preso pubblicamente le distanze dal collega, precisando che quelle dichiarazioni non rappresentavano la posizione ufficiale dello Stato di Israele.
Da quasi tre anni, i rapporti tra Madrid e Gerusalemme procedono attraverso richiami degli ambasciatori, convocazioni diplomatiche, accuse reciproche e misure politiche sempre più severe.
• Il primo strappo dopo il 7 ottobre
La frattura comincia a diventare visibile nelle settimane successive all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e all’avvio dell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
Nel novembre di quell’anno, durante una visita al valico egiziano di Rafah, il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez denunciò le uccisioni indiscriminate di civili palestinesi e chiese un cessate il fuoco permanente. Israele giudicò quelle dichiarazioni favorevoli alla propaganda di Hamas e convocò l’ambasciatrice spagnola.
Pochi giorni dopo, Sánchez espresse dubbi sul rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di Israele. La reazione fu ancora più dura: l’ambasciatore israeliano a Madrid venne richiamato a Gerusalemme per consultazioni, mentre il premier spagnolo tentava di ridurre la tensione attraverso un colloquio con Benny Gantz, allora membro del gabinetto di guerra israeliano.
Quel confronto metteva già in luce due interpretazioni destinate a diventare inconciliabili. Per il governo israeliano, le critiche europee rischiavano di indebolire il diritto del Paese a difendersi e di oscurare la responsabilità di Hamas. Per Madrid, la condanna dell’attacco del 7 ottobre non poteva tradursi in un’accettazione incondizionata delle operazioni militari israeliane a Gaza.
• Il riconoscimento dello Stato palestinese
Il passaggio decisivo arrivò il 28 maggio 2024, quando la Spagna riconobbe ufficialmente lo Stato di Palestina insieme a Irlanda e Norvegia.
Sánchez presentò la decisione come uno strumento per rilanciare la soluzione dei due Stati e favorire una pace duratura tra israeliani e palestinesi. Il riconoscimento, spiegò il governo spagnolo, non era diretto contro Israele e non equivaleva a un sostegno ad Hamas. Madrid intendeva riconoscere uno Stato palestinese comprendente la Cisgiordania e Gaza, collegate da un corridoio e con Gerusalemme Est come capitale, salvo eventuali modifiche concordate dalle parti.
Israele interpretò invece la scelta come una ricompensa politica al terrorismo dopo il massacro del 7 ottobre. Richiamò il proprio ambasciatore a Madrid e convocò i rappresentanti diplomatici dei Paesi coinvolti per una protesta formale.
La controversia si estese rapidamente al consolato generale spagnolo di Gerusalemme, al quale il governo israeliano vietò di fornire servizi consolari ai palestinesi residenti in Cisgiordania. Madrid contestò la misura, richiamandosi allo status storico della sede diplomatica e agli accordi esistenti.
Il riconoscimento della Palestina trasformò una divergenza sulla conduzione della guerra in una vera contrapposizione politica.
Per la Spagna si trattava di anticipare, attraverso un atto diplomatico, l’esito auspicato di un futuro negoziato. Per Israele, il riconoscimento unilaterale sottraeva invece agli accordi diretti uno dei loro risultati fondamentali.
• Madrid alza il livello dello scontro
Nel corso del 2025 il governo Sánchez irrigidì ulteriormente la propria posizione. La Spagna chiese ripetutamente un intervento più deciso dell’Unione europea, sostenne il rafforzamento dell’assistenza alla popolazione palestinese e continuò a presentare il riconoscimento della Palestina come la premessa politica per una soluzione negoziata.
Il confronto raggiunse un nuovo livello nel settembre 2025, quando Madrid annunciò un pacchetto di misure comprendente il consolidamento dell’embargo sulle armi, il divieto di transito nei porti spagnoli per navi dirette in Israele con materiale militare e restrizioni all’uso dello spazio aereo da parte di velivoli che trasportavano forniture destinate alle forze israeliane.
Il governo spagnolo introdusse inoltre limitazioni sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati e incrementò gli stanziamenti umanitari e il sostegno all’Autorità nazionale palestinese e all’UNRWA.
Israele reagì accusando Sánchez e alcuni esponenti del suo governo di antisemitismo e ostilità politica. La Spagna richiamò a sua volta la propria ambasciatrice da Tel Aviv per consultazioni.
Il linguaggio diplomatico tradizionale lasciava progressivamente spazio a formule sempre più drastiche. Sánchez cominciò a definire la campagna israeliana a Gaza un genocidio e chiese che Israele venisse escluso anche da alcune manifestazioni culturali internazionali, analogamente a quanto avvenuto con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
• Ambasciatori richiamati e relazioni ridotte
Nel marzo 2026 la crisi compì un ulteriore salto. La Spagna ritirò definitivamente la propria ambasciatrice in Israele nel quadro dello scontro provocato dall’opposizione di Madrid alle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran.
La decisione non equivaleva formalmente alla rottura delle relazioni diplomatiche, ma ne segnalava un marcato ridimensionamento. Un rapporto già compromesso dalla guerra di Gaza, dal riconoscimento palestinese e dalle misure economiche e militari entrava in una fase di gelo istituzionale.
Madrid ha continuato a sostenere che il riconoscimento reciproco di Israele e Palestina costituisca la migliore garanzia di sicurezza per entrambi i popoli. Gerusalemme ha invece accusato il governo spagnolo di applicare una pressione unilaterale che indebolisce Israele e incoraggia i suoi avversari.
Le due capitali non divergono soltanto sulle modalità della guerra, ma ormai sul significato stesso della pressione diplomatica: per Madrid è uno strumento per fermare il conflitto, per Israele rischia di diventare un premio concesso ai suoi nemici.
• Ceuta e il ritorno dell’accusa di doppio standard
In questo contesto, il messaggio di Danon sulla crisi migratoria assume un significato più ampio.
L’ambasciatore israeliano all’ONU non ha soltanto criticato la gestione spagnola dei confini. Ha rivolto contro Madrid l’accusa di doppio standard che Israele utilizza frequentemente nei confronti dei governi europei: pretendere da Gerusalemme un comportamento che gli stessi Paesi, quando affrontano minacce alla sicurezza o alla propria sovranità territoriale, non sarebbero disposti ad adottare.
La definizione di Ceuta e Melilla come «enclavi coloniali» ha colpito un punto particolarmente sensibile. La Spagna considera le due città parte integrante del proprio territorio nazionale; il Marocco ne contesta invece la sovranità e le inserisce nella più ampia disputa sull’eredità coloniale e sugli equilibri nel Nord Africa.
Danon ha quindi trasferito il conflitto diplomatico israelo-spagnolo dal Medio Oriente al Mediterraneo occidentale, evocando una contraddizione storica della politica spagnola. La sua iniziativa è apparsa però talmente dirompente da costringere l’ambasciatrice israeliana in Spagna a smentire che rappresentasse la linea ufficiale di Gerusalemme.
• La stagione delle diplomazie personali
La vicenda mostra anche un fenomeno sempre più frequente: la politica estera viene condotta attraverso messaggi pubblicati sui social prima ancora che attraverso note ufficiali e canali riservati.
Un’ambasciatrice è stata costretta a correggere pubblicamente un altro ambasciatore dello stesso Paese. Un ministro spagnolo ha risposto con una frase ambigua, immediatamente assorbita dalle teorie complottistiche circolate online. Esponenti politici e commentatori hanno collegato senza prove la crisi migratoria a Israele, agli Stati Uniti, al Marocco e alla destra europea.
Quando la diplomazia si trasferisce sui social, la distinzione fra posizione ufficiale, provocazione personale e propaganda diventa sempre più fragile.
Il risultato non è soltanto un aumento della tensione tra governi. È anche la creazione di uno spazio nel quale insinuazioni e accuse non dimostrate acquisiscono rapidamente lo stesso peso delle dichiarazioni istituzionali.
• Due Paesi sempre più lontani
La Spagna e Israele stabilirono relazioni diplomatiche soltanto nel 1986, molto più tardi rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale. Per decenni il rapporto è stato condizionato sia dalla tradizionale attenzione spagnola verso il mondo arabo sia dalla progressiva integrazione di Madrid nelle strutture politiche europee e occidentali.
La guerra iniziata nel 2023 ha rotto quell’equilibrio. Il governo Sánchez ha scelto di fare della questione palestinese uno degli assi visibili della propria politica estera. Israele ha interpretato tale orientamento non come una mediazione, ma come un allineamento con le posizioni più ostili a Gerusalemme.
Il caso di Ceuta aggiunge ora una nuova dimensione al conflitto: la reciproca contestazione della legittimità morale con cui i due Paesi affrontano sicurezza, confini e sovranità.
Madrid accusa Israele di violare il diritto internazionale e di usare una forza sproporzionata a Gaza. Gerusalemme replica che la Spagna applica principi astratti al conflitto mediorientale, ma difende con fermezza i propri confini quando è direttamente coinvolta.
• Oltre l’incidente
È possibile che le dichiarazioni di Danon restino formalmente un’iniziativa personale, archiviata grazie alla precisazione dell’ambasciatrice israeliana. Ma il terreno sul quale sono cadute è ormai troppo compromesso perché la polemica possa essere considerata un semplice incidente.
Il riconoscimento dello Stato palestinese, le restrizioni militari ed economiche, i richiami degli ambasciatori e le accuse reciproche hanno modificato strutturalmente la relazione.
Ceuta è soltanto l’ultimo nome geografico di una crisi che ha avuto origine a Gaza e che ormai attraversa l’intero Mediterraneo.
Il vero problema non è più la singola frase pronunciata da un diplomatico. È l’assenza di un linguaggio condiviso attraverso il quale Israele e Spagna possano interpretare gli stessi avvenimenti senza trasformarli immediatamente in una prova dell’ipocrisia o dell’ostilità dell’altro.
(Bet Magazine Mosaico, 4 agosto 2026)
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Ceuta potrà anche appartenere alla Spagna, ma la Giudea e la Samaria appartengono a Israele
La frecciatina di Danny Danon su Ceuta è stata forse maldestra, ma l’indignazione della Spagna non fa che confermare, in definitiva, il nocciolo del dibattito sui diritti storici, sulla sovranità e sull’indignazione selettiva.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - L’ambasciatore israeliano Danny Danon ha suscitato forti reazioni in Spagna quando ha criticato Madrid per i suoi territori coloniali in Africa, dopo che Ceuta era stata invasa da decine di migliaia di migranti.
Il problema è che le dichiarazioni generiche di Danon non solo hanno irritato il governo ostile a Israele del primo ministro Pedro Sánchez, ma anche l’opposizione spagnola filoisraeliana, che vi ha visto un attacco alla storia, alla sovranità e all’integrità territoriale della Spagna.
Forse Danon avrebbe dovuto scegliere le parole con maggiore cautela, ma a quanto pare tutti stanno perdendo di vista il vero punto della sua affermazione.
Danon, come la maggior parte degli israeliani, quasi certamente non ha alcun interesse personale contro la politica spagnola riguardo a Ceuta e Melilla. Gli israeliani non hanno motivo di prendere posizione sul dominio spagnolo sulle due piccole enclavi sulla costa nordafricana.
Danon intendeva piuttosto sottolineare l’ipocrisia di un governo che condanna la presenza ebraica in territori come Giudea e Samaria, mentre allo stesso tempo difende con forza la presenza spagnola in Africa.
La Spagna ha effettivamente un legame storico con Ceuta e Melilla, ed entrambi i territori fanno parte dell’identità nazionale del Paese. Tuttavia, questa storia e questa identità risalgono solo a pochi secoli fa, mentre la storia e l’identità ebraiche, legate alla Giudea, alla Samaria e persino alla Striscia di Gaza, abbracciano millenni. A tal proposito esistono numerose prove archeologiche e storiche. Per un Paese storicamente di tradizione cristiana come la Spagna, tuttavia, dovrebbe bastare semplicemente sfogliare le pagine del libro più letto del Paese – la Bibbia – che è ricca di resoconti sulla vita ebraica in questi territori.
È giustificato, alla luce del fatto che oggi vi vivono milioni di arabi palestinesi, mettere in discussione lo status amministrativo della Giudea, della Samaria e della Striscia di Gaza? Forse. Ma non è più giusto di quanto lo sia discutere della rivendicazione della Spagna su Ceuta e Melilla o di quella britannica su Gibilterra. Questi Stati – al di là di ogni schieramento politico – difendono con tutti i mezzi a loro disposizione ciò che considerano la loro sovranità storica. Non dovrebbero aspettarsi nulla di meno dallo Stato di Israele e dal popolo ebraico.
(Israel Heute, 4 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Piano per Gaza. Una porta aperta al ritorno di Hamas
La roadmap accettata dalle fazioni palestinesi promette un nuovo governo e il controllo delle armi, ma rinvia le decisioni decisive e impone a Israele concessioni immediate
di Paolo Montesi
La nuova roadmap per Gaza viene presentata come il primo accordo con cui Hamas accetta di rinunciare al governo della Striscia e di sottoporre il proprio apparato militare a un controllo esterno. Letto con attenzione, tuttavia, il documento offre molte promesse e poche garanzie. Le armi pesanti dovrebbero essere rese inutilizzabili e custodite da un organismo palestinese, i tunnel chiusi, il potere trasferito a una commissione di tecnocrati. Restano indefiniti i tempi, le procedure di verifica e soprattutto le conseguenze di un’eventuale violazione.
Il testo elaborato dal Consiglio per la pace prevede che Gaza venga amministrata secondo il principio di «un’unica autorità, un’unica legge e un’unica arma». La Commissione nazionale per l’amministrazione di Gaza dovrebbe assumere progressivamente le competenze civili e di sicurezza, mentre Hamas e le altre fazioni cesserebbero ogni attività militare e politica diretta. Il disarmo verrebbe accompagnato dal ritiro graduale delle forze israeliane e verificato da osservatori internazionali.
Sulla carta è un cambiamento rilevante. Per la prima volta l’organizzazione islamista accetta un documento che prevede la perdita del controllo formale esercitato dal 2007. Il passaggio dalla formula generale all’applicazione concreta è però affidato a un calendario ancora da scrivere. Entro quattordici giorni dovranno essere stabiliti la definizione di arma pesante, i criteri per rendere inutilizzabili razzi e infrastrutture, l’accesso ai tunnel, la quantità di territorio evacuata da Israele a ogni fase e il comportamento da adottare quando una delle parti accuserà l’altra di aver violato gli impegni.
Anche il termine scelto nel documento merita attenzione. Si parla di decommissioning, cioè di messa fuori servizio e immagazzinamento, anziché di distruzione completa. Gli arsenali potrebbero quindi restare nella Striscia sotto la responsabilità di una commissione palestinese della quale devono ancora essere provate indipendenza, capacità operativa e forza coercitiva. Hamas sostiene inoltre che ogni passaggio sulle armi debba procedere parallelamente al ritiro israeliano, mentre Gerusalemme considera il disarmo completo una condizione preliminare.
La sequenza iniziale del piano alimenta altre perplessità. Israele è chiamato a sospendere le operazioni militari e gli attacchi mirati, a ritirarsi sulle posizioni già concordate e a ripristinare integralmente il protocollo umanitario. Solo dopo dovrebbe iniziare il processo di consegna e neutralizzazione degli arsenali. Un’interruzione prematura della pressione militare potrebbe offrire ad Hamas il tempo necessario per occultare parte delle armi, trasferire uomini nei nuovi apparati e prepararsi alla fase successiva.
Il documento esclude formalmente i membri delle milizie dalla futura polizia, mentre consente al personale delle strutture amministrative e di sicurezza esistenti di sottoporsi a un processo di selezione. Proprio qui si trova uno dei rischi principali. Hamas ha governato Gaza attraverso ministeri, servizi d’intelligence, polizia, reti assistenziali e organismi locali profondamente intrecciati con il movimento. La sua uscita dagli uffici governativi avrebbe un valore limitato qualora migliaia di funzionari fedeli all’organizzazione conservassero incarichi e capacità di condizionamento.
Il previsto contingente internazionale dovrebbe separare le parti e sostenere la transizione, senza assumere direttamente tutte le funzioni di polizia. Nel caso in cui la nuova amministrazione palestinese evitasse di intervenire contro le cellule di Hamas, Israele potrebbe trovarsi costretto a negoziare ogni operazione con il governo locale e con il comando internazionale, perdendo una parte sostanziale della libertà d’azione rivendicata come indispensabile dopo il 7 ottobre.
La roadmap apre inoltre un percorso politico verso la futura costituzione di uno Stato palestinese. È un elemento destinato a provocare forti tensioni nella coalizione israeliana, poiché contraddice una delle posizioni più volte sostenute da Benjamin Netanyahu. Nell’agosto 2025 il primo ministro aveva indicato tra le condizioni per concludere la guerra il disarmo di Hamas, la completa smilitarizzazione della Striscia, il controllo di sicurezza israeliano e un’amministrazione distinta sia dal movimento islamista sia dall’Autorità Palestinese. Il nuovo quadro realizza solo in parte quegli obiettivi.
Il possibile risultato resta rilevante: Gaza senza un governo dichiaratamente guidato da Hamas, il ritiro dell’esercito israeliano e una presenza internazionale sostenuta dagli Stati Uniti e dai Paesi arabi. Per trasformare questa prospettiva in un successo serviranno verifiche intrusive, scadenze vincolanti e la possibilità di reagire immediatamente alle violazioni. In loro assenza, Hamas potrà consegnare una parte degli arsenali, occultare il resto e attendere che l’attenzione internazionale diminuisca.
Il piano rappresenta dunque una possibilità, ancora lontana da un risultato acquisito. Il suo valore dipenderà da ciò che verrà scritto nei protocolli operativi e dalla disponibilità dei garanti a farli rispettare. Gaza ha già conosciuto accordi solenni, controlli internazionali e promesse di smilitarizzazione. La vera prova arriverà quando qualcuno dovrà entrare in un tunnel, aprire un deposito e stabilire quante armi Hamas abbia davvero deciso di consegnare.
(Setteottobre, 4 agosto 2026)
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L’inviato USA esorta alla cautela mentre Israele e Libano riprendono i negoziati a Roma
(JNS) L’ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, Michel Issa, ha espresso lunedì un cauto ottimismo in vista della ripresa dei colloqui tra rappresentanti israeliani e libanesi a Roma, prevista per martedì, avvertendo però che «rimane ancora un’enorme quantità di lavoro tecnico da svolgere» per garantire «la sicurezza dei civili sul terreno».
«C’è una differenza sostanziale tra redigere un accordo sulla carta e attuarlo in modo responsabile», ha dichiarato Issa riferendosi all’accordo quadro del 26 giugno tra Gerusalemme e Beirut, avvertendo che «procedere troppo rapidamente rischia di mettere in pericolo proprio i civili che questo processo mira a proteggere». Ha aggiunto che entrambe le parti «devono concordare un processo chiaro e concretamente attuabile prima di andare avanti».
Il prossimo vertice, in programma dal 4 al 6 agosto nella capitale italiana e confermato da un funzionario del Dipartimento di Stato statunitense, dall’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter e dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, arriva dopo mesi di intensi sviluppi sia sul piano militare sia su quello diplomatico.
Le ostilità sono scoppiate il 2 marzo 2026, quando Hezbollah, sostenuto dall’Iran, ha ripreso gli attacchi con razzi e droni dal Libano meridionale, infrangendo il cessate il fuoco in vigore dal novembre 2024. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno risposto con un’ampia campagna aerea e con l’espansione delle operazioni terrestri per mettere in sicurezza il confine. In risposta alla ripresa dei combattimenti, il presidente libanese Joseph Aoun ha promesso di fare «l’impossibile» per porre fine al conflitto transfrontaliero e ha avviato iniziative per mettere fuori legge la milizia filo-iraniana.
Lo slancio diplomatico è cresciuto grazie ai primi negoziati mediati dagli Stati Uniti a Washington, culminati il 26 giugno con il raggiungimento di un Accordo Quadro Trilaterale articolato in 14 punti, durante il quinto round di negoziati. L’accordo prevede il disarmo di Hezbollah, mentre Gerusalemme ha ribadito che il ritiro completo delle proprie truppe avverrà soltanto dopo che la minaccia alla sicurezza sarà stata eliminata.
L’impegno diplomatico ai massimi livelli è proseguito il 21 luglio, quando Aoun ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca. Trump ha promesso sostegno agli sforzi del Libano per la stabilizzazione del Paese ed ha espresso la speranza che Beirut possa, in futuro, aderire agli Accordi di Abramo. Dopo un sesto ciclo di colloqui svoltosi a Roma il 14 e 15 luglio, nella prossima sessione i gruppi tecnici si concentreranno sull’ampliamento delle zone pilota, sulla risoluzione delle controversie di confine e sulla definizione di un percorso verso un accordo di pace globale.
«Entriamo in questi colloqui con un notevole slancio, dopo il successo del lancio della prima zona pilota nel Libano meridionale e il produttivo incontro tra il presidente Aoun e il presidente Trump», ha dichiarato il funzionario del Dipartimento di Stato.
L’attività diplomatica si svolge sullo sfondo di continue tensioni tattiche lungo il confine. Domenica, le Forze Armate Libanesi (LAF) avevano inizialmente sostenuto che cinque soldati fossero rimasti feriti in un «attacco del nemico israeliano» nei pressi di Bint Jbeil. Tuttavia, dopo le prime verifiche, che non hanno rilevato alcuna attività delle IDF nella zona, una successiva indagine ha stabilito che il veicolo delle LAF era saltato su un ordigno esplosivo di Hezbollah situato al di fuori della Zona di Sicurezza del Libano Meridionale. Le Forze Armate Libanesi hanno quindi riconosciuto che l’esplosione era stata provocata da un «oggetto sospetto» e non da un attacco israeliano, precisando che l’incidente è tuttora oggetto di indagine.
(HaKol, 3 agosto 2026)
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L’export israeliano vola a livelli record nonostante la guerra
di Ruben Caivano
L’export israeliano non si è mai fermato, anzi. Secondo l’Israel Export Institute, nel 2025 le esportazioni israeliane hanno raggiunto i 164 miliardi di dollari, il massimo storico, nonostante la guerra in corso, l’incertezza economica globale e quella che l’istituto definisce un’ostilità senza precedenti verso il Paese.
Un dato in particolare colpisce: per la prima volta le esportazioni di servizi hanno superato i 90 miliardi di dollari, trainate da hi-tech, software e ricerca e sviluppo, a conferma del ruolo di Israele come uno dei principali hub mondiali dell’innovazione.
L’istituto avverte però che il Paese dovrà prepararsi a un contesto commerciale globale più instabile, tra catene di fornitura in mutamento e uno shekel in apprezzamento. Tra le priorità, l’espansione in Asia, America Latina, Africa ed Europa dell’Est, oltre a sfruttare le opportunità legate all’intelligenza artificiale.
La CEO dell’istituto, Nili Shalev, ha sottolineato come Israele goda di un vantaggio competitivo significativo nell’IA grazie al capitale umano e allo spirito imprenditoriale del Paese. Il presidente Avi Balashnikov ha aggiunto che, in un anno segnato da una guerra difficile e da un’ostilità internazionale senza precedenti, le aziende israeliane hanno di nuovo dimostrato che innovazione e qualità superano ogni sfida, grazie alla collaborazione tra settore privato, governo e Ministero dell’Economia.
(Shalom, 3 agosto 2026)
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Ceuta: divampano le teorie del complotto antisemite e contro Israele
Non c’è stato bisogno di aspettare molto per veder divampare le teorie del complotto sui fatti di Ceuta.
di Sarah G. Frankl
A seguito della crisi di Ceuta della scorsa settimana, sui social media si sono diffusi rapidamente post che accusavano Israele e il popolo ebraico di aver orchestrato l’evento, raggiungendo circa 103 milioni di persone su X nel giro di 72 ore, secondo un’analisi condotta dall’Antisemitism Research Center (ARC) del Combat Antisemitism Movement.
Il rapporto ha esaminato 173 post di grande impatto provenienti da 119 account di influencer. Complessivamente, secondo i calcoli dell’ARC, in due giorni hanno generato 57,5 milioni di visualizzazioni, una portata stimata di 103,1 milioni, 1,9 milioni di “mi piace” e 368.400 condivisioni.
Gli autori dei post hanno falsamente affermato che il primo ministro Benjamin Netanyahu avesse indirizzato i migranti verso la Spagna a causa delle politiche di quest’ultima nei confronti di Israele. In uno di questi post, visualizzato 5,3 milioni di volte, un’immagine generata dall’intelligenza artificiale mostrava una barca con una gigantesca figura di Netanyahu a prua, da cui una fila di migranti usciva dalla sua bocca aperta per raggiungere una spiaggia spagnola, ha riferito l’ARC.
Un altro account sosteneva che Israele avesse «ammesso» di aver orchestrato la migrazione tramite il Mossad.
«Questa non è una storia che riguarda pochi malintenzionati», ha affermato Sacha Roytman Dratwa, amministratore delegato di CAM. «È la storia di una piattaforma il cui design premia la spiegazione più rapida e provocatoria disponibile, e su X tale spiegazione è sempre più spesso una cospirazione ebraica».
Venerdì sono divampate tensioni diplomatiche tra Spagna e Israele dopo che l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha criticato aspramente il governo spagnolo per la sua gestione della crisi migratoria nel Paese, provocando una reazione negativa a Madrid e un rimprovero pubblico da parte del massimo rappresentante diplomatico israeliano in Spagna.
«La Spagna, che non perde mai occasione per dare lezioni a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta a seguito della crisi sulla sua politica migratoria», ha scritto Danon su X. «Forse, prima di continuare a darci lezioni, è ora che spieghi al mondo perché mantiene ancora delle enclavi coloniali in Africa».
Il ministro dei Trasporti spagnolo Óscar Puente Santiago ha risposto direttamente al post di Danon, scrivendo: «Beh, le cose cominciano a diventare piuttosto chiare».
Sebbene vaga, l’osservazione di Puente è stata in gran parte interpretata come un sostegno alle crescenti teorie del complotto secondo cui Israele e gli Stati Uniti avrebbero contribuito a orchestrare l’incursione.
La teoria del complotto sulla crisi migratoria in Spagna è stata ulteriormente alimentata dal portavoce del partito Sinistra Repubblicana di Catalogna, Gabriel Rufián, che ha scritto su X: «La dittatura marocchina, al servizio degli Stati Uniti e di Israele, sta ricattando ancora una volta la Spagna e l’Europa quest’estate, trasformando il proprio popolo in carne da cannone usa e getta».
• Rinforzate le pattuglie di frontiera spagnole a Ceuta
Il leader di Ceuta, Juan Jesús Vivas, ha dichiarato al quotidiano El País che l’obitorio della città aveva ricevuto 88 salme, tra cui alcune di persone morte in precedenti tentativi, su scala minore, di raggiungere il territorio con pericolose traversate notturne a nuoto nelle ultime due settimane. Ha aggiunto che anche le autorità marocchine stavano recuperando corpi dal mare, ma non erano disponibili informazioni ufficiali.
Le autorità hanno rafforzato le pattuglie di polizia e dell’esercito. Sabato è stata installata al largo di Ceuta una barriera galleggiante lunga 500 metri (1.600 piedi).
«Mi addolora profondamente che dei giovani stiano morendo in mare. Non è giusto che, nell’anno 2026, donne con bambini di appena due mesi debbano attraversare il mare solo per morire», ha detto Karima Abenaz, cittadina francese a Ceuta con la famiglia in Marocco, trattenendo a stento le lacrime.
«In Marocco c’è da mangiare, c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno», ha aggiunto. «Se non abbiamo un lavoro dignitoso, dovremmo scioperare e rivendicare i nostri diritti dal governo. Non dovremmo morire in mare, non è giusto».
Ventidue Stati membri dell’Unione Europea hanno inviato una lettera in cui chiedono un’azione coordinata per proteggere le frontiere esterne e altre misure a seguito dell’incidente di Ceuta. L’Italia ha sospeso per un mese il regime di libera circolazione Schengen con la Spagna.
La Spagna ha adottato una posizione più aperta nei confronti dei migranti rispetto alla maggior parte degli altri paesi dell’UE, introducendo un programma per concedere la residenza a oltre mezzo milione di persone prive di documenti.
Ha respinto le insinuazioni secondo cui tale programma avrebbe incoraggiato l’afflusso verso Ceuta, affermando che coloro che sono entrati nell’enclave in modo irregolare non potevano proseguire verso la Spagna continentale o in altre località della zona Schengen.
(Rights Reporter, 3 agosto 2026)
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In Zambia i medici israeliani formano i primi cardiochirurghi del Paese
Ha percorso quasi mille chilometri con il padre, dal suo villaggio nel nord-ovest della Zambia fino alla capitale. A nove anni, Richard Mbimbi è stato operato al cuore il 13 luglio al National Heart Hospital di Lusaka. Soffriva di una cardiopatia reumatica, conseguenza di una faringite streptococcica mai curata per mancanza di antibiotici. La malattia gli aveva danneggiato due valvole cardiache. A operarlo, insieme ai medici zambiani, un’équipe di Save a Child’s Heart (Sach), organizzazione umanitaria israeliana con sede al Wolfson Medical Center di Holon, a sud di Tel Aviv. «I medici zambiani e israeliani hanno salvato la vita di mio figlio», ha raccontato il padre, Robert Mbimbi, al Times of Israel. Durante la missione, durata una settimana, il team israeliano ha preso parte a dieci operazioni a cuore aperto su bambini e ha affiancato il personale locale, oltre ad alcuni medici arrivati dalla vicina Tanzania. Nell’occasione è stata inaugurata una nuova macchina cuore-polmone, donata dall’American Jewish Committee e dalla Bergman Family Charitable Foundation. È la seconda in un Paese di 22,5 milioni di abitanti che un tempo non aveva un solo cardiochirurgo pediatrico. L’obiettivo principale della missione è «formare il personale, a rafforzare i medici sul posto», ha spiegato Hagi Dekel, cardiochirurgo del Wolfson. In Zambia segue ormai la seconda generazione di allievi. Il primo cardiochirurgo pediatrico del Paese, Mudaniso Ziwa, ha completato un tirocinio a Holon nel 2024. Ora tocca a Zakias Moonde Muulu, al quinto anno di un percorso di sei in Israele; tornerà a casa il prossimo anno, diventando il secondo specialista del suo Paese. «Non siamo mai stati in grado di curare i bambini con problemi cardiaci finché non è arrivata Save a Child’s Heart», ha raccontato Muulu. «Molti bambini vengono ancora in Israele per le cure, ma non tutti riescono a partire. L’organizzazione ha iniziato a formare medici perché questo servizio possa essere offerto in Zambia». Fondato nel 1995, Save a Child’s Heart ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi e formato oltre 160 tra medici e infermieri. Il programma con lo Zambia, rientra in una collaborazione che si è rafforzata anche sul piano diplomatico: nell’agosto 2025 Israele ha aperto un’ambasciata a Lusaka. «La missione chirurgica e l’inaugurazione della nuova macchina cuore-polmone dimostrano il nostro impegno di lungo periodo per rafforzare il sistema sanitario zambiano attraverso formazione, tecnologia e partenariato», ha sottolineato l’ambasciatrice israeliana a Lusaka, Ofra Farhi.
(Pagine Ebraiche, 3 agosto 2026)
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Il gazaismo e la fabbrica occidentale della menzogna
La sovversione dei fatti, la perversione della storia e il sovvertimento della realtà costituiscono i tre cardini del gazaismo. Una dottrina che, attraverso la propaganda e la ripetizione ossessiva dei suoi cliché, ha già ottenuto risultati politici e culturali rilevanti, contribuendo anche a svuotare di significato parole come “genocidio”.
di Sergio Cardarella
È lecito, o possibile, dichiarare che il male sia anche sovversione, perversione e sovvertimento: prendere qualcosa inteso per un buon uso e stravolgerlo nel suo contrario. Ovunque si presentino questi tre fattori, con cui la realtà viene trasbordata sulla sponda dell’irrealtà, si può ragionevolmente dire di trovarsi in presenza di forze maligne e avverse al benessere individuale e collettivo.
Le persone di senso e coscienza sanno come riconoscere questi sovvertimenti proprio perché si mantengono salde al senno e alla fatticità degli eventi, senza lasciarsi irretire dalle tentazioni dell’ideologia o dalle chimere della volontà capricciosa che pretende di invertire la realtà a colpi di asserzioni insensate o di mera violenza.
Albert Schweitzer, in Declino e ricostruzione della civiltà, un testo che tutti dovrebbero aver letto, ma quasi nessuno riesce ormai neppure a trovare nella più remota libreria dell’usato, iniziava con una dichiarazione pesante: “Ci troviamo in un’epoca segnata dal declino della civiltà” (1923).
Il termine “Niedergang”, qui utilizzato dal premio Nobel alsaziano, ha una pregnanza di significati che è difficile rendere in italiano e può anche venir tradotto con “decadimento”, “rovina”, “declino”, “caduta” o persino “crollo”. Questo per dire che il tono di Schweitzer, nel saggio che precede la sua Etica e civiltà, era serio e grave.
Del resto, egli scriveva a ridosso della prima grande catastrofe mondiale, che avrebbe condotto alla successiva e, poi, alle fasi della tarda modernità. A un secolo di distanza, l’ammonimento con cui Schweitzer voleva indicare un’altra strada non è più neppure una glossa in qualche oscuro manuale. Tutto appare dimenticato. Il presente assomiglia a quella “spada invisibile”, invocata da Ungaretti, che da tutto ci separa.
È in questo vasto contesto che bisogna provare a intendere il “gazaismo”, un culto demoniaco che ha conquistato governi, università, mass media, piazze e dissennati di mezzo mondo, al punto che il suo slogan potrebbe ben essere: “Squinternati di tutto il mondo, unitevi!”. E si sono uniti.
Grazie alle connivenze istituzionali e alla rete, hanno diffuso la propaganda più sconcertante, impensabile, avvilente e assurda, come nel caso dei cani israeliani stupratori, ai quali, come se non bastassero, hanno pure aggiunto i topi addestrati!
No, non è una freddura: “A metà del 2026, esponenti politici di Fatah a Gaza hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui sostenevano che l’esercito israeliano avesse deliberatamente introdotto ratti ‘speciali’, geneticamente modificati o addestrati, per attaccare i bambini palestinesi e i malati” (The Jerusalem Post, 29 aprile 2026).
Non c’è limite all’assurdo di queste fanfaluche, poiché il delirio non ha limiti. Se non vi fosse da piangere, si potrebbe forse ridere, poiché quella di essere, al tempo stesso, orrendo e ridicolo è una prerogativa tipica del male.
Dopo il 7 ottobre, i gazaisti si sono svegliati in un mondo in cui l’aggressore poteva facilmente venir trasformato nell’aggredito, lo stupro legittimato come resistenza oppure semplicemente negato – nonostante le prove le avessero fornite gli stessi stupratori di Hamas.
Con questa sconvolgente quantità di pattume intellettuale si affollano librerie, strade e redazioni giornalistiche. Basta andare a cercare, in qualsivoglia libreria, i testi di studiosi seri e ponderati come Benny Morris o Jeffrey Herf per accorgersi che tutto quello che invece vi si trova è il solo ciarpame pseudo-intellettuale di figuri come Ilan Pappe, Chomsky, Norman Finkelstein, Edward Said ecc., per menzionarne solo alcuni.
Le varie succursali nazionali dell’industria culturale sponsorizzano, a loro volta, i diversi fantasisti anti-israeliani locali, con l’ennesima minutaglia e paccottiglia con cui si ingolfano ancora di più scaffali e teste dei lettori.
Si è così determinata una massa critica la quale, ripetendo i cliché del gazaismo, crede di renderli, per questo, magicamente veri: sovversione della fattualità portata avanti attraverso la costante ripetizione di cliché propagandistici, perversione della storia grazie all’invenzione di eventi mai avvenuti – concordemente alla soppressione di quelli che sono davvero avvenuti – e sovvertimento della realtà, tanto per perseguire l’arcaico “dagli all’ebreo!”. Qui, in breve, i tre cardini del gazaismo.
Questo è, purtroppo, il misero spettacolo del XXI secolo, un’epoca in cui un culto dell’orrore e della morte può, senza batter ciglio, trovar corpo in una dottrina come quella del gazaismo.
Chissà perché queste cose avvengono sempre in maniere simili: se nello scorso secolo si inventarono l’eugenetica e il mito della “razza ariana”, nel secolo successivo abbiamo il gazaismo, con il rifacimento integrale della storia del Medio Oriente e dell’espansionismo islamico.
La Striscia di Gaza, dal 2005 al 2023 sotto il controllo del solo Hamas, può venir detta “occupata”; i miliardi di dollari ed euro inviati dai governi occidentali bonaccioni, sperperati da Hamas per costruire chilometri di tunnel invece di impiegarli per la popolazione, interamente giustificati; e ogni argomento logico, razionale e morale contrario, bagatellizzato in nome di un odio atavico e inconcepibile contro l’ebreo in quanto tale.
In virtù dei perniciosi metodi dell’industria culturale, si è costituita una radicale confusione cognitiva attraverso cui alcuni ritengono basti definire un discorso, o un individuo, con un qualsivoglia bizzarro epiteto per accantonare le questioni che questo pone, invece di interrogarsi se quanto è dichiarato sia vero o meno.
Si osserva, qui, il trionfo di un’immaginazione malata contro il fatto. Quando si prescinde da questo fondamentale criterio di validità, tutto diventa allora possibile: l’astronomo può apparire equivalente all’astrologo, l’ideologo allo storico o i gazaisti a persone equilibrate.
Fortunatamente, gli individui ragionevoli sanno che così non è. La differenza tra un’epoca buia e il suo contrario è data proprio dalla scarsità o abbondanza di persone ragionevoli in grado d’intendere anche tali differenze.
Quando gli squinternati si moltiplicano a dismisura e conquistano strade, aule o parlamenti, la ragione langue e l’umanità tutta ne soffre. Non è infatti un caso che Platone, nella Politeia, abbia offerto la soluzione in un’equazione filosofica relativamente semplice: non vi sarà fine ai mali della città e del genere umano fino a quando gli amanti della sapienza non saranno re o i re non saranno amanti della sapienza.
In questo contesto paradossale, il 7 ottobre 2023, invece di far aprire gli occhi sull’orrore che i buoni, bravi e innocenti fakestinesi portano avanti dal 1964, anno in cui questo popolo è stato inventato dal turbante del mago, ha invece sdoganato un virulento antisemitismo persino in sedi istituzionali – come dimenticare o perdonare quello scellerato che si è arrampicato su un balcone di Palazzo Montecitorio per appendervi la bandiera di Hamas?
Al tempo stesso, si è determinato il sorgere della nuova “dottrina”, o culto antistorico, del gazaismo. Ai gazaisti non interessa nulla, né è mai importato loro, di qualsivoglia relazione con la storia o la realtà: come in ogni culto, sono unicamente interessati alle parole d’ordine, alla mistificazione, alla calunnia e ai thought-terminating cliché che ripetono come un mantra da scervellati.
Con questa continua e ossessiva ripetizione, che è poi il tratto centrale della propaganda, sono già riusciti a ottenere risultati notevoli quanto inaspettati: condanne politiche inspiegabili e immotivabili contro l’aggredito Stato d’Israele e persino sanzioni da nazioni come la Spagna, l’Irlanda o la distante Norvegia.
Così, “Tanto pe’ fa’ qualcosa” ci canterebbe sopra Ettore Petrolini. Tutto questo è assurdo, paradossale, grottesco, ma non pare sia più riconoscibile come tale nella tarda modernità, sempre più smarrita e in preda a qualunque arruffapopoli o mentecatto voglia indirizzarne i moti.
Tra gli altri obiettivi raggiunti dal gazaismo, uno dei più notevoli consiste nell’aver affievolito il valore e il peso della parola “genocidio”. Quando qualcuno dichiara ormai di impegnarsi a “combattere la schiavitù, il fascismo o il genocidio”, si è subito costretti a chiedersi: cosa intende costui con tali termini?
Il più delle volte è proprio il significato che attribuisce a tali parole a essere discutibile, come nel caso di quelli che si dichiarano “antifascisti” – e soprassediamo sui loro nonni e bisnonni – e vogliono poi impedire ad altri l’espressione della libertà di parola.
A trasformare il valore, il peso e il contesto della definizione di “genocidio” si provava da tempo, in genere attraverso l’accostamento. Il termine “genocidio” venne creato dal giurista Raphael Lemkin, nel 1944, proprio per cercare un lessema giuridicamente adatto a identificare una categoria di crimini abissali e nuovi nella storia.
È durante il processo di Norimberga, il quale adotterà tale termine, che emerge anche la categoria giuridica di “crimini contro l’umanità”. Da allora, il termine “genocidio” è stato, diciamo, “sdoganato” e variamente applicato ai massacri compiuti in Cambogia dai khmer rossi, alle stragi in Ruanda e, in molti casi, retrodatato fino a farlo arrivare al massacro degli armeni compiuto dai turchi tra il 1915 e il 1917 o, in tempi ancora più recenti, anche a quello degli Herero in Namibia.
Mai, però, si era avuta la sfrontatezza di applicare questa parola a un genocidio che non è mai avvenuto! Anzi, i gazaisti, ripetendo, inventando e mentendo oltre la menzogna, provano a utilizzare il termine inapplicabile di “genocidio” come copertura ideologica a favore di un aggressore che, se avesse potuto, avrebbe sterminato l’intera popolazione d’Israele e non solo quel migliaio di civili, anziani, donne, bambini e neonati nei kibbutz che si trovavano sulla sua strada.
A questo arriva la furia cieca dell’ideologia! Qualcuno lo ha spiegato con una logica stringente, scrivendo: “You don’t hate Jews because you think it’s a genocide. You think it’s a genocide because you hate Jews”. Non odi gli ebrei perché pensi che si tratti di un genocidio. Pensi che si tratti di un genocidio perché odi gli ebrei.
Del resto, quando i cani diventano stupratori e i ratti possono essere addestrati a colpire bambini e malati, qual è il limite? L’immaginazione, è noto, è tale proprio perché non ha limiti.
“Potrei restar confinato in un guscio di noce e credermi re di uno spazio infinito”, si dirà nell’atto secondo dell’Amleto, nonostante Shakespeare aggiunga la chiusa salutare: “Se non fosse che faccio brutti sogni”. Ma i gazaisti non fanno brutti sogni perché sono impegnati, anema e core, a preparare sempre nuovi incubi per se stessi e per altri.
È per questo che sembrano ammattiti poiché, come dimostrò lo psichiatra Theodore Rubin in Anti-Semitism: A Disease of the Mind (1990), l’antisemitismo è una piaga reale della mente e dello spirito.
Proprio perché smarriti nel labirinto di una malattia radicata, tanto nella patologia individuale quanto in quella indotta da una socialità frenetica, parossisticamente competitiva, alienante e, sostanzialmente, anticomunitaria, troppi abdicano all’intendimento individuale e rispondono con l’eruzione di una rabbia cieca che appare loro come decisiva e liberatoria.
Il nauseante slogan “From the River to the Sea”, ripetuto senza senno dai gazaisti, da Stoccolma a Sydney, è, se escludiamo i jihadisti, i quali hanno un preciso intento politico, solo il vagito di una vita frantumata dal nulla – nichilismo – e da un ennui esistenziale che non trova sfogo se non in un pianto muto della psiche.
Questi strepiti dell’antisemitismo redivivo per le strade dell’Occidente altro non sono che il singhiozzo di anime spezzate, prostrate, incapaci ormai di qualunque reazione che non sia la rabbia, la ripetizione o il delirio. Tutto questo è il risultato di una socialità che ha, da tempo, smarrito il senso di sé.
È poi inutile che l’industria culturale spanda i suoi soliti effluvi, i riassuntini che servono a sviare, la parola con cui si invoca il contrario del senso e il costante pattume con cui si dichiara ciò che è basso come alto e viceversa, eleggendo eroi tra le schiere dei conniventi poiché, a dispetto delle illusioni del presente, il lezzo aleggia in quelle buie camerate.
Se la specie sopravviverà a questo baratro, saranno tali deliri a venir esecrati per quello che davvero sono. Quelli che si mantengono saldi nella mente e nella coscienza sanno che la follia del gazaismo è solo caciara, che anche questo passerà e che i fatti e la coerenza logica torneranno a brillare come devono, anche se il prezzo da pagare sarà ancora una volta alto.
Nel corrente sovvertimento della realtà tutto appare possibile proprio perché l’immaginazione maligna e la mistificazione scalzano i fatti e la storia a favore di narrazioni in cui di vero non rimangono più neppure le virgole. Si regredisce, così, in un universo simbolico in cui il significato dipende dalla volontà, non dall’oggettività.
Emerge, qui, un parallelo con altri momenti tragici e oscuri della storia. I rastrellamenti nel ghetto di Roma, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, le delazioni, le camicie nere sono a portata di memoria, poiché vi sono ancora testimoni che erano bambini all’epoca di quegli orrori e possono sentire, nelle grida di oggi, l’eco di quelle di ieri.
Tutto questo è spaventoso e mostruoso, in particolare perché sta avvenendo, ancora una volta, sotto gli occhi di tutti. Sì, i gazaisti dicono oggi di essere degli “antisionisti” – questo anche perché non hanno neppure idea di quali siano le radici storiche del sionismo – ma, alla fine, cambia solo l’orchestrina, mentre la musica gracchiante che si diffonde è quella dello stesso orrore di prima.
(InOltre, 3 agosto 2026)
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In attesa degli esiti mirabili
Più passa il tempo più si manifesta l’evidenza che le dichiarazioni di Donald Trump su paci imminenti o raggiunte, accordi ormai prossimi alla stipula, nemici imploranti e sbaragliati, appartengono a una realtà parallela. Quanto questo scollamento tra i fatti e la fantasia pertenga alla sfera della psichiatria è materia per specialisti.
Gli annunci dell’accordo imminente con l’Iran che non vede l’ora di farlo non si contano più. L’abbozzo di accordo da finalizzare, l’ormai famigerato Memorandum di intesa, siglato un mese fa, di fatto rappresentava una capitolazione americana ai desiderata iraniani. Ora, quel memorandum è in un limbo, ma l’accordo si farà, si sta facendo, è prossimo…
Nel frattempo, con l’abituale stile roboante viene annunciato anche il prossimo disarmo di Hamas, un altro grande successo che è unicamente tale nell’orizzonte della realtà parallela. A stretto giro Hamas ha infatti dichiarato che la consegna di armi pesanti è subordinata alla creazione di uno Stato palestinese; il disarmo potrebbe richiedere dai 200 ai 350 giorni, nessuna arma verrà consegnata a Israele o a qualsiasi gruppo non palestinese e infine Israele dovrà ritirarsi sulla Linea Gialla entro 24 ore dall’approvazione dell’accordo.
Per mesi abbiamo ascoltato i fan di Trump spiegarci che essendo Trump un genio, tutto ciò che appare al di fuori di ogni criterio razionale e offre l’apparenza che non solo il nemico non è sconfitto ma che ha ottenuto e ottiene considerevoli vantaggi, è unicamente una illusione che a un certo punto si dissiperà mostrando esattamente ciò che Trump afferma: l’Iran ha capitolato, Hamas ha capitolato, la vittoria è inequivocabile.
Bisogna quindi avere fede, mettere da parte la realtà e aspettare gli esiti mirabili del più grande stratega della storia.
(L'informale, 2 agosto 2026)
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Ciarlatano o saltimbanco?
Nell’attenta osservazione delle mosse del Presidente degli Stati Uniti d’America sulla scena politica mondiale ci siamo chiesti se il termine più adatto a indicare questa figura sia proprio ciarlatano, come avevamo scritto qualche giorno fa, o invece ne fosse un altro: saltimbanco. Nel dubbio ci siamo rivolti di nuovo ad un’autorità linguistica indiscussa: il Dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo. E ne abbiamo tratto questa accurata distinzione:
«Il saltimbanco è ciarlatano da piazza, più sfacciato e men dotto nelle delicatezze dell’arte. Il saltimbanco salta sul banco; il ciarlatano sa saltare e ballare e sedere in cattedra e sdraiarvisi. Il secolo non ama i saltimbanchi, come odiatore d’ogni specie di franchezza; i ciarlatani deride, e ha bisogno d’essere illuso. Il saltimbanco ciarla più assai del ciarlatano; il quale, se ha bene appresa l’arte sua, sa tacere e campa di monosillabi. Il ciarlatano è più avveduto impostore del saltimbanco, perché tanto meno apparisce impostore, quanto più si mostra impotente.»
Forse allora è proprio così: non è un ciarlatano, è solo un saltimbanco. M.C.
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La grande separazione
di Dietrich Bonhoeffer
«13 Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che entrano per essa. 14 Quanto è stretta la porta ed angusta la via che conduce alla vita, e come sono pochi quelli che la trovano! 15 Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi con vesti di pecore, mentre internamente sono lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li conoscerete: forse che si raccolgono grappoli d'uva dalle spine o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono fa frutti buoni, mentre ogni albero cattivo fa frutti cattivi. 18 Non può l’albero buono portare frutti cattivi, né l’albero cattivo portare frutti buoni. 19 Ogni albero che non porta buon frutto viene tagliato e buttato nel fuoco. 20 Li riconoscerete dunque dai loro frutti. 21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non profetammo nel tuo nome, nel tuo nome non cacciammo demoni e nel tuo nome non facemmo molti prodigi? 23 E allora io dirò loro: andate via da me, voi che operate l'iniquità». (Matteo 7,13-23).
La comunità di Gesù non può separarsi arbitrariamente dalla comunità di quelli che non ascoltano la chiamata di Gesù. Essa è invitata dal suo Signore, con una promessa ed un comandamento, a seguirlo. Questo le deve bastare. Essa deve affidare ogni giudizio ed ogni separazione a colui che l'ha scelta secondo il suo proponimento, non per meriti e opere sue, ma per la sua grazia. Non è la comunità ad effettuare la separazione, ma questa avviene a causa della chiamata. Così una piccola schiera di uomini che seguono Gesù viene separata dalla maggioranza degli uomini. I discepoli sono pochi e saranno sempre pochi. Questa parola di Gesù taglia alle radici ogni falsa speranza di efficacia. Mai un seguace di Cristo ha posto la sua speranza nel numero. «Come sono pochi ... », ma gli altri sono numerosi e lo saranno sempre. Ma essi vanno incontro alla loro perdizione. Quale altra può essere la consolazione dei discepoli in tale esperienza se non che a loro è promessa la vita, l'eterna comunione con Gesù?
Versetti 13-14. La via di chi segue Gesù è stretta. È facile passare oltre, è facile non vederla; è facile perderla anche quando vi si è già incamminati. È difficile da trovare. La via è veramente stretta, il precipizio su ambo i lati pericoloso: essere chiamati ad una cosa straordinaria, farla eppure non vedere e non sapere di farla ... questo è veramente una via stretta. Confessare la volontà di Gesù e darne testimonianza, eppure amare il nemico di questa verità, il suo ed il nostro nemico, con l'amore incondizionato di Gesù Cristo ... questo è veramente una via stretta. Credere alla promessa di Gesù che chi lo segue possederà la terra, eppure incontrare, indifesi, il nemico, subire l'ingiustizia piuttosto che commetterne ... questo è veramente una via stretta. Vedere l'altro e riconoscere la sua debolezza, la sua ingiustizia, e non giudicarlo mai, annunziargli l'Evangelo, ma non gettare mai le perle ai porci ... questa è veramente una via stretta. Finché in questa via riconosco quella che mi è stato ordinato di percorrere e la percorro preso dalla paura di me stesso, in realtà è una via impossibile. Ma se vedo Gesù Cristo precedere, passo dopo passo, se guardo solo a lui e lo seguo, passo per passo, sarò mantenuto su questa via. Se guardo alla pericolosità della mia azione, se guardo la via invece di guardare colui che mi precede, il mio piede sta già vacillando. Infatti egli stesso è la via. Egli è la via angusta e la porta stretta. Bisogna trovare solo lui. Se lo sappiamo, allora percorriamo la via stretta e passiamo per la stretta porta della croce di Gesù Cristo che conduce alla vita, e allora proprio il fatto che è stretta ci dà certezza. Come potrebbe essere larga la via percorsa dal Figlio di Dio in terra? via che noi, che siamo cittadini di due mondi e che viviamo al margine tra la terra ed il cielo, dobbiamo percorrere? La via stretta deve essere quella giusta.
Versetti 15-20. La separazione tra comunità e mondo è avvenuta. Ma la parola di Gesù ora avanza, giudicando e separando, nella comunità stessa. La separazione deve essere fatta sempre di nuovo tra gli stessi discepoli di Gesù. I discepoli non devono poter credere di sfuggire semplicemente il mondo e rimanere poi nella piccola schiera sulla via stretta, senza pericolo. Verranno in mezzo a loro dei profeti falsi e con la confusione aumenterà anche la solitudine. Ce n'è uno accanto a me, esteriormente un membro della comunità, c'è un profeta, un predicatore, in apparenza e a parole e a opere un cristiano, ma interiormente motivi oscuri lo spingono verso di noi, interiormente è un lupo rapace, la sua parola è menzogna e la sua opera inganno. Egli sa nascondere bene il suo segreto, ma in segreto egli compie la sua opera oscura. Egli si trova in mezzo a noi non perché ve lo abbia spinto la sua fede in Gesù Cristo, ma perché il diavolo lo spinge nella comunità. Forse egli cerca il potere e l'influenza, il denaro, la gloria, con i suoi propri pensieri e le sue profezie. Egli cerca il mondo, non il Signore Gesù Cristo. Egli nasconde i suoi malvagi progetti sotto una veste cristiana e sa che i cristiani sono un popolo credulone. Egli conta di non essere svelato nella sua veste innocente. E sa pure che ai cristiani è vietato giudicare e, a tempo debito, lo rammenterà loro. Nessun uomo può vedere nel cuore dell'altro. E così egli travia molti. Forse lui stesso non lo sa nemmeno; forse il diavolo che lo spinge gli impedisce di veder chiaro in se stesso. Ora, avvertimenti di questo genere da parte di Gesù possono suscitare nei suoi seguaci grande paura. Chi conosce l'altro? Chi sa se dietro le apparenze cristiane non si nasconde la menzogna e il traviamento? Potrebbe, così, penetrare nella comunità una profonda diffidenza, un osservarsi a vicenda con sospetto, uno spirito di giudizio dovuto a paura. Potrebbe farsi largo una dura condanna di ogni fratello. Ma Gesù libera i suoi da questo sospetto che necessariamente dividerebbe la comunità. Egli dice: L'albero marcio porta frutti cattivi. A suo tempo si farà conoscere da sé. Non occorre che guardiamo nel cuore degli altri. Dobbiamo attendere che l'albero porti frutto. Ai frutti si riconosceranno, a suo tempo, gli alberi. Ma il frutto non si farà attendere a lungo. Qui probabilmente non s'intende il divario fra parola e opere dei falsi profeti, ma il divario fra apparenze e realtà. Gesù ci dice che un uomo non può vivere a lungo sotto false apparenze. Arriva il momento di portare frutti, arriva il momento della separazione ... prima o dopo si riconoscerà chi è. All'albero non serve a nulla non voler portare frutti. Il frutto nasce da sé. E allora il momento in cui sarà necessario distinguere un albero dall'altro, il momento della fruttificazione, rivelerà tutto. Quando giunge il momento della divisione tra mondo e comunità - e può arrivare ogni momento - la confessione giusta non permette di avanzare pretese di minime scelte di tutti i giorni, si manifesterà che cosa è marcio e che cosa buono. Qui resisterà solo la realtà e non le apparenze. Gesù s'aspetta dai suoi discepoli che, in tali occasioni, sappiano distinguere nettamente le apparenze dalla realtà e sappiano separarsi dai cristiani di nome. Questo li esime da ogni esame dell'altro uomo fatto per curiosità, ma richiede veracità e decisione nell'accettare il verdetto di Dio. Può essere prossimo il momento che i cristiani di nome vengano strappati dal nostro mezzo, che noi stessi veniamo smascherati come cristiani di nome. Perciò i discepoli sono invitati a rimanere in più stretta comunione con Gesù e a seguirlo più fedelmente. L'albero marcito verrà tagliato e gettato nel fuoco. Tutta la sua magnificenza non gli servirà a nulla.
Versetto 21. Ma la separazione che opera la chiamata di Gesù è ancora più profonda. La divisione, dopo aver separato mondo e comunità, cristiani di nome e cristiani veri, penetra nella schiera di coloro che si confessano discepoli. L'apostolo Paolo dice: «Nessuno può dire che Gesù è suo Signore se non per lo Spirito santo» (1 Corinzi 12,3). Nessuno, per proprio ragionamento, per forze e decisioni proprie, può affidare la sua vita a Gesù, nessuno riconoscerlo suo Signore. Ma qui vien considerata la possibilità che ci sia chi chiama Gesù suo Signore senza lo Spirito santo, cioè senza aver sentito la chiamata di Gesù. Il che è tanto più inconcepibile se si considera che a suo tempo chiamare Gesù Signore non fruttava nulla in terra; anzi, era una confessione che esponeva ai massimi pericoli. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli». Dire Signore, Signore è la confessione della comunità. Non tutti quelli che la pronunciano entreranno nel regno dei cieli. La divisione passerà proprio in mezzo alla comunità confessante. La confessione di fede non dà nessun diritto a Gesù. Nessuno potrà mai richiamarsi alla sua confessione di fede. Il fatto di essere membri della chiesa dalla confessione giusta non permette di avanzare pretese di fronte a Dio. Non saremo beati in base a questa confessione. Se pensiamo così commettiamo lo stesso errore di Israele che considerava la grazia della sua elezione come un diritto di fronte a Dio. Pecchiamo, così, contro la grazia di colui che ci chiama. Dio non ci chiederà se siamo stati evangelici, ma se abbiamo fatto la sua volontà. Lo chiederà a tutti e così pure a noi! I confini della chiesa non sono i confini di un privilegio, ma la benevola scelta e chiamata di Dio. «Pas o legon» - e - «all' o poion» 'dire' e 'fare' non sono qui intesi senz'altro come rapporto tra parola e fatto. Qui si parla di due diversi atteggiamenti dell'uomo davanti a Dio. O legon kurie - chi dice: Signore, Signore - è l'uomo che in base al suo dir di sì avanza delle pretese, o poion - chi agisce - è chi agisce in umile obbedienza. Il primo è colui che si giustifica con la sua confessione di fede, il secondo colui che agisce, l'uomo obbediente che si affida alla grazia di Dio. Qui, dunque, proprio il parlare dell'uomo diviene il correlativo della sua autogiustificazione, l'agire, invece, il correlativo della grazia, di fronte alla quale l'uomo non può fare altro che obbedire e servire umilmente. Quello che dice: Signore, Signore, si è chiamato da sé a seguire Gesù, senza lo Spirito Santo, o ha fatto della chiamata un proprio diritto. Colui che fa la volontà di Lui è stato chiamato e graziato, obbedisce e segue Gesù. Egli sente la chiamata non come diritto, ma come giudizio e grazia, come volontà di Dio, alla quale sola egli vuole ubbidire. La grazia di Gesù richiede uomini che agiscono, e l'azione diviene la vera umiltà, la vera fede, la vera confessione della grazia di colui che ha chiamato.
Versetto 22. Chi confessa soltanto è dunque separato da chi agisce. Ora la separazione viene spinta ancora all'estremo. Qui, alla fine, ora parlano uomini che hanno superato le prove fino a questo punto. Sono fra quelli che agiscono, ma ora essi si richiamano appunto a questa loro azione invece che alla loro confessione di fede. Hanno operato in nome di Gesù. Sanno che la confessione non giustifica, perciò sono andati a glorificare il nome di Gesù in mezzo alla gente mediante l'azione. Ora si presentano a Gesù e gli mettono davanti le loro azioni. Gesù qui manifesta ai suoi discepoli la possibilità di una fede satanica, che si richiama a lui, che compie opere meravigliose, simili fino all'irriconoscibile alle opere dei veri discepoli di Gesù, opere in amore, miracoli, forse anche autosantificazione, e che pure ha rinnegato Gesù ed il cammino al suo seguito. Lo stesso lo dice l'apostolo Paolo nel tredicesimo capitolo della prima epistola ai Corinzi, sulla possibilità di predicare, profetizzare, avere ogni conoscenza, anzi, ogni fede tanto da poter trasportare monti, ma senza amore, cioè senza Cristo, senza lo Spirito Santo. Anzi, ancor più: Paolo deve persino considerare la possibilità di compiere le opere d'amore cristiano, di dare i propri beni, fino al martirio ... senza amore, senza Cristo, senza Spirito Santo. Senza amore - vuol dire che, nonostante tutto, in tutte queste azioni non si fa l'opera essenziale, non si segue veramente Gesù, quest'opera che, in fondo, non può realmente compiere se non colui che chiama, cioè Gesù Cristo stesso. Questa è la più profonda, la più incomprensibile possibilità del potere satanico nella comunità, l'ultima separazione, che però, avviene solo il giorno del giudizio universale. Ma essa sarà definitiva. Chi segue Gesù, però, deve chiedere dove si trovi, allora, l'ultimo metro secondo cui uno è ben accetto a Gesù e un altro no. Chi rimane e chi no? La risposta di Gesù agli ultimi respinti dice tutto: «lo non vi ho mai conosciuti». Questo, dunque, è il segreto che viene mantenuto sin dall'inizio del sermone sulla montagna fino a questa conclusione. L'unico problema è, se siamo conosciuti da Gesù o no. A che cosa dobbiamo attenerci, se sentiamo come la Parola di Gesù compie la separazione tra comunità e mondo, e poi all'interno della comunità stessa fino al giorno del giudizio, se non ci rimane più nulla, non la nostra confessione di fede, non la nostra obbedienza? Ci rimane solo la sua Parola: «Io vi ho conosciuti». Questa è la sua Parola eterna, la sua eterna chiamata. Qui la fine del sermone sul monte chiude il cerchio riallacciandosi alla sua prima parola. La sua parola al giudizio universale ... è rivolta a noi con l'invito a seguirlo. Ma dall'inizio alla fine rimane la sua Parola, la sua chiamata. Chi seguendolo non si attiene ad altro che a questa Parola, chi lascia perdere il resto, viene portato da questa Parola attraverso il giudizio universale. La sua Parola è la sua grazia.
(da "Sequela" di Dietrich Bonhoeffer)
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Caldo estremo in Israele, temperature verso i 47 gradi
di Ruben Caivano
Israele si prepara a un’ondata di calore che il Servizio meteorologico israeliano definisce la più intensa e prolungata della stagione, con temperature che nel fine settimana potrebbero toccare i 47 °C nell’area del Mar di Galilea e della Valle del Giordano, avvicinandosi ai massimi storici della regione.
Il picco è atteso tra sabato e domenica, quando l’aria calda e secca, insieme ai venti forti previsti nel nord del Paese, farà aumentare anche il rischio di incendi. Già da giovedì le temperature saliranno gradualmente, con condizioni da ondata di calore sulle colline e nelle zone interne, mentre la pianura costiera resterà calda e umida.
Il caldo estremo è previsto anche sulle alture del Golan meridionale, nelle valli settentrionali, nella Bassa Galilea, nella valle del Kinneret, lungo la costa del Mar Morto, nella valle del Giordano, nell’Arava, nel deserto di Giuda e nel Negev orientale. Condizioni pesanti, seppur meno estreme, riguarderanno il Golan settentrionale, la Galilea occidentale, il Carmelo, la pianura costiera e le colline centrali, dove i cieli resteranno per lo più sereni fino a domenica.
Il ministero della Sanità israeliano ha invitato la popolazione a limitare l’esposizione al sole, evitare sforzi fisici nelle ore più calde e bere a sufficienza, raccomandando particolare attenzione per anziani, bambini, donne incinte e persone con patologie croniche. Il ministero ha inoltre ricordato di non lasciare mai bambini, anziani o animali in auto, neppure per pochi minuti.
(Shalom, 1 agosto 2026)
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Fessure nell’opposizione anti-Netanyahu alla vigilia delle elezioni
La polemica sulle dichiarazioni di Yair Golan riguardo alla Giudea e alla Samaria dimostra quanto potrebbe diventare fragile un governo anti-Netanyahu una volta raggiunto l’unico obiettivo comune.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Quasi tutti i sondaggi indicano che la coalizione anti-Netanyahu dei partiti dell’opposizione otterrà la maggioranza alla Knesset nelle elezioni di ottobre. Tuttavia, già ora si intravedono crepe nel futuro governo israeliano.
Questa settimana tali divergenze sono emerse all’interno dei «Democratici», la nuova alleanza tra il Partito Laburista e Meretz guidata da Yair Golan. Secondo Ynet, alcuni dettagli di una riunione a porte chiuse del partito sulla strategia della campagna elettorale sono trapelati alla stampa, dopo che ai candidati era stato intimato di non diffondere messaggi politici autonomi senza l’autorizzazione della sede centrale del partito.
Al centro della controversia c’era la reazione del partito all’attentato mortale avvenuto nei pressi di Havat Gilad. L’ex deputata di Meretz Gaby Lasky, che occupa il sesto posto nella lista dei «Democratici», avrebbe criticato Golan per aver utilizzato nei messaggi del partito il termine «Giudea e Samaria», esortandolo a riferirsi invece a quella zona come «Cisgiordania».
Golan si è difeso, affermando di respingere l’accusa secondo cui « Giudea e Samaria» sarebbe un termine di destra.
Questo scambio di battute si è diffuso rapidamente su Internet, poiché ha messo in luce un problema più profondo dell’opposizione. Golan sta cercando di guidare un partito che voglia essere abbastanza grande da partecipare alla formazione del prossimo governo, ma alcuni esponenti della sua stessa lista esitano a utilizzare un linguaggio che molti israeliani considerano una terminologia fondamentale dal punto di vista biblico, storico e nazionale.
Ciò fornisce inoltre alla destra una semplice arma elettorale. Politici della coalizione come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich sostengono da mesi che un futuro governo anti-Netanyahu verrebbe preso in ostaggio dai suoi elementi di sinistra più radicali, in particolare per quanto riguarda la Giudea e la Samaria.
Lo stesso Golan ha suscitato ripetutamente polemiche. Nel pieno della guerra di Gaza, ha dichiarato che un «paese ragionevole» non «ucciderebbe bambini per hobby» – un’affermazione grottesca che è stata condannata da tutto lo spettro politico israeliano. In seguito ha insistito sul fatto di non aver accusato direttamente i soldati dell’esercito israeliano, ma il danno era ormai fatto.
I media stranieri, tra cui anche la recente cronaca britannica sulla campagna elettorale israeliana, hanno sfruttato questa dichiarazione per rafforzare una narrativa globale anti-israeliana, di cui ritengono responsabile – proprio come per il Golan – Benjamin Netanyahu.
(Israel Heute, 1 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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A distanza di 25 anni, l’attentato alla pizzeria Sbarro e le sue conseguenze continuano ad avere rilevanza
Il massacro della Seconda Intifada, come la strage del 7 ottobre, rappresenta un cupo monito sulla follia e l’arroganza di chi elabora piani di pace e accordi con i terroristi.
di Jonathan S. Tobin *
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Le conseguenze dell’attentato alla pizzeria Sbarro all’angolo tra King George Street e Jaffa Road a Gerusalemme, il 9 agosto 2001.
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Per il resto del mondo, compresa la maggior parte degli ebrei, il 9 agosto è solo un altro giorno del calendario. Non ha la stessa risonanza dell’11 settembre o del 7 ottobre. A differenza di quelle date che rimangono indissolubilmente legate a terribili attacchi terroristici, ciò che accadde il 9 agosto 2001 è ormai sbiadito nella memoria della maggior parte degli ebrei.
Alcuni ricordano l’attentato suicida compiuto da un arabo palestinese alla pizzeria Sbarro, all’angolo tra King George Street e Jaffa Road a Gerusalemme, che costò la vita a 16 persone, tra cui otto bambini e una donna incinta, e ferì altre 130 persone. Si trattò di una delle tante atrocità di questo tipo commesse dai palestinesi durante la guerra terroristica di logoramento condotta dai palestinesi dal 2001 al 2005, nota come Seconda Intifada. E persino quella terribile lotta, che costò la vita a più di 1.000 israeliani e a molti altri palestinesi, è stata messa in secondo piano dagli indicibili crimini commessi il 7 ottobre 2023 e dal calvario della guerra contro l’Iran e i suoi proxy terroristici che ne è seguito.
A parte le famiglie delle vittime e dei feriti, è improbabile che quel giorno sia segnato in molti calendari.
• Una data da ricordare
Quindi, forse è comprensibile che possa svanire dalla nostra coscienza.
In effetti, molte di queste date svaniscono dalla memoria collettiva delle nazioni a causa del passare del tempo. Il 7 dicembre fu un tempo un punto di svolta nella vita degli americani, che saprebbero dirvi dove si trovavano e cosa stavano facendo quando sentirono la notizia che i giapponesi avevano attaccato Pearl Harbor, trascinando gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Ma coloro che conservano tali ricordi degli eventi di 85 anni fa sono ormai pochi e rari.
Lo stesso vale sempre più anche per il 22 novembre, che un tempo era indissolubilmente legato al trauma dell’assassinio del presidente John F. Kennedy, ma che ora ha poca risonanza per chiunque, tranne che per gli appassionati di teorie del complotto, tra la stragrande maggioranza degli americani che all’epoca non erano ancora nati.
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Malki Roth con la sorella disabile, Haya, nel 1996.
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Ma dovremmo ricordare il 9 agosto — e non solo perché quest’anno ricorre il 25° anniversario di quell’orribile incidente. Esso rappresenta un monito contro la follia e l’arroganza di coloro che si dilettano nel processo di pace in Medio Oriente. Questo è un aspetto che il presidente Donald Trump dovrebbe tenere a mente quando rilascia audaci dichiarazioni sulla pace in Medio Oriente.
Il Consiglio per la Pace di Trump, responsabile della ricostruzione della Striscia di Gaza all’indomani della guerra post-7 ottobre, ha annunciato un nuovo piano per attuare il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane dalla regione. Le mosse di Israele sarebbero subordinate alla consegna delle armi da parte dei terroristi e le minacce del presidente nei confronti di Hamas, qualora questi non si conformassero, sembrano severe. Ma l’ottimismo spensierato di Trump riguardo alla resa di Hamas sembra richiamare alla mente quelle previsioni sulla fine del terrorismo palestinese che il mondo ha sentito molte volte in passato, non da ultimo negli anni precedenti al 9 agosto 2001.
L’attentato al Sbarro fu un indicatore scioccante della barbarie degli ex partner di pace di Israele.
Quasi otto anni prima, la maggior parte degli israeliani e del mondo ebraico aveva gioito per la firma degli Accordi di pace di Oslo sul prato della Casa Bianca da parte del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e del leader palestinese Yasser Arafat, sotto il patronato fiducioso del presidente Bill Clinton. Appena un anno prima dell’attentato, l’allora primo ministro israeliano Ehud Barak si era recato a Camp David, dove lui e Clinton avevano dato seguito ad Oslo offrendo ad Arafat uno Stato indipendente a Gaza, una parte di Gerusalemme e quasi tutta la Giudea e la Samaria. Arafat respinse l’offerta. Come ulteriore risposta, lanciò l’ondata di attacchi terroristici che, in senso letterale e figurato, fece saltare in aria il processo di pace. Invece di scambiare terra per la pace, si è scambiata terra per il terrore.
• L’esplosione di Oslo
Gli eventi del 9 agosto furono solo uno dei tanti attacchi terroristici simili che furono il frutto di Oslo. La capacità di Hamas, responsabile dell’attacco al ristorante Sbarro, di condurre una campagna terroristica su questa scala era dovuta esclusivamente ai termini degli accordi di pace, che garantivano ai palestinesi piena autonomia. I suoi complici erano la Jihad Islamica Palestinese e il partito Fatah di Arafat (con la Brigata dei Martiri di Al-Aqsa come braccio terroristico), che guidava l’Autorità Palestinese.
Durante un’intervista nella sua ultima visita negli Stati Uniti prima del suo tragico assassinio, Rabin mi disse che credeva che Arafat avrebbe combattuto i terroristi con quel tipo di efficacia e brutalità che Israele non poteva eguagliare a causa della sua Corte Suprema e dello Stato di diritto.
Ma Arafat non aveva alcun interesse a combattere il terrorismo. Anzi, lo fomentava, lo pianificava e lo finanziava. E invece di accettare un «sì» come risposta quando Clinton e Barak gli offrirono uno Stato, diede via libera alle attività malvagie di Hamas e creò un’ala di Fatah per competere con essa nello spargimento di sangue ebraico.
Ci furono molti altri terribili attentati terroristici durante la Seconda Intifada, tra cui l’attentato alla discoteca Dolphinarium due mesi prima di quello allo Sbarro, che costò la vita a 21 israeliani, per lo più adolescenti. Ci fu anche l’attentato al Moment Cafe a Gerusalemme nel marzo 2002, che uccise 11 persone; il massacro della Pasqua ebraica al Park Hotel di Netanya, che causò l’uccisione di 30 persone, oltre a numerosi attentati contro autobus e altri obiettivi.
Ognuno di questi eventi è stato una tragedia. Ma ciò che rende l’attentato allo Sbarro un caso a sé stante è la brutalità calcolata di colpire un ristorante all’ora di pranzo di un venerdì pomeriggio, in un momento in cui le famiglie si trovavano nei pressi di un affollato quartiere commerciale prima dell’inizio dello Shabbat. L’obiettivo non era solo quello di massacrare e mutilare, ma di prendere di mira deliberatamente donne e bambini.
• Un assassino impenitente
Ciò che rende questo caso particolarmente impressivo è anche la totale assenza di rimorso da parte di uno dei protagonisti chiave di questo crimine. Ahlam Tamimi, una studentessa universitaria ventenne e terrorista affiliata a Hamas, ha individuato il luogo per conto degli ideatori dell’attentato e poi ha guidato l’attentatore suicida, Izz al-Din Shuheil al-Masri, sul posto, dove questi ha fatto esplodere bombe contenenti esplosivo, chiodi, dadi e bulloni.
Quando in seguito un giornalista le ha fatto notare che aveva contribuito all’omicidio di otto bambini anziché solo tre, come aveva inizialmente creduto, ha espresso gioia e ha persino sorriso.
Tamimi è stata condannata per 16 capi d’accusa di omicidio e condannata all’ergastolo, sebbene rimanesse convinta che alla fine sarebbe stata liberata. Purtroppo, aveva ragione.
È stata una degli oltre 1.000 terroristi scambiati nel 2011 per la liberazione del soldato israeliano rapito Gilad Shalit, che era stato sequestrato lungo il confine con Gaza nel 2011, in un accordo approvato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Oggi, nonostante figuri nella «lista dei dieci ricercati più pericolosi» dell’FBI (tra le vittime dell’attentato figuravano tre cittadini americani), vive libera in Giordania, dove conduce un talk show su un canale affiliato a Hamas. Amman ha respinto le richieste di estradizione avanzate dagli Stati Uniti. Nel 2021, l’Interpol ha revocato il mandato di arresto nei confronti di Tamimi.
La famiglia di una delle vittime, la quindicenne Malki Roth, ha creato la fondazione Keren Malki per aiutare le famiglie con bambini affetti da disabilità. Ma anche suo padre, Arnold Roth, ha continuato la lotta per ottenere giustizia nel caso. Continua a sollecitare Washington affinché faccia pressione sulla Giordania – destinataria di aiuti americani pari a 1,45 miliardi di dollari all’anno – affinché la consegni per essere processata negli Stati Uniti. Ma poiché sia gli Stati Uniti che Israele (il cui leader, dopotutto, l’ha liberata) considerano il mantenimento in carica del re Abdullah e la sua protezione dalle critiche interne degli islamisti una priorità maggiore rispetto al riportare Tamimi in carcere, tale impresa potrebbe non avere mai successo.
• Un rimprovero a chi persegue la pace
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Arnold Roth e sua moglie, Frimet, tengono in mano una foto della loro figlia assassinata, Malki, allora appena adolescente, il 15 luglio 2025.
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Ciò è profondamente ingiusto. Ma questo venticinquesimo anniversario dell’attentato allo Sbarro dovrebbe essere più di una semplice ricorrenza in cui ricordiamo le vittime e l’orrore del 9 agosto 2001. Dovrebbe essere un rimprovero costante a tutti coloro che ripongono fiducia e danno potere agli islamisti come quelli di Hamas, ai suoi membri come Tamimi e ai suoi finanziatori, compresi i governi dell’Iran e del Qatar.
I governi degli Stati Uniti e di Israele non devono mai dimenticare che i tentativi di comprare o placare un gruppo e un popolo il cui obiettivo è, oltre alla guerra contro tutto l’Occidente, la distruzione di Israele e il genocidio del suo popolo, sono sempre destinati a fallire. Ciò era vero durante l’era di Oslo degli anni ’90; nel ritiro del 2005 dalla Striscia di Gaza; e nei successivi sforzi delle amministrazioni Bush, Obama, Biden e persino Trump per stringere accordi con i palestinesi. Per troppo tempo, «esperti» di politica estera incapaci hanno predicato che non ci fosse alternativa a tale follia.
Alcuni americani e israeliani continuano a spingere per questi piani folli. Qualsiasi sforzo di questo tipo, per quanto ben intenzionato (come lo erano tutti), è destinato a fallire finché non si verificherà un cambiamento radicale nella cultura politica dei palestinesi, che li porti a considerare persone come Tamimi e altri terroristi come criminali vergognosi, piuttosto che come eroi e martiri da ammirare e imitare.
Si tratta di qualcosa che non sembra possibile nel prossimo futuro, come dimostrano la popolarità delle atrocità del 7 ottobre tra i palestinesi e la fama duratura di Tamimi e di altri criminali della Seconda Intifada. Finché ciò non accadrà, dichiarazioni ottimistiche come quelle di Trump – e di negoziatori di pace ancora meno esperti – porteranno inevitabilmente a ulteriore dolore e spargimento di sangue. ---
Jonathan S. Tobin è caporedattore di JNS (Jewish News Syndicate). Seguitelo su: @jonathans_tob
(JNS, 1 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Si avvertiva che erano tutti contenti»
Da un servizio di MEMRI TV.
Ecco alcuni estratti da un'intervista con la terrorista liberata di Hamas, Ahlam Tamimi, andata in onda su Al-Aqsa TV il 12 luglio 2012.
Intervistatore: 16 sionisti sono stati uccisi [nell'attentato suicida che lei ha contribuito a compiere]. Era il suono dell'esplosione...? E' stato molto forte.
Ahlam Tamimi: Il mujahid Abdallah Barghouti ha fatto un lavoro perfetto suonando la chitarra [contenente la bomba], e i risultati hanno stupito tutti, grazie ad Allah.
[...]
In seguito, quando ho preso l'autobus, i palestinesi intorno alla Porta di Damasco [a Gerusalemme] erano tutti sorridenti. Si poteva avvertire che erano tutti contenti. Quando sono arrivata sul bus, nessuno sapeva che ero io che aveva guidato [l'attentatore suicida all'obiettivo] ... Mi sentivo abbastanza strana, perché avevo lasciato [l'attentatore] 'Izz Al-Din dietro, ma dentro il bus tutti si congratulavano l'un l'altro. Nemmeno si conoscevano fra di loro, ma si scambiavano complimenti.
[...]
Mentre ero seduta sul bus, l'autista ha acceso la radio. Ma prima, lasciate che vi dica l'aumento graduale del numero di vittime. Mentre ero sul bus e tutti si congratulavano l'uno con l'altro, hanno detto alla radio che c'era stato un attacco di martirio al ristorante Sbarro, e che tre persone erano rimaste uccise. Devo ammettere che ero un po' delusa, perché avevo sperato in un risultato più grande. Eppure, quando hanno detto "tre morti" ho detto: "Allah sia lodato."
Intervistatore: Era una stazione radio israeliana o palestinese?
Ahlam Tamimi: La stazione era in lingua sionista, e l'autista traduceva per i passeggeri.
[...]
Due minuti più tardi alla radio hanno detto che il numero era salito a cinque. Volevo nascondere il mio sorriso, ma proprio non ci sono riuscita. Allah sia lodato, è stato fantastico. Poiché il numero di morti continuava a crescere, i passeggeri applaudivano. Non sapevano nemmeno che c'ero io in mezzo a loro.
Sulla via del ritorno [a Ramallah], abbiamo passato un posto di blocco della polizia palestinese, e i poliziotti ridevano. Uno di loro infilò la testa e disse: "Congratulazioni a tutti noi". Erano tutti contenti.
(Notizie su Israele, 1 agosto 2026)
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Judo. Shagi Muki e Saeid Mollaei insieme sul tatami
Sette anni dopo la finale mondiale mai disputata per ordine di Teheran il campione israeliano e l’ex judoka iraniano si ritrovano sul tatami a Netanya per lanciare un messaggio che supera lo sport.
di Rosa Davanzo
Sette anni fa il regime iraniano impedì che si affrontassero nella finale del Campionato del mondo di judo. Oggi Shagi Muki e Saeid Mollaei sono saliti insieme sul tatami in Israele, con le rispettive bandiere cucite sul judogi, trasformando quella sfida mai disputata nel simbolo di una riconciliazione che la politica continua a rendere impossibile.
L’incontro si è svolto a Netanya davanti a un pubblico che ha applaudito molto più del risultato sportivo. Per entrambi era il modo di chiudere una vicenda iniziata nel 2019, quando Mollaei, allora campione del mondo in carica e rappresentante dell’Iran, ricevette dalle autorità di Teheran l’ordine di evitare in ogni modo una finale contro l’israeliano. Per sottrarsi a quell’incontro fu costretto a perdere deliberatamente la semifinale, un episodio che provocò uno scandalo internazionale e portò successivamente alla sospensione dell’Iran da parte della Federazione internazionale di judo.
Quella scelta cambiò per sempre la vita dell’atleta iraniano. Dopo avere denunciato le pressioni ricevute dal regime, Mollaei lasciò il suo Paese, ottenne protezione internazionale e proseguì la carriera sportiva rappresentando la Mongolia. Da allora è diventato uno dei volti più noti della battaglia contro l’ingerenza politica nello sport.
Nel frattempo, tra lui e Muki è nata un’amicizia che va ben oltre il judo. Il campione israeliano racconta di avere accolto l’ex rivale all’aeroporto e di averlo ospitato a casa dei propri genitori, dove hanno cenato insieme e perfino ballato sulle note della musica persiana. «Nel mio sogno più bello non avrei immaginato una scena del genere», ha raccontato Muki, sottolineando come il loro rapporto rappresenti una vittoria personale dopo gli anni segnati dall’odio imposto dalla politica.
Anche Mollaei ha descritto con emozione il ritorno in Israele. Già in occasione delle competizioni disputate a Tel Aviv e Gerusalemme aveva ricevuto manifestazioni di affetto dalla comunità di origine iraniana e da molti israeliani. Questa volta, però, il significato del viaggio era diverso. «Sono semplicemente felice di essere qui», ha spiegato, ricordando il sostegno ricevuto dal pubblico israeliano fin dal suo primo arrivo nel Paese.
Il combattimento di Netanya era in realtà una dimostrazione sportiva, ma sul tatami nessuno dei due ha rinunciato all’agonismo. Muki ha prevalso al termine dell’incontro, concluso tra strette di mano, abbracci e una lunga ovazione del pubblico. A vincere davvero, però, è stato il messaggio che entrambi hanno voluto trasmettere.
«La nostra storia dà speranza all’umanità», ha detto Muki. «Viviamo in un tempo di guerre e odio, ma noi dimostriamo che due persone possono accettarsi e rispettarsi indipendentemente dalla politica». Gli ha fatto eco Mollaei, secondo il quale il judo insegna prima di tutto rispetto e amicizia. «Vogliamo mostrare a Israele, all’Iran e al resto del mondo un’altra strada. Siamo il simbolo di una pace possibile».
L’evento ha rappresentato anche la scena conclusiva di un documentario dedicato alla loro vicenda, destinato alla distribuzione internazionale. I due ex campioni hanno annunciato l’intenzione di continuare a raccontare insieme la propria esperienza attraverso incontri pubblici e conferenze, trasformando quella che un tempo era una rivalità sportiva in una testimonianza di dialogo.
In un Medio Oriente ancora attraversato da guerre e tensioni, la fotografia di un israeliano e di un iraniano che si inchinano l’uno davanti all’altro sul tatami assume un valore che va oltre qualsiasi medaglia. Ricorda che i regimi possono imporre divieti e alimentare l’ostilità, ma difficilmente riescono a impedire che due uomini si riconoscano, prima ancora che come avversari, come esseri umani.
(Setteottobre, 1 agosto 2026)
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